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+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***
+
+
+ Per il XXV anniversario di Roma capitale
+ (1895)
+
+
+ Con Garibaldi
+ ALLE PORTE DI ROMA
+ (1867).
+
+
+ RICORDI E NOTE
+
+ DI
+ Anton Giulio Barrili
+
+
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+ Milano
+ FRATELLI TREVES, EDITORI
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+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA.
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+ Riservati tutti i diritti.
+
+ Milano. Tip. Fratelli Treves.
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+
+
+
+_Con Garibaldi! Ma sai che i posteri c’invidieranno? a taluno di più
+fine sentimento (spero ben non ne sarà perduta la semenza) si vorrà
+augurare d’esser morto sepolto da un secolo, o da due, pur d’essere
+vissuto dieci anni nella luce eroica di quell’uomo grande e forte,
+semplice e buono, che in sè aveva raccolte le virtù civili di Fabrizio
+e le militari di Cesare._
+
+_Frattanto, come so e posso, io pago un tributo d’onore ai morti e
+ai superstiti delle memorabili geste, da Nerola a Monterotondo, e
+da Casal de’ Pazzi a Mentana: lo pago, ricorrendo il XX Settembre,
+che è da un quarto di secolo il giorno felice della restituzione di
+Roma all’Italia; ond’io collego i casi dell’avversa con quelli della
+prospera fortuna, non ignorando che i primi han preparati i secondi, e
+sapendo bene che dove il voto di tutti è compiuto, i lagni antichi non
+valgono e il dimenticare è virtù. Lo aveva cantato anche il “Romancero
+del Cid„, e in tempi assai meno graziosi dei nostri:_
+
+ _Porquè donde presiede amor_
+ _Se olvidan muchos agravios._
+
+_E tu, caro Stefano, ama sempre il tuo_
+
+ _Genova, settembre 1895._
+
+ ANTON GIULIO BARRILI.
+
+
+
+
+ _Al generale Stefano Canzio._
+
+
+_Questi ricordi giovanili vengono a te, compagno di adolescenza, amico
+di tutta la vita: vengono a te, ti parlano di giorni cari, sebbene
+non così fortunati come altri ed altri ond’erano stati preceduti.
+Ma li faceva lieti di austera grandezza il Tevere largo, scorrente
+tra le ripe sabine ed etrusche, con la sua Roma assisa là in fondo;
+tanto bella a vedere dalla vasta campagna, ove il deserto medita e par
+sempre che aspetti; tanto bella a’ miei occhi, tanto desiderata e da
+lontano allegrante i cuori, che questo libro, in cui ella è veduta in
+tal forma, io lo avrei voluto intitolare “Scampagnata epica„; e solo
+me ne trattenne il pensiero dei mille fratelli d’arme, al cui occhio,
+cercante Roma, i bei giorni della magnifica impresa furono anche gli
+ultimi della vita._
+
+_Tu ami lo spazio libero, le vie larghe davanti a te, dove fretta di
+contemporanei non faccia di gomito e non incalzi alle spalle, avida
+di scavalcare, impaziente di giungere. Laggiù eravamo assai meno a
+correre; e nessuno, o mio Stefano, ti contendeva il posto d’onore.
+Quello era il buono; tutto l’altro, e l’istessa vita, quanto è lunga,
+non vale, il bel sogno che possiamo evocare, a ristoro dell’anima. Ed
+io ti evoco qui, non una storia di fatti, che troppo sarebbe per me,
+ma una serie di grate sensazioni, con la visione assidua del divino
+Garibaldi e il calor vivo della sua benevolenza paterna._
+
+
+
+
+CON GARIBALDI
+
+ALLE PORTE DI ROMA
+
+
+
+
+I.
+
+Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla
+“bella Ninin„.
+
+
+Queste sono note di viaggio, non vogliono essere altro che note,
+tirate giù alla buona, frettolosamente, finchè la memoria aiuta, per
+non perdere il filo delle cose vedute, per aggiungere qualche ricordo
+personale, col suggello del vero, a più nobili e più ordinati racconti.
+
+Si va a Roma, lettori, o si tenta di andarci. Il viaggio, come sapete,
+prima del Settanta era piuttosto difficile. C’erano troppi, e potenti,
+che non volevano andar essi, e lo proibivano con tutte le forze loro a
+chi ne aveva voglia; donde stiracchiamenti, urti, malumori, guerre in
+famiglia; insomma, una vita da cani. Rallegriamoci che le cose si siano
+un bel giorno mutate, o non ci fermiamo a ragionarne di più.
+
+Per le necessità del racconto vi dirò solamente che nella estate del
+’67, tra coloro che non volevano lasciarmi partire da Genova per andare
+a Roma, c’era il conte Nomis di Cossilla, prefetto, e il cavalier
+Verga, questore; due ottime persone, ma cocciute a quel modo. Sui primi
+giorni dell’ottobre, quando in me si era fatta più forte la voglia, il
+cavalier Verga, incontrato in una casa di amici, mi aveva detto col suo
+solito garbo signorile, ma con altrettanta sicurezza di accento:
+
+— Lei non andrà, e i suoi amici nemmeno. Del resto, che cosa andrebbero
+a fare, senza Garibaldi? —
+
+Infatti, la prospettiva non era punto allegra. Il Generale, arrestato
+a Sinalunga, portato di là in Alessandria, era stato ricondotto nella
+sua Caprera, dove il governo lo custodiva con due navi da guerra.
+Intanto, di là dal confine Umbro, su quella terra che san Pietro non
+sognò mai di possedere (egli a mala pena padrone di una paranzella sul
+lago di Galilea) erano incominciate le busse. Ma i nostri volontarii, i
+così detti insorti dell’Agro romano, erano pochi, assai pochi, male in
+armi e peggio in arnese. Non c’era modo di andare in grossi drappelli
+ad aiutare quei pochi, che avevano passato il confine quando era meno
+diligente la guardia, e lo stato della insurrezione poteva compendiarsi
+in questa frase, che le bande stancavano il nemico, ma più ancora
+sè stesse. La prodezza e la costanza erano ammirabili; ma pur troppo
+quelle due belle virtù non potevano tener luogo di scarpe, di coperte
+di lana, di cartucce e di pane; quattro cose altrettanto necessarie al
+soldato.
+
+“Roma o morte„ si gridava frattanto, nelle dimostrazioni quotidiane,
+per tutte le città maggiori del regno. Bisognava andare in aiuto
+ai compagni, per tener vivo il fuoco. Garibaldi sarebbe un giorno o
+l’altro venuto in campo, a rinnovare i suoi prodigi; Stefano Canzio, la
+cui rara energia di propositi doveva meritargli l’appellativo di “noto„
+nei carteggi governativi, si adoperava intorno a un disegno di fuga,
+con affetto di congiunto, con devozione di soldato, e nessuno dubitava
+che l’impresa, quantunque difficile, avesse a sortire buon esito.
+Bisognava andare, andar subito; ma come?
+
+Alla spicciolata, sicuramente. Ma anche alla spicciolata, bisognava
+indovinare la strada buona. Per Alessandria e Bologna si andava
+speditissimi, aiutando il vapore: ma alla stazione di Genova vigilavano
+guardie e carabinieri; le facce garibaldine erano presto riconosciute
+e cacciate indietro senza misericordia. “Lei non andrà, e i suoi amici
+nemmeno„; lo aveva detto il cavalier Verga, e manteneva la parola.
+Quanto alla via di mare, le stesse difficoltà; ogni visita a bordo
+dei vapori in partenza per Livorno e per Napoli, rimetteva a terra i
+viaggiatori sospetti. Per uscire da Genova restava la via più lunga,
+quella di Chiavari, dove non si andava ancora in istrada ferrata. Ma le
+diligenze avevano l’ufficio e lo scalo in piazza San Domenico: ad ogni
+partenza la questura visitava il registro dei viaggiatori, assisteva
+all’imbarco, fiutava la sua gente, e non c’era verso d’ingannarla con
+barbe finte, con parrucche gialle, con occhiali verdi, o con altre
+invenzioni dell’antico repertorio.
+
+Pure l’amico mio Antonio Burlando, con cui avevo fatto conto di
+partire, non disperò di trovare una gretola. — Vedrai che si va, — mi
+disse, — e per la via di Chiavari, in barba al signor Verga. Lascia
+fare a me; ho il mio piano in testa.
+
+Il piano del mio maggiore non istette molto a venir fuori. La mattina
+del 12 ottobre, due amici suoi, saviamente scelti con due cognomi
+dei più comuni a Genova, un Costa e un Parodi, andavano ad iscriversi
+per due posti di _coupé_ nella diligenza di Chiavari. All’ora della
+partenza, sotto gli occhi dei vigili, capitavano con le loro valigie,
+che erano poi le nostre, e le facevano caricare sull’imperiale.
+Noi, proprio allora, passeggiavamo in piazza San Domenico, per dare
+un’occhiata al giuoco, ma non senza riceverne un’altra, abbastanza
+canzonatoria, da un delegato di pubblica sicurezza, che aveva l’aria di
+dirci: “passeggiate, voi altri; da Genova non si esce.„
+
+E noi passeggiavamo, chetamente muovendo per via Carlo Felice
+fino alla piazza delle Fontane Morose. Ma là, presa una vettura da
+nolo, ordinavamo al cocchiere di condurci per Santa Caterina agli
+archi dell’Acquasola, in via Serra, in via Galata, a porta Romana,
+all’inferno, purchè si facesse alla svelta.
+
+Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi, i due amici del _coupé_,
+dovevano trovarci in Bisagno, al ponte della Pila, o più lontano,
+secondo i casi; al colmo della salita di San Martino, a Sturla, o più
+in là, pronti a prendere i loro posti in diligenza. Si adattavano anche
+a fare un viaggio più lungo; per render servizio a noi sarebbero andati
+magari a Nervi, a Recco, a Rapallo; fino a tanto non ci vedessero in
+mezzo alla strada provinciale, avrebbero continuato, anche col rischio
+di giungere a Chiavari. Gran rischio, finalmente! La città era così
+bella, e si stava così bene all’albergo della Fenice!
+
+A noi parve che Sturla, col suo ponte sul fiumicello omonimo, nè
+troppo vicino nè troppo lontano da Genova, fosse il luogo più adatto
+per aspettare la diligenza e darle l’assalto. Perciò, avevamo detto
+al vetturino di condurci fin là, ma al galoppo, senza perdere un
+minuto. La diligenza, tardigrada di sua natura, non poteva averci
+preceduto; a San Martino si seppe che non era ancora passata; ma noi
+volevamo giungere molto prima di lei al punto indicato, per aver tempo
+ad assumere un’aria di gente quieta, e sopra tutto non farci vedere
+discesi da un cocchio, per salire in un altro. I cospiratori, si sa,
+sono un po’ tutti così. E correvamo, a gran forza di frustate, per la
+via polverosa, col massimo desiderio di allontanarci presto, di fuggire
+da Genova, da quella Genova per la quale più tardi si ha da patire il
+mal del paese; cosa che a me accade di sicuro dopo quindici giorni di
+assenza.
+
+Certe nuvole vagabonde, di cui non è mai penuria in autunno e in
+vicinanza del mare, s’erano addensate sul nostro capo, spremendo
+un’acquerugiola che prometteva di mutarsi poco stante in acquazzone;
+ed io stavo pensando tra me dove avremmo potuto metterci al riparo,
+se in una botteguccia di tabaccaio che ricordavo esser là, passato
+il ponte, o sotto un arco del viadotto della strada ferrata, allora
+in costruzione. Pioggia o non pioggia, del resto, il luogo mi pareva
+di buon augurio, sotto la collina di San Giacomo, dove un anno prima,
+finita la campagna del Trentino, ero stato in felicissima villeggiatura
+tre mesi. Già la carrozza era entrata sul ponte; ma eccoti, mentre io
+dico al vetturino di fermarsi, l’altro tira via di galoppo, rispondendo
+a bassa voce e quasi senza voltarsi: non vedono?
+
+Guardammo infatti, e vedemmo. Due guardie di questura, della più bella
+specie, fiorivano come due bei tulipani neri in capo al ponte, presso
+l’angolo di quella medesima casa dov’era l’appalto.
+
+La vista dei due bravi di Don Rodrigo, nemici dell’ordine pubblico,
+non fu ragione, io credo, di tanto turbamento al povero Don Abbondio
+nella viottola campestre, quanto a me la vista di quei due custodi
+dell’ordine sullodato. Mi posi io l’indice e il medio nel colletto
+della camicia, tanto per darmi l’aria dell’uomo tranquillo, _integer
+vitæ scelerisque purus_? Non ricordo; ma se non l’ho fatto, mettete che
+sia stato un miracolo.
+
+Si andò dunque avanti, seguendo il buon impulso del vetturino. Costui
+ci aveva fiutati; e gli pareva che non dovessimo essere in troppo
+buon odore presso il questore di Genova, nè presso i suoi delegati
+suburbani. Ottimo vetturino!
+
+Giunti a Pietra Roggia, ci fermammo finalmente. Non c’erano guardie,
+laggiù; c’era invece un’osteria, la quale ci offriva un riparo, e al
+bisogno un pretesto di scampagnata.
+
+Quell’osteria, per chi la vede di fuori, ha l’aria di una casupola
+che stia lì per fare ad ogni momento un tonfo nell’acqua: ma a chi la
+guarda dentro, apparisce solidissima. Ai tempi andati dovette essere
+una casamatta, e gli stretti spiragli, che la pretendono a finestra
+dalla parte del mare, furono strombature di feritoie per allogarvi la
+canna delle colubrine. Al tempo di cui racconto, non c’erano più arnesi
+con cui rispondere alle ostilità di un naviglio nemico; c’era invece
+un’ostessa, la “bella Ninin„, famosa per i suoi ottimi taglierini
+e per il suo stufatino al dente. Era un’ora, bruciata, quella in
+cui smontavamo: niente taglierini, adunque, e niente stufatino. Ci
+contentammo di due gallette, che inzuppammo in un bicchiere di vin
+bianco.
+
+Era il tocco dopo il meriggio, e si doveva aspettare un bel pezzo.
+Finito il nostro spuntino, ce ne andammo su d’un terrazzo, di fianco
+alla casa, guadagnato a colpì di piccone sulla falda dello scoglio.
+
+— È un ottimo osservatorio; — dissi all’amico. — _Hic manebimus
+optime_; non ti pare?
+
+— Sì, — mi rispose egli, — ma a patto che tu non incominci a parlar
+latino.
+
+— Lingua del Lazio, perbacco! e noi si va a Roma.
+
+— Per intanto siamo ancora a Quarto.
+
+— _Ad quartum lapidem_, — fui per soggiungere; ma mi trattenni in
+tempo. Amavo il mio maggiore, e mi appigliai al partito di guardarmi
+dattorno.
+
+La riva di Quarto ha fama di aridità, e fama meritata; anzi, può dirsi
+che sia tanto celebre per questo, come per la epica spedizione dei
+Mille. Nè solo è arido il lido scoglioso; arida, o quasi, è la lista
+di campicelli che corre tra la via provinciale e i monti vicini; i
+quali, poi, per non dar ombra al Fasce, loro primogenito, si serbano
+modestamente ignudi, non portando ombrello di pini, nè d’altra ragione
+di piante.
+
+Pure, al tempo degli Scienziati, e del loro famoso congresso in Genova,
+la nudità di quelle montagne aveva impietosita un’intiera sezione
+di dotti. La pietà, in un congresso, finì con un ordine del giorno;
+l’ordine del giorno portò che quelle balze, di monte Fasce, di monte
+Moro e dei loro compagni minori, ricevessero una larga seminagione di
+pinocchi. Niente d’ambizioso, niente di esotico nella famiglia delle
+conifere: pini, pini domestici a tutto spiano. Per quella seminagione
+abbondante, e convenientissima al terreno, tutta quell’arida costiera
+doveva inverdirsi in pochi anni, e quella sassaia diventar più folta
+d’alberatura, che non fosse la selva incantata, donde il pio Goffredo
+pensava cavar tante legna per uso di messer Guglielmo Embriaco, gran
+costruttore di torri mobili nell’esercito crociato.
+
+Si era nel ’46. I seminatori si misero all’opera: per una ventina di
+giorni quei greppi furono corsi e ricorsi, sterrata ogni grillaia,
+piantati da per tutto i bei pinòli dal guscio rossastro. Già si vedono,
+cogli occhi della mente, sbucar da terra i preziosi germogli; la
+fantasia salta a bisdosso del suo ippogrifo,
+
+ E dell’ombra ventura in cor s’allegra.
+
+Ma ohimè, passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni, e
+arrivederci coi pini. Fu detto allora dai savi del vicinato che quelli
+non erano luoghi da alberi; che la natura li aveva fatti calvi, e che i
+dottori di Genova ci avrebbero perso l’unguento. La ragione fu accolta
+da principio per buona; che cosa non fu detto dei signori scienziati?
+che erano capi scarichi, sognatori, buoni a imbrattar carte colle loro
+teoriche, ma poi, venuti alla pratica.... Già, s’intende, la pratica
+è il cavallo di battaglia di quanti sono che non sanno leggere nè
+scrivere. Noi in italia abbiamo diciassette milioni di uomini pratici.
+
+Ma ci fu uno che non si contentò della spiegazione degli uomini
+pratici. Era un Garibaldi, medico condotto di Quinto. Volle andare
+al fondo delle cose, saper tutto, vederne l’acqua chiara. Parlò coi
+seminatori, giunse ai compratori dei pinòli, e seppe.... che quei semi
+preziosi erano stati comperati dal droghiere. I pinòli, innanzi di
+passar nelle mani dei seminatori, erano stati nel forno.
+
+Ed ecco perchè, ad onta dei dotti congressisti e del loro pietoso
+ordine del giorno, le nostre balze da Sturla a Sant’Ilario, da
+Sant’Ilario a Bogliasco, a Sori, sono rimaste calve come il monte
+Fasce a cui fanno da sproni, aride come la scogliera sulla quale me
+ne stavo io con l’amico, ad aspettare l’arrivo della nostra diligenza
+tardigrada.
+
+Era una veduta malinconica, e mi svegliò nell’anima i più malinconici
+pensieri. Il cielo, quantunque fosse spiovuto da un bel poco, si
+manteneva rannuvolato. Tutt’intorno, il terreno appariva vestito di
+colori smorti, come è naturale in luoghi rocciosi, dove non provano
+che gramigne, cardi selvatici, con rari ciuffi di tamerici che pendono
+polverose qua e là dai ciglioni sulla strada maestra. La scena non
+era muta, per altro; aveva pure una voce, ed era quella del mare, che
+mandava i suoi cavalloni ad infrangersi, con monotono fragore e larghi
+sprazzi di schiuma, contro il macigno calcareo della riva scoscesa.
+
+Genova era nascosta ai nostri occhi dai due promontorii di Sturla e di
+Albaro; ma, come avviene qualche volta per effetto di allucinazione,
+a me pareva di vederla. Le colline sparivano di mezzo; le mura si
+facevano diafane; vedevo le strade, i vicoli, perfino le note facce dei
+cittadini, i peripatetici di via Carlo Felice, gli stoici di piazza
+Banchi, i cinici del Gran Corso, i socratici della Concordia, gli
+aristofaneschi della libreria Grondona, e quelle altre creature che
+non sopportano appellativi antichi ed antipatici, poichè il loro nome è
+gioventù e bellezza; voglio dire le nobili e contegnose visitatrici di
+botteghe eleganti, da Luccoli a Soziglia, dalle Vigne a San Siro.
+
+Addio, Genova, addio bella, che amo con tutte le forze dell’anima.
+Bella, sì, bella, più ancora che superba; bella di una certa bellezza
+il cui tipo si va perdendo oramai, insieme col vecchio costume; non
+madonna bisantina, impacciata nel manto grave d’ori e di gemme; non
+civettuola sgallettante sul marciapiede, con un occhio ai suoi fronzoli
+parigini e l’altro al colto pubblico, senza pregiudizio dell’inclita
+guarnigione; giovane madre, piuttosto, sempre giovane madre, sorridente
+e serena, il cui fascino costante, più che nello sguardo assassino,
+si dimostra in una gaia corona di bambinelli ricciuti. Addio Genova,
+addio città dove ho riso e pianto, dove ho amato e sofferto, dove mi
+sento stretto da tutti i vincoli più sacri, sian dolci od amari, delle
+rimembranze giovanili. Se io..... il che finalmente non sarà grave
+danno, nè per me, nè per altri.... se io....
+
+— Signori! — gridò la “bella Ninin„, affacciandosi all’uscio del
+terrazzo, — la diligenza è lassù alla svolta. —
+
+L’amico si mosse; io lasciai a mezzo un saluto che minacciava di
+volgere al patetico, e lo seguii sulla strada.
+
+Il maestoso carrozzone che doveva portarci a Chiavari e da Chiavari
+alla Spezia, si fermò cortesemente davanti all’osteria: Gerolamo Costa
+e Giovan Battista Parodi scesero prontamente, ci strinsero la mano,
+augurandoci tante belle cose; noi saltammo dentro, a prendere i due
+posti abbandonati; e fu un batter d’occhio.
+
+
+
+
+II.
+
+
+Da Quarto a Firenze. L’entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî.
+
+
+— Ci siamo, finalmente! — dirà consolato il lettore.
+
+E non dubiti, dicemmo la stessa cosa anche noi, aggiungendovi un
+lungo, largo e profondo respiro. Oramai non ci mettevano più le unghie
+addosso; a Firenze, dove si sarebbe giunti la mattina seguente, avremmo
+avuto il piacere di ritrovarci nel più stretto incognito.
+
+Quanto a ciò, eravamo in errore. A Firenze non dovevamo far passo senza
+imbatterci in persone conosciute, e non dimenticherò mai più che in
+Piazza della Signoria ci vedemmo squadrati lungamente da due guardie,
+che pochi giorni innanzi ci avevano pedinato per le vie di Genova, fino
+alla porta dei Vacca, sull’uscio di un circolo di amici, dove forse
+credevano che fosse un comitato di arruolamento.
+
+Ma non precorriamo gli eventi. Per ora siamo in diligenza, dove il
+nostro primo pensiero è di accomodarci per benino, il secondo di
+render grazie a quell’arca ospitale che ci porta via, il terzo di far
+conoscenza con un compagno di viaggio, che è l’incaricato del servizio
+postale, il signor Bolentini, di Borghetto Vara, ottimo giovane, a noi
+largo di attenzioni d’ogni maniera. Con me, curiosissimo animale, egli
+fu paziente cicerone per quanto fu lunga la strada: giunti a Spezia,
+non volle mica andare a dormire; ci accompagnò cortesemente allo scalo
+della strada ferrata, che era piuttosto lontano; e laggiù stette con
+noi, amorevole compagno d’insonnia, fino alle quattro del mattino.
+Ma eccomi da capo a precorrer gli eventi; tanta è la mia fretta di
+giungere!
+
+Per farvela breve, vi dirò che ci fermammo pochi minuti a Recco, luogo
+a me caro, come Nervi e Quinto, per allora recenti testimonianze di
+affetto, le quali io ricorderò sempre con animo grato, sebbene non
+portassero, e chi sa? forse più ancora perchè non portarono frutto;
+che di là si salì in Ruta (notarile italianizzamento di Rua, che fu
+corruzione dialettale di un’antichissima _ruga_ latina), in Ruta,
+famosa stazione per le allegre scampagnate che solevano farci i
+genovesi del vecchio stampo negli ozi della domenica, e donde io potei
+dare l’ultimo sguardo alla bella Genova, illuminata dai gloriosi lumi
+del tramonto; che sotto la galleria di Ruta vidi il crinolino più
+rigonfio che mai fosse portato da una impettita Venere campagnuola; che
+scendemmo a Rapallo, nel golfo Tigullio, stupenda veduta di anfiteatro
+villereccio e di mare azzurrino; che finalmente caddero le ombre della
+sera, e non vedemmo più nulla.
+
+Perciò, non mi venne fatto di appagare il desiderio che sempre avevo
+avuto fortissimo di vedere la “fiumana bella„ che
+
+ Intra Siestri e Chiavari s’adima;
+
+vederla, s’intende, al naturale, che dipinta l’ho in pratica assai,
+grazie al mio amico Tamar Luxoro, che pare ne sia innamorato cotto, e
+vi ha già intinto non so quante volte i suoi valorosi pennelli. Neanche
+potei salutare il Chiappaione, quella famosa cava di lavagna, dove il
+mio venerato Giuseppe Revere scrisse le più belle pagine e le più gravi
+d’insegnamenti delle sue _Marine e Paesi_, dopo avere udito i discorsi
+del fiero conte di Lavagna, di Andrea Doria, di Cristoforo Colombo e di
+tanti altri valentuomini della età dei giganti.
+
+Ma se tante altre cose non vedemmo, ci fu dato almeno di abbracciare
+il nostro amico Prandina, valente chirurgo, già soldato della Legione
+Lombarda, con essa sbalestrato nel 1849 a Chiavari, e colà trattenuto
+dall’affetto per tutto il resto della sua vita; salvo, s’intende, le
+volate epiche di quattro campagne garibaldine. Egli era in quei giorni
+sulle mosse per fare il nostro medesimo viaggio; e là, nei pochi
+momenti della nostra fermata, ci fu pronto ed amorevole dispensatore
+di due cose che lo stomaco cominciava a sentir necessarie: una
+fetta di arrosto e una bottiglia di vino. Condonatemi questi ricordi
+gastronomici. Anche gli eroi d’Omero mangiavano come Turchi e bevevano
+come Cristiani, quantunque fossero la più parte di sangue immortale,
+e al babbo e alla mamma avessero potuto chiedere un assaggio di più
+poetiche imbandigioni; l’ambrosia, per esempio, od il nèttare.
+
+Non tutti i ricordi della fermata a Chiavari son lieti come questo.
+Ci fu anzi un momento, che, per dirla col poeta, mi si drizzaron “le
+chiome sul crin„. La diligenza, entrata in città, si era appena fermata
+davanti all’ufficio dei biglietti, che due persone si affacciarono allo
+sportello del _coupé_, domandando:
+
+— Son qui i signori Costa e Parodi?
+
+— Ahi! — diss’io dentro di me. — Notizie della questura. —
+
+E cercai nell’ombra il viso dell’amico Burlando; il quale, mosso
+certamente dallo stesso pensiero, mormorò tra i denti:
+
+— Ci mancava anche questa! —
+
+Ero il più vicino ai due sconosciuti; perciò
+
+ mi rivolsi loro e parlai io.
+
+— Che cosa chiedono? Costa e Parodi siamo noi per l’appunto.
+
+— Abbiamo — risposero — due telegrammi da Genova.
+
+— Assassini! — borbottai dentro di me. — Basta, qui bisogna far grinta
+dura;
+
+ Ogni viltà convien che qui sia morta.
+
+Così dicendo, o pensando, stesi la mano per prendere i due telegrammi
+che quei signori ci offrivano.
+
+— Lo fanno almeno con garbo; — soggiunsi, parlando sottovoce
+all’amico. — Vedi? ci mostrano anche gli ordini superiori che
+hanno ricevuto. —
+
+Ma i due telegrammi erano chiusi tuttavia; non si trattava dunque di
+ordini superiori. Il signor Bolentini, posto mano ai fiammiferi, aveva
+cortesemente acceso un torchietto, alla cui luce potemmo aprire le
+buste e leggere i due telegrammi. Essi dicevano con poche varianti la
+medesima cosa; si trattava di una notizia particolare, giunta a Genova
+dopo la nostra partenza, ed era un amico che ce la mandava in due
+edizioni, una a Gerolamo Costa e l’altra a Giovan Battista Parodi, ai
+viaggiatori nel _coupé_ della diligenza di Chiavari.
+
+Ne uscivamo con la paura: ma vi so dir io che per la mia parte ne ebbi
+moltissima. Animo! esclamai. Questo è di buon augurio; se alla stazione
+di Firenze le guardie daziarie non ci rovistano troppo le valigie,
+trovando le nostre rivoltine, si giunge in porto senz’altre avarie.
+
+Alle due dopo la mezzanotte eravamo alla Spezia; alle quattro, in
+istrada ferrata. L’aurora con le rosee dita ci dipinse vagamente la
+campagna circostante, da Arcola fino alla Magra. Toccavamo le soglie
+dell’Etruria; andando oltre salutammo Carrara e Massa, nascoste
+lontano dietro il rialto delle verdi campagne, ma indicate abbastanza
+dalle creste dell’Alpi Apuane e dalle arsicce costiere ferrigne, le
+quali per larghi solchi biancastri lasciano indovinare i marmi che
+portano nel fianco. Quanti numi sono usciti di là! quanti eroi! quanti
+grand’uomini! E quanti ce ne sono ancora rinchiusi, pigiati in quelle
+vene profonde, i quali non domandano altro che di poter uscire alla
+luce del sole! State cheti, o grand’uomini futuri. A farsi corbellare
+c’è sempre tempo. Dormite nel limbo delle montagne natie, dove non è
+beffardo sogghigno di contemporanei, nè beata indifferenza di posteri.
+
+A Pisa, dove ci fermammo mezz’ora, mi piacque il campanile del Duomo
+e una bistecca; quello divorato cogli occhi passando; questa coi denti
+al caffè della stazione. Qui, tra un boccone e l’altro, feci conoscenza
+con un vicino di tavola, il quale venne poi nello stesso compartimento
+con noi, e diventammo amici, come uomini che si conoscessero da
+quarant’anni e contassero di vedersi per altri quaranta.
+
+Graziosi embrioni d’amicizia, larve a cui non manca che un po’ di
+tepori primaverili per mutarsi in crisalidi, vedute di cielo sereno
+fra due lembi di nuvole, per voi l’anima esce un istante dal covo e
+si rallegra all’aperto. Durate un baleno, ma la ricordanza rimane; e
+questa, che è gaia, aggiunge un fil di seta alla trama della vita, che
+è troppo spesso di canapa, e mal pettinata per giunta.
+
+Noi non chiedemmo il suo nome al nostro gentile compagno. Il più
+bel nome che un uomo possa portare egli lo aveva scritto nel viso:
+gentiluomo. Gentiluomo! ahimè, parola abusata, tirata malamente ad
+esprimere uno stato sociale, e non più una felice concordanza di tutti
+i pregi della mente e del cuore!
+
+Egli era di Signa, e ritornava allora dalla Esposizione di Parigi,
+che fu il tema dei nostri discorsi lungo il viaggio, salvo parecchie
+digressioni intorno ai luoghi per cui passava il convoglio, agli uomini
+insigni che li avevano illustrati nascendoci, ai possessori felici
+di quelle ville fastose, di quei castelli principeschi che sorgevano
+tutt’intorno a specchio dell’Arno, del nobile, regale, glorioso, ma
+non limpido fiume. Ogni bel giuoco dura poco, e “l’ore del piacer
+son le più corte„. Perdemmo alla stazione di Signa il nostro gentil
+cicerone, e non potemmo levarci la più piccola curiosità intorno a
+tutto quel resto di paese che avevamo da percorrere. Fortunatamente
+non era più molto: ben presto, al dilatarsi e al pianeggiar della
+valle, al moltiplicarsi dei villini, dei parchi, dei ceppi di case,
+si sentiva Firenze: ancora qualche minuto di corsa, e ci apparve sul
+fondo verde grigio della prospettiva una gloria architettonica di
+torri, di campanili, di cupole, ed io riconobbi facilmente tutto ciò
+che da bambino avevo veduto in molte stampe, e da giovane in moltissime
+fotografie. Niente di nuovo sotto il sole, dicevano gli antichi; ora il
+proverbio dovrebbe mutarsi così: niente di nuovo, per grazia del sole.
+
+A proposito di novità, non ne aspettate da me, intorno a Firenze. Tanto
+ne è stato scritto da cinquecent’anni a questa parte! Il mio viaggio,
+del resto, non ha per sua meta l’Etruria; a Firenze non debbo fermarmi
+neanche due giorni intieri; del viaggio racconterò a mala pena il poco
+che vidi, e il niente che feci, o poco meno di niente. Nella mezza
+giornata del 13 di ottobre e nella mezza del 14 che passai sulle rive
+dell’Arno, alloggiando alla Locanda della Luna, desinando da Barile
+e bevendo qualche fiaschette di Pomino da Castelmuro, vidi molto
+Firenze politica, fastidiosa a quel modo, pochissimo Firenze artistica
+e storica. Perciò, lettori, non v’aspettate un quadro, e nemmeno un
+bozzetto.
+
+Entrando, vidi un bel cielo, un cielo sereno, che mi parve quello di
+Genova. La città era allegra nell’aspetto: a me la rendevano solenne le
+grandi memorie che mi si affollarono alla mente, guardando le alture
+di San Miniato e le bastite di Michelangelo. Suonava il mezzodì,
+e non era certamente ora di fantasmi; ma io vedevo il Buonarroti,
+Francesco Carducci, Dante da Castiglione e tutte le colossali figure
+dell’_Assedio_, scomodarsi per la mia giovane persona e cortesemente
+servirmi da introduttori nella bella città.
+
+Vedete potenza d’immaginazione! E non avevamo ad introduttore che
+un vecchio fiaccheraio, vera figura di Stenterello, il quale voleva
+insegnare il passo di corsa ad un cavallaccio sparuto, più vecchio di
+lui, a forza di frustate e di giuraddio. Il cavallo, che probabilmente
+non aveva ancora mangiato in quel giorno, non voleva saperne a nessun
+patto; e fu bene per me, che approfittai del suo passo ordinario per
+ammirare il grazioso ricamo architettonico di Santa Maria Novella;
+bellissima cosa e bellissimo nome.
+
+Andavamo, come ho già detto, ad alloggiare alla locanda della Luna. A
+me parve di esserci già, nella luna, quando la carrozza entrò nella
+piazza della Signoria. Maraviglia delle maraviglie! L’albergo, dove
+giunsi dopo una svolta, lo vidi appena, tanto che non ne ho conservato
+memoria; rammento che mi risciacquai il viso in fretta, e più in
+fretta spolverata la giacca e il pioppino, scappai subito fuori per
+ritornare in piazza della Signoria, a guardare la severa mole di
+palazzo Vecchio, con quella sua gran torre a sbalzo sull’orlo della
+merlata, poi la loggia dei Lanzi, mirabile da lontano per l’eleganza
+delle forme, più mirabile da vicino per ricchezza di marmi e di bronzi
+stupendi, che uno solo basterebbe ad illustrare un’età. Non parlo del
+gruppo moderno, _Pirro e Polissena_, del Fedi, buona scultura che si
+reputò degna di aver posto colà, dopo averla ammirata da sola nello
+studio dell’artefice, mentre laggiù, tra le grandi cose, è piccina, e
+par più leccata che graziosa al confronto di tanta larghezza di fare
+a cui s’improntano le statue vicine. Grandeggia là dentro l’arte di
+Gian Bologna col suo _Ratto delle Sabine_, miracolo di torsi e di
+gambe intrecciate senza ombra di sforzo; grandeggia il Cellini col
+suo _Perseo_, che è di bronzo, ma vola. Ma sopra tutti, di fianco
+all’ingresso di palazzo Vecchio, torreggia il Buonarroti col _David_,
+colosso di marmo, che pare una creatura viva, un adolescente vero,
+tanta è la felicità dell’espressione e la più felice sproporzione di
+alcune parti, che indica maravigliosamente l’uomo non ancora formato
+nella giusta pienezza virile di tutte le membra. Tutto era bello, tutto
+stupendo, ovunque io volgessi lo sguardo. Che più? perfino il Biancone
+di piazza (così chiamano a Firenze il gigantesco Nettuno della fontana,
+opera dell’Ammannati) m’andò maledettamente a genio, sebbene ricordassi
+il sarcastico motto imprestato a Michelangelo, intorno allo spreco di
+un così bel pezzo di marmo.
+
+La mia artistica curiosità, così potentemente risvegliata da tante
+bellissime cose, non sentiva più freno, nè di stanchezza nè di fame.
+Volli entrar subito in palazzo Vecchio, e, senza badar più che tanto al
+bellissimo atrio, volai alla sala dei Cinquecento; non già per vedere
+gli scanni, caldi ancora della sapienza di quattrocentocinquanta e
+più legislatori moderni, bensì per ammirare una _Virtù che trionfa del
+Vizio_, opera di Gian Bologna, della quale avevo letto mirabilia magna.
+
+Il dottor Giovannetti, di Monte Fiore nelle Marche, mio carissimo
+collega nel culto delle Muse e di Bellona, che avevo allora allora
+incontrato ed abbracciato in piazza, mi fu introduttore e cerimoniere
+presso quella divina, ch’egli si ostinava a chiamare la _Voluttà_.
+E non mi parve che ragionasse male. L’arte dei nostri padri riusciva
+eccellente in questi controsensi. Badavano anzi tutto a fare una bella
+donna, rivaleggiando, direi quasi, con Domineddio; poi ci mettevano
+un emblema, un segno allegorico, e il colpo era fatto. Per tal modo
+l’Urbinate soleva dar vita eterna alle sue innamorate, mettendo loro
+un bambolo in collo, e facendole passare per altrettante Madonne. Non
+dissimilmente da Raffaello, il valoroso Gian Bologna condusse in marmo
+una splendida bellezza, a cui pose il nome di Virtù, e tra’ piedi,
+in atteggiamento arditissimo, le scolpì, ma che dico scolpì? fece
+respirare e muoversi un uomo, a cui pose il nome di Vizio. Chi non
+vorrebbe essere il Vizio, con una virtù così fatta?
+
+La bellissima statua era nell’aula parlamentare, alla destra del trono.
+Io, salvo il rispetto dovuto alla Corona e ai diritti della casa di
+Savoia, che felicemente ci regge, l’avrei messa in trono addirittura,
+in barba alla legge salica e all’articolo secondo dello Statuto. Restai
+mezz’ora ad ammirarla per tutti i versi, e la sensazione che n’ebbi fu
+molto ma molto più forte di quella che mi diede un’ora più tardi, nella
+vicina Galleria degli Uffici, la decantata Venere dei Medici.
+
+A proposito, e chi ha consigliata la figlia di Cleomene a tenersi
+tante rivali in quella camera, dove essa dovrebbe regnare da sola? È
+nel mezzo, sta bene, e proprio di rincontro all’uscio; ma il vicinato
+di tante altre bellissime creature, che fanno tanto maggiore effetto
+quanto è minore l’aspettazione dei visitatori, le riesce proprio
+fatale. C’è tra l’altre quella Venere del Tiziano! La divina creatura
+se ne sta mollemente adagiata sulla tela, e non ha nessuna voglia di
+balzarne fuori. Fa bene, perbacco, che altrimenti i signori uomini, con
+la loro molesta assiduità, non le lascerebbero un minuto di pace.
+
+Seduta su d’una scranna, quasi nel mezzo della sala, per modo da poter
+guardare la statua e il dipinto, la Venere greca e la Venere italica,
+stava una giovine signora, che alla serena libertà degli atti, alla
+capricciosa foggia delle vesti, si riconosceva facilmente per una
+figlia d’Albione. Bianca nel viso come alabastro; lunghe le ciglia,
+che velavano a mezzo i grandi occhi d’indaco; corallo tenero le labbra;
+ala di corvo i capelli.... Dio! stavo per fare un ritratto di maniera,
+e quel che è peggio, senza rassomiglianza, poichè io non ho posto due
+volte gli occhi sull’originale.
+
+Ce li aveva posti bensì, e non li aveva più tolti di là, il mio amico
+Giovannetti.
+
+— Vedi le tre Grazie? — diss’egli a me e al marchese di Pietramellara,
+un altro amico e compagno d’armi combinato in piazza quel giorno.
+
+— Dove, le tre Grazie?
+
+— Qui dentro; la statua, il quadro, e la signora inglese.
+
+— Ah, vorrai dire le tre dee del monte Ida; — rispose il Pietramellara,
+
+— A quale daresti il pomo, Ludovico? — chiesi io.
+
+— Alla viva, che diamine, alla viva; — replicò il Pietramellara. — E tu?
+
+La figlia d’Albione capiva benissimo l’italiano. Me ne avvidi al color
+delle fragole che le tinse i miti alabastri. La bella accostò con atto
+impacciato l’occhialino alle lunghe ciglia, per guardare non so bene
+se il quadro o la statua: stette ancora pochi secondi seduta, non so
+se per aspettare la mia risposta, o per dar tempo al suo rossore di
+dileguarsi; quindi si alzò, e, senza voltarsi neanche di profilo dalla
+parte nostra, se ne andò verso il fondo della sala, a raggiungere la
+sua comitiva.
+
+Brava inglesina, così va fatto. Un’altra donna, poniamo una....
+parigina, si sarebbe voltata un pochino, tanto per gradire: ma lei
+dura! e se il demonietto della vanità che alberga nel cuore di tutte le
+figlie d’Eva, ha dato un sobbalzo di contentezza nel suo, gli sguardi
+profani non ne hanno avuto da vedere un bel nulla.
+
+
+
+
+III.
+
+Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata
+musicale.
+
+
+Mi sono fermato un tratto a ragionarvi di donne, perchè le immagini
+di questa bella metà del genere umano fanno nel racconto quel che la
+luce in un quadro. Senza queste due o tre donne di marmo, di carminio
+e di biacca, e senza la fuggevole apparizione d’una bella inglesina,
+le immagini femminili mancherebbero affatto al mio quadro fiorentino.
+Concittadine di Beatrice, io non ne vidi quella volta pur una. Giornata
+cattiva, era quella, come se ne danno in ogni città. Neanche alle
+Cascine, che io percorsi in lungo e in largo, scorrazzando in compagnia
+del Pietramellara, mi fu dato di vederne uno scampolo. È vero, per
+altro, che quando andammo alle Cascine erano appena le quattro dopo
+il mezzogiorno, e non c’era altri che il sole, al cui raggio benefico
+stavano scaldandosi gli elefanti e le scimmie del giardino zoologico.
+
+Ed ora, lasciando in disparte il bel sesso, osserviamo il mio compagno
+di passeggiata, che merita veramente di esser conosciuto da voi. I
+carabinieri genovesi del ’67 hanno con lui un debito di gratitudine
+che io non posso dimenticare: del resto, un cercatore di bei caratteri
+non può lasciar passare senza due tratti di penna questo bel tipo di
+gentiluomo italiano del vecchio stampo.
+
+Il marchese Ludovico di Pietramellara nasceva bolognese, ed il nome
+della sua famiglia era da parecchi secoli collegato a tutte le più
+nobili tradizioni della vita italiana. Si parlava bensì di un’origine
+francese della famiglia; ma quella era una storia d’antica data, e gli
+antenati del mio amico si sentivano già italiani fin dai tempi di Carlo
+II d’Angiò. Essi, almeno, pronunziavano “ciceri„ come io e voi.
+
+Questo vi sembrerà un indovinello: ma eccomi a spiegarvelo subito.
+
+È noto come i francesi, calati in Sicilia sotto il regno di Carlo I
+d’Angiò, fossero diventati parte della popolazione, e come si fossero
+mescolati con essa, per alleanze, interessi e via discorrendo, in modo
+da non poterli a tutta prima sceverare da quella. Ora, a quest’opera
+di selezione intendevano per l’appunto i congiurati di Giovanni da
+Procida, che meditavano il Vespro famoso. Ma la faccenda era molto
+difficile.
+
+Ai tempi di Mosè, Dio stesso aveva ordinato di segnare con una ditata
+di sangue le case degli Ebrei, per distinguerle da quelle degli
+Egiziani, e agevolare in tal guisa il lavoro alla morte sterminatrice.
+Ma a Palermo non si poteva far capitale sopra una intromissione divina
+di quella fatta, gli Angioini essendo ben voluti dal Papa. Che fare
+adunque? A quali espedienti por mano?
+
+Dopo molto almanaccare, parve a qualcheduno di aver trovata l’astuzia,
+che tenesse luogo dell’aiuto celeste. E fu questa, che i Siciliani
+autentici dovessero chiedere per via, a quanti trovassero, di
+pronunziar la parola “ciceri„.
+
+— Se sono italiani, — si argomentò — diranno un bel “ciceri„ chiaro
+e tondo; se sono francesi, saranno costretti a sibilare un forestiero
+“sisserì„ che darà modo di conoscerli ad occhi chiusi. —
+
+Lo spediente era adamitico; ma che volete? pare che i Francesi ci
+cascassero quasi tutti. Dicevano “sisseri„ ed erano spacciati senza
+misericordia. Così la leggenda. Ma non tutti, come ho detto, non
+tutti. Ci fu tra gli altri un certo Vassé, che rispose un “ciceri„
+largo tanto. Ed egli seppe solamente più tardi come la flessibilità
+accidentale della sua lingua gli avesse salvata la pelle.
+
+Ora, fu proprio questo Vassé l’antenato storico del mio amico. Venuti
+poco dopo in terraferma, i Vassé ebbero il feudo di Pietramellara,
+presso Caserta, e ne tolsero il nome, che fu degnamente portato. Nel
+1849, per non dirvene altro, un Pietramellara, discendente dagli
+antichi Vassé, moriva gloriosamente a Roma, combattendo contro i
+Francesi puntellatori del poter temporale dei Papi; e questi era il
+fratello maggiore del mio Ludovico, soldato anch’egli di tutte le
+patrie guerre dal ’48 al ’67, e soldato valente.
+
+Nel ’66 lo avevo conosciuto capitano, e non ho più dimenticata la
+bellissima notte tirolese, al cui dolce chiarore abbiamo saldati
+i vincoli della più schietta amicizia, tra uno scambio affettuoso
+di ricordi personali, una infilzata di duetti della _Norma_, e la
+preparazione di un’arringa al tribunale militare di Storo.
+
+Vi racconto anche questa? Sergente da principio nei Carabinieri
+Genovesi, ero passato sottotenente a mezzo luglio nell’ottavo
+reggimento, comandato dal colonnello brigadiere Carbonelli. La seconda
+tregua cogli Austriaci era cominciata; nè si poteva intendere ancora
+se fossimo a guerra finita, o se dovessimo proseguire le ostilità.
+Intanto, lasciate le teste di colonna sotto Lardaro da una parte
+e sotto Riva di Trento dall’altra, ci eravamo tolti dallo stare
+all’aperto, andando a cercare quello che in linguaggio militare si
+chiama l’accantonamento. Parte dei volontarii lo aveva sul territorio
+conquistato; il rimanente s’era allogato nei paeselli della Val Sabbia,
+da ponte Idro fino a Salò.
+
+A noi dell’ottavo reggimento era toccata una mezza fortuna, quella di
+esser mandati a San Pietro, in Liano, bella eminenza alle spalle di
+Salò, che chiude da tramontana gli sbocchi della Val Sabbia, e vede da
+mezzogiorno e sopraggiudica le acque del Garda.
+
+È lassù una bellissima chiesina, un po’ disadorna dentro, ma ornata
+di fuori d’un vaghissimo loggiato, di due pietre sepolcrali con
+bassorilievi dei primi secoli dell’êra cristiana, e sopra tutto di
+una veduta stupenda. Per giunta, c’era allora un arciprete, fior di
+galantuomo, con cui si stava volentieri a discorrere.
+
+Dei molti luoghi che ho veduti nelle mie corse strambe, questo solo
+ha lasciato in me una profonda memoria e il desiderio di rivederlo.
+Dappertutto mi ha perseguitato il dolce pensiero di Genova: San Pietro
+in Liano, colla sua veduta del Garda, che mi raffigurava un lembo di
+mare, mi accarezzò per tre giorni le reminiscenze ligustiche; e mi
+pareva che là, in quella solitudine elevata, se ci avessi avuto chi so
+dir io, ci sarei vissuto contento mill’anni. Vedete che sono discreto.
+
+Innanzi di proseguire il racconto, ricorderò il vicino paesello di
+Gazzane, dove mi capitò di vedere una vecchia casa nello stile del
+Cinquecento, scialba e malinconica, sulla cui facciata, all’altezza
+del primo piano, era murata una lista di marmo, sulla quale si
+leggeva incisa a grossi caratteri questa dolente apostrofe della Sacra
+Scrittura: “_O vos qui transitis per hanc viam sistite et videte si est
+dolor sicut dolor meus._„
+
+Che cosa significavano quelle parole di colore oscuro? Ne chiesi al
+mio arciprete; ma egli non seppe dirmene nulla. Un dubbio mi venne alla
+mente, pensando che in quei luoghi doveva esser nato un gran letterato
+umanista del secolo XVI, morto a Genova di mala morte, il Bonfadio.
+Sarebbe questa la sua casa? È un padre desolato, od un figlio, l’autore
+della iscrizione? Nè allora ebbi tempo, nè ora, che mi ricordo, ho modo
+di sincerare la cosa.
+
+Ma ritorniamo ai fatti nostri. Il terzo giorno del nostro
+accantonamento (che ne durò sei, come la tregua, mutata poi in
+armistizio) lo stato maggiore mi chiamava a Storo, per difendere
+davanti al tribunal militare tre buone lane di soldati, uno dei quali
+aveva rubata una camicia, l’altro una borsa da tabacco, e il terzo
+aveva fatto qualche cosa di peggio. Da San Pietro in Liano a Storo
+il cammino era lungo; non mi piaceva di rifare tutta la val Sabbia a
+cavallo, volendo dare un onesto riposo al mio Beppo, ottimo stallone
+pugliese, il quale da tanti giorni non aveva fatto che correre dalla
+mattina alla sera, e per troppo grami sentieri. Carrozze non ce
+n’erano, e il mandarne a cercar una a Salò poteva costarmi troppo
+salato. Alla cavalcatura di san Francesco ripugnavano i miei poveri
+piedi, memori ancora di venti giorni passati nel battaglione dei
+Carabinieri genovesi. Che fare? E qui, naturalmente, mi beccavo il
+cervello.
+
+In questi frangenti venne a me il Belladonna, vero angelo portatore
+di una lieta novella. Costui era il mio buon padrone, poichè, sotto
+il pretesto di servirmi in qualità di attendente, inforcava il mio
+cavallo, quando io, per non istancarlo troppo, scendevo a piedi;
+metteva i miei guanti quando io li trovavo ancora puliti abbastanza,
+e si pigliava l’incarico di carezzar le guance alle donne di casa,
+dovunque io andassi ad alloggio; ma era poi un buon diavolaccio, che
+per farmi servizio si sarebbe buttato nel fuoco, e mi chiedeva tutte
+le mattine il permesso di offrirmi una tazza di caffè, che egli aveva
+l’ingegno di scovare non so dove, nè in che modo, quando eravamo
+accampati su per i greppi delle Giudicarie.
+
+Ora, il mio buon padrone, saputo l’impegno in cui mi trovavo, era
+andato a frugare per le case e le fattorie dei dintorni. In un cortile
+aveva veduto un calessino sgangherato, da poterci star due persone, e
+attaccato al trespolo il cavallo dell’Apocalisse. Trespolo e cavallo
+erano del fornaio di Cazzane, e pronti per la partenza. Che si voleva
+di più? Al mio attendente pareva la man di Dio.
+
+Era egli stato sollecito per me, o per sè, contando di esser chiamato
+all’ufficio di auriga? Non aveva egli lasciato a Storo qualche ricordo
+che gli premesse assai più delle mie tre fatiche ciceroniane al
+tribunal militare? Non ne so nulla: ricordo bensì che venne con aria di
+molta compiacenza a dirmi: vedrà, tenente, ci staremo benissimo.
+
+— Andate, illustre amico, — gli dissi, — e fissate il calessino per me.
+
+— L’ho tentato, — rispose, — ma il fornaio non ha voluto darmelo a
+nessun prezzo.
+
+— Allora, requisitelo.
+
+— L’ho requisito, infatti.
+
+— Come! — esclamai. — Siete già andato dal sindaco?
+
+— Sicuro; e mi ha fatto l’ordine per il fornaio, e gli ha messo il
+sequestro sul calesse.
+
+— Belladonna! — gridai allora. — Voi portate un bel nome, e fate delle
+cose ugualmente adorabili. —
+
+Il mio padrone s’inchinò pudibondo, e le bianche ali d’una mia coperta
+di berretto scesero a sfiorargli un mio fazzoletto di seta azzurra, che
+portava mollemente annodato al collo, secondo l’usanza garibaldina.
+
+— Andiamo dunque a vedere questo calesse; — conchiusi. — Ho fretta di
+partire. —
+
+E s’andò difilati. Ma, giunto sulla faccia del luogo, trovai il fornaio
+che strepitava come un ossesso; il calesse esser suo e a lui necessario
+per le sue faccende quotidiane; noi non avere il diritto di requisirlo,
+e tanto meno allora, che era stato preso a nolo da un capitano, il
+quale gli dava venticinque lire, per una scampagnata che voleva fare
+appunto quella notte.
+
+Io gli risposi che non mi seccasse l’anima; che le venticinque lire
+gliele avrei date io, se col suo rifiuto non mi avesse costretto a
+venire con un ordine del sindaco; che viaggiavo per servizio, e che
+il servizio di un sottotenente andava innanzi al passatempo di un
+capitano.
+
+Ma il fornaio la tirava in lungo, e non senza un perchè. Il capitano
+doveva giungere tra pochi minuti a pigliarsi il calesse. Venendo
+lui, maggiore di grado, mi avrebbe conciato a quel dio. Questo non lo
+diceva, il caro fornaio; ma gli si leggeva negli occhi, che brillarono
+di contentezza all’arrivo del capitano.
+
+Io mi sentii rimescolare il sangue. Per me stava il diritto; ma pensavo
+che il superiore ha sempre ragione, anche quando ha torto, e che, se
+il capitano voleva pigliarsi il calessino, non aveva da far altro che
+mandarmi su due piedi agli arresti.
+
+Il fornaio mi guardava con tanto d’occhi, per vedere come avrei saputo
+cavarmela.
+
+Ci voleva giudizio. Misi mano agli artifizi oratorii, e incominciai:
+
+— Capitano, io sono il tal di tale, e, come ho l’onore di dirle,
+sono chiamato in servizio a Storo, dove bisogna ch’io mi trovi
+infallantemente...
+
+— Per domattina alle dieci; — aggiunse il capitano, compiendo la frase
+che mi aveva interrotta. — Lo so; anch’io vado a Storo per servizio,
+essendoci chiamato come giudice al tribunale militare.
+
+— Ed io come avvocato; — replicai. — Debbono i miei clienti restare
+senza difesa?
+
+— Tolga il cielo che io voglia condannarli, senza che possano far
+valere per bocca sua le loro ragioni. Vuol farmi una grazia? Salga
+con me sul calessino, che questo amicone mi fa costare un occhio del
+capo. —
+
+Il cuore mi si allargò a quell’offerta, e fui pronto ad inchinarmi.
+
+— A proposito d’occhi, — soggiunse il capitano, — io son miope. Se la
+porterò in un fosso, non vorrà mica farmene colpa? Del resto, se vorrà
+guidar lei....
+
+— Capitano, — risposi, mettendomi volentieri sul suo tono, — io di
+notte non vedo un albero alla distanza di cinque metri. Quanto al
+guidare, non ho provato che una volta, e per quella volta sola ho
+già sulla coscienza due distorsioni, tre ammaccature e non so quante
+lacerazioni.
+
+— Benissimo! — gridò il capitano. — Vedo che sarà necessario affidarci
+al senno di questo provetto animale. _In manus tuas, Domine!_ Ora a
+noi; vuole che partiamo subito, o più tardi?
+
+— Subito, se non le dispiace. Andremo a desinare a Vestone.
+
+— Ottimamente! _Ascendamus igitur o.... fovette cocher!_ —
+
+Immaginate come fossi contento. Andavo a Storo, per fare il mio dovere,
+e m’imbattevo in un garbato gentiluomo, il quale, per fortuna mia,
+innestava allegramente nel suo discorso i testi latini e i francesi,
+fors’anche quelli di altre lingue parecchie; proprio come facevo io,
+senza saperne nessuna.
+
+— _Adelante, Pedro, sin juicio!_ — sclamai, montando nel calessino,
+dopa aver data una stretta di mano al mio gentilissimo superiore.
+
+— La variante è buona; — diss’egli, rispondendo alla mia citazione poco
+manzoniana. — Avanti dunque, e il giudizio lasciamolo qui, al primo
+corpo di guardia; lo ripiglieremo al ritorno, _si fata dabunt_.
+
+Quell’improvviso aggiustamento non entrava in testa al Belladonna.
+
+— Ed io, _sor marcheis_? — chiese egli, che nella sua qualità di
+bolognese conosceva benissimo il Pietramellara.
+
+— Tu, se mi è lecito darti un consiglio, starai qui a custodire il
+cavallo del tuo padrone; lo striglierai, gli porgerai le profumate
+avene, le dolci biade e i limpidi cristalli dell’Ippocrene locale; il
+che vuol dire in povera prosa....
+
+— _A i’ ho capè, sor marcheis;_ — borbottò il Belladonna. — E lei,
+signor tenente, non mi comanda nulla?
+
+— Appoggio la raccomandazione del capitano; — risposi.
+
+Così andai col capitano, e così fu fatta, insieme con la prima
+conoscenza, la più schietta amicizia tra noi. Smarriti in un reggimento
+che non finiva più (quattromila uomini a dir poco), egli comandante
+della ventiquattresima compagnia, io addetto allo stato maggiore e
+ufficiale d’ordinanza del colonnello brigadiere, era già molto che
+ci conoscessimo di nome. Ma quella sera e quel viaggio sul calessino
+sgangherato, con quel cavallo sparuto, fecero quel che non portano di
+sovente anni ed anni di vicinanza, ed io terrò sempre quel viaggio come
+una delle più care memorie della mia vita militare.
+
+Di alto sentire, di modi eletti, ricco d’ingegno, festevole o
+severo secondo il bisogno, e non mai oltre il bisogno, Ludovico di
+Pietramellara era un felicissimo impasto di tutti quei pregi che
+formano il vero gentiluomo.
+
+Ed io gli ho voluto un gran bene, a quell’omettino svelto, dalle spalle
+quadre e dal largo torace, bianco pallido in viso, colle guance un
+po’ sfatte, i lineamenti regolari e finamente modellati, gli occhi
+azzurrognoli, con un lieve accenno di borse, appiattati dietro le
+lenti del _pince—nez_, radi i capelli sulla fronte alta, i baffi ancora
+discretamente biondi e leggermente arruffati, la berretta piantata alla
+brava fin sulla nuca, il sorrisetto costante sulle labbra carnose e
+bellissime, che davano una singolare impronta di soavità, insieme cogli
+orecchi piccini e il puro ovale del mento, ad una faccia alquanto più
+lunga che larga.
+
+Da San Pietro a Storo, con le debite fermate, ci fu tempo a ragionare
+di mille cose. Poi venne in campo la musica, e ognuno sa che due
+italiani, quando vien fuori la divina arte dei suoni, hanno il tema per
+un mondo di chiacchiere. E noi non chiacchierammo soltanto; cantammo,
+e il nostro spartito fu la _Norma_, quella sublime _Norma_ che “vivrà
+quanto il mondo lontana„. Specie quel tratto che corre da Vestone
+ad Indro, e che noi facemmo di notte, con un magnifico cielo azzurro
+stellato, ha udito tutte le cavatine, arie, duetti, terzetti, andanti,
+allegri e via discorrendo, del capolavoro di Vincenzo Bellini. Noi
+eravamo promiscuamente Norma, Adalgisa, Pollione, Oroveso, Flavio,
+Clotilde; il fiume Chiese, rumoreggiando lì presso, faceva la parte del
+coro.
+
+E adesso, lettori miei, non istate a credere che io voglia condurvi
+di questo passo fino a Storo, per farvi assistere ai miei trionfi
+oratorii, che furono del resto tre fiaschi, poichè non salvarono
+nessuno dei miei clienti dal carcere. Mi è piaciuto di narrarvi questo
+episodio, per mostrarvi in che modo io stringessi amicizia con Ludovico
+di Pietramellara. Dopo di che, rifaccio speditamente la strada, e vi
+riconduco a Firenze, donde eravamo già sulle mosse per andarcene a
+Roma. Se non ci siamo arrivati, sapete bene che non fu nostra la colpa.
+
+
+
+
+IV.
+
+Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne.
+
+
+A Firenze, nelle trentadue ore che ci passai, vidi senza volerlo tutta
+la coorte degli uomini di stato, in fiore, in erba o in embrione che
+fossero; e il concetto che potei farmi di tutti i loro concetti fu
+questo, che nessuno sapeva un’acca di quel che avvenisse, o che dovesse
+ragionevolmente avvenire. I se, i ma, tutte l’altre particelle e tutti
+gli altri avverbi dubitativi fiorivano le conversazioni universali.
+Faranno la rivoluzione a Roma? si debbono aiutare gl’insorti? il
+governo si muoverà? farebbe bene a muoversi? che cosa consiglia agli
+italiani la dignità nazionale? Queste erano domande; ma di risposte,
+nessuna.
+
+Poveri uomini di stato! povero paese! Tutti quei valentuomini,
+archimandriti del senno pratico, balenavano tra il sì e il no,
+aspettavano una grossa notizia per voltarsi più da un lato che
+dall’altro, per lodare o biasimare, per isconfessare le pazzie dei
+rompicolli o per dire coraggiosamente: _me, me, adsum qui feci_.
+
+Ma non balenavano, non pendevano incerti da un annunzio di giornale,
+da un indizio di eventi futuri, i giovani convenuti in Firenze da
+ogni parte d’Italia. Pareva che là si fossero data la posta tutti i
+volenterosi di Milano, di Venezia, di Torino, di Bologna, di Genova,
+di Parma, di Modena. Ad ogni svolta di strada ne compariva uno; e lì
+un abbracciarsi, un chiedersi novelle, non già della preziosa salute,
+ma degli amici comuni e del desiderio che potevano avere di giungere a
+lor volta in ballo; e sopra tutto un domandar da che parte fosse meglio
+passare, per andar a raggiungere i primi combattenti.
+
+Non erano solamente i volontarii che si riscaldassero in questo modo
+l’un l’altro. L’esercito era composto di tutte le classi sociali;
+ognuno ci aveva amici, antichi compagni d’arme, congiunti di sangue. E
+il congiunto, il compagno d’arme, vi chiedeva: andate? — Sì. — Bene,
+noi verremo dopo di voi, a dar l’ultimo colpo. Vengano, francesi
+e spagnuoli, austriaci e turchi; quando tutto un paese è fermo nel
+volere una cosa, non c’è forza che tenga, e si vedrà, giurabacco, si
+vedrà! —
+
+Ahimè, che cosa dovevano fare di tanto entusiasmo i nostri reggitori
+d’allora? Reggitori, così per dire; che in verità non reggevano niente.
+Innanzi di partire da Genova, avevo veduto una larva di governo, che
+voleva impedire ad ogni costo, e magari faceva gli occhiacci, per
+ispaventare i bimbi d’Italia. A Firenze, quando io vi giunsi, non vidi
+neanche la larva; c’era un ministero che affogava, e si vedevano le
+mani agitarsi in aria, i piedi pestar l’acqua, le bocche spumeggiare,
+gorgogliando parole interrotte. La marea nazionale pareva aver
+sopraffatto quel ministero, e i suoi fidi galeotti non si scomodavano
+neanche a porgergli un remo a cui potesse aggrapparsi; anzi, dirò
+di più, lo incoraggiavano a stare in acqua, dov’essi lo avrebbero
+seguitato. Alcuni facevano l’atto di levarsi la giacca, per esser più
+liberi al nuoto. Qualche articolo dell’_Opinione_ lasciava trapelare
+perfino che il suo direttore non sarebbe stato degli ultimi.
+
+Chi procedeva lemme lemme in mezzo a quel tramestio di voleri e
+d’idee, era il comitato per l’insurrezione. Non ne farò colpa agli
+egregi cittadini che ci avevano mano. Forse a ciò li costringeva il
+difetto di quattrini; forse il tentennare del governo, e il suo mutare
+indirizzo tre volte in un giorno. L’uffizio del comitato, in via degli
+Archibugieri, si vedeva da mattina a sera assediato; l’anticamera, le
+scale, il portone, gli approcci, erano un viavai, un brulichio di gente
+che chiedeva, chiedeva, e non otteneva mai niente.
+
+Intendiamoci bene, io non sostengo le ragioni di quella moltitudine.
+A far le schioppettate si va come si può, e quando non c’è modo di
+giungerci con le proprie forze, credo sia buon partito restarsene a
+casa. Noto il fatto, nient’altro; e lo noto per venire a raccontare
+che noi al comitato non andavamo per chieder quattrini, ma solamente
+consigli intorno alla via più spedita da tenere, per dove fosse
+maggiore il bisogno, e, caso mai il confine fosse troppo gelosamente
+custodito dal nostro governo, avere ricapiti di gente amica che ci
+aiutasse a sconfinare.
+
+Volete credere? Non ci fu verso, neanche dando i nostri nomi, di
+penetrare nell’adito sacro. Evidentemente, era quello un giorno in cui
+la Pizia non aveva nulla da dire, impacciata la sua parte anche lei.
+A me non dolse tanto di ciò, quanto di vedere tra quei cerimonieri
+dell’anticamera un tale che pochi giorni prima avevo aiutato a partire
+da Genova, e che laggiù a Firenze mi faceva l’uomo dei misteri, il
+segretario di stato. Gratitudine umana, io ti conosco da un pezzo. Ma
+ohimè, conosco anche la sciocchezza umana; e la pratico religiosamente,
+continuando a fidarmi.
+
+Rimasti così in balìa di noi medesimi, ci raccogliemmo a consulta, il
+maggiore Burlando, il Pietramellara, io e parecchi altri colleghi, il
+nostro ragionamento fu questo: Garibaldi verrà fuori della Caprera;
+l’amico Canzio lavora intorno a questo negozio difficile, e ne
+verrà certamente a capo. Ora, se il Generale giunge ad afferrare la
+terraferma, da che parte andrà egli? Probabilmente dov’è Menotti,
+proprio alle spalle di Roma, l’unico punto donde si possa tentare, per
+la linea d’operazione più breve, un colpo efficace. Andiamo dunque,
+poichè la scelta sta in noi, a raggiunger Menotti, e incominciamo
+a metterci in istrada ferrata per Terni. Giunti colà, studieremo il
+terreno; tre o quattro persone passano facilmente dovunque vogliano,
+solo che usino un po’ di prudenza.
+
+Notate che noi non sapevamo nulla di comitati che fossero a Terni, o in
+altro luogo di confine: andavamo proprio a tentoni. Neanche sapevamo
+di trecento genovesi che dovessero venirci compagni, e senza troppa
+difficoltà, tre giorni più tardi. Eravamo da principio due soli; a
+Firenze ci eravamo fatti manipolo, per cinque o sei che erano giunti
+di qua o di là; altri due o tre c’erano già prima di noi, e tutti
+contavamo di andare alla libera, per metterci poi dove meglio ci fosse
+tornato.
+
+Al deputato Carbonelli, mio colonnello dei ’66, allora a Firenze e
+desideroso di partecipare a quell’altra levata d’insegne, era parso
+buono il nostro divisamento; ed egli e tutti noi ce ne partivamo
+da Firenze la sera del 14 ottobre, come altrettanti giramondi che
+volessero andare a Terni per ammirarvi la cascata delle Marmore, unica
+per bellezza stupenda in Italia.
+
+Del nostro piccolo tragitto non dirò nulla, perchè non voglio menare
+il can per l’aia, e poi perchè nel fatto non ho niente da dire. Si
+faceva buio, quando giungemmo in riva al Trasimeno, e non si vide
+neanche l’ombra di Annibale. Giungemmo a Terni, nella mattina del 15,
+dopo molti ritardi patiti dal convoglio, che, tra l’altre fortune sue,
+dovette rimanere un’ora inchiodato sotto una galleria, poichè le ruote
+giravano senza far presa, e ci bisognò mandare a Foligno pel soccorso
+d’un’altra macchina, che non c’era.
+
+Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un
+gran senso. È una città di pianura, anzi di vallata, i cui edifizi
+si levano troppo poco da terra, e le vie non offrono alcuna veduta
+pittoresca. Incominciando dalla stazione, che è quindici minuti lontana
+dalle porte della città, vidi moltissima gente. Le vie erano affollate
+di giovanotti d’ogni parte d’Italia. Non un berretto rosso, non una
+camicia garibaldina; tuttavia, era facile indovinare, anche senza
+por mente alle discordanze allegre dei dialetti, che quella non era
+popolazione del luogo, ma uccelli di passo, futuro contingente della
+insurrezione romana.
+
+— Qual è il migliore albergo? — avevamo chiesto al vetturino che
+conduceva le nostre membra lasse in paese.
+
+— L’_Hotel d’Angleterre_, padroni belli; c’è poi la locanda d’Europa, e
+quella....
+
+— Vada per l’Inghilterra; noi ci fidiamo alle tue preferenze, o nobile
+auriga; — interruppe il Pietramellara.
+
+Così andammo all’albergo d’Inghilterra, o della regina d’Inghilterra,
+o delle armi d’Inghilterra, che bene non ricordo queste minuzie. Ma
+ohimè, quante volte il mio Ludovico non ebbe a pentirsi della sua
+precipitazione! Che vino, per gli Dei infernali! In quell’albergo
+esso era peggiore a gran pezza della sua acqua, che era pessima.
+Mi dicono che non sia più così; e ne godo per il prossimo mio della
+nuova generazione. Del resto, buona gente, i padroni d’allora: e non
+ci avevano che un difetto; quello di albergare tutti gli inglesi che
+passavano di là, e di prender tutti i loro avventori per inglesi.
+
+— Sono inglesi? — chiedevo io un giorno al cuoco, accennandogli due
+polli che aveva sulle ginocchia.
+
+— Perchè mi dite questo?
+
+— Oh, per nessun secondo fine; perchè vedo che li pelate.
+
+— Voi volete scherzare; — mi rispose egli; e continuò tranquillamente a
+pelare.
+
+L’albergatore aveva un grande albo, nel salotto della sua locanda; e
+in quell’albo c’erano scritti, dal 1850 in poi, nomi d’ogni razza e
+d’ogni paese, inglesi, russi, americani, francesi, italiani, tedeschi;
+tutte persone che si lodavano grandemente della stanza, del letto,
+della tavola, dei camerieri, ed anche del vino, _Horribile visu!_ Ma
+non avevano dunque vino in casa loro, o non avevano palato, tutti quei
+bravi signori?
+
+Sulle prime, scartabellando quell’albo, mi venne un sospetto atroce:
+che quei forestieri avessero ricevuta una mancia, o una larga riduzione
+sul conto, per iscrivere quelle lodi smaccate. Ma guardai in viso il
+padrone, e il candore che gli si dipingeva negli occhi, mi fece pentire
+del dubbio. No, è impossibile, dissi allora tra me; quest’uomo è
+innocente.
+
+Pensai in quella vece che le lodi muovessero da un’altra ragione.
+Tutti quei nomi erano accompagnati da un titolo, di duca, di marchese,
+di conte, di barone, di baronetto, di cavaliere e via discorrendo.
