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+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***
+
+
+ Per il XXV anniversario di Roma capitale
+ (1895)
+
+
+ Con Garibaldi
+ ALLE PORTE DI ROMA
+ (1867).
+
+
+ RICORDI E NOTE
+
+ DI
+ Anton Giulio Barrili
+
+
+
+ Milano
+ FRATELLI TREVES, EDITORI
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+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA.
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+ Riservati tutti i diritti.
+
+ Milano. Tip. Fratelli Treves.
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+
+
+
+_Con Garibaldi! Ma sai che i posteri c’invidieranno? a taluno di più
+fine sentimento (spero ben non ne sarà perduta la semenza) si vorrà
+augurare d’esser morto sepolto da un secolo, o da due, pur d’essere
+vissuto dieci anni nella luce eroica di quell’uomo grande e forte,
+semplice e buono, che in sè aveva raccolte le virtù civili di Fabrizio
+e le militari di Cesare._
+
+_Frattanto, come so e posso, io pago un tributo d’onore ai morti e
+ai superstiti delle memorabili geste, da Nerola a Monterotondo, e
+da Casal de’ Pazzi a Mentana: lo pago, ricorrendo il XX Settembre,
+che è da un quarto di secolo il giorno felice della restituzione di
+Roma all’Italia; ond’io collego i casi dell’avversa con quelli della
+prospera fortuna, non ignorando che i primi han preparati i secondi, e
+sapendo bene che dove il voto di tutti è compiuto, i lagni antichi non
+valgono e il dimenticare è virtù. Lo aveva cantato anche il “Romancero
+del Cid„, e in tempi assai meno graziosi dei nostri:_
+
+ _Porquè donde presiede amor_
+ _Se olvidan muchos agravios._
+
+_E tu, caro Stefano, ama sempre il tuo_
+
+ _Genova, settembre 1895._
+
+ ANTON GIULIO BARRILI.
+
+
+
+
+ _Al generale Stefano Canzio._
+
+
+_Questi ricordi giovanili vengono a te, compagno di adolescenza, amico
+di tutta la vita: vengono a te, ti parlano di giorni cari, sebbene
+non così fortunati come altri ed altri ond’erano stati preceduti.
+Ma li faceva lieti di austera grandezza il Tevere largo, scorrente
+tra le ripe sabine ed etrusche, con la sua Roma assisa là in fondo;
+tanto bella a vedere dalla vasta campagna, ove il deserto medita e par
+sempre che aspetti; tanto bella a’ miei occhi, tanto desiderata e da
+lontano allegrante i cuori, che questo libro, in cui ella è veduta in
+tal forma, io lo avrei voluto intitolare “Scampagnata epica„; e solo
+me ne trattenne il pensiero dei mille fratelli d’arme, al cui occhio,
+cercante Roma, i bei giorni della magnifica impresa furono anche gli
+ultimi della vita._
+
+_Tu ami lo spazio libero, le vie larghe davanti a te, dove fretta di
+contemporanei non faccia di gomito e non incalzi alle spalle, avida
+di scavalcare, impaziente di giungere. Laggiù eravamo assai meno a
+correre; e nessuno, o mio Stefano, ti contendeva il posto d’onore.
+Quello era il buono; tutto l’altro, e l’istessa vita, quanto è lunga,
+non vale, il bel sogno che possiamo evocare, a ristoro dell’anima. Ed
+io ti evoco qui, non una storia di fatti, che troppo sarebbe per me,
+ma una serie di grate sensazioni, con la visione assidua del divino
+Garibaldi e il calor vivo della sua benevolenza paterna._
+
+
+
+
+CON GARIBALDI
+
+ALLE PORTE DI ROMA
+
+
+
+
+I.
+
+Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla
+“bella Ninin„.
+
+
+Queste sono note di viaggio, non vogliono essere altro che note,
+tirate giù alla buona, frettolosamente, finchè la memoria aiuta, per
+non perdere il filo delle cose vedute, per aggiungere qualche ricordo
+personale, col suggello del vero, a più nobili e più ordinati racconti.
+
+Si va a Roma, lettori, o si tenta di andarci. Il viaggio, come sapete,
+prima del Settanta era piuttosto difficile. C’erano troppi, e potenti,
+che non volevano andar essi, e lo proibivano con tutte le forze loro a
+chi ne aveva voglia; donde stiracchiamenti, urti, malumori, guerre in
+famiglia; insomma, una vita da cani. Rallegriamoci che le cose si siano
+un bel giorno mutate, o non ci fermiamo a ragionarne di più.
+
+Per le necessità del racconto vi dirò solamente che nella estate del
+’67, tra coloro che non volevano lasciarmi partire da Genova per andare
+a Roma, c’era il conte Nomis di Cossilla, prefetto, e il cavalier
+Verga, questore; due ottime persone, ma cocciute a quel modo. Sui primi
+giorni dell’ottobre, quando in me si era fatta più forte la voglia, il
+cavalier Verga, incontrato in una casa di amici, mi aveva detto col suo
+solito garbo signorile, ma con altrettanta sicurezza di accento:
+
+— Lei non andrà, e i suoi amici nemmeno. Del resto, che cosa andrebbero
+a fare, senza Garibaldi? —
+
+Infatti, la prospettiva non era punto allegra. Il Generale, arrestato
+a Sinalunga, portato di là in Alessandria, era stato ricondotto nella
+sua Caprera, dove il governo lo custodiva con due navi da guerra.
+Intanto, di là dal confine Umbro, su quella terra che san Pietro non
+sognò mai di possedere (egli a mala pena padrone di una paranzella sul
+lago di Galilea) erano incominciate le busse. Ma i nostri volontarii, i
+così detti insorti dell’Agro romano, erano pochi, assai pochi, male in
+armi e peggio in arnese. Non c’era modo di andare in grossi drappelli
+ad aiutare quei pochi, che avevano passato il confine quando era meno
+diligente la guardia, e lo stato della insurrezione poteva compendiarsi
+in questa frase, che le bande stancavano il nemico, ma più ancora
+sè stesse. La prodezza e la costanza erano ammirabili; ma pur troppo
+quelle due belle virtù non potevano tener luogo di scarpe, di coperte
+di lana, di cartucce e di pane; quattro cose altrettanto necessarie al
+soldato.
+
+“Roma o morte„ si gridava frattanto, nelle dimostrazioni quotidiane,
+per tutte le città maggiori del regno. Bisognava andare in aiuto
+ai compagni, per tener vivo il fuoco. Garibaldi sarebbe un giorno o
+l’altro venuto in campo, a rinnovare i suoi prodigi; Stefano Canzio, la
+cui rara energia di propositi doveva meritargli l’appellativo di “noto„
+nei carteggi governativi, si adoperava intorno a un disegno di fuga,
+con affetto di congiunto, con devozione di soldato, e nessuno dubitava
+che l’impresa, quantunque difficile, avesse a sortire buon esito.
+Bisognava andare, andar subito; ma come?
+
+Alla spicciolata, sicuramente. Ma anche alla spicciolata, bisognava
+indovinare la strada buona. Per Alessandria e Bologna si andava
+speditissimi, aiutando il vapore: ma alla stazione di Genova vigilavano
+guardie e carabinieri; le facce garibaldine erano presto riconosciute
+e cacciate indietro senza misericordia. “Lei non andrà, e i suoi amici
+nemmeno„; lo aveva detto il cavalier Verga, e manteneva la parola.
+Quanto alla via di mare, le stesse difficoltà; ogni visita a bordo
+dei vapori in partenza per Livorno e per Napoli, rimetteva a terra i
+viaggiatori sospetti. Per uscire da Genova restava la via più lunga,
+quella di Chiavari, dove non si andava ancora in istrada ferrata. Ma le
+diligenze avevano l’ufficio e lo scalo in piazza San Domenico: ad ogni
+partenza la questura visitava il registro dei viaggiatori, assisteva
+all’imbarco, fiutava la sua gente, e non c’era verso d’ingannarla con
+barbe finte, con parrucche gialle, con occhiali verdi, o con altre
+invenzioni dell’antico repertorio.
+
+Pure l’amico mio Antonio Burlando, con cui avevo fatto conto di
+partire, non disperò di trovare una gretola. — Vedrai che si va, — mi
+disse, — e per la via di Chiavari, in barba al signor Verga. Lascia
+fare a me; ho il mio piano in testa.
+
+Il piano del mio maggiore non istette molto a venir fuori. La mattina
+del 12 ottobre, due amici suoi, saviamente scelti con due cognomi
+dei più comuni a Genova, un Costa e un Parodi, andavano ad iscriversi
+per due posti di _coupé_ nella diligenza di Chiavari. All’ora della
+partenza, sotto gli occhi dei vigili, capitavano con le loro valigie,
+che erano poi le nostre, e le facevano caricare sull’imperiale.
+Noi, proprio allora, passeggiavamo in piazza San Domenico, per dare
+un’occhiata al giuoco, ma non senza riceverne un’altra, abbastanza
+canzonatoria, da un delegato di pubblica sicurezza, che aveva l’aria di
+dirci: “passeggiate, voi altri; da Genova non si esce.„
+
+E noi passeggiavamo, chetamente muovendo per via Carlo Felice
+fino alla piazza delle Fontane Morose. Ma là, presa una vettura da
+nolo, ordinavamo al cocchiere di condurci per Santa Caterina agli
+archi dell’Acquasola, in via Serra, in via Galata, a porta Romana,
+all’inferno, purchè si facesse alla svelta.
+
+Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi, i due amici del _coupé_,
+dovevano trovarci in Bisagno, al ponte della Pila, o più lontano,
+secondo i casi; al colmo della salita di San Martino, a Sturla, o più
+in là, pronti a prendere i loro posti in diligenza. Si adattavano anche
+a fare un viaggio più lungo; per render servizio a noi sarebbero andati
+magari a Nervi, a Recco, a Rapallo; fino a tanto non ci vedessero in
+mezzo alla strada provinciale, avrebbero continuato, anche col rischio
+di giungere a Chiavari. Gran rischio, finalmente! La città era così
+bella, e si stava così bene all’albergo della Fenice!
+
+A noi parve che Sturla, col suo ponte sul fiumicello omonimo, nè
+troppo vicino nè troppo lontano da Genova, fosse il luogo più adatto
+per aspettare la diligenza e darle l’assalto. Perciò, avevamo detto
+al vetturino di condurci fin là, ma al galoppo, senza perdere un
+minuto. La diligenza, tardigrada di sua natura, non poteva averci
+preceduto; a San Martino si seppe che non era ancora passata; ma noi
+volevamo giungere molto prima di lei al punto indicato, per aver tempo
+ad assumere un’aria di gente quieta, e sopra tutto non farci vedere
+discesi da un cocchio, per salire in un altro. I cospiratori, si sa,
+sono un po’ tutti così. E correvamo, a gran forza di frustate, per la
+via polverosa, col massimo desiderio di allontanarci presto, di fuggire
+da Genova, da quella Genova per la quale più tardi si ha da patire il
+mal del paese; cosa che a me accade di sicuro dopo quindici giorni di
+assenza.
+
+Certe nuvole vagabonde, di cui non è mai penuria in autunno e in
+vicinanza del mare, s’erano addensate sul nostro capo, spremendo
+un’acquerugiola che prometteva di mutarsi poco stante in acquazzone;
+ed io stavo pensando tra me dove avremmo potuto metterci al riparo,
+se in una botteguccia di tabaccaio che ricordavo esser là, passato
+il ponte, o sotto un arco del viadotto della strada ferrata, allora
+in costruzione. Pioggia o non pioggia, del resto, il luogo mi pareva
+di buon augurio, sotto la collina di San Giacomo, dove un anno prima,
+finita la campagna del Trentino, ero stato in felicissima villeggiatura
+tre mesi. Già la carrozza era entrata sul ponte; ma eccoti, mentre io
+dico al vetturino di fermarsi, l’altro tira via di galoppo, rispondendo
+a bassa voce e quasi senza voltarsi: non vedono?
+
+Guardammo infatti, e vedemmo. Due guardie di questura, della più bella
+specie, fiorivano come due bei tulipani neri in capo al ponte, presso
+l’angolo di quella medesima casa dov’era l’appalto.
+
+La vista dei due bravi di Don Rodrigo, nemici dell’ordine pubblico,
+non fu ragione, io credo, di tanto turbamento al povero Don Abbondio
+nella viottola campestre, quanto a me la vista di quei due custodi
+dell’ordine sullodato. Mi posi io l’indice e il medio nel colletto
+della camicia, tanto per darmi l’aria dell’uomo tranquillo, _integer
+vitæ scelerisque purus_? Non ricordo; ma se non l’ho fatto, mettete che
+sia stato un miracolo.
+
+Si andò dunque avanti, seguendo il buon impulso del vetturino. Costui
+ci aveva fiutati; e gli pareva che non dovessimo essere in troppo
+buon odore presso il questore di Genova, nè presso i suoi delegati
+suburbani. Ottimo vetturino!
+
+Giunti a Pietra Roggia, ci fermammo finalmente. Non c’erano guardie,
+laggiù; c’era invece un’osteria, la quale ci offriva un riparo, e al
+bisogno un pretesto di scampagnata.
+
+Quell’osteria, per chi la vede di fuori, ha l’aria di una casupola
+che stia lì per fare ad ogni momento un tonfo nell’acqua: ma a chi la
+guarda dentro, apparisce solidissima. Ai tempi andati dovette essere
+una casamatta, e gli stretti spiragli, che la pretendono a finestra
+dalla parte del mare, furono strombature di feritoie per allogarvi la
+canna delle colubrine. Al tempo di cui racconto, non c’erano più arnesi
+con cui rispondere alle ostilità di un naviglio nemico; c’era invece
+un’ostessa, la “bella Ninin„, famosa per i suoi ottimi taglierini
+e per il suo stufatino al dente. Era un’ora, bruciata, quella in
+cui smontavamo: niente taglierini, adunque, e niente stufatino. Ci
+contentammo di due gallette, che inzuppammo in un bicchiere di vin
+bianco.
+
+Era il tocco dopo il meriggio, e si doveva aspettare un bel pezzo.
+Finito il nostro spuntino, ce ne andammo su d’un terrazzo, di fianco
+alla casa, guadagnato a colpì di piccone sulla falda dello scoglio.
+
+— È un ottimo osservatorio; — dissi all’amico. — _Hic manebimus
+optime_; non ti pare?
+
+— Sì, — mi rispose egli, — ma a patto che tu non incominci a parlar
+latino.
+
+— Lingua del Lazio, perbacco! e noi si va a Roma.
+
+— Per intanto siamo ancora a Quarto.
+
+— _Ad quartum lapidem_, — fui per soggiungere; ma mi trattenni in
+tempo. Amavo il mio maggiore, e mi appigliai al partito di guardarmi
+dattorno.
+
+La riva di Quarto ha fama di aridità, e fama meritata; anzi, può dirsi
+che sia tanto celebre per questo, come per la epica spedizione dei
+Mille. Nè solo è arido il lido scoglioso; arida, o quasi, è la lista
+di campicelli che corre tra la via provinciale e i monti vicini; i
+quali, poi, per non dar ombra al Fasce, loro primogenito, si serbano
+modestamente ignudi, non portando ombrello di pini, nè d’altra ragione
+di piante.
+
+Pure, al tempo degli Scienziati, e del loro famoso congresso in Genova,
+la nudità di quelle montagne aveva impietosita un’intiera sezione
+di dotti. La pietà, in un congresso, finì con un ordine del giorno;
+l’ordine del giorno portò che quelle balze, di monte Fasce, di monte
+Moro e dei loro compagni minori, ricevessero una larga seminagione di
+pinocchi. Niente d’ambizioso, niente di esotico nella famiglia delle
+conifere: pini, pini domestici a tutto spiano. Per quella seminagione
+abbondante, e convenientissima al terreno, tutta quell’arida costiera
+doveva inverdirsi in pochi anni, e quella sassaia diventar più folta
+d’alberatura, che non fosse la selva incantata, donde il pio Goffredo
+pensava cavar tante legna per uso di messer Guglielmo Embriaco, gran
+costruttore di torri mobili nell’esercito crociato.
+
+Si era nel ’46. I seminatori si misero all’opera: per una ventina di
+giorni quei greppi furono corsi e ricorsi, sterrata ogni grillaia,
+piantati da per tutto i bei pinòli dal guscio rossastro. Già si vedono,
+cogli occhi della mente, sbucar da terra i preziosi germogli; la
+fantasia salta a bisdosso del suo ippogrifo,
+
+ E dell’ombra ventura in cor s’allegra.
+
+Ma ohimè, passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni, e
+arrivederci coi pini. Fu detto allora dai savi del vicinato che quelli
+non erano luoghi da alberi; che la natura li aveva fatti calvi, e che i
+dottori di Genova ci avrebbero perso l’unguento. La ragione fu accolta
+da principio per buona; che cosa non fu detto dei signori scienziati?
+che erano capi scarichi, sognatori, buoni a imbrattar carte colle loro
+teoriche, ma poi, venuti alla pratica.... Già, s’intende, la pratica
+è il cavallo di battaglia di quanti sono che non sanno leggere nè
+scrivere. Noi in italia abbiamo diciassette milioni di uomini pratici.
+
+Ma ci fu uno che non si contentò della spiegazione degli uomini
+pratici. Era un Garibaldi, medico condotto di Quinto. Volle andare
+al fondo delle cose, saper tutto, vederne l’acqua chiara. Parlò coi
+seminatori, giunse ai compratori dei pinòli, e seppe.... che quei semi
+preziosi erano stati comperati dal droghiere. I pinòli, innanzi di
+passar nelle mani dei seminatori, erano stati nel forno.
+
+Ed ecco perchè, ad onta dei dotti congressisti e del loro pietoso
+ordine del giorno, le nostre balze da Sturla a Sant’Ilario, da
+Sant’Ilario a Bogliasco, a Sori, sono rimaste calve come il monte
+Fasce a cui fanno da sproni, aride come la scogliera sulla quale me
+ne stavo io con l’amico, ad aspettare l’arrivo della nostra diligenza
+tardigrada.
+
+Era una veduta malinconica, e mi svegliò nell’anima i più malinconici
+pensieri. Il cielo, quantunque fosse spiovuto da un bel poco, si
+manteneva rannuvolato. Tutt’intorno, il terreno appariva vestito di
+colori smorti, come è naturale in luoghi rocciosi, dove non provano
+che gramigne, cardi selvatici, con rari ciuffi di tamerici che pendono
+polverose qua e là dai ciglioni sulla strada maestra. La scena non
+era muta, per altro; aveva pure una voce, ed era quella del mare, che
+mandava i suoi cavalloni ad infrangersi, con monotono fragore e larghi
+sprazzi di schiuma, contro il macigno calcareo della riva scoscesa.
+
+Genova era nascosta ai nostri occhi dai due promontorii di Sturla e di
+Albaro; ma, come avviene qualche volta per effetto di allucinazione,
+a me pareva di vederla. Le colline sparivano di mezzo; le mura si
+facevano diafane; vedevo le strade, i vicoli, perfino le note facce dei
+cittadini, i peripatetici di via Carlo Felice, gli stoici di piazza
+Banchi, i cinici del Gran Corso, i socratici della Concordia, gli
+aristofaneschi della libreria Grondona, e quelle altre creature che
+non sopportano appellativi antichi ed antipatici, poichè il loro nome è
+gioventù e bellezza; voglio dire le nobili e contegnose visitatrici di
+botteghe eleganti, da Luccoli a Soziglia, dalle Vigne a San Siro.
+
+Addio, Genova, addio bella, che amo con tutte le forze dell’anima.
+Bella, sì, bella, più ancora che superba; bella di una certa bellezza
+il cui tipo si va perdendo oramai, insieme col vecchio costume; non
+madonna bisantina, impacciata nel manto grave d’ori e di gemme; non
+civettuola sgallettante sul marciapiede, con un occhio ai suoi fronzoli
+parigini e l’altro al colto pubblico, senza pregiudizio dell’inclita
+guarnigione; giovane madre, piuttosto, sempre giovane madre, sorridente
+e serena, il cui fascino costante, più che nello sguardo assassino,
+si dimostra in una gaia corona di bambinelli ricciuti. Addio Genova,
+addio città dove ho riso e pianto, dove ho amato e sofferto, dove mi
+sento stretto da tutti i vincoli più sacri, sian dolci od amari, delle
+rimembranze giovanili. Se io..... il che finalmente non sarà grave
+danno, nè per me, nè per altri.... se io....
+
+— Signori! — gridò la “bella Ninin„, affacciandosi all’uscio del
+terrazzo, — la diligenza è lassù alla svolta. —
+
+L’amico si mosse; io lasciai a mezzo un saluto che minacciava di
+volgere al patetico, e lo seguii sulla strada.
+
+Il maestoso carrozzone che doveva portarci a Chiavari e da Chiavari
+alla Spezia, si fermò cortesemente davanti all’osteria: Gerolamo Costa
+e Giovan Battista Parodi scesero prontamente, ci strinsero la mano,
+augurandoci tante belle cose; noi saltammo dentro, a prendere i due
+posti abbandonati; e fu un batter d’occhio.
+
+
+
+
+II.
+
+
+Da Quarto a Firenze. L’entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî.
+
+
+— Ci siamo, finalmente! — dirà consolato il lettore.
+
+E non dubiti, dicemmo la stessa cosa anche noi, aggiungendovi un
+lungo, largo e profondo respiro. Oramai non ci mettevano più le unghie
+addosso; a Firenze, dove si sarebbe giunti la mattina seguente, avremmo
+avuto il piacere di ritrovarci nel più stretto incognito.
+
+Quanto a ciò, eravamo in errore. A Firenze non dovevamo far passo senza
+imbatterci in persone conosciute, e non dimenticherò mai più che in
+Piazza della Signoria ci vedemmo squadrati lungamente da due guardie,
+che pochi giorni innanzi ci avevano pedinato per le vie di Genova, fino
+alla porta dei Vacca, sull’uscio di un circolo di amici, dove forse
+credevano che fosse un comitato di arruolamento.
+
+Ma non precorriamo gli eventi. Per ora siamo in diligenza, dove il
+nostro primo pensiero è di accomodarci per benino, il secondo di
+render grazie a quell’arca ospitale che ci porta via, il terzo di far
+conoscenza con un compagno di viaggio, che è l’incaricato del servizio
+postale, il signor Bolentini, di Borghetto Vara, ottimo giovane, a noi
+largo di attenzioni d’ogni maniera. Con me, curiosissimo animale, egli
+fu paziente cicerone per quanto fu lunga la strada: giunti a Spezia,
+non volle mica andare a dormire; ci accompagnò cortesemente allo scalo
+della strada ferrata, che era piuttosto lontano; e laggiù stette con
+noi, amorevole compagno d’insonnia, fino alle quattro del mattino.
+Ma eccomi da capo a precorrer gli eventi; tanta è la mia fretta di
+giungere!
+
+Per farvela breve, vi dirò che ci fermammo pochi minuti a Recco, luogo
+a me caro, come Nervi e Quinto, per allora recenti testimonianze di
+affetto, le quali io ricorderò sempre con animo grato, sebbene non
+portassero, e chi sa? forse più ancora perchè non portarono frutto;
+che di là si salì in Ruta (notarile italianizzamento di Rua, che fu
+corruzione dialettale di un’antichissima _ruga_ latina), in Ruta,
+famosa stazione per le allegre scampagnate che solevano farci i
+genovesi del vecchio stampo negli ozi della domenica, e donde io potei
+dare l’ultimo sguardo alla bella Genova, illuminata dai gloriosi lumi
+del tramonto; che sotto la galleria di Ruta vidi il crinolino più
+rigonfio che mai fosse portato da una impettita Venere campagnuola; che
+scendemmo a Rapallo, nel golfo Tigullio, stupenda veduta di anfiteatro
+villereccio e di mare azzurrino; che finalmente caddero le ombre della
+sera, e non vedemmo più nulla.
+
+Perciò, non mi venne fatto di appagare il desiderio che sempre avevo
+avuto fortissimo di vedere la “fiumana bella„ che
+
+ Intra Siestri e Chiavari s’adima;
+
+vederla, s’intende, al naturale, che dipinta l’ho in pratica assai,
+grazie al mio amico Tamar Luxoro, che pare ne sia innamorato cotto, e
+vi ha già intinto non so quante volte i suoi valorosi pennelli. Neanche
+potei salutare il Chiappaione, quella famosa cava di lavagna, dove il
+mio venerato Giuseppe Revere scrisse le più belle pagine e le più gravi
+d’insegnamenti delle sue _Marine e Paesi_, dopo avere udito i discorsi
+del fiero conte di Lavagna, di Andrea Doria, di Cristoforo Colombo e di
+tanti altri valentuomini della età dei giganti.
+
+Ma se tante altre cose non vedemmo, ci fu dato almeno di abbracciare
+il nostro amico Prandina, valente chirurgo, già soldato della Legione
+Lombarda, con essa sbalestrato nel 1849 a Chiavari, e colà trattenuto
+dall’affetto per tutto il resto della sua vita; salvo, s’intende, le
+volate epiche di quattro campagne garibaldine. Egli era in quei giorni
+sulle mosse per fare il nostro medesimo viaggio; e là, nei pochi
+momenti della nostra fermata, ci fu pronto ed amorevole dispensatore
+di due cose che lo stomaco cominciava a sentir necessarie: una
+fetta di arrosto e una bottiglia di vino. Condonatemi questi ricordi
+gastronomici. Anche gli eroi d’Omero mangiavano come Turchi e bevevano
+come Cristiani, quantunque fossero la più parte di sangue immortale,
+e al babbo e alla mamma avessero potuto chiedere un assaggio di più
+poetiche imbandigioni; l’ambrosia, per esempio, od il nèttare.
+
+Non tutti i ricordi della fermata a Chiavari son lieti come questo.
+Ci fu anzi un momento, che, per dirla col poeta, mi si drizzaron “le
+chiome sul crin„. La diligenza, entrata in città, si era appena fermata
+davanti all’ufficio dei biglietti, che due persone si affacciarono allo
+sportello del _coupé_, domandando:
+
+— Son qui i signori Costa e Parodi?
+
+— Ahi! — diss’io dentro di me. — Notizie della questura. —
+
+E cercai nell’ombra il viso dell’amico Burlando; il quale, mosso
+certamente dallo stesso pensiero, mormorò tra i denti:
+
+— Ci mancava anche questa! —
+
+Ero il più vicino ai due sconosciuti; perciò
+
+ mi rivolsi loro e parlai io.
+
+— Che cosa chiedono? Costa e Parodi siamo noi per l’appunto.
+
+— Abbiamo — risposero — due telegrammi da Genova.
+
+— Assassini! — borbottai dentro di me. — Basta, qui bisogna far grinta
+dura;
+
+ Ogni viltà convien che qui sia morta.
+
+Così dicendo, o pensando, stesi la mano per prendere i due telegrammi
+che quei signori ci offrivano.
+
+— Lo fanno almeno con garbo; — soggiunsi, parlando sottovoce
+all’amico. — Vedi? ci mostrano anche gli ordini superiori che
+hanno ricevuto. —
+
+Ma i due telegrammi erano chiusi tuttavia; non si trattava dunque di
+ordini superiori. Il signor Bolentini, posto mano ai fiammiferi, aveva
+cortesemente acceso un torchietto, alla cui luce potemmo aprire le
+buste e leggere i due telegrammi. Essi dicevano con poche varianti la
+medesima cosa; si trattava di una notizia particolare, giunta a Genova
+dopo la nostra partenza, ed era un amico che ce la mandava in due
+edizioni, una a Gerolamo Costa e l’altra a Giovan Battista Parodi, ai
+viaggiatori nel _coupé_ della diligenza di Chiavari.
+
+Ne uscivamo con la paura: ma vi so dir io che per la mia parte ne ebbi
+moltissima. Animo! esclamai. Questo è di buon augurio; se alla stazione
+di Firenze le guardie daziarie non ci rovistano troppo le valigie,
+trovando le nostre rivoltine, si giunge in porto senz’altre avarie.
+
+Alle due dopo la mezzanotte eravamo alla Spezia; alle quattro, in
+istrada ferrata. L’aurora con le rosee dita ci dipinse vagamente la
+campagna circostante, da Arcola fino alla Magra. Toccavamo le soglie
+dell’Etruria; andando oltre salutammo Carrara e Massa, nascoste
+lontano dietro il rialto delle verdi campagne, ma indicate abbastanza
+dalle creste dell’Alpi Apuane e dalle arsicce costiere ferrigne, le
+quali per larghi solchi biancastri lasciano indovinare i marmi che
+portano nel fianco. Quanti numi sono usciti di là! quanti eroi! quanti
+grand’uomini! E quanti ce ne sono ancora rinchiusi, pigiati in quelle
+vene profonde, i quali non domandano altro che di poter uscire alla
+luce del sole! State cheti, o grand’uomini futuri. A farsi corbellare
+c’è sempre tempo. Dormite nel limbo delle montagne natie, dove non è
+beffardo sogghigno di contemporanei, nè beata indifferenza di posteri.
+
+A Pisa, dove ci fermammo mezz’ora, mi piacque il campanile del Duomo
+e una bistecca; quello divorato cogli occhi passando; questa coi denti
+al caffè della stazione. Qui, tra un boccone e l’altro, feci conoscenza
+con un vicino di tavola, il quale venne poi nello stesso compartimento
+con noi, e diventammo amici, come uomini che si conoscessero da
+quarant’anni e contassero di vedersi per altri quaranta.
+
+Graziosi embrioni d’amicizia, larve a cui non manca che un po’ di
+tepori primaverili per mutarsi in crisalidi, vedute di cielo sereno
+fra due lembi di nuvole, per voi l’anima esce un istante dal covo e
+si rallegra all’aperto. Durate un baleno, ma la ricordanza rimane; e
+questa, che è gaia, aggiunge un fil di seta alla trama della vita, che
+è troppo spesso di canapa, e mal pettinata per giunta.
+
+Noi non chiedemmo il suo nome al nostro gentile compagno. Il più
+bel nome che un uomo possa portare egli lo aveva scritto nel viso:
+gentiluomo. Gentiluomo! ahimè, parola abusata, tirata malamente ad
+esprimere uno stato sociale, e non più una felice concordanza di tutti
+i pregi della mente e del cuore!
+
+Egli era di Signa, e ritornava allora dalla Esposizione di Parigi,
+che fu il tema dei nostri discorsi lungo il viaggio, salvo parecchie
+digressioni intorno ai luoghi per cui passava il convoglio, agli uomini
+insigni che li avevano illustrati nascendoci, ai possessori felici
+di quelle ville fastose, di quei castelli principeschi che sorgevano
+tutt’intorno a specchio dell’Arno, del nobile, regale, glorioso, ma
+non limpido fiume. Ogni bel giuoco dura poco, e “l’ore del piacer
+son le più corte„. Perdemmo alla stazione di Signa il nostro gentil
+cicerone, e non potemmo levarci la più piccola curiosità intorno a
+tutto quel resto di paese che avevamo da percorrere. Fortunatamente
+non era più molto: ben presto, al dilatarsi e al pianeggiar della
+valle, al moltiplicarsi dei villini, dei parchi, dei ceppi di case,
+si sentiva Firenze: ancora qualche minuto di corsa, e ci apparve sul
+fondo verde grigio della prospettiva una gloria architettonica di
+torri, di campanili, di cupole, ed io riconobbi facilmente tutto ciò
+che da bambino avevo veduto in molte stampe, e da giovane in moltissime
+fotografie. Niente di nuovo sotto il sole, dicevano gli antichi; ora il
+proverbio dovrebbe mutarsi così: niente di nuovo, per grazia del sole.
+
+A proposito di novità, non ne aspettate da me, intorno a Firenze. Tanto
+ne è stato scritto da cinquecent’anni a questa parte! Il mio viaggio,
+del resto, non ha per sua meta l’Etruria; a Firenze non debbo fermarmi
+neanche due giorni intieri; del viaggio racconterò a mala pena il poco
+che vidi, e il niente che feci, o poco meno di niente. Nella mezza
+giornata del 13 di ottobre e nella mezza del 14 che passai sulle rive
+dell’Arno, alloggiando alla Locanda della Luna, desinando da Barile
+e bevendo qualche fiaschette di Pomino da Castelmuro, vidi molto
+Firenze politica, fastidiosa a quel modo, pochissimo Firenze artistica
+e storica. Perciò, lettori, non v’aspettate un quadro, e nemmeno un
+bozzetto.
+
+Entrando, vidi un bel cielo, un cielo sereno, che mi parve quello di
+Genova. La città era allegra nell’aspetto: a me la rendevano solenne le
+grandi memorie che mi si affollarono alla mente, guardando le alture
+di San Miniato e le bastite di Michelangelo. Suonava il mezzodì,
+e non era certamente ora di fantasmi; ma io vedevo il Buonarroti,
+Francesco Carducci, Dante da Castiglione e tutte le colossali figure
+dell’_Assedio_, scomodarsi per la mia giovane persona e cortesemente
+servirmi da introduttori nella bella città.
+
+Vedete potenza d’immaginazione! E non avevamo ad introduttore che
+un vecchio fiaccheraio, vera figura di Stenterello, il quale voleva
+insegnare il passo di corsa ad un cavallaccio sparuto, più vecchio di
+lui, a forza di frustate e di giuraddio. Il cavallo, che probabilmente
+non aveva ancora mangiato in quel giorno, non voleva saperne a nessun
+patto; e fu bene per me, che approfittai del suo passo ordinario per
+ammirare il grazioso ricamo architettonico di Santa Maria Novella;
+bellissima cosa e bellissimo nome.
+
+Andavamo, come ho già detto, ad alloggiare alla locanda della Luna. A
+me parve di esserci già, nella luna, quando la carrozza entrò nella
+piazza della Signoria. Maraviglia delle maraviglie! L’albergo, dove
+giunsi dopo una svolta, lo vidi appena, tanto che non ne ho conservato
+memoria; rammento che mi risciacquai il viso in fretta, e più in
+fretta spolverata la giacca e il pioppino, scappai subito fuori per
+ritornare in piazza della Signoria, a guardare la severa mole di
+palazzo Vecchio, con quella sua gran torre a sbalzo sull’orlo della
+merlata, poi la loggia dei Lanzi, mirabile da lontano per l’eleganza
+delle forme, più mirabile da vicino per ricchezza di marmi e di bronzi
+stupendi, che uno solo basterebbe ad illustrare un’età. Non parlo del
+gruppo moderno, _Pirro e Polissena_, del Fedi, buona scultura che si
+reputò degna di aver posto colà, dopo averla ammirata da sola nello
+studio dell’artefice, mentre laggiù, tra le grandi cose, è piccina, e
+par più leccata che graziosa al confronto di tanta larghezza di fare
+a cui s’improntano le statue vicine. Grandeggia là dentro l’arte di
+Gian Bologna col suo _Ratto delle Sabine_, miracolo di torsi e di
+gambe intrecciate senza ombra di sforzo; grandeggia il Cellini col
+suo _Perseo_, che è di bronzo, ma vola. Ma sopra tutti, di fianco
+all’ingresso di palazzo Vecchio, torreggia il Buonarroti col _David_,
+colosso di marmo, che pare una creatura viva, un adolescente vero,
+tanta è la felicità dell’espressione e la più felice sproporzione di
+alcune parti, che indica maravigliosamente l’uomo non ancora formato
+nella giusta pienezza virile di tutte le membra. Tutto era bello, tutto
+stupendo, ovunque io volgessi lo sguardo. Che più? perfino il Biancone
+di piazza (così chiamano a Firenze il gigantesco Nettuno della fontana,
+opera dell’Ammannati) m’andò maledettamente a genio, sebbene ricordassi
+il sarcastico motto imprestato a Michelangelo, intorno allo spreco di
+un così bel pezzo di marmo.
