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+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***
+
+
+ LA GIOVINEZZA
+
+ DI
+
+ GIULIO CESARE
+
+
+ SCENE ROMANE
+
+ DI
+ GIUSEPPE ROVANI
+
+ VOLUME II
+
+
+
+ MILANO
+ LEGROS FELICE EDITORE
+ Via S. Sofia, 29
+ M DCCC LXXIII
+
+ Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.
+
+
+
+
+ Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore
+ a norma della Legge 25 giugno 1865. N. 2337
+
+ Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.
+
+
+
+
+I.
+
+GORDIENE.
+
+
+Eran corsi più giorni che Marco non vedeva Gordiene; e come al mattino
+era disceso per accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e
+invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire il caro suono della
+sua voce, così non potè trattenersi in quell’ora del _post meridiem_,
+dal ripetere quella visita; e, di volo attraversata la casa e disceso,
+si soffermò innanzi alle porte dietro cui stava chiusa la fanciulla
+sua, e così sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: _Si deam
+nequeo, templum adoro_. Ma data e ridata e ripetuta più volte la
+consueta parola, non udì rispondere la voce consueta. Stette in
+una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso di voci diverse
+echeggiato dalle volte di quegli antri risuonava fino a lui; ma il
+suono ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella sì romorosa
+confusione, non uscì.
+
+Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, di schiavi e servi.
+Chiese del padre, i servi erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano
+muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono da lui ritraendosi in
+un angolo. Se non fosse stato Marco dalle braccia di Milo, i servi
+avrebbero osato avventargli ingiurie, chè il tetro Publio ognora li
+eccitava contro il figlio, come chi aizza de’ sanguinari veltri ad
+assalire un passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. Questo, senza
+sgridarli, chè a ciò non aveva nè volontà, nè tempo, s’accostò alle
+stanze paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene appreso come il
+padre le ordisse continue insidie. S’accostò; udì la voce del padre
+forte, aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di Gordiene alta,
+vibrata, minacciosa e tuttavia ancora attraente; udì un fremito come di
+grosse minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel tono più basso;
+e la voce virile e la femminile staccarsi da quel fondo di note cupe,
+che non erano effetto d’arte musicale, ma espressione spontanea e non
+voluta di spavento e di terrore.
+
+Marco non pensò all’ingiuria che stava per fare al padre, non vide il
+pericolo proprio, chè contavansi a centinaja i servi che a un cenno del
+padrone potevano avventarsegli contro ed atterrarlo; non fu sospinto
+che dall’affanno e dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le chiuse
+imposte della paterna stanza. S’affacciò; sostette immobile sulla
+soglia, guatò il padre che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento
+l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata alla parete serrava
+nel breve pugno la ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo.
+Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano morti; e le loro facce
+belvine apparivan tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato dal
+re Mitridate con bava d’aspide e con miscele di succhi vegetali che,
+maestro espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe dei funesti
+suoi orti, uccideva di colpo, senza dolore, senza dar tempo a lamenti.
+
+Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio
+continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed
+era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe
+creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio.
+Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di
+vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne;
+guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza
+anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e
+ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un
+livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè
+stesso.
+
+Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato
+Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si
+presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:
+
+— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da
+te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son
+morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano
+dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur
+scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue.
+Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or
+sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono
+già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più
+vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a
+rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora
+nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di
+morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura
+lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di
+disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra
+l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile
+sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del
+padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi
+cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto
+qui adesso.
+
+— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi
+a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io
+senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e
+cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle
+sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.
+
+— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della
+legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode
+d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più
+preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me
+solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici,
+ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola
+l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che
+non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà
+e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del
+popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei
+tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la
+prima volta sarà visto il figlio punire il padre.
+
+— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il
+sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario
+il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.
+
+— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci
+costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro;
+prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone;
+e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna
+mia.
+
+— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho
+ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il
+fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.
+
+Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato,
+aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a
+vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga
+che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.
+
+— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane
+daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io
+ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire
+vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa
+dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti
+aspetto, o scellerato.
+
+— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento
+di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto
+l’inferno dell’anima tua.
+
+— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.
+
+Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:
+
+— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire —
+egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua
+madre e sua sorella e sua figlia.
+
+— E muori dunque tu.
+
+E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei
+penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di
+terrore ed anche di pietà mandarono i servi.
+
+Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea
+pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.
+
+E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di
+pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò
+a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue
+le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul
+labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser
+ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca
+soave che si chiuse per sempre.
+
+Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.
+
+Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio.
+Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo
+grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani
+di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava,
+singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.
+
+
+
+
+II.
+
+CESARE E PUBLIO SCEVA.
+
+
+Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a
+leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico
+suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia
+del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura,
+come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo,
+al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il
+racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale
+avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo
+di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di
+provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente
+più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed
+essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star
+pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma,
+celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni
+e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj,
+si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli
+seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra
+a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo
+prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in
+molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica
+e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune,
+potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.
+
+Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per
+libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla
+ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il
+valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte
+contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere
+nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello
+storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla
+battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea
+trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata
+di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al
+pari e più di quel d’Orazio.
+
+Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora
+singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e
+dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi
+alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar
+di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non
+vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua
+meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali
+pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia.
+Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni
+momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore,
+minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni
+di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia,
+chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a
+un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione,
+all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e
+gli baciaron le mani.
+
+— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in
+qualche sospensione.
+
+— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in
+timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti
+femminili.
+
+— E non è uscito Marco?
+
+— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.
+
+Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che
+comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di
+Marco. Disse poi all’ostiario:
+
+— Io m’inoltro alle stanze di Publio.
+
+— Non entrare, o Cesare, in tal momento.
+
+— È in tal momento ch’io debbo entrare.
+
+L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze
+interne. D’una in altra passò a quella di Publio.
+
+Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato
+al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il
+vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi,
+Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse
+trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma
+la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal
+fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono
+in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre
+inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo
+rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò
+d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni
+istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si
+volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi,
+ribaciata Gordiene:
+
+— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei
+traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non
+udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi;
+nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la
+trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa
+l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà
+sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.
+
+— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non
+ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè
+se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua
+volerà più presto incontro all’anima della schiava.
+
+— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora
+torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce
+appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.
+
+Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non
+sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la
+lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse
+dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse;
+e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo
+sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere
+la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna.
+Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.
+
+Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a
+Cesare:
+
+— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli,
+è bisogno che ti rechi a quella casa.
+
+L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.
+
+— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco quando il cocchio si fermò.
+Troppo disfatto io sono, nè la mente può soccorrere alle mie parole.
+
+— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo e il sangue. Io dirò il
+resto.
+
+Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, misero il piede nella
+sala magna, dove Sempronia accoglieva a congressi, dissimulati da
+sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.
+
+— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco Sceva. Ma che veste e che
+sangue rechi tu sul braccio?
+
+Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono al giovane Sceva.
+
+
+
+
+III.
+
+MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.
+
+
+In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, v’erano la Dorestilla
+stata già amante di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice di
+amanti indebitati; e la Gèmina, maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa
+fama, nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito Endimione ognora
+tentato dalle Diane terrestri, era entrato vivo e, deposto nella
+sedia portoria, era uscito morto; e v’erano altre patrizie romane. La
+Precia cortigiana e la Flora e la Chiledone, sebbene care a Lucullo
+e a Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili nell’uragano che
+stava per prorompere, non v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti
+si schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, dal concedere
+l’accesso alle peccatrici pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio,
+Cetego, lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a Cesare e a Marco.
+
+Cesare parlò:
+
+— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, espertissimo di leggi
+e costumi, e Ruffo e Scevola giureconsulti, e Granio Flacco, il
+commentatore delle dodici tavole, abbiam discusso intorno al bisogno
+di far nuove leggi che surroghino le antiche e distruggano il fatto
+pel quale dobbiamo sottostare a molte che sono in manifesto contrasto
+coi presenti costumi, colle necessità che modi diversissimi di vita
+pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni andarono creando; e, quel
+che è più penoso a pensare e a dire, in contrasto colla natura, colla
+ragione, colla giustizia.
+
+«So che in codeste adunanze corre spesso il discorso intorno alle
+cose che riguardano la patria, alla quale tanto più volenterosi
+contribuiscono i cittadini quanto più ripetono la domestica felicità
+dalla sapienza delle istituzioni e dalla equità dei diritti. Tu
+conosci, o Catilina, questo giovine forte, questo decoro della casa
+Sceva, e voi tutti conoscete il padre suo.
+
+«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare la gloria sacra degli
+avi e a coprire i vituperi paterni?
+
+«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo noi, che condannano
+la virtù ad essere la schiava del vizio; perchè se un figlio pei suoi
+meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia è decretato schiavo
+perpetuo del padre, anco se questi per le scelleraggini sue venga in
+odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.
+
+«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il figlio non è uomo,
+venne in una sua parte riformata; ma le parti superstiti e antiche
+fecero inferma e impotente la nuova, se non per il diritto, per il
+fatto. Publio tenne per sè i tesori e le proprietà che questo amico
+mio, questo giovane forte e caro a Marte, si portò dalle terre dove
+militò gloriosissimamente. La legge nuova decretò non tangibile dal
+padre questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto castrense
+scolpito è in bronzo nel tabulario. Ma se il figlio al cospetto del
+padre non è uomo, se può essere manomesso e infranto dal padrone come
+una creta spregiata, percosso e ucciso come un cane vile, inutilmente
+splende la legge nel tabulario, quando il padre sia avaro, ladro,
+iniquo. Ben di cento e più talenti è il valore delle ricchezze che
+Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco un tesoro inestimabile,
+un tesoro vivo in cui spirava divina la Psiche, e di cui la beltà
+sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e a questo infelicissimo
+amico mio necessità di vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue.
+Il padre gli uccise la bellissima fanciulla che seco aveva condotta a
+Roma; Gordiene ella si nominava ed era di greca schiatta, e stava già
+nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. Non potendo toglierla
+al figlio, perchè la fiera virtù di lei gli rendeva impossibile
+manometterle il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece scelleratamente
+uscir l’anima immortale, squarciandole il petto.
+
+«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto così atroce e fuori
+dell’ordine umano non avvenne mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo,
+quantunque senatore, tenuto in tanta povertà dall’avarizia paterna,
+che per esser pari al tuo grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere
+circumforaneo dove gli usuraj, augelli di preda, attendon le vittime,
+che, sprofondato nell’abisso dei debiti, a stento riesci a salvar dagli
+insulti dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo Sura, sei più
+avventurato; nè voi, figli di Servio, fratelli Sulla, siete netti
+dell’immonda lebbra; e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui vedo,
+sebbene consiglieri del Consiglio militare e tenuti in altissimo pregio
+nel campo e nel fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal paterno
+rigore. Ma tutti mi guardate attoniti e forse ascrivete ad impudenza
+maravigliosa se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più indebitato
+di quanti sono in Roma, sebbene non abbia padre che mi tenga in
+tirannico governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre finalmente
+una legge che distrugga o modifichi codesto mostruoso abuso della
+potestà paterna.
+
+«Io so che avrete avversissimo uno dei più grandi Romani, Cicerone,
+il quale è di sì formidabile eloquenza che contorce anche i più
+forti intelletti a cambiare sentenza, pur se questa sia effetto di
+convinzioni antiche e profonde. Però, quantunque ei rechi tanto onore
+alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto all’ara della virtù,
+nessuno è più di lui fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere che
+assecondi il corso naturale dei giustissimi desiderj degli uomini.
+Nella sua casa, toccando della riforma delle leggi, egli, in mezzo a
+Scevola e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il solo che, quasi invasato
+da un arcano furore, non consueto in lui, d’animo così buono e mite,
+chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare le antiche leggi. È
+un funesto pregiudizio che, quasi a mostrare che non v’è perfezione
+nell’uomo, penetrò come verme in quel nobilissimo intelletto. E giacchè
+è a proporre una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a proporre
+in apparenza non giusta come la prima, ma giustissima al postremo
+della questione. Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio vantaggio, ma
+parlando per me, parlo per tutti.
+
+«Voi sapete come fra i legislatori greci sia altamente riputato Solone;
+sapete pure come esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia
+promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. Ma io non propongo
+di ripetere il radicale pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo
+eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.
+
+«Però io proporrei una legge che riducesse i debiti alla loro terza
+parte. Ai feneratori non si toglie quanto iniquissimamente hanno
+acquistato; non si spoglia nessuno di essi, quantunque a buon diritto
+lo si potrebbe, chè la pecunia rapita, dovrebb’essere restituita
+dai ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si tengano quel che
+possedono. Soltanto si riducano i loro crediti. A questa legge avremo
+avverso Catone, potentissimo in Senato. — Egli è grande Catone, è
+austero, è di costumi incontaminati — ma è venuto nella sentenza che
+del proprio si possa far l’uso che si vuole e chi cerca danaro e n’ha
+di bisogno lo paghi anche senza misura di proporzione. Egli è per tale
+persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, arricchì di molto.
+Vuolsi adunque proporre anche questa legge; ma tranquillamente, ma
+senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando severissimamente le
+persone di questi splendori di Roma.
+
+«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole non
+possano far credere che codesto sia un convegno di troppo gravi e
+pericolosi intenti, mentre invece è una adunanza tutta devota a geniali
+esercitazioni, io e Marco partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna
+tornino a consolare dei loro canti questo Catilina che or mi si è fatto
+taciturno e fiero in vista.»
+
+E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, che se ne stava immobile e
+ognora attonito, a seguirlo.
+
+La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè
+Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei
+più intimi recessi del suo vecchio palagio.
+
+— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già
+considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza.
+Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto
+intendimento si manifesterà.
+
+«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione
+vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi
+di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri,
+tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare
+di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda
+impresa m’invoglia.
+
+«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a
+Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che,
+a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come
+scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»
+
+Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè
+mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava
+gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e
+incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della
+audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne
+gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.
+
+Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di
+Catilina.
+
+
+
+
+IV.
+
+CESARE E SERVILIA.
+
+
+Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò
+la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia,
+presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei
+prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della
+repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe
+involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida
+scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non
+lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva
+quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al
+gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo,
+penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il
+senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva
+imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la
+stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.
+
+Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più
+s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise
+dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle
+istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo
+amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di
+nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in
+disparte dalle congreghe catilinarie.
+
+Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual
+cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano,
+di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case
+dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò
+a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale
+divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di
+Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico
+palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran
+messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco
+Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel
+neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.
+
+Quante varie fila annodava il destino di Roma! I Bruti, i Catoni,
+Servilia, Cesare; l’amore e l’adulterio preparanti la lotta della
+Repubblica e dell’Impero!
+
+
+
+
+V.
+
+LA CONGIURA DI CATILINA E IL SENATORE QUINTO CURIO.
+
+
+Di tutti coloro che si radunavano intorno a Catilina un uomo che fosse
+compiutamente onesto, un giovane che non fosse stranamente vizioso, se
+si eccettui Marco Sceva, una donna che non fosse cupamente adultera,
+perchè, come vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice lo
+vollero insanguinato, non c’era. — E qui ci si offre una questione. —
+Come mai tanti uomini avvolti in così profonda corruzione s’avviavano
+ad un’impresa che ad ogni modo era grande? Grande era, perchè,
+pretermessi gl’intenti, diremo, individui che si riferivano alla
+radicale riforma del regime domestico, la repubblica allora procedeva
+di tal modo che a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa quando
+è pessima non può mai esser cangiata in peggio. — Non ordine, non
+sicurezza nè pubblica nè privata. — A vivere in Roma si era men sicuri
+di quel che si sarebbe a percorrere un bosco dove stesse in sull’arme
+una schiera di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano ad
+una grande impresa dove per lo meno ci volevano le virtù del coraggio e
+del sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte per un grande intento.
+— Eppure, ripetiamo, nessuno di loro era virtuoso.
+
+Or come questo si spiega? non è un problema storico, è un problema
+umano. — Tranne le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or
+presenta alla storia maraviglioso esempio, chi è nato alle imprese
+arrischiate e va imperterrito incontro ai pericoli, tiene dalla natura
+qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime soverchiano al
+punto le miti che queste scompajono poi affatto, e non rimane che la
+terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste nature sono tremende
+e straripano feroci, onde sono infestissime a chi le avvicina. — È
+noto che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, quelli che
+davvero potevano chiamarsi fulmini di guerra, e per virtù dei quali
+il gran capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, allorchè,
+durante le tregue e le paci, si riducevano ai patrj focolari, erano
+così infesti alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse la
+guerra per liberarsi da quegli insopportabili flagelli. — E toccando
+di qualche figura celeberrima, del _Giovanni delle Bande Nere_, per
+esempio, non v’era uomo che, fuori del talento e del coraggio guerriero
+maraviglioso, nell’ordine delle doti private non fosse detestabile
+al pari di lui; eppure fu un grande eroe e l’Italia va gloriosa del
+suo nome. — Cessa dunque lo stupore del come i congiurati di Catilina
+avvolti in tanta depravazione, pur s’avviassero generosamente al campo,
+i cui fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano che dalla
+fortuna.
+
+Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze intime di Catilina e ai
+quali dopo il capo doveva esser dato il governo delle cose, v’era
+il senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati alla congrega
+segreta, allo sciogliersi di essa, erasi giurato di serbare il più
+profondo silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj che già
+erano stati invitati da loro, col pretesto che per allora l’impresa era
+tenuta in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; cogli altri
+giurò anche il senatore Curio. — È deplorevole come Catilina, uomo di
+fortissimo ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non siasi accorto
+che taluni, e molti, non erano intellettuali affatto, nè capaci di
+fare alcun che di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, uomo
+nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche Sallustio lo dice. — Colui
+partitosi da Catilina, recossi come di consueto alla casa del senatore
+Messala, che fu poi Console, uomo turpe in ogni ordine di cose; e a
+tutte le ore del giorno e nella maggior parte della notte così putrido
+di vino, che quando i suoi clienti gli si presentavano, stavano in
+distanza da lui, perchè non ne potevano sopportare il vinoso fetore.
+— Ad ogni modo però, siccome era ricchissimo e possedeva il migliore
+falerno della repubblica, di notte molti patrizj si recavano nelle sue
+stanze e vi si trattenevano empiendo di continuo le tazze alle anfore
+indulgenti che stavano nel mezzo del circolo degli amici. — Quinto
+Curio venne dunque a lui e tante tazze tracannò che il suo discorso
+erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo dai sedili, mal si
+reggeva sui piedi, e in queste condizioni recossi come di consueto a
+visitare l’amante Fulvia.
+
+
+
+
+VI.
+
+FULVIA E QUINTO CURIO.
+
+
+Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del palagio, vi si trattenne
+un istante ed il suo corpo fece quel movimento tutto particolare agli
+ebbri e che somiglia a quello di un pendolo capivoltato.
+
+Dei servi adunati nel cavedio la maggior parte stettero seriissimi e
+in silenzio, perchè sapevano ch’esso era l’amante della padrona ed esso
+medesimo quasi padrone. — I più stettero dunque serj, ma due o tre non
+poterono trattenersi e diedero in uno schianto di riso scandalosissimo.
+— Curio, barcollante, quantunque dignitosamente avvolto nel manto
+senatorio, si irritò di quelle risa, e:
+
+— Bestie del foro boario, gridò con accento incerto e come d’uomo
+apopletico. — Bestie del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò
+fustigare a sangue. —
+
+E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze di Fulvia che soleva
+vegliare tardissimo.
+
+I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio,
+ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean
+saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.
+
+Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e
+come potè si mise a sedere.
+
+Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una
+giovinetta schiava:
+
+— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e
+della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa
+Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la
+regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente
+farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento
+di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. —
+Cedila dunque a me.
+
+Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe
+dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta;
+nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare
+quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo,
+si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì
+dalla stanza.
+
+La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la
+sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti
+umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era
+sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.
+
+Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da
+qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un
+amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro.
+— Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte
+recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel
+giovine in qualche magistratura.
+
+Cicerone era _Quartumviro alla Moneta di Roma_, quel che oggi si
+direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè
+desse posto a quel giovine negli uffici della _Moneta_ appunto. —
+Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a
+quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente
+rimaner tinte le mani.
+
+Fulvia, quando la schiava fu uscita:
+
+— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore
+Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe
+una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella
+torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna
+cosa.
+
+— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco più che Giove ed Apollo è
+sovente consigliero di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè
+la lingua si rifiutava al suo istituto), e vo’ dire che Bacco infonde
+sapienza e coraggio. — Tu non sai, Fulvia, quello che io so, nè verrà
+mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero sia, no: errai, il dì verrà ed è
+prossimo che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, sebbene io non
+abbia segreti per te, pure devi essere circondata dal più nebbioso
+mistero.
+
+— Hai misteri per me tu? ebbene domani all’ostiario e agli altri servi
+comanderò d’impedirti la soglia del mio palagio.
+
+Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, si riebbe
+dall’ebbrioso sopore, e:
+
+— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se io mancassi a un giuramento?
+
+— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto degli altri tutti,
+ma io, da te, o Curio, debbo essere costituita in singolare privilegio.
+Chi ha misteri con chi dice d’amare, non ama. —
+
+E pronunciò queste parole con accento blando e carezzevole, ma udendo
+il quale chiunque non fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo suono
+perfido e mendace e insidioso.
+
+Fulvia sapeva della congiura e provò anzi dispetto che Sempronia non
+l’avesse mai chiamata alle adunanze preparatorie; sapeva anche delle
+conventicole clandestine a cui erano invitati pochissimi; ma non
+avea mai sospettato che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva uom
+dappoco e inetto a qualunque impresa; però si mise in sull’ale quando
+lo sentì a toccare del giuramento.
+
+E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore e per la debolezza
+nativa non seppe trattenersi, e:
+
+— Si sta maturando una grande impresa, ma a prepararla ha a compirsi un
+fatto pel quale anche tu, Fulvia, sarai vendicata.
+
+— Io?
+
+— Tu....
+
+E Curio si soffermava come sonnolento.
+
+— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi gridava, scuotendolo da quel
+letargo.
+
+— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte accesa d’ira m’hai detto
+che dal console Cicerone avesti a sopportar contumelia.
+
+— Ebbene?
+
+— Domani a quest’ora questo non sarà più possibile.... gl’inferni dei
+avranno già accolto il console.
+
+— Oh.... che narri?
+
+— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso nella medesima sua casa. —
+Verguntejo.... conosci tu Verguntejo?
+
+— Sì, prosegui.
+
+— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... Domani sera
+visiteranno il console e.... La repubblica in quel punto verrà trafitta
+a morte insieme con lui.
+
+— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e
+va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e
+perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti
+farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.
+
+Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.
+
+Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come
+se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva
+sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.
+
+Tornò il servo.
+
+— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e
+mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e
+divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.
+
+Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si
+rifiutasse.
+
+— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. —
+Anche l’ora è tardissima. — Va.
+
+Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio
+semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’
+cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così
+preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.
+
+Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse
+alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.
+
+Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.
+
+L’auriga rispose: — Siam già presso alla seconda ora dopo la media
+notte.
+
+— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e sollecita i cavalli.
+
+L’auriga tacque e attese al debito suo.
+
+
+
+
+VII.
+
+FULVIA E CICERONE.
+
+
+In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. Un profondo silenzio lo
+circondava e lo occupava di dentro.
+
+L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli ostiarj si davano il cambio
+e non abbandonavano mai le porte delle case.
+
+Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.
+
+L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, domandò che cosa
+era avvenuto.
+
+— Reca questa tavoletta al console; anche se fosse nel cubicolo,
+sveglialo.
+
+— A quest’ora è ancora nella biblioteca.
+
+— Bene è.
+
+L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.
+
+Il servo entrò nella biblioteca.
+
+— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.
+
+— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi
+siede.
+
+Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte
+sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose
+relative alla patria e a te.»
+
+Cicerone rimase stupito.
+
+Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione,
+ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla.
+L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita
+inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia
+non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo
+anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.
+
+Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo
+degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata
+quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò
+non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue
+gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli
+ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse
+in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue
+orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva
+l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che,
+dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli
+non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per
+qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un
+ferro.
+
+Fulvia entrò.
+
+Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche e grandiose, sopraciglia
+fitte, occhio nero e saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò
+innanzi a Cicerone.
+
+— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, per la tarda ora: bensì
+voglio ringraziamenti da te.
+
+— Siedi, e parla.
+
+— Se io adesso non fossi qui, tu domani a quest’ora saresti già
+piombato in Acheronte.
+
+— E da chi sai tu?
+
+— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa di Catilina, dove Cajo
+Cornelio e Lucio Verguntejo si offerirono di portarsi alla tua casa e
+sotto colore di salutarti, darti la morte, passò come di consueto da
+Messala ad ubbriacarsi, e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente
+melensa, fatta più immelensita dal vino, mi svelò tutto; onde io venni
+da te senza por tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi
+dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.
+
+— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora parti. — E chiamato il
+servo, — Appresta il cocchio, gli disse.
+
+Fulvia si alzò, e:
+
+— Se la repubblica più volte fu custodita con sapienza da te, questa
+volta crollava di certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella lotta
+che ancora non è cessata ti ajutino gli Dei immortali.
+
+Così detto, si partì.
+
+Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, uscì, stette ad
+aspettare il cocchio, vi salì, e recossi alla casa del console Antonio.
+
+— Di troppa indulgenza — pensava strada facendo — si usò con questo
+Catilina; lo si doveva abbattere fin da quando tuonai contro di lui in
+Senato.
+
+Lo sfoggio del _quousque tandem_, onde le cattedre gonfiaron gli
+orecchi di tanti milioni di studenti, era già successo fin dai
+tentativi della così detta congiura di febbrajo.
+
+
+
+
+VIII.
+
+CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.
+
+
+Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed era addormentato.
+
+Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo grado, costretto a
+svegliarlo.
+
+E il console Antonio, vecchio soldato che per trent’anni aveva fatto
+le guerre con coraggio e con fierezza, e che vestendo squaglia di
+coccodrillo era duro e intrattabile anche nelle relazioni domestiche,
+quando fu svegliato coprì d’ingiuria il servo e quasi volea
+percuoterlo; se non che il servo fu presto a dirgli:
+
+— Console, è qui Cicerone.
+
+— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.
+
+— Egli mi comandò di svegliarti.
+
+— Va, fa che non attenda troppo. Digli che lo aspetto.
+
+Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:
+
+— E che avvenne di sì grande che a quest’ora io ti vegga qui? Ben
+potevi comandarmi, che sarei venuto io.
+
+— Non c’è tempo a perdere; la congiura è matura e sta per esplodere.
+Io dovevo essere ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. Questo mi
+fa credere esser vero quanto mi fu riferito, avere lo stesso Cornelio
+e Lentulo, Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter tutta Roma
+in fiamme e di governarne l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere,
+Antonio, e come fulmine colpirli tutti.
+
+Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, e l’aveva
+incoraggiata. Affogato nella molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo
+di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era lasciato attrarre dalle
+tentazioni di Catilina. Ma a questo punto, venne forzato a respingerla,
+e la repentina diversione, che era tradimento, lo rese più zelante di
+Cicerone stesso; pensò che era console e ridivenne soldato inesorabile
+e nimicissimo degli amici. Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe
+segreto avviso di uscir tosto di Roma. Pare che lo stesso Caio Antonio
+abbia provveduto a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati
+adunque la medesima notte, quanti poter dei propri seguaci e delle
+viragini donne, la Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e di
+quelli che dovevano radunare i giovani patrizi uscirono tutti dalla
+città che ancora non era l’alba, e per diverse porte, prendendo per
+diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori di Roma il luogo del
+ritrovo comune doveva essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta
+Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina veniva il cocchio di
+Sempronia; sedeva con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro cocchio
+dove stavano la Precia e la Flora.
+
+Queste donne avevano fermato e giurato di combattere come uomini, di
+vincere o di morire. E ben potevasi esser certi che la loro fermezza
+era incrollabile.
+
+Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta Portuense uscì Marco Sceva,
+e a questi, lungo la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero
+a congiungersi tutti i giovani patrizi. I veterani che Catilina aveva
+raccolti, pagandoli, e che erano condotti da un centurione di Fiesole,
+medesimamente assoldato, erano già a Monte Castrini quando Catilina vi
+giunse. Esso aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la fortuna senza
+una mano di soldati esperti ed induriti nelle armi. Questi avrebbero
+dato coraggio ai giovani che non avevano ancora fatto sufficienti prove
+nelle varie battaglie.
+
+Intanto che la gente di Catilina veniva a congiungersi tutta, i pochi
+sciagurati ch’erano rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere
+e strangolare nel carcere Mamertino, arbitrariamente, violentemente,
+senza processo. Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre della
+Patria, così avendo voluto la fortuna, chè merito nessuno egli non
+aveva avuto in quel fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio,
+e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe caduto nell’insidia
+di Catilina. Eppure di questo avvenimento, del quale avrebbe dovuto
+vergognarsi, si vantò per tutta la vita, assai più che delle sue doti
+veramente insigni, e della sua grandezza oratoria e delle altre sue
+virtù straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva aver detto il
+falso, e Fulvia per qualche vendetta poteva essere stata bugiarda; ma
+nel dì stesso che i congiurati erano stati messi a morte, essendo stato
+Cicerone ragguagliato che Catilina capitanava assai gente, la quale
+ogni dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere le città vicine
+alle quali chiedeva e da cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio
+console di raccogliere quanti soldati potesse e muovere incontanente
+contro Catilina, e Antonio amico di Catilina e congiurato con esso,
+mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe potuto schermirsi perchè
+soffriva di podagra, pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo
+soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, e avendo per luogotenente
+il legato Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale avrebbe
+dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
+
+Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego e gli altri
+sventuratissimi erano stati strangolati, mentre egli sebbene
+vituperevole del vilissimo tradimento che compiva, procedeva burbanzoso
+alla testa dell’esercito, tenendosi certo della vittoria e per la
+fiducia che aveva nell’arte propria e nell’esperienza lunga e nel
+provato coraggio, e perchè sapeva o congetturava almeno di aver sotto
+di sè maggior numero di uomini, e soldati tutti, che non poteva averne
+Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti che, siccome gli era
+stato riferito, avevano seguito Catilina dovevano in campo riuscire a
+colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato fra le armi e copertosi
+di gloria, non aveva mai comandato un esercito nè governato mai per sè
+solo una guerra, però l’idea del tradimento egli velò e coperse sotto
+alla nube sanguinosa della gloria militare. — È degno d’osservazione
+come Sallustio non dica nulla di questo.