+Che siano proprio tutti gente titolata? Ahi, ahi! questo signore,
+verbigrazia, il cui nome mi casca sott’occhio, lo conosco benissimo;
+egli è conte, come io son lui. Quest’altro ha scritto marchese con la
+zeta: E qui un mondo di considerazioni, il cui resultato fu questo, che
+molti scrivessero sull’albo per sciorinare _urbi et orbi_ i loro titoli
+autentici, molti altri per far credere ai loro titoli pigliati per
+l’occasione ad imprestito.
+
+Com’ebbi fatta quella conclusione, respirai più liberamente; e resi
+tutta la mia stima all’ostiere.
+
+Egli, del resto, se ce lo fece pagar salato, ci diede il meglio che
+aveva; un quartierino di due camere e di un salotto, l’unico salotto
+della locanda, col suo bravo tappeto verde sul pavimento, con uno
+specchio di Venezia sul camino, due canapè, tre finestre, le quali
+mettevano ad un terrazzino sulla via principale di Terni. I tre giorni
+che si stette colà, li passai quasi intieri su quel terrazzino, intento
+a guardare, a guardare attraverso le nuvole di fumo che mi uscivano
+dalle labbra, una povera tribù di formiche, le quali salivano per
+una certa screpolatura tra il muro maestro e la intelaiatura della
+finestra; nè so con quale intento, perchè andavano e venivano a fauci
+vuote.
+
+Ottime bestioline! La necessità, dura insegnatrice, le costringeva a
+lavorare, ma senza frutto, senza buscarsi una briciola di pane, un
+chicco di biada od altra semente portata dall’aria sul loro gramo
+sentiero.
+
+E l’uomo? che altro fa egli, il più delle volte? La sua fatica è vana,
+ma la necessità lo trascina. Ed egli s’inoltra, o diritto, o curvo, o
+carponi, per la sua strada; suda, stenta e muore sotto il peso di un
+fardello, ch’egli chiama orgogliosamente un mandato, una missione; e
+perchè? A sentirlo lui, si tratta di un grande concetto; e gli sembra
+operare col suo libero arbitrio, perchè il colore del suo fardello
+è diverso da quello di un altro; e gli sembra di operare utilmente,
+perchè il fardello pesa, e a portarlo innanzi tre miglia, o sei, si
+consola la sua vanità di atleta. E sia, non voglio già leticare coi
+miei compagni di galera. Ma intanto, chi sa? noi vanitosi, noi superbi
+dell’opera nostra, forse, veduti da lontano, avremo apparenza di
+formiche.
+
+Così pensando, mi pareva di veder correre su per quelle screpolature il
+mio prossimo. E posi qua e là qualche briciola di pane, perchè quella
+carovana di bestiuole sparute, inoltrandosi nel suo deserto, trovasse
+un’oasi e benedicesse il Signore.
+
+Le formiche vennero, fiutarono, e stettero dubitose. Forse temevano
+anch’esse di dover pagare lo scotto? Non ne so niente. Del resto,
+io non avevo da studiar sempre usi e costumi di formiche. Ben altre
+scoperte ho fatte, rimanendo colà inoperoso: ho indovinato ad esempio
+il segreto dello stile di Cornelio Tacito, e perchè quello storico sia
+stato così aspro con gli uomini e le cose del tempo suo. Sfido io! era
+di Terni; avrà dunque bevuto dello stesso vino che davano a me.
+
+Questo ricordo di antichità mi chiama a dirvi qualche cosa del luogo
+ove siamo in attesa. Terni è l’antica Interamna, così detta perchè
+_inter amnes_, tra due fiumi, cioè presso il confluente della Nera e
+del Velino. Ha mura antichissime e di pietra riquadrata, restaurate nei
+bassi tempi, con forse trenta torri e cinque porte, una delle quali è
+chiamata “dei tre monumenti„. Qui infatti erano tre sepolcri: l’uno di
+Cornelio Tacito, accennato dianzi; gli altri, di due discendenti suoi,
+imperatori romani, Tacito e Floriano.
+
+Interamna aveva templi a josa; e Terni non ne patisce penuria. Un
+tempio di Giove è disceso al grado di chiesa di San Lorenzo; uno di
+Marte è salito agli onori di cattedrale, intitolata all’Assunta; un
+altro di Cibele è passato in governo d’uno sconosciutissimo Sant’Alò;
+un altro del Sole si chiama San Salvatore; un altro di Mercurio si è
+raccomandato a San Nicolò. Questi templi, com’è facile immaginare, non
+serbano più traccia della loro antichità; son rifatti, ripicchiati,
+ringiovaniti dall’arte del Bramante, del Sangallo, del Bernini, del
+Vici. Ma l’antica Interamna fa ancora nobil mostra di sè negli avanzi
+d’un anfiteatro che era capace di oltre diecimila spettatori, d’un
+teatro edificato da Caio Dessio Massimo, edile della città, di terme
+pubbliche e di un arco di trionfo, rizzato in onore di Domiziano,
+buon’anima sua.
+
+Insomma, c’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti
+rallegrano il luogo; ottima popolazione, e molto operosa. Le industrie
+che più fioriscono a Terni sono quelle della concia dei cuoi, della
+soda dei panni, e della lavorazione del ferro. Gualchiere e magone son
+messe in moto dalle acque del Velino.
+
+Poichè sono a parlar di metalli, vi dirò che nei pressi della città si
+è trovata, oltre la miniera di ferro di Monte Leone, qualche traccia
+d’oro e d’argento. Di questo, anzi, nel 1762, fu coniata una medaglia,
+_ad æternam rei memoriam_. Non mancano i marmi, tra i quali è notevole
+il travertino bianco giallastro con vene rosse, le terre colorate, le
+piriti, il gesso, la pozzolana, il carbon fossile; insomma una vera
+grazia di Dio, che vorrebbe esser meglio sfruttata; nè mancano le
+acque minerali, come quelle della Nera, che contengono carbonato di
+calce, magnesia e solfo, e sono perciò adoperate da una casa di bagni;
+quelle di Acquasparta, che contengono gas acido carbonico; quelle
+d’Acquavogliosa, termali e sulfuree; finalmente l’Acqua dell’Oro, così
+detta dal prezioso metallo che essa trasporta (in minuscola quantità,
+si capisce) dalle radici di Monte Rotondo, che non so per quali
+proprietà si raccomandi all’umanità sofferente.
+
+Vi dirò poi le bellezze della vallata, quando andremo alle Mannore, e
+potremo contemplarla da un’altezza conveniente: sappiate intanto che
+vi abbondano i pascoli ubertosi, rendendo prezioso per isquisitissime
+carni il povero bestiame da macello; che c’è selvaggina da contentare
+i più avidi cacciatori, pesci di straordinaria grossezza, frutte ed
+ortaglie d’ogni genere, e tutte di gratissimo sapore.
+
+Parlo, già si capisce, sulla fede di un gentile Ternano, che mi fu
+cicerone. Non vorrei lasciar credere che io lavorassi d’invenzione. Il
+cortese amico mi disse che di tutto questo ben di Dio la sua patria
+va debitrice, non pure ai due fiumi che la bagnano, ma ancora a Caio
+Dessio Massimo, edile d’Interamna, il quale a’ suoi tempi divise
+le acque della Nera in tre conche e in una moltitudine di canali
+irrigatorii, che incominciarono a fecondare i campi ternani, prima di
+mettere in moto i molti e svariati opificii del paese.
+
+Fortunato uomo, quel Caio Dessio Massimo! Chi ricorda gli edili,
+i sindaci, gli assessori comunali di due anni fa? E lui, morto da
+duemila, è sempre vivo nella memoria dei luoghi per cui spese utilmente
+la vita.
+
+Ora, non mi chiedete niente della storia di Terni, perchè, quantunque
+tra due fiumi, mi ritrovo all’asciutto. Ci prosperarono gli Umbri;
+fu saccheggiata da Totila, il goto, e da Astolfo, il longobardo.
+Io dovrei, per parlarvene, saccheggiar l’Angeloni e il Gaudio, che
+scrissero le storie della lor terra, l’uno nel Seicento e l’altro nel
+Settecento. Terni ha oggi una bella popolazione, specie in materia di
+donne, le cui facce serene arieggiano quelle delle nostre genovesi.
+Belle e savie donnine di Terni, così onestamente cortesi, voi ci
+avete fatto sentire ancora una volta che l’Italia è una, dall’Alpi al
+Lilibeo.
+
+
+
+
+V.
+
+Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un
+viaggiatore e prosa d’un cicerone.
+
+
+Mentre io spendevo il mio tempo in queste note statistiche, storiche e
+demografiche, il mio amico Burlando s’industriava più utilmente intorno
+al modo di partire da Terni. Il modo era trovato; ma bisognava aspettar
+due amici, Elia Schiaffino e Liberio Rombo, che, partiti dopo di noi da
+Genova, erano certamente in cammino per venirci a raggiungere.
+
+— A domani, dunque; — disse il maggiore; — intanto che li aspettiamo,
+prenderemo lingua, vedremo da che parte sono andati gli altri genovesi,
+arrivati a Terni prima di noi.
+
+Questi amici erano il maggior Mosto, i capitani Uziel, Cattaneo,
+Adamini, ed altri parecchi. Giunti a Terni due giorni prima, erano
+partiti da ventiquattr’ore per Rieti, conducendo un centinaio
+d’uomini, che il comitato di Terni aveva armati con vecchi fucili della
+benemerita guardia nazionale; fortuna questa che non potevamo sperare
+per noi, essendo il comitato rimasto all’asciutto.
+
+La stessa mattina che noi eravamo scesi a Terni, altri drappelli di
+gente ragunaticcia partivano, sulle orme del drappello di Antonio
+Mosto, e noi avevamo ancora potuto vederli; male in arnese, senz’armi,
+senza un segno militare, nè berretto, nè camicia rossa, e quel che è
+peggio, senza conoscersi l’un l’altro, ufficiali e soldati. Questo è
+doloroso a raccontare: ma è storia, e non si muta. Giungeva a Terni un
+capitano, un maggiore, un colonnello? Qualche ufficiale trovato colà,
+o condotto in sua compagnia, gli veniva in taglio per dire: lo stato
+maggiore della colonna è composto, i quadri ci sono, non mancano più
+che i soldati. E i soldati giungevano; giungevano a centinaia da tutte
+le città dell’Umbria, delle Marche, della Toscana; gente d’ogni ceto,
+nuovi alla vita militare, la maggior parte tirati assai più da vaghezza
+di novità, che da un concetto profondo e dalla coscienza del dovere.
+Costoro, non scelti, non bene assortiti da esperti concittadini,
+non guidati da uomini di casa loro, che li conoscessero o potessero
+comandarli utilmente, calavano a Terni, dove anche prima di uscire
+dalla stazione trovavano il rappresentante del capitano X, del maggiore
+Y, del colonnello Z, che si affrettava a scriverli nel suo taccuino,
+— Ragazzi, volete venire? — Si parte subito? — Sì, questa sera si va a
+Rieti, a Scandriglia, al confine. — Andiamo; chi ci comanda? — Il
+tal di tale. — Benissimo, evviva il comandante. —
+
+In questo modo si componevano le falangi, che dovevano andare a
+Roma. Io non accuso nessuno, perchè nessuno ne ha colpa. I comitati
+locali credevano che al confine ci fossero uomini, i quali sapessero
+scegliere, ordinare, condurre: i capitani che erano al confine
+credevano che i comitati avessero spediti i migliori. In tutti era
+una gran voglia di far presto, di partire, di giungere al fuoco. E
+si faceva presto, si partiva, si giungeva: ma come, Dio santo, e con
+che gente? Chiunque è stato a Terni in quei giorni, ed ha passato il
+confine, risponda per me.
+
+Queste cose io vidi fin dal primo giorno, e dissi agli amici: non è
+così che si potrà andare a Roma. Avevo torto e ragione ad un tempo;
+torto, perchè tra i seimila che varcarono il confine c’erano duemila
+valorosi, degni soldati di Garibaldi; ragione, perchè i quattromila
+grami, cianciatori superbi dopo la vittoria di Monterotondo, lasciarono
+sempre soli alle busse i duemila, e parte al ritorno da Casal de’
+Pazzi, parte a Mentana, fecero quello che io forse racconterò,
+arrossendo, più tardi.
+
+Parecchi ufficiali, nostri antichi commilitoni delle guerre passate, ci
+chiedevano: e voi? non fate un battaglione?
+
+— No, — rispondeva il maggiore, — noi ce ne andiamo per nostro conto.
+Sciolti d’ogni vincolo, d’ogni malleveria, passeremo più facilmente e
+più allegramente il confine. —
+
+Facevamo i conti senza l’oste, come ora si vedrà. Intanto, la partenza
+degli altri, mentre noi aspettavamo i due amici da Genova, ci serviva
+di lume, di guida, per la partenza nostra. I drappelli si avviavano
+a Rieti; prima di giungerci prendevano una scorciatoia, quella di
+Condigliano, che li conduceva a San Giovanni Reatino, donde muovevano
+per Torricella in Sabina; e di là, scesi nella vallata, risaliti i
+monti, ridiscesi da capo, sempre per orride strade, toccavano la meta
+desiderata, il confine pontificio.
+
+Di quelle strade io ne conobbi parecchie, ardue, mal note, tali da
+farmi intendere come si potesse facilmente ingannare la vigilanza più
+assidua, più diligente, più accorta. Un reggimento di truppa regolare,
+comunque abilmente diviso, non può fermare lassù una banda d’uomini,
+la quale non oltrepassi i cent’uomini, ed abbia guide volenterose a
+condurla.
+
+Ma perchè, dimanderete, perchè si partiva così alla lesta, senza
+ordinamento, per calare al confine senz’armi, o quasi? La ragione
+c’era, e calzante. Le notizie dei combattenti, sebbene gloriose,
+non erano allegre. Menotti, da molti giorni, teneva onoratamente al
+campo; ma perchè egli era più sotto al nemico di tutte le altre bande
+entrate sul territorio pontificio dai confini toscani e napoletani,
+era anche più facilmente assalito da uomini freschi e quotidianamente
+vettovagliati. Ciò lo costringeva a continue marce e contromarce,
+a frequenti scaramucce, che consumavano le sue scarse munizioni; e
+l’intemperie, il difetto di equipaggiamento, l’assoluta mancanza di
+giberne, da riporvi e da conservar le cartucce in buono stato, facevano
+il resto. Oltre di che, il dormire all’aperto, colle brine costanti,
+colla pioggia che spesso cadeva a catinelle, il mangiar malissimo
+e non tutti i giorni, l’aver male coperte le membra, e quasi nudi i
+piedi, riducevano quei primi drappelli in una tristissima condizione.
+Occorreva andarli a raggiungere, a rafforzare, e sopra tutto a prendere
+il posto dei caduti. Armi ne avevano poche, ma sicuramente più di noi,
+che non avremmo trovato un fucile, pagandolo a peso d’oro. Perciò, con
+quelle poche munizioni che il comitato di Terni era andato razzolando
+presso i comuni del vicinato, e con qualche fucile rugginoso delle
+loro guardie nazionali, i nuovi drappelli s’incamminavano, cantando
+l’“Addio, mia bella, addio„ alla volta dei monti di Toffia.
+
+Monti di Toffia, vi ho in pratica. Dodici ore di marcia, e quasi tutta
+notturna, su per le vostre forre, in mezzo alle vostre nebbie, con
+un piede su sdruccioli sassi e l’altro nel vuoto delle vostre frane,
+mi faranno ricordare di voi fino a tanto ch’io viva. E non senza
+allegrezza, perbacco! L’uomo è fatto così: soffre e maledice; poi gode
+al ricordo di ciò che ha sofferto e maledetto. Del resto, una metà
+della vita non è forse tessuta di ricordanze? L’altra metà, come tutti
+sanno, è tessuta di desiderii.
+
+Torniamo al racconto. Aspettavamo i due amici da Genova. Gli amici
+giunsero infatti, trentasei ore dopo di noi. Ma credete che si potesse
+partire? Niente affatto. Insieme con la lor grata presenza, gli amici
+recavano l’annunzio che a Genova si era messo insieme un drappello di
+circa trecento; che quel giorno medesimo doveva essere in viaggio,
+e che gli amici di Genova raccomandavano a noi quella spedizione
+d’uomini, affinchè trovasse modo di passare il confine.
+
+La nostra maraviglia.... dico male, il nostro stupore fu grande,
+all’udire quella novità. O come, chiesi io, trecento volontarii
+possono esser partiti da Genova, da quella Genova dove cinque giorni
+fa si spiavano i passi d’ognuno di noi, si tenevano d’occhio le
+strade ferrate, si frugavano i vapori, perchè nessuno riuscisse a
+sgattoiarsela per Firenze?
+
+Pure, la cosa era così, come i due nuovi venuti annunziavano. E dopo di
+loro giungeva una lettera di Genova, che per l’appunto ci dava notizie
+della spedizione. Sapemmo allora che un giorno dopo la nostra partenza,
+per l’incalzar degli eventi era cresciuto a dismisura l’entusiasmo
+dei cittadini; si voleva da tutti che il governo smettesse di fare il
+gendarme, si voltasse in quella vece a più virili propositi, e intanto
+lasciasse andare chi voleva andare. Per mandare i fatti compagni alle
+parole, gli amici nostri avevano cominciato ad inscrivere tutti coloro
+che desideravano di correre al confine. Via Luccoli, dove aveva sede
+il comitato, era gremita di gente; al prefetto, nella confusione, erano
+caduti gli occhiali, e il degno gentiluomo non aveva veduto più nulla.
+Questo era su per giù quanto i cittadini volevano da lui; chiudesse un
+occhio, anzi, per colmo di cortesia, tutt’e due.
+
+Queste ci parevano liete notizie per il paese; non già per noi, che
+dovevamo restarcene ancora due o tre giorni nell’ansia dell’attendere
+e nella difficoltà dell’ordinare tanti nuovi compagni. E inermi, poi!
+Basta, si sarebbe fatto come gli ultimi drappelli, andati sulle orme
+del Mosto; senz’armi, e ricevendo la promessa dal comitato di Terni,
+che ce le avrebbe mandate, come a quelli altri, a mala pena ne avesse.
+
+Or dunque, addio libertà di correre all’impazzata, secondo il nostro
+talento! addio sognato viaggio notturno di re Manfredi alla volta di
+Lucera, col gaudio delle cose nuove che ci aspettavano, col rammarico
+delle dolci cose che avevamo lasciate, mistura di lieti e tristi
+pensieri, dond’esce e si spande una così larga vena di poesia! Armi,
+cartucce, vettovaglie, rattoppature di scarpe, ruolini di compagnia,
+situazioni giornaliere, questa sarebbe stata dunque la nostra poesia
+dei giorni seguenti!
+
+Accenno qui il mio primo e involontario movimento di dispetto: ma mi
+piace di soggiungere che il giorno dopo, quando i nostri concittadini
+arrivarono, ebbi gran gioia di vederli, anzi di rivederli, perchè la
+più parte erano noti e cari commilitoni d’altre campagne. Più tardi,
+quando li vidi all’opera, e ne udii le lodi dalle labbra del più
+grande capitano d’Italia, su quel colmo di collina verdeggiante che
+corre dall’osteria della Cecchina al Casale de’ Pazzi (così ha nome
+il Monte Sacro nella topografia moderna) mentre le palle fischiavano e
+miagolavano spesse intorno a Lui sorridente bersaglio alle carabine dei
+mercenarii d’Antibo, mi tenni superbo di appartenere a quella eletta e
+popolana schiera genovese.
+
+— Verranno dunque domani; — diss’io. — Ogni pensiero si rimetta a
+domani.
+
+— _Cras ingens iterabintus æquor;_ — soggiunse il Pietramellara, che
+non dimenticava in nessuna occasione le sentenze di Orazio.
+
+— E allora, — ripigliai, — _nunc vino pellite curas_. Ma non
+dovrebb’esser vino del nostro albergatore. —
+
+Questo dialoghetto erudito finì col proposito deliberato di andarcene a
+pranzo.
+
+La mattina vegnente (perchè io non istarò a raccontarvi minutamente
+tutti i nonnulla di una sera passata a zonzo per le strade di Terni)
+prendemmo una vettura da nolo, capace di sei persone, senza contare una
+settima che poteva stare a cassetta col vetturino, e ce ne andammo a
+visitare la cascata delle Marmore, una delle sette meraviglie d’Europa.
+
+Era il 17 di ottobre; giornata bellissima; cielo limpido, di zaffiro;
+aria tiepida, come di primavera. La via, piana per un bel tratto fuori
+delle mura, dove passa il fiume Nera, s’innalza a gradi, s’inerpica
+sul fianco di una montagna, di cui non rammento il nome, ma che
+somiglia moltissimo alla pinifera costiera per cui, nella mia Liguria,
+i cittadini di Cogoleto non possono vedere quei d’Arenzano. Sotto di
+noi, ad una certa distanza, rumoreggia la Nera, già maritata al Velino,
+che le si precipita in grembo dall’alto delle Marmore; tra la fiumana e
+noi, seduto sulla cima d’un poggio, sta un gaio paesello che porta il
+nome di Papigno, famoso per la bellezza e il sapore delle sue pesche.
+A mano a mano che si sale, la vallata di Terni apparisce ciò che è
+veramente, e che, standole in grembo, non si può vedere nè godere;
+voglio dire un maraviglioso sfondo di prospettiva, con uno di quegli
+orizzonti vaporosi e caldi che sono una bellezza particolare della
+campagna romana.
+
+Adesso, lettori umanissimi, eccoci arrivati. La via si fa piana, e ci
+si para davanti agli occhi una casina bianca, che porta sul suo lato
+più appariscente una scritta. Leggiamo e intendiamo che ivi abita il
+personaggio più importante dei luoghi; nientemeno che il cicerone della
+cascata. Smontiamo, ci mettiamo nelle sue mani, e fatti pochi passi nei
+vigneti incominciamo a sentire un rumore d’inferno. Il cicerone sorride
+al nostro stupore, e con un bel gesto classico c’invita a proseguire la
+via.
+
+— Venite, — diss’egli, — venite, signorini, e _vederete se
+cos’è_. —
+
+Di ciglione in ciglione, per sentieruoli campestri, si scende fino ad
+una balza, che è un vero posto avanzato sull’abisso. C’è un rustico
+edifizio quadrato, abbastanza somigliante a quelle tali cappelle
+svizzere che portano il nome di Guglielmo Tell e si vedono spesso
+riprodotte sui paraventi dei caminetti o sul fondo dei vassoi; quattro
+pilastri di mattoni, un murello intorno coi suoi sedili di pietra,
+un tetto a quattro acque, e nient’altro. Corriamo là dentro, mettiamo
+fuori la faccia; che strana veduta, da mettere i brividi!
+
+“Frastuono d’acque! dalla balza scoscesa il Velino attraversa il
+precipizio scavato dall’onde. Caduta d’acque! rapida come la luce, la
+massa zampillante spumeggia, crollando l’abisso. Inferno d’acque! dove
+esse urlano, fischiano, ribolliscono in eterno tormento, mentre il
+sudore della loro grande agonia, spremuto da questo lor Flegetonte, si
+rigira intorno alle negre roccie lucenti che fiancheggiano il gorgo,
+immobili nella spietata orridezza;
+
+“E sale in ispuma al cielo, donde ancora ricade in continuo nembo,
+che scorre dalla sua nuvola inesausta di amica pioggia; eterno aprile
+al terreno, che si fa tutto uno smeraldo. Come profondo il vortice! e
+come l’elemento gigante balza di roccia in roccia con salti forsennati,
+scuotendo i massi, che già rotti e travolti dai suoi passi feroci danno
+per le lor fenditure un pauroso varco
+
+“Alla vasta colonna che sopra vi scorre, più somigliante alle
+scaturigini di un Oceano fanciullo, prorompente dal grembo delle
+montagne in doglia per un nuovo mondo, anzi che ad un padre di fiumi
+che gorgogliando scorra co’ suoi serpeggiamenti attraverso la valle.
+Volgetevi a guardare; ecco, essa viene come una eternità che ogni cosa
+abbatte nel suo corso, affascinando di paura lo sguardo; cateratta
+senza pari,
+
+“Orribilmente bella! Ma sull’orlo dell’abisso, dall’uno all’altro lato,
+sotto il limpido mattino, siede un’Iride in mezzo al vortice infernale,
+pari alla speranza su d’un letto di morte, e, non scemate mai le ferme
+tinte, mentre tutto all’intorno è lacerato dalle acque sconvolte, serba
+serena i suoi brillanti colori con tutte le loro non ricise strisce;
+rassomigliando, in mezzo alla tormentosa scena, Amore vigilante la
+Follia con immutabile aspetto„.
+
+Questa è povera prosa, che rende male quattro novene maravigliosamente
+descrittive del _Childe Harold_. Ma il precipizio in cui si slancia
+il Velino non è tutto scavato dalle acque, come potrebbe far credere
+a prima giunta il _wave—worn_ del testo inglese. La cascata è
+artificiale; il suo taglio è ardimento romano; e la storia tramanda
+che fu operato dal censore M. Curio Dentato, nell’anno 481 _ab Urbe
+condita_, per asciugar le paludi dell’agro di Rieti; il quale era
+appunto (com’è tuttavia, vi prego di crederlo) più alto della vallata
+di Terni, e il Velino, stagnando lassù, gli era proprio d’impaccio.
+L’opera del bravo censore sanò la campagna reatina per modo che questa
+divenne in breve saluberrima, e meritò d’esser chiamata la Tempe
+d’Italia.
+
+Tempe, chi nol sapesse, era una bellissima valle della Tessaglia, tra
+i monti Olimpo ed Ossa, presso la foce del fiume Penèo che le scorreva
+nel mezzo, come appunto il Velino nella valle di Rieti. Antiche
+tradizioni recavano che la gran pianura della Tessaglia fosse un tempo
+tutta allagata, e che finalmente le acque si scaricassero di colà per
+la via di Tempe, aperta con un colpo di tridente da Nettuno. Altri
+dicono da Ercole, con un colpo di clava: ad ogni modo il mito raffigura
+un gran cataclisma geologico avvenuto in Tessaglia; laddove a Rieti
+fu opera di quei grandi Romani, che, quando volevano far miracoli, non
+avevano bisogno di far capo agli Dei.
+
+Tempe italiana! il nome le è derivato da un cenno di Cicerone; il
+quale, scrivendo all’amico Pomponio Attico d’un suo viaggio colà,
+dice chiaramente: “Reatini me ad sua Tempe duxerunt„. Ma ritorniamo
+alla nostra cascata, cagione di tanta felicità per l’agro reatino
+e di tante, digressioni per me. Impedito più volte nel corso dei
+secoli questo sbocco del vorticoso Velino, fu più volte restaurato,
+e da ultimo sotto il papa Clemente VIII, nel 1598. Ora la mano
+dell’uomo non si ravvisa punto in quello scoscendimento, coperto
+com’è d’incrostazioni calcari, che arieggiano i più sottili ricami,
+molle di muschio, stretto intorno da piante ed erbe rigogliose
+che sembrano deliziarsi nei continui spruzzi di quella fiumana
+scintillante d’argento, che si versa in maestoso volume dall’altezza di
+trecentosettantacinque metri. Caviamoci il cappello!
+
+Un po’ più lontano da quella gran massa lucente, si scorge seguire
+la medesima strada un solitario fil d’acqua. E dico filo, a cagione
+della sua smisurata vicina, che lo fa parer tale. Chi lo ha persuaso
+a far cammino da sè? Io lo scambiai per un amante malinconico, a
+cui facesse dolore la vacillante maestà della donna amata; Cosìcchè
+egli protestasse in certo qual modo, non volendo starle vicino, e
+non osando ad un tempo andarsene troppo lontano. Povero innamorato,
+consòlati! Il destino, più forte di te, di lei, delle vostre gelosie,
+vi ricongiungerà in fondo all’abisso, dove esulterete confusi ambedue,
+risospinti in aria dal cozzo, e mutati, non so se in larga spruzzaglia
+o colonna di fumo, che l’una cosa e l’altra mi parve ad un tempo;
+e l’iride, segno di pace, distenderà pietosa sul vostro amplesso
+forsennato l’arco sublime dei suoi sette colori.
+
+Questo arcobaleno perpetuo, ch’è una delle grandi bellezze della
+cascata, non è stato ricordato soltanto da lord Byron; in tempi per noi
+antichissimi fu ammirato da Plinio, il naturalista, che scrive nella
+grande sua opera, al capitolo LXII del secondo libro, ove tocca delle
+particolarità del cielo nei varii luoghi della terra: “_et in lacu
+Velino nullo non die apparere arcus._„ Che bella cosa, alla distanza
+di quasi duemill’anni, aver tutti contemplato il medesimo spettacolo!
+Noi passiamo, noi che siamo fatti di carne, d’ossa e di colpe; ma
+l’arcobaleno della cascata di Terni, lieve, impalpabile, frutto degli
+amori del sole con le gocce d’acqua, rimane, e rimarrà finchè durino
+l’acqua ed il sole.
+
+Se io vi stèssi a sciorinare tutte le fantasie che mi passarono per la
+mente laggiù, non la finirei tanto presto. Andate voi, con le vostre
+gambe, a vedere coi vostri occhi, a fantasticare colla vostra mente,
+che io qui faccio punto. Ma prima di tutto, quando sarete alle Marmore,
+pregate il signor Giuseppe Conti “guida della cascata„ a liberarvi da
+quella turba di ragazzi, che col loro serrarvisi ai panni, con le loro
+grida importune, vi guasterebbero il piacere di quella scena stupenda.
+
+Con essi non giova aver soldi in tasca; più ne date, più ne domandano.
+Noi li avemmo tutti alle costole; e tra essi più molesta una ragazzina
+tredicenne, chiamata Barbara. È il nome di molte donne, laggiù; non
+ho avuto il tempo di sincerarmi se siano tali anche di fatto. Quella
+Barbara era belloccia, ed uno della brigata la battezzò per la ninfa
+delle Marmore; ma si fece brutta seccandoci col suo voler sempre
+denari. Ninfa venale! L’amico l’aveva chiamata “bella, ma sudicia„;
+e lei subito era corsa a lavarsi il viso e le mani in un rigagnolo,
+per ritornare ora con un pezzo di stalattite, ora con un mazzetto di
+fiorellini selvatici; cose tutte che dimandavano soldi, e poi sempre
+soldi.
+
+E il peggio era questo, che ad ogni soldo dato a lei per levarcela dai
+fianchi, saltavano su tutti gli altri marmocchi, gridando:
+
+— E a me, signorino, _non me date più gnente_? Barbara ha avuto sette
+soldi; io ne tengo appena cinque, ne tengo.
+
+— Che il cielo vi benedica, graziosi ragazzi! levatevi una volta
+da romper le tasche; — rispondevamo noi. Il cicerone, più latino di
+lingua, soggiungeva:
+
+— _E annate ’na vorta, che possiate morì’ d’accidente!_ —
+
+Ma l’aiuto del cicerone non andava più in là d’un semplice augurio.
+
+
+
+
+VI.
+
+Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’_eureka_ dello stomaco.
+Le spose Sabine.
+
+
+I cittadini di Terni non si lagnano della loro cascata, che chiama nel
+loro paese tanti illustri e non illustri curiosi. Ma ben si lagnarono
+i loro padri, gl’Interamnensi, quando il famoso taglio di M. Curio
+Dentato mandò loro quella grazia di Dio, facendo straripare nei loro
+campi la Nera.
+
+Si richiamarono un giorno a Roma, e _Roma locuta est_. Il Senato
+mandò loro una commissione, cioè, scusate, un console e dieci legati,
+perchè sentenziassero. I Reatini, che conoscevano a quanto pare le
+commissioni giudicanti, e non volevano saperne di ripigliarsi il
+Velino a far palude sul loro altipiano, cercarono un bravo avvocato,
+e posero a dirittura la mano sul miglior che ci fosse, Marco Tullio
+Cicerone; il quale, non pure li difese strenuamente, ma vinse la lite.
+La rinfrescarono gl’Interamnensi sotto Tiberio, facendo credere al
+buon popolo Romano che le inondazioni del Tevere venissero nientemeno
+che dal Velino, il più turgido, il più peccaminoso de’ suoi affluenti.
+Non so che avvocato scegliessero questa volta i Reatini: so invece
+dagli Annali di Tacito che il Senato votò l’ordine puro e semplice
+del collega Pisone. E so, finalmente che è tempo di lasciar la cascata
+delle Marmore, e Terni con lei.
+
+I nostri genovesi erano arrivati in due spedizioni, il giorno 17 e il
+18 di ottobre. Niente più ci tratteneva a Terni, neppure il negozio
+delle armi, che il Comitato non aveva, che altri non poteva darci, e
+che noi, non potevamo aspettarci da Genova.
+
+Questo, intanto, bisognava dire ai nuovi venuti. “Ragazzi, noi non
+possiamo armarvi, per le trentasei ragioni d’Arlecchino. Non armandovi,
+non possiamo neppure arrogarci il diritto di comandarvi. Noi andiamo
+per nostro conto, ed inermi, ai confine pontificio. Volete venire?
+Faremo il possibile per condurvi sani e salvi fin là, al mercato delle
+busse; quanto al resto, che sarà certamente il meno, spartiremo con
+voi.„
+
+Parlare in tal guisa a genovesi (lo dico con legittimo orgoglio di
+campanile) è un invitarli a nozze. Tutti applaudirono, e la mattina
+del 19, armati di buona volontà fino ai denti, e di duecento razioni di
+pan bigio che il Comitato ci aveva regalate, si prese la via di Rieti.
+Cinque o sei di noi altri si precedeva la marcia, per andare a vedere
+lassù in Rieti che aria tirasse, e se fosse prudente consiglio che gli
+uomini nostri entrassero in città.
+
+Da Terni a Rieti una vettura da nolo vi porta per otto lire, se non
+forse per meno, come mi affermarono parecchi Reatini. Noi, per due
+vetture spendemmo sessantacinque lire; e fecero grazia a portarci.
+Questo mi fa ricordare delle quaranta lire che spese un mio illustre
+amico per farsi condurre da Genova allo scoglio di Quarto, la famosa
+sera del 5 maggio 1860. E notate bontà di cuore: dopo simili prove, noi
+stiamo ancora per l’abolizione della pena di morte.
+
+I nostri uomini dovevano fermarsi a mezza strada, presso una
+scorciatoia che mette a Condigliano. Fu una buona ispirazione, la
+nostra, poichè a Rieti un egregio cittadino, il conte Vicentini,
+ci disse per l’appunto di dover trattenere la gente laggiù, e di
+farla proseguire per la scorciatoia in discorso, evitando di entrare
+in Rieti, dov’erano molti soldati, e sospettosissime le autorità
+governative. Dalla scorciatoia di Condigliano assai più brevemente ci
+saremmo condotti, per San Giovanni Reatino e per Torricella in Sabina,
+al paese di Scandriglia, che era la meta del nostro viaggio.
+
+Il mio buon Ludovico di Pietramellara si sacrificò allora per tutta
+la tribù, ritornando indietro dai nostri, per indicar loro la via
+che dovevano tenere all’alba del giorno seguente, e per abboccarsi
+in Condigliano con un altro buon cittadino, il quale dovesse mandarci
+sulla scorciatoia una guida. La gita di Ludovico essendo fissata per la
+notte, le ore che ci avanzavano del giorno furono consacrate al pranzo
+e ad una passeggiata per le vie di Rieti, città che merita veramente di
+esser veduta.
+
+A me piacque moltissimo. Quando c’entrammo, era gaia per un bel raggio
+di sole, per un grande viavai di cittadini, per un discreto numero di
+testoline bionde e brune che si sporgevano dalle finestre. Aggiungete
+che noi pure eravamo lieti, quel giorno. Io, poi, avevo fatto il
+viaggio in compagnia dei buoni amici che oramai conoscete, e ad essi ne
+avevo aggiunto un altro, raccapezzato da un libraio di Terni; voglio
+dire un Orazio, che andammo leggendo e commentando, con Ludovico di
+Pietramellara, per quanto fu lunga la strada.
+
+Rieti è città di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè
+piane, ma ben selciate e pulite; incomincia dal basso, e va salendo
+dolcemente, fino alla cima di un colle, dov’è una gran piazza, anzi
+due, con chiese, palazzi, ed insegne di molta antichità. Mi parve
+insomma di essere a Genova; di Genova mi parlava la forma delle case,
+di Genova il cielo sereno, di Genova quelle brune e bionde testoline
+che v’ho già accennate, e che, indovinando dai nostri aspetti e
+dalla piccolezza delle nostre valigie lo scopo del nostro viaggio,
+ci sorridevano cortesemente dai veroni, o dai margini della strada.
+Graziose donne di Rieti! Indossavano quasi tutte dei corsaletti
+vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro regno. Al vedere come le dame
+portassero i nostri colori, intendemmo la gioia delle castellane del
+Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai cavalieri fedeli.
+
+Bella Rieti! e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento,
+per ogni più piccola cosa, come un antico suddito del papa, ma che
+ci hai fatto desinare, e lautamente, a diciotto baiocchi per testa!
+belle per ampiezza e vetustà le camere della locanda, colle loro travi
+intagliate, coi letti alti due metri da terra, veri talami classici, ai
+quali bisognava dar la scalata! bella infine la giovinetta che vidi dal
+mio balcone, e non si spaurì punto della mia presenza, anzi mi volse la
+parola con atto onestamente cortese!
+
+— Andate con Garibaldi? — mi chiese ella con voce argentina, mentre io
+stavo presso la finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella,
+per metterla in ordine.
+
+— Sì, bella bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro
+innamorato?
+
+— Non ho innamorato; — rispose; — ho un cugino con Menotti.
+
+Così dicendo, s’era fatta rossa come una brace.
+
+— Ditemi il suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo
+a Roma, — aggiunsi ridendo, — vi manderemo le dispense pel
+matrimonio. Penso infatti che si possa esser cugini e innamorati ad un
+tempo. —
+
+Questi sono i pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa
+a Rieti. Antichità non ho potuto studiarne; d’una statua mozza che
+chiamano Il Bamboccio, e che mi colpì veduta di sera, non so dirvi
+nulla. So che la città contiene forse diecimila abitanti, sebbene
+mostri d’essere stata fatta per molti di più; che _in illo tempore_
+si chiamava Reate ed era una delle più ragguardevoli città dei Sabini,
+insieme con Amiterno, Testrina, Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena,
+Mutusca e Nomento. Gran gente, i Sabini! Le loro figliuole hanno fatto
+Roma. Popolo singolare! La semplicità del costume di quei montanari
+dell’Appennino centrale, diffusi dalle sorgenti del Pescara alle valli
+della Nera, dell’Aniene e del Tevere, l’austerità del carattere, ed
+ogni maniera di domestiche virtù, li resero mirabilmente adatti a
+quel lavoro di tanta mole che fu il _Romanam condere gentem_. Non mi
+si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da un covo di ladri,
+discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che la storia
+e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina;
+fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne,
+onde aveva a nascere la più forte schiatta del mondo.
+
+Rieti fu dei Romani trecent’anni innanzi l’êra volgare: Annibale passò
+sotto le sue mura: diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il
+Garibaldi di quei tempi; sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di
+Spoleto; fu corsa dai Saraceni e poi quasi distrutta da Ruggero, re di
+Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II d’Angiò vi fu incoronato re
+delle due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui successori amavano molto
+questa città. A modo loro, s’intende; donde avviene che sia molto
+più lieta di appartenere al regno d’Italia, ad onta dei suoi mediocri
+legislatori e del suo non mediocre sistema di tasse.
+
+Per ultimo ricordo storico vi dirò che Rieti fu l’ultima città veduta
+dal vostro umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove
+sono andate tutte quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è
+diventata un paesello, Rocca Sinibalda; anzi c’è chi pretende che non
+si debba neanche riscontrare colà, ma più sotto, dov’è la solitaria
+Osteria nuova. Cure è diventata Corese, una cosa da nulla. Ereto,
+distrutta, si mutò in monte Eretino, poscia Monterotondo. Nomento, poi,
+s’è rimpiccolito in Mentana. Questi cangiamenti di fortuna s’intendono
+facilmente, anche senza andare a scomodare i Goti, i Vandali, ed
+altri popoli guastatori. I Sabini erano possenti, ma prima di Romolo;
+la prevalenza di Roma doveva soggiogarli o assorbirli; l’una cosa e
+l’altra seguirono infatti. Ora, quanto più vi accostate a Roma, le
+città degli antichi popoli vanno scemando d’importanza, fino a tanto
+che trovate la nuda e insalubre campagna.
+
+Ed ora, addio bella! È l’alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della
+via già percorsa, volendo ricondurci all’incontro della scorciatoia
+di Condigliano. Due dei nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco[1],
+coi quali siamo giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in
+carrozza per la strada maestra fino a Scandriglia. Noi, avendo cura
+d’anime, li raggiungeremo domani “col grosso dell’esercito„ se i fati
+permetteranno.
+
+Carina, quella scorciatoia di Condigliano! D’ora innanzi, in materia di
+strade, quando vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.
+
+Alte otto del mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente
+dormito, parte in certi fienili, parte nelle case dei contadini del
+luogo. E qui, sebbene piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in
+marcia per Condigliano, che era, dicevano, distante da noi un’oretta di
+strada.
+
+Il Pietramellara, con due compagni, s’era preso l’incarico di fare una
+corsa a Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e
+sopra tutto se fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno
+del nostro arrivo sulle sponde della Nera, avevamo scritto lettere
+esortative, supplicative, agli amici di Genova. Una delle due vetture
+che ci avevano condotti a Rieti, era ancora laggiù: Ludovico partì con
+quella per Terni. Noi a piedi per Condigliano, e i nostri trecento con
+noi, allegri come pasque, ad onta della pioggia che li flagellava, ad
+onta del fango che li inzaccherava e li faceva dar negli sdruccioli.
+
+Qui proprio incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi
+guanciali e dalle lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo,
+ma vino; addio vetture, fatte per derubarci, ma per liberarci altresì
+dalle molestie del camminare. Dopo tutto, che sincera allegria! Come
+tutto era dolce, in compagnia di vecchi e provati compagni! come si
+andava spediti, colla speranza in avanguardia! e come già si cominciava
+a conoscere il pregio d’una fiaschettina d’acquavite che tratto tratto
+andavamo sorseggiando, per rifarci dell’acqua piovana!
+
+Giungemmo poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai
+piedi d’una montagna. Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti
+a scantonare di qua e di là, in cerca di “alloggio, buon vino e buon
+ristoro„. Quantunque in nessun luogo si vedesse la scritta menzognera,
+non dubitate, trovarono tutti da allogarsi. Alcuni contadini,
+probabilmente edotti dalla esperienza dei giorni precedenti (poichè
+altri drappelli avevano fatta quella medesima strada) si erano elevati
+a dignità di ostieri, senza pigliar patente dal governo, e imbandivano
+ova al tegame, con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far di
+quello che io avevo bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni
+paese, per ogni casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.
+
+Quando noi ci affacciammo all’uscio d’una di quelle osterie
+improvvisate, tutti i deschi, le panche, gli sgabelli, erano già
+occupati. Ce ne rallegrammo, perchè ciò agevolava il nostro ufficio
+di vettovagliare trecento uomini in un così piccolo paese e punto
+preparato ad accoglierci. L’amico del luogo, a cui recavamo una
+commendatizia di Rieti, fu del resto sollecito a mandar pane, vino e
+formaggio per quanti ne avessero bisogno. E tutti ne ebbero la parte
+loro: noi soli restammo a becco asciutto.
+
+Ma il Bernardini vegliava. Era questi un buon giovinotto di Ravenna, di
+quelli che rispondevano “presente„, a tutti gli appelli della patria.
+Egli era stato col maggiore Burlando nella guerra del ’66, ed aveva
+voluto seguire il suo comandante in quest’altra levata d’insegne.
+
+Ora il Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva
+tutto, pensava a tutto, per modo che non c’era più da far niente, da
+pensare a niente. Occorreva il cannocchiale da campo, per ispecolare il
+terreno? Si chiamava il Bernardini. C’era da riscontrare una posizione
+sulle carte di stato maggiore che avevamo con noi? Il Bernardini le
+teneva sempre addosso, ed aveva pronta alle mani quella del luogo
+in cui marciavamo. Si chiedeva un tozzo di pan bigio, per chetare i
+rimorsi dello stomaco? Il Bernardini ne aveva sempre qualcheduno in
+fondo alle tasche del pastrano, e qualche mela per giunta. Mancava un
+pizzico di foglia da caricar la pipa ungherese del maggiore, pipa che
+correva in giro tra noi come la tazza ospitale d’un vecchio castellano?
+Il Bernardini sapeva sempre dove pescare quel pizzico di foglia. I
+cavalli, quando incominciammo a possederne, li aveva egli in custodia,
+ed egli ce li faceva trovare insellati quando bisognasse. Insomma, era
+la provvidenza di noi due, ed anche un pochino di tutti gli altri che
+si accostavano a noi.
+
+Anche a Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso
+una casupola fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da
+chiamar gente. Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra,
+infilò un uscio affumicato e stette forse due minuti a parlamento;
+quindi uscì fuori sul pianerottolo, per gridarci con accento festevole:
+vengano, vengano, ho trovato.
+
+Il suo _eureka_ fu più gradito di quello d’Archimede, e fummo in un
+batter d’occhio lassù, dove ci accolsero con lieti ed onesti modi due
+giovani contadine.
+
+— Non c’è niente; — disse il Berbardini; — ma c’è una cucina, un
+paiuolo, delle cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...
+
+— Ah! e voi dite che non c’è niente? Mi pare che con tutti questi
+ingredienti ci sia da pranzare _in Apolline_.
+
+— Sì, ma il vino?... dei sedani per l’insalata?... Basta, troverò io
+tutto quello che manca, se queste due sposine mi aiutano. —
+
+Le sposine non se lo fecero dire due volte. Col denaro —che mettemmo
+fuori, andarono a trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini,
+frattanto, aveva messo mano ai polli. Un’ora dopo, ci sedevamo in
+cinque o sei ad una tavola zoppa, ma colla sua tovaglia pulita, di
+ruvida tela di canapa, su cui era imbandito un pranzetto giocondato
+dall’amicizia e fatto più gustoso dalla salsa spartana che tutti
+conoscono, e che si chiama appetito.
+
+Ricorderò sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor
+volti, non molto belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai
+miei occhi per un’aria di soave bontà che teneva luogo di bellezza.
+Erano poi di così gaio umore! I nostri quieti diportamenti in casa loro
+fecero si che esse sciogliessero la lingua ad un cinguettìo, il quale
+non ebbe fine che colla nostra partenza.
+
+La più giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son
+tutte barbare, queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora
+la sua collana d’oro a cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri
+gingilli.
+
+Mentre eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che
+tornavano dai campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia
+di ruvida tela, che scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù
+la portano sulle altre vesti, non so se per ammorzare il caldo dei
+raggi solari, o per non insudiciarsi la giacca e il panciotto.
+
+Quei due bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare,
+sedettero con noi e assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi,
+poichè noi già eravamo alle frutte. Così giunsero le due dopo il
+meriggio, e bisognò pensare alla partenza.
+
+— Dove andate? — ci chiese Barbara.
+
+— A prendere la benedizione del Papa; — risposi io.
+
+— No, — ribattè ella, ridendo, — tu vai a prendergli Roma.
+
+— E te ne spiacerebbe, se così fosse?
+
+— A me? perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.
+
+— Barbara, bocca d’oro! — gridò il Bernardini, che da due giorni
+sperava di far tutta d’un fiato la strada del Campidoglio.
+
+— Che vi credevate? — saltò su a dire il marito. — Che Barbara non
+fosse italiana? Qui siamo tutti per Garibaldi.
+
+— Ottimamente, se è così, — ripresi io, — perchè allora tu
+c’impresterai i due cavalli che ho veduto giù nella stalla. Ci
+serviranno per andare fino a Torricella. — Perchè no? Ma chi me li
+rimanda a casa? — domandò egli, con un astuto sorriso che preparava un
+rifiuto.
+
+— Bravo! tu stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo
+d’oro. —
+
+La frase era degna dell’Achillini; ma io, che avevo adocchiate le
+due rozze e che amavo di viaggiar meno male che potessi, intendevo di
+fargli capire che non si sarebbe lesinato sul prezzo.
+
+Egli stette un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci
+negli occhi se eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno
+dubitosa di lui (già le donne valgono assai più degli uomini) gli disse
+con accento sicuro:
+
+— Va; questi figliuoli son buoni. —
+
+Mezz’ora dopo eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella
+orrida e pantanosa scorciatoia che v’ho detto, nella quale molti dei
+nostri amici lasciarono a dirittura le loro cittadinesche calzature. Il
+maggiore e io eravamo a cavallo; ma da buoni amici scendemmo più volte
+di sella, per mandar su qualche inzaccherato collega.
+
+Come a Dio piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via
+provinciale ci aspettava una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò
+fino a San Giovanni Reatino. Colà fu necessario far sosta, poichè il
+cielo si metteva a burrasca, e la gente non si poteva più reggere in
+piedi, inzuppata com’era e flagellata da un vero diluvio.
+
+
+
+
+VII.
+
+La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili
+e passa Garibaldi.
+
+
+I terrazzani di San Giovanni Reatino stavano al riparo sotto le basse
+volte dei rustici portoni, o nel vano delle finestre, a guardare con
+aria tra curiosa e pietosa la nostra marcia, o, per dir meglio, la
+nostra navigazione.
+
+Noi, sulle prime, non pensavamo affatto a fermarci. La guida di
+Condigliano ci aveva detto che a Torricella si poteva giungere quella
+medesima sera; e noi, anche a risico d’immollarci fino al midollo delle
+ossa, volevamo guadagnar terreno. Non erano della stessa opinione i
+cavalli; i quali, tra per l’acquazzone che li colpiva di fronte e per
+aver fiutato il soave odor di fieno, s’impuntavano in mezzo alla strada
+e sparavano calci ad ogni stratta, ad ogni colpo di tacchi, che noi
+davamo con molta costanza nei fianchi a quei ribelli cornipedi.
+
+Povere bestie, dopo tutto! parevano dirci con quella mimica: “Per chi
+ci avete voi presi? Sta bene a voi di andare in perdizione, se vi pare;
+ma alle bestie non si deve chiedere più di quello che possono dare. Ed
+anche a voi, per l’anima di Chirone, uomo e cavallo, dovrebbe piacere
+una bracciata di fieno nella mangiatoia e un po’ di paglia per riposare
+al coperto. Fermiamoci, via, non sarà poi un gran male.„
+
+Intendemmo il ragionamento dei due cavalli; udimmo le voci dei
+terrazzani, che ci gridavano d’ogni banda: “fermatevi qui, giovinotti„
+e deliberammo di contentar gli uni e gli altri, non senza aver chiesto
+da prima se in quel paesello ci fosse un luogo da ricoverare i nostri
+compagni. — Sì, c’è il luogo, e paglia in abbondanza; — risposero.
+
+— Bene, pernotteremo a San Giovanni Reatino; venga il sindaco,
+o l’assessore anziano, e provveda a queste poche cose che ci
+bisognano. —
+
+Il ragguardevole personaggio che noi chiedevamo fu pronto a capitare,
+ed allogò la nostra gente in una chiesuola, con quanta paglia
+occorreva. Ma già s’indovina che pochi rimanessero colà. Dieci minuti
+dopo aver posto il piede nell’alloggiamento comune, la più parte
+se n’erano trovato un altro alla spartita, nelle case di quei buoni
+contadini; e la stipa crepitava in tutti i focolari, sotto a tutti
+i paiuoli, a tutte le padelle, a tutte le cazzaruole di San Giovanni
+Reatino.
+
+Quanto a noi, finito di pensare agli altri, ce n’eravamo andati in una
+osteria che il Bernardini aveva adocchiata fin da principio, e dove
+già stava preparando la cena. Quell’osteria mi è rimasta in mente a
+cagione della fantesca, stupenda per bellezza colossale di forme, che
+la facevano parere una statua, anzi che una donna di carne e d’ossa.
+
+Costei se ne stava ritta sull’uscio, appoggiata allo stipite, cogli
+occhi volti all’orizzonte; e pareva non voler dare ascolto alle cose
+gentili che le andava bisbigliando all’altezza dell’omero un cosettino
+tant’alto, mingherlino e scialbo, vera figura di Momo accanto a
+Giunone.
+
+Seppi più tardi da Barbara (si chiamava Barbara anche lei) che quello
+era il suo damo, o, per dir più esatto, il pretendente alla sua mano. E
+mi parve uomo di buon gusto, quel cosettino tant’alto; ma pensando ora
+al caso suo, non posso lodare egualmente il suo senno. Barbara era una
+gigantessa, al paragone di lui: s’egli ha ottenuta la sua mano, badi
+a non sentirsela addosso. Guai al poveraccio, se Barbara un giorno va
+in collera! guai se lo ama troppo fortemente! perchè in ognuno dei due
+casi, egli è un uomo spacciato. Nel primo, me ne fa una frittata; nel
+secondo, un lucignolo.
+
+Dopo tutto, auguro alla coppia diseguale ogni bene: desidero che pel
+miglioramento della specie in San Giovanni Reatino, i figli di questo
+imeneo riescano una spanna più alti del padre, una spanna più bassi
+della madre.
+
+Questa coppia d’innamorati e una coppia di bottiglie che ci mandò il
+parroco del luogo, cortese antidoto all’orribil mistura che ci voleva
+far trangugiare l’ostessa, sono i ricordi più notevoli della nostra
+fermata a San Giovanni. A noi premeva di andarcene; e poichè nella
+notte il cielo s’era fatto sereno, deliberammo di rimetterci in cammino
+per tempo.
+
+Non tutti ci seguirono. I nostri compagni, non essendo ancora
+militarmente ordinati, amavano far le cose a bell’agio. La mattina del
+21, alla levata del sole, dormivano ancora della grossa. Tanto meglio;
+avremmo potuto giunger primi a Torricella, per preparar loro alloggi e
+panatiche.
+
+La strada che conduce da San Giovanni Reatino a Torricella è la più
+solitaria, la più triste che io abbia veduta mai. Si passa in mezzo a
+un doppio ordine di colline senz’alberi, lungo il letto di un torrente,
+del quale non ricordo più il nome. Non una casa, non un tugurio, nè
+da vicino nè da lontano; solo qua e là, tra i giuncheti del rigagnolo
+asciutto, si scorge un branco di pecore che va pascolando, o uno
+smilzo puledro che trascina malinconicamente la sua cavezza di poggio
+in poggio, e addenta svogliatamente di tratto in tratto qualche fil
+d’erba, forse pensando con desiderio giovanile alla biada, che gli fa
+vedere troppo di rado il rustico padrone.
+
+Poco prima di Torricella vedemmo finalmente un po’ di alberatura, che
+ci rallegrò lo sguardo come una non più sperata novità. Qui, preso
+lingua dal primo contadino in cui ci fossimo imbattuti dopo tanto
+camminar nel deserto, lasciammo la strada maestra, salendo per una
+viottola a diritta; e dietro una bella collina, il cui dorso ce l’aveva
+fino a quel punto nascosta, salutammo la meta del nostro viaggio di
+quel giorno, Torricella in Sabina.
+
+Torricella _in Sabin_a! Questa giunta al nome serve a distinguere il
+paesello da cinque altre Torricelle sparse nell’alta e nella bassa
+Italia; gli abitanti, del resto, non tralasciano mai di ricordarla,
+tenendosi molto, e giustamente, della loro stirpe sabina.
+
+Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli e ospitali con tanto di
+cuore, come i loro antichissimi padri. Ricorderò sempre con gratitudine
+il sindaco e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico
+e Domenico Pitorri. Si ricorderanno essi, con pari tenerezza, di noi?
+Se debbo dir tutto, mi pare che quei due ragguardevoli cittadini non
+vedessero di buon occhio il nostro viaggio e l’avessero anzi per una
+mattìa da rompicolli. I nostri ospiti (poichè in casa loro ebbi la più
+lieta accoglienza) non potevano capacitarsi del come noi si sperasse
+di far opera gagliarda senza l’aiuto del governo. Inutile riferir
+qui le risposte nostre e le repliche loro. Essi liberali temperati,
+noi avanzati, rappresentavamo due forze allora necessarie; e guai se
+una fosse mancata, guai se l’una o l’altra avesse soverchiato; addio
+equilibrio che ci ha tenuti in piedi; addio cospirazione di venti, e di
+eventi, che ci ha condotti in porto. Le ragioni che potevamo scambiarci
+allora, tre anni prima del 1870, che effetto farebbero ora? Io qui
+scrivo ricordi, del resto, e non fo smercio di alta politica.
+
+Torricella è un gaio paese, fatto d’una strada sola come tutti i
+piccoli paesi, bello o brutto secondo i gusti e gli umori, con antichi
+edifizi anneriti dal tempo e ridotti ad apparenza di catapecchie,
+con catapecchie moderne che in grazia dell’intonaco la pretendono a
+palazzine; pittoresco, insomma, come tutto ciò che è svariato di forme
+e ben temperato di tinte.
+
+Mi duole di non sapervi raccontare la sua storia, non avendo avuto
+tempo a chiederne, e non possedendo libri che ne parlino: me ne duole,
+ripeto, perchè a Torricella ho notato un antico castello, severamente
+murato verso il basso della borgata, quasi a custodia della strada
+contro la gente che veniva dalla parte di Roma; il quale ha certamente
+veduto assai cose. Ed io non l’ho interrogato, non mi son fatto dir
+nulla.
+
+Che volete? Avevo tanti altri pensieri m mente, e tutti più urgenti.
+Eravamo finalmente vicini a quel sospirato confine. In una sola marcia
+potevamo giungere a Scandriglia: ancora quattro passi di là, e si era
+sul territorio a noi conteso dalle pretensioni temporali di san Pietro,
+o dei suoi successori. Sul primo lembo di quel territorio avremmo
+ritrovato Menotti Garibaldi colla sua prima colonna di animosi giovani,
+e il Mosto, e l’Uziel, ed altri amici partiti da Genova due giorni
+prima di noi.
+
+Questa era la bella apparenza delle cose: ma la sostanza?... Come
+saremmo arrivati? Eravamo noi certi della via? e potevamo noi cercarla
+a tentoni, con trecento uomini disarmati sulla coscienza? Notate che
+degli insorti e dei fatti loro non avevamo da tre giorni alcuna notizia
+sicura; che le scarse ed incerte voci da noi raccolte lungo la strada
+recavano essersi Menotti allontanato da Montelibretti per andare alla
+volta di Percile. Quella marcia, se pure doveva credersi vera, che cosa
+significava? a che cosa accennava? allo scopo di avvicinarsi alle bande
+che dovevano giungere dagli Abruzzi, o ad uno stratagemma per ingannare
+il nemico? E che cosa dovevamo noi fare? in che modo diportarci, per
+raggiungere il giovane e valoroso generale? Così senz’armi, non c’era
+che un modo; non oltrepassare, ma rasentare il confine, da Scandriglia
+a Canemorto (un nome — — — — — cambiato poi in quello di Orvinio)
+e così, errando per monti e per valli, indovinare il luogo e il momento
+opportuno per farci innanzi.
+
+Ora, se questo era l’unico disegno a cui si potesse metter mano,
+immagini il lettore come fossero lieti i nostri pensieri. Intanto i
+nostri compagni chiedevano armi; le chiedevano ogni momento a noi,
+quasi che noi potessimo cavarcele dalla testa come Giove si cavò
+Minerva coll’asta in pugno e lo scudo imbracciato, o dal nulla con un
+_fiat_, come Domineddio il cielo e la terra.
+
+I buoni abitanti di Torricella, mossi a pietà del nostro stato, si
+auguravano di aver armi quante ne occorrevano per noi; frattanto, a
+testimonianza di buona volontà, ci offrivano quattordici fucili, cinque
+dei quali erano stati caricati due o tre anni innanzi, ma non avevano
+più i cappellozzi. Comunque fosse, accettammo il presente, che in
+quelle circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola
+ai nostri uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.
+
+Si sperava ancora che il Pietramellara giungesse da Terni, con armi e
+munizioni. Ma quali armi, e quali munizioni? Non ne sapevamo niente, ma
+speravamo; speravamo come il naufrago nell’isola deserta, che attende
+un naviglio, il quale lo scorga lui da lontano, proprio lui, e si
+accosti alla riva per prenderlo a bordo; come un povero diavolo che
+per pagare una cambiale vicina alla scadenza, aspetta le centomila lire
+della lotteria di Milano.
+
+Questa volta la speranza mostrò di non meritare gli epiteti poco
+amorevoli onde l’ha gratificata l’illustre autore dell’_Assedio
+di Firenze_. Infatti, nella medesima sera, e in quella che stavamo
+seduti a tavolino, colla carta del confine spiegata davanti a noi,
+e mestamente sorseggiando una tazza di caffè, parecchi dei nostri
+salirono affannati le scale, gridando: “le armi! son giunte le armi.„
+
+Il grido “terra, terra„ levato dalla gabbia dell’albero di maestra
+della _Pinta_, non fece, io penso, tanto piacere a Cristoforo Colombo,
+quanto a noi quello dei nostri compagni: “le armi! son giunte le armi.„
+
+Scendemmo a precipizio in istrada e trovammo per l’appunto due carri
+che si fermavano allora davanti all’uscio, accompagnati da cinque o sei
+dei nostri amici, da noi lasciati in vedetta a Terni, perchè nessuno
+avesse a beccarsi il sospirato soccorso, caso mai ci fosse stato
+spedito da Genova. Ludovico di Pietramellara era il duce; con lui era
+un nuovo venuto, genovese, Lorenzo Manari.
+
+Dati pochissimi istanti agli abbracci e alle strette di mano, chiedemmo
+che cosa ci fosse nei carri.
+
+— Trecento fucili; — risposero gli amici; — un po’ di cartucce, qualche
+coperta di lana e alcune paia di scarpe. —
+
+Come aveva potuto venire quella grazia di Dio? come piovere a noi
+quella manna dal cielo? Le nostre prime lettere agli amici di Genova
+non erano state scritte invano. Giovanni Fontana, Alessandro Piatti e
+gli altri egregi colleghi del comitato genovese si erano affrettati
+a comprare quanti fucili avevano potuto trovare in città, e ce li
+avevano spediti, incaricando dell’accompagnamento il capitano Manari,
+che veniva egli pure al confine. Giunto a Terni colla preziosissima
+merce, Lorenzo Manari aveva trovato il vigile Pietramellara; ambedue
+capitavano il giorno appresso a Torricella, non senza aver prima
+ottenuto dal comitato di Terni le munizioni occorrenti e quel po’ di
+roba che c’era nei magazzini.
+
+Il Manari portava inoltre una lettera, da Firenze, che lo nominava
+intendente dei volontari per tutta la riva sinistra del Tevere.
+
+Pensate la nostra allegrezza. Oramai si poteva metter mano a formare
+un battaglione e allestirci per l’andata al confine. Tosto si deliberò
+che la mattina vegnente si spartissero gli uomini in tre compagnie:
+frattanto, poichè si diceva in paese essere il confine gelosamente
+custodito da forte nerbo di soldati, il Pietramellara sarebbe andato
+nella notte a Scandriglia, per pigliar lingua, e ritornar sollecito a
+noi con le notizie opportune.
+
+L’amico accettò volentieri l’incarico e partì. Noi, chiuse le armi e
+le munizioni in casa, e poste le sentinelle a custodia, ce ne andammo
+a letto. Era l’ultima notte che dovevamo dormire tra le lenzuola, e
+bisognava approfittarne.
+
+Ma ohimè! era scritto lassù che quelle poche ore di quiete ci fossero
+turbate, amareggiate da una triste notizia. Morfeo scuoteva ancora
+mollemente sulle nostre fronti i papaveri del primo sonno, allorquando
+verso le due dopo la mezzanotte, una delle nostre sentinelle venne a
+destarci, conducendo nella camera un contadino arrivato da Scandriglia
+con un biglietto per noi.
+
+Lo leggemmo alla fioca luce d’una candela di sego, coi gomiti appuntati
+ai guanciali. Era il Pietramellara che ci mandava pochi versi a matita,
+mezz’ora dopo esser giunto a Scandriglia.
+
+— Perdio! — esclamò il maggiore Burlando, dopo che ebbe guardato lo
+scritto, e nell’atto di passarlo a me.
+
+Lessi anch’io, ma mi parve di aver letto male. Mi stropicciai gli occhi
+e lessi da capo, quindi tornai a leggere ancora. Erano cattive notizie.
+Gl’insorti, per difetto di munizioni e di viveri, non potevano tener
+la campagna. Però, sperando di rifornirsi, erano venuti al confine; ma
+non potendo raccogliersi dentro Scandriglia, dov’era già a quartiere
+un buon numero di soldati regolari, avevano dovuto sparpagliarsi in
+piccoli drappelli nelle vicinanze del paese; non così lontani tuttavia
+gli uni dagli altri, che non si potesse in breve ora adunarli.
+
+L’annunzio ci riuscì doloroso oltre ogni credere. Ecco, dicevamo tra
+noi, ora che abbiamo le armi, non possiamo andare più avanti. Arrivati
+a stento fin qua, dovremo starcene con le mani in mano?
+
+Per quella notte non fu più il caso di dormire, Ludovico prometteva
+di essere il giorno appresso da noi: intanto ci mandava l’ordine di
+Menotti, che era quello di rimanere a Torricella, paese fuori mano, in
+attesa di nuove istruzioni.
+
+La mattina del 23 fu malinconica assai; tanto più malinconica perchè
+dovevamo sforzarci di nascondere la nostra tristezza ai compagni e dar
+buone parole a quanti ci domandavano l’ora della partenza. Per tenerli
+a bada, cadeva in taglio la formazione delle compagnie. Il maggiore
+assegnò a ciascheduna i suoi uffiziali, nominò i sergenti, che dovevano
+formare a lor volta le squadre; bisogna che occupò fortunatamente una
+parte della mattinata. Era tanto di guadagnato.
+
+Mentre i sergenti davano opera alla formazione delle squadre, noi ce
+n’eravamo andati poco discosto dall’abitato, verso la strada maestra,
+a salutare la quercia di Garibaldi. Così chiamano a Torricella una
+quercia, sotto la quale, nel 1849, il gran capitano si era riposato
+alcuni minuti, passando da quelle parti, dopo la eroica difesa di
+Roma. Quella quercia è sacra pei buoni abitanti di Torricella; e se
+ne tengono, come altri luoghi farebbero d’un monumento della passata
+grandezza, e l’additano con venerazione a quanti forestieri passano di
+là.
+
+Ed hanno ragione. Il rispetto per ogni cosa che rammenti i grandi
+cittadini è una bella maniera di gratitudine, e in pari tempo un
+incitamento, un esempio. Noi, stirpe tralignata dal buon seme latino,
+se siamo ancora venuti a capo di cosa alcuna che porti il pregio
+d’essere raccontata ai futuri, dobbiamo darne merito alla virtù dei
+ricordi che hanno nutrita la nostra giovinezza.
+
+In quella che noi andavamo, e la storica quercia ci conduceva col
+pensiero desideroso alla Caprera, dove il gran capitano certamente
+si doleva della ignavia italiana, ecco, si ode sulla strada maestra,
+che corre poco più sopra di noi, il rumore di una carrozza che passa
+veloce, e poco stante molte voci di nostri compagni, che ci avevano
+preceduti, gridano festosamente: “Garibaldi! Garibaldi!„
+
+— Che è, che non è? — Garibaldi! è passato Garibaldi. — Ma come? — Or
+ora, in carrozza; era con Stefano Canzio; ci ha salutati; va diritto a
+Scandriglia. —
+
+Non mi proverò a descrivere il tumulto dei miei pensieri, all’udir
+quelle nuove. Anche volendo, non saprei. So benissimo che c’era
+maraviglia e stupore, contento ed ebbrezza, e quasi mi pareva
+d’impazzire. E mi sovvenne ancora delle cattive notizie ricevute da
+noi nella notte.... Come tutto era di punto in bianco mutato! Ed era un
+uomo solo, che operava il miracolo.
+
+Raccapezzatomi un tratto da quello stordimento, immaginai le cose che
+dovevano essere occorse nelle acque della Caprera. Stefano Canzio era
+venuto a capo del suo disegno: il Generale aveva delusa la custodia
+delle navi da guerra e aveva toccata la terraferma. Questo s’intendeva:
+ma come, giunto a Genova, o a Livorno, od altrove, aveva egli potuto
+proseguire la via? Certo, era passato per Firenze; ma che cosa era
+avvenuto colà? Caduto il ministero? o il governo aveva fatto di
+necessità virtù?
+
+Tutte queste domande, ed altre consimili, mi giravano per la testa,
+si urtavano, si arruffavano, si confondevano, senza trovar punto
+risposta. A me e agli amici che erano nel caso mio avveniva allora quel
+che avviene certe volte a chi beve un primo sorso dopo lunga penuria
+d’acqua, che il bere gli accresce la sete.
+
+Ma bisognò appender la voglia all’arpione, ovvero, poichè non c’era
+un arpione, ai rami della quercia, sotto cui stavamo ad almanaccare.
+Alle corte, l’essenziale era noto: Garibaldi era giunto; andava a
+Scandriglia; e certo, dov’era lui, si passava il confine.
+
+
+
+
+VIII.
+
+Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e
+l’augurio del doganiere. Ricordo di Pietro Cossa.
+
+
+Ce ne tornammo poco stante in paese, con la fronte alta e il piè
+leggero. La famiglia del sindaco ci aveva fatta preparare la colazione,
+e il corpo, partecipando alle contentezze dell’anima, non ricusò di
+nutrirsi. Se vi dicessi che in quella occasione non si tracannò un
+bicchiere più dell’usato, vi metterei qui una solenne bugia, e avreste
+centomila ragioni a non credere più una sillaba di questo racconto.
+
+L’ordinamento del battaglione era a buon punto: fatte le compagnie,
+ognuno riconobbe i suoi ufficiali; ogni squadra i suoi sergenti e
+i suoi caporali: poi si diè mano alla distribuzione e alla ripulita
+delle armi, cose che destarono molta allegria nelle file. Non sempre
+il volontario conosceva il suo fucile, ed io ne ho veduto dei molto
+solleciti a buttarlo nel fosso; ma egli è sempre felice quando lo ha
+per la prima volta tra mani; lo palleggia allegramente, ne prova il
+grilletto, se è di buona _latinità_; si affretta a ripulirlo dentro
+e fuori, lo vagheggia, insomma, come se fosse una innamorata. Se
+poi è una carabina (dolce femminilità di sostantivo!) la gioia e la
+sollecitudine sono dieci volte più intense; l’arme diventa una persona
+viva, si giunge perfino a metterle un nome. La carabina di un amico mio
+nella campagna del Tirolo si chiamava Ninetta; quella di un altro la
+Scherzosa; e così via, tutte quante avevano un nome, soave o terribile,
+serio o faceto, secondo l’umore dei loro innamorati padroni. Cosa che
+avviene ancora per le sciabole. Quella di un mio collega si chiamava
+la Sitibonda. — Buttala nel Chiese, gli diss’io quando ripassammo quel
+fiume a guerra finita; si caverà finalmente la sete. —
+
+Tornando ai fucili e alla distribuzione fatta, una trentina d’uomini
+rimasero senz’armi; la qual cosa li addolorò grandemente. Li chetammo,
+dicendo loro che di là dal confine, o ne avremmo avuto da altri
+battaglioni meglio forniti, o alla prima occasione avrebbero raccolti i
+fucili dei morti.