+
+La mia artistica curiosità, così potentemente risvegliata da tante
+bellissime cose, non sentiva più freno, nè di stanchezza nè di fame.
+Volli entrar subito in palazzo Vecchio, e, senza badar più che tanto al
+bellissimo atrio, volai alla sala dei Cinquecento; non già per vedere
+gli scanni, caldi ancora della sapienza di quattrocentocinquanta e
+più legislatori moderni, bensì per ammirare una _Virtù che trionfa del
+Vizio_, opera di Gian Bologna, della quale avevo letto mirabilia magna.
+
+Il dottor Giovannetti, di Monte Fiore nelle Marche, mio carissimo
+collega nel culto delle Muse e di Bellona, che avevo allora allora
+incontrato ed abbracciato in piazza, mi fu introduttore e cerimoniere
+presso quella divina, ch’egli si ostinava a chiamare la _Voluttà_.
+E non mi parve che ragionasse male. L’arte dei nostri padri riusciva
+eccellente in questi controsensi. Badavano anzi tutto a fare una bella
+donna, rivaleggiando, direi quasi, con Domineddio; poi ci mettevano
+un emblema, un segno allegorico, e il colpo era fatto. Per tal modo
+l’Urbinate soleva dar vita eterna alle sue innamorate, mettendo loro
+un bambolo in collo, e facendole passare per altrettante Madonne. Non
+dissimilmente da Raffaello, il valoroso Gian Bologna condusse in marmo
+una splendida bellezza, a cui pose il nome di Virtù, e tra’ piedi,
+in atteggiamento arditissimo, le scolpì, ma che dico scolpì? fece
+respirare e muoversi un uomo, a cui pose il nome di Vizio. Chi non
+vorrebbe essere il Vizio, con una virtù così fatta?
+
+La bellissima statua era nell’aula parlamentare, alla destra del trono.
+Io, salvo il rispetto dovuto alla Corona e ai diritti della casa di
+Savoia, che felicemente ci regge, l’avrei messa in trono addirittura,
+in barba alla legge salica e all’articolo secondo dello Statuto. Restai
+mezz’ora ad ammirarla per tutti i versi, e la sensazione che n’ebbi fu
+molto ma molto più forte di quella che mi diede un’ora più tardi, nella
+vicina Galleria degli Uffici, la decantata Venere dei Medici.
+
+A proposito, e chi ha consigliata la figlia di Cleomene a tenersi
+tante rivali in quella camera, dove essa dovrebbe regnare da sola? È
+nel mezzo, sta bene, e proprio di rincontro all’uscio; ma il vicinato
+di tante altre bellissime creature, che fanno tanto maggiore effetto
+quanto è minore l’aspettazione dei visitatori, le riesce proprio
+fatale. C’è tra l’altre quella Venere del Tiziano! La divina creatura
+se ne sta mollemente adagiata sulla tela, e non ha nessuna voglia di
+balzarne fuori. Fa bene, perbacco, che altrimenti i signori uomini, con
+la loro molesta assiduità, non le lascerebbero un minuto di pace.
+
+Seduta su d’una scranna, quasi nel mezzo della sala, per modo da poter
+guardare la statua e il dipinto, la Venere greca e la Venere italica,
+stava una giovine signora, che alla serena libertà degli atti, alla
+capricciosa foggia delle vesti, si riconosceva facilmente per una
+figlia d’Albione. Bianca nel viso come alabastro; lunghe le ciglia,
+che velavano a mezzo i grandi occhi d’indaco; corallo tenero le labbra;
+ala di corvo i capelli.... Dio! stavo per fare un ritratto di maniera,
+e quel che è peggio, senza rassomiglianza, poichè io non ho posto due
+volte gli occhi sull’originale.
+
+Ce li aveva posti bensì, e non li aveva più tolti di là, il mio amico
+Giovannetti.
+
+— Vedi le tre Grazie? — diss’egli a me e al marchese di Pietramellara,
+un altro amico e compagno d’armi combinato in piazza quel giorno.
+
+— Dove, le tre Grazie?
+
+— Qui dentro; la statua, il quadro, e la signora inglese.
+
+— Ah, vorrai dire le tre dee del monte Ida; — rispose il Pietramellara,
+
+— A quale daresti il pomo, Ludovico? — chiesi io.
+
+— Alla viva, che diamine, alla viva; — replicò il Pietramellara. — E tu?
+
+La figlia d’Albione capiva benissimo l’italiano. Me ne avvidi al color
+delle fragole che le tinse i miti alabastri. La bella accostò con atto
+impacciato l’occhialino alle lunghe ciglia, per guardare non so bene
+se il quadro o la statua: stette ancora pochi secondi seduta, non so
+se per aspettare la mia risposta, o per dar tempo al suo rossore di
+dileguarsi; quindi si alzò, e, senza voltarsi neanche di profilo dalla
+parte nostra, se ne andò verso il fondo della sala, a raggiungere la
+sua comitiva.
+
+Brava inglesina, così va fatto. Un’altra donna, poniamo una....
+parigina, si sarebbe voltata un pochino, tanto per gradire: ma lei
+dura! e se il demonietto della vanità che alberga nel cuore di tutte le
+figlie d’Eva, ha dato un sobbalzo di contentezza nel suo, gli sguardi
+profani non ne hanno avuto da vedere un bel nulla.
+
+
+
+
+III.
+
+Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata
+musicale.
+
+
+Mi sono fermato un tratto a ragionarvi di donne, perchè le immagini
+di questa bella metà del genere umano fanno nel racconto quel che la
+luce in un quadro. Senza queste due o tre donne di marmo, di carminio
+e di biacca, e senza la fuggevole apparizione d’una bella inglesina,
+le immagini femminili mancherebbero affatto al mio quadro fiorentino.
+Concittadine di Beatrice, io non ne vidi quella volta pur una. Giornata
+cattiva, era quella, come se ne danno in ogni città. Neanche alle
+Cascine, che io percorsi in lungo e in largo, scorrazzando in compagnia
+del Pietramellara, mi fu dato di vederne uno scampolo. È vero, per
+altro, che quando andammo alle Cascine erano appena le quattro dopo
+il mezzogiorno, e non c’era altri che il sole, al cui raggio benefico
+stavano scaldandosi gli elefanti e le scimmie del giardino zoologico.
+
+Ed ora, lasciando in disparte il bel sesso, osserviamo il mio compagno
+di passeggiata, che merita veramente di esser conosciuto da voi. I
+carabinieri genovesi del ’67 hanno con lui un debito di gratitudine
+che io non posso dimenticare: del resto, un cercatore di bei caratteri
+non può lasciar passare senza due tratti di penna questo bel tipo di
+gentiluomo italiano del vecchio stampo.
+
+Il marchese Ludovico di Pietramellara nasceva bolognese, ed il nome
+della sua famiglia era da parecchi secoli collegato a tutte le più
+nobili tradizioni della vita italiana. Si parlava bensì di un’origine
+francese della famiglia; ma quella era una storia d’antica data, e gli
+antenati del mio amico si sentivano già italiani fin dai tempi di Carlo
+II d’Angiò. Essi, almeno, pronunziavano “ciceri„ come io e voi.
+
+Questo vi sembrerà un indovinello: ma eccomi a spiegarvelo subito.
+
+È noto come i francesi, calati in Sicilia sotto il regno di Carlo I
+d’Angiò, fossero diventati parte della popolazione, e come si fossero
+mescolati con essa, per alleanze, interessi e via discorrendo, in modo
+da non poterli a tutta prima sceverare da quella. Ora, a quest’opera
+di selezione intendevano per l’appunto i congiurati di Giovanni da
+Procida, che meditavano il Vespro famoso. Ma la faccenda era molto
+difficile.
+
+Ai tempi di Mosè, Dio stesso aveva ordinato di segnare con una ditata
+di sangue le case degli Ebrei, per distinguerle da quelle degli
+Egiziani, e agevolare in tal guisa il lavoro alla morte sterminatrice.
+Ma a Palermo non si poteva far capitale sopra una intromissione divina
+di quella fatta, gli Angioini essendo ben voluti dal Papa. Che fare
+adunque? A quali espedienti por mano?
+
+Dopo molto almanaccare, parve a qualcheduno di aver trovata l’astuzia,
+che tenesse luogo dell’aiuto celeste. E fu questa, che i Siciliani
+autentici dovessero chiedere per via, a quanti trovassero, di
+pronunziar la parola “ciceri„.
+
+— Se sono italiani, — si argomentò — diranno un bel “ciceri„ chiaro
+e tondo; se sono francesi, saranno costretti a sibilare un forestiero
+“sisserì„ che darà modo di conoscerli ad occhi chiusi. —
+
+Lo spediente era adamitico; ma che volete? pare che i Francesi ci
+cascassero quasi tutti. Dicevano “sisseri„ ed erano spacciati senza
+misericordia. Così la leggenda. Ma non tutti, come ho detto, non
+tutti. Ci fu tra gli altri un certo Vassé, che rispose un “ciceri„
+largo tanto. Ed egli seppe solamente più tardi come la flessibilità
+accidentale della sua lingua gli avesse salvata la pelle.
+
+Ora, fu proprio questo Vassé l’antenato storico del mio amico. Venuti
+poco dopo in terraferma, i Vassé ebbero il feudo di Pietramellara,
+presso Caserta, e ne tolsero il nome, che fu degnamente portato. Nel
+1849, per non dirvene altro, un Pietramellara, discendente dagli
+antichi Vassé, moriva gloriosamente a Roma, combattendo contro i
+Francesi puntellatori del poter temporale dei Papi; e questi era il
+fratello maggiore del mio Ludovico, soldato anch’egli di tutte le
+patrie guerre dal ’48 al ’67, e soldato valente.
+
+Nel ’66 lo avevo conosciuto capitano, e non ho più dimenticata la
+bellissima notte tirolese, al cui dolce chiarore abbiamo saldati
+i vincoli della più schietta amicizia, tra uno scambio affettuoso
+di ricordi personali, una infilzata di duetti della _Norma_, e la
+preparazione di un’arringa al tribunale militare di Storo.
+
+Vi racconto anche questa? Sergente da principio nei Carabinieri
+Genovesi, ero passato sottotenente a mezzo luglio nell’ottavo
+reggimento, comandato dal colonnello brigadiere Carbonelli. La seconda
+tregua cogli Austriaci era cominciata; nè si poteva intendere ancora
+se fossimo a guerra finita, o se dovessimo proseguire le ostilità.
+Intanto, lasciate le teste di colonna sotto Lardaro da una parte
+e sotto Riva di Trento dall’altra, ci eravamo tolti dallo stare
+all’aperto, andando a cercare quello che in linguaggio militare si
+chiama l’accantonamento. Parte dei volontarii lo aveva sul territorio
+conquistato; il rimanente s’era allogato nei paeselli della Val Sabbia,
+da ponte Idro fino a Salò.
+
+A noi dell’ottavo reggimento era toccata una mezza fortuna, quella di
+esser mandati a San Pietro, in Liano, bella eminenza alle spalle di
+Salò, che chiude da tramontana gli sbocchi della Val Sabbia, e vede da
+mezzogiorno e sopraggiudica le acque del Garda.
+
+È lassù una bellissima chiesina, un po’ disadorna dentro, ma ornata
+di fuori d’un vaghissimo loggiato, di due pietre sepolcrali con
+bassorilievi dei primi secoli dell’êra cristiana, e sopra tutto di
+una veduta stupenda. Per giunta, c’era allora un arciprete, fior di
+galantuomo, con cui si stava volentieri a discorrere.
+
+Dei molti luoghi che ho veduti nelle mie corse strambe, questo solo
+ha lasciato in me una profonda memoria e il desiderio di rivederlo.
+Dappertutto mi ha perseguitato il dolce pensiero di Genova: San Pietro
+in Liano, colla sua veduta del Garda, che mi raffigurava un lembo di
+mare, mi accarezzò per tre giorni le reminiscenze ligustiche; e mi
+pareva che là, in quella solitudine elevata, se ci avessi avuto chi so
+dir io, ci sarei vissuto contento mill’anni. Vedete che sono discreto.
+
+Innanzi di proseguire il racconto, ricorderò il vicino paesello di
+Gazzane, dove mi capitò di vedere una vecchia casa nello stile del
+Cinquecento, scialba e malinconica, sulla cui facciata, all’altezza
+del primo piano, era murata una lista di marmo, sulla quale si
+leggeva incisa a grossi caratteri questa dolente apostrofe della Sacra
+Scrittura: “_O vos qui transitis per hanc viam sistite et videte si est
+dolor sicut dolor meus._„
+
+Che cosa significavano quelle parole di colore oscuro? Ne chiesi al
+mio arciprete; ma egli non seppe dirmene nulla. Un dubbio mi venne alla
+mente, pensando che in quei luoghi doveva esser nato un gran letterato
+umanista del secolo XVI, morto a Genova di mala morte, il Bonfadio.
+Sarebbe questa la sua casa? È un padre desolato, od un figlio, l’autore
+della iscrizione? Nè allora ebbi tempo, nè ora, che mi ricordo, ho modo
+di sincerare la cosa.
+
+Ma ritorniamo ai fatti nostri. Il terzo giorno del nostro
+accantonamento (che ne durò sei, come la tregua, mutata poi in
+armistizio) lo stato maggiore mi chiamava a Storo, per difendere
+davanti al tribunal militare tre buone lane di soldati, uno dei quali
+aveva rubata una camicia, l’altro una borsa da tabacco, e il terzo
+aveva fatto qualche cosa di peggio. Da San Pietro in Liano a Storo
+il cammino era lungo; non mi piaceva di rifare tutta la val Sabbia a
+cavallo, volendo dare un onesto riposo al mio Beppo, ottimo stallone
+pugliese, il quale da tanti giorni non aveva fatto che correre dalla
+mattina alla sera, e per troppo grami sentieri. Carrozze non ce
+n’erano, e il mandarne a cercar una a Salò poteva costarmi troppo
+salato. Alla cavalcatura di san Francesco ripugnavano i miei poveri
+piedi, memori ancora di venti giorni passati nel battaglione dei
+Carabinieri genovesi. Che fare? E qui, naturalmente, mi beccavo il
+cervello.
+
+In questi frangenti venne a me il Belladonna, vero angelo portatore
+di una lieta novella. Costui era il mio buon padrone, poichè, sotto
+il pretesto di servirmi in qualità di attendente, inforcava il mio
+cavallo, quando io, per non istancarlo troppo, scendevo a piedi;
+metteva i miei guanti quando io li trovavo ancora puliti abbastanza,
+e si pigliava l’incarico di carezzar le guance alle donne di casa,
+dovunque io andassi ad alloggio; ma era poi un buon diavolaccio, che
+per farmi servizio si sarebbe buttato nel fuoco, e mi chiedeva tutte
+le mattine il permesso di offrirmi una tazza di caffè, che egli aveva
+l’ingegno di scovare non so dove, nè in che modo, quando eravamo
+accampati su per i greppi delle Giudicarie.
+
+Ora, il mio buon padrone, saputo l’impegno in cui mi trovavo, era
+andato a frugare per le case e le fattorie dei dintorni. In un cortile
+aveva veduto un calessino sgangherato, da poterci star due persone, e
+attaccato al trespolo il cavallo dell’Apocalisse. Trespolo e cavallo
+erano del fornaio di Cazzane, e pronti per la partenza. Che si voleva
+di più? Al mio attendente pareva la man di Dio.
+
+Era egli stato sollecito per me, o per sè, contando di esser chiamato
+all’ufficio di auriga? Non aveva egli lasciato a Storo qualche ricordo
+che gli premesse assai più delle mie tre fatiche ciceroniane al
+tribunal militare? Non ne so nulla: ricordo bensì che venne con aria di
+molta compiacenza a dirmi: vedrà, tenente, ci staremo benissimo.
+
+— Andate, illustre amico, — gli dissi, — e fissate il calessino per me.
+
+— L’ho tentato, — rispose, — ma il fornaio non ha voluto darmelo a
+nessun prezzo.
+
+— Allora, requisitelo.
+
+— L’ho requisito, infatti.
+
+— Come! — esclamai. — Siete già andato dal sindaco?
+
+— Sicuro; e mi ha fatto l’ordine per il fornaio, e gli ha messo il
+sequestro sul calesse.
+
+— Belladonna! — gridai allora. — Voi portate un bel nome, e fate delle
+cose ugualmente adorabili. —
+
+Il mio padrone s’inchinò pudibondo, e le bianche ali d’una mia coperta
+di berretto scesero a sfiorargli un mio fazzoletto di seta azzurra, che
+portava mollemente annodato al collo, secondo l’usanza garibaldina.
+
+— Andiamo dunque a vedere questo calesse; — conchiusi. — Ho fretta di
+partire. —
+
+E s’andò difilati. Ma, giunto sulla faccia del luogo, trovai il fornaio
+che strepitava come un ossesso; il calesse esser suo e a lui necessario
+per le sue faccende quotidiane; noi non avere il diritto di requisirlo,
+e tanto meno allora, che era stato preso a nolo da un capitano, il
+quale gli dava venticinque lire, per una scampagnata che voleva fare
+appunto quella notte.
+
+Io gli risposi che non mi seccasse l’anima; che le venticinque lire
+gliele avrei date io, se col suo rifiuto non mi avesse costretto a
+venire con un ordine del sindaco; che viaggiavo per servizio, e che
+il servizio di un sottotenente andava innanzi al passatempo di un
+capitano.
+
+Ma il fornaio la tirava in lungo, e non senza un perchè. Il capitano
+doveva giungere tra pochi minuti a pigliarsi il calesse. Venendo
+lui, maggiore di grado, mi avrebbe conciato a quel dio. Questo non lo
+diceva, il caro fornaio; ma gli si leggeva negli occhi, che brillarono
+di contentezza all’arrivo del capitano.
+
+Io mi sentii rimescolare il sangue. Per me stava il diritto; ma pensavo
+che il superiore ha sempre ragione, anche quando ha torto, e che, se
+il capitano voleva pigliarsi il calessino, non aveva da far altro che
+mandarmi su due piedi agli arresti.
+
+Il fornaio mi guardava con tanto d’occhi, per vedere come avrei saputo
+cavarmela.
+
+Ci voleva giudizio. Misi mano agli artifizi oratorii, e incominciai:
+
+— Capitano, io sono il tal di tale, e, come ho l’onore di dirle,
+sono chiamato in servizio a Storo, dove bisogna ch’io mi trovi
+infallantemente...
+
+— Per domattina alle dieci; — aggiunse il capitano, compiendo la frase
+che mi aveva interrotta. — Lo so; anch’io vado a Storo per servizio,
+essendoci chiamato come giudice al tribunale militare.
+
+— Ed io come avvocato; — replicai. — Debbono i miei clienti restare
+senza difesa?
+
+— Tolga il cielo che io voglia condannarli, senza che possano far
+valere per bocca sua le loro ragioni. Vuol farmi una grazia? Salga
+con me sul calessino, che questo amicone mi fa costare un occhio del
+capo. —
+
+Il cuore mi si allargò a quell’offerta, e fui pronto ad inchinarmi.
+
+— A proposito d’occhi, — soggiunse il capitano, — io son miope. Se la
+porterò in un fosso, non vorrà mica farmene colpa? Del resto, se vorrà
+guidar lei....
+
+— Capitano, — risposi, mettendomi volentieri sul suo tono, — io di
+notte non vedo un albero alla distanza di cinque metri. Quanto al
+guidare, non ho provato che una volta, e per quella volta sola ho
+già sulla coscienza due distorsioni, tre ammaccature e non so quante
+lacerazioni.
+
+— Benissimo! — gridò il capitano. — Vedo che sarà necessario affidarci
+al senno di questo provetto animale. _In manus tuas, Domine!_ Ora a
+noi; vuole che partiamo subito, o più tardi?
+
+— Subito, se non le dispiace. Andremo a desinare a Vestone.
+
+— Ottimamente! _Ascendamus igitur o.... fovette cocher!_ —
+
+Immaginate come fossi contento. Andavo a Storo, per fare il mio dovere,
+e m’imbattevo in un garbato gentiluomo, il quale, per fortuna mia,
+innestava allegramente nel suo discorso i testi latini e i francesi,
+fors’anche quelli di altre lingue parecchie; proprio come facevo io,
+senza saperne nessuna.
+
+— _Adelante, Pedro, sin juicio!_ — sclamai, montando nel calessino,
+dopa aver data una stretta di mano al mio gentilissimo superiore.
+
+— La variante è buona; — diss’egli, rispondendo alla mia citazione poco
+manzoniana. — Avanti dunque, e il giudizio lasciamolo qui, al primo
+corpo di guardia; lo ripiglieremo al ritorno, _si fata dabunt_.
+
+Quell’improvviso aggiustamento non entrava in testa al Belladonna.
+
+— Ed io, _sor marcheis_? — chiese egli, che nella sua qualità di
+bolognese conosceva benissimo il Pietramellara.
+
+— Tu, se mi è lecito darti un consiglio, starai qui a custodire il
+cavallo del tuo padrone; lo striglierai, gli porgerai le profumate
+avene, le dolci biade e i limpidi cristalli dell’Ippocrene locale; il
+che vuol dire in povera prosa....
+
+— _A i’ ho capè, sor marcheis;_ — borbottò il Belladonna. — E lei,
+signor tenente, non mi comanda nulla?
+
+— Appoggio la raccomandazione del capitano; — risposi.
+
+Così andai col capitano, e così fu fatta, insieme con la prima
+conoscenza, la più schietta amicizia tra noi. Smarriti in un reggimento
+che non finiva più (quattromila uomini a dir poco), egli comandante
+della ventiquattresima compagnia, io addetto allo stato maggiore e
+ufficiale d’ordinanza del colonnello brigadiere, era già molto che
+ci conoscessimo di nome. Ma quella sera e quel viaggio sul calessino
+sgangherato, con quel cavallo sparuto, fecero quel che non portano di
+sovente anni ed anni di vicinanza, ed io terrò sempre quel viaggio come
+una delle più care memorie della mia vita militare.
+
+Di alto sentire, di modi eletti, ricco d’ingegno, festevole o
+severo secondo il bisogno, e non mai oltre il bisogno, Ludovico di
+Pietramellara era un felicissimo impasto di tutti quei pregi che
+formano il vero gentiluomo.
+
+Ed io gli ho voluto un gran bene, a quell’omettino svelto, dalle spalle
+quadre e dal largo torace, bianco pallido in viso, colle guance un
+po’ sfatte, i lineamenti regolari e finamente modellati, gli occhi
+azzurrognoli, con un lieve accenno di borse, appiattati dietro le
+lenti del _pince—nez_, radi i capelli sulla fronte alta, i baffi ancora
+discretamente biondi e leggermente arruffati, la berretta piantata alla
+brava fin sulla nuca, il sorrisetto costante sulle labbra carnose e
+bellissime, che davano una singolare impronta di soavità, insieme cogli
+orecchi piccini e il puro ovale del mento, ad una faccia alquanto più
+lunga che larga.
+
+Da San Pietro a Storo, con le debite fermate, ci fu tempo a ragionare
+di mille cose. Poi venne in campo la musica, e ognuno sa che due
+italiani, quando vien fuori la divina arte dei suoni, hanno il tema per
+un mondo di chiacchiere. E noi non chiacchierammo soltanto; cantammo,
+e il nostro spartito fu la _Norma_, quella sublime _Norma_ che “vivrà
+quanto il mondo lontana„. Specie quel tratto che corre da Vestone
+ad Indro, e che noi facemmo di notte, con un magnifico cielo azzurro
+stellato, ha udito tutte le cavatine, arie, duetti, terzetti, andanti,
+allegri e via discorrendo, del capolavoro di Vincenzo Bellini. Noi
+eravamo promiscuamente Norma, Adalgisa, Pollione, Oroveso, Flavio,
+Clotilde; il fiume Chiese, rumoreggiando lì presso, faceva la parte del
+coro.
+
+E adesso, lettori miei, non istate a credere che io voglia condurvi
+di questo passo fino a Storo, per farvi assistere ai miei trionfi
+oratorii, che furono del resto tre fiaschi, poichè non salvarono
+nessuno dei miei clienti dal carcere. Mi è piaciuto di narrarvi questo
+episodio, per mostrarvi in che modo io stringessi amicizia con Ludovico
+di Pietramellara. Dopo di che, rifaccio speditamente la strada, e vi
+riconduco a Firenze, donde eravamo già sulle mosse per andarcene a
+Roma. Se non ci siamo arrivati, sapete bene che non fu nostra la colpa.
+
+
+
+
+IV.
+
+Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne.
+
+
+A Firenze, nelle trentadue ore che ci passai, vidi senza volerlo tutta
+la coorte degli uomini di stato, in fiore, in erba o in embrione che
+fossero; e il concetto che potei farmi di tutti i loro concetti fu
+questo, che nessuno sapeva un’acca di quel che avvenisse, o che dovesse
+ragionevolmente avvenire. I se, i ma, tutte l’altre particelle e tutti
+gli altri avverbi dubitativi fiorivano le conversazioni universali.
+Faranno la rivoluzione a Roma? si debbono aiutare gl’insorti? il
+governo si muoverà? farebbe bene a muoversi? che cosa consiglia agli
+italiani la dignità nazionale? Queste erano domande; ma di risposte,
+nessuna.
+
+Poveri uomini di stato! povero paese! Tutti quei valentuomini,
+archimandriti del senno pratico, balenavano tra il sì e il no,
+aspettavano una grossa notizia per voltarsi più da un lato che
+dall’altro, per lodare o biasimare, per isconfessare le pazzie dei
+rompicolli o per dire coraggiosamente: _me, me, adsum qui feci_.
+
+Ma non balenavano, non pendevano incerti da un annunzio di giornale,
+da un indizio di eventi futuri, i giovani convenuti in Firenze da
+ogni parte d’Italia. Pareva che là si fossero data la posta tutti i
+volenterosi di Milano, di Venezia, di Torino, di Bologna, di Genova,
+di Parma, di Modena. Ad ogni svolta di strada ne compariva uno; e lì
+un abbracciarsi, un chiedersi novelle, non già della preziosa salute,
+ma degli amici comuni e del desiderio che potevano avere di giungere a
+lor volta in ballo; e sopra tutto un domandar da che parte fosse meglio
+passare, per andar a raggiungere i primi combattenti.
+
+Non erano solamente i volontarii che si riscaldassero in questo modo
+l’un l’altro. L’esercito era composto di tutte le classi sociali;
+ognuno ci aveva amici, antichi compagni d’arme, congiunti di sangue. E
+il congiunto, il compagno d’arme, vi chiedeva: andate? — Sì. — Bene,
+noi verremo dopo di voi, a dar l’ultimo colpo. Vengano, francesi
+e spagnuoli, austriaci e turchi; quando tutto un paese è fermo nel
+volere una cosa, non c’è forza che tenga, e si vedrà, giurabacco, si
+vedrà! —
+
+Ahimè, che cosa dovevano fare di tanto entusiasmo i nostri reggitori
+d’allora? Reggitori, così per dire; che in verità non reggevano niente.
+Innanzi di partire da Genova, avevo veduto una larva di governo, che
+voleva impedire ad ogni costo, e magari faceva gli occhiacci, per
+ispaventare i bimbi d’Italia. A Firenze, quando io vi giunsi, non vidi
+neanche la larva; c’era un ministero che affogava, e si vedevano le
+mani agitarsi in aria, i piedi pestar l’acqua, le bocche spumeggiare,
+gorgogliando parole interrotte. La marea nazionale pareva aver
+sopraffatto quel ministero, e i suoi fidi galeotti non si scomodavano
+neanche a porgergli un remo a cui potesse aggrapparsi; anzi, dirò
+di più, lo incoraggiavano a stare in acqua, dov’essi lo avrebbero
+seguitato. Alcuni facevano l’atto di levarsi la giacca, per esser più
+liberi al nuoto. Qualche articolo dell’_Opinione_ lasciava trapelare
+perfino che il suo direttore non sarebbe stato degli ultimi.
+
+Chi procedeva lemme lemme in mezzo a quel tramestio di voleri e
+d’idee, era il comitato per l’insurrezione. Non ne farò colpa agli
+egregi cittadini che ci avevano mano. Forse a ciò li costringeva il
+difetto di quattrini; forse il tentennare del governo, e il suo mutare
+indirizzo tre volte in un giorno. L’uffizio del comitato, in via degli
+Archibugieri, si vedeva da mattina a sera assediato; l’anticamera, le
+scale, il portone, gli approcci, erano un viavai, un brulichio di gente
+che chiedeva, chiedeva, e non otteneva mai niente.
+
+Intendiamoci bene, io non sostengo le ragioni di quella moltitudine.
+A far le schioppettate si va come si può, e quando non c’è modo di
+giungerci con le proprie forze, credo sia buon partito restarsene a
+casa. Noto il fatto, nient’altro; e lo noto per venire a raccontare
+che noi al comitato non andavamo per chieder quattrini, ma solamente
+consigli intorno alla via più spedita da tenere, per dove fosse
+maggiore il bisogno, e, caso mai il confine fosse troppo gelosamente
+custodito dal nostro governo, avere ricapiti di gente amica che ci
+aiutasse a sconfinare.
+
+Volete credere? Non ci fu verso, neanche dando i nostri nomi, di
+penetrare nell’adito sacro. Evidentemente, era quello un giorno in cui
+la Pizia non aveva nulla da dire, impacciata la sua parte anche lei.
+A me non dolse tanto di ciò, quanto di vedere tra quei cerimonieri
+dell’anticamera un tale che pochi giorni prima avevo aiutato a partire
+da Genova, e che laggiù a Firenze mi faceva l’uomo dei misteri, il
+segretario di stato. Gratitudine umana, io ti conosco da un pezzo. Ma
+ohimè, conosco anche la sciocchezza umana; e la pratico religiosamente,
+continuando a fidarmi.
+
+Rimasti così in balìa di noi medesimi, ci raccogliemmo a consulta, il
+maggiore Burlando, il Pietramellara, io e parecchi altri colleghi, il
+nostro ragionamento fu questo: Garibaldi verrà fuori della Caprera;
+l’amico Canzio lavora intorno a questo negozio difficile, e ne
+verrà certamente a capo. Ora, se il Generale giunge ad afferrare la
+terraferma, da che parte andrà egli? Probabilmente dov’è Menotti,
+proprio alle spalle di Roma, l’unico punto donde si possa tentare, per
+la linea d’operazione più breve, un colpo efficace. Andiamo dunque,
+poichè la scelta sta in noi, a raggiunger Menotti, e incominciamo
+a metterci in istrada ferrata per Terni. Giunti colà, studieremo il
+terreno; tre o quattro persone passano facilmente dovunque vogliano,
+solo che usino un po’ di prudenza.
+
+Notate che noi non sapevamo nulla di comitati che fossero a Terni, o in
+altro luogo di confine: andavamo proprio a tentoni. Neanche sapevamo
+di trecento genovesi che dovessero venirci compagni, e senza troppa
+difficoltà, tre giorni più tardi. Eravamo da principio due soli; a
+Firenze ci eravamo fatti manipolo, per cinque o sei che erano giunti
+di qua o di là; altri due o tre c’erano già prima di noi, e tutti
+contavamo di andare alla libera, per metterci poi dove meglio ci fosse
+tornato.
+
+Al deputato Carbonelli, mio colonnello dei ’66, allora a Firenze e
+desideroso di partecipare a quell’altra levata d’insegne, era parso
+buono il nostro divisamento; ed egli e tutti noi ce ne partivamo
+da Firenze la sera del 14 ottobre, come altrettanti giramondi che
+volessero andare a Terni per ammirarvi la cascata delle Marmore, unica
+per bellezza stupenda in Italia.
+
+Del nostro piccolo tragitto non dirò nulla, perchè non voglio menare
+il can per l’aia, e poi perchè nel fatto non ho niente da dire. Si
+faceva buio, quando giungemmo in riva al Trasimeno, e non si vide
+neanche l’ombra di Annibale. Giungemmo a Terni, nella mattina del 15,
+dopo molti ritardi patiti dal convoglio, che, tra l’altre fortune sue,
+dovette rimanere un’ora inchiodato sotto una galleria, poichè le ruote
+giravano senza far presa, e ci bisognò mandare a Foligno pel soccorso
+d’un’altra macchina, che non c’era.
+
+Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un
+gran senso. È una città di pianura, anzi di vallata, i cui edifizi
+si levano troppo poco da terra, e le vie non offrono alcuna veduta
+pittoresca. Incominciando dalla stazione, che è quindici minuti lontana
+dalle porte della città, vidi moltissima gente. Le vie erano affollate
+di giovanotti d’ogni parte d’Italia. Non un berretto rosso, non una
+camicia garibaldina; tuttavia, era facile indovinare, anche senza
+por mente alle discordanze allegre dei dialetti, che quella non era
+popolazione del luogo, ma uccelli di passo, futuro contingente della
+insurrezione romana.
+
+— Qual è il migliore albergo? — avevamo chiesto al vetturino che
+conduceva le nostre membra lasse in paese.
+
+— L’_Hotel d’Angleterre_, padroni belli; c’è poi la locanda d’Europa, e
+quella....
+
+— Vada per l’Inghilterra; noi ci fidiamo alle tue preferenze, o nobile
+auriga; — interruppe il Pietramellara.
+
+Così andammo all’albergo d’Inghilterra, o della regina d’Inghilterra,
+o delle armi d’Inghilterra, che bene non ricordo queste minuzie. Ma
+ohimè, quante volte il mio Ludovico non ebbe a pentirsi della sua
+precipitazione! Che vino, per gli Dei infernali! In quell’albergo
+esso era peggiore a gran pezza della sua acqua, che era pessima.
+Mi dicono che non sia più così; e ne godo per il prossimo mio della
+nuova generazione. Del resto, buona gente, i padroni d’allora: e non
+ci avevano che un difetto; quello di albergare tutti gli inglesi che
+passavano di là, e di prender tutti i loro avventori per inglesi.
+
+— Sono inglesi? — chiedevo io un giorno al cuoco, accennandogli due
+polli che aveva sulle ginocchia.