+
+
+
+
+IX.
+
+LA BATTAGLIA DI PERUGIA.
+
+
+Catilina saputo come il Senato gli mandava incontro un esercito
+poderoso, saputo inoltre, con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio
+console lo comandava, fra aspri monti a gran giornate venne nel campo
+di Pistoja, ma Quinto Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò
+esso pure a gran giornate nel Piceno e qui si accampò; e Antonio col
+forte delle sue genti veniva a congiungersi a Metello per ovvio e
+facile cammino all’intento di chiudere ogni scampo a Catilina.
+
+E questi nella prima parte di questa breve guerra mostrò grande
+sapienza militare, tenendo ognora in iscacco il console, ora accennando
+di muovere verso Roma, quando Antonio lo sospettava avviato verso la
+Gallia Cisalpina, ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, quando
+Antonio lo sospettava avviato per gli Apennini a Roma.
+
+Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta e la morte dei congiurati
+tolsero a Catilina ogni speranza di potere, traendo in lungo la guerra,
+ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto egli stesso. — Disanimati,
+moltissimi uscirono dalle sue file, per il che sebbene da principio
+egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi a lui in gran
+numero per acquistar libertà, si piegò ad accoglierli, onde il suo
+esercito potè presto salire a quasi diecimila uomini.
+
+Quinto Metello Celere con tre legioni occupò il campo Piceno, e Antonio
+e Petrejo lo andavano inseguendo celerissimamente e con esercito
+poderoso; però non sperando nulla per allora dagli amici che stavano a
+Roma, pensando che soltanto dalla fortuna delle armi e dalla vittoria,
+non facile ma possibile, poteva dipendere l’adempimento de’ suoi
+disegni, Catilina risolse di venire a battaglia.
+
+Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici pare di dover
+desumere che qui avvenne il conflitto) dopo alcune marcie e
+contromarcie vennero ad incontrarsi i due eserciti.
+
+Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse combattere in persona per
+la podagra, pure scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare
+i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per la patria, pei figli,
+pei lari; l’oste nemica, è oste di vili, d’imbelli, di scellerati.
+Anche donne stanno in quel campo contaminato, e adolescenti non
+ancora addestrati nel campo di Marte; onde se l’ottenere vittoria
+contro coloro non può dare gloria nessuna a voi soldati veterani, una
+sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia senza esempio, e tale che più
+non sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; però vi esorto
+a condurre la battaglia in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno
+dal campo nemico possa tornare in Roma; chè tutti coloro, uomini,
+adolescenti, per la virtù fatale dell’infame Catilina, reduci in
+patria vittoriosi, spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero
+le sacre leggi, recherebbero la morte nel seno delle vostre case, ad
+intento di vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
+
+E come il console Antonio arringò i propri soldati, Catilina attese a
+infondere coraggio e fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le
+sue parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco Sceva il quale
+capitanava la parte più giovane del campo catilinario. — Erano da
+due a tre mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già militato. —
+Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto fierissimo a vedersi e veramente
+strenui. Molti di loro non erano militarmente vestiti, nè tutti avevano
+armi da campo — tenevano lancie, ronche, pertiche, forche. Marco
+Sceva misurando dalla propria la virtù altrui, era pieno di speranza
+generosamente baldanzosa. — A quella parte del campo non v’era nessuno
+che varcasse gli anni ventiquattro; i più stavano fra il sedicesimo
+e il ventesimo anno. Marco Sceva dunque prima della battaglia disse
+parole forti a quei giovinetti forti.
+
+— A quale intento siamo qui noi oggi, o giovani generosi? che io
+chiamo eroi; chè già lo siete, non per altro che perchè siete qui.
+— Lo sareste anche senza la battaglia a combattersi, anche senza
+il sangue che verseremo, anche senza la vittoria che strapperemo al
+nemico, se gli dei la concederanno. — Ma perchè siamo qui? Voi tutti
+lo sapete; per infondere nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare
+all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo qui oggi per tentare di
+far quello che Cesare propose — _Cessi oggimai la Legge di divorare la
+Giustizia._ — Ecco il motto del divo Cesare; la giustizia trasformi,
+rinnovi la legge, e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba essere
+benedetta da quanti tengono l’onestà dell’intelletto e la sapienza
+sincera.
+
+Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei coetanei, per ottenere una
+legge ragionevole e per distruggerne una tanto feroce quanto antica
+— essa è tale, che essendo noi liberi, pur dobbiamo vivere schiavi
+in perpetuo. — Io non vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi
+debbono essere religiosamente venerati. — Ma non dobbiamo essere in
+piena balìa delle loro ingiustizie, quando essi ne commettono. Non
+è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo vedo sulle vostre facce
+ardenti. — Pensate che questo è un giorno supremo. Bisogna vincere o
+cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste in patria, sareste
+tutti scannati dai vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa
+ed esecranda per voi e le case vostre; mentre cadendo col ferro in
+pugno avrete gloria e tale da comandare l’ammirazione ai vostri padri
+stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, e persuaderli ad
+abrogare la legge nefanda.
+
+Dopo queste parole di Sceva e quelle che già aveva dette Catilina,
+questi dopo aver comandato di discendere, accanto ai pedoni, a quanti
+stavano a cavallo, perchè così non credessero gli uni di essere in
+peggiore condizione degli altri, fece dar nelle trombe; esso aveva
+diviso le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò di fronte,
+l’altra tenne in riserva. — Le truppe consolari sommavano a ventimila
+uomini; tra questi i più erano veterani; il resto constava persino
+di militi più o meno nuovi, constava persino di giovani patrizj
+avversissimi a quelli che sapevano combattere nel campo catilinario,
+e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi i padri, e per
+prepotenza di fibra cornea.
+
+Erano quelli i colli torti di Roma antica.
+
+Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali
+alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui
+quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava
+moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di
+ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
+
+È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani
+del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva
+dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo
+incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel
+primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro
+amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di
+agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice
+di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve
+sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi
+caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo
+che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia
+divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi
+e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla
+destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile
+maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso
+era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla
+forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un
+momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato
+assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti
+giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico,
+operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi
+dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi,
+infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto
+o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla
+Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si
+mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito
+consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la
+giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla
+resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade
+il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore
+accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E
+mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: —
+Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali
+era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva
+venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore
+sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel
+disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde
+della ferita e della stanchezza.
+
+
+Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora
+spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella
+parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla
+speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte,
+cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non
+avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero
+colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. —
+La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non
+fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero
+fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando
+videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso
+argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore
+della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio —
+qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si
+stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le
+guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo
+quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con
+occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente
+Sempronia venne spogliata.
+
+Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno
+tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza
+vennero scannati dai loro padri.
+
+Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina
+sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare,
+che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente
+si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con
+sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e
+cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
+
+
+
+
+X.
+
+CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
+
+
+A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
+
+Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica,
+vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al
+cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento
+d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.
+
+Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto reso a Cesare non pareva
+benevolo.
+
+— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. Però meglio era se
+l’ostiario mi avesse rimandato.
+
+— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che ancora mi commove, non
+concede ch’io mostri a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o Pompea.
+Ascoltami, Cesare.
+
+Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora sedicenne, una statura
+e una costruzione dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, se
+la severità non paresse smarrirsi e quasi consolarsi anch’essa nel
+completo rigoglio delle forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco
+del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso quasi di sorriso,
+mentre sembravano vietare l’amore appassionato, provocavano nei giovani
+ammiranti l’avidità della conquista, un’avidità acuta, inquieta,
+indomabile, quantunque altri potesse sospettare che, compiuta la
+conquista, non sarebbe sembrato altrettanto prezioso il possesso. La
+severità pungeva il desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva
+mantenerlo.
+
+Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; parole che, sebbene
+avessero l’intento di rispettare la presenza paterna, pure, accentate
+come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, l’occhio
+sfavillante del quale pareva riscaldare quella castità al punto
+da trasmutarla nel suo opposto, agitarono per modo il sangue della
+fanciulla, che tutta si coperse di rossore, e rispondendo breve e
+decorosamente severa, di là si tolse.
+
+— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta sì formosa tua figlia, se
+fin qui la tenesti sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai io non la
+vidi.
+
+— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa oggi stesso. E ancora
+fremo pensando a colui che tanto osava.
+
+— E chi è?
+
+— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me come ora tu la vedesti. Però
+quand’io partii per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata a
+vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi ed entrò ne’ miei giardini
+e trovò modo di volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi ei mi
+trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, com’è suo costume, minacciò
+volere mia figlia in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose feroce;
+ma lo lasciai scornato dicendogli, non mi tenesse più parola di questo;
+chè, per gli Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che mia figlia
+dovesse diventar cognata della infame _Quadrantaria_.
+
+Codesto soprannome di _Quadrantaria_, dato alla sorella di Clodio,
+era di turpissima origine. Derivava dalla parola _quadrante_, la più
+vile moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti nelle terme, ad
+esagerazione di maldicenza, volevan significare come Clodia, ad onta
+dell’alto casato e delle ingenti ricchezze, fosse immonda di tanta
+avarizia quanto lo era di lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un
+_quadrante_.
+
+— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non
+insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece
+ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta
+voce _Quadrantaria_, quand’essa passeggiava per la via Sacra.
+
+— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.
+
+— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea.
+Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre
+sangue ferino.
+
+— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
+
+— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?
+
+— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do
+Pompea in isposa.
+
+— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono
+statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a
+Cesare.
+
+
+
+
+XI.
+
+CLODIO E POMPEA.
+
+
+Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora
+come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira
+per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva
+d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad
+ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio,
+dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi
+pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta
+della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa
+e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la
+gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are
+votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere
+splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione
+da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa
+diva.
+
+In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare
+la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea
+era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava
+la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella
+solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad
+imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto
+da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente.
+Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo
+tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la
+solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma,
+il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose
+venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa
+concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego
+quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva
+colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere
+Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.
+
+Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi
+a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il
+rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto
+sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea,
+e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a
+tutti.
+
+Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di
+Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza
+affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone,
+dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva;
+ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo;
+subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con
+atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai
+uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto
+ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella
+scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel
+proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate,
+ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
+
+In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da
+una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già
+parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava.
+Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma
+si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei
+bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la
+famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
+
+Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti
+poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli
+sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che
+l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno
+fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di
+Roma.
+
+— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte
+quale tu sei.
+
+E si mise a sedere vicinissima a lui.
+
+In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio.
+Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa
+il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si
+assomigliavano.
+
+— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu
+potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
+
+— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono
+le medesime.
+
+Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un
+tratto balzato in piedi:
+
+— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito della castissima dea.
+Chiama qui le tue ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti più
+candide e più pompose.......
+
+— E a che?
+
+— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. Vo’ vedere se in beltà anche
+una donna possa venire a gara con me.
+
+Clodia crollò la testa, sorrise, e:
+
+— Se questo gioco, disse, può valere a placarti l’ira, io farò in modo
+che Paride abbia a gettarti il pomo nel confronto di Venere stessa.
+
+E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle portanti lini e bissi e
+pallii e pepli e corone e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e
+viole del lido argolico.
+
+Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e gridando: — Fate presto
+— si sfilò per la testa la toga, e apparve ignudo come Alcibiade,
+scoperto da Socrate nel gineceo.
+
+E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli la stola di bianchissimo
+bisso, il quale per le donne allora era in uso più del purpureo; e gli
+sovrappose una cerulea stola, e gli cinse strettamente i fianchi con
+una zona di lamina d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
+
+— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual mai donzella si vide più
+avvenente di costei?
+
+— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio dorato, disse Clodio.
+
+— Che pensi tu....?
+
+— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e
+vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi
+intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e
+Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io
+voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti
+il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito
+scandalo.
+
+Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè
+lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che:
+— Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il
+segreto.
+
+Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio ascese il cocchio in
+modo sì virile, che contrastava troppo alla candida stola e alla corona
+di rose.
+
+La silenziosa Roma risuonò poco dopo del sollecitato cocchio, il quale
+si fermò innanzi al palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella
+notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della Suburra.
+
+
+
+
+XII.
+
+LA FESTA DELLA DEA BONA.
+
+
+Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva sul Palatino. Era
+di costruzione etrusca; veduto all’esterno pareva una dimora cadente
+in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a ripararlo; l’avrebbe anzi
+smantellato in guisa da farlo parere una rovina ancor più illustre,
+assidua commemoratrice ai Romani della vetustà del suo casato. Ma
+varcato il pronao, anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi,
+tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, diremo, la luce della pompa
+orientale e meridionale. La madre Grecia, e la Grecia grande, e l’Asia,
+e l’alto Egitto, quasi a rappresentare là dentro l’assorbimento romano,
+e la divoratrice conquista, sfoggiavano tutto quello che l’arte, e il
+lusso, e la corruzione avevano trovato nelle patrie dell’alloro e del
+non ancora rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio spazio che
+divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava
+delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di
+ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati
+i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde
+luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro in cerchio; a
+quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali
+rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti
+in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano serpentino
+con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento,
+nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva
+fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari; ma
+l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là
+dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.
+
+Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano
+aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con
+frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che
+pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano
+alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto.
+Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le
+fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il
+cuore dai desiderj tentatori.
+
+Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di
+pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’
+suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo
+di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava
+essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno
+l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo
+dei doni immortali della divinità.
+
+Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi
+latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che
+produceva, e _Mellario_ il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare
+che quelle donne stessero innanzi alla dea, _velate di devota
+incontinenza_, preparando così la frase al poeta futuro.
+
+Quando la vestale _damiatrice_ s’inginocchiò davanti al
+simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio,
+s’inginocchiarono; e con esse quante matrone e spose e fidanzate e
+fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini
+sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per
+l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto
+il nono lustro; pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce
+delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri
+parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa
+Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava
+lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e
+solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea
+segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità
+della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime
+accensioni.
+
+Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al
+collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie
+del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il
+peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso
+ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta
+adolescente della casa _Imperiosa_. Colla chioma biondissima e l’alba
+pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda
+fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla
+Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la
+_cæruleam pubem_.
+
+Ma la _damiatrice_ pronunciò la preghiera, maritandola ad una
+antichissima cantilena del Lazio:
+
+«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora
+terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso
+nella propria luce; inspira e consiglia e sgomenta il senso delle
+mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata
+Roma; e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e
+invitto il popolo romano.»
+
+Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute
+in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si
+ribellavano all’alto concetto della preghiera.
+
+Quando tacquero i canti, la _damiatrice_ s’accinse a compiere il
+sagrificio che chiamavasi _Damium_, da _Damia_, altro nome che teneva
+la dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. Questa immolò
+alquante galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici
+tra le più giovani vestali, immersero nel _Mellario_ altrettante
+coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne
+bevettero, e le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora vuotate
+e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il _Mellario_
+rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in
+lingua greca: _Evviva il frutto di Bacco_ — e tosto cominciarono le
+danze bacchiche; e alquante donne, tra le più giovani e formose, e
+indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi in Mènadi e Tìadi
+e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome,
+svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero in pelli succinte,
+scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è per ciò che
+agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi
+vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie
+della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti,
+fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze.
+
+Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio severissimo, quasi
+disapprovasse quei danzanti cori, più che della dea, cultrici della
+troppo geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare perchè erano
+concessi dal rito biforme; nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo
+e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli sguardi onde la suocera
+la teneva in soggezione. Se non che, a un certo punto, un’ancella
+s’accostò a lei, e, annunciandole la visita di una donna, la ritrasse
+fuori del Procinto.
+
+— E chi è questa donna? chiese Pompea.
+
+— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore e comprimi il grido, se mai
+nel vederla, tentasse prorompere dal tuo labbro.
+
+— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?
+
+— No; è tale invece che ti colmerà di gioia. Ma comprimi il cuore
+perchè non ti scoppii, e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove
+onnipotente.
+
+E vennero a un recesso rimasto solitario, dove la luce dell’aula magna,
+attraversando atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un pallido
+albore.
+
+— È tra quelle colonne, disse l’ancella.
+
+E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita fece alcuni
+passi..... e prendendo a Pompea la tunica:
+
+— Or vedi se t’amo! le disse.
+
+L’ancella, smemorata della propria condizione, mise una mano sulla
+bocca di Pompea, con violenza non voluta a comprimere il grido che
+n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche distanza.
+
+— Domani, continuava quella donna, io starò nel carcere Mamertino. Ma
+oggi sto qui; qui, o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda
+ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi abborra invidiandomi, e
+mi accusi innanzi a Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma
+ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È un dio in me oggi che mi
+comunica un furor sacro e un potere che varca ogni umana idea. Esci
+meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea, fuggi con me; e saziato alfine
+e risaziato il vietato amor nostro, si discenda sotterra, e l’aura solo
+degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti in una beatitudine eterna.
+
+Pompea non rispondeva, e tutta tremante si lasciava abbracciare e
+baciare e ribaciare, non potendo por freno all’insanito impeto del
+travestito Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi rapita e inebriata
+anch’essa da quei detti infuocati e sincerissimi in quel punto.
+
+Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del palagio si sentirono
+voci più vicine e fruscìo di vesti e suon di passi vicinissimi.
+Pompea, atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio; l’ancella
+confidente, che stava sull’ale a qualche distanza, accorse ad ammonirli
+che potevano essere scoperti; e Pompea, strappata dalle mani del
+giovane la propria stola, che mandò suono di prolungato squarcio,
+fuggì, e si ridusse tra la folla muliebre, occultando i lembi del
+diviso bisso.
+
+Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a tentone lungo le intime
+parti della casa, s’incontrò in alcune famule che là vegliavano. Quella
+donna aggirantesi colà solitaria provocò l’attenzione di esse; e la
+più vecchia ed astuta, domandando con voce alta di chi chiedesse o di
+che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose iracondo, ma la voce
+maschile, sebben di suono bastardo, non saputa alterare in quel momento
+di eccitazione e d’ansia e d’incertezza, lo tradì e lo scoperse; e
+la scaltra vecchiarda che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti
+di Clodio, e obbedendo riverente ad Aurelia, credeva gratificarsela
+con ostentare avversione a Pompea, lo conobbe e lo nominò forte; e
+corse ad Aurelia, ed empì di scandalo e di orror sacro le vestali e la
+moltitudine delle donne che affollavano il Procinto, annunciando che un
+uomo aveva invaso il tempio della dea antropofoba.
+
+Allora le matrone travestite da _Bassaree_ e da _Tiadi_, armate
+di bastoni intrecciati di pampini e d’ellera, mossero in cerca del
+profanatore, e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo gli oscuri
+atrj. Lo circondarono affollate, gli gridaron d’uscire; nè ancora
+movendosi colui, lo percossero spietate, sospingendolo alle porte.
+Tra quelle _Tiadi_ e _Bassaree_ v’erano forse le smesse e dispregiate
+amanti di Clodio, che, immemori in quel punto della dea profanata,
+provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti. E Clodio uscì,
+facendosi delle braccia valido schermo al volto che serbò inviolato.
+
+Alla notte succedeva il conticinio, o il primo crepuscolo.
+
+
+
+
+XIII.
+
+AURELIA E CESARE.
+
+
+La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio che si stendeva davanti
+al palagio di Cesare, scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote
+di cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea gridava i nomi
+delle uscenti patrizie; e gli aurighi accorrevano. Suonavano nell’aere
+crepuscolare gli appellativi delle più vetuste case romane: Arvina
+Domus, Bubulea, Calpurnia, Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia...
+
+E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe il dilucolo, e tutto
+fu silenzio intorno al palazzo, Aurelia uscì in cocchio dalle porte,
+e recossi alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio. Discese,
+entrò. Cesare vegliava nella biblioteca. Egli alzossi quand’ella gli
+comparve innanzi.
+
+Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna somiglianza tra loro.
+Aurelia aveva l’occhio ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva nero,
+profondo, saettante. Della madre non teneva che la linea del mento
+larga e quadrata, linea che poi la scienza rivelò significare la
+fermezza implacabile del carattere, e la forza della volontà. Della
+madre teneva pure la pallidissima pelle e la bocca non descrivibile,
+ma parlante anche nel silenzio. Del padre, che non conobbe, ei teneva
+quegli elementi discrepanti, che rompendo la linea severa di una troppo
+uguale virtù, la estendono e le comunicano una varietà infinita. Il
+padre aveva rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non volle mai
+stancarlo nè col greco d’Omero, nè con quello d’Esiodo; aveva militato
+strenuamente perchè a tutto era atto; ma appena gli fu concesso, erasi
+ritratto in villa, dove morì in età appena virile. Da codesti mortali
+che non fanno dispendio delle doti onde la natura fu con essi liberale,
+nascono per consueto i grandissimi uomini.
+
+È il cervello forse, non mai adoperato, che trapassa nei generati,
+vergine, e intatto, e con moltiplicate forze, in quella guisa che
+l’avarizia paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze.
+
+— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora, o madre?
+
+— È più che grave; è inaudito: e volli che tu lo sapessi da me,
+prima che la voce di Roma giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste
+muliebre, penetrò questa notte nella casa Giulia; nella tua casa, che i
+Romani chiamano sacra, quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti
+della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone, sagrificavamo. Ei
+vide e parlò e tese insidie alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il
+vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe. Lungo la intera mia
+vita, che già misura nove lustri, non fu consumato mai così nefando
+sacrilegio. Appena se ne rammentava mia madre, che morì settantenne
+prima che tu nascessi. Ma domani, innanzi alla maestà del Senato,
+tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta. Le pene del
+carcere Mamertino vengano a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il
+decretato lustro, invece del perpetuo esilio, l’empio insultatore abbia
+morte sul Campo Scellerato. Una legge nuova surroghi l’antica.
+
+Cesare stette in silenzio per qualche tempo, e sulla sua fronte
+chinata, si vedevano, quasi nubi, a passare i pensieri; ma, a un
+tratto, di tetro, fatto calmo e sereno:
+
+— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa alle agnelle, non per
+ciò le agnelle vengono contaminate, nè patisce disonore il padrone
+dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso certissimamente?
+
+— Mille donne il videro.
+
+— Era vuotato il _Mellario_ quando lo videro?
+
+— A che accenni tu?
+
+— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, acqua tersa e leggera,
+che attraversando cento miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel
+_Mellario_ sacro avesse brillato quest’onda, non avreste veduto Clodio;
+no, ma la sorella di lui. Castore e Polluce erano men gemelli di
+costoro due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.
+
+— E dunque?
+
+— Io dovrei accusar Clodio domani, come la legge impone, ma non
+l’accuserò. Di codesti Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno
+appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni modo: nella testa, nel
+cuore, nel sangue. E costoro mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel
+che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla destra); non mi
+basta il tempo per provvedere alle inutili vendette che tu mi consigli.
+Altre vendette io voglio, ma grandi, più grandi di Roma, grandi come
+l’universo. Codesti Clodj son belve, e l’uomo usufrutta le belve,
+solleticandole. Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella penetrò
+nell’apprestato santuario della dea.
+
+— Ma e permetterai tu che Pompea?...
+
+— Ella non fu che sventurata....
+
+— Sventurata?
+
+— Sventurata che le verghe abbiano strappato una menzogna alla
+bocca dell’ancella; che le vestali e le matrone prostrate alla dea
+castissima, l’abbian creduta capace di tradir me, me Cesare, figlio
+della veneranda Aurelia, e che perciò io debba essere costretto a
+ripudiarla.
+
+— Non ti comprendo, o Giulio.
+
+— Il tuo senno doveva precorrere il mio. Non basta che la moglie di
+Cesare sia innocente, ella doveva essere superiore ad ogni sospetto.
+Però, se non fu, esca dalla mia casa e si cerchi altro marito. Ed ora
+bacia tuo figlio, o veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè gli
+occhi tuoi accusano la stanchezza della notte vegliata.
+
+Aurelia, grave e silenziosa, partì.
+
+Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla in fronte con
+riverenza. Ei fremeva di dentro; ma la madre non vide che serenità e
+calma.
+
+
+
+
+XIV.
+
+I BAGNI AL PONTE FABRICIO.
+
+
+Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta Roma stette variamente
+commossa di stupore. Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi ai
+riti privilegiati della dea Bona con sacrilego intento. Solo nell’anno
+640 di Roma un improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto da
+curiosità spensierata, vi si era accostato; e scoperto, e condannato, e
+chiuso nel carcere Mamertino, vi era morto prima che spirasse il lustro
+espiatorio. Ma anche fuori del sacrilegio, onde inorridivano i devoti
+di quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile agli stessi
+conscellerati suoi amici e seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di
+Cesare, del prediletto, del già divino Cesare; per l’offesa recata ad
+Aurelia, sacra tra le matrone; e l’insulto, onde nella baciata Pompea
+aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel tempo, tornato allora
+dalla guerra mitridatica, tra i raggi di una gloria che non pareva
+superabile, e i fumi di un orgoglio senza misura, onde nel tempio
+consacrato, dopo il trionfo a Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver
+esso uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento navi, conquistate
+più di mille e cinquecento città. — Però i riti più vietati, la
+castità più custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei due più
+benedetti dalla dea Fortuna, Clodio aveva saputo avvolgere in un’onta
+sola.
+
+Intorno all’ora che i Romani chiamavano _meridiei inclinatio_,
+risuonava di voci il grande edificio dei pubblici bagni, che Cesare,
+essendo edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza, sebben
+di legno, presso al ponte Fabricio. Prima di Cesare, i pubblici bagni
+avevano servito soltanto per le povere classi; ma con lui e per lui
+vennero poi frequentati anche dai ricchi patrizj, dai senatori e dai
+cavalieri. A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre si scorgeva in
+esso l’intento sociale di equiparar le classi, di abbassare la nobiltà,
+confondendola con quella che Tullio chiamò _la feccia di Romolo_,
+e di rendersi così affezionata, obbediente e ligia la parte massima
+del mondo romano, ossia quella vasta e varia ed eterna plebe, mare
+magno nel quale egli intendeva di soffiar la procella a sua voglia,
+e di mandarvi naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era
+vastissimo, e poteva contenere più di tremila persone. Era di legno, ma
+non appariva tale, perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro faceva
+splendidi gli architravi e i capitelli corinzj. Intorno all’edificio
+balneario v’erano botteghe e taberne d’ogni genere; le più eleganti
+sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste alcune che sulla facciata
+portavano scolpita la parola — _Refectorium_. — Fuori di esse v’eran
+tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri con stelle, a riparo
+del sole. Alle cineree toghe degli ultimi plebei, alle _pulle_ degli
+atrati, mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio
+balneario, e purpurei laticlavj, e toghe pure e palmate e preteste, e
+loriche metalliche di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe,
+fu vista a brillare anche la clamide _coccinea_ di Pompeo che uscì
+all’aperto recandosi sotto una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava
+conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto Scevola, e
+col rètore Diodato, che egli alloggiava. Allorchè splendette al sole
+la clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende dal Palatino, se
+ne veniva a cavallo, seguito da due famuli equarj incontrandosi nel
+cocchio di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova del padre di
+Augusto, che, fanciullo di tre anni, ella si teneva d’accanto. Esciva
+in quel momento anch’essa da quei pubblici bagni, cosa di cui gli
+storici fanno particolare menzione.
+
+— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài riputazione a questi luoghi;
+bene sta che il tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro agli
+Dei.
+
+— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa per la prima volta nella
+vasca dei fanciulli che non pagano il quadrante. Pareva un picciol nume
+fra gli altri che carezzosi lo attorniavano. Certo non è più venusto nè
+più roseo il figlio alato della dea da cui derivi. —
+
+Ed ecco un problema storico.
+
+Nei tempi della prisca repubblica, quando le più rigide virtù erano
+custodi della libertà, i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla
+plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere, nè il suocero col
+genero. La repubblica non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza di
+essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe. Cesare aveva condotto
+le cose di maniera che così avvenisse; come aveva tentato instaurare
+i giochi greci, per intenti che non pareva avessero relazione alcuna
+con essi. Pompeo mesce la clamide alle _sordide_ dei plebei; il
+fanciullo Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme ai fanciulli
+volgari. Cesare non sapeva i destini del fortunatissimo fanciullo,
+come non sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico in mezzo
+alla moltitudine, e che Alessandro Severo, nelle terme da lui erette,
+sarebbesi mescolato col basso popolo, e, siccome narra Lampridio,
+sarebbe tornato pedestre al palazzo imperiale in mezzo alla folla,
+colle vesti ancora indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà, è
+agevole a chi si tiene la supremazia di fatto, il dare spettacolo di
+eguaglianza apparente.
+
+Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre d’Augusto, una frotta
+di giovanetti appena pretestati, usciva dai bagni schiamazzando.
+Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli. Il primo era già ben
+noto in Roma pei meriti paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza
+muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando coll’assiduo esercizio e
+l’arte che gli comunicava il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei
+giochi del circo, il desiderato dalle proterve romane, l’amante della
+famosa Galeria Emboliaria, la meravigliosa attrice romana, la quale,
+non ancora trentenne, possedeva case in città, e ville a Tivoli e a
+Brindisi, e seicento talenti (più di due milioni di lire italiane)
+che depositati nelle casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del
+tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei pochi giovinetti reduci
+dai campi sanguinosi di Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia, e
+combattendo strenuamente con essi, con essi era caduto, e come estinto
+era stato trovato sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una profonda
+cicatrice che, dal sopracciglio destro tagliato, saliva traversale
+fino al sommo delle tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva, se
+ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo scorrere la destra sui
+capelli dell’uno e dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca al
+ben chiomato Antonio.