+
+Eravamo ancora in quelle faccende, quando giunse il Pietramellara.
+Egli aveva veduto il Generale, e portava la notizia che tutte le bande
+raccolte nei dintorni di Scandriglia si mettevano in marcia. Noi pure
+dovevamo andar subito al confine, ma senza passare per Scandriglia; e
+il nostro itinerario, scritto a matita sopra un pezzetto di carta, era
+questo:
+
+“Evitare il passo di Osteria Nuova, e passare i monti di Toffia sopra
+Carlo Corso; quindi per Carpignano scendere sullo stradale romano; colà
+deviare, innanzi di giungere al passo di Corese, prendendo la traversa
+che conduce a Montemaggiore.„
+
+Non indugiammo ad obbedire. Le armi erano distribuite. Mandato avanti
+con buona scorta il carro delle munizioni, salutati affettuosamente i
+nostri ospiti cortesi, lasciammo Torricella alle due pomeridiane del
+23 di ottobre, accompagnati da un’acquerugiola fine e continua, che
+è, come pare, la solita benedizione del cielo per tutti coloro che
+viaggiano a piedi.
+
+Si scende, tuttavia, si scende di lieto animo, cantando il _Fratelli
+d’Italia_ al buon popolo di Torricella che ci saluta dai margini della
+strada maestra, dalle finestre dei casolari, dalle prode dei campi,
+e poi dal marziale dell’inno di Goffredo Mameli passando al patetico
+dell’_Addio, mia bella, addio_, dato prodigamente agli echi della
+valle solitaria in cui siamo inoltrati, lungo la sponda di un corso
+d’acqua di cui non ricordo più il nome, e ignoro se sia fiumicello
+o torrente. La pioggerella è cessata; il sole si affaccia ancora tra
+le nubi squarciate e le tinge di rosso; la sua tinta favorita delle
+ore pomeridiane. È il caso, oramai, di ritrovare una guida, per farci
+evitare Osteria Nuova, che può esser distante un’ora di strada; e già
+si pensa a cercarla, quando si sente dietro di noi lo scalpitar di un
+cavallo. Ci voltiamo a guardare e vediamo un cavaliere, mezzo vestito
+alla buttera, come tutti i cavalieri della regione, con grandi calzoni
+di pelle di pecora, o di capra, che non saprei dire esattamente, non
+avendoci fatto grande attenzione, mentre tutta la mia curiosità era
+attratta dal simpatico aspetto signorile del personaggio: un giovanotto
+snello, dai baffi biondi, certo De Cupis di Poggio Mirteto, il quale,
+dopo averci detto il suo nome e la sua qualità di guida garibaldina,
+ci chiede a che distanza potrà ritrovare Garibaldi, per cui ha un
+biglietto, e da consegnare al più presto.
+
+Il biglietto è aperto; è del comitato di Rieti, e avverte il Generale
+che l’ordine di arrestarlo è giunto da Firenze, e lo porta, insieme
+coi mezzi di mandarlo ad effetto, un maggiore dei reali carabinieri,
+seguito da trentasei uomini.
+
+— Abbiamo dunque un nuovo ministero a Firenze? — chiesi io.
+
+— Sì e no, — rispose il cavaliere, — si ritira il Rattazzi, è chiamato
+il Cialdini, ma non riesce a comporre un gabinetto; intanto la
+situazione è cangiata, ritornando quella di otto giorni fa.
+
+— Quest’ordine lo prova. E di quanto precede Lei i carabinieri?
+
+— Di un’ora; son corso a spron battuto.
+
+— Vada, e buona fortuna; — gli disse il maggiore. — Garibaldi è passato
+questa mattina, diretto a Scandriglia; se c’è rimasto, il che non
+credo, ha tempo di avvisarlo. —
+
+Il cavaliere saluta, tocca di sproni, e via di galoppo verso Osteria
+Nuova.
+
+— Ed ora, che cosa facciamo noi altri? — domando io al maggiore.
+
+— Noi abbiamo il nostro ordine: passare i monti di Toffia. Per
+cominciare, lasceremo la strada maestra un po’ prima del necessario,
+andando a cercare mia guida di là dal fiume. —
+
+Detto fatto, il maggiore ordina che il carro delle munizioni si cali
+dalla sponda nel greto del fiume, o torrente che sia. Là sotto, e
+nascosto dai cespugli che vestono la ripa, il carro è invisibile; noi
+con esso, se staremo bene appiattati sotto l’argine. L’operazione in
+venti minuti è felicemente compiuta; gli uomini si sono anche spartiti
+i fucili e le munizioni levate dal carro, che rimarrà in abbandono.
+L’intenzione era di metterci in armi al confine; ma come fare
+altrimenti, in quella necessità? Dall’alto, verso Torricella, si sente
+un fragor d’armi e io scalpitio d’una grossa cavalcata. È il drappello
+dei carabinieri reali. Vengono rapidi, al trotto, e giunti al piano
+della valle si mettono al galoppo. Andate, andate, e non vi venga in
+mente di allungare il collo per guardare qui sotto. Li abbiamo a pochi
+metri di distanza; passano; sono passati; e noi, appena li vediamo
+sparire alla svolta dello stradone, ci togliamo dal nostro nascondiglio
+per passare il greto e andare in traccia d’un contadino, o pastore, che
+voglia farci da guida.
+
+Un garzoncello, proprio allora, si affaccia al limitare del bosco.
+_Lupus in fabula._ Alla vista di tanti uomini armati, senza la divisa
+militare, ha avuto un momento di esitazione? o la curiosità soltanto lo
+ha inchiodato laggiù, dove noi abbiamo potuto distinguerlo alla luce
+del tramonto? Comunque sia, egli è presto accerchiato, ed anche con
+bei modi rassicurato. Non gli si domanda altro che qualche ora del suo
+tempo, quanto basti per metterci per la via più breve al passo di Carlo
+Corso, evitando Osteria Nuova, poichè non abbiamo nessuna voglia di
+bere: venga, sia buonino, e gli daremo per la sua camminata uno scudo;
+anzi meglio, lo avrà in anticipazione. La moneta, infatti, luccica
+agli occhi dell’adolescente e gli sdrucciola nella mano, macchinalmente
+aperta per riceverla.
+
+— Andate con Garibaldi? — chiede egli, come per isgravio di coscienza.
+
+— Sicuramente; non lo vedi? Ci avevi presi forse per briganti?
+
+— Oh, non ne avevate l’aria; — risponde egli ridendo.
+
+E si avvia, guidandoci verso la macchia. Entriamo nella penombra, e
+indi a poco nel buio. Egli intanto, sia che abbia presa troppo alla
+lettera la nostra raccomandazione di condurci per la via più breve, sia
+che voglia fare una piccola vendetta della inattesa passeggiata che gli
+è imposta da noi, ci fa prendere un sentiero da capre, su pei meandri
+d’una scogliera che non promette niente di bene, specie a quell’ora
+tarda, con le ombre così pronte a calare dai monti, e con una certa
+nebbia egualmente pronta a salire dal fiume. Ancora una mezz’ora di
+quella salita, e siamo in una nebbia così fitta, che si dura fatica
+a vederci due passi discosto. Ad un certo punto dell’erta, lo stretto
+sentiero gira intorno ad una rupe, e non manca nemmeno una di quelle
+soluzioni di continuità che son cagionate dalle piogge in tutti i
+sentieri di montagna. La rottura non par troppo vasta, ma per contro
+appare profondo l’abisso. Ci vuol pazienza; bisogna passare di là. Ma
+come fare, coi fucili, che impediscono agli uomini di aiutarsi colle
+mani lungo le pareti della roccia? Il maggiore salta per il primo e
+si volge a prendere il fucile d’un soldato che lo segue; questi a sua
+volta prende il fucile del compagno; e così via via, ad uno ad uno,
+passano tutti trecento, senza capitomboli, senza perdita d’armi, che fu
+veramente un miracolo.
+
+La difficoltà del passo e la nebbia che c’impedisce di approfittare
+dello scarso lume “onde son pie le stelle„, ci fanno perdere un’ora
+in quel primo intoppo. Per colmo di sventura, usciti di là, entriamo
+in una forra, che ci mena diritti alle spalle di un nero edifizio,
+in cui Ludovico di Pietramellara non istenta a riconoscere la temuta
+Osteria Nuova. Siamo proprio al punto che dovevamo evitare. Dove mai
+ci ha condotti quel briccone di garzoncello Sabino! O non sarebbe il
+caso di amministrargli un paio di scappellotti? Ma a che servirebbe la
+collera? Meglio varrà pensare ai casi nostri. Se i soldati di guardia
+al passo ci hanno sentiti, stanno prendendo le loro disposizioni per
+venirci incontro. Una baruffa con soldati italiani è da cansare ad
+ogni costo; non per questo siamo venuti al confine. Piuttosto è da
+vedere se non ci sia modo di uscire da questo ginepraio. Ludovico ha
+una buona ispirazione. Già due volte è passato di là: conosce oramai
+il capitano; andrà lui ad esplorare, e, se occorre, a parlamentare.
+Ottenuto il permesso dal maggiore, si avvia, gira il canto, e sta una
+mezz’ora a ritornare; una mezz’ora che ci è parsa un secolo. Quando ci
+capita davanti, Ludovico è fuori di sè dalla gioia; sto per dire che le
+lenti, piantate sul suo naso, mandano lampi nella penombra notturna.
+Il capitano, di cui temiamo tanto la vigilanza, è in una condizione
+stranissima; già dalla mattina, quando Garibaldi è passato in carrozza,
+stenta lui a trattenere i suoi uomini. Se passiamo davanti al posto,
+chi li terrà più? Verranno tutti con noi; ed egli, infine, egli che
+è italiano quanto noi altri, passerà per il primo. No, per carità,
+gli ha detto il Pietramellara; aspetti uno o due giorni e l’annunzio
+della prima vittoria; vedrà che le esitanze del governo cesseranno, e
+tutti, quanti siamo, regolari e volontarii, ci troveremo alle porte di
+Roma. Sia dunque inteso tra noi, che non passeremo davanti al posto, e
+rispetteremo tutte le convenienze. Quanto a Lei, se per caso sentirà un
+po’ di rumore nel bosco, pensi da buon camerata che a Lei hanno dato da
+guardare la strada maestra, non le traverse da cacciatori, non le forre
+da contrabbandieri.
+
+La missione di Ludovico ci rimette l’anima in corpo. Il contadinello
+Sabino, perduta la speranza di liberarsi dalla nostra compagnia, si
+risolve di condurci per davvero sulla vetta del monte. Si va come si
+può, per gli alpestri sentieri; ma in alto siam fuori della nebbia, e
+ci si raccapezza un pochino. Peccato che da un casolare poco lontano
+si desti un can da pagliaio. Abbaia, quel figlio d’un cane, dando la
+sveglia e l’esempio a tutti i suoi colleghi del vicinato. Di qua, di
+là, di su, di giù, tutti i cani della Toffia rispondono, abbaiando
+disperatamente in tutti i registri, con tutti i metalli di voce.
+Confesso di non aver mai sentito in vita mia un così fiero concerto di
+cani, neanche a Parigi, nel _Jardin d’acclimatation_, quando è l’ora
+del pasto per questi amici dell’uomo. Che diranno i padroni di tutta
+questa canatteria? Se c’è lassù una pattuglia di carabinieri, o un
+altro posto di soldati, buona notte, si può dir proprio di aver rotte
+le uova in sull’uscio. Ma infine, perchè pensar sempre la peggio?
+La luna era sorta; non si poteva anche credere che tutti quei cani
+abbaiassero alla luna?
+
+Due ore dopo la mezzanotte avevamo afferrata la vetta. Riuscivamo ad
+una strada mulattiera, abbastanza spaziosa; e là, accanto alla strada,
+si vedeva al lume della luna una piccola casa.
+
+— Eccovi a Carlo Corso; — disse allora il contadinello Sabino.
+
+Veramente, il nostro ordine scritto diceva: “passare i monti di Toffia
+sopra Carlo Corso„. Ma oramai era fatta; quella casa non si poteva
+evitare, bisognava passarci davanti, non sopra. E Carlo Corso era un
+posto di doganieri, come ci fu agevole di riconoscere, vedendone due,
+che spiccavano assai bene con le loro attillate uniformi sull’azzurro
+bianchiccio del cielo.
+
+Perchè mai quella casa avesse nome e cognome, io non so, non avendo
+pensato a domandarlo. Fors’anche, se lo avessi domandato, quei
+doganieri non avrebbero saputo dirmelo. Era ad ogni modo una casa
+cristiana. Quei bravi doganieri, indovinato di che si trattasse,
+ci fecero festa. Avevamo bisogno d’acqua, e ci diedero acqua; ci
+occorrevano due ore di riposo, e i nostri uomini poterono allogarsi
+in parte al coperto, in parte adossarsi alle mura dell’edifizio. Il
+mio maggiore ebbe il letticciuolo del brigadiere, per ischiacciarvi un
+sonnellino: io mi buttai sopra un forziere di noce, dove quell’ottimo
+brigadiere teneva le sue carabattole. Ci avrei dormito benissimo, se
+fosse stato più lungo ed avessi potuto stendermi tutto, come otto
+anni prima, in Lombardia, avevo fatto sulla tavola da pranzo del
+sindaco di San Martino, mentre l’amico Gordolon, mio tenente, dormiva
+saporitamente in un letto monumentale.
+
+Amico forziere dei doganieri di Carlo Corso, che bel sogno ho fatto
+sul tuo coperchio di noce! “Sogna il guerrier le schiere„ ha cantato
+il Metastasio; ma la osservazione psicologica non è niente più giusta
+di quell’altra sua, zoologica, che gli ha fatto mettere la serpe in
+concorrenza con l’ape, nel suggere i fiori. Io, lungi dal sognare
+le schiere, sognai.... Ma no, non lo voglio dire: tanto, sul più
+bello, il mio sogno fu interrotto dalla voce del maggiore, che mi
+annunziava le cinque del mattino e mi ordinava di radunar gli uomini,
+per rimetterci in marcia. Balzai in piedi, corsi fuori a svegliar la
+mia compagnia, la seconda del battaglione, e, poichè tanto era tutta
+strada, anche la prima, comandata dal Pietramellara, e la terza,
+comandata dall’ingegnere Stangolini. In capo a dieci minuti eravamo
+tutti pronti per la partenza; e ci avviammo subito, allegri come
+pasque, dopo aver salutati con larga effusione di cuore i nostri bravi
+doganieri. Rammento che il brigadiere ci augurò di giungere a Roma in
+tre tappe. L’augurio, pur troppo, fu vano per noi: ma ad ogni modo il
+brigadiere fu profeta. Le tappe erano ancora tre, per l’Italia, e di un
+anno ciascuna. È figurato, il linguaggio dei profeti; e bisogna saperlo
+intendere, bisogna!
+
+L’aurora ci ritrova ancora sul colmo della montagna, tanti sono i giri
+e i rigiri della strada. Sotto di noi s’indovina una valle; davanti
+a noi si stende una lunga e larga veduta di vette, di colline, di
+poggi, con borghi e castelli appollaiati sui culmini, come nei quadri
+di Claudio di Lorena. Dal punto in cui siamo, per mezzo delle alture
+digradanti, che incominciano a svolgersi da uno strato di nebbia
+sottile ai primi raggi del sole, si scorge in lontananza una piccola
+massa tondeggiante e dorata, in cui è facile riconoscere la cupola
+di San Pietro, a cui nella nostra prospettiva sembra collegarsi una
+lista d’argento, serpeggiante e luccicante; il Tevere, il Tevere che
+ci fa da lontano la grazia di non parer biondo, col pericolo d’esser
+chiamato limaccioso dagli irreligiosi nepoti. — _Vidimus flavum
+Tiberium_, esclama Ludovico, dalla testa della sua compagnia. — _Velox
+amoenum saepe Lucretilem_, rispondo io, stendendo la mano verso una
+gran montagna che azzurreggia a sinistra. Almeno, dovrebb’esser laggiù
+l’ameno Lucrètile, che _igneam defendit æastatem capellis usque meis
+pluviosque ventos_. Giustissimo; ribatte Ludovico; e vedi più giù
+la montagna di Tivoli, _mite solum Tiburis et moenia Catili_. — E di
+qua niente? gridai io, accennando alla destra. Quel monte laggiù, che
+innalza la sua negra cima nel fondo della pianura, non sarebbe per
+caso il classico Soratte? — _Tu dixisti_, ripiglia quel capo ameno del
+mio Ludovico. Tu lo vedi nero, stavolta; se aspetti un par di mesi, lo
+vedrai magari bianco. _Vides ut alta stet nive candidum Soracte?_...
+
+Dei immortali, quanto Orazio abbiamo snocciolato quella mattina sui
+greppi di Toffia! Io e Ludovico di Pietramellara ci eravamo proprio
+incontrati, con la nostra malattia citatoria. Dio li fa e poi li
+appaia, come dice il proverbio. Ma questa del citare Orazio ad ogni
+passo è veramente la malattia più terribile, quantunque non sia
+contagiosa. _Il cite si souvent Homère et Horace, que c’est de quoi en
+dégoüter_, ha lasciato scritto di un Tizio il famoso principe di Ligne.
+Il nostro maggiore, che la pensa come il principe di Ligne, ci annunzia
+ridendo che alla prima tappa ci manderà tutt’e due agli arresti.
+Perchè? siamo nel Lazio, perbacco, e la lingua del Lazio è il latino.
+
+Questo dello slatinare in vicinanza di Roma è una mania naturale.
+Ricordo che nel 1878 si andò una volta in parecchi amici a visitare la
+via Appia. Era con noi Pietro Cossa, che aveva stabilita una multa di
+cinquanta centesimi per chiunque in quella gita non parlasse latino.
+_Dura lex, sed lex_, e bisognava striderci tutti; anche in un latino
+maccheronico, dovevamo parlare come Pietro voleva. Uno solo, romano di
+Roma, non si sentiva di obbedire; amava piuttosto star zitto.
+
+— _Silet hic noster_, — dicevamo noi, canzonandolo, — _sed latine
+silet; ergo non multabitur_.
+
+Ma quell’altro, intanto, cominciava a capire che a tacer sempre avrebbe
+fatto una cattiva figura. Ad un certo punto, preso per mano il Cossa,
+lo condusse verso certe rovine, che dovevano essere di una casa.
+
+— _Et etiam latine gesticularis, probo_; — gli disse Pietro,
+continuando la celia. — _Sed quid me vis? quid mihi videndum?_ —
+
+L’altro seguitava coi gesti, indicando le rovine; finalmente, mezzo
+affermando, mezzo chiedendo, gli disse:
+
+— _Domus?_
+
+— _Domus_; — rispose Pietro Cossa; ma poi, scappandogli la pazienza,
+uscì in questa sentenza: — Ah, figlio d’un cane, non sai altro latino
+che questo? —
+
+Quel giorno fu Pietro Cossa che pagò la prima multa. Aveva parlato
+italiano. Quel povero Pietro non sapeva consolarsene. Noi Io
+paragonammo a Caronda, il famoso legislatore di Turio, vittima d’una
+legge ch’egli stesso aveva proposta e che primo aveva violata.
+
+
+
+
+IX.
+
+Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci
+siamo.
+
+
+Si scende la montagna a rotta di collo; io l’ho più misurata che vista.
+In un’ora siamo alle falde; vediamo laggiù una valle stretta stretta,
+con una lista di prato e una casa, un fiumicello ed un ponte. La casa è
+l’osteria del Grillo; il fiumicello è il Ricco, salvo errore; il ponte
+che lo cavalca segna il confine tra noi e il così detto patrimonio di
+San Pietro. Abbiamo appena il tempo di raccapezzarci, quando una guida
+si avanza, domanda se siamo i carabinieri genovesi del battaglione
+Burlando, e avuta risposta affermativa ci consegna un ordine, scritto
+in uno dei soliti pezzettini di carta. Niente è mutato nel nostro
+indirizzo di marcia; solo v’è aggiunto che dobbiamo impadronirci di
+Nerola, per proseguire ad un nuovo ordine verso Montemaggiore.
+
+Nerola è quel castello che si vede lassù, sulla vetta di un colle
+davanti a noi, di là dal ponte. A Nerola, ancora ieri, stavano i
+Pontificii; bisogna assicurarci se ci sono rimasti, e se ci sono
+bisogna sloggiarli.
+
+Non è più il caso di far sosta all’osteria del Grillo, che del resto
+è senz’oste e senza vino. Si passa il ponte, leggendo di volo la
+iscrizione d’un pontefice che lo ha fatto costruire. Era l’uffizio
+suo; _pontifex_ non significa forse in latino colui che fa i ponti?
+Arrivati al piede della collina, che di là ci pare una montagna bella e
+buona, ci stendiamo in catena, e prendiamo a salire secondo le regole.
+La fatica non è poca; ma si sopporta volentieri. E così bello, dopo
+tanti giorni di desiderio, fare la prima operazione di guerra! Giunti a
+mezza costa, ci pare di veder gente lassù. Ci aspettano a tiro; andiamo
+coperti più che si può. Ma che coperti? se sventolano i fazzoletti!
+Ebbene, che cosa vuol dire? non potrebb’essere un tradimento? Amici o
+nemici che siano, facciamo le cose a dovere. E si continua a salire,
+trattenendo gl’impazienti delle prime file, sollecitando i più tardi
+delle ultime. Così giungiamo al colmo della vetta, senza che ci abbia
+salutati una palla. Son dunque amici lassù? Amici, di fatti, tutto
+il popolo di Nerola, poco più di seicento abitanti, già vassalli dei
+Colonna di Sciarra, oggi liberi cittadini di una libera patria.
+
+Fin dalla sera innanzi, forse avvisati della presenza di Garibaldi che
+da Scandriglia è sceso a passo Corese, i Pontificii hanno spulezzato
+da Nerola. Tanto meglio; a nemico che fugge ponte d’oro. Ma la
+prudenza comanda a noi di non fidarci troppo: ci sono certe eminenze
+sulla nostra sinistra, Montorio Romano ad esempio, dove potrebbero
+appiattarsi le insidie. La nostra prima cura è di mettere avamposti da
+quella banda, e giù, verso la strada di Montelibretti. Poi si chiede
+del sindaco, o governatore, o ministro, od altro che sia il personaggio
+più importante della comunità. Viene il personaggio; dev’essere un
+ministro di casa Sciarra; mette a nostra disposizione il poco che ha,
+paglia fresca prima di tutto e la caserma dei gendarmi pontificii,
+che porta ancora i segni della improvvisa fuga dei suoi abitatori.
+Sono ancora appesi alle grucce i cappellacci a due punte, di forma
+abbastanza napoleonica, e alle caviglie della rastrelliera le giberne
+e le tracolle nemiche, pronto trastullo ai nostri uomini, che, essendo
+“carabinieri„ amano fare un po’ di baldoria travestendosi da gendarmi.
+
+È una scena di scappellotti, da far morire dal ridere. Ma ogni bel
+giuoco dura poco, e i gendarmi ritornano carabinieri per far colazione.
+Noi frattanto pensiamo che le compagnie sono formate bensì, e le
+squadre divise, ma che non s’è avuto ancora il tempo nè il modo di fare
+i ruolini. Si trova carta, penne e calamai; s’improvvisano tre furerie
+ed una maggiorità; i penniferi si mettono tosto a lavoro. Veramente
+provvidenziale, quella occupazione incruenta di Nerola!
+
+Al maggiore e a me, che faccio anche servizio di stato maggiore, è
+toccata una camera con due letti, presso una egregia famiglia del
+paese. Ho il dolore di non ricordarne più il nome: bene ricordo una
+bella signora, dagli occhi romanamente grandi e romanamente neri. È
+lassù in villeggiatura, presso quella famiglia di buoni parenti suoi;
+dovrebbe ritornare all’eterna città; ma i casi della guerra non glielo
+permetteranno così presto; ad ogni modo, essendo buona italiana, spera
+di rivederci laggiù. Accettiamo l’augurio, e lo mettiamo insieme con
+quello del doganiere di Carlo Corso. Finalmente, verso le undici di
+sera andiamo a riposarci, dopo aver visitati accuratamente i nostri
+avamposti, dalla gran guardia fino alle ultime sentinelle.
+
+Buon letto di Nerola, era scritto lassù che io non avessi tempo a
+scaldarti. Avevamo appena chiuso un occhio, quando i piantoni vennero a
+chiamarci. Era giunta allora allora una guida, e portava uno dei soliti
+pezzettini di carta. L’ordine era questo: “Il battaglione Burlando
+faccia viveri per un giorno e parta immediatamente per Montelibretti
+avviato su Monterotondo„. Svelti, a terra, e vestiamoci. Del resto,
+non eravamo spogliati che a mezzo. Dov’è il nemico? Sarà dove vorrà.
+L’ordine, del resto, comanda la fretta, e quel dire “su Monterotondo„
+scambio di “per Monterotondo„ significa che laggiù avremo forse
+l’ostacolo.
+
+Animo, dunque, a svegliar la gente e a far viveri. C’è una tromba nel
+battaglione; ma non ce ne serviamo; i piantoni vanno essi ad avvertire
+le compagnie, e i preparativi di marcia son fatti alla sordina. Il
+ministro di Nerola è richiesto di viveri: non ha nulla da darci: già
+aveva poco il giorno innanzi, e gli uomini avevano dovuto nutrirsi
+del loro pane. Come fare? Basta, Iddio provvederà, a Montemaggiore, a
+Montelibretti, dove parrà più opportuno alla sua misericordia infinita.
+
+Nel cuore della notte, senza viveri, ma con molte speranze per viatico,
+scendiamo dal poggio di Nerola. A mezza strada, levando gli avamposti
+verso Montemaggiore, mi ricordo degli altri, lasciati indietro, verso
+Montorio Romano; e corro a levarli, non perdendo, se Dio vuole, che
+una mezz’ora di tempo. Il bravo sergente, un Randaccio dell’isola di
+Sardegna, teneva saldo lassù. Aveva sentito il rumore e indovinato, da
+vecchio militare del ’59, che si levava il campo; ma sempre da vecchio
+militare aveva pensato che dove lo avevano messo gli bisognava restare.
+Raccolto lui e la sua squadra, si va in giù a passo di corsa, ed anche
+un pochettino a ruzzoloni, per raggiungere il battaglione, che ha
+continuato a marciare.
+
+Siamo sull’albeggiare davanti al poggio di Montelibretti. Si fanno
+viveri? Ahimè! Montelibretti, interrogato dai nostri ambasciatori, non
+ha niente per noi, non ha niente per nessuno; lo hanno spogliato, tra
+la sera innanzi e la notte, altri battaglioni passati di là. Non c’è
+più una misura di farina per i suoi stessi abitanti, non un sacco di
+grano. Poveracci! come faranno? moriranno di fame? Eh via, speriamo di
+no. Anche a Falconara, dove giungiamo intorno alle nove, è la stessa
+canzone. Falconara, da non confondersi con quella d’Ancona, è la tenuta
+di un principe romano. Parliamo col ministro, che giura, e spergiura
+anco lui di non aver nulla di nulla. Neanche una goccia di vino, per
+bagnarci la bocca? Neanche quella. Ma che è, che non è, mentre noi
+stiamo parlamentando sul piazzale del castello, arrivano parecchi
+dei nostri soldati, gridando. Cento passi più in la, vedendo un uscio
+contro una ripa, e credendo che proteggesse una fontana, hanno sfondato
+quell’uscio e trovata una cantina, riccamente fornita di botti, donde
+hanno cominciato a spillare. C’è da sgridarli? No davvero; piuttosto
+da fare una partaccia al ministro, che allibbisce e balbetta non so
+che. Ma non è il caso di andare in collera; il disgraziato non franca
+la spesa. Si va tosto alla cantina, e si mettono i piantoni, perchè
+tutti bevano, in ordine, con discrezione, con misura, con garbo, senza
+sprecare la grazia di Dio.
+
+Falconara mi è rimasta in mente per un altro episodio. Mi ero fermato
+sul piazzale, davanti ad un murello, dalla parte di Roma. La città
+eterna, essendo noi già tanto al basso nella valle, non si poteva
+vedere, intercettata com’era la vista da tante colline. Ma si vedeva
+Monterotondo, o piuttosto s’indovinava che fosse Monterotondo, dai
+lampi e dal rombo delle artiglierie, che incominciavano a farsi
+sentire. Guardavo laggiù, aspettando che le compagnie avessero finito
+di bere. Due soldati, frattanto, in un campo sotto i miei occhi,
+seguivano certi movimenti del terreno, che si andava alzando via via in
+una linea serpeggiante. Era facile indovinare che fosse: una talpa. I
+due soldati, puntando le baionette, da un capo e dall’altro della terra
+smossa, volevano chiuder la strada alla roditrice sotterranea.
+
+— Perchè fate ciò? — domandai. — Sentite laggiù? Fra un’ora ci saremo
+anche noi, e potremo lasciarci la pelle. Morituri, lasciamo vivere
+quella povera bestia.
+
+— Devastano i campi, le talpe; — mi rispose uno di loro.
+
+— E lasciate che devastino. Ce ne vorrei trecentomila, a Falconara,
+e che non lasciassero in piedi un gambo di grano o un piede di
+vigna. —
+
+Così fosti salva, o povera talpa di Falconara. Possa tu aver provate le
+gioie della famiglia, ed essere stata consolata di numerosissima prole!
+
+Digiuni di cibo, a mala pena rinfrescati dal vin cotto della cantina
+sotterranea, si va, si accorre al cannone. A mezza strada c’imbattiamo
+in un contadino che fugge.
+
+— Che c’è? — gli domandiamo.
+
+— Garibaldi jè dà ’na bella battuta; — ci risponde, seguitando a
+correre.
+
+— Buone notizie! perchè dunque scappi così?
+
+— Io non scappo, torno a casa. —
+
+E via come il vento. Lo lasciamo andare, facendo un po’ come la guardia
+svizzera del Vaticano a cui (se la leggenda è vera) avevano data la
+consegna di non lasciar entrare nessuno. — Non si entra! — gridò il
+soldato ad uno che voleva forzar la consegna. — Ma io esco; — rispose
+il cittadino. — Allora passi! — conchiuse lo svizzero.
+
+Come abbiamo lasciato andare il contadino inerme, non lasciamo andare
+otto o dieci armati, che son fuggiti dal campo. Li abbiamo incontrati
+davanti ad una casupola, dove si sono affollati, chiedendo in malo
+modo da bere. — “Che fate voi altri? perchè non siete al fuoco?„
+domanda il maggiore. — “Tutto è perduto; si salva chi può„ ci
+rispondono essi. — “Ah sì?„ grida il maggiore. “Allora deponete i
+fucili„.
+
+Non vorrebbero; ma egli incalza. — “I fucili, sì; parlo turco? i
+fucili, che non sapete portare. A voi, — soggiunge, volgendosi a
+quelli dei nostri che ne sono ancora sprovveduti, — levate le armi a
+queste....„ E lascio il resto nella penna.
+
+Disarmati, non senza difficoltà, nè senza scapaccioni, filano
+borbottando, verso Montelibretti. Uno solo, com’è alla prima svolta
+della strada, ardisce far fronte indietro e intuonarci un saluto
+beffardo. Gli si punta addosso un fucile, e lui via, come una lepre, a
+raggiungere i valorosi compagni. E per fuggire così, quei disgraziati
+erano dunque venuti innanzi poche ore prima? Che orrore, il soldato
+che fugge! Già l’ho sempre detto; io; l’uomo non è quella bellezza
+d’animale ch’egli vorrebbe far credere nei suoi trattati di zoologia; e
+spesso ci vuole tutta la sapienza d’un sarto, per renderlo tollerabile.
+Ma l’uomo che fugge, è una cosa a dirittura indecente.
+
+— Vuoi scommettere, — mi dice il maggiore, — che non c’è niente di vero
+in ciò che hanno raccontato quei mascalzoni?
+
+— Tengo con te, — rispondo, — e ci arrischio tutto quello che ho in
+tasca.
+
+— Allora sia per non detto; — conclude egli ridendo. — Ci hai messo la
+_mezza sesta_. —
+
+La _mezza sesta_ era una volta, in genovese, l’aumento di prezzo che
+si faceva ai pubblici incanti. Si ripete ancora per celia, quando uno,
+dicendo più di noi, vuol guadagnarci la mano. E basti della celia, e
+dell’episodio ond’è nata.
+
+Si corre, si corre, temendo sempre di non giungere a tempo, si corre
+ancora con la lingua fuori, come i cani da caccia. Finalmente, ci
+siamo; s’è afferrata una collina, dalla cui sommità si vede benissimo
+la borgata di Monterotondo, stretta intorno alle mura di un grande
+edifizio, il palazzo Piombino, dalle cui finestre e dall’orlo del muro
+di cinta che ne protegge gli accessi, partono lingue di fuoco. Alquanto
+più giù, certamente in una spianata sotto il muro, è l’artiglieria dei
+Pontificii, che manda ad ogni tanto un lampo ed un tuono. Dal versante
+della collina per cui scendiamo spediti, siamo forse a settecento metri
+dalla piazza, poichè tra il lampo e il tuono non passano che due minuti
+secondi. La scena è maravigliosa, illuminata da un sole stupendo.
+Anche noi, sfilando per due sul declivio del prato, con le nostre
+baionette luccicanti, dobbiamo fare una bella figura: certamente di là
+amici e nemici hanno veduta la nostra ordinanza. I primi a darcene un
+cenno sono i nemici. Il palazzo Piombino ha davanti a sè una valletta,
+fiancheggiata da due eminenze, da due creste di poggio. La meridionale
+è coronata d’un edifizio, il convento dei Cappuccini, la settentrionale
+di un altro, il convento di Santa Maria, che non so a quali frati
+appartenga. La valletta, dalla parte nostra, ha un canneto. Noi, tirati
+insensibilmente dalla piega del prato, voltiamo verso i Cappuccini,
+e al passo del canneto ci salutano cinque o sei palle, gnaulando.
+Vengono senza dubbio dalle finestre alte del palazzo Piombino. Nessuno
+è ferito, quantunque si offra bersaglio sicuro e continuo, sfilando
+lenti, come facciamo, per non dar cattiva opinione di noi.
+
+Ci hanno veduti anche i nostri. Di là dal canneto alcuni ufficiali
+vengono alla nostra volta. Uno di essi è a cavallo: riconosciamo
+il colonnello Frigésy, un bravo ungherese, venuto a combattere con
+Garibaldi le battaglie della indipendenza italiana. È con lui il suo
+giovane aiutante, Pietro del Vecchio. L’uno e l’altro ci accolgono a
+braccia aperte.
+
+— Giungete a tempo, non dubitate, — ci dicono. — Si è attaccato subito,
+questa mattina, con le poche forze che si avevano alla mano, aspettando
+i battaglioni via via d’ogni parte. Ma gli Antiboini resistono
+fieramente. Hanno anche dell’artiglieria; due cannoni impostati
+all’ingresso del palazzo Piombino. Bisognerà prenderli, o farli tirar
+dentro ad ogni costo. Garibaldi è laggiù con Menotti a Santa Maria,
+proprio sotto le mura. Ha due cannoncini, presi da una villa signorile;
+ma fanno poco. Ora il fuoco si è un po’ allentato; si aspetta di fare
+dopo il mezzogiorno un colpo decisivo. —
+
+Le notizie date dal Frigésy erano buone per noi. Ricambiammo le nostre,
+d’essere venuti correndo da Nerola, d’esser digiuni e senza viveri.
+Il bravo colonnello ordinò tosto al suo aiutante di guidarci verso i
+Cappuccini, dov’era il suo quartiere, e di farci dare un pane a testa.
+Era bigio, di munizione, e, cosa rara, eccellente. Ma vedete stranezza:
+ci era passata la fame; e così, dopo averne sbocconcellato un orlo,
+tralasciammo di mangiare, mettendo il nostro pane ad armacollo, chi
+con funicelle, chi con fazzoletti, chi con le fasce azzurre, levate di
+torno alla vita.
+
+Ai Cappuccini regnava la bella confusione degli accampamenti
+improvvisati. Non mancava la nota triste, per un buon numero di
+feriti, che erano stati collocati sulla paglia nel refettorio del
+convento. I monaci dalle grandi barbe grigie facevano il debito loro
+come infermieri e consolatori. Chi sa che cosa pensavano in cuor loro
+quei frati? Sui loro volti non si vedeva dipinto che affetto e bontà.
+Del resto, non avevano a lodarsi troppo delle schiere pontificie,
+donde partiva il fuoco che devastava il convento, mettendo le lor
+vite a gran rischio e sforacchiando con le palle da cannone il muro
+di cinta della loro villetta. Tra i feriti e tra gl’illesi della
+colonna Frigésy noi salutavamo intanto amici parecchi, fratelli d’armi
+del ’66, compagni di baldoria o di passeggiata in tutte le città
+italiane. Erano ciarle senza fine, discorsi senza capo nè coda, domande
+e risposte intrecciate, interrotti, vaganti su tutti gli argomenti
+possibili e immaginabili. Tra tante notizie, due sole ci furono acerbe:
+il colonnello Mosto e il capitano Uziel erano caduti quella mattina,
+feriti quasi ad un punto, nel riuscir che facevano da una vigna sul
+piazzale del castello Piombino. Li avevano trasportati al convento di
+Santa Maria: il primo con una palla alla noce del piede, il secondo con
+una palla nell’addome. Poveri amici!
+
+Il fuoco era cessato, o quasi. Seguiva un momento di sosta,
+nell’attacco e nella difesa. In battaglia, si sa, la munizione si
+serba volentieri per i momenti decisivi. Garibaldi (lo seppi poi)
+approfittava di quell’ora per dar le disposizioni opportune ad impedire
+che una colonna di Pontificii uscita da Roma, venisse in soccorso ai
+difensori di Monterotondo. L’operazione gli riuscì magnificamente. Nè
+altro io ne dirò: queste note son di viaggio, e di carattere personale;
+accennano episodii, aneddoti, cose vedute e sentite; non hanno e non
+possono avere la pretesa di raccontare una guerra.
+
+Anzi, se permettete.... Ma no, non vorrei farvi perdere lo
+spettacolo di quella sera, di quella notte e della mattina che
+seguì, indimenticabili tutte. È un quadro, rimasto intiero nella mia
+mente, un quadro maraviglioso, strano, a luce rossastra, come certi
+finali di azioni coreografiche, dove i fuochi di Bengala confondono e
+trasformano, ingrossano a proporzioni fantastiche uomini e cose. Non
+ci rinunzio, adunque; racconterò. Ma badate, non è la storia delle
+operazioni ch’io faccio; sono i ricordi miei che metto in carta, le mie
+sensazioni che esprimo.
+
+
+
+
+X.
+
+La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel.
+
+
+Lassù ai Cappuccini, e poi alla cascina Villerma dove ci mandarono
+a far campo, si rimase lungamente in attesa, d’ora in ora aspettando
+l’ordine di marciare. A romper la noia veniva di tanto in tanto qualche
+schioppettata, con cui gli Antiboini (chiamati allora gli Antiboiani da
+tutto il nostro piccolo esercito) tenevano l’occhio in esercizio. Verso
+le quattro venne da noi un ufficiale, aiutante o guida che fosse, per
+recarci gli aspettati comandi del capo.
+
+A proposito, come si conoscevano gli ufficiali? Pochissimi, come il
+colonnello Frigésy, come il generale Fabrizi e il capitano Alberto
+Mario suo sottocapo di stato maggiore, avevano la camicia rossa
+e i distintivi del grado intorno al berretto: quei pochissimi,
+naturalmente, portavano al fianco la rivoltina e la sciabola. Pochi
+altri avevano solamente il berretto e la sciabola; i più, solamente
+la rivoltina, e vestivano alla borghese, come i soldati, anch’essi
+capitati al confine coi loro arnesi cittadineschi, signorili o
+popolani, con cui erano fuggiti da casa; e immaginate in che stato,
+oramai! Soltanto dopo la vittoria di Monterotondo, i comitati avendo
+potuto mandare a quella stazione parecchie centinaia di coperte di
+lana, gialle o lionate, listate di rosso, di quelle che servono ai
+cavalli nelle scuderie, i volontarii avevano preso a farci un taglio
+nel mezzo, e nel verso della lunghezza, tanto da poterci passare la
+testa, in modo che ricadessero i lembi sulle spalle e sul petto, come
+le pianete dei preti. Quei lembi riuscivano tuttavia un po’ più corti;
+ma non senza grazia, per certi partiti semplici di pieghe che facevano
+sugli omeri, arieggiando nel garbo e nella varietà del colore il
+_poncho_ americano di Garibaldi. Quanto ai cappelli, se ne vedevano di
+tutte le fogge; pioppini a cencio, pioppini a testiera soda, cocuzzoli
+acuti e falde più o meno larghe, alla calabrese, all’Ernani, alla
+Bolivar, e via discorrendo. Mancava il Lobbia, che ancora non era
+stato inventato dalla Regia dei tabacchi. C’era per contro un cappello
+a staio, della forma più rilevata, della freschezza più autentica; il
+cappello di Stefano Canzio.
+
+Il futuro generale dell’esercito dei Vosgi era ancora semplicemente
+maggiore, com’era uscito, ma con una medaglia d’oro al valor militare,
+dalla giornata di Bezzecca. Indossava, secondo il suo costume
+invariabile, un tutto vestito di nero; secondo il costume della
+sua gioventù, portava in testa un cappello all’imperiale, dall’alta
+testiera lucidissima, con le falde fortemente incurvate sulla fronte
+e sulla nuca, fortemente rialzate e quasi rivoltate alle tempia, e
+largamente orlate d’una trina di seta. Compiva il suo abbigliamento
+cittadino un largo e lungo mantello bigio di cavalleria, dal cui lembo
+anteriore, stando egli a cavallo, usciva la destra, portando una carta
+di stato maggiore.
+
+Era ancora maggiore, vi ho detto, il futuro cavaliere della carica
+di Prenoy, e delle tre giornate di Digione, il futuro generale
+della quarta brigata che doveva coprirsi di gloria alla fattoria di
+Pouilly; ma anche in quel grado secondario era già il braccio destro
+di Garibaldi, e si trovava un po’ da per tutto, per far eseguire gli
+ordini di lui, o per trovar egli stesso cose nuove, ispirazioni sue
+dal terreno, dalle mosse del nemico, da ogni circostanza, insomma;
+partecipando in ciò della prontezza di spirito del suo generale. Io
+ho veduto dei valorosi, con Garibaldi, l’epico, l’incomparabile eroe,
+l’arcangelo delle battaglie; ne ho veduti moltissimi, saldi al fuoco,
+calmi al pericolo, irruenti, magnifici, solenni, eleganti, tutto ciò
+che si vuole, tutto ciò che è lecito immaginare, secondo le varie forme
+del coraggio umano. Ma in verità non ho veduto mai nessun valoroso, tra
+gli ufficiali superiori del grande Capitano, che come Stefano Canzio,
+alla fermezza, alla imperturbabilità, allo slancio di tanti e tanti
+altri, accoppiasse uno spirito così alacre, un ingegno così fecondo
+di utili novità, una grazia così serena, una perspicacia così viva nei
+momenti più critici.
+
+Aggiungete che egli, possedendo la serenità e il buon umore, sapeva
+comunicare altrui l’una e l’altro. Ma quello che negli altri era
+appiccaticcio e girava facilmente allo spensierato, in lui era natura
+di mente lucida che non cessava mai di riflettere, che non perdeva di
+vista nessuna particolarità della battaglia e sapeva trar partito da
+tutte. Un sorriso e una celia, passando, erano gittati agli amici;
+ma l’occhio guardava intorno e giungeva lontano, vedeva dove fosse
+da rimediare, dove da portare un aiuto, dove da togliere un inutile
+spreco di forze, quando da rallentare, quando da tener fermo, quando
+da spingere. Se tutto non andò per il meglio, in quella guerra
+improvvisata, bisogna dire che le forze date dall’Italia d’allora non
+erano pari al bisogno, e che i miracoli non sono faccenda di tutti
+i giorni. Ma questo è un altro discorso: tornando a Stefano Canzio,
+conchiuderò che in lui il soldato moderno era compiuto, sul campo; vera
+stoffa di generale, e di quelli che non nascono tutti gli anni, nè su
+tutti i bollettini di avanzamento. Se avessi ancora i miei vent’anni,
+con quell’uomo per comandante, vorrei andare in capo al mondo, certo
+di far sempre una buona figura. E basta, oramai: a buon conto mi sono
+sfogato. Io sono di quelli a cui il dir bene della gente, quando n’è il
+caso, non ha mai l’atto nodo alla gola.
+
+Dov’eravamo rimasti? Ah, coll’ufficiale venuto a recarci istruzioni.
+E piacevoli, infatti, poichè si trattava di muoverci. L’assalto era
+stabilito per quella sera, sempre dalla parte del castello e della
+porta Pia che gli stava da presso, un po’ verso tramontana. Anche il
+borgo di Monterotondo aveva la sua porta Pia, come Roma, e con uguali
+destini.
+
+Ma qui non sarà inutile uno scampoletto di descrizione. Monterotondo,
+il _Mons Eretum_ degli antichi, ricco di forse duemila quattrocento
+abitanti, ricordevole a me per aver dato i natali a Raffaello
+Giovaglieli, mio buon compagno d’armi e di penna, sorge alla sinistra
+del Tevere, presso la strada ferrata che da Roma conduce ad Orte, e
+comanda la carrozzabile che volta risalendo per Rieti; quella stessa
+che noi avevamo fatta a ritroso. È rafforzato di mura dalla parte dei
+monti, e ci ha due porte, la Pia che ho accennata, e l’altra, assai
+vicina, che mette al piazzale del castello Piombino; così detto perchè
+oggi appartenente ai Boncompagni Ludovisi, principi di Piombino. Ma
+in altri tempi era dei Barberini, il cui stemma, azzurro seminato
+di api d’oro, vi è ripetuto dentro, per tutte le grandi sale, sulle
+pareti, nelle fasce sovrapposte, e credo anche nei soffitti. Dall’altra
+parte, verso il Tevere, non ci sono più mura; il borgo scende a
+ripiani di casupole e d’orti pensili verso un burrone, al cui piede
+corrono fossatelli, sentieri e tragetti fino alla stazione della
+strada ferrata. Noi avremmo potuto attaccarlo di là, donde non era
+murato: ma del non appigliarci a quel partito c’erano parecchie e buone
+ragioni: aspra la salita; frastagliato, anfrattuoso il terreno; ogni
+scaglione difendibile con mezza squadra d’uomini, che avrebbero fatto
+per cento. Inoltre, con pochi drappelli, non ancor battaglioni veri, e
+già embrioni di colonne, ma composti per la più parte di gente nuova
+al fuoco, Garibaldi giustamente temeva che troppi non si sbandassero
+all’assalto. Quella stessa mattina anche ad attaccare dalla parte del
+castello, dove tutti gli uomini si potevano invigilare e tener quasi
+sotto la mano, non se n’erano forse sbandati parecchi? Noi li avevamo
+pure veduti, gli otto o dieci fuggiaschi!
+
+Ed ora, al racconto. Guidati dall’ufficiale al posto che ci era
+assegnato, non andammo diritti verso il nemico, ma con una contromarcia
+in mezzo ai vigneti riuscimmo alle spalle dei Cappuccini. Scendevano
+frattanto le ombre della sera, e noi potevamo vedere i lumi che via
+via si accendevano nelle stanze del castello, e negli ultimi piani
+delle case vicine. Ad un certo punto l’ufficiale ci disse: — È là;
+accostatevi quanto più potete alle mura, ma senza strepito, che il
+nemico non si senta guardato da quella banda, donde forse tenterà di
+fuggire col favor della notte, e dove voi dovrete inchiodarlo.
+
+Questo ed altro che ci aveva detto l’ufficiale, bastò al maggiore
+Burlando per distribuire le sue forze. Una compagnia prese a destra,
+per collegarsi col battaglione Tanara che occupava una casa in
+costruzione, davanti all’ingresso del castello. La comandava Enrico
+Razeto, già tenente, e quel giorno innalzato al grado di capitano,
+poichè il Pietramellara, per un ufficio di qualche importanza,
+come pratico assai del servizio ferroviario, era stato mandato ad
+occupare la stazione di Monterotondo. Con me e collo Stangolini,
+sotto il comando immediato del maggiore, marciarono la seconda e la
+terza, tenendosi, quanto più il terreno permettesse, collegato alla
+prima. Così giungemmo davanti ad un canneto. I canneti, lassù, per
+lo spesseggiar dei fossati, si alternavano colle vigne. Quello era il
+più vicino all’abitato; subito dopo il canneto si affondava il letto
+d’un rigagnolo; di là si rizzavano le mura del castello Piombino.
+A cinquanta passi dal canneto, ordinato un breve alto, il maggiore
+ci ripetè la raccomandazione di andar cauti. Volendo, con un po’
+d’attenzione e di calma, potevamo trafugarci tutti là dentro, senza far
+stormire una foglia. Ma sì, come persuadere a duecento uomini lo stesso
+grado di attenzione e di calma? Entrati nel canneto, sentono il terreno
+discendere; si aggrappano tutti alle canne; si rompono qua e là i fusti
+nodosi e si divelgono stridendo. Il rumore ha destata l’attenzione del
+nemico; non siamo ancor tutti in basso, e dalla spianata che è davanti
+al castello si scorge un lampo, e un tuono lo segue; col lampo e col
+tuono una grandine di ferro percuote, flagella, dirompe il canneto;
+grida e gemiti rispondono allo schianto improvviso.
+
+Non c’è modo di raccogliere i feriti, per allora, nè di contare
+i morti; la bisogna più urgente è di correre al posto. Taciti, ma
+fortemente commossi, stringendoci la mano come non avevamo fatto mai,
+raggiungiamo il muro, e ci mettiamo in agguato. Intanto, al primo colpo
+della mitraglia nemica verso il canneto, si sveglia una tempesta che
+obbliga i difensori a guardarsi su tutta la linea di difesa: le bande
+si spingono sotto; è da una parte e dall’altra un fuoco d’inferno,
+che dura lungamente nella notte. I nostri, dalla spianata tentano di
+avvicinarsi alle porte; ma inutilmente, da principio: la gragnuola
+delle palle è così fitta da mozzare il fiato. Dopo un’ora di quel
+frastuono si giunge ad accostare della stipa alla porta minore, e ad
+appiccarvi il fuoco. Alla vampata fumosa si rischiara un po’ l’aria,
+e in quella mezza luce rossastra si agitano ombre nere di assalitori.
+Voci dall’alto del muro, come quelle delle furie dantesche dal sommo
+delle mura di Dite, s’intrecciano in un suono con le voci del basso,
+e in quel suono assordante si distinguono a tratti le più feroci
+ingiurie, le più pazze imprecazioni, le più strane contumelie che
+siano mai state pensate in due lingue e in una ventina di dialetti.
+— _Lâches Garibaldiens!_ — Sì, venite, qui, canaglia, e ve lo daremo
+noi il _lâches_! — Carne venduta! — _Vauriens! chenapans!_ — Brutti
+boia! — Assassini! — _Brigands!_ — Mascalzoni! _Fioi de cani! Pito
+ch’i seve!_ E taccio, per ragioni facili a indovinarsi, le gentilezze
+maggiori; tralascio sopra tutto le genovesi e le livornesi, che nel
+campo della ingiuria salace ottengono certamente la palma. Ma allora
+non urtavano i nervi, non suonavano male all’orecchio; la gravità del
+momento solenne toglieva la volgarità all’improperio, lo faceva parere
+epico, omerico, tra il piombo che fischiava e crepitava per ogni dove,
+mentre la fiammata si vedeva salire in vorticosi giri, e un gran fumo,
+screziato di faville fantasticamente danzanti, involgeva le mura.
+
+Il nostro maggiore non era stato alle mosse: aveva sentito gridare in
+genovese; certamente la prima compagnia era impegnata; e lui sotto,
+e noi dietro a lui, restando poca gente all’agguato. Ma che agguato,
+oramai? Il presidio pensava a difendersi, non a fuggire. Tutti quanti,
+in breve, correvamo verso la casa in costruzione, donde si sentivano
+i nostri genovesi, e donde giungevano a noi le sonore invocazioni
+parmensi di Faustino Tanara. Di lassù una più bella fiammata si
+vedeva più oltre, davanti a porta Pia. Stefano Canzio aveva avuta una
+delle sue felici ispirazioni. Raccolto dai vicini casolari tutto lo
+zolfo avanzato ai coloni dalla cura dei vigneti, ne aveva fatto una
+carrettata, con molta stipa e tronchi di legno. Il carretto era stato
+spinto contro la porta, e un ragazzetto, garibaldino precoce, andando
+dietro la mobile catasta, le aveva appiccato il fuoco. Bravo ragazzetto
+volontario, vorrei ricordare il tuo nome! E si salvò ancora, il
+coraggioso, tornò illeso alle file. Nè i difensori valsero a spegnere
+il fuoco; tardi pensarono all’acqua; di spalancar la porta, liberare il
+passo da quel brulotto rotabile, non c’era nemmeno a pensare; i nostri,
+avanzati sotto il muro, e là nascosti in attesa, avrebbero fatta in due
+salti la strada per entrar dentro alla svelta. Ce n’erano dei morti,
+lì davanti, in gran numero: li vedemmo la mattina, tutti colpiti alla
+testa, alla gola, al petto, o caduti bocconi, sulla propria ferita, i
+valorosi!
+
+La fiamma aveva fatto presa; in breve ora si abbronzarono, si
+arroventarono gli assi chiodati; divamparono, cigolarono le poderose
+imposte, diventando di bragia; un’ora dopo, la breccia era fatta; tra
+gli avanzi del carretto e quelli dell’uscio, mentre cadevano ancora
+a falde incandescenti i brandelli di legno, si ficcarono dentro i
+più animosi, dilagarono nella strada maggiore del borgo, mentre i
+difensori, chiuso da quella parte l’uscio ferrato del castello, si
+mettevano al riparo. Un altro assalto, un’altra fiammata avrebbe dovuto
+snidarli; ma oramai la difesa poteva durar poco; più per guadagnar
+tempo ed agio alla resa, si erano rinchiusi, che non per vender cara
+la vita. Due ore dopo, incalzati in quell’ultimo covo, gridarono di
+volersi arrendere. A discrezione, per altro; così voleva Garibaldi,
+che fu poi generoso, e li rimandò tutti (erano forse quattrocento) al
+confine italiano.
+
+Quella mattina, all’alba, vedemmo Garibaldi in tutta la gloria del suo
+trionfo. Era venuto sopra un piazzale, e sedeva sopra un muricciuolo,
+donde si scopriva la campagna verso il Tevere. Indossava la camicia
+rossa e i calzoni bigi chiari, affondati nelle trombe degli stivali
+alla scudiera, in una delle quali era collocato un lungo stile, dalla
+guaina e dalla impugnatura gentilmente cesellata. Quel gingillo era la
+sua misericordia; certo, in un brutto frangente ne avrebbe usato, non
+volendo esser preso vivo da soldati del papa. Portava sulla camicia il
+suo _poncho_, non quello di panno grigio della campagna antecedente in
+Tirolo, che era nel fatto, e salvo poche modificazioni, un mantello di
+cavalleria; ma un _poncho_ americano autentico, di stoffa a colori,
+vergato di rosso e di azzurro, che io non so come l’arte scultoria
+non ami ritrarre più spesso, tanto è elegante di caduta e di pieghe.
+Non aveva il solito cappello catalano, dalla falda arrovesciata tutto
+intorno alla testiera e foderata di velluto; portava invece un cappello
+alla calabrese, di feltro nero, finissimo, contornato d’un largo nastro
+di seta. Era di lieto umore; la vittoria colorava d’un tenero incarnato
+il suo viso, negli ultimi anni un po’ cereo; la barba aveva ancora
+bionda, con riflessi dorati, il labbro vermiglio, dolcissimo, e il
+sorriso affascinante come la voce. Dal 1860, quando egli era a Genova,
+per preparare la spedizione di Sicilia, non avevo mai più veduto
+Garibaldi così giovane, così vivace nell’aspetto, così poeticamente
+bello.
+
+Erano intorno a lui Menotti e Ricciotti, Stefano Canzio ed altri
+ufficiali superiori. Egli riposava un istante, e riposando speculava
+tutto intorno la campagna. Noi, ottenuto l’abbraccio ch’egli dava
+volentieri ai suoi Genovesi, tornammo al nostro primo alloggiamento
+della cascina Villerma, dopo aver raccolti i nostri morti e i nostri
+feriti. Avevamo avuto una ventina d’uomini fuori combattimento. Ma io,
+prima di ritornare alla cascina Villerma, ero anche andato al convento
+di Santa Maria, tramutato in ospedale, per vedere il colonnello Mosto
+e il capitano Uziel, feriti; l’ultimo dei quali aveva allora allora
+mandato attorno un compagno d’armi a chieder notizie di tutti gli
+amici: dolce pensiero e solenne curiosità di morente!
+
+Povero Uziel! Avevano potuto trasportare mezz’ora prima in una casa
+privata il suo comandante Antonio Mosto; lui no, che la ferita,
+gravissima per la posizione e non ancora esplorata, non permetteva
+di levarlo dalla paglia su cui era stato deposto. Mi vide, e i suoi
+occhi morati brillarono, e un sorriso gli sfiorò le pallide labbra
+ombreggiate da baffettini neri, tanto più neri su quel viso smorto. Mi
+tese la mano e volle stringer forte la mia, ma non potè: ben poteva
+parlare, quantunque a mezza voce, per chiedermi di tutti gli amici.
+Diceva ad uno ad uno, lentamente, i nomi che gli venivano alla mente;
+ma era uno sforzo, e volli risparmiarglielo, dicendoli io come mi
+venivano ricordati.
+
+— Io son morto; — mi disse; — la palla è nel ventre.
+
+Gli rammentai allora qualche amico a cui era toccata una sorte uguale,
+e che pure non era morto. Accettò la consolazione, forse per non avere
+a discutere. Volle farmi vedere il suo portafogli, che aveva fatta
+deviare la palla, restandone lacerato in un angolo. E tante altre
+cose mi accennò, più che non disse, il povero Bepi, come lo chiamavamo
+noi tutti nella intimità della vecchia amicizia; nè tutte le cose che
+accennò sono da ripetersi qui.
+
+Giuseppe Uziel era nato a Venezia; fanciullo, coi parenti esuli, era
+venuto a Genova, e la nostra città fu patria seconda per lui. Qui
+studiò, amò, sofferse, divenne uomo, insomma, adoperandosi in tutte
+le lotte aperte, in tutte le preparazioni di lotta. Dal ’58 in poi non
+era stato tentativo patrio, non guerra, che non lo avesse volontario e
+prode soldato. Tale era stato in Lombardia, tale in Sicilia, tale nel
+Trentino e nell’Agro romano. Comandava la prima compagnia del primo
+battaglione genovese, agli ordini del Mosto; con lui saliva animoso
+all’assalto di Monterotondo, e là, davanti alla spianata del castello
+Piombino, una delle prime palle nemiche lo aveva fulminato nel ventre.
+
+Fin da principio non c’era da sperar nulla; ed io bene lo intendevo,
+prendendo commiato, e promettendo di ritornare. Più tardi, il vederlo
+resistere, mercè la sua vigorosa complessione, ai naturali progressi
+del male, lasciò credere che Giuseppe Uziel avrebbe potuto scamparla.
+Esplorata la ferita, tre giorni dopo la mia visita, anch’egli era stato
+trasportato in una casa privata, dove lo seguivano le amorevoli cure di
+due compagni d’armi, e donde ogni giorno uscivano parole di speranza a
+confortare gli amici.
+
+La mente dell’infermo era tutta agli eventi, alle fasi della campagna,
+ad ogni più minuto particolare dei fatti quotidiani. Noi, come e quando
+lo permettevano le distanze e gli obblighi del servizio, facevamo or
+l’uno or l’altro la trottata fino a Monterotondo, per vedere il povero
+Bepi. Come si colorava il suo viso smorto, come si ravvivavano i suoi
+occhi languidi, udendo che i nostri fuochi splendevano davanti a Roma,
+dalle alture di Marcigliana e di Castel Giubileo, e che Garibaldi si
+era spinto sul monte Sacro, coi due battaglioni genovesi, di contro
+alle porte della fremente città!
+
+Sapeva di esser condannato a morire; sorrideva incredulo ai pietosi
+pronostici; l’ultima cosa di cui si dèsse pensiero, sebbene gli
+dolesse atrocemente, era la sua triste ferita. E ne diede una nobile
+testimonianza nella sera del 3 novembre. L’atto suo, le parole, furono
+di uomo dei tempi antichi, allorquando pugnavano Epaminonda e Pelopida,
+cantava inni Tirteo e dettava istorie Tucidide.
+
+Mentana era perduta per noi. Dodici O quattordici migliaia di
+combattenti, bene armati, bene equipaggiati, muniti di artiglierie,
+non lasciati soli, nè sconfessati dai loro governi, soverchiavano i
+duemila intrepidi che tennero fermo al fianco di Garibaldi. Al rombo
+del cannone in lontananza, Giuseppe Uziel intese che si combatteva
+nella direzione di Tivoli, e il cuore gli soggiunse che avremmo vinto.
+Quattro ore più tardi, il fischiar delle palle fino a Monterotondo,
+lasciò capire al ferito che i suoi compagni d’armi avevano pur fatto
+una resistenza vigorosa, ma che la giornata era perduta, e il nemico
+alle porte del borgo.
+
+E allora, in un impeto d’amor patrio, tentò sollevarsi per la prima
+volta dal letto. Voleva la sua rivoltina, la voleva ad ogni costo.
+
+— Là.... alla finestra! — gridava. — Trasportatemi là; voglio morir
+là.... facendo l’ultimo colpo. —
+
+Ed era già sceso a mezzo; ma le forze estenuate non corrisposero
+all’animoso proposito. Ricadde inerte sul letto, col rantolo in gola.
+L’agonia di Giuseppe Uziel era incominciata: tre giorni dopo, il
+valoroso carabiniere genovese era morto.
+
+
+
+
+XI.
+
+Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla
+Cecchina.
+
+
+Continuerò? La tentazione è forte; ma è pur grande la riluttanza.
+Nondimeno, ci sono ancora dei ricordi buoni: raccontiamo dunque, alla
+svelta.
+
+Quel giorno, il 26 di ottobre, era stato speso nei pietosi uffici
+che vi ho detto e nelle cure del nostro collocamento alla cascina
+Villerma, buona e cara conoscenza del giorno avanti. Dormimmo là,
+occupando le poche camere, le scale, il fienile, la tettoia dei carri
+e via discorrendo. La mattina dopo, senza alcun merito mio, e senza
+gusto, vi prego di crederlo, ero chiamato come giudice al tribunal
+militare, improvvisato in Monterotondo. Si trattava di giudicare tre
+gendarmi pontificii, sfuggiti alla capitolazione, e per colpa loro;
+poichè, scambio di mettersi in riga cogli Antiboini, erano andati a
+rimpiattarsi in certe cantine, donde il popolo li aveva snidati. E
+c’era per giunta un fraticello domenicano, trovato nascosto anche lui,
+sebbene potesse, e con più ragione dei gendarmi, mettersi in mostra coi
+soldati, che lo avevano per cappellano militare. Che imprudenza era
+stata la sua! E serbava ancora un taccuino, nel quale aveva scritti
+giorno per giorno i suoi miti pensieri. C’erano invocazioni a Maria,
+abbastanza affettuose, per chiederle il trionfo della buona causa; ma
+c’erano anche delle impertinenze, che si possono dire da soldati, nella
+rabbia, ma che non si scrivono, a mente fredda, e anche meno da frati.
+S’intende che eravamo tutti briganti, per il bianco vestito annotatore;
+ed anche codardi. “Sono comparsi, — scriveva egli, — ma non osano
+accostarsi, i vili!„ Dove avesse poi presa questa notizia, lo saprà
+lui. I vili di cui sopra, appena comparsi, avevano attaccato. Ma non
+ci fermiamo a piatire per queste bazzecole. C’era di peggio, per lui.
+Parecchi soldati nostri affermavano con giuramento di averlo veduto,
+la mattina della battaglia, affacciarsi ad una finestra del castello,
+puntar la carabina e sparare: cosa anche meno da frate; almeno secondo
+le idee moderne sulla soggetta materia.
+
+Il tribunale era composto del colonnello Pianciani, presidente, di me,
+e del tenente Enrico Copello, giudici aggiunti; faceva da segretario
+il tenente Luigi Morandi, già noto all’Italia come gentile poeta, più
+tardi come prosatore valente e come maestro di umane lettere al giovane
+principe di Napoli.
+
+Così, mentre i miei compagni lasciavano improvvisamente gli alloggi
+della cascina Villerma per scendere sulla linea della strada ferrata
+in attesa di proseguire verso Roma, noi eravamo occupati a ministrar la
+giustizia sommaria. Il tribunale fu umano; mandò in prigione i gendarmi
+e in prigione il frate: quest’ultimo senza darne sentenza, che, dopo
+le testimonianze gravissime, sarebbe stata dolorosa, e rimettendo il
+giovane domenicano alla clemenza di Garibaldi. Ciò non era secondo le
+norme del diritto, nè della procedura penale; ma contentava la nostra
+coscienza, e cui non piace la sputi. Garibaldi lo lasciò in carcere,
+per custodirlo contro le ire di molti; l’ultimo giorno delle nostre
+imprese sul territorio nemico, il fraticello fu rilasciato libero al
+confine, senz’altro danno che la paura. Non fu riconoscente, per altro;
+e me ne duole moltissimo, rispettando io i frati, non essendo stato
+il più tiepido dei giudici a favorirlo, e avendo ottenuto dall’ottimo
+presidente che perorasse quella stessa notte presso Garibaldi la causa
+del disgraziato. Egli scrisse, di fatti, un anno dopo, o giù di lì,
+una _Mano di Dio negli ultimi avvenimenti_, in due volumi, se ben
+ricordo, dicendo corna dei giudici. Quel piccolo martirio incruento gli
+sarà giovato, del resto; credo che oggi sia cardinale; certo, del suo
+casato, ce ne son due nel sacro Collegio.
+
+Quella sera, mentre il Pianciani galoppava a Santa Colomba, dove
+Garibaldi aveva portato il suo quartier generale, io galoppavo in
+traccia dei miei compagni genovesi. Mi accolsero a festa, in un casotto
+di guardiani della strada ferrata; senza viveri al solito, ma con
+un fiasco di vin bianco, regalato dalla signora Mario, in compenso
+dell’averle trovato un ricovero per i cavalli della sua carrozza
+d’ambulanza.
+
+La mattina del 28 eravamo in marcia da capo, e occupavamo la chiesetta
+di Fornonuovo. Visitando la sagrestia, trovammo paramenti sacerdotali,
+che riponemmo nei cassettoni, sotto la guardia dei nostri soldati. Ma
+c’era anche un astuccio di cuoio, con le api barberiniane impresse in
+oro; dentro l’astuccio un bel calice con la sua patena d’argento, in
+alcune parti dorato. Vasi sacri; che ne faremo noi?
+
+— Ciccetta! — dice il maggiore al sottotenente Pozzo, un rosso
+simpatico, milite di tutte le guerre garibaldine, a cui il suo nome
+di Giovan Battista ha fruttato il vezzeggiativo genovese di Ciccetta.
+— Prendete questo astuccio, portatelo sulla collina, al Generale. Noi
+non vogliamo tenere in custodia argenterie. Non si sa mai; un giorno,
+qualche nemico pettegolo potrebbe gabellarci per ladri. —
+
+Garibaldi aveva posto il suo mobile quartiere a Santa Colomba. Va
+il nostro Pozzo lassù, e ritorna a sera inoltrata, ancora col suo
+astuccio tra le mani. Il Generale non ha voluto ritenere il deposito;
+gli scopritori ne facciano quello che credono. A noi, per la ragione
+accennata dal maggiore, dava noia tenerlo in custodia. Che custodia,
+poi, in guerra, con tanti pencoli di smarrirlo, o di lasciarlo sul
+campo? Una mia idea, venuta lì per lì, piacque molto al maggiore.
+
+— Domattina, se non si marcia al nemico, non possiamo fare una
+galoppata fino a Monterotondo? C’è lassù quel canonico Tolti, nella cui
+casa, ier l’altro, abbiamo mangiato, pagando la spesa, un pezzo di pan
+bigio e uno spicchio di lesso. Che ti pare? consegniamo il deposito a
+lui? —
+
+Detto, fatto. All’alba del 29, saputo che si rimarrà tutta la giornata
+a Fornonuovo, inforchiamo i bucefali. Avevamo requisiti i due cavalli
+il giorno prima.
+
+Quello del maggiore era discreto; il mio aveva una bella apparenza,
+e trottava anche benino; ma aveva lo spavento, e quel moto convulsivo
+che a quando a quando gli prendeva nei muscoli esteriori dello stinco
+e flessori del piede, era una morte per chi gli stava sopra e per chi
+gli camminava vicino. Ben me ne avvidi a Mentana, che fui costretto
+ad appiedarmi, per non isfondare io stesso la mia compagnia con quella
+povera brenna arrembata, che faceva un passo avanti e due indietro.
+
+Giungiamo a Monterotondo, col nostro involtino penzoloni dal pomo
+della sella, e smontiamo dal canonico Totti; un vecchio di settantasei
+anni, alto alto, un po’ curvo nelle spalle e mezzo cieco. Ci fa buona
+accoglienza e ci domanda, non senza un po’ d’ironia interiore, se siamo
+già di ritorno dalla nostra marcia in avanti.
+
+— No, reverendo; fermi soltanto per poche ore, ma si prenderà la
+rincorsa. Eccole qua la ragione della nostra visita: abbiamo trovato
+questo negozio nella sagrestia della chiesetta di Fornonuovo. Sia che
+entriamo a Roma noi, sia che usciamo dal cosidetto patrimonio di San
+Pietro, com’Ella sicuramente ci augura, si celebreranno ancora delle
+messe a Fornonuovo ed altrove. Prenda questi vasi sacri in regalo,
+in consegna, come le parrà meglio; solo per nostra soddisfazione ci
+rilasci due righe di ricevuta. —
+
+Il canonico si profonde in ringraziamenti e in elogi; vuole da noi, per
+ricordo, un atto di consegna; per contro ci fa un atto di ricevimento,
+che il maggiore intasca e conserva. Noi si ritorna al nostro campo,
+dopo aver mangiato (e questo senza pagare, confessiamolo) un tozzo
+di pane e un mazzo di ravanelli, conditi con olio, sale e pepe;
+l’unica grazia di Dio che avesse allora in cucina il nostro vecchio
+ospite. Oh, non fo per dire, ma noi, nell’Agro romano, si è vissuti
+nell’abbondanza. Cincinnato e Fabrizio possono andarsi a riporre.