+
+— Perchè mi dite questo?
+
+— Oh, per nessun secondo fine; perchè vedo che li pelate.
+
+— Voi volete scherzare; — mi rispose egli; e continuò tranquillamente a
+pelare.
+
+L’albergatore aveva un grande albo, nel salotto della sua locanda; e
+in quell’albo c’erano scritti, dal 1850 in poi, nomi d’ogni razza e
+d’ogni paese, inglesi, russi, americani, francesi, italiani, tedeschi;
+tutte persone che si lodavano grandemente della stanza, del letto,
+della tavola, dei camerieri, ed anche del vino, _Horribile visu!_ Ma
+non avevano dunque vino in casa loro, o non avevano palato, tutti quei
+bravi signori?
+
+Sulle prime, scartabellando quell’albo, mi venne un sospetto atroce:
+che quei forestieri avessero ricevuta una mancia, o una larga riduzione
+sul conto, per iscrivere quelle lodi smaccate. Ma guardai in viso il
+padrone, e il candore che gli si dipingeva negli occhi, mi fece pentire
+del dubbio. No, è impossibile, dissi allora tra me; quest’uomo è
+innocente.
+
+Pensai in quella vece che le lodi muovessero da un’altra ragione.
+Tutti quei nomi erano accompagnati da un titolo, di duca, di marchese,
+di conte, di barone, di baronetto, di cavaliere e via discorrendo.
+Che siano proprio tutti gente titolata? Ahi, ahi! questo signore,
+verbigrazia, il cui nome mi casca sott’occhio, lo conosco benissimo;
+egli è conte, come io son lui. Quest’altro ha scritto marchese con la
+zeta: E qui un mondo di considerazioni, il cui resultato fu questo, che
+molti scrivessero sull’albo per sciorinare _urbi et orbi_ i loro titoli
+autentici, molti altri per far credere ai loro titoli pigliati per
+l’occasione ad imprestito.
+
+Com’ebbi fatta quella conclusione, respirai più liberamente; e resi
+tutta la mia stima all’ostiere.
+
+Egli, del resto, se ce lo fece pagar salato, ci diede il meglio che
+aveva; un quartierino di due camere e di un salotto, l’unico salotto
+della locanda, col suo bravo tappeto verde sul pavimento, con uno
+specchio di Venezia sul camino, due canapè, tre finestre, le quali
+mettevano ad un terrazzino sulla via principale di Terni. I tre giorni
+che si stette colà, li passai quasi intieri su quel terrazzino, intento
+a guardare, a guardare attraverso le nuvole di fumo che mi uscivano
+dalle labbra, una povera tribù di formiche, le quali salivano per
+una certa screpolatura tra il muro maestro e la intelaiatura della
+finestra; nè so con quale intento, perchè andavano e venivano a fauci
+vuote.
+
+Ottime bestioline! La necessità, dura insegnatrice, le costringeva a
+lavorare, ma senza frutto, senza buscarsi una briciola di pane, un
+chicco di biada od altra semente portata dall’aria sul loro gramo
+sentiero.
+
+E l’uomo? che altro fa egli, il più delle volte? La sua fatica è vana,
+ma la necessità lo trascina. Ed egli s’inoltra, o diritto, o curvo, o
+carponi, per la sua strada; suda, stenta e muore sotto il peso di un
+fardello, ch’egli chiama orgogliosamente un mandato, una missione; e
+perchè? A sentirlo lui, si tratta di un grande concetto; e gli sembra
+operare col suo libero arbitrio, perchè il colore del suo fardello
+è diverso da quello di un altro; e gli sembra di operare utilmente,
+perchè il fardello pesa, e a portarlo innanzi tre miglia, o sei, si
+consola la sua vanità di atleta. E sia, non voglio già leticare coi
+miei compagni di galera. Ma intanto, chi sa? noi vanitosi, noi superbi
+dell’opera nostra, forse, veduti da lontano, avremo apparenza di
+formiche.
+
+Così pensando, mi pareva di veder correre su per quelle screpolature il
+mio prossimo. E posi qua e là qualche briciola di pane, perchè quella
+carovana di bestiuole sparute, inoltrandosi nel suo deserto, trovasse
+un’oasi e benedicesse il Signore.
+
+Le formiche vennero, fiutarono, e stettero dubitose. Forse temevano
+anch’esse di dover pagare lo scotto? Non ne so niente. Del resto,
+io non avevo da studiar sempre usi e costumi di formiche. Ben altre
+scoperte ho fatte, rimanendo colà inoperoso: ho indovinato ad esempio
+il segreto dello stile di Cornelio Tacito, e perchè quello storico sia
+stato così aspro con gli uomini e le cose del tempo suo. Sfido io! era
+di Terni; avrà dunque bevuto dello stesso vino che davano a me.
+
+Questo ricordo di antichità mi chiama a dirvi qualche cosa del luogo
+ove siamo in attesa. Terni è l’antica Interamna, così detta perchè
+_inter amnes_, tra due fiumi, cioè presso il confluente della Nera e
+del Velino. Ha mura antichissime e di pietra riquadrata, restaurate nei
+bassi tempi, con forse trenta torri e cinque porte, una delle quali è
+chiamata “dei tre monumenti„. Qui infatti erano tre sepolcri: l’uno di
+Cornelio Tacito, accennato dianzi; gli altri, di due discendenti suoi,
+imperatori romani, Tacito e Floriano.
+
+Interamna aveva templi a josa; e Terni non ne patisce penuria. Un
+tempio di Giove è disceso al grado di chiesa di San Lorenzo; uno di
+Marte è salito agli onori di cattedrale, intitolata all’Assunta; un
+altro di Cibele è passato in governo d’uno sconosciutissimo Sant’Alò;
+un altro del Sole si chiama San Salvatore; un altro di Mercurio si è
+raccomandato a San Nicolò. Questi templi, com’è facile immaginare, non
+serbano più traccia della loro antichità; son rifatti, ripicchiati,
+ringiovaniti dall’arte del Bramante, del Sangallo, del Bernini, del
+Vici. Ma l’antica Interamna fa ancora nobil mostra di sè negli avanzi
+d’un anfiteatro che era capace di oltre diecimila spettatori, d’un
+teatro edificato da Caio Dessio Massimo, edile della città, di terme
+pubbliche e di un arco di trionfo, rizzato in onore di Domiziano,
+buon’anima sua.
+
+Insomma, c’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti
+rallegrano il luogo; ottima popolazione, e molto operosa. Le industrie
+che più fioriscono a Terni sono quelle della concia dei cuoi, della
+soda dei panni, e della lavorazione del ferro. Gualchiere e magone son
+messe in moto dalle acque del Velino.
+
+Poichè sono a parlar di metalli, vi dirò che nei pressi della città si
+è trovata, oltre la miniera di ferro di Monte Leone, qualche traccia
+d’oro e d’argento. Di questo, anzi, nel 1762, fu coniata una medaglia,
+_ad æternam rei memoriam_. Non mancano i marmi, tra i quali è notevole
+il travertino bianco giallastro con vene rosse, le terre colorate, le
+piriti, il gesso, la pozzolana, il carbon fossile; insomma una vera
+grazia di Dio, che vorrebbe esser meglio sfruttata; nè mancano le
+acque minerali, come quelle della Nera, che contengono carbonato di
+calce, magnesia e solfo, e sono perciò adoperate da una casa di bagni;
+quelle di Acquasparta, che contengono gas acido carbonico; quelle
+d’Acquavogliosa, termali e sulfuree; finalmente l’Acqua dell’Oro, così
+detta dal prezioso metallo che essa trasporta (in minuscola quantità,
+si capisce) dalle radici di Monte Rotondo, che non so per quali
+proprietà si raccomandi all’umanità sofferente.
+
+Vi dirò poi le bellezze della vallata, quando andremo alle Mannore, e
+potremo contemplarla da un’altezza conveniente: sappiate intanto che
+vi abbondano i pascoli ubertosi, rendendo prezioso per isquisitissime
+carni il povero bestiame da macello; che c’è selvaggina da contentare
+i più avidi cacciatori, pesci di straordinaria grossezza, frutte ed
+ortaglie d’ogni genere, e tutte di gratissimo sapore.
+
+Parlo, già si capisce, sulla fede di un gentile Ternano, che mi fu
+cicerone. Non vorrei lasciar credere che io lavorassi d’invenzione. Il
+cortese amico mi disse che di tutto questo ben di Dio la sua patria
+va debitrice, non pure ai due fiumi che la bagnano, ma ancora a Caio
+Dessio Massimo, edile d’Interamna, il quale a’ suoi tempi divise
+le acque della Nera in tre conche e in una moltitudine di canali
+irrigatorii, che incominciarono a fecondare i campi ternani, prima di
+mettere in moto i molti e svariati opificii del paese.
+
+Fortunato uomo, quel Caio Dessio Massimo! Chi ricorda gli edili,
+i sindaci, gli assessori comunali di due anni fa? E lui, morto da
+duemila, è sempre vivo nella memoria dei luoghi per cui spese utilmente
+la vita.
+
+Ora, non mi chiedete niente della storia di Terni, perchè, quantunque
+tra due fiumi, mi ritrovo all’asciutto. Ci prosperarono gli Umbri;
+fu saccheggiata da Totila, il goto, e da Astolfo, il longobardo.
+Io dovrei, per parlarvene, saccheggiar l’Angeloni e il Gaudio, che
+scrissero le storie della lor terra, l’uno nel Seicento e l’altro nel
+Settecento. Terni ha oggi una bella popolazione, specie in materia di
+donne, le cui facce serene arieggiano quelle delle nostre genovesi.
+Belle e savie donnine di Terni, così onestamente cortesi, voi ci
+avete fatto sentire ancora una volta che l’Italia è una, dall’Alpi al
+Lilibeo.
+
+
+
+
+V.
+
+Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un
+viaggiatore e prosa d’un cicerone.
+
+
+Mentre io spendevo il mio tempo in queste note statistiche, storiche e
+demografiche, il mio amico Burlando s’industriava più utilmente intorno
+al modo di partire da Terni. Il modo era trovato; ma bisognava aspettar
+due amici, Elia Schiaffino e Liberio Rombo, che, partiti dopo di noi da
+Genova, erano certamente in cammino per venirci a raggiungere.
+
+— A domani, dunque; — disse il maggiore; — intanto che li aspettiamo,
+prenderemo lingua, vedremo da che parte sono andati gli altri genovesi,
+arrivati a Terni prima di noi.
+
+Questi amici erano il maggior Mosto, i capitani Uziel, Cattaneo,
+Adamini, ed altri parecchi. Giunti a Terni due giorni prima, erano
+partiti da ventiquattr’ore per Rieti, conducendo un centinaio
+d’uomini, che il comitato di Terni aveva armati con vecchi fucili della
+benemerita guardia nazionale; fortuna questa che non potevamo sperare
+per noi, essendo il comitato rimasto all’asciutto.
+
+La stessa mattina che noi eravamo scesi a Terni, altri drappelli di
+gente ragunaticcia partivano, sulle orme del drappello di Antonio
+Mosto, e noi avevamo ancora potuto vederli; male in arnese, senz’armi,
+senza un segno militare, nè berretto, nè camicia rossa, e quel che è
+peggio, senza conoscersi l’un l’altro, ufficiali e soldati. Questo è
+doloroso a raccontare: ma è storia, e non si muta. Giungeva a Terni un
+capitano, un maggiore, un colonnello? Qualche ufficiale trovato colà,
+o condotto in sua compagnia, gli veniva in taglio per dire: lo stato
+maggiore della colonna è composto, i quadri ci sono, non mancano più
+che i soldati. E i soldati giungevano; giungevano a centinaia da tutte
+le città dell’Umbria, delle Marche, della Toscana; gente d’ogni ceto,
+nuovi alla vita militare, la maggior parte tirati assai più da vaghezza
+di novità, che da un concetto profondo e dalla coscienza del dovere.
+Costoro, non scelti, non bene assortiti da esperti concittadini,
+non guidati da uomini di casa loro, che li conoscessero o potessero
+comandarli utilmente, calavano a Terni, dove anche prima di uscire
+dalla stazione trovavano il rappresentante del capitano X, del maggiore
+Y, del colonnello Z, che si affrettava a scriverli nel suo taccuino,
+— Ragazzi, volete venire? — Si parte subito? — Sì, questa sera si va a
+Rieti, a Scandriglia, al confine. — Andiamo; chi ci comanda? — Il
+tal di tale. — Benissimo, evviva il comandante. —
+
+In questo modo si componevano le falangi, che dovevano andare a
+Roma. Io non accuso nessuno, perchè nessuno ne ha colpa. I comitati
+locali credevano che al confine ci fossero uomini, i quali sapessero
+scegliere, ordinare, condurre: i capitani che erano al confine
+credevano che i comitati avessero spediti i migliori. In tutti era
+una gran voglia di far presto, di partire, di giungere al fuoco. E
+si faceva presto, si partiva, si giungeva: ma come, Dio santo, e con
+che gente? Chiunque è stato a Terni in quei giorni, ed ha passato il
+confine, risponda per me.
+
+Queste cose io vidi fin dal primo giorno, e dissi agli amici: non è
+così che si potrà andare a Roma. Avevo torto e ragione ad un tempo;
+torto, perchè tra i seimila che varcarono il confine c’erano duemila
+valorosi, degni soldati di Garibaldi; ragione, perchè i quattromila
+grami, cianciatori superbi dopo la vittoria di Monterotondo, lasciarono
+sempre soli alle busse i duemila, e parte al ritorno da Casal de’
+Pazzi, parte a Mentana, fecero quello che io forse racconterò,
+arrossendo, più tardi.
+
+Parecchi ufficiali, nostri antichi commilitoni delle guerre passate, ci
+chiedevano: e voi? non fate un battaglione?
+
+— No, — rispondeva il maggiore, — noi ce ne andiamo per nostro conto.
+Sciolti d’ogni vincolo, d’ogni malleveria, passeremo più facilmente e
+più allegramente il confine. —
+
+Facevamo i conti senza l’oste, come ora si vedrà. Intanto, la partenza
+degli altri, mentre noi aspettavamo i due amici da Genova, ci serviva
+di lume, di guida, per la partenza nostra. I drappelli si avviavano
+a Rieti; prima di giungerci prendevano una scorciatoia, quella di
+Condigliano, che li conduceva a San Giovanni Reatino, donde muovevano
+per Torricella in Sabina; e di là, scesi nella vallata, risaliti i
+monti, ridiscesi da capo, sempre per orride strade, toccavano la meta
+desiderata, il confine pontificio.
+
+Di quelle strade io ne conobbi parecchie, ardue, mal note, tali da
+farmi intendere come si potesse facilmente ingannare la vigilanza più
+assidua, più diligente, più accorta. Un reggimento di truppa regolare,
+comunque abilmente diviso, non può fermare lassù una banda d’uomini,
+la quale non oltrepassi i cent’uomini, ed abbia guide volenterose a
+condurla.
+
+Ma perchè, dimanderete, perchè si partiva così alla lesta, senza
+ordinamento, per calare al confine senz’armi, o quasi? La ragione
+c’era, e calzante. Le notizie dei combattenti, sebbene gloriose,
+non erano allegre. Menotti, da molti giorni, teneva onoratamente al
+campo; ma perchè egli era più sotto al nemico di tutte le altre bande
+entrate sul territorio pontificio dai confini toscani e napoletani,
+era anche più facilmente assalito da uomini freschi e quotidianamente
+vettovagliati. Ciò lo costringeva a continue marce e contromarce,
+a frequenti scaramucce, che consumavano le sue scarse munizioni; e
+l’intemperie, il difetto di equipaggiamento, l’assoluta mancanza di
+giberne, da riporvi e da conservar le cartucce in buono stato, facevano
+il resto. Oltre di che, il dormire all’aperto, colle brine costanti,
+colla pioggia che spesso cadeva a catinelle, il mangiar malissimo
+e non tutti i giorni, l’aver male coperte le membra, e quasi nudi i
+piedi, riducevano quei primi drappelli in una tristissima condizione.
+Occorreva andarli a raggiungere, a rafforzare, e sopra tutto a prendere
+il posto dei caduti. Armi ne avevano poche, ma sicuramente più di noi,
+che non avremmo trovato un fucile, pagandolo a peso d’oro. Perciò, con
+quelle poche munizioni che il comitato di Terni era andato razzolando
+presso i comuni del vicinato, e con qualche fucile rugginoso delle
+loro guardie nazionali, i nuovi drappelli s’incamminavano, cantando
+l’“Addio, mia bella, addio„ alla volta dei monti di Toffia.
+
+Monti di Toffia, vi ho in pratica. Dodici ore di marcia, e quasi tutta
+notturna, su per le vostre forre, in mezzo alle vostre nebbie, con
+un piede su sdruccioli sassi e l’altro nel vuoto delle vostre frane,
+mi faranno ricordare di voi fino a tanto ch’io viva. E non senza
+allegrezza, perbacco! L’uomo è fatto così: soffre e maledice; poi gode
+al ricordo di ciò che ha sofferto e maledetto. Del resto, una metà
+della vita non è forse tessuta di ricordanze? L’altra metà, come tutti
+sanno, è tessuta di desiderii.
+
+Torniamo al racconto. Aspettavamo i due amici da Genova. Gli amici
+giunsero infatti, trentasei ore dopo di noi. Ma credete che si potesse
+partire? Niente affatto. Insieme con la lor grata presenza, gli amici
+recavano l’annunzio che a Genova si era messo insieme un drappello di
+circa trecento; che quel giorno medesimo doveva essere in viaggio,
+e che gli amici di Genova raccomandavano a noi quella spedizione
+d’uomini, affinchè trovasse modo di passare il confine.
+
+La nostra maraviglia.... dico male, il nostro stupore fu grande,
+all’udire quella novità. O come, chiesi io, trecento volontarii
+possono esser partiti da Genova, da quella Genova dove cinque giorni
+fa si spiavano i passi d’ognuno di noi, si tenevano d’occhio le
+strade ferrate, si frugavano i vapori, perchè nessuno riuscisse a
+sgattoiarsela per Firenze?
+
+Pure, la cosa era così, come i due nuovi venuti annunziavano. E dopo di
+loro giungeva una lettera di Genova, che per l’appunto ci dava notizie
+della spedizione. Sapemmo allora che un giorno dopo la nostra partenza,
+per l’incalzar degli eventi era cresciuto a dismisura l’entusiasmo
+dei cittadini; si voleva da tutti che il governo smettesse di fare il
+gendarme, si voltasse in quella vece a più virili propositi, e intanto
+lasciasse andare chi voleva andare. Per mandare i fatti compagni alle
+parole, gli amici nostri avevano cominciato ad inscrivere tutti coloro
+che desideravano di correre al confine. Via Luccoli, dove aveva sede
+il comitato, era gremita di gente; al prefetto, nella confusione, erano
+caduti gli occhiali, e il degno gentiluomo non aveva veduto più nulla.
+Questo era su per giù quanto i cittadini volevano da lui; chiudesse un
+occhio, anzi, per colmo di cortesia, tutt’e due.
+
+Queste ci parevano liete notizie per il paese; non già per noi, che
+dovevamo restarcene ancora due o tre giorni nell’ansia dell’attendere
+e nella difficoltà dell’ordinare tanti nuovi compagni. E inermi, poi!
+Basta, si sarebbe fatto come gli ultimi drappelli, andati sulle orme
+del Mosto; senz’armi, e ricevendo la promessa dal comitato di Terni,
+che ce le avrebbe mandate, come a quelli altri, a mala pena ne avesse.
+
+Or dunque, addio libertà di correre all’impazzata, secondo il nostro
+talento! addio sognato viaggio notturno di re Manfredi alla volta di
+Lucera, col gaudio delle cose nuove che ci aspettavano, col rammarico
+delle dolci cose che avevamo lasciate, mistura di lieti e tristi
+pensieri, dond’esce e si spande una così larga vena di poesia! Armi,
+cartucce, vettovaglie, rattoppature di scarpe, ruolini di compagnia,
+situazioni giornaliere, questa sarebbe stata dunque la nostra poesia
+dei giorni seguenti!
+
+Accenno qui il mio primo e involontario movimento di dispetto: ma mi
+piace di soggiungere che il giorno dopo, quando i nostri concittadini
+arrivarono, ebbi gran gioia di vederli, anzi di rivederli, perchè la
+più parte erano noti e cari commilitoni d’altre campagne. Più tardi,
+quando li vidi all’opera, e ne udii le lodi dalle labbra del più
+grande capitano d’Italia, su quel colmo di collina verdeggiante che
+corre dall’osteria della Cecchina al Casale de’ Pazzi (così ha nome
+il Monte Sacro nella topografia moderna) mentre le palle fischiavano e
+miagolavano spesse intorno a Lui sorridente bersaglio alle carabine dei
+mercenarii d’Antibo, mi tenni superbo di appartenere a quella eletta e
+popolana schiera genovese.
+
+— Verranno dunque domani; — diss’io. — Ogni pensiero si rimetta a
+domani.
+
+— _Cras ingens iterabintus æquor;_ — soggiunse il Pietramellara, che
+non dimenticava in nessuna occasione le sentenze di Orazio.
+
+— E allora, — ripigliai, — _nunc vino pellite curas_. Ma non
+dovrebb’esser vino del nostro albergatore. —
+
+Questo dialoghetto erudito finì col proposito deliberato di andarcene a
+pranzo.
+
+La mattina vegnente (perchè io non istarò a raccontarvi minutamente
+tutti i nonnulla di una sera passata a zonzo per le strade di Terni)
+prendemmo una vettura da nolo, capace di sei persone, senza contare una
+settima che poteva stare a cassetta col vetturino, e ce ne andammo a
+visitare la cascata delle Marmore, una delle sette meraviglie d’Europa.
+
+Era il 17 di ottobre; giornata bellissima; cielo limpido, di zaffiro;
+aria tiepida, come di primavera. La via, piana per un bel tratto fuori
+delle mura, dove passa il fiume Nera, s’innalza a gradi, s’inerpica
+sul fianco di una montagna, di cui non rammento il nome, ma che
+somiglia moltissimo alla pinifera costiera per cui, nella mia Liguria,
+i cittadini di Cogoleto non possono vedere quei d’Arenzano. Sotto di
+noi, ad una certa distanza, rumoreggia la Nera, già maritata al Velino,
+che le si precipita in grembo dall’alto delle Marmore; tra la fiumana e
+noi, seduto sulla cima d’un poggio, sta un gaio paesello che porta il
+nome di Papigno, famoso per la bellezza e il sapore delle sue pesche.
+A mano a mano che si sale, la vallata di Terni apparisce ciò che è
+veramente, e che, standole in grembo, non si può vedere nè godere;
+voglio dire un maraviglioso sfondo di prospettiva, con uno di quegli
+orizzonti vaporosi e caldi che sono una bellezza particolare della
+campagna romana.
+
+Adesso, lettori umanissimi, eccoci arrivati. La via si fa piana, e ci
+si para davanti agli occhi una casina bianca, che porta sul suo lato
+più appariscente una scritta. Leggiamo e intendiamo che ivi abita il
+personaggio più importante dei luoghi; nientemeno che il cicerone della
+cascata. Smontiamo, ci mettiamo nelle sue mani, e fatti pochi passi nei
+vigneti incominciamo a sentire un rumore d’inferno. Il cicerone sorride
+al nostro stupore, e con un bel gesto classico c’invita a proseguire la
+via.
+
+— Venite, — diss’egli, — venite, signorini, e _vederete se
+cos’è_. —
+
+Di ciglione in ciglione, per sentieruoli campestri, si scende fino ad
+una balza, che è un vero posto avanzato sull’abisso. C’è un rustico
+edifizio quadrato, abbastanza somigliante a quelle tali cappelle
+svizzere che portano il nome di Guglielmo Tell e si vedono spesso
+riprodotte sui paraventi dei caminetti o sul fondo dei vassoi; quattro
+pilastri di mattoni, un murello intorno coi suoi sedili di pietra,
+un tetto a quattro acque, e nient’altro. Corriamo là dentro, mettiamo
+fuori la faccia; che strana veduta, da mettere i brividi!
+
+“Frastuono d’acque! dalla balza scoscesa il Velino attraversa il
+precipizio scavato dall’onde. Caduta d’acque! rapida come la luce, la
+massa zampillante spumeggia, crollando l’abisso. Inferno d’acque! dove
+esse urlano, fischiano, ribolliscono in eterno tormento, mentre il
+sudore della loro grande agonia, spremuto da questo lor Flegetonte, si
+rigira intorno alle negre roccie lucenti che fiancheggiano il gorgo,
+immobili nella spietata orridezza;
+
+“E sale in ispuma al cielo, donde ancora ricade in continuo nembo,
+che scorre dalla sua nuvola inesausta di amica pioggia; eterno aprile
+al terreno, che si fa tutto uno smeraldo. Come profondo il vortice! e
+come l’elemento gigante balza di roccia in roccia con salti forsennati,
+scuotendo i massi, che già rotti e travolti dai suoi passi feroci danno
+per le lor fenditure un pauroso varco
+
+“Alla vasta colonna che sopra vi scorre, più somigliante alle
+scaturigini di un Oceano fanciullo, prorompente dal grembo delle
+montagne in doglia per un nuovo mondo, anzi che ad un padre di fiumi
+che gorgogliando scorra co’ suoi serpeggiamenti attraverso la valle.
+Volgetevi a guardare; ecco, essa viene come una eternità che ogni cosa
+abbatte nel suo corso, affascinando di paura lo sguardo; cateratta
+senza pari,
+
+“Orribilmente bella! Ma sull’orlo dell’abisso, dall’uno all’altro lato,
+sotto il limpido mattino, siede un’Iride in mezzo al vortice infernale,
+pari alla speranza su d’un letto di morte, e, non scemate mai le ferme
+tinte, mentre tutto all’intorno è lacerato dalle acque sconvolte, serba
+serena i suoi brillanti colori con tutte le loro non ricise strisce;
+rassomigliando, in mezzo alla tormentosa scena, Amore vigilante la
+Follia con immutabile aspetto„.
+
+Questa è povera prosa, che rende male quattro novene maravigliosamente
+descrittive del _Childe Harold_. Ma il precipizio in cui si slancia
+il Velino non è tutto scavato dalle acque, come potrebbe far credere
+a prima giunta il _wave—worn_ del testo inglese. La cascata è
+artificiale; il suo taglio è ardimento romano; e la storia tramanda
+che fu operato dal censore M. Curio Dentato, nell’anno 481 _ab Urbe
+condita_, per asciugar le paludi dell’agro di Rieti; il quale era
+appunto (com’è tuttavia, vi prego di crederlo) più alto della vallata
+di Terni, e il Velino, stagnando lassù, gli era proprio d’impaccio.
+L’opera del bravo censore sanò la campagna reatina per modo che questa
+divenne in breve saluberrima, e meritò d’esser chiamata la Tempe
+d’Italia.
+
+Tempe, chi nol sapesse, era una bellissima valle della Tessaglia, tra
+i monti Olimpo ed Ossa, presso la foce del fiume Penèo che le scorreva
+nel mezzo, come appunto il Velino nella valle di Rieti. Antiche
+tradizioni recavano che la gran pianura della Tessaglia fosse un tempo
+tutta allagata, e che finalmente le acque si scaricassero di colà per
+la via di Tempe, aperta con un colpo di tridente da Nettuno. Altri
+dicono da Ercole, con un colpo di clava: ad ogni modo il mito raffigura
+un gran cataclisma geologico avvenuto in Tessaglia; laddove a Rieti
+fu opera di quei grandi Romani, che, quando volevano far miracoli, non
+avevano bisogno di far capo agli Dei.
+
+Tempe italiana! il nome le è derivato da un cenno di Cicerone; il
+quale, scrivendo all’amico Pomponio Attico d’un suo viaggio colà,
+dice chiaramente: “Reatini me ad sua Tempe duxerunt„. Ma ritorniamo
+alla nostra cascata, cagione di tanta felicità per l’agro reatino
+e di tante, digressioni per me. Impedito più volte nel corso dei
+secoli questo sbocco del vorticoso Velino, fu più volte restaurato,
+e da ultimo sotto il papa Clemente VIII, nel 1598. Ora la mano
+dell’uomo non si ravvisa punto in quello scoscendimento, coperto
+com’è d’incrostazioni calcari, che arieggiano i più sottili ricami,
+molle di muschio, stretto intorno da piante ed erbe rigogliose
+che sembrano deliziarsi nei continui spruzzi di quella fiumana
+scintillante d’argento, che si versa in maestoso volume dall’altezza di
+trecentosettantacinque metri. Caviamoci il cappello!
+
+Un po’ più lontano da quella gran massa lucente, si scorge seguire
+la medesima strada un solitario fil d’acqua. E dico filo, a cagione
+della sua smisurata vicina, che lo fa parer tale. Chi lo ha persuaso
+a far cammino da sè? Io lo scambiai per un amante malinconico, a
+cui facesse dolore la vacillante maestà della donna amata; Cosìcchè
+egli protestasse in certo qual modo, non volendo starle vicino, e
+non osando ad un tempo andarsene troppo lontano. Povero innamorato,
+consòlati! Il destino, più forte di te, di lei, delle vostre gelosie,
+vi ricongiungerà in fondo all’abisso, dove esulterete confusi ambedue,
+risospinti in aria dal cozzo, e mutati, non so se in larga spruzzaglia
+o colonna di fumo, che l’una cosa e l’altra mi parve ad un tempo;
+e l’iride, segno di pace, distenderà pietosa sul vostro amplesso
+forsennato l’arco sublime dei suoi sette colori.
+
+Questo arcobaleno perpetuo, ch’è una delle grandi bellezze della
+cascata, non è stato ricordato soltanto da lord Byron; in tempi per noi
+antichissimi fu ammirato da Plinio, il naturalista, che scrive nella
+grande sua opera, al capitolo LXII del secondo libro, ove tocca delle
+particolarità del cielo nei varii luoghi della terra: “_et in lacu
+Velino nullo non die apparere arcus._„ Che bella cosa, alla distanza
+di quasi duemill’anni, aver tutti contemplato il medesimo spettacolo!
+Noi passiamo, noi che siamo fatti di carne, d’ossa e di colpe; ma
+l’arcobaleno della cascata di Terni, lieve, impalpabile, frutto degli
+amori del sole con le gocce d’acqua, rimane, e rimarrà finchè durino
+l’acqua ed il sole.
+
+Se io vi stèssi a sciorinare tutte le fantasie che mi passarono per la
+mente laggiù, non la finirei tanto presto. Andate voi, con le vostre
+gambe, a vedere coi vostri occhi, a fantasticare colla vostra mente,
+che io qui faccio punto. Ma prima di tutto, quando sarete alle Marmore,
+pregate il signor Giuseppe Conti “guida della cascata„ a liberarvi da
+quella turba di ragazzi, che col loro serrarvisi ai panni, con le loro
+grida importune, vi guasterebbero il piacere di quella scena stupenda.
+
+Con essi non giova aver soldi in tasca; più ne date, più ne domandano.
+Noi li avemmo tutti alle costole; e tra essi più molesta una ragazzina
+tredicenne, chiamata Barbara. È il nome di molte donne, laggiù; non
+ho avuto il tempo di sincerarmi se siano tali anche di fatto. Quella
+Barbara era belloccia, ed uno della brigata la battezzò per la ninfa
+delle Marmore; ma si fece brutta seccandoci col suo voler sempre
+denari. Ninfa venale! L’amico l’aveva chiamata “bella, ma sudicia„;
+e lei subito era corsa a lavarsi il viso e le mani in un rigagnolo,
+per ritornare ora con un pezzo di stalattite, ora con un mazzetto di
+fiorellini selvatici; cose tutte che dimandavano soldi, e poi sempre
+soldi.
+
+E il peggio era questo, che ad ogni soldo dato a lei per levarcela dai
+fianchi, saltavano su tutti gli altri marmocchi, gridando:
+
+— E a me, signorino, _non me date più gnente_? Barbara ha avuto sette
+soldi; io ne tengo appena cinque, ne tengo.
+
+— Che il cielo vi benedica, graziosi ragazzi! levatevi una volta
+da romper le tasche; — rispondevamo noi. Il cicerone, più latino di
+lingua, soggiungeva:
+
+— _E annate ’na vorta, che possiate morì’ d’accidente!_ —
+
+Ma l’aiuto del cicerone non andava più in là d’un semplice augurio.
+
+
+
+
+VI.
+
+Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’_eureka_ dello stomaco.
+Le spose Sabine.
+
+
+I cittadini di Terni non si lagnano della loro cascata, che chiama nel
+loro paese tanti illustri e non illustri curiosi. Ma ben si lagnarono
+i loro padri, gl’Interamnensi, quando il famoso taglio di M. Curio
+Dentato mandò loro quella grazia di Dio, facendo straripare nei loro
+campi la Nera.
+
+Si richiamarono un giorno a Roma, e _Roma locuta est_. Il Senato
+mandò loro una commissione, cioè, scusate, un console e dieci legati,
+perchè sentenziassero. I Reatini, che conoscevano a quanto pare le
+commissioni giudicanti, e non volevano saperne di ripigliarsi il
+Velino a far palude sul loro altipiano, cercarono un bravo avvocato,
+e posero a dirittura la mano sul miglior che ci fosse, Marco Tullio
+Cicerone; il quale, non pure li difese strenuamente, ma vinse la lite.
+La rinfrescarono gl’Interamnensi sotto Tiberio, facendo credere al
+buon popolo Romano che le inondazioni del Tevere venissero nientemeno
+che dal Velino, il più turgido, il più peccaminoso de’ suoi affluenti.
+Non so che avvocato scegliessero questa volta i Reatini: so invece
+dagli Annali di Tacito che il Senato votò l’ordine puro e semplice
+del collega Pisone. E so, finalmente che è tempo di lasciar la cascata
+delle Marmore, e Terni con lei.
+
+I nostri genovesi erano arrivati in due spedizioni, il giorno 17 e il
+18 di ottobre. Niente più ci tratteneva a Terni, neppure il negozio
+delle armi, che il Comitato non aveva, che altri non poteva darci, e
+che noi, non potevamo aspettarci da Genova.
+
+Questo, intanto, bisognava dire ai nuovi venuti. “Ragazzi, noi non
+possiamo armarvi, per le trentasei ragioni d’Arlecchino. Non armandovi,
+non possiamo neppure arrogarci il diritto di comandarvi. Noi andiamo
+per nostro conto, ed inermi, ai confine pontificio. Volete venire?
+Faremo il possibile per condurvi sani e salvi fin là, al mercato delle
+busse; quanto al resto, che sarà certamente il meno, spartiremo con
+voi.„
+
+Parlare in tal guisa a genovesi (lo dico con legittimo orgoglio di
+campanile) è un invitarli a nozze. Tutti applaudirono, e la mattina
+del 19, armati di buona volontà fino ai denti, e di duecento razioni di
+pan bigio che il Comitato ci aveva regalate, si prese la via di Rieti.