+
+La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva innanzi alle taberne,
+con nappi colmi di sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al
+gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza sapere, senza nemmeno
+sospettare di quali e quanti eventi il fato e la fortuna stava per
+renderli inventori e agitatori e vittime e raccoglitori beati. E in
+quel punto il cavallo di Cesare attraeva l’attenzione di tutti, perfino
+quella di Cicerone, per un istante smemorato del passato, spensierato
+del futuro. Eppure, tutta Roma rumoreggiava in quel momento di
+Cesare, e della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e del misfatto
+sacrilego, e dell’insulto fatto al cielo ed alla terra, e della
+onnipotente maestà del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei e
+i posteri colla terribilità della sentenza e dell’esempio.
+
+Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed elegante irrequietudine
+dalla mano esperta e dal consapevol piede del cavaliere, doveva per
+un momento trattener le parole sulle labbra di tutti gli astanti, e
+chiamare i loro sguardi sul pelo color margarita, che i pascoli dello
+Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante, e sulla criniera
+negra e il collo arcuato e le nari espanse e gli occhi sanguigni e
+gl’ineffabili garetti. Cesare voleva preparare Roma a negare importanza
+a quello che era avvenuto la notte prima, ostentando la propria calma
+nello spettacolo del frigio poledro.
+
+E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando parte a parte le forme di esso:
+
+— E perchè, disse, o Cesare, non concedi nessuno lo ascenda di te
+infuori?
+
+— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja di palmi; tanto è
+caparbio nel non volere che altri gli comprima il dorso.
+
+Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì la via. Il fanciullo
+Augusto, dalle guancie rosate e paffutelle e dagli occhi azzurri,
+colle manine a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio assai più
+che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!). E Cesare lo inseguiva con
+lento e meditante sguardo. Pareva che qualche Sibilla vaticinante lo
+commovesse in quel punto; chè quel lungo inseguimento degli occhi non
+potea derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio, raccogliendo
+indifferente quei baci, non guardava che al cavallo di Cesare con
+attenzione innamorata, e:
+
+— Se tu mi concedi di ascendere questo poledro, mi parrà di essere un
+dio; e per la prima volta un dio ti adorerà. Codesto non avvenne mai,
+da che Giove tiene l’Olimpo in governo.
+
+— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che è men trattabile dello stesso
+Bucefalo d’Alessandro. Però, se riesci a dominarlo, te lo dono.
+
+E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo il cavallo pel freno,
+si accostò, seguito da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano
+Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano ascoltarlo, e:
+
+— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare a Interamna ad avvisar
+Clodio, il quale dimora là da più giorni, che una tremenda calunnia lo
+perseguita in Roma.
+
+Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il consueto sonora; onde
+s’accrebbe il silenzio intorno a lui, e Cicerone lo guatò tra
+attonito e beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non sapendo che mai
+congetturare. E Cesare guardava, ascoltava, scrutava tutto, sempre,
+in apparenza, intento al frigio cavallo che Antonio aveva preso per
+le briglie, come se fosse già suo, e Sceva severissimo e già virile
+guardava disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo di poi saputo
+congiungere vizio nessuno a virtù stragrandi, lasciò indifferente la
+fama, e quantunque destinato, come già fu detto, ad essere l’eroe primo
+di Farsaglia, non sarebbe giunto fino a noi, se Lucano non lo avesse
+vendicato dell’ingratitudine di Cesare.
+
+
+
+
+XV.
+
+CICERONE E MARC’ANTONIO.
+
+
+Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal Senato per il giudizio
+del misfatto di Clodio, sedeva nella sua biblioteca che, al pari
+di tutte le biblioteche romane, era volta a levante, come punto più
+adatto per difendere i volumi dalle offese dell’atmosfera (_usus enim
+matutinum postulat lumen_). Intorno intorno alle pareti di quella
+stanza quadrata erano tante casse o _armaria_ contenenti i volumi
+o rotoli; ciascun _armario_ portava il suo numero d’ordine, ed era
+riposto nei _foruli_ o _nidi_. Di questo tempo la biblioteca di
+Cicerone, sebbene non ancora aumentata da quella ereditata da Attico,
+era la prima di Roma, superiore persino a quella di Cesare; ma questi
+non aveva ancor potuto colle gloriose rapine ajutare splendidamente
+la sapienza. Però sono a riputare quasi sincere le parole di Marco
+Tullio quando ebbe a dire ch’egli anteponeva la propria a tutti i
+tesori di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo solo;
+poi il _librario_, il quale era uno schiavo custode della biblioteca,
+gli annunciò che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo Pollione.
+Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente Antonio, che della mano
+destra cingeva il collo al fanciullo.
+
+Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno per settimana, quasi
+sempre _in die Jovis_, recarsi da Cicerone, per apprendervi l’arte
+oratoria, non l’eloquenza propriamente detta, ma la parte materiale di
+essa; le pôse, vale a dire, il gesto, il modo di inflettere la voce.
+Il giovinetto aveva una prodigiosa attitudine a questo; e Cicerone
+si dilettava nell’ammaestrarlo. Ma Pollione era scolaro quotidiano
+di Tullio, sempre che questi non fosse assorbito dal Senato, dai
+Comizj, dal Pretorio. Il più grande degli oratori latini idolatrava
+quel fanciullo, d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già era la
+meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse quel che poi si avverò,
+che quel fanciullo di appena otto anni sarebbe stato oratore come
+Demostene, poeta più di Ennio, storico come Erodoto. Or, per tornare al
+giovinetto Antonio, non era Giove che presiedeva a quel giorno in cui
+venne a Cicerone, era Marte; ma non a caso il _Padre della Patria_ lo
+aveva fatto chiamare due giorni prima.
+
+Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece seder Pollione e gli diede
+un rotolo greco perchè tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio:
+
+— La prima filippica di Demostene la sai tu?
+
+— Sì, tutta.
+
+— Sei parato a declamarla? Io ascolto.... Ma in prima disponi meglio le
+pieghe della toga. Un occhio di piega che venga a cader male in qualche
+parte del corpo può provocare il riso in tutto l’uditorio, tradir la
+causa del tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere. Tutta la potenza
+del mio amicissimo Ortensio consiste nel preparar bene la toga. La
+plebe e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende un detto sublime,
+ma ride e sibila e imperversa se una piega è fuor di posto.
+
+Dopo queste parole pronunciate incidentemente dal grande oratore,
+Antonio s’accinse a declamare la prima filippica di Demostene; e
+Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse Fidia o Prassitele, venne
+acconciando alcune pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto
+che non toccava i diciassette anni. La pretesta aveva alcuni ornamenti
+di porpora, ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato _bolla_.
+E Antonio declamò. Lo sviluppo fisico in lui era completo; ampio già
+di spalle, rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome avviene della
+prima giovinezza; fittissimi aveva e ricciuti i capelli, romanamente
+ricciuti; l’occhio nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità;
+tuttavia, negli istanti della calma e dei tenui abbandoni, pareva di
+vedere in esso la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva voce
+sonora, metallica, estesa sì che agli acuti, quando s’investiva di
+Demostene (chè era colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica),
+nella calma notturna la sua voce avrebbe potuto percorrere un mezzo
+miliario; tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone, maestro
+sommo, gioiva a sentire la foga del giovinetto, quando sul labbro
+di lui quella lingua inimitabile diventava tempesta tutta irta di
+consonanti, nei punti che il greco autore aveva voluto soffiare la
+procella nella congregata Atene; e, negli istanti che s’era proposto
+di commuovere e cavar lagrime anche dalle più aride palpebre, aveva
+chiamato in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma è
+tutto soave. Intanto che Antonio recitava, e Cicerone ascoltava, in
+un canto della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva dal greco,
+sospendendo di tant’in tanto quel lavoro, e prestando anch’esso
+attenzione alle parole di Antonio. Ma questi non era stato chiamato
+da Cicerone presso di sè per la lezione di declamazione. Essa in quel
+giorno non era che un pretesto. Però come ebbe finito, e Cicerone
+l’ebbe lodato:
+
+— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come ti si prestò in una lunga
+corsa il cavallo di Cesare?
+
+— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga alla quadriga può eguagliar
+questo di Giulio. È onda marina quando invade la riva; è saetta che
+scatta, è luce, è lampo. Nè altri che Giulio ed io potrebbe governare
+questo divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io gli mostrai che ben
+ero degno del suo generoso dono.
+
+— E chi hai trovato ad Interamna?
+
+— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni.
+
+— Parlasti seco?
+
+— Sì.
+
+— E ti disse?
+
+— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato io della tremenda
+calunnia che lo aveva assalito in Roma.
+
+— A che ora giungesti ad Interamna?
+
+— A mezzo il giorno.
+
+— Bene è. Clodio poteva essere già arrivato là prima di te, partendo al
+primo diluculo, quando, flagellato, fuggì dal recinto della oltraggiata
+Bona. Tu partisti due ore dopo.
+
+— Clodio non aveva il mio cavallo.
+
+— Ha bighe ed ha quadriglie Clodio. Ed ha cavalli romani velocissimi.
+Quattro fan sempre maggior via di uno solo.
+
+— Tu sei oratore grande, o Tullio, e filosofo sommo, e sedesti nella
+sedia consolare in modo da esser chiamato _Padre della Patria_: ma
+questo non ti dà il diritto di sentenziar di cavalli e di velocità.
+
+— Ma perchè ti recasti a Interamna?
+
+— Per veder Clodio.
+
+— E a che?
+
+— Per ammonirlo della calunnia che lo perseguiva.
+
+— E che te ne importava?
+
+— Clodio è giovane ch’io prediligo. Me fanciullo, presso ad affogar nel
+Tevere, egli salvò.
+
+— Dunque tu credi che nel dì dei riti della dea, egli stesse fuori di
+Roma?
+
+— Non lo credo; lo so.
+
+— Ed io so invece ch’egli era in Roma, perchè io stesso lo vidi.
+
+— Alla tua età, cogli occhi quasi abbacinati dalle continue veglie e
+da tutti i volumi greci e latini che stanno in quelle casse, è assai
+facile prendersi abbaglio.
+
+— Non ho tocco ancora il mezzo secolo e la notturna lucerna e i
+caratteri latini e greci mi lasciarono ancor potente la pupilla. Ma
+fossi stato anche cieco, nel dì dei riti ho parlato a Clodio che mi
+rispose. Però tu hai detto mendacio.
+
+— Non dirò ingiuria al mio maestro; ma respingendo l’ingiuria tua, sto
+e starò fermo nel mio asserto, e sarò testimonio validissimo contro le
+accusatrici e gli accusatori.
+
+— La porpora e l’oro della tua pretesta ancora infantile t’interdicono,
+o Antonio, d’esser testimonio.
+
+— E allora sarò ancora più terribile.
+
+— Che vuoi dire tu?
+
+— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj e nelle accademie,
+tutti io condurrò, armati, a spaventare il Senato, quando mai facesse
+ingiustizia. Non son necessari i _Viri_, no, nè i veterani, nè i
+gladiatori a mettere Roma sottosopra. Ma noi dalla pretesta infantile
+basteremo. Vedranno allora i Romani qual cosa potrà o saprà fare il
+_Padre della Patria_.
+
+Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso e Cicerone
+meditabondo gli tenne dietro collo sguardo.
+
+— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì poi sommesso, ma Cesare
+insegna a costui l’arte degli ambidestri intrighi e delle fallacie
+indegne di così giovane età, e nel petto gli va già condensando l’ira
+ai futuri danni della patria. Oh Cesare! Silla ti avea conosciuto.
+
+
+
+
+XVI.
+
+TERENZIA.
+
+
+Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima Terenzia, perchè
+Cicerone volente o nolente, la tramandò ai posteri. Era donna di
+belle forme e forti; ma le linee del volto, sebbene giuste, non erano
+attraenti; e l’occhio rivelava intelligenza di donna volgare, e assai
+più fatta di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa gloria
+di essere la moglie del grande oratore, del quale era fieramente
+gelosa, onde gli stava sempre presso e lo importunava, e guai se nei
+triclinii promiscui ei mostrasse alcuna deferenza per qualche altra
+donna romana. Nè solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa
+anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava virtù nessuna in nessuno.
+Guai se alcuno le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi.
+Allorchè Cicerone, il quale era davvero un _vir bonus_, e, purchè a
+lui si concedesse il primo posto, era facilmente liberale di lodi,
+dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in un istante d’entusiasmo
+sincero, proclamò ad Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore
+Diodato che Cesare col tempo e persistendo sarebbe diventato il primo
+oratore di Roma, ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero.
+
+Codesto amore fatto di ammirazione che essa portava a Cicerone,
+siccome non aveva nè modo, nè misura, nè buon giudizio, recava al
+grande oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli ingressi delle
+camere dove si raccoglievano i clienti, e ascoltava attenta tutto
+quello che dicevano gli amici che recavansi a visitar Cicerone,
+e poscia tempestava di rimproveri e di consigli e talora anche di
+minaccie il filosofo infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva;
+e per comprimere la tentazione di salire in furore, pensava intanto
+a qualcuna delle sue opere. Quante volte il _De Oratore_ e il _De
+Officiis_ lo salvarono dalle battaglie domestiche!
+
+— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai ascoltare questo
+sfacciatissimo fanciullo.
+
+Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e, continuando essa a parlare
+e a gridare, egli piegò il collo e volse gli occhi a terra, come chi è
+disposto a ricevere intero un acquazzone che imperversa.
+
+— Io stessa percossi l’infame Clodio e con me donne più di cento,
+tanto che a lui convenne partire, anzi fuggire; fuggir scornato,
+flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque trovarsi in Interamna
+quando ciò avvenne. Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il
+_Padre della Patria_, vorrei davanti alla maestà del Senato, domandare
+all’empio da chi tenne tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere,
+perchè di quelle un uomo non può sanare in tre dì. E come hai tu
+sterminato i Catilinarj, devi sterminare così tutta la casa Clodia,
+e salvar Roma da questo giovane, che è il disonore dei patrizj, dei
+cavalieri, della toga e delle armi, perchè, appena ventenne, vi tien
+tutti in isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare gli è amico e
+lo lusinga e lo difende, Crasso gli dà danaro, tu tentenni al solito
+e più quando sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di quel suo
+sguardo inesplicabile. O è un dio costui, un dio più in su di Giove,
+onnipotente come il fato, o non so più chi mai egli possa essere. E
+c’è la impudentissima Quadrantaria, la sorella; quella che ti sobillò
+a ripudiarmi per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più impudente
+ancora del fratello, e per la quale si dovranno un giorno purgare le
+aure romane, e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le fanciulle
+di Roma, contaminate come furono dalla sola sua presenza.
+
+Come quando per comprimere un dolore fisico, si sospinge il pensiero
+a sprofondarsi in quei subbietti che per consueto lo rapiscono,
+così Cicerone, intento com’era in quei giorni a dettare il _Sogno
+di Scipione_, intorno al quale ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e
+l’eleganza dello stile latino, riandava colla memoria quello che già
+aveva scritto, affannandosi nello studio di una perfezione che al suo
+gusto non mai contentabile pareva refrattaria. Però, risolvendosi per
+lui le parole di Terenzia in un rumore quasi privo di senso, riuscì
+anche questa volta a scansare un fracassoso diverbio.
+
+E, come terminando di ripetere a memoria un brano del suo lavoro
+sublime, si alzò, e rivoltosi a Terenzia, ripetè con voce sonora quelle
+parole che stanno nel Sogno istesso: _Ade animo et omitte timorem._ E
+così detto, uscì, lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei
+quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava pel silenzio di
+Cicerone.
+
+Il più grande oratore e il più gran filosofo di Roma antica era uomo
+d’indole mite: la efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore
+multilatere, considerando gli uomini e gli eventi dalle faccie
+molteplici che gli si svolgevano innanzi, non stava mai fermo al suo
+proposito.
+
+Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo gran scrutatore di
+caratteri, sapeva scoprir la vena dolce; però era incapace di odio.
+Negli uomini temperati alla più solida virtù, ei pur sapeva intravedere
+le occulte mire, e della virtù medesima sospettava la vanità. Catone,
+l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era segno alle sue perpetue
+celie. Bensì era devotissimo dell’amicizia, purchè la simpatia
+dell’ingegno e la scienza ne fossero il cemento. Cicerone è stato forse
+il primo gran personaggio dell’antichità che preannunciasse il tipo
+degli uomini moderni.
+
+I Romani eran fatti di un metallo solo e fusi in un pezzo solo.
+Cicerone invece era metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia
+lega, e la sua statua era contesta di pezzi diversi.
+
+
+
+
+XVII.
+
+CESARE, CRASSO E CICERONE.
+
+
+Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo
+della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo.
+In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che
+potrebbe dirsi, un bigotto di Roma antica, in faccia alla giustizia
+assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della
+dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei
+disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e
+custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa,
+pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In
+secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile
+a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico
+lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino
+al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di
+esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni
+classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè
+Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:
+
+— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?
+
+— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni,
+la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza.
+Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo
+ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o
+Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.
+
+L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e
+che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei
+catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non
+voleva mettere in pericolo il predicato di _Padre della Patria_, che
+lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio
+pronunciato dalla gran voce del popolo romano.
+
+Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao
+del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso
+recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che
+davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il
+Senato avrebbe pronunciato.
+
+E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso,
+infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco
+suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.
+
+Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro,
+ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan
+teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa
+e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un
+tal Trebonio.
+
+— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.
+
+— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.
+
+— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno
+agli ordini miei.
+
+— Ebbene, attendi.
+
+Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio,
+celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli,
+e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di
+danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando
+in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La
+sua schiera chiamavasi l’_Acies Asiatica_.
+
+Cesare gli si avvicinò e gli disse:
+
+— Dammi cinquanta talenti.
+
+— Non li ho meco.
+
+— Valli a prendere sull’istante.
+
+— Se Crasso ti fa garanzia, vado.
+
+Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il fatto:
+
+— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.
+
+Assio partì.
+
+Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. La varia folla, dove
+tutte le classi si mescevano, era fondo cupamente agitato, quasi fosse
+onda acherontea, sul quale staccavano a grande rilievo gli antichi
+illustri scellerati.
+
+
+
+
+XVIII.
+
+CLODIO.
+
+
+Chi s’addentrò nella storia romana con istudio più che mediocre, e,
+com’è naturale, per l’invito del soggetto stragrande, s’intrattenne
+più a lungo coi personaggi onde gli ultimi cento anni della repubblica
+sono in vario modo famosissimi, avrà dovuto pensare che Clodio non
+ha nulla di comune cogli altri celebri, e nello stesso tempo farsi la
+quistione del perchè, senza nessuna precedenza di guerra, di conquiste,
+di gloria, senza nessun prestigio eccezionale di quella eloquenza colla
+quale si esaltano ad ingiuste predilezioni le facili plebi, colui abbia
+potuto diventare così invadente, tremendo, invincibile, pur nel fitto
+di tante strenue figure, e tra quei colossi di Cesare e Pompeo. Ma,
+ad una malvagità che passava la misura, ad un temperamento di belva
+indomabile, congiungeva una forza di volontà tale che non lo faceva
+mai dubitante in faccia a qualunque ostacolo. Doni naturali e fortune
+spontanee aveva avuto nella beltà fisica e nella ricchezza; ma questi
+doni divideva con altri molti; e se la ricchezza gli aveva giovato
+per tenere una schiera numerosissima di schiavi e gladiatori, della
+bellezza non aveva saputo far uso se non se per rendersi odiosissimo
+alle donne, che egli disprezzava e insultava appena che, attirate dalle
+fallaci apparenze, gli si abbandonavano inconscie.
+
+Codesto fenomeno umano di Roma antica lo si spiega adunque col solo
+fatto della forza della volontà. E codesta forza a Clodio derivava
+dalla efferatezza e dal men che mediocre ingegno, che gl’impediva di
+vedere i pericoli; il che spiega altresì come Cesare, l’idolatrato,
+palpasse la groppa di quel cavallo selvaggio. Ma se si spiega la
+cagione della deferenza di Cesare, non si può scusare l’uomo che palpa
+adulatore e mendace, potendo flagellare a sangue e punire. Se non
+che, Cesare intendeva valersi di Clodio in quella guisa onde l’indiano
+sguinzaglia il leopardo a cacciare le antilopi. Viltà però era questa,
+della quale nessun panegirista saprebbe salvarlo, e che mostra davvero
+come nessuna faccia dell’umano poliedro mancasse a Cesare, nemmeno la
+viltà, e come tutte le sue doti incomparabili e pressochè sovrumane,
+egli governasse con una prudenza longanime e fredda, che pareva scaglia
+di serpente attorta ai generosi fianchi del leone.
+
+Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli Pisone e Messala,
+entravano nel tempio, Cesare diceva a Clodio:
+
+— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato questo decreto — _a
+Pontificibus factum Clodii nefas esse decretum_. — E, come il leggi su
+questa colonna, non è cantonata in Roma dove esso non si veda.
+
+— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il Senato siasi rivolto al
+collegio dei pontefici, perchè sentenziassero se il fatto onde sono
+imputato sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto esiste, la
+legge non fu abrogata. Se io vengo accusato d’aver congiurato a’ danni
+della repubblica, non occorrono pontefici per sentenziare se questo sia
+delitto. Occorre sentenziare se l’accusa sia vera o falsa.
+
+— _Macte animo_, o Clodio, sebbene la parte più formidabile del decreto
+sia questa. Leggi.
+
+— Ho letto; il so.
+
+— _Ex_ S. C. _consules ad rogationem promulgandam vocati_. Quasi tutti
+i senatori ti sono avversi. Con questo decreto intesero alla rovina
+tua.
+
+La faccia tremenda di Clodio e invariabile, parve impensierirsi.
+
+Cesare lo guardava e rideva nell’animo.
+
+— _Macte animo_, ripetè poscia. Il tribuno Fufio Caleno mi obbedirà.
+Esso è già entrato, e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al
+decreto.
+
+Così dicendo, entrò nel tempio insieme a Clodio.
+
+Eretto espressamente vicino alla Curia, e dedicato a Giove, quel tempio
+era costrutto in forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella vôlta,
+sotto a quella, rigirava un _podium_ su cui si affollavano i Romani
+che vestivano il sajo o la cinerea toga, e che, da quell’altezza,
+seppure vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare volte dall’onda
+sonora era ad essi fatto dono delle orazioni declamate. A loro pareva
+di sentire ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano ad ammirare
+la maestà dei padri della patria, e i non sperati laticlavj. Assai
+più sotto, e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che sorgeva
+al disopra degli stalli dove sedevano i consoli, girava, soltanto la
+terza parte della vasta elissi, un altro _podium_, coperto da un aureo
+graticcio, dietro al quale ascoltavano, non vedute, le vestali e le
+cospicue matrone romane. Raro era che quello fosse occupato; ma in
+quel giorno appena bastava per contenere tutte le intervenute. Oltre le
+vestali, la maggior parte aveva sacrificato alla dea, e taluna di esse
+sapeva che i mariti avrebbero deposto Clodio non esser penetrato.
+
+Dirimpetto al _podium_ delle vestali e delle donne patrizie, girava
+quello dei cavalieri, non coperto da graticcio. Dal pavimento del
+tempio, sorgeva in semicerchio elittico una gradinata di tre alti
+piani, sui quali eran disposti, a breve distanza l’un dall’altro, gli
+stalli dei senatori. Di contro a questi, sovra una base più giù della
+gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli, innanzi alle quali
+stava una gran tavola di porfido egiziaco, meraviglia anche allora, per
+l’ampiezza eccezionale del monolito. Su quella tavola s’accumulavan
+tabelle cerate d’ogni maniera e d’ogni misura, e volumi e rotuli e
+stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e le sedie consolari, quasi
+sotto al _podium_ dei cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della
+plebe.
+
+I senatori erano tutti entrati nel tempio, e passeggiavano, in
+attesa dei consoli, nei vuoti spazj, ostentando la larga striscia
+di porpora, e il metallico C (_cento_) che brillava presso la punta
+dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la noce del piede. Quel
+C significava il numero originario dei senatori al tempo dei re;
+ma l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto e il C lucente,
+significavano altresì che ciascun senatore possedeva ottocento mila
+sesterzj di rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a gruppi
+di vario numero, parlavano, discutevano ed empivano il tempio di
+frastuono, accresciuto dal bisbiglio incessante del popolo minuto,
+salito in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle dei cavalieri.
+
+Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala, pei quali si fe’
+gran silenzio nel vasto recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio
+Caleno, che, attraversando il tempio, si recò difilato al suo stallo. I
+senatori tutti, gravi e taciti, ascesero la gradinata, e sedettero.
+
+Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero in disparte insieme coi
+testimonj. Il console Pisone alzossi, e:
+
+— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli, con decreto che già
+tutta Roma ha letto, e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo
+sia stato intempestivo, avete ordinato di fare una legge che sottomette
+Clodio ad un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche io e il mio
+collega dividessimo la sentenza vostra, venne a noi il tribuno Caleno
+qui presente, ad opporre il _veto_. Parli or dunque il tribuno.
+
+Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora così parlò:
+
+— Padri coscritti, soltanto ad impedire si sparga sangue cittadino,
+io opposi il _veto_ al vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto dal
+suo numeroso partito, il quale è disposto a far tutto per lui. Egli
+ha partigiani perfino negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori di
+questo tempio, credo bene ve ne siate accorti, o senatori, giovinetti
+a migliaia, armati di daghe e pili, capitanati dal giovinetto
+Marc’Antonio, assai noto in Roma — il quale è di sì gran forza che a
+sedici anni nel ginnasio atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni
+che tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni che fanno presentire
+in esso un agitatore d’uomini, fatale — mandano grida furibonde al
+cielo, pel timore che non siasi per far giustizia in codesto sacro
+tempio; ma Clodio è anche odiato....
+
+A queste parole, un — _no no_ — ripetuto da centinaja di bocche,
+risuonò dal _podium_ dove stava affollato il popolo minuto. Cesare
+e Pompeo aveano sparpagliato numerosi clienti colassù, perchè
+distribuissero danari, onde a tempo opportuno far nascere un tumulto
+che lasciasse in tronco e giudizio e sentenza.
+
+Il senatore seniore, che era Marco Scauro, e per il diritto dell’età
+presiedeva alle assemblee, si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero
+fiato alle trombe. Era quello il primo segno col quale s’intimava
+silenzio al popolo che, gridando, mostrava di non rispettare la maestà
+del Senato. Al terzo segno le guardie del tempio solevano ascendere a
+far sgombrare il _podium_.
+
+— Ma Clodio è anche odiato, continuava ad alta voce il tribuno Caleno,
+nè saprei se in Roma, in suo cospetto, sia prevalente l’odio o l’amore;
+onde, o padri, non essendovi partito soverchiante, ma sembrando
+invece troppo eguale la violenza delle forze in conflitto, la zuffa
+sarà lunga, sanguinosa, orrenda, esiziale a Roma. Padri coscritti,
+per l’amore sacro che voi portate a questa patria, io vi supplico:
+_scancellate il decreto_.
+
+Per verità che queste brevi parole del tribuno Caleno furono
+sapientemente astute; non potevasi trovar ragione più forte e più santa
+per respingere qualunque obiezione; ma il Senato sapeva che Caleno era
+grande sostenitore della fazione Clodiana. Però il seniore Marco Scauro
+si alzò di nuovo, e:
+
+— Metto ai voti la proposta Caleno. Chi l’accetta si alzi; chi la
+respinge rimanga seduto.
+
+— Propongo invece, disse alto un altro senatore, che i voti siano
+segreti. Così nessuno avrà taccia d’essere stato intimidito o
+consigliato da fini obliqui.
+
+Intanto che stavasi apprestando la votazione segreta, il console Pisone
+ascese la gradinata dei senatori, e passò di fila in fila, parlando
+con gran calore a ciascuno di essi. Ei li andava sconsigliando dal
+mantenere il primo decreto, come racconta Cicerone nella sua epistola
+ad Attico. E in questo punto istesso Cesare si alzò, recossi vicino a
+Clodio, che in piedi e fremente guatava intorno intorno i congregati
+nel tempio, e:
+
+— Ascolta un mio consiglio, gli disse.
+
+— Quale?
+
+— Tu fremi; ma ora convien smettere l’ira. Percorri tu pure quelle
+file, e umilmente raccomandati a ciascun senatore.
+
+— Io?
+
+— Tu — se non sei ascoltato, guai! — la rogazione ti è fatale. Il
+terribile Clodio che per un istante si umilia, protestando pur sempre
+la propria innocenza, li piegherà tutti al più mite consiglio.
+
+Clodio guardò Cesare a lungo, e la fierezza gli perdurava nel marmoreo
+volto, e, sebbene di dentro fosse tutto sgomentato, le linee e i
+piani di quello eran fatti così stabili all’espressione dell’ira,
+che questa appariva pur sempre, anche allorquando nell’animo stava il
+timore. Il quinquennio nel carcere Mamertino, e l’esiglio perpetuo,
+anche per riguardo a’ suoi pazzi disegni di conquiste, di gloria,
+d’impero, gli davan troppo a pensare perchè non ascoltasse il consiglio
+di Cesare, quantunque indicibilmente gli ripugnasse — e s’avviò, e
+ascese le gradinate, e, come racconta ancora Cicerone, in modo umile
+e sottomesso, si gettò, con grande meraviglia di tutti, ai piedi di
+ciascun senatore.
+
+Cesare non avrebbe mai fatto questo, in qualunque orrenda circostanza
+si fosse trovato; ma l’animo suo non era putrido della malvagità di
+Clodio; e se, qual mezzo indispensabile, poteva usufruttare la viltà
+segreta, il fortissimo intelletto gli sconsigliava la viltà palese, e
+l’alta ambizione gli avrebbe fatto preferire la morte più dolorosa al
+vergognoso atto di piegar le ginocchia davanti a dei mortali. E intanto
+gioiva nel veder Clodio umiliato a quel modo; e pensava che, siccome la
+verga ardente dell’Indo ammansa anche il tigre, così, dopo quel fatto,
+Clodio sarebbe divenuto strumento assai più duttile nelle mani di chi
+avrebbe voluto farne uso.
+
+Intanto che i senatori discendevano nel mezzo del tempio a deporre
+le palle nella divisa urna, Cesare, per involarsi al tedio di quella
+sfilata di laticlavj che, essendo più di quattrocento, doveva consumare
+assai tempo, pensò di ascendere a fare una visita gentile alle donne,
+matrone e fanciulle patrizie, che sedevano nello scompartimento del
+_podium_ a loro assegnato, e che le divideva dalle vestali. Uscì dunque
+dal tempio, perchè l’accesso a quel luogo era esterno, e salì.
