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II | Project Gutenberg</title> + <link rel="icon" href="images/cover.jpg" type="image/x-cover"> + <style> +body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} + +p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} +.center {text-align: center; text-indent: 0;} + +div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} +div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} +div.titlepage p {text-align: inherit;} +div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} +div.verso p {text-align: inherit;} +div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} +div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} +div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} + +h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; +font-weight: normal; line-height: 1.5;} +h1 {font-size: 150%;} +h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} + +span.smaller {display: block; font-size: 85%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} + +hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} +hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} +hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;} +hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} +.x-ebookmaker hr.silver {display: none;} + +.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} + +.pad4 {margin-top: 4em;} +.pad2 {margin-top: 2em;} + +.x-small {font-size: 70%;} +.small {font-size: 85%;} +.large {font-size: 115%;} +.x-large {font-size: 130%;} +.main-t {font-size: 200%;} + +table {margin: auto; border-collapse: collapse;} +.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} +.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} +.indice td.cap {text-align: right; vertical-align: top; white-space: nowrap;} +.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} + +.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; + margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} +.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} +.tnote p {padding: 0 1em;} + +.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} +.stanza {margin: 1em auto;} +.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} +</style> +</head> +<body> +<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***</div> + +<div class="booktitle"> +<h1> +LA GIOVINEZZA<br> +DI +GIULIO CESARE.<br> +<span class="small">VOLUME II.</span> +</h1> +</div> + +<hr class="silver"> + +<div class="titlepage"> +<p class="main-t"> +<span class="small">LA GIOVINEZZA</span><br> +<span class="x-small">DI</span><br> +GIULIO CESARE +</p> + +<p class="pad2 large"> +SCENE ROMANE +</p> + +<p class="x-small"> +DI +</p> + +<p class="x-large"> +GIUSEPPE ROVANI +</p> + +<p class="pad2"> +VOLUME II +</p> + +<p class="pad4"> +<span class="large">MILANO</span><br> +LEGROS FELICE EDITORE<br> +<span class="small">Via S. Sofia, 29<br> +M DCCC LXXIII</span> +</p> + +<p class="small"> +Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore. +</p> +</div> + +<div class="verso"> +<hr class="mid"> +<p> +Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore +a norma della Legge 25 giugno 1865, N. 2337 +</p> + +<p> +Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19. +</p> +<hr class="mid"> +</div> + +<div class="somm"> +<hr> +<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> +<hr> +</div> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span></p> + +<h2 id="cap1">I. +<span class="smaller">GORDIENE.</span></h2> +</div> + +<p> +Eran corsi più giorni che Marco non vedeva +Gordiene; e come al mattino era disceso per +accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e +invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire +il caro suono della sua voce, così non potè +<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> +trattenersi in quell’ora del <i>post meridiem</i>, dal +ripetere quella visita; e, di volo attraversata +la casa e disceso, si soffermò innanzi alle porte +dietro cui stava chiusa la fanciulla sua, e così +sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: +<i>Si deam nequeo, templum adoro</i>. Ma data e ridata +e ripetuta più volte la consueta parola, +non udì rispondere la voce consueta. Stette in +una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso +di voci diverse echeggiato dalle volte di +quegli antri risuonava fino a lui; ma il suono +ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella +sì romorosa confusione, non uscì. +</p> + +<p> +Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, +di schiavi e servi. Chiese del padre, i servi +erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano +muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono +da lui ritraendosi in un angolo. Se non fosse +stato Marco dalle braccia di Milo, i servi avrebbero +<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> +osato avventargli ingiurie, chè il tetro +Publio ognora li eccitava contro il figlio, come +chi aizza de’ sanguinari veltri ad assalire un +passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. +Questo, senza sgridarli, chè a ciò non aveva +nè volontà, nè tempo, s’accostò alle stanze +paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene +appreso come il padre le ordisse continue insidie. +S’accostò; udì la voce del padre forte, +aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di +Gordiene alta, vibrata, minacciosa e tuttavia +ancora attraente; udì un fremito come di grosse +minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel +tono più basso; e la voce virile e la femminile +staccarsi da quel fondo di note cupe, che non +erano effetto d’arte musicale, ma espressione +spontanea e non voluta di spavento e di terrore. +</p> + +<p> +Marco non pensò all’ingiuria che stava per +<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> +fare al padre, non vide il pericolo proprio, chè +contavansi a centinaja i servi che a un cenno +del padrone potevano avventarsegli contro ed +atterrarlo; non fu sospinto che dall’affanno e +dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le +chiuse imposte della paterna stanza. S’affacciò; +sostette immobile sulla soglia, guatò il padre +che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento +l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata +alla parete serrava nel breve pugno la +ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo. +Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano +morti; e le loro facce belvine apparivan +tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato +dal re Mitridate con bava d’aspide e +con miscele di succhi vegetali che, maestro +espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe +dei funesti suoi orti, uccideva di colpo, senza +dolore, senza dar tempo a lamenti. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> +</p> + +<p> +Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi +vibrava al figlio continui lampi di luce sanguigna. +Poderoso appariva anch’esso ed era +alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole +avrebbe creduto, osservandolo al primo, +essere ancora più forte del figlio. Ma canuto +egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, +aveva segnati di vene rossigne, e offese di rughe +spesse e profonde le parti esterne; guardato +più a lungo, mostrava una vita in decadenza: +decadenza anticipata dai turpi costumi, +da un morbo occulto, già antico e ribelle; dall’assenza +non mai interrotta d’ogni mite affetto; +da un livore implacato che lo faceva aspro a +tutti, aspro e funesto a sè stesso. +</p> + +<p> +Al giovine Marco la considerazione di quanto +aveagli raccontato Gordiene, fece tosto indovinar +la cagione della scena che gli si presentava +dinanzi; onde più non soffrendo di +comprimere gli sdegni: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> +</p> + +<p> +— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo +o Atride; non umano padre. Da te pollute le +due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè +son morte avventurato mi debbo chiamare; +chè la vergogna respinta invano dall’inerme +virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti +plachi, pur scendente a vecchiaja e dalla vendetta +degli Dei inquinato nel sangue. Servi, +che fate qui, perchè susurrate parole, mentre +io parlo? Or sappiate che il padrone vi aveva +condannati a morte. Tre vomitarono già l’anima +dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di +voi tutti i più vili sono essi, chè di menzognere +delazioni mi saturavano il padre a rendermigli +sempre più odioso. Or ecco come li +ha pagati; e non ancora nel vostro capo ottuso +penetrò il vero? Guardate, non son ferite +di morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato +il ferro, e una puntura lieve basta a dar +<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> +morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse +di disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più +sarebber caduti l’un sopra l’altro, finchè alla +fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile +sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle +bramose mani del padrone ajutato dai pochi +di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi cani +da preda, perchè vediate come vi compensa +il padrone. Ma io sto qui adesso. +</p> + +<p> +— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come +libero cittadino innanzi a cittadino libero; ma +qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io senatore, +io re nella mia casa; tu schiavo e servo +innanzi a me e cane come costoro. Però gli +Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle sacrosante +leggi non mi valsi fin qui per punirti +qual meriti. +</p> + +<p> +— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante +leggi, o violatore della legge. Rendimi quel +<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> +che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode +d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa +fanciulla assai più preziosa di piropi e smeraldi; +questa fanciulla che è mia, di me solo, +e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, +tu dici, ed è; ella è cosa, anima non le spira +nel petto; il diritto le invola l’umanità; dunque +è mia come i tesori che portai dall’Asia, +tesori che non hanno anima. Ma io ti citerò +ai gradini del pretore. Cesare parlerà e consacrerà +il tuo capo alla vendetta della legge +ed al furore del popolo. Verre tu mi hai chiamato, +più ladro di Verre; ma ben Verre sei +tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno +i giusti, e per la prima volta sarà visto +il figlio punire il padre. +</p> + +<p> +— Empio; e nelle parole tue già parricida. +Oggi prima che tramonti il sole scenderai sotterra. +È da troppo tempo che nel suo antro +<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> +solitario il carnefice vive e mangia e beve inoperoso. +</p> + +<p> +— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di +morte qui. Ferisci costoro, o Gordiene; io ti +proteggerò di me e del mio ferro; prostratevi +in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal +padrone; e, sebbene non vi numeri a cento, +siate ora ecatombe a questa donna mia. +</p> + +<p> +— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, +che qui giaciono, io ho ferito, o Marco, perchè +con feroce violenza m’aveano già stretto +il fianco. Costoro non si mossero; io perdono +ad essi. +</p> + +<p> +Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi +il ligneo tabulato, aggirandosi intorno a sè +stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a +vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò +l’antica larga sua daga che di là pendeva tra +la lorica e l’elmo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> +</p> + +<p> +— Contro di me ti avventa, o scellerato, +gridò poscia. La tua giovane daga attraversi +l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. +Io ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta +Roma debba inorridire vedendoti, e fuggire la +folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa +dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido +mio ferro. Vieni ti aspetto, o scellerato. +</p> + +<p> +— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene +scellerato io sia; e sento di esserlo ora; perchè, +standoti presso, mi par di assorbire tutto +l’inferno dell’anima tua. +</p> + +<p> +— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi. +</p> + +<p> +Gordiene si staccò dalla parete dove immobile +ancora si stava, e: +</p> + +<p> +— No, o padre di Marco, no — non ferire; +ei si lascierebbe ferire — egli è tuo figlio; ed +io sono la schiava sua; ma sua donna anche +e sua madre e sua sorella e sua figlia. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> +</p> + +<p> +— E muori dunque tu. +</p> + +<p> +E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia +daga di Publio a lei penetrò nel petto tra +le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida +di terrore ed anche di pietà mandarono i servi. +</p> + +<p> +Marco Sceva rimase immobile come simulacro +marmoreo; e la vitrea pupilla rivelava il +subito deliquio dell’intelletto. +</p> + +<p> +E stette immobile anche il nefario padre, e +un istantaneo lampo di pentimento gli attraversò +l’anima buja. Ma si scosse Marco e si +gettò a terra in ginocchio accanto alla morente +Gordiene; e le prese ambedue le mani +ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole +un bacio sul labbro, di sotto al quale ei sentì +tremare il bacio che non potè esser ricambiato, +perchè lo spirito si esalava in quel +punto da quella bocca soave che si chiuse per +sempre. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> +</p> + +<p> +Un silenzio di tomba tenne quella stanza +alcun tempo. +</p> + +<p> +Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e +il più grave di Publio. Ma fu rotto il funereo +silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo +grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso +petto le mani di Gordiene; e l’eroe +futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava, +singhiozzava, piangeva come un fanciullo +percosso. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span></p> + +<h2 id="cap2">II. +<span class="smaller">CESARE E PUBLIO SCEVA.</span></h2> +</div> + +<p> +Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò +per qualche tempo a leggere Polibio e +ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove +l’amico suo Varrone aveva fin d’allora delineato +la geografia e la topografia del teatro +<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> +della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa +la lettura, come se lo avesse colto un improvviso +pensiero, chiamò un servo, al quale ingiunse +dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. +Il racconto che Sceva gli aveva fatto, il +dolore profondo dal quale avealo visto oppresso, +l’indole generosa ma pericolosissima +a un tempo di quel giovine straordinario, gli +fece pensare essere necessario di provvedere +ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo +in mente più disegni d’imprese future, +sebbene senza un punto determinato, ed essendo +oramai giunto a quell’età che più non +gli permetteva di star pago di una celebrità +la quale si chiudeva entro le mura di Roma, +celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava +spesso fra centurioni e militi, armeggiava +con essi, con essi versava in famigliari +colloquj, si rendeva amicissimi i più forti e +<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> +valorosi, all’intento di averli seco, quando mai +dal Senato gli fosse decretato di condurre la +guerra a conquista di paesi; però gli parve +essere fra tutti di altissimo prezzo il giovane +Sceva, il quale era stato di grande ajuto a +Pompeo in molti pericolosi dubbj delle battaglie. +Di quei tempi la forza fisica e l’impeto +del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura +comune, potea rendere un sol milite romano +formidabile a intere coorti. +</p> + +<p> +Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire +il verissimo vero, ma per libidine di +singolarità, e per avversione alla gente latina, +negò alla ricisa molti fatti gloriosi dell’antica +Roma eccezionali, e negò il valore +prodigioso di Coclite e la possibilità di star +solo al ponte contro le irruenti schiere degli +Etruschi, mostrò di non comprendere nè +Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo +<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> +era più grande dello storico tedesco, e viveva +e scriveva in tempi ancora prossimi alla battaglia +di Farsaglia, e dalla tradizione orale +non interrotta avea trovato quel vero che Niebuhr +invano cercò nella sua fantasia inzuppata +di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di +guerra maraviglioso, al pari e più di quel d’Orazio. +</p> + +<p> +Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane +già fin d’allora singolarmente forte e coraggioso +e glorioso fra i commilitoni, e dominarlo +così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque +in cocchio e recossi alla casa degli Sceva. +Voleva parlare al padre di Marco, per tentar +di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. +Discese alla casa; non vedendo l’ostiario, entrò +senz’altro, e passato al cavedio, con sua meraviglia +lo vide affollato di schiavi e servi e +clienti, i quali pareva tendessero l’orecchio +<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> +come in aspettazione di qualche notizia. Marco +Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, +ed alcuni momenti prima aveano risuonato +pel vasto palagio le voci alte, sonore, minacciose +del padre e del figlio, e prima ancora +le acute esclamazioni di Gordiene. L’ostiario +aveva lasciato la porta senza custodia, chiamato +anch’esso da quelle voci e da quelle grida +accennanti a un litigio feroce. I servi si curvarono, +in atto di soggezione, all’apparire di +Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro +e gli baciaron le mani. +</p> + +<p> +— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi +sembra di vedervi tutti in qualche sospensione. +</p> + +<p> +— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma +oggi siamo in timore del peggio — chè +suonaron minaccie tremende, e grida e +pianti femminili. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> +</p> + +<p> +— E non è uscito Marco? +</p> + +<p> +— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le +parole di Cesare. +</p> + +<p> +Questi espertissimo delle passioni umane e +dei desiderj impazienti che comunicano a chi +le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno +di Marco. Disse poi all’ostiario: +</p> + +<p> +— Io m’inoltro alle stanze di Publio. +</p> + +<p> +— Non entrare, o Cesare, in tal momento. +</p> + +<p> +— È in tal momento ch’io debbo entrare. +</p> + +<p> +L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; +entrò nelle stanze interne. D’una in altra +passò a quella di Publio. +</p> + +<p> +Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò +Publio appoggiato al dossale di un’aurea edra, +guardò alla daga insanguinata che il vecchio +aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo +affacciarsi, Cesare credette, ricordando Appio +e Virginio, che Marco stesso avesse trafitta la +<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> +fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del +padre; ma la daga caduta e quella che ancor +pendeva chiusa nella vagina dal fianco di Marco, +gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono +in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè +Marco sempre inchinato sul corpo della sventurata, +e sempre gemente, teneva il tergo rivolto +a lui, ned erasi accorto della sua presenza. +Nè Cesare pensò d’interrompere quel +dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni +istanti, s’accostò a Marco e al cadavere +della fanciulla. Marco si volse, vide Cesare; +proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, +poi, ribaciata Gordiene: +</p> + +<p> +— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo +ed ottavo anno a lei traeva la parca; ed +ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non +udrò il suono della sua voce; nè più il raggio +almo degli occhi suoi; nè più il sorriso, onde +<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> +pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la +trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei +sente orrore di sè; nè sa l’insulto che fece +alla natura, che liberale componeva questa beltà +sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da +questa stanza maledetta. +</p> + +<p> +— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; +e che mai più io non ti veda. Fallo uscire +da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè +se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, +e così l’anima sua volerà più presto +incontro all’anima della schiava. +</p> + +<p> +— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; +nulla vi ha che ora torni opportuno a +dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti +conosce appieno; Roma conosce il tuo figlio +appieno. Usciamo, o Marco. +</p> + +<p> +Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare +Gordiene, dalla quale non sapea staccarsi; +<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> +le tolse il peplo insanguinato; levò dal +tabulato la lama indarno esiziale che a lei, +trafitta, era caduta di mano; tolse dal cinto di +Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo +chiuse; e questo e il peplo portò seco, a commemorazione +perpetua del suo sventuratissimo +amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò +prendere la mano da Cesare che, muto, condusse +Marco fuori della casa paterna. Salirono +in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a +Catilina. +</p> + +<p> +Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, +ma l’ostiario disse a Cesare: +</p> + +<p> +— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar +Catilina. Se vuoi parlargli, è bisogno che +ti rechi a quella casa. +</p> + +<p> +L’auriga piegò al palazzo di Sempronia. +</p> + +<p> +— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco +quando il cocchio si fermò. Troppo disfatto io +<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> +sono, nè la mente può soccorrere alle mie +parole. +</p> + +<p> +— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo +e il sangue. Io dirò il resto. +</p> + +<p> +Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, +misero il piede nella sala magna, dove Sempronia +accoglieva a congressi, dissimulati da +sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini. +</p> + +<p> +— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco +Sceva. Ma che veste e che sangue rechi tu +sul braccio? +</p> + +<p> +Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono +al giovane Sceva. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span></p> + +<h2 id="cap3">III. +<span class="smaller">MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA +NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.</span></h2> +</div> + +<p> +In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, +v’erano la Dorestilla stata già amante +di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice +di amanti indebitati; e la Gèmina, +maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa fama, +<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> +nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito +Endimione ognora tentato dalle Diane +terrestri, era entrato vivo e, deposto nella sedia +portoria, era uscito morto; e v’erano altre +patrizie romane. La Precia cortigiana e la Flora +e la Chiledone, sebbene care a Lucullo e a +Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili +nell’uragano che stava per prorompere, non +v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti si +schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, +dal concedere l’accesso alle peccatrici +pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio, Cetego, +lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a +Cesare e a Marco. +</p> + +<p> +Cesare parlò: +</p> + +<p> +— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, +espertissimo di leggi e costumi, e Ruffo e Scevola +giureconsulti, e Granio Flacco, il commentatore +delle dodici tavole, abbiam discusso +<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> +intorno al bisogno di far nuove leggi che surroghino +le antiche e distruggano il fatto pel +quale dobbiamo sottostare a molte che sono +in manifesto contrasto coi presenti costumi, +colle necessità che modi diversissimi di vita +pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni +andarono creando; e, quel che è più penoso +a pensare e a dire, in contrasto colla natura, +colla ragione, colla giustizia. +</p> + +<p> +«So che in codeste adunanze corre spesso +il discorso intorno alle cose che riguardano +la patria, alla quale tanto più volenterosi contribuiscono +i cittadini quanto più ripetono la +domestica felicità dalla sapienza delle istituzioni +e dalla equità dei diritti. Tu conosci, o +Catilina, questo giovine forte, questo decoro +della casa Sceva, e voi tutti conoscete il padre +suo. +</p> + +<p> +«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare +<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> +la gloria sacra degli avi e a coprire i +vituperi paterni? +</p> + +<p> +«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo +noi, che condannano la virtù ad essere +la schiava del vizio; perchè se un figlio pei +suoi meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia +è decretato schiavo perpetuo del padre, +anco se questi per le scelleraggini sue venga +in odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini. +</p> + +<p> +«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il +figlio non è uomo, venne in una sua parte riformata; +ma le parti superstiti e antiche fecero +inferma e impotente la nuova, se non per +il diritto, per il fatto. Publio tenne per sè i +tesori e le proprietà che questo amico mio, +questo giovane forte e caro a Marte, si portò +dalle terre dove militò gloriosissimamente. La +legge nuova decretò non tangibile dal padre +<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> +questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto +castrense scolpito è in bronzo nel tabulario. +Ma se il figlio al cospetto del padre non +è uomo, se può essere manomesso e infranto +dal padrone come una creta spregiata, percosso +e ucciso come un cane vile, inutilmente +splende la legge nel tabulario, quando il padre +sia avaro, ladro, iniquo. Ben di cento +e più talenti è il valore delle ricchezze che +Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco +un tesoro inestimabile, un tesoro vivo in cui +spirava divina la Psiche, e di cui la beltà +sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e +a questo infelicissimo amico mio necessità di +vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue. Il +padre gli uccise la bellissima fanciulla che +seco aveva condotta a Roma; Gordiene ella si +nominava ed era di greca schiatta, e stava già +nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. +<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> +Non potendo toglierla al figlio, perchè la fiera +virtù di lei gli rendeva impossibile manometterle +il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece +scelleratamente uscir l’anima immortale, squarciandole +il petto. +</p> + +<p> +«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto +così atroce e fuori dell’ordine umano non avvenne +mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo, +quantunque senatore, tenuto in tanta povertà +dall’avarizia paterna, che per esser pari al tuo +grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere circumforaneo +dove gli usuraj, augelli di preda, +attendon le vittime, che, sprofondato nell’abisso +dei debiti, a stento riesci a salvar dagli insulti +dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo +Sura, sei più avventurato; nè voi, figli di Servio, +fratelli Sulla, siete netti dell’immonda lebbra; +e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui +vedo, sebbene consiglieri del Consiglio militare +<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> +e tenuti in altissimo pregio nel campo e nel +fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal +paterno rigore. Ma tutti mi guardate attoniti +e forse ascrivete ad impudenza maravigliosa +se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più +indebitato di quanti sono in Roma, sebbene +non abbia padre che mi tenga in tirannico +governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre +finalmente una legge che distrugga o +modifichi codesto mostruoso abuso della potestà +paterna. +</p> + +<p> +«Io so che avrete avversissimo uno dei più +grandi Romani, Cicerone, il quale è di sì formidabile +eloquenza che contorce anche i più +forti intelletti a cambiare sentenza, pur se +questa sia effetto di convinzioni antiche e profonde. +Però, quantunque ei rechi tanto onore +alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto +all’ara della virtù, nessuno è più di lui +<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> +fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere +che assecondi il corso naturale dei giustissimi +desiderj degli uomini. Nella sua casa, toccando +della riforma delle leggi, egli, in mezzo a Scevola +e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il +solo che, quasi invasato da un arcano furore, +non consueto in lui, d’animo così buono e mite, +chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare +le antiche leggi. È un funesto pregiudizio +che, quasi a mostrare che non v’è perfezione +nell’uomo, penetrò come verme in quel +nobilissimo intelletto. E giacchè è a proporre +una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a +proporre in apparenza non giusta come la +prima, ma giustissima al postremo della questione. +Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio +vantaggio, ma parlando per me, parlo per tutti. +</p> + +<p> +«Voi sapete come fra i legislatori greci sia +altamente riputato Solone; sapete pure come +<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> +esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia +promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. +Ma io non propongo di ripetere il radicale +pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo +eversore, e sembra varcare i confini della giustizia. +</p> + +<p> +«Però io proporrei una legge che riducesse +i debiti alla loro terza parte. Ai feneratori non +si toglie quanto iniquissimamente hanno acquistato; +non si spoglia nessuno di essi, quantunque +a buon diritto lo si potrebbe, chè la +pecunia rapita, dovrebb’essere restituita dai +ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si +tengano quel che possedono. Soltanto si riducano +i loro crediti. A questa legge avremo avverso +Catone, potentissimo in Senato. — Egli +è grande Catone, è austero, è di costumi incontaminati — ma +è venuto nella sentenza che +del proprio si possa far l’uso che si vuole e +<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> +chi cerca danaro e n’ha di bisogno lo paghi +anche senza misura di proporzione. Egli è per +tale persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, +arricchì di molto. Vuolsi adunque proporre +anche questa legge; ma tranquillamente, +ma senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando +severissimamente le persone di questi +splendori di Roma. +</p> + +<p> +«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva +e le mie parole non possano far credere che +codesto sia un convegno di troppo gravi e pericolosi +intenti, mentre invece è una adunanza +tutta devota a geniali esercitazioni, io e Marco +partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna +tornino a consolare dei loro canti questo Catilina +che or mi si è fatto taciturno e fiero in +vista.» +</p> + +<p> +E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, +che se ne stava immobile e ognora attonito, +a seguirlo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> +</p> + +<p> +La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato +presso di sè Lentulo, Verguntejo, Quinto +Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei più +intimi recessi del suo vecchio palagio. +</p> + +<p> +— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. +Verrà tra poco. Come già considerammo, le +sue parole avevano altro intento che di mitezza. +Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi +pochi e forti e di acuto intendimento si manifesterà. +</p> + +<p> +«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? +una rivoluzione vasta, profonda, +lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi +di mistero come la Pizia. Rivoltare +tutti i figli contro i padri, tutti i debitori contro +i creditori, è spingere il naviglio in un +mare di sangue più vasto, più procelloso di +quel di Silla. E sì tremenda impresa m’invoglia. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> +</p> + +<p> +«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse +il più funesto a Roma; col raccomandare di +rispettarlo, volle dunque accennare che, a toglierlo +di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. +Sterminato come scaltro è l’ingegno di Cesare; +qui lo aspetto con impazienza.» +</p> + +<p> +Ma la notte procedette altissima e Cesare +fu aspettato indarno. Nè mai più si accostò a +quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava gli +intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto +pericolosa e incertissima, per serbarsi poi intatto +a raccogliere il frutto della audacia fortunata, +o a non dividere la sventura che insegue +e spegne gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno +presago e odorava l’avvenire. +</p> + +<p> +Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non +si recò alla casa di Catilina. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p> + +<h2 id="cap4">IV. +<span class="smaller">CESARE E SERVILIA.