+Cinque o sei di noi altri si precedeva la marcia, per andare a vedere
+lassù in Rieti che aria tirasse, e se fosse prudente consiglio che gli
+uomini nostri entrassero in città.
+
+Da Terni a Rieti una vettura da nolo vi porta per otto lire, se non
+forse per meno, come mi affermarono parecchi Reatini. Noi, per due
+vetture spendemmo sessantacinque lire; e fecero grazia a portarci.
+Questo mi fa ricordare delle quaranta lire che spese un mio illustre
+amico per farsi condurre da Genova allo scoglio di Quarto, la famosa
+sera del 5 maggio 1860. E notate bontà di cuore: dopo simili prove, noi
+stiamo ancora per l’abolizione della pena di morte.
+
+I nostri uomini dovevano fermarsi a mezza strada, presso una
+scorciatoia che mette a Condigliano. Fu una buona ispirazione, la
+nostra, poichè a Rieti un egregio cittadino, il conte Vicentini,
+ci disse per l’appunto di dover trattenere la gente laggiù, e di
+farla proseguire per la scorciatoia in discorso, evitando di entrare
+in Rieti, dov’erano molti soldati, e sospettosissime le autorità
+governative. Dalla scorciatoia di Condigliano assai più brevemente ci
+saremmo condotti, per San Giovanni Reatino e per Torricella in Sabina,
+al paese di Scandriglia, che era la meta del nostro viaggio.
+
+Il mio buon Ludovico di Pietramellara si sacrificò allora per tutta
+la tribù, ritornando indietro dai nostri, per indicar loro la via
+che dovevano tenere all’alba del giorno seguente, e per abboccarsi
+in Condigliano con un altro buon cittadino, il quale dovesse mandarci
+sulla scorciatoia una guida. La gita di Ludovico essendo fissata per la
+notte, le ore che ci avanzavano del giorno furono consacrate al pranzo
+e ad una passeggiata per le vie di Rieti, città che merita veramente di
+esser veduta.
+
+A me piacque moltissimo. Quando c’entrammo, era gaia per un bel raggio
+di sole, per un grande viavai di cittadini, per un discreto numero di
+testoline bionde e brune che si sporgevano dalle finestre. Aggiungete
+che noi pure eravamo lieti, quel giorno. Io, poi, avevo fatto il
+viaggio in compagnia dei buoni amici che oramai conoscete, e ad essi ne
+avevo aggiunto un altro, raccapezzato da un libraio di Terni; voglio
+dire un Orazio, che andammo leggendo e commentando, con Ludovico di
+Pietramellara, per quanto fu lunga la strada.
+
+Rieti è città di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè
+piane, ma ben selciate e pulite; incomincia dal basso, e va salendo
+dolcemente, fino alla cima di un colle, dov’è una gran piazza, anzi
+due, con chiese, palazzi, ed insegne di molta antichità. Mi parve
+insomma di essere a Genova; di Genova mi parlava la forma delle case,
+di Genova il cielo sereno, di Genova quelle brune e bionde testoline
+che v’ho già accennate, e che, indovinando dai nostri aspetti e
+dalla piccolezza delle nostre valigie lo scopo del nostro viaggio,
+ci sorridevano cortesemente dai veroni, o dai margini della strada.
+Graziose donne di Rieti! Indossavano quasi tutte dei corsaletti
+vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro regno. Al vedere come le dame
+portassero i nostri colori, intendemmo la gioia delle castellane del
+Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai cavalieri fedeli.
+
+Bella Rieti! e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento,
+per ogni più piccola cosa, come un antico suddito del papa, ma che
+ci hai fatto desinare, e lautamente, a diciotto baiocchi per testa!
+belle per ampiezza e vetustà le camere della locanda, colle loro travi
+intagliate, coi letti alti due metri da terra, veri talami classici, ai
+quali bisognava dar la scalata! bella infine la giovinetta che vidi dal
+mio balcone, e non si spaurì punto della mia presenza, anzi mi volse la
+parola con atto onestamente cortese!
+
+— Andate con Garibaldi? — mi chiese ella con voce argentina, mentre io
+stavo presso la finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella,
+per metterla in ordine.
+
+— Sì, bella bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro
+innamorato?
+
+— Non ho innamorato; — rispose; — ho un cugino con Menotti.
+
+Così dicendo, s’era fatta rossa come una brace.
+
+— Ditemi il suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo
+a Roma, — aggiunsi ridendo, — vi manderemo le dispense pel
+matrimonio. Penso infatti che si possa esser cugini e innamorati ad un
+tempo. —
+
+Questi sono i pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa
+a Rieti. Antichità non ho potuto studiarne; d’una statua mozza che
+chiamano Il Bamboccio, e che mi colpì veduta di sera, non so dirvi
+nulla. So che la città contiene forse diecimila abitanti, sebbene
+mostri d’essere stata fatta per molti di più; che _in illo tempore_
+si chiamava Reate ed era una delle più ragguardevoli città dei Sabini,
+insieme con Amiterno, Testrina, Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena,
+Mutusca e Nomento. Gran gente, i Sabini! Le loro figliuole hanno fatto
+Roma. Popolo singolare! La semplicità del costume di quei montanari
+dell’Appennino centrale, diffusi dalle sorgenti del Pescara alle valli
+della Nera, dell’Aniene e del Tevere, l’austerità del carattere, ed
+ogni maniera di domestiche virtù, li resero mirabilmente adatti a
+quel lavoro di tanta mole che fu il _Romanam condere gentem_. Non mi
+si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da un covo di ladri,
+discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che la storia
+e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina;
+fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne,
+onde aveva a nascere la più forte schiatta del mondo.
+
+Rieti fu dei Romani trecent’anni innanzi l’êra volgare: Annibale passò
+sotto le sue mura: diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il
+Garibaldi di quei tempi; sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di
+Spoleto; fu corsa dai Saraceni e poi quasi distrutta da Ruggero, re di
+Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II d’Angiò vi fu incoronato re
+delle due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui successori amavano molto
+questa città. A modo loro, s’intende; donde avviene che sia molto
+più lieta di appartenere al regno d’Italia, ad onta dei suoi mediocri
+legislatori e del suo non mediocre sistema di tasse.
+
+Per ultimo ricordo storico vi dirò che Rieti fu l’ultima città veduta
+dal vostro umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove
+sono andate tutte quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è
+diventata un paesello, Rocca Sinibalda; anzi c’è chi pretende che non
+si debba neanche riscontrare colà, ma più sotto, dov’è la solitaria
+Osteria nuova. Cure è diventata Corese, una cosa da nulla. Ereto,
+distrutta, si mutò in monte Eretino, poscia Monterotondo. Nomento, poi,
+s’è rimpiccolito in Mentana. Questi cangiamenti di fortuna s’intendono
+facilmente, anche senza andare a scomodare i Goti, i Vandali, ed
+altri popoli guastatori. I Sabini erano possenti, ma prima di Romolo;
+la prevalenza di Roma doveva soggiogarli o assorbirli; l’una cosa e
+l’altra seguirono infatti. Ora, quanto più vi accostate a Roma, le
+città degli antichi popoli vanno scemando d’importanza, fino a tanto
+che trovate la nuda e insalubre campagna.
+
+Ed ora, addio bella! È l’alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della
+via già percorsa, volendo ricondurci all’incontro della scorciatoia
+di Condigliano. Due dei nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco[1],
+coi quali siamo giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in
+carrozza per la strada maestra fino a Scandriglia. Noi, avendo cura
+d’anime, li raggiungeremo domani “col grosso dell’esercito„ se i fati
+permetteranno.
+
+Carina, quella scorciatoia di Condigliano! D’ora innanzi, in materia di
+strade, quando vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.
+
+Alte otto del mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente
+dormito, parte in certi fienili, parte nelle case dei contadini del
+luogo. E qui, sebbene piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in
+marcia per Condigliano, che era, dicevano, distante da noi un’oretta di
+strada.
+
+Il Pietramellara, con due compagni, s’era preso l’incarico di fare una
+corsa a Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e
+sopra tutto se fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno
+del nostro arrivo sulle sponde della Nera, avevamo scritto lettere
+esortative, supplicative, agli amici di Genova. Una delle due vetture
+che ci avevano condotti a Rieti, era ancora laggiù: Ludovico partì con
+quella per Terni. Noi a piedi per Condigliano, e i nostri trecento con
+noi, allegri come pasque, ad onta della pioggia che li flagellava, ad
+onta del fango che li inzaccherava e li faceva dar negli sdruccioli.
+
+Qui proprio incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi
+guanciali e dalle lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo,
+ma vino; addio vetture, fatte per derubarci, ma per liberarci altresì
+dalle molestie del camminare. Dopo tutto, che sincera allegria! Come
+tutto era dolce, in compagnia di vecchi e provati compagni! come si
+andava spediti, colla speranza in avanguardia! e come già si cominciava
+a conoscere il pregio d’una fiaschettina d’acquavite che tratto tratto
+andavamo sorseggiando, per rifarci dell’acqua piovana!
+
+Giungemmo poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai
+piedi d’una montagna. Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti
+a scantonare di qua e di là, in cerca di “alloggio, buon vino e buon
+ristoro„. Quantunque in nessun luogo si vedesse la scritta menzognera,
+non dubitate, trovarono tutti da allogarsi. Alcuni contadini,
+probabilmente edotti dalla esperienza dei giorni precedenti (poichè
+altri drappelli avevano fatta quella medesima strada) si erano elevati
+a dignità di ostieri, senza pigliar patente dal governo, e imbandivano
+ova al tegame, con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far di
+quello che io avevo bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni
+paese, per ogni casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.
+
+Quando noi ci affacciammo all’uscio d’una di quelle osterie
+improvvisate, tutti i deschi, le panche, gli sgabelli, erano già
+occupati. Ce ne rallegrammo, perchè ciò agevolava il nostro ufficio
+di vettovagliare trecento uomini in un così piccolo paese e punto
+preparato ad accoglierci. L’amico del luogo, a cui recavamo una
+commendatizia di Rieti, fu del resto sollecito a mandar pane, vino e
+formaggio per quanti ne avessero bisogno. E tutti ne ebbero la parte
+loro: noi soli restammo a becco asciutto.
+
+Ma il Bernardini vegliava. Era questi un buon giovinotto di Ravenna, di
+quelli che rispondevano “presente„, a tutti gli appelli della patria.
+Egli era stato col maggiore Burlando nella guerra del ’66, ed aveva
+voluto seguire il suo comandante in quest’altra levata d’insegne.
+
+Ora il Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva
+tutto, pensava a tutto, per modo che non c’era più da far niente, da
+pensare a niente. Occorreva il cannocchiale da campo, per ispecolare il
+terreno? Si chiamava il Bernardini. C’era da riscontrare una posizione
+sulle carte di stato maggiore che avevamo con noi? Il Bernardini le
+teneva sempre addosso, ed aveva pronta alle mani quella del luogo
+in cui marciavamo. Si chiedeva un tozzo di pan bigio, per chetare i
+rimorsi dello stomaco? Il Bernardini ne aveva sempre qualcheduno in
+fondo alle tasche del pastrano, e qualche mela per giunta. Mancava un
+pizzico di foglia da caricar la pipa ungherese del maggiore, pipa che
+correva in giro tra noi come la tazza ospitale d’un vecchio castellano?
+Il Bernardini sapeva sempre dove pescare quel pizzico di foglia. I
+cavalli, quando incominciammo a possederne, li aveva egli in custodia,
+ed egli ce li faceva trovare insellati quando bisognasse. Insomma, era
+la provvidenza di noi due, ed anche un pochino di tutti gli altri che
+si accostavano a noi.
+
+Anche a Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso
+una casupola fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da
+chiamar gente. Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra,
+infilò un uscio affumicato e stette forse due minuti a parlamento;
+quindi uscì fuori sul pianerottolo, per gridarci con accento festevole:
+vengano, vengano, ho trovato.
+
+Il suo _eureka_ fu più gradito di quello d’Archimede, e fummo in un
+batter d’occhio lassù, dove ci accolsero con lieti ed onesti modi due
+giovani contadine.
+
+— Non c’è niente; — disse il Berbardini; — ma c’è una cucina, un
+paiuolo, delle cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...
+
+— Ah! e voi dite che non c’è niente? Mi pare che con tutti questi
+ingredienti ci sia da pranzare _in Apolline_.
+
+— Sì, ma il vino?... dei sedani per l’insalata?... Basta, troverò io
+tutto quello che manca, se queste due sposine mi aiutano. —
+
+Le sposine non se lo fecero dire due volte. Col denaro —che mettemmo
+fuori, andarono a trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini,
+frattanto, aveva messo mano ai polli. Un’ora dopo, ci sedevamo in
+cinque o sei ad una tavola zoppa, ma colla sua tovaglia pulita, di
+ruvida tela di canapa, su cui era imbandito un pranzetto giocondato
+dall’amicizia e fatto più gustoso dalla salsa spartana che tutti
+conoscono, e che si chiama appetito.
+
+Ricorderò sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor
+volti, non molto belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai
+miei occhi per un’aria di soave bontà che teneva luogo di bellezza.
+Erano poi di così gaio umore! I nostri quieti diportamenti in casa loro
+fecero si che esse sciogliessero la lingua ad un cinguettìo, il quale
+non ebbe fine che colla nostra partenza.
+
+La più giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son
+tutte barbare, queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora
+la sua collana d’oro a cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri
+gingilli.
+
+Mentre eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che
+tornavano dai campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia
+di ruvida tela, che scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù
+la portano sulle altre vesti, non so se per ammorzare il caldo dei
+raggi solari, o per non insudiciarsi la giacca e il panciotto.
+
+Quei due bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare,
+sedettero con noi e assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi,
+poichè noi già eravamo alle frutte. Così giunsero le due dopo il
+meriggio, e bisognò pensare alla partenza.
+
+— Dove andate? — ci chiese Barbara.
+
+— A prendere la benedizione del Papa; — risposi io.
+
+— No, — ribattè ella, ridendo, — tu vai a prendergli Roma.
+
+— E te ne spiacerebbe, se così fosse?
+
+— A me? perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.
+
+— Barbara, bocca d’oro! — gridò il Bernardini, che da due giorni
+sperava di far tutta d’un fiato la strada del Campidoglio.
+
+— Che vi credevate? — saltò su a dire il marito. — Che Barbara non
+fosse italiana? Qui siamo tutti per Garibaldi.
+
+— Ottimamente, se è così, — ripresi io, — perchè allora tu
+c’impresterai i due cavalli che ho veduto giù nella stalla. Ci
+serviranno per andare fino a Torricella. — Perchè no? Ma chi me li
+rimanda a casa? — domandò egli, con un astuto sorriso che preparava un
+rifiuto.
+
+— Bravo! tu stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo
+d’oro. —
+
+La frase era degna dell’Achillini; ma io, che avevo adocchiate le
+due rozze e che amavo di viaggiar meno male che potessi, intendevo di
+fargli capire che non si sarebbe lesinato sul prezzo.
+
+Egli stette un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci
+negli occhi se eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno
+dubitosa di lui (già le donne valgono assai più degli uomini) gli disse
+con accento sicuro:
+
+— Va; questi figliuoli son buoni. —
+
+Mezz’ora dopo eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella
+orrida e pantanosa scorciatoia che v’ho detto, nella quale molti dei
+nostri amici lasciarono a dirittura le loro cittadinesche calzature. Il
+maggiore e io eravamo a cavallo; ma da buoni amici scendemmo più volte
+di sella, per mandar su qualche inzaccherato collega.
+
+Come a Dio piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via
+provinciale ci aspettava una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò
+fino a San Giovanni Reatino. Colà fu necessario far sosta, poichè il
+cielo si metteva a burrasca, e la gente non si poteva più reggere in
+piedi, inzuppata com’era e flagellata da un vero diluvio.
+
+
+
+
+VII.
+
+La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili
+e passa Garibaldi.
+
+
+I terrazzani di San Giovanni Reatino stavano al riparo sotto le basse
+volte dei rustici portoni, o nel vano delle finestre, a guardare con
+aria tra curiosa e pietosa la nostra marcia, o, per dir meglio, la
+nostra navigazione.
+
+Noi, sulle prime, non pensavamo affatto a fermarci. La guida di
+Condigliano ci aveva detto che a Torricella si poteva giungere quella
+medesima sera; e noi, anche a risico d’immollarci fino al midollo delle
+ossa, volevamo guadagnar terreno. Non erano della stessa opinione i
+cavalli; i quali, tra per l’acquazzone che li colpiva di fronte e per
+aver fiutato il soave odor di fieno, s’impuntavano in mezzo alla strada
+e sparavano calci ad ogni stratta, ad ogni colpo di tacchi, che noi
+davamo con molta costanza nei fianchi a quei ribelli cornipedi.
+
+Povere bestie, dopo tutto! parevano dirci con quella mimica: “Per chi
+ci avete voi presi? Sta bene a voi di andare in perdizione, se vi pare;
+ma alle bestie non si deve chiedere più di quello che possono dare. Ed
+anche a voi, per l’anima di Chirone, uomo e cavallo, dovrebbe piacere
+una bracciata di fieno nella mangiatoia e un po’ di paglia per riposare
+al coperto. Fermiamoci, via, non sarà poi un gran male.„
+
+Intendemmo il ragionamento dei due cavalli; udimmo le voci dei
+terrazzani, che ci gridavano d’ogni banda: “fermatevi qui, giovinotti„
+e deliberammo di contentar gli uni e gli altri, non senza aver chiesto
+da prima se in quel paesello ci fosse un luogo da ricoverare i nostri
+compagni. — Sì, c’è il luogo, e paglia in abbondanza; — risposero.
+
+— Bene, pernotteremo a San Giovanni Reatino; venga il sindaco,
+o l’assessore anziano, e provveda a queste poche cose che ci
+bisognano. —
+
+Il ragguardevole personaggio che noi chiedevamo fu pronto a capitare,
+ed allogò la nostra gente in una chiesuola, con quanta paglia
+occorreva. Ma già s’indovina che pochi rimanessero colà. Dieci minuti
+dopo aver posto il piede nell’alloggiamento comune, la più parte
+se n’erano trovato un altro alla spartita, nelle case di quei buoni
+contadini; e la stipa crepitava in tutti i focolari, sotto a tutti
+i paiuoli, a tutte le padelle, a tutte le cazzaruole di San Giovanni
+Reatino.
+
+Quanto a noi, finito di pensare agli altri, ce n’eravamo andati in una
+osteria che il Bernardini aveva adocchiata fin da principio, e dove
+già stava preparando la cena. Quell’osteria mi è rimasta in mente a
+cagione della fantesca, stupenda per bellezza colossale di forme, che
+la facevano parere una statua, anzi che una donna di carne e d’ossa.
+
+Costei se ne stava ritta sull’uscio, appoggiata allo stipite, cogli
+occhi volti all’orizzonte; e pareva non voler dare ascolto alle cose
+gentili che le andava bisbigliando all’altezza dell’omero un cosettino
+tant’alto, mingherlino e scialbo, vera figura di Momo accanto a
+Giunone.
+
+Seppi più tardi da Barbara (si chiamava Barbara anche lei) che quello
+era il suo damo, o, per dir più esatto, il pretendente alla sua mano. E
+mi parve uomo di buon gusto, quel cosettino tant’alto; ma pensando ora
+al caso suo, non posso lodare egualmente il suo senno. Barbara era una
+gigantessa, al paragone di lui: s’egli ha ottenuta la sua mano, badi
+a non sentirsela addosso. Guai al poveraccio, se Barbara un giorno va
+in collera! guai se lo ama troppo fortemente! perchè in ognuno dei due
+casi, egli è un uomo spacciato. Nel primo, me ne fa una frittata; nel
+secondo, un lucignolo.
+
+Dopo tutto, auguro alla coppia diseguale ogni bene: desidero che pel
+miglioramento della specie in San Giovanni Reatino, i figli di questo
+imeneo riescano una spanna più alti del padre, una spanna più bassi
+della madre.
+
+Questa coppia d’innamorati e una coppia di bottiglie che ci mandò il
+parroco del luogo, cortese antidoto all’orribil mistura che ci voleva
+far trangugiare l’ostessa, sono i ricordi più notevoli della nostra
+fermata a San Giovanni. A noi premeva di andarcene; e poichè nella
+notte il cielo s’era fatto sereno, deliberammo di rimetterci in cammino
+per tempo.
+
+Non tutti ci seguirono. I nostri compagni, non essendo ancora
+militarmente ordinati, amavano far le cose a bell’agio. La mattina del
+21, alla levata del sole, dormivano ancora della grossa. Tanto meglio;
+avremmo potuto giunger primi a Torricella, per preparar loro alloggi e
+panatiche.
+
+La strada che conduce da San Giovanni Reatino a Torricella è la più
+solitaria, la più triste che io abbia veduta mai. Si passa in mezzo a
+un doppio ordine di colline senz’alberi, lungo il letto di un torrente,
+del quale non ricordo più il nome. Non una casa, non un tugurio, nè
+da vicino nè da lontano; solo qua e là, tra i giuncheti del rigagnolo
+asciutto, si scorge un branco di pecore che va pascolando, o uno
+smilzo puledro che trascina malinconicamente la sua cavezza di poggio
+in poggio, e addenta svogliatamente di tratto in tratto qualche fil
+d’erba, forse pensando con desiderio giovanile alla biada, che gli fa
+vedere troppo di rado il rustico padrone.
+
+Poco prima di Torricella vedemmo finalmente un po’ di alberatura, che
+ci rallegrò lo sguardo come una non più sperata novità. Qui, preso
+lingua dal primo contadino in cui ci fossimo imbattuti dopo tanto
+camminar nel deserto, lasciammo la strada maestra, salendo per una
+viottola a diritta; e dietro una bella collina, il cui dorso ce l’aveva
+fino a quel punto nascosta, salutammo la meta del nostro viaggio di
+quel giorno, Torricella in Sabina.
+
+Torricella _in Sabin_a! Questa giunta al nome serve a distinguere il
+paesello da cinque altre Torricelle sparse nell’alta e nella bassa
+Italia; gli abitanti, del resto, non tralasciano mai di ricordarla,
+tenendosi molto, e giustamente, della loro stirpe sabina.
+
+Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli e ospitali con tanto di
+cuore, come i loro antichissimi padri. Ricorderò sempre con gratitudine
+il sindaco e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico
+e Domenico Pitorri. Si ricorderanno essi, con pari tenerezza, di noi?
+Se debbo dir tutto, mi pare che quei due ragguardevoli cittadini non
+vedessero di buon occhio il nostro viaggio e l’avessero anzi per una
+mattìa da rompicolli. I nostri ospiti (poichè in casa loro ebbi la più
+lieta accoglienza) non potevano capacitarsi del come noi si sperasse
+di far opera gagliarda senza l’aiuto del governo. Inutile riferir
+qui le risposte nostre e le repliche loro. Essi liberali temperati,
+noi avanzati, rappresentavamo due forze allora necessarie; e guai se
+una fosse mancata, guai se l’una o l’altra avesse soverchiato; addio
+equilibrio che ci ha tenuti in piedi; addio cospirazione di venti, e di
+eventi, che ci ha condotti in porto. Le ragioni che potevamo scambiarci
+allora, tre anni prima del 1870, che effetto farebbero ora? Io qui
+scrivo ricordi, del resto, e non fo smercio di alta politica.
+
+Torricella è un gaio paese, fatto d’una strada sola come tutti i
+piccoli paesi, bello o brutto secondo i gusti e gli umori, con antichi
+edifizi anneriti dal tempo e ridotti ad apparenza di catapecchie,
+con catapecchie moderne che in grazia dell’intonaco la pretendono a
+palazzine; pittoresco, insomma, come tutto ciò che è svariato di forme
+e ben temperato di tinte.
+
+Mi duole di non sapervi raccontare la sua storia, non avendo avuto
+tempo a chiederne, e non possedendo libri che ne parlino: me ne duole,
+ripeto, perchè a Torricella ho notato un antico castello, severamente
+murato verso il basso della borgata, quasi a custodia della strada
+contro la gente che veniva dalla parte di Roma; il quale ha certamente
+veduto assai cose. Ed io non l’ho interrogato, non mi son fatto dir
+nulla.
+
+Che volete? Avevo tanti altri pensieri m mente, e tutti più urgenti.
+Eravamo finalmente vicini a quel sospirato confine. In una sola marcia
+potevamo giungere a Scandriglia: ancora quattro passi di là, e si era
+sul territorio a noi conteso dalle pretensioni temporali di san Pietro,
+o dei suoi successori. Sul primo lembo di quel territorio avremmo
+ritrovato Menotti Garibaldi colla sua prima colonna di animosi giovani,
+e il Mosto, e l’Uziel, ed altri amici partiti da Genova due giorni
+prima di noi.
+
+Questa era la bella apparenza delle cose: ma la sostanza?... Come
+saremmo arrivati? Eravamo noi certi della via? e potevamo noi cercarla
+a tentoni, con trecento uomini disarmati sulla coscienza? Notate che
+degli insorti e dei fatti loro non avevamo da tre giorni alcuna notizia
+sicura; che le scarse ed incerte voci da noi raccolte lungo la strada
+recavano essersi Menotti allontanato da Montelibretti per andare alla
+volta di Percile. Quella marcia, se pure doveva credersi vera, che cosa
+significava? a che cosa accennava? allo scopo di avvicinarsi alle bande
+che dovevano giungere dagli Abruzzi, o ad uno stratagemma per ingannare
+il nemico? E che cosa dovevamo noi fare? in che modo diportarci, per
+raggiungere il giovane e valoroso generale? Così senz’armi, non c’era
+che un modo; non oltrepassare, ma rasentare il confine, da Scandriglia
+a Canemorto (un nome — — — — — cambiato poi in quello di Orvinio)
+e così, errando per monti e per valli, indovinare il luogo e il momento
+opportuno per farci innanzi.
+
+Ora, se questo era l’unico disegno a cui si potesse metter mano,
+immagini il lettore come fossero lieti i nostri pensieri. Intanto i
+nostri compagni chiedevano armi; le chiedevano ogni momento a noi,
+quasi che noi potessimo cavarcele dalla testa come Giove si cavò
+Minerva coll’asta in pugno e lo scudo imbracciato, o dal nulla con un
+_fiat_, come Domineddio il cielo e la terra.
+
+I buoni abitanti di Torricella, mossi a pietà del nostro stato, si
+auguravano di aver armi quante ne occorrevano per noi; frattanto, a
+testimonianza di buona volontà, ci offrivano quattordici fucili, cinque
+dei quali erano stati caricati due o tre anni innanzi, ma non avevano
+più i cappellozzi. Comunque fosse, accettammo il presente, che in
+quelle circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola
+ai nostri uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.
+
+Si sperava ancora che il Pietramellara giungesse da Terni, con armi e
+munizioni. Ma quali armi, e quali munizioni? Non ne sapevamo niente, ma
+speravamo; speravamo come il naufrago nell’isola deserta, che attende
+un naviglio, il quale lo scorga lui da lontano, proprio lui, e si
+accosti alla riva per prenderlo a bordo; come un povero diavolo che
+per pagare una cambiale vicina alla scadenza, aspetta le centomila lire
+della lotteria di Milano.
+
+Questa volta la speranza mostrò di non meritare gli epiteti poco
+amorevoli onde l’ha gratificata l’illustre autore dell’_Assedio
+di Firenze_. Infatti, nella medesima sera, e in quella che stavamo
+seduti a tavolino, colla carta del confine spiegata davanti a noi,
+e mestamente sorseggiando una tazza di caffè, parecchi dei nostri
+salirono affannati le scale, gridando: “le armi! son giunte le armi.„
+
+Il grido “terra, terra„ levato dalla gabbia dell’albero di maestra
+della _Pinta_, non fece, io penso, tanto piacere a Cristoforo Colombo,
+quanto a noi quello dei nostri compagni: “le armi! son giunte le armi.„
+
+Scendemmo a precipizio in istrada e trovammo per l’appunto due carri
+che si fermavano allora davanti all’uscio, accompagnati da cinque o sei
+dei nostri amici, da noi lasciati in vedetta a Terni, perchè nessuno
+avesse a beccarsi il sospirato soccorso, caso mai ci fosse stato
+spedito da Genova. Ludovico di Pietramellara era il duce; con lui era
+un nuovo venuto, genovese, Lorenzo Manari.
+
+Dati pochissimi istanti agli abbracci e alle strette di mano, chiedemmo
+che cosa ci fosse nei carri.
+
+— Trecento fucili; — risposero gli amici; — un po’ di cartucce, qualche
+coperta di lana e alcune paia di scarpe. —
+
+Come aveva potuto venire quella grazia di Dio? come piovere a noi
+quella manna dal cielo? Le nostre prime lettere agli amici di Genova
+non erano state scritte invano. Giovanni Fontana, Alessandro Piatti e
+gli altri egregi colleghi del comitato genovese si erano affrettati
+a comprare quanti fucili avevano potuto trovare in città, e ce li
+avevano spediti, incaricando dell’accompagnamento il capitano Manari,
+che veniva egli pure al confine. Giunto a Terni colla preziosissima
+merce, Lorenzo Manari aveva trovato il vigile Pietramellara; ambedue
+capitavano il giorno appresso a Torricella, non senza aver prima
+ottenuto dal comitato di Terni le munizioni occorrenti e quel po’ di
+roba che c’era nei magazzini.
+
+Il Manari portava inoltre una lettera, da Firenze, che lo nominava
+intendente dei volontari per tutta la riva sinistra del Tevere.
+
+Pensate la nostra allegrezza. Oramai si poteva metter mano a formare
+un battaglione e allestirci per l’andata al confine. Tosto si deliberò
+che la mattina vegnente si spartissero gli uomini in tre compagnie:
+frattanto, poichè si diceva in paese essere il confine gelosamente
+custodito da forte nerbo di soldati, il Pietramellara sarebbe andato
+nella notte a Scandriglia, per pigliar lingua, e ritornar sollecito a
+noi con le notizie opportune.
+
+L’amico accettò volentieri l’incarico e partì. Noi, chiuse le armi e
+le munizioni in casa, e poste le sentinelle a custodia, ce ne andammo
+a letto. Era l’ultima notte che dovevamo dormire tra le lenzuola, e
+bisognava approfittarne.
+
+Ma ohimè! era scritto lassù che quelle poche ore di quiete ci fossero
+turbate, amareggiate da una triste notizia. Morfeo scuoteva ancora
+mollemente sulle nostre fronti i papaveri del primo sonno, allorquando
+verso le due dopo la mezzanotte, una delle nostre sentinelle venne a
+destarci, conducendo nella camera un contadino arrivato da Scandriglia
+con un biglietto per noi.
+
+Lo leggemmo alla fioca luce d’una candela di sego, coi gomiti appuntati
+ai guanciali. Era il Pietramellara che ci mandava pochi versi a matita,
+mezz’ora dopo esser giunto a Scandriglia.
+
+— Perdio! — esclamò il maggiore Burlando, dopo che ebbe guardato lo
+scritto, e nell’atto di passarlo a me.
+
+Lessi anch’io, ma mi parve di aver letto male. Mi stropicciai gli occhi
+e lessi da capo, quindi tornai a leggere ancora. Erano cattive notizie.
+Gl’insorti, per difetto di munizioni e di viveri, non potevano tener
+la campagna. Però, sperando di rifornirsi, erano venuti al confine; ma
+non potendo raccogliersi dentro Scandriglia, dov’era già a quartiere
+un buon numero di soldati regolari, avevano dovuto sparpagliarsi in
+piccoli drappelli nelle vicinanze del paese; non così lontani tuttavia
+gli uni dagli altri, che non si potesse in breve ora adunarli.
+
+L’annunzio ci riuscì doloroso oltre ogni credere. Ecco, dicevamo tra
+noi, ora che abbiamo le armi, non possiamo andare più avanti. Arrivati
+a stento fin qua, dovremo starcene con le mani in mano?
+
+Per quella notte non fu più il caso di dormire, Ludovico prometteva
+di essere il giorno appresso da noi: intanto ci mandava l’ordine di
+Menotti, che era quello di rimanere a Torricella, paese fuori mano, in
+attesa di nuove istruzioni.
+
+La mattina del 23 fu malinconica assai; tanto più malinconica perchè
+dovevamo sforzarci di nascondere la nostra tristezza ai compagni e dar
+buone parole a quanti ci domandavano l’ora della partenza. Per tenerli
+a bada, cadeva in taglio la formazione delle compagnie. Il maggiore
+assegnò a ciascheduna i suoi uffiziali, nominò i sergenti, che dovevano
+formare a lor volta le squadre; bisogna che occupò fortunatamente una
+parte della mattinata. Era tanto di guadagnato.
+
+Mentre i sergenti davano opera alla formazione delle squadre, noi ce
+n’eravamo andati poco discosto dall’abitato, verso la strada maestra,
+a salutare la quercia di Garibaldi. Così chiamano a Torricella una
+quercia, sotto la quale, nel 1849, il gran capitano si era riposato
+alcuni minuti, passando da quelle parti, dopo la eroica difesa di
+Roma. Quella quercia è sacra pei buoni abitanti di Torricella; e se
+ne tengono, come altri luoghi farebbero d’un monumento della passata
+grandezza, e l’additano con venerazione a quanti forestieri passano di
+là.
+
+Ed hanno ragione. Il rispetto per ogni cosa che rammenti i grandi
+cittadini è una bella maniera di gratitudine, e in pari tempo un
+incitamento, un esempio. Noi, stirpe tralignata dal buon seme latino,
+se siamo ancora venuti a capo di cosa alcuna che porti il pregio
+d’essere raccontata ai futuri, dobbiamo darne merito alla virtù dei
+ricordi che hanno nutrita la nostra giovinezza.
+
+In quella che noi andavamo, e la storica quercia ci conduceva col
+pensiero desideroso alla Caprera, dove il gran capitano certamente
+si doleva della ignavia italiana, ecco, si ode sulla strada maestra,
+che corre poco più sopra di noi, il rumore di una carrozza che passa
+veloce, e poco stante molte voci di nostri compagni, che ci avevano
+preceduti, gridano festosamente: “Garibaldi! Garibaldi!„
+
+— Che è, che non è? — Garibaldi! è passato Garibaldi. — Ma come? — Or
+ora, in carrozza; era con Stefano Canzio; ci ha salutati; va diritto a
+Scandriglia. —
+
+Non mi proverò a descrivere il tumulto dei miei pensieri, all’udir
+quelle nuove. Anche volendo, non saprei. So benissimo che c’era
+maraviglia e stupore, contento ed ebbrezza, e quasi mi pareva
+d’impazzire. E mi sovvenne ancora delle cattive notizie ricevute da
+noi nella notte.... Come tutto era di punto in bianco mutato! Ed era un
+uomo solo, che operava il miracolo.