+
+Che i senatori e i cavalieri si recassero a visitar le donne colà
+nei giorni d’assemblea, non era vietato; questo tuttavia non soleva
+avvenire quasi mai, o ben di rado; onde l’apparizione di Cesare provocò
+in quasi tutte una sensazione di meraviglia, e, in talune anche, di
+vivissimo piacere.
+
+Egli s’intrattenne innanzi a ciascuna, dicendo parole eleganti e
+lusinghiere. Quando venne a Terenzia:
+
+— E dunque, le disse, pare a te, o la più avventurata tra le consorti,
+chè è una gloria appartenere a Cicerone, pare a te Clodio uscirà
+assolto da questa votazione, e la sua innocenza sarà vivamente
+rischiarata dal sole di Roma?
+
+— Se il sole di Roma rischiarerà le menti di coloro che laggiù stanno
+ora votando, mi confido che l’empio misfatto sarà punito come la legge
+impone.
+
+— Male pensi, o Terenzia; gli occhi tuoi, la notte dei riti, erano
+fatti torbidi e falsoveggenti dal consacrato lieo. Però nella sorella
+di Clodio vedesti il fratello che abborri. Io so tutto.
+
+— Quadrantaria?
+
+— Sì, Quadrantaria — che voi tutte spose e matrone e viragini, insigni
+di virtù e di quella castità onde la Diana Efesia provoca i dispetti di
+Febo, respingeste dalle vostre adunanze.
+
+— E adunque quante siam qui eravamo losche allora?
+
+— Tutte, o Terenzia.
+
+— Non esclusa la madre tua?
+
+— Non esclusa.
+
+E Cesare procedette innanzi, e interrogò amabilmente e astutamente
+ed epigrammaticamente altre donne, delle quali non era alcuna che non
+fosse iraconda contro di Clodio, e:
+
+— Guarda, o Cesare, gli dissero a più voci, guarda che fa Clodio
+adesso. Chi è innocente è imperterrito, e si conforta di generoso
+disprezzo. Ma l’indomabile belva sanguinaria or lambisce finalmente con
+lingua di coniglio.
+
+— A lui importa che la sua innocenza trionfi. Gli riuscirebbe più
+tetro il carcere, pensando che lo si volle in ogni modo vedere in Roma
+contaminatore di castissime donne (e fece un’appoggiatura forte su quel
+superlativo), mentre villeggiava in Interamna.
+
+E passò alla madre, che lo guardò severissima e taciturna.
+
+— Prendi, o madre, le inspirazioni da Minerva, e lascia che Nemesi
+avveleni altro sangue.
+
+E passò a Servilia.
+
+— E tu che pensi di Clodio?
+
+— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti.
+
+Servilia portava tale e tanto amore a Cesare, che, sapendo l’amicizia
+di lui per Clodio, non aveva voluto deporre ai danni di lui,
+protestando di essersi intrattenuta innanzi all’ara della dea, quando
+le altre donne vestite da baccanti e armate di tirsi erano uscite per
+vendicare non sapeva quale ingiuria.
+
+La votazione era finita, Cesare discese. Si contaron le palle.
+L’umiliazione di Clodio, e le insinuazioni del console Pisone, e le
+astutissime parole di Caleno, per allora, non valsero nulla. Quindici
+senatori votarono a favore di Clodio: quattrocento contro di lui. —
+E passò il decreto che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione
+con tutta la loro autorità, e niun altro affare si trattasse prima che
+questo non fosse esaurito.
+
+Cesare, in presenza di un decreto tanto severo, quantunque volesse
+tener celati i proprj intendimenti, già s’era mosso per recarsi
+alla tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico Ortensio,
+l’oratore a nessuno secondo, e che Cicerone, pure invidiando, amava. E
+prima di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe, e con voce atta
+all’espressione musicale (dono che Cicerone non aveva, tenendo una voce
+sonora sì, ma aspra),
+
+— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò che il mio voto fu per
+respingere la rogazione. Caleno ha parlato con gran senno. Gravi
+disordini saranno certissimamente per nascere da questa violenta
+risoluzione. Però vi faccio una proposta conciliatrice, che spero sarà
+da voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno pubblichi dunque _una
+legge per la quale si debba giudicare la causa di Clodio innanzi al
+pretore con giudici eletti_.
+
+Per deferenza ad Ortensio, che era altamente rispettato ed amato
+in Roma, e quasi sempre interpellato ed ascoltato in Senato, quella
+proposta fu accolta per acclamazione, e così pochi minuti distrussero
+la votazione di due ore.
+
+
+
+
+XIX.
+
+LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.
+
+
+Se non che, portata la causa davanti al pretore, Cesare, Crasso e
+Clodio videro essere stato inutile tutto il denaro profuso tra i
+senatori ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il tribuno ambidestro; e
+pensarono che tutto riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti assai
+più difficili, perchè era necessità brogliare in prima per la scelta
+dei giudici, poi con altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia.
+Quella scelta per Clodio andò tra bene e male. Cinquantasei furono i
+giudici; di questi varj erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie,
+le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente riescì a
+fare della maggior parte di quei molteplici elementi una pasta unica
+ed avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo con insulti alle
+tentazioni; ed erano i più potenti, i più influenti e i più ricchi,
+come naturalmente doveva essere. L’oro per essi non poteva aver la
+forza dell’esca. Ma Cesare tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più
+che un costrutto. Tra quei giudici v’era un _Contatore_, un _Ceva_,
+un _Furio_, di sfondate ricchezze, come fu detto, amanti della
+repubblica, onestissimi nella trattazione degli affari proprj e degli
+altrui; ma protagonisti in Roma di strani e non casti racconti, per
+l’effeminatezza dei loro costumi e per libidine delira.
+
+— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto che stavano tormentandosi
+per diradare le difficoltà — se io avessi le tre Grazie che vive e
+vere tu recasti a Roma da Atene, certo che costoro sarebbero presti a
+giurare anche il falso.
+
+— Anch’io ho pensato a questo, rispose Crasso; non veramente alle tre
+mie Grazie incomparabili, ma ad altre fanciulle che tengo nel gineceo;
+e ti giuro pei numi ch’io sono talmente arso di puntiglio per riuscire
+in questo affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i miei tesori,
+non che alle tre Grazie.
+
+E Crasso fece in modo di trovarsi con quei tre onestissimi Fauni
+togati; e, parlando con essi delle più belle donne di Roma, venne a
+proclamare la preminenza delle greche.
+
+— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che le più famose fanciulle
+romane parrebbero laide al loro confronto. Tra le altre, son tre
+ateniesi, insigni di così attraente perfezione, che tutte le statue
+d’oro degli dei che hanno are in Roma non varrebbero a compensarle. Ma
+tu non credi, o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena; e intorno
+al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno, gireranno liberali della loro
+scoperta beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al pari delle ore,
+mi segnano i passatempi del giorno.
+
+— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo anche gli altri tesori da te
+accumulati nelle tue conquiste.
+
+E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio i tre invitati;
+vi sedettero Cesare, Crasso e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta,
+briosa, lucente oltre il consueto.
+
+I tre Fauni stavano tracannando Falerno, quando, a un tal punto,
+vennero introdotte sette fanciulle delle più belle, comperate già, col
+più squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie d’Italia; e
+tutte nel costume delle sette _eterie_ che furon messe innanzi a Fidia,
+perchè delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse un insieme
+unico di non raggiungibile perfezione.
+
+E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono innanzi ai tre
+invitati attoniti e acutamente concitati; e uscirono dal triclinio.
+
+— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste che avete vedute, son
+bellissime figlie della terra; ma or vedrete le Grazie immortali, le
+tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore. Sorgete ed adorate! — E diè
+un cenno.
+
+Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte, chinati e timidi gli
+sguardi.
+
+ Erano inver beltà tutta divina.
+
+Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano arrubinati di Falerno, e
+il raggio dell’occhio, male affratellandosi coi raggi delle fiamme che
+splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il numero delle tre dive;
+e le giudicavano con entusiasmo, ma senza quel discernimento che vede
+il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare, il quale non beveva mai vino,
+guardando quelle fanciulle, non pareva più impossibile che la greca
+Elena avesse potuto esser cagione di una guerra decenne; e, dopo averle
+osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel presente tutto pregno di
+voluttà, volse il pensiero al futuro.
+
+E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a guardar Crasso con occhio
+sì parlante, che quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato
+alle schiave custodi, le tre dive, comperate da un mercante di Atene
+a un prezzo minore di quello ch’era stato offerto pei tre poledri
+celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate, uscirono di là — e poco
+dopo usciron tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e:
+
+— Voglio che tu parta soddisfattissimo di me; ho in pensiero di farti
+un dono; ma a un patto.
+
+— Qual dono e qual patto?
+
+— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre Grazie; ma tu devi operare
+in modo che per tua parte Clodio sia rimandato assolto.
+
+Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile il dono; onde
+conchiuse coll’accettare e coll’obbedire e col promettere e col
+giurare.
+
+Gli altri due fecero il medesimo.
+
+Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese da Cesare e Crasso; ma
+altre più turpi e più inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati
+all’amo.
+
+
+E venne il giorno che al Pretorio si radunarono i giudici per emettere
+l’ultima sentenza. Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque
+condannarono Clodio, trentuno lo assolsero.
+
+Così nei tempi corrottissimi si vende e si compera la giustizia, e non
+è mezzo, per quanto osceno, a cui non si ricorra.
+
+E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro profuso e delle fanciulle
+offerte e accettate, e d’altre turpitudini ancor peggiori, così
+prorompe Cicerone: — _Giammai una più scandalosa compagnia di ribaldi
+si assise innanzi alle tavole del giuoco assassino. Fra senatori infami
+e cavalieri cenciosi, sedettero pochi uomini onorati, coi volti mesti,
+quasi tementi di esser guasti dal contagio di quegli scellerati._
+
+Ma chi era lo scellerato primo e massimo?
+
+
+
+
+XX.
+
+POMPEO E CESARE.
+
+
+L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente se ne querelavano i
+savj, aveva per la prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata
+l’ara della giustizia, mentre mostrò quanto fosse prepotente la
+volontà di Cesare, a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento.
+Dipendeva solo dalla fortuna e dagli eventi e dall’incerto avvenire
+s’egli avrebbe potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza
+del turpissimo broglio. E fino a quel momento, di tutto quello
+che egli avea fatto per aprirsi una via alla potenza, alla gloria
+all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno. Dei numerati eroi,
+che sono gli atleti nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj,
+segnan le distanze e i caratteristici mutamenti della storia, Cesare
+è il solo che abbia dovuto o voluto attendere gli anni della gioventù
+più matura per salire al primato, e far convergere a sè gli sguardi
+dell’umanità.
+
+Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva trentott’anni; se allora fosse
+morto, l’oscurità avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla ancora
+avea fatto di grandissimo, e le fatiche di una insistente preparazione
+erano segreti affanni della sua mente e della sua ambizione. Ma
+quell’anno doveva segnare il suo momento critico.
+
+Sul principio di quello, Pompeo era tornato a Roma dalla guerra
+mitridatica. Aveva dilatate le frontiere dell’impero: il Ponto, la
+Siria, la Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando infino al
+Tigri tributarj della repubblica tutti gli altri re e popoli orientali.
+Aveva preso la città e la fortezza di Gerusalemme, entrando nel vietato
+_Sancta Sanctorum_ del famosissimo tempio. Aveva condotto Aristobulo e
+i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario Ircano, date leggi
+ai popoli conquistati, fabbricate trenta città, fatto il dono di cento
+milioni italici alle licenziate legioni. Però dal Senato gli era stato
+accordato il privilegio di portare nei dì festivi una corona d’alloro
+e la generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi equestri.
+Tutti lo proclamavano _il primo cittadino di Roma senza rivali_; e
+i prudentissimi di Roma, a stornare i crescenti disordini, già lo
+desideravano e proclamavano _Dittatore_.
+
+Primo ed unico era dunque nella città dominatrice: a lui privilegi,
+a lui corone, quasi re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma
+coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento e gemme, che il
+medesimo Crasso non poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano.
+Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina, che Demetrio liberto
+di lui e maggiordomo, e ladrone come sappiamo, aveva raccolto per sè
+più di venti milioni; onde, a mostrare gratitudine verso l’indulgente
+padrone, gli fece erigere a proprie spese quel primo teatro di pietra
+che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel tempo stesso in cui sorse il
+teatro monumentale, Pompeo edificò un tempio a Minerva, che fu celebre,
+più che per la sontuosa architettura, per l’iscrizione tanto laudatrice
+del Magno eroe, che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non ebbe mai
+esaltazione maggiore.
+
+Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva indegno di tanta fortuna,
+e lo chiamava ladro della gloria altrui nella guerra spartacica e dei
+Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che anche un pretestato
+avrebbe saputo compirle, e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e
+il meno atto a concionare, e il più intricato nei colloquj dove l’arte
+e la scienza e la filosofia avevano parte, guardava e fremeva a tanto
+sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza, e, ritorcendo
+sopra di sè lo sguardo, pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze
+avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato, lo avevan
+lasciato così sprofondato nei debiti, che oramai gli mancavano duemila
+talenti (dodici milioni di lire italiche) a non posseder nulla. E
+codesta frase, ch’ei trovò per la prima volta in uno di quei momenti
+nei quali l’ira si converte in facezia, per la prima volta fece il giro
+di Roma, e provocò il riso dei ricchi e dei poveri, e fu poi ripetuta
+per lungo ordine di secoli dagli indebitati di tutte le classi.
+
+Esso era anche uscito dalla carica di pretore, influentissima in
+Roma, perchè tutte le contese relative alle cose dell’amministrazione
+pubblica e privata, e alquante che riguardavano la giustizia e
+l’osservanza delle leggi, dovevano passare per le aule pretorie.
+
+Era dunque ridotto alla condizione di un semplice cittadino privato;
+sempre il primo tuttavia nei consorzj geniali, alla palestra,
+all’ippodromo, nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola
+e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti muliebre sapienza pei
+riverberi della luce paterna; ascoltato nelle questioni d’arte da
+Arcesilao, da Postumio, da Ermodoro, architetti insigni; vincitore
+sovente di Varrone in questioni d’archeologia; insegnatore a Pompeo di
+più esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato; meraviglia
+all’astronomo Posidonio, che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori
+nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia a Sosigene,
+ch’ei già preparava alla riforma del calendario. Ma codesti primati,
+sebbene costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano inerte nel
+campo de’ grandi fatti.
+
+Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla sua immensa fortuna con
+disdegno sprezzatore, e l’ambizione, come già era avvenuto al Magno
+Alessandro, nei momenti della massima esaltazione gli avesse già fatto
+parere angusta la terra, e si fosse affannato per ottenere il governo
+della Spagna, statogli finalmente assegnato, pure da qualche giorno non
+desiderava di lasciar Roma.
+
+
+
+
+XXI.
+
+L’IMPERIOSA.
+
+
+Cesare, il profumato libertino, il desiderato da tutte le donne, l’odio
+occulto di tutti i mariti, il rivale sospettato da tutti gli amanti,
+non era mai stato preso da un vero, profondo, violento amore. Troppe
+donne, troppe giovinette gli avevano aliato intorno più chiedenti che
+chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava una gratitudine
+schiettamente sentita, e per la quale ebbe una singolare preferenza,
+non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo onnipotente
+dell’amore, che, allorquando invade e conflagra un’anima, si accampa
+sovrano e prima di tutte le umane cose. Servilia erasene accorta, ma
+non per questo potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei era quello
+di una schiava africana, ardente, capace d’immergere il ferro in petto
+all’uomo idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata, atterrita
+pur nella ferocia, e governata da un fascino arcano.
+
+Il sentimento pareva al tutto incompatibile colla forza e la vastità
+della mente di Cesare, a guisa di un arbusto gentile che non può
+tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica. Ma Cesare era
+l’uomo onnilatere, e nulla cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però
+doveva attraversare, prima che la sua gioventù si chiudesse, una di
+quelle fasi della vita, che transitoriamente sembrano mandar naufraghe
+nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà della mente.
+
+Nella notte sacrata ai riti della dea Bona, tra le fanciulle
+sagrificanti insieme colle matrone, era prostrata innanzi all’ara
+quell’Elelia Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima casa
+romana di tal nome. Essa era nata nella Gallia Cisalpina, quando il
+padre suo, Popilio, fu governatore di quella provincia, ed era nata da
+madre gallica. Morto il padre, morta la madre, Elelia era rimasta unica
+erede delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava nell’antico
+palazzo degli Imperiosi, nella parte più alta del Palatino, custodita
+dalla sua grand’ava. Essa era insigne di eccezionale bellezza; chè le
+chiome biondissime e gli occhi azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e
+celebrati da Omero, non eran frequenti in Roma.
+
+Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice e conciliatore nelle
+contese iniziate da coloro che vantavano diritti su qualche parte dei
+lati possedimenti della fanciulla, degli ampj giardini, degli orti
+immensi, delle acque dell’Aniene che le irrigavano i campi, deviate
+cogli idraulici congegni che prima la vetusta Babilonia avea trovati.
+Per questo fatto, esso, oltre al vecchio liberto maggiordomo della
+casa Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni, avea dovuto sentire
+e il famoso Scevola e gli altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e
+quel Granio Fiacco, celebre per aver commentate le dodici tavole. Con
+essi erasi trovato nella casa Imperiosa, quando fu necessario vedere
+i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione di avvicinar la
+fanciulla.
+
+Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore, la guardò come un
+fenomeno muliebre, che mai non gli era apparso innanzi prima d’allora.
+Ognor concentrata in sè stessa e taciturna e altera, pareva ch’ella
+tenesse in soggezione tutti quelli che la circondavano, comprese le
+vegliarde che recavansi a trovar l’ava, compresa l’ava stessa. Ma,
+se più spesso era taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed eran
+severe ed assennatissime, nè parevano uscire da labbro giovanile.
+
+Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla nutrice, e il natìo
+latino, parlava il greco col soave accento eolio; onde Apollonio,
+quando l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata dalle aspergini
+del mare Argolico. Laja, la celebre pittrice che avea ritratto Cesare,
+le apprendeva il disegno, e Laja si gloriava di quella fanciulla
+singolare. E le lodi non pareano toccarla. Sariasi detto che, quasi
+tenesse da qualche divinità, di lei particolare custode, la notizia che
+i numi avean decretato di costituirla nel privilegiato possesso di doni
+intellettuali e corporei non concessi altrui, ella non facesse più caso
+delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne avesse orgoglio nessuno, si
+riputasse come segregata da essi.
+
+Cesare pertanto fu vivamente attratto da quella fanciulla,
+considerandola come un arduo problema da sciogliere, e nel tempo
+stesso, e più forse, perchè provocava in lui una sensazione acutissima
+quella bellezza eccezionale, e quell’intelletto che era fuori affatto
+dell’ordine femmineo. Onde, sotto colore delle consuete faccende
+pretorie, e della necessità di abboccarsi con Scevola, il quale tenne
+preghiera dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso da lei le sue
+tre così belle coltissime figliuole, e di trovarsi a conversare con
+Laja, la quale, anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi con
+essa, Cesare era venuto moltiplicando le visite in quella casa, e a
+tale che non passava giorno che non vedesse la _tiberina_ Imperiosa;
+col qual predicato ei la distingueva, perchè le chiome di lei eran
+bionde e profluenti come le onde del Tevere. E venivano in quella casa
+anche Cicerone e Terenzia e Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio,
+e vi si recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj, e i
+padri e le madri di quelli, segnatamente allorchè aveano le fortune
+dissestate; chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più che dai
+giovani, tenuti pressochè in isgomento da quell’aura sacra onde ell’era
+circonfusa, dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le nebbie
+vespertine che si innalzavano sugli immensi poderi di lei, più di quel
+che temessero la sacra aura.
+
+In quei conversari diurni e notturni di Cicerone, ad onta e di Ortensio
+e del rètore Diodato, Cesare brillava ognora di una luce tutta propria.
+Di qualunque cosa ei discutesse, teneva sempre il campo. Bensì,
+con arte squisita e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere
+il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone, che pur era
+invidiosissimo, non sentiva invidia di lui; onde potè lasciar scritte
+in lode di Cesare quelle celebrate parole a Cornelio Nepote: «_E chi
+di lui è più acuto e più frequente di sentenze? chi nelle parole è
+più ornato e più elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare
+supera tutti quanti_. Molti bellissimi giovani romani facevan cerchio
+intorno all’Imperiosa, parlante Giulio; ma Elelia non era attratta
+da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna chioma fittamente
+ricciuta. Ascoltava attentamente il giovane trentottenne, il giovane
+declinante, il già calvo Giulio, che indarno tentava dissimulare quello
+da lui sì aborrito difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate
+chiome, che soltanto gli crescevan folte presso l’occipite. Bensì ella
+chinava gli occhi, quando la nera e vivacissima pupilla di lui saettava
+gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per brevi istanti, Cesare
+ed Elelia si trovaron pressochè soli; vale a dire che, sebbene nella
+camera medesima stesse l’ava seduta, la quasi cecità e sordità di lei
+non era d’inciampo a che potessero parlar liberamente.
+
+Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra, or guardava Roma
+sottoposta, e parea ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre
+ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or piegando la testa,
+tenea dietro alla giovane Imperiosa che, meditante e ad ampi passi,
+s’affrettava dall’un canto all’altro della camera.
+
+Ci fu un momento nel quale i loro sguardi s’incontrarono. Allora
+Cesare, staccatosi dal parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e:
+
+— Qual pensiero affretta così il tuo passo?
+
+— Il tormento d’esser donna.
+
+— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se invece tu fossi uomo....
+
+— Tutto il mondo.
+
+— Quanti anni hai tu?
+
+— Diciotto; chi non lo sa?
+
+— E trentott’anni a me conta la Parca, e il mondo non è ancor mio.
+
+— Se più t’indugi, non lo sarà mai. Guarda Pompeo. Non è di molto
+maggiore di te. E a ventiquattr’anni aveva già trionfato.... ed ora è
+il dio di Roma.
+
+— E questo a te dà tedio?
+
+— Tedio ed ira; e mi punge, quasi doloroso, un desiderio che sorga
+finalmente l’uomo che lo soggioghi.
+
+— E credi che viva in Roma un tal uomo?
+
+— Tu.
+
+Cesare tacque.... e piegando poscia il discorso:
+
+— Vuoi tu rimaner sempre fanciulla e consacrarti a Diana?
+
+— No.
+
+— Dunque perchè fra tanti patrizj cospicui di gioventù, di valore, di
+ricchezza, non scegli colui che ti faccia sua sposa?
+
+— Chi di loro meritò statue d’oro? Per chi di loro sorsero templi? Do
+preferenza alla gioventù, ammiro la beltà; ma non mi vince davvero che
+il fatto di una virtù straordinaria.
+
+— E scegli dunque Pompeo. Una consorte ei cerca.
+
+— Pompeo ha dieci anni più di te.
+
+E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare, e Cesare ognor la seguiva
+ammirato, e sempre più gli s’involavano gli inizj per isciogliere
+quello strano problema. E, osservando la stupenda e quasi matronale
+figura di lei, per la quale mostrava un’età maggiore, e guardando
+la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma, bianchezza tutta
+soffusa di rose freschissime, e tali doni congiungendo alla precocità
+dell’ingegno, e alla stranezza delle sue maniere, e alle aspirazioni
+che parevano soverchiare età e sesso, si venne ricordando di talune
+considerazioni (Cesare avea voluto intingersi anche di medicina)
+del medico Antistio (colui che doveva poi alle fatali idi contare ed
+esaminar le ferite) intorno a talune malattie che nella primissima
+giovinezza sembrano accrescere i doni della natura mortale; a guisa
+dell’arsenico che, amministrato con scientifiche dosi, tingeva del più
+florido color del cinabro le guancie del re Mitridate. E si rammentò
+che Antistio avea definita quella malattia: _pulcher et intellectualis
+morbus_, il quale, di quel tempo, più che altrove, era frequente nella
+Gallia Cisalpina; onde a Cesare sembrò possibile che nel sangue della
+divina Elelia la gallica madre avesse deposto un germe lieve di stroma
+formoso e roseo e geniale.
+
+Ed ella si fermò di tratto, e disse:
+
+— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania?
+
+— Sì.
+
+— T’affretta adunque.
+
+— S’io vi morissi ne avresti dolore tu?
+
+— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria circonderà te spento,
+adorerò l’ombra tua in perpetuo.
+
+Cesare tacque.
+
+Annunciate, entrarono in quel punto le tre figliuole di Scevola. Cesare
+uscì; attraversò il cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli
+alitassero le aure dei beati elisi, pressochè trasmutato, si avviò alla
+sua casa nella Suburra. Se non che, a mezza via, un liberto in cocchio
+gli venne incontro affrettatissimo, e, allorchè fu presso a Cesare:
+
+— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata. Il cavedio è invaso.
+
+— Da chi?
+
+— Dai ladri.
+
+— E che ladri?
+
+— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’_acies asiatica_....
+
+Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto alla Suburra. — Un grido
+nemico lo accolse. Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo guardò
+dall’alto quella ciurma inferocita.
+
+Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione usurajo, già quasi
+ricco come Crasso:
+
+— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se prima non mi avrai
+restituito quel che ti ho sborsato. Di cento talenti mi sei debitore,
+due milioni di sesterzj.
+
+— E a me cinquanta ne devi, gridava un giudeo. Io ti ho pagato le
+statue, i quadri, i cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi.
+Pagami, o Cesare, o indarno speri di andar governatore nelle Spagne.
+
+— Bada, gridava un altro, ch’io narrerò a Catone i tuoi notturni
+colloquj con Servilia; pagami, o io pagherò i vafri più feroci di Roma
+perchè accompagnino con sibili quella donna tua, quando si mostrasse in
+pubblico. Paga, o Cesare. Tu volevi partire e lasciarci tutti scornati.
+
+Cesare discese da cavallo, e stato calmo un istante, e, come
+raccogliendo le sue forze, perchè voleva esser certissimo dell’effetto,
+si concentrò in sè, e d’improvviso lasciò andare un colpo di mano sulla
+guancia di Assio, un così poderoso colpo, che colui cadde intronato su
+quelli che gli stavan dietro; poi, preparandosi al peggio, trasse dal
+cinto della tunica la consueta sua elegante balena, armata di plumbee
+palle dorate, e a quegli che aveva dette parole ingiuriose a Servilia,
+e accorreva in aiuto di Assio centurione, l’appoggiò sì risolutamente
+tra il naso e il labbro, che il dolore acutissimo impedì a colui di
+vedere e di sentire il sangue che gli scorreva sul sajo. E intanto la
+plebaglia, che là s’era addensata da qualche tempo, applaudiva battendo
+palma a palma, e gridava:
+
+— Viva Cesare, viva il divino Cesare.
+
+Sebbene alquanto placati, e dal risoluto contegno di Cesare, e
+dagli evviva urlati dalla canaglia, pure i creditori non si mossero;
+s’atteggiarono anzi come se risoluti di non lasciar più quel posto.
+
+— Se questa canaglia, diceva un di loro, dovesse aver danaro da te,
+udresti, o Cesare, se allora ti acclamerebbe.
+
+— Divino ti chiamano, diceva un altro sghignazzando con disprezzo
+ostentato, così fosse! che Venere almeno, la tua grand’ava, ti
+pagherebbe i debiti.
+
+— Silenzio v’intimo, gridò allora Cesare, entrate tutti e attendetemi
+nel cavedio. Oggi sarete pagati.
+
+Entrò anch’esso, e per alcuni istanti si sentì umiliato, percosso,
+disfatto.
+
+— Più nulla dunque io sono, egli dicea fra sè, un gruppo di
+vilissimi creditori può abbattere un Dio: e venti carri pieni d’oro
+accompagnarono Pompeo nel suo viaggio trionfale!
+
+E stette pensando e ripensando al modo di poter avere, in quel giorno,
+venti milioni, almeno, di sesterzj grossi. E statuì di raccomandarsi a
+Crasso.
+
+
+
+
+XXII.
+
+RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.
+
+
+Nel 693 _ab urbe condita_, Cesare era partito da Roma con venti coorti;
+nel 694, già reduce dalla Lusitania, stava attendato fuori della città
+in aspettazione del trionfo, salutato _Imperator_ dalle idolatranti
+legioni, nel campo circuito dagli _impedimenta bellica_ che avevano
+trasportato l’oro ispano a colmare il romano tesoro, lasciando a Cesare
+quanto bastava per cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro
+contumelie amare nell’umile sorriso e nelle profferte di servigi nuovi.
+Quindici milioni di lire italiche furon necessarie perchè si tirasse
+intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso, alla partenza di
+Cesare, non aveva pagato che poco più del terzo dei debiti di lui. Nè
+li aveva pagati per amore suo.
+
+Un atto generoso, quando varca la misura comune, quasi sempre, non
+è generoso che nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato Pompeo,
+non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva sè incapace di soverchiare il
+Magno eroe, desiderava che altri sorgesse a metterlo finalmente in
+ombra. E un anno solo aveva bastato perchè Pompeo non potesse più
+dir, sogghignando, quando udiva le lodi di Giulio: « — Non basta una
+_povera_ corona di quercia, nè due misere campagne col vecchio Termo,
+e i servizj sotto l’_Isaurico_, perchè costui dai ginnasj e dalle
+accademie e dall’ippodromo passi a soggiogar provincie e nazioni.»
+
+Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come i brividi che annuncian
+tempesta; onde la prepostera invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto
+che Cesare partiva propretore per le Spagne, non era affatto fuori di
+ragione. Precedenze di gloria militare, qual condottiero d’eserciti
+in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne; ma in quel modo
+che Cesare avea la più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma l’avea
+in lui, quasi quel prediletto avesse riportato già dieci trionfi.