+
+Quella sera si ripartì con tutto il battaglione dalla povera sede
+di Fornonuovo, per andare alla poverissima della Marcigliana. Dico
+poverissima, perchè non ci trovammo niente, neanche una chiesetta da
+starci al riparo; per giunta, nella notte, senza fuochi, riposammo
+sotto una pioggia fitta, non avendo che il cappello tirato sulla faccia
+per coprirci i connotati, e le braccia incrocicchiate per difenderci
+il petto. La mattina del 30 avemmo lo spettacolo di un albero che
+pareva tutto carico di foglie, e ad un tratto le perdette tutte quante,
+sparpagliate in tutte le direzioni, senza che ci avesse lavorato il
+vento. Non erano foglie, ma corvi, che c’erano stati a dormire, e
+andavano a cercare la colazione. Beati loro! noi l’aspettammo fino a
+mezzogiorno, e fu una distribuzione di pan bigio, venuto dalla stazione
+di Monterotondo; magnifico, incomparabil presente del comitato di
+Terni.
+
+La sera del 30 siamo in marcia da capo, e giunti a Castel Giubileo
+abbiamo l’ordine di fermarci a bivacco. Parecchie squadre, comandate,
+vanno attorno per legna, di cui fanno cataste sulla fronte del campo,
+dalla parte di Roma. L’eterna città deve scorgere i nostri fuochi,
+allineati a sette chilometri dalle sue mura. Garibaldi vede il suo
+piccolo esercito dall’alto di una eminenza su cui è murato un edificio
+nerastro che ha per l’appunto il nome di Castel Giubileo. La guida del
+Baedeker dice che la fabbrica si denomina da una famiglia Giubileo; ma
+in pari tempo nota che il castello fu edificato nel 1300 da Bonifazio
+VIII. Ecco due notizie diverse e mal maritate da un compilatore
+frettoloso. Se è il papa Caetani che ha fatto edificare il castello
+nel 1300, è chiaro che il nome di Giubileo deriva per l’appunto dalla
+grande solennità cattolica apostolica e romana di quell’anno, e la
+famiglia Giubileo non ci ha niente a vedere. La eminenza su cui il
+castello è murato era l’acropoli dell’antica Fidene; piccola acropoli
+di ottantun metro d’altezza, per una piccola città di poche migliaia
+d’abitanti.
+
+Pensando che avrei dormito poco, sul ciglio della strada, e non avendo
+nessuno di noi un pizzico di tabacco per caricare la pipa del maggiore,
+la famosa pipa che faceva il giro della brigata come la coppa convivale
+degli antichi, feci la salita del castello, per andare a chiedere un
+po’ di limosina agli amici del quartiere generale. Garibaldi, fiore
+di cortesia, saputo il bisogno mio, volle regalarmi addirittura un
+mazzo di sigari di Nizza; i suoi prediletti, per ragione della terra
+natale, io credo, non già per la intima bontà della concia; sigari
+biondi chiari, con un sapore di foglia di castagno, a cui non seppi
+avvezzarmi. Gli amici li gustarono meglio: tanto che me li presero
+tutti. Ma io non portavo solamente sigari, da castel Giubileo; portavo
+anche notizie e induzioni. Due guide borghesi erano annunziate e
+introdotte presso il generale, mentre io stavo lassù. Non erano
+semplici guide, erano amici travestiti; uno di essi, il maggiore
+Guerzoni. Venivano allora da Roma, donde avevano potuto uscire con un
+pretesto, in arnese da contadini. Recavano l’annunzio che tutto era
+pronto per una insurrezione in città; ma che, per incominciare, si
+voleva aver Garibaldi alle porte. Era facile d’indovinare la risposta
+del generale, e facile d’intendere che quella notte si sarebbe dormito
+poco.
+
+L’ordine di marcia fu dato alle quattro del mattino. Splendevano
+ancora i nostri fuochi sulla fronte del campo, e il piccolo esercito,
+precedendolo i carabinieri genovesi, era in marcia per certe colline
+sulla sinistra della strada maestra. Quante colline, o Dei immortali!
+Pareva che non volessero finir mai. E tutte simili, ancora; basse,
+lunghe, ignude, frammezzate da insenature, frangiate qua e là da un
+po’ di macchia nana, il cui verde cupo contrastava col verde tenero
+delle praterie, che in quella penombra s’intravvedeva tinto di brina.
+Un odor di mentastro, abbastanza gradevole, ci giungeva alle nari, a
+mano a mano (quasi sarebbe il caso di dire a piede a piede) che noi
+calpestavamo l’erba di quei prati; i quali non volevano finir mai. Ne
+abbiamo misurati sei chilometri almeno.
+
+Cauti e spediti ad un tempo, silenziosi, con avanguardie e
+fiancheggiatori, osservando tutte le insenature, esplorando tutte
+le piccole macchie, procedono i nostri due battaglioni. Sempre più
+volgendo a sinistra, verso le otto del mattino vediamo il primo segno
+d’uomini in quella solitudine; una casa sopra un rialzo di terreno e
+un muro di cinta, che indica una fattoria. È il casale, anzi l’osteria
+della Cecchina. C’è un oste, ma senza vino, bensì con un pozzo in mezzo
+al cortile, e perciò con dell’acqua a volontà; un’acqua che egli ci
+offre, o ci lascia prendere, rompendola con una filza di sagrati. Par
+di sentire il locandiere di Rieti.
+
+Riposiamo un tratto, bevendo acqua, e ci frughiamo nelle tasche
+per ritrovare un’ultima crosta di pane. Improvvisamente, si dà il
+comando di rimetterci in marcia. Si sono sentiti degli spari, laggiù
+a mezzogiorno. Corriamo uscendo dal cortile, per una carraia che va
+verso Roma. Che cos’era avvenuto? Garibaldi, uso a muover sempre alla
+testa delle proprie avanguardie, aveva incontrato laggiù, a Casal de’
+Pazzi, una vedetta nemica; quattro o cinque cavalieri pontificii, che
+avevano scaricate contro di lui le loro pistole d’arcione, fuggendo
+tosto a galoppo, a carriera. Egli era rimasto illeso; ferito appena, ma
+leggermente, uno de’ suoi ufficiali.
+
+Ci avviciniamo anche noi a Casal de’ Pazzi, dove abbiamo queste
+notizie. La fabbrica non è di casale che nella apparente rusticità
+dell’intonaco: nel complesso della membratura è un palazzo, e ci pare
+un castello murato tra il cinquecento e il seicento; rammodernato
+nell’ottocento, s’intende. Sarà quel che vorrà essere; io, curioso
+della campagna e della prospettiva, non sono entrato a vederlo. Mi par
+di ricordare che fosse un’abitazione abbastanza signorile; rammento di
+aver letto nei _Miei ricordi_ di Massimo d’Azeglio che così l’avesse
+ridotta un cardinal Morozzo, suo zio, che non pare ne fosse lodato come
+savio nella scelta del luogo. Sicuramente c’erano parecchie comodità
+di cucina e buone provviste di dispensa, forse non potute portar via,
+per la nostra repentina apparizione. Tutte queste cose le ritrovarono
+alcuni dei nostri, che sotto la direzione dell’amico Ciccetta
+impastarono farina a gran furia e scaldarono un forno, per preparare il
+pane ai compagni.
+
+Questo Casal de’ Pazzi è piantato sull’estremo lembo di una
+collina lunga, che va con dolce declivio a finire sulla riva destra
+dell’Aniene, di contro all’ingresso del ponte Nomentano. La collina è
+fiancheggiata da due insenature; una a destra, assai poco sensibile,
+che la collega ad altre colline; l’altra a sinistra, che si avvalla
+alquanto di più, ricevendo le acque di un rigagnolo, e dando campo
+alla via Nomentana, che muove di lì risalendo a tramontana, verso
+Monticelli, Sant’Angelo e Palombara. Ma non ci occupiamo delle cose
+lontane; siamo sulla collina pianeggiante, solcata per lungo dalla
+carraia che congiunge l’osteria della Cecchina a Casal de’ Pazzi. La
+carraia è orlata, sul margine di sinistra, da una rada piantata di
+pini, ancor giovani; a destra da motte di terra, da zolle, che fanno un
+po’ di ciglione. I nostri uomini, per comando del Generale, si pongono
+a sedere lungo il ciglione, e ne rimangono coperti benissimo; riposando
+possono mangiare il loro pane, se ne hanno, e una fetta di carne che è
+stata loro distribuita poc’anzi. S’intende che è carne cruda, e debbono
+arrostirsela lì per lì. Le legna non mancano; ci sono le staccionate
+dei campi, per darne al bisogno, e più in là.
+
+
+
+
+XII.
+
+Sul monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella giornata.
+
+
+Garibaldi è là in piedi, sul colmo della collina, intento a guardare
+tutto intorno, con gli occhi leonini socchiusi, eppure sfolgoranti
+sotto le ciglia aggrottate. Non è di cattivo umore, per altro; se
+fosse, avrebbe il cappello tirato sugli occhi. Qua e là, solitarii
+in contemplazione, o raccolti a crocchi, gli ufficiali del quartier
+generale, dello stato maggiore, e dei battaglioni genovesi; da
+quindici a venti persone. Sulla destra, in lunga fila appiattati, i due
+battaglioni che ho detto, un po’ smilzi, cinquecento uomini in tutto, i
+cui avamposti arrivano laggiù, sotto il ciglio della collina, in vista
+del ponte Nomentano. L’insidia è tesa, se a qualcheduno venisse voglia
+di farsi avanti, attratto dall’esca di quelle quindici o venti persone
+in piedi sul poggio, e lontanamente visibili. Certo, di contro a forze
+considerevoli, quell’agguato di cinquecento uomini sarebbe povera
+cosa; ma c’è indietro dell’altro; c’è il grosso dell’esercito, dietro
+le colline donde noi siamo venuti; le colonne di Menotti e del Frigésy
+hanno le loro avanguardie in certe piccole macchie, che si vedono a
+tramontana, forse quattrocento metri più indietro.
+
+Lo spettacolo, intanto, è maraviglioso di lassù. Vedo davanti a me,
+oltre la linea serpeggiante dell’Aniene, distendersi una campagna
+arsiccia, in parte coltivata, sparsa di radi edifizi, orlata nel
+fondo da masse d’alberi e di non bene distinti edifizi, forse di
+ville signorili, o di abitazioni suburbane. Là dietro è Roma, l’eterna
+città, riconoscibile da pochi tratti monumentali e solenni: una fila
+d’archi, a sinistra, l’acquedotto di Claudio; poco lontana da quegli
+archi una gran mole quadra, listata di colonne, sormontata da statue,
+San Giovanni Laterano; più in là, sulla destra, una cupola immensa,
+coronata d’un globo dorato, San Pietro; finalmente, all’estrema
+sinistra, l’eminenza di monte Mario, con la sua piantata di cipressi,
+che dà l’immagine d’un manipolo di cavalieri in vedetta. La gran scena
+è tutta circonfusa di quella luce rosea, vaporosa e calda, che è una
+bellezza propria della campagna romana.
+
+Mentre io sto contemplando quello spettacolo così nuovo per me, una
+mano mi si posa sulla spalla; e subito dopo una voce dolcissima, che
+ben riconosco, mi dice:
+
+— Sapete dove siamo?
+
+— No, generale, vedo questi luoghi per la prima volta.
+
+— Sul monte Sacro.
+
+— Ah! — esclamai. — Per monte, tuttavia, è un po’ basso.
+
+— Agli occhi del capo, ve lo concedo, — rispose Garibaldi,
+sorridendo; — non già a quelli della storia. Qui il senatore
+Menenio Agrippa raccontò la sua favola dello stomaco e delle membra
+ribellate, persuadendo la plebe ammutinata a ritornare in città. Qui,
+secondo alcuni, e non sulla strada Latina, Marzio Conciano si accampò
+coi suoi Volsci, e vinto dalle preghiere della madre Veturia levò
+l’assedio dalla sua patria.
+
+— E noi, generale, se la domanda è lecita, — osai dire, — che cosa ci
+faremo?
+
+— Una breve fermata, io spero; — rispose il generale. — Aspettiamo
+un segnale di là; — soggiunse, dopo un istante di pausa, accennando
+davanti a sè, verso San Giovanni Laterano. — Appena il segnale sia
+dato, intenderemo che la insurrezione è scoppiata in città; passeremo
+l’Aniene, e ce la faremo a correre.
+
+— Intendo; — diss’io. — Ma non ci sono le mura, che ci tratterranno,
+così pochi come siamo?
+
+— Le mura son rotte, laggiù; — replicò egli, indicando l’acquedotto di
+Claudio. — Tra vigne e orti, si può entrare benissimo. —
+
+Avevo già indovinata la mossa fin dalla sera innanzi, a Castel
+Giubileo; e là, finalmente, ne avevo la conferma dalle labbra del
+grande capitano, fatto per onorare il monte Sacro assai più di
+Coriolano e di Menenio Agrippa; sia detto con buona pace di quegli
+antichissimi personaggi. Si aspettava dunque il segnale. Passò
+un’ora, ne passarono due, ma il segnale non venne. Vennero bensì
+due ricognizioni nemiche, simultaneamente, una da manca e l’altra da
+destra. La prima indicata da una sequela di punti grigi, nei quali
+non tardammo a riconoscere il reggimento degli zuavi pontifici, si
+stese oltre la via Nomentana, lentamente, con poca intenzione di
+avvilupparci, forse temendo di essere avviluppata. La seconda, tutta
+di punti neri, si avanzò guardinga, ma con più risolute intenzioni,
+sulle colline dalla parte di ponte Molle, venendo con le avanguardie
+in quadriglia fino al colmo di una eminenza, a duecento metri da noi.
+Riconoscemmo allora i cappottoni della legione d’Antibo.
+
+Le disposizioni di Garibaldi furono poche e semplicissime. Al
+reggimento degli zuavi non oppose alcun nerbo di forze, solo ordinando
+al maggiore Guerzoni di tener dietro ai loro movimenti, piantato un
+po’ più in là, con un cannocchiale da campo. Alle ardite quadriglie
+antiboine volse la sua attenzione egli stesso. Si avanzavano sempre,
+si avanzarono fino a cento metri, non di più, dalla tranquillità nostra
+argomentando l’insidia. Per tastarci, incominciarono da quella distanza
+a tirare. I nostri avevano ordine di non muoversi, di tener bassi i
+fucili, di non far vedere neanche la punta delle baionette di sopra al
+ciglione.
+
+— Li aspetteremo a venti passi; — diceva Garibaldi; — e allora daremo
+dentro tutti quanti. —
+
+Le quadriglie antiboine non fecero un passo di più; parevano inchiodate
+al terreno. Solo davanti a loro, o per mezzo, si muoveva correndo un
+bel cane spagnuolo, evidentemente felice come tutti i cani in guerra,
+che partecipano con tanto ardore, e sto per dire più dei cavalli, alle
+forti commozioni della battaglia. Il fuoco era aperto, ma durava senza
+merito, poichè nessuno di noi rispondeva. Fischiavano e gnaulavano
+le palle; quasi tutte troppo alte, passando; alcune troppo basse,
+ficcandosi nel terreno davanti a noi, o daccanto; nessuna toccando il
+bersaglio, che in quindici o venti offrivamo. E certo gli Antiboini
+avevano riconosciuto Garibaldi, poichè intorno a lui la gragnuola era
+più spessa. Un ufficiale di quella gente, da noi distinto benissimo,
+si fece dare da uno dei suoi soldati il fucile, puntò lungamente e
+sparò, anch’egli fallendo il colpo, e guadagnandosi un sorriso di
+commiserazione. Garibaldi, che era stato un pezzo guardando i tiratori
+col cannocchiale, si avanzò di alcuni passi fino alla linea dei pini, e
+gridò loro con voce stentorea:
+
+— _Vous étes des conscrits; vous ne savez pas tirer. Vous étes des
+conscrits_, — ripetè ancora parecchie volte, rinforzando la voce, forse
+con la speranza che il sarcasmo li ferisse, invitandoli a farsi sotto,
+dove egli avrebbe voluto.
+
+Ma il sarcasmo non li ferì, o se li ferì non bastò a farli scattare.
+Continuavano a scattare, in quella vece, i loro fucili, con sempre
+inutili tiri; e la musica era già molto durata, quando si avanzò
+Stefano Canzio.
+
+— Senta Generale; — diss’egli. — Vuol proprio che imparino, tirando su
+Lei? Venga qua, la prego, un pochino, più indietro, al riparo di quel
+pagliaio. Per quello che vuol fare, se ci sarà da farlo, — soggiunse,
+con un’accorta restrizione che mostrava la sua poca fede in certe
+notizie, — non è mica necessario che Lei stia qui a far da bersaglio ai
+coscritti. —
+
+Sorrise il Generale, gradì la celia, ma non si volle muovere di là.
+Forse pensava che quello era il giorno del fato, e che bisognava
+commettersi al fato. Egli accettò in quella vece di sedersi e di far
+colazione, finalmente, alle due dopo il meriggio, mangiando un pezzo
+d’arrosto freddo, rilievo di pranzo o di cena del giorno antecedente,
+rinvoltato in una pagina del piccolo _Movimento_ di Genova.
+
+— Ne volete? — diss’egli a me. — Senza complimenti.
+
+— No, grazie, generale; non ho pane. — Oh, già! — soggiunse egli,
+ridendo. — Volete sempre il pane, voi altri. In America non ne vedevamo
+quasi mai, e c’eravamo abituati benissimo. Ogni legionario portava il
+suo spicchio di carne infilzato sulla baionetta, se lo arrostiva alla
+prima fermata, e se lo sgranava senza aiuto di pane.
+
+— In America, sì; — replicai. — Ma noi siamo in Italia, e nel Lazio.
+
+— Che cosa vuol dire?
+
+— Che Cerere è dea latina, —
+
+Egli mi aveva dato tre ore prima un cenno classico; io gliene davo un
+altro, che parve averlo vinto.
+
+— Avete ragione; — conchiuse.
+
+E mangiò tuttavia senza pane il suo spicchio di carne rifredda. Cioè,
+intendiamoci, non lo mangiò tutto: ne lasciò mezzo, che rinvoltò nella
+pagina del giornale, e consegnò al suo attendente. Doveva essere la
+sua cena, quel povero avanzo. Di bere non si parlò neanche; forse
+gli bastava un sorso d’acqua, accettato al casale della Cecchina.
+Garibaldi, come sapete, non beveva mai vino. Solo dopo il ’60 aveva
+fatta una piccola concessione al Marsala, prendendone un dito, nelle
+occasioni solenni, certamente per grato animo ai sacri ricordi del suo
+sbarco in Sicilia.
+
+Il fuoco antiboino continuava, sempre con lo stesso esito di vana
+molestia. E frattanto, nessun segnale da Roma. Il viso di Garibaldi
+cominciò a rabbruscarsi, la falda del suo cappello a calarsi sugli
+occhi.
+
+— Che cos’hanno quei seccatori? — esclamò egli ad un tratto.
+
+Noi prendemmo coraggio a domandargli il permesso di rispondere con
+qualche colpo.
+
+— Purchè sia bene assestato; — rispose, assentendo col gesto. — Trovate
+quattro o cinque buoni tiratori, e andate ad appostarli laggiù, verso
+la falda della collina. —
+
+Obbedimmo prontamente. Cinque tiratori, dei meglio armati, scelti nei
+due battaglioni, furono collocati dove il Generale aveva consigliato.
+Una piccola siepe di rovi li nascondeva al nemico. Presero essi a
+tirare, puntando con calma, e cinque colpi bene aggiustati mostrarono
+che nelle nostre file non erano coscritti. Le quadriglie balenarono,
+risposero ancora due o tre colpi, poi si ritrassero, portando i loro
+feriti; e l’ufficiale e il suo cane sparirono con esse dietro una
+ondulazione del terreno.
+
+Un quarto d’ora dopo, ad una insenatura della collina, vedemmo la
+legione tutta quanta ritirarsi, nella direzione di ponte Molle. In pari
+tempo si ritirava dall’altra banda il reggimento degli zuavi. Eravamo
+rimasti padroni del campo: ma per che farne? Ahimè, niun segnale da
+Roma.
+
+Si stette ancora un pezzo a passeggiare, a far capannelli, a
+discorrere, amici da anni, amici da un giorno, che ci vedevamo là,
+e forse, tolti di là, non ci saremmo veduti che a punti di luna,
+o mai più. Ricordo che un Galoppini, di Spezia, capitano nel primo
+battaglione genovese, m’insegnò a fumare senza tabacco, caricando
+la pipa col caffè: due o tre chicchi tostati, rotti tra le dita, si
+mettevano nel fondo della campana; tutto l’altro era caffè macinato;
+e ne usciva una fumata aromatica, eccellente, alla gloria di Roma.
+E ricordo ancora che la mia pipata destò l’invidia di un ufficiale
+spagnuolo, certo De Roa, venuto con altri suoi connazionali, esuli
+dalla patria, nel seguito di Garibaldi. Il simpatico giovane possedeva
+ancora un libriccino di _papel de fumo_; ma gli era mancata la foglia,
+e sperava di averla da me. Lo disingannai, mostrandogli un involtino
+di caffè macinato, che mi aveva regalato il collega; ma anche lo resi
+felice, dandogliene tanto da farsi quattro o cinque involtate per i
+suoi _papelitos_.
+
+Così fumò anch’egli, il bravo De Roa, bellissimo brunetto, cavalleresco
+e prode, che seppi poi ufficiale d’ordinanza del generale Prim, e morto
+più tardi nella guerra contro i Carlisti. Sia pace alla sua bell’anima:
+per intanto, egli fece nobilmente il suo dovere a Mentana. E non poteva
+capire come si potesse dare indietro altrimenti che al passo. Nella
+terza fase della battaglia, quando nessuno più valse, nè Menotti, nè
+Canzio, nè Frigésy, a fermare certe giovani schiere che erano state
+colte da un panico strano, e mentre Garibaldi, fermo a cavallo sulla
+strada, fremeva di tanta codardia, mettendo lampi di sdegno dagli occhi
+fulminei, avvenne al De Roa di sciabolare un soldato che si era buttato
+a terra, contorcendosi nello spasimo della paura e gridando: “chi me
+l’avesse mai detto!„ E non voleva lasciare il fucile, quel pauroso,
+stringendolo forte tra le mani convulse, non sentendo le piattonate,
+non sentendo i rimbrotti. Garibaldi calò le pupille un istante, a
+guardare la triste scena; pensò, torse le labbra, poi levò la mano in
+atto solenne, dicendo al concittadino del Cid:
+
+— Eh, lasciatelo stare! —
+
+Fu grazia della vita allo sciagurato, ma fu anche una sentenza peggior
+della morte, se quel convulsionario l’ha intesa. Che orrore per lui, se
+vive ancora e ne conserva memoria!
+
+Ritorniamo al monte Sacro. Verso l’imbrunire fu deciso di dar volta a
+Castel Giubileo, donde la mattina eravamo partiti con tante speranze.
+Garibaldi aveva un messaggio da Roma: niente da sperare, là dentro,
+dove in quel medesimo giorno erano giunti i Francesi a sostegno del
+poter temporale. Per questo fatto le cose prendevano una piega diversa.
+Bisognava far testa a Monterotondo, l’ultimo punto a cui giungesse la
+strada ferrata, donde potevamo aver munizioni e vettovaglie, dove,
+infine, si sarebbero presi i provvedimenti opportuni per proseguire
+la guerra. Il Generale ordinò che si facessero fuochi sul monte
+Sacro, per simulare un bivacco; noi dell’avanguardia restando in
+retroguardia, dovevamo tenere la posizione fino a tanto il piccolo
+esercito non fosse tutto avviato, fuori da quel labirinto di colline.
+Per intanto, rompevamo le staccionate dei prati, e facevamo cataste
+di legna intorno ai giovani pini che fiancheggiavano la carraia. A
+quelle cataste, essendo venuta la notte, appiccammo subito il fuoco:
+un’ora dopo avevamo l’avviso di poterci mettere in marcia. Un panico
+notturno, per lo scontro di due colonne, una delle quali aveva smarrito
+il sentiero e pareva venire dalla parte di ponte Molle, fece correre
+qualche fucilata. Ne seguì naturalmente un po’ di scompiglio. Il
+maggiore Burlando, giustamente interpetrando l’ordine che avevamo di
+proteggere la ritirata, pensò che la cosa non potesse farsi a dovere,
+se non ritornando tutti noi della retroguardia sui nostri passi. Fummo
+in mezz’ora al nostro accampamento del monte Sacro, tra le cataste che
+ardevano, malinconicamente sole.
+
+Io pensavo ai bei stratagemmi dei fuochi notturni con cui s’ingannano
+gli eserciti moderni, come s’ingannavano gli antichi, e cercavo di
+ricomporre nella mia memoria il quadro dei sarmenti accesi a Casilino,
+nella guerra tra Cartaginesi e Romani. Ma chi li aveva accesi?
+Annibale, o Fabio Massimo? Lì per lì, non sapevo. Ma altri pensieri
+vennero a distornarmi piacevolmente da quella ricerca erudita ed
+infruttuosa. Pensai di fatti che la mia bella giornata l’avevo avuta,
+ed intiera. Le tenebre regnavano intorno a noi, tanto più fitte nello
+sfondo della scena, quanto più vivi sul primo piano rosseggiavano i
+fuochi. Ma la giornata era stata singolarmente luminosa: rivedevo la
+campagna pianeggiante di là dall’Aniene, seminata d’illustri rovine,
+l’acquedotto Claudio, San Giovanni Laterano con la sua ordinanza aerea
+di statue, la cupola di San Pietro col suo globo d’oro, monte Mario
+coi suoi negri lancieri in vedetta, tutta la prospettiva della eterna
+città circonfusa d’una rosea luce vaporosa, traente all’oro, come nelle
+glorie dei quadri antichi. Giornata inutile ad altri, che misurano
+ogni cosa dagli effetti ottenuti; ma non inutile a me, che l’avevo
+goduta! E pensai che fosse stata fatta unicamente per me; ne fui grato
+a Garibaldi; gliene sarò grato fin ch’io viva, perchè veramente fu
+la prima e sarà certamente l’ultima giornata bella della mia vita;
+con lui, davanti a lui, senza folle importune a levarmene la vista;
+vicino a lui nel pericolo lungo, nel pericolo dimenticato tra i lieti
+ragionamenti, che mi parvero pregustazione dei colloquii d’Eliso;
+vicino a lui nella speranza, infine, e nel pieno gaudio dell’essere.
+Viva Garibaldi! e il monte Sacro abbia il più sacro dei miei ricordi,
+per lui.
+
+
+
+
+XIII.
+
+
+Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.
+
+
+Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non
+il bosco, poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della
+Cecchina. Ci mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte,
+guidandoci come possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella
+sequela di giri e diagonali che avevamo già percorsa nella notte
+antecedente. Fortunati abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di
+Castel Giubileo. Non isfuggirò l’occasione d’un bisticcio, dicendovi
+che per conto mio ci arrivai giubilando. Il maggiore, invece, era di
+cattivissimo umore, vedendo troppi fucili abbandonati sulla strada,
+e non bastando i nostri uomini a caricarseli tutti sulle spalle.
+Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi che intiere compagnie,
+nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di non voler più
+combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la notizia,
+che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per verità,
+non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla
+scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri,
+per contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato
+il campo, immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano
+il torto; ma con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che
+l’impresa di Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e
+più chiaramente, più solennemente, da un recentissimo proclama reale.
+Così noi, poveri reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il
+male, il malanno e l’uscio addosso.
+
+Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della
+strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi
+le notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente.
+La sera innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti
+avvertire i compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano
+risposto che sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata
+di pane. Noi ci eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al
+buio, credendo che fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro,
+avvedendoci solo al mattino della loro mancanza dalle file.
+
+Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono
+grida in lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro
+calare tre uomini! Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente
+Pozzo, che per tal modo ebbe la fortuna di dare al Generale i più
+freschi ragguagli, le più recenti notizie, che meglio non avrebbe
+potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si erano dimenticati nella
+stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li aveva turbati un suono
+di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il campo vuoto, i fuochi
+già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia di granate, che
+venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a pensarci più
+che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso, come noi
+altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano venuti a
+salvezza.
+
+— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta
+farina, avrete fatti i taglierini.
+
+— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....
+
+— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi
+altri, genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro. —
+
+Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del
+resto; tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso
+amorevole. Ma per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita
+la frasca, in quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla,
+poichè non s’era neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava
+volentieri coi genovesi; e volentieri, nelle ore quiete, passando
+davanti al loro accampamento, accettava due cucchiaiate di minestrone.
+Era genovese anche lui: nato a Nizza, sì; ma la madre era di Loano,
+e originaria di Cogoleto; il padre di Chiavari, e i suoi vecchi
+erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel giro di parecchie
+generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio, o i casi della
+repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e Genova, nel
+corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto, tra il
+Varo e la Magra.
+
+Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il
+Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte
+di vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse
+spillato a tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai
+che su quella strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo
+di che, avanti ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso
+dell’esercito era salito al paese; noi rimanemmo alla stazione,
+occupando un casolare abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti
+verso Fornonuovo.
+
+Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè
+potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per
+tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli
+semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu
+portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua;
+un paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre
+riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè
+non avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione
+riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco;
+effetto del paiuolo di rame, che non era stagnato.
+
+Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un
+allarme. Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi.
+Si avanzava, dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in
+quei pressi, una compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che
+proprio cascavano a noi, come la manna agli ebrei nel deserto. Li
+comandava un capitano Valle, di Sestri Ponente, ed erano in gran parte
+doganieri, bella gente, e bene armata. Il maggiore Burlando offerse
+loro d’incorporarli: accettarono, formando la quarta compagnia del
+battaglione.
+
+Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti
+ci voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo
+subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata
+nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio.
+Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di
+andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo
+che la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti
+più desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser
+altri; meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi
+figliuoli. Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci
+che paglia; ma quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal
+cuore. E poi, quando c’è la salute, c’è tutto.
+
+Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare
+i cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico
+da strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo
+moltissimi, al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi,
+e passo un’ora chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale,
+che è salito sulla torre del castello, a specolar la campagna. Egli
+non scende che sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col
+gesto, e accetterei con la voce, se il colonnello Basso, segretario
+di Garibaldi, non mi facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo
+intendo, ma sto zitto; intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso
+trova il modo di bisbigliarmi all’orecchio: — vieni pure, ma non
+accettar di mangiare con lui: non ha che una frittata di due ova.
+Seguo il consiglio del colonnello e i passi del Generale nella sala
+da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo (oh generosa
+bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.
+
+Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è
+di buon umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo
+modestissimo pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano,
+stabilito a Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro
+romano. È uno dei pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo
+dimentichiamo, ho da tre ore una sciabola, la mia Sitibonda del ’66,
+che m’ha portata quel giorno un amico da Genova, insieme con la mia
+vecchia divisa grigia e la mantellina nera di carabiniere genovese.
+
+Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni
+prima aveva settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma
+saranno tutti buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo
+tumultuario con cui sono stati accettati e avviati dalle diverse città,
+la poca o nessuna conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente
+nuova, raccolta a Terni e avviata in fretta al confine, ritorna spesso
+e volentieri sul tappeto, anzi sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco
+a poco, dice un pessimista.
+
+— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo
+come Leonìda. —
+
+Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già
+notato altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe
+amato udirsi chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno
+delle ombre, o delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci
+elisii, intravveduti dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione
+della nostra miseria, che se egli era capace di fare come Leonida,
+ci sarebbero voluti trecento Spartani, e risoluti al sacrificio, per
+fargli compagnia. Ma la storia non si ripete. Del resto, quarantott’ore
+dopo, su poco più di duemila combattenti, furono cinquecento che gli
+caddero intorno a Mentana. Come lezione all’Italia d’allora, non fu poi
+tanto male.
+
+Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle
+scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere,
+incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo
+attaccar moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa.
+Ma un cerino si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce
+riconobbi un amico, celebre avvocato bolognese, già deputato alla
+Costituente romana, allora deputato di Forlì al Parlamento italiano,
+Oreste Regnoli. Egli giungeva allora allora a Monterotondo, e si
+volgeva al quartier generale per aver notizie del campo dei Genovesi,
+e ritrovarci un suo giovane amico. Non poteva capitar meglio; il suo
+valoroso amico diciottenne l’avevo io nella mia compagnia, vivo e sano.
+
+— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti
+potrete vederlo. —
+
+Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata
+davanti al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto
+l’aria di un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al
+settimo filare, voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre,
+ci avviammo diritti al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel
+portone e su per una scaletta che metteva al piano superiore della
+casa, pestammo piedi e stinchi allungati, facendo attaccar moccoli
+d’ogni misura. Ma questi erano di fabbrica paesana; accidenti in chiave
+di casa. Altri dovevo sentirne lassù, nel quartierino, dov’erano gli
+amici in molta libertà, più che in maniche di camicia, quando giunsi
+in mezzo a loro ed annunziai una visita, e di un deputato per giunta.
+Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un concittadino, e la mia
+imprudenza fu subito perdonata.
+
+Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi
+del cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una
+buetta di tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la
+minestra, gli epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma
+vuota. Han sempre torto, gli assentì.
+
+— Ma non avete dunque anima? — gridai.
+
+— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in _gaudeamus_, al
+quartier generale. —
+
+Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per
+tutta cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.
+
+Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito.
+Che cosa si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi
+un’altra. Si pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la
+via del confine, quali per la bandiera che non era rossa, quali per
+il proclama reale che ci metteva al bando, o giù di lì, ma i più
+perchè avevano fiutata la impossibilità del vincere e non gradivano la
+prospettiva di marce e contromarce, di stenti e di privazioni, in una
+guerra di bande. Quanto a noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i
+nostri almanacchi: ci penserà il Generale; noi altri obbediremo, come
+si è fatto finora.
+
+Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato,
+che sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero
+tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni
+al confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere
+induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo
+potuto penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione,
+non avendo potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi
+lontani, dell’Acerbi a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse
+aspettare in armi, per qualche settimana ancora, lo svolgersi degli
+eventi, facendo base in qualche altro luogo, non più a Monterotondo,
+ma a Tivoli, sulle montagne dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo
+avuto quella sera, difatti, udendo che un colonnello doveva andare con
+tre battaglioni tra Monticelli e Sant’Angelo, che erano per l’appunto
+sulla strada di Tivoli: mi confermava il sospetto l’invio d’un
+battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare l’incontro della strada
+di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda, seppi che a Tivoli
+doveva andare la mattina seguente il colonnello Pianciani; senza gente,
+per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.
+
+— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo
+dov’era situata, poichè _etiam periere ruinæ_. Peccato che non abbiamo
+più con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto
+spiano. —
+
+Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava
+anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A
+che pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete
+tempo, mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici.
+E sia; eccoci in tribunale, anzi _pro tribunali_. Presiede questa
+volta il maggiore Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti.
+Sbrighiamo le nostre faccende; i processi son chiari; si tratta di
+qualche prepotenza in casa di privati, e le condanne son pronte: come
+poi le faremo eseguire, non avendo sicurezza di mantenere un nostro
+sistema carcerario, non so. Alle undici abbiamo finito; va ognuno
+pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione, uscito dalla cascina
+Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del castello.
+
+
+
+
+XIV.
+
+In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico.
+
+
+Racconterò io la giornata di Mentana? No, davvero. Brevemente, a sommi
+capi, in iscorcio, l’ho già fatto in altre pagine: distesamente non
+saprei, non potrei, non vorrei, dovendo lasciare un simile ufficio
+a narratori più autorevoli in materia, e meglio forniti di tutte
+le opportune notizie dei varii corpi impegnati. Ed anzi, volentieri
+mi fermerei qui, se non pensassi che le mie son note personali, di
+cose vedute, di sensazioni provate. In questa misura, adunque, e con
+queste restrizioni necessarie, accogliete il poco che io vi dirò, per
+compire la storia dei miei venti giorni di viaggio, che furono poi
+ventiquattro. Ma i rotti non contano, si danno per il buon peso.
+
+L’ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione genovese
+marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in fiancheggiatori.
+Con noi è un battaglione di Milanesi, comandato dal colonnello Missori.
+Così disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse mezz’ora giungiamo
+alle prime case di Mentana, accolti dall’inno: “_Si schiudon le tombe_„
+suonato dalla fanfara della colonna Frigésy. Quella musica piace poco;
+ad un illustre amico mio, che passa in quel punto a cavallo, non piace
+niente affatto. Per lui, essa è di mal augurio, non avendo avuto il
+battesimo del fuoco. Infatti, conosciuta dai volontarii quando già era
+finita la campagna del ’59, non fu suonata in Sicilia, nè sul Volturno,
+nè in Tirolo; non si è udita mai, se non nelle città, nei teatri, sulle
+piazze. Garibaldi, poi, ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito
+appresso, nelle sue simpatie, il “_Fratelli d’Italia_„ e più un inno
+del Rossetti: “_Minaccioso l’arcangel di guerra_„ che i suoi legionarii
+cantavano nel ’49, a Roma e a Velletri. Ma basti di ciò; anche l’inno:
+“_Si schiudon le tombe_„ ha avuto il suo battesimo a Mentana; triste,
+se vogliamo, ma solenne, e non è più il caso di tornarci su, poichè il
+sacramento è indelebile.
+
+Io m’ero accostato a Mentana senza sospetto. L’andata pacifica
+del Pianciani a Tivoli mi prometteva una marcia tranquilla: nè
+il mio ragionamento interiore poteva esser turbato dal fatto dei
+fiancheggiatori, essendo costume d’ogni esercito in marcia, su
+territorio conteso, di aver fiancheggiatori e avanguardia. Noi, dopo
+tutto, facevamo una marcia di fianco, pericolosa sempre la parte sua,
+richiedente diligenza somma e celerità singolare. La diligenza si
+usava: la celerità veniva di costa. Ma le parole dell’amico, che mi
+era passato accanto, seguendo il Generale, mi avevano reso pensieroso.
+Esposi i miei dubbi al maggiore; e il maggiore si contentò di
+rispondermi:
+
+— Ma che? credevi proprio che andassimo a nozze?
+
+Eppure, guardate, l’aspetto della cosa era quello. Mentana era in
+festa, sul nostro passaggio, e tutto ci sorrideva dintorno. Già, per
+sè stessa, Mentana è una borgata simpatica, con case basse e pulite,
+fiancheggianti una via romanamente lastricata, che va serpeggiando per
+una insenatura di monte. Sulla nostra sinistra, passata una chiesina
+campestre, il monte fa una conca dietro la fila delle case, abbastanza
+vasta per accogliere senza danno della prospettiva due o tre grossi
+pagliai, e per istendersi in una lunga prateria che va fuori del paese
+verso una piccola eminenza, su cui è murata una casa padronale, la casa
+della Vigna Santucci. Sulla destra, e dietro all’altra fila di case,
+il monte si rompe in greppi, vallette e burroni, che portano al Tevere
+l’acqua di otto o dieci rigagnoli. In capo al paese e sulla sinistra,
+la fila delle case s’innesta in un vecchio castello con negri torrioni,
+tra i quali, dalla parte di Tivoli, si stende la cortina sormontata
+da un largo terrazzo, donde una frotta di donne sventola le pezzuole,
+i fazzoletti, gridando il buon viaggio a noi che passiamo spediti.
+Salutiamo le donne, salutiamo Mentana, salutiamo l’antica Nomentum di
+cui essa è l’erede, e tiriamo di lungo. Abbiamo fatto a mala pena un
+centinaio di passi, e vediamo accorrere verso di noi un biroccino, e
+sul biroccino una donna. Allarghiamo le file per lasciarla passare.
+È rossa in volto, ha negli occhi il terrore; e passa, gittandoci una
+frase:
+
+— _Ce so’ lì papalini, ce so’!_ —
+
+— Ah, davvero? — Il maggiore si volta a me, per darmi un’occhiata; e
+l’occhiata significa: — che cosa ti dicevo io?
+
+Ancora un centinaio di passi, e sentiamo una fucilata. Sì dubita di
+aver male inteso; ed eccone una seconda, che conferma la prima. I
+fiancheggiatori, sulla nostra diritta, hanno dunque incontrato il
+nemico? O il nemico ha tirato su Garibaldi, che cavalca sempre alla
+testa delle sue avanguardie? Affrettiamo il passo, ci mettiamo alla
+corsa. Ad una svolta della strada vediamo Garibaldi e il suo stato
+maggiore che salgono una collina, afferrando il colmo, dov’è la casa
+di Vigna Santucci. Noi, genovesi e milanesi, guidati dal Guerzoni che
+accorre con ordini del Generale, coroniamo un’eminenza a sinistra,
+facendo fronte ad un’altra, donde ci viene la fucilata, e che riusciamo
+ad occupare, ma senza poterla tenere lungamente, tanta è la forza che
+abbiamo di contro. Ci vien fatto nondimeno di sostenerci saldamente
+due ore sulla collina primamente occupata, stendendoci anche a coprire
+la Vigna Santucci; opponendo scarsi fuochi ma risoluti alla fitta
+grandinata onde ci bersaglia il nemico. Ma lassù, tra Vigna Santucci
+e Romitorio (questo nome mi è rimasto nella mente accompagnato
+all’immagine della eminenza sulla nostra diritta) non siamo che tre
+battaglioni distesi in catena. La nostra linea, già interrotta dalla
+strada maestra, ha presto altre soluzioni di continuità, che non
+possono essere colmate. Le teste di colonna di Merlotti e del Frigésy
+hanno da far fronte a sinistra, donde, precedendo coperti alla lontana,
+si sono avanzati altri battaglioni nemici, tentando di avvilupparci.
+E dura aspramente la lotta; una lotta in cui Garibaldi, Menotti,
+Ricciotti, Stefano Canzio, personalmente s’impegnano contro zuavi,
+antiboini e cacciatori esteri. Intanto, sopra una collina di destra
+si è riusciti a portare la nostra artiglieria: i due pezzi guadagnati
+a Monterotondo, che sono un obice e un cannone rigato da otto, ma che
+avranno tra tutt’e due a mala pena una trentina di cariche. Facendo
+volata sul paesello, la nostra artiglieria incomincia a sfolgorare
+le colonne nemiche irrompenti a sinistra. Di là quattro pezzi in
+batteria prendono tosto a rispondere. Le riserve pontificie, girando la
+posizione, mirano a pigliarci di fianco; alcune eminenze importanti san
+prese, perdute, riprese, perdute ancora. Nel paese di Mentana, presso
+il castello, facciamo le barricate, lasciandoci il maggiore Federico
+Salomone con la sua gente e con mezza compagnia dei nostri. Garibaldi
+stesso, che è da per tutto, accorre a vedere come si tenga quel passo.
+Ricordo che in quel punto, volendo egli affacciarsi, gli si pianta
+davanti il capitano Carlino Nicotera, con la mano al morso del cavallo,
+gridando: “Generale, fatemi fucilare, ma non andrete più avanti.„
+E lui a sorridere: sulle prime pareva disposto a contentarlo; indi
+proseguì allo scoperto, dove grandinava più fitto; stette un momento
+a dar ordini, poi voltò il cavallo e corse sulla sinistra, dove noi io
+seguimmo, verso i pagliai. Colà si era molto avanzato, troppo avanzato,
+il nemico.
+
+La presenza del Generale rianima i suoi. Menotti, Canzio, Ricciotti,
+Bennici, Bezzi, Missori e tanti altri hanno raccolto quanta gente
+han potuto: con essa irrompono sulla prateria. Al grido: “Garibaldi!
+Garibaldi!„ è una maraviglia di carica vittoriosa, la più bella che io
+abbia veduto mai. Paga per tutti il reggimento degli zuavi, che si era
+fatto avanti il primo, e che è scompigliato, sbarattato, disfatto dalla
+ondata irruente. Più in là, verso il colmo di una collina, vediamo
+fuggire a spron battuto uno stuolo di cavalieri luccicanti al sole;
+forse il generale nemico, che era venuto innanzi col suo brillante
+stato maggiore, credendo vinta per lui la giornata. Giuochi di fortuna!
+Che sia nostra davvero? Fu allora, per l’appunto, che un illustre
+amico, ritornando dalla sua carica vittoriosa, mi passò accanto co! suo
+bel sorriso costante sul labbro, e mi lasciò cadere questa frase:
+
+— Ti ho detto tre ore fa che si cominciava male; vedrai che finisce
+bene. — Ah, foss’egli stato profeta! Ma tutto diceva di sì, in
+quel momento felice. Mentana era liberata; Vigna Santucci ripresa. Per
+tutto il campo erano feriti sparsi, alcuni dei quali, al passar dei
+soldati con le baionette spianate, gridavano: _ne nous tuez pas_.
+
+Furono tutti rispettati, lo affermo con giuramento. E poichè sono a
+parlare di me, lasciatemi vantare; è la debolezza del soldato, quando
+racconta. Di quei feriti ne raccolsi uno, i cui occhi si erano fissati
+ne’ miei, con una espressione dolorosa e supplichevole; e lo feci
+trasportare sulle braccia di due commilitoni miei, all’ambulanza della
+vicina chiesuola. Era un caporale; così almeno mi parve, da un nastro
+giallo che gli girava a staffa sul dosso della manica: aveva delicati
+i lineamenti del volto, di tipo schiettamente francese, quantunque i
+basettini fossero neri, e neri i capelli, un po’ radi sulla fronte.
+Mi sorrise malinconico, in atto di ringraziamento, ed io m’interessai
+vivamente a lui, accompagnandolo un tratto, fino al pendio ella
+collina. Quanto gli sarà giovato il mio piccolo aiuto? Aveva una palla
+in petto e il pallore della morte sul volto. Pensai alla sua gioventù;
+pensai a sua madre. Ah, povere madri, in tempo di guerra! povere madri,
+se in quei momenti un’idea non le sostenesse, e non le affidasse una
+speranza lontana! Ed ancora pensai che insieme con soldati francesi,
+otto anni prima, avevamo fatta una guerra fortunata; che con altri
+zuavi avevamo barattate fraternamente le spoglie, per ballare insieme
+sulle piazze dei borghi di Lombardia, da Gorgonzola a Treviglio, da
+Coccaglio a Brescia, da Ponte San Marco a Desenzano. Perchè così
+mutati in otto anni gli spiriti? E ancora non sapevo che dietro a
+questi francesi, arruolati nell’esercito pontificio, venivano a masse
+compatte, girando largo dietro le colline, i francesi dell’esercito
+imperiale, per entrare in azione sulla nostra sinistra, mentre noi
+vittoriosi di un’ora, in quella vittoria avendo messo tutte le forze
+nostre, non avremmo avuto più nulla da opporre, più nulla!
+
+Fu quello che avvenne. Procedevano i nostri su Vigna Santucci, quando
+sulla sinistra, e quasi dietro a noi, cogliendoci di rovescio,
+apparvero nuovi battaglioni sui poggi; non avvertiti sulle prime,
+creduti amici alla riscossa. Ma qualche fucilata ci avvertì dell’esser
+loro; i cannocchiali, puntati da quella banda, non lasciarono
+più dubbio; si riconoscevano anzi, ai pantaloni rossi, i soldati
+dell’esercito imperiale. Fu allora necessario dar dietro, far
+conversione a sinistra, per opporci al nuovo pericolo, così perdendo
+i frutti della carica vittoriosa. Ma qui ben presto occorreva uno di
+quei fenomeni tanto frequenti in guerra, e presso tutti gli eserciti.
+Mentre le prime schiere facendo fronte al nuovo nemico resistevano
+virilmente, e già cominciavano a tenerlo in rispetto, le ultime schiere
+ingrandendosi il pericolo, non vedendosi forse sostenute alle spalle,
+si lasciarono cogliere da un improvviso sgomento, si ritirarono a
+scompiglio verso la chiesuola dell’ambulanza, all’estremità del paese.
+Invano gli ufficiali con le sciabole in aria tentano di fermare quella
+valanga della paura. Invano il Generale, accorrendo, tenta di rianimare
+quel branco di fuggiaschi; invano li rimprovera con aspre parole. —
+Prima di scappare, voltatevi almeno a vedere chi v’insegue, vigliacchi!
+— grida egli furente. Ma invano, ho detto e ripetuto: costoro fuggono,
+fuggono, fuggono, lasciando tutto scoperto il terreno e con esso il
+lato sinistro del paese, con forse cinquecento uomini tagliati fuori
+nel suo abitato.
+
+Tra la chiesuola dell’ambulanza e la collina di sinistra, donde i
+nostri pezzi senza munizioni son costretti a tacere, la strada verso
+Monterotondo si fa alquanto più stretta. Una carretta d’artiglieria,
+rimasta là a caso, fa un po’ d’impedimento al passaggio. Garibaldi
+si è fermato là, col cavallo; non ci sarebbe dunque, modo di passare.
+E nondimeno la fiumana dei fuggenti riesce a dilagare intorno a lui,
+scavalcando e magari rompendo le siepi. Ogni buon volere è impossibile,
+superato e travolto ogni ostacolo; grande fortuna se quella paura
+potrà rallentarsi più indietro, essere ravviata, trasformata ancora
+in eroismo. Garibaldi tenta ancora questo miracolo, mentre lo seguono
+i suoi ufficiali, in parte appiedati. Vedo Menotti, a cui è stato
+ucciso il cavallo, ferito egli stesso alla coscia, venire in giù,
+torbido nel viso, colla sua rivoltina nel pugno. Quello almeno va al
+passo, come piace al De Roa. Anch’egli dopo qualche istante si ferma,
+volendo opporre qualche manipolo di volenterosi all’avanzar del nemico.
+Si esce dalle siepi, si formano quadriglie, si riprende la fucilata.
+Dalla parte nostra son due brandelli di compagnie: le altre due, o i
+brandelli delle altre due, rimasero al maggiore Burlando entro Mentana.
+Su noi il nemico vien lento, ma senza esitanza; facendo le quadriglie,
+fermandosi una a sparare, poi l’altra venendo innanzi a coprirla, e
+così via: regolarità di movimenti che ammazza!
+
+E ancora bisogna indietreggiare. Oramai si fa il colpo di fuoco per
+l’onore, non più per la speranza di vincere. Ad un certo punto c’è da
+saltare una ripa; si casca gli uni sugli altri; io sotto a parecchi, e
+temo, al dolore acuto che provo, di essermi spezzata una gamba. Non è
+niente; sono un po’ indolenzito, ed anche ferito, poichè sono caduto
+sul filo della sciabola, che tenevo impugnata colla sinistra, sotto
+la guardia. La mia Sitibonda si è abbeverata finalmente di sangue,
+e del mio. I commilitoni mi rialzano da terra; riconosco Ettore
+Ballerà, Luigi Domenico Canessa, un Arduino. Essi mi sollevano, mi
+trasportano un po’ sulle braccia fraterne, fino a tanto non mi cessa
+il dolore. Il Canessa s’incarica di portare anche la mia sciabola:
+gliel’ho poi regalata, come cinque ore prima avevo regalata la mia
+rivoltina al tenente Graffigna, che non aveva nulla, per insegna di
+comando, neanche un bastone, Fortuna diversa delle armi! La rivoltina
+passò ai Pontificii, poichè l’amico Graffigna, rimasto in Mentana, fu
+fatto prigioniero la mattina seguente. La spada andò tre anni dopo in
+Francia, ma libera, in difesa di quella generosa nazione, nel piccolo e
+glorioso esercito dei Vosgi.
+
+Seguitiamo a ritirarci, con le quadriglie francesi a cinquanta passi
+da noi, al fragore dei loro _chassepots_ che fanno veramente prodigi.
+Guai se quella gente dilaga, giungendo prima di noi a Monterotondo,
+che è in vista oramai! Ma no; ecco Garibaldi ancora, Garibaldi con
+un centinaio di uomini, alla riscossa. È gente nuova, o avanzo della
+vecchia, ch’egli è riuscito a rianimare pur ora? Mi par di sentire,
+giungendo ad afferrar la spianata, ch’egli ha trovate e prese con sè
+le due compagnie lasciate di guardia alle carceri. Chiunque siano,
+ben vengano. Si avanzano con le baionette spianate; un po’ balenanti,
+mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in quel momento supremo.
+Lo vede ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce sanguigna del
+tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco del
+suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana;
+risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva
+fatto insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata,
+gridando con voce vibrata:
+
+— Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire
+a morire con me?
+
+Alcune parole genovesi, augurali, e non di fortuna, accompagnavano
+la frase italiana; ma la voce si abbassava di un tono, dicendole;
+mentre era scandito, accentato con fiera progressione il “con me„
+ferma l’intonazione e accennante un disperato proposito. L’uomo era
+solenne, e solenne il momento. E tutti allora i reduci sfiniti, i
+cadenti spettatori della scena terribile, si strinsero ai fianchi di
+quel cavallo, confondendosi con quelle due compagnie, travolgendole,
+precipitandosi con lui nella strada. La carica della disperazione
+ottiene l’intento; il nemico si arresta, si ritira, facendo fuoco di
+dietro alle siepi. Garibaldi vorrebbe proseguire; ma a qual pro? A che
+gli servirebbero, fin dove, quei dugento uomini che porta in mezzo alle
+schiere nemiche?
+
+L’occhio vigile di Stefano Canzio ha precorso il pericolo. L’animoso
+ufficiale coglie il momento opportuno del nemico arrestato, si gitta
+alla testa del cavallo e ne afferra le redini, gridando con voce di
+amoroso rimprovero, ma donde trapelano tutte le collere addensate da
+un’ora:
+
+— Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?
+
+Ho veduto, ho sentito: il ripetuto “per chi?„ fu quello che vinse
+l’animo di Garibaldi, serbando il suo cuore, il suo braccio, il suo
+nome, alla gloria di una sublime vendetta.
+
+
+
+
+XV.
+
+Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita.
+
+
+Non facilmente s’era piegato l’eroe. Aveva data in giro un’occhiata
+leonina; aveva abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso
+“avete ragione„ in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia,
+chiudendo molte discussioni e mostrando il lavoro interiore che si
+faceva rapidamente nel suo nobile spirito; poi aveva dato ancora uno
+sguardo lungo e profondo in quella penombra della strada contornata
+di siepi, onde balenavano i lampi della moschetteria contro lui
+invulnerabile. Nè, ritiratosi lentamente di là, avrebbe voluto cedere
+il campo. Non erano ancora di là da Mentana, sulla strada di Tivoli, i
+tre battaglioni mandati la sera innanzi ad occupare Sant’Angelo? Perchè
+non si erano mossi? perchè non erano accorsi al cannone? e perchè,
+finalmente, non avrebbero potuto attaccare nella notte, aiutando così a
+ripigliar l’offensiva?
+
+Un giovane e bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si
+offerse all’incarico di andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo
+del piccolo esercito; per una via laterale nei campi, se ancora non
+c’erano dilagati i nemici, poteva giungere in mezz’ora a Sant’Angelo.
+Detto fatto, mise il cavallo a galoppo dietro la cascina Villerma:
+fortunato, passò sulla destra del nemico, salutato dalle fucilate
+innocue d’una compagnia che il suo passaggio aveva sorpresa: era giunto
+dal comandante dei tre battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze
+erano state divise, accantonate per compagnie nei casolari sparsi,
+non pure di Sant’Angelo, ma di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci
+sarebbero volute ore ed ore, a raccogliere quella gente; e neanche,
+dopo tanti esempi dolorosi, era da sperare che si potesse venirne a
+capo.
+
+La sera intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso,
+e dei tre battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora
+tarda, dopo avere inutilmente specolato dalla torre del castello
+Piombino, Garibaldi si arrende alla evidenza delle cose, ai consigli di
+tutti i suoi ufficiali, e comanda la ritirata.
+
+Ne avemmo notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi,
+che ci eravamo raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento,
+e stavamo pensando per l’appunto a mandare qualcheduno di noi per
+chiedere istruzioni al comando. Ci avviammo allora alla piazza maggiore
+del paese, dov’era tuttavia la carrozza del Generale, che per aiuto
+nostro riuscì a passare da porta Pia, allora allora asserragliata
+di botti. Nella carrozza non era Garibaldi, per altro; c’era Alberto
+Mario, sottocapo di stato maggiore, il capitano Adamoli e il padre di
+lui, vecchio patriota, venuto proprio quel giorno ad abbracciare il
+figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per cortesia di Alberto.
+I miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono essi che disfecero
+la barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario per lasciar
+passare la carrozza.
+
+La discesa fu triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata
+di poco la stazione della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata
+ugualmente taciturna, avviata come noi al confine.
+
+— Generale, siamo qua; — disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; —
+vuol salire?
+
+— No, grazie; — rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di
+cavalieri ammantellati; — andate pure, vi seguiamo.
+
+La carrozza procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed
+anche per non istancar troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che,
+dopo tutto, il freddo della notte faceva più svelti alla corsa. Giunti
+a Passo Corese, smontammo ad una casetta alcuni passi distante dal
+confine. Bevetti colà poche gocce d’acqua; le prime, dopo tante ore
+di fatica. E passammo il ponte, accolti fraternamente dai granatieri
+del colonnello Caravà, che ci offersero quanto avevano. Ringraziammo,
+non accettando nulla: tanto poteva più l’amarezza che la fame. Sapemmo
+allora che nella giornata i soldati dell’esercito regolare avevano
+disarmato via via duemila volontarii, ripassanti il confine.
+
+— A che ora? — domandai all’ufficiale che ci dava la notizia.
+
+— Fra le due e le quattro; — mi rispose.
+
+Molte cose si spiegavano allora. Aveva ragione l’ufficiale pessimista,
+che due giorni innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale,
+aveva detta così crudamente la sua opinione su tanta parte delle
+nostre forze in campagna. Se quei duemila fossero rimasti nelle file,
+sarebbero giunti in azione al momento opportuno di slanciar le riserve.
+Erano alla coda, forse ancora a Monterotondo, udendo il fuoco d’inferno
+che si faceva a Mentana; avevano pensato ai casi loro, e risoluto di
+conservarsi per giorni migliori. Ottima gente! e non essi soltanto, che
+se n’erano andati, ma anche le molte migliaia che se n’erano rimaste a
+casa! Intesi allora anche meglio la forza di un ragionamento del mio
+amico Stefano Canzio. “Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per
+chi?„ Del resto, chi sa? forse è bene che le cose andassero allora
+così. Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo: la filosofia insegna a
+sopportare molte noie; e si sopportano più facilmente le cose che non è
+dato cangiare.
+
+ _Durum; sed levius fit patientia_
+ _Quidquid corrigere est nefas._
+
+Ah, ecco da capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe
+annunciarci vicino il Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là,
+padrone della strada ferrata, facendo da capostazione. Mi vide, mi
+abbracciò, senza tanti discorsi mi condusse al marciapiede d’asfalto,
+e mi ficcò in un compartimento di prima classe, dove c’era già un
+ufficiale inferraiolato, in atteggiamento di riposo. Credetti che
+l’amico mi mettesse là dentro al caldo, perchè schiacciassi un
+sonnellino; ma no, faceva dell’altro, l’amico. Dopo due o tre minuti
+spesi a dar ordini, venne ancora a salutarmi, a darmi il buon viaggio;
+chiuse egli stesso lo sportello, accostò un fischietto alle labbra
+e ne cavò un suono acuto; la macchina rispose sbuffando, il treno si
+mosse crocchiando, e volò via in direzione di Terni. Com’era andata?
+Evidentemente, ero capitato là nel momento buono. Ad ogni modo, quella
+partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi ancora, quando ci
+penso, mi par di sognare.
+
+Il mio compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della
+lampada, era Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere
+rivali (la solita storia che bisogna dire quando i due nomi si
+associano) viaggiarono di buon accordo fino a Terni. Ma si fecero poche
+parole, quella notte; l’amico era ferito al braccio, e quantunque la
+ferita non fosse grave, gli pizzicava un po’ troppo: del resto non era
+momento da discorsi allegri. Gaio compagno in altri tempi, il Tironi;
+sempre ricco di belle fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di
+lui un aneddoto, e lo metto qui, in mancanza di una conversazione che
+tra noi in quel momento necessariamente languiva.
+
+Un giorno, Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben
+ricordo, o in altro paese vicino, era stato accolto col suo seguito
+nella casa del sindaco. Da un pezzo erano là, e non si parlava mai di
+andare a pranzo, nè si vedevano i segni precursori d’una chiamata a
+tavola. Gli ufficiali incominciavano a mormorare; qualcheduno accennava
+già di voler uscire, per andare a trovare un’osteria.
+
+— Lasciate fare a me, — disse Augusto Tironi, — parlo io al padron di
+casa; voglio esplorarne l’animo. —
+
+L’idea parve temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di
+voler dare da pranzo; poteva benissimo non averci pensato e non aver
+provveduto; nel qual caso una domanda importuna poteva turbargli lo
+spinto.
+
+— Ma con garbo, veh! — dissero dunque al Tironi. — Pensa che siamo i
+suoi ospiti.
+
+— Non dubitate, conosco le leggi.
+
+E si mosse, andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che
+andava e veniva per le stanze, fece un sorriso amabile a quel gran
+giovanotto dalle spalle quadre, dalla carnagione bianca e dai capelli
+rossi, che pareva balzato fuori da un quadro di Paolo Veronese.
+
+— Signor sindaco — incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta
+interrogazione che gli faceva quell’altro con gli occhi, —
+
+ .... e l’ora s’appressava
+ Che il cibo ne solea essere addotto,
+ E per suo sogno ciascun dubitava.
+
+— Oh, non dubiti, non dubiti! — si affrettò a rispondere il sindaco.
+— È stata colpa della cuoca, che non ha saputo calcolar giusto,
+preparando per tanti; fra cinque minuti si dà in tavola. —
+
+Mi separai da quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo
+sentito che in un carro di merci, che doveva esser aggiunto al treno,
+erano tre compagni genovesi, feriti a Monterotondo. Andato con loro
+nella paglia, ebbi la fortuna di esser utile, telegrafando ad un
+illustre chirurgo d’una grande città, per la quale dovevamo passare.
+L’insigne uomo venne infatti ad aspettarci alla stazione; visitò i tre
+feriti, diede consigli da pari suo e conforto di buone speranze.
+
+A quella stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi
+strapparono dal treno e mi condussero in città. D’uno tra essi indossai
+gli abiti, lasciando per una sera le mie spoglie soldatesche; e poco
+dopo, vedete stranezza! in una poltrona, a teatro, assistevo alla
+rappresentazione di un’opera in musica. Mai l’arte dei suoni mi parve
+più bella; mai ebbi dalle sette note una commozione più viva.
+
+In Francia, lo ha detto un francese, _tout finit par des chansons_. Io,
+in Italia, finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica
+eccellente. La vita è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente
+allegra, a teatro! tante belle dame sorridenti nella mezza luce dei
+palchetti ai cavalieri galanti, dai guanti grigi perlati e dai candidi
+petti di porcellana! Niente di nuovo, niente di grave era accaduto in
+Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale? per chi?
+
+
+ FINE.
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+ PAG.
+ I. Come si esce da Genova. Gerolamo Costa
+ e Giovan Battista Parodi. Dalla
+ “bella Ninin„ 4
+ II. Da Quarto a Firenze. L’entrata alla
+ Tappa. Nella Galleria degli Uffizî 14
+ III. Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai
+ Vespri Siciliani. Calessata
+ musicale 26
+ IV. Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini.
+ Cose antiche e moderne 38
+ V. Trecento uomini sulle braccia. La cascata
+ delle Marmore. Poesia d’un
+ viaggiatore e prosa d’un cicerone 49
+ VI. Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano.
+ L’_eureka_ dello stomaco. Le
+ spose Sabine 62
+ VII. La bella gigantessa. Fermate ed ansie di
+ Torricella. Giungono i fucili
+ e passa Garibaldi 75
+ VIII. Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali.
+ Il passo difficile e l’augurio del
+ doganiere. Ricordo di Pietro Cossa 87
+ IX. Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il
+ ministro di Falconara. Ci siamo 99
+ X. La gran notte di Monterotondo. Ritratti
+ garibaldini. Il capitano Uziel 111
+ XI. Un fraticello domenicano. I casi sacri
+ di Fornonuovo. Da Fidene alla Cecchina 124
+ XII. Sul monte Sacro. Favola antica e storia
+ moderna. La mia bella giornata 134
+ XIII. Da capo a Monterotondo. I trecento di
+ Leonida. Digiuno d’Ognissanti 145
+ XIV. In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale.
+ Momento epico 155
+ XV. Triste partenza. Il convoglio miracoloso.
+ Contrasti della vita 166
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] Due bravi amici morti; il primo a Buenos-Ayres, dove era andato ad
+esercitare la sua arte salutare, ottenendovi buon nome; il secondo a
+Digione, combattendo da valoroso nel 1871.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***
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+ <title>Con Garibaldi alle porte di Roma | Project Gutenberg</title>
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+<body>
+<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***</div>
+
+<div class="booktitle">
+<h1>
+CON GARIBALDI
+<span class="smaller">ALLE PORTE DI ROMA</span>
+</h1>
+</div>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="titlepage">
+<p class="large">
+Per il XXV anniversario di Roma capitale<br>
+(1895)
+</p>
+
+<p class="pad1 main-t">
+Con Garibaldi<br>
+<span class="x-small">ALLE PORTE DI ROMA</span><br>
+<span class="xx-small">(1867).</span>
+</p>
+
+<p class="pad2">
+RICORDI E NOTE<br>
+<span class="small">DI</span>
+</p>
+
+<p class="pad1 x-large">
+Anton Giulio Barrili
+</p>
+
+<p class="pad4">
+Milano<br>
+<span class="smcap g">Fratelli Treves, Editori</span>
+</p>
+</div>
+
+<div class="verso">
+<hr class="mid">
+<p>
+PROPRIETÀ LETTERARIA.
+</p>
+
+<p>
+Riservati tutti i diritti.
+</p>
+
+<p>
+Milano. Tip. Fratelli Treves.
+</p>
+<hr class="mid">
+</div>
+
+<div class="somm">
+<hr>
+<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
+<hr>
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p class="pad4">
+<i>Con Garibaldi! Ma sai che i posteri c’invidieranno? a taluno di più fine
+sentimento (spero ben non ne sarà perduta la semenza) si vorrà augurare
+d’esser morto sepolto da un secolo, o da due, pur d’essere vissuto dieci
+anni nella luce eroica di quell’uomo grande e forte, semplice e buono, che
+in sè aveva raccolte le virtù civili di Fabrizio e le militari di
+Cesare.</i>
+</p>
+</div>
+
+<p>
+<i>Frattanto, come so e posso, io pago un tributo d’onore ai morti e ai
+superstiti delle memorabili geste, da Nerola a Monterotondo, e da Casal de’
+Pazzi a Mentana: lo pago, ricorrendo il XX Settembre, che è da un quarto di
+secolo il giorno felice della restituzione di Roma all’Italia; ond’io
+collego i casi dell’avversa con quelli della prospera fortuna, non
+ignorando che i primi han preparati i secondi, e sapendo bene che dove il
+voto di tutti è compiuto, i lagni antichi non valgono e il dimenticare è
+virtù. Lo aveva cantato anche il “Romancero del Cid„, e in tempi assai meno
+graziosi dei nostri:</i>
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01"><i>Porquè donde presiede amor</i></p>
+<p class="i01"><i>Se olvidan muchos agravios.</i></p>
+</div></div>
+
+<p>
+<i>E tu, caro Stefano, ama sempre il tuo</i>
+</p>
+
+<p class="indl">
+<i>Genova, settembre 1895.</i>
+</p>
+
+<p class="indr">
+ANTON GIULIO BARRILI.
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p class="pad2 indl">
+<i>Al generale Stefano Canzio.</i>
+</p>
+</div>
+
+<p class="pad2">
+<i>Questi ricordi giovanili vengono a te, compagno di adolescenza, amico di
+tutta la vita: vengono a te, ti parlano di giorni cari, sebbene non così
+fortunati come altri ed altri ond’erano stati preceduti. Ma li faceva lieti
+di austera grandezza il Tevere largo, scorrente tra le ripe sabine ed
+etrusche, con la sua Roma assisa là in fondo; tanto bella a vedere dalla
+vasta campagna, ove il deserto medita e par sempre che aspetti; tanto bella
+a’ miei occhi, tanto desiderata e da lontano allegrante i cuori, che questo
+libro, in cui ella è veduta in tal forma, io lo avrei voluto intitolare
+“Scampagnata epica„; e solo me ne trattenne il pensiero dei mille fratelli
+d’arme, al cui occhio, cercante Roma, i bei giorni della magnifica impresa
+furono anche gli ultimi della vita.</i>
+</p>
+
+<p>
+<i>Tu ami lo spazio libero, le vie larghe davanti a te, dove fretta di
+contemporanei non faccia di gomito e non incalzi alle spalle, avida di
+scavalcare, impaziente di giungere. Laggiù eravamo assai meno a correre; e
+nessuno, o mio Stefano, ti contendeva il posto d’onore. Quello era il
+buono; tutto l’altro, e l’istessa vita, quanto è lunga, non vale, il bel
+sogno che possiamo evocare, a ristoro dell’anima. Ed io ti evoco qui, non
+una storia di fatti, che troppo sarebbe per me, ma una serie di grate
+sensazioni, con la visione assidua del divino Garibaldi e il calor vivo
+della sua benevolenza paterna.</i>
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p class="title">
+<span class="smcap">Con Garibaldi</span>
+<span class="smaller">ALLE PORTE DI ROMA</span>
+</p>
+</div>
+
+<h2 class="pad2" id="cap1">I.
+
+<span class="smaller">Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla
+“bella Ninin„.</span></h2>
+
+<p>
+Queste sono note di viaggio, non vogliono essere altro che note, tirate giù
+alla buona, frettolosamente, finchè la memoria aiuta, per non perdere il
+filo delle cose vedute, per aggiungere qualche ricordo personale, col
+suggello del vero, a più nobili e più ordinati racconti.
+</p>
+
+<p>
+Si va a Roma, lettori, o si tenta di andarci. Il viaggio, come sapete,
+prima del Settanta era piuttosto difficile. C’erano troppi, e potenti, che
+non volevano andar essi, e lo proibivano con tutte le forze loro a chi ne
+aveva voglia; donde stiracchiamenti, urti, malumori, guerre in famiglia;
+insomma, una vita da cani. Rallegriamoci che le cose si siano un bel giorno
+mutate, o non ci fermiamo a ragionarne di più.
