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Camilla e Bertolero. + + + + +A MIO PADRE + +E + +A MIA MADRE + + + + +PREFAZIONE + + +Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso +un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore +in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e +delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti +intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno +nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed +in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria +compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della +religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte; +tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare +agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le +trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di +questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa +opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente +negletti. + +Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in +questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione +ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che +eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano +perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando +l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di +questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui +segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il +nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo +di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora +attendono l’ora della giustizia. + +Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà +scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali +dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore, +dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le +sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per +i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità +sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime. +Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato +riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il +sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da +un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di +una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase +barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a +tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle +cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni +della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine +dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti +di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che +crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita +sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle +più tormentose infelicità del mondo moderno. + + G. F. + + + + +INTRODUZIONE + +La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale. + + +1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un +caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e +mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più +caratteristici della psicologia umana. + +Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro, +anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa +lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare, +soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e +patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese +_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con +significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino +_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi +fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento +ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. +Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe +quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che +quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a +dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva +ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel +maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè +alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè +quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri +della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più +forte cacciatore e guerriero[3]. + +Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di +imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana, +da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto +non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio, +la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo +pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più +gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla +necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla +ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il +piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte +le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti +dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi +patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del +lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè +alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare. + +Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla +civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche +nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è +la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot, +volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le +immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente, +mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato +lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza +dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi: +ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande. +«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo, +che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo +finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto +piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e +rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del +resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale +e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose +del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio +o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a +mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente +in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_» +esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel +rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi +l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come +notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali +appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori, +che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li +circonda[6]. + +L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e +più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle +immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo +numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione +volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose, +sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si +formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi +riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni +del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora +con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il +bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio +talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo +nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei +proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in +aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra +solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella +legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la +statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose +tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria +e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene +certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica. +«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo +strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che +lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari +lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui +l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto, +il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso +agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La +pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata +alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è +vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte +immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure +laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte +notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti +della scienza, guarire con rimedi da comari. + +Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo +volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio +che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una +tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice +associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato +fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la +sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come +si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello +di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge +psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di +coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti +nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che +precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con +l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre, +a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o +piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti: +e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano +a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica +mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno +fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le +cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente +istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento +incosciente. + +Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo +sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica. +Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi +scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più +complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a +crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non +pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato +precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo +sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo +ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed +idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera +intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni +sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e +per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro +origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato +maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria +gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica; +divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In +Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano +servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In +Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello +stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn +o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco +o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di +ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si +trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le +sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello +certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per +il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi +definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo +abbozzo, tutta la struttura politica. + +Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse +il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi +sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo +brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole +spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per +riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo +l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere +i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e +modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di +giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un +funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure +a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più +semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni. +Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di +farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero +obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme +di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna +i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali +dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva +farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei +e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui +obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu +convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una +gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne +nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11]. + +Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi +evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di +provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli +deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero +da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei +popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e +lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio +è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano +le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior +complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative +ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate +a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è +un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle +grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte +una splendida violazione delle leggi naturali. + +Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il +lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione +nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza +robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole +il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono +separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora, +le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini, +in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si +esauriscono. + +2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente, +se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza +la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto, +pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei +corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui +non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la +legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi +sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12]. + +Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le +sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito +di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita +gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività +che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le +idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una +illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte +quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come, +senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si +facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità. + +«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è +costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di +cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente, +perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno +che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare +i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia +gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione +indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in +una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli +intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri +fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è +più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che +noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri +centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui +noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che +vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la +legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine +o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente +sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in +cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il +Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre +la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di +riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto +fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed +ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede +anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri +d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando +sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente, +non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro +fatta alcuna suggestione». + +Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire, +come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete +relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione. +La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_, +della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione +molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento +molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento +e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo. +Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso, +l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei +sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del +Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré +infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava: +«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia +dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali +una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo +l’intensità dell’eccitazione». + +Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo +rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet, +trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico, +trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se +li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene; +ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche +frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente +ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano +docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il +Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per +il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo +la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per +es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio +può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche +nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che, +scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del +pensiero?[17]. + +La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema +dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio +dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne: +una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora +col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si +pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a +poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in +cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente. +Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo +tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi +come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata +la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano +per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive. +Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per +sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica, +che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la +rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che +esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore, +la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli +stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni +associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a +cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta. + +Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno +risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la +causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati +sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi +non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la +vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole +imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non +sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo +un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso +di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione +dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi +gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti +quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono +maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco, +aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione +non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma +con la sensazione del colore della pelle. + +I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella +lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi, +lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare, +risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco +l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si +conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata +come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la +sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto, +che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la +sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni +ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del +resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche +mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi +sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche +rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli +un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una +spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro, +si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente, +conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si +tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato +oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza, +idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli +stati di coscienza spariscono. + +Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le +espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono, +se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine +dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia +una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e +l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile +provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è +stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie, +giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per +azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto +gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno +è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si +chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se +si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine +della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea +della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con +quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento, +anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento +è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera, +l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione +muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in +giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di +coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere. + +Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato +da una sensazione, che le fu associata. + +Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate +per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un +luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna +alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo +una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il +nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo +nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si +riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo, +ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un +sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così +semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione +con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da +una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento +mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della +superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era +sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o +immediatamente continua». + +Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un +sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò +significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande +intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro +energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una +qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o +a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una +corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le +primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di +ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di +movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il +cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve +dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale +legge di inerzia. + +Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione +psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo +visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di +comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta; +ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la +menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia +succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che +allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno +psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste +nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti, +che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una +sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè +comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello, +risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso +in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce +con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del +sole. + +Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande +psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua +non del pensiero essere una sensazione attuale[25]. + +3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia +mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo, +di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante +traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione +può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che +fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione, +della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo, +e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo +ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a +cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni, +la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di +conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi +specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di +crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non +possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più +elementari della vita sociale[27]. + +Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una +serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno +elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione +di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi +della vita. + + + + +PARTE I. + +FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO. + + + + +CAPITOLO I. + +Simboli di prova. + + +1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita +giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto, +una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi +o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano +abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti +interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a +cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità +(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto +tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di +mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci +sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito +umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale +idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee +minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la +scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà, +ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più, +strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una +negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una +complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai +sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a +garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di +conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse +stesse che il prodotto d’idee assai complesse. + +Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si +conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e +siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli +dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova +più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a +compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli +giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento +scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per +cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza +scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui +il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così +semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e +sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi +dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi. + +Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere +una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci +conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un +certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea +dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che +servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così +noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in +mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta +d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi +atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è +necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale; +così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo, +vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una +donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli +atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire, +tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie. + +Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo +compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo +o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova. +Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli, +estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le +società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo +giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita +fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio, +possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge +una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle +parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura +il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la +cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può +asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il +suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o +l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi +non fugga, dopo aver ricevuto i regali? + +Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè +far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode +e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli +civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che +costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che +bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo, +e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne +scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto +risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era +associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come +oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento, +redatto dal notaio. + +Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa +teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in +molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del +negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro +carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i +caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi +per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi +giuridici non si sottraggono alla legge comune. + +2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in +seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo +scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che +lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno +proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente, +con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due +cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico: +suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per +poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire; +e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione, +per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da +preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente +e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e +futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che +nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo +consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si +deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale +fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la +possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato +l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in +anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel +presente le ricchezze future. + +Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna +della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e +della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora +l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata +una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare +indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto +della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore; +quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni +supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa. +Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando +che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella +la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di +averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto +conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti +sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i +contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora +è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore +gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha +rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento +scritto. È insomma una forma primitiva di prova. + +Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta +importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla +proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la +presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la +trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei +due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni +con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore +(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita +del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua +terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio; +poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica +Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del +signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e +la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il +possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32]. + +Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così +solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore +fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare +dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun +documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto +cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto +puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra +sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La +consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo +godimento della proprietà. + +3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si +faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi +altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso +della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna; +certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa, +facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a +mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della +trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare +la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello +di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che +ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita. +Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i +testimoni potevano attestarlo. + +4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la +toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi +dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva +una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un +altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di +garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale, +l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere +all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei +testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si +associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della +legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di +stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale, +già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia +detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata +la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è +irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita +della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni. + +Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori +quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel +menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta +trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale +cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo +di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono +fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da +un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i +capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove +siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa +sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di +lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla +ai suoi genitori[37]. + +5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato, +perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta +la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più +sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in +quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando +per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio +rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi, +era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di +aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel +poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più +difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i +frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli +atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno +diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della +paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli +primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono +luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di +una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la +puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal +marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al +Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono +dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare +cucina. + +Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi +appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal +marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da +parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli +Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per +sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del +bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere +le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato, +mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America +del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure +e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato +tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne +degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il +loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro +(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie, +faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle +provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato +di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora +in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40]. + +Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre +cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte +agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della +paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser +nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto? +Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia +la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i +selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche +il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui, +perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che +in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio +vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della +nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche +di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè +grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al +pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è +propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco +a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli +atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la +cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui, +fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di +simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione +di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri +della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato. +Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_. +Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle +forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi. + +6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi +primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo +vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo +nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi +anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di +un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle +sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo +come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione, +sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando +con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che +quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che +nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata +fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui +esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es., +vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con +la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva +calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43]. + +Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la +legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi +la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che +chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un +poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo +uso con i versi: + + Li Duc ki les enfans ama + Gunnor adoncques espousa, + E li fi ki jà furent grant, + Furent entre autres deux en estant + Par dessus le mantiel la mère + Furent fait bial (legittimi) cil trois freres. + +Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca +la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la +prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo +della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la +ragion del riscatto su me»[46]. + +Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di +protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso +cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che +gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto +con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è +spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che +presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero +sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di +far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della +popolazione[47]. + +7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una +porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un +atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un +potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea +della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono +associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un +imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio +quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi +la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe +di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della +città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E +come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel +cerimoniale politico del Medio Evo. + +Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna +dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare +di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da +non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo +d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni +pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk; +tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli +Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto +può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù; +perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in +guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo +rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49]. + +Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere +come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra +l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no, +la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle +armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè, +perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi +le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo +dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far +consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni: +quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere +lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi +l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso +presso i Longobardi ed altri popoli germanici. + +Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo +era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più: +anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di +cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli +la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia +inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte +della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la +quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo +consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo +dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e +gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie +del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del +quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea. + +8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni +familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova. +E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio +Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato +giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita +giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del +domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle +formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con +atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici +appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici +e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi +voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone +pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova +abitazione[53]. + +9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente, +pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere. + +Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello. +Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore +ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa, +ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli +muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di +stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga +sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo +sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi, +che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato +avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso +impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al +re, prima di battersi[54].» + +Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una +specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli +è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in +altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di +intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della +minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli +vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo +con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata +e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse +passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non +trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni. + +Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può +svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente +le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati +abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza +materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire +come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non +più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi +quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo; +e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme +di citazioni usate da noi. + +Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni +simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia +di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55]. +Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente +nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era +scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le +nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure +in Germania, sino nel secolo XVII. + +In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova +dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva +che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo +l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di +minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non +dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel +caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre. +Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione, +quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il +significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al +giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il +bisogno di sostituirvi altre forme. + +10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non +contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti +scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta +e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche +nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare +impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri +che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia +più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli +sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali +necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono +perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè +dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della +civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le +soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni +non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo. + + + + +CAPITOLO II. + +Simboli descrittivi. + + +1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra +anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla +tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la +minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità. +Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia +trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra +certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni, +in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva +pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con +la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee +da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle +forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene +dovevano venire gravissimi guai. + +Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di +una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo +contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al +ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire +perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio +una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una +associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo +che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io, +scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od +una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che +avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od +il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno». + +Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che +non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è +basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i +commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno +per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso +per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per +calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso +un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una +pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola +_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi, +i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che +uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in +Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro, +per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a +portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie +annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non +erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole +della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]: +«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli +angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di +giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore». +Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che +arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure, +una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i +concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro +Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era +stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia; +essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero +di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria +consegnate. + +Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma +possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o +a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate +idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un +mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a +chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano +i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano +girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che +ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano +collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che +indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico +Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun +mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri +registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero +e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico: +tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo +Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era +tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte +del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste +di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato +in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica +China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice +del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle +annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni +successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64]. +E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con +evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto, +significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica +ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i +progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi +di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde +tartare. + +Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos +tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e +segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi +imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche +questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento; +e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia +dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento +della compiuta adozione. + +A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i +menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals, +i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi +di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a +noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe +(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a +ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando +domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il +Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion +dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si +sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò +furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65]. +Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre +(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre +Ra-Undecunde[66]. + +Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio +litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più +regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata +a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci +(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani +(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i +Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando +drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava +a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era +sconosciuta. + +Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero +credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre +portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una +rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite: +onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude +colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la +sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa +a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della +colonna. + +2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli +giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone, +bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale +negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo +e sopratutto nelle cerimonie delle investiture. + +Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui +falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la +morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così +quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un +bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di +comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona, +a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci +si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera +sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data +famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le +mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo +associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto, +invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di +persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera +commendatizia o del sigillo particolare. + +Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69], +si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea +dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e +sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey, +quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna +un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque +con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta, +e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri +ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del +distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta +dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con +scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo +dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote +Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che +io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore +Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello. + +Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel +Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno +altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione +della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del +reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito +dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico +poeta normanno, Roberto Wace: + + Un gonfalon li envoya + Mont precious et cher et bel + . . . . . . . . . . . . . + A ces enseignes li manda + Et de par Dieu li otroïa + Que Angleterre conquersist + Et de Saint-Pierre le tensist. + +E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei +regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc. + +In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di +carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse +provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di +lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del +tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte, +l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi +non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera +circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta. +Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si +recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio +delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere +all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro +possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto +di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74], +quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto +a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del +Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender +parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si +usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai +testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del +contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed +eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo +con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova +che si era legittimamente ricevuta l’eredità. + +3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la +scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente +mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda +perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato +quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non +è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un +poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene +tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si +compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto +tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo +chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente +per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare +tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli +che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una +espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro +invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo; +l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma +di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio +di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora, +anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi +sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè +bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione +del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente +mnemonici[76]. + +E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase +generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non +solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè +anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le +etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_, +il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in +arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori. +Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_ += scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura. +L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_, +che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici +chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o +immagini[77]. + +Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che +lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior +povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il +Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini +certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova +la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto +civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio +delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione +e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole +per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero +in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni +rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso. +Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere +l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno +per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79] +Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza +che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini +che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra; +ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora +quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle +lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano, +potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in +sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato +uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma +ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso +la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da +uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in +persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole +Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua +dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón +fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere +allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a +fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della +mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza +corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc., +ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a +pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia, +ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_. + +Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo +primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo +della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare +il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui +tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il +periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta +nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la +_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella +del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il +pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza +altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di +_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale +indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico +_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il +debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice +du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che +esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca +dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium, +mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge +Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem +suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era +dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale. + +4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si +hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura: +alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che +senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora, +per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di +perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto, +come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato +necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo +alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana, +che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente, +senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti, +sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così +detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole +lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che +mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati +come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione +tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè +appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra +mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri). + +Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste +naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile +rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole +disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso +determinassero il vero significato della complessa rappresentazione. +Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello +che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno +dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento = +oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico +figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di +_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli +ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente); +_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la +paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei +governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di +una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta +dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita, +dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della +montagna)[82]. + +È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo +nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è +impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo, +per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi +di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche +ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel +linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte +le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per +atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente. + +Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi +caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine, +un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della +nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi +parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito +_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_ +(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente = +lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di +cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese +occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto +in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco +(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83]. + +Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli +ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del +cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà +da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse, +qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche +questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo +e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a +una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo +sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini +del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa +via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua, +incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre, +abbracciandolo alla base. + +Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi, +anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio +cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà +dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere +tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi +e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri. +Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del +figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione +«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata +_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i +beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente +di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario +francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni +del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro, +dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange +un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo, +diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola +residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota, +per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a +casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre +l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno». +Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio +del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti +mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa, +orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle +bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi +ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio +di Victor Hugo? + +Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee +a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è +ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente +dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per +l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle +spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni +risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora +riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover +pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci +d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse: +così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto +della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un +fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi, +ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani, +che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì +specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il +muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile +creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma, +anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge +del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85]. + +Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar +nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una +fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore, +che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice +guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui +è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma +dedotte da osservazione di fatti. + +Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna +sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti +i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale +di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il +Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo +dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò +accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie, +così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più +pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che +costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende +all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale +sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno +stile oggettivo, direi quasi, come la realtà. + +5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello +stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una +cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura, +si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia +eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si +vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già +nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza +di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto +o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità +del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la +parola infine ci dà l’imagine o l’idea. + +Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena +significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di +bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore +di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il +valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87]. +Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore +sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88]; +ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_ += colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti +siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava +l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che +avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti, +e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto +del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti +sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro +dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca, +che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la +lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che +fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare +il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli +oggetti materiali. + +Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli +Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi, +fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e +famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati +tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un +animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione +del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli +Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo, +la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni +membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato +sotto questa forma nei geroglifici indigeni». + +Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo +verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a +tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri +messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu +una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui +nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era +detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo +e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_ +significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno +di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una +mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una +spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_ +(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola +parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono +la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno +di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le +occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono +tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo: +1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per +la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro +orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture +degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed +al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non +conoscono i limiti sonori delle singole parole». + +6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un +lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_ +le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da +solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine. +Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio +fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le +analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo +numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono +nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli +risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto +che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria +forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile +che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo +del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono +perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più +probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni +speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine +del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto +di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta +quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente +li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi +del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni +che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc., +ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava +mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti +doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta +per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da +tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime +spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue +opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a +uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle +pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso, +il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi +dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono +il primo loro tempio»[92]. + +È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di +comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato. +Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo +il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio, +perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel +dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un +dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore +importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche +con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e +idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un +certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai +segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come +della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni +che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è +probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i +malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista +soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti, +ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate. + +Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma +per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere +i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che +molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le +idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono +gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola +suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la +pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola, +a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare, +anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico +sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora +in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e +giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia +e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza +figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e +inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure, +dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano +scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case +commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali. +Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la +folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere +fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata +nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo. + + + + +CAPITOLO III. + +Simboli di sopravvivenza. + + +1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto +nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello +nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si +conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è +pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale +di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole +di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono +sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi +sopravvissero. + +Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso. +Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello +dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro +le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una +fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore +e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui, +egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato +precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo +oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone +per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo +si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella +idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente +cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il +fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso +particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di +associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già +nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a +uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della +civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora, +per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa +presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini +non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di +mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente +al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non +si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi +membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono +considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i +sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale +ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93]. +Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro +furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela +da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima. + +La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella +Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una +spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il +governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò +subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata, +ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e +il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così +vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli +che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser +deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e, +se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel +biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il +re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al +pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei +comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva +dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non +gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in +tutte le sue parti della potestà consolare. + +Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello +umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero +dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno +a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti +già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche +nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli +può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto, +ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e +successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma +l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge +quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni +familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo +rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso +ha _a poco a poco_ creato. + +2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro +diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi +tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È +questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi +cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca, +con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra, +cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare +materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime +cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel +gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta +documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista +cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva. +L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con +il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la +pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista +deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che +allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli, +le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora +la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando +esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del +lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli +militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la +sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano +con la forza. + +Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le +cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla +proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti +della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di +ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un +sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che +ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende +contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza +delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne +a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già +conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi +aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto +romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al +primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria, +oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima +regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di +proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che, +rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare +atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto +si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto, +e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non +avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte, +quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà, +perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante, +gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto +e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso +sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco +— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione: +occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola +che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un +tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_ +abbondavano. + +In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista, +si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le +associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè +introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea +chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso +dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco. +Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in +cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo +scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli +atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista. + +Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu +troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo +nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser +consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era +necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente +vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o +passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla +presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc +ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro +oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi +emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e +doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una +le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse +anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della +cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle +cose. + +Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel +castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne +padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi +anglo-normanne, che da un breve del Re[97]. + +Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè +in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il +diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò +che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle +proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli +usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra +l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente +a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte +l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una +proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono +con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi +precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà +non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma +la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse +ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di +possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un +così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con +un mezzo estremo. + +3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista +della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che +quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo +zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di +raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il +ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli +Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più +verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita +umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse +in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega +in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa. + +È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente +la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima +simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece +specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i +rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita +selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa +come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad +un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea +che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe +stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta +potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali. +Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in +un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine +il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un +mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia +della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque +successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i +selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così: +i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti +ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori +dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale, +i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno +ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto: +dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98]. + +Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle +donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di +fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può +questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano +sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo +di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla +necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non +era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato +l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto +dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una +delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo. +Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale +della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda, +sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era +accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato +doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto +malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma +siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là +molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka +il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di +lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato +di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che, +difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di +oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura +talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume +dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi +la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con +la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come +moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di +vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato +molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore +aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando +lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero +delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari +gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto +di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo +acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una +conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva, +per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo. +Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e +non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102]. + +In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti +i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra +non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il +ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una +contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di +un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di +conquista. + +Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori +di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a +poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e +con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al +che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova +Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza +sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di +conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari +dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi +aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza +uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo +cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle +accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde +vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo +dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza +direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli +allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età. + +4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo +romano che simula, come è noto, un duello. + +È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private +relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada. +Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a +separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione +della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta +pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un +salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in +origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in +presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello +giudiziario presso gli antichi Tedeschi. + +Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la +battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro +simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore, +contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in +vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti +gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo. +Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano +le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di +discussioni capziose»[103]. + +Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia +della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia +stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione +con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo, +e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a +quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota +più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo +Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva +capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del +duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè +i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per +deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma +civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta +per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro +i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano +sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì +senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per +l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere +sacro per un altro. + +Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al +duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso +di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che +si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione +incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche +caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate +soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno +con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito +per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una +lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che +si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione +pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava +armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i +Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e +poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole. +Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo +della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la +questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una +ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate +sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi. + +Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è +un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello +al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando +nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli +giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare +un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso +tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che +bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che, +fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si +mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse +allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non +era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e +pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza +il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel +tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei +rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma +tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_ +la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca. + +In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico +processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari +periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo. + +Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche +la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose +mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal +trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il +giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava +ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo +che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la +verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra +_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il +seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio +secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello +stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di +padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla +cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani, +ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione +risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo +periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo +ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le +parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare, +voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa +vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam +imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa: +_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il +secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa: +_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di +essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una +specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza +del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_, +cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare +all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i +_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua +scommessa. + +Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili, +salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si +portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due +litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente +si portò al giudizio una zolla[105]. + +È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi, +attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in +origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità +(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa +insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta +in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò +poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto +e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla +scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le +questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che +a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti +che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè +quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente; +a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva +fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere +l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il +piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente +quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di +mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma +quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo +tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di +muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa; +quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari: +e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace +resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa +prevalse in modo che il duello non fu più usato. + +Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non +si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che +egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi +assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio +di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla +scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo. + +5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono +antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni +tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere +un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso +accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci +generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo +sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare: +siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate, +e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di +minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre +più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto +più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli. + +Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe +epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più +religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto +come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea +militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo +di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in +un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere +giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale, +rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere +la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare. +Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a +proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove +probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo +notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108], +intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111]. +Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes, +e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di +chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione +«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali. +Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo +dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive +Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi +tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba +verde[113]. + +Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche +oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi +che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre +non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi +inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione +criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo +la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità +poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano +tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle +costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso +della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti +delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle +loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si +riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro +storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio +fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò +che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e +spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla +deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece +innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario, +perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è +fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato, +dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste +e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi. +Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in +gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più +l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del +suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti +delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un +tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di +scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto +ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella +rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile, +come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento +presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è +supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle +formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i +dibattiti erano orali. + +6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa +classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire +che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto +stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli +scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per +vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano +a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati +dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e +lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo +stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società, +nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica +dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza +può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di +stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole +è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e +colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende +del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non +capirà mai nemmeno una sillaba. + +Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni +di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando +conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale, +un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia? +Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora +per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso. + +E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni, +usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione +non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua. +Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero +sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la +compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono +con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione +giudiziaria nel cervello dell’uomo. + + + + +CAPITOLO IV. + +Simboli di riduzione. + + +1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la +comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della +realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione. + +Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono +e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o +troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una +parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo +l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo +un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba, +nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in +mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più +illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente +tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo +non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono +nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri +sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando +noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo +riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità +della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al +più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle +lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con +contorni indecisi ed indeterminati. + +Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo +riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano +in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro +insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono +sensazioni ridotte. + +Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e +alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate. + +Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente +un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine. +«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci +facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia +a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero +soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice +della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti +conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea +vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la +famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli, +noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a +questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto; +ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di +ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito... +In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli +oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di +pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità, +diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza +del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più +eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli +oggetti contenuti nel gruppo»[117]. + +Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva, +senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul +processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più +perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più +caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa +di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e +complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti +più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al +Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore. +Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che +risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri +fanno corteo»[118]. + +Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione +si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine. +L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi +oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto +che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non +apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè +gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto +particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una +importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini +sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità +speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e +delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti +o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità +morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi +sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza +di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi +attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi +cantanti suscitarono intorno a loro[120]. + +E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle +cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella +sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere +«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il +tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per +indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano +la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi +all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando +noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti, +gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come +segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto. + +2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei +simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì +pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue +primitive: la reduplicazione. + +In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso +genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per +indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di +due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re, +_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_ += bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco; +in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_ += largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti? +_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_ += dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare; +_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ = +muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_ += tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_ +(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123]. + +È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di +cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di +pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose +numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a +indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione +delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra +il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una +pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di +quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre +individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione. + +Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era +rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio +con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti +complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali +della rappresentazione grafica sul marmo. + +3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo +di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui +non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un +contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco +come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di +terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore +del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto +naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta, +trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di +premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto. + +Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato +all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che +l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il +segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai +fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno, +sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo, +fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà +trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei +testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra +al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare, +per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente +associatasi a quel gesto. + +Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione +_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro +angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di +divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle +cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un +ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una +selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo +l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra. +Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi +troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di +un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del +cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo; +anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova +del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel +diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto +precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente +compreso. + +Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi +che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che +analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto +modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della +proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in +seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa +venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della +paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce. + +Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna +della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della +proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente +non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo +diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un +campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in +generale. + +E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a +dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna +di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei +testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una +consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in +segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più +astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè +il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo +già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate +nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il +simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme +più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che +egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a +faccia con le più alte e più complesse idee astratte. + + + + +CAPITOLO V. + +Simboli emotivi. + + +1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che +le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una +ad altra persona. + +Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo +tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio, +nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni, +perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno +esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine. +Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non +può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata +precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e +ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che +hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia +essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza. + +2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio +carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo +di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente +l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o +ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento +in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente +intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso +il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma +divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei +sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti +suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno, +per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli +civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi +vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo +delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati +quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare +che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli +selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa +audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo: +adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso, +o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto +la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di +piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo +valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque +la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le +emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento +in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo +vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si +associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo +sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa +diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i +trofei sono tenuti[126]. + +Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo +Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro, +lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade +allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce +dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del +distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti +di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza +del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno +alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni +occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto +il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe +un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe +loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre +a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di +quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile, +vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di +soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro +antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo +o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei +sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi +e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria, +associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo; +si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi +considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione +del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti +di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come +si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della +legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i +sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo +discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio +si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume +privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli +altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua +autorità. + +Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non +spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere +ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi +furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può +portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo) +e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore +imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi +di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito +divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si +differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a +Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme +quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra +i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere +talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le +armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità +è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media +una, la infima nessuna. + +Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi, +dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad +es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone +volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli +quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del +suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni +hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre +una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà +coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il +cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti +al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra, +essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il +figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli: +«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il +fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse +l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il +9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben +vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva. + +3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella +di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito +ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per +fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi +alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone +il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la +propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge +d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente +secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso +i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea +delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si +considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza +tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita +dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in +Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non +indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta +nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso, +nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito, +una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo +i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie; +ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si +sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito +come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar +male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il +simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati +sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se +non con estrema fatica. + +Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo +politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un +ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un +ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono +conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti +ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le +usurpazioni. + +Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali +d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni, +solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito +sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato +e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo; +gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi +oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in +due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile, +composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E +le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia: +il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della +rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle — +aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona +si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito +della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette +la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire +fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci +dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità, +che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono +ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in +corsetto»[130]. + +L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della +storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale, +giuridica. + +4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra +questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante +sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa, +patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la +loro funzione è più complessa. + + + + +CAPITOLO VI. + +Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo. + + +Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad +analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il +più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo +spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce +ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa +che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo +fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi: +perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso +all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici +danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande +del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_. + +1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista +della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano +animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè +del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava +riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti, +che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa +il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione +comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau +ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che +i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e +specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano +muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi, +ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui +quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131]. + +È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro +concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni. +Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_ +non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da +_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione +è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre +seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_, +ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi +l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza +con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_ +richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo +suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè +l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse, +meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di +produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo +a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133]. + +Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo +sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento +commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di +alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano +costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i +sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia +percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc., +accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra +le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi +concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato +di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo +indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione +attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione +scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa, +determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza, +se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini +o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come +sensazioni. + +Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo +a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del +ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle +cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa +mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_, +solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa +di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile +del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile +si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali, +ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile +può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa +scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto +non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie +associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di +coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile +uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto +di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse +essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso +meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo +essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi +associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e +attribuirono questa a quello, come a sua causa. + +È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento +volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli +strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono +i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un +uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento +vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia +l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si +fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini +e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano +non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo +perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave +formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o +anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come +un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una +balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più? +perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che +attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo +adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà +dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana +in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio +che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la +scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in +laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni +in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse +formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è +in ragione inversa della ricchezza di mezzi. + +Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la +serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento +di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione +immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con +tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre +uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo +mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in +quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge +per la legge del minimo sforzo. + +Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che +muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito +dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo, +senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o +di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce +sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse +si dovessero le loro vittorie. + +2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo +si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli +che io chiamo mistici. + +La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che +parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare +un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo +a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro +poltroneria[137]. + +All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione +degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da +loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano +dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere +menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione, +indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando +vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce +le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille +miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato +di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e +i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e +quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede +costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio, +l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude, +per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa +i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento +agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento. + +«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la +lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto +a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà +di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la +carta parli»[140]. + +Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico, +l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro +profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli +dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo +per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo +spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo +se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che +istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni +straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni +legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato +dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro. +Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo, +scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro, +applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa +discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il +Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo +libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro; +Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco) +(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua +madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._ +XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135) +_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e +nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria +popolare del genio[141]. + +E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano +mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni, +le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era +basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere +dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far +arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si +attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere. +E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna +per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega +così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria +di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose: +scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra +le cose, per elementi essenziali delle cose stesse. + +Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con +segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse +stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi +sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite +alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio, +come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono +cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti +ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa +scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole +borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le +parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che +hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta. + +Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte. +I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le +carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli, +fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per +preservativo dai mali le iniziali della formola: + + _In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_ + _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_ + +che sono appunto: + + I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P. +impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia +e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una +cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel +caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la +medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania +si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il +guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi +meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso +di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di +morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei +raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino? + +Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da +questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una +forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della +proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra +un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi +separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava +all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del +calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli +usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo: +vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura, +e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo +di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si +attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si +compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio +e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie +romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione +scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per +redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del +calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era +perciò un vero simbolo mistico. + +3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi, +specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e +sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è +uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda +comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili; +nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e +i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono, +se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può +misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per +esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...». +Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere +molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola. +Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini +gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa +parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris, +con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà +universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di +S. Giovanni. + +Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto +dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente, +non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali +che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente +non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione +centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si +è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo, +come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e +ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata, +e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina. + +Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della +preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione +degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio) +ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In +arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto +prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà +tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e +facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione +inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata +pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella +a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste +con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione +di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si +accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa +trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto +associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole, +nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che +fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non +essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148]. + +Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata +potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come +ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si +attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche +detto magico. + +4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che +acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per +un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva, +unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore +logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare: +ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o +ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello +Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano +che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere +alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto, +giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno +essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge +del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni +stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per +lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento +delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino +vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta +parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore +che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i +rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi +più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile. + +Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica +si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un +giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia, +sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione, +che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle +regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al +pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del +popolo[149]. + +5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel +campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno +stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno +grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa +a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o +l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo +Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione +corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo +di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono +notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi +entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi, +perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande +chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono +dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o +di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni +l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e +nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo +evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al +simbolo. + +6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi, +l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini +che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci +informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri +dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad +esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere +che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in +guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i +Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan, +i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21) +troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro +Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era +portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo +che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca, +per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti +raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una +mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade, +imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con +l’esilio. + +Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di +una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno +nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha +ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il +divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità +e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio, +della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna +delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la +Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione +di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano +lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli +nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure +di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di +mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto, +e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di +Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente +la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini, +distruggevano il loro Dio. + +Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo +sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou +sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano +cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser +frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi +hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati, +trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le +donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento +rupie. + +Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria +dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha +visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola +da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente, +senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno +sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti +alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine +vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce +che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di +timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza +indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto +a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento +presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma +non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi +che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e +dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe +rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di +richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni +non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè +l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta. + +Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da +Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre, +ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il +culto delle immagini. + +7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e +diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno, +diventa troppo complessa. + +Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero +simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della +massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare. + +Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la +guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore +si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre +navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia +reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla +sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi, +inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona +viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la +bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare +la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande +onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di +Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia +le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne +fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi +frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni +società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il +suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione +manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è +cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di +metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche, +delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere +ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc., +ecc. + +Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che +la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia +poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia +che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in +ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico. + +Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che +cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del +Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di +solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis, +e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la +presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era +l’originale![153] + +Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai +più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di +animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un +semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una +schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi +Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che +loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare +che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono +accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno +al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni +tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò +dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni +schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono +tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a +distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di +guerra[155]. + +A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla +complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento +dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e +con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono +fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di +una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una +emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli +in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di +difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero, +quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi +ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti +sociali[156]. + +Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio +diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole +tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione, +comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di +interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che +dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di +coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una +idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo +sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione; +e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per +centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa +la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine +può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si +associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione +dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono +più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per +tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una +emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti +usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo +materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i +sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un +aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che +sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico +realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio +può, liberamente. + +Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte +tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere; +per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda +le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di +questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti +politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati +e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_ +simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia +francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava. +Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta +un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto +numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona +al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e +complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito +della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo. +Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli +entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano +proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri +che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece +un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per +molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria +fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte +le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa +cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica +si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che +quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o +a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di +una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo +dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì +la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non +calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel +pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o +l’altro rappresentavano. + +Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una +emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che +talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è +delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli +occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei +tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si +spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti +alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a +prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe +la cosa più sacra di tutta la terra! + +L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella +storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una +forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità +immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto +alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi +e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania +descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello +stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità; +resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema +tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo +come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per +trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in +cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di +quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale; +il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di +sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui +esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può +sostituirla con sufficiente utilità. + +Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il +capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione +di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel +bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare +delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana: +del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù, +che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò +allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono +che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della +fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla +imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il +Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare +all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando +l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli +assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone, +immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente +la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più +a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente +alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa +del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai +più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli +individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e +parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando +una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di +sviluppo psichico. + +8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici +segni in oggetto di venerazione. + +Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono +di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo +queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente +necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li +tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli +mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico +ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose. +In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc., +non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo +prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello +Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero +significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero +che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando +quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli +più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore +della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è +un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non +sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso; +nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo +del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue +sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera +nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei +Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti +in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale +fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse +la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali +cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il +segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere +gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal +suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per +questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali +e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti +le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla +questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o +con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la +sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi +il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra +Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle +preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria +la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286 +eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla +regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559 +l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni. + +Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione +al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la +pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque +sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati +di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di +manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_ +per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di +coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè +nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando +si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo +avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli +saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera +al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento, +se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di +oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui +il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti +bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo +il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il +morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante; +basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a +poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione +mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa +e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più +nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi +il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni +per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè +ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli, +come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo +caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che +chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli +Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare. + +Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità +religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo +servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico +usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente +conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando +un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste +abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita +e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento, +unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire +specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche +stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono +gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio +si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica +è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni +individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli +di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata; +quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai. + +9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo +ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto +di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in +generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante +la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una +certa serie d’idee e di sentimenti. + +È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato +e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle +società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei +regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione, +fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che +si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi, +ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il +_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può +dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e +sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente +gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare +questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del +regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non +si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente +logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade +dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli +ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro, +del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla +lettera delle disposizioni regolamentari. + +Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare +intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi +particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: +bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più +frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a +cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, +i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione. +All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, +per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato. +Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo +caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande +amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi +affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo +stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli +pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più +rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor +numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di +tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è +assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo +a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la +mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti +di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale +applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni +sentimento di più alto dovere. + +Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui +il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia +possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera +di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado +di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico. + +10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga +le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli +nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare +alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in +onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza +non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra +loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite +subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile +ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro: +e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione +di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione +coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste +perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e +la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di +venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi. +Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più +realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli +civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle +origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche, +allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti +religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è +che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose, +e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la +civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e +quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo +normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la +religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e +per ciò anche estremamente conservatrice. + +Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero +ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra +e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso +assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da +concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato +dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati +infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo +loro al disotto. + + + + +CAPITOLO VII. + +Atavismo e patologia del simbolo. + + +1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e +incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare +le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva. +Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli +ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in +certi individui e in certe classi sociali. + +2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura, +ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere. +Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura, +come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così +genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito +di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre +del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra +un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa +pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo +figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e +sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali +come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide +rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero +dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia +con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui +rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In +un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che +ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale. + +Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali +di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso +nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o +figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così +un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò +l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta +contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con +un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso +dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona +reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro, +2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del +linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo +amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna, +vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo +della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un +tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in +cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione). + +Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a +sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri +speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò +la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità +dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più, +siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed +idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo +e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui +esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che +serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è +spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo +con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono +e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera +conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un +gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio +così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per +assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui +condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non +tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in +sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito, +si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e +agro poi) e una sigla V T = vendetta. + +Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è +l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il +pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è +che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti, +essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il +tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente +e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura. +L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno +di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente +sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato. + +3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il +simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto +primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che +hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs +francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso +e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la +celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda +radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il +capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla +risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la +corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i +due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di +documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea +del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena, +che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era +immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata +suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta +campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti. + +Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che +è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è +la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il +nuovo. + +«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra, +l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni: +— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere +dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle +maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar +superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli +inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte +la società, già riunita. + +Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi +il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di +anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo. +Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato +fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo. + +Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società +riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la +Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente +della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro +compagno. + +_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama? + +_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane? + +(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del +neofita sono noti). + +_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e +chiamatelo. + +_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è +oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società. + +_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso? + +Nessuno risponde per tre volle. + +_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso? + +_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società. + +_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa? + +_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa. + +_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la +Società. + +_Capo._ — Copritevi. + +_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta +la Società. + +_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate? + +_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello +core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata +per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che +facevo prima. + +_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato? +Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei +picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno. + +_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società. + +_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo +passare ad una votazione? + +All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale +primitivo. + +_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto. +Desiderate altro? + +_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio +da sinistra a destra. + +_Capo._ — Fate i vostri doveri. + +Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri +cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte. + +_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son +forse più bello degli altri? + +_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una +da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete +specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice). + +_Capo._ — Desiderate altro? + +_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per +pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti. + +_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti +sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º +Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire +pure i camorristi e fare le commissioni loro. + +Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti +simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio +e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di +solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in +denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole, +per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158]. + +A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti +più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee +hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è +evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere +a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e +doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea +dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di +entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi. +Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di +società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità +dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta +in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto, +si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si +sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o +almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più +potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati +di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come +novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono +nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri +di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più +fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che +tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non +potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti +esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento +dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e +la loro espressione. + +4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza +tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale +a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di +segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde +un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i +pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non +si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano +segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e +queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio +di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente +lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle +autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli +grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a +cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti +le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi +punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi +sempre le sole consonanti. + +Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo +che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito +da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli +diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una +specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati +ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del +Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte +contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle +guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde +in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori, +tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la +lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al +manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro +i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che +egli si fece precipitandosi dall’alto. + +Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che +è l’espressione grafica di questa canzonetta: + + Un veleno ho preparato. + Due pugnali tengo in seno: + Questo viver disgraziato + Finirà una volta almeno? + T’amerò sino alla tomba + E anche morto t’amerò. + La campana lamentosa + Sonerà la morte mia; + Ed allor tu udrai curiosa + Quella funebre armonia. + T’amerò ecc. ecc. + Una lunga e mesta croce + Nella via vedrai passar; + Ed un prete sulla forca + _Miserere_ recitar. + T’amerò ecc. ecc. + +Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così +della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa; +i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_ +sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa; +l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è +rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate +in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete) +della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_ +sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel +simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio. + +Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente +la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici, +facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle +condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se +questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle +nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione +d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere +l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si +poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui +negozi giuridici. + +5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è +importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra, +riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con +una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia, +che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce +sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei +processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per +il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo +non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione +delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una +conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in +cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce +il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come +molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo +esagerata. + +Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di +riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna +che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato. +Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che +un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio +dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per +dir così tutto l’amore. + +In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le +mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in +gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza +del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne +osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes, +y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau +confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non +lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du +tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté; +c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite, +une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux +mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous +cela». + +Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così +oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri +alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle +signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali +a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati +dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili; +esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro +passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un +ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare +l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della +donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi +alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva: +«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero, +e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime: +la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti +da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi». + +In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del +corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo +non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con +occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani, +e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di +ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era +ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un +brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli, +delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano +nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e +alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici +ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza +non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano». + +Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in +alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è +ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico; +in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li +lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui +solo sono ormai suscettibili di essere eccitati. + +Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del +fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a +ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte +con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che +riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali +di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il +particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in +questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma +in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni +della patologia mentale si illuminano a vicenda. + + + + +PARTE II: + +APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE. + + + + +CAPITOLO UNICO. + +Il simbolismo nel diritto moderno. + + +Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo, +non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai +traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti +della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici +e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto +raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta +gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che +di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi +trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era +di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto +rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano +numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di +considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima +parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo +con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che +un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa +confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e +sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che +tormenta forse più che non benefichi. + +Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace, +fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini +spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a +speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso +sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella +gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere +che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo +comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei +giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse +il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una +giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata? +Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche +dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione +professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una +giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè +essa sia una giustizia inferiore. + +Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più +astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali +con cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del +sentimento di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè +prendiamo ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori +concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che +permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori. +Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col +mantenimento di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza +impedimento le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni +vengono disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento +altruistico di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle +soddisfazioni, ma anche delle idee di quelle condizioni che in un +caso sono conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò +evidente che la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace +di questo sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente +grande. Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno +semplici piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli +animali gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature +umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, non +solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche quel +complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di tali +sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi +molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è incapace di +fare»[160]. + +Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più +facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni +generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga +esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi +e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel +ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a +cui provvedono: altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche +appartenenti per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo +e che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione che +si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi +mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro +natura, non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di +una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non +rispecchiano che parzialmente la disposizione generale, e che si +presentano sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale +si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando +il principio generale, perchè contengono elementi parziali di fatto +che mutano più o meno profondamente i termini della questione e +quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa dalla +disposizione generale. + +Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi +numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni +della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle +cioè come _il segno approssimativo ed imperfetto_ della volontà +del legislatore, sulla cui guida decidere, integrandole nei casi +particolari con il proprio sentimento di giustizia: giacchè per +divisioni e suddivisioni in cui si biforchi la regola generale, +si presenteranno sempre dei casi in cui il giudice, per esser +giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle norme già stabilite +all’autorità della propria coscienza, interrogando il suo sentimento +di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani +tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere +integrato da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e +che non era se non l’espressione di quel sentimento di giustizia +che si ribellava contro l’applicazione di regole generali a casi +particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto naturale, +scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema che doveva +gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle sinchè non +erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto nasceva +dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto perfetto e +dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»[161]. + +Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una +troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana +già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre +al minimo il numero delle associazioni mentali necessarie ad un +dato lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di +ogni considerazione di giustizia. Le disposizioni della legge, che +come dicemmo, non dovrebbero essere che il segno approssimativo e +imperfetto della volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice +dovrebbe spingersi per arrivare con le forze proprie alla giustizia, +diventano la giustizia stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è +il dovere del magistrato. Per giudicare con giustizia il magistrato +dovrebbe dar libero corso, a ogni caso che gli si presenta, al suo +sentimento naturale di giustizia, cioè a quell’associazione di idee +e di sentimenti, di cui vedemmo poco fa la complessità: dovrebbe +confrontare il responso della sua coscienza con le applicazioni usuali +e più frequenti del principio generale della legge; e ove discordino, +cercare le ragioni del disaccordo e penetrando nello spirito del +principio, associando l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e +le differenze del caso presente, modificarne l’applicazione a seconda +del proprio sentimento di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai +faticoso, complicato e per di più diverso per ogni caso singolo: +molto più semplice è applicare le disposizioni generali cavandone +le conseguenze logiche, senza altre considerazioni e associazioni +concomitanti di idee o di sentimenti, perchè in tal caso non v’è da +seguire che una catena più o meno lunga di ragionamenti. Per un poco +che la mente continui in questo esercizio, l’arresto ideo-emotivo si +produce rapidamente; il pensiero si avvezza a considerare soltanto i +puri rapporti tra il caso speciale e il principio generale, per trovar +modo di applicare questo, senza che le associazioni collaterali di +altre idee si formino; il sentimento alto e complesso della giustizia +si riduce a un sentimento di soddisfazione per l’applicazione logica +intera e compiuta del principio generale quando possa farsi, escludendo +da questa la rappresentazione del torto fatto alla vittima e l’idea +delle ragioni per le quali è stato arrecato questo torto. Le sentenze +più ingiuste e nello stesso tempo più giuridiche, sono create con +questo sistema, per cui la lettera della legge, che non dovrebbe essere +che un _segno approssimativo_, diventa la giustizia stessa, cioè un +simbolo mistico. + +Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze su +casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di +danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore +non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che si +potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria +giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato +potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel +valore della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es., +se A pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità +di merce e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal +non adempiuto contratto, questo genere di merce, per un accidente +qualunque, decupla il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto +a pagare a B, come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per +la ragione che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla: +è questo un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè +non applicandolo si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il +principio generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa. +Una Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da +questa, entro un dato termine, una provvista di _poutrelles_ in ferro: +la Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si +era con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle +_poutrelles_, deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite +allora alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda +di poter provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le +450 lire di penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si +oppone, sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per +questo sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un +danno che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata +dalla Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale +stabilita, ed essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale +eventualità di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con +giustizia, sostenendo che la «legge non esige che siano preveduti o che +si possano prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in +caso di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un +pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed +accidentali verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle +che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze +immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava quindi +ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza del +2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, sostenendo +che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, e che +il giudice non ha altra autorità che quella di decidere se in linea +di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha sancito +solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti o +prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al giudice +del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, per il +complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa sia stata +preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che in tal modo +si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta italiana +ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia +di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un principio +generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti i principii +generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano pure questi +i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro il sentimento +di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e divenuto +abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale. + +Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie +idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali +gli esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che, +per quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno +talora conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a +liti interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha +fatto una deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati, +permettendo che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi, +forse per scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre, +impaurito della prodigalità del proprio figlio, lasci erede non +questo, ma i figli futuri di lui, e metta così al sicuro il patrimonio +familiare: supponete ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto +il suo, domandi che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri +gli siano passati gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo +senso d’equità la domanda si debba accogliere? Per colpevole che +sia un uomo nella sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame +accanto ai tesori che aspettano i suoi figli di là da venire, quando +detraendo una piccola parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle +estreme strettezze: eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed +esaminata alla luce della patria legislazione, la soluzione non fu così +semplice come a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta, +ma non in nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze +non offuscate da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così +chiaro, almeno in questo caso, il suo responso: bensì, filando una +serie di ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con +sillogismi altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello +supposto innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza +4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo +che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono +passibili del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri. +Ma si dice: I figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono +possibili, non esistenti... Ma i figli nascituri sono un ente giuridico +creato dalla legge, e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli +nascituri, come persona giuridica, possono ricevere per testamento +o per donazione, debbono anche, quantunque non ancora nati, prestare +gli alimenti ai loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento, +come si vede, è in molte parti abbastanza strano, specialmente per +quella sua personificazione dei figli nascituri, che, quantunque non +ancora nati, hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori +futuri: ma, se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si +deve però credere che tutti siano della stessa opinione; uno dei più +insigni civilisti italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza +veementemente, come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri +non hanno personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci +nè di diritti nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è +loro riconosciuto per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano +accordare gli alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse +fatto un testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla +miseria, dovrebbe morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli +di là da venire senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto +dell’arresto ideo-emotivo professionale. + +Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando le +deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni +considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella +ricerca della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in +un caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti +fossero senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre +si alleasse a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che +si potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti +estremamente malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua +miseria. Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul +giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente di +giustizia impersonale. + +La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un +testamento fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto _dal +notaio_ innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura +sia fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che, +con sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo +genere, perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico +da esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua +presenza degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente +che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per +insufficiente menzione dell’adempimento di una formalità essenziale». +Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente +erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori, +finiscono letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni +altra idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del +testatore di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è +dubbio che il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima, +non sarebbe più semplice interrogare il notaio e non distruggere per +un _lapsus calami_ un atto, che socialmente ha una certa importanza, +quale è un testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale. +Così recentemente innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva +la causa di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che +già era stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico +Ministero aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi +di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come +risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta, +ed era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta +fraudolenta a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più +legalmente esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere +dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri, +che non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero +riscontrati fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar +luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e non +già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non tenuta +dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento, +cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, scrive +l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è niente da dire, +perchè non poteva avere diversa soluzione: però, non è sufficientemente +strana una legge che permette l’assoluzione di un imputato, _solo +perchè era stato condannato altra volta per un reato più grave_?