+Pompeo soltanto sogghignava, di quello sprezzo però che vien respinto
+dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo, disprezzava Pompeo,
+il gloriosissimo, il presunto dittatore perpetuo. Ma Cesare era
+convinto del proprio disprezzo; e diceva che se Lucullo e Crasso, e
+Termo decrepito, avessero combattuto contro di lui, sempre sarebbe
+stato vinto, e: — _Sì_, diceva, _costui, codesto semidio, non è
+già figlio della virtù, ma solo della indulgente fortuna_. — Ma
+la fortuna, se non indulgente, non fu avversa a Cesare, e permise
+che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti suoi e il valore
+incomparabile, si mostrassero all’aperto e si rivelassero nella
+loro più completa potenza. In lui tutto era maturo, come la sua età.
+Esso contava trentanove anni. L’attraente gioventù dava luogo alla
+poderosa virilità. E nelle Spagne, in un anno solo, potè far mostra
+di tutte le sue molteplici doti; potè rivelarsi gran capitano, grande
+amministratore, e più che conquistatore, scopritore di nuove terre.
+Era l’annuncio di quel che avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella
+Britannia. Fortunato, più che i posteri assalitori, nella guerra
+delle montagne, spinge le popolazioni ad abbandonar _fuggendo_ quelle
+altezze, fino allora credute inaccessibili a piede straniero, a
+gettarsi al piano, a passar fiumi in uno coi limitrofi atterriti, e
+rifuggirsi all’oceano; e getta zattere a trasportar le proprie truppe,
+che in parte rimangono affogate dalla marea sorveniente, e vi ammira
+quel Marco Sceva, da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua lotta
+giuridica per la patria potestà, e trovato semivivo nella battaglia
+di Perugia fra l’inestricabile intreccio dei cadaveri, dove quel
+dì Catilina potè fare spavento ai veterani del console vincitore;
+lo ammira nel punto che, nelle acque dell’oceano, solo fra tutti,
+riguadagna, nuotando, la riva; e non sapeva che quel prodigioso giovane
+era destinato a morire a Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a
+dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di strapotenti versi.
+
+Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei di Cesare aveano
+invase e conquistate regioni già note.
+
+Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute. Brigantio,
+regione tutta abitata da selvaggi, fu da lui rivelata per la prima
+volta ai geografi romani.
+
+Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore di terre e
+d’uomini, doveva mostrarsi profondo amministratore; onde i medesimi
+ispani lo salutarono liberatore e benefattore.
+
+Era colà, da gran tempo, feroce e continua la lotta tra creditori e
+debitori.
+
+La fittissima falange di questi volea far proclamare l’abolizione
+totale dei debiti, e i creditori, armati, invadevan le terre state
+offerte in cauzione.
+
+I creditori domandavano a gran voce alle autorità, che il carcere
+e il digiuno e altre pene corporali, perfino la fustigazione, si
+decretassero inesorabilmente ai debitori insolventi; e questi se ne
+ricattavano incendiando le case de’ creditori, mettendone a ruba e
+a sacco i poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore della
+forza armata, poca e impotente a frenar tanta ira, mantenuta negli uni
+dall’avidità insaziabile, negli altri dal terrore della miseria, più
+spaventosa della morte; epperò, ben più che una guerra civile, era una
+guerra selvaggia, resa più funesta dall’indole indomita e fierissima
+degli abitanti.
+
+Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine dei debiti e la piaga
+dell’usura, e già avea pensato al modo agevole di porvi riparo, se
+nelle sue mani fosse venuta la somma delle cose, provvide ad attuare
+in Lusitania quel che aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e la
+presenza delle sue trenta coorti compresse ogni opposizione) che
+i creditori non commettessero, pel loro diritto sebbene legittimo,
+un atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando ogni anno
+per sè un terzo delle loro rendite, ne concedessero i due terzi ai
+creditori, fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo con ciò
+a conservare la proprietà, stornò l’azione degli usuraj di Roma, di
+quell’_acies asiatica_ che si faceva sempre più invadente e pericolosa;
+e salvò il capitale dei debitori, il quale sarebbe stato divorato nel
+momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni.
+
+La guerra di Spagna fu per Cesare quel che fu pel primo Bonaparte la
+guerra d’Italia. Notissimo il primo in Roma, ma, avanti la conquista
+della Lusitania, ignoto al rimanente del mondo. Senza luminosi fatti
+precedenti che fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso in
+sè stesso sino alla temerità, e fiducioso in lui il popolo romano sino
+alla cecità. La corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono
+l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi. Ma di tratto, arrivati
+l’uno e l’altro sul campo delle grandi imprese, giganteggiano senza che
+sieno manifestate al volgo le preparazioni del genio; ma consapevoli
+essi soli di quel che prima avevano pensato e vagheggiato e sperato
+e operato in più guise e per più vie. Però, compiuta l’impresa, sì
+all’uno che all’altro applaudono il paese conquistato e la patria del
+conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio in petto ai vinti. Il
+successo, superiore all’aspettazione, condanna l’invidia a mascherarsi
+di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma, tutta Roma uscì di sè stessa
+per muovergli incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si assisero
+nella sua tenda; Pompeo venne solo, a tributargli onore con gran pompa
+di aurato cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero curvi
+innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò come se stesse all’ara.
+
+La plebe intanto urlava innamorata ed ebriosa.
+
+Numerose schiere di viniferi erano state distribuite nei varj quartieri
+della città, dal bevitor d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma
+bevesse alla salute di Roma.
+
+E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che era l’espressione più
+completa della forma repubblicana, essendo stato creato quando appunto
+furono discacciati i re; e, in processione, apparvero il Flamine Diale,
+ed il Marziale e i dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte,
+e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici di donne, e vennero le
+Vestali, non già quali custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano
+dell’impero, significando così ai conquistatori e trionfatori che non
+dovevasi loro, la vittoria e la fortuna di Roma, ma ad una celeste
+potenza inspiratrice e guidatrice dei duci, per necessità ineluttabile.
+E a questi sacerdoti e sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero
+altri d’altre classi che non aveano incarico nessuno fra la terra
+e l’Olimpo; e sfolgoravano le matrone e le giovani donne patrizie
+nei loro cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle elastiche
+cigne; e i giovani cavalieri premean cavalli condotti dalle regioni
+diverse della repubblica, onde ai bruni corsieri delle stalle di Roma,
+dalle prolisse criniere, si mescolavan quelli della calda Arabia, dal
+vellutato-cangiante mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e del
+placido Scamandro, e i palafreni mirabili di Lucullo, ch’ei proclamava
+discesi da quelli che Giove avea concesso a Troe in premio di Ganimede.
+
+E il prefetto della città, il quale copriva anche la carica d’ispettore
+dei circensi, avea mandato al campo di Cesare due elette schiere di
+atleti e gladiatori.
+
+Capitanava i primi il famosissimo Cromi di Mitilene, lottatore e
+pugillatore fin allora creduto invincibile, onorato di statue nei
+circhi di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di Ercolano, siccome
+allora voleva l’ingiusto costume; chè insieme colle statue degli dei
+e degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e più spesso all’eroe
+non era concesso il simulacro ond’era stato insignito il lottatore,
+che poteva batter la polvere tra le fischiate della disprezzante
+plebe. Cromi era allora il primo dei primi in tutto lo stato romano,
+e di recente, nella stessa Roma, per la prima volta, da che nel
+circo massimo combattevano atleti, gli era stata decretata una
+statua di bronzo dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui era
+elettissimamente formoso, ma più arieggiante l’Apollo che l’Ercole;
+onde, nell’apparenza, non offriva caparra di prepotenza muscolare;
+bensì, la proporzione mirabile del suo costrutto era quella che gli
+comunicava il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una completa
+idea del come ei fosse, più che ammirato, idolatrato in Roma, si pensi
+ai tumulti e ai fremiti che provocavano i toreadori nei circhi di
+Spagna. Al tempo del celebre _Montes_, l’ammaliatore, e dell’andaluso
+_Ciclanero_, il bello, allorquando procumbeva il toro trapassato nel
+collo dalla lama lieve, tra le grida sfogate onde il circo risuonava,
+grida ed urli esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso delirio,
+ai piedi di quei trionfatori cadean collane e catene d’oro, onde le non
+più orgogliose dame si spogliavano, ammiranti un uomo che avea fatto
+stramazzare una bestia.
+
+Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando ei sorgeva solo fra
+gli atterrati avversarj, e girava lo sguardo intorno, ascoltando con
+accettante sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, gli edili, i
+pretori, i senatori, gli gettavano anelli e stili aurei e gioje, e
+parean grano lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e cinti e
+zone, ove i rubini gareggiavano coi più preziosi piropi. Nella piccola
+ma eletta cliptoteca della sua casa, chè egli affettava l’opulento
+patrizio, e non si riputava inferiore a Pompeo, sorgeva, alto quasi un
+palmo, sul pavimento lo strato di quei monili, come se fossero avena da
+tramescolare a palate. Esso portava i capelli inanellati e prolissi e
+cadenti sul collo, contro il costume degli atleti che li teneano rasi,
+perchè non fossero mezzo di vittoria all’avversano. Ma egli teneva in
+gran pregio quella chioma, onde gli si incorniciava voluttuosamente
+il greco volto, e portava il berretto frigio, e pari ad Achille si
+riputava, e al non minore Diomede, onde ricantava con atletica voce i
+passi che loro si riferivano nel greco d’Omero.
+
+Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria, nell’arte propria era
+celeberrima al par di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava
+nella commedia e nella tragedia. Valente nella prima, non superabile
+nella seconda. Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo.
+Nell’_Agamennone_, vestendo il personaggio di Clitennestra, atterriva
+gli spettatori. Avea recitato, ed era già celebre infin d’allora, per
+l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; doveva recitare per la
+dedicazione del teatro di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare
+decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse più d’un secolo, ad
+onta dell’indole irrequieta e rabida, delle passioni ch’ella assumeva
+recitando colla più completa espressione del vero, e delle passioni che
+arsero lei stessa anche fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella
+subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.
+
+Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a liste d’oro, e pareva una
+regina assira meglio che una commediante e, assisa in trono anzichè
+in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo di schiavi. Essa non
+era lunge dal drappello capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei
+giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più belli fra i bellissimi,
+e ripiegandolo poi sul suo, e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno,
+in sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e tanto più che,
+passando qualche ora prima davanti al pronao del circo, aveva veduta la
+statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.
+
+Il genio dell’arte che in essa era strapotente, per virtù di
+quell’arcano istinto che, inconsapevole, opera prodigi, e può
+operare tra le più deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone
+inclemente, le facoltà dello spirito, quelle facoltà che sovente,
+anche nelle persone più volgari, pur si trovano nel più tranquillo e
+fortunato equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo Cromi, nel dì
+ch’essa, adocchiandolo, arse d’insano amore per lui, fosse caduto morto
+a battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe dovuto render
+grazie alla benefattrice fortuna. L’amore geloso di Giovanna la Pazza
+per Filippo il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato cadavere
+di lui fosse veduto da occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore
+di Emboliaria per Cromi.
+
+Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. Veniangli d’appresso
+Pompeo e Crasso e Lucullo e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo
+colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore delle gesta
+di Cesare nel suo _Commentarium rerum urbanarum_, che, già accennammo,
+era la _Gazzetta_ di Roma antica, istruiva Roma quotidianamente di quel
+che operavasi in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista e artista,
+dipingeva, più che raccontasse, que’ fatti di guerra, di cui Cesare
+mandavagli i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali appariva
+l’intelletto maestro che voleva geometria rigida e non pompa di stile.
+Ma, colla pompa dello stile e colla adulazione, il _progiornalista_
+romano, preparò le ricchezze future e quei famosissimi giardini che
+ancora oggi si chiamano di Sallustio.
+
+Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei e quasi colleghi e,
+in apparenza, amici, apparve tutto quanto militarmente vestito. Il
+paludamento imperatorio, che era la clamide coccinea, non impediva che
+fosse veduta l’argentea lorica, lavoro insigne di cesellatore greco; le
+figure di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio di olimpiache
+deità a basso rilievo, eminevano tratte dal metallo a tutto sbalzo.
+E Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò coperto il capo
+della galea vetusta. La calvizie, più che minacciosa in Roma, lo avea
+debellato in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo a quella per lui
+aborritissima deformità, si coprì la testa. Ancora giovine non voleva
+che le romane sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, e quella
+galea aveva un cimiero sul vertice, contesto d’oro e adorno di brevi
+piume rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, mezz’alzata e mezzo
+abbassata, volto indescrivibile, dove l’alunno di Marte, fortissimo e
+tinto e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche e dalle notti
+dormite _sub luna_, faceva la pace col pronipote di Venere celeste; ed
+ei lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.
+
+E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio e cocchio, dove più
+sfolgoravan le patrizie, e stringendo la mano ai senatori, agli auguri,
+ai sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, e sparpagliando
+ovunque sorrisi ammaliatori, quali non vide mai Roma sul suo labbro
+espressivo, diceva brevi ma succosissime parole intorno alla cosa
+pubblica, e interrogava Sallustio e Cicerone su quanto era avvenuto in
+Roma durante la sua assenza.
+
+— E perchè non vedo Catone qui?
+
+— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò Sallustio; tu ben sai
+che l’austerità sua gli fa abborrire ogni tripudio festoso.
+
+— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, a chi vende e compera le
+mogli come se fossero giumente, e a chi presta danaro al venti per
+cento.
+
+— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e in Roma tu non avesti mai
+più ostinato e implacabile avversatore di lui.
+
+— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, soggiunse Crasso, non
+isperare che, come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda l’onor
+del trionfo, e insieme il diritto di ambire al Consolato.
+
+— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò a chi la vuole la
+purpurea borsa che lo contiene.
+
+E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente le strinse
+l’asiatica mano.
+
+— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno sgomento, vestito di voluttà,
+sempre mi invade quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o Mirra,
+fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. Pensavo a te, o Galeria,
+sulle rive dell’oceano, ma pensavo anche che il tuo Cromi divino mi
+ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, e, mentre lo ammiro, mi dispiace.
+Sovrumano egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è fido?
+
+L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:
+
+— A che tu vorresti accennare? disse.
+
+— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, per te non cieco, ti tenga
+nel suo inflessibile, soave governo.
+
+Cesare era amabile e gentile colle artiste; coll’Emboliaria in modo
+singolare; chè ammirava in essa il talento drammatico straordinario,
+ma si rideva delle strane pretensioni di lei, epperò, nel suo accento
+sentivasi la nota dell’ironia che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi
+una regina assira. E Cesare venne all’atleta Cromi, e lo inaffiò di
+lodi; ma, parlando con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava a un
+cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, alla quale ei passò
+tosto; e fu l’ultima visitata, mentre avrebbe dovuto essere la prima.
+
+Cesare le parlò sommesso:
+
+— Ho incise nella memoria le ultime tue parole; sotto a questa lorica
+stanno le tue lettere di fuoco....
+
+L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, e torse la biondissima
+testa, e all’onniveggente Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e
+di lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette Cesare, strinse la mano
+sudante dell’Imperiosa, e ritornò alla tenda.
+
+
+
+
+XXIII.
+
+CESARE E ROMA.
+
+
+Erasi ritirato nella tenda, intanto che il campo in aspettazione della
+prima notte, attendeva all’esercizio delle armi, nelle quali persino i
+centurioni più veterani andavano addestrandosi, quasi fossero gregarj
+nuovi. Le trombe finalmente diedero il segnale del riposo. Ciascuna
+centuria si ridusse al proprio quadrato. Dopo qualche tempo, squillò
+un secondo segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo successe
+al fracassìo del giorno, non interrotto che dai nitriti giocondi
+dei cavalli, i quali pareva si rimandassero i saluti da un estremo
+all’altro del campo.
+
+Cesare stava aspettando il decreto del Senato, il quale certissimamente
+gli sarebbe stato favorevole, se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone,
+come grandine assidua, non avesse percosse e sgominate le menti dei
+senatori; pure, non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva una
+schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna volevano innestare la
+propria; ond’esso tuttora sperava che gli venisse accordato e l’onor
+del trionfo e il diritto di ricorrere al Consolato. Ma, dopo essersi
+tormentato d’ira pensando all’inflessibile nimicizia di Catone,
+cangiò quel tormento in un altro, rimeditando il fatto che per lui
+non aveva più bisogno di prove, della superba fanciulla Imperiosa,
+che aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi di un atleta. Egli,
+Cesare, il discendente di Venere, il primo sacerdote in Roma alle are
+pafiche, arbitro e donno delle più cospicue beltà romane, egli, il
+vincitore della Lusitania, era stato posposto ad un atleta. Ben questi
+aveva ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma Cesare considerava
+quegli onori come volevano essere considerati; però un atleta, per
+quanto applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi occhi nulla
+più che pubblico ludio. Ma si sforzò a distorre da sè quel pensiero,
+diventatogli, con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo, e
+messosi a sedere, si diede a consultare le opere che teneva accumulate
+sulla tavola. Erano i lavori di geografia più celebri a quel tempo. I
+lavori di Eratostene, d’Ipparco, di Seragione, di Polibio.
+
+Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare, quando venne cogli
+altri a visitarlo, gli aveva portato a leggere gli abbozzi delle
+ricerche intorno a Roma antichissima. Cesare, più ancora di Cicerone
+e di Sallustio e d’altri, dava importanza a tali studj, e talora,
+lasciata ogni altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello
+scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà di chi idolatra la
+terra nativa, e tutte le altre trova seconde ad essa, e ne esplora
+le origini affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini futuri.
+Colla scorta di Varrone, e col lume della dottrina propria, nel
+silenzio del campo, risalì la corrente dei tempi. E si partì da
+quel momento, momento di più secoli, allorchè intorno alle rovine
+dell’impero etrusco, tumultuavano sanguinarie, nella gara disputata
+della conquista, le varie genti dell’Italia primigenia; e, fermandosi
+tra codeste genti a considerare gli atteggiamenti della storia, e
+il carattere delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze
+intorno alle divinità che riassumono i costumi dei popoli, sentìa quasi
+rammarico che l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi proavi;
+e pensava alle primavere di sangue, in cui si trucidavano quanti
+eran nati in quella stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean
+latitanti; e qui vedeva l’origine prima della sua Roma, e la valle dei
+mistici sette colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove, secondo
+gli scrittori greci, era sorta la primitiva Roma, la Roma anteriore a
+quella di Romolo; e leggeva un passo di Varrone, il quale confutava
+quegli scrittori che attribuivano l’origine di Roma ad un figlio di
+Ulisse e di Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario, trasmutatosi
+in poeta nel coprir di contumelie Crispo Sallustio, fatto seguace dei
+Greci in quell’opinione.
+
+Continuando sempre con Varrone, guardava se quell’amico suo avesse
+rivelate cose ch’ei non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e il
+pomerio, o _post murum_, e il primo solco, e il foro boario dall’eneo
+toro, e l’ara di Ercole e le costruzioni di Tito Tazio.
+
+Ma, dall’archeologia passando alla storia, e lo sguardo togliendo
+dalle tavole di Varrone, Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e
+considerò che in tre secoli la fama di essa non era ancora uscita dal
+suo cerchio, sebbene crescesse e maturasse lentissimamente, pur fra
+tradimenti e discordie e guerre e sconfitte; e s’intrattenne coi sette
+re, e più assai coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia
+come, sebbene quel re fosse stato astutissimo e fortissimo, e per più
+anni onnipotente, pure non avesse potuto tener testa a chi non lo volle
+più. Non aveva però, considerava Cesare, legioni a sè devote, e non era
+possente nell’arte della guerra, e la fama non ci riferì ch’ei fosse
+valorosissimo, e, comunque fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima di
+accarezzare la plebe; se le avesse dato quel ch’ella chiese e ottenne
+dopo, se le avesse concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il
+diritto a tutti di salire ai primi gradi dello Stato, e l’eguaglianza
+dei diritti, non sarebbe caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe
+continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e di periodo in periodo,
+quando venne al momento dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare
+s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno della tenda con
+passo celere; pareva che assistesse ad una scena presente, e vedesse le
+sgominate legioni e i soldati sgozzati per la campagna, e i cittadini
+in fuga, e Roma messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici latini
+compianta, come se già fosse un mucchio di rovine; così accigliato,
+pareva meditasse una vendetta lunga, sterminata, inesorabile, più
+tremenda assai dell’antica offesa, e forse in quel punto gli entrò in
+petto l’avida brama di essere inviato colle sue legioni a conquistar
+le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo, Romolo secondo, padre della
+patria, come il popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria e ai
+Galli, scannati tutti.
+
+Pur meditava che quel duello a morte tra invasi e invasori, era stato
+utile, perchè i popoli italici s’erano stretti così intorno a Roma,
+e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono dall’odio contro
+di essa, come fecero gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie;
+tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione a Roma di
+spiegare tutta quanta la sua sapienza armata, e però con sessant’anni
+di guerre, terribilmente e astutamente guidate, provocare il desiderio
+nelle genti dell’Apennino, nei popoli del Sannio, del Lazio, della
+Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini romani. A questo
+punto, s’intrattenne con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle
+disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era il primo popolo
+del mondo, e pensò ad Alessandro, che, non ancora trentenne, aveva
+sottomesso più che cinquanta milioni d’uomini, e ai Greci successori,
+caduti in bassa viltà, e al re Pirro, e alle due sconfitte toccate
+per l’inaspettata comparsa degli elefanti, e l’impeto, non mai prima
+sopportato, della cavalleria tèssala; si confortò rimeditando il senno
+del nonagenario Appio che negò a Pirro di venire a patti, se prima non
+fosse uscito d’Italia, onde fu causa che il re, tornato alle armi,
+dovesse ridursi, vinto, al suo regno cogli inutili elefanti e colla
+non più invincibile cavalleria tèssala. E Cesare di nuovo si accigliò
+e s’alzò di nuovo, pensando alle guerre puniche e alla morte di Regolo
+e al genio di Amilcare cartaginese, che preparò il genio maggiore
+del figlio Annibale, inizj della prima guerra punica, intercalata
+dall’invasione dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani, e d’altri della
+loro schiatta, che misero il Senato nella necessità di decretare la
+patria in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del console Flaminio
+e di Metello.
+
+Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto, e prolungando il
+soliloquio della memoria al cospetto della stragrande figura di
+Annibale, si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico, della
+guerra, della conquista, della gloria, dell’impero. Cesare solo poteva
+comprendere Annibale, il solo nemico di Roma che aveva compreso
+Roma; uomo di guerra, insuperabile, ma uomo eziandio di profonde e
+profetiche vedute politiche, che, unico allora, e prima dello stesso
+Scipione, avea pensato come, dopo il postremo cozzo tra Cartagine e
+Roma, la fortuna avrebbe decretato ai popoli a quale delle due città
+dovessero obbedire. Cesare, considerando quel guerriero straordinario,
+e confrontando il sistema degli eserciti dei condottieri romani e
+del cartaginese, stupiva come colui potesse governar le battaglie con
+tanta disparata varietà d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico,
+l’Asiatico, e con soldati barbari e persino antropofagi, non aventi
+numi, nè riti, nè patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto
+del plebeo Varrone, che, solo e senza un soldato, pure ottenne dalla
+sapienza del Senato Romano il trionfo della sventura. Considerava come
+lo sterminato genio d’Annibale, se mandava uno splendore perpetuo fra
+i posteri, era stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non lo
+avea compreso, per il che perdette poi sè stessa a Zama, dove Scipione,
+rifacendo il disegno di Regolo, avea tratto il formidabile nemico.
+
+E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale, giocando l’ultima
+sanguinosa giocata, e quel pensiero comunicò ai legionarj, quando dal
+cavallo tuonò loro, prima della battaglia, che, tramontato il sole
+di quel dì, il mondo saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe stato
+mancipio.
+
+Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro il tergo, così
+rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione sono i tre Numi terrestri che
+generarono, nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza. Gli altri che
+vennero dopo non furono che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono
+ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione era già compiuta. Or che
+dunque resta a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne tutto che volle.
+In cinque lustri, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; la patria di
+Alessandro cadde anch’essa, schiere di re comparvero incatenati dietro
+ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo Emilio non fu mai superato da
+nessun altro; che altro dunque rimane a fare?
+
+Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente delle vicende
+romane, per esaminare di nuovo tutta la compagine dei varj elementi
+che concorsero a generarle; e questo, all’intento di vedere appunto
+quel che ancora avrebbe potuto un uom forte e di alti pensamenti e di
+instancabile volontà, il quale si proponesse di accrescere il numero
+dei terrestri numi di Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine,
+i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà romana, senza
+però volerne essere assorbiti, e pretendendo che il diritto latino e
+l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al diritto quiritario,
+e le deità latine e i genj autonomi dell’Apennino, ignoti altrove,
+non dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove; ma come poi,
+allorchè i Romani si nominarono re cittadini, i Latini e i Tirreni
+e gli altri Italici più non tenessero alla conservazione del loro
+diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero degli arcani
+genj vaganti lungo le falde e le creste della montagna sacra, e con
+ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero a penetrare
+nel vietato _post murum_, onde farsi annoverare fra quei re sulle
+tabelle del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio patrizio, che
+raggiunse il punto massimo, quando Scipione ascese al tempio di Giove
+Capitolino, rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione, e
+sprezzando l’ingratitudine di coloro, che non volevano dilungarsi da
+quella consuetudine, pure al cospetto di chi aveva fatto Roma padrona
+del mondo. Cesare, speculando le vicende di Roma e dell’umanità,
+pensava come, dopo Scipione, lo splendore della gloria e della potenza
+aveva dovuto rischiarare orrende piaghe, e generarne e inasprirle;
+e la ricchezza, accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj
+e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare i paesi,
+abbandonare l’agricoltura agli schiavi. Qui, nel profondo della notte,
+gli si affacciò l’insanguinata figura di Tiberio Gracco, il generoso
+ch’erasi proposto di salvar Roma ridonando gli alimenti all’agricoltura
+derelitta, impedendo che la ricchezza si condensasse in poche mani,
+e l’Italia si condensasse in Roma, ma sibbene sforzando Roma, a
+prolungarsi su tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti lungo
+l’Apennino e i due mari, tuonassero le voci numerose di quella nuova
+Roma, che, uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia a Genua.
+
+Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve quella del fratello
+Cajo, rifuggitosi nel bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro,
+che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al petto, allorchè i suoi
+nemici furono per raggiungerlo. Dopo questi due grandi sventurati,
+Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio Druso, altra anima santa,
+e mente indarno profetica, più profondo di Tiberio, più cauto di Cajo.
+
+Ammirava Cesare quel suo sistema di universale conciliazione, e
+il disegno di allontanare da Roma la sempre, ed a ragione, torbida
+plebe, accontentandola colla possidenza e coi lavori dei campi, e,
+radunando gl’italioti, con quelle rogazioni, che animarono le speranze
+di tutta Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, rammentava,
+raccapricciando, che Druso era stato trafitto nel Foro da una pugnalata
+a tradimento, la quale impedì la salvezza di Roma, avvolgendola in tre
+guerre consecutive e terribili: la servile, la barbarica, la sociale,
+per la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila uomini. Ma
+colui, pensava Cesare, non comandava a legione nessuna, e non è che
+la forza armata capace di convertire, in fatti duraturi, i più ardui
+concepimenti dell’intelletto.
+
+Così protraendo la storica recensione, a guisa di un’artista di
+gran genio, delirante per il nuovo e l’inaspettato, il quale, rianda
+colla memoria le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che nuovi
+spiragli rimangano all’arte e quali vie, ancora inesplorate, restino
+a percorrere, e nel tempo stesso quali errori debbansi fuggire,
+attraverso all’ombra di Livio Druso, l’associazione delle idee mise
+Cesare al cospetto di Mario, del suo parente Mario, del figliuolo del
+banchiere Arpinate, il quale era stato assunto ad inclite nozze con
+una figliuola dell’illustre famiglia Giulia; ed esultava nel pensiero
+che il plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle viltà dei patrizj,
+insensibili alle ingiurie di Giugurta, e all’epigramma fatale di quel
+barbaro, onde aveva detto, essere la padrona del mondo, _repubblica da
+affittare_, e compir la vittoria di Metello, il capitano dei patrizj;
+e ammirava il suo modo di guerra all’antica, metodico, disciplinato,
+austero, cauto all’uopo, e all’uopo fatto di sorprese veloci e d’impeti
+tremendi, onde arrestò l’alluvione barbarica e dissuase i popoli
+del Settentrione dal tentar nuove invasioni; esaminò poi attento il
+rovescio di quell’uomo straordinario, inarrivabile in guerra, nullo,
+e peggio che nullo, nel maneggio della cosa pubblica, e nel governo
+delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza costanza di principj.
+Cesare ne traeva la conseguenza che un capitano di eserciti, per quanto
+grandissimo, se non possiede anche la sapienza dell’uomo di Stato,
+è un uomo a mezzo, incapace di condurre a maturanza le rivoluzioni,
+dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo al dispregio delle
+moltitudini, e deplorava che Mario avesse tradita la plebe, e preparato
+così il trionfo degli ottimati.
+
+Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava la plebe. Pur, se questa
+può sembrare una virtù d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e
+delle piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono ognora
+la plebe. Da Tarquinio il Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli
+Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però Tarquinio fu scacciato
+dai patrizj, però gli uccisori di Gian Maria e di Gian Galeazzo,
+erano nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente, che
+venissero decapitati. Cesare covava già il futuro; lo aveva covato
+fin da fanciullo, colla meravigliosa precocità della sua mente, che
+gli metteva in petto il disdegno d’essere ancora eguale agli altri.
+Imparziale e giustissimo estimatore d’uomini e cose nel soliloquio
+della coscienza, negli atti esterni dimenticava i segreti giudizj,
+e faceva quello che riputava poter giovare ai supremi suoi intenti.
+Quando di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i trofei di Mario,
+non fu già perchè avesse voluto onorare quell’eroe a due faccie, ma
+perchè gli sembrò che quella prova di coraggio potesse, a tutto suo
+favore, percuotere di meraviglia il popolo romano.
+
+E come giudicava Mario, giudicava Silla, ma a rovescio. Amava l’eroe
+d’Arpino, pur dispregiandolo, e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva
+la sapiente astuzia di colui, nello stare sempre lontano da Roma,
+intanto che Mario, sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia
+l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con gioja la morte del
+rivale, nel tenersi per più anni ancor lungi dalla patria, per dar
+tempo ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti di Mario.