+
+Raccapezzatomi un tratto da quello stordimento, immaginai le cose che
+dovevano essere occorse nelle acque della Caprera. Stefano Canzio era
+venuto a capo del suo disegno: il Generale aveva delusa la custodia
+delle navi da guerra e aveva toccata la terraferma. Questo s’intendeva:
+ma come, giunto a Genova, o a Livorno, od altrove, aveva egli potuto
+proseguire la via? Certo, era passato per Firenze; ma che cosa era
+avvenuto colà? Caduto il ministero? o il governo aveva fatto di
+necessità virtù?
+
+Tutte queste domande, ed altre consimili, mi giravano per la testa,
+si urtavano, si arruffavano, si confondevano, senza trovar punto
+risposta. A me e agli amici che erano nel caso mio avveniva allora quel
+che avviene certe volte a chi beve un primo sorso dopo lunga penuria
+d’acqua, che il bere gli accresce la sete.
+
+Ma bisognò appender la voglia all’arpione, ovvero, poichè non c’era
+un arpione, ai rami della quercia, sotto cui stavamo ad almanaccare.
+Alle corte, l’essenziale era noto: Garibaldi era giunto; andava a
+Scandriglia; e certo, dov’era lui, si passava il confine.
+
+
+
+
+VIII.
+
+Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e
+l’augurio del doganiere. Ricordo di Pietro Cossa.
+
+
+Ce ne tornammo poco stante in paese, con la fronte alta e il piè
+leggero. La famiglia del sindaco ci aveva fatta preparare la colazione,
+e il corpo, partecipando alle contentezze dell’anima, non ricusò di
+nutrirsi. Se vi dicessi che in quella occasione non si tracannò un
+bicchiere più dell’usato, vi metterei qui una solenne bugia, e avreste
+centomila ragioni a non credere più una sillaba di questo racconto.
+
+L’ordinamento del battaglione era a buon punto: fatte le compagnie,
+ognuno riconobbe i suoi ufficiali; ogni squadra i suoi sergenti e
+i suoi caporali: poi si diè mano alla distribuzione e alla ripulita
+delle armi, cose che destarono molta allegria nelle file. Non sempre
+il volontario conosceva il suo fucile, ed io ne ho veduto dei molto
+solleciti a buttarlo nel fosso; ma egli è sempre felice quando lo ha
+per la prima volta tra mani; lo palleggia allegramente, ne prova il
+grilletto, se è di buona _latinità_; si affretta a ripulirlo dentro
+e fuori, lo vagheggia, insomma, come se fosse una innamorata. Se
+poi è una carabina (dolce femminilità di sostantivo!) la gioia e la
+sollecitudine sono dieci volte più intense; l’arme diventa una persona
+viva, si giunge perfino a metterle un nome. La carabina di un amico mio
+nella campagna del Tirolo si chiamava Ninetta; quella di un altro la
+Scherzosa; e così via, tutte quante avevano un nome, soave o terribile,
+serio o faceto, secondo l’umore dei loro innamorati padroni. Cosa che
+avviene ancora per le sciabole. Quella di un mio collega si chiamava
+la Sitibonda. — Buttala nel Chiese, gli diss’io quando ripassammo quel
+fiume a guerra finita; si caverà finalmente la sete. —
+
+Tornando ai fucili e alla distribuzione fatta, una trentina d’uomini
+rimasero senz’armi; la qual cosa li addolorò grandemente. Li chetammo,
+dicendo loro che di là dal confine, o ne avremmo avuto da altri
+battaglioni meglio forniti, o alla prima occasione avrebbero raccolti i
+fucili dei morti.
+
+Eravamo ancora in quelle faccende, quando giunse il Pietramellara.
+Egli aveva veduto il Generale, e portava la notizia che tutte le bande
+raccolte nei dintorni di Scandriglia si mettevano in marcia. Noi pure
+dovevamo andar subito al confine, ma senza passare per Scandriglia; e
+il nostro itinerario, scritto a matita sopra un pezzetto di carta, era
+questo:
+
+“Evitare il passo di Osteria Nuova, e passare i monti di Toffia sopra
+Carlo Corso; quindi per Carpignano scendere sullo stradale romano; colà
+deviare, innanzi di giungere al passo di Corese, prendendo la traversa
+che conduce a Montemaggiore.„
+
+Non indugiammo ad obbedire. Le armi erano distribuite. Mandato avanti
+con buona scorta il carro delle munizioni, salutati affettuosamente i
+nostri ospiti cortesi, lasciammo Torricella alle due pomeridiane del
+23 di ottobre, accompagnati da un’acquerugiola fine e continua, che
+è, come pare, la solita benedizione del cielo per tutti coloro che
+viaggiano a piedi.
+
+Si scende, tuttavia, si scende di lieto animo, cantando il _Fratelli
+d’Italia_ al buon popolo di Torricella che ci saluta dai margini della
+strada maestra, dalle finestre dei casolari, dalle prode dei campi,
+e poi dal marziale dell’inno di Goffredo Mameli passando al patetico
+dell’_Addio, mia bella, addio_, dato prodigamente agli echi della
+valle solitaria in cui siamo inoltrati, lungo la sponda di un corso
+d’acqua di cui non ricordo più il nome, e ignoro se sia fiumicello
+o torrente. La pioggerella è cessata; il sole si affaccia ancora tra
+le nubi squarciate e le tinge di rosso; la sua tinta favorita delle
+ore pomeridiane. È il caso, oramai, di ritrovare una guida, per farci
+evitare Osteria Nuova, che può esser distante un’ora di strada; e già
+si pensa a cercarla, quando si sente dietro di noi lo scalpitar di un
+cavallo. Ci voltiamo a guardare e vediamo un cavaliere, mezzo vestito
+alla buttera, come tutti i cavalieri della regione, con grandi calzoni
+di pelle di pecora, o di capra, che non saprei dire esattamente, non
+avendoci fatto grande attenzione, mentre tutta la mia curiosità era
+attratta dal simpatico aspetto signorile del personaggio: un giovanotto
+snello, dai baffi biondi, certo De Cupis di Poggio Mirteto, il quale,
+dopo averci detto il suo nome e la sua qualità di guida garibaldina,
+ci chiede a che distanza potrà ritrovare Garibaldi, per cui ha un
+biglietto, e da consegnare al più presto.
+
+Il biglietto è aperto; è del comitato di Rieti, e avverte il Generale
+che l’ordine di arrestarlo è giunto da Firenze, e lo porta, insieme
+coi mezzi di mandarlo ad effetto, un maggiore dei reali carabinieri,
+seguito da trentasei uomini.
+
+— Abbiamo dunque un nuovo ministero a Firenze? — chiesi io.
+
+— Sì e no, — rispose il cavaliere, — si ritira il Rattazzi, è chiamato
+il Cialdini, ma non riesce a comporre un gabinetto; intanto la
+situazione è cangiata, ritornando quella di otto giorni fa.
+
+— Quest’ordine lo prova. E di quanto precede Lei i carabinieri?
+
+— Di un’ora; son corso a spron battuto.
+
+— Vada, e buona fortuna; — gli disse il maggiore. — Garibaldi è passato
+questa mattina, diretto a Scandriglia; se c’è rimasto, il che non
+credo, ha tempo di avvisarlo. —
+
+Il cavaliere saluta, tocca di sproni, e via di galoppo verso Osteria
+Nuova.
+
+— Ed ora, che cosa facciamo noi altri? — domando io al maggiore.
+
+— Noi abbiamo il nostro ordine: passare i monti di Toffia. Per
+cominciare, lasceremo la strada maestra un po’ prima del necessario,
+andando a cercare mia guida di là dal fiume. —
+
+Detto fatto, il maggiore ordina che il carro delle munizioni si cali
+dalla sponda nel greto del fiume, o torrente che sia. Là sotto, e
+nascosto dai cespugli che vestono la ripa, il carro è invisibile; noi
+con esso, se staremo bene appiattati sotto l’argine. L’operazione in
+venti minuti è felicemente compiuta; gli uomini si sono anche spartiti
+i fucili e le munizioni levate dal carro, che rimarrà in abbandono.
+L’intenzione era di metterci in armi al confine; ma come fare
+altrimenti, in quella necessità? Dall’alto, verso Torricella, si sente
+un fragor d’armi e io scalpitio d’una grossa cavalcata. È il drappello
+dei carabinieri reali. Vengono rapidi, al trotto, e giunti al piano
+della valle si mettono al galoppo. Andate, andate, e non vi venga in
+mente di allungare il collo per guardare qui sotto. Li abbiamo a pochi
+metri di distanza; passano; sono passati; e noi, appena li vediamo
+sparire alla svolta dello stradone, ci togliamo dal nostro nascondiglio
+per passare il greto e andare in traccia d’un contadino, o pastore, che
+voglia farci da guida.
+
+Un garzoncello, proprio allora, si affaccia al limitare del bosco.
+_Lupus in fabula._ Alla vista di tanti uomini armati, senza la divisa
+militare, ha avuto un momento di esitazione? o la curiosità soltanto lo
+ha inchiodato laggiù, dove noi abbiamo potuto distinguerlo alla luce
+del tramonto? Comunque sia, egli è presto accerchiato, ed anche con
+bei modi rassicurato. Non gli si domanda altro che qualche ora del suo
+tempo, quanto basti per metterci per la via più breve al passo di Carlo
+Corso, evitando Osteria Nuova, poichè non abbiamo nessuna voglia di
+bere: venga, sia buonino, e gli daremo per la sua camminata uno scudo;
+anzi meglio, lo avrà in anticipazione. La moneta, infatti, luccica
+agli occhi dell’adolescente e gli sdrucciola nella mano, macchinalmente
+aperta per riceverla.
+
+— Andate con Garibaldi? — chiede egli, come per isgravio di coscienza.
+
+— Sicuramente; non lo vedi? Ci avevi presi forse per briganti?
+
+— Oh, non ne avevate l’aria; — risponde egli ridendo.
+
+E si avvia, guidandoci verso la macchia. Entriamo nella penombra, e
+indi a poco nel buio. Egli intanto, sia che abbia presa troppo alla
+lettera la nostra raccomandazione di condurci per la via più breve, sia
+che voglia fare una piccola vendetta della inattesa passeggiata che gli
+è imposta da noi, ci fa prendere un sentiero da capre, su pei meandri
+d’una scogliera che non promette niente di bene, specie a quell’ora
+tarda, con le ombre così pronte a calare dai monti, e con una certa
+nebbia egualmente pronta a salire dal fiume. Ancora una mezz’ora di
+quella salita, e siamo in una nebbia così fitta, che si dura fatica
+a vederci due passi discosto. Ad un certo punto dell’erta, lo stretto
+sentiero gira intorno ad una rupe, e non manca nemmeno una di quelle
+soluzioni di continuità che son cagionate dalle piogge in tutti i
+sentieri di montagna. La rottura non par troppo vasta, ma per contro
+appare profondo l’abisso. Ci vuol pazienza; bisogna passare di là. Ma
+come fare, coi fucili, che impediscono agli uomini di aiutarsi colle
+mani lungo le pareti della roccia? Il maggiore salta per il primo e
+si volge a prendere il fucile d’un soldato che lo segue; questi a sua
+volta prende il fucile del compagno; e così via via, ad uno ad uno,
+passano tutti trecento, senza capitomboli, senza perdita d’armi, che fu
+veramente un miracolo.
+
+La difficoltà del passo e la nebbia che c’impedisce di approfittare
+dello scarso lume “onde son pie le stelle„, ci fanno perdere un’ora
+in quel primo intoppo. Per colmo di sventura, usciti di là, entriamo
+in una forra, che ci mena diritti alle spalle di un nero edifizio,
+in cui Ludovico di Pietramellara non istenta a riconoscere la temuta
+Osteria Nuova. Siamo proprio al punto che dovevamo evitare. Dove mai
+ci ha condotti quel briccone di garzoncello Sabino! O non sarebbe il
+caso di amministrargli un paio di scappellotti? Ma a che servirebbe la
+collera? Meglio varrà pensare ai casi nostri. Se i soldati di guardia
+al passo ci hanno sentiti, stanno prendendo le loro disposizioni per
+venirci incontro. Una baruffa con soldati italiani è da cansare ad
+ogni costo; non per questo siamo venuti al confine. Piuttosto è da
+vedere se non ci sia modo di uscire da questo ginepraio. Ludovico ha
+una buona ispirazione. Già due volte è passato di là: conosce oramai
+il capitano; andrà lui ad esplorare, e, se occorre, a parlamentare.
+Ottenuto il permesso dal maggiore, si avvia, gira il canto, e sta una
+mezz’ora a ritornare; una mezz’ora che ci è parsa un secolo. Quando ci
+capita davanti, Ludovico è fuori di sè dalla gioia; sto per dire che le
+lenti, piantate sul suo naso, mandano lampi nella penombra notturna.
+Il capitano, di cui temiamo tanto la vigilanza, è in una condizione
+stranissima; già dalla mattina, quando Garibaldi è passato in carrozza,
+stenta lui a trattenere i suoi uomini. Se passiamo davanti al posto,
+chi li terrà più? Verranno tutti con noi; ed egli, infine, egli che
+è italiano quanto noi altri, passerà per il primo. No, per carità,
+gli ha detto il Pietramellara; aspetti uno o due giorni e l’annunzio
+della prima vittoria; vedrà che le esitanze del governo cesseranno, e
+tutti, quanti siamo, regolari e volontarii, ci troveremo alle porte di
+Roma. Sia dunque inteso tra noi, che non passeremo davanti al posto, e
+rispetteremo tutte le convenienze. Quanto a Lei, se per caso sentirà un
+po’ di rumore nel bosco, pensi da buon camerata che a Lei hanno dato da
+guardare la strada maestra, non le traverse da cacciatori, non le forre
+da contrabbandieri.
+
+La missione di Ludovico ci rimette l’anima in corpo. Il contadinello
+Sabino, perduta la speranza di liberarsi dalla nostra compagnia, si
+risolve di condurci per davvero sulla vetta del monte. Si va come si
+può, per gli alpestri sentieri; ma in alto siam fuori della nebbia, e
+ci si raccapezza un pochino. Peccato che da un casolare poco lontano
+si desti un can da pagliaio. Abbaia, quel figlio d’un cane, dando la
+sveglia e l’esempio a tutti i suoi colleghi del vicinato. Di qua, di
+là, di su, di giù, tutti i cani della Toffia rispondono, abbaiando
+disperatamente in tutti i registri, con tutti i metalli di voce.
+Confesso di non aver mai sentito in vita mia un così fiero concerto di
+cani, neanche a Parigi, nel _Jardin d’acclimatation_, quando è l’ora
+del pasto per questi amici dell’uomo. Che diranno i padroni di tutta
+questa canatteria? Se c’è lassù una pattuglia di carabinieri, o un
+altro posto di soldati, buona notte, si può dir proprio di aver rotte
+le uova in sull’uscio. Ma infine, perchè pensar sempre la peggio?
+La luna era sorta; non si poteva anche credere che tutti quei cani
+abbaiassero alla luna?
+
+Due ore dopo la mezzanotte avevamo afferrata la vetta. Riuscivamo ad
+una strada mulattiera, abbastanza spaziosa; e là, accanto alla strada,
+si vedeva al lume della luna una piccola casa.
+
+— Eccovi a Carlo Corso; — disse allora il contadinello Sabino.
+
+Veramente, il nostro ordine scritto diceva: “passare i monti di Toffia
+sopra Carlo Corso„. Ma oramai era fatta; quella casa non si poteva
+evitare, bisognava passarci davanti, non sopra. E Carlo Corso era un
+posto di doganieri, come ci fu agevole di riconoscere, vedendone due,
+che spiccavano assai bene con le loro attillate uniformi sull’azzurro
+bianchiccio del cielo.
+
+Perchè mai quella casa avesse nome e cognome, io non so, non avendo
+pensato a domandarlo. Fors’anche, se lo avessi domandato, quei
+doganieri non avrebbero saputo dirmelo. Era ad ogni modo una casa
+cristiana. Quei bravi doganieri, indovinato di che si trattasse,
+ci fecero festa. Avevamo bisogno d’acqua, e ci diedero acqua; ci
+occorrevano due ore di riposo, e i nostri uomini poterono allogarsi
+in parte al coperto, in parte adossarsi alle mura dell’edifizio. Il
+mio maggiore ebbe il letticciuolo del brigadiere, per ischiacciarvi un
+sonnellino: io mi buttai sopra un forziere di noce, dove quell’ottimo
+brigadiere teneva le sue carabattole. Ci avrei dormito benissimo, se
+fosse stato più lungo ed avessi potuto stendermi tutto, come otto
+anni prima, in Lombardia, avevo fatto sulla tavola da pranzo del
+sindaco di San Martino, mentre l’amico Gordolon, mio tenente, dormiva
+saporitamente in un letto monumentale.
+
+Amico forziere dei doganieri di Carlo Corso, che bel sogno ho fatto
+sul tuo coperchio di noce! “Sogna il guerrier le schiere„ ha cantato
+il Metastasio; ma la osservazione psicologica non è niente più giusta
+di quell’altra sua, zoologica, che gli ha fatto mettere la serpe in
+concorrenza con l’ape, nel suggere i fiori. Io, lungi dal sognare
+le schiere, sognai.... Ma no, non lo voglio dire: tanto, sul più
+bello, il mio sogno fu interrotto dalla voce del maggiore, che mi
+annunziava le cinque del mattino e mi ordinava di radunar gli uomini,
+per rimetterci in marcia. Balzai in piedi, corsi fuori a svegliar la
+mia compagnia, la seconda del battaglione, e, poichè tanto era tutta
+strada, anche la prima, comandata dal Pietramellara, e la terza,
+comandata dall’ingegnere Stangolini. In capo a dieci minuti eravamo
+tutti pronti per la partenza; e ci avviammo subito, allegri come
+pasque, dopo aver salutati con larga effusione di cuore i nostri bravi
+doganieri. Rammento che il brigadiere ci augurò di giungere a Roma in
+tre tappe. L’augurio, pur troppo, fu vano per noi: ma ad ogni modo il
+brigadiere fu profeta. Le tappe erano ancora tre, per l’Italia, e di un
+anno ciascuna. È figurato, il linguaggio dei profeti; e bisogna saperlo
+intendere, bisogna!
+
+L’aurora ci ritrova ancora sul colmo della montagna, tanti sono i giri
+e i rigiri della strada. Sotto di noi s’indovina una valle; davanti
+a noi si stende una lunga e larga veduta di vette, di colline, di
+poggi, con borghi e castelli appollaiati sui culmini, come nei quadri
+di Claudio di Lorena. Dal punto in cui siamo, per mezzo delle alture
+digradanti, che incominciano a svolgersi da uno strato di nebbia
+sottile ai primi raggi del sole, si scorge in lontananza una piccola
+massa tondeggiante e dorata, in cui è facile riconoscere la cupola
+di San Pietro, a cui nella nostra prospettiva sembra collegarsi una
+lista d’argento, serpeggiante e luccicante; il Tevere, il Tevere che
+ci fa da lontano la grazia di non parer biondo, col pericolo d’esser
+chiamato limaccioso dagli irreligiosi nepoti. — _Vidimus flavum
+Tiberium_, esclama Ludovico, dalla testa della sua compagnia. — _Velox
+amoenum saepe Lucretilem_, rispondo io, stendendo la mano verso una
+gran montagna che azzurreggia a sinistra. Almeno, dovrebb’esser laggiù
+l’ameno Lucrètile, che _igneam defendit æastatem capellis usque meis
+pluviosque ventos_. Giustissimo; ribatte Ludovico; e vedi più giù
+la montagna di Tivoli, _mite solum Tiburis et moenia Catili_. — E di
+qua niente? gridai io, accennando alla destra. Quel monte laggiù, che
+innalza la sua negra cima nel fondo della pianura, non sarebbe per
+caso il classico Soratte? — _Tu dixisti_, ripiglia quel capo ameno del
+mio Ludovico. Tu lo vedi nero, stavolta; se aspetti un par di mesi, lo
+vedrai magari bianco. _Vides ut alta stet nive candidum Soracte?_...
+
+Dei immortali, quanto Orazio abbiamo snocciolato quella mattina sui
+greppi di Toffia! Io e Ludovico di Pietramellara ci eravamo proprio
+incontrati, con la nostra malattia citatoria. Dio li fa e poi li
+appaia, come dice il proverbio. Ma questa del citare Orazio ad ogni
+passo è veramente la malattia più terribile, quantunque non sia
+contagiosa. _Il cite si souvent Homère et Horace, que c’est de quoi en
+dégoüter_, ha lasciato scritto di un Tizio il famoso principe di Ligne.
+Il nostro maggiore, che la pensa come il principe di Ligne, ci annunzia
+ridendo che alla prima tappa ci manderà tutt’e due agli arresti.
+Perchè? siamo nel Lazio, perbacco, e la lingua del Lazio è il latino.
+
+Questo dello slatinare in vicinanza di Roma è una mania naturale.
+Ricordo che nel 1878 si andò una volta in parecchi amici a visitare la
+via Appia. Era con noi Pietro Cossa, che aveva stabilita una multa di
+cinquanta centesimi per chiunque in quella gita non parlasse latino.
+_Dura lex, sed lex_, e bisognava striderci tutti; anche in un latino
+maccheronico, dovevamo parlare come Pietro voleva. Uno solo, romano di
+Roma, non si sentiva di obbedire; amava piuttosto star zitto.
+
+— _Silet hic noster_, — dicevamo noi, canzonandolo, — _sed latine
+silet; ergo non multabitur_.
+
+Ma quell’altro, intanto, cominciava a capire che a tacer sempre avrebbe
+fatto una cattiva figura. Ad un certo punto, preso per mano il Cossa,
+lo condusse verso certe rovine, che dovevano essere di una casa.
+
+— _Et etiam latine gesticularis, probo_; — gli disse Pietro,
+continuando la celia. — _Sed quid me vis? quid mihi videndum?_ —
+
+L’altro seguitava coi gesti, indicando le rovine; finalmente, mezzo
+affermando, mezzo chiedendo, gli disse:
+
+— _Domus?_
+
+— _Domus_; — rispose Pietro Cossa; ma poi, scappandogli la pazienza,
+uscì in questa sentenza: — Ah, figlio d’un cane, non sai altro latino
+che questo? —
+
+Quel giorno fu Pietro Cossa che pagò la prima multa. Aveva parlato
+italiano. Quel povero Pietro non sapeva consolarsene. Noi Io
+paragonammo a Caronda, il famoso legislatore di Turio, vittima d’una
+legge ch’egli stesso aveva proposta e che primo aveva violata.
+
+
+
+
+IX.
+
+Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci
+siamo.
+
+
+Si scende la montagna a rotta di collo; io l’ho più misurata che vista.
+In un’ora siamo alle falde; vediamo laggiù una valle stretta stretta,
+con una lista di prato e una casa, un fiumicello ed un ponte. La casa è
+l’osteria del Grillo; il fiumicello è il Ricco, salvo errore; il ponte
+che lo cavalca segna il confine tra noi e il così detto patrimonio di
+San Pietro. Abbiamo appena il tempo di raccapezzarci, quando una guida
+si avanza, domanda se siamo i carabinieri genovesi del battaglione
+Burlando, e avuta risposta affermativa ci consegna un ordine, scritto
+in uno dei soliti pezzettini di carta. Niente è mutato nel nostro
+indirizzo di marcia; solo v’è aggiunto che dobbiamo impadronirci di
+Nerola, per proseguire ad un nuovo ordine verso Montemaggiore.
+
+Nerola è quel castello che si vede lassù, sulla vetta di un colle
+davanti a noi, di là dal ponte. A Nerola, ancora ieri, stavano i
+Pontificii; bisogna assicurarci se ci sono rimasti, e se ci sono
+bisogna sloggiarli.
+
+Non è più il caso di far sosta all’osteria del Grillo, che del resto
+è senz’oste e senza vino. Si passa il ponte, leggendo di volo la
+iscrizione d’un pontefice che lo ha fatto costruire. Era l’uffizio
+suo; _pontifex_ non significa forse in latino colui che fa i ponti?
+Arrivati al piede della collina, che di là ci pare una montagna bella e
+buona, ci stendiamo in catena, e prendiamo a salire secondo le regole.
+La fatica non è poca; ma si sopporta volentieri. E così bello, dopo
+tanti giorni di desiderio, fare la prima operazione di guerra! Giunti a
+mezza costa, ci pare di veder gente lassù. Ci aspettano a tiro; andiamo
+coperti più che si può. Ma che coperti? se sventolano i fazzoletti!
+Ebbene, che cosa vuol dire? non potrebb’essere un tradimento? Amici o
+nemici che siano, facciamo le cose a dovere. E si continua a salire,
+trattenendo gl’impazienti delle prime file, sollecitando i più tardi
+delle ultime. Così giungiamo al colmo della vetta, senza che ci abbia
+salutati una palla. Son dunque amici lassù? Amici, di fatti, tutto
+il popolo di Nerola, poco più di seicento abitanti, già vassalli dei
+Colonna di Sciarra, oggi liberi cittadini di una libera patria.
+
+Fin dalla sera innanzi, forse avvisati della presenza di Garibaldi che
+da Scandriglia è sceso a passo Corese, i Pontificii hanno spulezzato
+da Nerola. Tanto meglio; a nemico che fugge ponte d’oro. Ma la
+prudenza comanda a noi di non fidarci troppo: ci sono certe eminenze
+sulla nostra sinistra, Montorio Romano ad esempio, dove potrebbero
+appiattarsi le insidie. La nostra prima cura è di mettere avamposti da
+quella banda, e giù, verso la strada di Montelibretti. Poi si chiede
+del sindaco, o governatore, o ministro, od altro che sia il personaggio
+più importante della comunità. Viene il personaggio; dev’essere un
+ministro di casa Sciarra; mette a nostra disposizione il poco che ha,
+paglia fresca prima di tutto e la caserma dei gendarmi pontificii,
+che porta ancora i segni della improvvisa fuga dei suoi abitatori.
+Sono ancora appesi alle grucce i cappellacci a due punte, di forma
+abbastanza napoleonica, e alle caviglie della rastrelliera le giberne
+e le tracolle nemiche, pronto trastullo ai nostri uomini, che, essendo
+“carabinieri„ amano fare un po’ di baldoria travestendosi da gendarmi.
+
+È una scena di scappellotti, da far morire dal ridere. Ma ogni bel
+giuoco dura poco, e i gendarmi ritornano carabinieri per far colazione.
+Noi frattanto pensiamo che le compagnie sono formate bensì, e le
+squadre divise, ma che non s’è avuto ancora il tempo nè il modo di fare
+i ruolini. Si trova carta, penne e calamai; s’improvvisano tre furerie
+ed una maggiorità; i penniferi si mettono tosto a lavoro. Veramente
+provvidenziale, quella occupazione incruenta di Nerola!
+
+Al maggiore e a me, che faccio anche servizio di stato maggiore, è
+toccata una camera con due letti, presso una egregia famiglia del
+paese. Ho il dolore di non ricordarne più il nome: bene ricordo una
+bella signora, dagli occhi romanamente grandi e romanamente neri. È
+lassù in villeggiatura, presso quella famiglia di buoni parenti suoi;
+dovrebbe ritornare all’eterna città; ma i casi della guerra non glielo
+permetteranno così presto; ad ogni modo, essendo buona italiana, spera
+di rivederci laggiù. Accettiamo l’augurio, e lo mettiamo insieme con
+quello del doganiere di Carlo Corso. Finalmente, verso le undici di
+sera andiamo a riposarci, dopo aver visitati accuratamente i nostri
+avamposti, dalla gran guardia fino alle ultime sentinelle.
+
+Buon letto di Nerola, era scritto lassù che io non avessi tempo a
+scaldarti. Avevamo appena chiuso un occhio, quando i piantoni vennero a
+chiamarci. Era giunta allora allora una guida, e portava uno dei soliti
+pezzettini di carta. L’ordine era questo: “Il battaglione Burlando
+faccia viveri per un giorno e parta immediatamente per Montelibretti
+avviato su Monterotondo„. Svelti, a terra, e vestiamoci. Del resto,
+non eravamo spogliati che a mezzo. Dov’è il nemico? Sarà dove vorrà.
+L’ordine, del resto, comanda la fretta, e quel dire “su Monterotondo„
+scambio di “per Monterotondo„ significa che laggiù avremo forse
+l’ostacolo.
+
+Animo, dunque, a svegliar la gente e a far viveri. C’è una tromba nel
+battaglione; ma non ce ne serviamo; i piantoni vanno essi ad avvertire
+le compagnie, e i preparativi di marcia son fatti alla sordina. Il
+ministro di Nerola è richiesto di viveri: non ha nulla da darci: già
+aveva poco il giorno innanzi, e gli uomini avevano dovuto nutrirsi
+del loro pane. Come fare? Basta, Iddio provvederà, a Montemaggiore, a
+Montelibretti, dove parrà più opportuno alla sua misericordia infinita.
+
+Nel cuore della notte, senza viveri, ma con molte speranze per viatico,
+scendiamo dal poggio di Nerola. A mezza strada, levando gli avamposti
+verso Montemaggiore, mi ricordo degli altri, lasciati indietro, verso
+Montorio Romano; e corro a levarli, non perdendo, se Dio vuole, che
+una mezz’ora di tempo. Il bravo sergente, un Randaccio dell’isola di
+Sardegna, teneva saldo lassù. Aveva sentito il rumore e indovinato, da
+vecchio militare del ’59, che si levava il campo; ma sempre da vecchio
+militare aveva pensato che dove lo avevano messo gli bisognava restare.
+Raccolto lui e la sua squadra, si va in giù a passo di corsa, ed anche
+un pochettino a ruzzoloni, per raggiungere il battaglione, che ha
+continuato a marciare.
+
+Siamo sull’albeggiare davanti al poggio di Montelibretti. Si fanno
+viveri? Ahimè! Montelibretti, interrogato dai nostri ambasciatori, non
+ha niente per noi, non ha niente per nessuno; lo hanno spogliato, tra
+la sera innanzi e la notte, altri battaglioni passati di là. Non c’è
+più una misura di farina per i suoi stessi abitanti, non un sacco di
+grano. Poveracci! come faranno? moriranno di fame? Eh via, speriamo di
+no. Anche a Falconara, dove giungiamo intorno alle nove, è la stessa
+canzone. Falconara, da non confondersi con quella d’Ancona, è la tenuta
+di un principe romano. Parliamo col ministro, che giura, e spergiura
+anco lui di non aver nulla di nulla. Neanche una goccia di vino, per
+bagnarci la bocca? Neanche quella. Ma che è, che non è, mentre noi
+stiamo parlamentando sul piazzale del castello, arrivano parecchi
+dei nostri soldati, gridando. Cento passi più in la, vedendo un uscio
+contro una ripa, e credendo che proteggesse una fontana, hanno sfondato
+quell’uscio e trovata una cantina, riccamente fornita di botti, donde
+hanno cominciato a spillare. C’è da sgridarli? No davvero; piuttosto
+da fare una partaccia al ministro, che allibbisce e balbetta non so
+che. Ma non è il caso di andare in collera; il disgraziato non franca
+la spesa. Si va tosto alla cantina, e si mettono i piantoni, perchè
+tutti bevano, in ordine, con discrezione, con misura, con garbo, senza
+sprecare la grazia di Dio.
+
+Falconara mi è rimasta in mente per un altro episodio. Mi ero fermato
+sul piazzale, davanti ad un murello, dalla parte di Roma. La città
+eterna, essendo noi già tanto al basso nella valle, non si poteva
+vedere, intercettata com’era la vista da tante colline. Ma si vedeva
+Monterotondo, o piuttosto s’indovinava che fosse Monterotondo, dai
+lampi e dal rombo delle artiglierie, che incominciavano a farsi
+sentire. Guardavo laggiù, aspettando che le compagnie avessero finito
+di bere. Due soldati, frattanto, in un campo sotto i miei occhi,
+seguivano certi movimenti del terreno, che si andava alzando via via in
+una linea serpeggiante. Era facile indovinare che fosse: una talpa. I
+due soldati, puntando le baionette, da un capo e dall’altro della terra
+smossa, volevano chiuder la strada alla roditrice sotterranea.
+
+— Perchè fate ciò? — domandai. — Sentite laggiù? Fra un’ora ci saremo
+anche noi, e potremo lasciarci la pelle. Morituri, lasciamo vivere
+quella povera bestia.
+
+— Devastano i campi, le talpe; — mi rispose uno di loro.
+
+— E lasciate che devastino. Ce ne vorrei trecentomila, a Falconara,
+e che non lasciassero in piedi un gambo di grano o un piede di
+vigna. —
+
+Così fosti salva, o povera talpa di Falconara. Possa tu aver provate le
+gioie della famiglia, ed essere stata consolata di numerosissima prole!
+
+Digiuni di cibo, a mala pena rinfrescati dal vin cotto della cantina
+sotterranea, si va, si accorre al cannone. A mezza strada c’imbattiamo
+in un contadino che fugge.
+
+— Che c’è? — gli domandiamo.
+
+— Garibaldi jè dà ’na bella battuta; — ci risponde, seguitando a
+correre.
+
+— Buone notizie! perchè dunque scappi così?
+
+— Io non scappo, torno a casa. —
+
+E via come il vento. Lo lasciamo andare, facendo un po’ come la guardia
+svizzera del Vaticano a cui (se la leggenda è vera) avevano data la
+consegna di non lasciar entrare nessuno. — Non si entra! — gridò il
+soldato ad uno che voleva forzar la consegna. — Ma io esco; — rispose
+il cittadino. — Allora passi! — conchiuse lo svizzero.
+
+Come abbiamo lasciato andare il contadino inerme, non lasciamo andare
+otto o dieci armati, che son fuggiti dal campo. Li abbiamo incontrati
+davanti ad una casupola, dove si sono affollati, chiedendo in malo
+modo da bere. — “Che fate voi altri? perchè non siete al fuoco?„
+domanda il maggiore. — “Tutto è perduto; si salva chi può„ ci
+rispondono essi. — “Ah sì?„ grida il maggiore. “Allora deponete i
+fucili„.
+
+Non vorrebbero; ma egli incalza. — “I fucili, sì; parlo turco? i
+fucili, che non sapete portare. A voi, — soggiunge, volgendosi a
+quelli dei nostri che ne sono ancora sprovveduti, — levate le armi a
+queste....„ E lascio il resto nella penna.
+
+Disarmati, non senza difficoltà, nè senza scapaccioni, filano
+borbottando, verso Montelibretti. Uno solo, com’è alla prima svolta
+della strada, ardisce far fronte indietro e intuonarci un saluto
+beffardo. Gli si punta addosso un fucile, e lui via, come una lepre, a
+raggiungere i valorosi compagni. E per fuggire così, quei disgraziati
+erano dunque venuti innanzi poche ore prima? Che orrore, il soldato
+che fugge! Già l’ho sempre detto; io; l’uomo non è quella bellezza
+d’animale ch’egli vorrebbe far credere nei suoi trattati di zoologia; e
+spesso ci vuole tutta la sapienza d’un sarto, per renderlo tollerabile.