[162]. + +Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si +approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone +che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto +sono assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta +anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo +esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto +o dell’ingiusto. Così la legge considera _per pura finzione_ come +immobilizzate e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine +dell’opificio: ora, in una espropriazione per causa di pubblica +utilità fatta dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva, +prendendo alla lettera le parole della finzione, che gli si pagassero, +oltre il fabbricato, non il prezzo del trasporto delle macchine al +nuovo opificio e un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo +intero delle macchine: perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la +legge considera come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi +distrutto l’immobile, sono distrutte anche le macchine! La Corte di +Cassazione di Torino (Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola +argomentazione; ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta +in qualunque radunanza di gente intelligente, ma non specialista in +fatto di giurisprudenza, non sarebbe stata seppellita subito sotto una +omerica risata? + +E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda, +avesse applicato a questo caso quel processo mentale che applica +a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del +sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla +richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo +è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine, +sembra mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia +per decidere le cause, e la letterale applicazione della legge è +divenuta consuetudine organica del pensiero, quando un querelante +presenta una domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito +sentimento di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica, +dovrebbe ammettere, il magistrato deve, per dargli torto, cercare e +ricercare qualche sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che +vuol salvaguardare la giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e +rivoltolarsi come un ladro per il labirinto dei cavilli; mentre il +birbante che con una sottigliezza tenta di rovinare un nemico, può +dire a fronte alta che egli domanda solo l’applicazione della legge +nei modi soliti. Un curioso esempio ce lo dà la Francia. In Francia, +al principio della insequestrabilità della rendita non erano state +poste eccezioni, come in Italia, da nessuna legge: e per questo la +giurisprudenza negò nei primi tempi ai creditori del fallito il diritto +di rivalersi sulle iscrizioni di rendita del fallito. La massima +era socialmente pericolosissima, perchè i falliti che investivano +in rendita pubblica il loro attivo, potevano frodare interamente i +creditori: ma la magistratura che non ebbe il coraggio di affrontare +il problema e completare la legge, ricorse invece a uno strano +ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del 19 giugno 1857, sancì +la massima che la rendita era intangibile; ma che... i sindaci del +fallimento potevano, essendo considerati quali _mandatari_ del fallito, +alienarla[163]. Mai esercizio di acrobatismo logico fu più rischioso e +stravagante di questo, che, per salvare la giustizia, deve travestire +un curatore di fallimento in mandatario del fallito. + +Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la cosa +nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un complesso di +formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la eguaglianza +nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir sorprese, +tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che abbia mancato +di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le formalità da +eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa sola e +terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: _tutte le +cause si vincono con la procedura_. Non importa aver torto o ragione, +anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere +l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica di +osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di nullità, +per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, diventa +un’imboscata. + +Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo +ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel +loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo +facili soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data +una tale importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco +una esagerazione che può condurre a conseguenze mostruose. Che un +cancelliere si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola +sacramentale «_In nome_ ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo +negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale dal +pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente +distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale, +ansie, incertezze dolorose. + +Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il cuore +di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte tutte le +ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui dipendono +spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può regalarsi una +orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più raffinata che le +crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati sui corpi +dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge umana e una umana +interpretazione stabilisse un certo numero di formalità essenziali, +che la parte negligente fosse invitata più volte a osservare prima di +punirla con l’estrema sanzione, la perdita del processo, e rendendola +più sollecita nelle prime negligenze con una multa. Che male ci +sarebbe, se una parte non osserva un termine, a infliggerle per +la prima volta solo una multa e a continuare il processo? Che male +sarebbe, se si dimentica nella redazione della sentenza la formola +iniziale «In nome, ecc.», di riportarla al cancelliere e far riparare +alla omissione? E non si dica che le garanzie scemerebbero e tutto +piomberebbe nel disordine; perchè disordine più immenso di quello +attuale io non so immaginare, se per una involontaria dimenticanza, si +può perdere il diritto a vedersi data giustizia. + +Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di +diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche +strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità +sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo +darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa +conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la +scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella +che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e +pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono +essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il +diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando +è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata? +E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati +interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile, +nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in +tutte le sue parti, regolare e fisiologica. + +Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione +del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella +straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli +mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi +e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva +nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi +ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo +continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima +più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in +ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto +romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo +cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi +tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli +elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto, +continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose +che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la +società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se +non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti. + +E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano +trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo, +ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi +e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome +l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e +siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali +bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di +arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più +forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto +romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza; +rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione +cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa +non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una +religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più +ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito +di quella fede. + +E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si +ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa +qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo +comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta +verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati, +il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente +una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero, +se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale, +far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza +costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice +che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade +tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire +e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze +dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da +essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i +processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non +fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati +ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come +di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza +giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi +tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari +applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui +soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica, +ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli +stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente, +dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale +la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si +saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da +trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo +dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i +magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della +scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno +una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere +dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo +abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro +riparo hanno trovato il loro massimo tormento. + +Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione, +ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità +descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi +del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non +omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo +rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa +ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_). + +Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare +in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire +della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione +dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono +generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti +ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone +oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_, +appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della +loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di +magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra +persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a +diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati +favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè +il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel +prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le +riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione +o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono +incaricati di amministrare la giustizia. + +Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a +condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da +Mefistofele a Faust: + + Es erben sich Gesetz’ und Rechte + Wie eine ew’ge Krankheit fort; + Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte, + Und rueken sacht von Ort zu Ort. + Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage; + Weh dir dass da ein Enkel bist! + Von Rechte, das mit uns geboren ist, + Von dem ist leider! nie die Frage. + + + + +INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE + +CITATI NELL’OPERA + + + Alongi, _Pag._ 112 + _Arch. di psich. e scienze penali_, 113 + Ardigò, 68, 86, 133 + Ascoli, 40 + Bancroft, 33 + Bastian, 38, 49 + Beaumanoir, 26 + Beaunis, 8, 12 + Bertillon, 33, 34, 35, 87 + _Bibbia_, 27, 33, 92 + Binet, 9, 10, 11, 91 + _Bollett. della Società Geografica_, 23 + Bopp, 44 + Bouche, 11, 36, 37, 48, 101 + Bourget, 72 + Bukle, 37, 82 + Buonamici, 64 + Carle, 15 + Carlyle, 46 + _Chronicon cassinense_, 27 + Colini, 23 + Confucio, 34 + _Cout. du Nivernais_, 29 + Cox, 46 + De Sarlo, 3 + _Digest of hindu law_, 23 + Diodoro Siculo, 25 + Donnat, 25 + Dowling, 37 + Draper, 95 + Ducange, 23, 39, 75 + Dugmore, 61 + Earle, 59 + Eisenhart, 45 + Ellis, 67 + Erodoto, 48 + Espinas, 4, 12 + Feré, 9 + Ferrero, 24 + Floquet, 80 + Galland, 39 + Garlanda, 1, 40 + Garrik Mallery, 73 + Gianturco, 56 + Goethe, 46, 133 + Gregorio di Tours, 19, 37 + Grimm, 26, 45 + Guyau, 84, 85, 87 + Hartmann, 3, 84 + Houard, 22, 57 + Howitt, 23 + Kemble, 5 + Krafft-Ebing, 11, 72 + Krapotkine, 98 + _Jih-King_, 34 + Joinville, 38, 66 + Joly, 40 + _Journal asiatique_, 34 + _Journal du Palais_, 129 + Lanoye (De), 35 + Lefèvre, 48, 89 + _Leges Wallicae_, 39 + Lenormant, 40, 44 + Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60 + Lewes, 47 + _Lex Wisig._, 45 + _Lombardia_, 127 + Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113 + Loria, 55, 93 + Macpherson, 22 + Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122 + Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89, + 91, 93 + Massenat, 40 + Maudsley, 12 + Mayer, 55 + Meichelbeck, 66 + Michelet, 38, 97 + Modigliani, 38 + Moerenhout, 59 + Mommsen, 53 + Monstrelet, 80 + Montaigne, 115 + Morgan, 27 + Morselli, 113 + Mouske, 27 + Muirhead, 54, 64 + Müller (Friedrich), 73 + Müller (Max), 46 + Neugart, 66 + Niblack, 87 + Offner, 14 + Ottolenghi, 12 + _Pandette_, 23, 26, 132 + Pausania, 47 + Post, 23, 26 + Presles (R. de), 97 + Ratzel, 60 + Reclus, 24, 25 + Remusat, 34 + _Revue philosophique_, 8, 11 + _Revue politique et littéraire_, 87 + _Revue scientifique_, 24, 42 + Reymond, 70 + Ribot, 2, 42 + Ricci, 125 + Richet, 3, 12 + Ried, 66 + Romanes, 40 + Rotari, 29 + Rousseau, 115 + Salvioli, 22, 91 + Schliemann, 29 + _Société nouvelle_, 98 + Sohn, 20 + Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94, + 98, 120 + Steinthal, 41 + Stendhal, 9 + Strabone, 25 + Taine, 19 + Tanzi, 89 + Trezza, 46 + Tylor, 48, 72 + Valdata, 127 + Vignoli, 44 + Wace, 38 + Walch, 66 + Wenk, 66 + Wundt, 14 + + + + +INDICE + + + _Dedica_ _Pag._ V + _Prefazione_ » VII + + _Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia + mentale » 1 + + PARTE I. + + Fisio-psicologia del simbolo. + + CAPITOLO + I. — Simboli di prova » 17 + II. — Simboli descrittivi » 32 + III. — Simboli di sopravvivenza » 52 + IV. — Simboli di riduzione » 70 + V. — Simboli emotivi » 77 + VI. — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo + ed ideo-emotivo » 83 + VII. — Atavismo e patologia del simbolo » 107 + + PARTE II. + + Applicazioni psico-sociologiche. + + CAPITOLO UNICO. — Il simbolo nel diritto moderno » 119 + + Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera » 135 + + + + +NOTE: + + +[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890. + +[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884, +lib. III, cap. X. + +[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale +évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX. + +[4] SPENCER, op. cit. + +[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889. + +[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884. + +[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista +dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo +_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des +Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è +importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in +patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892. + +[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878. + +[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap. +VII; parte IV, cap. VII. + +[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit. + +[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P. +IV, cap. IV; P. V, cap. XVI. + +[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia +nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne +servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea +straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io +ne tento, in questo lavoro, una nuova. + +[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351. + +[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme +provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885. + +[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di +STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa +rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella +psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più +innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per +la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo. + +[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887. + +[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883. + +[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885. + +[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme +dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING, +_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887. + +[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla +credulità_. — Torino, 1889. + +[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_. + +[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti +portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello +studio: _Le somnambulisme provoqué_. + +[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri +processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali +di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur +experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND +SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi +(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di +ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione +mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando +infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente, +ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del +cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo +tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati +una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due +eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero +a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito +rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di +comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG, +op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_, +Marburg, 1892). + +[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a +vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti +i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che +contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica. + +[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in +proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal +prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace +fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti +scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma +senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del +Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di +immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio +delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di +Darwin, che non delle intelligenze rudimentali. + +[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse +in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari +poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze +della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia, +da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica +coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti +e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore +fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire +de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi +ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un +contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici +aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi +popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che +la maggior parte dei loro confratelli in umanità. + +[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER, +_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après +l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser +capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare +i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo +inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso +solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua +memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo +primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate, +lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che +l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente +il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori +dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con +così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un +tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità +di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo +a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo +portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non +ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia? +Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella +sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche +cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono +aspettare. + +[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890. + +[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. — +Calcutta, 1842. + +[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III. + +[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101. + +[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415. + +[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488. + +[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des +Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto +del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di +famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891. + +[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini. + +[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue +scientifique_, 30 luglio 1892. + +[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885. + +[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris, +1888. + +[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240. + +[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU, +_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE, +_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST, +_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, +1890. + +[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155. + +[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII. + +[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6. + +[46] _Il libro di Ruth_, III, 9. + +[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81. + +[48] _Chron. Cassin._, II, 39. + +[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883. + +[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann, +chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti +delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del +signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886. + +[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV. + +[52] ROTARI, cap. 224. + +[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134. + +[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_. + +[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut +clam_. + +[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866. + +[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883. + +[58] BANCROFT, _The native races_, etc. + +[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884. + +[60] _Numeri_, XV, 37, 38. + +[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc. + +[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65. + +[63] BERTILLON, op. cit. + +[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868. + +[65] _Giosuè_, IV, 6-7. + +[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41. + +[67] BOUCHE, op. cit. + +[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia +della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club +o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a +casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o +una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro +missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi +hanno tra le mani. + +[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione +è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. +III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei +simboli, supponendone già nota al lettore la genesi. + +[70] BOUCHE, op. cit. + +[71] GREG. TURON, VII, 3. + +[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero: +ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo, +conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era +uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale +della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione +della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo +gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante +molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse +leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_, +vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the +Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli +scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro +che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano +scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi; +la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia +resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero +inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca +non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia, +una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è +vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo +certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in +cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la +comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia, +quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in +der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi +indipendenti_, Roma, 1893). + +[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les +symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892. + +[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che +significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12). + +[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340. + +[76] Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute +le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le +popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi +MASSENAT, _Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif_, 1869. — +JOLY, _L’homme avant les métaux_, Paris, 1879). Io credo che il disegno +preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu +impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto +tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc. +Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica, +che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo +caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè +nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare; +nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali +figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un +estraneo la propria idea. + +[77] GARLANDA, _La filosofia delle parole_, Roma, 1890. — MARZOLO, +_Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici_, +Venezia, 1857. — ASCOLI, _Del nesso ario-semitico_, Milano, 1864. — +LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans +l’ancien monde_, Paris, 1872. + +[78] ROMANES, _L’évolution mentale chez l’homme_. — Paris, 1891. + +[79] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. I. — Paris, 1878, pag. +489. + +[80] MARZOLO, _Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole_, +vol. I, Padova, 1847. — F. STEINTHAL, _Die Mande-Neger Sprachen, +psichologisch und phonetisch betrachtet_, Berlin, 1867. + +[81] Il RIBOT, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (_Une +enquête sur les variétés des concepts_, in _Revue scientifique_, 3 +settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella +coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola +astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi +risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la +parola _legge_ richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine +ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola +pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava _nulla_. +Il RIBOT osserva giustamente che questo _niente_ deve essere qualche +cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo, +ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non +si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno +sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente, +in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il RIBOT, al +tipo visuale tipografico o al tipo uditivo. + +[82] LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans +le monde ancien_. — Paris, 1872, vol. I, cap. I. + +[83] BOPP, _Glossarium sanscritum_, Berolini, 1847. — MARZOLO, +_Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_, Padova, 1847, +vol. I. — VIGNOLI, _Mito e Scienza_, Milano (_Bibl. scient. intern._). + +[84] GRIMM, _Poesie im Recht, passim_. — EISENHART, _Grundsätze des +Deutschen Rechts in Spruchwörtern_, Leipzig, 1822. — _Lex Wisig._, I, +8. + +[85] GOETHE (_Maximen und reflexionen_) e CARLYLE (_Sartor Resartus_) +notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi +naturale di esprimersi. G. TREZZA, poi (_Studi critici_, Verona +1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle +concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono +le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto +perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una +vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento +mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo +consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra +le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento +stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una +coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè, +come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da +quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il MAX +MÜLLER, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta +metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia +del linguaggio (_diseased language_), intuì bene, senza però spiegarla, +la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva +dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di MAX MÜLLER, COX, _The mithology of +arian nations_. — London, 1870. + +[86] PAUSANIA, _Att._, I, 23. + +[87] HEROD., VII, 225. + +[88] BOUCHE, op. cit. + +[89] LEFÈVRE, _La religion_. — Paris, 1892. + +[90] TYLOR, _Civilisation primitive_. — Paris, 1884. + +[91] BASTIAN, _Der Mensch in der Geschichte_, vol. I, p. 265. — +Leipzig, 1860. + +[92] MARZOLO, _Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri +alfabetici_, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto +d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo +pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle +lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni. + +[93] SUMNER MAINE, op. cit. + +[94] Vedi in SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III, pag. 139 e seg., +le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli +primitivi. In latino _emere_ non significava originariamente, come +notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere, +acquistare (ved. in FESTO, voc. _redemptores_). Quanto alla proprietà +fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi +e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo MAYER, +_Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer_. (I, 361) l’ebraico +non ha parola per esprimere _proprietà fondiaria_: e secondo Mommsen +«l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al +possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e +del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza. +«Solo la forza — scrive lo SPENCER — sotto una forma o sotto un’altra +è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro +diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza +di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...». +(_Principes de sociologie_, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi +anche in LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II, la +lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria. +Ricorderemo qui che _praedium_ e _praedari_ hanno comune etimologia, +che _hortus_ e _haeredium_ derivano da una radice _ghar_ che in +sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso +i Romani il _signum justi dominii_. + +[95] SPENCER, _Les bases de la morale évol._, Paris, 1887, pag. 99. +«Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola +politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce +di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei +mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la +soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese». + +[96] GIANTURCO, _Istituzioni di Diritto civile italiano_. — Firenze, +1887, pag. 107. + +[97] HOUARD, _Anc. lois françaises_, I, 378. + +[98] _Fraser’s Journey_, II, pag. 372. + +[99] MOERENHOUT, _Voyage aux îles du Grand-Océan_, II, pag. 68. + +[100] EARLE, _Residence in New Zealand_, pag. 244. + +[101] LETOURNEAU, _L’évol. du mar._, etc. — Paris, 1888. + +[102] In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio +per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (LETOURNEAU, +_La sociologie, etc._, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo +al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra +gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — RATZEL, _Le razze umane_, +Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la +forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si +riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno +promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato, +se prendesse una moglie per niente». + +[103] DUGMORE, _Kafir Laws and customs_, pag. 37. + +[104] Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è +troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo +titolo. + +[105] BUONAMICI, _Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano_, +Pisa, 1868. — MUIRHEAD, _Storia del Diritto romano_, Milano, 1888. + +[106] Vedi a questo proposito le belle osservazioni del SUMNER MAINE, +_Etudes_, etc. + +[107] «In loco iuxta fluvium pheterac» (MEICHELBECK, _Hist. frising._, +n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd» +(RIED, _Cod. dipl. Ratisb._, n. 10, an. 794). + +[108] «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (NEUGART, +_Cod. dipl. Alleman._, N. 1030, an. 1282). + +[109] «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (VEGELIN, II, +221, an. 1391). + +[110] «Beim Born zu Pfungstatt» (WENK, _Hess. Gesch._, I, 82). + +[111] «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche» +(WALCH, _Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht_, III, 257). + +[112] JOINVILLE, _Hist. de S.-Louis_, 1668, pag. 12 e 13. + +[113] SPENCER, _Princ. de sociol._, III, p. 665. + +[114] ELLIS, _Polynesian Researches_, tom. I, pag. 202, 203. + +[115] ARDIGÒ, _Relatività della logica umana_, nel III volume delle +_Opere filosofiche_. — Padova, 1885. + +[116] REYMOND, _Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico +sulla visione_. — Torino, 1891. + +[117] SPENCER, _I primi principii_. — Milano, 1888. + +[118] BOURGET, _Nouveaux essais de psychologie contemporaine_. + +[119] LOMBROSO, _L’uomo di genio_. — Torino, 1888. + +[120] KRAFFT-EBING, _Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1889. + +[121] TYLOR, _Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit_, trad. +ted., pag. 25. + +[122] GARRICK MALLERY, _Sign-Language among the North-American Indians_ +(_First annual Report of the Bureau of Ethnology._ — Whashington, +1881). + +[123] _Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die +Erde-Linguisticher Theil_, von dr. FRIEDRICH MÜLLER, Vien, 1867. — +MARZOLO, _Monum. stor._, ecc., vol. I. + +[124] SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III. — Paris, 1883. + +[125] DUCANGE, _Investitura_, III, 1531. + +[126] Vedi in SPENCER (_Princ. de sociol._, vol. III, chap. II, Paris, +1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze. + +[127] Op. cit. + +[128] _Chroniques_ de MONSTRELET, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435. + +[129] FLOQUET, _Histoire du Parlem. de Normandie_, vol. I, pag. 250-256. + +[130] BUKLE, _Histoire de la civilisation en Angleterre_, vol. III, +pag. 294. — Paris, 1887. + +[131] Vedi riguardo a questa polemica lo SPENCER. _Principes de +sociologie_, vol. I, Paris, 1878, ed il GUYAU, _L’irreligion de +l’avenir_, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887. + +[132] SPENCER, _Principes de psychologie_, vol. I, pag. 302. — Paris, +1874. + +[133] HARTMANN, _Die Philosophie_, etc., nel capitolo: _L’inconscio +nell’intelligenza_. + +[134] GUYAU, _L’irréligion de l’avenir_. — Paris, 1887. + +[135] ID., _id._ + +[136] Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre +via rapida, esclamò: _E dire che è il sole che la fa muovere_ (ARDIGÒ, +_La formazione naturale nel fatto del sistema solare_, Padova, +1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e +il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni +si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite +nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche +in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime +e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli +Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua +massa è composta di ben altra stoffa di individui. + +[137] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1833. + +[138] _Revue politique et littéraire._ — Paris, 1888. + +[139] NIBLACK, _The coast indians of soutern Alaska and northern +british Columbia_. — Washington, 1890. + +[140] MARZOLO, _Saggio sui segni_, pag. 37. — Pisa, 1866. + +[141] La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta +una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli +uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai +vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un +gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere +superiore. + +[142] _Saggio sui segni._ + +[143] LEFÈVRE, _La religion_, pag. 538. — Paris, 1892. + +[144] TANZI, _I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria +e medicina legale_, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890. + +[145] MARZOLO, _Saggio_, ecc. + +[146] SALVIOLI, op. cit. + +[147] BINET, _Etudes de psychologie expérimentale_. — Paris, 1888. + +[148] _Genesi_, XXVII. + +[149] Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che +(_Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II) sostiene sì, +essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle +condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età +in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti +gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui +non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia. +Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva +abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla, +si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano +alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che +differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche +le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona +nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona +nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo +o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il _post +hoc ergo propter hoc_, eresia immensa nella logica ideale, è una vera +legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor +oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il +saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo +inferiore: MARZOLO, _Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo +e degli effetti loro_, Milano, 1862). La logica è una funzione del +cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il +variare dell’organo. + +[150] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III. + +[151] SPENCER, _Istituzioni ecclesiastiche_. — Città di Castello, 1886. + +[152] DRAPER, _Histoire du développement intellectuel et moral de +l’Europe_. — Paris, 1868-69, vol. II. + +[153] MICHELET, _Les symboles_, etc. + +[154] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III. + +[155] ID., _id._ + +[156] Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri +di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la +più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del +principe KRAPOTKINE: _L’appui mutuel chez les sauvages_, nella _Société +nouvelle_, gennaio 1893. + +[157] BOUCHE, op. cit. + +[158] ALONGI, _La camorra_, Torino, 1890. + +[159] _Arch. di psichiatria e scienze penali_, 1880, fasc. II. Vedi +questo intaglio riprodotto nell’_Uomo di genio_, tav. VII. + +[160] SPENCER, _La giustizia_. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49. + +[161] SUMNER MAINE, _Ancient Law_, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da +Spencer). + +[162] Giornale _La Lombardia_, 15 marzo 1893. + +[163] _Journal du Palais_, t. LXXVII, pag. 824. + +[164] In un lavoro che avrà forse per titolo: _La formazione +naturale della giustizia_; l’espressione dell’Ardigò _formazione +naturale_ parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra +_evoluzione_ dello Spencer. + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76877 *** diff --git a/76877-h/76877-h.htm b/76877-h/76877-h.htm new file mode 100644 index 0000000..9d39e75 --- /dev/null +++ b/76877-h/76877-h.htm @@ -0,0 +1,6570 @@ +<!DOCTYPE html> +<html lang="it"> +<head> + <meta charset="UTF-8"> + <meta name="viewport" content="width=device-width, initial-scale=1"> + <title>I simboli | Project Gutenberg</title> + <link rel="icon" href="images/cover.jpg" type="image/x-cover"> + <style> +body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} + +p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} +p.indr {text-align: right; 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M. Il Re d’Italia</span> +</p> + +<p class="pad1 x-small"> +TORINO Via Carlo Alberto, 3<br> +ROMA Corso, 216<br> +FIRENZE Via Cerretani, 8 +</p> + +<p class="pad1 x-small"> +DEPOSITI<br> +PALERMO MESSINA CATANIA<br> +—<br> +1893. +</p> +</div> + +<div class="verso"> +<hr class="mid"> +<p> +PROPRIETÀ LETTERARIA +</p> + +<p> +Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero. +</p> +<hr class="mid"> +</div> + +<div class="somm"> +<hr> +<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> +<hr> +</div> + +<div class="dedica"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> +</p> + +<p> +A MIO PADRE +</p> + +<p> +E +</p> + +<p> +A MIA MADRE +</p> +</div> +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> +</p> + +<h2 id="prefazione">PREFAZIONE</h2> +</div> + +<p> +Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria +attraverso un’immensa regione inesplorata della +storia dell’uomo. Ma l’autore in questa corsa affrettata +ha tanto goduto il piacere dell’indagine e delle sue +varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti +intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, +di tornare un giorno nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo +più minutamente in lungo ed in largo. Un numero +immenso di questioni si connettono con una teoria +compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, +della religione, della scrittura, del diritto, +della leggenda, dell’arte; tutti i mezzi insomma con cui +l’uomo ha cercato di comunicare agli altri uomini le +proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le trasformazioni +coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di +questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti +sono in questa opera appena accennati, ma che la +scienza ha finora quasi interamente negletti. +</p> + +<p> +Non li ha però così interamente negletti che all’autore +sia mancato in questo studio un suggestionatore +potente, che eccitasse l’ideazione ne’ momenti in cui +la difficoltà da sormontare era più alta, che eccitasse +il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano +perdere tutta quella verità, che è sentita così +intensamente, quando l’idea balena la prima volta alla +mente. Il padre intellettuale di questo libro fu l’opuscolo +di Paolo Marzolo, intitolato <i>Saggio sui segni</i>: +perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto +<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> +d’onore il nome ignorato del più grande pensatore italiano +e forse anche europeo di questo secolo, le cui opere +ciclopiche, piene di avvenire, ancora attendono l’ora +della giustizia. +</p> + +<p> +Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo +sarà scevro d’applicazioni umane. Si sono molto +studiate le miserie morali dell’uomo, tutti i traviamenti +cioè delle passioni, dell’amore, dell’odio, della vanità, +della cupidigia; ma si sono poco studiate le sue miserie +intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade +per i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le +vie dell’umanità sono state sino ad oggi bagnate di +tanto sangue e di tante lagrime. Eppure se si pensa +che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato +riti ferocissimi, che per una questione di statue e di +quadri il sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, +che anche oggi da un momento all’altro l’Europa +potrebbe ardere tutta nelle fiamme di una guerra +provocata da qualche metafora infelice o da qualche +frase barocca scambiata per un assioma di alta politica: +quando si pensa a tutto ciò, chi non vede che +forse all’uomo, più che il fermento delle cattive passioni, +furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni +della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? +L’indagine dei fenomeni del simbolismo indica +alcune tra le non meno importanti di queste debolezze; +mostra come con la civiltà diminuisca, invece che crescere, +la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti +della vita sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi +che leniscano una delle più tormentose infelicità del +mondo moderno. +</p> + +<p class="indr"> +G. F. +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p> + +<h2 id="intro">INTRODUZIONE +<span class="smaller">La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.</span></h2> +</div> + +<p> +1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è +questo un caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, +muscolare e mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno +dei fenomeni più caratteristici della psicologia umana. +</p> + +<p> +Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il +lavoro, anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice <i>ássab</i> +significa lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare, +soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica +e patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo‍<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>. Il francese +<i>travail</i> trova in italiano il suo fratello gemello <i>travaglio</i> con significato +di dolore; come l’italiano <i>lavoro</i> ha per padre il latino <i>labor</i> +che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi fa che +Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento +ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. +Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe +quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che +quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale +a dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva +ribellare per la sua debolezza‍<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. Le sole forme di lavoro sono +pel maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: +perchè alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, +cioè quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i +<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> +piaceri della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva +il più forte cacciatore e guerriero‍<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. +</p> + +<p> +Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, +di imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche +umana, da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. +Ma quanto non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, +il servaggio, la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a +questo pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. +«La più gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a +lavorare dalla necessità»‍<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Intere classi sfuggono, a costo di gravi +pericoli, alla ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: +il piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano +mai in tutte le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni +più recenti dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire +nei casi patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità +del lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, +perchè alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare. +</p> + +<p> +Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla +civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche +nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è +la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot, +volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le +immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente, +mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un +dato lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la +potenza dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei +selvaggi: ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai +grande. «L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non +duraturo, che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè +lo sforzo finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... +Molto piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, +e rarissimi quelli che professano lo <i>stantem oportet mori</i>»‍<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. È +<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> +del resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre +parziale e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento +alle cose del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma +uscito dall’ufficio o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto +a mille cose e a mille fatti senza badarci: e la parola che in +italiano e specialmente in toscano indica il riposo dopo un lavoro +intenso, cioè «<i>svagarsi</i>» esprime bene, anche col suono, che il riposo +consiste appunto nel rilassamento di questa tensione che è durata troppo +a lungo. Anzi l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal +volgo che, come notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli +uomini, nei quali appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, +cioè i pensatori, che assorbiti da una idea, fanno mille cose, +senza badare a ciò che li circonda‍<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>. +</p> + +<p> +L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo +mentale e più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle +idee, alle immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un +piccolo numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione +volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più +numerose, sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente +si formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni +che noi riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso +nei fenomeni del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto‍<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. +Il marinaio esplora con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce +la tempesta o il bel tempo futuri; lo <i>sportmann</i> conosce la psiche +del cavallo, meglio talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè +l’uno nè l’altro abbiamo nei fatti studi metodici di meteorologia o di +psicologia generale. Nei proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta +e riassunta in aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che +la scienza dimostra solo con faticose indagini; così noi troviamo già +espressa quella legge della maggior longevità della donna, che solo +<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> +da poco tempo la statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti +di numerose tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di +attenzione volontaria e quindi di riflessione regolare, hanno saputo +utilizzare assai bene certi fenomeni della natura, senza una nozione +di fisica o di chimica. «La teoria meccanica del <i>boomerang</i>, scrive +l’Espinas‍<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, questo strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, +verso colui che lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri +dotti. Furono necessari lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi +chimici di cui l’uomo si serve da tanti secoli per preparare +i metalli, il vitto, il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e +Darwin ha preso agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della +selezione. La pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque +adattata alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». +Così non è vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose +siano tutte immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni +vi è pure laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la +scienza a scoperte notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, +ribelli ai trattamenti della scienza, guarire con rimedi da comari. +</p> + +<p> +Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo volontario +non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio che +a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una tempesta: +quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice associazione: +egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato fenomeno, +perchè l’idea di questo si è in lui associata con la sensazione di dati +altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come si è stabilita +questa associazione nel suo cervello o nel cervello di quelli che lo +ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge psichica che la +coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza è determinata +dalla frequenza con cui essi si sono seguiti nell’esperienza, accadrà +che a poco a poco, di tutti i fenomeni che precedono una tempesta +avranno una maggior tendenza ad associarsi con l’idea della tempesta +quelli che sono costanti e si producono sempre, a preferenza di +quelli che sono accidentali ad un caso‍<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>. Nessuno o piccolissimo +<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> +sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti: e il fatto che +i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano a questo tipo, +ci è una prova novella del suo orrore per la fatica mentale, della +sua tendenza a preferire quei processi che costano meno fatica, di +questa che io chiamo <i>legge del minimo sforzo</i>. Tutte le cognizioni dei +selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente istruita, ecc., +sono state acquistate con questa forma di ragionamento incosciente. +</p> + +<p> +Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo +sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica. +Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi +scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più complessa, +il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a crearle, +proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non pensa tanto; +e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato precedentemente +e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo sociale +non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo ad +un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed idee, +che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera intera. +Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni sociali. +I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e per questo +non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro origine? In +Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato maggiore, e +comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria gli eunuchi +del re acquistarono una grande importanza politica; divennero +i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In Francia, +ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano servitori +della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In Inghilterra, +nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello +stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn +o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo +Scenco o Byrele o propriamente cantiniere‍<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Ciò dimostra che la +carica di ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il +re o capo si trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo +numerose le sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma +<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> +non era quello certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, +che, solo per il persistere delle condizioni che lo avevano +determinato, diventò poi definitivo. Le piccole modificazioni successive +trassero da quel primo abbozzo, tutta la struttura politica. +</p> + +<p> +Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse +il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi +sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il +primo brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che +un debole spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli +doni, per riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì +al capo l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, +di costringere i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: +ecco sorgere e modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e +le tasse di giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che +quella, che un funzionario pubblico debba esser pagato per le sue +funzioni: eppure a questa idea non si è giunti, che attraverso una +serie di idee più semplici, create una dopo l’altra durante un gran +numero di anni. Infatti in origine nessun funzionario era pagato; +ma essi cercavano di farsi dare dei regali in compenso dell’opera +loro: tali doni divennero obbligatori col tempo; da doni in natura +si convertirono in somme di denaro; poi divennero retribuzioni +fisse. In Russia e in Spagna i funzionari minori, che non sono pagati, +si fanno dare dei regali dalla gente che ricorre a loro: come +a Jummoo ogni suddito poteva farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli +una rupia. Tra gli Ebrei e nella Francia del Medio Evo i +giudici ricevevano dei doni, la cui obbligatorietà fu in Francia riconosciuta +da leggi: in seguito poi fu convertita in uno stipendio. Così +pure il <i>Damage cleer</i>, che era una gratificazione all’usciere, prima +volontaria, poi obbligatoria, divenne nel secolo XVIII in Inghilterra +uno stipendio fisso‍<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. +</p> + +<p> +Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi +evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di provvedere +con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli deve +<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> +faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero da +provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei popoli +civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e lavorare +anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio è +più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano +le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior +complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative +ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate +a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il +genio è un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso +a quelle grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più +delle volte una splendida violazione delle leggi naturali. +</p> + +<p> +Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo +per il lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione +nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza +robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto +debole il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto +sono separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. +Ora, le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte +degli uomini, in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente +si stancano e si esauriscono. +</p> + +<p> +2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente, +se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, +che senza la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto, +pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei +corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui +non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la +legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi +sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero‍<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>. +</p> + +<p> +Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le sensazioni, +ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito di movimento; +<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> +e il canale per cui queste onde di movimento e di vita gli +vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività che +ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le idee, +le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una +illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte +quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come, senza +gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si facciano +da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità. +</p> + +<p> +«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis‍<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>, in un dato momento è +costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di cui +solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente, perchè +noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno +che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare +i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia gialla +dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione indiretta. +Così accade spesso, in un processo psichico, composto in una serie di +atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli intermediari +ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri fenomeni interni +si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è più importante, +queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che noi trascuriamo, +possono ancora agir su noi come eccitatori su altri centri +e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui noi abbiamo +coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che vengono dalle +sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la legge dell’associazione +(una sensazione può risvegliare una immagine o una idea +e questa mille altre, e così via), lo stato della mente sia una inerzia +assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in cui tale abolizione +è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il Beaunis‍<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>, a un +soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre la risposta è: — A +niente. — È dunque un <i>vero stato di inerzia</i> o di riposo intellettuale, +che del resto si accorda assai bene con l’aspetto fisico dell’ipnotizzato; +il corpo è immobile, la faccia impassibile ed ha una espressione +<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> +di riposo e di tranquillità come di rado si vede anche nel sonno +ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri d’ogni genere, perchè +i soggetti che si ricordano così bene, quando sono ipnotizzati, di ciò +che è accaduto loro nel sonno antecedente, non si ricordano nulla di +un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro fatta alcuna suggestione». +</p> + +<p> +Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire, +come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete relativa +cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione. +La forma più elementare del fenomeno è quella della <i>dinamogenia</i>, +della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione +molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento +molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento +e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo. +Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente +luminoso, l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle +immagini, dei sentimenti, dei pensieri?‍<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. Oggi, dopo le esperienze +del Feré e del Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. +Il Feré infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare +aumentava: «una eccitazione forte, egli scrive‍<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, sia della vista, +sia dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali +una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile +secondo l’intensità dell’eccitazione». +</p> + +<p> +Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo +rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet, trasportando +l’osservazione in un campo più propriamente psichico, trovò +che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se li ricordavano, +dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene; ma se +si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche frammento +diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente ribelli +<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> +a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano docili, se +si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il Binet potè riavvivare +in altri soggetti antiche suggestioni che, per il tempo, andavano +indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo la sensazione agire +proprio come agirebbe una sostanza chimica, per es., uno dei così +detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio può esistere +che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche nelle combinazioni +chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che, scuotendo +l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del +pensiero?‍<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. +</p> + +<p> +La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema +dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio dell’inerzia. +Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne: +una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora +col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si +pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a +poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento +in cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente. +Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano +un certo tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo +anche essi come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando +hanno consumata la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in +moto, si fermano per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente +attive. Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza +non è perduto per sempre per la coscienza, e può rivivere, come una +sostanza chimica, che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una +forza fisica la rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa +funzione che esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, +il calore, la pressione, l’esercita nel processo di associazione, +per cui gli stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè +ogni associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, +a cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> +</p> + +<p> +Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno risvegli +e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la causa ne +è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati sopratutto +dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi non possiamo +risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la vista dei +luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole imagine, +talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non sentiamo +più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo +un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso +di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione +dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi +gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti quelli +del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono maltrattati, +perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco, aveva +fatto loro dei torti‍<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>: vale a dire i sentimenti di avversione non si +associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma con la +sensazione del colore della pelle. +</p> + +<p> +I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano +nella lontananza, come aveva osservato il proverbio: <i>lontano dagli +occhi, lontano dal cuore</i>, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare, +risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco +l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si conservano +ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata come +cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la sensazione +visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto, che la +sola idea è impotente a eccitare‍<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. Questo rapporto tra la sensazione +e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni ipnotici +semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del resto +tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche mutare la +personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi sentimenti +e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche rapporto +<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> +con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli un pettine +tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una spada, diventa +generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro, si crede impiegato; +portando tutti questi oggetti contemporaneamente, conserva +tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si tolgono +gli oggetti‍<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>, vale a dire che la sensazione di quel dato oggetto ha +potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza, idee e sentimenti +che gli sono associati; e quella abolita, anche gli stati di coscienza +spariscono. +</p> + +<p> +Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e +le espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono, +se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine dell’emozione. +«Esprimete, scrive il Maudsley‍<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>, con la fisonomia una +emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e l’emozione +espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile provare +altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è stampata sul +volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie, giuocando +a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per azzuffarsi sul +serio‍<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>; nè si può dire che almeno per questo rispetto gli uomini +siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno è messo stupendamente +in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si chiama <i>suggestione +per attitudine</i> e che fu scoperta dal Braid. «Se si pone, scrive +il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine della preghiera, gli +si suggerisce, senza dire una parola, l’idea della preghiera e si provocano +allucinazioni ed atti in rapporto con quella idea. Esiste dunque +una associazione stretta tra un movimento, anche comunicato, e i +pensieri e i sentimenti di cui quel movimento è espressione». Così +accade di tutte le altre emozioni, la collera, l’orgoglio, l’amore, la +gioia. In questi casi è la sensazione muscolare, nascente dalla contrazione +dei muscoli, che entrano in giuoco a produrre quella espressione, +<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> +che, associata a quegli stati di coscienza che costituiscono la +emozione, la fa rivivere. +</p> + +<p> +Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato +da una sensazione, che le fu associata. +</p> + +<p> +Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate +per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando +per un luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione +ci ritorna alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano +quando avemmo una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando +con le dita il nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero +che avevamo nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; +vedendo un libro si riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee +che vi leggemmo, ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come +quello d’un sentimento che risorge è sempre una sensazione, per +quanto questo così semplice rapporto possa essere in realtà mascherato +dalla complicazione con cui le idee e i sentimenti suscitati da +una sensazione, e spesso da una sensazione appena avvertita, se ne +associano altri. «Lo svolgimento mnemonico, scrive il Marzolo‍<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> comincia +dall’essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla +stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva o ideologica già +altra volta contemporanea, o immediatamente continua». +</p> + +<p> +Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo +un sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; +ciò significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande +intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro +energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una +qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o +a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una +corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le +primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di +ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di movimento, +per ritornare attivo come era prima‍<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>. Anche insomma il +<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> +cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non +riceve dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale +legge di inerzia. +</p> + +<p> +Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione psichica, +ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo visto +che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di comunicazione +con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta; ma scrive il +Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la menoma parola +pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia succeda l’attività e una +attività che può essere anche più grande che allo stato normale. In +altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno psichico a fenomeni +d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste nel fondo della +psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti, che sono stati di +coscienza esauriti, in riposo; basta che una sensazione penetri in quel +fondo e quasi direi in quel deposito, perchè comunicando il suo movimento +molecolare ad altre regioni del cervello, risusciti a nuova +vita quegli stati di coscienza che furono più spesso in associazione +con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce con foglie senza +colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del sole. +</p> + +<p> +Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande +psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua +non del pensiero essere una sensazione attuale‍<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> +</p> + +<p> +3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia +mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo, di +questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante traccie +di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione può già +essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che fu data +finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione, della politica +primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo, e stiano a +significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo ha avuto e +ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a cui giunge per +l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni, la sua attività, che +ha persino distrutte istituzioni credendo di conservarle‍<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>: immaginarsi +se era possibile, che ai primordi specialmente del suo sviluppo +mentale, inventasse una specie di crittografia speciale per il diritto o +la religione, quando non possedeva che pochi segni e appena sufficienti +ai bisogni più elementari della vita sociale‍<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>. +</p> + +<p> +Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una +serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno elementare: +Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione +di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi +della vita. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span></p> + +<h2 id="parte1">PARTE I. +<span class="smaller">FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.</span></h2> +</div> + +<h3 id="cap1"><span class="smcap">Capitolo I.</span> +<span class="smaller">Simboli di prova.