+Comprendeva tutta la gravità del concetto sillano. Siccome Temistocle
+aveva detto trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla aveva veduto
+la _Roma vera_, la _Roma viva_, trovarsi tutta nel campo, marciante e
+vagante e vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto ch’egli,
+in questo, doveva riprodurre, con imitazione rigorosa, la sagacia
+sillana; chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le vittorie
+d’Oriente contro Mitridate, furono la vittoria in Roma, e il dominio
+assoluto sull’Italia. Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo ricopiò
+letteralmente. Se si fosse trattato di un’opera dell’arte, tutti lo
+avrebbero redarguito di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione,
+il plagio, quand’è usufruttato opportunamente, è un atto di sapienza.
+E, sempre ammirando l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne
+provasse ribrezzo, come la tranquillità spietata onde aveva imposto
+la sanguinaria proscrizione e lo sterminio di intere popolazioni,
+di intere città, di tutto che gli parve contaminare la repubblica,
+assomigliasse alla tranquillità del chirurgo, il quale amputa le membra
+credute funeste all’intero corpo. Cesare pensava che, in questo, non
+lo avrebbe mai imitato; ma pure non sentiva orrore di quelle stragi
+operate con metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano non poteva
+aver le nostre viscere, e se Cesare fosse pietoso lo si vide quando,
+giovinetto, fece impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo si
+vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla ferocia, congiunse
+la viltà, la viltà nata d’invidia, esercitata contro il generoso
+e prode Vercingetorige, l’emulo suo formidabile, il quale, datosi
+spontaneamente a lui, fu tratto a Roma, incatenato al carro trionfale,
+tenuto in carcere decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare.
+
+La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine della storia
+convenzionale, assomiglia alla così erroneamente decantata generosità
+del leone che, pur allora che è satollo, si tien la preda in serbo per
+divorarla poi. Eccettuata adunque la proscrizione, Cesare s’accorse
+che di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto in pugno il
+massimo potere, da quel Silla che aveva tanto aborrito e che aborriva
+ancora, doveva ripetere le prime linee del proprio disegno, e rifare,
+quando fosse venuto il tempo, molti dei provvedimenti che segnalarono
+la dittatura di colui. Silla spartì le terre dello Stato a centoventi
+mila veterani, diede la libertà a migliaia di schiavi. In questo
+Cesare pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna fosse stata per
+dargli la preponderanza sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè
+conservare al Senato la sovranità del governo, non mai avrebbe voluto
+discendere dal sommo fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a
+morire da privato.
+
+— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo della vita era
+impazzito; forse l’assidua pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli
+sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli fecero aborrire e
+disprezzare quell’ente che è più desiderabile dall’uomo il quale sa e
+sente di essere superiore a tutti gli altri, il potere; in questo non
+avrebbe mai voluto imitarlo.
+
+A questo punto, al lume di una _lucerna polimixa_ che contava dodici
+lucignoli, tornò a leggere Varrone, e a misurare i segni geografici
+onde quell’archeologo aveva incise alquante tabelle a schiarimento di
+Polibio, di Eratostene e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò
+tutte le terre che allora erano sottomesse a Roma. Verso l’ora del
+_conticinio_ si adagiò sul cubicolo da campo, e dormì fino a sole alto.
+Dopo il meriggio gli fu recato il decreto del Senato che gli vietava di
+potere simultaneamente aver l’onore del trionfo e optare al Consolato.
+Non stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni; le licenziò.
+Un lungo ululato in cui l’entusiasmo suonava insieme col dolore,
+accompagnò le sue parole.
+
+A notte entrò in Roma segretissimamente.
+
+
+
+
+XXIV.
+
+IL TRIPICINIO.
+
+
+Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col suo ingresso in Roma per
+optare al Consolato, si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza
+protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure si vuol protrarla
+ancora, perchè alcuni fatti che si compirono dopo, tengono la loro
+prima radice in essa, e molti dei motivi già prodotti rimarrebbero in
+tronco, senza seconda parte, con pericolo d’imitare la melodrammatica
+gallo-germanica, e d’insultare al genio italico, sebbene questa non sia
+palestra musicale.
+
+Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte, entrò in Roma, e
+segretissimo entrò nel tempio là nella Suburra; gli ostiarj, i servi,
+gli schiavi lo attendevano. Egli diede monete a tutti, e tutti gli
+s’inchinarono, sorridendogli con riverente e grato viso. Egli era
+idolatrato da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo
+i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi che, nel silenzio ond’era
+circondato, gli vennero abbondanti, li strinse in un vasto disegno. Era
+un piano di battaglia. Ei pensava ch’era venuto il tempo di tentare
+imprese romanamente grandi, di sospingersi nel fitto dell’azione, di
+emulare Alessandro, del quale, con lagrime d’invidiosa ed impaziente
+ambizione, aveva ammirata la statua nelle Spagne.
+
+Non dubitava di venire eletto console. Aveva per sè il popolo, e
+conosceva il Senato che, se non lo amava, lo temeva.
+
+Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima. Preparò tutti
+i congegni per assicurar l’elezione, si mostrò al popolo, il quale
+circondandolo e seguendolo gli applaudiva e acclamava il suo nome, ed
+egli lungo la via, in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni
+discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora che era convenuto, e i
+senatori al suo apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono, perchè
+gli amici di lui non pochi, alzandosi primi e applaudendo a furore,
+costrinsero gli altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi. Cesare
+disse brevi parole, pregando il Senato ad assegnargli un giorno per dar
+conto della propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli fu subito
+statuito. Uscì allora dal Senato, e se ne venne alla casa di Pompeo.
+Quando ne varcò il limitare, già cominciava a tradursi in atto il suo
+vasto, profondo, astuto disegno.
+
+Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui inutile, biblioteca, e Cesare
+passò in essa. Pompeo lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi.
+Stettero muti alquanto; nè Pompeo era tale da rompere primo il
+silenzio. Amava o non parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente
+negli ambiti del discorso. Parlò dunque Cesare primo:
+
+— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una visita onoraria. Sì venni
+per cose gravi. Grande sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò ti
+vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi, e avendo pagato i debiti
+di Clodio, questi, e per l’ira spontanea, antica che sente per te, e
+per mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai non ti perdonerà
+l’avergli strappata di pugno l’impresa de’ Pirati, e la conseguente
+vittoria e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare tutti i tuoi
+possedimenti. Queste cose io le seppi al campo, e tu le sai. Non basta
+dunque essere grandi; conviene essere potenti.
+
+— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni?
+
+— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza non può averla uno
+solo, la si ottiene condensando le forze di più. I fasci dei littori
+non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe, onde son contesti,
+le infrange un fanciullo. Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò
+altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo è Crasso. Pensa,
+Pompeo, che noi tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio,
+le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte, producono
+l’invincibile forza. Tu hai la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena
+un re dell’Asia può in questo competer seco. Io tengo qualche virtù a
+me particolare, che nè tu hai, nè egli, e nessuno ha.
+
+Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so.
+
+— Stringiamoci dunque insieme, continuava Cesare, e l’universo è nostro.
+
+— Ben parli, ripeto. Ma quanto dici non sta nel possibile. Crasso è mio
+nemico antico e implacabile.
+
+— A Crasso provvedo io. Accetti dunque tu?
+
+Pompeo stette pensoso un istante, poi:
+
+— Se Crasso accetta, disse, io accetto.
+
+E Cesare, strano a dirsi, alla risposta di Pompeo, si fece per poco
+meditabondo anch’esso.
+
+Davvero che quelle due grandi figure di Roma antica, che poi dovevano
+disputarsi il dominio del mondo, in quel momento meritavano di essere
+plasticamente ritratte. Come erano dissomiglianti l’uno dall’altro!
+Pompeo aveva grossa testa, con capelli fittissimi che scendevano
+fino al sopracciglio, occhio ampio e bello; ma tutta la sua bellezza
+consisteva nelle linee della cassa, e svaniva alla pupilla, nera e
+profonda, ma senza mobilità, nè espressione. Ampie spalle mostrava, ed
+ampio petto. Era davvero il tipo completo della razza romana.
+
+Cesare, già lo abbiamo descritto e con precisione quasi anatomica,
+pure, esaminandolo in confronto di Pompeo, aggiungiamo che nulla
+affatto c’era in lui di romano; anzi pareva si dilungasse da Roma e
+dal suo tempo. L’eleganza della sua figura e della sua veste, pareva
+arieggiasse la leggiadria dei costumi futuri. Era insomma un uomo
+moderno. L’architettura ossea della sua testa era grande certo più
+di quella di Pompeo, ma non appariva, perchè ancora in quell’età,
+una indescrivibile grazia, in parte naturale, in parte voluta, ne
+smorzava le linee, e lor toglieva tutto quello che ci poteva essere
+di profondamente antico. Del resto, non è vero che interceda tanta
+somiglianza tra Cesare e Napoleone. Il primo era alto di statura,
+aveva bel collo, uscente libero dalle spalle, aveva occhi neri e
+vivacissimi, che talora inutile rendevano la parola. Gli occhi di
+Napoleone eran gialli e felini, che facevano abbassar quelli di chi
+lo guardava, e non avevano altra espressione che la terribilità di una
+volontà implacabile. Non si parli più dunque di somiglianza tra il più
+grand’uomo di Roma antica e il più gran capitano dei tempi moderni.
+
+Meditato alquanto, Cesare si alzò; si alzò Pompeo, e si strinsero la
+mano. In quel momento parevano davvero amicissimi. Solo in fondo alla
+mente di Cesare sorgeva già il germe di un obliquo disegno.
+
+— Non è da indugiarsi, soggiunse poi. Io volo a Crasso.
+
+Pompeo, zoppicando, chè da anni aveva una piaga nella gamba destra,
+onde le fasciava ambedue con nastri bianchi, accompagnò Cesare fino al
+cavedio.
+
+Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare tornò alla Suburra. Fece
+attaccare i cavalli, e salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio,
+recantesi in braccio i quattromila talenti che Crasso aveva prestati
+a Cesare. Questi conosceva l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa
+di quei quattromila talenti gli avrebbe messa una tale giocondità nel
+sangue, da renderlo docile a qualunque volere e consiglio.
+
+Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava nel cavedio coi
+mediatori di danaro e coi banchieri e feneratori d’ogni conio, tra
+i quali v’erano alcuni perversi veramente, degni di capestro. Essi
+tenevano stanza intorno al foro, e mercanteggiavano di danaro,
+ma quanti cadevano nel loro laccio, e che: _se obruebant in aere
+circumforaneo_, come allora correva il detto, il quale significava
+ch’eran carichi di debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili,
+eran fonte di un ingente reddito a Crasso, il quale dava il danaro ai
+feneratori di seconda e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre
+che oggi non potrebbero essere credute.
+
+Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con grande cortesia, licenziò
+quella canaglia, e:
+
+— Entriamo, disse: che ti conduce a me?
+
+— Entriamo.
+
+Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E Taltibio, onusto dei
+quattromila talenti, tenne dietro al padrone.
+
+— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in Roma. Ma il primo
+pensiero fu di restituirti il danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei
+ringraziamenti.
+
+— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma bene hai fatto....
+
+E guardò e contò, e rendeva la somiglianza di un ghiottone eccezionale,
+quando, spensierato d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari sapori
+di un cibo desiderato tutte le papille gustatorie.
+
+Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene ne dimostrasse più di
+cinquanta. Era grosso e panciuto; bensì, per un contrasto strano,
+aveva il volto scarno. E ciò che, a ben guardarlo, lo rendeva diverso
+dagli altri, era il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio di
+Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava una luce vivissima, la
+quale scompariva, sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che la
+smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a saettare altri raggi acuti,
+per spegnersi poi di nuovo.
+
+— Pompeo ti saluta.
+
+— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con meraviglia.
+
+Megabocco era uno dei tanti soprannomi che aveva Pompeo, e che erano
+stati inventati da Cicerone.
+
+I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano que’ soprannomi; però lo
+si chiamava Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole enigmatiche
+di cui Cicerone si valeva, parlando cogli amici, ogni qualvolta voleva
+dir male di Pompeo, senza che gli astanti potessero intendere quel che
+diceva, e riferirlo a Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano per
+tutta Roma, e con esse probabilmente anche la spiegazione degli enigmi.
+
+— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che ragione grave sei tu venuto?
+
+— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e ho invocato gli Dei
+quando ti espressi le parole augurali, affinchè la tua gloria presente
+si accrescesse e si perpetuasse.
+
+— Senza gravi ragioni non si salutano tutti i giorni che le donne
+desiderate. Ma tu non sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco
+vuol dire che la terza parte del dominio di Roma e del mondo io ti
+metto nelle mani. Ti par essa cosa da dispregiare?
+
+Crasso guardò Cesare con grande stupore, e:
+
+— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei avere il sole ispano
+riscaldata e alterata la tua mente.
+
+— La mise invece al suo perfetto calore. Ed ora le mie facoltà sono
+complete. Trattasi pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo, ed
+io, e di governare con mano di ferro e con inesorabile volontà questa
+repubblica che va scardinandosi da tutte le parti, e di dominare
+codesto Senato che contiene tutta la feccia patrizia, ben più funesta
+alla repubblica della feccia romulea di Cicerone. Però accogli la
+proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a Pompeo; con esso parlerai
+stanotte nella mia casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio.
+Nessuno v’è in Roma, come già dissi a Pompeo, che al pari di noi
+tre abbia le doti atte per governare e dominare e trarsi a sè tutto
+il popolo romano e l’italico; tu, il più ricco, taccio della gloria
+militare; Pompeo il più grande, almen tale è riputato dal Tevere al
+Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi faranno eguale.
+
+— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando, quando si ha a
+diventar padroni della terza parte del mondo, che tu già palleggi,
+(egli sorrise) ben si può ancora stringere la mano a Megabocco.
+
+Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso:
+
+— I quattromila talenti, che troppo presto ti ho restituito, ora
+dovresti ritornarli nelle mie mani, in compenso di quella parte di
+mondo che ti concedo.
+
+Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani, innamorati della patria,
+sotto colore che la repubblica si scardinava, preparavano le leve per
+farla uscire di perno.
+
+E Cesare si partì, dicendo a Crasso:
+
+— Alla media notte verrò a prenderti in cocchio.
+
+— Io aspetterò.
+
+Venne la media notte. Cesare recossi da Crasso. Partirono insieme
+per la Suburra. Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo
+simultaneamente mossero incontro l’uno dell’altro, e si strinsero la
+mano. Sedettero. Le cose che Cesare aveva dette la mattina all’uno e
+all’altro furono ripetute, e nelle stanze più interne, nel silenzio
+della notte, segretissimamente giurarono di stare ognora congiunti
+a porgersi vicendevole aiuto, di fare tutto quello che fosse atto
+a raggiungere i vasti intenti. La repubblica romana e il mondo già
+perigliavano, messi in bilico sugli omeri poderosi, ma infidi, di quei
+tre. Fu questo uno dei momenti storici più caratteristici e fatali
+dell’antica Roma.
+
+Pronunciato il giuramento, al quale Cesare diede una solennità quasi
+rituale, egli soggiunse:
+
+— Oggi tra me pensavo poter esser utile che Cicerone si accosti a
+noi; l’elemento cittadino è da lui per eccellenza rappresentato. In
+noi c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie doti necessarie
+per dominare la repubblica; ma l’elemento cittadino, se non ci manca
+adesso, ci verrà a mancare, non per altro che perchè dovremo lasciare
+Roma per altre imprese di guerra. Se lo credete, domani io tenterei
+Cicerone, per vedere di trarlo a noi.
+
+— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare.
+
+— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci. Il grand’uomo è ambizioso;
+in tutto vuol essere il primo a trovare e condurre un disegno. Ma
+è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj venti, mal saprebbe
+reggersi in piedi. Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete voi
+che faccia o possa il grande oratore?
+
+— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso, facciano gli Dei
+immortali che ciò sia per il bene. Ma Cicerone è uomo ognora
+tentennante, e, per quanto più forze congiunte sieno possenti, se una
+sola vacilla, tutto può andare a rovina.
+
+— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza, sebbene obliqua,
+lo metterà nel nostro pieno dominio, e, di quel prezioso elemento che a
+noi avrebbe dato gran forza, anche il Senato sarà destituito.
+
+«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra cosa importantissima
+per me ed anche per voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere
+si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi per conseguirlo. Io
+rinunciai al trionfo per presentarmi candidato. Il popolo è per me,
+e del Senato la più parte. Oggi non stetti in biblioteca, e, tra in
+cocchio e tra pedestre, misurai Roma più volte, per parlare a quanti mi
+era necessario; però col vostro appoggio non dubiterei di riuscire.»
+
+— Impegno la mia fede, o Cesare, che il mio aiuto non ti mancherà,
+disse Pompeo.
+
+— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso.
+
+E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare.
+
+A questi, tornato appena dalle Spagne, era bastato un dì solo per
+preparare e colorire un audace disegno, che doveva poi, per gradi,
+cangiare i destini di Roma; era bastato un dì solo per abboccarsi con
+tutti i proprj clienti, e farseli sempre più devoti; per trattare con
+un tal Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni da due a tre
+migliaja d’uomini della più lurida e sanguinaria plebe romana.
+
+Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello scorso giorno, e, pensando
+alla facilità onde aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e rideva
+nell’animo.
+
+Rideva perchè così pensava:
+
+— Colla facilità stessa onde si strinsero la mano dopo tanto odio,
+questo ricomparirà. Non fu mai detto che il sangue, quando fu guasto,
+possa essere stato completamente purificato. Ciò sta bene; il loro
+disaccordo mi darà su di essi una supremazia invadente.
+
+«Grande è Pompeo, come affermano quanti non sanno giudicar le menti
+umane. Ma, se tolgasi alcuna pratica di guerra, cui la fortuna ajutò
+a parere virtù stragrande, e quasi concessa a lui per privilegio
+particolare agli Dei immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo
+si governa con una briglia di canape. Meno abile uomo di guerra, e più
+ampio intelletto, è Crasso, ma in guerra non pensa che alle ingenti
+prede; però l’uno e l’altro son cavalli da aggiogare al mio cocchio.»
+
+Così pensato e poi studiato e poi dormito, all’alba fu in piedi e per
+tutto il giorno non si diede riposo.
+
+Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse con onore, e quasi
+potea dirsi con amore. Cicerone temeva Cesare, e faceva mille sospetti
+intorno ad esso; ma, come uomo di profondo e onesto intelletto,
+e innamorato degli studj, ne ammirava il grande ingegno. Non v’è
+scrittore che, per questa parte, lodi Cesare più di Cicerone.
+
+_Sanos quidem homines_, scrive nel _Bruto, Cæsar scribendo deterruit_.
+
+Parlando dei Commentarj, _nudi sunt_, sentenziò nel _Bruto_ stesso,
+_recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracto_. —
+E altrove: _quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis verbis aut
+ornatior, aut elegantior?_
+
+Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo con esso; ma lo
+considerava come chi, amante della beltà, vorrebbe amoreggiare una
+donna eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel tempo stesso, fiuta
+il tradimento nell’ammirare il giro attraente de’ suoi occhi, e le
+ineffabili sue blandizie.
+
+Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò abilissimamente la rete,
+cui Cicerone abilissimamente rispose, schermendosi, e, più volte
+ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima, gli guizzò di mano,
+finchè Cesare, visto di non poterne far nulla, lasciò che libero
+ricadesse nel suo elemento. E il discorso piegò ad altro. I due grandi
+uomini toccaron più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò Cesare
+intorno ai costumi delle Spagne. Quando parlava Cesare, Cicerone
+stava attentissimo, come scolaro che ammiri le parole d’un maestro
+rispettato, tanto le descrizioni di Cesare erano poesia dipinta.
+A noi rincresce di non poter riferire qui quell’amabile e dotta
+conversazione; ma ci sollecita il tempo, come ne era sollecitato
+Cesare, il quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava al
+Consolato.
+
+Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e questi:
+
+— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio Cesare console.
+
+— Domani mi presento candidato.
+
+— Vivi certissimo del successo; se non fosse stata l’eloquenza ostinata
+ed iraconda di Catone, avresti avuto anche il trionfo. —
+
+
+
+
+XXV.
+
+CESARE CONSOLE.
+
+
+Cesare, all’indomani, si presentò candidato, ossia vestì la toga
+candida, e s’inscrisse per essere eletto console.
+
+Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano a ciascun
+cittadino dai _diribitores_. Siccome i cittadini erano distribuiti
+nelle loro centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie
+della prima classe. La centuria che riusciva prima si denominava
+_prærogativa_. Questa centuria, chiamata dal magistrato, ossia dai
+consoli che stavano per uscir di carica, entrava nel _Septo_, ovvero
+ovile, situato nel campo di Marzio. Il suo voto era in singolar modo
+apprezzato. Nei primi tempi di Roma davansi i voti a voce, ma per la
+legge Gabinia si diedero poi segreti. La _prærogativa_ era la prima
+a dare il voto, dopo di che veniva licenziata dal magistrato e, si
+chiamavan, poscia, le altre, dette _jure vocatos_. Torna inutile
+il dire che ogni sorta di pressione veniva esercitata sui votanti,
+dal Senato, dai clienti, dagli amici, dai candidati. Erano promesse
+di cariche lucrose, eran profferte di danaro, erano minaccie, e
+le minaccie si traducevano in vendette. Molti del Senato erano
+avversissimi a Cesare, e avrebbero adoperata qualunque arte, gettata
+qualunque insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano il popolo
+innamorato di Cesare, e si accorsero che i votanti, tentati in ogni
+modo, non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo, condusser le
+cose in modo che Cesare avesse per compagno, nel Consolato, un uomo che
+fosse d’intendimenti assolutamente opposti ai suoi, e la scelta cadde
+su Marco Calpurnio Bibulo.
+
+Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente in carica, dovevansi
+attendere le calende di gennajo, le quali, quando furon venute, i nuovi
+consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri, da gran folla di popolo,
+salirono il Campidoglio, ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino a
+prendersi la toga _prætexta_, vale a dire che aveva il lembo intessuto
+di porpora. Il vestir la toga significava che cominciava da quel
+momento la loro carica, e da quel momento i littori coi fasci, ch’eran
+dodici per ciascun console, aspettarono che uscissero dal tempio per
+mettersi al loro seguito; comparvero i consoli, e il popolo applaudiva
+dal basso della lunga scalea.
+
+Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti discesero, quella pareva
+una cascata variopinta.
+
+I battimani, gli evviva esplosero, quando i consoli furono in mezzo al
+popolo, ma non si udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce di
+Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare, viva il semidio Giulio,
+che procede da Venere. Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta
+una palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici littori coi fasci
+donde uscivano le minacciose scuri che seguivano Bibulo, nè la toga
+_prætexta_, nè il _Scipio eburneus_, specie di bastone significante il
+comando, che portava nella destra, ebbero forza di piegar l’attenzione
+su di lui, e di sviarla da Cesare.
+
+Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in Roma, e doveva esserlo, se
+fu votato console. Era stato questore in Macedonia, pretore in Roma,
+edile; e, poco tempo prima del Consolato, eletto augure, ufficio
+quasi joratico, e che consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli,
+per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi ad esser superiore
+a tutti i poteri, perchè il terrore dell’ignoto, non veduto che
+misteriosamente da essi, era in taluni casi superiore alla minaccia
+armata di chi volesse far passare una legge ch’essi avrebbero statuito
+di respingere. Questa venerazione tremebonda per gli auguri, di secolo
+in secolo venne scemando, tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva
+di sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i colleghi, quando
+esploravano i cieli con ciglio grave e teatralmente inspirati; e
+gli auguri ridevano anch’essi di celato, allorchè non eran credenti
+inferociti; chè i credenti più o men falsi, in quelle cose che la
+ragione rifiuta, son di tutti i tempi e di tutte le religioni.
+
+Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio d’augure, si
+comportava di tal modo come se veramente mettesse fede in quel rito
+bugiardo, chè un augure il quale non fosse impazzito, ben sapeva che
+i cieli lucevano, ma non parlavano, che gli augelli volavano, ma pur
+pispillando, non davan responsi, e che il mover l’ali piuttosto a
+sinistra che a dritta, piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra,
+non poteva indurre timore o speranza che in un intelletto scemo.
+
+Pompeo era augure insieme con Calpurnio. Il primo recavasi ad esplorare
+i cieli sull’alto del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei desse
+importanza a quell’ufficio, però nessuno, per questo, occupavasi di
+Pompeo. Calpurnio saliva alla sommità del monte Capitolino.
+
+Ma la gioventù romana, che in quel tempo di pace, eccettuati gli
+esercizj nel campo di Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita
+gioconda, e non concedeva importanza a nulla, e rideva di tutto, quando
+sapeva che Calpurnio doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche essa,
+e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse, dietro ai sacerdoti,
+che facevan cerchio intorno all’augure, tentava il possibile per vedere
+di rompere la gravità di Bibulo. Ma non c’era mai riuscita; l’indole di
+lui era tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva di fare,
+con scrupolosa fermezza lo adempiva. E a taluno che metteva in celia
+il suo contegno devoto e compunto: Allora si aboliscano gli auguri,
+rispondeva gravemente; ma finchè le leggi e i riti non li interdicono,
+sempre guarderò i cieli con solennità di religione. Ed era sì pertinace
+Calpurnio che, allorchè fu ispettore alla moneta di Roma, essendone
+quartumviro Cicerone, portò un tale rigore nell’adempimento del còmpito
+suo, assediava di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso, che amava
+sollecitare le operazioni in servizio all’erario, che Cicerone, stanco
+infine di quell’assidua noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar
+Bibulo da quell’ufficio.
+
+Come poteva un tale uomo essere nel Consolato compagno a Cesare?
+Ma il Senato aveva creduto fare atto di grande sapienza politica a
+conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando che per la tenacità
+de’ suoi propositi, e pel coraggio onde aveva dato prova in guerra,
+ed anche per essere augure, sarebbe stato un tremendo contrappeso
+alla, più che potenza, prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato
+conosceva Bibulo, pareva non conoscesse Cesare abbastanza. Questi era
+indispettito che gli si fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio,
+aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso alla plebe,
+per di più, in odore di tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se
+non lo amava, lo stimava.
+
+Ma Cesare non era uomo da starsene in forse, e giacchè il Senato gli
+aveva messo incontro quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto.
+
+Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle stanze di Calpurnio, vi
+entrò da padrone.
+
+— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato una legge utile e
+pietosa alla classe povera, e deve passare in ogni modo, dovesse ardere
+tutta Roma, s’altri l’avversasse.
+
+— Di che legge tu parli, o Cesare?
+
+— La miseria, quasi contagio, soggiungeva Cesare, contamina tutta
+Italia. A questa si ha a porre un rimedio; è male antico che con
+pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono di estirpare; ma
+l’avarizia e l’iniquità della fazione aristocratica, trovaron modo
+di assassinare quei tre sublimi benefattori dei cittadini soffrenti.
+Io, in parte, voglio continuar l’opera loro, e ho preparato una nuova
+legge agraria, per la quale le terre della Campania dovranno essere
+distribuite a ventimila cittadini poveri aventi tre o più figliuoli.
+Tu mi comprendi, o Calpurnio, questa legge deve passare, e tu
+l’appoggerai.
+
+— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose Bibulo, alzando il suo testone
+pesante, dalla fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio
+profondo, troppo ti comprendo, o Cesare, ma la legge non passerà,
+perchè io non l’appoggierò.
+
+E continuò a legger tabelle.
+
+Cesare non si scompose, e:
+
+— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata. Ne faccio qui
+solenne giuramento agli Dei immortali.
+
+E si partì.
+
+E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero tutti i quartieri
+di Roma, e gridassero tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere
+convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione del meriggio, poichè
+Cesare doveva parlare.
+
+E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo, e, come quella del
+Tevere, si udiva il muggito della sua gran voce.
+
+Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso, seguito dai dodici littori,
+da molti senatori, quelli che erano della sua parte, da moltissimi
+clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo acclamò. La figura
+di Cesare, palliata come una statua uscita da un artefice greco,
+emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse tosto le acclamazioni
+nel più profondo silenzio. Era quello davvero uno spettacolo romano.
+Le statue degli Dei sormontanti i templi e le basiliche, parevano
+assistere a quella solenne adunanza del popolo.
+
+Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica ed espansa, percorse di
+tratto l’onda sonora dell’aere foraneo.
+
+— Popolo romano! incominciò, ami tu te stesso?
+
+Il silenzio continuò.
+
+— Se ami te stesso, devi dunque amare anche tutte le parti del tuo
+corpo glorioso. Se pertanto una di queste parti fosse afflitta da
+un grave malore, saresti tu così improvvido da non porvi rimedio?
+Ora, questa parte del tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è
+quella classe caduta in sì deplorevole miseria, che non solo non può
+accostarsi ai circensi, ma che sovente chiede pane indarno. O popolo
+romano, rifiuteresti tu di medicare codesta parte cotanto ammalata del
+corpo tuo?
+
+Un lungo ululato contesto di no, no, no.... si alzò da tutte le parti
+del Foro.
+
+In questo punto, entrò il console Calpurnio Bibulo, coi littori
+consueti, seguito da gran numero di senatori, e da tre tribuni.
+
+— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo la legge di dividere
+le terre della Campania a ventimila di questi miserissimi cittadini.
+Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso, perchè devi aver pietà
+d’una parte tua, propongo che questa legge passi per acclamazione.
+
+Il popolo rumoreggiava.
+
+Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire abbastanza.
+
+— Popolo romano! non passar questa legge; ella è di danno a Roma. Le
+terre della Campania sono esse non poca parte delle ricchezze della
+Repubblica. Bene compiango io i cittadini miserabili, ma la miseria è
+una tremenda necessità della vita. Nè le terre della Campania varranno
+a distruggerla; bensì, divise ai poveri, impoveriranno la Repubblica.
+
+«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa legge. Ella non gioverà
+che a chi l’ha proposta. Ben ponderate, o Romani, queste mie parole,
+giudicate, sentenziate; chè, se sarete per votarla, codesto sarà un
+segno manifesto che gli Dei vi hanno tolto il senno.»