+Ma l’uomo che fugge, è una cosa a dirittura indecente.
+
+— Vuoi scommettere, — mi dice il maggiore, — che non c’è niente di vero
+in ciò che hanno raccontato quei mascalzoni?
+
+— Tengo con te, — rispondo, — e ci arrischio tutto quello che ho in
+tasca.
+
+— Allora sia per non detto; — conclude egli ridendo. — Ci hai messo la
+_mezza sesta_. —
+
+La _mezza sesta_ era una volta, in genovese, l’aumento di prezzo che
+si faceva ai pubblici incanti. Si ripete ancora per celia, quando uno,
+dicendo più di noi, vuol guadagnarci la mano. E basti della celia, e
+dell’episodio ond’è nata.
+
+Si corre, si corre, temendo sempre di non giungere a tempo, si corre
+ancora con la lingua fuori, come i cani da caccia. Finalmente, ci
+siamo; s’è afferrata una collina, dalla cui sommità si vede benissimo
+la borgata di Monterotondo, stretta intorno alle mura di un grande
+edifizio, il palazzo Piombino, dalle cui finestre e dall’orlo del muro
+di cinta che ne protegge gli accessi, partono lingue di fuoco. Alquanto
+più giù, certamente in una spianata sotto il muro, è l’artiglieria dei
+Pontificii, che manda ad ogni tanto un lampo ed un tuono. Dal versante
+della collina per cui scendiamo spediti, siamo forse a settecento metri
+dalla piazza, poichè tra il lampo e il tuono non passano che due minuti
+secondi. La scena è maravigliosa, illuminata da un sole stupendo.
+Anche noi, sfilando per due sul declivio del prato, con le nostre
+baionette luccicanti, dobbiamo fare una bella figura: certamente di là
+amici e nemici hanno veduta la nostra ordinanza. I primi a darcene un
+cenno sono i nemici. Il palazzo Piombino ha davanti a sè una valletta,
+fiancheggiata da due eminenze, da due creste di poggio. La meridionale
+è coronata d’un edifizio, il convento dei Cappuccini, la settentrionale
+di un altro, il convento di Santa Maria, che non so a quali frati
+appartenga. La valletta, dalla parte nostra, ha un canneto. Noi, tirati
+insensibilmente dalla piega del prato, voltiamo verso i Cappuccini,
+e al passo del canneto ci salutano cinque o sei palle, gnaulando.
+Vengono senza dubbio dalle finestre alte del palazzo Piombino. Nessuno
+è ferito, quantunque si offra bersaglio sicuro e continuo, sfilando
+lenti, come facciamo, per non dar cattiva opinione di noi.
+
+Ci hanno veduti anche i nostri. Di là dal canneto alcuni ufficiali
+vengono alla nostra volta. Uno di essi è a cavallo: riconosciamo
+il colonnello Frigésy, un bravo ungherese, venuto a combattere con
+Garibaldi le battaglie della indipendenza italiana. È con lui il suo
+giovane aiutante, Pietro del Vecchio. L’uno e l’altro ci accolgono a
+braccia aperte.
+
+— Giungete a tempo, non dubitate, — ci dicono. — Si è attaccato subito,
+questa mattina, con le poche forze che si avevano alla mano, aspettando
+i battaglioni via via d’ogni parte. Ma gli Antiboini resistono
+fieramente. Hanno anche dell’artiglieria; due cannoni impostati
+all’ingresso del palazzo Piombino. Bisognerà prenderli, o farli tirar
+dentro ad ogni costo. Garibaldi è laggiù con Menotti a Santa Maria,
+proprio sotto le mura. Ha due cannoncini, presi da una villa signorile;
+ma fanno poco. Ora il fuoco si è un po’ allentato; si aspetta di fare
+dopo il mezzogiorno un colpo decisivo. —
+
+Le notizie date dal Frigésy erano buone per noi. Ricambiammo le nostre,
+d’essere venuti correndo da Nerola, d’esser digiuni e senza viveri.
+Il bravo colonnello ordinò tosto al suo aiutante di guidarci verso i
+Cappuccini, dov’era il suo quartiere, e di farci dare un pane a testa.
+Era bigio, di munizione, e, cosa rara, eccellente. Ma vedete stranezza:
+ci era passata la fame; e così, dopo averne sbocconcellato un orlo,
+tralasciammo di mangiare, mettendo il nostro pane ad armacollo, chi
+con funicelle, chi con fazzoletti, chi con le fasce azzurre, levate di
+torno alla vita.
+
+Ai Cappuccini regnava la bella confusione degli accampamenti
+improvvisati. Non mancava la nota triste, per un buon numero di
+feriti, che erano stati collocati sulla paglia nel refettorio del
+convento. I monaci dalle grandi barbe grigie facevano il debito loro
+come infermieri e consolatori. Chi sa che cosa pensavano in cuor loro
+quei frati? Sui loro volti non si vedeva dipinto che affetto e bontà.
+Del resto, non avevano a lodarsi troppo delle schiere pontificie,
+donde partiva il fuoco che devastava il convento, mettendo le lor
+vite a gran rischio e sforacchiando con le palle da cannone il muro
+di cinta della loro villetta. Tra i feriti e tra gl’illesi della
+colonna Frigésy noi salutavamo intanto amici parecchi, fratelli d’armi
+del ’66, compagni di baldoria o di passeggiata in tutte le città
+italiane. Erano ciarle senza fine, discorsi senza capo nè coda, domande
+e risposte intrecciate, interrotti, vaganti su tutti gli argomenti
+possibili e immaginabili. Tra tante notizie, due sole ci furono acerbe:
+il colonnello Mosto e il capitano Uziel erano caduti quella mattina,
+feriti quasi ad un punto, nel riuscir che facevano da una vigna sul
+piazzale del castello Piombino. Li avevano trasportati al convento di
+Santa Maria: il primo con una palla alla noce del piede, il secondo con
+una palla nell’addome. Poveri amici!
+
+Il fuoco era cessato, o quasi. Seguiva un momento di sosta,
+nell’attacco e nella difesa. In battaglia, si sa, la munizione si
+serba volentieri per i momenti decisivi. Garibaldi (lo seppi poi)
+approfittava di quell’ora per dar le disposizioni opportune ad impedire
+che una colonna di Pontificii uscita da Roma, venisse in soccorso ai
+difensori di Monterotondo. L’operazione gli riuscì magnificamente. Nè
+altro io ne dirò: queste note son di viaggio, e di carattere personale;
+accennano episodii, aneddoti, cose vedute e sentite; non hanno e non
+possono avere la pretesa di raccontare una guerra.
+
+Anzi, se permettete.... Ma no, non vorrei farvi perdere lo
+spettacolo di quella sera, di quella notte e della mattina che
+seguì, indimenticabili tutte. È un quadro, rimasto intiero nella mia
+mente, un quadro maraviglioso, strano, a luce rossastra, come certi
+finali di azioni coreografiche, dove i fuochi di Bengala confondono e
+trasformano, ingrossano a proporzioni fantastiche uomini e cose. Non
+ci rinunzio, adunque; racconterò. Ma badate, non è la storia delle
+operazioni ch’io faccio; sono i ricordi miei che metto in carta, le mie
+sensazioni che esprimo.
+
+
+
+
+X.
+
+La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel.
+
+
+Lassù ai Cappuccini, e poi alla cascina Villerma dove ci mandarono
+a far campo, si rimase lungamente in attesa, d’ora in ora aspettando
+l’ordine di marciare. A romper la noia veniva di tanto in tanto qualche
+schioppettata, con cui gli Antiboini (chiamati allora gli Antiboiani da
+tutto il nostro piccolo esercito) tenevano l’occhio in esercizio. Verso
+le quattro venne da noi un ufficiale, aiutante o guida che fosse, per
+recarci gli aspettati comandi del capo.
+
+A proposito, come si conoscevano gli ufficiali? Pochissimi, come il
+colonnello Frigésy, come il generale Fabrizi e il capitano Alberto
+Mario suo sottocapo di stato maggiore, avevano la camicia rossa
+e i distintivi del grado intorno al berretto: quei pochissimi,
+naturalmente, portavano al fianco la rivoltina e la sciabola. Pochi
+altri avevano solamente il berretto e la sciabola; i più, solamente
+la rivoltina, e vestivano alla borghese, come i soldati, anch’essi
+capitati al confine coi loro arnesi cittadineschi, signorili o
+popolani, con cui erano fuggiti da casa; e immaginate in che stato,
+oramai! Soltanto dopo la vittoria di Monterotondo, i comitati avendo
+potuto mandare a quella stazione parecchie centinaia di coperte di
+lana, gialle o lionate, listate di rosso, di quelle che servono ai
+cavalli nelle scuderie, i volontarii avevano preso a farci un taglio
+nel mezzo, e nel verso della lunghezza, tanto da poterci passare la
+testa, in modo che ricadessero i lembi sulle spalle e sul petto, come
+le pianete dei preti. Quei lembi riuscivano tuttavia un po’ più corti;
+ma non senza grazia, per certi partiti semplici di pieghe che facevano
+sugli omeri, arieggiando nel garbo e nella varietà del colore il
+_poncho_ americano di Garibaldi. Quanto ai cappelli, se ne vedevano di
+tutte le fogge; pioppini a cencio, pioppini a testiera soda, cocuzzoli
+acuti e falde più o meno larghe, alla calabrese, all’Ernani, alla
+Bolivar, e via discorrendo. Mancava il Lobbia, che ancora non era
+stato inventato dalla Regia dei tabacchi. C’era per contro un cappello
+a staio, della forma più rilevata, della freschezza più autentica; il
+cappello di Stefano Canzio.
+
+Il futuro generale dell’esercito dei Vosgi era ancora semplicemente
+maggiore, com’era uscito, ma con una medaglia d’oro al valor militare,
+dalla giornata di Bezzecca. Indossava, secondo il suo costume
+invariabile, un tutto vestito di nero; secondo il costume della
+sua gioventù, portava in testa un cappello all’imperiale, dall’alta
+testiera lucidissima, con le falde fortemente incurvate sulla fronte
+e sulla nuca, fortemente rialzate e quasi rivoltate alle tempia, e
+largamente orlate d’una trina di seta. Compiva il suo abbigliamento
+cittadino un largo e lungo mantello bigio di cavalleria, dal cui lembo
+anteriore, stando egli a cavallo, usciva la destra, portando una carta
+di stato maggiore.
+
+Era ancora maggiore, vi ho detto, il futuro cavaliere della carica
+di Prenoy, e delle tre giornate di Digione, il futuro generale
+della quarta brigata che doveva coprirsi di gloria alla fattoria di
+Pouilly; ma anche in quel grado secondario era già il braccio destro
+di Garibaldi, e si trovava un po’ da per tutto, per far eseguire gli
+ordini di lui, o per trovar egli stesso cose nuove, ispirazioni sue
+dal terreno, dalle mosse del nemico, da ogni circostanza, insomma;
+partecipando in ciò della prontezza di spirito del suo generale. Io
+ho veduto dei valorosi, con Garibaldi, l’epico, l’incomparabile eroe,
+l’arcangelo delle battaglie; ne ho veduti moltissimi, saldi al fuoco,
+calmi al pericolo, irruenti, magnifici, solenni, eleganti, tutto ciò
+che si vuole, tutto ciò che è lecito immaginare, secondo le varie forme
+del coraggio umano. Ma in verità non ho veduto mai nessun valoroso, tra
+gli ufficiali superiori del grande Capitano, che come Stefano Canzio,
+alla fermezza, alla imperturbabilità, allo slancio di tanti e tanti
+altri, accoppiasse uno spirito così alacre, un ingegno così fecondo
+di utili novità, una grazia così serena, una perspicacia così viva nei
+momenti più critici.
+
+Aggiungete che egli, possedendo la serenità e il buon umore, sapeva
+comunicare altrui l’una e l’altro. Ma quello che negli altri era
+appiccaticcio e girava facilmente allo spensierato, in lui era natura
+di mente lucida che non cessava mai di riflettere, che non perdeva di
+vista nessuna particolarità della battaglia e sapeva trar partito da
+tutte. Un sorriso e una celia, passando, erano gittati agli amici;
+ma l’occhio guardava intorno e giungeva lontano, vedeva dove fosse
+da rimediare, dove da portare un aiuto, dove da togliere un inutile
+spreco di forze, quando da rallentare, quando da tener fermo, quando
+da spingere. Se tutto non andò per il meglio, in quella guerra
+improvvisata, bisogna dire che le forze date dall’Italia d’allora non
+erano pari al bisogno, e che i miracoli non sono faccenda di tutti
+i giorni. Ma questo è un altro discorso: tornando a Stefano Canzio,
+conchiuderò che in lui il soldato moderno era compiuto, sul campo; vera
+stoffa di generale, e di quelli che non nascono tutti gli anni, nè su
+tutti i bollettini di avanzamento. Se avessi ancora i miei vent’anni,
+con quell’uomo per comandante, vorrei andare in capo al mondo, certo
+di far sempre una buona figura. E basta, oramai: a buon conto mi sono
+sfogato. Io sono di quelli a cui il dir bene della gente, quando n’è il
+caso, non ha mai l’atto nodo alla gola.
+
+Dov’eravamo rimasti? Ah, coll’ufficiale venuto a recarci istruzioni.
+E piacevoli, infatti, poichè si trattava di muoverci. L’assalto era
+stabilito per quella sera, sempre dalla parte del castello e della
+porta Pia che gli stava da presso, un po’ verso tramontana. Anche il
+borgo di Monterotondo aveva la sua porta Pia, come Roma, e con uguali
+destini.
+
+Ma qui non sarà inutile uno scampoletto di descrizione. Monterotondo,
+il _Mons Eretum_ degli antichi, ricco di forse duemila quattrocento
+abitanti, ricordevole a me per aver dato i natali a Raffaello
+Giovaglieli, mio buon compagno d’armi e di penna, sorge alla sinistra
+del Tevere, presso la strada ferrata che da Roma conduce ad Orte, e
+comanda la carrozzabile che volta risalendo per Rieti; quella stessa
+che noi avevamo fatta a ritroso. È rafforzato di mura dalla parte dei
+monti, e ci ha due porte, la Pia che ho accennata, e l’altra, assai
+vicina, che mette al piazzale del castello Piombino; così detto perchè
+oggi appartenente ai Boncompagni Ludovisi, principi di Piombino. Ma
+in altri tempi era dei Barberini, il cui stemma, azzurro seminato
+di api d’oro, vi è ripetuto dentro, per tutte le grandi sale, sulle
+pareti, nelle fasce sovrapposte, e credo anche nei soffitti. Dall’altra
+parte, verso il Tevere, non ci sono più mura; il borgo scende a
+ripiani di casupole e d’orti pensili verso un burrone, al cui piede
+corrono fossatelli, sentieri e tragetti fino alla stazione della
+strada ferrata. Noi avremmo potuto attaccarlo di là, donde non era
+murato: ma del non appigliarci a quel partito c’erano parecchie e buone
+ragioni: aspra la salita; frastagliato, anfrattuoso il terreno; ogni
+scaglione difendibile con mezza squadra d’uomini, che avrebbero fatto
+per cento. Inoltre, con pochi drappelli, non ancor battaglioni veri, e
+già embrioni di colonne, ma composti per la più parte di gente nuova
+al fuoco, Garibaldi giustamente temeva che troppi non si sbandassero
+all’assalto. Quella stessa mattina anche ad attaccare dalla parte del
+castello, dove tutti gli uomini si potevano invigilare e tener quasi
+sotto la mano, non se n’erano forse sbandati parecchi? Noi li avevamo
+pure veduti, gli otto o dieci fuggiaschi!
+
+Ed ora, al racconto. Guidati dall’ufficiale al posto che ci era
+assegnato, non andammo diritti verso il nemico, ma con una contromarcia
+in mezzo ai vigneti riuscimmo alle spalle dei Cappuccini. Scendevano
+frattanto le ombre della sera, e noi potevamo vedere i lumi che via
+via si accendevano nelle stanze del castello, e negli ultimi piani
+delle case vicine. Ad un certo punto l’ufficiale ci disse: — È là;
+accostatevi quanto più potete alle mura, ma senza strepito, che il
+nemico non si senta guardato da quella banda, donde forse tenterà di
+fuggire col favor della notte, e dove voi dovrete inchiodarlo.
+
+Questo ed altro che ci aveva detto l’ufficiale, bastò al maggiore
+Burlando per distribuire le sue forze. Una compagnia prese a destra,
+per collegarsi col battaglione Tanara che occupava una casa in
+costruzione, davanti all’ingresso del castello. La comandava Enrico
+Razeto, già tenente, e quel giorno innalzato al grado di capitano,
+poichè il Pietramellara, per un ufficio di qualche importanza,
+come pratico assai del servizio ferroviario, era stato mandato ad
+occupare la stazione di Monterotondo. Con me e collo Stangolini,
+sotto il comando immediato del maggiore, marciarono la seconda e la
+terza, tenendosi, quanto più il terreno permettesse, collegato alla
+prima. Così giungemmo davanti ad un canneto. I canneti, lassù, per
+lo spesseggiar dei fossati, si alternavano colle vigne. Quello era il
+più vicino all’abitato; subito dopo il canneto si affondava il letto
+d’un rigagnolo; di là si rizzavano le mura del castello Piombino.
+A cinquanta passi dal canneto, ordinato un breve alto, il maggiore
+ci ripetè la raccomandazione di andar cauti. Volendo, con un po’
+d’attenzione e di calma, potevamo trafugarci tutti là dentro, senza far
+stormire una foglia. Ma sì, come persuadere a duecento uomini lo stesso
+grado di attenzione e di calma? Entrati nel canneto, sentono il terreno
+discendere; si aggrappano tutti alle canne; si rompono qua e là i fusti
+nodosi e si divelgono stridendo. Il rumore ha destata l’attenzione del
+nemico; non siamo ancor tutti in basso, e dalla spianata che è davanti
+al castello si scorge un lampo, e un tuono lo segue; col lampo e col
+tuono una grandine di ferro percuote, flagella, dirompe il canneto;
+grida e gemiti rispondono allo schianto improvviso.
+
+Non c’è modo di raccogliere i feriti, per allora, nè di contare
+i morti; la bisogna più urgente è di correre al posto. Taciti, ma
+fortemente commossi, stringendoci la mano come non avevamo fatto mai,
+raggiungiamo il muro, e ci mettiamo in agguato. Intanto, al primo colpo
+della mitraglia nemica verso il canneto, si sveglia una tempesta che
+obbliga i difensori a guardarsi su tutta la linea di difesa: le bande
+si spingono sotto; è da una parte e dall’altra un fuoco d’inferno,
+che dura lungamente nella notte. I nostri, dalla spianata tentano di
+avvicinarsi alle porte; ma inutilmente, da principio: la gragnuola
+delle palle è così fitta da mozzare il fiato. Dopo un’ora di quel
+frastuono si giunge ad accostare della stipa alla porta minore, e ad
+appiccarvi il fuoco. Alla vampata fumosa si rischiara un po’ l’aria,
+e in quella mezza luce rossastra si agitano ombre nere di assalitori.
+Voci dall’alto del muro, come quelle delle furie dantesche dal sommo
+delle mura di Dite, s’intrecciano in un suono con le voci del basso,
+e in quel suono assordante si distinguono a tratti le più feroci
+ingiurie, le più pazze imprecazioni, le più strane contumelie che
+siano mai state pensate in due lingue e in una ventina di dialetti.
+— _Lâches Garibaldiens!_ — Sì, venite, qui, canaglia, e ve lo daremo
+noi il _lâches_! — Carne venduta! — _Vauriens! chenapans!_ — Brutti
+boia! — Assassini! — _Brigands!_ — Mascalzoni! _Fioi de cani! Pito
+ch’i seve!_ E taccio, per ragioni facili a indovinarsi, le gentilezze
+maggiori; tralascio sopra tutto le genovesi e le livornesi, che nel
+campo della ingiuria salace ottengono certamente la palma. Ma allora
+non urtavano i nervi, non suonavano male all’orecchio; la gravità del
+momento solenne toglieva la volgarità all’improperio, lo faceva parere
+epico, omerico, tra il piombo che fischiava e crepitava per ogni dove,
+mentre la fiammata si vedeva salire in vorticosi giri, e un gran fumo,
+screziato di faville fantasticamente danzanti, involgeva le mura.
+
+Il nostro maggiore non era stato alle mosse: aveva sentito gridare in
+genovese; certamente la prima compagnia era impegnata; e lui sotto,
+e noi dietro a lui, restando poca gente all’agguato. Ma che agguato,
+oramai? Il presidio pensava a difendersi, non a fuggire. Tutti quanti,
+in breve, correvamo verso la casa in costruzione, donde si sentivano
+i nostri genovesi, e donde giungevano a noi le sonore invocazioni
+parmensi di Faustino Tanara. Di lassù una più bella fiammata si
+vedeva più oltre, davanti a porta Pia. Stefano Canzio aveva avuta una
+delle sue felici ispirazioni. Raccolto dai vicini casolari tutto lo
+zolfo avanzato ai coloni dalla cura dei vigneti, ne aveva fatto una
+carrettata, con molta stipa e tronchi di legno. Il carretto era stato
+spinto contro la porta, e un ragazzetto, garibaldino precoce, andando
+dietro la mobile catasta, le aveva appiccato il fuoco. Bravo ragazzetto
+volontario, vorrei ricordare il tuo nome! E si salvò ancora, il
+coraggioso, tornò illeso alle file. Nè i difensori valsero a spegnere
+il fuoco; tardi pensarono all’acqua; di spalancar la porta, liberare il
+passo da quel brulotto rotabile, non c’era nemmeno a pensare; i nostri,
+avanzati sotto il muro, e là nascosti in attesa, avrebbero fatta in due
+salti la strada per entrar dentro alla svelta. Ce n’erano dei morti,
+lì davanti, in gran numero: li vedemmo la mattina, tutti colpiti alla
+testa, alla gola, al petto, o caduti bocconi, sulla propria ferita, i
+valorosi!
+
+La fiamma aveva fatto presa; in breve ora si abbronzarono, si
+arroventarono gli assi chiodati; divamparono, cigolarono le poderose
+imposte, diventando di bragia; un’ora dopo, la breccia era fatta; tra
+gli avanzi del carretto e quelli dell’uscio, mentre cadevano ancora
+a falde incandescenti i brandelli di legno, si ficcarono dentro i
+più animosi, dilagarono nella strada maggiore del borgo, mentre i
+difensori, chiuso da quella parte l’uscio ferrato del castello, si
+mettevano al riparo. Un altro assalto, un’altra fiammata avrebbe dovuto
+snidarli; ma oramai la difesa poteva durar poco; più per guadagnar
+tempo ed agio alla resa, si erano rinchiusi, che non per vender cara
+la vita. Due ore dopo, incalzati in quell’ultimo covo, gridarono di
+volersi arrendere. A discrezione, per altro; così voleva Garibaldi,
+che fu poi generoso, e li rimandò tutti (erano forse quattrocento) al
+confine italiano.
+
+Quella mattina, all’alba, vedemmo Garibaldi in tutta la gloria del suo
+trionfo. Era venuto sopra un piazzale, e sedeva sopra un muricciuolo,
+donde si scopriva la campagna verso il Tevere. Indossava la camicia
+rossa e i calzoni bigi chiari, affondati nelle trombe degli stivali
+alla scudiera, in una delle quali era collocato un lungo stile, dalla
+guaina e dalla impugnatura gentilmente cesellata. Quel gingillo era la
+sua misericordia; certo, in un brutto frangente ne avrebbe usato, non
+volendo esser preso vivo da soldati del papa. Portava sulla camicia il
+suo _poncho_, non quello di panno grigio della campagna antecedente in
+Tirolo, che era nel fatto, e salvo poche modificazioni, un mantello di
+cavalleria; ma un _poncho_ americano autentico, di stoffa a colori,
+vergato di rosso e di azzurro, che io non so come l’arte scultoria
+non ami ritrarre più spesso, tanto è elegante di caduta e di pieghe.
+Non aveva il solito cappello catalano, dalla falda arrovesciata tutto
+intorno alla testiera e foderata di velluto; portava invece un cappello
+alla calabrese, di feltro nero, finissimo, contornato d’un largo nastro
+di seta. Era di lieto umore; la vittoria colorava d’un tenero incarnato
+il suo viso, negli ultimi anni un po’ cereo; la barba aveva ancora
+bionda, con riflessi dorati, il labbro vermiglio, dolcissimo, e il
+sorriso affascinante come la voce. Dal 1860, quando egli era a Genova,
+per preparare la spedizione di Sicilia, non avevo mai più veduto
+Garibaldi così giovane, così vivace nell’aspetto, così poeticamente
+bello.
+
+Erano intorno a lui Menotti e Ricciotti, Stefano Canzio ed altri
+ufficiali superiori. Egli riposava un istante, e riposando speculava
+tutto intorno la campagna. Noi, ottenuto l’abbraccio ch’egli dava
+volentieri ai suoi Genovesi, tornammo al nostro primo alloggiamento
+della cascina Villerma, dopo aver raccolti i nostri morti e i nostri
+feriti. Avevamo avuto una ventina d’uomini fuori combattimento. Ma io,
+prima di ritornare alla cascina Villerma, ero anche andato al convento
+di Santa Maria, tramutato in ospedale, per vedere il colonnello Mosto
+e il capitano Uziel, feriti; l’ultimo dei quali aveva allora allora
+mandato attorno un compagno d’armi a chieder notizie di tutti gli
+amici: dolce pensiero e solenne curiosità di morente!
+
+Povero Uziel! Avevano potuto trasportare mezz’ora prima in una casa
+privata il suo comandante Antonio Mosto; lui no, che la ferita,
+gravissima per la posizione e non ancora esplorata, non permetteva
+di levarlo dalla paglia su cui era stato deposto. Mi vide, e i suoi
+occhi morati brillarono, e un sorriso gli sfiorò le pallide labbra
+ombreggiate da baffettini neri, tanto più neri su quel viso smorto. Mi
+tese la mano e volle stringer forte la mia, ma non potè: ben poteva
+parlare, quantunque a mezza voce, per chiedermi di tutti gli amici.
+Diceva ad uno ad uno, lentamente, i nomi che gli venivano alla mente;
+ma era uno sforzo, e volli risparmiarglielo, dicendoli io come mi
+venivano ricordati.
+
+— Io son morto; — mi disse; — la palla è nel ventre.
+
+Gli rammentai allora qualche amico a cui era toccata una sorte uguale,
+e che pure non era morto. Accettò la consolazione, forse per non avere
+a discutere. Volle farmi vedere il suo portafogli, che aveva fatta
+deviare la palla, restandone lacerato in un angolo. E tante altre
+cose mi accennò, più che non disse, il povero Bepi, come lo chiamavamo
+noi tutti nella intimità della vecchia amicizia; nè tutte le cose che
+accennò sono da ripetersi qui.
+
+Giuseppe Uziel era nato a Venezia; fanciullo, coi parenti esuli, era
+venuto a Genova, e la nostra città fu patria seconda per lui. Qui
+studiò, amò, sofferse, divenne uomo, insomma, adoperandosi in tutte
+le lotte aperte, in tutte le preparazioni di lotta. Dal ’58 in poi non
+era stato tentativo patrio, non guerra, che non lo avesse volontario e
+prode soldato. Tale era stato in Lombardia, tale in Sicilia, tale nel
+Trentino e nell’Agro romano. Comandava la prima compagnia del primo
+battaglione genovese, agli ordini del Mosto; con lui saliva animoso
+all’assalto di Monterotondo, e là, davanti alla spianata del castello
+Piombino, una delle prime palle nemiche lo aveva fulminato nel ventre.
+
+Fin da principio non c’era da sperar nulla; ed io bene lo intendevo,
+prendendo commiato, e promettendo di ritornare. Più tardi, il vederlo
+resistere, mercè la sua vigorosa complessione, ai naturali progressi
+del male, lasciò credere che Giuseppe Uziel avrebbe potuto scamparla.
+Esplorata la ferita, tre giorni dopo la mia visita, anch’egli era stato
+trasportato in una casa privata, dove lo seguivano le amorevoli cure di
+due compagni d’armi, e donde ogni giorno uscivano parole di speranza a
+confortare gli amici.
+
+La mente dell’infermo era tutta agli eventi, alle fasi della campagna,
+ad ogni più minuto particolare dei fatti quotidiani. Noi, come e quando
+lo permettevano le distanze e gli obblighi del servizio, facevamo or
+l’uno or l’altro la trottata fino a Monterotondo, per vedere il povero
+Bepi. Come si colorava il suo viso smorto, come si ravvivavano i suoi
+occhi languidi, udendo che i nostri fuochi splendevano davanti a Roma,
+dalle alture di Marcigliana e di Castel Giubileo, e che Garibaldi si
+era spinto sul monte Sacro, coi due battaglioni genovesi, di contro
+alle porte della fremente città!
+
+Sapeva di esser condannato a morire; sorrideva incredulo ai pietosi
+pronostici; l’ultima cosa di cui si dèsse pensiero, sebbene gli
+dolesse atrocemente, era la sua triste ferita. E ne diede una nobile
+testimonianza nella sera del 3 novembre. L’atto suo, le parole, furono
+di uomo dei tempi antichi, allorquando pugnavano Epaminonda e Pelopida,
+cantava inni Tirteo e dettava istorie Tucidide.
+
+Mentana era perduta per noi. Dodici O quattordici migliaia di
+combattenti, bene armati, bene equipaggiati, muniti di artiglierie,
+non lasciati soli, nè sconfessati dai loro governi, soverchiavano i
+duemila intrepidi che tennero fermo al fianco di Garibaldi. Al rombo
+del cannone in lontananza, Giuseppe Uziel intese che si combatteva
+nella direzione di Tivoli, e il cuore gli soggiunse che avremmo vinto.
+Quattro ore più tardi, il fischiar delle palle fino a Monterotondo,
+lasciò capire al ferito che i suoi compagni d’armi avevano pur fatto
+una resistenza vigorosa, ma che la giornata era perduta, e il nemico
+alle porte del borgo.
+
+E allora, in un impeto d’amor patrio, tentò sollevarsi per la prima
+volta dal letto. Voleva la sua rivoltina, la voleva ad ogni costo.
+
+— Là.... alla finestra! — gridava. — Trasportatemi là; voglio morir
+là.... facendo l’ultimo colpo. —
+
+Ed era già sceso a mezzo; ma le forze estenuate non corrisposero
+all’animoso proposito. Ricadde inerte sul letto, col rantolo in gola.
+L’agonia di Giuseppe Uziel era incominciata: tre giorni dopo, il
+valoroso carabiniere genovese era morto.
+
+
+
+
+XI.
+
+Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla
+Cecchina.
+
+
+Continuerò? La tentazione è forte; ma è pur grande la riluttanza.
+Nondimeno, ci sono ancora dei ricordi buoni: raccontiamo dunque, alla
+svelta.
+
+Quel giorno, il 26 di ottobre, era stato speso nei pietosi uffici
+che vi ho detto e nelle cure del nostro collocamento alla cascina
+Villerma, buona e cara conoscenza del giorno avanti. Dormimmo là,
+occupando le poche camere, le scale, il fienile, la tettoia dei carri
+e via discorrendo. La mattina dopo, senza alcun merito mio, e senza
+gusto, vi prego di crederlo, ero chiamato come giudice al tribunal
+militare, improvvisato in Monterotondo. Si trattava di giudicare tre
+gendarmi pontificii, sfuggiti alla capitolazione, e per colpa loro;
+poichè, scambio di mettersi in riga cogli Antiboini, erano andati a
+rimpiattarsi in certe cantine, donde il popolo li aveva snidati. E
+c’era per giunta un fraticello domenicano, trovato nascosto anche lui,
+sebbene potesse, e con più ragione dei gendarmi, mettersi in mostra coi
+soldati, che lo avevano per cappellano militare. Che imprudenza era
+stata la sua! E serbava ancora un taccuino, nel quale aveva scritti
+giorno per giorno i suoi miti pensieri. C’erano invocazioni a Maria,
+abbastanza affettuose, per chiederle il trionfo della buona causa; ma
+c’erano anche delle impertinenze, che si possono dire da soldati, nella
+rabbia, ma che non si scrivono, a mente fredda, e anche meno da frati.
+S’intende che eravamo tutti briganti, per il bianco vestito annotatore;
+ed anche codardi. “Sono comparsi, — scriveva egli, — ma non osano
+accostarsi, i vili!„ Dove avesse poi presa questa notizia, lo saprà
+lui. I vili di cui sopra, appena comparsi, avevano attaccato. Ma non
+ci fermiamo a piatire per queste bazzecole. C’era di peggio, per lui.
+Parecchi soldati nostri affermavano con giuramento di averlo veduto,
+la mattina della battaglia, affacciarsi ad una finestra del castello,
+puntar la carabina e sparare: cosa anche meno da frate; almeno secondo
+le idee moderne sulla soggetta materia.
+
+Il tribunale era composto del colonnello Pianciani, presidente, di me,
+e del tenente Enrico Copello, giudici aggiunti; faceva da segretario
+il tenente Luigi Morandi, già noto all’Italia come gentile poeta, più
+tardi come prosatore valente e come maestro di umane lettere al giovane
+principe di Napoli.
+
+Così, mentre i miei compagni lasciavano improvvisamente gli alloggi
+della cascina Villerma per scendere sulla linea della strada ferrata
+in attesa di proseguire verso Roma, noi eravamo occupati a ministrar la
+giustizia sommaria. Il tribunale fu umano; mandò in prigione i gendarmi
+e in prigione il frate: quest’ultimo senza darne sentenza, che, dopo
+le testimonianze gravissime, sarebbe stata dolorosa, e rimettendo il
+giovane domenicano alla clemenza di Garibaldi. Ciò non era secondo le
+norme del diritto, nè della procedura penale; ma contentava la nostra
+coscienza, e cui non piace la sputi. Garibaldi lo lasciò in carcere,
+per custodirlo contro le ire di molti; l’ultimo giorno delle nostre
+imprese sul territorio nemico, il fraticello fu rilasciato libero al
+confine, senz’altro danno che la paura. Non fu riconoscente, per altro;
+e me ne duole moltissimo, rispettando io i frati, non essendo stato
+il più tiepido dei giudici a favorirlo, e avendo ottenuto dall’ottimo
+presidente che perorasse quella stessa notte presso Garibaldi la causa
+del disgraziato. Egli scrisse, di fatti, un anno dopo, o giù di lì,
+una _Mano di Dio negli ultimi avvenimenti_, in due volumi, se ben
+ricordo, dicendo corna dei giudici. Quel piccolo martirio incruento gli
+sarà giovato, del resto; credo che oggi sia cardinale; certo, del suo
+casato, ce ne son due nel sacro Collegio.