</span></h2> +</div> + +<p> +Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora +sanguigna che illuminò la sua morte, respingere +il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia, +presago del suo non duraturo affetto; e nelle +parole ultime ond’ei prese commiato dall’odiato +<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> +Cesare, suonare il presentimento e della repubblica +che per lui sarebbe perita e dell’amante +che gli avrebbe involata; ci accorgemmo +come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida scena, +adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i +profumi di non lontane voluttà, intanto che +nel sangue del sacro giovinetto prevedeva quello +che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava +infliggere al gran corpo romano. E lui +vedemmo infatti dopo i trionfi del circo, penetrare +col balsamo avvelenato d’insolite parole, +il cuore e il senso dell’incauta fanciulla, +e coll’alloro agonale che Servilia aveva imposto +sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, +infiammare la stolta plebe romana e sgomentar +gli astuti, i forti ed i veggenti. +</p> + +<p> +Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. +Pareva che la fortuna più s’innamorasse di +lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare +<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> +s’irrise dell’inflessibile fratello di Servilia, e +lei piegò e vinse, pur nelle istesse case dei +Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo +amore ch’egli mise in lei, fece sì +ch’essa con suo pericolo accorse di nascosto +ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, +e però stesse in disparte dalle congreghe catilinarie. +</p> + +<p> +Se non che questa Servilia istessa, non +si può congetturare per qual cagione, se non +forse per le transitorie movenze del cuore +umano, di repente, ad onta di sì profondo +amore per Cesare, dalle case dei Catoni, +fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, +passò a concedere le seconde fragranze nelle +case dei Bruti, sposa quale divenne dell’ultimo +discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di +Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa +alla Suburra, nell’antico palagio, nel fôro, nel +<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> +pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran +messaggeri assidui e portatori di lettere. — E +intanto nacque Marco Bruto, l’ultima parola +della repubblica romana. Cesare vide quel +neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, +che sorrise a lui. +</p> + +<p> +Quante varie fila annodava il destino di Roma! +I Bruti, i Catoni, Servilia, Cesare; l’amore e +l’adulterio preparanti la lotta della Repubblica +e dell’Impero! +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span></p> + +<h2 id="cap5">V. +<span class="smaller">LA CONGIURA DI CATILINA +E IL SENATORE QUINTO CURIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Di tutti coloro che si radunavano intorno a +Catilina un uomo che fosse compiutamente +onesto, un giovane che non fosse stranamente +vizioso, se si eccettui Marco Sceva, una donna +che non fosse cupamente adultera, perchè, come +<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> +vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice +lo vollero insanguinato, non c’era. — E +qui ci si offre una questione. — Come mai +tanti uomini avvolti in così profonda corruzione +s’avviavano ad un’impresa che ad ogni modo +era grande? Grande era, perchè, pretermessi +gl’intenti, diremo, individui che si riferivano +alla radicale riforma del regime domestico, la +repubblica allora procedeva di tal modo che +a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa +quando è pessima non può mai esser cangiata +in peggio. — Non ordine, non sicurezza nè pubblica +nè privata. — A vivere in Roma si era +men sicuri di quel che si sarebbe a percorrere +un bosco dove stesse in sull’arme una schiera +di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano +ad una grande impresa dove per lo +meno ci volevano le virtù del coraggio e del +sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte +<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> +per un grande intento. — Eppure, ripetiamo, +nessuno di loro era virtuoso. +</p> + +<p> +Or come questo si spiega? non è un problema +storico, è un problema umano. — Tranne +le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or +presenta alla storia maraviglioso esempio, chi +è nato alle imprese arrischiate e va imperterrito +incontro ai pericoli, tiene dalla natura +qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime +soverchiano al punto le miti che queste +scompajono poi affatto, e non rimane che la +terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste +nature sono tremende e straripano feroci, onde +sono infestissime a chi le avvicina. — È noto +che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, +quelli che davvero potevano chiamarsi +fulmini di guerra, e per virtù dei quali il gran +capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, +allorchè, durante le tregue e le paci, si +<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> +riducevano ai patrj focolari, erano così infesti +alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse +la guerra per liberarsi da quegli +insopportabili flagelli. — E toccando di qualche +figura celeberrima, del <i>Giovanni delle Bande +Nere</i>, per esempio, non v’era uomo che, fuori +del talento e del coraggio guerriero maraviglioso, +nell’ordine delle doti private non fosse +detestabile al pari di lui; eppure fu un grande +eroe e l’Italia va gloriosa del suo nome. — Cessa +dunque lo stupore del come i congiurati +di Catilina avvolti in tanta depravazione, pur +s’avviassero generosamente al campo, i cui +fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano +che dalla fortuna. +</p> + +<p> +Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze +intime di Catilina e ai quali dopo il capo doveva +esser dato il governo delle cose, v’era il +senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati +<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> +alla congrega segreta, allo sciogliersi di +essa, erasi giurato di serbare il più profondo +silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj +che già erano stati invitati da loro, col +pretesto che per allora l’impresa era tenuta +in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; +cogli altri giurò anche il senatore Curio. — È +deplorevole come Catilina, uomo di fortissimo +ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non +siasi accorto che taluni, e molti, non erano intellettuali +affatto, nè capaci di fare alcun che +di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, +uomo nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche +Sallustio lo dice. — Colui +partitosi da Catilina, recossi come di consueto +alla casa del senatore Messala, che fu poi Console, +uomo turpe in ogni ordine di cose; e a +tutte le ore del giorno e nella maggior parte +della notte così putrido di vino, che quando i +<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> +suoi clienti gli si presentavano, stavano in distanza +da lui, perchè non ne potevano sopportare +il vinoso fetore. — Ad ogni modo però, +siccome era ricchissimo e possedeva il migliore +falerno della repubblica, di notte molti patrizj +si recavano nelle sue stanze e vi si trattenevano +empiendo di continuo le tazze alle anfore +indulgenti che stavano nel mezzo del circolo +degli amici. — Quinto Curio venne dunque a +lui e tante tazze tracannò che il suo discorso +erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo +dai sedili, mal si reggeva sui piedi, e in +queste condizioni recossi come di consueto a +visitare l’amante Fulvia. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span></p> + +<h2 id="cap6">VI. +<span class="smaller">FULVIA E QUINTO CURIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del +palagio, vi si trattenne un istante ed il suo +corpo fece quel movimento tutto particolare +agli ebbri e che somiglia a quello di un pendolo +capivoltato. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> +</p> + +<p> +Dei servi adunati nel cavedio la maggior +parte stettero seriissimi e in silenzio, perchè +sapevano ch’esso era l’amante della padrona +ed esso medesimo quasi padrone. — I più stettero +dunque serj, ma due o tre non poterono +trattenersi e diedero in uno schianto di riso +scandalosissimo. — Curio, barcollante, quantunque +dignitosamente avvolto nel manto senatorio, +si irritò di quelle risa, e: +</p> + +<p> +— Bestie del foro boario, gridò con accento +incerto e come d’uomo apopletico. — Bestie +del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò +fustigare a sangue. — +</p> + +<p> +E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze +di Fulvia che soleva vegliare tardissimo. +</p> + +<p> +I servi stettero in silenzio finchè furono in +presenza di Quinto Curio, ma poi che questi +se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che +avean saputo contenersi, diedero ancora nelle +prime rumorose risa. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> +</p> + +<p> +Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, +la salutò come potè, e come potè si mise a +sedere. +</p> + +<p> +Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle +un vaso, stava una giovinetta schiava: +</p> + +<p> +— Per Venere e per Marte e per tutti gli +Dei e Semidei del cielo e della terra, disse ebriosamente +Curio, sai tu, Fulvia, che questa Alfesibene +è oggi mai un portento di beltà? — Essa +è degna di chi è la regina di questa casa; ma +tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente farmi +il dono di questa fanciulla creata dalla natura +in un momento di giocondità e di afrodismo. +Nelle tue mani essa non serve a nulla. — Cedila +dunque a me. +</p> + +<p> +Se Curio avesse immerso un pugnale in petto +a Fulvia, non le avrebbe dato spasimo maggiore. — Un +brivido d’invida ira la percorse +tutta; nulla disse però; sibbene quel fuggitivo +<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> +istante bastò per odiare quella fanciulla e per +sempre. — E la schiava, adempiuto al debito +suo, si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale +fu blando e quasi soave, uscì dalla stanza. +</p> + +<p> +La faccia di Fulvia era di quelle che di primo +tratto danno la sicurezza della perversità anche +ai meno esperti leggitori dei volti umani. A +Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; +e non era sgarbo, che, presentandosi +l’occasione, ei non le facesse. +</p> + +<p> +Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei +era disprezzato e da qualche tempo le si era +fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un +amante occulto tanto bello quanto povero, e +che sovveniva di danaro. — Avarissima però +qual era e questo pesandole assai, s’era più +volte recata alla casa di Cicerone perchè volesse +dar collocamento a quel giovine in qualche +magistratura. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> +</p> + +<p> +Cicerone era <i>Quartumviro alla Moneta di +Roma</i>, quel che oggi si direbbe direttore della +Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè +desse posto a quel giovine negli uffici della <i>Moneta</i> +appunto. — Fulvia, sebbene ricca, d’istinto +naturalmente ladra, credeva che a quel giovanetto, +versante tra l’oro e l’argento, potessero +facilmente rimaner tinte le mani. +</p> + +<p> +Fulvia, quando la schiava fu uscita: +</p> + +<p> +— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso +nelle anfore del senatore Messala — se tutti somigliassero +a te, davvero che il Senato parrebbe +una vasta taberna dove il popolo di Roma +più lercio va a tuffarsi nella torbida onda ad +esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è +indegna cosa. +</p> + +<p> +— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco +più che Giove ed Apollo è sovente consigliero +di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè +<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> +la lingua si rifiutava al suo istituto), e +vo’ dire che Bacco infonde sapienza e coraggio. — Tu +non sai, Fulvia, quello che io so, +nè verrà mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero +sia, no: errai, il dì verrà ed è prossimo +che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, +sebbene io non abbia segreti per te, +pure devi essere circondata dal più nebbioso +mistero. +</p> + +<p> +— Hai misteri per me tu? ebbene domani +all’ostiario e agli altri servi comanderò d’impedirti +la soglia del mio palagio. +</p> + +<p> +Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, +si riebbe dall’ebbrioso sopore, e: +</p> + +<p> +— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se +io mancassi a un giuramento? +</p> + +<p> +— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto +degli altri tutti, ma io, da te, o Curio, +debbo essere costituita in singolare privilegio. +<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> +Chi ha misteri con chi dice d’amare, non +ama. — +</p> + +<p> +E pronunciò queste parole con accento blando +e carezzevole, ma udendo il quale chiunque non +fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo +suono perfido e mendace e insidioso. +</p> + +<p> +Fulvia sapeva della congiura e provò anzi +dispetto che Sempronia non l’avesse mai chiamata +alle adunanze preparatorie; sapeva anche +delle conventicole clandestine a cui erano invitati +pochissimi; ma non avea mai sospettato +che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva +uom dappoco e inetto a qualunque impresa; +però si mise in sull’ale quando lo sentì a toccare +del giuramento. +</p> + +<p> +E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore +e per la debolezza nativa non seppe +trattenersi, e: +</p> + +<p> +— Si sta maturando una grande impresa, ma +<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> +a prepararla ha a compirsi un fatto pel quale +anche tu, Fulvia, sarai vendicata. +</p> + +<p> +— Io? +</p> + +<p> +— Tu.... +</p> + +<p> +E Curio si soffermava come sonnolento. +</p> + +<p> +— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi +gridava, scuotendolo da quel letargo. +</p> + +<p> +— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte +accesa d’ira m’hai detto che dal console Cicerone +avesti a sopportar contumelia. +</p> + +<p> +— Ebbene? +</p> + +<p> +— Domani a quest’ora questo non sarà più +possibile.... gl’inferni dei avranno già accolto +il console. +</p> + +<p> +— Oh.... che narri? +</p> + +<p> +— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso +nella medesima sua casa. — Verguntejo.... conosci +tu Verguntejo? +</p> + +<p> +— Sì, prosegui. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> +</p> + +<p> +— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... +Domani sera visiteranno il console e.... +La repubblica in quel punto verrà trafitta a +morte insieme con lui. +</p> + +<p> +— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, +Curio, or parti di qui e va a rinchiuderti nel +tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; +e perchè sfugga il pericolo di incontrarti +con altri nel far la via, ti farò apprestare il +cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e +dormi. +</p> + +<p> +Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare +il cocchio. +</p> + +<p> +Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia +si alzò e passeggiando come se fosse impazientissima, +lo andava guardando con disprezzo e +sorrideva sugli occhi chiusi di lui con un sorriso +veramente infernale. +</p> + +<p> +Tornò il servo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> +</p> + +<p> +— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, +accompagnalo e mettilo in cocchio; dì +all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e divori +la via — già non è lunga; poscia ritorni +a condurre me altrove. +</p> + +<p> +Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse +seco sebbene ei si rifiutasse. +</p> + +<p> +— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, +va, ti ripeto. — Anche l’ora è tardissima. — Va. +</p> + +<p> +Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il +piede e aveva l’occhio semispento. — Uscito +ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’ cingere +i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... +e, così preparata, stette aspettando il +ritorno del cocchio. +</p> + +<p> +Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una +tavoletta e vi scrisse alcune parole; poscia uscì +e salì in cocchio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> +</p> + +<p> +Disse all’auriga: — Va alla casa del console +Cicerone. +</p> + +<p> +L’auriga rispose: — Siam già presso alla +seconda ora dopo la media notte. +</p> + +<p> +— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e +sollecita i cavalli. +</p> + +<p> +L’auriga tacque e attese al debito suo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span></p> + +<h2 id="cap7">VII. +<span class="smaller">FULVIA E CICERONE.</span></h2> +</div> + +<p> +In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. +Un profondo silenzio lo circondava e lo occupava +di dentro. +</p> + +<p> +L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli +ostiarj si davano il cambio e non abbandonavano +mai le porte delle case. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> +</p> + +<p> +Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo. +</p> + +<p> +L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, +domandò che cosa era avvenuto. +</p> + +<p> +— Reca questa tavoletta al console; anche +se fosse nel cubicolo, sveglialo. +</p> + +<p> +— A quest’ora è ancora nella biblioteca. +</p> + +<p> +— Bene è. +</p> + +<p> +L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò +la tavoletta. +</p> + +<p> +Il servo entrò nella biblioteca. +</p> + +<p> +— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo. +</p> + +<p> +— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è +un cocchio e una dama vi siede. +</p> + +<p> +Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, +sebbene l’ora di notte sia tarda; viene per +cose gravissime che non ammettono indugio, +cose relative alla patria e a te.» +</p> + +<p> +Cicerone rimase stupito. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> +</p> + +<p> +Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non +ne avesse una ragione, ma per un’avversione +tutta spontanea, al primo fu per rimandarla. +L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, +epperò la visita inattesa di quella donna +a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia +non volendo essere pusillanime in faccia +a sè stesso e sollecitandolo anche la curiosità, +disse al servo: — Falla entrare. +</p> + +<p> +Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; +era quello un distintivo degli alti personaggi; +ma il grande oratore e filosofo aveva portata +quella lunghezza ad una misura non usata da +alcuno in Roma, e ciò non per altro che per +nascondere l’estrema sottigliezza delle sue +gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava +il sorriso degli ignoranti ma densi centurioni. +Quand’era seduto, al pari d’Ulisse in +Omero, egli appariva maestoso e magniloquente +<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> +come una delle sue orazioni. Alzato, presentava +uno squilibrio tale di forme che offendeva +l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato +meglio per lui che, dovendo comparirgli innanzi +una donna, fosse rimasto seduto. — Ma +egli non aveva fiducia in quella donna, temette +persino fosse venuta per qualche atto +proditorio; però si alzò e nel fesso della toga +nascose un ferro. +</p> + +<p> +Fulvia entrò. +</p> + +<p> +Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche +e grandiose, sopraciglia fitte, occhio nero e +saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò +innanzi a Cicerone. +</p> + +<p> +— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, +per la tarda ora: bensì voglio ringraziamenti +da te. +</p> + +<p> +— Siedi, e parla. +</p> + +<p> +— Se io adesso non fossi qui, tu domani +<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> +a quest’ora saresti già piombato in Acheronte. +</p> + +<p> +— E da chi sai tu? +</p> + +<p> +— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa +di Catilina, dove Cajo Cornelio e Lucio Verguntejo +si offerirono di portarsi alla tua casa +e sotto colore di salutarti, darti la morte, passò +come di consueto da Messala ad ubbriacarsi, +e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente +melensa, fatta più immelensita dal vino, +mi svelò tutto; onde io venni da te senza por +tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi +dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere. +</p> + +<p> +— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora +parti. — E chiamato il servo, — Appresta il +cocchio, gli disse. +</p> + +<p> +Fulvia si alzò, e: +</p> + +<p> +— Se la repubblica più volte fu custodita +con sapienza da te, questa volta crollava di +<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> +certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella +lotta che ancora non è cessata ti ajutino gli +Dei immortali. +</p> + +<p> +Così detto, si partì. +</p> + +<p> +Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, +uscì, stette ad aspettare il cocchio, vi +salì, e recossi alla casa del console Antonio. +</p> + +<p> +— Di troppa indulgenza — pensava strada +facendo — si usò con questo Catilina; lo si +doveva abbattere fin da quando tuonai contro +di lui in Senato. +</p> + +<p> +Lo sfoggio del <i>quousque tandem</i>, onde le cattedre +gonfiaron gli orecchi di tanti milioni di +studenti, era già successo fin dai tentativi della +così detta congiura di febbrajo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span></p> + +<h2 id="cap8">VIII. +<span class="smaller">CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed +era addormentato. +</p> + +<p> +Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo +grado, costretto a svegliarlo. +</p> + +<p> +E il console Antonio, vecchio soldato che per +<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> +trent’anni aveva fatto le guerre con coraggio +e con fierezza, e che vestendo squaglia di coccodrillo +era duro e intrattabile anche nelle relazioni +domestiche, quando fu svegliato coprì +d’ingiuria il servo e quasi volea percuoterlo; +se non che il servo fu presto a dirgli: +</p> + +<p> +— Console, è qui Cicerone. +</p> + +<p> +— Cicerone? chiese maravigliato Antonio. +</p> + +<p> +— Egli mi comandò di svegliarti. +</p> + +<p> +— Va, fa che non attenda troppo. Digli che +lo aspetto. +</p> + +<p> +Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso: +</p> + +<p> +— E che avvenne di sì grande che a quest’ora +io ti vegga qui? Ben potevi comandarmi, +che sarei venuto io. +</p> + +<p> +— Non c’è tempo a perdere; la congiura è +matura e sta per esplodere. Io dovevo essere +ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. +Questo mi fa credere esser vero quanto mi fu +<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> +riferito, avere lo stesso Cornelio e Lentulo, +Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter +tutta Roma in fiamme e di governarne +l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere, Antonio, +e come fulmine colpirli tutti. +</p> + +<p> +Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, +e l’aveva incoraggiata. Affogato nella +molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo +di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era +lasciato attrarre dalle tentazioni di Catilina. +Ma a questo punto, venne forzato a respingerla, +e la repentina diversione, che era +tradimento, lo rese più zelante di Cicerone +stesso; pensò che era console e ridivenne +soldato inesorabile e nimicissimo degli amici. +Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe segreto +avviso di uscir tosto di Roma. Pare +che lo stesso Caio Antonio abbia provveduto +a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati +<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> +adunque la medesima notte, quanti poter +dei propri seguaci e delle viragini donne, la +Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e +di quelli che dovevano radunare i giovani patrizi +uscirono tutti dalla città che ancora non +era l’alba, e per diverse porte, prendendo per +diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori +di Roma il luogo del ritrovo comune doveva +essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta +Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina +veniva il cocchio di Sempronia; sedeva +con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro +cocchio dove stavano la Precia e la Flora. +</p> + +<p> +Queste donne avevano fermato e giurato di +combattere come uomini, di vincere o di morire. +E ben potevasi esser certi che la loro +fermezza era incrollabile. +</p> + +<p> +Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta +Portuense uscì Marco Sceva, e a questi, lungo +<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> +la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero +a congiungersi tutti i giovani patrizi. I +veterani che Catilina aveva raccolti, pagandoli, +e che erano condotti da un centurione di Fiesole, +medesimamente assoldato, erano già a +Monte Castrini quando Catilina vi giunse. Esso +aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la +fortuna senza una mano di soldati esperti ed +induriti nelle armi. Questi avrebbero dato coraggio +ai giovani che non avevano ancora fatto +sufficienti prove nelle varie battaglie. +</p> + +<p> +Intanto che la gente di Catilina veniva a +congiungersi tutta, i pochi sciagurati ch’erano +rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere +e strangolare nel carcere Mamertino, +arbitrariamente, violentemente, senza processo. +Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre +della Patria, così avendo voluto la fortuna, chè +merito nessuno egli non aveva avuto in quel +<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> +fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio, +e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe +caduto nell’insidia di Catilina. Eppure di questo +avvenimento, del quale avrebbe dovuto vergognarsi, +si vantò per tutta la vita, assai più +che delle sue doti veramente insigni, e della +sua grandezza oratoria e delle altre sue virtù +straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva +aver detto il falso, e Fulvia per qualche vendetta +poteva essere stata bugiarda; ma nel dì +stesso che i congiurati erano stati messi a +morte, essendo stato Cicerone ragguagliato che +Catilina capitanava assai gente, la quale ogni +dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere +le città vicine alle quali chiedeva e da +cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio +console di raccogliere quanti soldati potesse +e muovere incontanente contro Catilina, e Antonio +amico di Catilina e congiurato con esso, +<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> +mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe +potuto schermirsi perchè soffriva di podagra, +pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo +soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, +e avendo per luogotenente il legato +Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale +avrebbe dovuto dividere i pericoli e la fortuna. +</p> + +<p> +Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego +e gli altri sventuratissimi erano stati strangolati, +mentre egli sebbene vituperevole del vilissimo +tradimento che compiva, procedeva burbanzoso +alla testa dell’esercito, tenendosi certo +della vittoria e per la fiducia che aveva nell’arte +propria e nell’esperienza lunga e nel provato +coraggio, e perchè sapeva o congetturava +almeno di aver sotto di sè maggior numero di +uomini, e soldati tutti, che non poteva averne +Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti +che, siccome gli era stato riferito, avevano seguito +<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> +Catilina dovevano in campo riuscire a +colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato +fra le armi e copertosi di gloria, non aveva +mai comandato un esercito nè governato mai +per sè solo una guerra, però l’idea del tradimento +egli velò e coperse sotto alla nube +sanguinosa della gloria militare. — È degno +d’osservazione come Sallustio non dica nulla +di questo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span></p> + +<h2 id="cap9">IX. +<span class="smaller">LA BATTAGLIA DI PERUGIA.</span></h2> +</div> + +<p> +Catilina saputo come il Senato gli mandava +incontro un esercito poderoso, saputo inoltre, +con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio +console lo comandava, fra aspri monti a gran +giornate venne nel campo di Pistoja, ma Quinto +<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> +Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò +esso pure a gran giornate nel Piceno e qui +si accampò; e Antonio col forte delle sue genti +veniva a congiungersi a Metello per ovvio e +facile cammino all’intento di chiudere ogni +scampo a Catilina. +</p> + +<p> +E questi nella prima parte di questa breve +guerra mostrò grande sapienza militare, tenendo +ognora in iscacco il console, ora accennando +di muovere verso Roma, quando Antonio +lo sospettava avviato verso la Gallia Cisalpina, +ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, +quando Antonio lo sospettava avviato per gli +Apennini a Roma. +</p> + +<p> +Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta +e la morte dei congiurati tolsero a Catilina ogni +speranza di potere, traendo in lungo la guerra, +ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto +egli stesso. — Disanimati, moltissimi uscirono +<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> +dalle sue file, per il che sebbene da principio +egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi +a lui in gran numero per acquistar libertà, si +piegò ad accoglierli, onde il suo esercito potè +presto salire a quasi diecimila uomini. +</p> + +<p> +Quinto Metello Celere con tre legioni occupò +il campo Piceno, e Antonio e Petrejo lo andavano +inseguendo celerissimamente e con +esercito poderoso; però non sperando nulla per +allora dagli amici che stavano a Roma, pensando +che soltanto dalla fortuna delle armi e +dalla vittoria, non facile ma possibile, poteva +dipendere l’adempimento de’ suoi disegni, Catilina +risolse di venire a battaglia. +</p> + +<p> +Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici +pare di dover desumere che qui avvenne +il conflitto) dopo alcune marcie e contromarcie +vennero ad incontrarsi i due eserciti. +</p> + +<p> +Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse +<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> +combattere in persona per la podagra, pure +scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare +i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per +la patria, pei figli, pei lari; l’oste nemica, +è oste di vili, d’imbelli, di scellerati. Anche +donne stanno in quel campo contaminato, e +adolescenti non ancora addestrati nel campo +di Marte; onde se l’ottenere vittoria contro coloro +non può dare gloria nessuna a voi soldati +veterani, una sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia +senza esempio, e tale che più non +sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; +però vi esorto a condurre la battaglia +in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno +dal campo nemico possa tornare in Roma; chè +tutti coloro, uomini, adolescenti, per la virtù +fatale dell’infame Catilina, reduci in patria vittoriosi, +spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero +le sacre leggi, recherebbero la +<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> +morte nel seno delle vostre case, ad intento di +vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci. +</p> + +<p> +E come il console Antonio arringò i propri +soldati, Catilina attese a infondere coraggio e +fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le sue +parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco +Sceva il quale capitanava la parte più giovane +del campo catilinario. — Erano da due a tre +mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già +militato. — Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto +fierissimo a vedersi e veramente strenui. Molti +di loro non erano militarmente vestiti, nè +tutti avevano armi da campo — tenevano lancie, +ronche, pertiche, forche. Marco Sceva +misurando dalla propria la virtù altrui, era +pieno di speranza generosamente baldanzosa. — A +quella parte del campo non v’era nessuno +che varcasse gli anni ventiquattro; i più +<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> +stavano fra il sedicesimo e il ventesimo anno. +Marco Sceva dunque prima della battaglia disse +parole forti a quei giovinetti forti. +</p> + +<p> +— A quale intento siamo qui noi oggi, o +giovani generosi? che io chiamo eroi; chè già +lo siete, non per altro che perchè siete qui. — Lo +sareste anche senza la battaglia a combattersi, +anche senza il sangue che verseremo, +anche senza la vittoria che strapperemo al nemico, +se gli dei la concederanno. — Ma perchè +siamo qui? Voi tutti lo sapete; per infondere +nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare +all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo +qui oggi per tentare di far quello che +Cesare propose — <i>Cessi oggimai la Legge di +divorare la Giustizia.</i> — Ecco il motto del divo +Cesare; la giustizia trasformi, rinnovi la legge, +e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba +essere benedetta da quanti tengono l’onestà +dell’intelletto e la sapienza sincera. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> +</p> + +<p> +Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei +coetanei, per ottenere una legge ragionevole e +per distruggerne una tanto feroce quanto antica — essa +è tale, che essendo noi liberi, pur +dobbiamo vivere schiavi in perpetuo. — Io non +vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi debbono +essere religiosamente venerati. — Ma +non dobbiamo essere in piena balìa delle loro +ingiustizie, quando essi ne commettono. Non +è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo +vedo sulle vostre facce ardenti. — Pensate che +questo è un giorno supremo. Bisogna vincere +o cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste +in patria, sareste tutti scannati dai +vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa +ed esecranda per voi e le case vostre; +mentre cadendo col ferro in pugno avrete gloria +e tale da comandare l’ammirazione ai vostri +padri stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, +<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> +e persuaderli ad abrogare la legge nefanda. +</p> + +<p> +Dopo queste parole di Sceva e quelle che già +aveva dette Catilina, questi dopo aver comandato +di discendere, accanto ai pedoni, a quanti +stavano a cavallo, perchè così non credessero +gli uni di essere in peggiore condizione degli +altri, fece dar nelle trombe; esso aveva diviso +le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò +di fronte, l’altra tenne in riserva. — Le truppe +consolari sommavano a ventimila uomini; tra +questi i più erano veterani; il resto constava +persino di militi più o meno nuovi, constava +persino di giovani patrizj avversissimi a quelli +che sapevano combattere nel campo catilinario, +e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi +i padri, e per prepotenza di fibra +cornea. +</p> + +<p> +Erano quelli i colli torti di Roma antica. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> +</p> + +<p> +Catilina, come fu detto, non aveva che dieci +mila uomini, dei quali alquanti veterani, moltissimi +schiavi, fatti tali in guerra, e sui quali +Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, +contava moltissimo perchè erano avvezzi +alle battaglie, e la speranza di ricuperare la +libertà doveva renderli formidabili. +</p> + +<p> +È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto +primo. — I veterani del console Antonio +vi portavano la sicura fierezza che loro veniva +dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani +sui quali al primo incontro toccarono i loro +colpi caddero feriti o morti. — In quel primo +scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero +presso i loro amanti, che furibondi diventarono +tremendi. — Erano essi armati di agricoli +forconi. — Strano a dirsi! quest’arme +diventò apportatrice di morte. — Il veterano +si trovava incontro a un’arme nuova; la breve +<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> +sua spada mal sapeva tener lontana la lunga +asta, e alcuni di essi caddero colle facce trapassate +o deformate. — Marco Sceva vedendo +che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, +era con sua meraviglia divenuta micidialissima, +ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi e +si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone +molti colla destrezza del fortissimo suo +braccio, e sgominandoli tutti coll’abile maneggio +di quell’arme improvvisata. — In quanto a +Catilina, esso era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva +tutti e faceva strage colla forza del +suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. +Ci fu un momento in cui parve l’esercito consolare +piegasse sotto al disperato assalto di +Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso +di tanti giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti +veterani del campo nemico, operavan prodigi. +Ma il console Antonio, che per la podagra +<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> +stava lungi dal campo, mandò a rimproverare +Petrejo luogotenente, onde questi, infierito per +l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, +a torto o a ragione, voleva tenere ancora in +serbo. — Essa era fatta dalla Coorte Pretoriana; +non avendo ordine di moversi, fremevano +e taluni si mordevano le labbra per la +vergogna a cui vedevano esposto l’esercito +consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or +fate strage e finite la giornata. A tal comando +la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla +resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. +Cade Manlio, cade il Fiesolano, cade Sempronia, +la quale aveva fatto prodigi di valore +accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase +come sconcertato. E mandando un grido, +vedendosi vinto e in mezzo a un campo di +morti: — Tentiamo or dunque l’ultima strage, +disse a Sceva e ai pochi dai quali era +<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> +attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. +E Sceva venne ferito; ma parve leone, e lo +smisurato e furibondo suo valore sgominò di +tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; +cosicchè nel disordine estremo della battaglia +rimase quasi in solitudine; cadde della ferita e +della stanchezza. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Chi si recò dopo la battaglia a visitare il +campo, vide Catilina ancora spirante fierezza +in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; +e nella parte catilinaria furon visti insieme +con tanti giovanetti, che dalla speciale forma +esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte, +cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano +per l’abito speciale, non avendo Catilina +potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde +vennero colti i visitanti, fu quando s’imbatterono +nei cadaveri di donne. — La prima di cui +<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> +s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano +non fosse che un giovinetto; ma le mani +e le gambe, sebben queste fossero fasciate, +rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono +quando videro altre donne. — La +Sempronia vestiva una tunica di prezioso argento. — I +curiosi ammiravano quel viso ancor +bello nel pallore della morte. Qualcuno persino +osò alzarlo, per guardarlo meglio — qualcuno +varcò altro segno. — Ma intanto che i +semplici curiosi si stupivano di tanta bellezza, +i ladri da campo, antichissimi come le guerre, +i quali esploravan tutto attentamente per tornare +poi sul luogo quando gli altri fossero partiti, +osservavano l’argentea lorica con occhio +tristissimo d’avida impazienza — perciò alla +notte, l’eminente Sempronia venne spogliata. +</p> + +<p> +Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati +dalla morte, nessuno tornò a Roma. — I due +<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> +soli i quali ebbero una sì demente +fidanza vennero scannati dai loro padri. +</p> + +<p> +Così finì questa famosa congiura, la quale se +fosse riuscita, Catilina sarebbe stato collocato +fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare, +che fiutando gli eventi e sentendo odore +di cadavere, astutissimamente si ritrasse, e lasciò +che Catilina tentasse la sorte. E Catilina +con sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, +arrischiò l’impresa e cadde e passò ai +posteri come uno scellerato, e nulla più. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span></p> + +<h2 id="cap10">X. +<span class="smaller">CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.</span></h2> +</div> + +<p> +A questo punto ci rifacciamo con Giulio +Cesare. +</p> + +<p> +Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce +dalla guerra mitridatica, vide seduta accanto +al Magno eroe la sua figliuola maggiore, +<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> +al cospetto della quale, forse perchè soffiava +dal Porto d’Ostia il vento d’Africa, di repente +sentì infiammarsi il sangue. +</p> + +<p> +Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto +reso a Cesare non pareva benevolo. +</p> + +<p> +— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. +Però meglio era se l’ostiario mi avesse rimandato. +</p> + +<p> +— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che +ancora mi commove, non concede ch’io mostri +a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o +Pompea. Ascoltami, Cesare. +</p> + +<p> +Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora +sedicenne, una statura e una costruzione +dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, +se la severità non paresse smarrirsi e quasi +consolarsi anch’essa nel completo rigoglio delle +forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco +del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso +<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> +quasi di sorriso, mentre sembravano +vietare l’amore appassionato, provocavano nei +giovani ammiranti l’avidità della conquista, +un’avidità acuta, inquieta, indomabile, quantunque +altri potesse sospettare che, compiuta +la conquista, non sarebbe sembrato altrettanto +prezioso il possesso. La severità pungeva il +desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva +mantenerlo. +</p> + +<p> +Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; +parole che, sebbene avessero l’intento di +rispettare la presenza paterna, pure, accentate +come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, +l’occhio sfavillante del quale pareva +riscaldare quella castità al punto da trasmutarla +nel suo opposto, agitarono per modo il +sangue della fanciulla, che tutta si coperse di +rossore, e rispondendo breve e decorosamente +severa, di là si tolse. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> +</p> + +<p> +— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta +sì formosa tua figlia, se fin qui la tenesti +sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai +io non la vidi. +</p> + +<p> +— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa +oggi stesso. E ancora fremo pensando a colui +che tanto osava. +</p> + +<p> +— E chi è? +</p> + +<p> +— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me +come ora tu la vedesti. Però quand’io partii +per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata +a vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi +ed entrò ne’ miei giardini e trovò modo di +volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi +ei mi trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, +com’è suo costume, minacciò volere mia figlia +in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose +feroce; ma lo lasciai scornato dicendogli, non +mi tenesse più parola di questo; chè, per gli +<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> +Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che +mia figlia dovesse diventar cognata della infame +<i>Quadrantaria</i>. +</p> + +<p> +Codesto soprannome di <i>Quadrantaria</i>, dato +alla sorella di Clodio, era di turpissima origine. +Derivava dalla parola <i>quadrante</i>, la più vile +moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti +nelle terme, ad esagerazione di maldicenza, +volevan significare come Clodia, ad onta dell’alto +casato e delle ingenti ricchezze, fosse +immonda di tanta avarizia quanto lo era di +lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un +<i>quadrante</i>. +</p> + +<p> +— Respinger dovevi le sue pretese a marito, +rispose Cesare; non insultarne la sorella. +A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece +ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, +chiamandola ad alta voce <i>Quadrantaria</i>, +quand’essa passeggiava per la via Sacra. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> +</p> + +<p> +— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se +il può. Non io lo temo. +</p> + +<p> +— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe +tendere insidie a Pompea. Tutto ei sa osare; +di sotto a quella bianca sua pelle muliebre +scorre sangue ferino. +</p> + +<p> +— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri. +</p> + +<p> +— E qual è il marito che sappia tener Clodio +in soggezione? +</p> + +<p> +— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la +tua vedovanza. A te io do Pompea in isposa. +</p> + +<p> +— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. +E così le nozze furono statuite, e, ingiungendolo +il padre, Pompea, non amante, venne +sposa a Cesare. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p> + +<h2 id="cap11">XI. +<span class="smaller">CLODIO E POMPEA.</span></h2> +</div> + +<p> +Il tempo avea misurato un anno a quelle +nozze, e Clodio fremeva ancora come il dì +ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; +fremeva d’ira per Pompeo come il giorno che +era stato respinto da lui; fremeva d’invidia e +<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> +di gelosia per Cesare possessore tranquillo di +colei, ad ottener la quale egli avrebbe mandato +tutta Roma a soqquadro. Clodio, dopo le +nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, +nei giuochi pubblici, nei templi; era riuscito +ad avvicinarla, a parlarle, ad onta della +custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente +e virtuosa e rigida madre di Cesare, +idolatra del figliuolo; per l’onore e la gloria +e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava +alle are votive, stancava auguri, faceva +immolar vittime, supplicava Venere splendente +in cielo; e nel raggio azzurro della stella, +con devozione da visionaria e da estatica, le +pareva veder le parvenze dell’amorosa diva. +</p> + +<p> +In questa condizione di cose venne il giorno +in cui dovevasi celebrare la festa della dea +Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa +dea era adorata a Roma da antichissimo, +<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> +custodiva la castità, e inspirava la profezia. — Il +suo culto era affidato alle sole donne, che +in quella solennità dovevan sentire o simulare +avversione per gli uomini, ad imitazione della +dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea +respinto da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato +cangiandola in serpente. Cicerone nell’orazione +in favore di Milone ci fa sapere come +al suo tempo il santuario di lei era situato fra +Aricia e Bovilla; pure la solennità celebravasi +nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma, +il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra +le osservanze religiose venute in qualche languore +negli ultimi anni della repubblica, a +questa concedevasi ancora sì grande importanza, +che si reputava sacrilego quell’uomo +che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo +si puniva colla morte; se patrizio, veniva chiuso +per un lustro nel carcere Mamertino, e poscia +condannato a perpetuo esiglio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> +</p> + +<p> +Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè +quella festa celebravasi a notte alta, Clodio +erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il rito +che le vie della città fossero in quelle ore della +festa affatto sgombre d’uomini. Da qualche +tempo egli non aveva potuto veder Pompea, e +una rabida smania di avvicinarla lo rendeva +furioso e intrattabile a tutti. +</p> + +<p> +Certissimamente che quello non poteva essere +che un amore degno di Clodio; desiderio, +vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza +affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato +dalle matrone, dalle spose, dalle maritande; +ed ei pur le adocchiava e le ambiva; +ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in +esse oltre lo sguardo; subito al desiderio in lui +subentrava il disprezzo; e lo mostrava con atti +da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non +aveva suscitato mai uno di quegli affetti che +<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> +si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto +ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e +non aveva pace. Nè ella scoprì a lui solo come +il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel +proprio sguardo severissimo e fisso trovò per +esso movenze inaspettate, ed espressioni desideranti, +ignote a Cesare. +</p> + +<p> +In quella notte Clodio stava nel cubicolo, +assiso sul letto coperto da una pelle di pardo, +dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già +parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si +guardava, si ammirava. Pensava che tutte le +Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma +si tormentava di possedere un’ajtanza inutile +per colei che sola ei bramava. In questo punto +gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la famigerata +Quadrantaria, stata ripudiata pochi +dì prima. +</p> + +<p> +Egli aveva una predilezione speciale per colei. +<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> +Sola fra tutti poteva venire presso lui non chiamata. +Sola ell’era di cui gli sarebbe rincresciuta +la morte; ma la sua maledetta natura +fece sì che l’unica vena dolce scorrente nel +suo sangue si convertisse in veleno fratricida, +e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio +di Roma. +</p> + +<p> +— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; +non è degno di un forte quale tu sei. +</p> + +<p> +E si mise a sedere vicinissima a lui. +</p> + +<p> +In questa posizione le due faccie venivano +riflesse dallo specchio. Clodio, così meccanicamente, +guardava il volto della sorella; questa +il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere +sè stesso, tanto si assomigliavano. +</p> + +<p> +— Perchè non vai tu stanotte alla festa della +dea? chiese Clodio.... Tu potresti dir parole a +Pompea, e recarle il mio saluto.... +</p> + +<p> +— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda +come le nostre faccie sono le medesime. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> +</p> + +<p> +Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè +e la sorella... poi, a un tratto balzato in piedi: +</p> + +<p> +— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito +della castissima dea. Chiama qui le tue +ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti +più candide e più pompose....... +</p> + +<p> +— E a che? +</p> + +<p> +— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. +Vo’ vedere se in beltà anche una donna possa +venire a gara con me. +</p> + +<p> +Clodia crollò la testa, sorrise, e: +</p> + +<p> +— Se questo gioco, disse, può valere a placarti +l’ira, io farò in modo che Paride abbia +a gettarti il pomo nel confronto di Venere +stessa. +</p> + +<p> +E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle +portanti lini e bissi e pallii e pepli e corone +e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e viole +del lido argolico. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> +</p> + +<p> +Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e +gridando: — Fate presto — si sfilò per la testa +la toga, e apparve ignudo come Alcibiade, scoperto +da Socrate nel gineceo. +</p> + +<p> +E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli +la stola di bianchissimo bisso, il quale per le +donne allora era in uso più del purpureo; e +gli sovrappose una cerulea stola, e gli cinse +strettamente i fianchi con una zona di lamina +d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose. +</p> + +<p> +— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual +mai donzella si vide più avvenente di costei? +</p> + +<p> +— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio +dorato, disse Clodio. +</p> + +<p> +— Che pensi tu....? +</p> + +<p> +— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi +al simulacro della diva, e vendicar Fauno. Se +mai mi valse questa beltà di donna, oggi si +adoperi intera; e il nascosto phallo contamini +<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> +le sagrificanti vestali, e Pompea mi abbracci +e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio +io voglio.... e intanto mi si rechi un dolio +di Falerno; ch’io sovrecciti il sangue all’estrema +audacia, e prepari a Roma il non mai +più udito scandalo. +</p> + +<p> +Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò +con avida gola, finchè lo si avvisò dei pronti +cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che: — Bada +a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, +serba il segreto. +</p> + +<p> +Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio +ascese il cocchio in modo sì virile, che contrastava +troppo alla candida stola e alla corona di +rose. +</p> + +<p> +La silenziosa Roma risuonò poco dopo del +sollecitato cocchio, il quale si fermò innanzi al +palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella +notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della +Suburra. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span></p> + +<h2 id="cap12">XII. +<span class="smaller">LA FESTA DELLA DEA BONA.</span></h2> +</div> + +<p> +Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva +sul Palatino. Era di costruzione etrusca; +veduto all’esterno pareva una dimora cadente +in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a +ripararlo; l’avrebbe anzi smantellato in guisa +<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> +da farlo parere una rovina ancor più illustre, +assidua commemoratrice ai Romani della vetustà +del suo casato. Ma varcato il pronao, +anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi, +tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, +diremo, la luce della pompa orientale e meridionale. +La madre Grecia, e la Grecia grande, +e l’Asia, e l’alto Egitto, quasi a rappresentare +là dentro l’assorbimento romano, e la divoratrice +conquista, sfoggiavano tutto quello che +l’arte, e il lusso, e la corruzione avevano trovato +nelle patrie dell’alloro e del non ancora +rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio +spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, +un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste +ossa di elefanti indiani; cinque porte +rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, +e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini +eoe, dagli occhi delle quali usciva la +<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> +verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si +aggirava dentro in cerchio; a quello facevan +corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle +quali rispianava un dorato architrave che sosteneva +tre colonne riproducenti in aria il +giro delle sottoposte. Le pareti interne erano +serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le +sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del +quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che +Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini +di Servilio. Non v’eran lacunari; ma l’azzurro +del cielo e le stelle e la luna mandavano i +loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo +e la terra. +</p> + +<p> +Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati +architettonici avevano aggiunti a profusione +quelli della più fragrante flora romana, con +frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, +siccome quello che pareva interdire i pensieri +<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> +della castità, chè le donne si preparavano alla +festa colle più rigorose astinenze; così almeno +era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano +agli amplessi maritali. Le fidanzate +e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la +testa e il cuore dai desiderj tentatori. +</p> + +<p> +Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del +recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva +la testa; un serpente era attortigliato intorno +a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro +stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino +significava la religiosa tradizione, che ricordava +essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava +ancora in terra; onde Fauno l’uccise +con un bastone di mirto, facendola degna in +così strano modo dei doni immortali della divinità. +</p> + +<p> +Pure quel vino, che poscia veniva bevuto +senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare +<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> +l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, +e <i>Mellario</i> il vaso che lo conteneva, +onde è a sospettare che quelle donne stessero +innanzi alla dea, <i>velate di devota incontinenza</i>, +preparando così la frase al poeta futuro. +</p> + +<p> +Quando la vestale <i>damiatrice</i> s’inginocchiò +davanti al simulacro, tutte le vestali, candide +come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono; +e con esse quante matrone e spose e fidanzate +e fanciulle eran là convenute. Più presso al +semigiro delle vergini sacre stava l’insigne +Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma +per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini +sante. Aveva raggiunto il nono lustro; +pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda +luce delle resinose faci, così beneficamente la +vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal +suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa +Pompea, la moglie di Cesare, non amante +<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> +della suocera, che non amava lei. La beltà +tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, +lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò +scientifici, e li dicea segnati dal geometra +Euclide, faceva contrasto colla diversa severità +della olimpica Pompea, severità ostentata +per dissimulare le intime accensioni. +</p> + +<p> +Non lungi da Pompea, vestita come una regina +asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, +ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie +del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. +Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea +perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso +ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla +dea una giovinetta adolescente della casa <i>Imperiosa</i>. +Colla chioma biondissima e l’alba pelle +e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la +gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava +accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, +<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> +e invitasse a non ancor noti connubii +la <i>cæruleam pubem</i>. +</p> + +<p> +Ma la <i>damiatrice</i> pronunciò la preghiera, +maritandola ad una antichissima cantilena del +Lazio: +</p> + +<p> +«Castissima dea, che le assidue ripulse al +Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron +sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse +pietoso nella propria luce; inspira e consiglia +e sgomenta il senso delle mortali che qui ti +adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata +Roma; e dalla muliebre purezza sia redento +e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo +romano.» +</p> + +<p> +Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, +vennero ripetute in coro da quante donne +erano là inginocchiate, alcune delle quali si +ribellavano all’alto concetto della preghiera. +</p> + +<p> +Quando tacquero i canti, la <i>damiatrice</i> s’accinse +<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> +a compiere il sagrificio che chiamavasi +<i>Damium</i>, da <i>Damia</i>, altro nome che teneva la +dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. +Questa immolò alquante galline di varii +colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra +le più giovani vestali, immersero nel <i>Mellario</i> +altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono +in giro. Tutte le donne ne bevettero, e +le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora +vuotate e ognora ricolme, continuando in tale +servizio, finchè il <i>Mellario</i> rimase esausto. Allora +la sagrificatrice esclamò ad alta voce e +in lingua greca: <i>Evviva il frutto di Bacco</i> — e +tosto cominciarono le danze bacchiche; e +alquante donne, tra le più giovani e formose, +e indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi +in Mènadi e Tìadi e Bassaree, le seguaci +assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, +svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero +<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> +in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi +e spade serpentine. Forse è per ciò che agli +uomini era interdetta quella solennità sacra, +perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa +talune di quelle che eran sazie della +settimana oziata, le eccitavano ad imitare le +ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle +invide amiche le nascose bellezze. +</p> + +<p> +Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio +severissimo, quasi disapprovasse quei danzanti +cori, più che della dea, cultrici della troppo +geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare +perchè erano concessi dal rito biforme; +nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo +e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli +sguardi onde la suocera la teneva in soggezione. +Se non che, a un certo punto, un’ancella +s’accostò a lei, e, annunciandole la visita +di una donna, la ritrasse fuori del Procinto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> +</p> + +<p> +— E chi è questa donna? chiese Pompea. +</p> + +<p> +— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore +e comprimi il grido, se mai nel vederla, +tentasse prorompere dal tuo labbro. +</p> + +<p> +— È forse qualche indovina dai nefasti augurii? +</p> + +<p> +— No; è tale invece che ti colmerà di gioia. +Ma comprimi il cuore perchè non ti scoppii, +e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove +onnipotente. +</p> + +<p> +E vennero a un recesso rimasto solitario, +dove la luce dell’aula magna, attraversando +atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un +pallido albore. +</p> + +<p> +— È tra quelle colonne, disse l’ancella. +</p> + +<p> +E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita +fece alcuni passi..... e prendendo a +Pompea la tunica: +</p> + +<p> +— Or vedi se t’amo! le disse. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> +</p> + +<p> +L’ancella, smemorata della propria condizione, +mise una mano sulla bocca di Pompea, +con violenza non voluta a comprimere il grido +che n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche +distanza. +</p> + +<p> +— Domani, continuava quella donna, io starò +nel carcere Mamertino. Ma oggi sto qui; qui, +o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda +ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi +abborra invidiandomi, e mi accusi innanzi a +Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma +ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È +un dio in me oggi che mi comunica un furor +sacro e un potere che varca ogni umana idea. +Esci meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea, +fuggi con me; e saziato alfine e risaziato il +vietato amor nostro, si discenda sotterra, e +l’aura solo degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti +in una beatitudine eterna. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> +</p> + +<p> +Pompea non rispondeva, e tutta tremante si +lasciava abbracciare e baciare e ribaciare, non +potendo por freno all’insanito impeto del travestito +Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi +rapita e inebriata anch’essa da quei detti +infuocati e sincerissimi in quel punto. +</p> + +<p> +Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del +palagio si sentirono voci più vicine e fruscìo +di vesti e suon di passi vicinissimi. Pompea, +atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio; +l’ancella confidente, che stava sull’ale a +qualche distanza, accorse ad ammonirli che +potevano essere scoperti; e Pompea, strappata +dalle mani del giovane la propria stola, che +mandò suono di prolungato squarcio, fuggì, e +si ridusse tra la folla muliebre, occultando i +lembi del diviso bisso. +</p> + +<p> +Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a +tentone lungo le intime parti della casa, s’incontrò +<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> +in alcune famule che là vegliavano. +Quella donna aggirantesi colà solitaria provocò +l’attenzione di esse; e la più vecchia ed astuta, +domandando con voce alta di chi chiedesse o +di che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose +iracondo, ma la voce maschile, sebben +di suono bastardo, non saputa alterare in quel +momento di eccitazione e d’ansia e d’incertezza, +lo tradì e lo scoperse; e la scaltra vecchiarda +che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti +di Clodio, e obbedendo riverente +ad Aurelia, credeva gratificarsela con ostentare +avversione a Pompea, lo conobbe e lo +nominò forte; e corse ad Aurelia, ed empì di +scandalo e di orror sacro le vestali e la moltitudine +delle donne che affollavano il Procinto, +annunciando che un uomo aveva invaso il tempio +della dea antropofoba. +</p> + +<p> +Allora le matrone travestite da <i>Bassaree</i> e +<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> +da <i>Tiadi</i>, armate di bastoni intrecciati di pampini +e d’ellera, mossero in cerca del profanatore, +e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo +gli oscuri atrj. Lo circondarono affollate, gli +gridaron d’uscire; nè ancora movendosi colui, +lo percossero spietate, sospingendolo alle porte. +Tra quelle <i>Tiadi</i> e <i>Bassaree</i> v’erano forse le +smesse e dispregiate amanti di Clodio, che, +immemori in quel punto della dea profanata, +provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti. +E Clodio uscì, facendosi delle braccia valido +schermo al volto che serbò inviolato. +</p> + +<p> +Alla notte succedeva il conticinio, o il primo +crepuscolo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p> + +<h2 id="cap13">XIII. +<span class="smaller">AURELIA E CESARE.</span></h2> +</div> + +<p> +La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio +che si stendeva davanti al palagio di Cesare, +scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote di +cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea +gridava i nomi delle uscenti patrizie; e gli aurighi +<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> +accorrevano. Suonavano nell’aere crepuscolare +gli appellativi delle più vetuste case +romane: Arvina Domus, Bubulea, Calpurnia, +Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia... +</p> + +<p> +E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe +il dilucolo, e tutto fu silenzio intorno al palazzo, +Aurelia uscì in cocchio dalle porte, e recossi +alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio. +Discese, entrò. Cesare vegliava nella biblioteca. +Egli alzossi quand’ella gli comparve innanzi. +</p> + +<p> +Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna +somiglianza tra loro. Aurelia aveva l’occhio +ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva +nero, profondo, saettante. Della madre non teneva +che la linea del mento larga e quadrata, +linea che poi la scienza rivelò significare la +fermezza implacabile del carattere, e la forza +della volontà. Della madre teneva pure la pallidissima +pelle e la bocca non descrivibile, ma +<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> +parlante anche nel silenzio. Del padre, che +non conobbe, ei teneva quegli elementi discrepanti, +che rompendo la linea severa di +una troppo uguale virtù, la estendono e le +comunicano una varietà infinita. Il padre aveva +rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non +volle mai stancarlo nè col greco d’Omero, nè +con quello d’Esiodo; aveva militato strenuamente +perchè a tutto era atto; ma appena gli +fu concesso, erasi ritratto in villa, dove morì +in età appena virile. Da codesti mortali che +non fanno dispendio delle doti onde la natura +fu con essi liberale, nascono per consueto i +grandissimi uomini. +</p> + +<p> +È il cervello forse, non mai adoperato, che +trapassa nei generati, vergine, e intatto, e con +moltiplicate forze, in quella guisa che l’avarizia +paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> +</p> + +<p> +— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora, +o madre? +</p> + +<p> +— È più che grave; è inaudito: e volli che tu +lo sapessi da me, prima che la voce di Roma +giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste muliebre, +penetrò questa notte nella casa Giulia; +nella tua casa, che i Romani chiamano sacra, +quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti +della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone, +sagrificavamo. Ei vide e parlò e tese insidie +alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il +vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe. +Lungo la intera mia vita, che già misura nove +lustri, non fu consumato mai così nefando sacrilegio. +Appena se ne rammentava mia madre, +che morì settantenne prima che tu nascessi. +Ma domani, innanzi alla maestà del Senato, +tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta. +Le pene del carcere Mamertino vengano +<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> +a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il +decretato lustro, invece del perpetuo esilio, +l’empio insultatore abbia morte sul Campo Scellerato. +Una legge nuova surroghi l’antica. +</p> + +<p> +Cesare stette in silenzio per qualche tempo, +e sulla sua fronte chinata, si vedevano, quasi +nubi, a passare i pensieri; ma, a un tratto, di +tetro, fatto calmo e sereno: +</p> + +<p> +— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa +alle agnelle, non per ciò le agnelle vengono +contaminate, nè patisce disonore il padrone +dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso +certissimamente? +</p> + +<p> +— Mille donne il videro. +</p> + +<p> +— Era vuotato il <i>Mellario</i> quando lo videro? +</p> + +<p> +— A che accenni tu? +</p> + +<p> +— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, +acqua tersa e leggera, che attraversando cento +miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel <i>Mellario</i> +<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> +sacro avesse brillato quest’onda, non avreste +veduto Clodio; no, ma la sorella di lui. +Castore e Polluce erano men gemelli di costoro +due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno. +</p> + +<p> +— E dunque? +</p> + +<p> +— Io dovrei accusar Clodio domani, come la +legge impone, ma non l’accuserò. Di codesti +Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno +appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni +modo: nella testa, nel cuore, nel sangue. E costoro +mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel +che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla +destra); non mi basta il tempo per provvedere +alle inutili vendette che tu mi consigli. Altre +vendette io voglio, ma grandi, più grandi di +Roma, grandi come l’universo. Codesti Clodj son +belve, e l’uomo usufrutta le belve, solleticandole. +Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella +penetrò nell’apprestato santuario della dea. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> +</p> + +<p> +— Ma e permetterai tu che Pompea?... +</p> + +<p> +— Ella non fu che sventurata.... +</p> + +<p> +— Sventurata? +</p> + +<p> +— Sventurata che le verghe abbiano strappato +una menzogna alla bocca dell’ancella; che +le vestali e le matrone prostrate alla dea castissima, +l’abbian creduta capace di tradir me, +me Cesare, figlio della veneranda Aurelia, e che +perciò io debba essere costretto a ripudiarla. +</p> + +<p> +— Non ti comprendo, o Giulio. +</p> + +<p> +— Il tuo senno doveva precorrere il mio. +Non basta che la moglie di Cesare sia innocente, +ella doveva essere superiore ad ogni sospetto. +Però, se non fu, esca dalla mia casa e si +cerchi altro marito. Ed ora bacia tuo figlio, o +veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè +gli occhi tuoi accusano la stanchezza della +notte vegliata. +</p> + +<p> +Aurelia, grave e silenziosa, partì. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> +</p> + +<p> +Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla +in fronte con riverenza. Ei fremeva di +dentro; ma la madre non vide che serenità +e calma. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span></p> + +<h2 id="cap14">XIV. +<span class="smaller">I BAGNI AL PONTE FABRICIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta +Roma stette variamente commossa di stupore. +Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi +ai riti privilegiati della dea Bona con sacrilego +intento. Solo nell’anno 640 di Roma un +<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> +improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto +da curiosità spensierata, vi si era accostato; +e scoperto, e condannato, e chiuso nel +carcere Mamertino, vi era morto prima che +spirasse il lustro espiatorio. Ma anche fuori +del sacrilegio, onde inorridivano i devoti di +quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile +agli stessi conscellerati suoi amici e +seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di Cesare, +del prediletto, del già divino Cesare; per +l’offesa recata ad Aurelia, sacra tra le matrone; +e l’insulto, onde nella baciata Pompea +aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel +tempo, tornato allora dalla guerra mitridatica, +tra i raggi di una gloria che non pareva superabile, +e i fumi di un orgoglio senza misura, +onde nel tempio consacrato, dopo il trionfo a +Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver esso +uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento +<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> +navi, conquistate più di mille e cinquecento +città. — Però i riti più vietati, la castità più +custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei +due più benedetti dalla dea Fortuna, Clodio +aveva saputo avvolgere in un’onta sola. +</p> + +<p> +Intorno all’ora che i Romani chiamavano <i>meridiei +inclinatio</i>, risuonava di voci il grande +edificio dei pubblici bagni, che Cesare, essendo +edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza, +sebben di legno, presso al ponte Fabricio. +Prima di Cesare, i pubblici bagni avevano +servito soltanto per le povere classi; ma +con lui e per lui vennero poi frequentati anche +dai ricchi patrizj, dai senatori e dai cavalieri. +A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre +si scorgeva in esso l’intento sociale di equiparar +le classi, di abbassare la nobiltà, confondendola +con quella che Tullio chiamò <i>la feccia +di Romolo</i>, e di rendersi così affezionata, obbediente +<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> +e ligia la parte massima del mondo +romano, ossia quella vasta e varia ed eterna +plebe, mare magno nel quale egli intendeva di +soffiar la procella a sua voglia, e di mandarvi +naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era +vastissimo, e poteva contenere più di tremila +persone. Era di legno, ma non appariva tale, +perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro +faceva splendidi gli architravi e i capitelli corinzj. +Intorno all’edificio balneario v’erano botteghe +e taberne d’ogni genere; le più eleganti +sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste +alcune che sulla facciata portavano scolpita la +parola — <i>Refectorium</i>. — Fuori di esse v’eran +tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri +con stelle, a riparo del sole. Alle cineree +toghe degli ultimi plebei, alle <i>pulle</i> degli atrati, +mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio +balneario, e purpurei laticlavj, e toghe +<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> +pure e palmate e preteste, e loriche metalliche +di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe, +fu vista a brillare anche la clamide <i>coccinea</i> +di Pompeo che uscì all’aperto recandosi sotto +una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava +conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto +Scevola, e col rètore Diodato, che +egli alloggiava. Allorchè splendette al sole la +clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende +dal Palatino, se ne veniva a cavallo, seguito da +due famuli equarj incontrandosi nel cocchio +di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova +del padre di Augusto, che, fanciullo di tre +anni, ella si teneva d’accanto. Esciva in quel +momento anch’essa da quei pubblici bagni, +cosa di cui gli storici fanno particolare menzione. +</p> + +<p> +— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài +riputazione a questi luoghi; bene sta che il +<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> +tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro +agli Dei. +</p> + +<p> +— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa +per la prima volta nella vasca dei fanciulli +che non pagano il quadrante. Pareva un picciol +nume fra gli altri che carezzosi lo attorniavano. +Certo non è più venusto nè più roseo +il figlio alato della dea da cui derivi. — +</p> + +<p> +Ed ecco un problema storico. +</p> + +<p> +Nei tempi della prisca repubblica, quando +le più rigide virtù erano custodi della libertà, +i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla +plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere, +nè il suocero col genero. La repubblica +non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza +di essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe. +Cesare aveva condotto le cose di maniera che +così avvenisse; come aveva tentato instaurare +i giochi greci, per intenti che non pareva avessero +<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> +relazione alcuna con essi. Pompeo mesce +la clamide alle <i>sordide</i> dei plebei; il fanciullo +Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme +ai fanciulli volgari. Cesare non sapeva i destini +del fortunatissimo fanciullo, come non +sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico +in mezzo alla moltitudine, e che Alessandro +Severo, nelle terme da lui erette, sarebbesi +mescolato col basso popolo, e, siccome narra +Lampridio, sarebbe tornato pedestre al palazzo +imperiale in mezzo alla folla, colle vesti ancora +indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà, +è agevole a chi si tiene la supremazia di fatto, +il dare spettacolo di eguaglianza apparente. +</p> + +<p> +Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre +d’Augusto, una frotta di giovanetti appena +pretestati, usciva dai bagni schiamazzando. +Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli. +Il primo era già ben noto in Roma pei meriti +<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> +paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza +muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando +coll’assiduo esercizio e l’arte che gli comunicava +il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei +giochi del circo, il desiderato dalle proterve +romane, l’amante della famosa Galeria Emboliaria, +la meravigliosa attrice romana, la quale, non +ancora trentenne, possedeva case in città, e ville +a Tivoli e a Brindisi, e seicento talenti (più di +due milioni di lire italiane) che depositati nelle +casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del +tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei +pochi giovinetti reduci dai campi sanguinosi di +Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia, +e combattendo strenuamente con essi, con essi +era caduto, e come estinto era stato trovato +sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una +profonda cicatrice che, dal sopracciglio destro +tagliato, saliva traversale fino al sommo delle +<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> +tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva, +se ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo +scorrere la destra sui capelli dell’uno e +dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca +al ben chiomato Antonio. +</p> + +<p> +La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva +innanzi alle taberne, con nappi colmi di +sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al +gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza +sapere, senza nemmeno sospettare di quali e +quanti eventi il fato e la fortuna stava per renderli +inventori e agitatori e vittime e raccoglitori +beati. E in quel punto il cavallo di Cesare +attraeva l’attenzione di tutti, perfino quella +di Cicerone, per un istante smemorato del passato, +spensierato del futuro. Eppure, tutta Roma +rumoreggiava in quel momento di Cesare, e +della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e +del misfatto sacrilego, e dell’insulto fatto al +<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> +cielo ed alla terra, e della onnipotente maestà +del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei +e i posteri colla terribilità della sentenza +e dell’esempio. +</p> + +<p> +Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed +elegante irrequietudine dalla mano esperta e +dal consapevol piede del cavaliere, doveva per +un momento trattener le parole sulle labbra +di tutti gli astanti, e chiamare i loro sguardi +sul pelo color margarita, che i pascoli dello +Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante, +e sulla criniera negra e il collo arcuato +e le nari espanse e gli occhi sanguigni e gl’ineffabili +garetti. Cesare voleva preparare Roma a +negare importanza a quello che era avvenuto +la notte prima, ostentando la propria calma +nello spettacolo del frigio poledro. +</p> + +<p> +E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando +parte a parte le forme di esso: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> +</p> + +<p> +— E perchè, disse, o Cesare, non concedi +nessuno lo ascenda di te infuori? +</p> + +<p> +— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja +di palmi; tanto è caparbio nel non volere +che altri gli comprima il dorso. +</p> + +<p> +Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì +la via. Il fanciullo Augusto, dalle guancie rosate +e paffutelle e dagli occhi azzurri, colle manine +a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio +assai più che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!). +E Cesare lo inseguiva con lento e meditante +sguardo. Pareva che qualche Sibilla +vaticinante lo commovesse in quel punto; chè +quel lungo inseguimento degli occhi non potea +derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio, +raccogliendo indifferente quei baci, non +guardava che al cavallo di Cesare con attenzione +innamorata, e: +</p> + +<p> +— Se tu mi concedi di ascendere questo +<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> +poledro, mi parrà di essere un dio; e per la +prima volta un dio ti adorerà. Codesto non +avvenne mai, da che Giove tiene l’Olimpo in +governo. +</p> + +<p> +— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che +è men trattabile dello stesso Bucefalo d’Alessandro. +Però, se riesci a dominarlo, te lo dono. +</p> + +<p> +E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo +il cavallo pel freno, si accostò, seguito +da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano +Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano +ascoltarlo, e: +</p> + +<p> +— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare +a Interamna ad avvisar Clodio, il quale +dimora là da più giorni, che una tremenda +calunnia lo perseguita in Roma. +</p> + +<p> +Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il +consueto sonora; onde s’accrebbe il silenzio intorno +a lui, e Cicerone lo guatò tra attonito e +<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> +beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non +sapendo che mai congetturare. E Cesare guardava, +ascoltava, scrutava tutto, sempre, in apparenza, +intento al frigio cavallo che Antonio +aveva preso per le briglie, come se fosse già +suo, e Sceva severissimo e già virile guardava +disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo +di poi saputo congiungere vizio nessuno a virtù +stragrandi, lasciò indifferente la fama, e quantunque +destinato, come già fu detto, ad essere +l’eroe primo di Farsaglia, non sarebbe giunto +fino a noi, se Lucano non lo avesse vendicato +dell’ingratitudine di Cesare. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span></p> + +<h2 id="cap15">XV. +<span class="smaller">CICERONE E MARC’ANTONIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal +Senato per il giudizio del misfatto di Clodio, +sedeva nella sua biblioteca che, al pari di tutte +le biblioteche romane, era volta a levante, come +punto più adatto per difendere i volumi dalle +<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> +offese dell’atmosfera (<i>usus enim matutinum postulat +lumen</i>). Intorno intorno alle pareti di +quella stanza quadrata erano tante casse o +<i>armaria</i> contenenti i volumi o rotoli; ciascun +<i>armario</i> portava il suo numero d’ordine, ed era +riposto nei <i>foruli</i> o <i>nidi</i>. Di questo tempo la +biblioteca di Cicerone, sebbene non ancora +aumentata da quella ereditata da Attico, era la +prima di Roma, superiore persino a quella di +Cesare; ma questi non aveva ancor potuto colle +gloriose rapine ajutare splendidamente la sapienza. +Però sono a riputare quasi sincere le +parole di Marco Tullio quando ebbe a dire +ch’egli anteponeva la propria a tutti i tesori +di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo +solo; poi il <i>librario</i>, il quale era uno +schiavo custode della biblioteca, gli annunciò +che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo +Pollione. Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente +<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> +Antonio, che della mano destra +cingeva il collo al fanciullo. +</p> + +<p> +Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno +per settimana, quasi sempre <i>in die Jovis</i>, recarsi +da Cicerone, per apprendervi l’arte oratoria, +non l’eloquenza propriamente detta, ma +la parte materiale di essa; le pôse, vale a dire, +il gesto, il modo di inflettere la voce. Il giovinetto +aveva una prodigiosa attitudine a questo; +e Cicerone si dilettava nell’ammaestrarlo. +Ma Pollione era scolaro quotidiano di Tullio, +sempre che questi non fosse assorbito dal Senato, +dai Comizj, dal Pretorio. Il più grande +degli oratori latini idolatrava quel fanciullo, +d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già +era la meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse +quel che poi si avverò, che quel fanciullo +di appena otto anni sarebbe stato oratore come +Demostene, poeta più di Ennio, storico come +<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> +Erodoto. Or, per tornare al giovinetto Antonio, +non era Giove che presiedeva a quel giorno +in cui venne a Cicerone, era Marte; ma non +a caso il <i>Padre della Patria</i> lo aveva fatto +chiamare due giorni prima. +</p> + +<p> +Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece +seder Pollione e gli diede un rotolo greco perchè +tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio: +</p> + +<p> +— La prima filippica di Demostene la sai tu? +</p> + +<p> +— Sì, tutta. +</p> + +<p> +— Sei parato a declamarla? Io ascolto.... +Ma in prima disponi meglio le pieghe della +toga. Un occhio di piega che venga a cader +male in qualche parte del corpo può provocare +il riso in tutto l’uditorio, tradir la causa del +tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere. +Tutta la potenza del mio amicissimo Ortensio +consiste nel preparar bene la toga. La plebe +<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> +e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende +un detto sublime, ma ride e sibila e +imperversa se una piega è fuor di posto. +</p> + +<p> +Dopo queste parole pronunciate incidentemente +dal grande oratore, Antonio s’accinse +a declamare la prima filippica di Demostene; +e Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse +Fidia o Prassitele, venne acconciando alcune +pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto +che non toccava i diciassette anni. La +pretesta aveva alcuni ornamenti di porpora, +ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato +<i>bolla</i>. E Antonio declamò. Lo sviluppo +fisico in lui era completo; ampio già di spalle, +rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome +avviene della prima giovinezza; fittissimi aveva +e ricciuti i capelli, romanamente ricciuti; l’occhio +nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità; +tuttavia, negli istanti della calma e +<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> +dei tenui abbandoni, pareva di vedere in esso +la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva +voce sonora, metallica, estesa sì che agli +acuti, quando s’investiva di Demostene (chè era +colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica), +nella calma notturna la sua voce +avrebbe potuto percorrere un mezzo miliario; +tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone, +maestro sommo, gioiva a sentire la +foga del giovinetto, quando sul labbro di lui +quella lingua inimitabile diventava tempesta +tutta irta di consonanti, nei punti che il greco +autore aveva voluto soffiare la procella nella +congregata Atene; e, negli istanti che s’era +proposto di commuovere e cavar lagrime anche +dalle più aride palpebre, aveva chiamato +in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma +è tutto soave. Intanto che Antonio +recitava, e Cicerone ascoltava, in un canto +<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> +della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva +dal greco, sospendendo di tant’in tanto quel +lavoro, e prestando anch’esso attenzione alle +parole di Antonio. Ma questi non era stato +chiamato da Cicerone presso di sè per la lezione +di declamazione. Essa in quel giorno non +era che un pretesto. Però come ebbe finito, e +Cicerone l’ebbe lodato: +</p> + +<p> +— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come +ti si prestò in una lunga corsa il cavallo di +Cesare? +</p> + +<p> +— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga +alla quadriga può eguagliar questo di +Giulio. È onda marina quando invade la riva; +è saetta che scatta, è luce, è lampo. Nè altri +che Giulio ed io potrebbe governare questo +divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io +gli mostrai che ben ero degno del suo generoso +dono. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> +</p> + +<p> +— E chi hai trovato ad Interamna? +</p> + +<p> +— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni. +</p> + +<p> +— Parlasti seco? +</p> + +<p> +— Sì. +</p> + +<p> +— E ti disse? +</p> + +<p> +— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato +io della tremenda calunnia che lo aveva +assalito in Roma. +</p> + +<p> +— A che ora giungesti ad Interamna? +</p> + +<p> +— A mezzo il giorno. +</p> + +<p> +— Bene è. Clodio poteva essere già arrivato +là prima di te, partendo al primo diluculo, +quando, flagellato, fuggì dal recinto della oltraggiata +Bona. Tu partisti due ore dopo. +</p> + +<p> +— Clodio non aveva il mio cavallo. +</p> + +<p> +— Ha bighe ed ha quadriglie Clodio. Ed ha +cavalli romani velocissimi. Quattro fan sempre +maggior via di uno solo. +</p> + +<p> +— Tu sei oratore grande, o Tullio, e filosofo +<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> +sommo, e sedesti nella sedia consolare +in modo da esser chiamato <i>Padre della Patria</i>: +ma questo non ti dà il diritto di sentenziar +di cavalli e di velocità. +</p> + +<p> +— Ma perchè ti recasti a Interamna? +</p> + +<p> +— Per veder Clodio. +</p> + +<p> +— E a che? +</p> + +<p> +— Per ammonirlo della calunnia che lo perseguiva. +</p> + +<p> +— E che te ne importava? +</p> + +<p> +— Clodio è giovane ch’io prediligo. Me fanciullo, +presso ad affogar nel Tevere, egli salvò. +</p> + +<p> +— Dunque tu credi che nel dì dei riti della +dea, egli stesse fuori di Roma? +</p> + +<p> +— Non lo credo; lo so. +</p> + +<p> +— Ed io so invece ch’egli era in Roma, perchè +io stesso lo vidi. +</p> + +<p> +— Alla tua età, cogli occhi quasi abbacinati +dalle continue veglie e da tutti i volumi greci +<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> +e latini che stanno in quelle casse, è assai facile +prendersi abbaglio. +</p> + +<p> +— Non ho tocco ancora il mezzo secolo e la +notturna lucerna e i caratteri latini e greci mi +lasciarono ancor potente la pupilla. Ma fossi +stato anche cieco, nel dì dei riti ho parlato +a Clodio che mi rispose. Però tu hai detto mendacio. +</p> + +<p> +— Non dirò ingiuria al mio maestro; ma respingendo +l’ingiuria tua, sto e starò fermo nel +mio asserto, e sarò testimonio validissimo contro +le accusatrici e gli accusatori. +</p> + +<p> +— La porpora e l’oro della tua pretesta ancora +infantile t’interdicono, o Antonio, d’esser +testimonio. +</p> + +<p> +— E allora sarò ancora più terribile. +</p> + +<p> +— Che vuoi dire tu? +</p> + +<p> +— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj +e nelle accademie, tutti io condurrò, armati, +<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> +a spaventare il Senato, quando mai facesse +ingiustizia. Non son necessari i <i>Viri</i>, no, nè i +veterani, nè i gladiatori a mettere Roma sottosopra. +Ma noi dalla pretesta infantile basteremo. +Vedranno allora i Romani qual cosa potrà +o saprà fare il <i>Padre della Patria</i>. +</p> + +<p> +Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso +e Cicerone meditabondo gli tenne dietro +collo sguardo. +</p> + +<p> +— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì +poi sommesso, ma Cesare insegna a costui l’arte +degli ambidestri intrighi e delle fallacie indegne +di così giovane età, e nel petto gli va già condensando +l’ira ai futuri danni della patria. Oh +Cesare! Silla ti avea conosciuto. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span></p> + +<h2 id="cap16">XVI. +<span class="smaller">TERENZIA.</span></h2> +</div> + +<p> +Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima +Terenzia, perchè Cicerone volente o nolente, +la tramandò ai posteri. Era donna di belle +forme e forti; ma le linee del volto, sebbene +giuste, non erano attraenti; e l’occhio rivelava +<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> +intelligenza di donna volgare, e assai più fatta +di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa +gloria di essere la moglie del grande oratore, +del quale era fieramente gelosa, onde gli +stava sempre presso e lo importunava, e guai +se nei triclinii promiscui ei mostrasse alcuna +deferenza per qualche altra donna romana. Nè +solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa +anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava +virtù nessuna in nessuno. Guai se alcuno +le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi. +Allorchè Cicerone, il quale era davvero +un <i>vir bonus</i>, e, purchè a lui si concedesse il +primo posto, era facilmente liberale di lodi, +dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in +un istante d’entusiasmo sincero, proclamò ad +Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore +Diodato che Cesare col tempo e persistendo +sarebbe diventato il primo oratore di Roma, +<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> +ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero. +</p> + +<p> +Codesto amore fatto di ammirazione che essa +portava a Cicerone, siccome non aveva nè modo, +nè misura, nè buon giudizio, recava al grande +oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli +ingressi delle camere dove si raccoglievano i +clienti, e ascoltava attenta tutto quello che dicevano +gli amici che recavansi a visitar Cicerone, +e poscia tempestava di rimproveri e di +consigli e talora anche di minaccie il filosofo +infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva; +e per comprimere la tentazione di salire +in furore, pensava intanto a qualcuna +delle sue opere. Quante volte il <i>De Oratore</i> e +il <i>De Officiis</i> lo salvarono dalle battaglie domestiche! +</p> + +<p> +— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai +ascoltare questo sfacciatissimo fanciullo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> +</p> + +<p> +Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e, +continuando essa a parlare e a gridare, egli +piegò il collo e volse gli occhi a terra, come +chi è disposto a ricevere intero un acquazzone +che imperversa. +</p> + +<p> +— Io stessa percossi l’infame Clodio e con +me donne più di cento, tanto che a lui convenne +partire, anzi fuggire; fuggir scornato, +flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque +trovarsi in Interamna quando ciò avvenne. +Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il +<i>Padre della Patria</i>, vorrei davanti alla maestà +del Senato, domandare all’empio da chi tenne +tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere, +perchè di quelle un uomo non può sanare in +tre dì. E come hai tu sterminato i Catilinarj, +devi sterminare così tutta la casa Clodia, e +salvar Roma da questo giovane, che è il disonore +dei patrizj, dei cavalieri, della toga e delle +<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> +armi, perchè, appena ventenne, vi tien tutti in +isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare +gli è amico e lo lusinga e lo difende, Crasso +gli dà danaro, tu tentenni al solito e più quando +sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di +quel suo sguardo inesplicabile. O è un dio costui, +un dio più in su di Giove, onnipotente +come il fato, o non so più chi mai egli possa +essere. E c’è la impudentissima Quadrantaria, +la sorella; quella che ti sobillò a ripudiarmi +per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più +impudente ancora del fratello, e per la quale +si dovranno un giorno purgare le aure romane, +e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le +fanciulle di Roma, contaminate come furono +dalla sola sua presenza. +</p> + +<p> +Come quando per comprimere un dolore fisico, +si sospinge il pensiero a sprofondarsi in +quei subbietti che per consueto lo rapiscono, +<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> +così Cicerone, intento com’era in quei giorni +a dettare il <i>Sogno di Scipione</i>, intorno al quale +ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e l’eleganza +dello stile latino, riandava colla memoria +quello che già aveva scritto, affannandosi +nello studio di una perfezione che al suo +gusto non mai contentabile pareva refrattaria. +Però, risolvendosi per lui le parole di Terenzia +in un rumore quasi privo di senso, riuscì anche +questa volta a scansare un fracassoso diverbio. +</p> + +<p> +E, come terminando di ripetere a memoria +un brano del suo lavoro sublime, si alzò, e rivoltosi +a Terenzia, ripetè con voce sonora +quelle parole che stanno nel Sogno istesso: <i>Ade +animo et omitte timorem.</i> E così detto, uscì, +lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei +quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava +pel silenzio di Cicerone. +</p> + +<p> +Il più grande oratore e il più gran filosofo +<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> +di Roma antica era uomo d’indole mite: la +efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore +multilatere, considerando gli uomini e +gli eventi dalle faccie molteplici che gli si svolgevano +innanzi, non stava mai fermo al suo +proposito. +</p> + +<p> +Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo +gran scrutatore di caratteri, sapeva scoprir +la vena dolce; però era incapace di odio. +Negli uomini temperati alla più solida virtù, +ei pur sapeva intravedere le occulte mire, e +della virtù medesima sospettava la vanità. Catone, +l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era +segno alle sue perpetue celie. Bensì era devotissimo +dell’amicizia, purchè la simpatia dell’ingegno +e la scienza ne fossero il cemento. +Cicerone è stato forse il primo gran personaggio +dell’antichità che preannunciasse il tipo degli +uomini moderni. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> +</p> + +<p> +I Romani eran fatti di un metallo solo e +fusi in un pezzo solo. Cicerone invece era +metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia +lega, e la sua statua era contesta di pezzi +diversi. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span></p> + +<h2 id="cap17">XVII. +<span class="smaller">CESARE, CRASSO E CICERONE.</span></h2> +</div> + +<p> +Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque +fosse certissimo della colpa di Clodio, +sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo. +In primo luogo, come filosofo e pensatore, non +essendo quel che potrebbe dirsi, un bigotto di +<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> +Roma antica, in faccia alla giustizia assoluta, +non dava grande importanza all’insulto fatto +ai riti della dea Bona; dea di terzo ordine, la +quale era piuttosto complice dei disordini delle +matrone e delle donne romane, che inspiratrice +e custode della loro virtù. Facendo la via, crollava +dunque la testa, pensando all’importanza +smodata che davasi alla colpa di Clodio. In secondo +luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente +terribile a tutti, e non sapeva risolversi +a farselo nemico, e facendosi nemico +lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. +Procedette così fino al tempio, dove il Senato +doveva congregarsi. Innanzi al limitare +di esso vide Cesare e Crasso circondati da +una fitta di cittadini d’ogni classe. V’erano +patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè +Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, +e: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> +</p> + +<p> +— Credo bene che tu avrai divisa la tua +colla mia sentenza? +</p> + +<p> +— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà +sentir l’accusa, i testimoni, la difesa, tutto quello +che è necessario a pronunciare una sentenza. +Del rimanente, che Clodio abbia contaminato +i riti della dea come lo ha giurato la madre +tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, +o Cesare, che non dirò e non farò cosa che +sia contro alla giustizia. +</p> + +<p> +L’ambizione, che era la sola eccitatrice del +coraggio di Cicerone, e che già lo aveva reso +imperterrito e inesorabile nella condanna dei +catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche +questa volta. Non voleva mettere in pericolo +il predicato di <i>Padre della Patria</i>, che +lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli +giunse all’orecchio pronunciato dalla gran voce +del popolo romano. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> +</p> + +<p> +Così insieme con Cesare e con Crasso ei +mise piede nel vasto pronao del tempio. Quanti +stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso +recinto, dove tutta Roma era affollata, +tanta era l’importanza che davasi a Clodio e +al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che +il Senato avrebbe pronunciato. +</p> + +<p> +E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante +nell’incesso, infiammato negli occhi: +e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco +suonante vibrava saette pestifere a contaminare +il campo argivo. +</p> + +<p> +Il frastuono era al sommo. Cesare parlava +ora all’uno, ora all’altro, ora all’altro. Crasso +faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan +teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, +come in atto di promessa e di giuramento. +Solo a un certo punto nacque diverbio tra +Cesare e un tal Trebonio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> +</p> + +<p> +— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli +questi, e farò a tuo senno. +</p> + +<p> +— Non li ho meco, Trebonio. Domani li +avrai. +</p> + +<p> +— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. +Trenta clienti stanno agli ordini miei. +</p> + +<p> +— Ebbene, attendi. +</p> + +<p> +Passeggiava tra quella folla, circondato dai +suoi pari, un tale Assio, celebre usuraio di +quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli, +e in tutti i giorni d’assemblea venivano +nel pronao a mercanteggiar di danaro. +Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in +Asia portando in Roma, insieme con alquanti +de’ suoi commilitoni, assai danaro. La sua schiera +chiamavasi l’<i>Acies Asiatica</i>. +</p> + +<p> +Cesare gli si avvicinò e gli disse: +</p> + +<p> +— Dammi cinquanta talenti. +</p> + +<p> +— Non li ho meco. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> +</p> + +<p> +— Valli a prendere sull’istante. +</p> + +<p> +— Se Crasso ti fa garanzia, vado. +</p> + +<p> +Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il +fatto: +</p> + +<p> +— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va. +</p> + +<p> +Assio partì. +</p> + +<p> +Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. +La varia folla, dove tutte le classi si mescevano, +era fondo cupamente agitato, quasi +fosse onda acherontea, sul quale staccavano a +grande rilievo gli antichi illustri scellerati. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span></p> + +<h2 id="cap18">XVIII. +<span class="smaller">CLODIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Chi s’addentrò nella storia romana con istudio +più che mediocre, e, com’è naturale, per l’invito +del soggetto stragrande, s’intrattenne più +a lungo coi personaggi onde gli ultimi cento +anni della repubblica sono in vario modo famosissimi, +<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> +avrà dovuto pensare che Clodio non +ha nulla di comune cogli altri celebri, e nello +stesso tempo farsi la quistione del perchè, senza +nessuna precedenza di guerra, di conquiste, di +gloria, senza nessun prestigio eccezionale di +quella eloquenza colla quale si esaltano ad ingiuste +predilezioni le facili plebi, colui abbia +potuto diventare così invadente, tremendo, invincibile, +pur nel fitto di tante strenue figure, +e tra quei colossi di Cesare e Pompeo. Ma, ad +una malvagità che passava la misura, ad un +temperamento di belva indomabile, congiungeva +una forza di volontà tale che non lo faceva +mai dubitante in faccia a qualunque ostacolo. +Doni naturali e fortune spontanee aveva +avuto nella beltà fisica e nella ricchezza; ma +questi doni divideva con altri molti; e se la +ricchezza gli aveva giovato per tenere una +schiera numerosissima di schiavi e gladiatori, +<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> +della bellezza non aveva saputo far uso se non +se per rendersi odiosissimo alle donne, che egli +disprezzava e insultava appena che, attirate +dalle fallaci apparenze, gli si abbandonavano +inconscie. +</p> + +<p> +Codesto fenomeno umano di Roma antica lo +si spiega adunque col solo fatto della forza +della volontà. E codesta forza a Clodio derivava +dalla efferatezza e dal men che mediocre ingegno, +che gl’impediva di vedere i pericoli; il +che spiega altresì come Cesare, l’idolatrato, +palpasse la groppa di quel cavallo selvaggio. +Ma se si spiega la cagione della deferenza di +Cesare, non si può scusare l’uomo che palpa +adulatore e mendace, potendo flagellare a sangue +e punire. Se non che, Cesare intendeva +valersi di Clodio in quella guisa onde l’indiano +sguinzaglia il leopardo a cacciare le antilopi. +Viltà però era questa, della quale nessun panegirista +<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> +saprebbe salvarlo, e che mostra davvero +come nessuna faccia dell’umano poliedro +mancasse a Cesare, nemmeno la viltà, e come +tutte le sue doti incomparabili e pressochè +sovrumane, egli governasse con una prudenza +longanime e fredda, che pareva scaglia di serpente +attorta ai generosi fianchi del leone. +</p> + +<p> +Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli +Pisone e Messala, entravano nel tempio, +Cesare diceva a Clodio: +</p> + +<p> +— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato +questo decreto — <i>a Pontificibus factum Clodii +nefas esse decretum</i>. — E, come il leggi su questa +colonna, non è cantonata in Roma dove esso +non si veda. +</p> + +<p> +— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il +Senato siasi rivolto al collegio dei pontefici, +perchè sentenziassero se il fatto onde sono imputato +sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto +<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> +esiste, la legge non fu abrogata. Se io vengo +accusato d’aver congiurato a’ danni della repubblica, +non occorrono pontefici per sentenziare +se questo sia delitto. Occorre sentenziare +se l’accusa sia vera o falsa. +</p> + +<p> +— <i>Macte animo</i>, o Clodio, sebbene la parte +più formidabile del decreto sia questa. Leggi. +</p> + +<p> +— Ho letto; il so. +</p> + +<p> +— <i>Ex</i> S. C. <i>consules ad rogationem promulgandam +vocati</i>. Quasi tutti i senatori ti sono +avversi. Con questo decreto intesero alla rovina +tua. +</p> + +<p> +La faccia tremenda di Clodio e invariabile, +parve impensierirsi. +</p> + +<p> +Cesare lo guardava e rideva nell’animo. +</p> + +<p> +— <i>Macte animo</i>, ripetè poscia. Il tribuno +Fufio Caleno mi obbedirà. Esso è già entrato, +e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al +decreto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> +</p> + +<p> +Così dicendo, entrò nel tempio insieme a +Clodio. +</p> + +<p> +Eretto espressamente vicino alla Curia, e +dedicato a Giove, quel tempio era costrutto in +forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella +vôlta, sotto a quella, rigirava un <i>podium</i> su cui +si affollavano i Romani che vestivano il sajo o +la cinerea toga, e che, da quell’altezza, seppure +vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare +volte dall’onda sonora era ad essi fatto dono +delle orazioni declamate. A loro pareva di sentire +ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano +ad ammirare la maestà dei padri della +patria, e i non sperati laticlavj. Assai più sotto, +e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che +sorgeva al disopra degli stalli dove sedevano +i consoli, girava, soltanto la terza parte della +vasta elissi, un altro <i>podium</i>, coperto da un +aureo graticcio, dietro al quale ascoltavano, non +<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> +vedute, le vestali e le cospicue matrone romane. +Raro era che quello fosse occupato; +ma in quel giorno appena bastava per contenere +tutte le intervenute. Oltre le vestali, la +maggior parte aveva sacrificato alla dea, e +taluna di esse sapeva che i mariti avrebbero +deposto Clodio non esser penetrato. +</p> + +<p> +Dirimpetto al <i>podium</i> delle vestali e delle +donne patrizie, girava quello dei cavalieri, non +coperto da graticcio. Dal pavimento del tempio, +sorgeva in semicerchio elittico una gradinata +di tre alti piani, sui quali eran disposti, a breve +distanza l’un dall’altro, gli stalli dei senatori. +Di contro a questi, sovra una base più giù della +gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli, +innanzi alle quali stava una gran tavola di porfido +egiziaco, meraviglia anche allora, per l’ampiezza +eccezionale del monolito. Su quella tavola +s’accumulavan tabelle cerate d’ogni maniera +<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> +e d’ogni misura, e volumi e rotuli e +stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e +le sedie consolari, quasi sotto al <i>podium</i> dei +cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della +plebe. +</p> + +<p> +I senatori erano tutti entrati nel tempio, e +passeggiavano, in attesa dei consoli, nei vuoti +spazj, ostentando la larga striscia di porpora, e +il metallico C (<i>cento</i>) che brillava presso la punta +dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la +noce del piede. Quel C significava il numero +originario dei senatori al tempo dei re; ma +l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto +e il C lucente, significavano altresì che ciascun +senatore possedeva ottocento mila sesterzj di +rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a +gruppi di vario numero, parlavano, discutevano +ed empivano il tempio di frastuono, accresciuto +dal bisbiglio incessante del popolo minuto, salito +<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> +in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle +dei cavalieri. +</p> + +<p> +Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala, +pei quali si fe’ gran silenzio nel vasto +recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio Caleno, +che, attraversando il tempio, si recò difilato +al suo stallo. I senatori tutti, gravi e taciti, +ascesero la gradinata, e sedettero. +</p> + +<p> +Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero +in disparte insieme coi testimonj. Il console +Pisone alzossi, e: +</p> + +<p> +— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli, +con decreto che già tutta Roma ha letto, +e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo +sia stato intempestivo, avete ordinato +di fare una legge che sottomette Clodio ad +un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche +io e il mio collega dividessimo la sentenza +vostra, venne a noi il tribuno Caleno qui presente, +<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> +ad opporre il <i>veto</i>. Parli or dunque il +tribuno. +</p> + +<p> +Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora +così parlò: +</p> + +<p> +— Padri coscritti, soltanto ad impedire si +sparga sangue cittadino, io opposi il <i>veto</i> al +vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto +dal suo numeroso partito, il quale è disposto +a far tutto per lui. Egli ha partigiani perfino +negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori +di questo tempio, credo bene ve ne siate accorti, +o senatori, giovinetti a migliaia, armati +di daghe e pili, capitanati dal giovinetto Marc’Antonio, +assai noto in Roma — il quale è di +sì gran forza che a sedici anni nel ginnasio +atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni che +tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni +che fanno presentire in esso un agitatore d’uomini, +fatale — mandano grida furibonde al cielo, +<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> +pel timore che non siasi per far giustizia in +codesto sacro tempio; ma Clodio è anche +odiato.... +</p> + +<p> +A queste parole, un — <i>no no</i> — ripetuto da +centinaja di bocche, risuonò dal <i>podium</i> dove +stava affollato il popolo minuto. Cesare e Pompeo +aveano sparpagliato numerosi clienti colassù, +perchè distribuissero danari, onde a +tempo opportuno far nascere un tumulto che +lasciasse in tronco e giudizio e sentenza. +</p> + +<p> +Il senatore seniore, che era Marco Scauro, +e per il diritto dell’età presiedeva alle assemblee, +si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero +fiato alle trombe. Era quello il primo segno +col quale s’intimava silenzio al popolo +che, gridando, mostrava di non rispettare la +maestà del Senato. Al terzo segno le guardie +del tempio solevano ascendere a far sgombrare +il <i>podium</i>. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> +</p> + +<p> +— Ma Clodio è anche odiato, continuava ad +alta voce il tribuno Caleno, nè saprei se in +Roma, in suo cospetto, sia prevalente l’odio o +l’amore; onde, o padri, non essendovi partito +soverchiante, ma sembrando invece troppo +eguale la violenza delle forze in conflitto, la +zuffa sarà lunga, sanguinosa, orrenda, esiziale +a Roma. Padri coscritti, per l’amore sacro che +voi portate a questa patria, io vi supplico: +<i>scancellate il decreto</i>. +</p> + +<p> +Per verità che queste brevi parole del tribuno +Caleno furono sapientemente astute; non +potevasi trovar ragione più forte e più santa +per respingere qualunque obiezione; ma il Senato +sapeva che Caleno era grande sostenitore +della fazione Clodiana. Però il seniore Marco +Scauro si alzò di nuovo, e: +</p> + +<p> +— Metto ai voti la proposta Caleno. Chi l’accetta +si alzi; chi la respinge rimanga seduto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> +</p> + +<p> +— Propongo invece, disse alto un altro senatore, +che i voti siano segreti. Così nessuno +avrà taccia d’essere stato intimidito o consigliato +da fini obliqui. +</p> + +<p> +Intanto che stavasi apprestando la votazione +segreta, il console Pisone ascese la gradinata +dei senatori, e passò di fila in fila, parlando +con gran calore a ciascuno di essi. Ei li andava +sconsigliando dal mantenere il primo decreto, +come racconta Cicerone nella sua epistola +ad Attico. E in questo punto istesso Cesare +si alzò, recossi vicino a Clodio, che in +piedi e fremente guatava intorno intorno i congregati +nel tempio, e: +</p> + +<p> +— Ascolta un mio consiglio, gli disse. +</p> + +<p> +— Quale? +</p> + +<p> +— Tu fremi; ma ora convien smettere l’ira. +Percorri tu pure quelle file, e umilmente raccomandati +a ciascun senatore. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> +</p> + +<p> +— Io? +</p> + +<p> +— Tu — se non sei ascoltato, guai! — la +rogazione ti è fatale. Il terribile Clodio che +per un istante si umilia, protestando pur sempre +la propria innocenza, li piegherà tutti al +più mite consiglio. +</p> + +<p> +Clodio guardò Cesare a lungo, e la fierezza +gli perdurava nel marmoreo volto, e, sebbene +di dentro fosse tutto sgomentato, le linee e i +piani di quello eran fatti così stabili all’espressione +dell’ira, che questa appariva pur sempre, +anche allorquando nell’animo stava il timore. +Il quinquennio nel carcere Mamertino, e l’esiglio +perpetuo, anche per riguardo a’ suoi pazzi +disegni di conquiste, di gloria, d’impero, gli +davan troppo a pensare perchè non ascoltasse +il consiglio di Cesare, quantunque indicibilmente +gli ripugnasse — e s’avviò, e ascese le +gradinate, e, come racconta ancora Cicerone, +<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> +in modo umile e sottomesso, si gettò, con grande +meraviglia di tutti, ai piedi di ciascun senatore. +</p> + +<p> +Cesare non avrebbe mai fatto questo, in +qualunque orrenda circostanza si fosse trovato; +ma l’animo suo non era putrido della malvagità +di Clodio; e se, qual mezzo indispensabile, +poteva usufruttare la viltà segreta, il fortissimo +intelletto gli sconsigliava la viltà palese, +e l’alta ambizione gli avrebbe fatto preferire +la morte più dolorosa al vergognoso +atto di piegar le ginocchia davanti a dei mortali. +E intanto gioiva nel veder Clodio umiliato +a quel modo; e pensava che, siccome la +verga ardente dell’Indo ammansa anche il tigre, +così, dopo quel fatto, Clodio sarebbe divenuto +strumento assai più duttile nelle mani +di chi avrebbe voluto farne uso. +</p> + +<p> +Intanto che i senatori discendevano nel mezzo +del tempio a deporre le palle nella divisa urna, +<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> +Cesare, per involarsi al tedio di quella sfilata +di laticlavj che, essendo più di quattrocento, +doveva consumare assai tempo, pensò di ascendere +a fare una visita gentile alle donne, matrone +e fanciulle patrizie, che sedevano nello +scompartimento del <i>podium</i> a loro assegnato, +e che le divideva dalle vestali. Uscì dunque +dal tempio, perchè l’accesso a quel luogo era +esterno, e salì. +</p> + +<p> +Che i senatori e i cavalieri si recassero a +visitar le donne colà nei giorni d’assemblea, +non era vietato; questo tuttavia non soleva +avvenire quasi mai, o ben di rado; onde l’apparizione +di Cesare provocò in quasi tutte una +sensazione di meraviglia, e, in talune anche, +di vivissimo piacere. +</p> + +<p> +Egli s’intrattenne innanzi a ciascuna, dicendo +parole eleganti e lusinghiere. Quando venne a +Terenzia: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> +</p> + +<p> +— E dunque, le disse, pare a te, o la più +avventurata tra le consorti, chè è una gloria +appartenere a Cicerone, pare a te Clodio +uscirà assolto da questa votazione, e la sua +innocenza sarà vivamente rischiarata dal sole +di Roma? +</p> + +<p> +— Se il sole di Roma rischiarerà le menti +di coloro che laggiù stanno ora votando, mi +confido che l’empio misfatto sarà punito come +la legge impone. +</p> + +<p> +— Male pensi, o Terenzia; gli occhi tuoi, +la notte dei riti, erano fatti torbidi e falsoveggenti +dal consacrato lieo. Però nella sorella di +Clodio vedesti il fratello che abborri. Io so tutto. +</p> + +<p> +— Quadrantaria? +</p> + +<p> +— Sì, Quadrantaria — che voi tutte spose e +matrone e viragini, insigni di virtù e di quella +castità onde la Diana Efesia provoca i dispetti +di Febo, respingeste dalle vostre adunanze. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> +</p> + +<p> +— E adunque quante siam qui eravamo losche +allora? +</p> + +<p> +— Tutte, o Terenzia. +</p> + +<p> +— Non esclusa la madre tua? +</p> + +<p> +— Non esclusa. +</p> + +<p> +E Cesare procedette innanzi, e interrogò +amabilmente e astutamente ed epigrammaticamente +altre donne, delle quali non era +alcuna che non fosse iraconda contro di Clodio, +e: +</p> + +<p> +— Guarda, o Cesare, gli dissero a più voci, +guarda che fa Clodio adesso. Chi è innocente +è imperterrito, e si conforta di generoso disprezzo. +Ma l’indomabile belva sanguinaria or +lambisce finalmente con lingua di coniglio. +</p> + +<p> +— A lui importa che la sua innocenza trionfi. +Gli riuscirebbe più tetro il carcere, pensando +che lo si volle in ogni modo vedere in Roma +contaminatore di castissime donne (e fece un’appoggiatura +<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> +forte su quel superlativo), mentre +villeggiava in Interamna. +</p> + +<p> +E passò alla madre, che lo guardò severissima +e taciturna. +</p> + +<p> +— Prendi, o madre, le inspirazioni da Minerva, +e lascia che Nemesi avveleni altro +sangue. +</p> + +<p> +E passò a Servilia. +</p> + +<p> +— E tu che pensi di Clodio? +</p> + +<p> +— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti. +</p> + +<p> +Servilia portava tale e tanto amore a Cesare, +che, sapendo l’amicizia di lui per Clodio, non +aveva voluto deporre ai danni di lui, protestando +di essersi intrattenuta innanzi all’ara +della dea, quando le altre donne vestite da baccanti +e armate di tirsi erano uscite per vendicare +non sapeva quale ingiuria. +</p> + +<p> +La votazione era finita, Cesare discese. Si +contaron le palle. L’umiliazione di Clodio, e le +<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> +insinuazioni del console Pisone, e le astutissime +parole di Caleno, per allora, non valsero nulla. +Quindici senatori votarono a favore di Clodio: +quattrocento contro di lui. — E passò il decreto +che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione +con tutta la loro autorità, e niun altro +affare si trattasse prima che questo non fosse +esaurito. +</p> + +<p> +Cesare, in presenza di un decreto tanto severo, +quantunque volesse tener celati i proprj +intendimenti, già s’era mosso per recarsi alla +tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico +Ortensio, l’oratore a nessuno secondo, e +che Cicerone, pure invidiando, amava. E prima +di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe, +e con voce atta all’espressione musicale (dono +che Cicerone non aveva, tenendo una voce sonora +sì, ma aspra), +</p> + +<p> +— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò +<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> +che il mio voto fu per respingere la rogazione. +Caleno ha parlato con gran senno. Gravi disordini +saranno certissimamente per nascere +da questa violenta risoluzione. Però vi faccio +una proposta conciliatrice, che spero sarà da +voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno +pubblichi dunque <i>una legge per la quale si +debba giudicare la causa di Clodio innanzi al +pretore con giudici eletti</i>. +</p> + +<p> +Per deferenza ad Ortensio, che era altamente +rispettato ed amato in Roma, e quasi sempre +interpellato ed ascoltato in Senato, quella proposta +fu accolta per acclamazione, e così pochi +minuti distrussero la votazione di due ore. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span></p> + +<h2 id="cap19">XIX. +<span class="smaller">LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.</span></h2> +</div> + +<p> +Se non che, portata la causa davanti al pretore, +Cesare, Crasso e Clodio videro essere +stato inutile tutto il denaro profuso tra i senatori +ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il +tribuno ambidestro; e pensarono che tutto +<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> +riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti +assai più difficili, perchè era necessità brogliare +in prima per la scelta dei giudici, poi con +altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia. +Quella scelta per Clodio andò tra bene e male. +Cinquantasei furono i giudici; di questi varj +erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie, +le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente +riescì a fare della maggior parte di +quei molteplici elementi una pasta unica ed +avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo +con insulti alle tentazioni; ed erano i +più potenti, i più influenti e i più ricchi, come +naturalmente doveva essere. L’oro per essi +non poteva aver la forza dell’esca. Ma Cesare +tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più +che un costrutto. Tra quei giudici v’era un +<i>Contatore</i>, un <i>Ceva</i>, un <i>Furio</i>, di sfondate ricchezze, +come fu detto, amanti della repubblica, +<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> +onestissimi nella trattazione degli affari +proprj e degli altrui; ma protagonisti in Roma +di strani e non casti racconti, per l’effeminatezza +dei loro costumi e per libidine delira. +</p> + +<p> +— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto +che stavano tormentandosi per diradare le difficoltà — se +io avessi le tre Grazie che vive +e vere tu recasti a Roma da Atene, certo che +costoro sarebbero presti a giurare anche il +falso. +</p> + +<p> +— Anch’io ho pensato a questo, rispose +Crasso; non veramente alle tre mie Grazie incomparabili, +ma ad altre fanciulle che tengo +nel gineceo; e ti giuro pei numi ch’io sono +talmente arso di puntiglio per riuscire in questo +affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i +miei tesori, non che alle tre Grazie. +</p> + +<p> +E Crasso fece in modo di trovarsi con quei +tre onestissimi Fauni togati; e, parlando con +<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> +essi delle più belle donne di Roma, venne a +proclamare la preminenza delle greche. +</p> + +<p> +— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che +le più famose fanciulle romane parrebbero laide +al loro confronto. Tra le altre, son tre ateniesi, +insigni di così attraente perfezione, che tutte +le statue d’oro degli dei che hanno are in Roma +non varrebbero a compensarle. Ma tu non credi, +o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena; +e intorno al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno, +gireranno liberali della loro scoperta +beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al +pari delle ore, mi segnano i passatempi del +giorno. +</p> + +<p> +— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo +anche gli altri tesori da te accumulati nelle +tue conquiste. +</p> + +<p> +E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio +i tre invitati; vi sedettero Cesare, Crasso +<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> +e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta, briosa, +lucente oltre il consueto. +</p> + +<p> +I tre Fauni stavano tracannando Falerno, +quando, a un tal punto, vennero introdotte sette +fanciulle delle più belle, comperate già, col più +squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie +d’Italia; e tutte nel costume delle sette +<i>eterie</i> che furon messe innanzi a Fidia, perchè +delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse +un insieme unico di non raggiungibile +perfezione. +</p> + +<p> +E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono +innanzi ai tre invitati attoniti e acutamente +concitati; e uscirono dal triclinio. +</p> + +<p> +— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste +che avete vedute, son bellissime figlie +della terra; ma or vedrete le Grazie immortali, +le tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore. +Sorgete ed adorate! — E diè un cenno. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> +</p> + +<p> +Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte, +chinati e timidi gli sguardi. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Erano inver beltà tutta divina.</p> +</div></div> + +<p> +Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano +arrubinati di Falerno, e il raggio dell’occhio, +male affratellandosi coi raggi delle fiamme che +splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il +numero delle tre dive; e le giudicavano con +entusiasmo, ma senza quel discernimento che +vede il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare, +il quale non beveva mai vino, guardando +quelle fanciulle, non pareva più impossibile +che la greca Elena avesse potuto esser cagione +di una guerra decenne; e, dopo averle +osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel +presente tutto pregno di voluttà, volse il pensiero +al futuro. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> +</p> + +<p> +E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a +guardar Crasso con occhio sì parlante, che +quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato +alle schiave custodi, le tre dive, comperate +da un mercante di Atene a un prezzo +minore di quello ch’era stato offerto pei tre +poledri celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate, +uscirono di là — e poco dopo usciron +tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e: +</p> + +<p> +— Voglio che tu parta soddisfattissimo di +me; ho in pensiero di farti un dono; ma a +un patto. +</p> + +<p> +— Qual dono e qual patto? +</p> + +<p> +— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre +Grazie; ma tu devi operare in modo che per +tua parte Clodio sia rimandato assolto. +</p> + +<p> +Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile +il dono; onde conchiuse coll’accettare +e coll’obbedire e col promettere e col giurare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> +</p> + +<p> +Gli altri due fecero il medesimo. +</p> + +<p> +Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese +da Cesare e Crasso; ma altre più turpi e più +inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati +all’amo. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +E venne il giorno che al Pretorio si radunarono +i giudici per emettere l’ultima sentenza. +Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque +condannarono Clodio, trentuno lo assolsero. +</p> + +<p> +Così nei tempi corrottissimi si vende e si +compera la giustizia, e non è mezzo, per quanto +osceno, a cui non si ricorra. +</p> + +<p> +E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro +profuso e delle fanciulle offerte e accettate, e +d’altre turpitudini ancor peggiori, così prorompe +Cicerone: — <i>Giammai una più scandalosa compagnia +di ribaldi si assise innanzi alle tavole +<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> +del giuoco assassino. Fra senatori infami e cavalieri +cenciosi, sedettero pochi uomini onorati, +coi volti mesti, quasi tementi di esser guasti dal +contagio di quegli scellerati.</i> +</p> + +<p> +Ma chi era lo scellerato primo e massimo? +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span></p> + +<h2 id="cap20">XX. +<span class="smaller">POMPEO E CESARE.</span></h2> +</div> + +<p> +L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente +se ne querelavano i savj, aveva per la +prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata +l’ara della giustizia, mentre mostrò +quanto fosse prepotente la volontà di Cesare, +<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> +a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento. +Dipendeva solo dalla fortuna e dagli +eventi e dall’incerto avvenire s’egli avrebbe +potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza +del turpissimo broglio. E fino a quel +momento, di tutto quello che egli avea fatto +per aprirsi una via alla potenza, alla gloria +all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno. +Dei numerati eroi, che sono gli atleti +nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj, segnan +le distanze e i caratteristici mutamenti +della storia, Cesare è il solo che abbia dovuto +o voluto attendere gli anni della gioventù più +matura per salire al primato, e far convergere +a sè gli sguardi dell’umanità. +</p> + +<p> +Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva +trentott’anni; se allora fosse morto, l’oscurità +avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla +ancora avea fatto di grandissimo, e le fatiche +<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> +di una insistente preparazione erano segreti +affanni della sua mente e della sua ambizione. +Ma quell’anno doveva segnare il suo momento +critico. +</p> + +<p> +Sul principio di quello, Pompeo era tornato +a Roma dalla guerra mitridatica. Aveva dilatate +le frontiere dell’impero: il Ponto, la Siria, la +Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando +infino al Tigri tributarj della repubblica +tutti gli altri re e popoli orientali. Aveva +preso la città e la fortezza di Gerusalemme, +entrando nel vietato <i>Sancta Sanctorum</i> del famosissimo +tempio. Aveva condotto Aristobulo +e i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario +Ircano, date leggi ai popoli conquistati, +fabbricate trenta città, fatto il dono di cento +milioni italici alle licenziate legioni. Però dal +Senato gli era stato accordato il privilegio di +portare nei dì festivi una corona d’alloro e la +<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> +generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi +equestri. Tutti lo proclamavano <i>il primo cittadino +di Roma senza rivali</i>; e i prudentissimi +di Roma, a stornare i crescenti disordini, già +lo desideravano e proclamavano <i>Dittatore</i>. +</p> + +<p> +Primo ed unico era dunque nella città dominatrice: +a lui privilegi, a lui corone, quasi +re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma +coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento +e gemme, che il medesimo Crasso non +poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano. +Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina, +che Demetrio liberto di lui e maggiordomo, +e ladrone come sappiamo, aveva raccolto +per sè più di venti milioni; onde, a mostrare +gratitudine verso l’indulgente padrone, gli fece +erigere a proprie spese quel primo teatro di +pietra che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel +tempo stesso in cui sorse il teatro monumentale, +<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> +Pompeo edificò un tempio a Minerva, che +fu celebre, più che per la sontuosa architettura, +per l’iscrizione tanto laudatrice del Magno eroe, +che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non +ebbe mai esaltazione maggiore. +</p> + +<p> +Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva +indegno di tanta fortuna, e lo chiamava ladro +della gloria altrui nella guerra spartacica e dei +Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che +anche un pretestato avrebbe saputo compirle, +e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e il +meno atto a concionare, e il più intricato nei +colloquj dove l’arte e la scienza e la filosofia +avevano parte, guardava e fremeva a tanto +sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza, +e, ritorcendo sopra di sè lo sguardo, +pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze +avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato, +lo avevan lasciato così sprofondato nei +<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> +debiti, che oramai gli mancavano duemila talenti +(dodici milioni di lire italiche) a non posseder +nulla. E codesta frase, ch’ei trovò per la +prima volta in uno di quei momenti nei quali +l’ira si converte in facezia, per la prima volta +fece il giro di Roma, e provocò il riso dei ricchi +e dei poveri, e fu poi ripetuta per lungo +ordine di secoli dagli indebitati di tutte le +classi. +</p> + +<p> +Esso era anche uscito dalla carica di pretore, +influentissima in Roma, perchè tutte le contese +relative alle cose dell’amministrazione pubblica +e privata, e alquante che riguardavano la giustizia +e l’osservanza delle leggi, dovevano passare +per le aule pretorie. +</p> + +<p> +Era dunque ridotto alla condizione di un semplice +cittadino privato; sempre il primo tuttavia +nei consorzj geniali, alla palestra, all’ippodromo, +nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola +<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> +e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti +muliebre sapienza pei riverberi della luce paterna; +ascoltato nelle questioni d’arte da Arcesilao, +da Postumio, da Ermodoro, architetti +insigni; vincitore sovente di Varrone in questioni +d’archeologia; insegnatore a Pompeo di più +esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato; +meraviglia all’astronomo Posidonio, +che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori +nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia +a Sosigene, ch’ei già preparava alla +riforma del calendario. Ma codesti primati, sebbene +costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano +inerte nel campo de’ grandi fatti. +</p> + +<p> +Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla +sua immensa fortuna con disdegno sprezzatore, +e l’ambizione, come già era avvenuto al +Magno Alessandro, nei momenti della massima +esaltazione gli avesse già fatto parere angusta +<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> +la terra, e si fosse affannato per ottenere il +governo della Spagna, statogli finalmente assegnato, +pure da qualche giorno non desiderava +di lasciar Roma. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span></p> + +<h2 id="cap21">XXI. +<span class="smaller">L’IMPERIOSA.