</span></h3> + +<p> +1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della +vita giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto, +una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi +o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non +siano abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle +parti interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a cui +talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità (autenticazione, +trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto tempo +con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di mettere +in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci sembra +che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito umano +e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale idea +è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee minori. +Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la scrittura, +come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà, +ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più, +strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come +una negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone +una complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai +sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a garantire +la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di conservarli: +cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse stesse +che il prodotto d’idee assai complesse. +</p> + +<p> +Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si conoscesse +la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e +siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli +<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> +dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova più +semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a compiere +sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli +giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento +scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per +cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza +scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli +cui il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così +semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e +sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi +dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi. +</p> + +<p> +Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere +una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, +che ci conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto +più volte un certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo +tanto l’idea dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di +uno degli atti che servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a +cui riuscirà. Così noi se in campagna di lontano vediamo un uomo +immobile col fucile in mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo +subito che si tratta d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente +per compiere qualsiasi atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, +un matrimonio, è necessario compiere una serie d’atti, che +conducano allo scopo finale; così per avere come proprio un figlio +d’altri bisogna nutrirlo, vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per +tenersi come propria una donna, condurla nella casa, ecc.: e nello +stesso modo l’idea di quegli atti si associa all’idea dello scopo, in +modo che, vedendoli eseguire, tutti ne inducono quale è lo scopo a +cui mira colui che li compie. +</p> + +<p> +Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo compimento +di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo o +quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova. Questa +sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli, estremamente +inferiori, come gli Australiani e in generale le società della +Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo giuridico. Ma +quando la società cresce, quando la compra e vendita fatta tra due +<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> +individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio, possono passare +inavvertite a una grande quantità di persone, sorge una difficoltà: +come garantirsi contro la possibile mala fede delle parti con cui si +debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura il compratore, +che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la cosa venduta +come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può asserire che +è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il suo padre +fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o l’adottante, +che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi non fugga, +dopo aver ricevuto i regali? +</p> + +<p> +Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè +far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode e +l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli civili‍<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. +Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che +costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che bisogna +compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo, +e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne +scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto +risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era associato +abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come +oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento, +redatto dal notaio. +</p> + +<p> +Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa +teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in +molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del negozio +<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> +giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro carattere +primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i caratteri +della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi per diventare +sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi giuridici +non si sottraggono alla legge comune. +</p> + +<p> +2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in +seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo scambio. +Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che lo scambio +di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno proporzionato. +Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente, con una cosa +futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due cose future e +lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico: suppone +cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per poter +rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire; e i sentimenti +in generale giunti a un grado di notevole astrazione, per poter +godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da preporla ad +un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente e non gode +che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e futuro non +esistono quasi per lui‍<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>. Il Sohm notò infatti che nell’antico diritto +<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> +tedesco nessun contratto si faceva per solo consenso, ma che +era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si deve però intendere +che nel diritto tedesco il contratto consensuale fosse deliberatamente +escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la possibilità, +non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato +l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in anticipazione +ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel presente +le ricchezze future. +</p> + +<p> +Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna +della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e +della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora +l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata +una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare +indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto della +consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore; +quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni +supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa. +Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando +che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella +la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di +averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto +conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti +sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i +contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che +ora è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore +gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non +l’ha rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un +documento scritto. È insomma una forma primitiva di prova. +</p> + +<p> +Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta +importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla +proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava +la presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, +per la trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza +dei due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni +con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al +compratore (un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (<i>sala, traditio</i>) +<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> +e l’uscita del tradente dal fondo (<i>exire</i>)‍<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. Tra i Khonds, chi vende +la sua terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio; +poi dà al compratore una manciata di terra del campo‍<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. +Nell’antica Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore +del signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata +di terra, e la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in +tal modo il possesso reale, effettivo, materiale del feudo‍<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. +</p> + +<p> +Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così +solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore +fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare +dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun +documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto +cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto puramente +verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra +sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La consegna +invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo godimento +della proprietà. +</p> + +<p> +3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: +si faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta‍<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>, in certi altri +i cardini‍<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso della +proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna; certo +in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa, facendovi +entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a mano a +mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della trasmissione +della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare la cerimonia, +sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello di +toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che ha +oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita. +Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i testimoni +potevano attestarlo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> +</p> + +<p> +4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, +la toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi +dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva +una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di +un altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si +cercò di garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale, +l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere all’uscita +della sposa dalla casa in unione con il marito, dei testimoni, +che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si associava +l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della legittimità +delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di stato +civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale, già un +po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia detta +<i>panigraha</i> o unione delle mani, nella quale «pronunciata la formola, +la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è irrevocabile +al settimo passo‍<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>»; probabile abbreviazione dell’uscita +della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni. +</p> + +<p> +Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori +quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste +nel menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela +fatta trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta +tale cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo +di fatto‍<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle +sono fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati +da un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano +i capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo +ove siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; +e la fa sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai +capelli di lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce +la fanciulla ai suoi genitori‍<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> +</p> + +<p> +5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato, +perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta +la paternità‍<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>, e l’uomo primitivo crede di poter trovare più sicuramente +il suo sangue nei figli della propria sorella, che in quelli +della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando per +un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio rappresenta +nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi, era +naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di aver +generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel poco +di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più difficile; +e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i frutti bisogna +pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli atti e +l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno diritto +considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della +paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli +primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono luogo, +quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di una +dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la puerpera +e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal +marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo‍<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>; e al +Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono +dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare +cucina. +</p> + +<p> +Più difficile a spiegarsi è la <i>couvade</i>. È noto come in molti paesi +appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata +dal marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le +cure da parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero +e gli Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si +mette a letto per sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, +dopo la nascita del bambino, il padre resta qualche giorno nell’<i>hamac</i> +nudo a ricevere le congratulazioni degli amici e le cure delle donne +del vicinato, mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini +<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> +dell’America del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato +di cure e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual +costume fu ritrovato tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) +ci narra che le donne degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli +Sciti, abbandonano il loro letto, appena partorito, al marito, che +esse curano. E Diodoro (V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo +il parto della moglie, faceva la commedia di esser malato per qualche +tempo. Pare che nelle provincie baltiche della Russia il costume +si sia conservato allo stato di sopravvivenza senza significato, e secondo +il Donnat sarebbe ancora in uso nell’isoletta di Marken nel +Zuydersée‍<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. +</p> + +<p> +Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre cerimonie +equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte agli +Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della paternità, +fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser +nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto? +Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia +la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i +selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche +il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per +lui, perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo +che in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce +il figlio vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende +della nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche +di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè +grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al +pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è +propria dell’uomo primitivo‍<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>: ciò dato, è anche probabile che +a poco a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di +quegli atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello +la cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui, +fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di simulare +quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione +<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> +di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri +della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato. Sarebbe +insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per <i>commedia</i>. +Da quel germe la pantomima della <i>couvade</i> si sarebbe svolta poi +nelle forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi. +</p> + +<p> +6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli +stadi primordiali della civiltà che nei successivi‍<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>. Ora quando un +uomo vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo +vesta, lo nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: +quindi anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi +a quella di un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere +nelle sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare +questo come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione, +sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando +con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che +quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che +nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata +fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui +esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es., +vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con +la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva +calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici‍<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. +</p> + +<p> +Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la legittimazione +per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi +la troviamo nei costumi del Beauvoisis‍<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> e nel diritto tedesco che +chiamava questi figli <i>mantelkinder</i> o figli del mantello‍<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>; e un poeta +fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo uso +con i versi: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Li Duc ki les enfans ama</p> +<p class="i01">Gunnor adoncques espousa,</p> +<p class="i01">E li fi ki jà furent grant,</p> +<p class="i01">Furent entre autres deux en estant</p> +<p class="i01">Par dessus le mantiel la mère</p> +<p class="i01">Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.</p> +</div></div> + +<p> +Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca +la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, +la prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il +lembo della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità +hai la ragion del riscatto su me»‍<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. +</p> + +<p> +Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di +protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso +cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che gli +viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto con +la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è spesso +una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che presso +alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero sui +prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di far +riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della popolazione‍<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. +</p> + +<p> +7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una porta +robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un atto +naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un potente, +era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea della +soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono associando, +e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un imperatore, anche +se la chiave era puramente fittizia e non proprio quella della città, +per risvegliare l’idea della padronanza in chi la riceveva, della soggezione +in chi la consegnava. Così il principe di Capua inviò all’imperatore +di Costantinopoli le chiavi d’oro della città per riconoscere +la supremazia dell’impero sul principato‍<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. E come è noto, l’omaggio +<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> +delle chiavi era una delle forme più usate nel cerimoniale politico +del Medio Evo. +</p> + +<p> +Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna +dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare +di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni +da non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo +d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni pacifiche. +Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk; +tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e +gli Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. +L’atto può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in +schiavitù; perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, +un vinto in guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente +schiavo rompe — in presenza del suo futuro padrone — una +lancia‍<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. +</p> + +<p> +Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere +come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra l’uomo +libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no, la liberazione +di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle armi, +che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè, perchè +altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi le +sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo dei +pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far consegnare +dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni: +quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere +lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi l’emancipazione +per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso presso i +Longobardi ed altri popoli germanici. +</p> + +<p> +Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo +era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più: +anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case +di cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi‍<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>, quello d’aprirgli +<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> +la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia inglese +di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte della +casa‍<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> e forse anche quella cerimonia longobarda‍<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> per la quale +chi vuol fare <i>fulfree</i>, cioè interamente libero, il servo, lo consegna +nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo dà ad +un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e gli +dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie del +mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del +quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea. +</p> + +<p> +8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni +familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova. +E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio +Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato giuridico, +perchè solo può prendere importanza quando la vita giuridica +sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del domicilio cominciò +a sorgere e a entrare come coefficiente nelle formalità giuridiche, +il domicilio non essendo ancora stabilito con atti complessi +come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici appositi), fu provato +indirettamente, con formalità più semplici e grossolane, quali le +troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi voleva cambiar domicilio, spegneva +il fuoco alla presenza di persone pubbliche, nel luogo che lasciava, +e andava ad accenderlo nella nuova abitazione‍<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. +</p> + +<p> +9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente, +pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere. +</p> + +<p> +Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello. Ma +re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore ai +tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa, ordina +il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli muova +guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di stringere +da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga sette giorni +senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo sette giorni l’assediato +<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> +consente a sottomettersi e a rendere le armi, che egli rimanga +sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato avviso ai suoi parenti +ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso impotente, si rivolga all’ealdormann +e se l’ealdormann non lo aiuta, al re, prima di battersi‍<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>.» +</p> + +<p> +Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una +specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli è +disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in altra +maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di intimazione. +Ma che forma prende questa intimazione? La forma della minaccia: +si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli vedere +che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo con la +forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata e violenta, a +quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse passare per quello +stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non trasforma le istituzioni +e i costumi se non per minime modificazioni. +</p> + +<p> +Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può +svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente +le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati abbandonati, +quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza materiale, +a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire come minaccia +legale, come forma di citazione, dietro a cui, non più il duello, +ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi quell’idea a quell’atto, +non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo; e solo col tempo +gli sarebbero state sostituite le più semplici forme di citazioni usate +da noi. +</p> + +<p> +Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni +simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia di +un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa‍<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. Tale formalità +si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente nella +Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era +scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: <i>Je denonce le +nouvel oeuvre</i>: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure +in Germania, sino nel secolo XVII. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> +</p> + +<p> +In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova +dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva che +essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo +l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di minacciare +al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non dava +ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel caso +precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre. Stabilitosi +saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione, quell’atto che +prima era una minaccia di violenze materiali, prese il significato di un +avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al giudice, perchè a tale +ufficio serviva benissimo e non si sentiva il bisogno di sostituirvi altre +forme. +</p> + +<p> +10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non +contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti scritti, +le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta e più primitiva +e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche nude e aride dei +tempi nostri, questi simboli fanno una singolare impressione, quasi di +semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri che coloro che praticarono +quegli atti non ci sentirono entro poesia più che non ne sentiamo +noi nelle nostre formalità. Quei simboli sono caratterizzati dalla +minor complessità di associazioni mentali necessarie per intenderli, in +confronto alle formalità nostre, e sono perciò spiegati dalla legge del +minimo sforzo, dalla tendenza cioè dell’uomo a risolvere le difficoltà +che incontra sulla via della civiltà con i modi che costano minor fatica +mentale prendendo le soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè +per i cresciuti bisogni non siano divenute del tutto inadeguate allo +scopo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span></p> + +<h3 id="cap2"><span class="smcap">Capitolo II.</span> +<span class="smaller">Simboli descrittivi.</span></h3> +</div> + +<p> +1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra anche +in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla tendenza ad +applicare sempre quei processi mentali, che costano la minore fatica, +anche se a scapito della chiarezza e della rapidità. Il problema da risolvere, +uno dei più difficili a cui l’uomo si sia trovato dinanzi, era +questo: costituire determinate associazioni tra certe idee e la sensazione +visiva di certi oggetti o figure o segni, in modo che questa potesse +ricondurre quelle alla mente o di chi aveva pensata l’idea o di +terze persone a cui non si potesse comunicarla con la parola; ora appunto, +innanzi alla complessità crescente delle idee da fissare e da comunicare, +l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle forme di associazione +più semplici, anche se per altri rispetti gliene dovevano venire +gravissimi guai. +</p> + +<p> +Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di una +sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo contemporanee +o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al ritornare +di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire perfettamente +da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio una tacca +sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una associazione +tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo che la sensazione +mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io, scrive il Marzolo‍<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>, +avendo dimenticato il filo del mio discorso od una qualunque mia intenzione, +<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> +ripassando pel luogo dove ero allora che avevo quella intenzione, +al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che avevo: +quel dato oggetto ha agito su di me come segno». +</p> + +<p> +Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che +non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è +basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i +commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di +legno per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più +grosso per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per +calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso +un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una +pietruzza di color differente per i giorni di riposo‍<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>. La parola <i>calcolo</i> +viene dal latino <i>calcul</i> = pietruzza. Tra i Chichimequi, i guerrieri +facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che uccidevano +per ricordarne il numero‍<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>. Sino a poco tempo fa, in Abissinia, la +capigliatura degli uomini serviva anche di registro, per le imprese di +guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a portare una treccia‍<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>. +Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie annodate pendenti dal <i>taléd</i> +di cui si coprono per pregare, non erano in origine che artifici mnemonici +per ricordarsi le parole della preghiera, come si vede dal discorso +che Dio tiene a Mosè‍<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>: «Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano +delle frangie agli angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano +striscie di color di giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi +del Signore». Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori +gettano, man mano che arringano, un oggetto ad ogni periodo del +discorso; per es. una scure, una collana, una clava, che, raccolti +fanno ricordare l’ordine e i concetti del discorso, ed equivalgono quindi +ai resoconti del nostro Parlamento‍<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>. Ho veduto una donna, che non +sapeva scrivere e che era stata costretta per un certo tempo a tenere il +conto della lavandaia; essa se ne era cavata benissimo, facendo in un +<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> +foglio un certo numero di segni, che corrispondevano alle diverse +specie di biancheria consegnate. +</p> + +<p> +Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma +possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, +o a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate +idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un mezzo +di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a chi la +porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano i +<i>khé-mou</i>, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano girare +per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che +ognuna doveva fornire per una spedizione‍<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. I Pelli-Rosse usano +collari mnemonici, detti <i>gaionne</i>, <i>garthoua</i> o <i>garsuenda</i>, che indicano +varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico Perù +si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun mezzo +di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i <i>quipos</i>, veri registri +di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero e la varia +forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico: tutta la complicata +amministrazione di un vasto impero, in cui lo Stato regolava ogni +cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era tenuta con quel mezzo, da +speciali dotti, pratici nella difficile arte del <i>quipos</i>; e rilievi statistici +sulla popolazione, catasti, liste di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, +tutto era registrato in quei libri di corda‍<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. Eguale sistema si +praticava nell’antica China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive +nell’appendice del <i>Yih-King</i>: «Nella più alta antichità si servivano di +cordicelle annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le +generazioni successive, l’uomo santo, <i>Fouh-hi</i>, le sostituì con la scrittura»‍<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. +E in tedesco <i>buch</i> significa libro e <i>buche</i> significa faggio, con +evidente analogia etimologica; <i>buchstaben</i> = lettere dell’alfabeto, significa +propriamente bastoncello (in scandinavo <i>bok-stafir</i> indica ancora +la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i progenitori +degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi di quegli +umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde tartare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> +</p> + +<p> +Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos +tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e segni +di proprietà sono pure le doppie croci o <i>svatica</i>, che i Lapponi imprimono +nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche +questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento; +e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia +dell’adottato un certo segno detto <i>kohong</i>, che rimane il documento +della compiuta adozione. +</p> + +<p> +A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, +i menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, +i gals, i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei +mucchi di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, +avanzati a noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte +erano tombe (probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano +anche a ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. +«Quando domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto +passare il Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che +voglion dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano +si sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e +perciò furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»‍<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. +Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre +(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre +Ra-Undecunde‍<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>. +</p> + +<p> +Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio +litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più regolarmente +disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata a ricordare +i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci (stele); +e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani (obelischi), +ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i Romani +(colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando +drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava a +un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era +sconosciuta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> +</p> + +<p> +Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero +credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre +portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o +una rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite: +onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare +nude colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse +sopra la sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe +emersa a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe +della colonna. +</p> + +<p> +2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli giuridici; +tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone, bandiera, ecc.), +che vediamo intervenire nei contratti e in generale negli affari giuridici, +sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo e sopratutto nelle +cerimonie delle investiture. +</p> + +<p> +Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui falsificazione +da parte di un estraneo può esser punita fino con la morte e +che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così quando si +manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un bastone il +messaggero‍<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>. Non è questo che un mezzo primitivo di comunicazione; +come noi abbiamo associata l’idea di una data persona, a quella +della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci si presenta +come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera sua, ci fidiamo, +così in quel popolo si associa l’idea di una data famiglia a quella del suo +bastone e la vista del bastone tra le mani dell’inviato è documento, +che inganno non c’è‍<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. Il processo associativo è lo stesso che nei +casi precedenti, solo che l’oggetto, invece di rappresentare un gruppo +d’idee, rappresenta un gruppo di persone. Il bastone è insomma una +forma più primitiva della lettera commendatizia o del sigillo particolare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> +</p> + +<p> +Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità‍<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>, +si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea +dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e sudditi, +quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey, quando il +re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna un bastone +reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque con sè‍<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>, certo +in prova della verità della missione ricevuta, e che quindi equivale +alle credenziali rilasciate dal re ai nostri ambasciatori presso le Corti +straniere. Così pure la consegna del distintivo dell’autorità varrà come +documento della cessione fatta dell’autorità stessa, di quella cessione +che oggi noi proveremmo con scritti; ecco perchè Gontrano, re dei +Franchi, tra cui il distintivo dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare +in favore del nipote Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: +Ecco il segno che io ti ho dato il mio regno‍<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>. E Alessandro +designò a suo successore Perdicca, consegnandogli al letto di morte +l’anello. +</p> + +<p> +Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo +nel Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno +altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione +della concessione fatta‍<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò +<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> +del reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito +dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un +antico poeta normanno, Roberto Wace: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Un gonfalon li envoya</p> +<p class="i01">Mont precious et cher et bel</p> +<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . .</p> +<p class="i01">A ces enseignes li manda</p> +<p class="i01">Et de par Dieu li otroïa</p> +<p class="i01">Que Angleterre conquersist</p> +<p class="i01">Et de Saint-Pierre le tensist.</p> +</div></div> + +<p> +E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei +regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc. +</p> + +<p> +In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di carattere +però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse +provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di +lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del +tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte, +l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi +non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera +circondante la casa‍<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. Era una forma rudimentale di ricevuta. Così +pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si recavano +sulla montagna (<i>mons placiti</i>) per prender parte al giudizio +delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere all’incoronamento +del re, portavano una zolla di terra dai loro possessi +e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto di partecipare +<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> +all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria‍<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>, quella +zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto a parteciparvi; +equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del Deputato +o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender parte alle sedute. +Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si usava +come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai testimoni‍<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>: +era certo quello un vero <i>quipos</i>, con cui il tenore del +contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed +eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio +Evo con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza +prova che si era legittimamente ricevuta l’eredità. +</p> + +<p> +3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la +scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente mnemonica, +dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda perfettamente +con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato quel +sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non è +mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un +poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire +bene tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui +si compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi +da tanto tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre +abbiamo chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente +per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna +analizzare tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare +quelli che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari +per una espressione chiara, e quali si possono tralasciare. +Questo lavoro invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici +di cui parlammo; l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di +quella tal forma di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, +con il corteggio di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno +avvertiti. Ora, anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro +di analisi sugli stati di coscienza molteplici che compongono +<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> +un’idea; perchè bisogna scegliere quelle che sono più importanti +alla espressione del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei +sistemi puramente mnemonici‍<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>. +</p> + +<p> +E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase +generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non +solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè +anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le +etimologie. Il semitico <i>ktab</i>, il greco γρᾴφω, il latino <i>scribo</i>, il sanscrito +<i>lik</i>, significano dipingere, incidere, scrivere; in arabo <i>raqan</i> += scrittura, in ebraico <i>raqan</i> = ornare con colori. Così pure in neozelandese +<i>tu</i> = battere, incidere, cavare, e <i>tui</i> = scrivere; <i>titite</i> in +malese = macchia; in tagetico = scrittura. L’inglese <i>write</i> = scrivere, +deriva da una radice teutonica <i>writ</i>, che significa tagliare <i>leggermente</i>, +marcare, incidere. I grammatici chinesi chiamano i primitivi caratteri +della scrittura <i>Siâng Kîng</i> o immagini‍<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. +</p> + +<p> +Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, +che lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la +maggior povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già +il Romanes osservò che gli animali pensano per imagini‍<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>: e per immagini +certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se +<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> +ne trova la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor +non molto civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel +linguaggio delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione +e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono +parole per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi +l’albero in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare +a ogni rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla +riviera in complesso. Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi +differenti per esprimere l’atto di lavare le differenti parti del corpo, +e non ne hanno nessuno per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla +cosa lavata».‍<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno +stato di coscienza che corrisponda all’idea di albero o di lavare +in sè, ma solo immagini che rappresentano loro ora quella specie +di alberi, ora quell’altra; ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel +lavarsi una data parte, ora quell’altro. Così pure noi troviamo spesso +l’azione espressa nelle lingue meno perfette dal suo strumento: così +in arabo <i>ied</i> = mano, potenza, autorità; in turco <i>ain</i> = occhio, spione, +guardiano; in sanscrito <i>muszca</i> = testicoli e virtù: cioè non si è ancora +formato uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione +in sè, ma ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che +più spesso la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi +dipinta da uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: +così in persiano <i>Iele</i> = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; +alle isole Marchesi, <i>uku</i> = abbassar la testa ed entrare in casa; nella +lingua dei Vai, <i>bóro dón</i> = scuoter le mani ed essere allegro; <i>bóro +dón fési koro</i> propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, +essere allegro di qualche cosa; <i>da ka</i> = sviare la bocca, non aver +nulla a fare con una cosa; in australiano, <i>tohu</i> = segno fatto col +dito della mano, idea, prova‍<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>. Cioè non esiste ancora uno stato +di coscienza corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, +ecc., ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che +<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> +si piega a pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo +la faccia, ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della <i>pictologia</i>. +</p> + +<p> +Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo +primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero +periodo della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare +il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui +tante idee non hanno più per base l’imagine‍<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. E connessa con il +periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta nomenclatura +giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la <i>manus</i> +che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella del marito +sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il pugno e +dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza altrui; la +<i>manus ecclesiae</i> del diritto medioevale; le espressioni di <i>mediae, inferioris, +infimae manus</i>, che pure nel diritto medioevale indicavano +la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico <i>Coutumier de +Normandie</i>, che proibisce al creditore di arrestare il debitore o sequestrare +le sue cose, se non <i>par la main à la justice du roi</i>. Nel +diritto tedesco troviamo invece il <i>Mund</i>, la bocca, che esprime l’autorità +maritale, paternale e politica, perchè la bocca dà i comandi; +onde vennero nel latino medioevale le parole <i>mundium, mundoaldus, +mundibardus</i>: e probabilmente nell’espressione della Legge Salica, +riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re <i>extra sermonem suum, +sermo</i> è la traduzione latina di <i>mund</i>, per cui l’esiliato era dichiarato +fuori della bocca, cioè dell’autorità reale. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> +</p> + +<p> +4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando +non si hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a +figura: alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, +che senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. +Ora, per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe +potuto cercare di perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di +rappresentare tutto, come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma +gli sarebbe stato necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: +per questo, obbedendo alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere +una via più piana, che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia +naturalmente, senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini +di altri oggetti, sia che abbiano con quello qualche somiglianza +esteriore (la così detta associazione per somiglianza: così un’acqua +che sprazza al sole lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno +specchio); sia che mentalmente vi vengano associati, perchè di solito +sono considerati come appartenenti alla stessa categoria (così è +facile un’associazione tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, +appunto perchè appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, +che nella nostra mente rappresenta una categoria ben distinta +fra gli altri). +</p> + +<p> +Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste naturali +associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile rappresentazione +richiamava l’imagine di altri, di più agevole disegno, +si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso determinassero +il vero significato della complessa rappresentazione. Così +nell’antica scrittura egiziana <i>sete</i> è espresso da un vitello che corre +e dal segno dell’acqua; <i>argento</i> dal crogiuolo (segno dell’oro) e da +una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento = oro bianco). +Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico figurativo all’ideogramma, +<i>cielo</i> è scritto con gli ideogrammi di <i>volta</i> e di <i>stella</i> +(= la volta delle stelle); <i>argento</i> con gli ideogrammi di <i>metallo</i> e +di <i>splendore</i> (= metallo splendente); <i>dominazione</i> con gli ideogrammi +di <i>contrada</i> e di <i>paura</i> (= la paura delle regioni, bel documento +sul carattere feroce di quei governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi +sono già il prodotto di una conglomerazione di geroglifici, +l’ideogramma di <i>luce</i> risulta dalla fusione dei geroglifici di <i>sole</i> e +<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> +di <i>luna</i>; quello di eremita, dalla fusione dei geroglifici di <i>uomo</i> e +di <i>montagna</i> (= l’uomo della montagna)‍<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. +</p> + +<p> +È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo +nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è +impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo, +per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi +di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche +ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel +linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte +le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per atavismo, +piacciono tanto, non hanno un’origine differente. +</p> + +<p> +Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo +oggi caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine, +un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della +nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi +parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in +sanscrito <i>Karasàkhà</i> significa dito e propriamente <i>ramo</i> (sàkha) della +<i>mano</i> (kara); in persiano raggi di sole = <i>nizehi atescin</i>, propriamente += lancie di fuoco; in arabo cielo = <i>nehdi mina</i>, propriamente += cuna di cristallo; oppure = <i>quasrì mina</i> = castello di cristallo; +in ungherese occhiali = <i>papaszem</i> = occhi di prete; in polinesico +<i>toro</i> = oggetto in posizione analoga alla mano che si stende, bove += <i>puaátoro</i> = porco (puaà) che si stende (dal modo con cui sporge +la testa)‍<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>. +</p> + +<p> +Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli +ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del cuneiforme? +Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà +da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse, +qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche questa, +che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo e una fatica. +Invece le associazioni di due o più imagini intorno a una sensazione +<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> +presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo sforzo; +così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini del +castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa via +fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua, incontrando +un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre, +abbracciandolo alla base. +</p> + +<p> +Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi, +anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un +pregio cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la +povertà dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire +a esprimere tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero +liberi e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase +nei libri. Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, +la soggezione del figlio al padre era detta «<i>être en pain</i>»; lo stato +di emancipazione «<i>être hors de pain</i>». A Bearn la servitù di pascolo +era chiamata <i>servitude du dent</i>. Nell’antico diritto tedesco, per +indicare che i beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano +un dente di ferro: <i>Kirchengut hat eisernen Zahn</i>. Il diritto consuetudinario +francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha +presi i beni del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione +al sequestro, dice che <i>un seigneur de paille, de feurre ou beurre +vainc et mange un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen</i>, l’aria +rende schiavo, diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, +dove la sola residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge +visigota, per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro +rimane a casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, +mentre l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare +paterno». Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola +d’esilio del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, +noi ti mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova +la tua sposa, orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la +tua carne alle bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... +Noi ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»‍<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. Non +sembra uno squarcio di Victor Hugo? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> +</p> + +<p> +Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere +idee a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui +vera cagione è ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, +specialmente dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata +enorme fatica per l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato +di sostituire alle spiegazioni quelle associazioni di idee o di +imagini che i fenomeni risvegliavano e che costavano pochissima fatica; +e così la metafora riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al +martirio di dover pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; +ma quei rovesci d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno +che la versasse: così nell’America settentrionale si diceva che la +pioggia era l’effelto della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in +cielo per la lite tra un fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani +dicevano che le Hyadi, ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la +pioggia; gli Egiziani, che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la +tempesta suggerì specialmente per associazione ai suoni del vento, +che ricordano il muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente +più facile creare questa metafora, che indagare le cause +della tempesta. Insomma, anche sotto questo aspetto la metafora +apparisce un effetto della legge del minimo sforzo: è un artificio +per faticar meno‍<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> +</p> + +<p> +Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover +dar nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; +e che una fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi +le metafore, che molto spesso si mettono al posto delle idee; che +servono di soffice guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; +e contro cui è più difficile talora combattere, che contro le +teorie sbagliate, ma dedotte da osservazione di fatti. +</p> + +<p> +Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna +sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che +per tutti i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma +normale di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come +notò il Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè +l’atavismo dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i +selvaggi, ciò accade perchè abbiamo per un gran numero di idee +espressioni proprie, così strettamente associate all’idea, che il loro +risveglio è più pronto e diretto che non quello delle associazioni +concomitanti, che costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione +dello stile non tende all’immaginosità, ma alla espressione reale delle +idee, e l’ideale sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue +proprie, creando uno stile oggettivo, direi quasi, come la realtà. +</p> + +<p> +5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è +quello stadio che nella scrittura si chiama del <i>rebus</i>. Per significare +una cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una +figura, si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui +nome sia eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o +parola che si vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, +perchè siamo già nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci +troviamo in presenza di una catena più complicata di associazioni: +la vista dell’oggetto o della figura ne richiama il nome; il nome, +per la grande affinità del suono, richiama la parola affine che si voleva +rappresentare; e la parola infine ci dà l’imagine o l’idea. +</p> + +<p> +Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome +Leena significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa +di bronzo‍<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, +<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> +in onore di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone +ne simboleggiasse il valore, ma per l’affinità di suono tra le parole +Λέον e Λεωνίδας‍<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. Tra i negri della costa degli schiavi i simboli +del dio della folgore sono una clava, un <i>casse-tête</i> di legno durissimo +e un bastone‍<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>; ora siccome quel dio è chiamato <i>Chango</i>, +parola composta di <i>chan</i> = colpo e di <i>go</i> = stordire, è probabilissimo +che quegli strumenti siano diventati simboli del dio, perchè il +nome del dio implicava l’idea del battere e del colpire. Simile origine +è pure probabile che avessero il culto della lancia in uso, secondo +Erodoto, tra gli Sciti, e che ritroviamo pure presso gli antichi +Sabini (<i>quir</i>), e il culto del giavellotto presso i Mongoli e gli +Unni‍<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>; noi possiamo infatti sospettare legittimamente che, trattandosi +di popoli militari, i loro dei fossero chiamati con nomi alludenti +alla loro ferocia guerresca, che potevano essere simili ai nomi +dati alle armi, e che quindi la lancia o il giavellotto non fossero +che una rozza imagine del dio, che fece credere, per quella tendenza +umana che analizzeremo, a venerare il segno sensibile invece +che la cosa significata, a un culto di quegli oggetti materiali. +</p> + +<p> +Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che +tra gli Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi, +fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie +e famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati +tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il +nome di un animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la +trascrizione del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. +«Tra gli Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor‍<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>, +l’orso, il lupo, la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti +<i>clan</i> e ogni membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed +era rappresentato sotto questa forma nei geroglifici indigeni». +</p> + +<p> +Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo +passo verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata +a tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri +<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> +messicani il testo latino del <i>Pater noster</i>, il segno di <i>Pater</i> fu una +piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui nome +era <i>pantli</i>, il segno di <i>noster</i> fu un fico d’india ch’era detto <i>nochtli</i>. +In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo e dal segno di +vaso indicava la nube ch’era detta <i>tahen</i>: ma <i>tahen</i> significava anche +bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno di nube. In alcuni +manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una mescolanza +di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una spiga per +l’affinità tra il suono <i>öehre</i> (spiga) e il suono <i>erbe</i> (eredità)‍<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. Talora +due figure si combinano a indicare una sola parola, ciascuna +rappresentando una parte dei suoni, che compongono la parola: così +in messicano <i>amen</i> fu scritto aggiungendo il segno di acqua (<i>atl</i>, radice +<i>a</i>) a quello della pianta agave (<i>metl</i>). «Le occasioni, scrive il +<span class="smcap">Marzolo</span>, di tale uso incompetente del disegno sono tanto più ovvie +quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo: 1º per le molte +nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per la ignoranza dei +parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro orecchi si moltiplicano. +Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture degli idioti dove +trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed al contrario evulsioni +di parti integranti di quelli, perchè cioè non conoscono i limiti +sonori delle singole parole». +</p> + +<p> +6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un lungo +e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del <i>rebus</i> le figure non +rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da solo o in combinazione +con altri, richiama un’idea o un’immagine. Naturalmente +le figure che si potevano usare con questo ufficio fonetico-rappresentativo, +erano infinite, come sono infinite le analogie accidentali +dei suoni: ma se tra quelle figure un certo numero ebbero occasione +di ripetersi più frequentemente e si fissarono nell’uso, poterono associarsi +tanto l’immagine di quei suoni da poterli risvegliare immediatamente +senza più riguardo al disegno dell’oggetto che rappresentavano, +e quindi, con il tempo, anche alterare la propria forma: trasformarsi +quindi in vere note vocali. Non è presupponibile che l’uomo +si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo del <i>rebus</i>, +<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> +a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono perchè avrebbe +dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più probabile è +invece che fissandosi l’uso del <i>rebus</i> su certi segni speciali, questi +acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine del suono, indipendentemente +dalla loro figura allusiva ad un soggetto di suono simile +a quello che si voleva rappresentare: il problema sta quindi nel determinare +quali furono i segni il cui uso più frequente li trasformò +così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi del Marzolo, furono +i disegni delle costellazioni o meglio i disegni che rappresentavano +i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc., ecc.), che +l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava mille +atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti doveva +aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta +per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo +da tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime +spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma +alle sue opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la +sementa, a uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle +caccie e alle pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi +ancora neghittoso, il principio delle sue paure e delle sue speranze, +i campi dove i suoi dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e +quegli spazi che furono il primo loro tempio»‍<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>. +</p> + +<p> +È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di +comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato. +Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo +il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio, perchè +nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel dato +suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un dato +oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore importanza, +è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche con immagini +acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e idee, perchè +<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> +per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un certo numero +di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai segni grafici la +immagine acustica della parola, ce ne serviamo come della parola +udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni che è dimostrata +anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è probabilmente +adibito alla funzione della lettura, come lo provano i malati +di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista +soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti, +ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate. +</p> + +<p> +Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, +ma per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere +i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare +che molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a +dare le idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono +gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la +parola suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con +la pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola, +a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva +dare, anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico +sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta +ancora in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri +e giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia +e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri +senza figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un +nuovo e inaspettato trionfo nella <i>réclame</i> che è fatta quasi tutta a +figure, dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti +che portano scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle +grandi case commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi +sesquipedali. Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente +con la folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi +vogliamo imprimere fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo +ancora, perfezionata nella tecnica, quella che fu la scrittura +dell’uomo primitivo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p> + +<h3 id="cap3"><span class="smcap">Capitolo III.</span> +<span class="smaller">Simboli di sopravvivenza.</span></h3> +</div> + +<p> +1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto nella +cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello nel processo +romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si conquistava +e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è pensato +da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale di +questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole +di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono sopravvivenze, +è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi +sopravvissero. +</p> + +<p> +Bisogna aver presente la legge del <i>misoneismo</i>, scoperta dal Lombroso. +Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel +cervello dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora +contro le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo +e una fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente +conservatore e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente +intorno a lui, egli continua a considerarle con le idee che aveva del +loro stato precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per +primo oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le +persone per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando +l’uomo si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene +quella idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è +totalmente cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto +diverso. Il fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, +sopra un caso particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo +<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> +giacque l’idea di associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, +quando già nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni +da uomo a uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei +primordi della civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, +è allora, per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco +a poco questa presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco +a poco, uomini non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni +amichevoli di mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente +corrispondente al nuovo stato di cose si produsse nelle +menti primitive; e non si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. +Si parlò dei nuovi membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, +e come tali furono considerati e trattati. Le idee erano così poco +cambiate, che i sentimenti e anche le passioni che nascono dalla +parentela naturale ripullularono con forza straordinaria nella parentela +fittizia»‍<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>. Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti +tra scolaro e maestro furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come +vincoli di parentela da stabilire in certi casi il diritto di successione +legittima. +</p> + +<p> +La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella +Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne +una spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il +governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò +subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata, ma +rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e il pretore +fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così vivamente +che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli che +contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser +deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e, +se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel +biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. +Il re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche +al pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei +comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva +dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che +<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> +non gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde +in tutte le sue parti della potestà consolare. +</p> + +<p> +Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello +umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero +dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno +a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti già +formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche nuove idee +e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli può giungere a +compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto, ma a poco a poco. +Così accade che egli spesso a furia di piccole e successive modificazioni +trasforma radicalmente una istituzione, ma l’idea che egli +aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge quella strana contraddizione, +che notammo nel caso delle associazioni familiari e dei +poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo rimane indietro +e non capisce nel suo <i>complesso</i> ciò che esso stesso ha <i>a +poco a poco</i> creato. +</p> + +<p> +2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il +nostro diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, +noi tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per +afferrarla. È questo certamente un gesto ereditato da antichissimo +tempo, dai tempi cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, +con la pesca, con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine +della guerra, cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare +e afferrare materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè +le prime cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, +quel gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio +e resta documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; +dalla conquista cioè e non dallo scambio, idea più complessa +e pratica più tardiva. L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo +delle cose sue, con il superfluo delle altrui, si procurò +tutto da sè, con la caccia, la pesca, la rapina, ecc.‍<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>. E tanto più +<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> +l’occupazione e la conquista deve essere un modo generale di acquisto +ai primordi della civiltà, che allora le <i>res nullius</i> sono assai più +numerose che adesso: i pascoli, le foreste, i fiumi non sono ancora +caduti in potere di privati, talora la proprietà fondiaria non esiste +nemmeno; e in ogni modo anche quando esista un rispetto per la +proprietà della casa, degli attrezzi del lavoro, dei prodotti della raccolta, +esso si restringe, nei popoli militari, alla propria tribù; ma +le cose del nemico, le sue armi, la sua casa, le sue donne sono +anch’esse <i>res nullius</i>, che si acquistano con la forza. +</p> + +<p> +Ora, in un tempo in cui, abbondando le <i>res nullius</i>, quasi tutte +le cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto +alla proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti +della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra +di ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente +solo un sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo +colui che ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la +difende contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza +delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, +si venne a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la +proprietà già conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse +di chi vi aveva per primo poste sopra le mani‍<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>. Noi troviamo che +<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> +il Diritto romano e i codici moderni dispongono appartenere la <i>res +nullius</i> al primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto +secondaria, oggi che le <i>res nullius</i> sono pochissime, dovette essere +la prima regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto +di proprietà quando le <i>res nullius</i> erano numerosissime. Ne venne +che, rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare +atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto si +era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto, e +perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non +avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte, +quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà, +perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante, +gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto e +senza quello la cosa rimane <i>nullius</i>. Anche oggi e per lo stesso sentimento +«lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco — non +ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola +intenzione: occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»‍<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. +Questa regola che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di +<i>res nullius</i>, era un tempo generale a tutte le specie di proprietà, +quando le <i>res nullius</i> abbondavano. +</p> + +<p> +In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista, +si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per +le associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio +dovè introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti +una idea chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un +sentimento preciso dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di +acquisto portava seco. Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo +ancor quelli dei tempi in cui la proprietà nasceva dalla conquista; +e la proprietà nascente dallo scambio non fu allora considerata legittima +se non si compivano quegli atti che consacravano la proprietà +nascente dalla conquista. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> +</p> + +<p> +Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza +fu troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo +nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser consacrata +da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era necessario, +per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente vi facesse +sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o passeggiandovi +sopra. Nella <i>mancipatio</i> romana, il compratore, alla presenza +di cinque cittadini romani e del <i>libripens</i>, diceva: <i>Hunc ego +hominem</i> (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro +oggetto, si nominava) <i>ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi +emptus est hoc aere aeneaque libra</i>: percuoteva poi la bilancia; e +doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad +una le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse +anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale +della cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, +compiuto sulle cose. +</p> + +<p> +Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel +castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne +padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi anglo-normanne, +che da un breve del Re‍<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>. +</p> + +<p> +Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; +perchè in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono +il diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo +perciò che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione +delle proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a +introdursi negli usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte +l’associazione tra l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto +dell’acquirente a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor +forte l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea +di una proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si +coprirono con la protezione di questi atti di conquista, che servivano +nei tempi precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico +di una proprietà non fu la cessione volontaria fatta dal precedente +proprietario, ma la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della +<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> +conquista sopravvisse ancora per qualche tempo nel cerimoniale della +vendita; e la presa di possesso del coerede generava in lui, secondo +l’opinione generale, un così forte diritto di proprietà da non potere +essere distrutto che con un mezzo estremo. +</p> + +<p> +3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista +della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere +che quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il +mondo zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio +prima di raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo +il ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente +negli Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto +forse più verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la +più ingentilita umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il +ratto reale esistesse in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale +del ratto si spiega in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi +stessa. +</p> + +<p> +È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente +la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta +la pantomima simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione +si fece specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per +i rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella +vita selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e +difesa come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere +avvenuta ad un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente +l’idea che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, +il salto sarebbe stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, +non ha tanta potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi +tradizionali. Ci dovè essere un termine di passaggio: e +questo fu la coesistenza, in un periodo, delle due forme, il ratto +reale e la compra. In origine il prezzo, che servì poi a comperare +la sposa, non fu forse che un mezzo di propiziazione, un dono che +il rapitore faceva alla famiglia della sposa per placarla e farla rinunciare +alla vendetta; era dunque successiva al ratto e una delle tante +forme di donazione in uso tra i selvaggi. Così tra i Turcomanni, il +matrimonio spesso è contratto così: i due fidanzati fuggono in un +<i>obah</i> vicino, dove sempre sono accolti ospitalmente e dove passano +<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> +la luna di miele: frattanto i seniori dei due <i>obah</i> si interpongono, +fissano un prezzo, pagato il quale, i due sposi ritornano; e la ragazza +rimane allora sei mesi od un anno ritirata in casa, senza che +il marito possa vederla se non di nascosto: dopo tornano insieme +e il matrimonio è conchiuso‍<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. +</p> + +<p> +Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti +delle donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, +non di fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la +donna: può questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi +la vincevano sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano +il mezzo di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi +alla necessità di dover accomodarsi come potevano, quando +la fanciulla non era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere +che generalizzato l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso +del ratto dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, +una delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo. +Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto +reale della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda, +sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era +accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato +doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto malconcio‍<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>. +In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma siccome +il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là +molto robuste, la contesa durava spesso per ore‍<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>. Nel Kamtchatka +il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di +lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato +di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa +che, difesa dalle donne della <i>iourte</i>, deve subire dall’uomo una +specie di oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la +battaglia dura talora dei giorni‍<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. È che, sebbene si vada introducendo +il costume dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine +di conquistarsi la sposa con la forza, non si concepisce altro +<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> +modo di averla che con la forza; e una donna avuta pacificamente +non sarebbe considerata come moglie. Di più, siccome alla lotta si +associano spesso sentimenti di vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore +di femmine è ammirato molto dagli uomini e anche... +dalle donne, così sarebbe un disonore aver la propria sposa pacificamente. +Inoltre abbiamo visto che, quando lo scambio delle cose +manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero delle <i>res nullius</i> +appartenenti a chi le conquista, sono necessari gli atti di prensione +e di conquista a far sentire il proprio diritto di proprietà sulla cosa: +così la proprietà della donna, tanto tempo acquistata con la forza, +non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una conquista violenta, anche +quando l’uso della compra si diffondeva, per la resistenza dell’antico +sentimento a trasformarsi nel nuovo. Fors’anco le donne non sentivano +la forza del vincolo matrimoniale e non si consideravano come +mogli, se non dopo rapite‍<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>. +</p> + +<p> +In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo +me, tutti i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del +ratto, la compra non fu che un mezzo di composizione anticipata +per il ratto; ma il ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo +nel matrimonio una contraddizione analoga a quella trovata +nella <i>mancipatio</i> romana, di un contratto cioè nascente dallo scambio, +che si afferma con un atto di conquista. +</p> + +<p> +Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori +di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, +a poco a poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento +e con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, +al che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia +<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> +della Nuova Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una +sopravvivenza sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla +enorme forza di conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei +suoi particolari dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, +a mutar quasi aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono +ancora senza uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli +in cui troviamo questo cerimoniale, più o meno mutato nei +particolari dai capricci di quelle accidentali variazioni, fino a tramutarsi +talora in una danza: onde vien fatto di meravigliarci e quasi +di sorridere a questo spettacolo dell’evoluzione che nei capricciosi +meandri del suo corso eterno senza direzione determinata, trae dalle +lotte sanguinose di un tempo, gli allegri balletti e le liete cerimonie +di un’altra età. +</p> + +<p> +4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo +romano che simula, come è noto, un duello. +</p> + +<p> +È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private +relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada. +Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne +a separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione +della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta +pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un salto +l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in +origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi +in presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del +duello giudiziario presso gli antichi Tedeschi. +</p> + +<p> +Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta +la battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo +cafro simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore, +contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a +porsi in vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, +escono tutti gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, +lontano dal primo. Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il +quale incominciano le trattative, che si perdono spesso in un interminabile +seguito di discussioni capziose»‍<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> +</p> + +<p> +Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia +della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia +stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione +con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo, +e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella +a quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un +despota più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, +questo Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, +ne aveva capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono +del duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo <i>Editto</i> +i lamenti perchè i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai +suoi giudici, per deciderle invece con l’armi, e non riconoscono +così la grande riforma civile che egli voleva introdurre. Anche +Carlomagno, mente troppo alta per i rozzi tempi in cui visse, dovè +minacciare pene severissime contro i duelli giudiziari; ciò che +dimostra che le sue riforme civili erano sgradite ai suoi popoli: e +lui morto, il regime di guerra si ristabilì senza contrasto. Nulla v’è +d’assolutamente assurdo e intollerabile per l’uomo; e quel costume, +che sembra orrendo in un dato tempo, può essere sacro per un altro. +</p> + +<p> +Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto +al duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi +l’uso di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere +che si mettessero subito in un canto le armi: in origine la +soluzione incruenta della questione dovè essere una felice eccezione +in qualche caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero +scaldate soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche +andate sul terreno con il proposito di definir la questione pacificamente, +avranno finito per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea +che il giudizio era una lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi +in questo che si credeva che essa fosse un duello a cui +era probabile una soluzione pacifica, ma che poteva anche finir nel +sangue: quindi ci si andava armati e pronti alla battaglia. È lo +stadio che noi vediamo presso i Cafri: essi vanno al giudizio armati +come se dovessero combattere, e poi, invece che con le armi, la +questione si finisce con le parole. Gli etnologi non dicono se mai +essi ritornino al sistema primitivo della lotta; se ciò fosse, significherebbe +<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> +che l’uso di risolvere la questione pacificamente è ormai +così radicata, che il pericolo di una ricaduta nell’antica violenza è +scomparso; le armi sono allora portate sul luogo, per quella tenace +resistenza che è comune a tutti gli usi. +</p> + +<p> +Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più +sopra, è un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione +dal duello al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando +nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei +duelli giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto +schiantare un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, +l’offeso tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; +che bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse +giustizia; che, fallita quella prova, ricorresse all’<i>ealdormann</i>; e, ove +questi si mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, +si battesse allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia +non era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si +avviava armato e pronto a combattere; ma che poteva anche in certi +casi risolversi senza il bisogno delle armi. La condizione della giustizia +privata, in quel tempo, dovette insomma essere quella stessa +che noi troviamo oggi nei rapporti internazionali: i Governi ricorrono +talora all’arbitrato, ma tengono asciutte le polveri e considerano +ancora come <i>suprema ratio</i> la forza, nel caso che l’arbitrato +non riesca. +</p> + +<p> +In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico +processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari periodi +di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo. +</p> + +<p> +Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse +anche la più antica: l’<i>actio sacramento in rem</i>. Se si trattava di +cose mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal +trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il giudice +degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava ad +attuare in sua presenza la <i>legis actio sacramento</i>. Supponiamo che +si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la +verga (<i>festuca</i>, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra +<i>apprehendebat</i>, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il +seguente dialogo: <i>Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse +<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> +aio secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui</i>. +Nello stesso tempo <i>festucam homini imponebat</i>, cioè lo toccava in +segno di padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva +sulla cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa +due mani, ciò che era detto <i>consertio manuum</i>, che simulava una +occupazione risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. +Era il primo periodo dell’<i>actio</i>, che riassumeva, come si vede, la +sfida. Dopo ciò, il pretore interveniva dicendo: <i>Mittite ambo hominem</i>, +e le parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo +a vendicare, voltato all’avversario, soggiungeva: <i>Postulo anne dicas +qua ex causa vindicaveris</i>; al che l’altro riprendeva: <i>Jus peregi +sicut vindictam imposui</i>‍<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>; e il primo replicava sfidandolo a una +scommessa: <i>Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te +provoco</i>; il secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la +scommessa: <i>Similiter ego te</i>. Le parti, giunte a questo punto, domandavano +di essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta +giorni ed era una specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra +da ogni ingerenza del pretore, che non faceva altro se non decretare +sulle <i>vindiciae</i>, cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli +di dare all’avversario i <i>praedes litis et vindiciarum</i> e ricevere +da ambedue i <i>praedes sacramenti</i> in garanzia che il perdente +avrebbe pagato la sua scommessa. +</p> + +<p> +Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili, +salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le +parti si portavano sul fondo, e là si eseguiva la <i>deductio</i> o lotta fra +i due litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente +si portò al giudizio una zolla‍<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. +</p> + +<p> +È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi, attraverso +cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in origine +un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità (in +principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa insorta, +ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta +<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> +in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò poi +l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto e +repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla +scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di +troncar le questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, +che a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra +le due parti che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione +a sè; perchè quello era una specie di duello trasportato sopra un +campo differente; a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche +la posta, poteva fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere +di uccidere l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, +sostituiva il piacere di vincergli una somma di denaro; non +aboliva cioè totalmente quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente +introdotto, di mettere senz’altro la questione all’arbitrio +del magistrato‍<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>. Ma quando l’uso della scommessa cominciò +a diffondersi, per il processo tante volte descritto, le idee non cambiarono +subito, ma si credè di muovere sempre a un duello, che +poteva invece finire con una scommessa; quindi si andava armati, +si faceva la sfida, come nei casi ordinari: e tutti questi atti, abbreviati +e deformati, rimasero per la tenace resistenza a sparire +dagli usi, anche quando il costume della scommessa prevalse in modo +che il duello non fu più usato. +</p> + +<p> +Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non +si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che +egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi assisteva +alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio +di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla scommessa +e al giudizio arbitramentale di un terzo. +</p> + +<p> +5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono +antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni tentativo +di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere un’abitudine +contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso accade +delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci generazioni, +<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> +si possono più facilmente sostituire che quelle che lo sono +da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare: +siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate, +e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi +di minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi +sempre più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo +tiene appunto più appassionatamente a quelle idee che sono meno +ragionevoli. +</p> + +<p> +Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe +epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto +più religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. +È noto come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea +militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il +luogo di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, +in un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il +potere giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo +ufficiale, rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare +a rendere la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea +militare. Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo +secolo, a proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, +cioè là dove probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel +Medio Evo abbiamo notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi‍<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>, +ai laghi‍<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>, intorno a fontane‍<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>, a sorgenti e a pozzi‍<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>, sui +ponti‍<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>. Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco +di Vincennes, e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i +piati di chiunque si presentasse‍<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione +<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> +«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli +orientali. Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel +luogo dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, +<i>Primitive Folk-moots</i>, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli +antichi tedeschi il <i>Königs-stuhl</i> (seggia reale) era un banco di erba +verde‍<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. +</p> + +<p> +Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche +oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi +che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre +non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi +inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione +criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo +la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità +poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano +tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle +costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando +l’uso della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli +abitanti delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle +loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a +cui si riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della +loro storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto +d’appoggio fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad +un’altra: ciò che trascinava fatalmente le parti ad una discussione +lunghissima e spesso ostinata»‍<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>. Ecco perchè noi diamo ancora +più importanza alla deposizione che il teste fa all’udieuza, che non +a quella che fece innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere +il contrario, perchè questa è di data più recente e più vicina +agli avvenimenti, ed è fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal +pubblico, dall’accusato, dall’apparato della giustizia, che possono +impressionare il teste e anche involontariamente fargli scambiare o +confondere i ricordi. Ora, quando tra un secolo o due la scrittura +avrà sostituito in gran parte la parola nei processi e i giudici non +esamineranno più l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la +<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> +idea complessiva del suo carattere e della sua colpabilità leggendo +i rapporti scritti delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno +che un tempo il processo fosse una così strana mescolanza +di oralità e di scrittura, che il testimone venisse a ripetere +ciò che già aveva detto ed era stato ridotto a protocollo; che infine +si facesse tutta quella rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda +e così inutile, come noi ci meravigliamo di veder coesistere +la compra e il rapimento presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà +anche supporre, come si è supposto per il cerimoniale del ratto e +del duello, che fossero quelle formalità appositamente stabilite, per +ricordare che anticamente i dibattiti erano orali. +</p> + +<p> +6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa +classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire +che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo +scritto stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un +uomo, egli scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi +diversi, per vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E +vi si incontrano a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, +trascinati dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte +e lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della +psiche è lo stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali +della società, nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione +storica dei trovati difformi e discordanti delle età passate, +così la coscienza può paragonarsi alla roccia geologica costituita di +una serie di stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»‍<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>. L’irragionevole +è dunque una forza della storia tanto e forse più che la +ragione; e colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica +le vicende del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma +della storia non capirà mai nemmeno una sillaba. +</p> + +<p> +Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi +comuni di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura +quando conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta +o animale, un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la +<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> +lunga atrofia? Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, +durano ancora per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, +dopo il lungo disuso. +</p> + +<p> +E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni, +usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione +non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera +sua. Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero +sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma +la compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono +con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione +giudiziaria nel cervello dell’uomo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p> + +<h3 id="cap4"><span class="smcap">Capitolo IV.</span> +<span class="smaller">Simboli di riduzione.</span></h3> +</div> + +<p> +1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la +comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata +della realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione. +</p> + +<p> +Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come +sono e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse +o troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali +o una parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo +l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi +guardiamo un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti +i fili d’erba, nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva +di verde, in mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba +o di un fiore più illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo +certo distintamente tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; +il campo visivo non è occupato che da un piccolo numero, +e di questi, quelli che sono nella zona della visione diretta +sono veduti più chiari: gli altri sono invece in una semioscurità. +Secondo il Reymond‍<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>, quando noi fissiamo una parola posta in +mezzo ad una riga, non possiamo riconoscere nemmeno approssimativamente +le parole poste alla estremità della linea; anzi, in una +stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al più la visione perfetta di +una sola lettera, mentre la forma delle lettere attigue può essere indovinata: +<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> +ma esse appariscono già con contorni indecisi ed indeterminati. +</p> + +<p> +Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo +riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano +in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla +loro insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, +sono sensazioni ridotte. +</p> + +<p> +Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini +e alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate. +</p> + +<p> +Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente +un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine. +«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, +noi ci facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della +famiglia a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata +al pensiero soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò +che si dice della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri +più importanti conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo +una idea vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, +per esempio, la famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli +affittaiuoli, noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui +appartenenti a questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci +fosse richiesto; ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi +individui e di ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare +all’infinito... In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta +il numero degli oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, +formato di pochi esempi tipici, combinato con la nozione della +moltiplicità, diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare +l’ampiezza del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa +sempre più eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno +simili alla media degli oggetti contenuti nel gruppo»‍<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. +</p> + +<p> +Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, +aveva, senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione +sul processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più +perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più +<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> +caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa +di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e complicatissimi +quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti +più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al +Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore. +Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che risorge +primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri fanno +corteo»‍<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>. +</p> + +<p> +Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione +si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine. +L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in +noi certi oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto +che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, +che non apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles +perchè gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto +particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di +una importanza massima‍<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>. Il Krafft-Ebing notò come anche negli +uomini sani l’amore per una donna è determinato in generale da +una qualità speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi +la pelle fina e delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli +abbondanti o il piede e la mano graziosi; altri invece sono +eccitati da qualità morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; +e moltissimi sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini +quella potenza di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing +anzi attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le +grandi cantanti suscitarono intorno a loro‍<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. +</p> + +<p> +E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine +delle cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella +sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per +esprimere «casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare +il tetto‍<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo +<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> +per indicare <i>tenda, accampamento</i>; e per esprimere <i>foresta +fitta</i>, alzano la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti +l’uno innanzi all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero‍<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>. +Quando noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio +di oggetti minuti, gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel +gesto vale come segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo +tutto. +</p> + +<p> +2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione +dei simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione +sfuggì pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle +lingue primitive: la reduplicazione. +</p> + +<p> +In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose +dello stesso genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: +per indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità +di due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese +<i>râda</i> = re, <i>râda-ráda</i> = i re; <i>kayu</i> = legno, <i>kayûan</i> = bosco; +<i>kayu-kayan</i> = bosco folto; in peruviano <i>cacha</i> = albero; <i>cacha-cacha</i> += bosco; in samoano <i>fulu</i> = pelo; <i>fulu-fulu</i> = capigliatura; +in turco <i>bol</i> = largo, abbondante; <i>bol-bol</i> = molti; a Giava <i>pira?</i> += quanti? <i>pira-pira?</i> = molti? così pure a Samoa <i>tufa</i> = dividere; +<i>tufa-tufa</i> = dividere più volte, spesso; <i>tala</i> = parlare; <i>tala-tala</i> += urlare; <i>moe</i> = dormire; <i>moe-moe</i> = dormire insieme; ad Hawai +<i>luli</i> = muovere; <i>luli-luli</i> = muovere spesso, scuotere; a Tonga +<i>tete</i> = tremare; <i>tete-tete</i> = tremar molto; <i>nofo</i> = abitare; <i>nonofo</i> +(sincope di <i>nofo-nofo</i>) = abitare insieme‍<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>. +</p> + +<p> +È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità +di cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi +individui o di pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un +complesso di cose numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione +del nome serve a indicare la cosa in gran numero, o l’azione +<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> +ripetuta. È la riduzione delle immagini e dei concetti riflessa nel +linguaggio; nè a noi sembra il raddoppiamento di un sostantivo incompetente +a rappresentare una pluralità di oggetti, perchè l’immagine +che abbiamo nella mente di quel complesso non è costituita +dalla immagine di più che due o tre individui; è insomma anche +essa semplicemente quasi una reduplicazione. +</p> + +<p> +Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era +rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio +con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti complessi +subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali +della rappresentazione grafica sul marmo. +</p> + +<p> +3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo +di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui +non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, +un contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. +Ecco come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una +manciata di terra al compratore del suo campo, e quello analogo del +procuratore del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono +il gesto naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta, +trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. +Nulla di premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto. +</p> + +<p> +Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato +all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, +che l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne +il segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai +fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno, sarebbe +questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del +campo, fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della +proprietà trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, +innanzi a dei testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare +la zolla di terra al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto +vederla consegnare, per l’idea della trasmissione della proprietà, più +strettamente associatasi a quel gesto. +</p> + +<p> +Ecco perchè quando <i>Tu-ouen-hsin</i> mandò in Inghilterra la sua +missione <i>Panthay</i>, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai +quattro angoli della montagna <i>Zalì</i>, per esprimere il loro desiderio +<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> +di divenire feudatari della corona britannica‍<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. Tra i Franchi, +nelle cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o +un ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna +di una selva si dava un cespuglio di erba o un ramo‍<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>, e nel +Medio Evo l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla +di terra. Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La +paglia, che noi troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di +una prateria, di un frutteto, di un campo, non è che un simbolo +analogo a quello del cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito +perchè più comodo; anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva +la prova del contralto, che la paglia era spesso nel Medio +Evo inserito nel diploma della vendita: prova palmare che il documento +scritto, frutto precoce, per quei tempi, di tradizioni romane +rinverdite, era malamente compreso. +</p> + +<p> +Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi +che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli +che analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha +alquanto modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione +della proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua +parte, e in seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto +con la cosa venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per +il simbolo della paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di +una foglia di noce. +</p> + +<p> +Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna +della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione +della proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente +non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il +simbolo diventare sempre più generale, divenire da simbolo della +vendita di un campo o di un verziere, simbolo della trasmissione +della proprietà in generale. +</p> + +<p> +E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a +dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna +di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e +<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> +dei testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi +una consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di +paglia in segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo +assai più astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa +è minore, perchè il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più +grande, e l’uomo già lo colma con le ricche associazioni mentali che +si sono formate nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile +paglia sparirà e il simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito +dalle forme più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco +a poco, senza quasi che egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione +mentale messo a faccia a faccia con le più alte e più complesse idee +astratte. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span></p> + +<h3 id="cap5"><span class="smcap">Capitolo V.</span> +<span class="smaller">Simboli emotivi.</span></h3> +</div> + +<p> +1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli +che le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate +da una ad altra persona. +</p> + +<p> +Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura +un certo tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, +nè l’odio, nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, +eterni, perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano +quando hanno esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano +all’origine. Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, +quell’emozione non può rinascere, sia pure con intensità minore, se +una sensazione, stata precedentemente associata con essa nell’esperienza, +non la rieccita e ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti +da queste sensazioni che hanno potere di risvegliare emozioni +sopite: per la legge dell’inerzia essi sorgono ed acquistano la loro +immensa importanza. +</p> + +<p> +2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio carico +di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo di +battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente +l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o ammazzare +uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento in cui +porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente intorno +l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso il piacere +della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma divorato +l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei +<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> +sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti +suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno, +per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, +in popoli civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato +grandi vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè +il ricordo delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati +quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo +dubitare che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, +nei popoli selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di +una impresa audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima +del trofeo: adornandosi dei denti dell’animale, della mascella +del nemico ucciso, o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si +carica di un oggetto la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti +di orgoglio e di piacere provati a compiere l’impresa e negli +altri il ricordo del suo valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: +sarà quella dunque la sensazione che ridesterà, sebbene con +intensità minore, tutte le emozioni che il valore in guerra, o nella +caccia, destarono al momento in cui si mostrava. Quindi in colui che +lo porta e in quelli che lo vedono, i sentimenti della propria superiorità +e dell’ammirazione si associano con la vista del trofeo. Togliere +al proprietario il trofeo sarebbe come rubargli la gloria della +sua impresa. Di qui l’immensa diffusione del trofeo nelle razze primitive, +e l’enorme pregio in cui i trofei sono tenuti‍<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>. +</p> + +<p> +Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo +Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro, lancia, +spada, colori vivaci, bel vestito)‍<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>. Che cosa accade allora? Il capo +e il re o il membro della classe nobile differisce dalla folla vile degli +altri mortali, per essere insignito del distintivo o vestito con abiti +speciali: ne verrà che quei sentimenti di timore o di soggezione, +che gli atti di potenza e di prepotenza del capo o della classe nobile +suscitano nei sudditi si associeranno alla vista dei distintivi e +saranno da questi risvegliati in ogni occasione. Se il capo o la casta +<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> +dominante fossero vestiti come tutto il popolo, il terrore che una +loro prepotenza può suscitare durerebbe un certo tempo e poi impallidirebbe +fino a scomparire: onde sarebbe loro necessario, per +mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre a nuove violenze: +mentre associatisi quei sentimenti alla vista di quei distintivi, essi +risorgono continuamente, e il capo o il nobile, vestiti del loro costume +speciale, rieccitano quei sentimenti di soggezione, che generarono +le loro antiche violenze o quelle dei loro antenati, senza bisogno +di ricorrere a nuove. Analogamente il capo o il nobile, vedendo +che la riverenza è maggiore verso di loro nei sudditi, quando +essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi e sentendo allora +più intenso il piacere della superiorità propria, associano l’idea +e il sentimento della propria potenza al distintivo; si sentono più +vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi considerano +come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione del loro +vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti di soggezione +di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come si vede adunque, +il simbolismo dell’abito è una conseguenza della legge d’inerzia, della +necessità cioè di fissare con una sensazione i sentimenti, che abbandonati +a loro stessi percorrono un rapido ciclo discendente, sino ad +estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio si sente allora soltanto +il padrone, quando è vestito del suo costume privilegiato; vestito +comunemente, sarebbe poco più considerato che gli altri: perciò +egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua autorità. +</p> + +<p> +Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non +spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere +ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi furono +l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può +portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo) +e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il +colore imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano +vestirsi di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, +il vestito divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le +classi si differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole +Sandwich, a Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla +per l’enorme quantità dei vestiti che portano, a spese talora della +<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> +comodità; tra i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in +modo da prendere talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere +al nemico vinto le armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo +dell’autorità è l’arme: così al Giappone la classe più alta +porta due spade, la media una, la infima nessuna. +</p> + +<p> +Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi, +dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad +es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone +volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli +quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, +quella del suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni +hanno una parte importantissima; e per un imperatore +tedesco è sempre una grave questione diplomatica decidere dove e +per mano di chi sarà coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera +di Guglielmo Tell il cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano +gli onori spettanti al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico +IV, re d’Inghilterra, essendo vicino a morire, si levò a un tratto +sul letto, quando vide il figlio metter mano alla corona, che pendeva +dal capezzale, dicendogli: «Che diritto vi hai tu?»‍<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. E quando +Luigi XI ebbe costretto il fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, +esigè che consegnasse l’anello ducale; e poi, in una solenne +assemblea, tenuta a Rouen il 9 novembre 1469, lo fece frantumare‍<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. +Non gli pareva di aver ben vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità +sua rimaneva. +</p> + +<p> +3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo +quella di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: +l’abito ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il +mezzo per fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni +riferentisi alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, +diventandone il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta +scritto la propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo +della legge d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente +secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si +<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> +comporta verso i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non +dall’idea delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini +si considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la +differenza tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore +è stabilita dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine +notò che in Russia si considerava come una stranezza un uomo, +di cui l’abito non indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza +risiedesse tutta nei suoi meriti personali, senza alcun segno +esteriore. Oggi stesso, nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni +di abito, una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli +abiti rozzi, simbolo i primi delle classi borghesi e gli altri delle +classi proletarie; ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe +e non si sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, +se dovesse uscire vestito come un muratore? Chi di noi non ha provato +che è più difficile trattar male un birbante vestito bene, che un +galantuomo vestito male? Tanto il simbolo è potente, tanto certe +date sensazioni risvegliano certi dati sentimenti, senza che noi possiamo +opporci alla loro associazione se non con estrema fatica. +</p> + +<p> +Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo +politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che +un ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un +ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono +conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti +ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le +usurpazioni. +</p> + +<p> +Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali d’un +popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni, solo +conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito sono +piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato e dispotico; +dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo; gli +abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi oggetti di +guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in due specie, +i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile, composta di +un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E le evoluzioni +dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia: il barometro +che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della rivoluzione +<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> +francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle — aveva +tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona +si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare +l’abito della classe superiore. Ma nel movimento democratico che +precedette la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece +sentire fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei +balli, ci dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale +semplicità, che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono +ogni distintivo: gli uomini andarono in società in <i>frac</i>, +le donne in corsetto»‍<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. +</p> + +<p> +L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della +storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale, giuridica. +</p> + +<p> +4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè +tra questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante +sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, +religiosa, patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, +perchè la loro funzione è più complessa. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span></p> + +<h3 id="cap6"><span class="smcap">Capitolo VI.</span> +<span class="smaller">Simboli mistici. +L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo.</span></h3> +</div> + +<p> +Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad analizzare +quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il più importante +fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo +spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce +ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa +che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo +fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi: +perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso all’uomo +nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici +danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande +del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli <i>mistici</i>. +</p> + +<p> +1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista della +religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano animate è +idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè del selvaggio, +nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava riprendere +l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti, che lo Spencer +aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa il selvaggio intorno +ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione comunemente accettata +senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau ha avuto ragione di sostenere +contro il suo grande avversario che i selvaggi hanno idee ben +diverse dalle nostre su molti fenomeni e specialmente su quei congegni +in uso tra i popoli civili che sembrano muoversi e agire per virtù propria, +<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> +come le armi da fuoco, le navi, ecc., non ha determinato con precisione +il processo mentale per cui quelle idee, così lontane dalle nostre, +si formano‍<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. +</p> + +<p> +È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro concetto +che quello d’una successione necessaria di due fenomeni. Quando +noi diciamo che il fenomeno <i>A</i> è causa del fenomeno <i>B</i> non intendiamo +dire altro se non che <i>A</i> è continuamente seguito da <i>B</i>, e il processo +mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione è quello dell’associazione. +Siccome il presentarsi di <i>A</i> è sempre seguito dal presentarsi di +<i>B</i>, mentre altri fenomeni <i>C, D, E, F</i>, ora si presentano ed ora no, per +la legge che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza +è proporzionale alla frequenza con cui si sono seguiti nella coscienza‍<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> +il presentarsi di <i>A</i> richiamerà l’idea di <i>B</i>, cioè la previsione di quello +che noi diciamo suo effetto; il presentarsi di <i>B</i> richiamerà l’idea di <i>A</i>, +cioè l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse, +meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di produzione +(cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo a +quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta‍<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>. +</p> + +<p> +Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo sforzo, +troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento commessi dall’uomo +primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di alcuni simboli. +Supponendo che tre fenomeni <i>A, B, C</i> si seguano costantemente, ma +di cui <i>B</i> e <i>C</i> si possano percepire con i sensi, con la vista, il tatto, il +gusto, ecc.: <i>A</i> invece non sia percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, +ecc., ecc., accadrà che soltanto <i>B</i> e <i>C</i>, producendo una sensazione, +solo tra le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, +con cui poi concludiamo al giudizio di causa. <i>A</i>, non producendo nessuno +stato di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo +indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione +attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione scientifica +<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> +e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa, determinati +dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza, se la riflessione +non interviene, non possono essere che le immagini o le idee di +<i>C</i> e <i>B</i>, essi soli essendo già stati percepiti come sensazioni. +</p> + +<p> +Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo +a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del +ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle cause +invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa mai. Ne viene +che entrando nel campo della coscienza solo <i>B</i> e <i>C</i>, solo le loro sensazioni +e idee s’associeranno e <i>B</i> sarà detto causa di <i>C</i> a totale esclusione +di <i>A</i>. L’Australiano supplica il fucile del bianco di non ucciderlo‍<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>: +cioè in lui la vista del fucile si è fortemente associata al ricordo delle +sue conseguenze fatali, ma tutto quel complesso di meccanismi e di +azioni per cui un fucile può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto +dell’uomo che fa scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione +dell’effetto non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella +serie associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di coscienza +che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile uccide +l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto di Barberia +parlasse‍<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>, cioè che quella cassa di legno emettesse essa quei +suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso meccanismo +con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo essere +capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi associarono semplicemente +la vista dell’oggetto al suono della musica e attribuirono +questa a quello, come a sua causa. +</p> + +<p> +È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento +volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli +strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono +i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un +uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su +cento vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece +che sia l’intelligenza del macchinista‍<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>. Nei paragoni che comunemente +<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> +si fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre +gli uomini e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e +quale Italiano non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni +sul mare, solo perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno +pensa che una nave formidabile o un esercito bene armato può essere +affatto inutile o anche dannoso non essendo che uno strumento, se +non è ben guidato, come un fucile <i>Rémington</i> in cattive mani può +essere più innocuo d’una balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo +arciere. Che più? perfino nel mondo della scienza noi vediamo +perdurare questo errore che attribuisce allo strumento le virtù che +sono invece nell’uomo che lo adopera: noi vediamo gli scienziati italiani +attribuire alla povertà dei laboratorî la inferiorità della produzione +scientifica italiana in confronto alla tedesca; come se il microscopio +e non l’occhio che guarda dentro e il cervello che pensa dietro +l’occhio facesse la scoperta; come se in Italia non si fossero fatte +grandi scoperte in laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero +buttati milioni in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se +Haeckel non avesse formulata addirittura la legge che la produttività +d’un laboratorio è in ragione inversa della ricchezza di mezzi. +</p> + +<p> +Noi ci troviamo qui dinanzi ad un <i>arresto ideativo</i>: vale a dire la +serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento +di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione immediata, +che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con tendenza ad +associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre uno stato di +coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo mentale assai +faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in quei campi che +non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge per la legge del +minimo sforzo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> +</p> + +<p> +Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo +che muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito +dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo, +senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o di +bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce +sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad +esse si dovessero le loro vittorie. +</p> + +<p> +2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo +si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli che +io chiamo mistici. +</p> + +<p> +La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che +parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare un +messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo a divertirsi, +di nascondere la lettera perchè non sveli la loro poltroneria‍<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. +</p> + +<p> +All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione +degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da loro +stessi e che gl’indigeni considerano come sacre‍<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. L’Indiano dell’America +del Nord crede che le carte scritte non possano contenere menzogne, +e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione, indipendentemente +dal suo tenore‍<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Infatti il selvaggio, quando vede +l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce le idee +e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille miglia, non +può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato di associazioni +per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e i segni grafici +risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e quindi delle parole +da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede costantemente che dopo tenuto +in mano un po’ di tempo il foglio, l’Europeo sa che cosa il suo +compagno lontano pensi e ne conchiude, per l’arresto ideativo, che il +foglio per una virtù sua, gli palesa i voleri dell’altro. Non potendo capire +le vie per cui lo strumento agisce egli attribuisce l’effetto a una +virtù dello strumento. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> +</p> + +<p> +«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la +lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a +centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà di +quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la +carta parli»‍<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>. +</p> + +<p> +Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico, +l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro +profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli +dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo +per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo spazio +e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo se non +con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che istruisce +il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni straordinarie. +Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni legislatore, ogni riformatore, +ogni uomo <i>hors-ligne</i> non ha mai cavato dal suo cervello le +idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro. Fo-hi, l’uomo santo +della China, vede le leggi che dà poi al popolo, scritte sul dorso di un +serpente alato. Nel Corano la teoria del libro, applicata ai grandi uomini, +ha uno sviluppo straordinario: Dio fa discendere dal Cielo i libri +nei quali è scritta la sua volontà, il Pentateuco, l’Evangelo, il Corano +(<i>Sur.</i> VI, v. 9); ogni età ha il suo libro (<i>Sur.</i> XIX, v. 13): nessuno +degli inviati da Dio è senza libro; Dio dice a Giovanni Battista: <i>Prendi +questo libro</i> (il Pentateuco) (Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, +alla famiglia di sua madre: <i>Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il +libro</i> (<i>Sur.</i> XVII, v. 94); <i>O credenti</i>, esclama il profeta (<i>Sur.