+</p>
+
+<p>
+Per le necessità del racconto vi dirò solamente che nella estate del ’67,
+tra coloro che non volevano lasciarmi partire da Genova per andare a Roma,
+c’era il conte Nomis di Cossilla, prefetto, e il cavalier Verga, questore;
+due ottime persone, ma cocciute a quel modo. Sui primi giorni dell’ottobre,
+quando in me si era fatta più forte la voglia, il cavalier Verga,
+incontrato in una casa di amici, mi aveva detto col suo solito garbo
+signorile, ma con altrettanta sicurezza di accento:
+</p>
+
+<p>
+— Lei non andrà, e i suoi amici nemmeno. Del resto, che cosa andrebbero a
+fare, senza Garibaldi?&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Infatti, la prospettiva non era punto allegra. Il Generale, arrestato a
+Sinalunga, portato di là in Alessandria, era stato ricondotto nella sua
+Caprera, dove il governo lo custodiva con due navi da guerra. Intanto, di
+là dal confine Umbro, su quella terra che san Pietro non sognò mai di
+possedere (egli a mala pena padrone di una paranzella sul lago di Galilea)
+erano incominciate le busse. Ma i nostri volontarii, i così detti insorti
+dell’Agro romano, erano pochi, assai pochi, male in armi e peggio in
+arnese. Non c’era modo di andare in grossi drappelli ad aiutare quei pochi,
+che avevano passato il confine quando era meno diligente la guardia, e lo
+stato della insurrezione poteva compendiarsi in questa frase, che le bande
+stancavano il nemico, ma più ancora sè stesse. La prodezza e la costanza
+erano ammirabili; ma pur troppo quelle due belle virtù non potevano tener
+luogo di scarpe, di coperte di lana, di cartucce e di pane; quattro cose
+altrettanto necessarie al soldato.
+</p>
+
+<p>
+“Roma o morte„ si gridava frattanto, nelle dimostrazioni quotidiane, per
+tutte le città maggiori del regno. Bisognava andare in aiuto ai compagni,
+per tener vivo il fuoco. Garibaldi sarebbe un giorno o l’altro venuto in
+campo, a rinnovare i suoi prodigi; Stefano Canzio, la cui rara energia di
+propositi doveva meritargli l’appellativo di “noto„ nei carteggi
+governativi, si adoperava intorno a un disegno di fuga, con affetto di
+congiunto, con devozione di soldato, e nessuno dubitava che l’impresa,
+quantunque difficile, avesse a sortire buon esito. Bisognava andare, andar
+subito; ma come?
+</p>
+
+<p>
+Alla spicciolata, sicuramente. Ma anche alla spicciolata, bisognava
+indovinare la strada buona. Per Alessandria e Bologna si andava
+speditissimi, aiutando il vapore: ma alla stazione di Genova vigilavano
+guardie e carabinieri; le facce garibaldine erano presto riconosciute e
+cacciate indietro senza misericordia. “Lei non andrà, e i suoi amici
+nemmeno„; lo aveva detto il cavalier Verga, e manteneva la parola. Quanto
+alla via di mare, le stesse difficoltà; ogni visita a bordo dei vapori in
+partenza per Livorno e per Napoli, rimetteva a terra i viaggiatori
+sospetti. Per uscire da Genova restava la via più lunga, quella di
+Chiavari, dove non si andava ancora in istrada ferrata. Ma le diligenze
+avevano l’ufficio e lo scalo in piazza San Domenico: ad ogni partenza la
+questura visitava il registro dei viaggiatori, assisteva all’imbarco,
+fiutava la sua gente, e non c’era verso d’ingannarla con barbe finte, con
+parrucche gialle, con occhiali verdi, o con altre invenzioni dell’antico
+repertorio.
+</p>
+
+<p>
+Pure l’amico mio Antonio Burlando, con cui avevo fatto conto di partire,
+non disperò di trovare una gretola. — Vedrai che si va, — mi disse, — e per
+la via di Chiavari, in barba al signor Verga. Lascia fare a me; ho il mio
+piano in testa.
+</p>
+
+<p>
+Il piano del mio maggiore non istette molto a venir fuori. La mattina del
+12 ottobre, due amici suoi, saviamente scelti con due cognomi dei più
+comuni a Genova, un Costa e un Parodi, andavano ad iscriversi per due posti
+di <i>coupé</i> nella diligenza di Chiavari. All’ora della partenza, sotto gli
+occhi dei vigili, capitavano con le loro valigie, che erano poi le nostre,
+e le facevano caricare sull’imperiale. Noi, proprio allora, passeggiavamo
+in piazza San Domenico, per dare un’occhiata al giuoco, ma non senza
+riceverne un’altra, abbastanza canzonatoria, da un delegato di pubblica
+sicurezza, che aveva l’aria di dirci: “passeggiate, voi altri; da Genova
+non si esce.„
+</p>
+
+<p>
+E noi passeggiavamo, chetamente muovendo per via Carlo Felice fino alla
+piazza delle Fontane Morose. Ma là, presa una vettura da nolo, ordinavamo
+al cocchiere di condurci per Santa Caterina agli archi dell’Acquasola, in
+via Serra, in via Galata, a porta Romana, all’inferno, purchè si facesse
+alla svelta.
+</p>
+
+<p>
+Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi, i due amici del <i>coupé</i>, dovevano
+trovarci in Bisagno, al ponte della Pila, o più lontano, secondo i casi; al
+colmo della salita di San Martino, a Sturla, o più in là, pronti a prendere
+i loro posti in diligenza. Si adattavano anche a fare un viaggio più lungo;
+per render servizio a noi sarebbero andati magari a Nervi, a Recco, a
+Rapallo; fino a tanto non ci vedessero in mezzo alla strada provinciale,
+avrebbero continuato, anche col rischio di giungere a Chiavari. Gran
+rischio, finalmente! La città era così bella, e si stava così bene
+all’albergo della Fenice!
+</p>
+
+<p>
+A noi parve che Sturla, col suo ponte sul fiumicello omonimo, nè troppo
+vicino nè troppo lontano da Genova, fosse il luogo più adatto per aspettare
+la diligenza e darle l’assalto. Perciò, avevamo detto al vetturino di
+condurci fin là, ma al galoppo, senza perdere un minuto. La diligenza,
+tardigrada di sua natura, non poteva averci preceduto; a San Martino si
+seppe che non era ancora passata; ma noi volevamo giungere molto prima di
+lei al punto indicato, per aver tempo ad assumere un’aria di gente quieta,
+e sopra tutto non farci vedere discesi da un cocchio, per salire in un
+altro. I cospiratori, si sa, sono un po’ tutti così. E correvamo, a gran
+forza di frustate, per la via polverosa, col massimo desiderio di
+allontanarci presto, di fuggire da Genova, da quella Genova per la quale
+più tardi si ha da patire il mal del paese; cosa che a me accade di sicuro
+dopo quindici giorni di assenza.
+</p>
+
+<p>
+Certe nuvole vagabonde, di cui non è mai penuria in autunno e in vicinanza
+del mare, s’erano addensate sul nostro capo, spremendo un’acquerugiola che
+prometteva di mutarsi poco stante in acquazzone; ed io stavo pensando tra
+me dove avremmo potuto metterci al riparo, se in una botteguccia di
+tabaccaio che ricordavo esser là, passato il ponte, o sotto un arco del
+viadotto della strada ferrata, allora in costruzione. Pioggia o non
+pioggia, del resto, il luogo mi pareva di buon augurio, sotto la collina di
+San Giacomo, dove un anno prima, finita la campagna del Trentino, ero stato
+in felicissima villeggiatura tre mesi. Già la carrozza era entrata sul
+ponte; ma eccoti, mentre io dico al vetturino di fermarsi, l’altro tira via
+di galoppo, rispondendo a bassa voce e quasi senza voltarsi: non vedono?
+</p>
+
+<p>
+Guardammo infatti, e vedemmo. Due guardie di questura, della più bella
+specie, fiorivano come due bei tulipani neri in capo al ponte, presso
+l’angolo di quella medesima casa dov’era l’appalto.
+</p>
+
+<p>
+La vista dei due bravi di Don Rodrigo, nemici dell’ordine pubblico, non fu
+ragione, io credo, di tanto turbamento al povero Don Abbondio nella
+viottola campestre, quanto a me la vista di quei due custodi dell’ordine
+sullodato. Mi posi io l’indice e il medio nel colletto della camicia, tanto
+per darmi l’aria dell’uomo tranquillo, <i>integer vitæ scelerisque purus</i>? Non
+ricordo; ma se non l’ho fatto, mettete che sia stato un miracolo.
+</p>
+
+<p>
+Si andò dunque avanti, seguendo il buon impulso del vetturino. Costui ci
+aveva fiutati; e gli pareva che non dovessimo essere in troppo buon odore
+presso il questore di Genova, nè presso i suoi delegati suburbani. Ottimo
+vetturino!
+</p>
+
+<p>
+Giunti a Pietra Roggia, ci fermammo finalmente. Non c’erano guardie,
+laggiù; c’era invece un’osteria, la quale ci offriva un riparo, e al
+bisogno un pretesto di scampagnata.
+</p>
+
+<p>
+Quell’osteria, per chi la vede di fuori, ha l’aria di una casupola che stia
+lì per fare ad ogni momento un tonfo nell’acqua: ma a chi la guarda dentro,
+apparisce solidissima. Ai tempi andati dovette essere una casamatta, e gli
+stretti spiragli, che la pretendono a finestra dalla parte del mare, furono
+strombature di feritoie per allogarvi la canna delle colubrine. Al tempo di
+cui racconto, non c’erano più arnesi con cui rispondere alle ostilità di un
+naviglio nemico; c’era invece un’ostessa, la “bella Ninin„, famosa per i
+suoi ottimi taglierini e per il suo stufatino al dente. Era un’ora,
+bruciata, quella in cui smontavamo: niente taglierini, adunque, e niente
+stufatino. Ci contentammo di due gallette, che inzuppammo in un bicchiere
+di vin bianco.
+</p>
+
+<p>
+Era il tocco dopo il meriggio, e si doveva aspettare un bel pezzo. Finito
+il nostro spuntino, ce ne andammo su d’un terrazzo, di fianco alla casa,
+guadagnato a colpì di piccone sulla falda dello scoglio.
+</p>
+
+<p>
+— È un ottimo osservatorio; — dissi all’amico. — <i>Hic manebimus optime</i>; non
+ti pare?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, — mi rispose egli, — ma a patto che tu non incominci a parlar latino.
+</p>
+
+<p>
+— Lingua del Lazio, perbacco! e noi si va a Roma.
+</p>
+
+<p>
+— Per intanto siamo ancora a Quarto.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Ad quartum lapidem</i>, — fui per soggiungere; ma mi trattenni in tempo.
+Amavo il mio maggiore, e mi appigliai al partito di guardarmi dattorno.
+</p>
+
+<p>
+La riva di Quarto ha fama di aridità, e fama meritata; anzi, può dirsi che
+sia tanto celebre per questo, come per la epica spedizione dei Mille. Nè
+solo è arido il lido scoglioso; arida, o quasi, è la lista di campicelli
+che corre tra la via provinciale e i monti vicini; i quali, poi, per non
+dar ombra al Fasce, loro primogenito, si serbano modestamente ignudi, non
+portando ombrello di pini, nè d’altra ragione di piante.
+</p>
+
+<p>
+Pure, al tempo degli Scienziati, e del loro famoso congresso in Genova, la
+nudità di quelle montagne aveva impietosita un’intiera sezione di dotti. La
+pietà, in un congresso, finì con un ordine del giorno; l’ordine del giorno
+portò che quelle balze, di monte Fasce, di monte Moro e dei loro compagni
+minori, ricevessero una larga seminagione di pinocchi. Niente d’ambizioso,
+niente di esotico nella famiglia delle conifere: pini, pini domestici a
+tutto spiano. Per quella seminagione abbondante, e convenientissima al
+terreno, tutta quell’arida costiera doveva inverdirsi in pochi anni, e
+quella sassaia diventar più folta d’alberatura, che non fosse la selva
+incantata, donde il pio Goffredo pensava cavar tante legna per uso di
+messer Guglielmo Embriaco, gran costruttore di torri mobili nell’esercito
+crociato.
+</p>
+
+<p>
+Si era nel ’46. I seminatori si misero all’opera: per una ventina di giorni
+quei greppi furono corsi e ricorsi, sterrata ogni grillaia, piantati da per
+tutto i bei pinòli dal guscio rossastro. Già si vedono, cogli occhi della
+mente, sbucar da terra i preziosi germogli; la fantasia salta a bisdosso
+del suo ippogrifo,
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">E dell’ombra ventura in cor s’allegra.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Ma ohimè, passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni, e arrivederci
+coi pini. Fu detto allora dai savi del vicinato che quelli non erano luoghi
+da alberi; che la natura li aveva fatti calvi, e che i dottori di Genova ci
+avrebbero perso l’unguento. La ragione fu accolta da principio per buona;
+che cosa non fu detto dei signori scienziati? che erano capi scarichi,
+sognatori, buoni a imbrattar carte colle loro teoriche, ma poi, venuti alla
+pratica.... Già, s’intende, la pratica è il cavallo di battaglia di quanti
+sono che non sanno leggere nè scrivere. Noi in italia abbiamo diciassette
+milioni di uomini pratici.
+</p>
+
+<p>
+Ma ci fu uno che non si contentò della spiegazione degli uomini pratici.
+Era un Garibaldi, medico condotto di Quinto. Volle andare al fondo delle
+cose, saper tutto, vederne l’acqua chiara. Parlò coi seminatori, giunse ai
+compratori dei pinòli, e seppe.... che quei semi preziosi erano stati
+comperati dal droghiere. I pinòli, innanzi di passar nelle mani dei
+seminatori, erano stati nel forno.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco perchè, ad onta dei dotti congressisti e del loro pietoso ordine
+del giorno, le nostre balze da Sturla a Sant’Ilario, da Sant’Ilario a
+Bogliasco, a Sori, sono rimaste calve come il monte Fasce a cui fanno da
+sproni, aride come la scogliera sulla quale me ne stavo io con l’amico, ad
+aspettare l’arrivo della nostra diligenza tardigrada.
+</p>
+
+<p>
+Era una veduta malinconica, e mi svegliò nell’anima i più malinconici
+pensieri. Il cielo, quantunque fosse spiovuto da un bel poco, si manteneva
+rannuvolato. Tutt’intorno, il terreno appariva vestito di colori smorti,
+come è naturale in luoghi rocciosi, dove non provano che gramigne, cardi
+selvatici, con rari ciuffi di tamerici che pendono polverose qua e là dai
+ciglioni sulla strada maestra. La scena non era muta, per altro; aveva pure
+una voce, ed era quella del mare, che mandava i suoi cavalloni ad
+infrangersi, con monotono fragore e larghi sprazzi di schiuma, contro il
+macigno calcareo della riva scoscesa.
+</p>
+
+<p>
+Genova era nascosta ai nostri occhi dai due promontorii di Sturla e di
+Albaro; ma, come avviene qualche volta per effetto di allucinazione, a me
+pareva di vederla. Le colline sparivano di mezzo; le mura si facevano
+diafane; vedevo le strade, i vicoli, perfino le note facce dei cittadini, i
+peripatetici di via Carlo Felice, gli stoici di piazza Banchi, i cinici del
+Gran Corso, i socratici della Concordia, gli aristofaneschi della libreria
+Grondona, e quelle altre creature che non sopportano appellativi antichi ed
+antipatici, poichè il loro nome è gioventù e bellezza; voglio dire le
+nobili e contegnose visitatrici di botteghe eleganti, da Luccoli a
+Soziglia, dalle Vigne a San Siro.
+</p>
+
+<p>
+Addio, Genova, addio bella, che amo con tutte le forze dell’anima. Bella,
+sì, bella, più ancora che superba; bella di una certa bellezza il cui tipo
+si va perdendo oramai, insieme col vecchio costume; non madonna bisantina,
+impacciata nel manto grave d’ori e di gemme; non civettuola sgallettante
+sul marciapiede, con un occhio ai suoi fronzoli parigini e l’altro al colto
+pubblico, senza pregiudizio dell’inclita guarnigione; giovane madre,
+piuttosto, sempre giovane madre, sorridente e serena, il cui fascino
+costante, più che nello sguardo assassino, si dimostra in una gaia corona
+di bambinelli ricciuti. Addio Genova, addio città dove ho riso e pianto,
+dove ho amato e sofferto, dove mi sento stretto da tutti i vincoli più
+sacri, sian dolci od amari, delle rimembranze giovanili. Se io..... il che
+finalmente non sarà grave danno, nè per me, nè per altri.... se io....
+</p>
+
+<p>
+— Signori! — gridò la “bella Ninin„, affacciandosi all’uscio del terrazzo,
+— la diligenza è lassù alla svolta.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+L’amico si mosse; io lasciai a mezzo un saluto che minacciava di volgere al
+patetico, e lo seguii sulla strada.
+</p>
+
+<p>
+Il maestoso carrozzone che doveva portarci a Chiavari e da Chiavari alla
+Spezia, si fermò cortesemente davanti all’osteria: Gerolamo Costa e Giovan
+Battista Parodi scesero prontamente, ci strinsero la mano, augurandoci
+tante belle cose; noi saltammo dentro, a prendere i due posti abbandonati;
+e fu un batter d’occhio.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap2">II.
+
+<span class="smaller">Da Quarto a Firenze. L’entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+— Ci siamo, finalmente! — dirà consolato il lettore.
+</p>
+
+<p>
+E non dubiti, dicemmo la stessa cosa anche noi, aggiungendovi un lungo,
+largo e profondo respiro. Oramai non ci mettevano più le unghie addosso; a
+Firenze, dove si sarebbe giunti la mattina seguente, avremmo avuto il
+piacere di ritrovarci nel più stretto incognito.
+</p>
+
+<p>
+Quanto a ciò, eravamo in errore. A Firenze non dovevamo far passo senza
+imbatterci in persone conosciute, e non dimenticherò mai più che in Piazza
+della Signoria ci vedemmo squadrati lungamente da due guardie, che pochi
+giorni innanzi ci avevano pedinato per le vie di Genova, fino alla porta
+dei Vacca, sull’uscio di un circolo di amici, dove forse credevano che
+fosse un comitato di arruolamento.
+</p>
+
+<p>
+Ma non precorriamo gli eventi. Per ora siamo in diligenza, dove il nostro
+primo pensiero è di accomodarci per benino, il secondo di render grazie a
+quell’arca ospitale che ci porta via, il terzo di far conoscenza con un
+compagno di viaggio, che è l’incaricato del servizio postale, il signor
+Bolentini, di Borghetto Vara, ottimo giovane, a noi largo di attenzioni
+d’ogni maniera. Con me, curiosissimo animale, egli fu paziente cicerone per
+quanto fu lunga la strada: giunti a Spezia, non volle mica andare a
+dormire; ci accompagnò cortesemente allo scalo della strada ferrata, che
+era piuttosto lontano; e laggiù stette con noi, amorevole compagno
+d’insonnia, fino alle quattro del mattino. Ma eccomi da capo a precorrer
+gli eventi; tanta è la mia fretta di giungere!
+</p>
+
+<p>
+Per farvela breve, vi dirò che ci fermammo pochi minuti a Recco, luogo a me
+caro, come Nervi e Quinto, per allora recenti testimonianze di affetto, le
+quali io ricorderò sempre con animo grato, sebbene non portassero, e chi
+sa? forse più ancora perchè non portarono frutto; che di là si salì in Ruta
+(notarile italianizzamento di Rua, che fu corruzione dialettale di
+un’antichissima <i>ruga</i> latina), in Ruta, famosa stazione per le allegre
+scampagnate che solevano farci i genovesi del vecchio stampo negli ozi
+della domenica, e donde io potei dare l’ultimo sguardo alla bella Genova,
+illuminata dai gloriosi lumi del tramonto; che sotto la galleria di Ruta
+vidi il crinolino più rigonfio che mai fosse portato da una impettita
+Venere campagnuola; che scendemmo a Rapallo, nel golfo Tigullio, stupenda
+veduta di anfiteatro villereccio e di mare azzurrino; che finalmente
+caddero le ombre della sera, e non vedemmo più nulla.
+</p>
+
+<p>
+Perciò, non mi venne fatto di appagare il desiderio che sempre avevo avuto
+fortissimo di vedere la “fiumana bella„ che
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Intra Siestri e Chiavari s’adima;</p>
+</div></div>
+
+<p>
+vederla, s’intende, al naturale, che dipinta l’ho in pratica assai, grazie
+al mio amico Tamar Luxoro, che pare ne sia innamorato cotto, e vi ha già
+intinto non so quante volte i suoi valorosi pennelli. Neanche potei
+salutare il Chiappaione, quella famosa cava di lavagna, dove il mio
+venerato Giuseppe Revere scrisse le più belle pagine e le più gravi
+d’insegnamenti delle sue <i>Marine e Paesi</i>, dopo avere udito i discorsi del
+fiero conte di Lavagna, di Andrea Doria, di Cristoforo Colombo e di tanti
+altri valentuomini della età dei giganti.
+</p>
+
+<p>
+Ma se tante altre cose non vedemmo, ci fu dato almeno di abbracciare il
+nostro amico Prandina, valente chirurgo, già soldato della Legione
+Lombarda, con essa sbalestrato nel 1849 a Chiavari, e colà trattenuto
+dall’affetto per tutto il resto della sua vita; salvo, s’intende, le volate
+epiche di quattro campagne garibaldine. Egli era in quei giorni sulle mosse
+per fare il nostro medesimo viaggio; e là, nei pochi momenti della nostra
+fermata, ci fu pronto ed amorevole dispensatore di due cose che lo stomaco
+cominciava a sentir necessarie: una fetta di arrosto e una bottiglia di
+vino. Condonatemi questi ricordi gastronomici. Anche gli eroi d’Omero
+mangiavano come Turchi e bevevano come Cristiani, quantunque fossero la più
+parte di sangue immortale, e al babbo e alla mamma avessero potuto chiedere
+un assaggio di più poetiche imbandigioni; l’ambrosia, per esempio, od il
+nèttare.
+</p>
+
+<p>
+Non tutti i ricordi della fermata a Chiavari son lieti come questo. Ci fu
+anzi un momento, che, per dirla col poeta, mi si drizzaron “le chiome sul
+crin„. La diligenza, entrata in città, si era appena fermata davanti
+all’ufficio dei biglietti, che due persone si affacciarono allo sportello
+del <i>coupé</i>, domandando:
+</p>
+
+<p>
+— Son qui i signori Costa e Parodi?
+</p>
+
+<p>
+— Ahi! — diss’io dentro di me. — Notizie della questura.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+E cercai nell’ombra il viso dell’amico Burlando; il quale, mosso certamente
+dallo stesso pensiero, mormorò tra i denti:
+</p>
+
+<p>
+— Ci mancava anche questa!&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ero il più vicino ai due sconosciuti;
+perciò
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">mi rivolsi loro e parlai io.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+— Che cosa chiedono? Costa e Parodi siamo noi per l’appunto.
+</p>
+
+<p>
+— Abbiamo — risposero — due telegrammi da Genova.
+</p>
+
+<p>
+— Assassini! — borbottai dentro di me. — Basta, qui bisogna far grinta
+dura;
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Ogni viltà convien che qui sia morta.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Così dicendo, o pensando, stesi la mano per prendere i due telegrammi che
+quei signori ci offrivano.
+</p>
+
+<p>
+— Lo fanno almeno con garbo; — soggiunsi, parlando sottovoce all’amico.&nbsp;—
+Vedi? ci mostrano anche gli ordini superiori che hanno ricevuto.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ma i due telegrammi erano chiusi tuttavia; non si trattava dunque di ordini
+superiori. Il signor Bolentini, posto mano ai fiammiferi, aveva
+cortesemente acceso un torchietto, alla cui luce potemmo aprire le buste e
+leggere i due telegrammi. Essi dicevano con poche varianti la medesima
+cosa; si trattava di una notizia particolare, giunta a Genova dopo la
+nostra partenza, ed era un amico che ce la mandava in due edizioni, una a
+Gerolamo Costa e l’altra a Giovan Battista Parodi, ai viaggiatori nel <i>coupé</i>
+della diligenza di Chiavari.
+</p>
+
+<p>
+Ne uscivamo con la paura: ma vi so dir io che per la mia parte ne ebbi
+moltissima. Animo! esclamai. Questo è di buon augurio; se alla stazione di
+Firenze le guardie daziarie non ci rovistano troppo le valigie, trovando le
+nostre rivoltine, si giunge in porto senz’altre avarie.
+</p>
+
+<p>
+Alle due dopo la mezzanotte eravamo alla Spezia; alle quattro, in istrada
+ferrata. L’aurora con le rosee dita ci dipinse vagamente la campagna
+circostante, da Arcola fino alla Magra. Toccavamo le soglie dell’Etruria;
+andando oltre salutammo Carrara e Massa, nascoste lontano dietro il rialto
+delle verdi campagne, ma indicate abbastanza dalle creste dell’Alpi Apuane
+e dalle arsicce costiere ferrigne, le quali per larghi solchi biancastri
+lasciano indovinare i marmi che portano nel fianco. Quanti numi sono usciti
+di là! quanti eroi! quanti grand’uomini! E quanti ce ne sono ancora
+rinchiusi, pigiati in quelle vene profonde, i quali non domandano altro che
+di poter uscire alla luce del sole! State cheti, o grand’uomini futuri. A
+farsi corbellare c’è sempre tempo. Dormite nel limbo delle montagne natie,
+dove non è beffardo sogghigno di contemporanei, nè beata indifferenza di
+posteri.
+</p>
+
+<p>
+A Pisa, dove ci fermammo mezz’ora, mi piacque il campanile del Duomo e una
+bistecca; quello divorato cogli occhi passando; questa coi denti al caffè
+della stazione. Qui, tra un boccone e l’altro, feci conoscenza con un
+vicino di tavola, il quale venne poi nello stesso compartimento con noi, e
+diventammo amici, come uomini che si conoscessero da quarant’anni e
+contassero di vedersi per altri quaranta.
+</p>
+
+<p>
+Graziosi embrioni d’amicizia, larve a cui non manca che un po’ di tepori
+primaverili per mutarsi in crisalidi, vedute di cielo sereno fra due lembi
+di nuvole, per voi l’anima esce un istante dal covo e si rallegra
+all’aperto. Durate un baleno, ma la ricordanza rimane; e questa, che è
+gaia, aggiunge un fil di seta alla trama della vita, che è troppo spesso di
+canapa, e mal pettinata per giunta.
+</p>
+
+<p>
+Noi non chiedemmo il suo nome al nostro gentile compagno. Il più bel nome
+che un uomo possa portare egli lo aveva scritto nel viso: gentiluomo.
+Gentiluomo! ahimè, parola abusata, tirata malamente ad esprimere uno stato
+sociale, e non più una felice concordanza di tutti i pregi della mente e
+del cuore!
+</p>
+
+<p>
+Egli era di Signa, e ritornava allora dalla Esposizione di Parigi, che fu
+il tema dei nostri discorsi lungo il viaggio, salvo parecchie digressioni
+intorno ai luoghi per cui passava il convoglio, agli uomini insigni che li
+avevano illustrati nascendoci, ai possessori felici di quelle ville
+fastose, di quei castelli principeschi che sorgevano tutt’intorno a
+specchio dell’Arno, del nobile, regale, glorioso, ma non limpido fiume.
+Ogni bel giuoco dura poco, e “l’ore del piacer son le più corte„. Perdemmo
+alla stazione di Signa il nostro gentil cicerone, e non potemmo levarci la
+più piccola curiosità intorno a tutto quel resto di paese che avevamo da
+percorrere. Fortunatamente non era più molto: ben presto, al dilatarsi e al
+pianeggiar della valle, al moltiplicarsi dei villini, dei parchi, dei ceppi
+di case, si sentiva Firenze: ancora qualche minuto di corsa, e ci apparve
+sul fondo verde grigio della prospettiva una gloria architettonica di
+torri, di campanili, di cupole, ed io riconobbi facilmente tutto ciò che da
+bambino avevo veduto in molte stampe, e da giovane in moltissime
+fotografie. Niente di nuovo sotto il sole, dicevano gli antichi; ora il
+proverbio dovrebbe mutarsi così: niente di nuovo, per grazia del sole.
+</p>
+
+<p>
+A proposito di novità, non ne aspettate da me, intorno a Firenze. Tanto ne
+è stato scritto da cinquecent’anni a questa parte! Il mio viaggio, del
+resto, non ha per sua meta l’Etruria; a Firenze non debbo fermarmi neanche
+due giorni intieri; del viaggio racconterò a mala pena il poco che vidi, e
+il niente che feci, o poco meno di niente. Nella mezza giornata del 13 di
+ottobre e nella mezza del 14 che passai sulle rive dell’Arno, alloggiando
+alla Locanda della Luna, desinando da Barile e bevendo qualche fiaschette
+di Pomino da Castelmuro, vidi molto Firenze politica, fastidiosa a quel
+modo, pochissimo Firenze artistica e storica. Perciò, lettori, non
+v’aspettate un quadro, e nemmeno un bozzetto.
+</p>
+
+<p>
+Entrando, vidi un bel cielo, un cielo sereno, che mi parve quello di
+Genova. La città era allegra nell’aspetto: a me la rendevano solenne le
+grandi memorie che mi si affollarono alla mente, guardando le alture di San
+Miniato e le bastite di Michelangelo. Suonava il mezzodì, e non era
+certamente ora di fantasmi; ma io vedevo il Buonarroti, Francesco Carducci,
+Dante da Castiglione e tutte le colossali figure dell’<i>Assedio</i>, scomodarsi
+per la mia giovane persona e cortesemente servirmi da introduttori nella
+bella città.
+</p>
+
+<p>
+Vedete potenza d’immaginazione! E non avevamo ad introduttore che un
+vecchio fiaccheraio, vera figura di Stenterello, il quale voleva insegnare
+il passo di corsa ad un cavallaccio sparuto, più vecchio di lui, a forza di
+frustate e di giuraddio. Il cavallo, che probabilmente non aveva ancora
+mangiato in quel giorno, non voleva saperne a nessun patto; e fu bene per
+me, che approfittai del suo passo ordinario per ammirare il grazioso ricamo
+architettonico di Santa Maria Novella; bellissima cosa e bellissimo nome.
+</p>
+
+<p>
+Andavamo, come ho già detto, ad alloggiare alla locanda della Luna. A me
+parve di esserci già, nella luna, quando la carrozza entrò nella piazza
+della Signoria. Maraviglia delle maraviglie! L’albergo, dove giunsi dopo
+una svolta, lo vidi appena, tanto che non ne ho conservato memoria;
+rammento che mi risciacquai il viso in fretta, e più in fretta spolverata
+la giacca e il pioppino, scappai subito fuori per ritornare in piazza della
+Signoria, a guardare la severa mole di palazzo Vecchio, con quella sua gran
+torre a sbalzo sull’orlo della merlata, poi la loggia dei Lanzi, mirabile
+da lontano per l’eleganza delle forme, più mirabile da vicino per ricchezza
+di marmi e di bronzi stupendi, che uno solo basterebbe ad illustrare
+un’età. Non parlo del gruppo moderno, <i>Pirro e Polissena</i>, del Fedi, buona
+scultura che si reputò degna di aver posto colà, dopo averla ammirata da
+sola nello studio dell’artefice, mentre laggiù, tra le grandi cose, è
+piccina, e par più leccata che graziosa al confronto di tanta larghezza di
+fare a cui s’improntano le statue vicine. Grandeggia là dentro l’arte di
+Gian Bologna col suo <i>Ratto delle Sabine</i>, miracolo di torsi e di gambe
+intrecciate senza ombra di sforzo; grandeggia il Cellini col suo <i>Perseo</i>,
+che è di bronzo, ma vola. Ma sopra tutti, di fianco all’ingresso di palazzo
+Vecchio, torreggia il Buonarroti col <i>David</i>, colosso di marmo, che pare una
+creatura viva, un adolescente vero, tanta è la felicità dell’espressione e
+la più felice sproporzione di alcune parti, che indica maravigliosamente
+l’uomo non ancora formato nella giusta pienezza virile di tutte le membra.
+Tutto era bello, tutto stupendo, ovunque io volgessi lo sguardo. Che più?
+perfino il Biancone di piazza (così chiamano a Firenze il gigantesco
+Nettuno della fontana, opera dell’Ammannati) m’andò maledettamente a genio,
+sebbene ricordassi il sarcastico motto imprestato a Michelangelo, intorno
+allo spreco di un così bel pezzo di marmo.
+</p>
+
+<p>
+La mia artistica curiosità, così potentemente risvegliata da tante
+bellissime cose, non sentiva più freno, nè di stanchezza nè di fame. Volli
+entrar subito in palazzo Vecchio, e, senza badar più che tanto al
+bellissimo atrio, volai alla sala dei Cinquecento; non già per vedere gli
+scanni, caldi ancora della sapienza di quattrocentocinquanta e più
+legislatori moderni, bensì per ammirare una <i>Virtù che trionfa del Vizio</i>,
+opera di Gian Bologna, della quale avevo letto mirabilia magna.
+</p>
+
+<p>
+Il dottor Giovannetti, di Monte Fiore nelle Marche, mio carissimo collega
+nel culto delle Muse e di Bellona, che avevo allora allora incontrato ed
+abbracciato in piazza, mi fu introduttore e cerimoniere presso quella
+divina, ch’egli si ostinava a chiamare la <i>Voluttà</i>. E non mi parve che
+ragionasse male. L’arte dei nostri padri riusciva eccellente in questi
+controsensi. Badavano anzi tutto a fare una bella donna, rivaleggiando,
+direi quasi, con Domineddio; poi ci mettevano un emblema, un segno
+allegorico, e il colpo era fatto. Per tal modo l’Urbinate soleva dar vita
+eterna alle sue innamorate, mettendo loro un bambolo in collo, e facendole
+passare per altrettante Madonne. Non dissimilmente da Raffaello, il
+valoroso Gian Bologna condusse in marmo una splendida bellezza, a cui pose
+il nome di Virtù, e tra’ piedi, in atteggiamento arditissimo, le scolpì, ma
+che dico scolpì? fece respirare e muoversi un uomo, a cui pose il nome di
+Vizio. Chi non vorrebbe essere il Vizio, con una virtù così fatta?
+</p>
+
+<p>
+La bellissima statua era nell’aula parlamentare, alla destra del trono. Io,
+salvo il rispetto dovuto alla Corona e ai diritti della casa di Savoia, che
+felicemente ci regge, l’avrei messa in trono addirittura, in barba alla
+legge salica e all’articolo secondo dello Statuto. Restai mezz’ora ad
+ammirarla per tutti i versi, e la sensazione che n’ebbi fu molto ma molto
+più forte di quella che mi diede un’ora più tardi, nella vicina Galleria
+degli Uffici, la decantata Venere dei Medici.
+</p>
+
+<p>
+A proposito, e chi ha consigliata la figlia di Cleomene a tenersi tante
+rivali in quella camera, dove essa dovrebbe regnare da sola? È nel mezzo,
+sta bene, e proprio di rincontro all’uscio; ma il vicinato di tante altre
+bellissime creature, che fanno tanto maggiore effetto quanto è minore
+l’aspettazione dei visitatori, le riesce proprio fatale. C’è tra l’altre
+quella Venere del Tiziano! La divina creatura se ne sta mollemente adagiata
+sulla tela, e non ha nessuna voglia di balzarne fuori. Fa bene, perbacco,
+che altrimenti i signori uomini, con la loro molesta assiduità, non le
+lascerebbero un minuto di pace.
+</p>
+
+<p>
+Seduta su d’una scranna, quasi nel mezzo della sala, per modo da poter
+guardare la statua e il dipinto, la Venere greca e la Venere italica, stava
+una giovine signora, che alla serena libertà degli atti, alla capricciosa
+foggia delle vesti, si riconosceva facilmente per una figlia d’Albione.
+Bianca nel viso come alabastro; lunghe le ciglia, che velavano a mezzo i
+grandi occhi d’indaco; corallo tenero le labbra; ala di corvo i capelli....
+Dio! stavo per fare un ritratto di maniera, e quel che è peggio, senza
+rassomiglianza, poichè io non ho posto due volte gli occhi sull’originale.
+</p>
+
+<p>
+Ce li aveva posti bensì, e non li aveva più tolti di là, il mio amico
+Giovannetti.
+</p>
+
+<p>
+— Vedi le tre Grazie? — diss’egli a me e al marchese di Pietramellara, un
+altro amico e compagno d’armi combinato in piazza quel giorno.
+</p>
+
+<p>
+— Dove, le tre Grazie?
+</p>
+
+<p>
+— Qui dentro; la statua, il quadro, e la signora inglese.
+</p>
+
+<p>
+— Ah, vorrai dire le tre dee del monte Ida; — rispose il Pietramellara,
+</p>
+
+<p>
+— A quale daresti il pomo, Ludovico? — chiesi io.
+</p>
+
+<p>
+— Alla viva, che diamine, alla viva; — replicò il Pietramellara. — E tu?
+</p>
+
+<p>
+La figlia d’Albione capiva benissimo l’italiano. Me ne avvidi al color
+delle fragole che le tinse i miti alabastri. La bella accostò con atto
+impacciato l’occhialino alle lunghe ciglia, per guardare non so bene se il
+quadro o la statua: stette ancora pochi secondi seduta, non so se per
+aspettare la mia risposta, o per dar tempo al suo rossore di dileguarsi;
+quindi si alzò, e, senza voltarsi neanche di profilo dalla parte nostra, se
+ne andò verso il fondo della sala, a raggiungere la sua comitiva.
+</p>
+
+<p>
+Brava inglesina, così va fatto. Un’altra donna, poniamo una.... parigina,
+si sarebbe voltata un pochino, tanto per gradire: ma lei dura! e se il
+demonietto della vanità che alberga nel cuore di tutte le figlie d’Eva, ha
+dato un sobbalzo di contentezza nel suo, gli sguardi profani non ne hanno
+avuto da vedere un bel nulla.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap3">III.
+
+<span class="smaller">Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata
+musicale.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Mi sono fermato un tratto a ragionarvi di donne, perchè le immagini di
+questa bella metà del genere umano fanno nel racconto quel che la luce in
+un quadro. Senza queste due o tre donne di marmo, di carminio e di biacca,
+e senza la fuggevole apparizione d’una bella inglesina, le immagini
+femminili mancherebbero affatto al mio quadro fiorentino. Concittadine di
+Beatrice, io non ne vidi quella volta pur una. Giornata cattiva, era
+quella, come se ne danno in ogni città. Neanche alle Cascine, che io
+percorsi in lungo e in largo, scorrazzando in compagnia del Pietramellara,
+mi fu dato di vederne uno scampolo. È vero, per altro, che quando andammo
+alle Cascine erano appena le quattro dopo il mezzogiorno, e non c’era altri
+che il sole, al cui raggio benefico stavano scaldandosi gli elefanti e le
+scimmie del giardino zoologico.
+</p>
+
+<p>
+Ed ora, lasciando in disparte il bel sesso, osserviamo il mio compagno di
+passeggiata, che merita veramente di esser conosciuto da voi. I carabinieri
+genovesi del ’67 hanno con lui un debito di gratitudine che io non posso
+dimenticare: del resto, un cercatore di bei caratteri non può lasciar
+passare senza due tratti di penna questo bel tipo di gentiluomo italiano
+del vecchio stampo.
+</p>
+
+<p>
+Il marchese Ludovico di Pietramellara nasceva bolognese, ed il nome della
+sua famiglia era da parecchi secoli collegato a tutte le più nobili
+tradizioni della vita italiana. Si parlava bensì di un’origine francese
+della famiglia; ma quella era una storia d’antica data, e gli antenati del
+mio amico si sentivano già italiani fin dai tempi di Carlo II d’Angiò.
+Essi, almeno, pronunziavano “ciceri„ come io e voi.
+</p>
+
+<p>
+Questo vi sembrerà un indovinello: ma eccomi a spiegarvelo subito.
+</p>
+
+<p>
+È noto come i francesi, calati in Sicilia sotto il regno di Carlo I
+d’Angiò, fossero diventati parte della popolazione, e come si fossero
+mescolati con essa, per alleanze, interessi e via discorrendo, in modo da
+non poterli a tutta prima sceverare da quella. Ora, a quest’opera di
+selezione intendevano per l’appunto i congiurati di Giovanni da Procida,
+che meditavano il Vespro famoso. Ma la faccenda era molto difficile.
+</p>
+
+<p>
+Ai tempi di Mosè, Dio stesso aveva ordinato di segnare con una ditata di
+sangue le case degli Ebrei, per distinguerle da quelle degli Egiziani, e
+agevolare in tal guisa il lavoro alla morte sterminatrice. Ma a Palermo non
+si poteva far capitale sopra una intromissione divina di quella fatta, gli
+Angioini essendo ben voluti dal Papa. Che fare adunque? A quali espedienti
+por mano?
+</p>
+
+<p>
+Dopo molto almanaccare, parve a qualcheduno di aver trovata l’astuzia, che
+tenesse luogo dell’aiuto celeste. E fu questa, che i Siciliani autentici
+dovessero chiedere per via, a quanti trovassero, di pronunziar la parola
+“ciceri„.
+</p>
+
+<p>
+— Se sono italiani, — si argomentò — diranno un bel “ciceri„ chiaro e
+tondo; se sono francesi, saranno costretti a sibilare un forestiero
+“sisserì„ che darà modo di conoscerli ad occhi chiusi.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Lo spediente era adamitico; ma che volete? pare che i Francesi ci
+cascassero quasi tutti. Dicevano “sisseri„ ed erano spacciati senza
+misericordia. Così la leggenda. Ma non tutti, come ho detto, non tutti. Ci
+fu tra gli altri un certo Vassé, che rispose un “ciceri„ largo tanto. Ed
+egli seppe solamente più tardi come la flessibilità accidentale della sua
+lingua gli avesse salvata la pelle.
+</p>
+
+<p>
+Ora, fu proprio questo Vassé l’antenato storico del mio amico. Venuti poco
+dopo in terraferma, i Vassé ebbero il feudo di Pietramellara, presso
+Caserta, e ne tolsero il nome, che fu degnamente portato. Nel 1849, per non
+dirvene altro, un Pietramellara, discendente dagli antichi Vassé, moriva
+gloriosamente a Roma, combattendo contro i Francesi puntellatori del poter
+temporale dei Papi; e questi era il fratello maggiore del mio Ludovico,
+soldato anch’egli di tutte le patrie guerre dal ’48 al ’67, e soldato
+valente.
+</p>
+
+<p>
+Nel ’66 lo avevo conosciuto capitano, e non ho più dimenticata la
+bellissima notte tirolese, al cui dolce chiarore abbiamo saldati i vincoli
+della più schietta amicizia, tra uno scambio affettuoso di ricordi
+personali, una infilzata di duetti della <i>Norma</i>, e la preparazione di
+un’arringa al tribunale militare di Storo.
+</p>
+
+<p>
+Vi racconto anche questa? Sergente da principio nei Carabinieri Genovesi,
+ero passato sottotenente a mezzo luglio nell’ottavo reggimento, comandato
+dal colonnello brigadiere Carbonelli. La seconda tregua cogli Austriaci era
+cominciata; nè si poteva intendere ancora se fossimo a guerra finita, o se
+dovessimo proseguire le ostilità. Intanto, lasciate le teste di colonna
+sotto Lardaro da una parte e sotto Riva di Trento dall’altra, ci eravamo
+tolti dallo stare all’aperto, andando a cercare quello che in linguaggio
+militare si chiama l’accantonamento. Parte dei volontarii lo aveva sul
+territorio conquistato; il rimanente s’era allogato nei paeselli della Val
+Sabbia, da ponte Idro fino a Salò.
+</p>
+
+<p>
+A noi dell’ottavo reggimento era toccata una mezza fortuna, quella di esser
+mandati a San Pietro, in Liano, bella eminenza alle spalle di Salò, che
+chiude da tramontana gli sbocchi della Val Sabbia, e vede da mezzogiorno e
+sopraggiudica le acque del Garda.
+</p>
+
+<p>
+È lassù una bellissima chiesina, un po’ disadorna dentro, ma ornata di
+fuori d’un vaghissimo loggiato, di due pietre sepolcrali con bassorilievi
+dei primi secoli dell’êra cristiana, e sopra tutto di una veduta stupenda.
+Per giunta, c’era allora un arciprete, fior di galantuomo, con cui si stava
+volentieri a discorrere.
+</p>
+
+<p>
+Dei molti luoghi che ho veduti nelle mie corse strambe, questo solo ha
+lasciato in me una profonda memoria e il desiderio di rivederlo.
+Dappertutto mi ha perseguitato il dolce pensiero di Genova: San Pietro in
+Liano, colla sua veduta del Garda, che mi raffigurava un lembo di mare, mi
+accarezzò per tre giorni le reminiscenze ligustiche; e mi pareva che là, in
+quella solitudine elevata, se ci avessi avuto chi so dir io, ci sarei
+vissuto contento mill’anni. Vedete che sono discreto.
+</p>
+
+<p>
+Innanzi di proseguire il racconto, ricorderò il vicino paesello di Gazzane,
+dove mi capitò di vedere una vecchia casa nello stile del Cinquecento,
+scialba e malinconica, sulla cui facciata, all’altezza del primo piano, era
+murata una lista di marmo, sulla quale si leggeva incisa a grossi caratteri
+questa dolente apostrofe della Sacra Scrittura: “<i>O vos qui transitis per
+hanc viam sistite et videte si est dolor sicut dolor meus.</i>„
+</p>
+
+<p>
+Che cosa significavano quelle parole di colore oscuro? Ne chiesi al mio
+arciprete; ma egli non seppe dirmene nulla. Un dubbio mi venne alla mente,
+pensando che in quei luoghi doveva esser nato un gran letterato umanista
+del secolo XVI, morto a Genova di mala morte, il Bonfadio. Sarebbe questa
+la sua casa? È un padre desolato, od un figlio, l’autore della iscrizione?
+Nè allora ebbi tempo, nè ora, che mi ricordo, ho modo di sincerare la cosa.
+</p>
+
+<p>
+Ma ritorniamo ai fatti nostri. Il terzo giorno del nostro accantonamento
+(che ne durò sei, come la tregua, mutata poi in armistizio) lo stato
+maggiore mi chiamava a Storo, per difendere davanti al tribunal militare
+tre buone lane di soldati, uno dei quali aveva rubata una camicia, l’altro
+una borsa da tabacco, e il terzo aveva fatto qualche cosa di peggio. Da San
+Pietro in Liano a Storo il cammino era lungo; non mi piaceva di rifare
+tutta la val Sabbia a cavallo, volendo dare un onesto riposo al mio Beppo,
+ottimo stallone pugliese, il quale da tanti giorni non aveva fatto che
+correre dalla mattina alla sera, e per troppo grami sentieri. Carrozze non
+ce n’erano, e il mandarne a cercar una a Salò poteva costarmi troppo
+salato. Alla cavalcatura di san Francesco ripugnavano i miei poveri piedi,
+memori ancora di venti giorni passati nel battaglione dei Carabinieri
+genovesi. Che fare? E qui, naturalmente, mi beccavo il cervello.
+</p>
+
+<p>
+In questi frangenti venne a me il Belladonna, vero angelo portatore di una
+lieta novella. Costui era il mio buon padrone, poichè, sotto il pretesto di
+servirmi in qualità di attendente, inforcava il mio cavallo, quando io, per
+non istancarlo troppo, scendevo a piedi; metteva i miei guanti quando io li
+trovavo ancora puliti abbastanza, e si pigliava l’incarico di carezzar le
+guance alle donne di casa, dovunque io andassi ad alloggio; ma era poi un
+buon diavolaccio, che per farmi servizio si sarebbe buttato nel fuoco, e mi
+chiedeva tutte le mattine il permesso di offrirmi una tazza di caffè, che
+egli aveva l’ingegno di scovare non so dove, nè in che modo, quando eravamo
+accampati su per i greppi delle Giudicarie.
+</p>
+
+<p>
+Ora, il mio buon padrone, saputo l’impegno in cui mi trovavo, era andato a
+frugare per le case e le fattorie dei dintorni. In un cortile aveva veduto
+un calessino sgangherato, da poterci star due persone, e attaccato al
+trespolo il cavallo dell’Apocalisse. Trespolo e cavallo erano del fornaio
+di Cazzane, e pronti per la partenza. Che si voleva di più? Al mio
+attendente pareva la man di Dio.
+</p>
+
+<p>
+Era egli stato sollecito per me, o per sè, contando di esser chiamato
+all’ufficio di auriga? Non aveva egli lasciato a Storo qualche ricordo che
+gli premesse assai più delle mie tre fatiche ciceroniane al tribunal
+militare? Non ne so nulla: ricordo bensì che venne con aria di molta
+compiacenza a dirmi: vedrà, tenente, ci staremo benissimo.
+</p>
+
+<p>
+— Andate, illustre amico, — gli dissi, — e fissate il calessino per me.
+</p>
+
+<p>
+— L’ho tentato, — rispose, — ma il fornaio non ha voluto darmelo a nessun
+prezzo.
+</p>
+
+<p>
+— Allora, requisitelo.
+</p>
+
+<p>
+— L’ho requisito, infatti.
+</p>
+
+<p>
+— Come! — esclamai. — Siete già andato dal sindaco?
+</p>
+
+<p>
+— Sicuro; e mi ha fatto l’ordine per il fornaio, e gli ha messo il
+sequestro sul calesse.
+</p>
+
+<p>
+— Belladonna! — gridai allora. — Voi portate un bel nome, e fate delle cose
+ugualmente adorabili.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Il mio padrone s’inchinò pudibondo, e le bianche ali d’una mia coperta di
+berretto scesero a sfiorargli un mio fazzoletto di seta azzurra, che
+portava mollemente annodato al collo, secondo l’usanza garibaldina.
+</p>
+
+<p>
+— Andiamo dunque a vedere questo calesse; — conchiusi. — Ho fretta di
+partire.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+E s’andò difilati. Ma, giunto sulla faccia del luogo, trovai il fornaio che
+strepitava come un ossesso; il calesse esser suo e a lui necessario per le
+sue faccende quotidiane; noi non avere il diritto di requisirlo, e tanto
+meno allora, che era stato preso a nolo da un capitano, il quale gli dava
+venticinque lire, per una scampagnata che voleva fare appunto quella notte.
+</p>
+
+<p>
+Io gli risposi che non mi seccasse l’anima; che le venticinque lire gliele
+avrei date io, se col suo rifiuto non mi avesse costretto a venire con un
+ordine del sindaco; che viaggiavo per servizio, e che il servizio di un
+sottotenente andava innanzi al passatempo di un capitano.
+</p>
+
+<p>
+Ma il fornaio la tirava in lungo, e non senza un perchè. Il capitano doveva
+giungere tra pochi minuti a pigliarsi il calesse. Venendo lui, maggiore di
+grado, mi avrebbe conciato a quel dio. Questo non lo diceva, il caro
+fornaio; ma gli si leggeva negli occhi, che brillarono di contentezza
+all’arrivo del capitano.
+</p>
+
+<p>
+Io mi sentii rimescolare il sangue. Per me stava il diritto; ma pensavo che
+il superiore ha sempre ragione, anche quando ha torto, e che, se il
+capitano voleva pigliarsi il calessino, non aveva da far altro che mandarmi
+su due piedi agli arresti.
+</p>
+
+<p>
+Il fornaio mi guardava con tanto d’occhi, per vedere come avrei saputo
+cavarmela.
+</p>
+
+<p>
+Ci voleva giudizio. Misi mano agli artifizi oratorii, e incominciai:
+</p>
+
+<p>
+— Capitano, io sono il tal di tale, e, come ho l’onore di dirle, sono
+chiamato in servizio a Storo, dove bisogna ch’io mi trovi
+infallantemente...
+</p>
+
+<p>
+— Per domattina alle dieci; — aggiunse il capitano, compiendo la frase che
+mi aveva interrotta. — Lo so; anch’io vado a Storo per servizio, essendoci
+chiamato come giudice al tribunale militare.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io come avvocato; — replicai. — Debbono i miei clienti restare senza
+difesa?
+</p>
+
+<p>
+— Tolga il cielo che io voglia condannarli, senza che possano far valere
+per bocca sua le loro ragioni. Vuol farmi una grazia? Salga con me sul
+calessino, che questo amicone mi fa costare un occhio del capo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Il cuore mi si allargò a quell’offerta, e fui pronto ad inchinarmi.
+</p>
+
+<p>
+— A proposito d’occhi, — soggiunse il capitano, — io son miope. Se la
+porterò in un fosso, non vorrà mica farmene colpa? Del resto, se vorrà
+guidar lei....
+</p>
+
+<p>
+— Capitano, — risposi, mettendomi volentieri sul suo tono, — io di notte
+non vedo un albero alla distanza di cinque metri. Quanto al guidare, non ho
+provato che una volta, e per quella volta sola ho già sulla coscienza due
+distorsioni, tre ammaccature e non so quante lacerazioni.
+</p>
+
+<p>
+— Benissimo! — gridò il capitano. — Vedo che sarà necessario affidarci al
+senno di questo provetto animale. <i>In manus tuas, Domine!</i> Ora a noi; vuole
+che partiamo subito, o più tardi?
+</p>
+
+<p>
+— Subito, se non le dispiace. Andremo a desinare a Vestone.
+</p>
+
+<p>
+— Ottimamente! <i>Ascendamus igitur o.... fovette cocher!</i>&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Immaginate come fossi contento. Andavo a Storo, per fare il mio dovere, e
+m’imbattevo in un garbato gentiluomo, il quale, per fortuna mia, innestava
+allegramente nel suo discorso i testi latini e i francesi, fors’anche
+quelli di altre lingue parecchie; proprio come facevo io, senza saperne
+nessuna.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Adelante, Pedro, sin juicio!</i> — sclamai, montando nel calessino, dopa aver
+data una stretta di mano al mio gentilissimo superiore.
+</p>
+
+<p>
+— La variante è buona; — diss’egli, rispondendo alla mia citazione poco
+manzoniana. — Avanti dunque, e il giudizio lasciamolo qui, al primo corpo
+di guardia; lo ripiglieremo al ritorno, <i>si fata dabunt</i>.
+</p>
+
+<p>
+Quell’improvviso aggiustamento non entrava in testa al Belladonna.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io, <i>sor marcheis</i>? — chiese egli, che nella sua qualità di bolognese
+conosceva benissimo il Pietramellara.
+</p>
+
+<p>
+— Tu, se mi è lecito darti un consiglio, starai qui a custodire il cavallo
+del tuo padrone; lo striglierai, gli porgerai le profumate avene, le dolci
+biade e i limpidi cristalli dell’Ippocrene locale; il che vuol dire in
+povera prosa....
+</p>
+
+<p>
+— <i>A i’ ho capè, sor marcheis;</i> — borbottò il Belladonna. — E lei, signor
+tenente, non mi comanda nulla?
+</p>
+
+<p>
+— Appoggio la raccomandazione del capitano; — risposi.
+</p>
+
+<p>
+Così andai col capitano, e così fu fatta, insieme con la prima conoscenza,
+la più schietta amicizia tra noi. Smarriti in un reggimento che non finiva
+più (quattromila uomini a dir poco), egli comandante della ventiquattresima
+compagnia, io addetto allo stato maggiore e ufficiale d’ordinanza del
+colonnello brigadiere, era già molto che ci conoscessimo di nome. Ma quella
+sera e quel viaggio sul calessino sgangherato, con quel cavallo sparuto,
+fecero quel che non portano di sovente anni ed anni di vicinanza, ed io
+terrò sempre quel viaggio come una delle più care memorie della mia vita
+militare.
+</p>
+
+<p>
+Di alto sentire, di modi eletti, ricco d’ingegno, festevole o severo
+secondo il bisogno, e non mai oltre il bisogno, Ludovico di Pietramellara
+era un felicissimo impasto di tutti quei pregi che formano il vero
+gentiluomo.
+</p>
+
+<p>
+Ed io gli ho voluto un gran bene, a quell’omettino svelto, dalle spalle
+quadre e dal largo torace, bianco pallido in viso, colle guance un po’
+sfatte, i lineamenti regolari e finamente modellati, gli occhi
+azzurrognoli, con un lieve accenno di borse, appiattati dietro le lenti del
+<i>pince—nez</i>, radi i capelli sulla fronte alta, i baffi ancora discretamente
+biondi e leggermente arruffati, la berretta piantata alla brava fin sulla
+nuca, il sorrisetto costante sulle labbra carnose e bellissime, che davano
+una singolare impronta di soavità, insieme cogli orecchi piccini e il puro
+ovale del mento, ad una faccia alquanto più lunga che larga.
+</p>
+
+<p>
+Da San Pietro a Storo, con le debite fermate, ci fu tempo a ragionare di
+mille cose. Poi venne in campo la musica, e ognuno sa che due italiani,
+quando vien fuori la divina arte dei suoni, hanno il tema per un mondo di
+chiacchiere. E noi non chiacchierammo soltanto; cantammo, e il nostro
+spartito fu la <i>Norma</i>, quella sublime <i>Norma</i> che “vivrà quanto il mondo
+lontana„. Specie quel tratto che corre da Vestone ad Indro, e che noi
+facemmo di notte, con un magnifico cielo azzurro stellato, ha udito tutte
+le cavatine, arie, duetti, terzetti, andanti, allegri e via discorrendo,
+del capolavoro di Vincenzo Bellini. Noi eravamo promiscuamente Norma,
+Adalgisa, Pollione, Oroveso, Flavio, Clotilde; il fiume Chiese,
+rumoreggiando lì presso, faceva la parte del coro.
+</p>
+
+<p>
+E adesso, lettori miei, non istate a credere che io voglia condurvi di
+questo passo fino a Storo, per farvi assistere ai miei trionfi oratorii,
+che furono del resto tre fiaschi, poichè non salvarono nessuno dei miei
+clienti dal carcere. Mi è piaciuto di narrarvi questo episodio, per
+mostrarvi in che modo io stringessi amicizia con Ludovico di Pietramellara.
+Dopo di che, rifaccio speditamente la strada, e vi riconduco a Firenze,
+donde eravamo già sulle mosse per andarcene a Roma. Se non ci siamo
+arrivati, sapete bene che non fu nostra la colpa.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap4">IV.
+
+<span class="smaller">Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+A Firenze, nelle trentadue ore che ci passai, vidi senza volerlo tutta la
+coorte degli uomini di stato, in fiore, in erba o in embrione che fossero;
+e il concetto che potei farmi di tutti i loro concetti fu questo, che
+nessuno sapeva un’acca di quel che avvenisse, o che dovesse ragionevolmente
+avvenire. I se, i ma, tutte l’altre particelle e tutti gli altri avverbi
+dubitativi fiorivano le conversazioni universali. Faranno la rivoluzione a
+Roma? si debbono aiutare gl’insorti? il governo si muoverà? farebbe bene a
+muoversi? che cosa consiglia agli italiani la dignità nazionale? Queste
+erano domande; ma di risposte, nessuna.
+</p>
+
+<p>
+Poveri uomini di stato! povero paese! Tutti quei valentuomini,
+archimandriti del senno pratico, balenavano tra il sì e il no, aspettavano
+una grossa notizia per voltarsi più da un lato che dall’altro, per lodare o
+biasimare, per isconfessare le pazzie dei rompicolli o per dire
+coraggiosamente: <i>me, me, adsum qui feci</i>.
+</p>
+
+<p>
+Ma non balenavano, non pendevano incerti da un annunzio di giornale, da un
+indizio di eventi futuri, i giovani convenuti in Firenze da ogni parte
+d’Italia. Pareva che là si fossero data la posta tutti i volenterosi di
+Milano, di Venezia, di Torino, di Bologna, di Genova, di Parma, di Modena.
+Ad ogni svolta di strada ne compariva uno; e lì un abbracciarsi, un
+chiedersi novelle, non già della preziosa salute, ma degli amici comuni e
+del desiderio che potevano avere di giungere a lor volta in ballo; e sopra
+tutto un domandar da che parte fosse meglio passare, per andar a
+raggiungere i primi combattenti.
+</p>
+
+<p>
+Non erano solamente i volontarii che si riscaldassero in questo modo l’un
+l’altro. L’esercito era composto di tutte le classi sociali; ognuno ci
+aveva amici, antichi compagni d’arme, congiunti di sangue. E il congiunto,
+il compagno d’arme, vi chiedeva: andate? — Sì. — Bene, noi verremo dopo di
+voi, a dar l’ultimo colpo. Vengano, francesi e spagnuoli, austriaci e
+turchi; quando tutto un paese è fermo nel volere una cosa, non c’è forza
+che tenga, e si vedrà, giurabacco, si vedrà!&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ahimè, che cosa dovevano fare di tanto entusiasmo i nostri reggitori
+d’allora? Reggitori, così per dire; che in verità non reggevano niente.
+Innanzi di partire da Genova, avevo veduto una larva di governo, che voleva
+impedire ad ogni costo, e magari faceva gli occhiacci, per ispaventare i
+bimbi d’Italia. A Firenze, quando io vi giunsi, non vidi neanche la larva;
+c’era un ministero che affogava, e si vedevano le mani agitarsi in aria, i
+piedi pestar l’acqua, le bocche spumeggiare, gorgogliando parole
+interrotte. La marea nazionale pareva aver sopraffatto quel ministero, e i
+suoi fidi galeotti non si scomodavano neanche a porgergli un remo a cui
+potesse aggrapparsi; anzi, dirò di più, lo incoraggiavano a stare in acqua,
+dov’essi lo avrebbero seguitato. Alcuni facevano l’atto di levarsi la
+giacca, per esser più liberi al nuoto. Qualche articolo dell’<i>Opinione</i>
+lasciava trapelare perfino che il suo direttore non sarebbe stato degli
+ultimi.
+</p>
+
+<p>
+Chi procedeva lemme lemme in mezzo a quel tramestio di voleri e d’idee, era
+il comitato per l’insurrezione. Non ne farò colpa agli egregi cittadini che
+ci avevano mano. Forse a ciò li costringeva il difetto di quattrini; forse
+il tentennare del governo, e il suo mutare indirizzo tre volte in un
+giorno. L’uffizio del comitato, in via degli Archibugieri, si vedeva da
+mattina a sera assediato; l’anticamera, le scale, il portone, gli approcci,
+erano un viavai, un brulichio di gente che chiedeva, chiedeva, e non
+otteneva mai niente.
+</p>
+
+<p>
+Intendiamoci bene, io non sostengo le ragioni di quella moltitudine. A far
+le schioppettate si va come si può, e quando non c’è modo di giungerci con
+le proprie forze, credo sia buon partito restarsene a casa. Noto il fatto,
+nient’altro; e lo noto per venire a raccontare che noi al comitato non
+andavamo per chieder quattrini, ma solamente consigli intorno alla via più
+spedita da tenere, per dove fosse maggiore il bisogno, e, caso mai il
+confine fosse troppo gelosamente custodito dal nostro governo, avere
+ricapiti di gente amica che ci aiutasse a sconfinare.
+</p>
+
+<p>
+Volete credere? Non ci fu verso, neanche dando i nostri nomi, di penetrare
+nell’adito sacro. Evidentemente, era quello un giorno in cui la Pizia non
+aveva nulla da dire, impacciata la sua parte anche lei. A me non dolse
+tanto di ciò, quanto di vedere tra quei cerimonieri dell’anticamera un tale
+che pochi giorni prima avevo aiutato a partire da Genova, e che laggiù a
+Firenze mi faceva l’uomo dei misteri, il segretario di stato. Gratitudine
+umana, io ti conosco da un pezzo. Ma ohimè, conosco anche la sciocchezza
+umana; e la pratico religiosamente, continuando a fidarmi.
+</p>
+
+<p>
+Rimasti così in balìa di noi medesimi, ci raccogliemmo a consulta, il
+maggiore Burlando, il Pietramellara, io e parecchi altri colleghi, il
+nostro ragionamento fu questo: Garibaldi verrà fuori della Caprera; l’amico
+Canzio lavora intorno a questo negozio difficile, e ne verrà certamente a
+capo. Ora, se il Generale giunge ad afferrare la terraferma, da che parte
+andrà egli? Probabilmente dov’è Menotti, proprio alle spalle di Roma,
+l’unico punto donde si possa tentare, per la linea d’operazione più breve,
+un colpo efficace. Andiamo dunque, poichè la scelta sta in noi, a
+raggiunger Menotti, e incominciamo a metterci in istrada ferrata per Terni.
+Giunti colà, studieremo il terreno; tre o quattro persone passano
+facilmente dovunque vogliano, solo che usino un po’ di prudenza.
+</p>
+
+<p>
+Notate che noi non sapevamo nulla di comitati che fossero a Terni, o in
+altro luogo di confine: andavamo proprio a tentoni. Neanche sapevamo di
+trecento genovesi che dovessero venirci compagni, e senza troppa
+difficoltà, tre giorni più tardi. Eravamo da principio due soli; a Firenze
+ci eravamo fatti manipolo, per cinque o sei che erano giunti di qua o di
+là; altri due o tre c’erano già prima di noi, e tutti contavamo di andare
+alla libera, per metterci poi dove meglio ci fosse tornato.
+</p>
+
+<p>
+Al deputato Carbonelli, mio colonnello dei ’66, allora a Firenze e
+desideroso di partecipare a quell’altra levata d’insegne, era parso buono
+il nostro divisamento; ed egli e tutti noi ce ne partivamo da Firenze la
+sera del 14 ottobre, come altrettanti giramondi che volessero andare a
+Terni per ammirarvi la cascata delle Marmore, unica per bellezza stupenda
+in Italia.
+</p>
+
+<p>
+Del nostro piccolo tragitto non dirò nulla, perchè non voglio menare il can
+per l’aia, e poi perchè nel fatto non ho niente da dire. Si faceva buio,
+quando giungemmo in riva al Trasimeno, e non si vide neanche l’ombra di
+Annibale. Giungemmo a Terni, nella mattina del 15, dopo molti ritardi
+patiti dal convoglio, che, tra l’altre fortune sue, dovette rimanere un’ora
+inchiodato sotto una galleria, poichè le ruote giravano senza far presa, e
+ci bisognò mandare a Foligno pel soccorso d’un’altra macchina, che non
+c’era.
+</p>
+
+<p>
+Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un gran
+senso. È una città di pianura, anzi di vallata, i cui edifizi si levano
+troppo poco da terra, e le vie non offrono alcuna veduta pittoresca.
+Incominciando dalla stazione, che è quindici minuti lontana dalle porte
+della città, vidi moltissima gente. Le vie erano affollate di giovanotti
+d’ogni parte d’Italia. Non un berretto rosso, non una camicia garibaldina;
+tuttavia, era facile indovinare, anche senza por mente alle discordanze
+allegre dei dialetti, che quella non era popolazione del luogo, ma uccelli
+di passo, futuro contingente della insurrezione romana.
+</p>
+
+<p>
+— Qual è il migliore albergo? — avevamo chiesto al vetturino che conduceva
+le nostre membra lasse in paese.
+</p>
+
+<p>
+— L’<i>Hotel d’Angleterre</i>, padroni belli; c’è poi la locanda d’Europa, e
+quella....
+</p>
+
+<p>
+— Vada per l’Inghilterra; noi ci fidiamo alle tue preferenze, o nobile
+auriga; — interruppe il Pietramellara.
+</p>
+
+<p>
+Così andammo all’albergo d’Inghilterra, o della regina d’Inghilterra, o
+delle armi d’Inghilterra, che bene non ricordo queste minuzie. Ma ohimè,
+quante volte il mio Ludovico non ebbe a pentirsi della sua precipitazione!
+Che vino, per gli Dei infernali! In quell’albergo esso era peggiore a gran
+pezza della sua acqua, che era pessima. Mi dicono che non sia più così; e
+ne godo per il prossimo mio della nuova generazione. Del resto, buona
+gente, i padroni d’allora: e non ci avevano che un difetto; quello di
+albergare tutti gli inglesi che passavano di là, e di prender tutti i loro
+avventori per inglesi.
+</p>
+
+<p>
+— Sono inglesi? — chiedevo io un giorno al cuoco, accennandogli due polli
+che aveva sulle ginocchia.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè mi dite questo?
+</p>
+
+<p>
+— Oh, per nessun secondo fine; perchè vedo che li pelate.
+</p>
+
+<p>
+— Voi volete scherzare; — mi rispose egli; e continuò tranquillamente a
+pelare.
+</p>
+
+<p>
+L’albergatore aveva un grande albo, nel salotto della sua locanda; e in
+quell’albo c’erano scritti, dal 1850 in poi, nomi d’ogni razza e d’ogni
+paese, inglesi, russi, americani, francesi, italiani, tedeschi; tutte
+persone che si lodavano grandemente della stanza, del letto, della tavola,
+dei camerieri, ed anche del vino, <i>Horribile visu!</i> Ma non avevano dunque
+vino in casa loro, o non avevano palato, tutti quei bravi signori?
+</p>
+
+<p>
+Sulle prime, scartabellando quell’albo, mi venne un sospetto atroce: che
+quei forestieri avessero ricevuta una mancia, o una larga riduzione sul
+conto, per iscrivere quelle lodi smaccate. Ma guardai in viso il padrone, e
+il candore che gli si dipingeva negli occhi, mi fece pentire del dubbio.
+No, è impossibile, dissi allora tra me; quest’uomo è innocente.
+</p>
+
+<p>
+Pensai in quella vece che le lodi muovessero da un’altra ragione. Tutti
+quei nomi erano accompagnati da un titolo, di duca, di marchese, di conte,
+di barone, di baronetto, di cavaliere e via discorrendo. Che siano proprio
+tutti gente titolata? Ahi, ahi! questo signore, verbigrazia, il cui nome mi
+casca sott’occhio, lo conosco benissimo; egli è conte, come io son lui.
+Quest’altro ha scritto marchese con la zeta: E qui un mondo di
+considerazioni, il cui resultato fu questo, che molti scrivessero sull’albo
+per sciorinare <i>urbi et orbi</i> i loro titoli autentici, molti altri per far
+credere ai loro titoli pigliati per l’occasione ad imprestito.
+</p>
+
+<p>
+Com’ebbi fatta quella conclusione, respirai più liberamente; e resi tutta
+la mia stima all’ostiere.
+</p>
+
+<p>
+Egli, del resto, se ce lo fece pagar salato, ci diede il meglio che aveva;
+un quartierino di due camere e di un salotto, l’unico salotto della
+locanda, col suo bravo tappeto verde sul pavimento, con uno specchio di
+Venezia sul camino, due canapè, tre finestre, le quali mettevano ad un
+terrazzino sulla via principale di Terni. I tre giorni che si stette colà,
+li passai quasi intieri su quel terrazzino, intento a guardare, a guardare
+attraverso le nuvole di fumo che mi uscivano dalle labbra, una povera tribù
+di formiche, le quali salivano per una certa screpolatura tra il muro
+maestro e la intelaiatura della finestra; nè so con quale intento, perchè
+andavano e venivano a fauci vuote.
+</p>
+
+<p>
+Ottime bestioline! La necessità, dura insegnatrice, le costringeva a
+lavorare, ma senza frutto, senza buscarsi una briciola di pane, un chicco
+di biada od altra semente portata dall’aria sul loro gramo sentiero.
+</p>
+
+<p>
+E l’uomo? che altro fa egli, il più delle volte? La sua fatica è vana, ma
+la necessità lo trascina. Ed egli s’inoltra, o diritto, o curvo, o carponi,
+per la sua strada; suda, stenta e muore sotto il peso di un fardello,
+ch’egli chiama orgogliosamente un mandato, una missione; e perchè? A
+sentirlo lui, si tratta di un grande concetto; e gli sembra operare col suo
+libero arbitrio, perchè il colore del suo fardello è diverso da quello di
+un altro; e gli sembra di operare utilmente, perchè il fardello pesa, e a
+portarlo innanzi tre miglia, o sei, si consola la sua vanità di atleta. E
+sia, non voglio già leticare coi miei compagni di galera. Ma intanto, chi
+sa? noi vanitosi, noi superbi dell’opera nostra, forse, veduti da lontano,
+avremo apparenza di formiche.