</span></h2> +</div> + +<p> +Cesare, il profumato libertino, il desiderato +da tutte le donne, l’odio occulto di tutti i mariti, +il rivale sospettato da tutti gli amanti, +non era mai stato preso da un vero, profondo, +violento amore. Troppe donne, troppe giovinette +<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> +gli avevano aliato intorno più chiedenti +che chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava +una gratitudine schiettamente sentita, +e per la quale ebbe una singolare preferenza, +non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo +onnipotente dell’amore, che, allorquando +invade e conflagra un’anima, si accampa +sovrano e prima di tutte le umane cose. +Servilia erasene accorta, ma non per questo +potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei +era quello di una schiava africana, ardente, +capace d’immergere il ferro in petto all’uomo +idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata, +atterrita pur nella ferocia, e governata +da un fascino arcano. +</p> + +<p> +Il sentimento pareva al tutto incompatibile +colla forza e la vastità della mente di Cesare, +a guisa di un arbusto gentile che non può +tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica. +<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> +Ma Cesare era l’uomo onnilatere, e nulla +cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però +doveva attraversare, prima che la sua gioventù +si chiudesse, una di quelle fasi della vita, che +transitoriamente sembrano mandar naufraghe +nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà +della mente. +</p> + +<p> +Nella notte sacrata ai riti della dea Bona, +tra le fanciulle sagrificanti insieme colle matrone, +era prostrata innanzi all’ara quell’Elelia +Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima +casa romana di tal nome. Essa era nata +nella Gallia Cisalpina, quando il padre suo, Popilio, +fu governatore di quella provincia, ed +era nata da madre gallica. Morto il padre, +morta la madre, Elelia era rimasta unica erede +delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava +nell’antico palazzo degli Imperiosi, nella +parte più alta del Palatino, custodita dalla sua +<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> +grand’ava. Essa era insigne di eccezionale +bellezza; chè le chiome biondissime e gli occhi +azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e celebrati +da Omero, non eran frequenti in Roma. +</p> + +<p> +Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice +e conciliatore nelle contese iniziate da +coloro che vantavano diritti su qualche parte +dei lati possedimenti della fanciulla, degli ampj +giardini, degli orti immensi, delle acque dell’Aniene +che le irrigavano i campi, deviate +cogli idraulici congegni che prima la vetusta +Babilonia avea trovati. Per questo fatto, esso, +oltre al vecchio liberto maggiordomo della casa +Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni, +avea dovuto sentire e il famoso Scevola e gli +altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e quel +Granio Fiacco, celebre per aver commentate +le dodici tavole. Con essi erasi trovato nella +casa Imperiosa, quando fu necessario vedere +<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> +i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione +di avvicinar la fanciulla. +</p> + +<p> +Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore, +la guardò come un fenomeno muliebre, +che mai non gli era apparso innanzi prima +d’allora. Ognor concentrata in sè stessa e taciturna +e altera, pareva ch’ella tenesse in soggezione +tutti quelli che la circondavano, comprese +le vegliarde che recavansi a trovar l’ava, +compresa l’ava stessa. Ma, se più spesso era +taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed +eran severe ed assennatissime, nè parevano +uscire da labbro giovanile. +</p> + +<p> +Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla +nutrice, e il natìo latino, parlava il greco col +soave accento eolio; onde Apollonio, quando +l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata +dalle aspergini del mare Argolico. Laja, la celebre +pittrice che avea ritratto Cesare, le apprendeva +<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> +il disegno, e Laja si gloriava di quella +fanciulla singolare. E le lodi non pareano toccarla. +Sariasi detto che, quasi tenesse da qualche +divinità, di lei particolare custode, la notizia +che i numi avean decretato di costituirla nel +privilegiato possesso di doni intellettuali e corporei +non concessi altrui, ella non facesse più +caso delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne +avesse orgoglio nessuno, si riputasse come segregata +da essi. +</p> + +<p> +Cesare pertanto fu vivamente attratto da +quella fanciulla, considerandola come un arduo +problema da sciogliere, e nel tempo stesso, e +più forse, perchè provocava in lui una sensazione +acutissima quella bellezza eccezionale, e +quell’intelletto che era fuori affatto dell’ordine +femmineo. Onde, sotto colore delle consuete +faccende pretorie, e della necessità di abboccarsi +con Scevola, il quale tenne preghiera +<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> +dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso +da lei le sue tre così belle coltissime figliuole, +e di trovarsi a conversare con Laja, la quale, +anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi +con essa, Cesare era venuto moltiplicando +le visite in quella casa, e a tale che +non passava giorno che non vedesse la <i>tiberina</i> +Imperiosa; col qual predicato ei la distingueva, +perchè le chiome di lei eran bionde e +profluenti come le onde del Tevere. E venivano +in quella casa anche Cicerone e Terenzia e +Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio, e vi si +recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj, +e i padri e le madri di quelli, segnatamente +allorchè aveano le fortune dissestate; +chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più +che dai giovani, tenuti pressochè in isgomento +da quell’aura sacra onde ell’era circonfusa, +dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le +<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> +nebbie vespertine che si innalzavano sugli immensi +poderi di lei, più di quel che temessero +la sacra aura. +</p> + +<p> +In quei conversari diurni e notturni di Cicerone, +ad onta e di Ortensio e del rètore Diodato, +Cesare brillava ognora di una luce tutta +propria. Di qualunque cosa ei discutesse, teneva +sempre il campo. Bensì, con arte squisita +e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere +il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone, +che pur era invidiosissimo, non sentiva invidia +di lui; onde potè lasciar scritte in lode di Cesare +quelle celebrate parole a Cornelio Nepote: +«<i>E chi di lui è più acuto e più frequente di +sentenze? chi nelle parole è più ornato e più +elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare +supera tutti quanti</i>. Molti bellissimi giovani +romani facevan cerchio intorno all’Imperiosa, +parlante Giulio; ma Elelia non era attratta +<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> +da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna +chioma fittamente ricciuta. Ascoltava attentamente +il giovane trentottenne, il giovane +declinante, il già calvo Giulio, che indarno +tentava dissimulare quello da lui sì aborrito +difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate +chiome, che soltanto gli crescevan folte presso +l’occipite. Bensì ella chinava gli occhi, quando +la nera e vivacissima pupilla di lui saettava +gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per +brevi istanti, Cesare ed Elelia si trovaron pressochè +soli; vale a dire che, sebbene nella camera +medesima stesse l’ava seduta, la quasi +cecità e sordità di lei non era d’inciampo a che +potessero parlar liberamente. +</p> + +<p> +Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra, +or guardava Roma sottoposta, e parea +ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre +ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or +<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> +piegando la testa, tenea dietro alla giovane +Imperiosa che, meditante e ad ampi passi, s’affrettava +dall’un canto all’altro della camera. +</p> + +<p> +Ci fu un momento nel quale i loro sguardi +s’incontrarono. Allora Cesare, staccatosi dal +parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e: +</p> + +<p> +— Qual pensiero affretta così il tuo passo? +</p> + +<p> +— Il tormento d’esser donna. +</p> + +<p> +— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se +invece tu fossi uomo.... +</p> + +<p> +— Tutto il mondo. +</p> + +<p> +— Quanti anni hai tu? +</p> + +<p> +— Diciotto; chi non lo sa? +</p> + +<p> +— E trentott’anni a me conta la Parca, e il +mondo non è ancor mio. +</p> + +<p> +— Se più t’indugi, non lo sarà mai. Guarda +Pompeo. Non è di molto maggiore di te. E a +ventiquattr’anni aveva già trionfato.... ed ora +è il dio di Roma. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> +</p> + +<p> +— E questo a te dà tedio? +</p> + +<p> +— Tedio ed ira; e mi punge, quasi doloroso, +un desiderio che sorga finalmente l’uomo che +lo soggioghi. +</p> + +<p> +— E credi che viva in Roma un tal uomo? +</p> + +<p> +— Tu. +</p> + +<p> +Cesare tacque.... e piegando poscia il discorso: +</p> + +<p> +— Vuoi tu rimaner sempre fanciulla e consacrarti +a Diana? +</p> + +<p> +— No. +</p> + +<p> +— Dunque perchè fra tanti patrizj cospicui +di gioventù, di valore, di ricchezza, non scegli +colui che ti faccia sua sposa? +</p> + +<p> +— Chi di loro meritò statue d’oro? Per chi +di loro sorsero templi? Do preferenza alla +gioventù, ammiro la beltà; ma non mi vince +davvero che il fatto di una virtù straordinaria. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> +</p> + +<p> +— E scegli dunque Pompeo. Una consorte +ei cerca. +</p> + +<p> +— Pompeo ha dieci anni più di te. +</p> + +<p> +E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare, +e Cesare ognor la seguiva ammirato, e sempre +più gli s’involavano gli inizj per isciogliere +quello strano problema. E, osservando la stupenda +e quasi matronale figura di lei, per la +quale mostrava un’età maggiore, e guardando +la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma, +bianchezza tutta soffusa di rose freschissime, +e tali doni congiungendo alla precocità dell’ingegno, +e alla stranezza delle sue maniere, +e alle aspirazioni che parevano soverchiare +età e sesso, si venne ricordando di +talune considerazioni (Cesare avea voluto intingersi +anche di medicina) del medico Antistio +(colui che doveva poi alle fatali idi contare ed +esaminar le ferite) intorno a talune malattie +<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> +che nella primissima giovinezza sembrano accrescere +i doni della natura mortale; a guisa +dell’arsenico che, amministrato con scientifiche +dosi, tingeva del più florido color del cinabro +le guancie del re Mitridate. E si rammentò che +Antistio avea definita quella malattia: <i>pulcher +et intellectualis morbus</i>, il quale, di quel tempo, +più che altrove, era frequente nella Gallia Cisalpina; +onde a Cesare sembrò possibile che +nel sangue della divina Elelia la gallica madre +avesse deposto un germe lieve di stroma formoso +e roseo e geniale. +</p> + +<p> +Ed ella si fermò di tratto, e disse: +</p> + +<p> +— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania? +</p> + +<p> +— Sì. +</p> + +<p> +— T’affretta adunque. +</p> + +<p> +— S’io vi morissi ne avresti dolore tu? +</p> + +<p> +— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria +<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> +circonderà te spento, adorerò l’ombra tua in +perpetuo. +</p> + +<p> +Cesare tacque. +</p> + +<p> +Annunciate, entrarono in quel punto le tre +figliuole di Scevola. Cesare uscì; attraversò il +cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli +alitassero le aure dei beati elisi, pressochè +trasmutato, si avviò alla sua casa nella Suburra. +Se non che, a mezza via, un liberto in +cocchio gli venne incontro affrettatissimo, e, +allorchè fu presso a Cesare: +</p> + +<p> +— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata. +Il cavedio è invaso. +</p> + +<p> +— Da chi? +</p> + +<p> +— Dai ladri. +</p> + +<p> +— E che ladri? +</p> + +<p> +— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’<i>acies +asiatica</i>.... +</p> + +<p> +Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto +<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> +alla Suburra. — Un grido nemico lo accolse. +Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo +guardò dall’alto quella ciurma inferocita. +</p> + +<p> +Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione +usurajo, già quasi ricco come Crasso: +</p> + +<p> +— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se +prima non mi avrai restituito quel che ti ho +sborsato. Di cento talenti mi sei debitore, due +milioni di sesterzj. +</p> + +<p> +— E a me cinquanta ne devi, gridava un +giudeo. Io ti ho pagato le statue, i quadri, i +cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi. Pagami, +o Cesare, o indarno speri di andar governatore +nelle Spagne. +</p> + +<p> +— Bada, gridava un altro, ch’io narrerò a +Catone i tuoi notturni colloquj con Servilia; +pagami, o io pagherò i vafri più feroci di Roma +perchè accompagnino con sibili quella donna +tua, quando si mostrasse in pubblico. Paga, o +<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> +Cesare. Tu volevi partire e lasciarci tutti scornati. +</p> + +<p> +Cesare discese da cavallo, e stato calmo un +istante, e, come raccogliendo le sue forze, perchè +voleva esser certissimo dell’effetto, si concentrò +in sè, e d’improvviso lasciò andare un +colpo di mano sulla guancia di Assio, un così +poderoso colpo, che colui cadde intronato su +quelli che gli stavan dietro; poi, preparandosi +al peggio, trasse dal cinto della tunica la +consueta sua elegante balena, armata di plumbee +palle dorate, e a quegli che aveva dette +parole ingiuriose a Servilia, e accorreva in aiuto +di Assio centurione, l’appoggiò sì risolutamente +tra il naso e il labbro, che il dolore acutissimo +impedì a colui di vedere e di sentire il sangue +che gli scorreva sul sajo. E intanto la plebaglia, +che là s’era addensata da qualche tempo, +applaudiva battendo palma a palma, e gridava: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> +</p> + +<p> +— Viva Cesare, viva il divino Cesare. +</p> + +<p> +Sebbene alquanto placati, e dal risoluto contegno +di Cesare, e dagli evviva urlati dalla canaglia, +pure i creditori non si mossero; s’atteggiarono +anzi come se risoluti di non lasciar +più quel posto. +</p> + +<p> +— Se questa canaglia, diceva un di loro, +dovesse aver danaro da te, udresti, o Cesare, +se allora ti acclamerebbe. +</p> + +<p> +— Divino ti chiamano, diceva un altro sghignazzando +con disprezzo ostentato, così fosse! +che Venere almeno, la tua grand’ava, ti pagherebbe +i debiti. +</p> + +<p> +— Silenzio v’intimo, gridò allora Cesare, entrate +tutti e attendetemi nel cavedio. Oggi sarete +pagati. +</p> + +<p> +Entrò anch’esso, e per alcuni istanti si sentì +umiliato, percosso, disfatto. +</p> + +<p> +— Più nulla dunque io sono, egli dicea fra +<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> +sè, un gruppo di vilissimi creditori può abbattere +un Dio: e venti carri pieni d’oro accompagnarono +Pompeo nel suo viaggio trionfale! +</p> + +<p> +E stette pensando e ripensando al modo di +poter avere, in quel giorno, venti milioni, almeno, +di sesterzj grossi. E statuì di raccomandarsi +a Crasso. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span></p> + +<h2 id="cap22">XXII. +<span class="smaller">RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.</span></h2> +</div> + +<p> +Nel 693 <i>ab urbe condita</i>, Cesare era partito +da Roma con venti coorti; nel 694, già reduce +dalla Lusitania, stava attendato fuori +della città in aspettazione del trionfo, salutato +<i>Imperator</i> dalle idolatranti legioni, nel campo +<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> +circuito dagli <i>impedimenta bellica</i> che avevano +trasportato l’oro ispano a colmare il romano +tesoro, lasciando a Cesare quanto bastava per +cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro +contumelie amare nell’umile sorriso e nelle +profferte di servigi nuovi. Quindici milioni di +lire italiche furon necessarie perchè si tirasse +intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso, +alla partenza di Cesare, non aveva pagato che +poco più del terzo dei debiti di lui. Nè li aveva +pagati per amore suo. +</p> + +<p> +Un atto generoso, quando varca la misura +comune, quasi sempre, non è generoso che +nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato +Pompeo, non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva +sè incapace di soverchiare il Magno eroe, desiderava +che altri sorgesse a metterlo finalmente +in ombra. E un anno solo aveva bastato +perchè Pompeo non potesse più dir, sogghignando, +<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> +quando udiva le lodi di Giulio: « — Non +basta una <i>povera</i> corona di quercia, nè due +misere campagne col vecchio Termo, e i servizj +sotto l’<i>Isaurico</i>, perchè costui dai ginnasj +e dalle accademie e dall’ippodromo passi a +soggiogar provincie e nazioni.» +</p> + +<p> +Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come +i brividi che annuncian tempesta; onde la prepostera +invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto +che Cesare partiva propretore per le Spagne, +non era affatto fuori di ragione. Precedenze +di gloria militare, qual condottiero d’eserciti +in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne; +ma in quel modo che Cesare avea la +più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma +l’avea in lui, quasi quel prediletto avesse riportato +già dieci trionfi. Pompeo soltanto sogghignava, +di quello sprezzo però che vien respinto +dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo, +<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> +disprezzava Pompeo, il gloriosissimo, il presunto +dittatore perpetuo. Ma Cesare era convinto +del proprio disprezzo; e diceva che se +Lucullo e Crasso, e Termo decrepito, avessero +combattuto contro di lui, sempre sarebbe stato +vinto, e: — <i>Sì</i>, diceva, <i>costui, codesto semidio, +non è già figlio della virtù, ma solo della indulgente +fortuna</i>. — Ma la fortuna, se non indulgente, +non fu avversa a Cesare, e permise +che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti +suoi e il valore incomparabile, si mostrassero +all’aperto e si rivelassero nella loro più completa +potenza. In lui tutto era maturo, come +la sua età. Esso contava trentanove anni. L’attraente +gioventù dava luogo alla poderosa virilità. +E nelle Spagne, in un anno solo, potè +far mostra di tutte le sue molteplici doti; +potè rivelarsi gran capitano, grande amministratore, +e più che conquistatore, scopritore +<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> +di nuove terre. Era l’annuncio di quel che +avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella Britannia. +Fortunato, più che i posteri assalitori, +nella guerra delle montagne, spinge le popolazioni +ad abbandonar <i>fuggendo</i> quelle altezze, +fino allora credute inaccessibili a piede straniero, +a gettarsi al piano, a passar fiumi in +uno coi limitrofi atterriti, e rifuggirsi all’oceano; +e getta zattere a trasportar le proprie truppe, +che in parte rimangono affogate dalla marea +sorveniente, e vi ammira quel Marco Sceva, +da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua +lotta giuridica per la patria potestà, e trovato +semivivo nella battaglia di Perugia fra l’inestricabile +intreccio dei cadaveri, dove quel dì +Catilina potè fare spavento ai veterani del +console vincitore; lo ammira nel punto che, +nelle acque dell’oceano, solo fra tutti, riguadagna, +nuotando, la riva; e non sapeva che quel +<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> +prodigioso giovane era destinato a morire a +Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a +dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di +strapotenti versi. +</p> + +<p> +Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei +di Cesare aveano invase e conquistate +regioni già note. +</p> + +<p> +Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute. +Brigantio, regione tutta abitata da +selvaggi, fu da lui rivelata per la prima volta +ai geografi romani. +</p> + +<p> +Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore +di terre e d’uomini, doveva mostrarsi profondo +amministratore; onde i medesimi ispani +lo salutarono liberatore e benefattore. +</p> + +<p> +Era colà, da gran tempo, feroce e continua +la lotta tra creditori e debitori. +</p> + +<p> +La fittissima falange di questi volea far proclamare +l’abolizione totale dei debiti, e i creditori, +<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> +armati, invadevan le terre state offerte in +cauzione. +</p> + +<p> +I creditori domandavano a gran voce alle +autorità, che il carcere e il digiuno e altre pene +corporali, perfino la fustigazione, si decretassero +inesorabilmente ai debitori insolventi; e +questi se ne ricattavano incendiando le case +de’ creditori, mettendone a ruba e a sacco i +poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore +della forza armata, poca e impotente a frenar +tanta ira, mantenuta negli uni dall’avidità insaziabile, +negli altri dal terrore della miseria, +più spaventosa della morte; epperò, ben più +che una guerra civile, era una guerra selvaggia, +resa più funesta dall’indole indomita e fierissima +degli abitanti. +</p> + +<p> +Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine +dei debiti e la piaga dell’usura, e già avea +pensato al modo agevole di porvi riparo, se +<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> +nelle sue mani fosse venuta la somma delle +cose, provvide ad attuare in Lusitania quel che +aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e +la presenza delle sue trenta coorti compresse +ogni opposizione) che i creditori non commettessero, +pel loro diritto sebbene legittimo, un +atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando +ogni anno per sè un terzo delle loro +rendite, ne concedessero i due terzi ai creditori, +fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo +con ciò a conservare la proprietà, +stornò l’azione degli usuraj di Roma, di quell’<i>acies +asiatica</i> che si faceva sempre più invadente +e pericolosa; e salvò il capitale dei +debitori, il quale sarebbe stato divorato nel +momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni. +</p> + +<p> +La guerra di Spagna fu per Cesare quel che +fu pel primo Bonaparte la guerra d’Italia. Notissimo +<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> +il primo in Roma, ma, avanti la conquista +della Lusitania, ignoto al rimanente del +mondo. Senza luminosi fatti precedenti che +fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso +in sè stesso sino alla temerità, e fiducioso +in lui il popolo romano sino alla cecità. La +corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono +l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi. +Ma di tratto, arrivati l’uno e l’altro sul campo +delle grandi imprese, giganteggiano senza che +sieno manifestate al volgo le preparazioni del +genio; ma consapevoli essi soli di quel che +prima avevano pensato e vagheggiato e sperato +e operato in più guise e per più vie. Però, +compiuta l’impresa, sì all’uno che all’altro +applaudono il paese conquistato e la patria del +conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio +in petto ai vinti. Il successo, superiore all’aspettazione, +condanna l’invidia a mascherarsi +<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> +di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma, +tutta Roma uscì di sè stessa per muovergli +incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si +assisero nella sua tenda; Pompeo venne solo, +a tributargli onore con gran pompa di aurato +cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero +curvi innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò +come se stesse all’ara. +</p> + +<p> +La plebe intanto urlava innamorata ed +ebriosa. +</p> + +<p> +Numerose schiere di viniferi erano state distribuite +nei varj quartieri della città, dal bevitor +d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma +bevesse alla salute di Roma. +</p> + +<p> +E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che +era l’espressione più completa della forma repubblicana, +essendo stato creato quando appunto +furono discacciati i re; e, in processione, +apparvero il Flamine Diale, ed il Marziale e i +<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> +dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte, +e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici +di donne, e vennero le Vestali, non già quali +custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano +dell’impero, significando così ai conquistatori +e trionfatori che non dovevasi loro, la vittoria +e la fortuna di Roma, ma ad una celeste potenza +inspiratrice e guidatrice dei duci, per +necessità ineluttabile. E a questi sacerdoti e +sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero +altri d’altre classi che non aveano incarico +nessuno fra la terra e l’Olimpo; e sfolgoravano +le matrone e le giovani donne patrizie nei loro +cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle +elastiche cigne; e i giovani cavalieri premean +cavalli condotti dalle regioni diverse della repubblica, +onde ai bruni corsieri delle stalle di +Roma, dalle prolisse criniere, si mescolavan +quelli della calda Arabia, dal vellutato-cangiante +<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> +mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e +del placido Scamandro, e i palafreni mirabili +di Lucullo, ch’ei proclamava discesi da quelli +che Giove avea concesso a Troe in premio di +Ganimede. +</p> + +<p> +E il prefetto della città, il quale copriva anche +la carica d’ispettore dei circensi, avea +mandato al campo di Cesare due elette schiere +di atleti e gladiatori. +</p> + +<p> +Capitanava i primi il famosissimo Cromi di +Mitilene, lottatore e pugillatore fin allora creduto +invincibile, onorato di statue nei circhi +di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di +Ercolano, siccome allora voleva l’ingiusto costume; +chè insieme colle statue degli dei e +degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e +più spesso all’eroe non era concesso il simulacro +ond’era stato insignito il lottatore, che +poteva batter la polvere tra le fischiate della +<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> +disprezzante plebe. Cromi era allora il primo +dei primi in tutto lo stato romano, e di recente, +nella stessa Roma, per la prima volta, +da che nel circo massimo combattevano atleti, +gli era stata decretata una statua di bronzo +dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui +era elettissimamente formoso, ma più arieggiante +l’Apollo che l’Ercole; onde, nell’apparenza, +non offriva caparra di prepotenza muscolare; +bensì, la proporzione mirabile del +suo costrutto era quella che gli comunicava +il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una +completa idea del come ei fosse, più che ammirato, +idolatrato in Roma, si pensi ai tumulti +e ai fremiti che provocavano i toreadori nei +circhi di Spagna. Al tempo del celebre <i>Montes</i>, +l’ammaliatore, e dell’andaluso <i>Ciclanero</i>, il +bello, allorquando procumbeva il toro trapassato +nel collo dalla lama lieve, tra le grida +<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> +sfogate onde il circo risuonava, grida ed urli +esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso +delirio, ai piedi di quei trionfatori cadean +collane e catene d’oro, onde le non più orgogliose +dame si spogliavano, ammiranti un +uomo che avea fatto stramazzare una bestia. +</p> + +<p> +Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando +ei sorgeva solo fra gli atterrati avversarj, e +girava lo sguardo intorno, ascoltando con accettante +sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, +gli edili, i pretori, i senatori, gli gettavano +anelli e stili aurei e gioje, e parean grano +lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e +cinti e zone, ove i rubini gareggiavano coi più +preziosi piropi. Nella piccola ma eletta cliptoteca +della sua casa, chè egli affettava l’opulento +patrizio, e non si riputava inferiore a +Pompeo, sorgeva, alto quasi un palmo, sul pavimento +lo strato di quei monili, come se fossero +<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> +avena da tramescolare a palate. Esso +portava i capelli inanellati e prolissi e cadenti +sul collo, contro il costume degli atleti che li +teneano rasi, perchè non fossero mezzo di +vittoria all’avversano. Ma egli teneva in gran +pregio quella chioma, onde gli si incorniciava +voluttuosamente il greco volto, e portava il +berretto frigio, e pari ad Achille si riputava, e +al non minore Diomede, onde ricantava con +atletica voce i passi che loro si riferivano nel +greco d’Omero. +</p> + +<p> +Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria, +nell’arte propria era celeberrima al par +di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava +nella commedia e nella tragedia. Valente +nella prima, non superabile nella seconda. +Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo. +Nell’<i>Agamennone</i>, vestendo il personaggio di +Clitennestra, atterriva gli spettatori. Avea recitato, +<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> +ed era già celebre infin d’allora, per +l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; +doveva recitare per la dedicazione del teatro +di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare +decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse +più d’un secolo, ad onta dell’indole irrequieta +e rabida, delle passioni ch’ella assumeva +recitando colla più completa espressione del +vero, e delle passioni che arsero lei stessa anche +fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella +subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli. +</p> + +<p> +Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a +liste d’oro, e pareva una regina assira meglio +che una commediante e, assisa in trono anzichè +in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo +di schiavi. Essa non era lunge dal drappello +capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei +giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più +belli fra i bellissimi, e ripiegandolo poi sul suo, +<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> +e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno, in +sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e +tanto più che, passando qualche ora prima davanti +al pronao del circo, aveva veduta la +statua di lui sfolgoreggiante di recente oro. +</p> + +<p> +Il genio dell’arte che in essa era strapotente, +per virtù di quell’arcano istinto che, inconsapevole, +opera prodigi, e può operare tra le più +deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone +inclemente, le facoltà dello spirito, quelle +facoltà che sovente, anche nelle persone più +volgari, pur si trovano nel più tranquillo e fortunato +equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo +Cromi, nel dì ch’essa, adocchiandolo, arse +d’insano amore per lui, fosse caduto morto a +battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe +dovuto render grazie alla benefattrice fortuna. +L’amore geloso di Giovanna la Pazza per Filippo +il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato +<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> +cadavere di lui fosse veduto da +occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore +di Emboliaria per Cromi. +</p> + +<p> +Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. +Veniangli d’appresso Pompeo e Crasso e Lucullo +e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo +colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore +delle gesta di Cesare nel suo <i>Commentarium +rerum urbanarum</i>, che, già accennammo, +era la <i>Gazzetta</i> di Roma antica, istruiva +Roma quotidianamente di quel che operavasi +in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista +e artista, dipingeva, più che raccontasse, +que’ fatti di guerra, di cui Cesare mandavagli +i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali +appariva l’intelletto maestro che voleva geometria +rigida e non pompa di stile. Ma, colla +pompa dello stile e colla adulazione, il <i>progiornalista</i> +romano, preparò le ricchezze future +<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> +e quei famosissimi giardini che ancora oggi si +chiamano di Sallustio. +</p> + +<p> +Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei +e quasi colleghi e, in apparenza, amici, apparve +tutto quanto militarmente vestito. Il paludamento +imperatorio, che era la clamide coccinea, +non impediva che fosse veduta l’argentea lorica, +lavoro insigne di cesellatore greco; le figure +di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio +di olimpiache deità a basso rilievo, eminevano +tratte dal metallo a tutto sbalzo. E +Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò +coperto il capo della galea vetusta. La calvizie, +più che minacciosa in Roma, lo avea debellato +in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo +a quella per lui aborritissima deformità, si coprì +la testa. Ancora giovine non voleva che le romane +sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, +e quella galea aveva un cimiero sul +<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> +vertice, contesto d’oro e adorno di brevi piume +rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, +mezz’alzata e mezzo abbassata, volto indescrivibile, +dove l’alunno di Marte, fortissimo e tinto +e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche +e dalle notti dormite <i>sub luna</i>, faceva +la pace col pronipote di Venere celeste; ed ei +lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava. +</p> + +<p> +E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio +e cocchio, dove più sfolgoravan le patrizie, e +stringendo la mano ai senatori, agli auguri, ai +sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, +e sparpagliando ovunque sorrisi ammaliatori, +quali non vide mai Roma sul suo labbro espressivo, +diceva brevi ma succosissime parole intorno +alla cosa pubblica, e interrogava Sallustio +e Cicerone su quanto era avvenuto in Roma +durante la sua assenza. +</p> + +<p> +— E perchè non vedo Catone qui? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> +</p> + +<p> +— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò +Sallustio; tu ben sai che l’austerità sua +gli fa abborrire ogni tripudio festoso. +</p> + +<p> +— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, +a chi vende e compera le mogli come se fossero +giumente, e a chi presta danaro al venti +per cento. +</p> + +<p> +— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e +in Roma tu non avesti mai più ostinato e implacabile +avversatore di lui. +</p> + +<p> +— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, +soggiunse Crasso, non isperare che, +come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda +l’onor del trionfo, e insieme il diritto di ambire +al Consolato. +</p> + +<p> +— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò +a chi la vuole la purpurea borsa che lo +contiene. +</p> + +<p> +E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente +le strinse l’asiatica mano. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> +</p> + +<p> +— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno +sgomento, vestito di voluttà, sempre mi invade +quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o +Mirra, fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. +Pensavo a te, o Galeria, sulle rive dell’oceano, +ma pensavo anche che il tuo Cromi +divino mi ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, +e, mentre lo ammiro, mi dispiace. Sovrumano +egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è +fido? +</p> + +<p> +L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e: +</p> + +<p> +— A che tu vorresti accennare? disse. +</p> + +<p> +— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, +per te non cieco, ti tenga nel suo inflessibile, +soave governo. +</p> + +<p> +Cesare era amabile e gentile colle artiste; +coll’Emboliaria in modo singolare; chè ammirava +in essa il talento drammatico straordinario, +ma si rideva delle strane pretensioni di lei, +<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> +epperò, nel suo accento sentivasi la nota dell’ironia +che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi +una regina assira. E Cesare venne all’atleta +Cromi, e lo inaffiò di lodi; ma, parlando +con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava +a un cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, +alla quale ei passò tosto; e fu l’ultima +visitata, mentre avrebbe dovuto essere la +prima. +</p> + +<p> +Cesare le parlò sommesso: +</p> + +<p> +— Ho incise nella memoria le ultime tue +parole; sotto a questa lorica stanno le tue +lettere di fuoco.... +</p> + +<p> +L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, +e torse la biondissima testa, e all’onniveggente +Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e di +lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette +Cesare, strinse la mano sudante dell’Imperiosa, +e ritornò alla tenda. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span></p> + +<h2 id="cap23">XXIII. +<span class="smaller">CESARE E ROMA.</span></h2> +</div> + +<p> +Erasi ritirato nella tenda, intanto che il +campo in aspettazione della prima notte, attendeva +all’esercizio delle armi, nelle quali persino +i centurioni più veterani andavano addestrandosi, +quasi fossero gregarj nuovi. Le +<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> +trombe finalmente diedero il segnale del riposo. +Ciascuna centuria si ridusse al proprio +quadrato. Dopo qualche tempo, squillò un secondo +segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo +successe al fracassìo del giorno, non +interrotto che dai nitriti giocondi dei cavalli, +i quali pareva si rimandassero i saluti da un +estremo all’altro del campo. +</p> + +<p> +Cesare stava aspettando il decreto del Senato, +il quale certissimamente gli sarebbe stato favorevole, +se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone, +come grandine assidua, non avesse percosse +e sgominate le menti dei senatori; pure, +non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva +una schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna +volevano innestare la propria; ond’esso +tuttora sperava che gli venisse accordato e +l’onor del trionfo e il diritto di ricorrere al +Consolato. Ma, dopo essersi tormentato d’ira +<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> +pensando all’inflessibile nimicizia di Catone, +cangiò quel tormento in un altro, rimeditando +il fatto che per lui non aveva più bisogno di +prove, della superba fanciulla Imperiosa, che +aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi +di un atleta. Egli, Cesare, il discendente di Venere, +il primo sacerdote in Roma alle are pafiche, +arbitro e donno delle più cospicue beltà +romane, egli, il vincitore della Lusitania, era +stato posposto ad un atleta. Ben questi aveva +ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma +Cesare considerava quegli onori come volevano +essere considerati; però un atleta, per quanto +applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi +occhi nulla più che pubblico ludio. Ma si sforzò +a distorre da sè quel pensiero, diventatogli, +con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo, +e messosi a sedere, si diede a consultare +le opere che teneva accumulate sulla tavola. +<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> +Erano i lavori di geografia più celebri a +quel tempo. I lavori di Eratostene, d’Ipparco, +di Seragione, di Polibio. +</p> + +<p> +Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare, +quando venne cogli altri a visitarlo, gli +aveva portato a leggere gli abbozzi delle ricerche +intorno a Roma antichissima. Cesare, più +ancora di Cicerone e di Sallustio e d’altri, dava +importanza a tali studj, e talora, lasciata ogni +altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello +scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà +di chi idolatra la terra nativa, e tutte le altre +trova seconde ad essa, e ne esplora le origini +affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini +futuri. Colla scorta di Varrone, e col lume +della dottrina propria, nel silenzio del campo, +risalì la corrente dei tempi. E si partì da quel +momento, momento di più secoli, allorchè intorno +alle rovine dell’impero etrusco, tumultuavano +<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> +sanguinarie, nella gara disputata della +conquista, le varie genti dell’Italia primigenia; +e, fermandosi tra codeste genti a considerare +gli atteggiamenti della storia, e il carattere +delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze +intorno alle divinità che riassumono i +costumi dei popoli, sentìa quasi rammarico che +l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi +proavi; e pensava alle primavere di sangue, in +cui si trucidavano quanti eran nati in quella +stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean +latitanti; e qui vedeva l’origine prima +della sua Roma, e la valle dei mistici sette +colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove, +secondo gli scrittori greci, era sorta la primitiva +Roma, la Roma anteriore a quella di Romolo; +e leggeva un passo di Varrone, il quale +confutava quegli scrittori che attribuivano l’origine +di Roma ad un figlio di Ulisse e di +<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> +Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario, +trasmutatosi in poeta nel coprir di contumelie +Crispo Sallustio, fatto seguace dei Greci in quell’opinione. +</p> + +<p> +Continuando sempre con Varrone, guardava +se quell’amico suo avesse rivelate cose ch’ei +non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e +il pomerio, o <i>post murum</i>, e il primo solco, e +il foro boario dall’eneo toro, e l’ara di Ercole +e le costruzioni di Tito Tazio. +</p> + +<p> +Ma, dall’archeologia passando alla storia, e +lo sguardo togliendo dalle tavole di Varrone, +Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e +considerò che in tre secoli la fama di essa +non era ancora uscita dal suo cerchio, sebbene +crescesse e maturasse lentissimamente, +pur fra tradimenti e discordie e guerre e sconfitte; +e s’intrattenne coi sette re, e più assai +coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia +<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> +come, sebbene quel re fosse stato astutissimo +e fortissimo, e per più anni onnipotente, +pure non avesse potuto tener testa a +chi non lo volle più. Non aveva però, considerava +Cesare, legioni a sè devote, e non era +possente nell’arte della guerra, e la fama non +ci riferì ch’ei fosse valorosissimo, e, comunque +fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima +di accarezzare la plebe; se le avesse dato quel +ch’ella chiese e ottenne dopo, se le avesse +concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il +diritto a tutti di salire ai primi gradi dello +Stato, e l’eguaglianza dei diritti, non sarebbe +caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe +continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e +di periodo in periodo, quando venne al momento +dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare +s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno +della tenda con passo celere; pareva che +<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> +assistesse ad una scena presente, e vedesse +le sgominate legioni e i soldati sgozzati per +la campagna, e i cittadini in fuga, e Roma +messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici +latini compianta, come se già fosse un mucchio +di rovine; così accigliato, pareva meditasse +una vendetta lunga, sterminata, inesorabile, +più tremenda assai dell’antica offesa, e forse +in quel punto gli entrò in petto l’avida brama +di essere inviato colle sue legioni a conquistar +le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo, +Romolo secondo, padre della patria, come il +popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria +e ai Galli, scannati tutti. +</p> + +<p> +Pur meditava che quel duello a morte tra +invasi e invasori, era stato utile, perchè i popoli +italici s’erano stretti così intorno a Roma, +e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono +dall’odio contro di essa, come fecero +<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> +gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie; +tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione +a Roma di spiegare tutta quanta la +sua sapienza armata, e però con sessant’anni +di guerre, terribilmente e astutamente guidate, +provocare il desiderio nelle genti dell’Apennino, +nei popoli del Sannio, del Lazio, della +Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini +romani. A questo punto, s’intrattenne +con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle +disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era +il primo popolo del mondo, e pensò ad Alessandro, +che, non ancora trentenne, aveva sottomesso +più che cinquanta milioni d’uomini, e +ai Greci successori, caduti in bassa viltà, e al +re Pirro, e alle due sconfitte toccate per l’inaspettata +comparsa degli elefanti, e l’impeto, non +mai prima sopportato, della cavalleria tèssala; +si confortò rimeditando il senno del nonagenario +<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> +Appio che negò a Pirro di venire a patti, +se prima non fosse uscito d’Italia, onde fu +causa che il re, tornato alle armi, dovesse ridursi, +vinto, al suo regno cogli inutili elefanti +e colla non più invincibile cavalleria tèssala. +E Cesare di nuovo si accigliò e s’alzò di nuovo, +pensando alle guerre puniche e alla morte di +Regolo e al genio di Amilcare cartaginese, che +preparò il genio maggiore del figlio Annibale, +inizj della prima guerra punica, intercalata dall’invasione +dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani, +e d’altri della loro schiatta, che misero +il Senato nella necessità di decretare la patria +in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del +console Flaminio e di Metello. +</p> + +<p> +Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto, +e prolungando il soliloquio della memoria al +cospetto della stragrande figura di Annibale, +si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico, +<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> +della guerra, della conquista, della gloria, dell’impero. +Cesare solo poteva comprendere Annibale, +il solo nemico di Roma che aveva compreso +Roma; uomo di guerra, insuperabile, +ma uomo eziandio di profonde e profetiche +vedute politiche, che, unico allora, e prima dello +stesso Scipione, avea pensato come, dopo il postremo +cozzo tra Cartagine e Roma, la fortuna +avrebbe decretato ai popoli a quale delle due +città dovessero obbedire. Cesare, considerando +quel guerriero straordinario, e confrontando il +sistema degli eserciti dei condottieri romani +e del cartaginese, stupiva come colui potesse +governar le battaglie con tanta disparata varietà +d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico, +l’Asiatico, e con soldati barbari e persino +antropofagi, non aventi numi, nè riti, nè +patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto +del plebeo Varrone, che, solo e senza un +<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> +soldato, pure ottenne dalla sapienza del Senato +Romano il trionfo della sventura. Considerava +come lo sterminato genio d’Annibale, se mandava +uno splendore perpetuo fra i posteri, era +stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non +lo avea compreso, per il che perdette poi sè +stessa a Zama, dove Scipione, rifacendo il disegno +di Regolo, avea tratto il formidabile +nemico. +</p> + +<p> +E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale, +giocando l’ultima sanguinosa giocata, e +quel pensiero comunicò ai legionarj, quando +dal cavallo tuonò loro, prima della battaglia, +che, tramontato il sole di quel dì, il mondo +saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe +stato mancipio. +</p> + +<p> +Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro +il tergo, così rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione +sono i tre Numi terrestri che generarono, +<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> +nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza. +Gli altri che vennero dopo non furono +che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono +ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione +era già compiuta. Or che dunque resta +a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne +tutto che volle. In cinque lustri, l’Asia Minore, +la Siria, l’Egitto; la patria di Alessandro cadde +anch’essa, schiere di re comparvero incatenati +dietro ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo +Emilio non fu mai superato da nessun altro; +che altro dunque rimane a fare? +</p> + +<p> +Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente +delle vicende romane, per esaminare di +nuovo tutta la compagine dei varj elementi che +concorsero a generarle; e questo, all’intento +di vedere appunto quel che ancora avrebbe +potuto un uom forte e di alti pensamenti e +di instancabile volontà, il quale si proponesse +<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> +di accrescere il numero dei terrestri numi di +Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine, +i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà +romana, senza però volerne essere assorbiti, +e pretendendo che il diritto latino e +l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al +diritto quiritario, e le deità latine e i genj +autonomi dell’Apennino, ignoti altrove, non +dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove; +ma come poi, allorchè i Romani si nominarono +re cittadini, i Latini e i Tirreni e gli altri Italici +più non tenessero alla conservazione del +loro diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero +degli arcani genj vaganti lungo le +falde e le creste della montagna sacra, e con +ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero +a penetrare nel vietato <i>post murum</i>, +onde farsi annoverare fra quei re sulle tabelle +del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio +<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> +patrizio, che raggiunse il punto massimo, quando +Scipione ascese al tempio di Giove Capitolino, +rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione, +e sprezzando l’ingratitudine di coloro, +che non volevano dilungarsi da quella consuetudine, +pure al cospetto di chi aveva fatto Roma +padrona del mondo. Cesare, speculando le vicende +di Roma e dell’umanità, pensava come, +dopo Scipione, lo splendore della gloria e della +potenza aveva dovuto rischiarare orrende piaghe, +e generarne e inasprirle; e la ricchezza, +accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj +e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare +i paesi, abbandonare l’agricoltura agli +schiavi. Qui, nel profondo della notte, gli si affacciò +l’insanguinata figura di Tiberio Gracco, +il generoso ch’erasi proposto di salvar Roma +ridonando gli alimenti all’agricoltura derelitta, +impedendo che la ricchezza si condensasse in +<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> +poche mani, e l’Italia si condensasse in Roma, +ma sibbene sforzando Roma, a prolungarsi su +tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti +lungo l’Apennino e i due mari, tuonassero le +voci numerose di quella nuova Roma, che, +uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia +a Genua. +</p> + +<p> +Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve +quella del fratello Cajo, rifuggitosi nel +bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro, +che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al +petto, allorchè i suoi nemici furono per raggiungerlo. +Dopo questi due grandi sventurati, +Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio +Druso, altra anima santa, e mente indarno +profetica, più profondo di Tiberio, più cauto +di Cajo. +</p> + +<p> +Ammirava Cesare quel suo sistema di universale +conciliazione, e il disegno di allontanare +<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> +da Roma la sempre, ed a ragione, torbida plebe, +accontentandola colla possidenza e coi lavori +dei campi, e, radunando gl’italioti, con quelle +rogazioni, che animarono le speranze di tutta +Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, +rammentava, raccapricciando, che Druso era +stato trafitto nel Foro da una pugnalata a tradimento, +la quale impedì la salvezza di Roma, +avvolgendola in tre guerre consecutive e terribili: +la servile, la barbarica, la sociale, per +la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila +uomini. Ma colui, pensava Cesare, +non comandava a legione nessuna, e non è che +la forza armata capace di convertire, in fatti +duraturi, i più ardui concepimenti dell’intelletto. +</p> + +<p> +Così protraendo la storica recensione, a guisa +di un’artista di gran genio, delirante per il nuovo +e l’inaspettato, il quale, rianda colla memoria +le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che +<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> +nuovi spiragli rimangano all’arte e quali vie, +ancora inesplorate, restino a percorrere, e nel +tempo stesso quali errori debbansi fuggire, attraverso +all’ombra di Livio Druso, l’associazione +delle idee mise Cesare al cospetto di Mario, +del suo parente Mario, del figliuolo del banchiere +Arpinate, il quale era stato assunto ad +inclite nozze con una figliuola dell’illustre famiglia +Giulia; ed esultava nel pensiero che il +plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle +viltà dei patrizj, insensibili alle ingiurie di Giugurta, +e all’epigramma fatale di quel barbaro, +onde aveva detto, essere la padrona del mondo, +<i>repubblica da affittare</i>, e compir la vittoria di +Metello, il capitano dei patrizj; e ammirava +il suo modo di guerra all’antica, metodico, +disciplinato, austero, cauto all’uopo, e all’uopo +fatto di sorprese veloci e d’impeti tremendi, +onde arrestò l’alluvione barbarica e +<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> +dissuase i popoli del Settentrione dal tentar +nuove invasioni; esaminò poi attento il rovescio +di quell’uomo straordinario, inarrivabile +in guerra, nullo, e peggio che nullo, nel +maneggio della cosa pubblica, e nel governo +delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza +costanza di principj. Cesare ne traeva la conseguenza +che un capitano di eserciti, per quanto +grandissimo, se non possiede anche la sapienza +dell’uomo di Stato, è un uomo a mezzo, incapace +di condurre a maturanza le rivoluzioni, +dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo +al dispregio delle moltitudini, e deplorava +che Mario avesse tradita la plebe, e preparato +così il trionfo degli ottimati. +</p> + +<p> +Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava +la plebe. Pur, se questa può sembrare una virtù +d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e delle +piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono +<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> +ognora la plebe. Da Tarquinio il +Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli +Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però +Tarquinio fu scacciato dai patrizj, però gli uccisori +di Gian Maria e di Gian Galeazzo, erano +nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente, +che venissero decapitati. Cesare covava +già il futuro; lo aveva covato fin da fanciullo, +colla meravigliosa precocità della sua mente, +che gli metteva in petto il disdegno d’essere +ancora eguale agli altri. Imparziale e giustissimo +estimatore d’uomini e cose nel soliloquio +della coscienza, negli atti esterni dimenticava +i segreti giudizj, e faceva quello che riputava +poter giovare ai supremi suoi intenti. Quando +di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i +trofei di Mario, non fu già perchè avesse voluto +onorare quell’eroe a due faccie, ma perchè gli +sembrò che quella prova di coraggio potesse, +<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> +a tutto suo favore, percuotere di meraviglia il +popolo romano. +</p> + +<p> +E come giudicava Mario, giudicava Silla, ma +a rovescio. Amava l’eroe d’Arpino, pur dispregiandolo, +e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva +la sapiente astuzia di colui, nello stare +sempre lontano da Roma, intanto che Mario, +sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia +l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con +gioja la morte del rivale, nel tenersi per più +anni ancor lungi dalla patria, per dar tempo +ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti +di Mario. Comprendeva tutta la gravità del concetto +sillano. Siccome Temistocle aveva detto +trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla +aveva veduto la <i>Roma vera</i>, la <i>Roma viva</i>, trovarsi +tutta nel campo, marciante e vagante e +vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto +ch’egli, in questo, doveva riprodurre, +<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> +con imitazione rigorosa, la sagacia sillana; +chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le +vittorie d’Oriente contro Mitridate, furono la +vittoria in Roma, e il dominio assoluto sull’Italia. +Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo +ricopiò letteralmente. Se si fosse trattato di +un’opera dell’arte, tutti lo avrebbero redarguito +di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione, +il plagio, quand’è usufruttato opportunamente, +è un atto di sapienza. E, sempre ammirando +l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne provasse +ribrezzo, come la tranquillità spietata +onde aveva imposto la sanguinaria proscrizione +e lo sterminio di intere popolazioni, di +intere città, di tutto che gli parve contaminare +la repubblica, assomigliasse alla tranquillità del +chirurgo, il quale amputa le membra credute +funeste all’intero corpo. Cesare pensava che, +in questo, non lo avrebbe mai imitato; ma pure +<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> +non sentiva orrore di quelle stragi operate con +metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano +non poteva aver le nostre viscere, e se Cesare +fosse pietoso lo si vide quando, giovinetto, fece +impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo +si vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla +ferocia, congiunse la viltà, la viltà nata d’invidia, +esercitata contro il generoso e prode Vercingetorige, +l’emulo suo formidabile, il quale, datosi +spontaneamente a lui, fu tratto a Roma, +incatenato al carro trionfale, tenuto in carcere +decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare. +</p> + +<p> +La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine +della storia convenzionale, assomiglia alla +così erroneamente decantata generosità del +leone che, pur allora che è satollo, si tien la +preda in serbo per divorarla poi. Eccettuata +adunque la proscrizione, Cesare s’accorse che +<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> +di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto +in pugno il massimo potere, da quel Silla che +aveva tanto aborrito e che aborriva ancora, +doveva ripetere le prime linee del proprio disegno, +e rifare, quando fosse venuto il tempo, +molti dei provvedimenti che segnalarono la +dittatura di colui. Silla spartì le terre dello +Stato a centoventi mila veterani, diede la libertà +a migliaia di schiavi. In questo Cesare +pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna +fosse stata per dargli la preponderanza +sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè +conservare al Senato la sovranità del governo, +non mai avrebbe voluto discendere dal sommo +fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a +morire da privato. +</p> + +<p> +— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo +della vita era impazzito; forse l’assidua +pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli +<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> +sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli +fecero aborrire e disprezzare quell’ente che è +più desiderabile dall’uomo il quale sa e sente +di essere superiore a tutti gli altri, il potere; +in questo non avrebbe mai voluto imitarlo. +</p> + +<p> +A questo punto, al lume di una <i>lucerna polimixa</i> +che contava dodici lucignoli, tornò a +leggere Varrone, e a misurare i segni geografici +onde quell’archeologo aveva incise alquante +tabelle a schiarimento di Polibio, di Eratostene +e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò tutte +le terre che allora erano sottomesse a Roma. +Verso l’ora del <i>conticinio</i> si adagiò sul cubicolo +da campo, e dormì fino a sole alto. Dopo +il meriggio gli fu recato il decreto del Senato +che gli vietava di potere simultaneamente aver +l’onore del trionfo e optare al Consolato. Non +stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni; +<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> +le licenziò. Un lungo ululato in cui l’entusiasmo +suonava insieme col dolore, accompagnò +le sue parole. +</p> + +<p> +A notte entrò in Roma segretissimamente. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span></p> + +<h2 id="cap24">XXIV. +<span class="smaller">IL TRIPICINIO.</span></h2> +</div> + +<p> +Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col +suo ingresso in Roma per optare al Consolato, +si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza +protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure +si vuol protrarla ancora, perchè alcuni fatti +<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> +che si compirono dopo, tengono la loro prima +radice in essa, e molti dei motivi già prodotti +rimarrebbero in tronco, senza seconda parte, +con pericolo d’imitare la melodrammatica gallo-germanica, +e d’insultare al genio italico, sebbene +questa non sia palestra musicale. +</p> + +<p> +Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte, +entrò in Roma, e segretissimo entrò nel tempio +là nella Suburra; gli ostiarj, i servi, gli +schiavi lo attendevano. Egli diede monete a +tutti, e tutti gli s’inchinarono, sorridendogli +con riverente e grato viso. Egli era idolatrato +da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo +i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi +che, nel silenzio ond’era circondato, gli vennero +abbondanti, li strinse in un vasto disegno. +Era un piano di battaglia. Ei pensava +ch’era venuto il tempo di tentare imprese romanamente +grandi, di sospingersi nel fitto +<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> +dell’azione, di emulare Alessandro, del quale, +con lagrime d’invidiosa ed impaziente ambizione, +aveva ammirata la statua nelle Spagne. +</p> + +<p> +Non dubitava di venire eletto console. Aveva +per sè il popolo, e conosceva il Senato che, se +non lo amava, lo temeva. +</p> + +<p> +Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima. +Preparò tutti i congegni per assicurar +l’elezione, si mostrò al popolo, il quale +circondandolo e seguendolo gli applaudiva e +acclamava il suo nome, ed egli lungo la via, +in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni +discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora +che era convenuto, e i senatori al suo +apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono, +perchè gli amici di lui non pochi, alzandosi +primi e applaudendo a furore, costrinsero gli +altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi. +Cesare disse brevi parole, pregando il Senato +<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> +ad assegnargli un giorno per dar conto della +propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli +fu subito statuito. Uscì allora dal Senato, e +se ne venne alla casa di Pompeo. Quando ne +varcò il limitare, già cominciava a tradursi in +atto il suo vasto, profondo, astuto disegno. +</p> + +<p> +Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui +inutile, biblioteca, e Cesare passò in essa. Pompeo +lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi. +Stettero muti alquanto; nè Pompeo era +tale da rompere primo il silenzio. Amava o non +parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente +negli ambiti del discorso. Parlò dunque +Cesare primo: +</p> + +<p> +— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una +visita onoraria. Sì venni per cose gravi. Grande +sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò +ti vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi, +e avendo pagato i debiti di Clodio, questi, e per +<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> +l’ira spontanea, antica che sente per te, e per +mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai +non ti perdonerà l’avergli strappata di pugno +l’impresa de’ Pirati, e la conseguente vittoria +e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare +tutti i tuoi possedimenti. Queste cose io le +seppi al campo, e tu le sai. Non basta dunque +essere grandi; conviene essere potenti. +</p> + +<p> +— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni? +</p> + +<p> +— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza +non può averla uno solo, la si ottiene +condensando le forze di più. I fasci dei littori +non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe, +onde son contesti, le infrange un fanciullo. +Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò +altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo +è Crasso. Pensa, Pompeo, che noi +tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio, +le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte, +<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> +producono l’invincibile forza. Tu hai +la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena un +re dell’Asia può in questo competer seco. Io +tengo qualche virtù a me particolare, che nè +tu hai, nè egli, e nessuno ha. +</p> + +<p> +Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so. +</p> + +<p> +— Stringiamoci dunque insieme, continuava +Cesare, e l’universo è nostro. +</p> + +<p> +— Ben parli, ripeto. Ma quanto dici non +sta nel possibile. Crasso è mio nemico antico +e implacabile. +</p> + +<p> +— A Crasso provvedo io. Accetti dunque tu? +</p> + +<p> +Pompeo stette pensoso un istante, poi: +</p> + +<p> +— Se Crasso accetta, disse, io accetto. +</p> + +<p> +E Cesare, strano a dirsi, alla risposta di Pompeo, +si fece per poco meditabondo anch’esso. +</p> + +<p> +Davvero che quelle due grandi figure di Roma +antica, che poi dovevano disputarsi il dominio +del mondo, in quel momento meritavano di +<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> +essere plasticamente ritratte. Come erano dissomiglianti +l’uno dall’altro! Pompeo aveva +grossa testa, con capelli fittissimi che scendevano +fino al sopracciglio, occhio ampio e bello; +ma tutta la sua bellezza consisteva nelle linee +della cassa, e svaniva alla pupilla, nera e profonda, +ma senza mobilità, nè espressione. Ampie +spalle mostrava, ed ampio petto. Era davvero +il tipo completo della razza romana. +</p> + +<p> +Cesare, già lo abbiamo descritto e con precisione +quasi anatomica, pure, esaminandolo +in confronto di Pompeo, aggiungiamo che nulla +affatto c’era in lui di romano; anzi pareva si +dilungasse da Roma e dal suo tempo. L’eleganza +della sua figura e della sua veste, pareva +arieggiasse la leggiadria dei costumi futuri. +Era insomma un uomo moderno. L’architettura +ossea della sua testa era grande certo più di +quella di Pompeo, ma non appariva, perchè +<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> +ancora in quell’età, una indescrivibile grazia, +in parte naturale, in parte voluta, ne smorzava +le linee, e lor toglieva tutto quello che ci poteva +essere di profondamente antico. Del resto, +non è vero che interceda tanta somiglianza tra +Cesare e Napoleone. Il primo era alto di statura, +aveva bel collo, uscente libero dalle spalle, +aveva occhi neri e vivacissimi, che talora inutile +rendevano la parola. Gli occhi di Napoleone +eran gialli e felini, che facevano abbassar +quelli di chi lo guardava, e non avevano +altra espressione che la terribilità di +una volontà implacabile. Non si parli più dunque +di somiglianza tra il più grand’uomo di +Roma antica e il più gran capitano dei tempi +moderni. +</p> + +<p> +Meditato alquanto, Cesare si alzò; si alzò +Pompeo, e si strinsero la mano. In quel momento +parevano davvero amicissimi. Solo in +<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> +fondo alla mente di Cesare sorgeva già il germe +di un obliquo disegno. +</p> + +<p> +— Non è da indugiarsi, soggiunse poi. Io +volo a Crasso. +</p> + +<p> +Pompeo, zoppicando, chè da anni aveva una +piaga nella gamba destra, onde le fasciava ambedue +con nastri bianchi, accompagnò Cesare +fino al cavedio. +</p> + +<p> +Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare +tornò alla Suburra. Fece attaccare i cavalli, e +salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio, +recantesi in braccio i quattromila talenti che +Crasso aveva prestati a Cesare. Questi conosceva +l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa +di quei quattromila talenti gli avrebbe messa +una tale giocondità nel sangue, da renderlo docile +a qualunque volere e consiglio. +</p> + +<p> +Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava +nel cavedio coi mediatori di danaro e coi +<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> +banchieri e feneratori d’ogni conio, tra i quali +v’erano alcuni perversi veramente, degni di +capestro. Essi tenevano stanza intorno al foro, +e mercanteggiavano di danaro, ma quanti cadevano +nel loro laccio, e che: <i>se obruebant +in aere circumforaneo</i>, come allora correva il +detto, il quale significava ch’eran carichi di +debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili, +eran fonte di un ingente reddito a Crasso, +il quale dava il danaro ai feneratori di seconda +e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre +che oggi non potrebbero essere credute. +</p> + +<p> +Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con +grande cortesia, licenziò quella canaglia, e: +</p> + +<p> +— Entriamo, disse: che ti conduce a me? +</p> + +<p> +— Entriamo. +</p> + +<p> +Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E +Taltibio, onusto dei quattromila talenti, tenne +dietro al padrone. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> +</p> + +<p> +— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in +Roma. Ma il primo pensiero fu di restituirti il +danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei ringraziamenti. +</p> + +<p> +— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma +bene hai fatto.... +</p> + +<p> +E guardò e contò, e rendeva la somiglianza +di un ghiottone eccezionale, quando, spensierato +d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari +sapori di un cibo desiderato tutte le papille +gustatorie. +</p> + +<p> +Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene +ne dimostrasse più di cinquanta. Era +grosso e panciuto; bensì, per un contrasto +strano, aveva il volto scarno. E ciò che, a ben +guardarlo, lo rendeva diverso dagli altri, era +il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio +di Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava +una luce vivissima, la quale scompariva, +<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> +sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che +la smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a +saettare altri raggi acuti, per spegnersi poi +di nuovo. +</p> + +<p> +— Pompeo ti saluta. +</p> + +<p> +— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con +meraviglia. +</p> + +<p> +Megabocco era uno dei tanti soprannomi che +aveva Pompeo, e che erano stati inventati da +Cicerone. +</p> + +<p> +I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano +que’ soprannomi; però lo si chiamava +Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole +enigmatiche di cui Cicerone si valeva, parlando +cogli amici, ogni qualvolta voleva dir +male di Pompeo, senza che gli astanti potessero +intendere quel che diceva, e riferirlo a +Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano +per tutta Roma, e con esse probabilmente anche +la spiegazione degli enigmi. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> +</p> + +<p> +— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che +ragione grave sei tu venuto? +</p> + +<p> +— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e +ho invocato gli Dei quando ti espressi le parole +augurali, affinchè la tua gloria presente +si accrescesse e si perpetuasse. +</p> + +<p> +— Senza gravi ragioni non si salutano tutti +i giorni che le donne desiderate. Ma tu non +sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco +vuol dire che la terza parte del dominio di +Roma e del mondo io ti metto nelle mani. Ti +par essa cosa da dispregiare? +</p> + +<p> +Crasso guardò Cesare con grande stupore, e: +</p> + +<p> +— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei +avere il sole ispano riscaldata e alterata +la tua mente. +</p> + +<p> +— La mise invece al suo perfetto calore. +Ed ora le mie facoltà sono complete. Trattasi +pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo, +<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> +ed io, e di governare con mano di ferro e con +inesorabile volontà questa repubblica che va +scardinandosi da tutte le parti, e di dominare +codesto Senato che contiene tutta la feccia +patrizia, ben più funesta alla repubblica +della feccia romulea di Cicerone. Però accogli +la proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a +Pompeo; con esso parlerai stanotte nella mia +casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio. +Nessuno v’è in Roma, come già dissi a +Pompeo, che al pari di noi tre abbia le doti +atte per governare e dominare e trarsi a sè +tutto il popolo romano e l’italico; tu, il più +ricco, taccio della gloria militare; Pompeo il +più grande, almen tale è riputato dal Tevere +al Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi +faranno eguale. +</p> + +<p> +— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando, +quando si ha a diventar padroni +<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> +della terza parte del mondo, che tu già palleggi, +(egli sorrise) ben si può ancora stringere +la mano a Megabocco. +</p> + +<p> +Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso: +</p> + +<p> +— I quattromila talenti, che troppo presto +ti ho restituito, ora dovresti ritornarli nelle mie +mani, in compenso di quella parte di mondo +che ti concedo. +</p> + +<p> +Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani, +innamorati della patria, sotto colore che +la repubblica si scardinava, preparavano le leve +per farla uscire di perno. +</p> + +<p> +E Cesare si partì, dicendo a Crasso: +</p> + +<p> +— Alla media notte verrò a prenderti in +cocchio. +</p> + +<p> +— Io aspetterò. +</p> + +<p> +Venne la media notte. Cesare recossi da +Crasso. Partirono insieme per la Suburra. +Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo +<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> +simultaneamente mossero incontro l’uno +dell’altro, e si strinsero la mano. Sedettero. +Le cose che Cesare aveva dette la mattina +all’uno e all’altro furono ripetute, e nelle +stanze più interne, nel silenzio della notte, +segretissimamente giurarono di stare ognora +congiunti a porgersi vicendevole aiuto, di fare +tutto quello che fosse atto a raggiungere i vasti +intenti. La repubblica romana e il mondo +già perigliavano, messi in bilico sugli omeri +poderosi, ma infidi, di quei tre. Fu questo uno +dei momenti storici più caratteristici e fatali +dell’antica Roma. +</p> + +<p> +Pronunciato il giuramento, al quale Cesare +diede una solennità quasi rituale, egli soggiunse: +</p> + +<p> +— Oggi tra me pensavo poter esser utile che +Cicerone si accosti a noi; l’elemento cittadino +è da lui per eccellenza rappresentato. In noi +<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> +c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie +doti necessarie per dominare la repubblica; ma +l’elemento cittadino, se non ci manca adesso, +ci verrà a mancare, non per altro che perchè +dovremo lasciare Roma per altre imprese di +guerra. Se lo credete, domani io tenterei Cicerone, +per vedere di trarlo a noi. +</p> + +<p> +— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare. +</p> + +<p> +— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci. +Il grand’uomo è ambizioso; in tutto vuol essere +il primo a trovare e condurre un disegno. +Ma è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj +venti, mal saprebbe reggersi in piedi. +Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete +voi che faccia o possa il grande oratore? +</p> + +<p> +— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso, +facciano gli Dei immortali che ciò sia per il +bene. Ma Cicerone è uomo ognora tentennante, +e, per quanto più forze congiunte sieno possenti, +<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> +se una sola vacilla, tutto può andare a +rovina. +</p> + +<p> +— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza, +sebbene obliqua, lo metterà nel nostro +pieno dominio, e, di quel prezioso elemento +che a noi avrebbe dato gran forza, anche il +Senato sarà destituito. +</p> + +<p> +«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra +cosa importantissima per me ed anche per +voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere +si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi +per conseguirlo. Io rinunciai al trionfo +per presentarmi candidato. Il popolo è per me, +e del Senato la più parte. Oggi non stetti in +biblioteca, e, tra in cocchio e tra pedestre, misurai +Roma più volte, per parlare a quanti mi +era necessario; però col vostro appoggio non +dubiterei di riuscire.» +</p> + +<p> +— Impegno la mia fede, o Cesare, che il +mio aiuto non ti mancherà, disse Pompeo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> +</p> + +<p> +— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso. +</p> + +<p> +E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare. +</p> + +<p> +A questi, tornato appena dalle Spagne, era +bastato un dì solo per preparare e colorire un +audace disegno, che doveva poi, per gradi, cangiare +i destini di Roma; era bastato un dì solo +per abboccarsi con tutti i proprj clienti, e farseli +sempre più devoti; per trattare con un tal +Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni +da due a tre migliaja d’uomini della più lurida +e sanguinaria plebe romana. +</p> + +<p> +Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello +scorso giorno, e, pensando alla facilità onde +aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e +rideva nell’animo. +</p> + +<p> +Rideva perchè così pensava: +</p> + +<p> +— Colla facilità stessa onde si strinsero la +mano dopo tanto odio, questo ricomparirà. Non +<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> +fu mai detto che il sangue, quando fu guasto, +possa essere stato completamente purificato. +Ciò sta bene; il loro disaccordo mi darà su di +essi una supremazia invadente. +</p> + +<p> +«Grande è Pompeo, come affermano quanti +non sanno giudicar le menti umane. Ma, se tolgasi +alcuna pratica di guerra, cui la fortuna +ajutò a parere virtù stragrande, e quasi concessa +a lui per privilegio particolare agli Dei +immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo +si governa con una briglia di canape. Meno +abile uomo di guerra, e più ampio intelletto, +è Crasso, ma in guerra non pensa che alle +ingenti prede; però l’uno e l’altro son cavalli +da aggiogare al mio cocchio.» +</p> + +<p> +Così pensato e poi studiato e poi dormito, +all’alba fu in piedi e per tutto il giorno non +si diede riposo. +</p> + +<p> +Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse +<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> +con onore, e quasi potea dirsi con amore. Cicerone +temeva Cesare, e faceva mille sospetti +intorno ad esso; ma, come uomo di profondo +e onesto intelletto, e innamorato degli studj, +ne ammirava il grande ingegno. Non v’è scrittore +che, per questa parte, lodi Cesare più di +Cicerone. +</p> + +<p> +<i>Sanos quidem homines</i>, scrive nel <i>Bruto, +Cæsar scribendo deterruit</i>. +</p> + +<p> +Parlando dei Commentarj, <i>nudi sunt</i>, sentenziò +nel <i>Bruto</i> stesso, <i>recti et venusti, omni ornatu +orationis tamquam veste detracto</i>. — E altrove: +<i>quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis +verbis aut ornatior, aut elegantior?</i> +</p> + +<p> +Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo +con esso; ma lo considerava come chi, amante +della beltà, vorrebbe amoreggiare una donna +eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel +tempo stesso, fiuta il tradimento nell’ammirare +<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> +il giro attraente de’ suoi occhi, e le ineffabili +sue blandizie. +</p> + +<p> +Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò +abilissimamente la rete, cui Cicerone abilissimamente +rispose, schermendosi, e, più volte +ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima, +gli guizzò di mano, finchè Cesare, visto +di non poterne far nulla, lasciò che libero +ricadesse nel suo elemento. E il discorso +piegò ad altro. I due grandi uomini toccaron +più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò +Cesare intorno ai costumi delle Spagne. +Quando parlava Cesare, Cicerone stava attentissimo, +come scolaro che ammiri le parole +d’un maestro rispettato, tanto le descrizioni +di Cesare erano poesia dipinta. A noi +rincresce di non poter riferire qui quell’amabile +e dotta conversazione; ma ci sollecita il +tempo, come ne era sollecitato Cesare, il +<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> +quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava +al Consolato. +</p> + +<p> +Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e +questi: +</p> + +<p> +— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio +Cesare console. +</p> + +<p> +— Domani mi presento candidato. +</p> + +<p> +— Vivi certissimo del successo; se non fosse +stata l’eloquenza ostinata ed iraconda di Catone, +avresti avuto anche il trionfo. — +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span></p> + +<h2 id="cap25">XXV. +<span class="smaller">CESARE CONSOLE.</span></h2> +</div> + +<p> +Cesare, all’indomani, si presentò candidato, +ossia vestì la toga candida, e s’inscrisse per +essere eletto console. +</p> + +<p> +Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano +a ciascun cittadino dai <i>diribitores</i>. +<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> +Siccome i cittadini erano distribuiti nelle loro +centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie +della prima classe. La centuria che riusciva +prima si denominava <i>prærogativa</i>. Questa +centuria, chiamata dal magistrato, ossia +dai consoli che stavano per uscir di carica, +entrava nel <i>Septo</i>, ovvero ovile, situato nel +campo di Marzio. Il suo voto era in singolar +modo apprezzato. Nei primi tempi di Roma +davansi i voti a voce, ma per la legge Gabinia +si diedero poi segreti. La <i>prærogativa</i> era +la prima a dare il voto, dopo di che veniva +licenziata dal magistrato e, si chiamavan, poscia, +le altre, dette <i>jure vocatos</i>. Torna inutile il dire +che ogni sorta di pressione veniva esercitata +sui votanti, dal Senato, dai clienti, dagli amici, +dai candidati. Erano promesse di cariche lucrose, +eran profferte di danaro, erano minaccie, +e le minaccie si traducevano in vendette. Molti +<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> +del Senato erano avversissimi a Cesare, e avrebbero +adoperata qualunque arte, gettata qualunque +insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano +il popolo innamorato di Cesare, e si +accorsero che i votanti, tentati in ogni modo, +non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo, +condusser le cose in modo che Cesare +avesse per compagno, nel Consolato, un uomo +che fosse d’intendimenti assolutamente opposti +ai suoi, e la scelta cadde su Marco Calpurnio +Bibulo. +</p> + +<p> +Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente +in carica, dovevansi attendere le calende +di gennajo, le quali, quando furon venute, +i nuovi consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri, +da gran folla di popolo, salirono il Campidoglio, +ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino +a prendersi la toga <i>prætexta</i>, vale a +dire che aveva il lembo intessuto di porpora. +<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> +Il vestir la toga significava che cominciava +da quel momento la loro carica, e da quel +momento i littori coi fasci, ch’eran dodici per +ciascun console, aspettarono che uscissero dal +tempio per mettersi al loro seguito; comparvero +i consoli, e il popolo applaudiva dal basso +della lunga scalea. +</p> + +<p> +Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti +discesero, quella pareva una cascata variopinta. +</p> + +<p> +I battimani, gli evviva esplosero, quando i +consoli furono in mezzo al popolo, ma non si +udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce +di Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare, +viva il semidio Giulio, che procede da Venere. +Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta una +palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici +littori coi fasci donde uscivano le minacciose +scuri che seguivano Bibulo, nè la toga <i>prætexta</i>, +nè il <i>Scipio eburneus</i>, specie di bastone significante +<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> +il comando, che portava nella destra, +ebbero forza di piegar l’attenzione su di lui, +e di sviarla da Cesare. +</p> + +<p> +Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in +Roma, e doveva esserlo, se fu votato console. +Era stato questore in Macedonia, pretore in +Roma, edile; e, poco tempo prima del Consolato, +eletto augure, ufficio quasi joratico, e che +consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli, +per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi +ad esser superiore a tutti i poteri, perchè il +terrore dell’ignoto, non veduto che misteriosamente +da essi, era in taluni casi superiore +alla minaccia armata di chi volesse far passare +una legge ch’essi avrebbero statuito di respingere. +Questa venerazione tremebonda per gli +auguri, di secolo in secolo venne scemando, +tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva di +sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i +<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> +colleghi, quando esploravano i cieli con ciglio +grave e teatralmente inspirati; e gli auguri ridevano +anch’essi di celato, allorchè non eran +credenti inferociti; chè i credenti più o men +falsi, in quelle cose che la ragione rifiuta, son +di tutti i tempi e di tutte le religioni. +</p> + +<p> +Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio +d’augure, si comportava di tal modo +come se veramente mettesse fede in quel rito +bugiardo, chè un augure il quale non fosse +impazzito, ben sapeva che i cieli lucevano, ma +non parlavano, che gli augelli volavano, ma +pur pispillando, non davan responsi, e che il +mover l’ali piuttosto a sinistra che a dritta, +piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra, +non poteva indurre timore o speranza che in +un intelletto scemo. +</p> + +<p> +Pompeo era augure insieme con Calpurnio. +Il primo recavasi ad esplorare i cieli sull’alto +<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> +del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei +desse importanza a quell’ufficio, però nessuno, +per questo, occupavasi di Pompeo. Calpurnio +saliva alla sommità del monte Capitolino. +</p> + +<p> +Ma la gioventù romana, che in quel tempo +di pace, eccettuati gli esercizj nel campo di +Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita gioconda, +e non concedeva importanza a nulla, e +rideva di tutto, quando sapeva che Calpurnio +doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche +essa, e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse, +dietro ai sacerdoti, che facevan cerchio +intorno all’augure, tentava il possibile +per vedere di rompere la gravità di Bibulo. Ma +non c’era mai riuscita; l’indole di lui era +tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva +di fare, con scrupolosa fermezza lo +adempiva. E a taluno che metteva in celia il +suo contegno devoto e compunto: Allora si +<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> +aboliscano gli auguri, rispondeva gravemente; +ma finchè le leggi e i riti non li interdicono, +sempre guarderò i cieli con solennità di religione. +Ed era sì pertinace Calpurnio che, allorchè +fu ispettore alla moneta di Roma, essendone +quartumviro Cicerone, portò un tale +rigore nell’adempimento del còmpito suo, assediava +di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso, +che amava sollecitare le operazioni in servizio +all’erario, che Cicerone, stanco infine di quell’assidua +noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar +Bibulo da quell’ufficio. +</p> + +<p> +Come poteva un tale uomo essere nel Consolato +compagno a Cesare? Ma il Senato aveva +creduto fare atto di grande sapienza politica +a conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando +che per la tenacità de’ suoi propositi, e +pel coraggio onde aveva dato prova in guerra, +ed anche per essere augure, sarebbe stato un +<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> +tremendo contrappeso alla, più che potenza, +prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato conosceva +Bibulo, pareva non conoscesse Cesare +abbastanza. Questi era indispettito che gli si +fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio, +aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso +alla plebe, per di più, in odore di +tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se +non lo amava, lo stimava. +</p> + +<p> +Ma Cesare non era uomo da starsene in +forse, e giacchè il Senato gli aveva messo incontro +quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto. +</p> + +<p> +Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle +stanze di Calpurnio, vi entrò da padrone. +</p> + +<p> +— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato +una legge utile e pietosa alla classe povera, +e deve passare in ogni modo, dovesse +ardere tutta Roma, s’altri l’avversasse. +</p> + +<p> +— Di che legge tu parli, o Cesare? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> +</p> + +<p> +— La miseria, quasi contagio, soggiungeva +Cesare, contamina tutta Italia. A questa si ha +a porre un rimedio; è male antico che con +pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono +di estirpare; ma l’avarizia e l’iniquità della +fazione aristocratica, trovaron modo di assassinare +quei tre sublimi benefattori dei cittadini +soffrenti. Io, in parte, voglio continuar +l’opera loro, e ho preparato una nuova legge +agraria, per la quale le terre della Campania +dovranno essere distribuite a ventimila cittadini +poveri aventi tre o più figliuoli. Tu mi +comprendi, o Calpurnio, questa legge deve +passare, e tu l’appoggerai. +</p> + +<p> +— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose +Bibulo, alzando il suo testone pesante, dalla +fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio +profondo, troppo ti comprendo, o Cesare, +ma la legge non passerà, perchè io non +l’appoggierò. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> +</p> + +<p> +E continuò a legger tabelle. +</p> + +<p> +Cesare non si scompose, e: +</p> + +<p> +— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata. +Ne faccio qui solenne giuramento agli +Dei immortali. +</p> + +<p> +E si partì. +</p> + +<p> +E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero +tutti i quartieri di Roma, e gridassero +tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere +convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione +del meriggio, poichè Cesare doveva parlare. +</p> + +<p> +E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo, +e, come quella del Tevere, si udiva il +muggito della sua gran voce. +</p> + +<p> +Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso, +seguito dai dodici littori, da molti senatori, +quelli che erano della sua parte, da moltissimi +clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo +acclamò. La figura di Cesare, palliata +<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> +come una statua uscita da un artefice greco, +emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse +tosto le acclamazioni nel più profondo +silenzio. Era quello davvero uno spettacolo +romano. Le statue degli Dei sormontanti i +templi e le basiliche, parevano assistere a +quella solenne adunanza del popolo. +</p> + +<p> +Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica +ed espansa, percorse di tratto l’onda sonora +dell’aere foraneo. +</p> + +<p> +— Popolo romano! incominciò, ami tu te +stesso? +</p> + +<p> +Il silenzio continuò. +</p> + +<p> +— Se ami te stesso, devi dunque amare anche +tutte le parti del tuo corpo glorioso. Se +pertanto una di queste parti fosse afflitta da +un grave malore, saresti tu così improvvido +da non porvi rimedio? Ora, questa parte del +tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è +<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> +quella classe caduta in sì deplorevole miseria, +che non solo non può accostarsi ai circensi, +ma che sovente chiede pane indarno. O popolo +romano, rifiuteresti tu di medicare codesta +parte cotanto ammalata del corpo tuo? +</p> + +<p> +Un lungo ululato contesto di no, no, no.... +si alzò da tutte le parti del Foro. +</p> + +<p> +In questo punto, entrò il console Calpurnio +Bibulo, coi littori consueti, seguito da gran numero +di senatori, e da tre tribuni. +</p> + +<p> +— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo +la legge di dividere le terre della Campania +a ventimila di questi miserissimi cittadini. +Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso, +perchè devi aver pietà d’una parte tua, propongo +che questa legge passi per acclamazione. +</p> + +<p> +Il popolo rumoreggiava. +</p> + +<p> +Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire +abbastanza. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> +</p> + +<p> +— Popolo romano! non passar questa legge; +ella è di danno a Roma. Le terre della Campania +sono esse non poca parte delle ricchezze +della Repubblica. Bene compiango io i cittadini +miserabili, ma la miseria è una tremenda +necessità della vita. Nè le terre della Campania +varranno a distruggerla; bensì, divise ai +poveri, impoveriranno la Repubblica. +</p> + +<p> +«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa +legge. Ella non gioverà che a chi l’ha proposta. +Ben ponderate, o Romani, queste mie +parole, giudicate, sentenziate; chè, se sarete +per votarla, codesto sarà un segno manifesto +che gli Dei vi hanno tolto il senno.» +</p> + +<p> +Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva +dal rostro. +</p> + +<p> +— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti +ho proposto questa legge, è perchè è utile, +ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi +<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> +che hanno sempre divelte le leggi agrarie, +perchè più della Repubblica, sono innamorati +di sè stessi. +</p> + +<p> +«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione. +Essa mostrerà che tu sei erede della +sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà +le ombre dei Gracchi e di Druso, essa +ti farà amare e glorificare sempre più dalla +gratitudine di tutta Italia; chè questa legge +benefica deve destar rumore dalla Campania +fino alle terre della Cisalpina.» +</p> + +<p> +Il popolo ondeggiava. +</p> + +<p> +Il console Calpurnio attraversava il Foro +per salire anch’esso i rostri. Cesare allora discese, +e questo doveva essere, come fu, un +tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata +da Votinio, una masnada di gente, armata +di bastoni e di ronche, invase il Foro, +circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito +<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> +all’impensata, fu percosso da una tempesta +di bastonate inclementi; nè ciò bastò, +chè alcuni di quella canaglia avendo portato +seco dei vasi immondi, ne versaron le fetide +onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero +acque ploccie. +</p> + +<p> +E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante +in cui vennero a quella carica, chè, +non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero +spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori +seguaci ebber sorte migliore. +</p> + +<p> +In tal modo, Cesare provvedeva a far passare +le leggi. +</p> + +<p> +A quella scena non aspettata, alla fuga del +bastonato Calpurnio, dei littori sfasciati, dei +senatori celantisi nei pallii, fin sopra il capo, +quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto +un acquagine dal negro cielo, nel popolo +astante successe una muggente agitazione, e +<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> +pareva quella dell’onda marina, quando è prossima +la tempesta. A tutti, perfino ai molto innamorati +di Cesare, parve iniquo quell’atto +suo, e forse ei ne avrebbe avuto insulti e +danno, se l’ilarità non si fosse sovrapposta al +severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano +s’era assai dilettato a quella scena; epperò +la pietà fu strozzata dagli schianti delle +risa generali, che, a conforto del console, dei +littori e dei senatori percossi, aveano echeggiato +per tutto il Foro. +</p> + +<p> +L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa +calva del console, convertì di tratto la tragedia +nella più buffa delle commedie. A questo +aveva provveduto Cesare stesso, pensando che +col provocare nel popolo un riso irresistibile, +sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui pericoloso. +</p> + +<p> +Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata +<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> +tuttavia di smascellate risa. Cesare, al +piede dei rostri, stava immobile, grave, e girava +sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila. +Pompeo e Crasso stavano presso a lui. Disse +Cesare al primo: +</p> + +<p> +— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo +in favore della legge. La voce tua gli giungerà +grata. +</p> + +<p> +Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza, +a lui insolita. Ebbe qualche frase efficacissima, +e questa tra l’altre: — Se ci fosse taluno, +cotanto ardito da opporsi a questa legge colla +spada, io la difenderò col mio scudo. +</p> + +<p> +Il popolo applaudì. +</p> + +<p> +E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo +ne discese, e, con eloquenza incalzante, +strinse fortemente il popolo ad accettar la +legge; la quale subito passò senz’altra opposizione. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> +</p> + +<p> +Il giorno successivo il console Bibulo si recò +in Senato, portando nella fronte e nel volto i +segni del fortunoso evento. +</p> + +<p> +Lamentossi forte della violenza inaudita fatta +alla sua persona, disse che la dignità del Senato +aveva obbligo di vendicarlo; declamò, +senza volerlo, tragicamente, chè il tema lo +agitava tutto; protestò, gridò, e la sua voce +alle ultime cadenze del discorso inflettevasi +quasi nel pianto. +</p> + +<p> +Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso +discorso, chè il Senato era atterrito, e, +dei senatori, più della metà, se avessero mostrate +al popolo le schiene patrizie denudate, +avrebber provocato un ilare compianto collo +spettacolo delle molteplici chiazze nerastre; +però, le superstiti doglie, costringendoli a +consumare per sè, tutta quanta la pietà onde +i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno +<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> +un misero residuo per il console sventurato. +</p> + +<p> +E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria +casa, fermo il proposito di starvi chiuso tutto +il tempo che doveva durare il Consolato, soltanto +facendosi vivo col popolo, per mezzo +degli editti. +</p> + +<p> +E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate +di Roma e, insieme con quelli, veementissime +declamazioni contro Cesare, e contro il +triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente +collega. L’ira compressa lo faceva +eloquentissimo, talchè il popolo, che leggevale +avidamente, terminò per sviare ogni +simpatia dal suo tanto idolatrato Giulio. Questi +se ne accorse, chè, uscendo in pubblico, +veniva accolto con bisbigli, che potevano assai +bene tradursi in minaccie e peggio. Ma +Cesare, come avea conosciuto il Senato che atterrì, +<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> +come alle prime ripulse di Calpurnio, che +avrebbero fatto vacillare altri, egli si sentì più +imperterrito ad atterrare ostacoli, così giudicò +passeggero quel dissapore del popolo, e sempre +uscì in pubblico, e spesso anche senza i littori. +</p> + +<p> +E di quel tempo uscì una satira tremendamente +scherzosa contro il triumvirato. Quella +satira corse per tutta Roma, ed era letta ad +alta voce nelle taverne e nei bagni pubblici. +Aveva per titolo <i>Tripicina</i>, o la bestia di tre +teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse +amico di Cesare e ne governasse la biblioteca. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare. +</p> + +<p> +Col Tripicinio e coll’imperversare della sua +virilità onnipotente, si vedrà quanto fece questo +uomo, che fu il più grande dell’universo. +</p> + +<p class="pad2 center large"> +FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME. +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="somm"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> +</p> + +<h2><a id="indice" href="#indfront"> +INDICE DEL SECONDO VOLUME</a></h2> + +<table class="indice"> + <tr> + <td class="cap">I.</td> <td>Gordiene</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 5</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">II.</td> <td>Cesare e Publio Sceva</td> <td class="pag"><a href="#cap2">17</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">III.</td> <td>Marco Sceva, Cesare e Catilina nella casa dell’eminente Sempronia</td> <td class="pag"><a href="#cap3">27</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">IV.</td> <td>Cesare e Servilia</td> <td class="pag"><a href="#cap4">39</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">V.</td> <td>La congiura di Catilina e il senatore Quinto Curio</td> <td class="pag"><a href="#cap5">43</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">VI.</td> <td>Fulvia e Quinto Curio</td> <td class="pag"><a href="#cap6">49</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">VII.</td> <td>Fulvia e Cicerone</td> <td class="pag"><a href="#cap7">61</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">VIII.</td> <td>Cicerone e il console Antonio</td> <td class="pag"><a href="#cap8">67</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">IX.</td> <td>La battaglia di Perugia</td> <td class="pag"><a href="#cap9">75</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">X.</td> <td>Cesare e la figlia di Pompeo Magno</td> <td class="pag"><a href="#cap10">89</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XI.</td> <td>Clodio e Pompea</td> <td class="pag"><a href="#cap11">95</a></td> + </tr> + <tr> + <td colspan="3"><span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XII.</td> <td>La festa della Dea Bona</td> <td class="pag"><a href="#cap12">105</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XIII.</td> <td>Aurelia e Cesare</td> <td class="pag"><a href="#cap13">119</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XIV.</td> <td>I bagni al ponte Fabricio</td> <td class="pag"><a href="#cap14">127</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XV.</td> <td>Cicerone e Marc’Antonio</td> <td class="pag"><a href="#cap15">141</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XVI.</td> <td>Terenzia</td> <td class="pag"><a href="#cap16">153</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XVII.</td> <td>Cesare, Crasso e Cicerone</td> <td class="pag"><a href="#cap17">161</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XVIII.</td> <td>Clodio</td> <td class="pag"><a href="#cap18">167</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XIX.</td> <td>Le tre Grazie e i tre Fauni</td> <td class="pag"><a href="#cap19">189</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XX.</td> <td>Pompeo e Cesare</td> <td class="pag"><a href="#cap20">199</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XXI.</td> <td>L’Imperiosa</td> <td class="pag"><a href="#cap21">207</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XXII.</td> <td>Ritorno di Cesare dalla Lusitania</td> <td class="pag"><a href="#cap22">225</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XXIII.</td> <td>Cesare e Roma</td> <td class="pag"><a href="#cap23">249</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XXIV.</td> <td>Il Tripicinio</td> <td class="pag"><a href="#cap24">275</a></td> + </tr> + <tr> + <td class="cap">XXV.</td> <td>Cesare console</td> <td class="pag"><a href="#cap25">299</a></td> + </tr> +</table> +<hr> + +</div> + +<div class="tnote"> +<p class="tntitle"> +Nota del Trascrittore +</p> + +<p> +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione +minimi errori tipografici. +</p> + +<p> +Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. +</p> +</div> + +<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***</div> +</body> +</html> + diff --git a/75197-h/images/cover.jpg b/75197-h/images/cover.jpg Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..64ec2f1 --- /dev/null +++ b/75197-h/images/cover.jpg |