+
+Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva dal rostro.
+
+— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti ho proposto questa legge, è
+perchè è utile, ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi che hanno
+sempre divelte le leggi agrarie, perchè più della Repubblica, sono
+innamorati di sè stessi.
+
+«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione. Essa mostrerà che tu
+sei erede della sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà
+le ombre dei Gracchi e di Druso, essa ti farà amare e glorificare
+sempre più dalla gratitudine di tutta Italia; chè questa legge benefica
+deve destar rumore dalla Campania fino alle terre della Cisalpina.»
+
+Il popolo ondeggiava.
+
+Il console Calpurnio attraversava il Foro per salire anch’esso i
+rostri. Cesare allora discese, e questo doveva essere, come fu, un
+tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata da Votinio, una
+masnada di gente, armata di bastoni e di ronche, invase il Foro,
+circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito all’impensata,
+fu percosso da una tempesta di bastonate inclementi; nè ciò bastò,
+chè alcuni di quella canaglia avendo portato seco dei vasi immondi, ne
+versaron le fetide onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero
+acque ploccie.
+
+E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante in cui vennero
+a quella carica, chè, non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero
+spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori seguaci ebber sorte
+migliore.
+
+In tal modo, Cesare provvedeva a far passare le leggi.
+
+A quella scena non aspettata, alla fuga del bastonato Calpurnio, dei
+littori sfasciati, dei senatori celantisi nei pallii, fin sopra il
+capo, quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto un acquagine dal
+negro cielo, nel popolo astante successe una muggente agitazione, e
+pareva quella dell’onda marina, quando è prossima la tempesta. A tutti,
+perfino ai molto innamorati di Cesare, parve iniquo quell’atto suo, e
+forse ei ne avrebbe avuto insulti e danno, se l’ilarità non si fosse
+sovrapposta al severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano s’era
+assai dilettato a quella scena; epperò la pietà fu strozzata dagli
+schianti delle risa generali, che, a conforto del console, dei littori
+e dei senatori percossi, aveano echeggiato per tutto il Foro.
+
+L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa calva del console,
+convertì di tratto la tragedia nella più buffa delle commedie. A questo
+aveva provveduto Cesare stesso, pensando che col provocare nel popolo
+un riso irresistibile, sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui
+pericoloso.
+
+Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata tuttavia di
+smascellate risa. Cesare, al piede dei rostri, stava immobile, grave,
+e girava sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila. Pompeo e Crasso
+stavano presso a lui. Disse Cesare al primo:
+
+— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo in favore della legge. La
+voce tua gli giungerà grata.
+
+Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza, a lui insolita. Ebbe
+qualche frase efficacissima, e questa tra l’altre: — Se ci fosse
+taluno, cotanto ardito da opporsi a questa legge colla spada, io la
+difenderò col mio scudo.
+
+Il popolo applaudì.
+
+E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo ne discese, e, con
+eloquenza incalzante, strinse fortemente il popolo ad accettar la
+legge; la quale subito passò senz’altra opposizione.
+
+Il giorno successivo il console Bibulo si recò in Senato, portando
+nella fronte e nel volto i segni del fortunoso evento.
+
+Lamentossi forte della violenza inaudita fatta alla sua persona, disse
+che la dignità del Senato aveva obbligo di vendicarlo; declamò, senza
+volerlo, tragicamente, chè il tema lo agitava tutto; protestò, gridò,
+e la sua voce alle ultime cadenze del discorso inflettevasi quasi nel
+pianto.
+
+Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso discorso, chè il Senato
+era atterrito, e, dei senatori, più della metà, se avessero mostrate
+al popolo le schiene patrizie denudate, avrebber provocato un ilare
+compianto collo spettacolo delle molteplici chiazze nerastre; però,
+le superstiti doglie, costringendoli a consumare per sè, tutta quanta
+la pietà onde i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno un misero
+residuo per il console sventurato.
+
+E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria casa, fermo il
+proposito di starvi chiuso tutto il tempo che doveva durare il
+Consolato, soltanto facendosi vivo col popolo, per mezzo degli editti.
+
+E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate di Roma e, insieme
+con quelli, veementissime declamazioni contro Cesare, e contro il
+triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente collega.
+L’ira compressa lo faceva eloquentissimo, talchè il popolo, che
+leggevale avidamente, terminò per sviare ogni simpatia dal suo tanto
+idolatrato Giulio. Questi se ne accorse, chè, uscendo in pubblico,
+veniva accolto con bisbigli, che potevano assai bene tradursi in
+minaccie e peggio. Ma Cesare, come avea conosciuto il Senato che
+atterrì, come alle prime ripulse di Calpurnio, che avrebbero fatto
+vacillare altri, egli si sentì più imperterrito ad atterrare ostacoli,
+così giudicò passeggero quel dissapore del popolo, e sempre uscì in
+pubblico, e spesso anche senza i littori.
+
+E di quel tempo uscì una satira tremendamente scherzosa contro il
+triumvirato. Quella satira corse per tutta Roma, ed era letta ad alta
+voce nelle taverne e nei bagni pubblici. Aveva per titolo _Tripicina_,
+o la bestia di tre teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse
+amico di Cesare e ne governasse la biblioteca.
+
+
+E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare.
+
+Col Tripicinio e coll’imperversare della sua virilità onnipotente, si
+vedrà quanto fece questo uomo, che fu il più grande dell’universo.
+
+
+ FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
+
+
+
+
+INDICE DEL SECONDO VOLUME
+
+
+ I. Gordiene Pag. 5
+ II. Cesare e Publio Sceva » 17
+ III. Marco Sceva, Cesare e Catilina nella casa
+ dell’eminente Sempronia » 27
+ IV. Cesare e Servilia » 39
+ V. La congiura di Catilina e il senatore Quinto
+ Curio » 43
+ VI. Fulvia e Quinto Curio » 49
+ VII. Fulvia e Cicerone » 61
+ VIII. Cicerone e il console Antonio » 67
+ IX. La battaglia di Perugia » 75
+ X. Cesare e la figlia di Pompeo Magno » 89
+ XI. Clodio e Pompea » 95
+ XII. La festa della Dea Bona » 105
+ XIII. Aurelia e Cesare » 119
+ XIV. I bagni al ponte Fabricio » 127
+ XV. Cicerone e Marc’Antonio » 141
+ XVI. Terenzia » 153
+ XVII. Cesare, Crasso e Cicerone » 161
+ XVIII. Clodio » 167
+ XIX. Le tre Grazie e i tre Fauni » 189
+ XX. Pompeo e Cesare » 199
+ XXI. L’Imperiosa » 207
+ XXII. Ritorno di Cesare dalla Lusitania » 225
+ XXIII. Cesare e Roma » 249
+ XXIV. Il Tripicinio » 275
+ XXV. Cesare console » 299
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***
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+ <title>La giovinezza di Giulio Cesare, vol. II | Project Gutenberg</title>
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+<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***</div>
+
+<div class="booktitle">
+<h1>
+LA GIOVINEZZA<br>
+DI
+GIULIO CESARE.<br>
+<span class="small">VOLUME II.</span>
+</h1>
+</div>
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+<hr class="silver">
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+<div class="titlepage">
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+<span class="small">LA GIOVINEZZA</span><br>
+<span class="x-small">DI</span><br>
+GIULIO CESARE
+</p>
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+<p class="pad2 large">
+SCENE ROMANE
+</p>
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+<p class="x-small">
+DI
+</p>
+
+<p class="x-large">
+GIUSEPPE ROVANI
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+<p class="pad2">
+VOLUME II
+</p>
+
+<p class="pad4">
+<span class="large">MILANO</span><br>
+LEGROS FELICE EDITORE<br>
+<span class="small">Via S. Sofia, 29<br>
+M DCCC LXXIII</span>
+</p>
+
+<p class="small">
+Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.
+</p>
+</div>
+
+<div class="verso">
+<hr class="mid">
+<p>
+Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore
+a norma della Legge 25 giugno 1865, N. 2337
+</p>
+
+<p>
+Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.
+</p>
+<hr class="mid">
+</div>
+
+<div class="somm">
+<hr>
+<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
+<hr>
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span></p>
+
+<h2 id="cap1">I.
+<span class="smaller">GORDIENE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Eran corsi più giorni che Marco non vedeva
+Gordiene; e come al mattino era disceso per
+accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e
+invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire
+il caro suono della sua voce, così non potè
+<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
+trattenersi in quell’ora del <i>post meridiem</i>, dal
+ripetere quella visita; e, di volo attraversata
+la casa e disceso, si soffermò innanzi alle porte
+dietro cui stava chiusa la fanciulla sua, e così
+sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto:
+<i>Si deam nequeo, templum adoro</i>. Ma data e ridata
+e ripetuta più volte la consueta parola,
+non udì rispondere la voce consueta. Stette in
+una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso
+di voci diverse echeggiato dalle volte di
+quegli antri risuonava fino a lui; ma il suono
+ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella
+sì romorosa confusione, non uscì.
+</p>
+
+<p>
+Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti,
+di schiavi e servi. Chiese del padre, i servi
+erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano
+muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono
+da lui ritraendosi in un angolo. Se non fosse
+stato Marco dalle braccia di Milo, i servi avrebbero
+<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
+osato avventargli ingiurie, chè il tetro
+Publio ognora li eccitava contro il figlio, come
+chi aizza de’ sanguinari veltri ad assalire un
+passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco.
+Questo, senza sgridarli, chè a ciò non aveva
+nè volontà, nè tempo, s’accostò alle stanze
+paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene
+appreso come il padre le ordisse continue insidie.
+S’accostò; udì la voce del padre forte,
+aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di
+Gordiene alta, vibrata, minacciosa e tuttavia
+ancora attraente; udì un fremito come di grosse
+minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel
+tono più basso; e la voce virile e la femminile
+staccarsi da quel fondo di note cupe, che non
+erano effetto d’arte musicale, ma espressione
+spontanea e non voluta di spavento e di terrore.
+</p>
+
+<p>
+Marco non pensò all’ingiuria che stava per
+<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
+fare al padre, non vide il pericolo proprio, chè
+contavansi a centinaja i servi che a un cenno
+del padrone potevano avventarsegli contro ed
+atterrarlo; non fu sospinto che dall’affanno e
+dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le
+chiuse imposte della paterna stanza. S’affacciò;
+sostette immobile sulla soglia, guatò il padre
+che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento
+l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata
+alla parete serrava nel breve pugno la
+ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo.
+Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano
+morti; e le loro facce belvine apparivan
+tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato
+dal re Mitridate con bava d’aspide e
+con miscele di succhi vegetali che, maestro
+espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe
+dei funesti suoi orti, uccideva di colpo, senza
+dolore, senza dar tempo a lamenti.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
+</p>
+
+<p>
+Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi
+vibrava al figlio continui lampi di luce sanguigna.
+Poderoso appariva anch’esso ed era
+alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole
+avrebbe creduto, osservandolo al primo,
+essere ancora più forte del figlio. Ma canuto
+egli era e gli occhi, sebbene fierissimi,
+aveva segnati di vene rossigne, e offese di rughe
+spesse e profonde le parti esterne; guardato
+più a lungo, mostrava una vita in decadenza:
+decadenza anticipata dai turpi costumi,
+da un morbo occulto, già antico e ribelle; dall’assenza
+non mai interrotta d’ogni mite affetto;
+da un livore implacato che lo faceva aspro a
+tutti, aspro e funesto a sè stesso.
+</p>
+
+<p>
+Al giovine Marco la considerazione di quanto
+aveagli raccontato Gordiene, fece tosto indovinar
+la cagione della scena che gli si presentava
+dinanzi; onde più non soffrendo di
+comprimere gli sdegni:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
+</p>
+
+<p>
+— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo
+o Atride; non umano padre. Da te pollute le
+due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè
+son morte avventurato mi debbo chiamare;
+chè la vergogna respinta invano dall’inerme
+virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti
+plachi, pur scendente a vecchiaja e dalla vendetta
+degli Dei inquinato nel sangue. Servi,
+che fate qui, perchè susurrate parole, mentre
+io parlo? Or sappiate che il padrone vi aveva
+condannati a morte. Tre vomitarono già l’anima
+dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di
+voi tutti i più vili sono essi, chè di menzognere
+delazioni mi saturavano il padre a rendermigli
+sempre più odioso. Or ecco come li
+ha pagati; e non ancora nel vostro capo ottuso
+penetrò il vero? Guardate, non son ferite
+di morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato
+il ferro, e una puntura lieve basta a dar
+<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
+morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse
+di disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più
+sarebber caduti l’un sopra l’altro, finchè alla
+fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile
+sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle
+bramose mani del padrone ajutato dai pochi
+di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi cani
+da preda, perchè vediate come vi compensa
+il padrone. Ma io sto qui adesso.
+</p>
+
+<p>
+— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come
+libero cittadino innanzi a cittadino libero; ma
+qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io senatore,
+io re nella mia casa; tu schiavo e servo
+innanzi a me e cane come costoro. Però gli
+Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle sacrosante
+leggi non mi valsi fin qui per punirti
+qual meriti.
+</p>
+
+<p>
+— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante
+leggi, o violatore della legge. Rendimi quel
+<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
+che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode
+d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa
+fanciulla assai più preziosa di piropi e smeraldi;
+questa fanciulla che è mia, di me solo,
+e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava,
+tu dici, ed è; ella è cosa, anima non le spira
+nel petto; il diritto le invola l’umanità; dunque
+è mia come i tesori che portai dall’Asia,
+tesori che non hanno anima. Ma io ti citerò
+ai gradini del pretore. Cesare parlerà e consacrerà
+il tuo capo alla vendetta della legge
+ed al furore del popolo. Verre tu mi hai chiamato,
+più ladro di Verre; ma ben Verre sei
+tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno
+i giusti, e per la prima volta sarà visto
+il figlio punire il padre.
+</p>
+
+<p>
+— Empio; e nelle parole tue già parricida.
+Oggi prima che tramonti il sole scenderai sotterra.
+È da troppo tempo che nel suo antro
+<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
+solitario il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.
+</p>
+
+<p>
+— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di
+morte qui. Ferisci costoro, o Gordiene; io ti
+proteggerò di me e del mio ferro; prostratevi
+in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal
+padrone; e, sebbene non vi numeri a cento,
+siate ora ecatombe a questa donna mia.
+</p>
+
+<p>
+— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene,
+che qui giaciono, io ho ferito, o Marco, perchè
+con feroce violenza m’aveano già stretto
+il fianco. Costoro non si mossero; io perdono
+ad essi.
+</p>
+
+<p>
+Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi
+il ligneo tabulato, aggirandosi intorno a sè
+stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a
+vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò
+l’antica larga sua daga che di là pendeva tra
+la lorica e l’elmo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Contro di me ti avventa, o scellerato,
+gridò poscia. La tua giovane daga attraversi
+l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto.
+Io ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta
+Roma debba inorridire vedendoti, e fuggire la
+folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa
+dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido
+mio ferro. Vieni ti aspetto, o scellerato.
+</p>
+
+<p>
+— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene
+scellerato io sia; e sento di esserlo ora; perchè,
+standoti presso, mi par di assorbire tutto
+l’inferno dell’anima tua.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.
+</p>
+
+<p>
+Gordiene si staccò dalla parete dove immobile
+ancora si stava, e:
+</p>
+
+<p>
+— No, o padre di Marco, no — non ferire;
+ei si lascierebbe ferire — egli è tuo figlio; ed
+io sono la schiava sua; ma sua donna anche
+e sua madre e sua sorella e sua figlia.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E muori dunque tu.
+</p>
+
+<p>
+E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia
+daga di Publio a lei penetrò nel petto tra
+le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida
+di terrore ed anche di pietà mandarono i servi.
+</p>
+
+<p>
+Marco Sceva rimase immobile come simulacro
+marmoreo; e la vitrea pupilla rivelava il
+subito deliquio dell’intelletto.
+</p>
+
+<p>
+E stette immobile anche il nefario padre, e
+un istantaneo lampo di pentimento gli attraversò
+l’anima buja. Ma si scosse Marco e si
+gettò a terra in ginocchio accanto alla morente
+Gordiene; e le prese ambedue le mani
+ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole
+un bacio sul labbro, di sotto al quale ei sentì
+tremare il bacio che non potè esser ricambiato,
+perchè lo spirito si esalava in quel
+punto da quella bocca soave che si chiuse per
+sempre.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
+</p>
+
+<p>
+Un silenzio di tomba tenne quella stanza
+alcun tempo.
+</p>
+
+<p>
+Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e
+il più grave di Publio. Ma fu rotto il funereo
+silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo
+grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso
+petto le mani di Gordiene; e l’eroe
+futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava,
+singhiozzava, piangeva come un fanciullo
+percosso.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span></p>
+
+<h2 id="cap2">II.
+<span class="smaller">CESARE E PUBLIO SCEVA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò
+per qualche tempo a leggere Polibio e
+ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove
+l’amico suo Varrone aveva fin d’allora delineato
+la geografia e la topografia del teatro
+<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
+della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa
+la lettura, come se lo avesse colto un improvviso
+pensiero, chiamò un servo, al quale ingiunse
+dicesse all’auriga di apprestare il cocchio.
+Il racconto che Sceva gli aveva fatto, il
+dolore profondo dal quale avealo visto oppresso,
+l’indole generosa ma pericolosissima
+a un tempo di quel giovine straordinario, gli
+fece pensare essere necessario di provvedere
+ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo
+in mente più disegni d’imprese future,
+sebbene senza un punto determinato, ed essendo
+oramai giunto a quell’età che più non
+gli permetteva di star pago di una celebrità
+la quale si chiudeva entro le mura di Roma,
+celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava
+spesso fra centurioni e militi, armeggiava
+con essi, con essi versava in famigliari
+colloquj, si rendeva amicissimi i più forti e
+<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
+valorosi, all’intento di averli seco, quando mai
+dal Senato gli fosse decretato di condurre la
+guerra a conquista di paesi; però gli parve
+essere fra tutti di altissimo prezzo il giovane
+Sceva, il quale era stato di grande ajuto a
+Pompeo in molti pericolosi dubbj delle battaglie.
+Di quei tempi la forza fisica e l’impeto
+del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura
+comune, potea rendere un sol milite romano
+formidabile a intere coorti.
+</p>
+
+<p>
+Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire
+il verissimo vero, ma per libidine di
+singolarità, e per avversione alla gente latina,
+negò alla ricisa molti fatti gloriosi dell’antica
+Roma eccezionali, e negò il valore
+prodigioso di Coclite e la possibilità di star
+solo al ponte contro le irruenti schiere degli
+Etruschi, mostrò di non comprendere nè
+Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo
+<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
+era più grande dello storico tedesco, e viveva
+e scriveva in tempi ancora prossimi alla battaglia
+di Farsaglia, e dalla tradizione orale
+non interrotta avea trovato quel vero che Niebuhr
+invano cercò nella sua fantasia inzuppata
+di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di
+guerra maraviglioso, al pari e più di quel d’Orazio.
+</p>
+
+<p>
+Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane
+già fin d’allora singolarmente forte e coraggioso
+e glorioso fra i commilitoni, e dominarlo
+così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque
+in cocchio e recossi alla casa degli Sceva.
+Voleva parlare al padre di Marco, per tentar
+di placarlo e renderlo meno aspro al figlio.
+Discese alla casa; non vedendo l’ostiario, entrò
+senz’altro, e passato al cavedio, con sua meraviglia
+lo vide affollato di schiavi e servi e
+clienti, i quali pareva tendessero l’orecchio
+<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
+come in aspettazione di qualche notizia. Marco
+Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna,
+ed alcuni momenti prima aveano risuonato
+pel vasto palagio le voci alte, sonore, minacciose
+del padre e del figlio, e prima ancora
+le acute esclamazioni di Gordiene. L’ostiario
+aveva lasciato la porta senza custodia, chiamato
+anch’esso da quelle voci e da quelle grida
+accennanti a un litigio feroce. I servi si curvarono,
+in atto di soggezione, all’apparire di
+Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro
+e gli baciaron le mani.
+</p>
+
+<p>
+— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi
+sembra di vedervi tutti in qualche sospensione.
+</p>
+
+<p>
+— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma
+oggi siamo in timore del peggio — chè
+suonaron minaccie tremende, e grida e
+pianti femminili.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E non è uscito Marco?
+</p>
+
+<p>
+— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le
+parole di Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Questi espertissimo delle passioni umane e
+dei desiderj impazienti che comunicano a chi
+le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno
+di Marco. Disse poi all’ostiario:
+</p>
+
+<p>
+— Io m’inoltro alle stanze di Publio.
+</p>
+
+<p>
+— Non entrare, o Cesare, in tal momento.
+</p>
+
+<p>
+— È in tal momento ch’io debbo entrare.
+</p>
+
+<p>
+L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio;
+entrò nelle stanze interne. D’una in altra
+passò a quella di Publio.
+</p>
+
+<p>
+Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò
+Publio appoggiato al dossale di un’aurea edra,
+guardò alla daga insanguinata che il vecchio
+aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo
+affacciarsi, Cesare credette, ricordando Appio
+e Virginio, che Marco stesso avesse trafitta la
+<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
+fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del
+padre; ma la daga caduta e quella che ancor
+pendeva chiusa nella vagina dal fianco di Marco,
+gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono
+in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè
+Marco sempre inchinato sul corpo della sventurata,
+e sempre gemente, teneva il tergo rivolto
+a lui, ned erasi accorto della sua presenza.
+Nè Cesare pensò d’interrompere quel
+dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni
+istanti, s’accostò a Marco e al cadavere
+della fanciulla. Marco si volse, vide Cesare;
+proruppe in nuove e più abbondanti lagrime,
+poi, ribaciata Gordiene:
+</p>
+
+<p>
+— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo
+ed ottavo anno a lei traeva la parca; ed
+ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non
+udrò il suono della sua voce; nè più il raggio
+almo degli occhi suoi; nè più il sorriso, onde
+<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
+pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la
+trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei
+sente orrore di sè; nè sa l’insulto che fece
+alla natura, che liberale componeva questa beltà
+sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da
+questa stanza maledetta.
+</p>
+
+<p>
+— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre;
+e che mai più io non ti veda. Fallo uscire
+da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè
+se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice,
+e così l’anima sua volerà più presto
+incontro all’anima della schiava.
+</p>
+
+<p>
+— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare;
+nulla vi ha che ora torni opportuno a
+dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti
+conosce appieno; Roma conosce il tuo figlio
+appieno. Usciamo, o Marco.
+</p>
+
+<p>
+Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare
+Gordiene, dalla quale non sapea staccarsi;
+<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
+le tolse il peplo insanguinato; levò dal
+tabulato la lama indarno esiziale che a lei,
+trafitta, era caduta di mano; tolse dal cinto di
+Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo
+chiuse; e questo e il peplo portò seco, a commemorazione
+perpetua del suo sventuratissimo
+amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò
+prendere la mano da Cesare che, muto, condusse
+Marco fuori della casa paterna. Salirono
+in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a
+Catilina.
+</p>
+
+<p>
+Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui,
+ma l’ostiario disse a Cesare:
+</p>
+
+<p>
+— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar
+Catilina. Se vuoi parlargli, è bisogno che
+ti rechi a quella casa.
+</p>
+
+<p>
+L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.
+</p>
+
+<p>
+— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco
+quando il cocchio si fermò. Troppo disfatto io
+<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
+sono, nè la mente può soccorrere alle mie
+parole.
+</p>
+
+<p>
+— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo
+e il sangue. Io dirò il resto.
+</p>
+
+<p>
+Discesero, entrarono nel palagio; annunziati,
+misero il piede nella sala magna, dove Sempronia
+accoglieva a congressi, dissimulati da
+sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.
+</p>
+
+<p>
+— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco
+Sceva. Ma che veste e che sangue rechi tu
+sul braccio?
+</p>
+
+<p>
+Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono
+al giovane Sceva.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span></p>
+
+<h2 id="cap3">III.
+<span class="smaller">MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA
+NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+In quel numeroso convegno oltre a Sempronia,
+v’erano la Dorestilla stata già amante
+di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice
+di amanti indebitati; e la Gèmina,
+maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa fama,
+<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
+nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito
+Endimione ognora tentato dalle Diane
+terrestri, era entrato vivo e, deposto nella sedia
+portoria, era uscito morto; e v’erano altre
+patrizie romane. La Precia cortigiana e la Flora
+e la Chiledone, sebbene care a Lucullo e a
+Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili
+nell’uragano che stava per prorompere, non
+v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti si
+schermirono con arte atta a stornare ogni rancore,
+dal concedere l’accesso alle peccatrici
+pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio, Cetego,
+lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a
+Cesare e a Marco.
+</p>
+
+<p>
+Cesare parlò:
+</p>
+
+<p>
+— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo,
+espertissimo di leggi e costumi, e Ruffo e Scevola
+giureconsulti, e Granio Flacco, il commentatore
+delle dodici tavole, abbiam discusso
+<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
+intorno al bisogno di far nuove leggi che surroghino
+le antiche e distruggano il fatto pel
+quale dobbiamo sottostare a molte che sono
+in manifesto contrasto coi presenti costumi,
+colle necessità che modi diversissimi di vita
+pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni
+andarono creando; e, quel che è più penoso
+a pensare e a dire, in contrasto colla natura,
+colla ragione, colla giustizia.
+</p>
+
+<p>
+«So che in codeste adunanze corre spesso
+il discorso intorno alle cose che riguardano
+la patria, alla quale tanto più volenterosi contribuiscono
+i cittadini quanto più ripetono la
+domestica felicità dalla sapienza delle istituzioni
+e dalla equità dei diritti. Tu conosci, o
+Catilina, questo giovine forte, questo decoro
+della casa Sceva, e voi tutti conoscete il padre
+suo.
+</p>
+
+<p>
+«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare
+<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
+la gloria sacra degli avi e a coprire i
+vituperi paterni?
+</p>
+
+<p>
+«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo
+noi, che condannano la virtù ad essere
+la schiava del vizio; perchè se un figlio pei
+suoi meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia
+è decretato schiavo perpetuo del padre,
+anco se questi per le scelleraggini sue venga
+in odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.
+</p>
+
+<p>
+«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il
+figlio non è uomo, venne in una sua parte riformata;
+ma le parti superstiti e antiche fecero
+inferma e impotente la nuova, se non per
+il diritto, per il fatto. Publio tenne per sè i
+tesori e le proprietà che questo amico mio,
+questo giovane forte e caro a Marte, si portò
+dalle terre dove militò gloriosissimamente. La
+legge nuova decretò non tangibile dal padre
+<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
+questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto
+castrense scolpito è in bronzo nel tabulario.
+Ma se il figlio al cospetto del padre non
+è uomo, se può essere manomesso e infranto
+dal padrone come una creta spregiata, percosso
+e ucciso come un cane vile, inutilmente
+splende la legge nel tabulario, quando il padre
+sia avaro, ladro, iniquo. Ben di cento
+e più talenti è il valore delle ricchezze che
+Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco
+un tesoro inestimabile, un tesoro vivo in cui
+spirava divina la Psiche, e di cui la beltà
+sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e
+a questo infelicissimo amico mio necessità di
+vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue. Il
+padre gli uccise la bellissima fanciulla che
+seco aveva condotta a Roma; Gordiene ella si
+nominava ed era di greca schiatta, e stava già
+nella reggia di Mitridate, figlia a un primate.
+<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
+Non potendo toglierla al figlio, perchè la fiera
+virtù di lei gli rendeva impossibile manometterle
+il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece
+scelleratamente uscir l’anima immortale, squarciandole
+il petto.
+</p>
+
+<p>
+«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto
+così atroce e fuori dell’ordine umano non avvenne
+mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo,
+quantunque senatore, tenuto in tanta povertà
+dall’avarizia paterna, che per esser pari al tuo
+grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere circumforaneo
+dove gli usuraj, augelli di preda,
+attendon le vittime, che, sprofondato nell’abisso
+dei debiti, a stento riesci a salvar dagli insulti
+dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo
+Sura, sei più avventurato; nè voi, figli di Servio,
+fratelli Sulla, siete netti dell’immonda lebbra;
+e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui
+vedo, sebbene consiglieri del Consiglio militare
+<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
+e tenuti in altissimo pregio nel campo e nel
+fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal
+paterno rigore. Ma tutti mi guardate attoniti
+e forse ascrivete ad impudenza maravigliosa
+se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più
+indebitato di quanti sono in Roma, sebbene
+non abbia padre che mi tenga in tirannico
+governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre
+finalmente una legge che distrugga o
+modifichi codesto mostruoso abuso della potestà
+paterna.
+</p>
+
+<p>
+«Io so che avrete avversissimo uno dei più
+grandi Romani, Cicerone, il quale è di sì formidabile
+eloquenza che contorce anche i più
+forti intelletti a cambiare sentenza, pur se
+questa sia effetto di convinzioni antiche e profonde.
+Però, quantunque ei rechi tanto onore
+alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto
+all’ara della virtù, nessuno è più di lui
+<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
+fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere
+che assecondi il corso naturale dei giustissimi
+desiderj degli uomini. Nella sua casa, toccando
+della riforma delle leggi, egli, in mezzo a Scevola
+e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il
+solo che, quasi invasato da un arcano furore,
+non consueto in lui, d’animo così buono e mite,
+chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare
+le antiche leggi. È un funesto pregiudizio
+che, quasi a mostrare che non v’è perfezione
+nell’uomo, penetrò come verme in quel
+nobilissimo intelletto. E giacchè è a proporre
+una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a
+proporre in apparenza non giusta come la
+prima, ma giustissima al postremo della questione.
+Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio
+vantaggio, ma parlando per me, parlo per tutti.
+</p>
+
+<p>
+«Voi sapete come fra i legislatori greci sia
+altamente riputato Solone; sapete pure come
+<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
+esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia
+promulgata la legge dell’abolizione dei debiti.
+Ma io non propongo di ripetere il radicale
+pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo
+eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.