+
+Quella sera, mentre il Pianciani galoppava a Santa Colomba, dove
+Garibaldi aveva portato il suo quartier generale, io galoppavo in
+traccia dei miei compagni genovesi. Mi accolsero a festa, in un casotto
+di guardiani della strada ferrata; senza viveri al solito, ma con
+un fiasco di vin bianco, regalato dalla signora Mario, in compenso
+dell’averle trovato un ricovero per i cavalli della sua carrozza
+d’ambulanza.
+
+La mattina del 28 eravamo in marcia da capo, e occupavamo la chiesetta
+di Fornonuovo. Visitando la sagrestia, trovammo paramenti sacerdotali,
+che riponemmo nei cassettoni, sotto la guardia dei nostri soldati. Ma
+c’era anche un astuccio di cuoio, con le api barberiniane impresse in
+oro; dentro l’astuccio un bel calice con la sua patena d’argento, in
+alcune parti dorato. Vasi sacri; che ne faremo noi?
+
+— Ciccetta! — dice il maggiore al sottotenente Pozzo, un rosso
+simpatico, milite di tutte le guerre garibaldine, a cui il suo nome
+di Giovan Battista ha fruttato il vezzeggiativo genovese di Ciccetta.
+— Prendete questo astuccio, portatelo sulla collina, al Generale. Noi
+non vogliamo tenere in custodia argenterie. Non si sa mai; un giorno,
+qualche nemico pettegolo potrebbe gabellarci per ladri. —
+
+Garibaldi aveva posto il suo mobile quartiere a Santa Colomba. Va
+il nostro Pozzo lassù, e ritorna a sera inoltrata, ancora col suo
+astuccio tra le mani. Il Generale non ha voluto ritenere il deposito;
+gli scopritori ne facciano quello che credono. A noi, per la ragione
+accennata dal maggiore, dava noia tenerlo in custodia. Che custodia,
+poi, in guerra, con tanti pencoli di smarrirlo, o di lasciarlo sul
+campo? Una mia idea, venuta lì per lì, piacque molto al maggiore.
+
+— Domattina, se non si marcia al nemico, non possiamo fare una
+galoppata fino a Monterotondo? C’è lassù quel canonico Tolti, nella cui
+casa, ier l’altro, abbiamo mangiato, pagando la spesa, un pezzo di pan
+bigio e uno spicchio di lesso. Che ti pare? consegniamo il deposito a
+lui? —
+
+Detto, fatto. All’alba del 29, saputo che si rimarrà tutta la giornata
+a Fornonuovo, inforchiamo i bucefali. Avevamo requisiti i due cavalli
+il giorno prima.
+
+Quello del maggiore era discreto; il mio aveva una bella apparenza,
+e trottava anche benino; ma aveva lo spavento, e quel moto convulsivo
+che a quando a quando gli prendeva nei muscoli esteriori dello stinco
+e flessori del piede, era una morte per chi gli stava sopra e per chi
+gli camminava vicino. Ben me ne avvidi a Mentana, che fui costretto
+ad appiedarmi, per non isfondare io stesso la mia compagnia con quella
+povera brenna arrembata, che faceva un passo avanti e due indietro.
+
+Giungiamo a Monterotondo, col nostro involtino penzoloni dal pomo
+della sella, e smontiamo dal canonico Totti; un vecchio di settantasei
+anni, alto alto, un po’ curvo nelle spalle e mezzo cieco. Ci fa buona
+accoglienza e ci domanda, non senza un po’ d’ironia interiore, se siamo
+già di ritorno dalla nostra marcia in avanti.
+
+— No, reverendo; fermi soltanto per poche ore, ma si prenderà la
+rincorsa. Eccole qua la ragione della nostra visita: abbiamo trovato
+questo negozio nella sagrestia della chiesetta di Fornonuovo. Sia che
+entriamo a Roma noi, sia che usciamo dal cosidetto patrimonio di San
+Pietro, com’Ella sicuramente ci augura, si celebreranno ancora delle
+messe a Fornonuovo ed altrove. Prenda questi vasi sacri in regalo,
+in consegna, come le parrà meglio; solo per nostra soddisfazione ci
+rilasci due righe di ricevuta. —
+
+Il canonico si profonde in ringraziamenti e in elogi; vuole da noi, per
+ricordo, un atto di consegna; per contro ci fa un atto di ricevimento,
+che il maggiore intasca e conserva. Noi si ritorna al nostro campo,
+dopo aver mangiato (e questo senza pagare, confessiamolo) un tozzo
+di pane e un mazzo di ravanelli, conditi con olio, sale e pepe;
+l’unica grazia di Dio che avesse allora in cucina il nostro vecchio
+ospite. Oh, non fo per dire, ma noi, nell’Agro romano, si è vissuti
+nell’abbondanza. Cincinnato e Fabrizio possono andarsi a riporre.
+
+Quella sera si ripartì con tutto il battaglione dalla povera sede
+di Fornonuovo, per andare alla poverissima della Marcigliana. Dico
+poverissima, perchè non ci trovammo niente, neanche una chiesetta da
+starci al riparo; per giunta, nella notte, senza fuochi, riposammo
+sotto una pioggia fitta, non avendo che il cappello tirato sulla faccia
+per coprirci i connotati, e le braccia incrocicchiate per difenderci
+il petto. La mattina del 30 avemmo lo spettacolo di un albero che
+pareva tutto carico di foglie, e ad un tratto le perdette tutte quante,
+sparpagliate in tutte le direzioni, senza che ci avesse lavorato il
+vento. Non erano foglie, ma corvi, che c’erano stati a dormire, e
+andavano a cercare la colazione. Beati loro! noi l’aspettammo fino a
+mezzogiorno, e fu una distribuzione di pan bigio, venuto dalla stazione
+di Monterotondo; magnifico, incomparabil presente del comitato di
+Terni.
+
+La sera del 30 siamo in marcia da capo, e giunti a Castel Giubileo
+abbiamo l’ordine di fermarci a bivacco. Parecchie squadre, comandate,
+vanno attorno per legna, di cui fanno cataste sulla fronte del campo,
+dalla parte di Roma. L’eterna città deve scorgere i nostri fuochi,
+allineati a sette chilometri dalle sue mura. Garibaldi vede il suo
+piccolo esercito dall’alto di una eminenza su cui è murato un edificio
+nerastro che ha per l’appunto il nome di Castel Giubileo. La guida del
+Baedeker dice che la fabbrica si denomina da una famiglia Giubileo; ma
+in pari tempo nota che il castello fu edificato nel 1300 da Bonifazio
+VIII. Ecco due notizie diverse e mal maritate da un compilatore
+frettoloso. Se è il papa Caetani che ha fatto edificare il castello
+nel 1300, è chiaro che il nome di Giubileo deriva per l’appunto dalla
+grande solennità cattolica apostolica e romana di quell’anno, e la
+famiglia Giubileo non ci ha niente a vedere. La eminenza su cui il
+castello è murato era l’acropoli dell’antica Fidene; piccola acropoli
+di ottantun metro d’altezza, per una piccola città di poche migliaia
+d’abitanti.
+
+Pensando che avrei dormito poco, sul ciglio della strada, e non avendo
+nessuno di noi un pizzico di tabacco per caricare la pipa del maggiore,
+la famosa pipa che faceva il giro della brigata come la coppa convivale
+degli antichi, feci la salita del castello, per andare a chiedere un
+po’ di limosina agli amici del quartiere generale. Garibaldi, fiore
+di cortesia, saputo il bisogno mio, volle regalarmi addirittura un
+mazzo di sigari di Nizza; i suoi prediletti, per ragione della terra
+natale, io credo, non già per la intima bontà della concia; sigari
+biondi chiari, con un sapore di foglia di castagno, a cui non seppi
+avvezzarmi. Gli amici li gustarono meglio: tanto che me li presero
+tutti. Ma io non portavo solamente sigari, da castel Giubileo; portavo
+anche notizie e induzioni. Due guide borghesi erano annunziate e
+introdotte presso il generale, mentre io stavo lassù. Non erano
+semplici guide, erano amici travestiti; uno di essi, il maggiore
+Guerzoni. Venivano allora da Roma, donde avevano potuto uscire con un
+pretesto, in arnese da contadini. Recavano l’annunzio che tutto era
+pronto per una insurrezione in città; ma che, per incominciare, si
+voleva aver Garibaldi alle porte. Era facile d’indovinare la risposta
+del generale, e facile d’intendere che quella notte si sarebbe dormito
+poco.
+
+L’ordine di marcia fu dato alle quattro del mattino. Splendevano
+ancora i nostri fuochi sulla fronte del campo, e il piccolo esercito,
+precedendolo i carabinieri genovesi, era in marcia per certe colline
+sulla sinistra della strada maestra. Quante colline, o Dei immortali!
+Pareva che non volessero finir mai. E tutte simili, ancora; basse,
+lunghe, ignude, frammezzate da insenature, frangiate qua e là da un
+po’ di macchia nana, il cui verde cupo contrastava col verde tenero
+delle praterie, che in quella penombra s’intravvedeva tinto di brina.
+Un odor di mentastro, abbastanza gradevole, ci giungeva alle nari, a
+mano a mano (quasi sarebbe il caso di dire a piede a piede) che noi
+calpestavamo l’erba di quei prati; i quali non volevano finir mai. Ne
+abbiamo misurati sei chilometri almeno.
+
+Cauti e spediti ad un tempo, silenziosi, con avanguardie e
+fiancheggiatori, osservando tutte le insenature, esplorando tutte
+le piccole macchie, procedono i nostri due battaglioni. Sempre più
+volgendo a sinistra, verso le otto del mattino vediamo il primo segno
+d’uomini in quella solitudine; una casa sopra un rialzo di terreno e
+un muro di cinta, che indica una fattoria. È il casale, anzi l’osteria
+della Cecchina. C’è un oste, ma senza vino, bensì con un pozzo in mezzo
+al cortile, e perciò con dell’acqua a volontà; un’acqua che egli ci
+offre, o ci lascia prendere, rompendola con una filza di sagrati. Par
+di sentire il locandiere di Rieti.
+
+Riposiamo un tratto, bevendo acqua, e ci frughiamo nelle tasche
+per ritrovare un’ultima crosta di pane. Improvvisamente, si dà il
+comando di rimetterci in marcia. Si sono sentiti degli spari, laggiù
+a mezzogiorno. Corriamo uscendo dal cortile, per una carraia che va
+verso Roma. Che cos’era avvenuto? Garibaldi, uso a muover sempre alla
+testa delle proprie avanguardie, aveva incontrato laggiù, a Casal de’
+Pazzi, una vedetta nemica; quattro o cinque cavalieri pontificii, che
+avevano scaricate contro di lui le loro pistole d’arcione, fuggendo
+tosto a galoppo, a carriera. Egli era rimasto illeso; ferito appena, ma
+leggermente, uno de’ suoi ufficiali.
+
+Ci avviciniamo anche noi a Casal de’ Pazzi, dove abbiamo queste
+notizie. La fabbrica non è di casale che nella apparente rusticità
+dell’intonaco: nel complesso della membratura è un palazzo, e ci pare
+un castello murato tra il cinquecento e il seicento; rammodernato
+nell’ottocento, s’intende. Sarà quel che vorrà essere; io, curioso
+della campagna e della prospettiva, non sono entrato a vederlo. Mi par
+di ricordare che fosse un’abitazione abbastanza signorile; rammento di
+aver letto nei _Miei ricordi_ di Massimo d’Azeglio che così l’avesse
+ridotta un cardinal Morozzo, suo zio, che non pare ne fosse lodato come
+savio nella scelta del luogo. Sicuramente c’erano parecchie comodità
+di cucina e buone provviste di dispensa, forse non potute portar via,
+per la nostra repentina apparizione. Tutte queste cose le ritrovarono
+alcuni dei nostri, che sotto la direzione dell’amico Ciccetta
+impastarono farina a gran furia e scaldarono un forno, per preparare il
+pane ai compagni.
+
+Questo Casal de’ Pazzi è piantato sull’estremo lembo di una
+collina lunga, che va con dolce declivio a finire sulla riva destra
+dell’Aniene, di contro all’ingresso del ponte Nomentano. La collina è
+fiancheggiata da due insenature; una a destra, assai poco sensibile,
+che la collega ad altre colline; l’altra a sinistra, che si avvalla
+alquanto di più, ricevendo le acque di un rigagnolo, e dando campo
+alla via Nomentana, che muove di lì risalendo a tramontana, verso
+Monticelli, Sant’Angelo e Palombara. Ma non ci occupiamo delle cose
+lontane; siamo sulla collina pianeggiante, solcata per lungo dalla
+carraia che congiunge l’osteria della Cecchina a Casal de’ Pazzi. La
+carraia è orlata, sul margine di sinistra, da una rada piantata di
+pini, ancor giovani; a destra da motte di terra, da zolle, che fanno un
+po’ di ciglione. I nostri uomini, per comando del Generale, si pongono
+a sedere lungo il ciglione, e ne rimangono coperti benissimo; riposando
+possono mangiare il loro pane, se ne hanno, e una fetta di carne che è
+stata loro distribuita poc’anzi. S’intende che è carne cruda, e debbono
+arrostirsela lì per lì. Le legna non mancano; ci sono le staccionate
+dei campi, per darne al bisogno, e più in là.
+
+
+
+
+XII.
+
+Sul monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella giornata.
+
+
+Garibaldi è là in piedi, sul colmo della collina, intento a guardare
+tutto intorno, con gli occhi leonini socchiusi, eppure sfolgoranti
+sotto le ciglia aggrottate. Non è di cattivo umore, per altro; se
+fosse, avrebbe il cappello tirato sugli occhi. Qua e là, solitarii
+in contemplazione, o raccolti a crocchi, gli ufficiali del quartier
+generale, dello stato maggiore, e dei battaglioni genovesi; da
+quindici a venti persone. Sulla destra, in lunga fila appiattati, i due
+battaglioni che ho detto, un po’ smilzi, cinquecento uomini in tutto, i
+cui avamposti arrivano laggiù, sotto il ciglio della collina, in vista
+del ponte Nomentano. L’insidia è tesa, se a qualcheduno venisse voglia
+di farsi avanti, attratto dall’esca di quelle quindici o venti persone
+in piedi sul poggio, e lontanamente visibili. Certo, di contro a forze
+considerevoli, quell’agguato di cinquecento uomini sarebbe povera
+cosa; ma c’è indietro dell’altro; c’è il grosso dell’esercito, dietro
+le colline donde noi siamo venuti; le colonne di Menotti e del Frigésy
+hanno le loro avanguardie in certe piccole macchie, che si vedono a
+tramontana, forse quattrocento metri più indietro.
+
+Lo spettacolo, intanto, è maraviglioso di lassù. Vedo davanti a me,
+oltre la linea serpeggiante dell’Aniene, distendersi una campagna
+arsiccia, in parte coltivata, sparsa di radi edifizi, orlata nel
+fondo da masse d’alberi e di non bene distinti edifizi, forse di
+ville signorili, o di abitazioni suburbane. Là dietro è Roma, l’eterna
+città, riconoscibile da pochi tratti monumentali e solenni: una fila
+d’archi, a sinistra, l’acquedotto di Claudio; poco lontana da quegli
+archi una gran mole quadra, listata di colonne, sormontata da statue,
+San Giovanni Laterano; più in là, sulla destra, una cupola immensa,
+coronata d’un globo dorato, San Pietro; finalmente, all’estrema
+sinistra, l’eminenza di monte Mario, con la sua piantata di cipressi,
+che dà l’immagine d’un manipolo di cavalieri in vedetta. La gran scena
+è tutta circonfusa di quella luce rosea, vaporosa e calda, che è una
+bellezza propria della campagna romana.
+
+Mentre io sto contemplando quello spettacolo così nuovo per me, una
+mano mi si posa sulla spalla; e subito dopo una voce dolcissima, che
+ben riconosco, mi dice:
+
+— Sapete dove siamo?
+
+— No, generale, vedo questi luoghi per la prima volta.
+
+— Sul monte Sacro.
+
+— Ah! — esclamai. — Per monte, tuttavia, è un po’ basso.
+
+— Agli occhi del capo, ve lo concedo, — rispose Garibaldi,
+sorridendo; — non già a quelli della storia. Qui il senatore
+Menenio Agrippa raccontò la sua favola dello stomaco e delle membra
+ribellate, persuadendo la plebe ammutinata a ritornare in città. Qui,
+secondo alcuni, e non sulla strada Latina, Marzio Conciano si accampò
+coi suoi Volsci, e vinto dalle preghiere della madre Veturia levò
+l’assedio dalla sua patria.
+
+— E noi, generale, se la domanda è lecita, — osai dire, — che cosa ci
+faremo?
+
+— Una breve fermata, io spero; — rispose il generale. — Aspettiamo
+un segnale di là; — soggiunse, dopo un istante di pausa, accennando
+davanti a sè, verso San Giovanni Laterano. — Appena il segnale sia
+dato, intenderemo che la insurrezione è scoppiata in città; passeremo
+l’Aniene, e ce la faremo a correre.
+
+— Intendo; — diss’io. — Ma non ci sono le mura, che ci tratterranno,
+così pochi come siamo?
+
+— Le mura son rotte, laggiù; — replicò egli, indicando l’acquedotto di
+Claudio. — Tra vigne e orti, si può entrare benissimo. —
+
+Avevo già indovinata la mossa fin dalla sera innanzi, a Castel
+Giubileo; e là, finalmente, ne avevo la conferma dalle labbra del
+grande capitano, fatto per onorare il monte Sacro assai più di
+Coriolano e di Menenio Agrippa; sia detto con buona pace di quegli
+antichissimi personaggi. Si aspettava dunque il segnale. Passò
+un’ora, ne passarono due, ma il segnale non venne. Vennero bensì
+due ricognizioni nemiche, simultaneamente, una da manca e l’altra da
+destra. La prima indicata da una sequela di punti grigi, nei quali
+non tardammo a riconoscere il reggimento degli zuavi pontifici, si
+stese oltre la via Nomentana, lentamente, con poca intenzione di
+avvilupparci, forse temendo di essere avviluppata. La seconda, tutta
+di punti neri, si avanzò guardinga, ma con più risolute intenzioni,
+sulle colline dalla parte di ponte Molle, venendo con le avanguardie
+in quadriglia fino al colmo di una eminenza, a duecento metri da noi.
+Riconoscemmo allora i cappottoni della legione d’Antibo.
+
+Le disposizioni di Garibaldi furono poche e semplicissime. Al
+reggimento degli zuavi non oppose alcun nerbo di forze, solo ordinando
+al maggiore Guerzoni di tener dietro ai loro movimenti, piantato un
+po’ più in là, con un cannocchiale da campo. Alle ardite quadriglie
+antiboine volse la sua attenzione egli stesso. Si avanzavano sempre,
+si avanzarono fino a cento metri, non di più, dalla tranquillità nostra
+argomentando l’insidia. Per tastarci, incominciarono da quella distanza
+a tirare. I nostri avevano ordine di non muoversi, di tener bassi i
+fucili, di non far vedere neanche la punta delle baionette di sopra al
+ciglione.
+
+— Li aspetteremo a venti passi; — diceva Garibaldi; — e allora daremo
+dentro tutti quanti. —
+
+Le quadriglie antiboine non fecero un passo di più; parevano inchiodate
+al terreno. Solo davanti a loro, o per mezzo, si muoveva correndo un
+bel cane spagnuolo, evidentemente felice come tutti i cani in guerra,
+che partecipano con tanto ardore, e sto per dire più dei cavalli, alle
+forti commozioni della battaglia. Il fuoco era aperto, ma durava senza
+merito, poichè nessuno di noi rispondeva. Fischiavano e gnaulavano
+le palle; quasi tutte troppo alte, passando; alcune troppo basse,
+ficcandosi nel terreno davanti a noi, o daccanto; nessuna toccando il
+bersaglio, che in quindici o venti offrivamo. E certo gli Antiboini
+avevano riconosciuto Garibaldi, poichè intorno a lui la gragnuola era
+più spessa. Un ufficiale di quella gente, da noi distinto benissimo,
+si fece dare da uno dei suoi soldati il fucile, puntò lungamente e
+sparò, anch’egli fallendo il colpo, e guadagnandosi un sorriso di
+commiserazione. Garibaldi, che era stato un pezzo guardando i tiratori
+col cannocchiale, si avanzò di alcuni passi fino alla linea dei pini, e
+gridò loro con voce stentorea:
+
+— _Vous étes des conscrits; vous ne savez pas tirer. Vous étes des
+conscrits_, — ripetè ancora parecchie volte, rinforzando la voce, forse
+con la speranza che il sarcasmo li ferisse, invitandoli a farsi sotto,
+dove egli avrebbe voluto.
+
+Ma il sarcasmo non li ferì, o se li ferì non bastò a farli scattare.
+Continuavano a scattare, in quella vece, i loro fucili, con sempre
+inutili tiri; e la musica era già molto durata, quando si avanzò
+Stefano Canzio.
+
+— Senta Generale; — diss’egli. — Vuol proprio che imparino, tirando su
+Lei? Venga qua, la prego, un pochino, più indietro, al riparo di quel
+pagliaio. Per quello che vuol fare, se ci sarà da farlo, — soggiunse,
+con un’accorta restrizione che mostrava la sua poca fede in certe
+notizie, — non è mica necessario che Lei stia qui a far da bersaglio ai
+coscritti. —
+
+Sorrise il Generale, gradì la celia, ma non si volle muovere di là.
+Forse pensava che quello era il giorno del fato, e che bisognava
+commettersi al fato. Egli accettò in quella vece di sedersi e di far
+colazione, finalmente, alle due dopo il meriggio, mangiando un pezzo
+d’arrosto freddo, rilievo di pranzo o di cena del giorno antecedente,
+rinvoltato in una pagina del piccolo _Movimento_ di Genova.
+
+— Ne volete? — diss’egli a me. — Senza complimenti.
+
+— No, grazie, generale; non ho pane. — Oh, già! — soggiunse egli,
+ridendo. — Volete sempre il pane, voi altri. In America non ne vedevamo
+quasi mai, e c’eravamo abituati benissimo. Ogni legionario portava il
+suo spicchio di carne infilzato sulla baionetta, se lo arrostiva alla
+prima fermata, e se lo sgranava senza aiuto di pane.
+
+— In America, sì; — replicai. — Ma noi siamo in Italia, e nel Lazio.
+
+— Che cosa vuol dire?
+
+— Che Cerere è dea latina, —
+
+Egli mi aveva dato tre ore prima un cenno classico; io gliene davo un
+altro, che parve averlo vinto.
+
+— Avete ragione; — conchiuse.
+
+E mangiò tuttavia senza pane il suo spicchio di carne rifredda. Cioè,
+intendiamoci, non lo mangiò tutto: ne lasciò mezzo, che rinvoltò nella
+pagina del giornale, e consegnò al suo attendente. Doveva essere la
+sua cena, quel povero avanzo. Di bere non si parlò neanche; forse
+gli bastava un sorso d’acqua, accettato al casale della Cecchina.
+Garibaldi, come sapete, non beveva mai vino. Solo dopo il ’60 aveva
+fatta una piccola concessione al Marsala, prendendone un dito, nelle
+occasioni solenni, certamente per grato animo ai sacri ricordi del suo
+sbarco in Sicilia.
+
+Il fuoco antiboino continuava, sempre con lo stesso esito di vana
+molestia. E frattanto, nessun segnale da Roma. Il viso di Garibaldi
+cominciò a rabbruscarsi, la falda del suo cappello a calarsi sugli
+occhi.
+
+— Che cos’hanno quei seccatori? — esclamò egli ad un tratto.
+
+Noi prendemmo coraggio a domandargli il permesso di rispondere con
+qualche colpo.
+
+— Purchè sia bene assestato; — rispose, assentendo col gesto. — Trovate
+quattro o cinque buoni tiratori, e andate ad appostarli laggiù, verso
+la falda della collina. —
+
+Obbedimmo prontamente. Cinque tiratori, dei meglio armati, scelti nei
+due battaglioni, furono collocati dove il Generale aveva consigliato.
+Una piccola siepe di rovi li nascondeva al nemico. Presero essi a
+tirare, puntando con calma, e cinque colpi bene aggiustati mostrarono
+che nelle nostre file non erano coscritti. Le quadriglie balenarono,
+risposero ancora due o tre colpi, poi si ritrassero, portando i loro
+feriti; e l’ufficiale e il suo cane sparirono con esse dietro una
+ondulazione del terreno.
+
+Un quarto d’ora dopo, ad una insenatura della collina, vedemmo la
+legione tutta quanta ritirarsi, nella direzione di ponte Molle. In pari
+tempo si ritirava dall’altra banda il reggimento degli zuavi. Eravamo
+rimasti padroni del campo: ma per che farne? Ahimè, niun segnale da
+Roma.
+
+Si stette ancora un pezzo a passeggiare, a far capannelli, a
+discorrere, amici da anni, amici da un giorno, che ci vedevamo là,
+e forse, tolti di là, non ci saremmo veduti che a punti di luna,
+o mai più. Ricordo che un Galoppini, di Spezia, capitano nel primo
+battaglione genovese, m’insegnò a fumare senza tabacco, caricando
+la pipa col caffè: due o tre chicchi tostati, rotti tra le dita, si
+mettevano nel fondo della campana; tutto l’altro era caffè macinato;
+e ne usciva una fumata aromatica, eccellente, alla gloria di Roma.
+E ricordo ancora che la mia pipata destò l’invidia di un ufficiale
+spagnuolo, certo De Roa, venuto con altri suoi connazionali, esuli
+dalla patria, nel seguito di Garibaldi. Il simpatico giovane possedeva
+ancora un libriccino di _papel de fumo_; ma gli era mancata la foglia,
+e sperava di averla da me. Lo disingannai, mostrandogli un involtino
+di caffè macinato, che mi aveva regalato il collega; ma anche lo resi
+felice, dandogliene tanto da farsi quattro o cinque involtate per i
+suoi _papelitos_.
+
+Così fumò anch’egli, il bravo De Roa, bellissimo brunetto, cavalleresco
+e prode, che seppi poi ufficiale d’ordinanza del generale Prim, e morto
+più tardi nella guerra contro i Carlisti. Sia pace alla sua bell’anima:
+per intanto, egli fece nobilmente il suo dovere a Mentana. E non poteva
+capire come si potesse dare indietro altrimenti che al passo. Nella
+terza fase della battaglia, quando nessuno più valse, nè Menotti, nè
+Canzio, nè Frigésy, a fermare certe giovani schiere che erano state
+colte da un panico strano, e mentre Garibaldi, fermo a cavallo sulla
+strada, fremeva di tanta codardia, mettendo lampi di sdegno dagli occhi
+fulminei, avvenne al De Roa di sciabolare un soldato che si era buttato
+a terra, contorcendosi nello spasimo della paura e gridando: “chi me
+l’avesse mai detto!„ E non voleva lasciare il fucile, quel pauroso,
+stringendolo forte tra le mani convulse, non sentendo le piattonate,
+non sentendo i rimbrotti. Garibaldi calò le pupille un istante, a
+guardare la triste scena; pensò, torse le labbra, poi levò la mano in
+atto solenne, dicendo al concittadino del Cid:
+
+— Eh, lasciatelo stare! —
+
+Fu grazia della vita allo sciagurato, ma fu anche una sentenza peggior
+della morte, se quel convulsionario l’ha intesa. Che orrore per lui, se
+vive ancora e ne conserva memoria!
+
+Ritorniamo al monte Sacro. Verso l’imbrunire fu deciso di dar volta a
+Castel Giubileo, donde la mattina eravamo partiti con tante speranze.
+Garibaldi aveva un messaggio da Roma: niente da sperare, là dentro,
+dove in quel medesimo giorno erano giunti i Francesi a sostegno del
+poter temporale. Per questo fatto le cose prendevano una piega diversa.
+Bisognava far testa a Monterotondo, l’ultimo punto a cui giungesse la
+strada ferrata, donde potevamo aver munizioni e vettovaglie, dove,
+infine, si sarebbero presi i provvedimenti opportuni per proseguire
+la guerra. Il Generale ordinò che si facessero fuochi sul monte
+Sacro, per simulare un bivacco; noi dell’avanguardia restando in
+retroguardia, dovevamo tenere la posizione fino a tanto il piccolo
+esercito non fosse tutto avviato, fuori da quel labirinto di colline.
+Per intanto, rompevamo le staccionate dei prati, e facevamo cataste
+di legna intorno ai giovani pini che fiancheggiavano la carraia. A
+quelle cataste, essendo venuta la notte, appiccammo subito il fuoco:
+un’ora dopo avevamo l’avviso di poterci mettere in marcia. Un panico
+notturno, per lo scontro di due colonne, una delle quali aveva smarrito
+il sentiero e pareva venire dalla parte di ponte Molle, fece correre
+qualche fucilata. Ne seguì naturalmente un po’ di scompiglio. Il
+maggiore Burlando, giustamente interpetrando l’ordine che avevamo di
+proteggere la ritirata, pensò che la cosa non potesse farsi a dovere,
+se non ritornando tutti noi della retroguardia sui nostri passi. Fummo
+in mezz’ora al nostro accampamento del monte Sacro, tra le cataste che
+ardevano, malinconicamente sole.
+
+Io pensavo ai bei stratagemmi dei fuochi notturni con cui s’ingannano
+gli eserciti moderni, come s’ingannavano gli antichi, e cercavo di
+ricomporre nella mia memoria il quadro dei sarmenti accesi a Casilino,
+nella guerra tra Cartaginesi e Romani. Ma chi li aveva accesi?
+Annibale, o Fabio Massimo? Lì per lì, non sapevo. Ma altri pensieri
+vennero a distornarmi piacevolmente da quella ricerca erudita ed
+infruttuosa. Pensai di fatti che la mia bella giornata l’avevo avuta,
+ed intiera. Le tenebre regnavano intorno a noi, tanto più fitte nello
+sfondo della scena, quanto più vivi sul primo piano rosseggiavano i
+fuochi. Ma la giornata era stata singolarmente luminosa: rivedevo la
+campagna pianeggiante di là dall’Aniene, seminata d’illustri rovine,
+l’acquedotto Claudio, San Giovanni Laterano con la sua ordinanza aerea
+di statue, la cupola di San Pietro col suo globo d’oro, monte Mario
+coi suoi negri lancieri in vedetta, tutta la prospettiva della eterna
+città circonfusa d’una rosea luce vaporosa, traente all’oro, come nelle
+glorie dei quadri antichi. Giornata inutile ad altri, che misurano
+ogni cosa dagli effetti ottenuti; ma non inutile a me, che l’avevo
+goduta! E pensai che fosse stata fatta unicamente per me; ne fui grato
+a Garibaldi; gliene sarò grato fin ch’io viva, perchè veramente fu
+la prima e sarà certamente l’ultima giornata bella della mia vita;
+con lui, davanti a lui, senza folle importune a levarmene la vista;
+vicino a lui nel pericolo lungo, nel pericolo dimenticato tra i lieti
+ragionamenti, che mi parvero pregustazione dei colloquii d’Eliso;
+vicino a lui nella speranza, infine, e nel pieno gaudio dell’essere.
+Viva Garibaldi! e il monte Sacro abbia il più sacro dei miei ricordi,
+per lui.
+
+
+
+
+XIII.
+
+
+Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.
+
+
+Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non
+il bosco, poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della
+Cecchina. Ci mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte,
+guidandoci come possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella
+sequela di giri e diagonali che avevamo già percorsa nella notte
+antecedente. Fortunati abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di
+Castel Giubileo. Non isfuggirò l’occasione d’un bisticcio, dicendovi
+che per conto mio ci arrivai giubilando. Il maggiore, invece, era di
+cattivissimo umore, vedendo troppi fucili abbandonati sulla strada,
+e non bastando i nostri uomini a caricarseli tutti sulle spalle.
+Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi che intiere compagnie,
+nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di non voler più
+combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la notizia,
+che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per verità,
+non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla
+scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri,
+per contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato
+il campo, immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano
+il torto; ma con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che
+l’impresa di Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e
+più chiaramente, più solennemente, da un recentissimo proclama reale.
+Così noi, poveri reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il
+male, il malanno e l’uscio addosso.
+
+Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della
+strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi
+le notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente.
+La sera innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti
+avvertire i compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano
+risposto che sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata
+di pane. Noi ci eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al
+buio, credendo che fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro,
+avvedendoci solo al mattino della loro mancanza dalle file.
+
+Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono
+grida in lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro
+calare tre uomini! Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente
+Pozzo, che per tal modo ebbe la fortuna di dare al Generale i più
+freschi ragguagli, le più recenti notizie, che meglio non avrebbe
+potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si erano dimenticati nella
+stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li aveva turbati un suono
+di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il campo vuoto, i fuochi
+già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia di granate, che
+venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a pensarci più
+che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso, come noi
+altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano venuti a
+salvezza.
+
+— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta
+farina, avrete fatti i taglierini.
+
+— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....
+
+— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi
+altri, genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro. —
+
+Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del
+resto; tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso
+amorevole. Ma per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita
+la frasca, in quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla,
+poichè non s’era neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava
+volentieri coi genovesi; e volentieri, nelle ore quiete, passando
+davanti al loro accampamento, accettava due cucchiaiate di minestrone.
+Era genovese anche lui: nato a Nizza, sì; ma la madre era di Loano,
+e originaria di Cogoleto; il padre di Chiavari, e i suoi vecchi
+erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel giro di parecchie
+generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio, o i casi della
+repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e Genova, nel
+corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto, tra il
+Varo e la Magra.
+
+Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il
+Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte
+di vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse
+spillato a tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai
+che su quella strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo
+di che, avanti ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso
+dell’esercito era salito al paese; noi rimanemmo alla stazione,
+occupando un casolare abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti
+verso Fornonuovo.
+
+Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè
+potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per
+tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli
+semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu
+portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua;
+un paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre
+riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè
+non avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione
+riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco;
+effetto del paiuolo di rame, che non era stagnato.
+
+Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un
+allarme. Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi.
+Si avanzava, dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in
+quei pressi, una compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che
+proprio cascavano a noi, come la manna agli ebrei nel deserto. Li
+comandava un capitano Valle, di Sestri Ponente, ed erano in gran parte
+doganieri, bella gente, e bene armata. Il maggiore Burlando offerse
+loro d’incorporarli: accettarono, formando la quarta compagnia del
+battaglione.
+
+Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti
+ci voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo
+subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata
+nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio.
+Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di
+andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo
+che la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti
+più desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser
+altri; meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi
+figliuoli. Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci
+che paglia; ma quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal
+cuore. E poi, quando c’è la salute, c’è tutto.