+</p>
+
+<p>
+Così pensando, mi pareva di veder correre su per quelle screpolature il mio
+prossimo. E posi qua e là qualche briciola di pane, perchè quella carovana
+di bestiuole sparute, inoltrandosi nel suo deserto, trovasse un’oasi e
+benedicesse il Signore.
+</p>
+
+<p>
+Le formiche vennero, fiutarono, e stettero dubitose. Forse temevano
+anch’esse di dover pagare lo scotto? Non ne so niente. Del resto, io non
+avevo da studiar sempre usi e costumi di formiche. Ben altre scoperte ho
+fatte, rimanendo colà inoperoso: ho indovinato ad esempio il segreto dello
+stile di Cornelio Tacito, e perchè quello storico sia stato così aspro con
+gli uomini e le cose del tempo suo. Sfido io! era di Terni; avrà dunque
+bevuto dello stesso vino che davano a me.
+</p>
+
+<p>
+Questo ricordo di antichità mi chiama a dirvi qualche cosa del luogo ove
+siamo in attesa. Terni è l’antica Interamna, così detta perchè <i>inter amnes</i>,
+tra due fiumi, cioè presso il confluente della Nera e del Velino. Ha mura
+antichissime e di pietra riquadrata, restaurate nei bassi tempi, con forse
+trenta torri e cinque porte, una delle quali è chiamata “dei tre
+monumenti„. Qui infatti erano tre sepolcri: l’uno di Cornelio Tacito,
+accennato dianzi; gli altri, di due discendenti suoi, imperatori romani,
+Tacito e Floriano.
+</p>
+
+<p>
+Interamna aveva templi a josa; e Terni non ne patisce penuria. Un tempio di
+Giove è disceso al grado di chiesa di San Lorenzo; uno di Marte è salito
+agli onori di cattedrale, intitolata all’Assunta; un altro di Cibele è
+passato in governo d’uno sconosciutissimo Sant’Alò; un altro del Sole si
+chiama San Salvatore; un altro di Mercurio si è raccomandato a San Nicolò.
+Questi templi, com’è facile immaginare, non serbano più traccia della loro
+antichità; son rifatti, ripicchiati, ringiovaniti dall’arte del Bramante,
+del Sangallo, del Bernini, del Vici. Ma l’antica Interamna fa ancora nobil
+mostra di sè negli avanzi d’un anfiteatro che era capace di oltre diecimila
+spettatori, d’un teatro edificato da Caio Dessio Massimo, edile della
+città, di terme pubbliche e di un arco di trionfo, rizzato in onore di
+Domiziano, buon’anima sua.
+</p>
+
+<p>
+Insomma, c’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti
+rallegrano il luogo; ottima popolazione, e molto operosa. Le industrie che
+più fioriscono a Terni sono quelle della concia dei cuoi, della soda dei
+panni, e della lavorazione del ferro. Gualchiere e magone son messe in moto
+dalle acque del Velino.
+</p>
+
+<p>
+Poichè sono a parlar di metalli, vi dirò che nei pressi della città si è
+trovata, oltre la miniera di ferro di Monte Leone, qualche traccia d’oro e
+d’argento. Di questo, anzi, nel 1762, fu coniata una medaglia, <i>ad æternam
+rei memoriam</i>. Non mancano i marmi, tra i quali è notevole il travertino
+bianco giallastro con vene rosse, le terre colorate, le piriti, il gesso,
+la pozzolana, il carbon fossile; insomma una vera grazia di Dio, che
+vorrebbe esser meglio sfruttata; nè mancano le acque minerali, come quelle
+della Nera, che contengono carbonato di calce, magnesia e solfo, e sono
+perciò adoperate da una casa di bagni; quelle di Acquasparta, che
+contengono gas acido carbonico; quelle d’Acquavogliosa, termali e sulfuree;
+finalmente l’Acqua dell’Oro, così detta dal prezioso metallo che essa
+trasporta (in minuscola quantità, si capisce) dalle radici di Monte
+Rotondo, che non so per quali proprietà si raccomandi all’umanità
+sofferente.
+</p>
+
+<p>
+Vi dirò poi le bellezze della vallata, quando andremo alle Mannore, e
+potremo contemplarla da un’altezza conveniente: sappiate intanto che vi
+abbondano i pascoli ubertosi, rendendo prezioso per isquisitissime carni il
+povero bestiame da macello; che c’è selvaggina da contentare i più avidi
+cacciatori, pesci di straordinaria grossezza, frutte ed ortaglie d’ogni
+genere, e tutte di gratissimo sapore.
+</p>
+
+<p>
+Parlo, già si capisce, sulla fede di un gentile Ternano, che mi fu
+cicerone. Non vorrei lasciar credere che io lavorassi d’invenzione. Il
+cortese amico mi disse che di tutto questo ben di Dio la sua patria va
+debitrice, non pure ai due fiumi che la bagnano, ma ancora a Caio Dessio
+Massimo, edile d’Interamna, il quale a’ suoi tempi divise le acque della
+Nera in tre conche e in una moltitudine di canali irrigatorii, che
+incominciarono a fecondare i campi ternani, prima di mettere in moto i
+molti e svariati opificii del paese.
+</p>
+
+<p>
+Fortunato uomo, quel Caio Dessio Massimo! Chi ricorda gli edili, i sindaci,
+gli assessori comunali di due anni fa? E lui, morto da duemila, è sempre
+vivo nella memoria dei luoghi per cui spese utilmente la vita.
+</p>
+
+<p>
+Ora, non mi chiedete niente della storia di Terni, perchè, quantunque tra
+due fiumi, mi ritrovo all’asciutto. Ci prosperarono gli Umbri; fu
+saccheggiata da Totila, il goto, e da Astolfo, il longobardo. Io dovrei,
+per parlarvene, saccheggiar l’Angeloni e il Gaudio, che scrissero le storie
+della lor terra, l’uno nel Seicento e l’altro nel Settecento. Terni ha oggi
+una bella popolazione, specie in materia di donne, le cui facce serene
+arieggiano quelle delle nostre genovesi. Belle e savie donnine di Terni,
+così onestamente cortesi, voi ci avete fatto sentire ancora una volta che
+l’Italia è una, dall’Alpi al Lilibeo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap5">V.
+<span class="smaller">
+Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un
+viaggiatore e prosa d’un cicerone.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Mentre io spendevo il mio tempo in queste note statistiche, storiche e
+demografiche, il mio amico Burlando s’industriava più utilmente intorno al
+modo di partire da Terni. Il modo era trovato; ma bisognava aspettar due
+amici, Elia Schiaffino e Liberio Rombo, che, partiti dopo di noi da Genova,
+erano certamente in cammino per venirci a raggiungere.
+</p>
+
+<p>
+— A domani, dunque; — disse il maggiore; — intanto che li aspettiamo,
+prenderemo lingua, vedremo da che parte sono andati gli altri genovesi,
+arrivati a Terni prima di noi.
+</p>
+
+<p>
+Questi amici erano il maggior Mosto, i capitani Uziel, Cattaneo, Adamini,
+ed altri parecchi. Giunti a Terni due giorni prima, erano partiti da
+ventiquattr’ore per Rieti, conducendo un centinaio d’uomini, che il
+comitato di Terni aveva armati con vecchi fucili della benemerita guardia
+nazionale; fortuna questa che non potevamo sperare per noi, essendo il
+comitato rimasto all’asciutto.
+</p>
+
+<p>
+La stessa mattina che noi eravamo scesi a Terni, altri drappelli di gente
+ragunaticcia partivano, sulle orme del drappello di Antonio Mosto, e noi
+avevamo ancora potuto vederli; male in arnese, senz’armi, senza un segno
+militare, nè berretto, nè camicia rossa, e quel che è peggio, senza
+conoscersi l’un l’altro, ufficiali e soldati. Questo è doloroso a
+raccontare: ma è storia, e non si muta. Giungeva a Terni un capitano, un
+maggiore, un colonnello? Qualche ufficiale trovato colà, o condotto in sua
+compagnia, gli veniva in taglio per dire: lo stato maggiore della colonna è
+composto, i quadri ci sono, non mancano più che i soldati. E i soldati
+giungevano; giungevano a centinaia da tutte le città dell’Umbria, delle
+Marche, della Toscana; gente d’ogni ceto, nuovi alla vita militare, la
+maggior parte tirati assai più da vaghezza di novità, che da un concetto
+profondo e dalla coscienza del dovere. Costoro, non scelti, non bene
+assortiti da esperti concittadini, non guidati da uomini di casa loro, che
+li conoscessero o potessero comandarli utilmente, calavano a Terni, dove
+anche prima di uscire dalla stazione trovavano il rappresentante del
+capitano X, del maggiore Y, del colonnello Z, che si affrettava a scriverli
+nel suo taccuino, — Ragazzi, volete venire? — Si parte subito? — Sì, questa
+sera si va a Rieti, a Scandriglia, al confine. — Andiamo; chi ci comanda?&nbsp;—
+Il tal di tale. — Benissimo, evviva il comandante.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+In questo modo si componevano le falangi, che dovevano andare a Roma. Io
+non accuso nessuno, perchè nessuno ne ha colpa. I comitati locali credevano
+che al confine ci fossero uomini, i quali sapessero scegliere, ordinare,
+condurre: i capitani che erano al confine credevano che i comitati avessero
+spediti i migliori. In tutti era una gran voglia di far presto, di partire,
+di giungere al fuoco. E si faceva presto, si partiva, si giungeva: ma come,
+Dio santo, e con che gente? Chiunque è stato a Terni in quei giorni, ed ha
+passato il confine, risponda per me.
+</p>
+
+<p>
+Queste cose io vidi fin dal primo giorno, e dissi agli amici: non è così
+che si potrà andare a Roma. Avevo torto e ragione ad un tempo; torto,
+perchè tra i seimila che varcarono il confine c’erano duemila valorosi,
+degni soldati di Garibaldi; ragione, perchè i quattromila grami,
+cianciatori superbi dopo la vittoria di Monterotondo, lasciarono sempre
+soli alle busse i duemila, e parte al ritorno da Casal de’ Pazzi, parte a
+Mentana, fecero quello che io forse racconterò, arrossendo, più tardi.
+</p>
+
+<p>
+Parecchi ufficiali, nostri antichi commilitoni delle guerre passate, ci
+chiedevano: e voi? non fate un battaglione?
+</p>
+
+<p>
+— No, — rispondeva il maggiore, — noi ce ne andiamo per nostro conto.
+Sciolti d’ogni vincolo, d’ogni malleveria, passeremo più facilmente e più
+allegramente il confine.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Facevamo i conti senza l’oste, come ora si vedrà. Intanto, la partenza
+degli altri, mentre noi aspettavamo i due amici da Genova, ci serviva di
+lume, di guida, per la partenza nostra. I drappelli si avviavano a Rieti;
+prima di giungerci prendevano una scorciatoia, quella di Condigliano, che
+li conduceva a San Giovanni Reatino, donde muovevano per Torricella in
+Sabina; e di là, scesi nella vallata, risaliti i monti, ridiscesi da capo,
+sempre per orride strade, toccavano la meta desiderata, il confine
+pontificio.
+</p>
+
+<p>
+Di quelle strade io ne conobbi parecchie, ardue, mal note, tali da farmi
+intendere come si potesse facilmente ingannare la vigilanza più assidua,
+più diligente, più accorta. Un reggimento di truppa regolare, comunque
+abilmente diviso, non può fermare lassù una banda d’uomini, la quale non
+oltrepassi i cent’uomini, ed abbia guide volenterose a condurla.
+</p>
+
+<p>
+Ma perchè, dimanderete, perchè si partiva così alla lesta, senza
+ordinamento, per calare al confine senz’armi, o quasi? La ragione c’era, e
+calzante. Le notizie dei combattenti, sebbene gloriose, non erano allegre.
+Menotti, da molti giorni, teneva onoratamente al campo; ma perchè egli era
+più sotto al nemico di tutte le altre bande entrate sul territorio
+pontificio dai confini toscani e napoletani, era anche più facilmente
+assalito da uomini freschi e quotidianamente vettovagliati. Ciò lo
+costringeva a continue marce e contromarce, a frequenti scaramucce, che
+consumavano le sue scarse munizioni; e l’intemperie, il difetto di
+equipaggiamento, l’assoluta mancanza di giberne, da riporvi e da conservar
+le cartucce in buono stato, facevano il resto. Oltre di che, il dormire
+all’aperto, colle brine costanti, colla pioggia che spesso cadeva a
+catinelle, il mangiar malissimo e non tutti i giorni, l’aver male coperte
+le membra, e quasi nudi i piedi, riducevano quei primi drappelli in una
+tristissima condizione. Occorreva andarli a raggiungere, a rafforzare, e
+sopra tutto a prendere il posto dei caduti. Armi ne avevano poche, ma
+sicuramente più di noi, che non avremmo trovato un fucile, pagandolo a peso
+d’oro. Perciò, con quelle poche munizioni che il comitato di Terni era
+andato razzolando presso i comuni del vicinato, e con qualche fucile
+rugginoso delle loro guardie nazionali, i nuovi drappelli s’incamminavano,
+cantando l’“Addio, mia bella, addio„ alla volta dei monti di Toffia.
+</p>
+
+<p>
+Monti di Toffia, vi ho in pratica. Dodici ore di marcia, e quasi tutta
+notturna, su per le vostre forre, in mezzo alle vostre nebbie, con un piede
+su sdruccioli sassi e l’altro nel vuoto delle vostre frane, mi faranno
+ricordare di voi fino a tanto ch’io viva. E non senza allegrezza, perbacco!
+L’uomo è fatto così: soffre e maledice; poi gode al ricordo di ciò che ha
+sofferto e maledetto. Del resto, una metà della vita non è forse tessuta di
+ricordanze? L’altra metà, come tutti sanno, è tessuta di desiderii.
+</p>
+
+<p>
+Torniamo al racconto. Aspettavamo i due amici da Genova. Gli amici giunsero
+infatti, trentasei ore dopo di noi. Ma credete che si potesse partire?
+Niente affatto. Insieme con la lor grata presenza, gli amici recavano
+l’annunzio che a Genova si era messo insieme un drappello di circa
+trecento; che quel giorno medesimo doveva essere in viaggio, e che gli
+amici di Genova raccomandavano a noi quella spedizione d’uomini, affinchè
+trovasse modo di passare il confine.
+</p>
+
+<p>
+La nostra maraviglia.... dico male, il nostro stupore fu grande, all’udire
+quella novità. O come, chiesi io, trecento volontarii possono esser partiti
+da Genova, da quella Genova dove cinque giorni fa si spiavano i passi
+d’ognuno di noi, si tenevano d’occhio le strade ferrate, si frugavano i
+vapori, perchè nessuno riuscisse a sgattoiarsela per Firenze?
+</p>
+
+<p>
+Pure, la cosa era così, come i due nuovi venuti annunziavano. E dopo di
+loro giungeva una lettera di Genova, che per l’appunto ci dava notizie
+della spedizione. Sapemmo allora che un giorno dopo la nostra partenza, per
+l’incalzar degli eventi era cresciuto a dismisura l’entusiasmo dei
+cittadini; si voleva da tutti che il governo smettesse di fare il gendarme,
+si voltasse in quella vece a più virili propositi, e intanto lasciasse
+andare chi voleva andare. Per mandare i fatti compagni alle parole, gli
+amici nostri avevano cominciato ad inscrivere tutti coloro che desideravano
+di correre al confine. Via Luccoli, dove aveva sede il comitato, era
+gremita di gente; al prefetto, nella confusione, erano caduti gli occhiali,
+e il degno gentiluomo non aveva veduto più nulla. Questo era su per giù
+quanto i cittadini volevano da lui; chiudesse un occhio, anzi, per colmo di
+cortesia, tutt’e due.
+</p>
+
+<p>
+Queste ci parevano liete notizie per il paese; non già per noi, che
+dovevamo restarcene ancora due o tre giorni nell’ansia dell’attendere e
+nella difficoltà dell’ordinare tanti nuovi compagni. E inermi, poi! Basta,
+si sarebbe fatto come gli ultimi drappelli, andati sulle orme del Mosto;
+senz’armi, e ricevendo la promessa dal comitato di Terni, che ce le avrebbe
+mandate, come a quelli altri, a mala pena ne avesse.
+</p>
+
+<p>
+Or dunque, addio libertà di correre all’impazzata, secondo il nostro
+talento! addio sognato viaggio notturno di re Manfredi alla volta di
+Lucera, col gaudio delle cose nuove che ci aspettavano, col rammarico delle
+dolci cose che avevamo lasciate, mistura di lieti e tristi pensieri,
+dond’esce e si spande una così larga vena di poesia! Armi, cartucce,
+vettovaglie, rattoppature di scarpe, ruolini di compagnia, situazioni
+giornaliere, questa sarebbe stata dunque la nostra poesia dei giorni
+seguenti!
+</p>
+
+<p>
+Accenno qui il mio primo e involontario movimento di dispetto: ma mi piace
+di soggiungere che il giorno dopo, quando i nostri concittadini arrivarono,
+ebbi gran gioia di vederli, anzi di rivederli, perchè la più parte erano
+noti e cari commilitoni d’altre campagne. Più tardi, quando li vidi
+all’opera, e ne udii le lodi dalle labbra del più grande capitano d’Italia,
+su quel colmo di collina verdeggiante che corre dall’osteria della Cecchina
+al Casale de’ Pazzi (così ha nome il Monte Sacro nella topografia moderna)
+mentre le palle fischiavano e miagolavano spesse intorno a Lui sorridente
+bersaglio alle carabine dei mercenarii d’Antibo, mi tenni superbo di
+appartenere a quella eletta e popolana schiera genovese.
+</p>
+
+<p>
+— Verranno dunque domani; — diss’io. — Ogni pensiero si rimetta a domani.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Cras ingens iterabintus æquor;</i> — soggiunse il Pietramellara, che non
+dimenticava in nessuna occasione le sentenze di Orazio.
+</p>
+
+<p>
+— E allora, — ripigliai, — <i>nunc vino pellite curas</i>. Ma non dovrebb’esser
+vino del nostro albergatore.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Questo dialoghetto erudito finì col proposito deliberato di andarcene a
+pranzo.
+</p>
+
+<p>
+La mattina vegnente (perchè io non istarò a raccontarvi minutamente tutti i
+nonnulla di una sera passata a zonzo per le strade di Terni) prendemmo una
+vettura da nolo, capace di sei persone, senza contare una settima che
+poteva stare a cassetta col vetturino, e ce ne andammo a visitare la
+cascata delle Marmore, una delle sette meraviglie d’Europa.
+</p>
+
+<p>
+Era il 17 di ottobre; giornata bellissima; cielo limpido, di zaffiro; aria
+tiepida, come di primavera. La via, piana per un bel tratto fuori delle
+mura, dove passa il fiume Nera, s’innalza a gradi, s’inerpica sul fianco di
+una montagna, di cui non rammento il nome, ma che somiglia moltissimo alla
+pinifera costiera per cui, nella mia Liguria, i cittadini di Cogoleto non
+possono vedere quei d’Arenzano. Sotto di noi, ad una certa distanza,
+rumoreggia la Nera, già maritata al Velino, che le si precipita in grembo
+dall’alto delle Marmore; tra la fiumana e noi, seduto sulla cima d’un
+poggio, sta un gaio paesello che porta il nome di Papigno, famoso per la
+bellezza e il sapore delle sue pesche. A mano a mano che si sale, la
+vallata di Terni apparisce ciò che è veramente, e che, standole in grembo,
+non si può vedere nè godere; voglio dire un maraviglioso sfondo di
+prospettiva, con uno di quegli orizzonti vaporosi e caldi che sono una
+bellezza particolare della campagna romana.
+</p>
+
+<p>
+Adesso, lettori umanissimi, eccoci arrivati. La via si fa piana, e ci si
+para davanti agli occhi una casina bianca, che porta sul suo lato più
+appariscente una scritta. Leggiamo e intendiamo che ivi abita il
+personaggio più importante dei luoghi; nientemeno che il cicerone della
+cascata. Smontiamo, ci mettiamo nelle sue mani, e fatti pochi passi nei
+vigneti incominciamo a sentire un rumore d’inferno. Il cicerone sorride al
+nostro stupore, e con un bel gesto classico c’invita a proseguire la via.
+</p>
+
+<p>
+— Venite, — diss’egli, — venite, signorini, e <i>vederete se cos’è</i>.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Di ciglione in ciglione, per sentieruoli campestri, si scende fino ad una
+balza, che è un vero posto avanzato sull’abisso. C’è un rustico edifizio
+quadrato, abbastanza somigliante a quelle tali cappelle svizzere che
+portano il nome di Guglielmo Tell e si vedono spesso riprodotte sui
+paraventi dei caminetti o sul fondo dei vassoi; quattro pilastri di
+mattoni, un murello intorno coi suoi sedili di pietra, un tetto a quattro
+acque, e nient’altro. Corriamo là dentro, mettiamo fuori la faccia; che
+strana veduta, da mettere i brividi!
+</p>
+
+<p>
+“Frastuono d’acque! dalla balza scoscesa il Velino attraversa il precipizio
+scavato dall’onde. Caduta d’acque! rapida come la luce, la massa
+zampillante spumeggia, crollando l’abisso. Inferno d’acque! dove esse
+urlano, fischiano, ribolliscono in eterno tormento, mentre il sudore della
+loro grande agonia, spremuto da questo lor Flegetonte, si rigira intorno
+alle negre roccie lucenti che fiancheggiano il gorgo, immobili nella
+spietata orridezza;
+</p>
+
+<p>
+“E sale in ispuma al cielo, donde ancora ricade in continuo nembo, che
+scorre dalla sua nuvola inesausta di amica pioggia; eterno aprile al
+terreno, che si fa tutto uno smeraldo. Come profondo il vortice! e come
+l’elemento gigante balza di roccia in roccia con salti forsennati,
+scuotendo i massi, che già rotti e travolti dai suoi passi feroci danno per
+le lor fenditure un pauroso varco
+</p>
+
+<p>
+“Alla vasta colonna che sopra vi scorre, più somigliante alle scaturigini
+di un Oceano fanciullo, prorompente dal grembo delle montagne in doglia per
+un nuovo mondo, anzi che ad un padre di fiumi che gorgogliando scorra co’
+suoi serpeggiamenti attraverso la valle. Volgetevi a guardare; ecco, essa
+viene come una eternità che ogni cosa abbatte nel suo corso, affascinando
+di paura lo sguardo; cateratta senza pari,
+</p>
+
+<p>
+“Orribilmente bella! Ma sull’orlo dell’abisso, dall’uno all’altro lato,
+sotto il limpido mattino, siede un’Iride in mezzo al vortice infernale,
+pari alla speranza su d’un letto di morte, e, non scemate mai le ferme
+tinte, mentre tutto all’intorno è lacerato dalle acque sconvolte, serba
+serena i suoi brillanti colori con tutte le loro non ricise strisce;
+rassomigliando, in mezzo alla tormentosa scena, Amore vigilante la Follia
+con immutabile aspetto„.
+</p>
+
+<p>
+Questa è povera prosa, che rende male quattro novene maravigliosamente
+descrittive del <i>Childe Harold</i>. Ma il precipizio in cui si slancia il Velino
+non è tutto scavato dalle acque, come potrebbe far credere a prima giunta
+il <i>wave—worn</i> del testo inglese. La cascata è artificiale; il suo taglio è
+ardimento romano; e la storia tramanda che fu operato dal censore M. Curio
+Dentato, nell’anno 481 <i>ab Urbe condita</i>, per asciugar le paludi dell’agro di
+Rieti; il quale era appunto (com’è tuttavia, vi prego di crederlo) più alto
+della vallata di Terni, e il Velino, stagnando lassù, gli era proprio
+d’impaccio. L’opera del bravo censore sanò la campagna reatina per modo che
+questa divenne in breve saluberrima, e meritò d’esser chiamata la Tempe
+d’Italia.
+</p>
+
+<p>
+Tempe, chi nol sapesse, era una bellissima valle della Tessaglia, tra i
+monti Olimpo ed Ossa, presso la foce del fiume Penèo che le scorreva nel
+mezzo, come appunto il Velino nella valle di Rieti. Antiche tradizioni
+recavano che la gran pianura della Tessaglia fosse un tempo tutta allagata,
+e che finalmente le acque si scaricassero di colà per la via di Tempe,
+aperta con un colpo di tridente da Nettuno. Altri dicono da Ercole, con un
+colpo di clava: ad ogni modo il mito raffigura un gran cataclisma geologico
+avvenuto in Tessaglia; laddove a Rieti fu opera di quei grandi Romani, che,
+quando volevano far miracoli, non avevano bisogno di far capo agli Dei.
+</p>
+
+<p>
+Tempe italiana! il nome le è derivato da un cenno di Cicerone; il quale,
+scrivendo all’amico Pomponio Attico d’un suo viaggio colà, dice
+chiaramente: “Reatini me ad sua Tempe duxerunt„. Ma ritorniamo alla nostra
+cascata, cagione di tanta felicità per l’agro reatino e di tante,
+digressioni per me. Impedito più volte nel corso dei secoli questo sbocco
+del vorticoso Velino, fu più volte restaurato, e da ultimo sotto il papa
+Clemente VIII, nel 1598. Ora la mano dell’uomo non si ravvisa punto in
+quello scoscendimento, coperto com’è d’incrostazioni calcari, che
+arieggiano i più sottili ricami, molle di muschio, stretto intorno da
+piante ed erbe rigogliose che sembrano deliziarsi nei continui spruzzi di
+quella fiumana scintillante d’argento, che si versa in maestoso volume
+dall’altezza di trecentosettantacinque metri. Caviamoci il cappello!
+</p>
+
+<p>
+Un po’ più lontano da quella gran massa lucente, si scorge seguire la
+medesima strada un solitario fil d’acqua. E dico filo, a cagione della sua
+smisurata vicina, che lo fa parer tale. Chi lo ha persuaso a far cammino da
+sè? Io lo scambiai per un amante malinconico, a cui facesse dolore la
+vacillante maestà della donna amata; Cosìcchè egli protestasse in certo
+qual modo, non volendo starle vicino, e non osando ad un tempo andarsene
+troppo lontano. Povero innamorato, consòlati! Il destino, più forte di te,
+di lei, delle vostre gelosie, vi ricongiungerà in fondo all’abisso, dove
+esulterete confusi ambedue, risospinti in aria dal cozzo, e mutati, non so
+se in larga spruzzaglia o colonna di fumo, che l’una cosa e l’altra mi
+parve ad un tempo; e l’iride, segno di pace, distenderà pietosa sul vostro
+amplesso forsennato l’arco sublime dei suoi sette colori.
+</p>
+
+<p>
+Questo arcobaleno perpetuo, ch’è una delle grandi bellezze della cascata,
+non è stato ricordato soltanto da lord Byron; in tempi per noi antichissimi
+fu ammirato da Plinio, il naturalista, che scrive nella grande sua opera,
+al capitolo LXII del secondo libro, ove tocca delle particolarità del cielo
+nei varii luoghi della terra: “<i>et in lacu Velino nullo non die apparere
+arcus.</i>„ Che bella cosa, alla distanza di quasi duemill’anni, aver tutti
+contemplato il medesimo spettacolo! Noi passiamo, noi che siamo fatti di
+carne, d’ossa e di colpe; ma l’arcobaleno della cascata di Terni, lieve,
+impalpabile, frutto degli amori del sole con le gocce d’acqua, rimane, e
+rimarrà finchè durino l’acqua ed il sole.
+</p>
+
+<p>
+Se io vi stèssi a sciorinare tutte le fantasie che mi passarono per la
+mente laggiù, non la finirei tanto presto. Andate voi, con le vostre gambe,
+a vedere coi vostri occhi, a fantasticare colla vostra mente, che io qui
+faccio punto. Ma prima di tutto, quando sarete alle Marmore, pregate il
+signor Giuseppe Conti “guida della cascata„ a liberarvi da quella turba di
+ragazzi, che col loro serrarvisi ai panni, con le loro grida importune, vi
+guasterebbero il piacere di quella scena stupenda.
+</p>
+
+<p>
+Con essi non giova aver soldi in tasca; più ne date, più ne domandano. Noi
+li avemmo tutti alle costole; e tra essi più molesta una ragazzina
+tredicenne, chiamata Barbara. È il nome di molte donne, laggiù; non ho
+avuto il tempo di sincerarmi se siano tali anche di fatto. Quella Barbara
+era belloccia, ed uno della brigata la battezzò per la ninfa delle Marmore;
+ma si fece brutta seccandoci col suo voler sempre denari. Ninfa venale!
+L’amico l’aveva chiamata “bella, ma sudicia„; e lei subito era corsa a
+lavarsi il viso e le mani in un rigagnolo, per ritornare ora con un pezzo
+di stalattite, ora con un mazzetto di fiorellini selvatici; cose tutte che
+dimandavano soldi, e poi sempre soldi.
+</p>
+
+<p>
+E il peggio era questo, che ad ogni soldo dato a lei per levarcela dai
+fianchi, saltavano su tutti gli altri marmocchi, gridando:
+</p>
+
+<p>
+— E a me, signorino, <i>non me date più gnente</i>? Barbara ha avuto sette soldi;
+io ne tengo appena cinque, ne tengo.
+</p>
+
+<p>
+— Che il cielo vi benedica, graziosi ragazzi! levatevi una volta da romper
+le tasche; — rispondevamo noi. Il cicerone, più latino di lingua,
+soggiungeva:
+</p>
+
+<p>
+— <i>E annate ’na vorta, che possiate morì’ d’accidente!</i>&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ma l’aiuto del cicerone non andava più in là d’un semplice augurio.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap6">VI.
+<span class="smaller">
+Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’<i>eureka</i> dello stomaco. Le
+spose Sabine.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+I cittadini di Terni non si lagnano della loro cascata, che chiama nel loro
+paese tanti illustri e non illustri curiosi. Ma ben si lagnarono i loro
+padri, gl’Interamnensi, quando il famoso taglio di M. Curio Dentato mandò
+loro quella grazia di Dio, facendo straripare nei loro campi la Nera.
+</p>
+
+<p>
+Si richiamarono un giorno a Roma, e <i>Roma locuta est</i>. Il Senato mandò loro
+una commissione, cioè, scusate, un console e dieci legati, perchè
+sentenziassero. I Reatini, che conoscevano a quanto pare le commissioni
+giudicanti, e non volevano saperne di ripigliarsi il Velino a far palude
+sul loro altipiano, cercarono un bravo avvocato, e posero a dirittura la
+mano sul miglior che ci fosse, Marco Tullio Cicerone; il quale, non pure li
+difese strenuamente, ma vinse la lite. La rinfrescarono gl’Interamnensi
+sotto Tiberio, facendo credere al buon popolo Romano che le inondazioni del
+Tevere venissero nientemeno che dal Velino, il più turgido, il più
+peccaminoso de’ suoi affluenti. Non so che avvocato scegliessero questa
+volta i Reatini: so invece dagli Annali di Tacito che il Senato votò
+l’ordine puro e semplice del collega Pisone. E so, finalmente che è tempo
+di lasciar la cascata delle Marmore, e Terni con lei.
+</p>
+
+<p>
+I nostri genovesi erano arrivati in due spedizioni, il giorno 17 e il 18 di
+ottobre. Niente più ci tratteneva a Terni, neppure il negozio delle armi,
+che il Comitato non aveva, che altri non poteva darci, e che noi, non
+potevamo aspettarci da Genova.
+</p>
+
+<p>
+Questo, intanto, bisognava dire ai nuovi venuti. “Ragazzi, noi non possiamo
+armarvi, per le trentasei ragioni d’Arlecchino. Non armandovi, non possiamo
+neppure arrogarci il diritto di comandarvi. Noi andiamo per nostro conto,
+ed inermi, ai confine pontificio. Volete venire? Faremo il possibile per
+condurvi sani e salvi fin là, al mercato delle busse; quanto al resto, che
+sarà certamente il meno, spartiremo con voi.„
+</p>
+
+<p>
+Parlare in tal guisa a genovesi (lo dico con legittimo orgoglio di
+campanile) è un invitarli a nozze. Tutti applaudirono, e la mattina del 19,
+armati di buona volontà fino ai denti, e di duecento razioni di pan bigio
+che il Comitato ci aveva regalate, si prese la via di Rieti. Cinque o sei
+di noi altri si precedeva la marcia, per andare a vedere lassù in Rieti che
+aria tirasse, e se fosse prudente consiglio che gli uomini nostri
+entrassero in città.
+</p>
+
+<p>
+Da Terni a Rieti una vettura da nolo vi porta per otto lire, se non forse
+per meno, come mi affermarono parecchi Reatini. Noi, per due vetture
+spendemmo sessantacinque lire; e fecero grazia a portarci. Questo mi fa
+ricordare delle quaranta lire che spese un mio illustre amico per farsi
+condurre da Genova allo scoglio di Quarto, la famosa sera del 5 maggio
+1860. E notate bontà di cuore: dopo simili prove, noi stiamo ancora per
+l’abolizione della pena di morte.
+</p>
+
+<p>
+I nostri uomini dovevano fermarsi a mezza strada, presso una scorciatoia
+che mette a Condigliano. Fu una buona ispirazione, la nostra, poichè a
+Rieti un egregio cittadino, il conte Vicentini, ci disse per l’appunto di
+dover trattenere la gente laggiù, e di farla proseguire per la scorciatoia
+in discorso, evitando di entrare in Rieti, dov’erano molti soldati, e
+sospettosissime le autorità governative. Dalla scorciatoia di Condigliano
+assai più brevemente ci saremmo condotti, per San Giovanni Reatino e per
+Torricella in Sabina, al paese di Scandriglia, che era la meta del nostro
+viaggio.
+</p>
+
+<p>
+Il mio buon Ludovico di Pietramellara si sacrificò allora per tutta la
+tribù, ritornando indietro dai nostri, per indicar loro la via che dovevano
+tenere all’alba del giorno seguente, e per abboccarsi in Condigliano con un
+altro buon cittadino, il quale dovesse mandarci sulla scorciatoia una
+guida. La gita di Ludovico essendo fissata per la notte, le ore che ci
+avanzavano del giorno furono consacrate al pranzo e ad una passeggiata per
+le vie di Rieti, città che merita veramente di esser veduta.
+</p>
+
+<p>
+A me piacque moltissimo. Quando c’entrammo, era gaia per un bel raggio di
+sole, per un grande viavai di cittadini, per un discreto numero di
+testoline bionde e brune che si sporgevano dalle finestre. Aggiungete che
+noi pure eravamo lieti, quel giorno. Io, poi, avevo fatto il viaggio in
+compagnia dei buoni amici che oramai conoscete, e ad essi ne avevo aggiunto
+un altro, raccapezzato da un libraio di Terni; voglio dire un Orazio, che
+andammo leggendo e commentando, con Ludovico di Pietramellara, per quanto
+fu lunga la strada.
+</p>
+
+<p>
+Rieti è città di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè piane, ma
+ben selciate e pulite; incomincia dal basso, e va salendo dolcemente, fino
+alla cima di un colle, dov’è una gran piazza, anzi due, con chiese,
+palazzi, ed insegne di molta antichità. Mi parve insomma di essere a
+Genova; di Genova mi parlava la forma delle case, di Genova il cielo
+sereno, di Genova quelle brune e bionde testoline che v’ho già accennate, e
+che, indovinando dai nostri aspetti e dalla piccolezza delle nostre valigie
+lo scopo del nostro viaggio, ci sorridevano cortesemente dai veroni, o dai
+margini della strada. Graziose donne di Rieti! Indossavano quasi tutte dei
+corsaletti vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro regno. Al vedere come
+le dame portassero i nostri colori, intendemmo la gioia delle castellane
+del Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai cavalieri fedeli.
+</p>
+
+<p>
+Bella Rieti! e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento, per
+ogni più piccola cosa, come un antico suddito del papa, ma che ci hai fatto
+desinare, e lautamente, a diciotto baiocchi per testa! belle per ampiezza e
+vetustà le camere della locanda, colle loro travi intagliate, coi letti
+alti due metri da terra, veri talami classici, ai quali bisognava dar la
+scalata! bella infine la giovinetta che vidi dal mio balcone, e non si
+spaurì punto della mia presenza, anzi mi volse la parola con atto
+onestamente cortese!
+</p>
+
+<p>
+— Andate con Garibaldi? — mi chiese ella con voce argentina, mentre io
+stavo presso la finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella, per
+metterla in ordine.
+</p>
+
+<p>
+— Sì, bella bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro
+innamorato?
+</p>
+
+<p>
+— Non ho innamorato; — rispose; — ho un cugino con Menotti.
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo, s’era fatta rossa come una brace.
+</p>
+
+<p>
+— Ditemi il suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo a Roma,&nbsp;—
+aggiunsi ridendo, — vi manderemo le dispense pel matrimonio. Penso infatti
+che si possa esser cugini e innamorati ad un tempo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Questi sono i pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa a
+Rieti. Antichità non ho potuto studiarne; d’una statua mozza che chiamano
+Il Bamboccio, e che mi colpì veduta di sera, non so dirvi nulla. So che la
+città contiene forse diecimila abitanti, sebbene mostri d’essere stata
+fatta per molti di più; che <i>in illo tempore</i> si chiamava Reate ed era una
+delle più ragguardevoli città dei Sabini, insieme con Amiterno, Testrina,
+Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena, Mutusca e Nomento. Gran gente, i
+Sabini! Le loro figliuole hanno fatto Roma. Popolo singolare! La semplicità
+del costume di quei montanari dell’Appennino centrale, diffusi dalle
+sorgenti del Pescara alle valli della Nera, dell’Aniene e del Tevere,
+l’austerità del carattere, ed ogni maniera di domestiche virtù, li resero
+mirabilmente adatti a quel lavoro di tanta mole che fu il <i>Romanam condere
+gentem</i>. Non mi si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da un covo
+di ladri, discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che la
+storia e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina;
+fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne, onde
+aveva a nascere la più forte schiatta del mondo.
+</p>
+
+<p>
+Rieti fu dei Romani trecent’anni innanzi l’êra volgare: Annibale passò
+sotto le sue mura: diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il
+Garibaldi di quei tempi; sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di
+Spoleto; fu corsa dai Saraceni e poi quasi distrutta da Ruggero, re di
+Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II d’Angiò vi fu incoronato re delle
+due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui successori amavano molto questa
+città. A modo loro, s’intende; donde avviene che sia molto più lieta di
+appartenere al regno d’Italia, ad onta dei suoi mediocri legislatori e del
+suo non mediocre sistema di tasse.
+</p>
+
+<p>
+Per ultimo ricordo storico vi dirò che Rieti fu l’ultima città veduta dal
+vostro umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove sono
+andate tutte quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è diventata
+un paesello, Rocca Sinibalda; anzi c’è chi pretende che non si debba
+neanche riscontrare colà, ma più sotto, dov’è la solitaria Osteria nuova.
+Cure è diventata Corese, una cosa da nulla. Ereto, distrutta, si mutò in
+monte Eretino, poscia Monterotondo. Nomento, poi, s’è rimpiccolito in
+Mentana. Questi cangiamenti di fortuna s’intendono facilmente, anche senza
+andare a scomodare i Goti, i Vandali, ed altri popoli guastatori. I Sabini
+erano possenti, ma prima di Romolo; la prevalenza di Roma doveva
+soggiogarli o assorbirli; l’una cosa e l’altra seguirono infatti. Ora,
+quanto più vi accostate a Roma, le città degli antichi popoli vanno
+scemando d’importanza, fino a tanto che trovate la nuda e insalubre
+campagna.
+</p>
+
+<p>
+Ed ora, addio bella! È l’alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della via
+già percorsa, volendo ricondurci all’incontro della scorciatoia di
+Condigliano. Due dei nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>, coi quali
+siamo giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in carrozza per la strada
+maestra fino a Scandriglia. Noi, avendo cura d’anime, li raggiungeremo
+domani “col grosso dell’esercito„ se i fati permetteranno.
+</p>
+
+<p>
+Carina, quella scorciatoia di Condigliano! D’ora innanzi, in materia di
+strade, quando vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.
+</p>
+
+<p>
+Alte otto del mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente
+dormito, parte in certi fienili, parte nelle case dei contadini del luogo.
+E qui, sebbene piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in marcia per
+Condigliano, che era, dicevano, distante da noi un’oretta di strada.
+</p>
+
+<p>
+Il Pietramellara, con due compagni, s’era preso l’incarico di fare una
+corsa a Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e sopra
+tutto se fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno del nostro
+arrivo sulle sponde della Nera, avevamo scritto lettere esortative,
+supplicative, agli amici di Genova. Una delle due vetture che ci avevano
+condotti a Rieti, era ancora laggiù: Ludovico partì con quella per Terni.
+Noi a piedi per Condigliano, e i nostri trecento con noi, allegri come
+pasque, ad onta della pioggia che li flagellava, ad onta del fango che li
+inzaccherava e li faceva dar negli sdruccioli.
+</p>
+
+<p>
+Qui proprio incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi
+guanciali e dalle lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo, ma vino;
+addio vetture, fatte per derubarci, ma per liberarci altresì dalle molestie
+del camminare. Dopo tutto, che sincera allegria! Come tutto era dolce, in
+compagnia di vecchi e provati compagni! come si andava spediti, colla
+speranza in avanguardia! e come già si cominciava a conoscere il pregio
+d’una fiaschettina d’acquavite che tratto tratto andavamo sorseggiando, per
+rifarci dell’acqua piovana!
+</p>
+
+<p>
+Giungemmo poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai piedi
+d’una montagna. Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti a
+scantonare di qua e di là, in cerca di “alloggio, buon vino e buon
+ristoro„. Quantunque in nessun luogo si vedesse la scritta menzognera, non
+dubitate, trovarono tutti da allogarsi. Alcuni contadini, probabilmente
+edotti dalla esperienza dei giorni precedenti (poichè altri drappelli
+avevano fatta quella medesima strada) si erano elevati a dignità di
+ostieri, senza pigliar patente dal governo, e imbandivano ova al tegame,
+con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far di quello che io avevo
+bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni paese, per ogni
+casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.
+</p>
+
+<p>
+Quando noi ci affacciammo all’uscio d’una di quelle osterie improvvisate,
+tutti i deschi, le panche, gli sgabelli, erano già occupati. Ce ne
+rallegrammo, perchè ciò agevolava il nostro ufficio di vettovagliare
+trecento uomini in un così piccolo paese e punto preparato ad accoglierci.
+L’amico del luogo, a cui recavamo una commendatizia di Rieti, fu del resto
+sollecito a mandar pane, vino e formaggio per quanti ne avessero bisogno. E
+tutti ne ebbero la parte loro: noi soli restammo a becco asciutto.
+</p>
+
+<p>
+Ma il
+Bernardini vegliava. Era questi un buon giovinotto di Ravenna, di quelli
+che rispondevano “presente„, a tutti gli appelli della patria. Egli era
+stato col maggiore Burlando nella guerra del ’66, ed aveva voluto seguire
+il suo comandante in quest’altra levata d’insegne.
+</p>
+
+<p>
+Ora il Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva tutto,
+pensava a tutto, per modo che non c’era più da far niente, da pensare a
+niente. Occorreva il cannocchiale da campo, per ispecolare il terreno? Si
+chiamava il Bernardini. C’era da riscontrare una posizione sulle carte di
+stato maggiore che avevamo con noi? Il Bernardini le teneva sempre addosso,
+ed aveva pronta alle mani quella del luogo in cui marciavamo. Si chiedeva
+un tozzo di pan bigio, per chetare i rimorsi dello stomaco? Il Bernardini
+ne aveva sempre qualcheduno in fondo alle tasche del pastrano, e qualche
+mela per giunta. Mancava un pizzico di foglia da caricar la pipa ungherese
+del maggiore, pipa che correva in giro tra noi come la tazza ospitale d’un
+vecchio castellano? Il Bernardini sapeva sempre dove pescare quel pizzico
+di foglia. I cavalli, quando incominciammo a possederne, li aveva egli in
+custodia, ed egli ce li faceva trovare insellati quando bisognasse.
+Insomma, era la provvidenza di noi due, ed anche un pochino di tutti gli
+altri che si accostavano a noi.
+</p>
+
+<p>
+Anche a Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso una
+casupola fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da chiamar
+gente. Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra, infilò un
+uscio affumicato e stette forse due minuti a parlamento; quindi uscì fuori
+sul pianerottolo, per gridarci con accento festevole: vengano, vengano, ho
+trovato.
+</p>
+
+<p>
+Il suo <i>eureka</i> fu più gradito di quello d’Archimede, e fummo in un batter
+d’occhio lassù, dove ci accolsero con lieti ed onesti modi due giovani
+contadine.
+</p>
+
+<p>
+— Non c’è niente; — disse il Berbardini; — ma c’è una cucina, un paiuolo,
+delle cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...
+</p>
+
+<p>
+— Ah! e voi dite che non c’è niente? Mi pare che con tutti questi
+ingredienti ci sia da pranzare <i>in Apolline</i>.
+</p>
+
+<p>
+— Sì, ma il vino?... dei sedani per l’insalata?... Basta, troverò io tutto
+quello che manca, se queste due sposine mi aiutano.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Le sposine non se lo fecero dire due volte. Col denaro —che mettemmo fuori,
+andarono a trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini, frattanto, aveva
+messo mano ai polli. Un’ora dopo, ci sedevamo in cinque o sei ad una tavola
+zoppa, ma colla sua tovaglia pulita, di ruvida tela di canapa, su cui era
+imbandito un pranzetto giocondato dall’amicizia e fatto più gustoso dalla
+salsa spartana che tutti conoscono, e che si chiama appetito.
+</p>
+
+<p>
+Ricorderò sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor volti,
+non molto belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai miei occhi
+per un’aria di soave bontà che teneva luogo di bellezza. Erano poi di così
+gaio umore! I nostri quieti diportamenti in casa loro fecero si che esse
+sciogliessero la lingua ad un cinguettìo, il quale non ebbe fine che colla
+nostra partenza.
+</p>
+
+<p>
+La più giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son tutte
+barbare, queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora la sua
+collana d’oro a cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri gingilli.
+</p>
+
+<p>
+Mentre eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che
+tornavano dai campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia di
+ruvida tela, che scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù la
+portano sulle altre vesti, non so se per ammorzare il caldo dei raggi
+solari, o per non insudiciarsi la giacca e il panciotto.
+</p>
+
+<p>
+Quei due bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare, sedettero
+con noi e assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi, poichè noi
+già eravamo alle frutte. Così giunsero le due dopo il meriggio, e bisognò
+pensare alla partenza.
+</p>
+
+<p>
+— Dove andate? — ci chiese Barbara.
+</p>
+
+<p>
+— A prendere la benedizione del Papa; — risposi io.
+</p>
+
+<p>
+— No, — ribattè ella, ridendo, — tu vai a prendergli Roma.
+</p>
+
+<p>
+— E te ne spiacerebbe, se così fosse?
+</p>
+
+<p>
+— A me? perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.
+</p>
+
+<p>
+— Barbara, bocca d’oro! — gridò il Bernardini, che da due giorni sperava di
+far tutta d’un fiato la strada del Campidoglio.
+</p>
+
+<p>
+— Che vi credevate? — saltò su a dire il marito. — Che Barbara non fosse
+italiana? Qui siamo tutti per Garibaldi.
+</p>
+
+<p>
+— Ottimamente, se è così, — ripresi io, — perchè allora tu c’impresterai i
+due cavalli che ho veduto giù nella stalla. Ci serviranno per andare fino a
+Torricella. — Perchè no? Ma chi me li rimanda a casa? — domandò egli, con
+un astuto sorriso che preparava un rifiuto.
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! tu stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo
+d’oro.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+La frase era degna dell’Achillini; ma io, che avevo adocchiate le due rozze
+e che amavo di viaggiar meno male che potessi, intendevo di fargli capire
+che non si sarebbe lesinato sul prezzo.
+</p>
+
+<p>
+Egli stette un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci negli
+occhi se eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno dubitosa
+di lui (già le donne valgono assai più degli uomini) gli disse con accento
+sicuro:
+</p>
+
+<p>
+— Va; questi figliuoli son buoni.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Mezz’ora dopo eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella orrida
+e pantanosa scorciatoia che v’ho detto, nella quale molti dei nostri amici
+lasciarono a dirittura le loro cittadinesche calzature. Il maggiore e io
+eravamo a cavallo; ma da buoni amici scendemmo più volte di sella, per
+mandar su qualche inzaccherato collega.
+</p>
+
+<p>
+Come a Dio piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via
+provinciale ci aspettava una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò fino a
+San Giovanni Reatino. Colà fu necessario far sosta, poichè il cielo si
+metteva a burrasca, e la gente non si poteva più reggere in piedi,
+inzuppata com’era e flagellata da un vero diluvio.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap7">VII.
+<span class="smaller">
+La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili
+e passa Garibaldi.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+I terrazzani di San Giovanni Reatino stavano al riparo sotto le basse volte
+dei rustici portoni, o nel vano delle finestre, a guardare con aria tra
+curiosa e pietosa la nostra marcia, o, per dir meglio, la nostra
+navigazione.
+</p>
+
+<p>
+Noi, sulle prime, non pensavamo affatto a fermarci. La guida di Condigliano
+ci aveva detto che a Torricella si poteva giungere quella medesima sera; e
+noi, anche a risico d’immollarci fino al midollo delle ossa, volevamo
+guadagnar terreno. Non erano della stessa opinione i cavalli; i quali, tra
+per l’acquazzone che li colpiva di fronte e per aver fiutato il soave odor
+di fieno, s’impuntavano in mezzo alla strada e sparavano calci ad ogni
+stratta, ad ogni colpo di tacchi, che noi davamo con molta costanza nei
+fianchi a quei ribelli cornipedi.
+</p>
+
+<p>
+Povere bestie, dopo tutto! parevano dirci con quella mimica: “Per chi ci
+avete voi presi? Sta bene a voi di andare in perdizione, se vi pare; ma
+alle bestie non si deve chiedere più di quello che possono dare. Ed anche a
+voi, per l’anima di Chirone, uomo e cavallo, dovrebbe piacere una bracciata
+di fieno nella mangiatoia e un po’ di paglia per riposare al coperto.
+Fermiamoci, via, non sarà poi un gran male.„
+</p>
+
+<p>
+Intendemmo il ragionamento dei due cavalli; udimmo le voci dei terrazzani,
+che ci gridavano d’ogni banda: “fermatevi qui, giovinotti„ e deliberammo di
+contentar gli uni e gli altri, non senza aver chiesto da prima se in quel
+paesello ci fosse un luogo da ricoverare i nostri compagni. — Sì, c’è il
+luogo, e paglia in abbondanza; — risposero.
+</p>
+
+<p>
+— Bene, pernotteremo a San Giovanni Reatino; venga il sindaco, o
+l’assessore anziano, e provveda a queste poche cose che ci bisognano.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Il ragguardevole personaggio che noi chiedevamo fu pronto a capitare, ed
+allogò la nostra gente in una chiesuola, con quanta paglia occorreva. Ma
+già s’indovina che pochi rimanessero colà. Dieci minuti dopo aver posto il
+piede nell’alloggiamento comune, la più parte se n’erano trovato un altro
+alla spartita, nelle case di quei buoni contadini; e la stipa crepitava in
+tutti i focolari, sotto a tutti i paiuoli, a tutte le padelle, a tutte le
+cazzaruole di San Giovanni Reatino.
+</p>
+
+<p>
+Quanto a noi, finito di pensare agli altri, ce n’eravamo andati in una
+osteria che il Bernardini aveva adocchiata fin da principio, e dove già
+stava preparando la cena. Quell’osteria mi è rimasta in mente a cagione
+della fantesca, stupenda per bellezza colossale di forme, che la facevano
+parere una statua, anzi che una donna di carne e d’ossa.
+</p>
+
+<p>
+Costei se ne stava ritta sull’uscio, appoggiata allo stipite, cogli occhi
+volti all’orizzonte; e pareva non voler dare ascolto alle cose gentili che
+le andava bisbigliando all’altezza dell’omero un cosettino tant’alto,
+mingherlino e scialbo, vera figura di Momo accanto a Giunone.
+</p>
+
+<p>
+Seppi più tardi da Barbara (si chiamava Barbara anche lei) che quello era
+il suo damo, o, per dir più esatto, il pretendente alla sua mano. E mi
+parve uomo di buon gusto, quel cosettino tant’alto; ma pensando ora al caso
+suo, non posso lodare egualmente il suo senno. Barbara era una gigantessa,
+al paragone di lui: s’egli ha ottenuta la sua mano, badi a non sentirsela
+addosso. Guai al poveraccio, se Barbara un giorno va in collera! guai se lo
+ama troppo fortemente! perchè in ognuno dei due casi, egli è un uomo
+spacciato. Nel primo, me ne fa una frittata; nel secondo, un lucignolo.
+</p>
+
+<p>
+Dopo tutto, auguro alla coppia diseguale ogni bene: desidero che pel
+miglioramento della specie in San Giovanni Reatino, i figli di questo
+imeneo riescano una spanna più alti del padre, una spanna più bassi della
+madre.
+</p>
+
+<p>
+Questa coppia d’innamorati e una coppia di bottiglie che ci mandò il
+parroco del luogo, cortese antidoto all’orribil mistura che ci voleva far
+trangugiare l’ostessa, sono i ricordi più notevoli della nostra fermata a
+San Giovanni. A noi premeva di andarcene; e poichè nella notte il cielo
+s’era fatto sereno, deliberammo di rimetterci in cammino per tempo.
+</p>
+
+<p>
+Non tutti ci seguirono. I nostri compagni, non essendo ancora militarmente
+ordinati, amavano far le cose a bell’agio. La mattina del 21, alla levata
+del sole, dormivano ancora della grossa. Tanto meglio; avremmo potuto
+giunger primi a Torricella, per preparar loro alloggi e panatiche.
+</p>
+
+<p>
+La strada che conduce da San Giovanni Reatino a Torricella è la più
+solitaria, la più triste che io abbia veduta mai. Si passa in mezzo a un
+doppio ordine di colline senz’alberi, lungo il letto di un torrente, del
+quale non ricordo più il nome. Non una casa, non un tugurio, nè da vicino
+nè da lontano; solo qua e là, tra i giuncheti del rigagnolo asciutto, si
+scorge un branco di pecore che va pascolando, o uno smilzo puledro che
+trascina malinconicamente la sua cavezza di poggio in poggio, e addenta
+svogliatamente di tratto in tratto qualche fil d’erba, forse pensando con
+desiderio giovanile alla biada, che gli fa vedere troppo di rado il rustico
+padrone.
+</p>
+
+<p>
+Poco prima di Torricella vedemmo finalmente un po’ di alberatura, che ci
+rallegrò lo sguardo come una non più sperata novità. Qui, preso lingua dal
+primo contadino in cui ci fossimo imbattuti dopo tanto camminar nel
+deserto, lasciammo la strada maestra, salendo per una viottola a diritta; e
+dietro una bella collina, il cui dorso ce l’aveva fino a quel punto
+nascosta, salutammo la meta del nostro viaggio di quel giorno, Torricella
+in Sabina.
+</p>
+
+<p>
+Torricella <i>in Sabin</i>a! Questa giunta al nome serve a distinguere il paesello
+da cinque altre Torricelle sparse nell’alta e nella bassa Italia; gli
+abitanti, del resto, non tralasciano mai di ricordarla, tenendosi molto, e
+giustamente, della loro stirpe sabina.
+</p>
+
+<p>
+Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli e ospitali con tanto di cuore,
+come i loro antichissimi padri. Ricorderò sempre con gratitudine il sindaco
+e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico e Domenico
+Pitorri. Si ricorderanno essi, con pari tenerezza, di noi? Se debbo dir
+tutto, mi pare che quei due ragguardevoli cittadini non vedessero di buon
+occhio il nostro viaggio e l’avessero anzi per una mattìa da rompicolli. I
+nostri ospiti (poichè in casa loro ebbi la più lieta accoglienza) non
+potevano capacitarsi del come noi si sperasse di far opera gagliarda senza
+l’aiuto del governo. Inutile riferir qui le risposte nostre e le repliche
+loro. Essi liberali temperati, noi avanzati, rappresentavamo due forze
+allora necessarie; e guai se una fosse mancata, guai se l’una o l’altra
+avesse soverchiato; addio equilibrio che ci ha tenuti in piedi; addio
+cospirazione di venti, e di eventi, che ci ha condotti in porto. Le ragioni
+che potevamo scambiarci allora, tre anni prima del 1870, che effetto
+farebbero ora? Io qui scrivo ricordi, del resto, e non fo smercio di alta
+politica.
+</p>
+
+<p>
+Torricella è un gaio paese, fatto d’una strada sola come tutti i piccoli
+paesi, bello o brutto secondo i gusti e gli umori, con antichi edifizi
+anneriti dal tempo e ridotti ad apparenza di catapecchie, con catapecchie
+moderne che in grazia dell’intonaco la pretendono a palazzine; pittoresco,
+insomma, come tutto ciò che è svariato di forme e ben temperato di tinte.
+</p>
+
+<p>
+Mi duole di non sapervi raccontare la sua storia, non avendo avuto tempo a
+chiederne, e non possedendo libri che ne parlino: me ne duole, ripeto,
+perchè a Torricella ho notato un antico castello, severamente murato verso
+il basso della borgata, quasi a custodia della strada contro la gente che
+veniva dalla parte di Roma; il quale ha certamente veduto assai cose. Ed io
+non l’ho interrogato, non mi son fatto dir nulla.
+</p>
+
+<p>
+Che volete? Avevo tanti altri pensieri m mente, e tutti più urgenti.
+Eravamo finalmente vicini a quel sospirato confine. In una sola marcia
+potevamo giungere a Scandriglia: ancora quattro passi di là, e si era sul
+territorio a noi conteso dalle pretensioni temporali di san Pietro, o dei
+suoi successori. Sul primo lembo di quel territorio avremmo ritrovato
+Menotti Garibaldi colla sua prima colonna di animosi giovani, e il Mosto, e
+l’Uziel, ed altri amici partiti da Genova due giorni prima di noi.
+</p>
+
+<p>
+Questa era la bella apparenza delle cose: ma la sostanza?... Come saremmo
+arrivati? Eravamo noi certi della via? e potevamo noi cercarla a tentoni,
+con trecento uomini disarmati sulla coscienza? Notate che degli insorti e
+dei fatti loro non avevamo da tre giorni alcuna notizia sicura; che le
+scarse ed incerte voci da noi raccolte lungo la strada recavano essersi
+Menotti allontanato da Montelibretti per andare alla volta di Percile.
+Quella marcia, se pure doveva credersi vera, che cosa significava? a che
+cosa accennava? allo scopo di avvicinarsi alle bande che dovevano giungere
+dagli Abruzzi, o ad uno stratagemma per ingannare il nemico? E che cosa
+dovevamo noi fare? in che modo diportarci, per raggiungere il giovane e
+valoroso generale? Così senz’armi, non c’era che un modo; non oltrepassare,
+ma rasentare il confine, da Scandriglia a Canemorto (un nome — — — —&nbsp;—
+cambiato poi in quello di Orvinio) e così, errando per monti e per valli,
+indovinare il luogo e il momento opportuno per farci innanzi.
+</p>
+
+<p>
+Ora, se questo era l’unico disegno a cui si potesse metter mano, immagini
+il lettore come fossero lieti i nostri pensieri. Intanto i nostri compagni
+chiedevano armi; le chiedevano ogni momento a noi, quasi che noi potessimo
+cavarcele dalla testa come Giove si cavò Minerva coll’asta in pugno e lo
+scudo imbracciato, o dal nulla con un <i>fiat</i>, come Domineddio il cielo e la
+terra.
+</p>
+
+<p>
+I buoni abitanti di Torricella, mossi a pietà del nostro stato, si
+auguravano di aver armi quante ne occorrevano per noi; frattanto, a
+testimonianza di buona volontà, ci offrivano quattordici fucili, cinque dei
+quali erano stati caricati due o tre anni innanzi, ma non avevano più i
+cappellozzi. Comunque fosse, accettammo il presente, che in quelle
+circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola ai nostri
+uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.
+</p>
+
+<p>
+Si sperava ancora che il Pietramellara giungesse da Terni, con armi e
+munizioni. Ma quali armi, e quali munizioni? Non ne sapevamo niente, ma
+speravamo; speravamo come il naufrago nell’isola deserta, che attende un
+naviglio, il quale lo scorga lui da lontano, proprio lui, e si accosti alla
+riva per prenderlo a bordo; come un povero diavolo che per pagare una
+cambiale vicina alla scadenza, aspetta le centomila lire della lotteria di
+Milano.
+</p>
+
+<p>
+Questa volta la speranza mostrò di non meritare gli epiteti poco amorevoli
+onde l’ha gratificata l’illustre autore dell’<i>Assedio di Firenze</i>. Infatti,
+nella medesima sera, e in quella che stavamo seduti a tavolino, colla carta
+del confine spiegata davanti a noi, e mestamente sorseggiando una tazza di
+caffè, parecchi dei nostri salirono affannati le scale, gridando: “le armi!
+son giunte le armi.„
+</p>
+
+<p>
+Il grido “terra, terra„ levato dalla gabbia dell’albero di maestra della
+<i>Pinta</i>, non fece, io penso, tanto piacere a Cristoforo Colombo, quanto a noi
+quello dei nostri compagni: “le armi! son giunte le armi.„
+</p>
+
+<p>
+Scendemmo a precipizio in istrada e trovammo per l’appunto due carri che si
+fermavano allora davanti all’uscio, accompagnati da cinque o sei dei nostri
+amici, da noi lasciati in vedetta a Terni, perchè nessuno avesse a beccarsi
+il sospirato soccorso, caso mai ci fosse stato spedito da Genova. Ludovico
+di Pietramellara era il duce; con lui era un nuovo venuto, genovese,
+Lorenzo Manari.
+</p>
+
+<p>
+Dati pochissimi istanti agli abbracci e alle strette di mano, chiedemmo che
+cosa ci fosse nei carri.
+</p>
+
+<p>
+— Trecento fucili; — risposero gli amici; — un po’ di cartucce, qualche
+coperta di lana e alcune paia di scarpe.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Come aveva potuto venire quella grazia di Dio? come piovere a noi quella
+manna dal cielo? Le nostre prime lettere agli amici di Genova non erano
+state scritte invano. Giovanni Fontana, Alessandro Piatti e gli altri
+egregi colleghi del comitato genovese si erano affrettati a comprare quanti
+fucili avevano potuto trovare in città, e ce li avevano spediti,
+incaricando dell’accompagnamento il capitano Manari, che veniva egli pure
+al confine. Giunto a Terni colla preziosissima merce, Lorenzo Manari aveva
+trovato il vigile Pietramellara; ambedue capitavano il giorno appresso a
+Torricella, non senza aver prima ottenuto dal comitato di Terni le
+munizioni occorrenti e quel po’ di roba che c’era nei magazzini.
+</p>
+
+<p>
+Il Manari portava inoltre una lettera, da Firenze, che lo nominava
+intendente dei volontari per tutta la riva sinistra del Tevere.
+</p>
+
+<p>
+Pensate la nostra allegrezza. Oramai si poteva metter mano a formare un
+battaglione e allestirci per l’andata al confine. Tosto si deliberò che la
+mattina vegnente si spartissero gli uomini in tre compagnie:
+frattanto, poichè si diceva in paese essere il confine gelosamente
+custodito da forte nerbo di soldati, il Pietramellara sarebbe andato nella
+notte a Scandriglia, per pigliar lingua, e ritornar sollecito a noi con le
+notizie opportune.
+</p>
+
+<p>
+L’amico accettò volentieri l’incarico e partì. Noi, chiuse le armi e le
+munizioni in casa, e poste le sentinelle a custodia, ce ne andammo a letto.
+Era l’ultima notte che dovevamo dormire tra le lenzuola, e bisognava
+approfittarne.
+</p>
+
+<p>
+Ma ohimè! era scritto lassù che quelle poche ore di quiete ci fossero
+turbate, amareggiate da una triste notizia. Morfeo scuoteva ancora
+mollemente sulle nostre fronti i papaveri del primo sonno, allorquando
+verso le due dopo la mezzanotte, una delle nostre sentinelle venne a
+destarci, conducendo nella camera un contadino arrivato da Scandriglia con
+un biglietto per noi.
+</p>
+
+<p>
+Lo leggemmo alla fioca luce d’una candela di sego, coi gomiti appuntati ai
+guanciali. Era il Pietramellara che ci mandava pochi versi a matita,
+mezz’ora dopo esser giunto a Scandriglia.
+</p>
+
+<p>
+— Perdio! — esclamò il maggiore Burlando, dopo che ebbe guardato lo
+scritto, e nell’atto di passarlo a me.
+</p>
+
+<p>
+Lessi anch’io, ma mi parve di aver letto male. Mi stropicciai gli occhi e
+lessi da capo, quindi tornai a leggere ancora. Erano cattive notizie.
+Gl’insorti, per difetto di munizioni e di viveri, non potevano tener la
+campagna. Però, sperando di rifornirsi, erano venuti al confine; ma non
+potendo raccogliersi dentro Scandriglia, dov’era già a quartiere un buon
+numero di soldati regolari, avevano dovuto sparpagliarsi in piccoli
+drappelli nelle vicinanze del paese; non così lontani tuttavia gli uni
+dagli altri, che non si potesse in breve ora adunarli.
+</p>
+
+<p>
+L’annunzio ci riuscì doloroso oltre ogni credere. Ecco, dicevamo tra noi,
+ora che abbiamo le armi, non possiamo andare più avanti. Arrivati a stento
+fin qua, dovremo starcene con le mani in mano?
+</p>
+
+<p>
+Per quella notte non fu più il caso di dormire, Ludovico prometteva di
+essere il giorno appresso da noi: intanto ci mandava l’ordine di Menotti,
+che era quello di rimanere a Torricella, paese fuori mano, in attesa di
+nuove istruzioni.
+</p>
+
+<p>
+La mattina del 23 fu malinconica assai; tanto più malinconica perchè
+dovevamo sforzarci di nascondere la nostra tristezza ai compagni e dar
+buone parole a quanti ci domandavano l’ora della partenza. Per tenerli a
+bada, cadeva in taglio la formazione delle compagnie. Il maggiore assegnò a
+ciascheduna i suoi uffiziali, nominò i sergenti, che dovevano formare a lor
+volta le squadre; bisogna che occupò fortunatamente una parte della
+mattinata. Era tanto di guadagnato.
+</p>
+
+<p>
+Mentre i sergenti davano opera alla formazione delle squadre, noi ce
+n’eravamo andati poco discosto dall’abitato, verso la strada maestra, a
+salutare la quercia di Garibaldi. Così chiamano a Torricella una quercia,
+sotto la quale, nel 1849, il gran capitano si era riposato alcuni minuti,
+passando da quelle parti, dopo la eroica difesa di Roma. Quella quercia è
+sacra pei buoni abitanti di Torricella; e se ne tengono, come altri luoghi
+farebbero d’un monumento della passata grandezza, e l’additano con
+venerazione a quanti forestieri passano di là.
+</p>
+
+<p>
+Ed hanno ragione. Il rispetto per ogni cosa che rammenti i grandi cittadini
+è una bella maniera di gratitudine, e in pari tempo un incitamento, un
+esempio. Noi, stirpe tralignata dal buon seme latino, se siamo ancora
+venuti a capo di cosa alcuna che porti il pregio d’essere raccontata ai
+futuri, dobbiamo darne merito alla virtù dei ricordi che hanno nutrita la
+nostra giovinezza.
+</p>
+
+<p>
+In quella che noi andavamo, e la storica quercia ci conduceva col pensiero
+desideroso alla Caprera, dove il gran capitano certamente si doleva della
+ignavia italiana, ecco, si ode sulla strada maestra, che corre poco più
+sopra di noi, il rumore di una carrozza che passa veloce, e poco stante
+molte voci di nostri compagni, che ci avevano preceduti, gridano
+festosamente: “Garibaldi! Garibaldi!„
+</p>
+
+<p>
+— Che è, che non è? — Garibaldi! è passato Garibaldi. — Ma come? — Or ora,
+in carrozza; era con Stefano Canzio; ci ha salutati; va diritto a
+Scandriglia.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Non mi proverò a descrivere il tumulto dei miei pensieri, all’udir quelle
+nuove. Anche volendo, non saprei. So benissimo che c’era maraviglia e
+stupore, contento ed ebbrezza, e quasi mi pareva d’impazzire. E mi sovvenne
+ancora delle cattive notizie ricevute da noi nella notte.... Come tutto era
+di punto in bianco mutato! Ed era un uomo solo, che operava il miracolo.
+</p>
+
+<p>
+Raccapezzatomi un tratto da quello stordimento, immaginai le cose che
+dovevano essere occorse nelle acque della Caprera. Stefano Canzio era
+venuto a capo del suo disegno: il Generale aveva delusa la custodia delle
+navi da guerra e aveva toccata la terraferma. Questo s’intendeva: ma come,
+giunto a Genova, o a Livorno, od altrove, aveva egli potuto proseguire la
+via? Certo, era passato per Firenze; ma che cosa era avvenuto colà? Caduto
+il ministero? o il governo aveva fatto di necessità virtù?
+</p>
+
+<p>
+Tutte queste domande, ed altre consimili, mi giravano per la testa, si
+urtavano, si arruffavano, si confondevano, senza trovar punto risposta. A
+me e agli amici che erano nel caso mio avveniva allora quel che avviene
+certe volte a chi beve un primo sorso dopo lunga penuria d’acqua, che il
+bere gli accresce la sete.
+</p>
+
+<p>
+Ma bisognò appender la voglia all’arpione, ovvero, poichè non c’era un
+arpione, ai rami della quercia, sotto cui stavamo ad almanaccare. Alle
+corte, l’essenziale era noto: Garibaldi era giunto; andava a Scandriglia; e
+certo, dov’era lui, si passava il confine.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap8">VIII.
+
+<span class="smaller">Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e
+l’augurio del doganiere. Ricordo di Pietro Cossa.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Ce ne tornammo poco stante in paese, con la fronte alta e il piè leggero.
+La famiglia del sindaco ci aveva fatta preparare la colazione, e il corpo,
+partecipando alle contentezze dell’anima, non ricusò di nutrirsi. Se vi
+dicessi che in quella occasione non si tracannò un bicchiere più
+dell’usato, vi metterei qui una solenne bugia, e avreste centomila ragioni
+a non credere più una sillaba di questo racconto.