</i> IV, +v. 135) <i>credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato +e nelle scritture discese prima di lui</i>. Sarebbe questa insomma la +teoria popolare del genio‍<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. +</p> + +<p> +E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano mezzo di +comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni, le aberrazioni +<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> +della Cabala, che, scrive il Marzolo‍<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>, era basata sull’idea che <i>i +segni grafici elementari</i> (cioè le lettere dell’alfabeto) <i>distribuiti e collocati +in certe maniere dovevano far arrivare alla conoscenza di tutte +le cose</i>. Cioè quella virtù, che si attribuisce alle parole, è poi attribuita +ai loro elementi, le lettere. E nel <i>Zoar</i> le lettere dell’alfabeto si presentano +a Dio, ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare +il mondo. E si spiega così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche +difficili, la teoria di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di +tutte le cose: scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi +tra le cose, per elementi essenziali delle cose stesse. +</p> + +<p> +Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee +con segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, +esse stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano +a chi sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state +sostituite alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti +con Dio, come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del +Corano sono cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; +i Buddisti ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate +di questa scritta: <i>ôm mani padme hum</i>‍<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>; i Cattolici portano entro +piccole borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte +le parole della preghiera è come pregare continuamente, per la +virtù che hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse +è redatta. +</p> + +<p> +Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte. +I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua +le carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono‍<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. A +Napoli, fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano +per preservativo dai mali le iniziali della formola: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01"><i>In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;</i></p> +<p class="i02"> <i>Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;</i></p> +</div></div> + +<p> +che sono appunto: +</p> + +<p class="center"> +I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> +impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia +e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una cucchiaiata +d’acqua, o di minestra, come una pillola‍<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>. Come nel caso +precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la medicina: +è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania +si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il guanciale, +e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi +meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso +di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento +di morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli +Ebrei raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le +bacino? +</p> + +<p> +Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato +da questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta +una forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione +della proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in +terra un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, +che poi separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e +consegnava all’acquirente‍<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>. Io credo che tale formalità (la consegna +del calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione +degli usi giuridici romani, in cui il documento scritto +era usitatissimo: vedendo che i contratti si garantivano, usando i +mezzi della scrittura, e non comprendendo, per l’arresto ideativo, +il complesso processo di associazione per cui il documento scritto +diventava prova, si attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al +fatto che mentre si compievano erano presenti quegli strumenti della +scrittura, il calamaio e la penna. L’idea insomma del contratto in +presenza delle cerimonie romane non si associò nei Franchi all’idea +della documentazione scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano +impiegati per redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre +che della zolla, del calamaio e della penna, aumentava la solidità +dell’atto giuridico. Era perciò un vero simbolo mistico. +</p> + +<p> +3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi, specialmente +<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> +in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e sudditi +sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è uno strumento +potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda comunica +ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili; nell’ipnotismo +le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e i soggetti +restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono, se +se ne rinforza il tono‍<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>. Quindi la potenza di un uomo può misurarsi +dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per +esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...». +Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere +molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua +parola. Nel principio della <i>Genesi</i> Dio crea il mondo con semplici +ordini gridati ai quattro canti del caos. In arabo, <i>Kelam ullàh</i> significa +parola di Dio e realtà universale. Nel <i>Rig-Veda</i> si legge: «I +Pitris, con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con +la realtà universale fu concepita dai mistici la parola: il <i>Verbum</i>, +il Λόγος di S. Giovanni. +</p> + +<p> +Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto dell’arresto +ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente, non +si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali che +ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente non +potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione centinaia +di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non +si è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo, +come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla +il mondo: e ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, +molto complicata, e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina. +</p> + +<p> +Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della preghiera +in sè. Così leggiamo nel <i>Rig-Veda</i>: «La maledizione degli +empi ha tre punte; ma la <i>mantra</i> (la formola del saggio) ne ha +quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In arabo +<i>aïat</i> = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto prodigioso. +La benedizione in ebraico = <i>berachà</i>, è quella che dà tutti i beni, +che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e facevano +<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> +morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione +inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata pronunciata, +anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella +a cui realmente si indirizzava: così, nella <i>Genesi</i> Giacobbe si veste +con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione +di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si +accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non +sa trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto +associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole, +nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che +fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non +essere data a sbaglio, non si era ancora associata‍<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. +</p> + +<p> +Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata +potenza di certe formole. Gli <i>incanti</i>, gli <i>incantamenti</i>, come +ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si +attribuiva una potenza superiore: in latino <i>carmen</i> significa anche +detto magico. +</p> + +<p> +4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che +acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, +per un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si +credeva, unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho +chiamato errore logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo +di ragionare: ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo +primitivo o ancor rozzo. L’<i>Organon</i> di Aristotile o il <i>Sistema di logica</i> +dello Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento +umano che non le leggi reali; mostrano le vie per cui +la ragione può giungere alla verità più che non descrivano le strade +che essa batte nel fatto, giungendo talora alla verità e più spesso +anche all’errore: potranno essere la legge del pensiero di un grande +scienziato, ma non la legge del pensiero primitivo o anche del moderno +pensiero del volgo. Ad ogni stadio di sviluppo mentale corrisponde +una logica speciale: e se per lo Stephenson è normale vedere +nel sole la causa ultima del movimento delle sue locomotive, +non è meno normale e fisiologico per il bambino vederla nella locomotiva, +<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> +o per il selvaggio credere che la carta parli; anzi, considerando +quanto più grande sia la parte dell’errore che quella della verità +nella vita dell’uomo, c’è da credere che i rozzi processi logici dell’uomo +primitivo e volgare siano ancora oggi più normali e fisiologici +che le grandi leggi logiche di Aristotile. +</p> + +<p> +Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica +si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un +giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia, sulla +conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione, che sono +oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle regioni dell’ignoto, +sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al pensatore +europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del popolo‍<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>. +</p> + +<p> +5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’<i>arresto emotivo</i>, avviene +nel campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è +mai uno stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero +più o meno grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona +o della cosa a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica +l’immagine o l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il +<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> +sentimento — scrive lo Spencer — non potrebbero essere compiutamente +separati. Ogni emozione corrisponde ad un complesso più o +meno distinto di idee; ogni gruppo di idee è più o meno penetrato +di emozioni. Ciò non ostante vi sono notevoli differenze nella proporzione +con cui ognuno di questi elementi entra nella combinazione: +vi sono sentimenti che rimangono vaghi, perchè non sono definiti +da idee ed altri che acquistano una grande chiarezza dalle idee, a cui +sono associati»‍<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>. Le emozioni sono dunque sempre associate a un +gruppo più o meno grande di immagini o di idee: ora accade, per +una serie di cagioni, che in molte emozioni l’immagine o l’idea della +cosa a cui esse si riferiscono si attenua e nel campo della coscienza +non rimane più che la cognizione del simbolo evocatore e l’emozione; +allora questa si dirige, si <i>arresta</i> al simbolo. +</p> + +<p> +6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi, +l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini +che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e +fantocci informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, +quadri dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, +ad esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere +che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco +in guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in +guerra, i Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan, +i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele +(2, V, 21) troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini +dei loro Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno +era portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele +leggiamo che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a +prender l’arca, per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore +dei combattenti raddoppiò‍<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>. Noto è il terrore che si diffuse in +Atene, quando una mattina si trovarono rovesciate le Erme degli +Dei, e come Alcibiade, imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira +dei concittadini con l’esilio. +</p> + +<p> +Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di +<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> +una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno +nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha +ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo +e il divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta +diversità e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per +esempio, della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., +a ciascuna delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non +si adora la Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per +una questione di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo +si dovevano lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi +per secoli nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, +congiure di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono +di mandare a picco uno degli imperi più vasti che la +storia abbia visto, e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare +gli ufficiali di Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini‍<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. +Evidentemente la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando +le immagini, distruggevano il loro Dio. +</p> + +<p> +Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo +sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou +sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano +cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per +esser frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che +essi hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono +bagnati, trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli +d’olio: le donne infine pagano, per essere possedute da loro, +da cento a duecento rupie. +</p> + +<p> +Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria +dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha +visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola +da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente, +senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario +uno sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, +quasi in tutti alla parola <i>Dio</i> non corrisponde nella coscienza che +<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> +una immagine vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino +vede la croce che risveglia in lui un complesso di sentimenti di +rispetto e di timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno +stato di coscienza indeterminatissimo, si associa debolmente o non +si associa affatto a quella emozione: quindi alla coscienza non sono +in quel momento presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti +relativi, ma non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti +non possono dirigersi che al simbolo, perchè egli solo si trova nel +campo della coscienza e dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine +del Dio che esso dovrebbe rappresentare. Siccome un simbolo +funziona in quanto ha la potenza di richiamare un gruppo di idee +e di sentimenti, se queste associazioni non si fanno, il simbolo passa +alla condizione di realtà, perchè l’emozione si arresta a lui e non +risale a ciò che esso rappresenta. +</p> + +<p> +Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, +da Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono +sempre, ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle +plebi, contro il culto delle immagini. +</p> + +<p> +7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e +diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno, +diventa troppo complessa. +</p> + +<p> +Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero +simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della +massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare. +</p> + +<p> +Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino +la guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in +loro onore si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, +sulle nostre navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono +della marcia reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, +che l’aspetta alla sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera +si rivolgono discorsi, inni, qualche volta si danno anche baci, come +se fosse una persona viva o una bella donna. In guerra, la grande +vergogna è di perdere la bandiera; arrendersi conta poco, se prima +si è avuto cura di bruciare la bandiera, come fecero molti reggimenti +francesi nel 1870: il grande onore di Britannico fu di riportare +a Roma le aquile delle legioni di Varo, cadute in mano ad +<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> +Arminio: la Germania addita ancora alla Francia le 70 bandiere strappatele +nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne fanno senza bandiere; +e chi non ha sentito in un comizio gli applausi frenetici che +salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni società, anche +la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il suo vessillo con +discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione manca mai di +rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è cotesto simbolo, +che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di metafore: +abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche, delle sette +religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere ammainate, spiegate, +coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc., ecc. +</p> + +<p> +Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che +la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia +poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia +che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in +ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico. +</p> + +<p> +Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano +di che cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia +del Medio Evo, l’orifiamma reale, la <i>bannière charlemanne</i>, restava +di solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, +a Saint-Denis, e in guerra se ne mandava una copia; così quando +i Fiamminghi la presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; +tanto non era l’originale!‍<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> +</p> + +<p> +Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai +più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di +animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un +semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di +una schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli +antichi Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, +che loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, +fa pensare che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, +fornirono accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi +intorno al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, +ogni cacicco, ogni tribù inalberava sulle tende delle insegne +<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> +diverse, servendosi a ciò dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. +Tra i Figiani ogni schiera combatte sotto la sua bandiera; e +le bandiere si distinguono tra di loro per dei segni‍<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>». I Messicani +mettevano una gran cura a distinguere le persone con insegne +differenti, sopratutto in tempo di guerra‍<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. +</p> + +<p> +A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla +complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento +dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e con +l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono fra i +cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di una piccola +tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una emozione +molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli +in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di +difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero, +quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi ad +altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti +sociali‍<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. +</p> + +<p> +Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio diventa +enormemente complesso, quando si tratti non di piccole tribù, +ma di società numerose, complesse nella loro funzione, comprendenti +gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di interessi +complicatissimi. È una emozione che non può risultare che dall’associazione +e fusione di un numero straordinario di stati di coscienza; +i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una idea astratta, +l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo sviluppo +mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione; +e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per +centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa +la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine può +essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si associano +<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> +una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione dell’affetto, +e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono +più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per +tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una +emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti +usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo +materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i +sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un +aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che +sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico +realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, +come meglio può, liberamente. +</p> + +<p> +Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una +forte tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario +genere; per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non +ricorda le fazioni dei <i>verdi</i> e dei <i>rossi</i> a Costantinopoli? Un avanzo +di questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti +politici con dei colori: <i>neri</i> i clericali; <i>azzurri</i> i moderati e i monarchici; +<i>rossi</i> i rivoluzionari. Così i <i>sans-coulottes</i> simboleggiarono il +loro antagonismo politico contro l’aristocrazia francese nel disprezzo +della forma di abito che l’aristocrazia usava. Ma anche in questo caso, +siccome spesso un partito politico rappresenta un complesso di idee, +di interessi, di desideri, di bisogni molto numerosi e molto astratti, +il sentimento per cui un uomo si appassiona al partito e ne segue +con interesse le vicende è troppo astratto e complesso: allora l’uomo, +per il processo analizzato più su a proposito della bandiera, semplifica +l’emozione, appassionandosi per il simbolo. Chi non ricorda +il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli entusiasmi e le lotte +sollevati da questo simbolo? Si battevano proprio per il berretto, dimenticando +spesso le idee e i desideri che rappresentava: e a Torino, +nel 21, per il berretto frigio si fece un massacro di studenti. +Nel periodo del risorgimento italiano, per molti anni, a Milano, ad +esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria fu <i>una lotta per l’emblema</i>; +quelli cercavano di mostrare in tutte le occasioni gli emblemi +italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa cercava di impedirlo: e la +confusione tra il simbolo e l’idea politica si verificava tanto, che un +<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> +egregio patriota lombardo mi diceva che quando i liberali riuscivano +a inalberare una bandiera tricolore o a portare in molti delle +coccarde nazionali, erano allegri come di una vittoria riportata sull’Austria. +Si ricordi anche l’entusiasmo dei Francesi per Luigi XVI, +quando alla coccarda azzurra sostituì la tricolore: il mutamento del +simbolo entusiasmò la massa, che non calcolava quanto fosse differente +appuntarsi all’abito questo o quel pezzo di nastro, dall’abbandonare +o accettare le idee che l’uno o l’altro rappresentavano. +</p> + +<p> +Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con +una emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, +che talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta +non è delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre +agli occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che +simboleggia nei tribunali la maestà della giustizia: si protesta in +nome della toga, si spoglia la toga per disdegno, si urla che non +si tollereranno insulti alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto +e consunto, preso a prestito da un usciere speculatore, che, a sentire +i discorsi, sarebbe la cosa più sacra di tutta la terra! +</p> + +<p> +L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella +storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una +forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità +immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto alla +evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi e +complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania +descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello +stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità; +resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema +tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo +come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo +dovrebbe, per trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni +sociali in cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed +astratte di quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione +mentale; il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il +mezzo di sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, +di cui esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza +può sostituirla con sufficiente utilità. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> +</p> + +<p> +Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il +capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione +di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel +bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare +delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana: +del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù, +che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò +allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono +che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della fattoria +predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla imbarcazione, +ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il Consiglio dei +vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare all’agente il +proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando l’agente, per +consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli assalitori, oltre rubargli +la roba, gli avevano rotto anche il bastone, immensa fu l’indignazione +nel Consiglio, che revocando immediatamente la sentenza, +condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più a raccogliere i +frantumi del bastone e a riportarli solennemente alla fattoria‍<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>. In +questo caso l’emozione astratta e complessa del rispetto alla proprietà +altrui è sostituita dall’emozione assai più semplice del rispetto all’oggetto +materiale, che rappresenta gli individui: è un arresto emotivo, +per cui si ha già una relativa e parziale osservanza dei doveri morali +verso la proprietà altrui, quando una osservanza intera e compiuta +è ancora impossibile, dato il grado di sviluppo psichico. +</p> + +<p> +8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei +semplici segni in oggetto di venerazione. +</p> + +<p> +Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono +di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre +al minimo queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente +necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche +causa non li tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono +notevoli mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un +esempio classico ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche +religiose. In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc., +<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> +non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo prima +all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello Spencer): +sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero significato è +presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero che si cerca allora +di adattarli al carattere del Dio, studiando quali parole e quali +atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli più gradevoli: segno +che si ha una nozione realistica del valore della pratica religiosa. +Col tempo invece la pratica religiosa è un compiuto simbolo mistico, +la preghiera e le altre formalità non sono più il segno della devozione, +ma il dovere religioso stesso; nell’osservarle, anche senza saperne +più lo scopo, sta tutto l’obbligo del credente. È notissimo il fatto +di credenti che pregano in lingue sconosciute; del cattolico che prega +in latino, dell’ebreo che adopera nelle cerimonie religiose l’ebraico, +senza spesso conoscerlo; dei Romani che cantavano in certe feste i +<i>carmina saliaria</i>, scritti in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti +capivano più. Quale fervente cattolico non crederebbe di +peccare gravemente se trascurasse la messa o il pellegrinaggio? eppure +nessuno sa dire perchè tali cerimonie debbano essere gradite +a Dio. Quello che era un tempo il segno di date disposizioni di animo, +che si sapeva dovere essere gradite al Dio, diventa un dovere di per +sè, indipendentemente dal suo significato; sale adunque all’importanza +di simbolo mistico. Per questo si potrebbe dire che le religioni primitive +sono più spirituali e meno formalistiche delle religioni civili. +Tutte, o quasi, infatti le questioni religiose che scoppiarono nel secolo +XVI vertevano sulla questione del rituale, se cioè si dovesse pregare +con certe formole o con certe altre, se si dovessero osservare +certi riti; era insomma la sola e intera preoccupazione del simbolo +con cui doveva manifestarsi il sentimento religioso, a totale oblio di +questo. Così in Inghilterra Edoardo VI fa redigere da una Commissione +di teologi il libro delle preghiere e lo promulga come obbligatorio +per tutti i fedeli; Maria la sanguinaria invece lo abolisce e in +quattro anni manda al rogo 286 eretici, rei di aver pregato in forma +diversa da quella voluta dalla regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera +della sorella, sinchè nel 1559 l’atto di uniformità ristabilisce il libro +delle preghiere comuni. +</p> + +<p> +Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione +<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> +al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la pratica +religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque sono +presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati di coscienza: +i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di manifestarglieli con +quelle date pratiche, e l’idea delle <i>ragioni</i> per cui queste pratiche sono +gradite al Dio. Di questi tre stati di coscienza, l’ultimo a poco a poco +si oblitera dall’associazione perchè nessuna utilità o nessun bisogno +lo mantiene in vita. Difatti quando si tratta di voler propiziarsi una +persona viva, è importantissimo avere presenti le ragioni per cui +un dato atto o preghiera gli saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna +adattare la preghiera al carattere dell’individuo, o alle sue +disposizioni del momento, se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di +antenati morti, di Dei, di oggetti naturali, questa coscienza sempre +viva delle ragioni per cui il dato atto o parola è gradita non è più +necessaria, non c’è infatti bisogno di cambiare continuamente il modo +di propiziazione secondo il carattere, o le disposizioni momentanee +del pregato, perchè il morto non si vede, e l’oggetto naturale non +ha espressione cangiante; basta quindi continuamente ripeterla nella +stessa forma. Quindi a poco a poco col tempo quella idea, che nel +periodo della formazione mitologica era necessaria, in seguito diventata +inutile si ecclissa e sparisce, finchè di generazione in generazione +non rimangono più nella coscienza strettamente associate che +il desiderio di propiziarsi il Dio e l’idea che dati atti e parole gli +sono graditi: le ragioni per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno +cerca di sapere perchè ciò non è affatto necessario, non essendoci +mai bisogno di mutarli, come abbisognerebbe invece se si trattasse +di persone vive. In questo caso per un arresto che è nel tempo +stesso ideativo ed emotivo e che chiameremo <i>ideo-emotivo</i> il segno +della propria venerazione verso gli Dei, diventa esso l’oggetto d’una +venerazione particolare. +</p> + +<p> +Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità +religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo +servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico usare +una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente +conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando +un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste +<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> +abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita e +gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento, +unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire +specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche stesse +si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono gradite +a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio +si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica è +basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni individuo +fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli +di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata; +quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai. +</p> + +<p> +9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo +ancora osservare. L’arresto <i>ideo-emotivo</i> non è talora l’effetto +di una lenta riduzione al <i>minimum</i>, che avviene di generazione in +generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante +la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto +a una certa serie d’idee e di sentimenti. +</p> + +<p> +È il caso dei <i>burocratici</i> nelle grandi amministrazioni dello Stato e +dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle +società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei regolamenti +che sono dati loro per guida, debba questa applicazione, fatta +senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che si presenta, +condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi, ridicoli. La +lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il <i>segno approssimativo</i> +della volontà del legislatore, che non può dare che una +norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e sulla cui +traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente gli affari, +mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare +questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del regolamento +diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non si fa che +applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente logico, +le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade dell’impiegato +di case private, che se interpreta ed applica male gli ordini +generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro, del +suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla +lettera delle disposizioni regolamentari. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> +</p> + +<p> +Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto <i>ideo-emotivo</i>. Per +applicare intelligentemente una disposizione generale di legge a dei +casi particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: +bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più +frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a +cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, i +temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione. +All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, +per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato. +Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo +caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande +amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi affari +con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo stesso: +quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli pagare. A +poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più rapido +dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor numero +di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di +tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è +assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo +a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la mostruosità +dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti di +soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale applicazione +della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni sentimento +di più alto dovere. +</p> + +<p> +Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè +in lui il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero +che sia possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui +la lettera di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, +al grado di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di +simbolo mistico. +</p> + +<p> +10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre +allarga le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto +i simboli nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di +calcolare alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti +in onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la +scienza non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino +<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> +tra loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle +perdite subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità +civile ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro: +e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione +di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione +coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una +di queste perdite, perchè l’arresto <i>ideo-emotivo</i> per cui il simbolo +e la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di +venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi. +Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più +realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli civili: +sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle +origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche, allo +stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti religiosi +si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è che i selvaggi +hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose, e a modo loro, +come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la civiltà, le +preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e quindi +tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo +normale dell’arresto <i>ideo-emotivo</i> entra in azione, e a poco a poco +la religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; +e per ciò anche estremamente conservatrice. +</p> + +<p> +Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero +ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra +e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso +assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato +da concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione +è dato dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi +lati infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo +loro al disotto. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span></p> + +<h3 id="cap7"><span class="smcap">Capitolo VII.</span> +<span class="smaller">Atavismo e patologia del simbolo.</span></h3> +</div> + +<p> +1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e +incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare +le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più +primitiva. Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che +quei simboli ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli +atavismi, in certi individui e in certe classi sociali. +</p> + +<p> +2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura, ritorna +nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere. +Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura, come +hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così genialmente +raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito +di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre +del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra +un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa +pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo +figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e +sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali come +firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide rozzamente +un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero +dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia +con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in +cui rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. +<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> +In un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due +donne che ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale. +</p> + +<p> +Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure +reali di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso +nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o +figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così +un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò l’amante +disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta contro +di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con un +liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso +dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona +reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro, +2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del +linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello +del suo amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una +donna, vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano +destra, ricordo della sua terza amante — le insegne del suo mestiere +di fabbro — un tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, +ricordo del tempo in cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo +(ricordo della legione). +</p> + +<p> +Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno +a sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri +speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò +la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità +dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più, siccome +i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed +idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo +e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo +con cui esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non +quello che serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia +è spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; +un modo con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non +possono e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una +maniera conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul +braccio un gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava +il tatuaggio così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 +<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> +carcerato per assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi +che fui condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; +la croce feci per non tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista +per riattizzare in sè il sentimento della vendetta contro una +amante che l’aveva tradito, si disegnò un limone (simbolo dell’amore +sventurato, dolce dapprima e agro poi) e una sigla V T = vendetta. +</p> + +<p> +Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è l’artificio +con cui la violenta passione previene in anticipazione il pericolo +della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è +che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti, +essendo stata con essi associata al momento del disegno. +Quindi il tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni +violente e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè +e non scrittura. L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, +non ha bisogno di questo artificioso sistema di segni, che +gli riporti continuamente sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi +nel passato. +</p> + +<p> +3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche +il simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto +primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, +che hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli +Chauffeurs francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo +scorso e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, +per la celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi +alla banda radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa +altezza. Il capo domandava allo sposo: <i>Straccione, vuoi tu la stracciona?</i> +Sulla risposta affermativa, aggiungeva: <i>E allora salta</i>. Lo sposo +saltava la corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla +sposa: dopo, i due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro +che un sistema di documentazione più rozzo: per fissare nella opinione +pubblica l’idea del matrimonio contratto, si facevano assistere +i banditi ad una scena, che ne risvegliava per associazione l’idea. La +scena, così come era immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello +strano: e può essere stata suggerita dalla vita di azione, di ginnastica +e di movimento in aperta campagna, che debbono per forza fare +le bande di briganti. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> +</p> + +<p> +Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, +che è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, +perchè è la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi +e il nuovo. +</p> + +<p> +«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra, +l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni: — Sei +ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere +dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle maniere +convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar +superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli inconvenienti. — E +poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte +la società, già riunita. +</p> + +<p> +Il capo sta in mezzo con a destra il <i>contaiuolo</i> (se c’è), e quindi +il <i>primo voto</i> (socio anziano) continuando in circolo per ordine di +anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo. +Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato +fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo. +</p> + +<p> +Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a <i>Signori</i> e Società +riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la Società? +Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente +della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro +compagno. +</p> + +<p> +<i>Primo voto.</i> — (Chi è stu tale?) Come si chiama? +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon +giovane? +</p> + +<p> +(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti +del neofita sono noti). +</p> + +<p> +<i>Capo</i> (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e chiamatelo. +</p> + +<p> +<i>Ultimo voto</i> (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società +è oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società. +</p> + +<p> +<i>Neofita</i> (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso? +</p> + +<p> +Nessuno risponde per tre volle. +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso? +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Entrate con tutte le regole di società. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in +testa? +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Abbiamo due <i>picciotti</i> alla testa. +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la +Società. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Copritevi. +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta +la Società. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate? +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello +core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata +per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello +che facevo prima. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato? +Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei +picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno. +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la +Società. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo +passare ad una votazione? +</p> + +<p> +All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale +primitivo. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — La Società vi crede meritevole di occupare un posto. +Desiderate altro? +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che +un bacio da sinistra a destra. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Fate i vostri doveri. +</p> + +<p> +Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri cominciando +dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? +Son forse più bello degli altri? +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una +da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete specificatore +e dichiaratore d’ogni cosa (giudice). +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Desiderate altro? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> +</p> + +<p> +<i>Neofita.</i> — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti +per pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i +patti. +</p> + +<p> +<i>Capo.</i> — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti +sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; +2º Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire +pure i camorristi e fare le commissioni loro. +</p> + +<p> +Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti +simulano una <i>giocata</i>; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio +e non di <i>divisione</i>, cioè che ha con la Società sole relazioni di solidarietà +morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in +denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole, +per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla‍<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. +</p> + +<p> +A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti +più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee hanno +avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è evidente. +Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere +a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e doveri, +gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea dei suoi +impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di entrare, +accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi. Ma una società +criminale non può essere che una forma inferiore di società, con struttura +e funzioni primordiali; quindi questa formalità dell’accettazione +che in noi ha assunte forme così astratte, resta in forme più sensibili +e rozze; invece di dare uno statuto scritto, si ricordano con una +serie di discorsi e di atti i doveri a cui si sobbarca l’iniziato. +Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o almeno parzialmente +meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più potentemente che la +parola scritta, così gli atteggiamenti complicati di superiorità in chi +accetta, di inferiorità in chi è accettato come novizio, l’aspetto dell’assemblea +muta, a braccia conserte, imprimono nella psiche dell’iniziato +il sentimento e l’idea dei suoi doveri di soggezione, negli +iniziatori quello del diritto di supremazia più fortemente, che non +lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che tali e tali altri +<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> +sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non potrebbe risvegliare +che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti esteriori +della rimessione risvegliano proprio il sentimento dell’inferiorità +per la legge di associazione tra gli stati psichici e la loro espressione. +</p> + +<p> +4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza +tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel +criminale a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato +primitivo di segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente +corrisponde un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo +che i pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso +non si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano +segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, +e queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio +di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente +lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle autorità +civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli grafici, +che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a cui +di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti le persone +e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi +punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi +sempre le sole consonanti. +</p> + +<p> +Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo +che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio +eseguito da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli +diede un’esatta descrizione‍<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. Questa statuetta porta in testa +una specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati +ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti +del Z. Ad esempio vi esiste il <i>calamaio</i> con cui egli si farà forte +contro i tiranni; l’<i>uniforme</i> che veste è quello portato da lui nelle +guerre dell’indipendenza; le <i>ali</i> ricordano il fatto che quando cadde in +pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori, tra +cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: <i>l’elmo con la lanterna +alla visiera</i> è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al manicomio; +<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> +<i>il sigaro messo di traverso</i> rappresenta il disdegno contro i +re ed i tiranni; <i>l’attitudine della gamba</i> ricorda la frattura che egli +si fece precipitandosi dall’alto. +</p> + +<p> +Ma il più notevole è il <i>trofeo</i> posto sulla testa della statuetta; che +è l’espressione grafica di questa canzonetta: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Un veleno ho preparato.</p> +<p class="i01">Due pugnali tengo in seno:</p> +<p class="i01">Questo viver disgraziato</p> +<p class="i01">Finirà una volta almeno?</p> +<p class="i02"> T’amerò sino alla tomba</p> +<p class="i02"> E anche morto t’amerò.</p> +<p class="i01">La campana lamentosa</p> +<p class="i01">Sonerà la morte mia;</p> +<p class="i01">Ed allor tu udrai curiosa</p> +<p class="i01">Quella funebre armonia.</p> +<p class="i02"> T’amerò ecc. ecc.</p> +<p class="i01">Una lunga e mesta croce</p> +<p class="i01">Nella via vedrai passar;</p> +<p class="i01">Ed un prete sulla forca</p> +<p class="i01"><i>Miserere</i> recitar.</p> +<p class="i02"> T’amerò ecc. ecc.</p> +</div></div> + +<p> +Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così +della prima strofa la parola <i>veleno</i> è rappresentata dalla coppa; i +<i>due pugnali</i> non mancano; <i>il finir della vita e la tomba</i> sono rappresentati +da una specie di sarcofago o cassetta chiusa; l’<i>amore</i> dai +mazzetti di fiori. Della seconda strofa la <i>campana</i> è rappresentata +tal quale; la <i>funebre armonia</i> da due trombe incrociate in basso. +La <i>croce</i> della terza e il <i>prete</i> (o cappello da prete) della quarta completano +il quadro a cui non manca che la <i>forca</i> sostituita da una forchetta. +Si veda dunque quale aggrovigliamento nel simbolo, in perfetta +analogia con l’aggrovigliamento del delirio. +</p> + +<p> +Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente +la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici, +facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle +condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se +questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle +nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione +d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere +<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> +l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si +poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici +sui negozi giuridici. +</p> + +<p> +5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è importante +esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra, riconfermata +dalla patologia, una legge normale della psiche umana, +con una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia, +che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato +tanta luce sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo +che uno dei processi di formazione del simbolo è quello di +prendere la parte per il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; +e come questo processo non sia per nulla intenzionale, ma basato +sopra la naturale riduzione delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti +troppo complessi. Una conferma di questa legge ci viene +da alcune forme morbose d’amore, in cui questa riduzione è spinta +così all’estremo che la parte sostituisce il tutto; e che perciò ci mostrano +confermata la legge generale, come molte altre malattie, che +non sono se non una tendenza normale troppo esagerata. +</p> + +<p> +Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo +di riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare +della donna che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato. +Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è +per dir così che un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più +forte del desiderio dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce +tutto e diventa per dir così tutto l’amore. +</p> + +<p> +In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia +e le mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare +in gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando +la bellezza del corpo, viene ad essere più importante anche di +questa. Montaigne osservava, parlando dell’amore: «Certes, les +perles, et les brocardes, y confèrent quelque chose, et les filtres, et +le train». Rousseau confessa che le modiste, le domestiche, le piccole +venditrici non lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce +n’est pourtant pas du tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, +c’est la volupté; c’est un teint mieux conservé... une robe plus +fine et mieux faite, une chaussure plus mignonne, des rubans, de +<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> +la dentelle, des cheveux mieux ajustés. Je préfererai toujours la +moins jolie ayant plus de tous cela». +</p> + +<p> +Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così +oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri alla +donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle signore +per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali a masturbarsi +con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati dagli stivaletti. +Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili; esaminava +con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro +passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un +ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare +l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine +della donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi +innanzi alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, +diceva: «Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente +nero, e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine +elegantissime: la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono +gli stivaletti alti da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi». +</p> + +<p> +In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del +corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un +uomo non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata +una con occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato +dalle mani, e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione +dell’oggetto di ornamento aggiunto a quello dell’organo); però +la riduzione non era ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè +una bella mano e un brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli +amanti dei riccioli, delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive +il Macé, si cacciano nella folla dei grandi magazzini di novità, si +avvicinano alle donne e alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle +spalle e con delle forbici ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro +diceva: «Per me la ragazza non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano». +</p> + +<p> +Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in +alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non +è ancora divenuto la condizione <i>sine qua non</i> dell’eccitamento erotico; +in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li +<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> +lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da +cui solo sono ormai suscettibili di essere eccitati. +</p> + +<p> +Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del fenomeno +ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana +a ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la +parte con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, +che riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi +normali di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento +che fa il particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso +come in questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. +Ma in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione +e questi fenomeni della patologia mentale si illuminano a vicenda. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p> + +<h2 id="parte2">PARTE II: +<span class="smaller">APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE.</span></h2> +</div> + +<h3 id="capun"><span class="smcap">Capitolo Unico.</span> +<span class="smaller">Il simbolismo nel diritto moderno.</span></h3> + +<p> +Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo, +non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che +ai traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti +della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici +e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto +raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta +gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che +di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi trapassati +ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era di vedere +la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto rappresentare: +ciò però non toglie che i simboli mistici siano numerosissimi +anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di considerarli +come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima parte +delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo con +cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che un +gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa confusione +del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e sopratutto +di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che +tormenta forse più che non benefichi. +</p> + +<p> +Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso +fallace, fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per +cui uomini spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato +la vita a speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno +spesso sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, +anche nella gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si +volesse sostenere che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia +<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> +dell’uomo comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte +meditazioni dei giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia +non si trascurasse il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che +cosa serve una giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve +essere applicata? Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere +giuridiche dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla +tradizione professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro +che una giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà +come e perchè essa sia una giustizia inferiore. +</p> + +<p> +Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più +astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali con +cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del sentimento +di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè prendiamo +ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori +concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che +permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori. +Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col mantenimento +di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza impedimento +le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni vengono +disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento altruistico +di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle soddisfazioni, +ma anche delle idee di quelle condizioni che in un caso sono +conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò evidente che +la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace di questo +sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente grande. +Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno semplici +piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli animali +gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature +umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, +non solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche +quel complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di +tali sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi +molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è +incapace di fare»‍<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> +</p> + +<p> +Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più +facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni +generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga +esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi +e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel +ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a cui provvedono: +altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche appartenenti +per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo e +che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione +che si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi +mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro natura, +non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di +una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non rispecchiano +che parzialmente la disposizione generale, e che si presentano +sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale +si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando +il principio generale, perchè contengono elementi parziali di +fatto che mutano più o meno profondamente i termini della questione +e quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa +dalla disposizione generale. +</p> + +<p> +Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi +numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni +della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle cioè +come <i>il segno approssimativo ed imperfetto</i> della volontà del legislatore, +sulla cui guida decidere, integrandole nei casi particolari con il +proprio sentimento di giustizia: giacchè per divisioni e suddivisioni in +cui si biforchi la regola generale, si presenteranno sempre dei casi in +cui il giudice, per esser giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle +norme già stabilite all’autorità della propria coscienza, interrogando +il suo sentimento di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti +romani tenevano continuamente presente che il diritto +scritto doveva essere integrato da quello che essi chiamavano il <i>diritto +naturale</i> e che non era se non l’espressione di quel sentimento +di giustizia che si ribellava contro l’applicazione di regole generali +a casi particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto +naturale, scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema +<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> +che doveva gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle +sinchè non erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto +nasceva dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto +perfetto e dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»‍<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>. +</p> + +<p> +Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una +troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana +già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre al minimo +il numero delle associazioni mentali necessarie ad un dato +lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di ogni considerazione +di giustizia. Le disposizioni della legge, che come dicemmo, +non dovrebbero essere che il segno approssimativo e imperfetto della +volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice dovrebbe spingersi +per arrivare con le forze proprie alla giustizia, diventano la giustizia +stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è il dovere del magistrato. +Per giudicare con giustizia il magistrato dovrebbe dar libero corso, a +ogni caso che gli si presenta, al suo sentimento naturale di giustizia, +cioè a quell’associazione di idee e di sentimenti, di cui vedemmo +poco fa la complessità: dovrebbe confrontare il responso +della sua coscienza con le applicazioni usuali e più frequenti del +principio generale della legge; e ove discordino, cercare le ragioni +del disaccordo e penetrando nello spirito del principio, associando +l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e le differenze del caso +presente, modificarne l’applicazione a seconda del proprio sentimento +di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai faticoso, complicato e +per di più diverso per ogni caso singolo: molto più semplice è applicare +le disposizioni generali cavandone le conseguenze logiche, senza +altre considerazioni e associazioni concomitanti di idee o di sentimenti, +perchè in tal caso non v’è da seguire che una catena più o meno lunga +di ragionamenti. Per un poco che la mente continui in questo esercizio, +l’arresto ideo-emotivo si produce rapidamente; il pensiero si +avvezza a considerare soltanto i puri rapporti tra il caso speciale e +il principio generale, per trovar modo di applicare questo, senza che +le associazioni collaterali di altre idee si formino; il sentimento alto +e complesso della giustizia si riduce a un sentimento di soddisfazione +<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> +per l’applicazione logica intera e compiuta del principio generale +quando possa farsi, escludendo da questa la rappresentazione del +torto fatto alla vittima e l’idea delle ragioni per le quali è stato arrecato +questo torto. Le sentenze più ingiuste e nello stesso tempo più +giuridiche, sono create con questo sistema, per cui la lettera della +legge, che non dovrebbe essere che un <i>segno approssimativo</i>, diventa +la giustizia stessa, cioè un simbolo mistico. +</p> + +<p> +Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze +su casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di +danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore +non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che +si potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria +giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato +potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel valore +della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es., se A +pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità di merce +e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal non adempiuto +contratto, questo genere di merce, per un accidente qualunque, decupla +il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto a pagare a B, +come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per la ragione +che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla: è questo +un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè non applicandolo +si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il principio +generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa. Una +Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da +questa, entro un dato termine, una provvista di <i>poutrelles</i> in ferro: la +Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si era +con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle <i>poutrelles</i>, +deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite allora +alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda di poter +provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le 450 lire di +penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si oppone, +sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per questo +sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un danno +che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata dalla +Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale stabilita, ed +<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> +essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale eventualità +di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con giustizia, sostenendo +che la «legge non esige che siano preveduti o che si possano +prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in caso +di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un +pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed accidentali +verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle +che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze +immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava +quindi ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza +del 2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, +sostenendo che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, +e che il giudice non ha altra autorità che quella di decidere +se in linea di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha +sancito solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti +o prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al +giudice del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, +per il complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa +sia stata preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che +in tal modo si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta +italiana ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia +di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un +principio generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti +i principii generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano +pure questi i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro +il sentimento di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e +divenuto abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale. +</p> + +<p> +Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie +idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali gli +esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che, per +quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno talora +conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a liti +interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha fatto una +deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati, permettendo +che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi, forse per +scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre, impaurito della +<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> +prodigalità del proprio figlio, lasci erede non questo, ma i figli futuri +di lui, e metta così al sicuro il patrimonio familiare: supponete +ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto il suo, domandi +che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri gli siano passati +gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo senso d’equità la +domanda si debba accogliere? Per colpevole che sia un uomo nella +sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame accanto ai tesori +che aspettano i suoi figli di là da venire, quando detraendo una piccola +parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle estreme strettezze: +eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed esaminata alla +luce della patria legislazione, la soluzione non fu così semplice come +a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta, ma non in +nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze non offuscate +da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così chiaro, almeno +in questo caso, il suo responso: bensì, filando una serie di +ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con sillogismi +altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello supposto +innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza +4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo +che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono passibili +del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri. Ma si dice: I +figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono possibili, non esistenti... +Ma i figli nascituri sono un ente giuridico creato dalla legge, +e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli nascituri, come persona +giuridica, possono ricevere per testamento o per donazione, debbono +anche, quantunque non ancora nati, prestare gli alimenti ai +loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento, come si vede, +è in molte parti abbastanza strano, specialmente per quella sua personificazione +dei figli nascituri, che, quantunque non ancora nati, +hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori futuri: ma, +se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si deve però credere +che tutti siano della stessa opinione; uno dei più insigni civilisti +italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza veementemente, +come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri non hanno +personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci nè di diritti +nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è loro riconosciuto +<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> +per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano accordare gli +alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse fatto un +testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla miseria, dovrebbe +morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli di là da venire +senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto dell’arresto +ideo-emotivo professionale. +</p> + +<p> +Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando +le deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni +considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella ricerca +della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in un +caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti fossero +senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre si alleasse +a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che si +potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti estremamente +malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua miseria. +Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul +giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente +di giustizia impersonale. +</p> + +<p> +La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un testamento +fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto <i>dal notaio</i> +innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura sia +fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che, con +sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo genere, +perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico da +esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua presenza +degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente +che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per insufficiente +menzione dell’adempimento di una formalità essenziale». +Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente +erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori, finiscono +letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni altra +idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del testatore +di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è dubbio che +il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima, non sarebbe +più semplice interrogare il notaio e non distruggere per un <i>lapsus calami</i> +un atto, che socialmente ha una certa importanza, quale è un +<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> +testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale. Così recentemente +innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva la causa +di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che già era +stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico Ministero +aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi +di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come +risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta, ed +era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta fraudolenta +a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più legalmente +esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere +dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri, che +non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero riscontrati +fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar +luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e +non già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non +tenuta dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento, +cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, +scrive l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è +niente da dire, perchè non poteva avere diversa soluzione: però, +non è sufficientemente strana una legge che permette l’assoluzione +di un imputato, <i>solo perchè era stato condannato altra volta per un +reato più grave</i>?