+
+Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare
+i cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico
+da strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo
+moltissimi, al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi,
+e passo un’ora chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale,
+che è salito sulla torre del castello, a specolar la campagna. Egli
+non scende che sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col
+gesto, e accetterei con la voce, se il colonnello Basso, segretario
+di Garibaldi, non mi facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo
+intendo, ma sto zitto; intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso
+trova il modo di bisbigliarmi all’orecchio: — vieni pure, ma non
+accettar di mangiare con lui: non ha che una frittata di due ova.
+Seguo il consiglio del colonnello e i passi del Generale nella sala
+da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo (oh generosa
+bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.
+
+Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è
+di buon umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo
+modestissimo pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano,
+stabilito a Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro
+romano. È uno dei pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo
+dimentichiamo, ho da tre ore una sciabola, la mia Sitibonda del ’66,
+che m’ha portata quel giorno un amico da Genova, insieme con la mia
+vecchia divisa grigia e la mantellina nera di carabiniere genovese.
+
+Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni
+prima aveva settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma
+saranno tutti buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo
+tumultuario con cui sono stati accettati e avviati dalle diverse città,
+la poca o nessuna conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente
+nuova, raccolta a Terni e avviata in fretta al confine, ritorna spesso
+e volentieri sul tappeto, anzi sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco
+a poco, dice un pessimista.
+
+— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo
+come Leonìda. —
+
+Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già
+notato altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe
+amato udirsi chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno
+delle ombre, o delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci
+elisii, intravveduti dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione
+della nostra miseria, che se egli era capace di fare come Leonida,
+ci sarebbero voluti trecento Spartani, e risoluti al sacrificio, per
+fargli compagnia. Ma la storia non si ripete. Del resto, quarantott’ore
+dopo, su poco più di duemila combattenti, furono cinquecento che gli
+caddero intorno a Mentana. Come lezione all’Italia d’allora, non fu poi
+tanto male.
+
+Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle
+scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere,
+incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo
+attaccar moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa.
+Ma un cerino si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce
+riconobbi un amico, celebre avvocato bolognese, già deputato alla
+Costituente romana, allora deputato di Forlì al Parlamento italiano,
+Oreste Regnoli. Egli giungeva allora allora a Monterotondo, e si
+volgeva al quartier generale per aver notizie del campo dei Genovesi,
+e ritrovarci un suo giovane amico. Non poteva capitar meglio; il suo
+valoroso amico diciottenne l’avevo io nella mia compagnia, vivo e sano.
+
+— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti
+potrete vederlo. —
+
+Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata
+davanti al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto
+l’aria di un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al
+settimo filare, voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre,
+ci avviammo diritti al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel
+portone e su per una scaletta che metteva al piano superiore della
+casa, pestammo piedi e stinchi allungati, facendo attaccar moccoli
+d’ogni misura. Ma questi erano di fabbrica paesana; accidenti in chiave
+di casa. Altri dovevo sentirne lassù, nel quartierino, dov’erano gli
+amici in molta libertà, più che in maniche di camicia, quando giunsi
+in mezzo a loro ed annunziai una visita, e di un deputato per giunta.
+Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un concittadino, e la mia
+imprudenza fu subito perdonata.
+
+Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi
+del cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una
+buetta di tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la
+minestra, gli epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma
+vuota. Han sempre torto, gli assentì.
+
+— Ma non avete dunque anima? — gridai.
+
+— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in _gaudeamus_, al
+quartier generale. —
+
+Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per
+tutta cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.
+
+Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito.
+Che cosa si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi
+un’altra. Si pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la
+via del confine, quali per la bandiera che non era rossa, quali per
+il proclama reale che ci metteva al bando, o giù di lì, ma i più
+perchè avevano fiutata la impossibilità del vincere e non gradivano la
+prospettiva di marce e contromarce, di stenti e di privazioni, in una
+guerra di bande. Quanto a noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i
+nostri almanacchi: ci penserà il Generale; noi altri obbediremo, come
+si è fatto finora.
+
+Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato,
+che sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero
+tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni
+al confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere
+induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo
+potuto penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione,
+non avendo potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi
+lontani, dell’Acerbi a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse
+aspettare in armi, per qualche settimana ancora, lo svolgersi degli
+eventi, facendo base in qualche altro luogo, non più a Monterotondo,
+ma a Tivoli, sulle montagne dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo
+avuto quella sera, difatti, udendo che un colonnello doveva andare con
+tre battaglioni tra Monticelli e Sant’Angelo, che erano per l’appunto
+sulla strada di Tivoli: mi confermava il sospetto l’invio d’un
+battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare l’incontro della strada
+di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda, seppi che a Tivoli
+doveva andare la mattina seguente il colonnello Pianciani; senza gente,
+per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.
+
+— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo
+dov’era situata, poichè _etiam periere ruinæ_. Peccato che non abbiamo
+più con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto
+spiano. —
+
+Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava
+anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A
+che pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete
+tempo, mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici.
+E sia; eccoci in tribunale, anzi _pro tribunali_. Presiede questa
+volta il maggiore Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti.
+Sbrighiamo le nostre faccende; i processi son chiari; si tratta di
+qualche prepotenza in casa di privati, e le condanne son pronte: come
+poi le faremo eseguire, non avendo sicurezza di mantenere un nostro
+sistema carcerario, non so. Alle undici abbiamo finito; va ognuno
+pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione, uscito dalla cascina
+Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del castello.
+
+
+
+
+XIV.
+
+In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico.
+
+
+Racconterò io la giornata di Mentana? No, davvero. Brevemente, a sommi
+capi, in iscorcio, l’ho già fatto in altre pagine: distesamente non
+saprei, non potrei, non vorrei, dovendo lasciare un simile ufficio
+a narratori più autorevoli in materia, e meglio forniti di tutte
+le opportune notizie dei varii corpi impegnati. Ed anzi, volentieri
+mi fermerei qui, se non pensassi che le mie son note personali, di
+cose vedute, di sensazioni provate. In questa misura, adunque, e con
+queste restrizioni necessarie, accogliete il poco che io vi dirò, per
+compire la storia dei miei venti giorni di viaggio, che furono poi
+ventiquattro. Ma i rotti non contano, si danno per il buon peso.
+
+L’ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione genovese
+marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in fiancheggiatori.
+Con noi è un battaglione di Milanesi, comandato dal colonnello Missori.
+Così disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse mezz’ora giungiamo
+alle prime case di Mentana, accolti dall’inno: “_Si schiudon le tombe_„
+suonato dalla fanfara della colonna Frigésy. Quella musica piace poco;
+ad un illustre amico mio, che passa in quel punto a cavallo, non piace
+niente affatto. Per lui, essa è di mal augurio, non avendo avuto il
+battesimo del fuoco. Infatti, conosciuta dai volontarii quando già era
+finita la campagna del ’59, non fu suonata in Sicilia, nè sul Volturno,
+nè in Tirolo; non si è udita mai, se non nelle città, nei teatri, sulle
+piazze. Garibaldi, poi, ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito
+appresso, nelle sue simpatie, il “_Fratelli d’Italia_„ e più un inno
+del Rossetti: “_Minaccioso l’arcangel di guerra_„ che i suoi legionarii
+cantavano nel ’49, a Roma e a Velletri. Ma basti di ciò; anche l’inno:
+“_Si schiudon le tombe_„ ha avuto il suo battesimo a Mentana; triste,
+se vogliamo, ma solenne, e non è più il caso di tornarci su, poichè il
+sacramento è indelebile.
+
+Io m’ero accostato a Mentana senza sospetto. L’andata pacifica
+del Pianciani a Tivoli mi prometteva una marcia tranquilla: nè
+il mio ragionamento interiore poteva esser turbato dal fatto dei
+fiancheggiatori, essendo costume d’ogni esercito in marcia, su
+territorio conteso, di aver fiancheggiatori e avanguardia. Noi, dopo
+tutto, facevamo una marcia di fianco, pericolosa sempre la parte sua,
+richiedente diligenza somma e celerità singolare. La diligenza si
+usava: la celerità veniva di costa. Ma le parole dell’amico, che mi
+era passato accanto, seguendo il Generale, mi avevano reso pensieroso.
+Esposi i miei dubbi al maggiore; e il maggiore si contentò di
+rispondermi:
+
+— Ma che? credevi proprio che andassimo a nozze?
+
+Eppure, guardate, l’aspetto della cosa era quello. Mentana era in
+festa, sul nostro passaggio, e tutto ci sorrideva dintorno. Già, per
+sè stessa, Mentana è una borgata simpatica, con case basse e pulite,
+fiancheggianti una via romanamente lastricata, che va serpeggiando per
+una insenatura di monte. Sulla nostra sinistra, passata una chiesina
+campestre, il monte fa una conca dietro la fila delle case, abbastanza
+vasta per accogliere senza danno della prospettiva due o tre grossi
+pagliai, e per istendersi in una lunga prateria che va fuori del paese
+verso una piccola eminenza, su cui è murata una casa padronale, la casa
+della Vigna Santucci. Sulla destra, e dietro all’altra fila di case,
+il monte si rompe in greppi, vallette e burroni, che portano al Tevere
+l’acqua di otto o dieci rigagnoli. In capo al paese e sulla sinistra,
+la fila delle case s’innesta in un vecchio castello con negri torrioni,
+tra i quali, dalla parte di Tivoli, si stende la cortina sormontata
+da un largo terrazzo, donde una frotta di donne sventola le pezzuole,
+i fazzoletti, gridando il buon viaggio a noi che passiamo spediti.
+Salutiamo le donne, salutiamo Mentana, salutiamo l’antica Nomentum di
+cui essa è l’erede, e tiriamo di lungo. Abbiamo fatto a mala pena un
+centinaio di passi, e vediamo accorrere verso di noi un biroccino, e
+sul biroccino una donna. Allarghiamo le file per lasciarla passare.
+È rossa in volto, ha negli occhi il terrore; e passa, gittandoci una
+frase:
+
+— _Ce so’ lì papalini, ce so’!_ —
+
+— Ah, davvero? — Il maggiore si volta a me, per darmi un’occhiata; e
+l’occhiata significa: — che cosa ti dicevo io?
+
+Ancora un centinaio di passi, e sentiamo una fucilata. Sì dubita di
+aver male inteso; ed eccone una seconda, che conferma la prima. I
+fiancheggiatori, sulla nostra diritta, hanno dunque incontrato il
+nemico? O il nemico ha tirato su Garibaldi, che cavalca sempre alla
+testa delle sue avanguardie? Affrettiamo il passo, ci mettiamo alla
+corsa. Ad una svolta della strada vediamo Garibaldi e il suo stato
+maggiore che salgono una collina, afferrando il colmo, dov’è la casa
+di Vigna Santucci. Noi, genovesi e milanesi, guidati dal Guerzoni che
+accorre con ordini del Generale, coroniamo un’eminenza a sinistra,
+facendo fronte ad un’altra, donde ci viene la fucilata, e che riusciamo
+ad occupare, ma senza poterla tenere lungamente, tanta è la forza che
+abbiamo di contro. Ci vien fatto nondimeno di sostenerci saldamente
+due ore sulla collina primamente occupata, stendendoci anche a coprire
+la Vigna Santucci; opponendo scarsi fuochi ma risoluti alla fitta
+grandinata onde ci bersaglia il nemico. Ma lassù, tra Vigna Santucci
+e Romitorio (questo nome mi è rimasto nella mente accompagnato
+all’immagine della eminenza sulla nostra diritta) non siamo che tre
+battaglioni distesi in catena. La nostra linea, già interrotta dalla
+strada maestra, ha presto altre soluzioni di continuità, che non
+possono essere colmate. Le teste di colonna di Merlotti e del Frigésy
+hanno da far fronte a sinistra, donde, precedendo coperti alla lontana,
+si sono avanzati altri battaglioni nemici, tentando di avvilupparci.
+E dura aspramente la lotta; una lotta in cui Garibaldi, Menotti,
+Ricciotti, Stefano Canzio, personalmente s’impegnano contro zuavi,
+antiboini e cacciatori esteri. Intanto, sopra una collina di destra
+si è riusciti a portare la nostra artiglieria: i due pezzi guadagnati
+a Monterotondo, che sono un obice e un cannone rigato da otto, ma che
+avranno tra tutt’e due a mala pena una trentina di cariche. Facendo
+volata sul paesello, la nostra artiglieria incomincia a sfolgorare
+le colonne nemiche irrompenti a sinistra. Di là quattro pezzi in
+batteria prendono tosto a rispondere. Le riserve pontificie, girando la
+posizione, mirano a pigliarci di fianco; alcune eminenze importanti san
+prese, perdute, riprese, perdute ancora. Nel paese di Mentana, presso
+il castello, facciamo le barricate, lasciandoci il maggiore Federico
+Salomone con la sua gente e con mezza compagnia dei nostri. Garibaldi
+stesso, che è da per tutto, accorre a vedere come si tenga quel passo.
+Ricordo che in quel punto, volendo egli affacciarsi, gli si pianta
+davanti il capitano Carlino Nicotera, con la mano al morso del cavallo,
+gridando: “Generale, fatemi fucilare, ma non andrete più avanti.„
+E lui a sorridere: sulle prime pareva disposto a contentarlo; indi
+proseguì allo scoperto, dove grandinava più fitto; stette un momento
+a dar ordini, poi voltò il cavallo e corse sulla sinistra, dove noi io
+seguimmo, verso i pagliai. Colà si era molto avanzato, troppo avanzato,
+il nemico.
+
+La presenza del Generale rianima i suoi. Menotti, Canzio, Ricciotti,
+Bennici, Bezzi, Missori e tanti altri hanno raccolto quanta gente
+han potuto: con essa irrompono sulla prateria. Al grido: “Garibaldi!
+Garibaldi!„ è una maraviglia di carica vittoriosa, la più bella che io
+abbia veduto mai. Paga per tutti il reggimento degli zuavi, che si era
+fatto avanti il primo, e che è scompigliato, sbarattato, disfatto dalla
+ondata irruente. Più in là, verso il colmo di una collina, vediamo
+fuggire a spron battuto uno stuolo di cavalieri luccicanti al sole;
+forse il generale nemico, che era venuto innanzi col suo brillante
+stato maggiore, credendo vinta per lui la giornata. Giuochi di fortuna!
+Che sia nostra davvero? Fu allora, per l’appunto, che un illustre
+amico, ritornando dalla sua carica vittoriosa, mi passò accanto co! suo
+bel sorriso costante sul labbro, e mi lasciò cadere questa frase:
+
+— Ti ho detto tre ore fa che si cominciava male; vedrai che finisce
+bene. — Ah, foss’egli stato profeta! Ma tutto diceva di sì, in
+quel momento felice. Mentana era liberata; Vigna Santucci ripresa. Per
+tutto il campo erano feriti sparsi, alcuni dei quali, al passar dei
+soldati con le baionette spianate, gridavano: _ne nous tuez pas_.
+
+Furono tutti rispettati, lo affermo con giuramento. E poichè sono a
+parlare di me, lasciatemi vantare; è la debolezza del soldato, quando
+racconta. Di quei feriti ne raccolsi uno, i cui occhi si erano fissati
+ne’ miei, con una espressione dolorosa e supplichevole; e lo feci
+trasportare sulle braccia di due commilitoni miei, all’ambulanza della
+vicina chiesuola. Era un caporale; così almeno mi parve, da un nastro
+giallo che gli girava a staffa sul dosso della manica: aveva delicati
+i lineamenti del volto, di tipo schiettamente francese, quantunque i
+basettini fossero neri, e neri i capelli, un po’ radi sulla fronte.
+Mi sorrise malinconico, in atto di ringraziamento, ed io m’interessai
+vivamente a lui, accompagnandolo un tratto, fino al pendio ella
+collina. Quanto gli sarà giovato il mio piccolo aiuto? Aveva una palla
+in petto e il pallore della morte sul volto. Pensai alla sua gioventù;
+pensai a sua madre. Ah, povere madri, in tempo di guerra! povere madri,
+se in quei momenti un’idea non le sostenesse, e non le affidasse una
+speranza lontana! Ed ancora pensai che insieme con soldati francesi,
+otto anni prima, avevamo fatta una guerra fortunata; che con altri
+zuavi avevamo barattate fraternamente le spoglie, per ballare insieme
+sulle piazze dei borghi di Lombardia, da Gorgonzola a Treviglio, da
+Coccaglio a Brescia, da Ponte San Marco a Desenzano. Perchè così
+mutati in otto anni gli spiriti? E ancora non sapevo che dietro a
+questi francesi, arruolati nell’esercito pontificio, venivano a masse
+compatte, girando largo dietro le colline, i francesi dell’esercito
+imperiale, per entrare in azione sulla nostra sinistra, mentre noi
+vittoriosi di un’ora, in quella vittoria avendo messo tutte le forze
+nostre, non avremmo avuto più nulla da opporre, più nulla!
+
+Fu quello che avvenne. Procedevano i nostri su Vigna Santucci, quando
+sulla sinistra, e quasi dietro a noi, cogliendoci di rovescio,
+apparvero nuovi battaglioni sui poggi; non avvertiti sulle prime,
+creduti amici alla riscossa. Ma qualche fucilata ci avvertì dell’esser
+loro; i cannocchiali, puntati da quella banda, non lasciarono
+più dubbio; si riconoscevano anzi, ai pantaloni rossi, i soldati
+dell’esercito imperiale. Fu allora necessario dar dietro, far
+conversione a sinistra, per opporci al nuovo pericolo, così perdendo
+i frutti della carica vittoriosa. Ma qui ben presto occorreva uno di
+quei fenomeni tanto frequenti in guerra, e presso tutti gli eserciti.
+Mentre le prime schiere facendo fronte al nuovo nemico resistevano
+virilmente, e già cominciavano a tenerlo in rispetto, le ultime schiere
+ingrandendosi il pericolo, non vedendosi forse sostenute alle spalle,
+si lasciarono cogliere da un improvviso sgomento, si ritirarono a
+scompiglio verso la chiesuola dell’ambulanza, all’estremità del paese.
+Invano gli ufficiali con le sciabole in aria tentano di fermare quella
+valanga della paura. Invano il Generale, accorrendo, tenta di rianimare
+quel branco di fuggiaschi; invano li rimprovera con aspre parole. —
+Prima di scappare, voltatevi almeno a vedere chi v’insegue, vigliacchi!
+— grida egli furente. Ma invano, ho detto e ripetuto: costoro fuggono,
+fuggono, fuggono, lasciando tutto scoperto il terreno e con esso il
+lato sinistro del paese, con forse cinquecento uomini tagliati fuori
+nel suo abitato.
+
+Tra la chiesuola dell’ambulanza e la collina di sinistra, donde i
+nostri pezzi senza munizioni son costretti a tacere, la strada verso
+Monterotondo si fa alquanto più stretta. Una carretta d’artiglieria,
+rimasta là a caso, fa un po’ d’impedimento al passaggio. Garibaldi
+si è fermato là, col cavallo; non ci sarebbe dunque, modo di passare.
+E nondimeno la fiumana dei fuggenti riesce a dilagare intorno a lui,
+scavalcando e magari rompendo le siepi. Ogni buon volere è impossibile,
+superato e travolto ogni ostacolo; grande fortuna se quella paura
+potrà rallentarsi più indietro, essere ravviata, trasformata ancora
+in eroismo. Garibaldi tenta ancora questo miracolo, mentre lo seguono
+i suoi ufficiali, in parte appiedati. Vedo Menotti, a cui è stato
+ucciso il cavallo, ferito egli stesso alla coscia, venire in giù,
+torbido nel viso, colla sua rivoltina nel pugno. Quello almeno va al
+passo, come piace al De Roa. Anch’egli dopo qualche istante si ferma,
+volendo opporre qualche manipolo di volenterosi all’avanzar del nemico.
+Si esce dalle siepi, si formano quadriglie, si riprende la fucilata.
+Dalla parte nostra son due brandelli di compagnie: le altre due, o i
+brandelli delle altre due, rimasero al maggiore Burlando entro Mentana.
+Su noi il nemico vien lento, ma senza esitanza; facendo le quadriglie,
+fermandosi una a sparare, poi l’altra venendo innanzi a coprirla, e
+così via: regolarità di movimenti che ammazza!
+
+E ancora bisogna indietreggiare. Oramai si fa il colpo di fuoco per
+l’onore, non più per la speranza di vincere. Ad un certo punto c’è da
+saltare una ripa; si casca gli uni sugli altri; io sotto a parecchi, e
+temo, al dolore acuto che provo, di essermi spezzata una gamba. Non è
+niente; sono un po’ indolenzito, ed anche ferito, poichè sono caduto
+sul filo della sciabola, che tenevo impugnata colla sinistra, sotto
+la guardia. La mia Sitibonda si è abbeverata finalmente di sangue,
+e del mio. I commilitoni mi rialzano da terra; riconosco Ettore
+Ballerà, Luigi Domenico Canessa, un Arduino. Essi mi sollevano, mi
+trasportano un po’ sulle braccia fraterne, fino a tanto non mi cessa
+il dolore. Il Canessa s’incarica di portare anche la mia sciabola:
+gliel’ho poi regalata, come cinque ore prima avevo regalata la mia
+rivoltina al tenente Graffigna, che non aveva nulla, per insegna di
+comando, neanche un bastone, Fortuna diversa delle armi! La rivoltina
+passò ai Pontificii, poichè l’amico Graffigna, rimasto in Mentana, fu
+fatto prigioniero la mattina seguente. La spada andò tre anni dopo in
+Francia, ma libera, in difesa di quella generosa nazione, nel piccolo e
+glorioso esercito dei Vosgi.
+
+Seguitiamo a ritirarci, con le quadriglie francesi a cinquanta passi
+da noi, al fragore dei loro _chassepots_ che fanno veramente prodigi.
+Guai se quella gente dilaga, giungendo prima di noi a Monterotondo,
+che è in vista oramai! Ma no; ecco Garibaldi ancora, Garibaldi con
+un centinaio di uomini, alla riscossa. È gente nuova, o avanzo della
+vecchia, ch’egli è riuscito a rianimare pur ora? Mi par di sentire,
+giungendo ad afferrar la spianata, ch’egli ha trovate e prese con sè
+le due compagnie lasciate di guardia alle carceri. Chiunque siano,
+ben vengano. Si avanzano con le baionette spianate; un po’ balenanti,
+mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in quel momento supremo.
+Lo vede ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce sanguigna del
+tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco del
+suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana;
+risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva
+fatto insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata,
+gridando con voce vibrata:
+
+— Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire
+a morire con me?
+
+Alcune parole genovesi, augurali, e non di fortuna, accompagnavano
+la frase italiana; ma la voce si abbassava di un tono, dicendole;
+mentre era scandito, accentato con fiera progressione il “con me„
+ferma l’intonazione e accennante un disperato proposito. L’uomo era
+solenne, e solenne il momento. E tutti allora i reduci sfiniti, i
+cadenti spettatori della scena terribile, si strinsero ai fianchi di
+quel cavallo, confondendosi con quelle due compagnie, travolgendole,
+precipitandosi con lui nella strada. La carica della disperazione
+ottiene l’intento; il nemico si arresta, si ritira, facendo fuoco di
+dietro alle siepi. Garibaldi vorrebbe proseguire; ma a qual pro? A che
+gli servirebbero, fin dove, quei dugento uomini che porta in mezzo alle
+schiere nemiche?
+
+L’occhio vigile di Stefano Canzio ha precorso il pericolo. L’animoso
+ufficiale coglie il momento opportuno del nemico arrestato, si gitta
+alla testa del cavallo e ne afferra le redini, gridando con voce di
+amoroso rimprovero, ma donde trapelano tutte le collere addensate da
+un’ora:
+
+— Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?
+
+Ho veduto, ho sentito: il ripetuto “per chi?„ fu quello che vinse
+l’animo di Garibaldi, serbando il suo cuore, il suo braccio, il suo
+nome, alla gloria di una sublime vendetta.
+
+
+
+
+XV.
+
+Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita.
+
+
+Non facilmente s’era piegato l’eroe. Aveva data in giro un’occhiata
+leonina; aveva abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso
+“avete ragione„ in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia,
+chiudendo molte discussioni e mostrando il lavoro interiore che si
+faceva rapidamente nel suo nobile spirito; poi aveva dato ancora uno
+sguardo lungo e profondo in quella penombra della strada contornata
+di siepi, onde balenavano i lampi della moschetteria contro lui
+invulnerabile. Nè, ritiratosi lentamente di là, avrebbe voluto cedere
+il campo. Non erano ancora di là da Mentana, sulla strada di Tivoli, i
+tre battaglioni mandati la sera innanzi ad occupare Sant’Angelo? Perchè
+non si erano mossi? perchè non erano accorsi al cannone? e perchè,
+finalmente, non avrebbero potuto attaccare nella notte, aiutando così a
+ripigliar l’offensiva?
+
+Un giovane e bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si
+offerse all’incarico di andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo
+del piccolo esercito; per una via laterale nei campi, se ancora non
+c’erano dilagati i nemici, poteva giungere in mezz’ora a Sant’Angelo.
+Detto fatto, mise il cavallo a galoppo dietro la cascina Villerma:
+fortunato, passò sulla destra del nemico, salutato dalle fucilate
+innocue d’una compagnia che il suo passaggio aveva sorpresa: era giunto
+dal comandante dei tre battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze
+erano state divise, accantonate per compagnie nei casolari sparsi,
+non pure di Sant’Angelo, ma di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci
+sarebbero volute ore ed ore, a raccogliere quella gente; e neanche,
+dopo tanti esempi dolorosi, era da sperare che si potesse venirne a
+capo.
+
+La sera intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso,
+e dei tre battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora
+tarda, dopo avere inutilmente specolato dalla torre del castello
+Piombino, Garibaldi si arrende alla evidenza delle cose, ai consigli di
+tutti i suoi ufficiali, e comanda la ritirata.
+
+Ne avemmo notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi,
+che ci eravamo raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento,
+e stavamo pensando per l’appunto a mandare qualcheduno di noi per
+chiedere istruzioni al comando. Ci avviammo allora alla piazza maggiore
+del paese, dov’era tuttavia la carrozza del Generale, che per aiuto
+nostro riuscì a passare da porta Pia, allora allora asserragliata
+di botti. Nella carrozza non era Garibaldi, per altro; c’era Alberto
+Mario, sottocapo di stato maggiore, il capitano Adamoli e il padre di
+lui, vecchio patriota, venuto proprio quel giorno ad abbracciare il
+figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per cortesia di Alberto.
+I miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono essi che disfecero
+la barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario per lasciar
+passare la carrozza.
+
+La discesa fu triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata
+di poco la stazione della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata
+ugualmente taciturna, avviata come noi al confine.
+
+— Generale, siamo qua; — disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; —
+vuol salire?
+
+— No, grazie; — rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di
+cavalieri ammantellati; — andate pure, vi seguiamo.
+
+La carrozza procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed
+anche per non istancar troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che,
+dopo tutto, il freddo della notte faceva più svelti alla corsa. Giunti
+a Passo Corese, smontammo ad una casetta alcuni passi distante dal
+confine. Bevetti colà poche gocce d’acqua; le prime, dopo tante ore
+di fatica. E passammo il ponte, accolti fraternamente dai granatieri
+del colonnello Caravà, che ci offersero quanto avevano. Ringraziammo,
+non accettando nulla: tanto poteva più l’amarezza che la fame. Sapemmo
+allora che nella giornata i soldati dell’esercito regolare avevano
+disarmato via via duemila volontarii, ripassanti il confine.
+
+— A che ora? — domandai all’ufficiale che ci dava la notizia.
+
+— Fra le due e le quattro; — mi rispose.
+
+Molte cose si spiegavano allora. Aveva ragione l’ufficiale pessimista,
+che due giorni innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale,
+aveva detta così crudamente la sua opinione su tanta parte delle
+nostre forze in campagna. Se quei duemila fossero rimasti nelle file,
+sarebbero giunti in azione al momento opportuno di slanciar le riserve.
+Erano alla coda, forse ancora a Monterotondo, udendo il fuoco d’inferno
+che si faceva a Mentana; avevano pensato ai casi loro, e risoluto di
+conservarsi per giorni migliori. Ottima gente! e non essi soltanto, che
+se n’erano andati, ma anche le molte migliaia che se n’erano rimaste a
+casa! Intesi allora anche meglio la forza di un ragionamento del mio
+amico Stefano Canzio. “Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per
+chi?„ Del resto, chi sa? forse è bene che le cose andassero allora
+così. Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo: la filosofia insegna a
+sopportare molte noie; e si sopportano più facilmente le cose che non è
+dato cangiare.
+
+ _Durum; sed levius fit patientia_
+ _Quidquid corrigere est nefas._
+
+Ah, ecco da capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe
+annunciarci vicino il Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là,
+padrone della strada ferrata, facendo da capostazione. Mi vide, mi
+abbracciò, senza tanti discorsi mi condusse al marciapiede d’asfalto,
+e mi ficcò in un compartimento di prima classe, dove c’era già un
+ufficiale inferraiolato, in atteggiamento di riposo. Credetti che
+l’amico mi mettesse là dentro al caldo, perchè schiacciassi un
+sonnellino; ma no, faceva dell’altro, l’amico. Dopo due o tre minuti
+spesi a dar ordini, venne ancora a salutarmi, a darmi il buon viaggio;
+chiuse egli stesso lo sportello, accostò un fischietto alle labbra
+e ne cavò un suono acuto; la macchina rispose sbuffando, il treno si
+mosse crocchiando, e volò via in direzione di Terni. Com’era andata?
+Evidentemente, ero capitato là nel momento buono. Ad ogni modo, quella
+partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi ancora, quando ci
+penso, mi par di sognare.
+
+Il mio compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della
+lampada, era Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere
+rivali (la solita storia che bisogna dire quando i due nomi si
+associano) viaggiarono di buon accordo fino a Terni. Ma si fecero poche
+parole, quella notte; l’amico era ferito al braccio, e quantunque la
+ferita non fosse grave, gli pizzicava un po’ troppo: del resto non era
+momento da discorsi allegri. Gaio compagno in altri tempi, il Tironi;
+sempre ricco di belle fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di
+lui un aneddoto, e lo metto qui, in mancanza di una conversazione che
+tra noi in quel momento necessariamente languiva.
+
+Un giorno, Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben
+ricordo, o in altro paese vicino, era stato accolto col suo seguito
+nella casa del sindaco. Da un pezzo erano là, e non si parlava mai di
+andare a pranzo, nè si vedevano i segni precursori d’una chiamata a
+tavola. Gli ufficiali incominciavano a mormorare; qualcheduno accennava
+già di voler uscire, per andare a trovare un’osteria.
+
+— Lasciate fare a me, — disse Augusto Tironi, — parlo io al padron di
+casa; voglio esplorarne l’animo. —
+
+L’idea parve temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di
+voler dare da pranzo; poteva benissimo non averci pensato e non aver
+provveduto; nel qual caso una domanda importuna poteva turbargli lo
+spinto.
+
+— Ma con garbo, veh! — dissero dunque al Tironi. — Pensa che siamo i
+suoi ospiti.
+
+— Non dubitate, conosco le leggi.
+
+E si mosse, andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che
+andava e veniva per le stanze, fece un sorriso amabile a quel gran
+giovanotto dalle spalle quadre, dalla carnagione bianca e dai capelli
+rossi, che pareva balzato fuori da un quadro di Paolo Veronese.
+
+— Signor sindaco — incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta
+interrogazione che gli faceva quell’altro con gli occhi, —
+
+ .... e l’ora s’appressava
+ Che il cibo ne solea essere addotto,
+ E per suo sogno ciascun dubitava.
+
+— Oh, non dubiti, non dubiti! — si affrettò a rispondere il sindaco.
+— È stata colpa della cuoca, che non ha saputo calcolar giusto,
+preparando per tanti; fra cinque minuti si dà in tavola. —
+
+Mi separai da quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo
+sentito che in un carro di merci, che doveva esser aggiunto al treno,
+erano tre compagni genovesi, feriti a Monterotondo. Andato con loro
+nella paglia, ebbi la fortuna di esser utile, telegrafando ad un
+illustre chirurgo d’una grande città, per la quale dovevamo passare.
+L’insigne uomo venne infatti ad aspettarci alla stazione; visitò i tre
+feriti, diede consigli da pari suo e conforto di buone speranze.
+
+A quella stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi
+strapparono dal treno e mi condussero in città. D’uno tra essi indossai
+gli abiti, lasciando per una sera le mie spoglie soldatesche; e poco
+dopo, vedete stranezza! in una poltrona, a teatro, assistevo alla
+rappresentazione di un’opera in musica. Mai l’arte dei suoni mi parve
+più bella; mai ebbi dalle sette note una commozione più viva.
+
+In Francia, lo ha detto un francese, _tout finit par des chansons_. Io,
+in Italia, finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica
+eccellente. La vita è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente
+allegra, a teatro! tante belle dame sorridenti nella mezza luce dei
+palchetti ai cavalieri galanti, dai guanti grigi perlati e dai candidi
+petti di porcellana! Niente di nuovo, niente di grave era accaduto in
+Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale? per chi?
+
+
+ FINE.
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+ PAG.
+ I. Come si esce da Genova. Gerolamo Costa
+ e Giovan Battista Parodi. Dalla
+ “bella Ninin„ 4
+ II. Da Quarto a Firenze. L’entrata alla
+ Tappa. Nella Galleria degli Uffizî 14
+ III. Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai
+ Vespri Siciliani. Calessata
+ musicale 26
+ IV. Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini.
+ Cose antiche e moderne 38
+ V. Trecento uomini sulle braccia. La cascata
+ delle Marmore. Poesia d’un
+ viaggiatore e prosa d’un cicerone 49
+ VI. Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano.
+ L’_eureka_ dello stomaco. Le
+ spose Sabine 62
+ VII. La bella gigantessa. Fermate ed ansie di
+ Torricella. Giungono i fucili
+ e passa Garibaldi 75
+ VIII. Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali.
+ Il passo difficile e l’augurio del
+ doganiere. Ricordo di Pietro Cossa 87
+ IX. Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il
+ ministro di Falconara. Ci siamo 99
+ X. La gran notte di Monterotondo. Ritratti
+ garibaldini. Il capitano Uziel 111
+ XI. Un fraticello domenicano. I casi sacri
+ di Fornonuovo. Da Fidene alla Cecchina 124
+ XII. Sul monte Sacro. Favola antica e storia
+ moderna. La mia bella giornata 134
+ XIII. Da capo a Monterotondo. I trecento di
+ Leonida. Digiuno d’Ognissanti 145
+ XIV. In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale.
+ Momento epico 155
+ XV. Triste partenza. Il convoglio miracoloso.
+ Contrasti della vita 166
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] Due bravi amici morti; il primo a Buenos-Ayres, dove era andato ad
+esercitare la sua arte salutare, ottenendovi buon nome; il secondo a
+Digione, combattendo da valoroso nel 1871.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***