+</p>
+
+<p>
+L’ordinamento del battaglione era a buon punto: fatte le compagnie, ognuno
+riconobbe i suoi ufficiali; ogni squadra i suoi sergenti e i suoi caporali:
+poi si diè mano alla distribuzione e alla ripulita delle armi, cose che
+destarono molta allegria nelle file. Non sempre il volontario conosceva il
+suo fucile, ed io ne ho veduto dei molto solleciti a buttarlo nel fosso; ma
+egli è sempre felice quando lo ha per la prima volta tra mani; lo palleggia
+allegramente, ne prova il grilletto, se è di buona <i>latinità</i>; si affretta a
+ripulirlo dentro e fuori, lo vagheggia, insomma, come se fosse una
+innamorata. Se poi è una carabina (dolce femminilità di sostantivo!) la
+gioia e la sollecitudine sono dieci volte più intense; l’arme diventa una
+persona viva, si giunge perfino a metterle un nome. La carabina di un amico
+mio nella campagna del Tirolo si chiamava Ninetta; quella di un altro la
+Scherzosa; e così via, tutte quante avevano un nome, soave o terribile,
+serio o faceto, secondo l’umore dei loro innamorati padroni. Cosa che
+avviene ancora per le sciabole. Quella di un mio collega si chiamava la
+Sitibonda. — Buttala nel Chiese, gli diss’io quando ripassammo quel fiume a
+guerra finita; si caverà finalmente la sete.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Tornando ai fucili e alla distribuzione fatta, una trentina d’uomini
+rimasero senz’armi; la qual cosa li addolorò grandemente. Li chetammo,
+dicendo loro che di là dal confine, o ne avremmo avuto da altri battaglioni
+meglio forniti, o alla prima occasione avrebbero raccolti i fucili dei
+morti.
+</p>
+
+<p>
+Eravamo ancora in quelle faccende, quando giunse il Pietramellara. Egli
+aveva veduto il Generale, e portava la notizia che tutte le bande raccolte
+nei dintorni di Scandriglia si mettevano in marcia. Noi pure dovevamo andar
+subito al confine, ma senza passare per Scandriglia; e il nostro
+itinerario, scritto a matita sopra un pezzetto di carta, era questo:
+</p>
+
+<p>
+“Evitare il passo di Osteria Nuova, e passare i monti di Toffia sopra
+Carlo Corso; quindi per Carpignano scendere sullo stradale romano; colà
+deviare, innanzi di giungere al passo di Corese, prendendo la traversa che
+conduce a Montemaggiore.„
+</p>
+
+<p>
+Non indugiammo ad obbedire. Le armi erano distribuite. Mandato avanti con
+buona scorta il carro delle munizioni, salutati affettuosamente i nostri
+ospiti cortesi, lasciammo Torricella alle due pomeridiane del 23 di
+ottobre, accompagnati da un’acquerugiola fine e continua, che è, come pare,
+la solita benedizione del cielo per tutti coloro che viaggiano a piedi.
+</p>
+
+<p>
+Si scende, tuttavia, si scende di lieto animo, cantando il <i>Fratelli
+d’Italia</i> al buon popolo di Torricella che ci saluta dai margini della
+strada maestra, dalle finestre dei casolari, dalle prode dei campi, e poi
+dal marziale dell’inno di Goffredo Mameli passando al patetico dell’<i>Addio,
+mia bella, addio</i>, dato prodigamente agli echi della valle solitaria in cui
+siamo inoltrati, lungo la sponda di un corso d’acqua di cui non ricordo più
+il nome, e ignoro se sia fiumicello o torrente. La pioggerella è cessata;
+il sole si affaccia ancora tra le nubi squarciate e le tinge di rosso; la
+sua tinta favorita delle ore pomeridiane. È il caso, oramai, di ritrovare
+una guida, per farci evitare Osteria Nuova, che può esser distante un’ora
+di strada; e già si pensa a cercarla, quando si sente dietro di noi lo
+scalpitar di un cavallo. Ci voltiamo a guardare e vediamo un cavaliere,
+mezzo vestito alla buttera, come tutti i cavalieri della regione, con
+grandi calzoni di pelle di pecora, o di capra, che non saprei dire
+esattamente, non avendoci fatto grande attenzione, mentre tutta la mia
+curiosità era attratta dal simpatico aspetto signorile del personaggio: un
+giovanotto snello, dai baffi biondi, certo De Cupis di Poggio Mirteto, il
+quale, dopo averci detto il suo nome e la sua qualità di guida garibaldina,
+ci chiede a che distanza potrà ritrovare Garibaldi, per cui ha un
+biglietto, e da consegnare al più presto.
+</p>
+
+<p>
+Il biglietto è aperto; è del comitato di Rieti, e avverte il Generale che
+l’ordine di arrestarlo è giunto da Firenze, e lo porta, insieme coi mezzi
+di mandarlo ad effetto, un maggiore dei reali carabinieri, seguito da
+trentasei uomini.
+</p>
+
+<p>
+— Abbiamo dunque un nuovo ministero a Firenze? — chiesi io.
+</p>
+
+<p>
+— Sì e no, — rispose il cavaliere, — si ritira il Rattazzi, è chiamato il
+Cialdini, ma non riesce a comporre un gabinetto; intanto la situazione è
+cangiata, ritornando quella di otto giorni fa.
+</p>
+
+<p>
+— Quest’ordine lo prova. E di quanto precede Lei i carabinieri?
+</p>
+
+<p>
+— Di un’ora; son corso a spron battuto.
+</p>
+
+<p>
+— Vada, e buona fortuna; — gli disse il maggiore. — Garibaldi è passato
+questa mattina, diretto a Scandriglia; se c’è rimasto, il che non credo, ha
+tempo di avvisarlo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Il cavaliere saluta, tocca di sproni, e via di galoppo verso Osteria Nuova.
+</p>
+
+<p>
+— Ed ora, che cosa facciamo noi altri? — domando io al maggiore.
+</p>
+
+<p>
+— Noi abbiamo il nostro ordine: passare i monti di Toffia. Per cominciare,
+lasceremo la strada maestra un po’ prima del necessario, andando a cercare
+mia guida di là dal fiume.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Detto fatto, il maggiore ordina che il carro delle munizioni si cali dalla
+sponda nel greto del fiume, o torrente che sia. Là sotto, e nascosto dai
+cespugli che vestono la ripa, il carro è invisibile; noi con esso, se
+staremo bene appiattati sotto l’argine. L’operazione in venti minuti è
+felicemente compiuta; gli uomini si sono anche spartiti i fucili e le
+munizioni levate dal carro, che rimarrà in abbandono. L’intenzione era di
+metterci in armi al confine; ma come fare altrimenti, in quella necessità?
+Dall’alto, verso Torricella, si sente un fragor d’armi e io scalpitio d’una
+grossa cavalcata. È il drappello dei carabinieri reali. Vengono rapidi, al
+trotto, e giunti al piano della valle si mettono al galoppo. Andate,
+andate, e non vi venga in mente di allungare il collo per guardare qui
+sotto. Li abbiamo a pochi metri di distanza; passano; sono passati; e noi,
+appena li vediamo sparire alla svolta dello stradone, ci togliamo dal
+nostro nascondiglio per passare il greto e andare in traccia d’un
+contadino, o pastore, che voglia farci da guida.
+</p>
+
+<p>
+Un garzoncello, proprio allora, si affaccia al limitare del bosco. <i>Lupus in
+fabula.</i> Alla vista di tanti uomini armati, senza la divisa militare, ha
+avuto un momento di esitazione? o la curiosità soltanto lo ha inchiodato
+laggiù, dove noi abbiamo potuto distinguerlo alla luce del tramonto?
+Comunque sia, egli è presto accerchiato, ed anche con bei modi rassicurato.
+Non gli si domanda altro che qualche ora del suo tempo, quanto basti per
+metterci per la via più breve al passo di Carlo Corso, evitando Osteria
+Nuova, poichè non abbiamo nessuna voglia di bere: venga, sia buonino, e gli
+daremo per la sua camminata uno scudo; anzi meglio, lo avrà in
+anticipazione. La moneta, infatti, luccica agli occhi dell’adolescente e
+gli sdrucciola nella mano, macchinalmente aperta per riceverla.
+</p>
+
+<p>
+— Andate con Garibaldi? — chiede egli, come per isgravio di coscienza.
+</p>
+
+<p>
+— Sicuramente; non lo vedi? Ci avevi presi forse per briganti?
+</p>
+
+<p>
+— Oh, non ne avevate l’aria; — risponde egli ridendo.
+</p>
+
+<p>
+E si avvia, guidandoci verso la macchia. Entriamo nella penombra, e indi a
+poco nel buio. Egli intanto, sia che abbia presa troppo alla lettera la
+nostra raccomandazione di condurci per la via più breve, sia che voglia
+fare una piccola vendetta della inattesa passeggiata che gli è imposta da
+noi, ci fa prendere un sentiero da capre, su pei meandri d’una scogliera
+che non promette niente di bene, specie a quell’ora tarda, con le ombre
+così pronte a calare dai monti, e con una certa nebbia egualmente pronta a
+salire dal fiume. Ancora una mezz’ora di quella salita, e siamo in una
+nebbia così fitta, che si dura fatica a vederci due passi discosto. Ad un
+certo punto dell’erta, lo stretto sentiero gira intorno ad una rupe, e non
+manca nemmeno una di quelle soluzioni di continuità che son cagionate dalle
+piogge in tutti i sentieri di montagna. La rottura non par troppo vasta, ma
+per contro appare profondo l’abisso. Ci vuol pazienza; bisogna passare di
+là. Ma come fare, coi fucili, che impediscono agli uomini di aiutarsi colle
+mani lungo le pareti della roccia? Il maggiore salta per il primo e si
+volge a prendere il fucile d’un soldato che lo segue; questi a sua volta
+prende il fucile del compagno; e così via via, ad uno ad uno, passano tutti
+trecento, senza capitomboli, senza perdita d’armi, che fu veramente un
+miracolo.
+</p>
+
+<p>
+La difficoltà del passo e la nebbia che c’impedisce di approfittare dello
+scarso lume “onde son pie le stelle„, ci fanno perdere un’ora in quel primo
+intoppo. Per colmo di sventura, usciti di là, entriamo in una forra, che ci
+mena diritti alle spalle di un nero edifizio, in cui Ludovico di
+Pietramellara non istenta a riconoscere la temuta Osteria Nuova. Siamo
+proprio al punto che dovevamo evitare. Dove mai ci ha condotti quel
+briccone di garzoncello Sabino! O non sarebbe il caso di amministrargli un
+paio di scappellotti? Ma a che servirebbe la collera? Meglio varrà pensare
+ai casi nostri. Se i soldati di guardia al passo ci hanno sentiti, stanno
+prendendo le loro disposizioni per venirci incontro. Una baruffa con
+soldati italiani è da cansare ad ogni costo; non per questo siamo venuti al
+confine. Piuttosto è da vedere se non ci sia modo di uscire da questo
+ginepraio. Ludovico ha una buona ispirazione. Già due volte è passato di
+là: conosce oramai il capitano; andrà lui ad esplorare, e, se occorre, a
+parlamentare. Ottenuto il permesso dal maggiore, si avvia, gira il canto, e
+sta una mezz’ora a ritornare; una mezz’ora che ci è parsa un secolo. Quando
+ci capita davanti, Ludovico è fuori di sè dalla gioia; sto per dire che le
+lenti, piantate sul suo naso, mandano lampi nella penombra notturna. Il
+capitano, di cui temiamo tanto la vigilanza, è in una condizione
+stranissima; già dalla mattina, quando Garibaldi è passato in carrozza,
+stenta lui a trattenere i suoi uomini. Se passiamo davanti al posto, chi li
+terrà più? Verranno tutti con noi; ed egli, infine, egli che è italiano
+quanto noi altri, passerà per il primo. No, per carità, gli ha detto il
+Pietramellara; aspetti uno o due giorni e l’annunzio della prima vittoria;
+vedrà che le esitanze del governo cesseranno, e tutti, quanti siamo,
+regolari e volontarii, ci troveremo alle porte di Roma. Sia dunque inteso
+tra noi, che non passeremo davanti al posto, e rispetteremo tutte le
+convenienze. Quanto a Lei, se per caso sentirà un po’ di rumore nel bosco,
+pensi da buon camerata che a Lei hanno dato da guardare la strada maestra,
+non le traverse da cacciatori, non le forre da contrabbandieri.
+</p>
+
+<p>
+La missione di Ludovico ci rimette l’anima in corpo. Il contadinello
+Sabino, perduta la speranza di liberarsi dalla nostra compagnia, si risolve
+di condurci per davvero sulla vetta del monte. Si va come si può, per gli
+alpestri sentieri; ma in alto siam fuori della nebbia, e ci si raccapezza
+un pochino. Peccato che da un casolare poco lontano si desti un can da
+pagliaio. Abbaia, quel figlio d’un cane, dando la sveglia e l’esempio a
+tutti i suoi colleghi del vicinato. Di qua, di là, di su, di giù, tutti i
+cani della Toffia rispondono, abbaiando disperatamente in tutti i registri,
+con tutti i metalli di voce. Confesso di non aver mai sentito in vita mia
+un così fiero concerto di cani, neanche a Parigi, nel <i>Jardin
+d’acclimatation</i>, quando è l’ora del pasto per questi amici dell’uomo. Che
+diranno i padroni di tutta questa canatteria? Se c’è lassù una pattuglia di
+carabinieri, o un altro posto di soldati, buona notte, si può dir proprio
+di aver rotte le uova in sull’uscio. Ma infine, perchè pensar sempre la
+peggio? La luna era sorta; non si poteva anche credere che tutti quei cani
+abbaiassero alla luna?
+</p>
+
+<p>
+Due ore dopo la mezzanotte avevamo afferrata la vetta. Riuscivamo ad una
+strada mulattiera, abbastanza spaziosa; e là, accanto alla strada, si
+vedeva al lume della luna una piccola casa.
+</p>
+
+<p>
+— Eccovi a Carlo Corso; — disse allora il contadinello Sabino.
+</p>
+
+<p>
+Veramente, il nostro ordine scritto diceva: “passare i monti di Toffia
+sopra Carlo Corso„. Ma oramai era fatta; quella casa non si poteva evitare,
+bisognava passarci davanti, non sopra. E Carlo Corso era un posto di
+doganieri, come ci fu agevole di riconoscere, vedendone due, che spiccavano
+assai bene con le loro attillate uniformi sull’azzurro bianchiccio del
+cielo.
+</p>
+
+<p>
+Perchè mai quella casa avesse nome e cognome, io non so, non avendo pensato
+a domandarlo. Fors’anche, se lo avessi domandato, quei doganieri non
+avrebbero saputo dirmelo. Era ad ogni modo una casa cristiana. Quei bravi
+doganieri, indovinato di che si trattasse, ci fecero festa. Avevamo bisogno
+d’acqua, e ci diedero acqua; ci occorrevano due ore di riposo, e i nostri
+uomini poterono allogarsi in parte al coperto, in parte adossarsi alle mura
+dell’edifizio. Il mio maggiore ebbe il letticciuolo del brigadiere, per
+ischiacciarvi un sonnellino: io mi buttai sopra un forziere di noce, dove
+quell’ottimo brigadiere teneva le sue carabattole. Ci avrei dormito
+benissimo, se fosse stato più lungo ed avessi potuto stendermi tutto, come
+otto anni prima, in Lombardia, avevo fatto sulla tavola da pranzo del
+sindaco di San Martino, mentre l’amico Gordolon, mio tenente, dormiva
+saporitamente in un letto monumentale.
+</p>
+
+<p>
+Amico forziere dei doganieri di Carlo Corso, che bel sogno ho fatto sul tuo
+coperchio di noce! “Sogna il guerrier le schiere„ ha cantato il Metastasio;
+ma la osservazione psicologica non è niente più giusta di quell’altra sua,
+zoologica, che gli ha fatto mettere la serpe in concorrenza con l’ape, nel
+suggere i fiori. Io, lungi dal sognare le schiere, sognai.... Ma no, non lo
+voglio dire: tanto, sul più bello, il mio sogno fu interrotto dalla voce
+del maggiore, che mi annunziava le cinque del mattino e mi ordinava di
+radunar gli uomini, per rimetterci in marcia. Balzai in piedi, corsi fuori
+a svegliar la mia compagnia, la seconda del battaglione, e, poichè tanto
+era tutta strada, anche la prima, comandata dal Pietramellara, e la terza,
+comandata dall’ingegnere Stangolini. In capo a dieci minuti eravamo tutti
+pronti per la partenza; e ci avviammo subito, allegri come pasque, dopo
+aver salutati con larga effusione di cuore i nostri bravi doganieri.
+Rammento che il brigadiere ci augurò di giungere a Roma in tre tappe.
+L’augurio, pur troppo, fu vano per noi: ma ad ogni modo il brigadiere fu
+profeta. Le tappe erano ancora tre, per l’Italia, e di un anno ciascuna. È
+figurato, il linguaggio dei profeti; e bisogna saperlo intendere, bisogna!
+</p>
+
+<p>
+L’aurora ci ritrova ancora sul colmo della montagna, tanti sono i giri e i
+rigiri della strada. Sotto di noi s’indovina una valle; davanti a noi si
+stende una lunga e larga veduta di vette, di colline, di poggi, con borghi
+e castelli appollaiati sui culmini, come nei quadri di Claudio di Lorena.
+Dal punto in cui siamo, per mezzo delle alture digradanti, che incominciano
+a svolgersi da uno strato di nebbia sottile ai primi raggi del sole, si
+scorge in lontananza una piccola massa tondeggiante e dorata, in cui è
+facile riconoscere la cupola di San Pietro, a cui nella nostra prospettiva
+sembra collegarsi una lista d’argento, serpeggiante e luccicante; il
+Tevere, il Tevere che ci fa da lontano la grazia di non parer biondo, col
+pericolo d’esser chiamato limaccioso dagli irreligiosi nepoti. — <i>Vidimus
+flavum Tiberium</i>, esclama Ludovico, dalla testa della sua compagnia. — <i>Velox
+amoenum saepe Lucretilem</i>, rispondo io, stendendo la mano verso una gran
+montagna che azzurreggia a sinistra. Almeno, dovrebb’esser laggiù l’ameno
+Lucrètile, che <i>igneam defendit æastatem capellis usque meis pluviosque
+ventos</i>. Giustissimo; ribatte Ludovico; e vedi più giù la montagna di
+Tivoli, <i>mite solum Tiburis et moenia Catili</i>. — E di qua niente? gridai io,
+accennando alla destra. Quel monte laggiù, che innalza la sua negra cima
+nel fondo della pianura, non sarebbe per caso il classico Soratte? — <i>Tu
+dixisti</i>, ripiglia quel capo ameno del mio Ludovico. Tu lo vedi nero,
+stavolta; se aspetti un par di mesi, lo vedrai magari bianco. <i>Vides ut alta
+stet nive candidum Soracte?</i>...
+</p>
+
+<p>
+Dei immortali, quanto Orazio abbiamo snocciolato quella mattina sui greppi
+di Toffia! Io e Ludovico di Pietramellara ci eravamo proprio incontrati,
+con la nostra malattia citatoria. Dio li fa e poi li appaia, come dice il
+proverbio. Ma questa del citare Orazio ad ogni passo è veramente la
+malattia più terribile, quantunque non sia contagiosa. <i>Il cite si souvent
+Homère et Horace, que c’est de quoi en dégoüter</i>, ha lasciato scritto di un
+Tizio il famoso principe di Ligne. Il nostro maggiore, che la pensa come il
+principe di Ligne, ci annunzia ridendo che alla prima tappa ci manderà
+tutt’e due agli arresti. Perchè? siamo nel Lazio, perbacco, e la lingua del
+Lazio è il latino.
+</p>
+
+<p>
+Questo dello slatinare in vicinanza di Roma è una mania naturale. Ricordo
+che nel 1878 si andò una volta in parecchi amici a visitare la via Appia.
+Era con noi Pietro Cossa, che aveva stabilita una multa di cinquanta
+centesimi per chiunque in quella gita non parlasse latino. <i>Dura lex, sed
+lex</i>, e bisognava striderci tutti; anche in un latino maccheronico, dovevamo
+parlare come Pietro voleva. Uno solo, romano di Roma, non si sentiva di
+obbedire; amava piuttosto star zitto.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Silet hic noster</i>, — dicevamo noi, canzonandolo, — <i>sed latine silet; ergo
+non multabitur</i>.
+</p>
+
+<p>
+Ma quell’altro, intanto, cominciava a capire che a tacer sempre avrebbe
+fatto una cattiva figura. Ad un certo punto, preso per mano il Cossa, lo
+condusse verso certe rovine, che dovevano essere di una casa.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Et etiam latine gesticularis, probo</i>; — gli disse Pietro, continuando la
+celia. — <i>Sed quid me vis? quid mihi videndum?</i>&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+L’altro seguitava coi gesti, indicando le rovine; finalmente, mezzo
+affermando, mezzo chiedendo, gli disse:
+</p>
+
+<p>
+— <i>Domus?</i>
+</p>
+
+<p>
+— <i>Domus</i>; — rispose Pietro Cossa; ma poi, scappandogli la pazienza, uscì in
+questa sentenza: — Ah, figlio d’un cane, non sai altro latino che questo?&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Quel giorno fu Pietro Cossa che pagò la prima multa. Aveva parlato
+italiano. Quel povero Pietro non sapeva consolarsene. Noi Io paragonammo a
+Caronda, il famoso legislatore di Turio, vittima d’una legge ch’egli stesso
+aveva proposta e che primo aveva violata.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap9">IX.
+<span class="smaller">
+Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci
+siamo.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Si scende la montagna a rotta di collo; io l’ho più misurata che vista. In
+un’ora siamo alle falde; vediamo laggiù una valle stretta stretta, con una
+lista di prato e una casa, un fiumicello ed un ponte. La casa è l’osteria
+del Grillo; il fiumicello è il Ricco, salvo errore; il ponte che lo cavalca
+segna il confine tra noi e il così detto patrimonio di San Pietro. Abbiamo
+appena il tempo di raccapezzarci, quando una guida si avanza, domanda se
+siamo i carabinieri genovesi del battaglione Burlando, e avuta risposta
+affermativa ci consegna un ordine, scritto in uno dei soliti pezzettini di
+carta. Niente è mutato nel nostro indirizzo di marcia; solo v’è aggiunto
+che dobbiamo impadronirci di Nerola, per proseguire ad un nuovo ordine
+verso Montemaggiore.
+</p>
+
+<p>
+Nerola è quel castello che si vede lassù, sulla vetta di un colle davanti a
+noi, di là dal ponte. A Nerola, ancora ieri, stavano i Pontificii; bisogna
+assicurarci se ci sono rimasti, e se ci sono bisogna sloggiarli.
+</p>
+
+<p>
+Non è più il caso di far sosta all’osteria del Grillo, che del resto è
+senz’oste e senza vino. Si passa il ponte, leggendo di volo la iscrizione
+d’un pontefice che lo ha fatto costruire. Era l’uffizio suo; <i>pontifex</i> non
+significa forse in latino colui che fa i ponti? Arrivati al piede della
+collina, che di là ci pare una montagna bella e buona, ci stendiamo in
+catena, e prendiamo a salire secondo le regole. La fatica non è poca; ma si
+sopporta volentieri. E così bello, dopo tanti giorni di desiderio, fare la
+prima operazione di guerra! Giunti a mezza costa, ci pare di veder gente
+lassù. Ci aspettano a tiro; andiamo coperti più che si può. Ma che coperti?
+se sventolano i fazzoletti! Ebbene, che cosa vuol dire? non potrebb’essere
+un tradimento? Amici o nemici che siano, facciamo le cose a dovere. E si
+continua a salire, trattenendo gl’impazienti delle prime file, sollecitando
+i più tardi delle ultime. Così giungiamo al colmo della vetta, senza che ci
+abbia salutati una palla. Son dunque amici lassù? Amici, di fatti, tutto il
+popolo di Nerola, poco più di seicento abitanti, già vassalli dei Colonna
+di Sciarra, oggi liberi cittadini di una libera patria.
+</p>
+
+<p>
+Fin dalla sera innanzi, forse avvisati della presenza di Garibaldi che da
+Scandriglia è sceso a passo Corese, i Pontificii hanno spulezzato da
+Nerola. Tanto meglio; a nemico che fugge ponte d’oro. Ma la prudenza
+comanda a noi di non fidarci troppo: ci sono certe eminenze sulla nostra
+sinistra, Montorio Romano ad esempio, dove potrebbero appiattarsi le
+insidie. La nostra prima cura è di mettere avamposti da quella banda, e
+giù, verso la strada di Montelibretti. Poi si chiede del sindaco, o
+governatore, o ministro, od altro che sia il personaggio più importante
+della comunità. Viene il personaggio; dev’essere un ministro di casa
+Sciarra; mette a nostra disposizione il poco che ha, paglia fresca prima di
+tutto e la caserma dei gendarmi pontificii, che porta ancora i segni della
+improvvisa fuga dei suoi abitatori. Sono ancora appesi alle grucce i
+cappellacci a due punte, di forma abbastanza napoleonica, e alle caviglie
+della rastrelliera le giberne e le tracolle nemiche, pronto trastullo ai
+nostri uomini, che, essendo “carabinieri„ amano fare un po’ di baldoria
+travestendosi da gendarmi.
+</p>
+
+<p>
+È una scena di scappellotti, da far morire dal ridere. Ma ogni bel giuoco
+dura poco, e i gendarmi ritornano carabinieri per far colazione. Noi
+frattanto pensiamo che le compagnie sono formate bensì, e le squadre
+divise, ma che non s’è avuto ancora il tempo nè il modo di fare i ruolini.
+Si trova carta, penne e calamai; s’improvvisano tre furerie ed una
+maggiorità; i penniferi si mettono tosto a lavoro. Veramente
+provvidenziale, quella occupazione incruenta di Nerola!
+</p>
+
+<p>
+Al maggiore e a me, che faccio anche servizio di stato maggiore, è toccata
+una camera con due letti, presso una egregia famiglia del paese. Ho il
+dolore di non ricordarne più il nome: bene ricordo una bella signora, dagli
+occhi romanamente grandi e romanamente neri. È lassù in villeggiatura,
+presso quella famiglia di buoni parenti suoi; dovrebbe ritornare all’eterna
+città; ma i casi della guerra non glielo permetteranno così presto; ad ogni
+modo, essendo buona italiana, spera di rivederci laggiù. Accettiamo
+l’augurio, e lo mettiamo insieme con quello del doganiere di Carlo Corso.
+Finalmente, verso le undici di sera andiamo a riposarci, dopo aver visitati
+accuratamente i nostri avamposti, dalla gran guardia fino alle ultime
+sentinelle.
+</p>
+
+<p>
+Buon letto di Nerola, era scritto lassù che io non avessi tempo a
+scaldarti. Avevamo appena chiuso un occhio, quando i piantoni vennero a
+chiamarci. Era giunta allora allora una guida, e portava uno dei soliti
+pezzettini di carta. L’ordine era questo: “Il battaglione Burlando faccia
+viveri per un giorno e parta immediatamente per Montelibretti avviato su
+Monterotondo„. Svelti, a terra, e vestiamoci. Del resto, non eravamo
+spogliati che a mezzo. Dov’è il nemico? Sarà dove vorrà. L’ordine, del
+resto, comanda la fretta, e quel dire “su Monterotondo„ scambio di “per
+Monterotondo„ significa che laggiù avremo forse l’ostacolo.
+</p>
+
+<p>
+Animo, dunque, a svegliar la gente e a far viveri. C’è una tromba nel
+battaglione; ma non ce ne serviamo; i piantoni vanno essi ad avvertire le
+compagnie, e i preparativi di marcia son fatti alla sordina. Il ministro di
+Nerola è richiesto di viveri: non ha nulla da darci: già aveva poco il
+giorno innanzi, e gli uomini avevano dovuto nutrirsi del loro pane. Come
+fare? Basta, Iddio provvederà, a Montemaggiore, a Montelibretti, dove parrà
+più opportuno alla sua misericordia infinita.
+</p>
+
+<p>
+Nel cuore della notte, senza viveri, ma con molte speranze per viatico,
+scendiamo dal poggio di Nerola. A mezza strada, levando gli avamposti verso
+Montemaggiore, mi ricordo degli altri, lasciati indietro, verso Montorio
+Romano; e corro a levarli, non perdendo, se Dio vuole, che una mezz’ora di
+tempo. Il bravo sergente, un Randaccio dell’isola di Sardegna, teneva saldo
+lassù. Aveva sentito il rumore e indovinato, da vecchio militare del ’59,
+che si levava il campo; ma sempre da vecchio militare aveva pensato che
+dove lo avevano messo gli bisognava restare. Raccolto lui e la sua squadra,
+si va in giù a passo di corsa, ed anche un pochettino a ruzzoloni, per
+raggiungere il battaglione, che ha continuato a marciare.
+</p>
+
+<p>
+Siamo sull’albeggiare davanti al poggio di Montelibretti. Si fanno viveri?
+Ahimè! Montelibretti, interrogato dai nostri ambasciatori, non ha niente
+per noi, non ha niente per nessuno; lo hanno spogliato, tra la sera innanzi
+e la notte, altri battaglioni passati di là. Non c’è più una misura di
+farina per i suoi stessi abitanti, non un sacco di grano. Poveracci! come
+faranno? moriranno di fame? Eh via, speriamo di no. Anche a Falconara, dove
+giungiamo intorno alle nove, è la stessa canzone. Falconara, da non
+confondersi con quella d’Ancona, è la tenuta di un principe romano.
+Parliamo col ministro, che giura, e spergiura anco lui di non aver nulla di
+nulla. Neanche una goccia di vino, per bagnarci la bocca? Neanche quella.
+Ma che è, che non è, mentre noi stiamo parlamentando sul piazzale del
+castello, arrivano parecchi dei nostri soldati, gridando. Cento passi più
+in la, vedendo un uscio contro una ripa, e credendo che proteggesse una
+fontana, hanno sfondato quell’uscio e trovata una cantina, riccamente
+fornita di botti, donde hanno cominciato a spillare. C’è da sgridarli? No
+davvero; piuttosto da fare una partaccia al ministro, che allibbisce e
+balbetta non so che. Ma non è il caso di andare in collera; il disgraziato
+non franca la spesa. Si va tosto alla cantina, e si mettono i piantoni,
+perchè tutti bevano, in ordine, con discrezione, con misura, con garbo,
+senza sprecare la grazia di Dio.
+</p>
+
+<p>
+Falconara mi è rimasta in mente per un altro episodio. Mi ero fermato sul
+piazzale, davanti ad un murello, dalla parte di Roma. La città eterna,
+essendo noi già tanto al basso nella valle, non si poteva vedere,
+intercettata com’era la vista da tante colline. Ma si vedeva Monterotondo,
+o piuttosto s’indovinava che fosse Monterotondo, dai lampi e dal rombo
+delle artiglierie, che incominciavano a farsi sentire. Guardavo laggiù,
+aspettando che le compagnie avessero finito di bere. Due soldati,
+frattanto, in un campo sotto i miei occhi, seguivano certi movimenti del
+terreno, che si andava alzando via via in una linea serpeggiante. Era
+facile indovinare che fosse: una talpa. I due soldati, puntando le
+baionette, da un capo e dall’altro della terra smossa, volevano chiuder la
+strada alla roditrice sotterranea.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè fate ciò? — domandai. — Sentite laggiù? Fra un’ora ci saremo anche
+noi, e potremo lasciarci la pelle. Morituri, lasciamo vivere quella povera
+bestia.
+</p>
+
+<p>
+— Devastano i campi, le talpe; — mi rispose uno di loro.
+</p>
+
+<p>
+— E lasciate che devastino. Ce ne vorrei trecentomila, a Falconara, e che
+non lasciassero in piedi un gambo di grano o un piede di vigna.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Così fosti salva, o povera talpa di Falconara. Possa tu aver provate le
+gioie della famiglia, ed essere stata consolata di numerosissima prole!
+</p>
+
+<p>
+Digiuni di cibo, a mala pena rinfrescati dal vin cotto della cantina
+sotterranea, si va, si accorre al cannone. A mezza strada c’imbattiamo in
+un contadino che fugge.
+</p>
+
+<p>
+— Che c’è? — gli domandiamo.
+</p>
+
+<p>
+— Garibaldi jè dà ’na bella battuta; — ci risponde, seguitando a correre.
+</p>
+
+<p>
+— Buone notizie! perchè dunque scappi così?
+</p>
+
+<p>
+— Io non scappo, torno a casa.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+E via come il vento. Lo lasciamo andare, facendo un po’ come la guardia
+svizzera del Vaticano a cui (se la leggenda è vera) avevano data la
+consegna di non lasciar entrare nessuno. — Non si entra! — gridò il soldato
+ad uno che voleva forzar la consegna. — Ma io esco; — rispose il cittadino.
+— Allora passi! — conchiuse lo svizzero.
+</p>
+
+<p>
+Come abbiamo lasciato andare il contadino inerme, non lasciamo andare otto
+o dieci armati, che son fuggiti dal campo. Li abbiamo incontrati davanti ad
+una casupola, dove si sono affollati, chiedendo in malo modo da bere.&nbsp;—
+“Che fate voi altri? perchè non siete al fuoco?„ domanda il maggiore.&nbsp;—
+“Tutto è perduto; si salva chi può„ ci rispondono essi. — “Ah sì?„ grida il
+maggiore. “Allora deponete i fucili„.
+</p>
+
+<p>
+Non vorrebbero; ma egli incalza. — “I fucili, sì; parlo turco? i fucili,
+che non sapete portare. A voi, — soggiunge, volgendosi a quelli dei nostri
+che ne sono ancora sprovveduti, — levate le armi a queste....„ E lascio il
+resto nella penna.
+</p>
+
+<p>
+Disarmati, non senza difficoltà, nè senza scapaccioni, filano borbottando,
+verso Montelibretti. Uno solo, com’è alla prima svolta della strada,
+ardisce far fronte indietro e intuonarci un saluto beffardo. Gli si punta
+addosso un fucile, e lui via, come una lepre, a raggiungere i valorosi
+compagni. E per fuggire così, quei disgraziati erano dunque venuti innanzi
+poche ore prima? Che orrore, il soldato che fugge! Già l’ho sempre detto;
+io; l’uomo non è quella bellezza d’animale ch’egli vorrebbe far credere nei
+suoi trattati di zoologia; e spesso ci vuole tutta la sapienza d’un sarto,
+per renderlo tollerabile. Ma l’uomo che fugge, è una cosa a dirittura
+indecente.
+</p>
+
+<p>
+— Vuoi scommettere, — mi dice il maggiore, — che non c’è niente di vero in
+ciò che hanno raccontato quei mascalzoni?
+</p>
+
+<p>
+— Tengo con te, — rispondo, — e ci arrischio tutto quello che ho in tasca.
+</p>
+
+<p>
+— Allora sia per non detto; — conclude egli ridendo. — Ci hai messo la
+<i>mezza sesta</i>.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+La <i>mezza sesta</i> era una volta, in genovese, l’aumento di prezzo che si
+faceva ai pubblici incanti. Si ripete ancora per celia, quando uno, dicendo
+più di noi, vuol guadagnarci la mano. E basti della celia, e dell’episodio
+ond’è nata.
+</p>
+
+<p>
+Si corre, si corre, temendo sempre di non giungere a tempo, si corre ancora
+con la lingua fuori, come i cani da caccia. Finalmente, ci siamo; s’è
+afferrata una collina, dalla cui sommità si vede benissimo la borgata di
+Monterotondo, stretta intorno alle mura di un grande edifizio, il palazzo
+Piombino, dalle cui finestre e dall’orlo del muro di cinta che ne protegge
+gli accessi, partono lingue di fuoco. Alquanto più giù, certamente in una
+spianata sotto il muro, è l’artiglieria dei Pontificii, che manda ad ogni
+tanto un lampo ed un tuono. Dal versante della collina per cui scendiamo
+spediti, siamo forse a settecento metri dalla piazza, poichè tra il lampo e
+il tuono non passano che due minuti secondi. La scena è maravigliosa,
+illuminata da un sole stupendo. Anche noi, sfilando per due sul declivio
+del prato, con le nostre baionette luccicanti, dobbiamo fare una bella
+figura: certamente di là amici e nemici hanno veduta la nostra ordinanza. I
+primi a darcene un cenno sono i nemici. Il palazzo Piombino ha davanti a sè
+una valletta, fiancheggiata da due eminenze, da due creste di poggio. La
+meridionale è coronata d’un edifizio, il convento dei Cappuccini, la
+settentrionale di un altro, il convento di Santa Maria, che non so a quali
+frati appartenga. La valletta, dalla parte nostra, ha un canneto. Noi,
+tirati insensibilmente dalla piega del prato, voltiamo verso i Cappuccini,
+e al passo del canneto ci salutano cinque o sei palle, gnaulando. Vengono
+senza dubbio dalle finestre alte del palazzo Piombino. Nessuno è ferito,
+quantunque si offra bersaglio sicuro e continuo, sfilando lenti, come
+facciamo, per non dar cattiva opinione di noi.
+</p>
+
+<p>
+Ci hanno veduti anche i nostri. Di là dal canneto alcuni ufficiali vengono
+alla nostra volta. Uno di essi è a cavallo: riconosciamo il colonnello
+Frigésy, un bravo ungherese, venuto a combattere con Garibaldi le battaglie
+della indipendenza italiana. È con lui il suo giovane aiutante, Pietro del
+Vecchio. L’uno e l’altro ci accolgono a braccia aperte.
+</p>
+
+<p>
+— Giungete a tempo, non dubitate, — ci dicono. — Si è attaccato subito,
+questa mattina, con le poche forze che si avevano alla mano, aspettando i
+battaglioni via via d’ogni parte. Ma gli Antiboini resistono fieramente.
+Hanno anche dell’artiglieria; due cannoni impostati all’ingresso del
+palazzo Piombino. Bisognerà prenderli, o farli tirar dentro ad ogni costo.
+Garibaldi è laggiù con Menotti a Santa Maria, proprio sotto le mura. Ha due
+cannoncini, presi da una villa signorile; ma fanno poco. Ora il fuoco si è
+un po’ allentato; si aspetta di fare dopo il mezzogiorno un colpo decisivo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Le notizie date dal Frigésy erano buone per noi. Ricambiammo le nostre,
+d’essere venuti correndo da Nerola, d’esser digiuni e senza viveri. Il
+bravo colonnello ordinò tosto al suo aiutante di guidarci verso i
+Cappuccini, dov’era il suo quartiere, e di farci dare un pane a testa. Era
+bigio, di munizione, e, cosa rara, eccellente. Ma vedete stranezza: ci era
+passata la fame; e così, dopo averne sbocconcellato un orlo, tralasciammo
+di mangiare, mettendo il nostro pane ad armacollo, chi con funicelle, chi
+con fazzoletti, chi con le fasce azzurre, levate di torno alla vita.
+</p>
+
+<p>
+Ai Cappuccini regnava la bella confusione degli accampamenti improvvisati.
+Non mancava la nota triste, per un buon numero di feriti, che erano stati
+collocati sulla paglia nel refettorio del convento. I monaci dalle grandi
+barbe grigie facevano il debito loro come infermieri e consolatori. Chi sa
+che cosa pensavano in cuor loro quei frati? Sui loro volti non si vedeva
+dipinto che affetto e bontà. Del resto, non avevano a lodarsi troppo delle
+schiere pontificie, donde partiva il fuoco che devastava il convento,
+mettendo le lor vite a gran rischio e sforacchiando con le palle da cannone
+il muro di cinta della loro villetta. Tra i feriti e tra gl’illesi della
+colonna Frigésy noi salutavamo intanto amici parecchi, fratelli d’armi del
+’66, compagni di baldoria o di passeggiata in tutte le città italiane.
+Erano ciarle senza fine, discorsi senza capo nè coda, domande e risposte
+intrecciate, interrotti, vaganti su tutti gli argomenti possibili e
+immaginabili. Tra tante notizie, due sole ci furono acerbe: il colonnello
+Mosto e il capitano Uziel erano caduti quella mattina, feriti quasi ad un
+punto, nel riuscir che facevano da una vigna sul piazzale del castello
+Piombino. Li avevano trasportati al convento di Santa Maria: il primo con
+una palla alla noce del piede, il secondo con una palla nell’addome. Poveri
+amici!
+</p>
+
+<p>
+Il fuoco era cessato, o quasi. Seguiva un momento di sosta, nell’attacco e
+nella difesa. In battaglia, si sa, la munizione si serba volentieri per i
+momenti decisivi. Garibaldi (lo seppi poi) approfittava di quell’ora per
+dar le disposizioni opportune ad impedire che una colonna di Pontificii
+uscita da Roma, venisse in soccorso ai difensori di Monterotondo.
+L’operazione gli riuscì magnificamente. Nè altro io ne dirò: queste note
+son di viaggio, e di carattere personale; accennano episodii, aneddoti,
+cose vedute e sentite; non hanno e non possono avere la pretesa di
+raccontare una guerra.
+</p>
+
+<p>
+Anzi, se permettete.... Ma no, non vorrei farvi perdere lo spettacolo di
+quella sera, di quella notte e della mattina che seguì, indimenticabili
+tutte. È un quadro, rimasto intiero nella mia mente, un quadro
+maraviglioso, strano, a luce rossastra, come certi finali di azioni
+coreografiche, dove i fuochi di Bengala confondono e trasformano,
+ingrossano a proporzioni fantastiche uomini e cose. Non ci rinunzio,
+adunque; racconterò. Ma badate, non è la storia delle operazioni ch’io
+faccio; sono i ricordi miei che metto in carta, le mie sensazioni che
+esprimo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap10">X.
+<span class="smaller">
+La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Lassù ai Cappuccini, e poi alla cascina Villerma dove ci mandarono a far
+campo, si rimase lungamente in attesa, d’ora in ora aspettando l’ordine di
+marciare. A romper la noia veniva di tanto in tanto qualche schioppettata,
+con cui gli Antiboini (chiamati allora gli Antiboiani da tutto il nostro
+piccolo esercito) tenevano l’occhio in esercizio. Verso le quattro venne da
+noi un ufficiale, aiutante o guida che fosse, per recarci gli aspettati
+comandi del capo.
+</p>
+
+<p>
+A proposito, come si conoscevano gli ufficiali? Pochissimi, come il
+colonnello Frigésy, come il generale Fabrizi e il capitano Alberto Mario
+suo sottocapo di stato maggiore, avevano la camicia rossa e i distintivi
+del grado intorno al berretto: quei pochissimi, naturalmente, portavano al
+fianco la rivoltina e la sciabola. Pochi altri avevano solamente il
+berretto e la sciabola; i più, solamente la rivoltina, e vestivano alla
+borghese, come i soldati, anch’essi capitati al confine coi loro arnesi
+cittadineschi, signorili o popolani, con cui erano fuggiti da casa; e
+immaginate in che stato, oramai! Soltanto dopo la vittoria di Monterotondo,
+i comitati avendo potuto mandare a quella stazione parecchie centinaia di
+coperte di lana, gialle o lionate, listate di rosso, di quelle che servono
+ai cavalli nelle scuderie, i volontarii avevano preso a farci un taglio nel
+mezzo, e nel verso della lunghezza, tanto da poterci passare la testa, in
+modo che ricadessero i lembi sulle spalle e sul petto, come le pianete dei
+preti. Quei lembi riuscivano tuttavia un po’ più corti; ma non senza
+grazia, per certi partiti semplici di pieghe che facevano sugli omeri,
+arieggiando nel garbo e nella varietà del colore il <i>poncho</i> americano di
+Garibaldi. Quanto ai cappelli, se ne vedevano di tutte le fogge; pioppini a
+cencio, pioppini a testiera soda, cocuzzoli acuti e falde più o meno
+larghe, alla calabrese, all’Ernani, alla Bolivar, e via discorrendo.
+Mancava il Lobbia, che ancora non era stato inventato dalla Regia dei
+tabacchi. C’era per contro un cappello a staio, della forma più rilevata,
+della freschezza più autentica; il cappello di Stefano Canzio.
+</p>
+
+<p>
+Il futuro generale dell’esercito dei Vosgi era ancora semplicemente
+maggiore, com’era uscito, ma con una medaglia d’oro al valor militare,
+dalla giornata di Bezzecca. Indossava, secondo il suo costume invariabile,
+un tutto vestito di nero; secondo il costume della sua gioventù, portava in
+testa un cappello all’imperiale, dall’alta testiera lucidissima, con le
+falde fortemente incurvate sulla fronte e sulla nuca, fortemente rialzate e
+quasi rivoltate alle tempia, e largamente orlate d’una trina di seta.
+Compiva il suo abbigliamento cittadino un largo e lungo mantello bigio di
+cavalleria, dal cui lembo anteriore, stando egli a cavallo, usciva la
+destra, portando una carta di stato maggiore.
+</p>
+
+<p>
+Era ancora maggiore, vi ho detto, il futuro cavaliere della carica di
+Prenoy, e delle tre giornate di Digione, il futuro generale della quarta
+brigata che doveva coprirsi di gloria alla fattoria di Pouilly; ma anche in
+quel grado secondario era già il braccio destro di Garibaldi, e si trovava
+un po’ da per tutto, per far eseguire gli ordini di lui, o per trovar egli
+stesso cose nuove, ispirazioni sue dal terreno, dalle mosse del nemico, da
+ogni circostanza, insomma; partecipando in ciò della prontezza di spirito
+del suo generale. Io ho veduto dei valorosi, con Garibaldi, l’epico,
+l’incomparabile eroe, l’arcangelo delle battaglie; ne ho veduti moltissimi,
+saldi al fuoco, calmi al pericolo, irruenti, magnifici, solenni, eleganti,
+tutto ciò che si vuole, tutto ciò che è lecito immaginare, secondo le varie
+forme del coraggio umano. Ma in verità non ho veduto mai nessun valoroso,
+tra gli ufficiali superiori del grande Capitano, che come Stefano Canzio,
+alla fermezza, alla imperturbabilità, allo slancio di tanti e tanti altri,
+accoppiasse uno spirito così alacre, un ingegno così fecondo di utili
+novità, una grazia così serena, una perspicacia così viva nei momenti più
+critici.
+</p>
+
+<p>
+Aggiungete che egli, possedendo la serenità e il buon umore, sapeva
+comunicare altrui l’una e l’altro. Ma quello che negli altri era
+appiccaticcio e girava facilmente allo spensierato, in lui era natura di
+mente lucida che non cessava mai di riflettere, che non perdeva di vista
+nessuna particolarità della battaglia e sapeva trar partito da tutte. Un
+sorriso e una celia, passando, erano gittati agli amici; ma l’occhio
+guardava intorno e giungeva lontano, vedeva dove fosse da rimediare, dove
+da portare un aiuto, dove da togliere un inutile spreco di forze, quando da
+rallentare, quando da tener fermo, quando da spingere. Se tutto non andò
+per il meglio, in quella guerra improvvisata, bisogna dire che le forze
+date dall’Italia d’allora non erano pari al bisogno, e che i miracoli non
+sono faccenda di tutti i giorni. Ma questo è un altro discorso: tornando a
+Stefano Canzio, conchiuderò che in lui il soldato moderno era compiuto, sul
+campo; vera stoffa di generale, e di quelli che non nascono tutti gli anni,
+nè su tutti i bollettini di avanzamento. Se avessi ancora i miei vent’anni,
+con quell’uomo per comandante, vorrei andare in capo al mondo, certo di far
+sempre una buona figura. E basta, oramai: a buon conto mi sono sfogato. Io
+sono di quelli a cui il dir bene della gente, quando n’è il caso, non ha
+mai l’atto nodo alla gola.
+</p>
+
+<p>
+Dov’eravamo rimasti? Ah, coll’ufficiale venuto a recarci istruzioni. E
+piacevoli, infatti, poichè si trattava di muoverci. L’assalto era stabilito
+per quella sera, sempre dalla parte del castello e della porta Pia che gli
+stava da presso, un po’ verso tramontana. Anche il borgo di Monterotondo
+aveva la sua porta Pia, come Roma, e con uguali destini.
+</p>
+
+<p>
+Ma qui non sarà inutile uno scampoletto di descrizione. Monterotondo, il
+<i>Mons Eretum</i> degli antichi, ricco di forse duemila quattrocento abitanti,
+ricordevole a me per aver dato i natali a Raffaello Giovaglieli, mio buon
+compagno d’armi e di penna, sorge alla sinistra del Tevere, presso la
+strada ferrata che da Roma conduce ad Orte, e comanda la carrozzabile che
+volta risalendo per Rieti; quella stessa che noi avevamo fatta a ritroso. È
+rafforzato di mura dalla parte dei monti, e ci ha due porte, la Pia che ho
+accennata, e l’altra, assai vicina, che mette al piazzale del castello
+Piombino; così detto perchè oggi appartenente ai Boncompagni Ludovisi,
+principi di Piombino. Ma in altri tempi era dei Barberini, il cui stemma,
+azzurro seminato di api d’oro, vi è ripetuto dentro, per tutte le grandi
+sale, sulle pareti, nelle fasce sovrapposte, e credo anche nei soffitti.
+Dall’altra parte, verso il Tevere, non ci sono più mura; il borgo scende a
+ripiani di casupole e d’orti pensili verso un burrone, al cui piede corrono
+fossatelli, sentieri e tragetti fino alla stazione della strada ferrata.
+Noi avremmo potuto attaccarlo di là, donde non era murato: ma del non
+appigliarci a quel partito c’erano parecchie e buone ragioni: aspra la
+salita; frastagliato, anfrattuoso il terreno; ogni scaglione difendibile
+con mezza squadra d’uomini, che avrebbero fatto per cento. Inoltre, con
+pochi drappelli, non ancor battaglioni veri, e già embrioni di colonne, ma
+composti per la più parte di gente nuova al fuoco, Garibaldi giustamente
+temeva che troppi non si sbandassero all’assalto. Quella stessa mattina
+anche ad attaccare dalla parte del castello, dove tutti gli uomini si
+potevano invigilare e tener quasi sotto la mano, non se n’erano forse
+sbandati parecchi? Noi li avevamo pure veduti, gli otto o dieci fuggiaschi!
+</p>
+
+<p>
+Ed ora, al racconto. Guidati dall’ufficiale al posto che ci era assegnato,
+non andammo diritti verso il nemico, ma con una contromarcia in mezzo ai
+vigneti riuscimmo alle spalle dei Cappuccini. Scendevano frattanto le ombre
+della sera, e noi potevamo vedere i lumi che via via si accendevano nelle
+stanze del castello, e negli ultimi piani delle case vicine. Ad un certo
+punto l’ufficiale ci disse: — È là; accostatevi quanto più potete alle
+mura, ma senza strepito, che il nemico non si senta guardato da quella
+banda, donde forse tenterà di fuggire col favor della notte, e dove voi
+dovrete inchiodarlo.
+</p>
+
+<p>
+Questo ed altro che ci aveva detto l’ufficiale, bastò al maggiore Burlando
+per distribuire le sue forze. Una compagnia prese a destra, per collegarsi
+col battaglione Tanara che occupava una casa in costruzione, davanti
+all’ingresso del castello. La comandava Enrico Razeto, già tenente, e quel
+giorno innalzato al grado di capitano, poichè il Pietramellara, per un
+ufficio di qualche importanza, come pratico assai del servizio ferroviario,
+era stato mandato ad occupare la stazione di Monterotondo. Con me e collo
+Stangolini, sotto il comando immediato del maggiore, marciarono la seconda
+e la terza, tenendosi, quanto più il terreno permettesse, collegato alla
+prima. Così giungemmo davanti ad un canneto. I canneti, lassù, per lo
+spesseggiar dei fossati, si alternavano colle vigne. Quello era il più
+vicino all’abitato; subito dopo il canneto si affondava il letto d’un
+rigagnolo; di là si rizzavano le mura del castello Piombino. A cinquanta
+passi dal canneto, ordinato un breve alto, il maggiore ci ripetè la
+raccomandazione di andar cauti. Volendo, con un po’ d’attenzione e di
+calma, potevamo trafugarci tutti là dentro, senza far stormire una foglia.
+Ma sì, come persuadere a duecento uomini lo stesso grado di attenzione e di
+calma? Entrati nel canneto, sentono il terreno discendere; si aggrappano
+tutti alle canne; si rompono qua e là i fusti nodosi e si divelgono
+stridendo. Il rumore ha destata l’attenzione del nemico; non siamo ancor
+tutti in basso, e dalla spianata che è davanti al castello si scorge un
+lampo, e un tuono lo segue; col lampo e col tuono una grandine di ferro
+percuote, flagella, dirompe il canneto; grida e gemiti rispondono allo
+schianto improvviso.
+</p>
+
+<p>
+Non c’è modo di raccogliere i feriti, per allora, nè di contare i morti; la
+bisogna più urgente è di correre al posto. Taciti, ma fortemente commossi,
+stringendoci la mano come non avevamo fatto mai, raggiungiamo il muro, e ci
+mettiamo in agguato. Intanto, al primo colpo della mitraglia nemica verso
+il canneto, si sveglia una tempesta che obbliga i difensori a guardarsi su
+tutta la linea di difesa: le bande si spingono sotto; è da una parte e
+dall’altra un fuoco d’inferno, che dura lungamente nella notte. I nostri,
+dalla spianata tentano di avvicinarsi alle porte; ma inutilmente, da
+principio: la gragnuola delle palle è così fitta da mozzare il fiato. Dopo
+un’ora di quel frastuono si giunge ad accostare della stipa alla porta
+minore, e ad appiccarvi il fuoco. Alla vampata fumosa si rischiara un po’
+l’aria, e in quella mezza luce rossastra si agitano ombre nere di
+assalitori. Voci dall’alto del muro, come quelle delle furie dantesche dal
+sommo delle mura di Dite, s’intrecciano in un suono con le voci del basso,
+e in quel suono assordante si distinguono a tratti le più feroci ingiurie,
+le più pazze imprecazioni, le più strane contumelie che siano mai state
+pensate in due lingue e in una ventina di dialetti. — <i>Lâches Garibaldiens!</i>
+— Sì, venite, qui, canaglia, e ve lo daremo noi il <i>lâches</i>! — Carne venduta!
+— <i>Vauriens! chenapans!</i> — Brutti boia! — Assassini! — <i>Brigands!</i>&nbsp;—
+Mascalzoni! <i>Fioi de cani! Pito ch’i seve!</i> E taccio, per ragioni facili a
+indovinarsi, le gentilezze maggiori; tralascio sopra tutto le genovesi e le
+livornesi, che nel campo della ingiuria salace ottengono certamente la
+palma. Ma allora non urtavano i nervi, non suonavano male all’orecchio; la
+gravità del momento solenne toglieva la volgarità all’improperio, lo faceva
+parere epico, omerico, tra il piombo che fischiava e crepitava per ogni
+dove, mentre la fiammata si vedeva salire in vorticosi giri, e un gran
+fumo, screziato di faville fantasticamente danzanti, involgeva le mura.
+</p>
+
+<p>
+Il nostro maggiore non era stato alle mosse: aveva sentito gridare in
+genovese; certamente la prima compagnia era impegnata; e lui sotto, e noi
+dietro a lui, restando poca gente all’agguato. Ma che agguato, oramai? Il
+presidio pensava a difendersi, non a fuggire. Tutti quanti, in breve,
+correvamo verso la casa in costruzione, donde si sentivano i nostri
+genovesi, e donde giungevano a noi le sonore invocazioni parmensi di
+Faustino Tanara. Di lassù una più bella fiammata si vedeva più oltre,
+davanti a porta Pia. Stefano Canzio aveva avuta una delle sue felici
+ispirazioni. Raccolto dai vicini casolari tutto lo zolfo avanzato ai coloni
+dalla cura dei vigneti, ne aveva fatto una carrettata, con molta stipa e
+tronchi di legno. Il carretto era stato spinto contro la porta, e un
+ragazzetto, garibaldino precoce, andando dietro la mobile catasta, le aveva
+appiccato il fuoco. Bravo ragazzetto volontario, vorrei ricordare il tuo
+nome! E si salvò ancora, il coraggioso, tornò illeso alle file. Nè i
+difensori valsero a spegnere il fuoco; tardi pensarono all’acqua; di
+spalancar la porta, liberare il passo da quel brulotto rotabile, non c’era
+nemmeno a pensare; i nostri, avanzati sotto il muro, e là nascosti in
+attesa, avrebbero fatta in due salti la strada per entrar dentro alla
+svelta. Ce n’erano dei morti, lì davanti, in gran numero: li vedemmo la
+mattina, tutti colpiti alla testa, alla gola, al petto, o caduti bocconi,
+sulla propria ferita, i valorosi!
+</p>
+
+<p>
+La fiamma aveva fatto presa; in breve ora si abbronzarono, si arroventarono
+gli assi chiodati; divamparono, cigolarono le poderose imposte, diventando
+di bragia; un’ora dopo, la breccia era fatta; tra gli avanzi del carretto e
+quelli dell’uscio, mentre cadevano ancora a falde incandescenti i brandelli
+di legno, si ficcarono dentro i più animosi, dilagarono nella strada
+maggiore del borgo, mentre i difensori, chiuso da quella parte l’uscio
+ferrato del castello, si mettevano al riparo. Un altro assalto, un’altra
+fiammata avrebbe dovuto snidarli; ma oramai la difesa poteva durar poco;
+più per guadagnar tempo ed agio alla resa, si erano rinchiusi, che non per
+vender cara la vita. Due ore dopo, incalzati in quell’ultimo covo,
+gridarono di volersi arrendere. A discrezione, per altro; così voleva
+Garibaldi, che fu poi generoso, e li rimandò tutti (erano forse
+quattrocento) al confine italiano.
+</p>
+
+<p>
+Quella mattina, all’alba, vedemmo Garibaldi in tutta la gloria del suo
+trionfo. Era venuto sopra un piazzale, e sedeva sopra un muricciuolo, donde
+si scopriva la campagna verso il Tevere. Indossava la camicia rossa e i
+calzoni bigi chiari, affondati nelle trombe degli stivali alla scudiera, in
+una delle quali era collocato un lungo stile, dalla guaina e dalla
+impugnatura gentilmente cesellata. Quel gingillo era la sua misericordia;
+certo, in un brutto frangente ne avrebbe usato, non volendo esser preso
+vivo da soldati del papa. Portava sulla camicia il suo <i>poncho</i>, non quello
+di panno grigio della campagna antecedente in Tirolo, che era nel fatto, e
+salvo poche modificazioni, un mantello di cavalleria; ma un <i>poncho</i>
+americano autentico, di stoffa a colori, vergato di rosso e di azzurro, che
+io non so come l’arte scultoria non ami ritrarre più spesso, tanto è
+elegante di caduta e di pieghe. Non aveva il solito cappello catalano,
+dalla falda arrovesciata tutto intorno alla testiera e foderata di velluto;
+portava invece un cappello alla calabrese, di feltro nero, finissimo,
+contornato d’un largo nastro di seta. Era di lieto umore; la vittoria
+colorava d’un tenero incarnato il suo viso, negli ultimi anni un po’ cereo;
+la barba aveva ancora bionda, con riflessi dorati, il labbro vermiglio,
+dolcissimo, e il sorriso affascinante come la voce. Dal 1860, quando egli
+era a Genova, per preparare la spedizione di Sicilia, non avevo mai più
+veduto Garibaldi così giovane, così vivace nell’aspetto, così poeticamente
+bello.
+</p>
+
+<p>
+Erano intorno a lui Menotti e Ricciotti, Stefano Canzio ed altri ufficiali
+superiori. Egli riposava un istante, e riposando speculava tutto intorno la
+campagna. Noi, ottenuto l’abbraccio ch’egli dava volentieri ai suoi
+Genovesi, tornammo al nostro primo alloggiamento della cascina Villerma,
+dopo aver raccolti i nostri morti e i nostri feriti. Avevamo avuto una
+ventina d’uomini fuori combattimento. Ma io, prima di ritornare alla
+cascina Villerma, ero anche andato al convento di Santa Maria, tramutato in
+ospedale, per vedere il colonnello Mosto e il capitano Uziel, feriti;
+l’ultimo dei quali aveva allora allora mandato attorno un compagno d’armi a
+chieder notizie di tutti gli amici: dolce pensiero e solenne curiosità di
+morente!
+</p>
+
+<p>
+Povero Uziel! Avevano potuto trasportare mezz’ora prima in una casa privata
+il suo comandante Antonio Mosto; lui no, che la ferita, gravissima per la
+posizione e non ancora esplorata, non permetteva di levarlo dalla paglia su
+cui era stato deposto. Mi vide, e i suoi occhi morati brillarono, e un
+sorriso gli sfiorò le pallide labbra ombreggiate da baffettini neri, tanto
+più neri su quel viso smorto. Mi tese la mano e volle stringer forte la
+mia, ma non potè: ben poteva parlare, quantunque a mezza voce, per
+chiedermi di tutti gli amici. Diceva ad uno ad uno, lentamente, i nomi che
+gli venivano alla mente; ma era uno sforzo, e volli risparmiarglielo,
+dicendoli io come mi venivano ricordati.
+</p>
+
+<p>
+— Io son morto; — mi disse; — la palla è nel ventre.
+</p>
+
+<p>
+Gli rammentai allora qualche amico a cui era toccata una sorte uguale, e
+che pure non era morto. Accettò la consolazione, forse per non avere a
+discutere. Volle farmi vedere il suo portafogli, che aveva fatta deviare la
+palla, restandone lacerato in un angolo. E tante altre cose mi accennò, più
+che non disse, il povero Bepi, come lo chiamavamo noi tutti nella intimità
+della vecchia amicizia; nè tutte le cose che accennò sono da ripetersi qui.
+</p>
+
+<p>
+Giuseppe Uziel era nato a Venezia; fanciullo, coi parenti esuli, era venuto
+a Genova, e la nostra città fu patria seconda per lui. Qui studiò, amò,
+sofferse, divenne uomo, insomma, adoperandosi in tutte le lotte aperte, in
+tutte le preparazioni di lotta. Dal ’58 in poi non era stato tentativo
+patrio, non guerra, che non lo avesse volontario e prode soldato. Tale era
+stato in Lombardia, tale in Sicilia, tale nel Trentino e nell’Agro romano.
+Comandava la prima compagnia del primo battaglione genovese, agli ordini
+del Mosto; con lui saliva animoso all’assalto di Monterotondo, e là,
+davanti alla spianata del castello Piombino, una delle prime palle nemiche
+lo aveva fulminato nel ventre.
+</p>
+
+<p>
+Fin da principio non c’era da sperar nulla; ed io bene lo intendevo,
+prendendo commiato, e promettendo di ritornare. Più tardi, il vederlo
+resistere, mercè la sua vigorosa complessione, ai naturali progressi del
+male, lasciò credere che Giuseppe Uziel avrebbe potuto scamparla. Esplorata
+la ferita, tre giorni dopo la mia visita, anch’egli era stato trasportato
+in una casa privata, dove lo seguivano le amorevoli cure di due compagni
+d’armi, e donde ogni giorno uscivano parole di speranza a confortare gli
+amici.
+</p>
+
+<p>
+La mente dell’infermo era tutta agli eventi, alle fasi della campagna, ad
+ogni più minuto particolare dei fatti quotidiani. Noi, come e quando lo
+permettevano le distanze e gli obblighi del servizio, facevamo or l’uno or
+l’altro la trottata fino a Monterotondo, per vedere il povero Bepi. Come si
+colorava il suo viso smorto, come si ravvivavano i suoi occhi languidi,
+udendo che i nostri fuochi splendevano davanti a Roma, dalle alture di
+Marcigliana e di Castel Giubileo, e che Garibaldi si era spinto sul monte
+Sacro, coi due battaglioni genovesi, di contro alle porte della fremente
+città!
+</p>
+
+<p>
+Sapeva di esser condannato a morire; sorrideva incredulo ai pietosi
+pronostici; l’ultima cosa di cui si dèsse pensiero, sebbene gli dolesse
+atrocemente, era la sua triste ferita. E ne diede una nobile testimonianza
+nella sera del 3 novembre. L’atto suo, le parole, furono di uomo dei tempi
+antichi, allorquando pugnavano Epaminonda e Pelopida, cantava inni Tirteo e
+dettava istorie Tucidide.
+</p>
+
+<p>
+Mentana era perduta per noi. Dodici O quattordici migliaia di combattenti,
+bene armati, bene equipaggiati, muniti di artiglierie, non lasciati soli,
+nè sconfessati dai loro governi, soverchiavano i duemila intrepidi che
+tennero fermo al fianco di Garibaldi. Al rombo del cannone in lontananza,
+Giuseppe Uziel intese che si combatteva nella direzione di Tivoli, e il
+cuore gli soggiunse che avremmo vinto. Quattro ore più tardi, il fischiar
+delle palle fino a Monterotondo, lasciò capire al ferito che i suoi
+compagni d’armi avevano pur fatto una resistenza vigorosa, ma che la
+giornata era perduta, e il nemico alle porte del borgo.
+</p>
+
+<p>
+E allora, in un impeto d’amor patrio, tentò sollevarsi per la prima volta
+dal letto. Voleva la sua rivoltina, la voleva ad ogni costo.
+</p>
+
+<p>
+— Là.... alla finestra! — gridava. — Trasportatemi là; voglio morir là....
+facendo l’ultimo colpo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ed era già sceso a mezzo; ma le forze estenuate non corrisposero
+all’animoso proposito. Ricadde inerte sul letto, col rantolo in gola.
+L’agonia di Giuseppe Uziel era incominciata: tre giorni dopo, il valoroso
+carabiniere genovese era morto.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap11">XI.
+<span class="smaller">
+Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla
+Cecchina.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Continuerò? La tentazione è forte; ma è pur grande la riluttanza.
+Nondimeno, ci sono ancora dei ricordi buoni: raccontiamo dunque, alla
+svelta.
+</p>
+
+<p>
+Quel giorno, il 26 di ottobre, era stato speso nei pietosi uffici che vi ho
+detto e nelle cure del nostro collocamento alla cascina Villerma, buona e
+cara conoscenza del giorno avanti. Dormimmo là, occupando le poche camere,
+le scale, il fienile, la tettoia dei carri e via discorrendo. La mattina
+dopo, senza alcun merito mio, e senza gusto, vi prego di crederlo, ero
+chiamato come giudice al tribunal militare, improvvisato in Monterotondo.
+Si trattava di giudicare tre gendarmi pontificii, sfuggiti alla
+capitolazione, e per colpa loro; poichè, scambio di mettersi in riga cogli
+Antiboini, erano andati a rimpiattarsi in certe cantine, donde il popolo li
+aveva snidati. E c’era per giunta un fraticello domenicano, trovato
+nascosto anche lui, sebbene potesse, e con più ragione dei gendarmi,
+mettersi in mostra coi soldati, che lo avevano per cappellano militare. Che
+imprudenza era stata la sua! E serbava ancora un taccuino, nel quale aveva
+scritti giorno per giorno i suoi miti pensieri. C’erano invocazioni a
+Maria, abbastanza affettuose, per chiederle il trionfo della buona causa;
+ma c’erano anche delle impertinenze, che si possono dire da soldati, nella
+rabbia, ma che non si scrivono, a mente fredda, e anche meno da frati.
+S’intende che eravamo tutti briganti, per il bianco vestito annotatore; ed
+anche codardi. “Sono comparsi, — scriveva egli, — ma non osano accostarsi,
+i vili!„ Dove avesse poi presa questa notizia, lo saprà lui. I vili di cui
+sopra, appena comparsi, avevano attaccato. Ma non ci fermiamo a piatire per
+queste bazzecole. C’era di peggio, per lui. Parecchi soldati nostri
+affermavano con giuramento di averlo veduto, la mattina della battaglia,
+affacciarsi ad una finestra del castello, puntar la carabina e sparare:
+cosa anche meno da frate; almeno secondo le idee moderne sulla soggetta
+materia.
+</p>
+
+<p>
+Il tribunale era composto del colonnello Pianciani, presidente, di me, e
+del tenente Enrico Copello, giudici aggiunti; faceva da segretario il
+tenente Luigi Morandi, già noto all’Italia come gentile poeta, più tardi
+come prosatore valente e come maestro di umane lettere al giovane principe
+di Napoli.
+</p>
+
+<p>
+Così, mentre i miei compagni lasciavano improvvisamente gli alloggi della
+cascina Villerma per scendere sulla linea della strada ferrata in attesa di
+proseguire verso Roma, noi eravamo occupati a ministrar la giustizia
+sommaria. Il tribunale fu umano; mandò in prigione i gendarmi e in prigione
+il frate: quest’ultimo senza darne sentenza, che, dopo le testimonianze
+gravissime, sarebbe stata dolorosa, e rimettendo il giovane domenicano alla
+clemenza di Garibaldi. Ciò non era secondo le norme del diritto, nè della
+procedura penale; ma contentava la nostra coscienza, e cui non piace la
+sputi. Garibaldi lo lasciò in carcere, per custodirlo contro le ire di
+molti; l’ultimo giorno delle nostre imprese sul territorio nemico, il
+fraticello fu rilasciato libero al confine, senz’altro danno che la paura.
+Non fu riconoscente, per altro; e me ne duole moltissimo, rispettando io i
+frati, non essendo stato il più tiepido dei giudici a favorirlo, e avendo
+ottenuto dall’ottimo presidente che perorasse quella stessa notte presso
+Garibaldi la causa del disgraziato. Egli scrisse, di fatti, un anno dopo, o
+giù di lì, una <i>Mano di Dio negli ultimi avvenimenti</i>, in due volumi, se ben
+ricordo, dicendo corna dei giudici. Quel piccolo martirio incruento gli
+sarà giovato, del resto; credo che oggi sia cardinale; certo, del suo
+casato, ce ne son due nel sacro Collegio.
+</p>
+
+<p>
+Quella sera, mentre il Pianciani galoppava a Santa Colomba, dove Garibaldi
+aveva portato il suo quartier generale, io galoppavo in traccia dei miei
+compagni genovesi. Mi accolsero a festa, in un casotto di guardiani della
+strada ferrata; senza viveri al solito, ma con un fiasco di vin bianco,
+regalato dalla signora Mario, in compenso dell’averle trovato un ricovero
+per i cavalli della sua carrozza d’ambulanza.
+</p>
+
+<p>
+La mattina del 28 eravamo in marcia da capo, e occupavamo la chiesetta di
+Fornonuovo. Visitando la sagrestia, trovammo paramenti sacerdotali, che
+riponemmo nei cassettoni, sotto la guardia dei nostri soldati. Ma c’era
+anche un astuccio di cuoio, con le api barberiniane impresse in oro; dentro
+l’astuccio un bel calice con la sua patena d’argento, in alcune parti
+dorato. Vasi sacri; che ne faremo noi?