‍<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>. +</p> + +<p> +Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si +approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone +che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto sono +assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta +anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo +esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto o +dell’ingiusto. Così la legge considera <i>per pura finzione</i> come immobilizzate +e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine dell’opificio: +ora, in una espropriazione per causa di pubblica utilità fatta +dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva, prendendo alla +lettera le parole della finzione, che gli si pagassero, oltre il fabbricato, +non il prezzo del trasporto delle macchine al nuovo opificio e +<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> +un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo intero delle macchine: +perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la legge considera +come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi distrutto l’immobile, +sono distrutte anche le macchine! La Corte di Cassazione di Torino +(Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola argomentazione; +ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta in qualunque +radunanza di gente intelligente, ma non specialista in fatto di giurisprudenza, +non sarebbe stata seppellita subito sotto una omerica +risata? +</p> + +<p> +E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda, +avesse applicato a questo caso quel processo mentale che +applica a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del +sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla +richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo +è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine, sembra +mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia per decidere +le cause, e la letterale applicazione della legge è divenuta consuetudine +organica del pensiero, quando un querelante presenta una +domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito sentimento +di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica, dovrebbe ammettere, +il magistrato deve, per dargli torto, cercare e ricercare qualche +sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che vuol salvaguardare la +giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e rivoltolarsi come un ladro +per il labirinto dei cavilli; mentre il birbante che con una sottigliezza +tenta di rovinare un nemico, può dire a fronte alta che egli domanda +solo l’applicazione della legge nei modi soliti. Un curioso +esempio ce lo dà la Francia. In Francia, al principio della insequestrabilità +della rendita non erano state poste eccezioni, come in Italia, +da nessuna legge: e per questo la giurisprudenza negò nei primi tempi +ai creditori del fallito il diritto di rivalersi sulle iscrizioni di rendita +del fallito. La massima era socialmente pericolosissima, perchè +i falliti che investivano in rendita pubblica il loro attivo, potevano +frodare interamente i creditori: ma la magistratura che non ebbe il +coraggio di affrontare il problema e completare la legge, ricorse invece +a uno strano ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del +19 giugno 1857, sancì la massima che la rendita era intangibile; +<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> +ma che... i sindaci del fallimento potevano, essendo considerati quali +<i>mandatari</i> del fallito, alienarla‍<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Mai esercizio di acrobatismo logico +fu più rischioso e stravagante di questo, che, per salvare la +giustizia, deve travestire un curatore di fallimento in mandatario del +fallito. +</p> + +<p> +Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la +cosa nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un +complesso di formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la +eguaglianza nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir +sorprese, tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che +abbia mancato di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le +formalità da eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa +sola e terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: +<i>tutte le cause si vincono con la procedura</i>. Non importa aver torto o +ragione, anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere +l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica +di osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di +nullità, per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, +diventa un’imboscata. +</p> + +<p> +Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo +ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel +loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo facili +soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data una tale +importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco una esagerazione +che può condurre a conseguenze mostruose. Che un cancelliere +si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola +sacramentale «<i>In nome</i> ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo +negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale +dal pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente +distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale, +ansie, incertezze dolorose. +</p> + +<p> +Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il +cuore di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte +tutte le ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui +<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> +dipendono spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può +regalarsi una orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più +raffinata che le crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati +sui corpi dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge +umana e una umana interpretazione stabilisse un certo numero di +formalità essenziali, che la parte negligente fosse invitata più volte +a osservare prima di punirla con l’estrema sanzione, la perdita +del processo, e rendendola più sollecita nelle prime negligenze con +una multa. Che male ci sarebbe, se una parte non osserva un +termine, a infliggerle per la prima volta solo una multa e a continuare +il processo? Che male sarebbe, se si dimentica nella redazione +della sentenza la formola iniziale «In nome, ecc.», di riportarla +al cancelliere e far riparare alla omissione? E non si dica che +le garanzie scemerebbero e tutto piomberebbe nel disordine; perchè +disordine più immenso di quello attuale io non so immaginare, se +per una involontaria dimenticanza, si può perdere il diritto a vedersi +data giustizia. +</p> + +<p> +Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico +di diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche +strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità sociale. +Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo darne: +il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa conseguenza +dei principii giuridici e allora froda per un momento la scienza che +ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella che quei principii +giuridici sono spesso assolutamente fallaci e pericolosi? Che +diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono essere ogni tanto +violate per <i>utilità sociale</i>? Ma che altro è il diritto, quando non è +una cristallizzazione d’idee trapassate, quando è cosa vivente, se non, +per così dire, l’utilità sociale organizzata? E come possono chiamarsi +giuridici dei principii che, applicati interamente, produrrebbero scandali +e rovine? Se ciò è possibile, nessun dubbio può sussistere che +la funzione giuridica non è, almeno in tutte le sue parti, regolare e +fisiologica. +</p> + +<p> +Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione +del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e +nella straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli +<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> +mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi +e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva +nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi +ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo continuamente: +ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima più +nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in ginocchio, +in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto romano, che non +sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo cristallizzata: +da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi tentativi per riplasmare +ai nuovi bisogni il più importante degli elementi sociali; +e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto, continua a dominare +cieco e immutabile e a far vittime più numerose che la religione +in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la società +europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se non +con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti. +</p> + +<p> +E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano trasformate +in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo, ci +spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi e +civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome l’arresto +ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e siccome +il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali +bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di arresto, +per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più forti +dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto romano +è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza; rassomiglia +alla enorme diffusione della formalistica religione cattolica, +che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa non pretende +che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una religione +spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più ristretto, +solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito di quella +fede. +</p> + +<p> +E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non +si ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge +non fa qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, +ma il suo comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova +già ben disposta verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe +<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> +che i magistrati, il cui dovere professionale fosse quello di applicare +letteralmente una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: +ma dovrebbero, se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione +legale, far sentire il loro malcontento, la ribellione della +loro coscienza costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome +di un codice che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece +accade tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di +concepire e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze +dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente +da essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, +con i processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo +che non fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati +ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo +come di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza +giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi +tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari +applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui soluzione +ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica, ma +che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli +stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente, dopo +due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale la cosa: +oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si saranno così +bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da trovarvisi pienamente +a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo dovrebbe essere +scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i magistrati una +ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della scienza e della +pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno una pietra. +Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere dei piccoli ritocchi, +che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo abitabile +dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro riparo +hanno trovato il loro massimo tormento. +</p> + +<p> +Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione, +ripetere quel latino del <i>Digesto</i>, che con una ingenua sincerità descrive +il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi +del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: <i>Non +omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo +<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> +rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa +ex his quae certa sunt subvertuntur</i> (L. 20 e 21, <i>D. de legibus</i>). +</p> + +<p> +Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare in un +lungo e compiuto lavoro‍<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>, si comprende che l’avvenire della giustizia +e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione dei codici, nell’abbandono +di quei principii giuridici che sono generalizzazioni pericolose +e causa determinante di arresti ideo-emotivi; nella istituzione +di arbitrati, composti di persone oneste e intelligenti, incaricate di giudicare +<i>ex aequo et bono</i>, appellandosi non all’autorità dei padri nostri, +ma all’autorità della loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della +professione di magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata +di arbitri tra persone intelligenti, istruite, integre, che di solito +attendano a diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe +di magistrati favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni +modo, poichè il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, +sta nel prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo +di tutte le riforme dovrà essere di impedire meglio che si +può che per una ragione o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca +in coloro che sono incaricati di amministrare la giustizia. +</p> + +<p> +Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e +a condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire +da Mefistofele a Faust: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Es erben sich Gesetz’ und Rechte</p> +<p class="i01">Wie eine ew’ge Krankheit fort;</p> +<p class="i01">Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,</p> +<p class="i01">Und rueken sacht von Ort zu Ort.</p> +<p class="i01">Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage;</p> +<p class="i01">Weh dir dass da ein Enkel bist!</p> +<p class="i01">Von Rechte, das mit uns geboren ist,</p> +<p class="i01">Von dem ist leider! nie die Frage.</p> +</div></div> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span></p> + +<h2 id="indalf">INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE +<span class="smaller">CITATI NELL’OPERA</span></h2> +</div> + +<ul> +<li>Alongi, <a href="#Page_112"><i>Pag.</i> 112</a></li> +<li><i>Arch. di psich. e scienze penali</i>, <a href="#Page_113">113</a></li> +<li>Ardigò, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_133">133</a></li> +<li>Ascoli, <a href="#Page_40">40</a></li> +<li>Bancroft, <a href="#Page_33">33</a></li> +<li>Bastian, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_49">49</a></li> +<li>Beaumanoir, <a href="#Page_26">26</a></li> +<li>Beaunis, <a href="#Page_8">8</a>, <a href="#Page_12">12</a></li> +<li>Bertillon, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_34">34</a>, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_87">87</a></li> +<li><i>Bibbia</i>, <a href="#Page_27">27</a>, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_92">92</a></li> +<li>Binet, <a href="#Page_9">9</a>, <a href="#Page_10">10</a>, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_91">91</a></li> +<li><i>Bollett. della Società Geografica</i>, <a href="#Page_23">23</a></li> +<li>Bopp, <a href="#Page_44">44</a></li> +<li>Bouche, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_36">36</a>, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_101">101</a></li> +<li>Bourget, <a href="#Page_72">72</a></li> +<li>Bukle, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_82">82</a></li> +<li>Buonamici, <a href="#Page_64">64</a></li> +<li>Carle, <a href="#Page_15">15</a></li> +<li>Carlyle, <a href="#Page_46">46</a></li> +<li><i>Chronicon cassinense</i>, <a href="#Page_27">27</a></li> +<li>Colini, <a href="#Page_23">23</a></li> +<li>Confucio, <a href="#Page_34">34</a></li> +<li><i>Cout. du Nivernais</i>, <a href="#Page_29">29</a></li> +<li>Cox, <a href="#Page_46">46</a></li> +<li>De Sarlo, <a href="#Page_3">3</a></li> +<li><i>Digest of hindu law</i>, <a href="#Page_23">23</a></li> +<li>Diodoro Siculo, <a href="#Page_25">25</a></li> +<li>Donnat, <a href="#Page_25">25</a></li> +<li>Dowling, <a href="#Page_37">37</a></li> +<li>Draper, <a href="#Page_95">95</a></li> +<li>Ducange, <a href="#Page_23">23</a>, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_75">75</a></li> +<li>Dugmore, <a href="#Page_61">61</a></li> +<li>Earle, <a href="#Page_59">59</a></li> +<li>Eisenhart, <a href="#Page_45">45</a></li> +<li>Ellis, <a href="#Page_67">67</a></li> +<li>Erodoto, <a href="#Page_48">48</a></li> +<li>Espinas, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_12">12</a></li> +<li>Feré, <a href="#Page_9">9</a></li> +<li>Ferrero, <a href="#Page_24">24</a></li> +<li>Floquet, <a href="#Page_80">80</a></li> +<li>Galland, <a href="#Page_39">39</a></li> +<li>Garlanda, <a href="#Page_1">1</a>, <a href="#Page_40">40</a></li> +<li>Garrik Mallery, <a href="#Page_73">73</a></li> +<li>Gianturco, <a href="#Page_56">56</a></li> +<li>Goethe, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_133">133</a></li> +<li>Gregorio di Tours, <a href="#Page_19">19</a>, <a href="#Page_37">37</a></li> +<li>Grimm, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_45">45</a></li> +<li>Guyau, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_87">87</a></li> +<li>Hartmann, <a href="#Page_3">3</a>, <a href="#Page_84">84</a></li> +<li>Houard, <a href="#Page_22">22</a>, <a href="#Page_57">57</a></li> +<li>Howitt, <a href="#Page_23">23</a></li> +<li>Kemble, <a href="#Page_5">5</a></li> +<li>Krafft-Ebing, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_72">72</a></li> +<li>Krapotkine, <a href="#Page_98">98</a></li> +<li><i>Jih-King</i>, <a href="#Page_34">34</a></li> +<li>Joinville, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Joly, <a href="#Page_40">40</a></li> +<li><i>Journal asiatique</i>, <a href="#Page_34">34</a></li> +<li><i>Journal du Palais</i>, <a href="#Page_129">129</a></li> +<li>Lanoye (De), <a href="#Page_35">35</a></li> +<li>Lefèvre, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_89">89</a></li> +<li><i>Leges Wallicae</i>, <a href="#Page_39">39</a></li> +<li>Lenormant, <a href="#Page_40">40</a>, <a href="#Page_44">44</a></li> +<li>Letourneau, <a href="#Page_1">1</a>, <a href="#Page_20">20</a>, <a href="#Page_25">25</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_60">60</a></li> +<li>Lewes, <a href="#Page_47">47</a></li> +<li><i>Lex Wisig.</i>, <a href="#Page_45">45</a></li> +<li><i>Lombardia</i>, <a href="#Page_127">127</a></li> +<li>Lombroso, <a href="#Page_7">7</a>, <a href="#Page_12">12</a>, <a href="#Page_72">72</a>, <a href="#Page_107">107</a>, <a href="#Page_113">113</a></li> +<li>Loria, <a href="#Page_55">55</a>, <a href="#Page_93">93</a></li> +<li>Macpherson, <a href="#Page_22">22</a></li> +<li>Maine (S), <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_30">30</a>, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_65">65</a>, <a href="#Page_122">122</a></li> +<li>Marzolo, <a href="#Page_13">13</a>, <a href="#Page_14">14</a>, <a href="#Page_20">20</a>, <a href="#Page_32">32</a>, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_40">40</a>, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_44">44</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_73">73</a>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_89">89</a>, <a href="#Page_91">91</a>, <a href="#Page_93">93</a></li> +<li>Massenat, <a href="#Page_40">40</a></li> +<li>Maudsley, <a href="#Page_12">12</a></li> +<li>Mayer, <a href="#Page_55">55</a></li> +<li>Meichelbeck, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Michelet, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_97">97</a></li> +<li>Modigliani, <a href="#Page_38">38</a></li> +<li>Moerenhout, <a href="#Page_59">59</a></li> +<li>Mommsen, <a href="#Page_53">53</a></li> +<li>Monstrelet, <a href="#Page_80">80</a></li> +<li>Montaigne, <a href="#Page_115">115</a></li> +<li>Morgan, <a href="#Page_27">27</a></li> +<li>Morselli, <a href="#Page_113">113</a></li> +<li>Mouske, <a href="#Page_27">27</a></li> +<li>Muirhead, <a href="#Page_54">54</a>, <a href="#Page_64">64</a></li> +<li>Müller (Friedrich), <a href="#Page_73">73</a></li> +<li>Müller (Max), <a href="#Page_46">46</a></li> +<li><span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span></li> +<li>Neugart, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Niblack, <a href="#Page_87">87</a></li> +<li>Offner, <a href="#Page_14">14</a></li> +<li>Ottolenghi, <a href="#Page_12">12</a></li> +<li><i>Pandette</i>, <a href="#Page_23">23</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_132">132</a></li> +<li>Pausania, <a href="#Page_47">47</a></li> +<li>Post, <a href="#Page_23">23</a>, <a href="#Page_26">26</a></li> +<li>Presles (R. de), <a href="#Page_97">97</a></li> +<li>Ratzel, <a href="#Page_60">60</a></li> +<li>Reclus, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_25">25</a></li> +<li>Remusat, <a href="#Page_34">34</a></li> +<li><i>Revue philosophique</i>, <a href="#Page_8">8</a>, <a href="#Page_11">11</a></li> +<li><i>Revue politique et littéraire</i>, <a href="#Page_87">87</a></li> +<li><i>Revue scientifique</i>, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_42">42</a></li> +<li>Reymond, <a href="#Page_70">70</a></li> +<li>Ribot, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_42">42</a></li> +<li>Ricci, <a href="#Page_125">125</a></li> +<li>Richet, <a href="#Page_3">3</a>, <a href="#Page_12">12</a></li> +<li>Ried, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Romanes, <a href="#Page_40">40</a></li> +<li>Rotari, <a href="#Page_29">29</a></li> +<li>Rousseau, <a href="#Page_115">115</a></li> +<li>Salvioli, <a href="#Page_22">22</a>, <a href="#Page_91">91</a></li> +<li>Schliemann, <a href="#Page_29">29</a></li> +<li><i>Société nouvelle</i>, <a href="#Page_98">98</a></li> +<li>Sohn, <a href="#Page_20">20</a></li> +<li>Spencer, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_6">6</a>, <a href="#Page_20">20</a>, <a href="#Page_22">22</a>, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_54">54</a>, <a href="#Page_55">55</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_94">94</a>, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_120">120</a></li> +<li>Steinthal, <a href="#Page_41">41</a></li> +<li>Stendhal, <a href="#Page_9">9</a></li> +<li>Strabone, <a href="#Page_25">25</a></li> +<li>Taine, <a href="#Page_19">19</a></li> +<li>Tanzi, <a href="#Page_89">89</a></li> +<li>Trezza, <a href="#Page_46">46</a></li> +<li>Tylor, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_72">72</a></li> +<li>Valdata, <a href="#Page_127">127</a></li> +<li>Vignoli, <a href="#Page_44">44</a></li> +<li>Wace, <a href="#Page_38">38</a></li> +<li>Walch, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Wenk, <a href="#Page_66">66</a></li> +<li>Wundt, <a href="#Page_14">14</a></li> + +</ul> + +<div class="somm"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> +</p> + +<h2><a id="indice" href="#indfront"> +INDICE</a></h2> + +<table class="indice"> + <tr> + <td colspan="2"><i>Dedica</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_v"><i>Pag.</i> <span class="smcap lowercase">V</span></a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="2"><i>Prefazione</i></td> <td class="pag"><a href="#prefazione"><span class="smcap lowercase">VII</span></a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td colspan="2"><i>Introduzione:</i> La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale</td> <td class="pag"><a href="#intro">1</a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3" class="center">PARTE I.</td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3" class="center">Fisio-psicologia del simbolo.</td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td class="cap"><span class="smcap">Capitolo</span></td> <td> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">I.</td> <td>— Simboli di prova</td> <td class="pag"><a href="#cap1">17</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">II.</td> <td>— Simboli descrittivi</td> <td class="pag"><a href="#cap2">32</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">III.</td> <td>— Simboli di sopravvivenza</td> <td class="pag"><a href="#cap3">52</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">IV.</td> <td>— Simboli di riduzione</td> <td class="pag"><a href="#cap4">70</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">V.</td> <td>— Simboli emotivi</td> <td class="pag"><a href="#cap5">77</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">VI.</td> <td>— Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo</td> <td class="pag"><a href="#cap6">83</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">VII.</td> <td>— Atavismo e patologia del simbolo</td> <td class="pag"><a href="#cap7">107</a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3" class="center">PARTE II.</td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3" class="center">Applicazioni psico-sociologiche.</td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td class="cap"><span class="smcap">Capitolo Unico</span>.</td> <td>— Il simbolo nel diritto moderno</td> <td class="pag"><a href="#capun">119</a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"> </td> + </tr> + <tr> + <td colspan="2">Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera</td> <td class="pag"><a href="#indalf">135</a></td> + </tr> +</table> +<hr> +</div> + +<div class="footnotes"> + +<h2> +NOTE: +</h2> + +<div class="footnote" id="note1"> +<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.  </span><span class="smcap">Garlanda</span>, <i>La filosofia delle parole</i>. — Roma, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note2"> +<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.  </span><span class="smcap">Letourneau</span>, <i>La sociologie d’après l’ethnographie</i>. — Paris, 1884, lib. III, +cap. X.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note3"> +<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.  </span>Vedi riguardo a questi piaceri, <span class="smcap">Spencer</span>, <i>Les bases de la morale évolutionniste</i>. — Paris, +1889, cap. IX.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note4"> +<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note5"> +<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.  </span><span class="smcap">Ribot</span>, <i>La psychologie de l’attention</i>. — Paris, 1889.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note6"> +<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.  </span><span class="smcap">Richet</span>, <i>L’homme et l’intelligence</i>. — Paris, 1884.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note7"> +<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.  </span>L’importanza di questo lato della questione fu vista dall’Hartmann, il +celebre pessimista tedesco; il capitolo <i>L’inconscio nell’intelligenza</i> della sua +opera <i>Philosophie des Unbewusten</i>, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora +di metafisica, è importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del <span class="smcap">De Sarlo</span>, +<i>L’inconscio in patologia mentale</i>, Reggio d’Emilia, 1892.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note8"> +<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.  </span><span class="smcap">Espinas</span>, <i>Des sociétés animales</i>. — Paris, 1878.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note9"> +<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes des psychologie</i>. — Paris, 1874, parte II, cap. VII; +parte IV, cap. VII.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note10"> +<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.  </span><span class="smcap">Kemble</span>, <i>The Saxons in England</i>, II, 105, in <span class="smcap">Spencer</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note11"> +<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de sociologie</i>. — Paris, 1882, vol. III, P. IV, cap. IV; +P. V, cap. XVI.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note12"> +<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.  </span>Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia nella psicologia spetta, +come è noto, al <span class="smcap">Lombroso</span>, che se ne servì per spiegare l’innato conservatorismo +dell’uomo. È una idea straordinariamente feconda e capace delle più svariate +applicazioni: io ne tento, in questo lavoro, una nuova.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note13"> +<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.  </span><span class="smcap">Beaunis</span>, <i>Physiologie</i>, 2ª ediz., pag. 1351.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note14"> +<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.  </span><span class="smcap">Beaunis</span>, <i>L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme provoqué</i>, +nella <i>Revue philosophique</i>, agosto, 1885.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note15"> +<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.  </span>Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di <span class="smcap">Stendhal</span>, +<i>Physiologie de l’amour</i>, che notò sopra di sè come essa rinforzi il tono di qualsiasi +sentimento si trovi per il momento nella psiche. Così, quando egli era +innamorato, la musica lo rendeva più innamorato ancora; una volta che pensava +ad armare una spedizione per la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e +l’entusiasmo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note16"> +<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.  </span><span class="smcap">Feré</span>, <i>Sensation et mouvement</i>. — Paris, 1887.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note17"> +<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.  </span><span class="smcap">Binet</span>, <i>Études de psychologie expérimentale</i>. — Paris, 1883.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note18"> +<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.  </span><span class="smcap">Bouche</span>, <i>La Côte des Esclaves et le Dahomey</i>. — Paris, 1885.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note19"> +<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.  </span>Vedi su questo feticismo normale dell’amore <span class="smcap">Binet</span>, <i>Le féticisme dans +l’amour</i> (<i>Revue philosophique</i>, agosto, 1887) e <span class="smcap">Krafft-Ebing</span>, <i>Psycopathia sexualis</i>. — Stuttgart, +1887.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note20"> +<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.  </span><span class="smcap">Ottolenghi</span> e <span class="smcap">Lombroso</span>, <i>Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla credulità</i>. — Torino, +1889.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note21"> +<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.  </span><span class="smcap">Maudsley</span>, <i>L’esprit et le corps</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note22"> +<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.  </span>Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti portati +dal <span class="smcap">Richet</span>, <i>L’homme et l’intelligence</i>, Paris, 1884, nello studio: <i>Le somnambulisme +provoqué</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note23"> +<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio sui segni</i>. — Pisa, 1866.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note24"> +<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.  </span>Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri processi psichici +a un movimento molecolare, gli studi principali di psicofisica, specialmente i tedeschi. +<span class="smcap">Münsterberg</span>, <i>Beitrage zur experimentelle Psychologie</i>, I, 129; <span class="smcap">Vundt</span>, +<i>Essays</i>, IV; <span class="smcap">Gehirn und Seele</span>, p. 118, <i>Physiol. Psychologie</i>, II, 204. — Ora +questa ipotesi (ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di +ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione mentale ai +fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando infatti due stati di coscienza +sono percepiti contemporaneamente, ciò significa, secondo il Münsterberg, che +due gruppi gangliari del cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo +psicologo tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati una +specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due eccitazioni, che non sono +che movimenti molecolari, tenderebbero a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei +due gruppi è in seguito rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare +per la via di comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (<span class="smcap">Münsterberg</span>, +op. cit. — <span class="smcap">Offner</span>, <i>Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung</i>, +Marburg, 1892).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note25"> +<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio sui segni</i>. — Pisa, 1866.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note26"> +<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.  </span>Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a vita (monarchia) +il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti i poteri del re, +spettassero ancora al pretore, anche quelli che contrastavano alla temporaneità +ed elettività della carica.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note27"> +<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.  </span>Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in proporzioni più +modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal prof. Carle: che cioè i simboli +sono dovuti sopratutto alla vivace fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente +accennato, da molti scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia +umana, ma senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del +Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di immaginazione +e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio delle grandi intelligenze, di +Dante, di Shakspeare, di Newton, di Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note28"> +<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.  </span>Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse in specie), +che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari poco ingenui contratti +che si trovano nella Bibbia; le esperienze della doppiezza selvaggia fatte dai +viaggiatori, da Cook in Australia, da Stanley e da Schweinfurth in Africa, +nonchè dalla nostra politica coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia +sono pieni di fatti e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece +l’onore fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (<span class="smcap">Taine</span>, <i>Histoire de la +littérature anglaise</i>, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi ha letto nel libro di +<span class="smcap">Gregorio di Tours</span>, <i>Historia Francorum</i>, un contemporaneo dell’invasione dei +Franchi nella Gallia, i caratteristici aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare +che anche gli antichi popoli germanici fossero davvero migliori, sotto +questo rispetto, che la maggior parte dei loro confratelli in umanità.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note29"> +<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.  </span>Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi <span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de +sociol.</i>, vol. I. — <span class="smcap">Letourneau</span>, <i>La sociologie d’après l’ethnographie</i>, Paris 1884, +pag. 562: «Per prevedere bisogna esser capace di osservazioni, di attenzione, saper +raggruppare e paragonare i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. +Ma l’uomo inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso solo da +quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua memoria è corta e il +passato vi si cancella presto». E che per l’uomo primitivo il passato e il futuro +fossero idee vaghe e indeterminate, lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani +è la stessa parola che l’<i>Heri</i> latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente +il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori +dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con così vaga +nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un tempo futuro. Nei bambini +poi noi possiamo osservare quella incapacità di godere idealmente della +proprietà, che dovè esser comune un tempo a tutti gli uomini primitivi. Quando +regalate loro un giuocattolo lo portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, +al teatro. Chi non ha visto una bambina addormentarsi con la bambola +nuova tra le braccia? Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, +o che anche quella sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro +qualche cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono +aspettare.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note30"> +<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.  </span><span class="smcap">Salvioli</span>, <i>Manuale del diritto italiano</i>. — Torino, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note31"> +<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.  </span><span class="smcap">Macpherson</span>, <i>Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack</i>. — Calcutta, +1842.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note32"> +<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de sociologie</i>. — Paris, 1883, vol. III.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note33"> +<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.  </span><span class="smcap">Houard</span>, <i>Anciennes lois franc.</i>, I, pag. 101.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note34"> +<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.  </span>Vedi in <span class="smcap">Ducange</span>, <i>Anaticla</i>, I, 415.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note35"> +<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.  </span><i>Digest of Hindu Law</i>, II, 488.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note36"> +<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.  </span>Vedi <span class="smcap">Post</span>, <i>Studien zur Entwickelungsgeschichte des Familienrechts</i>, +Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto del <span class="smcap">Colini</span> (Un libro del +dottor <span class="smcap">Post</span> sullo sviluppo del diritto di famiglia) nel <i>Bollettino della Società +Geografica</i>, marzo, 1891.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note37"> +<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.  </span><span class="smcap">Howitt</span>, <i>Trans. R. Soc. Victoria</i>, pag. 118, in Colini.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note38"> +<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.  </span><span class="smcap">G. Ferrero</span>, <i>L’atavisme de la prostitution</i>, in <i>Revue scientifique</i>, 30 +luglio 1892.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note39"> +<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.  </span><span class="smcap">Reclus</span>, <i>Les primitifs</i>. — Paris, 1885.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note40"> +<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.  </span><span class="smcap">Letourneau</span>, <i>L’évolution du mariage et de la famille</i>. — Paris, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note41"> +<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.  </span><span class="smcap">Reclus</span>, <i>Les primitifs</i>. — Paris, 1885, pag. 240.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note42"> +<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.  </span>Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause <span class="smcap">Letourneau</span>, <i>L’évolution +de la famille et du mariage</i>, Paris, 1888. — <span class="smcap">Sumner Maine</span>, <i>Études sur les +institutions anciennes</i>, Paris, 1884. — <span class="smcap">A. H. Post</span>, <i>Studien zur Entwizelung +der Familienrechts</i>, Oldenburg und Leipzig, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note43"> +<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.  </span><span class="smcap">Grimm</span>, <i>Deuts. Rechtsalther</i>, pag. 155.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note44"> +<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.  </span><span class="smcap">Beaumanoir</span>, <i>Cout. de Beauvoisis</i>, cap. XVIII.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note45"> +<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.  </span><span class="smcap">Grimm</span>, <i>Poesie in Rechte</i>, § 6.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note46"> +<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.  </span><i>Il libro di Ruth</i>, III, 9.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note47"> +<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.  </span>L. H. Morgan, <i>Ancient Society</i>. — London, 1877, pag. 80-81.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note48"> +<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.  </span><i>Chron. Cassin.</i>, II, 39.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note49"> +<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de sociol.</i>, vol. III. — Paris, 1883.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note50"> +<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.  </span>Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann, chiuso da robustissime +porte, accanto a cui si vedono ancora i posti delle guardie, e da +cui era impossibile uscire senza il permesso del signore. — Vedi <span class="smcap">Schliemann</span>, +<i>Tyrinthe</i>, Paris, 1886.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note51"> +<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.  </span><span class="smcap">Leg. Willem</span>, <i>Noth. reg. Angl.</i>, cap. LXV.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note52"> +<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.  </span><span class="smcap">Rotari</span>, cap. 224.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note53"> +<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.  </span><i>Cont. du Nivernais</i>, t. II, pag. 134.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note54"> +<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.  </span><span class="smcap">Sumner Maine</span>, <i>Études sur l’histoire des institutions primitives</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note55"> +<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.  </span>L. 5, § 10, <i>D. de oper. novi nunt</i>. — L. 20, § 1, <i>D. quod vi aut +clam</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note56"> +<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio sui segni</i>. — Pisa, 1866.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note57"> +<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.  </span><span class="smcap">Bertillon</span>, <i>Les races sauvages</i>. — Paris, 1883.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note58"> +<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.  </span><span class="smcap">Bancroft</span>, <i>The native races</i>, etc.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note59"> +<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.  </span><span class="smcap">Letourneau</span>, <i>La sociologie d’après l’ethnographie</i>. — Paris, 1884.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note60"> +<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.  </span><i>Numeri</i>, XV, 37, 38.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note61"> +<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio</i>, ecc.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note62"> +<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.  </span><span class="smcap">A. De Remusat</span>, <i>Recherches sur les langues tartares</i>, pag. 65.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note63"> +<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.  </span><span class="smcap">Bertillon</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note64"> +<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.  </span><i>Journal Asiatique</i>, aprile-maggio 1868.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note65"> +<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.  </span><i>Giosuè</i>, IV, 6-7.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note66"> +<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.  </span><span class="smcap">De Lanoye</span>, <i>L’homme sauvage</i>. — Paris, 1873, pag. 41.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note67"> +<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.  </span><span class="smcap">Bouche</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note68"> +<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.  </span>I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia della civiltà. +Una loro forma di furto è quella di rubare in un club o in altro luogo, per es. il +cappotto di una persona, di andare a casa sua e di inventare, che sono mandati +dal padrone per prendere o una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la +prova della loro missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che +essi hanno tra le mani.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note69"> +<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.  </span>Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione è stata già risolta +dallo <span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de sociologie</i>, vol. III, parte I. Io quindi mi +sono ristretto a studiare l’uso fatto dei simboli, supponendone già nota al lettore +la genesi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note70"> +<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.  </span><span class="smcap">Bouche</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note71"> +<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.  </span><span class="smcap">Greg. Turon</span>, VII, 3.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note72"> +<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.  </span>Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero: ma +non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo, conoscerlo +bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era uno strumento troppo +complicato, perchè data la condizione generale della coltura, il suo uso potesse +essere diffuso; era una tradizione della civiltà romana conservata, come +tante altre, da un piccolo gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. +«Durante molti secoli, scrive il <span class="smcap">Bukle</span>, fu raro il veder un laico che +sapesse leggere o scrivere» (<i>Histoire de la civilisation en Angleterre</i>, vol. I, +pag. 348, Paris, 1881); e il <span class="smcap">Dowling</span> (<i>Introduction to the Critical Study +of ecclesiastical History</i>, 1838, pag. 56): «Gli scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, +e la letteratura null’altro che un esercizio religioso». Così i re merovingi +non sapevano scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti +rarissimi; la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia resero +difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero inverniciare i +loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca non trovò, più d’una +volta, in città considerevoli della Francia, una goccia d’inchiostro per copiare +codici latini. Di più, tanto è vero che la scrittura era poco capita in quei +tempi, che noi troviamo certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), +in cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano +la comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia, quale +noi la troviamo nei libri dei Batacchi (<span class="smcap">Bastian</span>, <i>Der Mensch in der Geschichte</i>, +Leipzig, 1861, vol. I. — <span class="smcap">Modigliani</span>, <i>Tra i Batacchi indipendenti</i>, Roma, 1893).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note73"> +<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.  </span><span class="smcap">Michelet</span>, <i>Les origines du droit français cherchées dans les symboles +et d’après les formules du droit universel</i>. — Paris, 1892.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note74"> +<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.  </span>Questa connessione è rivelata dalla parola gallese <i>maes</i>, che significa <i>ager</i> +e <i>curia</i> (Vedi <i>Leges Wallica</i>e, II, 10, 11, 12).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note75"> +<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.  </span><span class="smcap">Ducange</span>, <i>Investitura</i>, 1535. — <span class="smcap">Galland</span>, <i>Franc-allen</i>, XX, 340.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note76"> +<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.  </span>Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute le scritture +a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le popolazioni preistoriche +sapessero disegnare relativamente bene (Vedi <span class="smcap">Massenat</span>, <i>Matériaux pour l’histoire +de l’homme primitif</i>, 1869. — <span class="smcap">Joly</span>, <i>L’homme avant les métaux</i>, Paris, 1879). +Io credo che il disegno preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno +non fu impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto +tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc. Difatti, +dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica, che dovere esprimere +con figure una idea determinata; perchè nel primo caso il disegnatore +può scegliere e variare a piacere le figure, purchè nel complesso diano l’idea +dello spettacolo che si vuol rappresentare; nel secondo invece è schiavo della +sua idea e bisogna che cerchi quali figure proprie importino di più a far comprendere +più esattamente a un estraneo la propria idea.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note77"> +<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.  </span><span class="smcap">Garlanda</span>, <i>La filosofia delle parole</i>, Roma, 1890. — <span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Brevissimo +sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici</i>, Venezia, 1857. — <span class="smcap">Ascoli</span>, +<i>Del nesso ario-semitico</i>, Milano, 1864. — <span class="smcap">Lenormant</span>, <i>Essai sur la +propagation de l’alphabet phoenicien dans l’ancien monde</i>, Paris, 1872.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note78"> +<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.  </span><span class="smcap">Romanes</span>, <i>L’évolution mentale chez l’homme</i>. — Paris, 1891.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note79"> +<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de sociologie</i>, vol. I. — Paris, 1878, pag. 489.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note80"> +<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole</i>, vol. I, +Padova, 1847. — <span class="smcap">F. Steinthal</span>, <i>Die Mande-Neger Sprachen, psichologisch +und phonetisch betrachtet</i>, Berlin, 1867.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note81"> +<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.  </span>Il <span class="smcap">Ribot</span>, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (<i>Une enquête +sur les variétés des concepts</i>, in <i>Revue scientifique</i>, 3 settembre 1892), cercò +di determinare che cosa si producesse nella coscienza, oltre il nome, quando +si legge o si ascolta una parola astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 +individui diede questi risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta +(per es., la parola <i>legge</i> richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine ottica +della parola stampata, o l’imagine acustica della parola pronunciata; il +53% rispose che in essi non si risvegliava <i>nulla</i>. Il <span class="smcap">Ribot</span> osserva giustamente +che questo <i>niente</i> deve essere qualche cosa e che con un’indagine più minuta +si scoprirebbe: in ogni modo, ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza +molto vago, se non si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura +a disegno sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente, +in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il <span class="smcap">Ribot</span>, al +tipo visuale tipografico o al tipo uditivo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note82"> +<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.  </span><span class="smcap">Lenormant</span>, <i>Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans le +monde ancien</i>. — Paris, 1872, vol. I, cap. I.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note83"> +<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.  </span><span class="smcap">Bopp</span>, <i>Glossarium sanscritum</i>, Berolini, 1847. — <span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Monumenti +storici rivelati dall’analisi della parola</i>, Padova, 1847, vol. I. — <span class="smcap">Vignoli</span>, +<i>Mito e Scienza</i>, Milano (<i>Bibl. scient. intern.</i>).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note84"> +<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.  </span><span class="smcap">Grimm</span>, <i>Poesie im Recht, passim</i>. — <span class="smcap">Eisenhart</span>, <i>Grundsätze des Deutschen +Rechts in Spruchwörtern</i>, Leipzig, 1822. — <i>Lex Wisig.</i>, I, 8.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note85"> +<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.  </span><span class="smcap">Goethe</span> (<i>Maximen und reflexionen</i>) e <span class="smcap">Carlyle</span> (<i>Sartor Resartus</i>) notarono +essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi naturale di +esprimersi. <span class="smcap">G. Trezza</span>, poi (<i>Studi critici</i>, Verona 1878, pag. 224), ha benissimo +descritto il carattere imaginoso delle concezioni primitive: «Nello stato +arcaico del sentimento, si mescono le forme delle cose e vi destano una impressione +confusa, appunto perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. +È veramente una vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel +sentimento mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo +consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra le +cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento stesso. La +metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una coscienza impregnata +di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè, come si vede, la spiegazione +che io do del fenomeno, è diversa da quella dell’illustre e compianto professore +di Firenze. Anche il <span class="smcap">Max Müller</span>, che sostiene, a torto o a ragione, esser +la religione una vasta metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, +una malattia del linguaggio (<i>diseased language</i>), intuì bene, senza però spiegarla, +la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva dell’uomo. — Vedi, +oltre le opere di <span class="smcap">Max Müller, Cox</span>, <i>The mithology of arian +nations</i>. — London, 1870.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note86"> +<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.  </span><span class="smcap">Pausania</span>, <i>Att.</i>, I, 23.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note87"> +<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.  </span><span class="smcap">Herod.</span>, VII, 225.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note88"> +<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.  </span><span class="smcap">Bouche</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note89"> +<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.  </span><span class="smcap">Lefèvre</span>, <i>La religion</i>. — Paris, 1892.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note90"> +<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.  </span><span class="smcap">Tylor</span>, <i>Civilisation primitive</i>. — Paris, 1884.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note91"> +<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.  </span><span class="smcap">Bastian</span>, <i>Der Mensch in der Geschichte</i>, vol. I, p. 265. — Leipzig, 1860.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note92"> +<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri +alfabetici</i>, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto d’una +grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo pensatore, +inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle lettere alfabetiche dalle +figure delle costellazioni.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note93"> +<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.  </span><span class="smcap">Sumner Maine</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note94"> +<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.  </span>Vedi in <span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de soc.</i>, vol. III, pag. 139 e seg., le prove che +l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli primitivi. In latino <i>emere</i> +non significava originariamente, come notò il Muirhead, comprare per denaro, +ma solo prendere, ricevere, acquistare (ved. in <span class="smcap">Festo</span>, voc. <i>redemptores</i>). Quanto +alla proprietà fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi +e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo <span class="smcap">Mayer</span>, <i>Die Rechte +der Israeliten, Athoener und Römer</i>. (I, 361) l’ebraico non ha parola per esprimere +<i>proprietà fondiaria</i>: e secondo Mommsen «l’idea della proprietà non +era presso gli antichi Romani associata al possesso delle cose immobiliari, ma +solo al possesso degli schiavi e del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria +fu la violenza. «Solo la forza — scrive lo <span class="smcap">Spencer</span> — sotto una forma +o sotto un’altra è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere +il loro diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la +forza di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...». (<i>Principes +de sociologie</i>, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi anche in <span class="smcap">Loria</span>, +<i>Analisi della proprietà capitalistica</i>, vol. II, la lunga documentazione delle +origini violente della proprietà fondiaria. Ricorderemo qui che <i>praedium</i> e <i>praedari</i> +hanno comune etimologia, che <i>hortus</i> e <i>haeredium</i> derivano da una radice +<i>ghar</i> che in sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso +i Romani il <i>signum justi dominii</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note95"> +<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Les bases de la morale évol.</i>, Paris, 1887, pag. 99. «Quando, +come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola politica, nè regola +religiosa, la causa principale che impedisce di soddisfare un desiderio quando +si manifesta, è la coscienza dei mali che risulteranno dalla collera degli altri +selvaggi, se la soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese».</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note96"> +<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.  </span><span class="smcap">Gianturco</span>, <i>Istituzioni di Diritto civile italiano</i>. — Firenze, 1887, +pag. 107.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note97"> +<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.  </span><span class="smcap">Houard</span>, <i>Anc. lois françaises</i>, I, 378.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note98"> +<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.  </span><i>Fraser’s Journey</i>, II, pag. 372.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note99"> +<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.  </span><span class="smcap">Moerenhout</span>, <i>Voyage aux îles du Grand-Océan</i>, II, pag. 68.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note100"> +<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.  </span><span class="smcap">Earle</span>, <i>Residence in New Zealand</i>, pag. 244.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note101"> +<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.  </span><span class="smcap">Letourneau</span>, <i>L’évol. du mar.</i>, etc. — Paris, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note102"> +<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.  </span>In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio per +ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (<span class="smcap">Letourneau</span>, <i>La sociologie, +etc.</i>, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo al ratto dovè esser +lungamente analogo a quello che noi troviamo tra gli Zulù rispetto alla +compra della sposa. — <span class="smcap">Ratzel</span>, <i>Le razze umane</i>, Torino, 1892, vol. I, pag. 387: +«Soltanto la compra fa sentire la forza reciproca del vincolo matrimoniale; +e marito e moglie non si riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse +dato o almeno promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe +umiliato, se prendesse una moglie per niente».</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note103"> +<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.  </span><span class="smcap">Dugmore</span>, <i>Kafir Laws and customs</i>, pag. 37.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note104"> +<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.  </span>Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è troppo vaga, +e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo titolo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note105"> +<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.  </span><span class="smcap">Buonamici</span>, <i>Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano</i>, Pisa, +1868. — <span class="smcap">Muirhead</span>, <i>Storia del Diritto romano</i>, Milano, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note106"> +<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.  </span>Vedi a questo proposito le belle osservazioni del <span class="smcap">Sumner Maine</span>, +<i>Etudes</i>, etc.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note107"> +<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.  </span>«In loco iuxta fluvium pheterac» (<span class="smcap">Meichelbeck</span>, <i>Hist. frising.</i>, n. 368). +«Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd» (<span class="smcap">Ried</span>, <i>Cod. +dipl. Ratisb.</i>, n. 10, an. 794).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note108"> +<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.  </span>«Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (<span class="smcap">Neugart</span>, <i>Cod. +dipl. Alleman.</i>, N. 1030, an. 1282).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note109"> +<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.  </span>«Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (<span class="smcap">Vegelin</span>, II, +221, an. 1391).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note110"> +<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.  </span>«Beim Born zu Pfungstatt» (<span class="smcap">Wenk</span>, <i>Hess. Gesch.</i>, I, 82).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note111"> +<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.  </span>«Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche» (<span class="smcap">Walch</span>, +<i>Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht</i>, III, 257).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note112"> +<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.  </span><span class="smcap">Joinville</span>, <i>Hist. de S.-Louis</i>, 1668, pag. 12 e 13.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note113"> +<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de sociol.</i>, III, p. 665.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note114"> +<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.  </span><span class="smcap">Ellis</span>, <i>Polynesian Researches</i>, tom. I, pag. 202, 203.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note115"> +<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.  </span><span class="smcap">Ardigò</span>, <i>Relatività della logica umana</i>, nel III volume delle <i>Opere filosofiche</i>. — Padova, +1885.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note116"> +<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.  </span><span class="smcap">Reymond</span>, <i>Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico sulla +visione</i>. — Torino, 1891.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note117"> +<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>I primi principii</i>. — Milano, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note118"> +<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.  </span><span class="smcap">Bourget</span>, <i>Nouveaux essais de psychologie contemporaine</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note119"> +<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.  </span><span class="smcap">Lombroso</span>, <i>L’uomo di genio</i>. — Torino, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note120"> +<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.  </span><span class="smcap">Krafft-Ebing</span>, <i>Psycopathia sexualis</i>. — Stuttgart, 1889.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note121"> +<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.  </span><span class="smcap">Tylor</span>, <i>Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit</i>, trad. ted., +pag. 25.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note122"> +<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.  </span><span class="smcap">Garrick Mallery</span>, <i>Sign-Language among the North-American Indians</i> +(<i>First annual Report of the Bureau of Ethnology.</i> — Whashington, +1881).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note123"> +<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.  </span><i>Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die Erde-Linguisticher +Theil</i>, von dr. <span class="smcap">Friedrich Müller</span>, Vien, 1867. — <span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Monum. +stor.</i>, ecc., vol. I.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note124"> +<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Princ. de soc.</i>, vol. III. — Paris, 1883.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note125"> +<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.  </span><span class="smcap">Ducange</span>, <i>Investitura</i>, III, 1531.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note126"> +<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.  </span>Vedi in <span class="smcap">Spencer</span> (<i>Princ. de sociol.</i>, vol. III, chap. II, Paris, 1883) le +prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note127"> +<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.  </span>Op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note128"> +<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.  </span><i>Chroniques</i> de <span class="smcap">Monstrelet</span>, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note129"> +<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.  </span><span class="smcap">Floquet</span>, <i>Histoire du Parlem. de Normandie</i>, vol. I, pag. 250-256.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note130"> +<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.  </span><span class="smcap">Bukle</span>, <i>Histoire de la civilisation en Angleterre</i>, vol. III, pag. 294. — Paris, +1887.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note131"> +<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.  </span>Vedi riguardo a questa polemica lo <span class="smcap">Spencer</span>. <i>Principes de sociologie</i>, +vol. I, Paris, 1878, ed il <span class="smcap">Guyau</span>, <i>L’irreligion de l’avenir</i>, specialmente a pagine +26-38. — Paris, 1887.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note132"> +<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de psychologie</i>, vol. I, pag. 302. — Paris, 1874.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note133"> +<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.  </span><span class="smcap">Hartmann</span>, <i>Die Philosophie</i>, etc., nel capitolo: <i>L’inconscio nell’intelligenza</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note134"> +<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.  </span><span class="smcap">Guyau</span>, <i>L’irréligion de l’avenir</i>. — Paris, 1887.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note135"> +<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.  </span><span class="smcap">Id.</span>, <i>id.</i></p> +</div> + +<div class="footnote" id="note136"> +<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.  </span>Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre via +rapida, esclamò: <i>E dire che è il sole che la fa muovere</i> (<span class="smcap">Ardigò</span>, <i>La formazione +naturale nel fatto del sistema solare</i>, Padova, 1884). — Ecco la differenza +tra il ragionamento dell’uomo medio e il ragionamento del pensatore +di genio: in quello le associazioni si restringono a quelle sensazioni che si sono +più volte seguite nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella +psiche in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime +e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli Stephenson +e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua massa è composta +di ben altra stoffa di individui.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note137"> +<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.  </span><span class="smcap">Bertillon</span>, <i>Les races sauvages</i>. — Paris, 1833.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note138"> +<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.  </span><i>Revue politique et littéraire.</i> — Paris, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note139"> +<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.  </span><span class="smcap">Niblack</span>, <i>The coast indians of soutern Alaska and northern british +Columbia</i>. — Washington, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note140"> +<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio sui segni</i>, pag. 37. — Pisa, 1866.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note141"> +<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.  </span>La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta una +variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli uomini, non +produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai vecchi, dai creduti +sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un gran numero di idee le +debba aver ricevute da un altro, da un essere superiore.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note142"> +<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.  </span><i>Saggio sui segni.</i></p> +</div> + +<div class="footnote" id="note143"> +<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.  </span><span class="smcap">Lefèvre</span>, <i>La religion</i>, pag. 538. — Paris, 1892.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note144"> +<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.  </span><span class="smcap">Tanzi</span>, <i>I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria e medicina +legale</i>, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note145"> +<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.  </span><span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Saggio</i>, ecc.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note146"> +<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.  </span><span class="smcap">Salvioli</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note147"> +<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.  </span><span class="smcap">Binet</span>, <i>Etudes de psychologie expérimentale</i>. — Paris, 1888.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note148"> +<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.  </span><i>Genesi</i>, XXVII.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note149"> +<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.  </span>Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che (<i>Analisi +della proprietà capitalistica</i>, vol. II) sostiene sì, essere la logica variabile, +ma che le sue variazioni dipendono dalle condizioni diverse della terra +libera. E cita il fatto che nelle età in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni +economiche, tutti gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle +età in cui non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia. +Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva +abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla, si può +dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano alle diverse conclusioni +siano differenti? Ma sono le premesse che differiscono, il punto di vista, +i dati della questione e quindi anche le conclusioni, non la maniera di ragionare: +il sillogismo funziona nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. +Invece non funziona nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello +di un ragazzo o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il +<i>post hoc ergo propter hoc</i>, eresia immensa nella logica ideale, è una vera +legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor oggi +dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il saggio forse più +stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo inferiore: <span class="smcap">Marzolo</span>, <i>Delle +disposizioni originarie soggettive dell’uomo e degli effetti loro</i>, Milano, 1862). +La logica è una funzione del cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, +secondo il variare dell’organo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note150"> +<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de sociologie</i>, vol. III.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note151"> +<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Istituzioni ecclesiastiche</i>. — Città di Castello, 1886.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note152"> +<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.  </span><span class="smcap">Draper</span>, <i>Histoire du développement intellectuel et moral de l’Europe</i>. — Paris, +1868-69, vol. II.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note153"> +<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.  </span><span class="smcap">Michelet</span>, <i>Les symboles</i>, etc.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note154"> +<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>Principes de sociologie</i>, vol. III.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note155"> +<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.  </span><span class="smcap">Id.</span>, <i>id.</i></p> +</div> + +<div class="footnote" id="note156"> +<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.  </span>Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri di molte +tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la più assoluta ferocia +riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del principe <span class="smcap">Krapotkine</span>: <i>L’appui mutuel +chez les sauvages</i>, nella <i>Société nouvelle</i>, gennaio 1893.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note157"> +<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.  </span><span class="smcap">Bouche</span>, op. cit.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note158"> +<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.  </span><span class="smcap">Alongi</span>, <i>La camorra</i>, Torino, 1890.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note159"> +<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.  </span><i>Arch. di psichiatria e scienze penali</i>, 1880, fasc. II. Vedi questo intaglio +riprodotto nell’<i>Uomo di genio</i>, tav. VII.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note160"> +<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.  </span><span class="smcap">Spencer</span>, <i>La giustizia</i>. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note161"> +<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.  </span><span class="smcap">Sumner Maine</span>, <i>Ancient Law</i>, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da Spencer).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note162"> +<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.  </span>Giornale <i>La Lombardia</i>, 15 marzo 1893.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note163"> +<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.  </span><i>Journal du Palais</i>, t. LXXVII, pag. 824.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note164"> +<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.  </span>In un lavoro che avrà forse per titolo: <i>La formazione naturale della +giustizia</i>; l’espressione dell’Ardigò <i>formazione naturale</i> parendomi, almeno in +questa materia, più esatta che l’altra <i>evoluzione</i> dello Spencer.</p> +</div> +</div> + +<div class="tnote"> +<p class="tntitle"> +Nota del Trascrittore +</p> + +<p> +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione +minimi errori tipografici. +</p> + +<p> +Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. +</p> +</div> + +<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76877 ***</div> +</body> +</html> + + diff --git a/76877-h/images/cover.jpg b/76877-h/images/cover.jpg Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..7c2b3ce --- /dev/null +++ b/76877-h/images/cover.jpg diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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