+</p>
+
+<p>
+— Ciccetta! — dice il maggiore al sottotenente Pozzo, un rosso simpatico,
+milite di tutte le guerre garibaldine, a cui il suo nome di Giovan Battista
+ha fruttato il vezzeggiativo genovese di Ciccetta. — Prendete questo
+astuccio, portatelo sulla collina, al Generale. Noi non vogliamo tenere in
+custodia argenterie. Non si sa mai; un giorno, qualche nemico pettegolo
+potrebbe gabellarci per ladri.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Garibaldi aveva posto il suo mobile quartiere a Santa Colomba. Va il nostro
+Pozzo lassù, e ritorna a sera inoltrata, ancora col suo astuccio tra le
+mani. Il Generale non ha voluto ritenere il deposito; gli scopritori ne
+facciano quello che credono. A noi, per la ragione accennata dal maggiore,
+dava noia tenerlo in custodia. Che custodia, poi, in guerra, con tanti
+pencoli di smarrirlo, o di lasciarlo sul campo? Una mia idea, venuta lì per
+lì, piacque molto al maggiore.
+</p>
+
+<p>
+— Domattina, se non si marcia al nemico, non possiamo fare una galoppata
+fino a Monterotondo? C’è lassù quel canonico Tolti, nella cui casa, ier
+l’altro, abbiamo mangiato, pagando la spesa, un pezzo di pan bigio e uno
+spicchio di lesso. Che ti pare? consegniamo il deposito a lui?&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Detto, fatto. All’alba del 29, saputo che si rimarrà tutta la giornata a
+Fornonuovo, inforchiamo i bucefali. Avevamo requisiti i due cavalli il
+giorno prima.
+</p>
+
+<p>
+Quello del maggiore era discreto; il mio aveva una bella apparenza, e
+trottava anche benino; ma aveva lo spavento, e quel moto convulsivo che a
+quando a quando gli prendeva nei muscoli esteriori dello stinco e flessori
+del piede, era una morte per chi gli stava sopra e per chi gli camminava
+vicino. Ben me ne avvidi a Mentana, che fui costretto ad appiedarmi, per
+non isfondare io stesso la mia compagnia con quella povera brenna
+arrembata, che faceva un passo avanti e due indietro.
+</p>
+
+<p>
+Giungiamo a Monterotondo, col nostro involtino penzoloni dal pomo della
+sella, e smontiamo dal canonico Totti; un vecchio di settantasei anni, alto
+alto, un po’ curvo nelle spalle e mezzo cieco. Ci fa buona accoglienza e ci
+domanda, non senza un po’ d’ironia interiore, se siamo già di ritorno dalla
+nostra marcia in avanti.
+</p>
+
+<p>
+— No, reverendo; fermi soltanto per poche ore, ma si prenderà la rincorsa.
+Eccole qua la ragione della nostra visita: abbiamo trovato questo negozio
+nella sagrestia della chiesetta di Fornonuovo. Sia che entriamo a Roma noi,
+sia che usciamo dal cosidetto patrimonio di San Pietro, com’Ella
+sicuramente ci augura, si celebreranno ancora delle messe a Fornonuovo ed
+altrove. Prenda questi vasi sacri in regalo, in consegna, come le parrà
+meglio; solo per nostra soddisfazione ci rilasci due righe di ricevuta.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Il canonico si profonde in ringraziamenti e in elogi; vuole da noi, per
+ricordo, un atto di consegna; per contro ci fa un atto di ricevimento, che
+il maggiore intasca e conserva. Noi si ritorna al nostro campo, dopo aver
+mangiato (e questo senza pagare, confessiamolo) un tozzo di pane e un mazzo
+di ravanelli, conditi con olio, sale e pepe; l’unica grazia di Dio che
+avesse allora in cucina il nostro vecchio ospite. Oh, non fo per dire, ma
+noi, nell’Agro romano, si è vissuti nell’abbondanza. Cincinnato e Fabrizio
+possono andarsi a riporre.
+</p>
+
+<p>
+Quella sera si ripartì con tutto il battaglione dalla povera sede di
+Fornonuovo, per andare alla poverissima della Marcigliana. Dico
+poverissima, perchè non ci trovammo niente, neanche una chiesetta da starci
+al riparo; per giunta, nella notte, senza fuochi, riposammo sotto una
+pioggia fitta, non avendo che il cappello tirato sulla faccia per coprirci
+i connotati, e le braccia incrocicchiate per difenderci il petto. La
+mattina del 30 avemmo lo spettacolo di un albero che pareva tutto carico di
+foglie, e ad un tratto le perdette tutte quante, sparpagliate in tutte le
+direzioni, senza che ci avesse lavorato il vento. Non erano foglie, ma
+corvi, che c’erano stati a dormire, e andavano a cercare la colazione.
+Beati loro! noi l’aspettammo fino a mezzogiorno, e fu una distribuzione di
+pan bigio, venuto dalla stazione di Monterotondo; magnifico, incomparabil
+presente del comitato di Terni.
+</p>
+
+<p>
+La sera del 30 siamo in marcia da capo, e giunti a Castel Giubileo abbiamo
+l’ordine di fermarci a bivacco. Parecchie squadre, comandate, vanno attorno
+per legna, di cui fanno cataste sulla fronte del campo, dalla parte di
+Roma. L’eterna città deve scorgere i nostri fuochi, allineati a sette
+chilometri dalle sue mura. Garibaldi vede il suo piccolo esercito dall’alto
+di una eminenza su cui è murato un edificio nerastro che ha per l’appunto
+il nome di Castel Giubileo. La guida del Baedeker dice che la fabbrica si
+denomina da una famiglia Giubileo; ma in pari tempo nota che il castello fu
+edificato nel 1300 da Bonifazio VIII. Ecco due notizie diverse e mal
+maritate da un compilatore frettoloso. Se è il papa Caetani che ha fatto
+edificare il castello nel 1300, è chiaro che il nome di Giubileo deriva per
+l’appunto dalla grande solennità cattolica apostolica e romana di
+quell’anno, e la famiglia Giubileo non ci ha niente a vedere. La eminenza
+su cui il castello è murato era l’acropoli dell’antica Fidene; piccola
+acropoli di ottantun metro d’altezza, per una piccola città di poche
+migliaia d’abitanti.
+</p>
+
+<p>
+Pensando che avrei dormito poco, sul ciglio della strada, e non avendo
+nessuno di noi un pizzico di tabacco per caricare la pipa del maggiore, la
+famosa pipa che faceva il giro della brigata come la coppa convivale degli
+antichi, feci la salita del castello, per andare a chiedere un po’ di
+limosina agli amici del quartiere generale. Garibaldi, fiore di cortesia,
+saputo il bisogno mio, volle regalarmi addirittura un mazzo di sigari di
+Nizza; i suoi prediletti, per ragione della terra natale, io credo, non già
+per la intima bontà della concia; sigari biondi chiari, con un sapore di
+foglia di castagno, a cui non seppi avvezzarmi. Gli amici li gustarono
+meglio: tanto che me li presero tutti. Ma io non portavo solamente sigari,
+da castel Giubileo; portavo anche notizie e induzioni. Due guide borghesi
+erano annunziate e introdotte presso il generale, mentre io stavo lassù.
+Non erano semplici guide, erano amici travestiti; uno di essi, il maggiore
+Guerzoni. Venivano allora da Roma, donde avevano potuto uscire con un
+pretesto, in arnese da contadini. Recavano l’annunzio che tutto era pronto
+per una insurrezione in città; ma che, per incominciare, si voleva aver
+Garibaldi alle porte. Era facile d’indovinare la risposta del generale, e
+facile d’intendere che quella notte si sarebbe dormito poco.
+</p>
+
+<p>
+L’ordine di marcia fu dato alle quattro del mattino. Splendevano ancora i
+nostri fuochi sulla fronte del campo, e il piccolo esercito, precedendolo i
+carabinieri genovesi, era in marcia per certe colline sulla sinistra della
+strada maestra. Quante colline, o Dei immortali! Pareva che non volessero
+finir mai. E tutte simili, ancora; basse, lunghe, ignude, frammezzate da
+insenature, frangiate qua e là da un po’ di macchia nana, il cui verde cupo
+contrastava col verde tenero delle praterie, che in quella penombra
+s’intravvedeva tinto di brina. Un odor di mentastro, abbastanza gradevole,
+ci giungeva alle nari, a mano a mano (quasi sarebbe il caso di dire a piede
+a piede) che noi calpestavamo l’erba di quei prati; i quali non volevano
+finir mai. Ne abbiamo misurati sei chilometri almeno.
+</p>
+
+<p>
+Cauti e spediti ad un tempo, silenziosi, con avanguardie e fiancheggiatori,
+osservando tutte le insenature, esplorando tutte le piccole macchie,
+procedono i nostri due battaglioni. Sempre più volgendo a sinistra, verso
+le otto del mattino vediamo il primo segno d’uomini in quella solitudine;
+una casa sopra un rialzo di terreno e un muro di cinta, che indica una
+fattoria. È il casale, anzi l’osteria della Cecchina. C’è un oste, ma senza
+vino, bensì con un pozzo in mezzo al cortile, e perciò con dell’acqua a
+volontà; un’acqua che egli ci offre, o ci lascia prendere, rompendola con
+una filza di sagrati. Par di sentire il locandiere di Rieti.
+</p>
+
+<p>
+Riposiamo un tratto, bevendo acqua, e ci frughiamo nelle tasche per
+ritrovare un’ultima crosta di pane. Improvvisamente, si dà il comando di
+rimetterci in marcia. Si sono sentiti degli spari, laggiù a mezzogiorno.
+Corriamo uscendo dal cortile, per una carraia che va verso Roma. Che
+cos’era avvenuto? Garibaldi, uso a muover sempre alla testa delle proprie
+avanguardie, aveva incontrato laggiù, a Casal de’ Pazzi, una vedetta
+nemica; quattro o cinque cavalieri pontificii, che avevano scaricate contro
+di lui le loro pistole d’arcione, fuggendo tosto a galoppo, a carriera.
+Egli era rimasto illeso; ferito appena, ma leggermente, uno de’ suoi
+ufficiali.
+</p>
+
+<p>
+Ci avviciniamo anche noi a Casal de’ Pazzi, dove abbiamo queste notizie. La
+fabbrica non è di casale che nella apparente rusticità dell’intonaco: nel
+complesso della membratura è un palazzo, e ci pare un castello murato tra
+il cinquecento e il seicento; rammodernato nell’ottocento, s’intende. Sarà
+quel che vorrà essere; io, curioso della campagna e della prospettiva, non
+sono entrato a vederlo. Mi par di ricordare che fosse un’abitazione
+abbastanza signorile; rammento di aver letto nei <i>Miei ricordi</i> di Massimo
+d’Azeglio che così l’avesse ridotta un cardinal Morozzo, suo zio, che non
+pare ne fosse lodato come savio nella scelta del luogo. Sicuramente c’erano
+parecchie comodità di cucina e buone provviste di dispensa, forse non
+potute portar via, per la nostra repentina apparizione. Tutte queste cose
+le ritrovarono alcuni dei nostri, che sotto la direzione dell’amico
+Ciccetta impastarono farina a gran furia e scaldarono un forno, per
+preparare il pane ai compagni.
+</p>
+
+<p>
+Questo Casal de’ Pazzi è piantato sull’estremo lembo di una collina lunga,
+che va con dolce declivio a finire sulla riva destra dell’Aniene, di contro
+all’ingresso del ponte Nomentano. La collina è fiancheggiata da due
+insenature; una a destra, assai poco sensibile, che la collega ad altre
+colline; l’altra a sinistra, che si avvalla alquanto di più, ricevendo le
+acque di un rigagnolo, e dando campo alla via Nomentana, che muove di lì
+risalendo a tramontana, verso Monticelli, Sant’Angelo e Palombara. Ma non
+ci occupiamo delle cose lontane; siamo sulla collina pianeggiante, solcata
+per lungo dalla carraia che congiunge l’osteria della Cecchina a Casal de’
+Pazzi. La carraia è orlata, sul margine di sinistra, da una rada piantata
+di pini, ancor giovani; a destra da motte di terra, da zolle, che fanno un
+po’ di ciglione. I nostri uomini, per comando del Generale, si pongono a
+sedere lungo il ciglione, e ne rimangono coperti benissimo; riposando
+possono mangiare il loro pane, se ne hanno, e una fetta di carne che è
+stata loro distribuita poc’anzi. S’intende che è carne cruda, e debbono
+arrostirsela lì per lì. Le legna non mancano; ci sono le staccionate dei
+campi, per darne al bisogno, e più in là.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap12">XII.
+<span class="smaller">
+Sul monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella
+giornata.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Garibaldi è là in piedi, sul colmo della collina, intento a guardare tutto
+intorno, con gli occhi leonini socchiusi, eppure sfolgoranti sotto le
+ciglia aggrottate. Non è di cattivo umore, per altro; se fosse, avrebbe il
+cappello tirato sugli occhi. Qua e là, solitarii in contemplazione, o
+raccolti a crocchi, gli ufficiali del quartier generale, dello stato
+maggiore, e dei battaglioni genovesi; da quindici a venti persone. Sulla
+destra, in lunga fila appiattati, i due battaglioni che ho detto, un po’
+smilzi, cinquecento uomini in tutto, i cui avamposti arrivano laggiù, sotto
+il ciglio della collina, in vista del ponte Nomentano. L’insidia è tesa, se
+a qualcheduno venisse voglia di farsi avanti, attratto dall’esca di quelle
+quindici o venti persone in piedi sul poggio, e lontanamente visibili.
+Certo, di contro a forze considerevoli, quell’agguato di cinquecento uomini
+sarebbe povera cosa; ma c’è indietro dell’altro; c’è il grosso
+dell’esercito, dietro le colline donde noi siamo venuti; le colonne di
+Menotti e del Frigésy hanno le loro avanguardie in certe piccole macchie,
+che si vedono a tramontana, forse quattrocento metri più indietro.
+</p>
+
+<p>
+Lo spettacolo, intanto, è maraviglioso di lassù. Vedo davanti a me, oltre
+la linea serpeggiante dell’Aniene, distendersi una campagna arsiccia, in
+parte coltivata, sparsa di radi edifizi, orlata nel fondo da masse d’alberi
+e di non bene distinti edifizi, forse di ville signorili, o di abitazioni
+suburbane. Là dietro è Roma, l’eterna città, riconoscibile da pochi tratti
+monumentali e solenni: una fila d’archi, a sinistra, l’acquedotto di
+Claudio; poco lontana da quegli archi una gran mole quadra, listata di
+colonne, sormontata da statue, San Giovanni Laterano; più in là, sulla
+destra, una cupola immensa, coronata d’un globo dorato, San Pietro;
+finalmente, all’estrema sinistra, l’eminenza di monte Mario, con la sua
+piantata di cipressi, che dà l’immagine d’un manipolo di cavalieri in
+vedetta. La gran scena è tutta circonfusa di quella luce rosea, vaporosa e
+calda, che è una bellezza propria della campagna romana.
+</p>
+
+<p>
+Mentre io sto contemplando quello spettacolo così nuovo per me, una mano mi
+si posa sulla spalla; e subito dopo una voce dolcissima, che ben riconosco,
+mi dice:
+</p>
+
+<p>
+— Sapete dove siamo?
+</p>
+
+<p>
+— No, generale, vedo questi luoghi per la prima volta.
+</p>
+
+<p>
+— Sul monte Sacro.
+</p>
+
+<p>
+— Ah! — esclamai. — Per monte, tuttavia, è un po’ basso.
+</p>
+
+<p>
+— Agli occhi del capo, ve lo concedo, — rispose Garibaldi, sorridendo;&nbsp;—
+non già a quelli della storia. Qui il senatore Menenio Agrippa raccontò la
+sua favola dello stomaco e delle membra ribellate, persuadendo la plebe
+ammutinata a ritornare in città. Qui, secondo alcuni, e non sulla strada
+Latina, Marzio Conciano si accampò coi suoi Volsci, e vinto dalle preghiere
+della madre Veturia levò l’assedio dalla sua patria.
+</p>
+
+<p>
+— E noi, generale, se la domanda è lecita, — osai dire, — che cosa ci
+faremo?
+</p>
+
+<p>
+— Una breve fermata, io spero; — rispose il generale. — Aspettiamo un
+segnale di là; — soggiunse, dopo un istante di pausa, accennando davanti a
+sè, verso San Giovanni Laterano. — Appena il segnale sia dato, intenderemo
+che la insurrezione è scoppiata in città; passeremo l’Aniene, e ce la
+faremo a correre.
+</p>
+
+<p>
+— Intendo; — diss’io. — Ma non ci sono le mura, che ci tratterranno, così
+pochi come siamo?
+</p>
+
+<p>
+— Le mura son rotte, laggiù; — replicò egli, indicando l’acquedotto di
+Claudio. — Tra vigne e orti, si può entrare benissimo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Avevo già indovinata la mossa fin dalla sera innanzi, a Castel Giubileo; e
+là, finalmente, ne avevo la conferma dalle labbra del grande capitano,
+fatto per onorare il monte Sacro assai più di Coriolano e di Menenio
+Agrippa; sia detto con buona pace di quegli antichissimi personaggi. Si
+aspettava dunque il segnale. Passò un’ora, ne passarono due, ma il segnale
+non venne. Vennero bensì due ricognizioni nemiche, simultaneamente, una da
+manca e l’altra da destra. La prima indicata da una sequela di punti grigi,
+nei quali non tardammo a riconoscere il reggimento degli zuavi pontifici,
+si stese oltre la via Nomentana, lentamente, con poca intenzione di
+avvilupparci, forse temendo di essere avviluppata. La seconda, tutta di
+punti neri, si avanzò guardinga, ma con più risolute intenzioni, sulle
+colline dalla parte di ponte Molle, venendo con le avanguardie in
+quadriglia fino al colmo di una eminenza, a duecento metri da noi.
+Riconoscemmo allora i cappottoni della legione d’Antibo.
+</p>
+
+<p>
+Le disposizioni di Garibaldi furono poche e semplicissime. Al reggimento
+degli zuavi non oppose alcun nerbo di forze, solo ordinando al maggiore
+Guerzoni di tener dietro ai loro movimenti, piantato un po’ più in là, con
+un cannocchiale da campo. Alle ardite quadriglie antiboine volse la sua
+attenzione egli stesso. Si avanzavano sempre, si avanzarono fino a cento
+metri, non di più, dalla tranquillità nostra argomentando l’insidia. Per
+tastarci, incominciarono da quella distanza a tirare. I nostri avevano
+ordine di non muoversi, di tener bassi i fucili, di non far vedere neanche
+la punta delle baionette di sopra al ciglione.
+</p>
+
+<p>
+— Li aspetteremo a venti passi; — diceva Garibaldi; — e allora daremo
+dentro tutti quanti.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Le quadriglie antiboine non fecero un passo di più; parevano inchiodate al
+terreno. Solo davanti a loro, o per mezzo, si muoveva correndo un bel cane
+spagnuolo, evidentemente felice come tutti i cani in guerra, che
+partecipano con tanto ardore, e sto per dire più dei cavalli, alle forti
+commozioni della battaglia. Il fuoco era aperto, ma durava senza merito,
+poichè nessuno di noi rispondeva. Fischiavano e gnaulavano le palle; quasi
+tutte troppo alte, passando; alcune troppo basse, ficcandosi nel terreno
+davanti a noi, o daccanto; nessuna toccando il bersaglio, che in quindici o
+venti offrivamo. E certo gli Antiboini avevano riconosciuto Garibaldi,
+poichè intorno a lui la gragnuola era più spessa. Un ufficiale di quella
+gente, da noi distinto benissimo, si fece dare da uno dei suoi soldati il
+fucile, puntò lungamente e sparò, anch’egli fallendo il colpo, e
+guadagnandosi un sorriso di commiserazione. Garibaldi, che era stato un
+pezzo guardando i tiratori col cannocchiale, si avanzò di alcuni passi fino
+alla linea dei pini, e gridò loro con voce stentorea:
+</p>
+
+<p>
+— <i>Vous étes des conscrits; vous ne savez pas tirer. Vous étes des
+conscrits</i>, — ripetè ancora parecchie volte, rinforzando la voce, forse con
+la speranza che il sarcasmo li ferisse, invitandoli a farsi sotto, dove
+egli avrebbe voluto.
+</p>
+
+<p>
+Ma il sarcasmo non li ferì, o se li ferì non bastò a farli scattare.
+Continuavano a scattare, in quella vece, i loro fucili, con sempre inutili
+tiri; e la musica era già molto durata, quando si avanzò Stefano Canzio.
+</p>
+
+<p>
+— Senta Generale; — diss’egli. — Vuol proprio che imparino, tirando su Lei?
+Venga qua, la prego, un pochino, più indietro, al riparo di quel pagliaio.
+Per quello che vuol fare, se ci sarà da farlo, — soggiunse, con un’accorta
+restrizione che mostrava la sua poca fede in certe notizie, — non è mica
+necessario che Lei stia qui a far da bersaglio ai coscritti.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Sorrise il Generale, gradì la celia, ma non si volle muovere di là. Forse
+pensava che quello era il giorno del fato, e che bisognava commettersi al
+fato. Egli accettò in quella vece di sedersi e di far colazione,
+finalmente, alle due dopo il meriggio, mangiando un pezzo d’arrosto freddo,
+rilievo di pranzo o di cena del giorno antecedente, rinvoltato in una
+pagina del piccolo <i>Movimento</i> di Genova.
+</p>
+
+<p>
+— Ne volete? — diss’egli a me. — Senza complimenti.
+</p>
+
+<p>
+— No, grazie, generale; non ho pane. — Oh, già! — soggiunse egli, ridendo.
+— Volete sempre il pane, voi altri. In America non ne vedevamo quasi mai, e
+c’eravamo abituati benissimo. Ogni legionario portava il suo spicchio di
+carne infilzato sulla baionetta, se lo arrostiva alla prima fermata, e se
+lo sgranava senza aiuto di pane.
+</p>
+
+<p>
+— In America, sì; — replicai. — Ma noi siamo in Italia, e nel Lazio.
+</p>
+
+<p>
+— Che cosa vuol dire?
+</p>
+
+<p>
+— Che Cerere è dea latina,&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Egli mi aveva dato tre ore prima un cenno classico; io gliene davo un
+altro, che parve averlo vinto.
+</p>
+
+<p>
+— Avete ragione; — conchiuse.
+</p>
+
+<p>
+E mangiò tuttavia senza pane il suo spicchio di carne rifredda. Cioè,
+intendiamoci, non lo mangiò tutto: ne lasciò mezzo, che rinvoltò nella
+pagina del giornale, e consegnò al suo attendente. Doveva essere la sua
+cena, quel povero avanzo. Di bere non si parlò neanche; forse gli bastava
+un sorso d’acqua, accettato al casale della Cecchina. Garibaldi, come
+sapete, non beveva mai vino. Solo dopo il ’60 aveva fatta una piccola
+concessione al Marsala, prendendone un dito, nelle occasioni solenni,
+certamente per grato animo ai sacri ricordi del suo sbarco in Sicilia.
+</p>
+
+<p>
+Il fuoco antiboino continuava, sempre con lo stesso esito di vana molestia.
+E frattanto, nessun segnale da Roma. Il viso di Garibaldi cominciò a
+rabbruscarsi, la falda del suo cappello a calarsi sugli occhi.
+</p>
+
+<p>
+— Che cos’hanno quei seccatori? — esclamò egli ad un tratto.
+</p>
+
+<p>
+Noi prendemmo coraggio a domandargli il permesso di rispondere con qualche
+colpo.
+</p>
+
+<p>
+— Purchè sia bene assestato; — rispose, assentendo col gesto. — Trovate
+quattro o cinque buoni tiratori, e andate ad appostarli laggiù, verso la
+falda della collina.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Obbedimmo prontamente. Cinque tiratori, dei meglio armati, scelti nei due
+battaglioni, furono collocati dove il Generale aveva consigliato. Una
+piccola siepe di rovi li nascondeva al nemico. Presero essi a tirare,
+puntando con calma, e cinque colpi bene aggiustati mostrarono che nelle
+nostre file non erano coscritti. Le quadriglie balenarono, risposero ancora
+due o tre colpi, poi si ritrassero, portando i loro feriti; e l’ufficiale e
+il suo cane sparirono con esse dietro una ondulazione del terreno.
+</p>
+
+<p>
+Un quarto d’ora dopo, ad una insenatura della collina, vedemmo la legione
+tutta quanta ritirarsi, nella direzione di ponte Molle. In pari tempo si
+ritirava dall’altra banda il reggimento degli zuavi. Eravamo rimasti
+padroni del campo: ma per che farne? Ahimè, niun segnale da Roma.
+</p>
+
+<p>
+Si stette ancora un pezzo a passeggiare, a far capannelli, a discorrere,
+amici da anni, amici da un giorno, che ci vedevamo là, e forse, tolti di
+là, non ci saremmo veduti che a punti di luna, o mai più. Ricordo che un
+Galoppini, di Spezia, capitano nel primo battaglione genovese, m’insegnò a
+fumare senza tabacco, caricando la pipa col caffè: due o tre chicchi
+tostati, rotti tra le dita, si mettevano nel fondo della campana; tutto
+l’altro era caffè macinato; e ne usciva una fumata aromatica, eccellente,
+alla gloria di Roma. E ricordo ancora che la mia pipata destò l’invidia di
+un ufficiale spagnuolo, certo De Roa, venuto con altri suoi connazionali,
+esuli dalla patria, nel seguito di Garibaldi. Il simpatico giovane
+possedeva ancora un libriccino di <i>papel de fumo</i>; ma gli era mancata la
+foglia, e sperava di averla da me. Lo disingannai, mostrandogli un
+involtino di caffè macinato, che mi aveva regalato il collega; ma anche lo
+resi felice, dandogliene tanto da farsi quattro o cinque involtate per i
+suoi <i>papelitos</i>.
+</p>
+
+<p>
+Così fumò anch’egli, il bravo De Roa, bellissimo brunetto, cavalleresco e
+prode, che seppi poi ufficiale d’ordinanza del generale Prim, e morto più
+tardi nella guerra contro i Carlisti. Sia pace alla sua bell’anima: per
+intanto, egli fece nobilmente il suo dovere a Mentana. E non poteva capire
+come si potesse dare indietro altrimenti che al passo. Nella terza fase
+della battaglia, quando nessuno più valse, nè Menotti, nè Canzio, nè
+Frigésy, a fermare certe giovani schiere che erano state colte da un panico
+strano, e mentre Garibaldi, fermo a cavallo sulla strada, fremeva di tanta
+codardia, mettendo lampi di sdegno dagli occhi fulminei, avvenne al De Roa
+di sciabolare un soldato che si era buttato a terra, contorcendosi nello
+spasimo della paura e gridando: “chi me l’avesse mai detto!„ E non voleva
+lasciare il fucile, quel pauroso, stringendolo forte tra le mani convulse,
+non sentendo le piattonate, non sentendo i rimbrotti. Garibaldi calò le
+pupille un istante, a guardare la triste scena; pensò, torse le labbra, poi
+levò la mano in atto solenne, dicendo al concittadino del Cid:
+</p>
+
+<p>
+— Eh, lasciatelo stare!&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Fu grazia della vita allo sciagurato, ma fu anche una sentenza peggior
+della morte, se quel convulsionario l’ha intesa. Che orrore per lui, se
+vive ancora e ne conserva memoria!
+</p>
+
+<p>
+Ritorniamo al monte Sacro. Verso l’imbrunire fu deciso di dar volta a
+Castel Giubileo, donde la mattina eravamo partiti con tante speranze.
+Garibaldi aveva un messaggio da Roma: niente da sperare, là dentro, dove in
+quel medesimo giorno erano giunti i Francesi a sostegno del poter
+temporale. Per questo fatto le cose prendevano una piega diversa. Bisognava
+far testa a Monterotondo, l’ultimo punto a cui giungesse la strada ferrata,
+donde potevamo aver munizioni e vettovaglie, dove, infine, si sarebbero
+presi i provvedimenti opportuni per proseguire la guerra. Il Generale
+ordinò che si facessero fuochi sul monte Sacro, per simulare un bivacco;
+noi dell’avanguardia restando in retroguardia, dovevamo tenere la posizione
+fino a tanto il piccolo esercito non fosse tutto avviato, fuori da quel
+labirinto di colline. Per intanto, rompevamo le staccionate dei prati, e
+facevamo cataste di legna intorno ai giovani pini che fiancheggiavano la
+carraia. A quelle cataste, essendo venuta la notte, appiccammo subito il
+fuoco: un’ora dopo avevamo l’avviso di poterci mettere in marcia. Un panico
+notturno, per lo scontro di due colonne, una delle quali aveva smarrito il
+sentiero e pareva venire dalla parte di ponte Molle, fece correre qualche
+fucilata. Ne seguì naturalmente un po’ di scompiglio. Il maggiore Burlando,
+giustamente interpetrando l’ordine che avevamo di proteggere la ritirata,
+pensò che la cosa non potesse farsi a dovere, se non ritornando tutti noi
+della retroguardia sui nostri passi. Fummo in mezz’ora al nostro
+accampamento del monte Sacro, tra le cataste che ardevano, malinconicamente
+sole.
+</p>
+
+<p>
+Io pensavo ai bei stratagemmi dei fuochi notturni con cui s’ingannano gli
+eserciti moderni, come s’ingannavano gli antichi, e cercavo di ricomporre
+nella mia memoria il quadro dei sarmenti accesi a Casilino, nella guerra
+tra Cartaginesi e Romani. Ma chi li aveva accesi? Annibale, o Fabio
+Massimo? Lì per lì, non sapevo. Ma altri pensieri vennero a distornarmi
+piacevolmente da quella ricerca erudita ed infruttuosa. Pensai di fatti che
+la mia bella giornata l’avevo avuta, ed intiera. Le tenebre regnavano
+intorno a noi, tanto più fitte nello sfondo della scena, quanto più vivi
+sul primo piano rosseggiavano i fuochi. Ma la giornata era stata
+singolarmente luminosa: rivedevo la campagna pianeggiante di là
+dall’Aniene, seminata d’illustri rovine, l’acquedotto Claudio, San Giovanni
+Laterano con la sua ordinanza aerea di statue, la cupola di San Pietro col
+suo globo d’oro, monte Mario coi suoi negri lancieri in vedetta, tutta la
+prospettiva della eterna città circonfusa d’una rosea luce vaporosa,
+traente all’oro, come nelle glorie dei quadri antichi. Giornata inutile ad
+altri, che misurano ogni cosa dagli effetti ottenuti; ma non inutile a me,
+che l’avevo goduta! E pensai che fosse stata fatta unicamente per me; ne
+fui grato a Garibaldi; gliene sarò grato fin ch’io viva, perchè veramente
+fu la prima e sarà certamente l’ultima giornata bella della mia vita; con
+lui, davanti a lui, senza folle importune a levarmene la vista; vicino a
+lui nel pericolo lungo, nel pericolo dimenticato tra i lieti ragionamenti,
+che mi parvero pregustazione dei colloquii d’Eliso; vicino a lui nella
+speranza, infine, e nel pieno gaudio dell’essere. Viva Garibaldi! e il
+monte Sacro abbia il più sacro dei miei ricordi, per lui.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap13">XIII.
+
+<span class="smaller">Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non il bosco,
+poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della Cecchina. Ci
+mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte, guidandoci come
+possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella sequela di giri e
+diagonali che avevamo già percorsa nella notte antecedente. Fortunati
+abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di Castel Giubileo. Non isfuggirò
+l’occasione d’un bisticcio, dicendovi che per conto mio ci arrivai
+giubilando. Il maggiore, invece, era di cattivissimo umore, vedendo troppi
+fucili abbandonati sulla strada, e non bastando i nostri uomini a
+caricarseli tutti sulle spalle. Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi
+che intiere compagnie, nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di
+non voler più combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la
+notizia, che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per
+verità, non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla
+scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri, per
+contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato il campo,
+immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano il torto; ma
+con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che l’impresa di
+Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e più chiaramente,
+più solennemente, da un recentissimo proclama reale. Così noi, poveri
+reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il male, il malanno e
+l’uscio addosso.
+</p>
+
+<p>
+Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della
+strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi le
+notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente. La sera
+innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti avvertire i
+compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano risposto che
+sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata di pane. Noi ci
+eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al buio, credendo che
+fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro, avvedendoci solo al
+mattino della loro mancanza dalle file.
+</p>
+
+<p>
+Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono grida in
+lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro calare tre uomini!
+Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente Pozzo, che per tal modo
+ebbe la fortuna di dare al Generale i più freschi ragguagli, le più recenti
+notizie, che meglio non avrebbe potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si
+erano dimenticati nella stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li
+aveva turbati un suono di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il
+campo vuoto, i fuochi già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia
+di granate, che venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a
+pensarci più che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso,
+come noi altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano
+venuti a salvezza.
+</p>
+
+<p>
+— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta farina,
+avrete fatti i taglierini.
+</p>
+
+<p>
+— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....
+</p>
+
+<p>
+— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi altri,
+genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del resto;
+tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso amorevole. Ma
+per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita la frasca, in
+quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla, poichè non s’era
+neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava volentieri coi genovesi; e
+volentieri, nelle ore quiete, passando davanti al loro accampamento,
+accettava due cucchiaiate di minestrone. Era genovese anche lui: nato a
+Nizza, sì; ma la madre era di Loano, e originaria di Cogoleto; il padre di
+Chiavari, e i suoi vecchi erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel
+giro di parecchie generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio,
+o i casi della repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e
+Genova, nel corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto,
+tra il Varo e la Magra.
+</p>
+
+<p>
+Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il
+Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte di
+vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse spillato a
+tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai che su quella
+strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo di che, avanti
+ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso dell’esercito era
+salito al paese; noi rimanemmo alla stazione, occupando un casolare
+abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti verso Fornonuovo.
+</p>
+
+<p>
+Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè
+potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per
+tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli
+semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu
+portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua; un
+paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre
+riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè non
+avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione
+riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco; effetto
+del paiuolo di rame, che non era stagnato.
+</p>
+
+<p>
+Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un allarme.
+Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi. Si avanzava,
+dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in quei pressi, una
+compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che proprio cascavano a noi,
+come la manna agli ebrei nel deserto. Li comandava un capitano Valle, di
+Sestri Ponente, ed erano in gran parte doganieri, bella gente, e bene
+armata. Il maggiore Burlando offerse loro d’incorporarli: accettarono,
+formando la quarta compagnia del battaglione.
+</p>
+
+<p>
+Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti ci
+voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo
+subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata
+nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio.
+Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di
+andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo che
+la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti più
+desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser altri;
+meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi figliuoli.
+Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci che paglia; ma
+quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal cuore. E poi, quando
+c’è la salute, c’è tutto.
+</p>
+
+<p>
+Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare i
+cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico da
+strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo moltissimi,
+al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi, e passo un’ora
+chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale, che è salito sulla
+torre del castello, a specolar la campagna. Egli non scende che
+sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col gesto, e accetterei
+con la voce, se il colonnello Basso, segretario di Garibaldi, non mi
+facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo intendo, ma sto zitto;
+intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso trova il modo di bisbigliarmi
+all’orecchio: — vieni pure, ma non accettar di mangiare con lui: non ha che
+una frittata di due ova. Seguo il consiglio del colonnello e i passi del
+Generale nella sala da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo
+(oh generosa bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.
+</p>
+
+<p>
+Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è di buon
+umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo modestissimo
+pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano, stabilito a
+Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro romano. È uno dei
+pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo dimentichiamo, ho da tre ore
+una sciabola, la mia Sitibonda del ’66, che m’ha portata quel giorno un
+amico da Genova, insieme con la mia vecchia divisa grigia e la mantellina
+nera di carabiniere genovese.
+</p>
+
+<p>
+Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni prima aveva
+settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma saranno tutti
+buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo tumultuario con cui
+sono stati accettati e avviati dalle diverse città, la poca o nessuna
+conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente nuova, raccolta a Terni e
+avviata in fretta al confine, ritorna spesso e volentieri sul tappeto, anzi
+sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco a poco, dice un pessimista.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo come
+Leonìda.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già notato
+altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe amato udirsi
+chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno delle ombre, o
+delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci elisii, intravveduti
+dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione della nostra miseria,
+che se egli era capace di fare come Leonida, ci sarebbero voluti trecento
+Spartani, e risoluti al sacrificio, per fargli compagnia. Ma la storia non
+si ripete. Del resto, quarantott’ore dopo, su poco più di duemila
+combattenti, furono cinquecento che gli caddero intorno a Mentana. Come
+lezione all’Italia d’allora, non fu poi tanto male.
+</p>
+
+<p>
+Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle
+scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere,
+incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo attaccar
+moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa. Ma un cerino
+si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce riconobbi un amico,
+celebre avvocato bolognese, già deputato alla Costituente romana, allora
+deputato di Forlì al Parlamento italiano, Oreste Regnoli. Egli giungeva
+allora allora a Monterotondo, e si volgeva al quartier generale per aver
+notizie del campo dei Genovesi, e ritrovarci un suo giovane amico. Non
+poteva capitar meglio; il suo valoroso amico diciottenne l’avevo io nella
+mia compagnia, vivo e sano.
+</p>
+
+<p>
+— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti potrete
+vederlo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata davanti
+al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto l’aria di
+un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al settimo filare,
+voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre, ci avviammo diritti
+al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel portone e su per una
+scaletta che metteva al piano superiore della casa, pestammo piedi e
+stinchi allungati, facendo attaccar moccoli d’ogni misura. Ma questi erano
+di fabbrica paesana; accidenti in chiave di casa. Altri dovevo sentirne
+lassù, nel quartierino, dov’erano gli amici in molta libertà, più che in
+maniche di camicia, quando giunsi in mezzo a loro ed annunziai una visita,
+e di un deputato per giunta. Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un
+concittadino, e la mia imprudenza fu subito perdonata.
+</p>
+
+<p>
+Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi del
+cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una buetta di
+tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la minestra, gli
+epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma vuota. Han sempre
+torto, gli assentì.
+</p>
+
+<p>
+— Ma non avete dunque anima? — gridai.
+</p>
+
+<p>
+— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in <i>gaudeamus</i>, al quartier
+generale.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per tutta
+cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.
+</p>
+
+<p>
+Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito. Che cosa
+si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi un’altra. Si
+pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la via del confine, quali
+per la bandiera che non era rossa, quali per il proclama reale che ci
+metteva al bando, o giù di lì, ma i più perchè avevano fiutata la
+impossibilità del vincere e non gradivano la prospettiva di marce e
+contromarce, di stenti e di privazioni, in una guerra di bande. Quanto a
+noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i nostri almanacchi: ci penserà il
+Generale; noi altri obbediremo, come si è fatto finora.
+</p>
+
+<p>
+Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato, che
+sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero
+tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni al
+confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere
+induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo potuto
+penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione, non avendo
+potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi lontani, dell’Acerbi
+a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse aspettare in armi, per
+qualche settimana ancora, lo svolgersi degli eventi, facendo base in
+qualche altro luogo, non più a Monterotondo, ma a Tivoli, sulle montagne
+dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo avuto quella sera, difatti,
+udendo che un colonnello doveva andare con tre battaglioni tra Monticelli e
+Sant’Angelo, che erano per l’appunto sulla strada di Tivoli: mi confermava
+il sospetto l’invio d’un battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare
+l’incontro della strada di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda,
+seppi che a Tivoli doveva andare la mattina seguente il colonnello
+Pianciani; senza gente, per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.
+</p>
+
+<p>
+— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo
+dov’era situata, poichè <i>etiam periere ruinæ</i>. Peccato che non abbiamo più
+con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto spiano.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava
+anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A che
+pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete tempo,
+mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici. E sia; eccoci
+in tribunale, anzi <i>pro tribunali</i>. Presiede questa volta il maggiore
+Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti. Sbrighiamo le nostre
+faccende; i processi son chiari; si tratta di qualche prepotenza in casa di
+privati, e le condanne son pronte: come poi le faremo eseguire, non avendo
+sicurezza di mantenere un nostro sistema carcerario, non so. Alle undici
+abbiamo finito; va ognuno pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione,
+uscito dalla cascina Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del
+castello.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap14">XIV.
+<span class="smaller">
+In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Racconterò io la giornata di Mentana? No, davvero. Brevemente, a sommi
+capi, in iscorcio, l’ho già fatto in altre pagine: distesamente non saprei,
+non potrei, non vorrei, dovendo lasciare un simile ufficio a narratori più
+autorevoli in materia, e meglio forniti di tutte le opportune notizie dei
+varii corpi impegnati. Ed anzi, volentieri mi fermerei qui, se non pensassi
+che le mie son note personali, di cose vedute, di sensazioni provate. In
+questa misura, adunque, e con queste restrizioni necessarie, accogliete il
+poco che io vi dirò, per compire la storia dei miei venti giorni di
+viaggio, che furono poi ventiquattro. Ma i rotti non contano, si danno per
+il buon peso.
+</p>
+
+<p>
+L’ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione genovese
+marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in fiancheggiatori. Con
+noi è un battaglione di Milanesi, comandato dal colonnello Missori. Così
+disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse mezz’ora giungiamo alle prime
+case di Mentana, accolti dall’inno: “<i>Si schiudon le tombe</i>„ suonato dalla
+fanfara della colonna Frigésy. Quella musica piace poco; ad un illustre
+amico mio, che passa in quel punto a cavallo, non piace niente affatto. Per
+lui, essa è di mal augurio, non avendo avuto il battesimo del fuoco.
+Infatti, conosciuta dai volontarii quando già era finita la campagna del
+’59, non fu suonata in Sicilia, nè sul Volturno, nè in Tirolo; non si è
+udita mai, se non nelle città, nei teatri, sulle piazze. Garibaldi, poi,
+ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito appresso, nelle sue
+simpatie, il “<i>Fratelli d’Italia</i>„ e più un inno del Rossetti: “<i>Minaccioso
+l’arcangel di guerra</i>„ che i suoi legionarii cantavano nel ’49, a Roma e a
+Velletri. Ma basti di ciò; anche l’inno: “<i>Si schiudon le tombe</i>„ ha avuto il
+suo battesimo a Mentana; triste, se vogliamo, ma solenne, e non è più il
+caso di tornarci su, poichè il sacramento è indelebile.
+</p>
+
+<p>
+Io m’ero accostato a Mentana senza sospetto. L’andata pacifica del
+Pianciani a Tivoli mi prometteva una marcia tranquilla: nè il mio
+ragionamento interiore poteva esser turbato dal fatto dei fiancheggiatori,
+essendo costume d’ogni esercito in marcia, su territorio conteso, di aver
+fiancheggiatori e avanguardia. Noi, dopo tutto, facevamo una marcia di
+fianco, pericolosa sempre la parte sua, richiedente diligenza somma e
+celerità singolare. La diligenza si usava: la celerità veniva di costa. Ma
+le parole dell’amico, che mi era passato accanto, seguendo il Generale, mi
+avevano reso pensieroso. Esposi i miei dubbi al maggiore; e il maggiore si
+contentò di rispondermi:
+</p>
+
+<p>
+— Ma che? credevi proprio che andassimo a nozze?
+</p>
+
+<p>
+Eppure, guardate, l’aspetto della cosa era quello. Mentana era in festa,
+sul nostro passaggio, e tutto ci sorrideva dintorno. Già, per sè stessa,
+Mentana è una borgata simpatica, con case basse e pulite, fiancheggianti
+una via romanamente lastricata, che va serpeggiando per una insenatura di
+monte. Sulla nostra sinistra, passata una chiesina campestre, il monte fa
+una conca dietro la fila delle case, abbastanza vasta per accogliere senza
+danno della prospettiva due o tre grossi pagliai, e per istendersi in una
+lunga prateria che va fuori del paese verso una piccola eminenza, su cui è
+murata una casa padronale, la casa della Vigna Santucci. Sulla destra, e
+dietro all’altra fila di case, il monte si rompe in greppi, vallette e
+burroni, che portano al Tevere l’acqua di otto o dieci rigagnoli. In capo
+al paese e sulla sinistra, la fila delle case s’innesta in un vecchio
+castello con negri torrioni, tra i quali, dalla parte di Tivoli, si stende
+la cortina sormontata da un largo terrazzo, donde una frotta di donne
+sventola le pezzuole, i fazzoletti, gridando il buon viaggio a noi che
+passiamo spediti. Salutiamo le donne, salutiamo Mentana, salutiamo l’antica
+Nomentum di cui essa è l’erede, e tiriamo di lungo. Abbiamo fatto a mala
+pena un centinaio di passi, e vediamo accorrere verso di noi un biroccino,
+e sul biroccino una donna. Allarghiamo le file per lasciarla passare. È
+rossa in volto, ha negli occhi il terrore; e passa, gittandoci una frase:
+</p>
+
+<p>
+— <i>Ce so’ lì papalini, ce so’!</i>&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+— Ah, davvero? — Il maggiore si volta a me, per darmi un’occhiata; e
+l’occhiata significa: — che cosa ti dicevo io?
+</p>
+
+<p>
+Ancora un centinaio di passi, e sentiamo una fucilata. Sì dubita di aver
+male inteso; ed eccone una seconda, che conferma la prima. I
+fiancheggiatori, sulla nostra diritta, hanno dunque incontrato il nemico? O
+il nemico ha tirato su Garibaldi, che cavalca sempre alla testa delle sue
+avanguardie? Affrettiamo il passo, ci mettiamo alla corsa. Ad una svolta
+della strada vediamo Garibaldi e il suo stato maggiore che salgono una
+collina, afferrando il colmo, dov’è la casa di Vigna Santucci. Noi,
+genovesi e milanesi, guidati dal Guerzoni che accorre con ordini del
+Generale, coroniamo un’eminenza a sinistra, facendo fronte ad un’altra,
+donde ci viene la fucilata, e che riusciamo ad occupare, ma senza poterla
+tenere lungamente, tanta è la forza che abbiamo di contro. Ci vien fatto
+nondimeno di sostenerci saldamente due ore sulla collina primamente
+occupata, stendendoci anche a coprire la Vigna Santucci; opponendo scarsi
+fuochi ma risoluti alla fitta grandinata onde ci bersaglia il nemico. Ma
+lassù, tra Vigna Santucci e Romitorio (questo nome mi è rimasto nella mente
+accompagnato all’immagine della eminenza sulla nostra diritta) non siamo
+che tre battaglioni distesi in catena. La nostra linea, già interrotta
+dalla strada maestra, ha presto altre soluzioni di continuità, che non
+possono essere colmate. Le teste di colonna di Merlotti e del Frigésy hanno
+da far fronte a sinistra, donde, precedendo coperti alla lontana, si sono
+avanzati altri battaglioni nemici, tentando di avvilupparci. E dura
+aspramente la lotta; una lotta in cui Garibaldi, Menotti, Ricciotti,
+Stefano Canzio, personalmente s’impegnano contro zuavi, antiboini e
+cacciatori esteri. Intanto, sopra una collina di destra si è riusciti a
+portare la nostra artiglieria: i due pezzi guadagnati a Monterotondo, che
+sono un obice e un cannone rigato da otto, ma che avranno tra tutt’e due a
+mala pena una trentina di cariche. Facendo volata sul paesello, la nostra
+artiglieria incomincia a sfolgorare le colonne nemiche irrompenti a
+sinistra. Di là quattro pezzi in batteria prendono tosto a rispondere. Le
+riserve pontificie, girando la posizione, mirano a pigliarci di fianco;
+alcune eminenze importanti san prese, perdute, riprese, perdute ancora. Nel
+paese di Mentana, presso il castello, facciamo le barricate, lasciandoci il
+maggiore Federico Salomone con la sua gente e con mezza compagnia dei
+nostri. Garibaldi stesso, che è da per tutto, accorre a vedere come si
+tenga quel passo. Ricordo che in quel punto, volendo egli affacciarsi, gli
+si pianta davanti il capitano Carlino Nicotera, con la mano al morso del
+cavallo, gridando: “Generale, fatemi fucilare, ma non andrete più avanti.„
+E lui a sorridere: sulle prime pareva disposto a contentarlo; indi
+proseguì allo scoperto, dove grandinava più fitto; stette un momento a dar
+ordini, poi voltò il cavallo e corse sulla sinistra, dove noi io seguimmo,
+verso i pagliai. Colà si era molto avanzato, troppo avanzato, il nemico.
+</p>
+
+<p>
+La presenza del Generale rianima i suoi. Menotti, Canzio, Ricciotti,
+Bennici, Bezzi, Missori e tanti altri hanno raccolto quanta gente han
+potuto: con essa irrompono sulla prateria. Al grido: “Garibaldi!
+Garibaldi!„ è una maraviglia di carica vittoriosa, la più bella che io
+abbia veduto mai. Paga per tutti il reggimento degli zuavi, che si era
+fatto avanti il primo, e che è scompigliato, sbarattato, disfatto dalla
+ondata irruente. Più in là, verso il colmo di una collina, vediamo fuggire
+a spron battuto uno stuolo di cavalieri luccicanti al sole; forse il
+generale nemico, che era venuto innanzi col suo brillante stato maggiore,
+credendo vinta per lui la giornata. Giuochi di fortuna! Che sia nostra
+davvero? Fu allora, per l’appunto, che un illustre amico, ritornando dalla
+sua carica vittoriosa, mi passò accanto co! suo bel sorriso costante sul
+labbro, e mi lasciò cadere questa frase:
+</p>
+
+<p>
+— Ti ho detto tre ore fa che si cominciava male; vedrai che finisce bene.&nbsp;—
+Ah, foss’egli stato profeta! Ma tutto diceva di sì, in quel momento felice.
+Mentana era liberata; Vigna Santucci ripresa. Per tutto il campo erano
+feriti sparsi, alcuni dei quali, al passar dei soldati con le baionette
+spianate, gridavano: <i>ne nous tuez pas</i>.
+</p>
+
+<p>
+Furono tutti rispettati, lo affermo con giuramento. E poichè sono a parlare
+di me, lasciatemi vantare; è la debolezza del soldato, quando racconta. Di
+quei feriti ne raccolsi uno, i cui occhi si erano fissati ne’ miei, con una
+espressione dolorosa e supplichevole; e lo feci trasportare sulle braccia
+di due commilitoni miei, all’ambulanza della vicina chiesuola. Era un
+caporale; così almeno mi parve, da un nastro giallo che gli girava a staffa
+sul dosso della manica: aveva delicati i lineamenti del volto, di tipo
+schiettamente francese, quantunque i basettini fossero neri, e neri i
+capelli, un po’ radi sulla fronte. Mi sorrise malinconico, in atto di
+ringraziamento, ed io m’interessai vivamente a lui, accompagnandolo un
+tratto, fino al pendio ella collina. Quanto gli sarà giovato il mio piccolo
+aiuto? Aveva una palla in petto e il pallore della morte sul volto. Pensai
+alla sua gioventù; pensai a sua madre. Ah, povere madri, in tempo di
+guerra! povere madri, se in quei momenti un’idea non le sostenesse, e non
+le affidasse una speranza lontana! Ed ancora pensai che insieme con soldati
+francesi, otto anni prima, avevamo fatta una guerra fortunata; che con
+altri zuavi avevamo barattate fraternamente le spoglie, per ballare insieme
+sulle piazze dei borghi di Lombardia, da Gorgonzola a Treviglio, da
+Coccaglio a Brescia, da Ponte San Marco a Desenzano. Perchè così mutati in
+otto anni gli spiriti? E ancora non sapevo che dietro a questi francesi,
+arruolati nell’esercito pontificio, venivano a masse compatte, girando
+largo dietro le colline, i francesi dell’esercito imperiale, per entrare in
+azione sulla nostra sinistra, mentre noi vittoriosi di un’ora, in quella
+vittoria avendo messo tutte le forze nostre, non avremmo avuto più nulla da
+opporre, più nulla!
+</p>
+
+<p>
+Fu quello che avvenne. Procedevano i nostri su Vigna Santucci, quando sulla
+sinistra, e quasi dietro a noi, cogliendoci di rovescio, apparvero nuovi
+battaglioni sui poggi; non avvertiti sulle prime, creduti amici alla
+riscossa. Ma qualche fucilata ci avvertì dell’esser loro; i cannocchiali,
+puntati da quella banda, non lasciarono più dubbio; si riconoscevano anzi,
+ai pantaloni rossi, i soldati dell’esercito imperiale. Fu allora necessario
+dar dietro, far conversione a sinistra, per opporci al nuovo pericolo, così
+perdendo i frutti della carica vittoriosa. Ma qui ben presto occorreva uno
+di quei fenomeni tanto frequenti in guerra, e presso tutti gli eserciti.
+Mentre le prime schiere facendo fronte al nuovo nemico resistevano
+virilmente, e già cominciavano a tenerlo in rispetto, le ultime schiere
+ingrandendosi il pericolo, non vedendosi forse sostenute alle spalle, si
+lasciarono cogliere da un improvviso sgomento, si ritirarono a scompiglio
+verso la chiesuola dell’ambulanza, all’estremità del paese. Invano gli
+ufficiali con le sciabole in aria tentano di fermare quella valanga della
+paura. Invano il Generale, accorrendo, tenta di rianimare quel branco di
+fuggiaschi; invano li rimprovera con aspre parole. — Prima di scappare,
+voltatevi almeno a vedere chi v’insegue, vigliacchi! — grida egli furente.
+Ma invano, ho detto e ripetuto: costoro fuggono, fuggono, fuggono,
+lasciando tutto scoperto il terreno e con esso il lato sinistro del paese,
+con forse cinquecento uomini tagliati fuori nel suo abitato.
+</p>
+
+<p>
+Tra la chiesuola dell’ambulanza e la collina di sinistra, donde i nostri
+pezzi senza munizioni son costretti a tacere, la strada verso Monterotondo
+si fa alquanto più stretta. Una carretta d’artiglieria, rimasta là a caso,
+fa un po’ d’impedimento al passaggio. Garibaldi si è fermato là, col
+cavallo; non ci sarebbe dunque, modo di passare. E nondimeno la fiumana dei
+fuggenti riesce a dilagare intorno a lui, scavalcando e magari rompendo le
+siepi. Ogni buon volere è impossibile, superato e travolto ogni ostacolo;
+grande fortuna se quella paura potrà rallentarsi più indietro, essere
+ravviata, trasformata ancora in eroismo. Garibaldi tenta ancora questo
+miracolo, mentre lo seguono i suoi ufficiali, in parte appiedati. Vedo
+Menotti, a cui è stato ucciso il cavallo, ferito egli stesso alla coscia,
+venire in giù, torbido nel viso, colla sua rivoltina nel pugno. Quello
+almeno va al passo, come piace al De Roa. Anch’egli dopo qualche istante si
+ferma, volendo opporre qualche manipolo di volenterosi all’avanzar del
+nemico. Si esce dalle siepi, si formano quadriglie, si riprende la
+fucilata. Dalla parte nostra son due brandelli di compagnie: le altre due,
+o i brandelli delle altre due, rimasero al maggiore Burlando entro Mentana.
+Su noi il nemico vien lento, ma senza esitanza; facendo le quadriglie,
+fermandosi una a sparare, poi l’altra venendo innanzi a coprirla, e così
+via: regolarità di movimenti che ammazza!
+</p>
+
+<p>
+E ancora bisogna indietreggiare. Oramai si fa il colpo di fuoco per
+l’onore, non più per la speranza di vincere. Ad un certo punto c’è da
+saltare una ripa; si casca gli uni sugli altri; io sotto a parecchi, e
+temo, al dolore acuto che provo, di essermi spezzata una gamba. Non è
+niente; sono un po’ indolenzito, ed anche ferito, poichè sono caduto sul
+filo della sciabola, che tenevo impugnata colla sinistra, sotto la guardia.
+La mia Sitibonda si è abbeverata finalmente di sangue, e del mio. I
+commilitoni mi rialzano da terra; riconosco Ettore Ballerà, Luigi Domenico
+Canessa, un Arduino. Essi mi sollevano, mi trasportano un po’ sulle braccia
+fraterne, fino a tanto non mi cessa il dolore. Il Canessa s’incarica di
+portare anche la mia sciabola: gliel’ho poi regalata, come cinque ore prima
+avevo regalata la mia rivoltina al tenente Graffigna, che non aveva nulla,
+per insegna di comando, neanche un bastone, Fortuna diversa delle armi! La
+rivoltina passò ai Pontificii, poichè l’amico Graffigna, rimasto in
+Mentana, fu fatto prigioniero la mattina seguente. La spada andò tre anni
+dopo in Francia, ma libera, in difesa di quella generosa nazione, nel
+piccolo e glorioso esercito dei Vosgi.
+</p>
+
+<p>
+Seguitiamo a ritirarci, con le quadriglie francesi a cinquanta passi da
+noi, al fragore dei loro <i>chassepots</i> che fanno veramente prodigi. Guai se
+quella gente dilaga, giungendo prima di noi a Monterotondo, che è in vista
+oramai! Ma no; ecco Garibaldi ancora, Garibaldi con un centinaio di uomini,
+alla riscossa. È gente nuova, o avanzo della vecchia, ch’egli è riuscito a
+rianimare pur ora? Mi par di sentire, giungendo ad afferrar la spianata,
+ch’egli ha trovate e prese con sè le due compagnie lasciate di guardia alle
+carceri. Chiunque siano, ben vengano. Si avanzano con le baionette
+spianate; un po’ balenanti, mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in
+quel momento supremo. Lo vede ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce
+sanguigna del tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco
+del suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana;
+risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva fatto
+insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata, gridando con
+voce vibrata:
+</p>
+
+<p>
+— Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire a
+morire con me?
+</p>
+
+<p>
+Alcune parole genovesi, augurali, e non di fortuna, accompagnavano la frase
+italiana; ma la voce si abbassava di un tono, dicendole; mentre era
+scandito, accentato con fiera progressione il “con me„ ferma l’intonazione
+e accennante un disperato proposito. L’uomo era solenne, e solenne il
+momento. E tutti allora i reduci sfiniti, i cadenti spettatori della scena
+terribile, si strinsero ai fianchi di quel cavallo, confondendosi con
+quelle due compagnie, travolgendole, precipitandosi con lui nella strada.
+La carica della disperazione ottiene l’intento; il nemico si arresta, si
+ritira, facendo fuoco di dietro alle siepi. Garibaldi vorrebbe proseguire;
+ma a qual pro? A che gli servirebbero, fin dove, quei dugento uomini che
+porta in mezzo alle schiere nemiche?
+</p>
+
+<p>
+L’occhio vigile di Stefano Canzio ha precorso il pericolo. L’animoso
+ufficiale coglie il momento opportuno del nemico arrestato, si gitta alla
+testa del cavallo e ne afferra le redini, gridando con voce di amoroso
+rimprovero, ma donde trapelano tutte le collere addensate da un’ora:
+</p>
+
+<p>
+— Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?
+</p>
+
+<p>
+Ho veduto, ho sentito: il ripetuto “per chi?„ fu quello che vinse l’animo
+di Garibaldi, serbando il suo cuore, il suo braccio, il suo nome, alla
+gloria di una sublime vendetta.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<h2 id="cap15">XV.
+
+<span class="smaller">Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Non facilmente s’era piegato l’eroe. Aveva data in giro un’occhiata
+leonina; aveva abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso
+“avete ragione„ in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia, chiudendo
+molte discussioni e mostrando il lavoro interiore che si faceva rapidamente
+nel suo nobile spirito; poi aveva dato ancora uno sguardo lungo e profondo
+in quella penombra della strada contornata di siepi, onde balenavano i
+lampi della moschetteria contro lui invulnerabile. Nè, ritiratosi
+lentamente di là, avrebbe voluto cedere il campo. Non erano ancora di là da
+Mentana, sulla strada di Tivoli, i tre battaglioni mandati la sera innanzi
+ad occupare Sant’Angelo? Perchè non si erano mossi? perchè non erano
+accorsi al cannone? e perchè, finalmente, non avrebbero potuto attaccare
+nella notte, aiutando così a ripigliar l’offensiva?
+</p>
+
+<p>
+Un giovane e bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si
+offerse all’incarico di andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo del
+piccolo esercito; per una via laterale nei campi, se ancora non c’erano
+dilagati i nemici, poteva giungere in mezz’ora a Sant’Angelo. Detto fatto,
+mise il cavallo a galoppo dietro la cascina Villerma: fortunato, passò
+sulla destra del nemico, salutato dalle fucilate innocue d’una compagnia
+che il suo passaggio aveva sorpresa: era giunto dal comandante dei tre
+battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze erano state divise,
+accantonate per compagnie nei casolari sparsi, non pure di Sant’Angelo, ma
+di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci sarebbero volute ore ed ore, a
+raccogliere quella gente; e neanche, dopo tanti esempi dolorosi, era da
+sperare che si potesse venirne a capo.
+</p>
+
+<p>
+La sera intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso, e
+dei tre battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora tarda, dopo
+avere inutilmente specolato dalla torre del castello Piombino, Garibaldi si
+arrende alla evidenza delle cose, ai consigli di tutti i suoi ufficiali, e
+comanda la ritirata.
+</p>
+
+<p>
+Ne avemmo notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi, che ci
+eravamo raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento, e stavamo
+pensando per l’appunto a mandare qualcheduno di noi per chiedere istruzioni
+al comando. Ci avviammo allora alla piazza maggiore del paese, dov’era
+tuttavia la carrozza del Generale, che per aiuto nostro riuscì a passare da
+porta Pia, allora allora asserragliata di botti. Nella carrozza non era
+Garibaldi, per altro; c’era Alberto Mario, sottocapo di stato maggiore, il
+capitano Adamoli e il padre di lui, vecchio patriota, venuto proprio quel
+giorno ad abbracciare il figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per
+cortesia di Alberto. I miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono
+essi che disfecero la barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario
+per lasciar passare la carrozza.
+</p>
+
+<p>
+La discesa fu triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata di
+poco la stazione della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata
+ugualmente taciturna, avviata come noi al confine.
+</p>
+
+<p>
+— Generale, siamo qua; — disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; — vuol
+salire?
+</p>
+
+<p>
+— No, grazie; — rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di cavalieri
+ammantellati; — andate pure, vi seguiamo.
+</p>
+
+<p>
+La carrozza procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed anche per
+non istancar troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che, dopo tutto, il
+freddo della notte faceva più svelti alla corsa. Giunti a Passo Corese,
+smontammo ad una casetta alcuni passi distante dal confine. Bevetti colà
+poche gocce d’acqua; le prime, dopo tante ore di fatica. E passammo il
+ponte, accolti fraternamente dai granatieri del colonnello Caravà, che ci
+offersero quanto avevano. Ringraziammo, non accettando nulla: tanto poteva
+più l’amarezza che la fame. Sapemmo allora che nella giornata i soldati
+dell’esercito regolare avevano disarmato via via duemila volontarii,
+ripassanti il confine.
+</p>
+
+<p>
+— A che ora? — domandai all’ufficiale che ci dava la notizia.
+</p>
+
+<p>
+— Fra le due e le quattro; — mi rispose.
+</p>
+
+<p>
+Molte cose si spiegavano allora. Aveva ragione l’ufficiale pessimista, che
+due giorni innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale, aveva
+detta così crudamente la sua opinione su tanta parte delle nostre forze in
+campagna. Se quei duemila fossero rimasti nelle file, sarebbero giunti in
+azione al momento opportuno di slanciar le riserve. Erano alla coda, forse
+ancora a Monterotondo, udendo il fuoco d’inferno che si faceva a Mentana;
+avevano pensato ai casi loro, e risoluto di conservarsi per giorni
+migliori. Ottima gente! e non essi soltanto, che se n’erano andati, ma
+anche le molte migliaia che se n’erano rimaste a casa! Intesi allora anche
+meglio la forza di un ragionamento del mio amico Stefano Canzio. “Per chi
+vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?„ Del resto, chi sa? forse è bene
+che le cose andassero allora così. Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo:
+la filosofia insegna a sopportare molte noie; e si sopportano più
+facilmente le cose che non è dato cangiare.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01"><i>Durum; sed levius fit patientia</i></p>
+<p class="i01"><i>Quidquid corrigere est nefas.</i></p>
+</div></div>
+
+<p>
+Ah, ecco da capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe
+annunciarci vicino il Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là, padrone
+della strada ferrata, facendo da capostazione. Mi vide, mi abbracciò, senza
+tanti discorsi mi condusse al marciapiede d’asfalto, e mi ficcò in un
+compartimento di prima classe, dove c’era già un ufficiale inferraiolato,
+in atteggiamento di riposo. Credetti che l’amico mi mettesse là dentro al
+caldo, perchè schiacciassi un sonnellino; ma no, faceva dell’altro,
+l’amico. Dopo due o tre minuti spesi a dar ordini, venne ancora a
+salutarmi, a darmi il buon viaggio; chiuse egli stesso lo sportello,
+accostò un fischietto alle labbra e ne cavò un suono acuto; la macchina
+rispose sbuffando, il treno si mosse crocchiando, e volò via in direzione
+di Terni. Com’era andata? Evidentemente, ero capitato là nel momento buono.
+Ad ogni modo, quella partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi
+ancora, quando ci penso, mi par di sognare.
+</p>
+
+<p>
+Il mio compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della
+lampada, era Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere rivali
+(la solita storia che bisogna dire quando i due nomi si associano)
+viaggiarono di buon accordo fino a Terni. Ma si fecero poche parole, quella
+notte; l’amico era ferito al braccio, e quantunque la ferita non fosse
+grave, gli pizzicava un po’ troppo: del resto non era momento da discorsi
+allegri. Gaio compagno in altri tempi, il Tironi; sempre ricco di belle
+fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di lui un aneddoto, e lo metto
+qui, in mancanza di una conversazione che tra noi in quel momento
+necessariamente languiva.
+</p>
+
+<p>
+Un giorno, Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben
+ricordo, o in altro paese vicino, era stato accolto col suo seguito nella
+casa del sindaco. Da un pezzo erano là, e non si parlava mai di andare a
+pranzo, nè si vedevano i segni precursori d’una chiamata a tavola. Gli
+ufficiali incominciavano a mormorare; qualcheduno accennava già di voler
+uscire, per andare a trovare un’osteria.
+</p>
+
+<p>
+— Lasciate fare a me, — disse Augusto Tironi, — parlo io al padron di casa;
+voglio esplorarne l’animo.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+L’idea parve temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di voler
+dare da pranzo; poteva benissimo non averci pensato e non aver provveduto;
+nel qual caso una domanda importuna poteva turbargli lo spinto.
+</p>
+
+<p>
+— Ma con garbo, veh! — dissero dunque al Tironi. — Pensa che siamo i suoi
+ospiti.
+</p>
+
+<p>
+— Non dubitate, conosco le leggi.
+</p>
+
+<p>
+E si mosse, andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che andava
+e veniva per le stanze, fece un sorriso amabile a quel gran giovanotto
+dalle spalle quadre, dalla carnagione bianca e dai capelli rossi, che
+pareva balzato fuori da un quadro di Paolo Veronese.
+</p>
+
+<p>
+— Signor sindaco — incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta
+interrogazione che gli faceva quell’altro con gli occhi,&nbsp;—
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i04"> .... e l’ora s’appressava</p>
+<p class="i01">Che il cibo ne solea essere addotto,</p>
+<p class="i01">E per suo sogno ciascun dubitava.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+— Oh, non dubiti, non dubiti! — si affrettò a rispondere il sindaco. — È
+stata colpa della cuoca, che non ha saputo calcolar giusto, preparando per
+tanti; fra cinque minuti si dà in tavola.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Mi separai da quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo
+sentito che in un carro di merci, che doveva esser aggiunto al treno, erano
+tre compagni genovesi, feriti a Monterotondo. Andato con loro nella paglia,
+ebbi la fortuna di esser utile, telegrafando ad un illustre chirurgo d’una
+grande città, per la quale dovevamo passare. L’insigne uomo venne infatti
+ad aspettarci alla stazione; visitò i tre feriti, diede consigli da pari
+suo e conforto di buone speranze.
+</p>
+
+<p>
+A quella stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi strapparono
+dal treno e mi condussero in città. D’uno tra essi indossai gli abiti,
+lasciando per una sera le mie spoglie soldatesche; e poco dopo, vedete
+stranezza! in una poltrona, a teatro, assistevo alla rappresentazione di
+un’opera in musica. Mai l’arte dei suoni mi parve più bella; mai ebbi dalle
+sette note una commozione più viva.
+</p>
+
+<p>
+In Francia, lo ha detto un francese, <i>tout finit par des chansons</i>. Io, in
+Italia, finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica
+eccellente. La vita è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente
+allegra, a teatro! tante belle dame sorridenti nella mezza luce dei
+palchetti ai cavalieri galanti, dai guanti grigi perlati e dai candidi
+petti di porcellana! Niente di nuovo, niente di grave era accaduto in
+Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale? per chi?
+</p>
+
+<p class="pad2 center large">
+<span class="smcap">Fine.</span>
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="somm">
+
+<h2><a id="indice" href="#indfront">
+INDICE.</a></h2>
+
+<table class="indice">
+ <tr>
+ <td>&#160;</td> <td>&#160;</td> <td><span class="smcap lowercase">PAG.</span></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">I.</td> <td>Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla “bella Ninin„</td> <td class="pag"><a href="#cap1">4</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">II.</td> <td>Da Quarto a Firenze. L’entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî</td> <td class="pag"><a href="#cap2">14</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">III.</td> <td>Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata musicale</td> <td class="pag"><a href="#cap3">26</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">IV.</td> <td>Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne</td> <td class="pag"><a href="#cap4">38</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">V.</td> <td>Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un viaggiatore e prosa d’un cicerone</td> <td class="pag"><a href="#cap5">49</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VI.</td> <td>Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’<i>eureka</i> dello stomaco. Le spose Sabine</td> <td class="pag"><a href="#cap6">62</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VII.</td> <td>La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili e passa Garibaldi</td> <td class="pag"><a href="#cap7">75</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VIII.</td> <td>Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e l’augurio del doganiere. Ricordo di Pietro Cossa</td> <td class="pag"><a href="#cap8">87</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">IX.</td> <td>Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci siamo</td> <td class="pag"><a href="#cap9">99</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">X.</td> <td>La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel</td> <td class="pag"><a href="#cap10">111</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XI.</td> <td>Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla Cecchina</td> <td class="pag"><a href="#cap11">124</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XII.</td> <td>Sul monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella giornata</td> <td class="pag"><a href="#cap12">134</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XIII.</td> <td>Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti</td> <td class="pag"><a href="#cap13">145</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XIV.</td> <td>In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico</td> <td class="pag"><a href="#cap14">155</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XV.</td> <td>Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita</td> <td class="pag"><a href="#cap15">166</a></td>
+ </tr>
+</table>
+<hr>
+</div>
+
+<div class="footnotes">
+
+<h2>
+NOTE:
+</h2>
+
+<div class="footnote" id="note1">
+<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&#160;&#160;</span>Due bravi amici morti; il primo a Buenos-Ayres,
+dove era andato ad esercitare la sua
+arte salutare, ottenendovi buon nome; il secondo
+a Digione, combattendo da valoroso nel 1871.</p>
+</div>
+</div>
+
+<div class="tnote">
+<p class="tntitle">
+Nota del Trascrittore
+</p>
+
+<p>
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
+minimi errori tipografici.
+</p>
+
+<p>
+Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
+</p>
+</div>
+
+<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75645 ***</div>
+</body>
+</html>
+
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