+</p>
+
+<p>
+«Però io proporrei una legge che riducesse
+i debiti alla loro terza parte. Ai feneratori non
+si toglie quanto iniquissimamente hanno acquistato;
+non si spoglia nessuno di essi, quantunque
+a buon diritto lo si potrebbe, chè la
+pecunia rapita, dovrebb’essere restituita dai
+ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si
+tengano quel che possedono. Soltanto si riducano
+i loro crediti. A questa legge avremo avverso
+Catone, potentissimo in Senato. — Egli
+è grande Catone, è austero, è di costumi incontaminati — ma
+è venuto nella sentenza che
+del proprio si possa far l’uso che si vuole e
+<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
+chi cerca danaro e n’ha di bisogno lo paghi
+anche senza misura di proporzione. Egli è per
+tale persuasione che il virtuoso Catone, imprestando,
+arricchì di molto. Vuolsi adunque proporre
+anche questa legge; ma tranquillamente,
+ma senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando
+severissimamente le persone di questi
+splendori di Roma.
+</p>
+
+<p>
+«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva
+e le mie parole non possano far credere che
+codesto sia un convegno di troppo gravi e pericolosi
+intenti, mentre invece è una adunanza
+tutta devota a geniali esercitazioni, io e Marco
+partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna
+tornino a consolare dei loro canti questo Catilina
+che or mi si è fatto taciturno e fiero in
+vista.»
+</p>
+
+<p>
+E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva,
+che se ne stava immobile e ognora attonito,
+a seguirlo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
+</p>
+
+<p>
+La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato
+presso di sè Lentulo, Verguntejo, Quinto
+Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei più
+intimi recessi del suo vecchio palagio.
+</p>
+
+<p>
+— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse.
+Verrà tra poco. Come già considerammo, le
+sue parole avevano altro intento che di mitezza.
+Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi
+pochi e forti e di acuto intendimento si manifesterà.
+</p>
+
+<p>
+«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava?
+una rivoluzione vasta, profonda,
+lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi
+di mistero come la Pizia. Rivoltare
+tutti i figli contro i padri, tutti i debitori contro
+i creditori, è spingere il naviglio in un
+mare di sangue più vasto, più procelloso di
+quel di Silla. E sì tremenda impresa m’invoglia.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
+</p>
+
+<p>
+«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse
+il più funesto a Roma; col raccomandare di
+rispettarlo, volle dunque accennare che, a toglierlo
+di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma.
+Sterminato come scaltro è l’ingegno di Cesare;
+qui lo aspetto con impazienza.»
+</p>
+
+<p>
+Ma la notte procedette altissima e Cesare
+fu aspettato indarno. Nè mai più si accostò a
+quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava gli
+intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto
+pericolosa e incertissima, per serbarsi poi intatto
+a raccogliere il frutto della audacia fortunata,
+o a non dividere la sventura che insegue
+e spegne gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno
+presago e odorava l’avvenire.
+</p>
+
+<p>
+Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non
+si recò alla casa di Catilina.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p>
+
+<h2 id="cap4">IV.
+<span class="smaller">CESARE E SERVILIA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora
+sanguigna che illuminò la sua morte, respingere
+il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia,
+presago del suo non duraturo affetto; e nelle
+parole ultime ond’ei prese commiato dall’odiato
+<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
+Cesare, suonare il presentimento e della repubblica
+che per lui sarebbe perita e dell’amante
+che gli avrebbe involata; ci accorgemmo
+come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida scena,
+adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i
+profumi di non lontane voluttà, intanto che
+nel sangue del sacro giovinetto prevedeva quello
+che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava
+infliggere al gran corpo romano. E lui
+vedemmo infatti dopo i trionfi del circo, penetrare
+col balsamo avvelenato d’insolite parole,
+il cuore e il senso dell’incauta fanciulla,
+e coll’alloro agonale che Servilia aveva imposto
+sull’astro simbolico che gli brillava in fronte,
+infiammare la stolta plebe romana e sgomentar
+gli astuti, i forti ed i veggenti.
+</p>
+
+<p>
+Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte.
+Pareva che la fortuna più s’innamorasse di
+lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare
+<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
+s’irrise dell’inflessibile fratello di Servilia, e
+lei piegò e vinse, pur nelle istesse case dei
+Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo
+amore ch’egli mise in lei, fece sì
+ch’essa con suo pericolo accorse di nascosto
+ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto,
+e però stesse in disparte dalle congreghe catilinarie.
+</p>
+
+<p>
+Se non che questa Servilia istessa, non
+si può congetturare per qual cagione, se non
+forse per le transitorie movenze del cuore
+umano, di repente, ad onta di sì profondo
+amore per Cesare, dalle case dei Catoni,
+fiore indarno cresciuto in quella rigida flora,
+passò a concedere le seconde fragranze nelle
+case dei Bruti, sposa quale divenne dell’ultimo
+discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di
+Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa
+alla Suburra, nell’antico palagio, nel fôro, nel
+<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
+pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran
+messaggeri assidui e portatori di lettere. — E
+intanto nacque Marco Bruto, l’ultima parola
+della repubblica romana. Cesare vide quel
+neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia,
+che sorrise a lui.
+</p>
+
+<p>
+Quante varie fila annodava il destino di Roma!
+I Bruti, i Catoni, Servilia, Cesare; l’amore e
+l’adulterio preparanti la lotta della Repubblica
+e dell’Impero!
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span></p>
+
+<h2 id="cap5">V.
+<span class="smaller">LA CONGIURA DI CATILINA
+E IL SENATORE QUINTO CURIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Di tutti coloro che si radunavano intorno a
+Catilina un uomo che fosse compiutamente
+onesto, un giovane che non fosse stranamente
+vizioso, se si eccettui Marco Sceva, una donna
+che non fosse cupamente adultera, perchè, come
+<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
+vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice
+lo vollero insanguinato, non c’era. — E
+qui ci si offre una questione. — Come mai
+tanti uomini avvolti in così profonda corruzione
+s’avviavano ad un’impresa che ad ogni modo
+era grande? Grande era, perchè, pretermessi
+gl’intenti, diremo, individui che si riferivano
+alla radicale riforma del regime domestico, la
+repubblica allora procedeva di tal modo che
+a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa
+quando è pessima non può mai esser cangiata
+in peggio. — Non ordine, non sicurezza nè pubblica
+nè privata. — A vivere in Roma si era
+men sicuri di quel che si sarebbe a percorrere
+un bosco dove stesse in sull’arme una schiera
+di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano
+ad una grande impresa dove per lo
+meno ci volevano le virtù del coraggio e del
+sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte
+<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
+per un grande intento. — Eppure, ripetiamo,
+nessuno di loro era virtuoso.
+</p>
+
+<p>
+Or come questo si spiega? non è un problema
+storico, è un problema umano. — Tranne
+le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or
+presenta alla storia maraviglioso esempio, chi
+è nato alle imprese arrischiate e va imperterrito
+incontro ai pericoli, tiene dalla natura
+qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime
+soverchiano al punto le miti che queste
+scompajono poi affatto, e non rimane che la
+terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste
+nature sono tremende e straripano feroci, onde
+sono infestissime a chi le avvicina. — È noto
+che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone,
+quelli che davvero potevano chiamarsi
+fulmini di guerra, e per virtù dei quali il gran
+capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria,
+allorchè, durante le tregue e le paci, si
+<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
+riducevano ai patrj focolari, erano così infesti
+alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse
+la guerra per liberarsi da quegli
+insopportabili flagelli. — E toccando di qualche
+figura celeberrima, del <i>Giovanni delle Bande
+Nere</i>, per esempio, non v’era uomo che, fuori
+del talento e del coraggio guerriero maraviglioso,
+nell’ordine delle doti private non fosse
+detestabile al pari di lui; eppure fu un grande
+eroe e l’Italia va gloriosa del suo nome. — Cessa
+dunque lo stupore del come i congiurati
+di Catilina avvolti in tanta depravazione, pur
+s’avviassero generosamente al campo, i cui
+fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano
+che dalla fortuna.
+</p>
+
+<p>
+Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze
+intime di Catilina e ai quali dopo il capo doveva
+esser dato il governo delle cose, v’era il
+senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati
+<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
+alla congrega segreta, allo sciogliersi di
+essa, erasi giurato di serbare il più profondo
+silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj
+che già erano stati invitati da loro, col
+pretesto che per allora l’impresa era tenuta
+in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti;
+cogli altri giurò anche il senatore Curio. — È
+deplorevole come Catilina, uomo di fortissimo
+ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non
+siasi accorto che taluni, e molti, non erano intellettuali
+affatto, nè capaci di fare alcun che
+di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto,
+uomo nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche
+Sallustio lo dice. — Colui
+partitosi da Catilina, recossi come di consueto
+alla casa del senatore Messala, che fu poi Console,
+uomo turpe in ogni ordine di cose; e a
+tutte le ore del giorno e nella maggior parte
+della notte così putrido di vino, che quando i
+<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
+suoi clienti gli si presentavano, stavano in distanza
+da lui, perchè non ne potevano sopportare
+il vinoso fetore. — Ad ogni modo però,
+siccome era ricchissimo e possedeva il migliore
+falerno della repubblica, di notte molti patrizj
+si recavano nelle sue stanze e vi si trattenevano
+empiendo di continuo le tazze alle anfore
+indulgenti che stavano nel mezzo del circolo
+degli amici. — Quinto Curio venne dunque a
+lui e tante tazze tracannò che il suo discorso
+erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo
+dai sedili, mal si reggeva sui piedi, e in
+queste condizioni recossi come di consueto a
+visitare l’amante Fulvia.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span></p>
+
+<h2 id="cap6">VI.
+<span class="smaller">FULVIA E QUINTO CURIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del
+palagio, vi si trattenne un istante ed il suo
+corpo fece quel movimento tutto particolare
+agli ebbri e che somiglia a quello di un pendolo
+capivoltato.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
+</p>
+
+<p>
+Dei servi adunati nel cavedio la maggior
+parte stettero seriissimi e in silenzio, perchè
+sapevano ch’esso era l’amante della padrona
+ed esso medesimo quasi padrone. — I più stettero
+dunque serj, ma due o tre non poterono
+trattenersi e diedero in uno schianto di riso
+scandalosissimo. — Curio, barcollante, quantunque
+dignitosamente avvolto nel manto senatorio,
+si irritò di quelle risa, e:
+</p>
+
+<p>
+— Bestie del foro boario, gridò con accento
+incerto e come d’uomo apopletico. — Bestie
+del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò
+fustigare a sangue.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze
+di Fulvia che soleva vegliare tardissimo.
+</p>
+
+<p>
+I servi stettero in silenzio finchè furono in
+presenza di Quinto Curio, ma poi che questi
+se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che
+avean saputo contenersi, diedero ancora nelle
+prime rumorose risa.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
+</p>
+
+<p>
+Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia,
+la salutò come potè, e come potè si mise a
+sedere.
+</p>
+
+<p>
+Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle
+un vaso, stava una giovinetta schiava:
+</p>
+
+<p>
+— Per Venere e per Marte e per tutti gli
+Dei e Semidei del cielo e della terra, disse ebriosamente
+Curio, sai tu, Fulvia, che questa Alfesibene
+è oggi mai un portento di beltà? — Essa
+è degna di chi è la regina di questa casa; ma
+tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente farmi
+il dono di questa fanciulla creata dalla natura
+in un momento di giocondità e di afrodismo.
+Nelle tue mani essa non serve a nulla. — Cedila
+dunque a me.
+</p>
+
+<p>
+Se Curio avesse immerso un pugnale in petto
+a Fulvia, non le avrebbe dato spasimo maggiore. — Un
+brivido d’invida ira la percorse
+tutta; nulla disse però; sibbene quel fuggitivo
+<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
+istante bastò per odiare quella fanciulla e per
+sempre. — E la schiava, adempiuto al debito
+suo, si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale
+fu blando e quasi soave, uscì dalla stanza.
+</p>
+
+<p>
+La faccia di Fulvia era di quelle che di primo
+tratto danno la sicurezza della perversità anche
+ai meno esperti leggitori dei volti umani. A
+Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante;
+e non era sgarbo, che, presentandosi
+l’occasione, ei non le facesse.
+</p>
+
+<p>
+Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei
+era disprezzato e da qualche tempo le si era
+fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un
+amante occulto tanto bello quanto povero, e
+che sovveniva di danaro. — Avarissima però
+qual era e questo pesandole assai, s’era più
+volte recata alla casa di Cicerone perchè volesse
+dar collocamento a quel giovine in qualche
+magistratura.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
+</p>
+
+<p>
+Cicerone era <i>Quartumviro alla Moneta di
+Roma</i>, quel che oggi si direbbe direttore della
+Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè
+desse posto a quel giovine negli uffici della <i>Moneta</i>
+appunto. — Fulvia, sebbene ricca, d’istinto
+naturalmente ladra, credeva che a quel giovanetto,
+versante tra l’oro e l’argento, potessero
+facilmente rimaner tinte le mani.
+</p>
+
+<p>
+Fulvia, quando la schiava fu uscita:
+</p>
+
+<p>
+— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso
+nelle anfore del senatore Messala — se tutti somigliassero
+a te, davvero che il Senato parrebbe
+una vasta taberna dove il popolo di Roma
+più lercio va a tuffarsi nella torbida onda ad
+esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è
+indegna cosa.
+</p>
+
+<p>
+— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco
+più che Giove ed Apollo è sovente consigliero
+di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè
+<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
+la lingua si rifiutava al suo istituto), e
+vo’ dire che Bacco infonde sapienza e coraggio. — Tu
+non sai, Fulvia, quello che io so,
+nè verrà mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero
+sia, no: errai, il dì verrà ed è prossimo
+che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina,
+sebbene io non abbia segreti per te,
+pure devi essere circondata dal più nebbioso
+mistero.
+</p>
+
+<p>
+— Hai misteri per me tu? ebbene domani
+all’ostiario e agli altri servi comanderò d’impedirti
+la soglia del mio palagio.
+</p>
+
+<p>
+Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza,
+si riebbe dall’ebbrioso sopore, e:
+</p>
+
+<p>
+— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se
+io mancassi a un giuramento?
+</p>
+
+<p>
+— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto
+degli altri tutti, ma io, da te, o Curio,
+debbo essere costituita in singolare privilegio.
+<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
+Chi ha misteri con chi dice d’amare, non
+ama.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+E pronunciò queste parole con accento blando
+e carezzevole, ma udendo il quale chiunque non
+fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo
+suono perfido e mendace e insidioso.
+</p>
+
+<p>
+Fulvia sapeva della congiura e provò anzi
+dispetto che Sempronia non l’avesse mai chiamata
+alle adunanze preparatorie; sapeva anche
+delle conventicole clandestine a cui erano invitati
+pochissimi; ma non avea mai sospettato
+che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva
+uom dappoco e inetto a qualunque impresa;
+però si mise in sull’ale quando lo sentì a toccare
+del giuramento.
+</p>
+
+<p>
+E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore
+e per la debolezza nativa non seppe
+trattenersi, e:
+</p>
+
+<p>
+— Si sta maturando una grande impresa, ma
+<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
+a prepararla ha a compirsi un fatto pel quale
+anche tu, Fulvia, sarai vendicata.
+</p>
+
+<p>
+— Io?
+</p>
+
+<p>
+— Tu....
+</p>
+
+<p>
+E Curio si soffermava come sonnolento.
+</p>
+
+<p>
+— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi
+gridava, scuotendolo da quel letargo.
+</p>
+
+<p>
+— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte
+accesa d’ira m’hai detto che dal console Cicerone
+avesti a sopportar contumelia.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene?
+</p>
+
+<p>
+— Domani a quest’ora questo non sarà più
+possibile.... gl’inferni dei avranno già accolto
+il console.
+</p>
+
+<p>
+— Oh.... che narri?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso
+nella medesima sua casa. — Verguntejo.... conosci
+tu Verguntejo?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, prosegui.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo....
+Domani sera visiteranno il console e....
+La repubblica in quel punto verrà trafitta a
+morte insieme con lui.
+</p>
+
+<p>
+— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu,
+Curio, or parti di qui e va a rinchiuderti nel
+tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti;
+e perchè sfugga il pericolo di incontrarti
+con altri nel far la via, ti farò apprestare il
+cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e
+dormi.
+</p>
+
+<p>
+Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare
+il cocchio.
+</p>
+
+<p>
+Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia
+si alzò e passeggiando come se fosse impazientissima,
+lo andava guardando con disprezzo e
+sorrideva sugli occhi chiusi di lui con un sorriso
+veramente infernale.
+</p>
+
+<p>
+Tornò il servo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo,
+accompagnalo e mettilo in cocchio; dì
+all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e divori
+la via — già non è lunga; poscia ritorni
+a condurre me altrove.
+</p>
+
+<p>
+Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse
+seco sebbene ei si rifiutasse.
+</p>
+
+<p>
+— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato,
+va, ti ripeto. — Anche l’ora è tardissima. — Va.
+</p>
+
+<p>
+Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il
+piede e aveva l’occhio semispento. — Uscito
+ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’ cingere
+i fianchi e coprire di un denso peplo notturno....
+e, così preparata, stette aspettando il
+ritorno del cocchio.
+</p>
+
+<p>
+Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una
+tavoletta e vi scrisse alcune parole; poscia uscì
+e salì in cocchio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
+</p>
+
+<p>
+Disse all’auriga: — Va alla casa del console
+Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+L’auriga rispose: — Siam già presso alla
+seconda ora dopo la media notte.
+</p>
+
+<p>
+— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e
+sollecita i cavalli.
+</p>
+
+<p>
+L’auriga tacque e attese al debito suo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span></p>
+
+<h2 id="cap7">VII.
+<span class="smaller">FULVIA E CICERONE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+In brevi istanti furono al palagio di Cicerone.
+Un profondo silenzio lo circondava e lo occupava
+di dentro.
+</p>
+
+<p>
+L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli
+ostiarj si davano il cambio e non abbandonavano
+mai le porte delle case.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
+</p>
+
+<p>
+Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.
+</p>
+
+<p>
+L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò,
+domandò che cosa era avvenuto.
+</p>
+
+<p>
+— Reca questa tavoletta al console; anche
+se fosse nel cubicolo, sveglialo.
+</p>
+
+<p>
+— A quest’ora è ancora nella biblioteca.
+</p>
+
+<p>
+— Bene è.
+</p>
+
+<p>
+L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò
+la tavoletta.
+</p>
+
+<p>
+Il servo entrò nella biblioteca.
+</p>
+
+<p>
+— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.
+</p>
+
+<p>
+— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è
+un cocchio e una dama vi siede.
+</p>
+
+<p>
+Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console,
+sebbene l’ora di notte sia tarda; viene per
+cose gravissime che non ammettono indugio,
+cose relative alla patria e a te.»
+</p>
+
+<p>
+Cicerone rimase stupito.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
+</p>
+
+<p>
+Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non
+ne avesse una ragione, ma per un’avversione
+tutta spontanea, al primo fu per rimandarla.
+L’avversione che sentiva gli pareva un presagio,
+epperò la visita inattesa di quella donna
+a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia
+non volendo essere pusillanime in faccia
+a sè stesso e sollecitandolo anche la curiosità,
+disse al servo: — Falla entrare.
+</p>
+
+<p>
+Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga;
+era quello un distintivo degli alti personaggi;
+ma il grande oratore e filosofo aveva portata
+quella lunghezza ad una misura non usata da
+alcuno in Roma, e ciò non per altro che per
+nascondere l’estrema sottigliezza delle sue
+gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava
+il sorriso degli ignoranti ma densi centurioni.
+Quand’era seduto, al pari d’Ulisse in
+Omero, egli appariva maestoso e magniloquente
+<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
+come una delle sue orazioni. Alzato, presentava
+uno squilibrio tale di forme che offendeva
+l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato
+meglio per lui che, dovendo comparirgli innanzi
+una donna, fosse rimasto seduto. — Ma
+egli non aveva fiducia in quella donna, temette
+persino fosse venuta per qualche atto
+proditorio; però si alzò e nel fesso della toga
+nascose un ferro.
+</p>
+
+<p>
+Fulvia entrò.
+</p>
+
+<p>
+Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche
+e grandiose, sopraciglia fitte, occhio nero e
+saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò
+innanzi a Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console,
+per la tarda ora: bensì voglio ringraziamenti
+da te.
+</p>
+
+<p>
+— Siedi, e parla.
+</p>
+
+<p>
+— Se io adesso non fossi qui, tu domani
+<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
+a quest’ora saresti già piombato in Acheronte.
+</p>
+
+<p>
+— E da chi sai tu?
+</p>
+
+<p>
+— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa
+di Catilina, dove Cajo Cornelio e Lucio Verguntejo
+si offerirono di portarsi alla tua casa
+e sotto colore di salutarti, darti la morte, passò
+come di consueto da Messala ad ubbriacarsi,
+e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente
+melensa, fatta più immelensita dal vino,
+mi svelò tutto; onde io venni da te senza por
+tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi
+dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.
+</p>
+
+<p>
+— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora
+parti. — E chiamato il servo, — Appresta il
+cocchio, gli disse.
+</p>
+
+<p>
+Fulvia si alzò, e:
+</p>
+
+<p>
+— Se la repubblica più volte fu custodita
+con sapienza da te, questa volta crollava di
+<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
+certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella
+lotta che ancora non è cessata ti ajutino gli
+Dei immortali.
+</p>
+
+<p>
+Così detto, si partì.
+</p>
+
+<p>
+Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare,
+uscì, stette ad aspettare il cocchio, vi
+salì, e recossi alla casa del console Antonio.
+</p>
+
+<p>
+— Di troppa indulgenza — pensava strada
+facendo — si usò con questo Catilina; lo si
+doveva abbattere fin da quando tuonai contro
+di lui in Senato.
+</p>
+
+<p>
+Lo sfoggio del <i>quousque tandem</i>, onde le cattedre
+gonfiaron gli orecchi di tanti milioni di
+studenti, era già successo fin dai tentativi della
+così detta congiura di febbrajo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span></p>
+
+<h2 id="cap8">VIII.
+<span class="smaller">CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed
+era addormentato.
+</p>
+
+<p>
+Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo
+grado, costretto a svegliarlo.
+</p>
+
+<p>
+E il console Antonio, vecchio soldato che per
+<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
+trent’anni aveva fatto le guerre con coraggio
+e con fierezza, e che vestendo squaglia di coccodrillo
+era duro e intrattabile anche nelle relazioni
+domestiche, quando fu svegliato coprì
+d’ingiuria il servo e quasi volea percuoterlo;
+se non che il servo fu presto a dirgli:
+</p>
+
+<p>
+— Console, è qui Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.
+</p>
+
+<p>
+— Egli mi comandò di svegliarti.
+</p>
+
+<p>
+— Va, fa che non attenda troppo. Digli che
+lo aspetto.
+</p>
+
+<p>
+Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:
+</p>
+
+<p>
+— E che avvenne di sì grande che a quest’ora
+io ti vegga qui? Ben potevi comandarmi,
+che sarei venuto io.
+</p>
+
+<p>
+— Non c’è tempo a perdere; la congiura è
+matura e sta per esplodere. Io dovevo essere
+ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani.
+Questo mi fa credere esser vero quanto mi fu
+<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
+riferito, avere lo stesso Cornelio e Lentulo,
+Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter
+tutta Roma in fiamme e di governarne
+l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere, Antonio,
+e come fulmine colpirli tutti.
+</p>
+
+<p>
+Antonio tacque. Egli era a parte della congiura,
+e l’aveva incoraggiata. Affogato nella
+molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo
+di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era
+lasciato attrarre dalle tentazioni di Catilina.
+Ma a questo punto, venne forzato a respingerla,
+e la repentina diversione, che era
+tradimento, lo rese più zelante di Cicerone
+stesso; pensò che era console e ridivenne
+soldato inesorabile e nimicissimo degli amici.
+Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe segreto
+avviso di uscir tosto di Roma. Pare
+che lo stesso Caio Antonio abbia provveduto
+a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati
+<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
+adunque la medesima notte, quanti poter
+dei propri seguaci e delle viragini donne, la
+Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e
+di quelli che dovevano radunare i giovani patrizi
+uscirono tutti dalla città che ancora non
+era l’alba, e per diverse porte, prendendo per
+diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori
+di Roma il luogo del ritrovo comune doveva
+essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta
+Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina
+veniva il cocchio di Sempronia; sedeva
+con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro
+cocchio dove stavano la Precia e la Flora.
+</p>
+
+<p>
+Queste donne avevano fermato e giurato di
+combattere come uomini, di vincere o di morire.
+E ben potevasi esser certi che la loro
+fermezza era incrollabile.
+</p>
+
+<p>
+Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta
+Portuense uscì Marco Sceva, e a questi, lungo
+<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
+la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero
+a congiungersi tutti i giovani patrizi. I
+veterani che Catilina aveva raccolti, pagandoli,
+e che erano condotti da un centurione di Fiesole,
+medesimamente assoldato, erano già a
+Monte Castrini quando Catilina vi giunse. Esso
+aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la
+fortuna senza una mano di soldati esperti ed
+induriti nelle armi. Questi avrebbero dato coraggio
+ai giovani che non avevano ancora fatto
+sufficienti prove nelle varie battaglie.
+</p>
+
+<p>
+Intanto che la gente di Catilina veniva a
+congiungersi tutta, i pochi sciagurati ch’erano
+rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere
+e strangolare nel carcere Mamertino,
+arbitrariamente, violentemente, senza processo.
+Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre
+della Patria, così avendo voluto la fortuna, chè
+merito nessuno egli non aveva avuto in quel
+<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
+fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio,
+e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe
+caduto nell’insidia di Catilina. Eppure di questo
+avvenimento, del quale avrebbe dovuto vergognarsi,
+si vantò per tutta la vita, assai più
+che delle sue doti veramente insigni, e della
+sua grandezza oratoria e delle altre sue virtù
+straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva
+aver detto il falso, e Fulvia per qualche vendetta
+poteva essere stata bugiarda; ma nel dì
+stesso che i congiurati erano stati messi a
+morte, essendo stato Cicerone ragguagliato che
+Catilina capitanava assai gente, la quale ogni
+dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere
+le città vicine alle quali chiedeva e da
+cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio
+console di raccogliere quanti soldati potesse
+e muovere incontanente contro Catilina, e Antonio
+amico di Catilina e congiurato con esso,
+<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
+mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe
+potuto schermirsi perchè soffriva di podagra,
+pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo
+soldato egli era, lo capitanò egli medesimo,
+e avendo per luogotenente il legato
+Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale
+avrebbe dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
+</p>
+
+<p>
+Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego
+e gli altri sventuratissimi erano stati strangolati,
+mentre egli sebbene vituperevole del vilissimo
+tradimento che compiva, procedeva burbanzoso
+alla testa dell’esercito, tenendosi certo
+della vittoria e per la fiducia che aveva nell’arte
+propria e nell’esperienza lunga e nel provato
+coraggio, e perchè sapeva o congetturava
+almeno di aver sotto di sè maggior numero di
+uomini, e soldati tutti, che non poteva averne
+Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti
+che, siccome gli era stato riferito, avevano seguito
+<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
+Catilina dovevano in campo riuscire a
+colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato
+fra le armi e copertosi di gloria, non aveva
+mai comandato un esercito nè governato mai
+per sè solo una guerra, però l’idea del tradimento
+egli velò e coperse sotto alla nube
+sanguinosa della gloria militare. — È degno
+d’osservazione come Sallustio non dica nulla
+di questo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span></p>
+
+<h2 id="cap9">IX.
+<span class="smaller">LA BATTAGLIA DI PERUGIA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Catilina saputo come il Senato gli mandava
+incontro un esercito poderoso, saputo inoltre,
+con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio
+console lo comandava, fra aspri monti a gran
+giornate venne nel campo di Pistoja, ma Quinto
+<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
+Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò
+esso pure a gran giornate nel Piceno e qui
+si accampò; e Antonio col forte delle sue genti
+veniva a congiungersi a Metello per ovvio e
+facile cammino all’intento di chiudere ogni
+scampo a Catilina.
+</p>
+
+<p>
+E questi nella prima parte di questa breve
+guerra mostrò grande sapienza militare, tenendo
+ognora in iscacco il console, ora accennando
+di muovere verso Roma, quando Antonio
+lo sospettava avviato verso la Gallia Cisalpina,
+ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia,
+quando Antonio lo sospettava avviato per gli
+Apennini a Roma.
+</p>
+
+<p>
+Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta
+e la morte dei congiurati tolsero a Catilina ogni
+speranza di potere, traendo in lungo la guerra,
+ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto
+egli stesso. — Disanimati, moltissimi uscirono
+<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
+dalle sue file, per il che sebbene da principio
+egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi
+a lui in gran numero per acquistar libertà, si
+piegò ad accoglierli, onde il suo esercito potè
+presto salire a quasi diecimila uomini.
+</p>
+
+<p>
+Quinto Metello Celere con tre legioni occupò
+il campo Piceno, e Antonio e Petrejo lo andavano
+inseguendo celerissimamente e con
+esercito poderoso; però non sperando nulla per
+allora dagli amici che stavano a Roma, pensando
+che soltanto dalla fortuna delle armi e
+dalla vittoria, non facile ma possibile, poteva
+dipendere l’adempimento de’ suoi disegni, Catilina
+risolse di venire a battaglia.
+</p>
+
+<p>
+Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici
+pare di dover desumere che qui avvenne
+il conflitto) dopo alcune marcie e contromarcie
+vennero ad incontrarsi i due eserciti.
+</p>
+
+<p>
+Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse
+<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
+combattere in persona per la podagra, pure
+scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare
+i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per
+la patria, pei figli, pei lari; l’oste nemica,
+è oste di vili, d’imbelli, di scellerati. Anche
+donne stanno in quel campo contaminato, e
+adolescenti non ancora addestrati nel campo
+di Marte; onde se l’ottenere vittoria contro coloro
+non può dare gloria nessuna a voi soldati
+veterani, una sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia
+senza esempio, e tale che più non
+sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza;
+però vi esorto a condurre la battaglia
+in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno
+dal campo nemico possa tornare in Roma; chè
+tutti coloro, uomini, adolescenti, per la virtù
+fatale dell’infame Catilina, reduci in patria vittoriosi,
+spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero
+le sacre leggi, recherebbero la
+<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
+morte nel seno delle vostre case, ad intento di
+vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
+</p>
+
+<p>
+E come il console Antonio arringò i propri
+soldati, Catilina attese a infondere coraggio e
+fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le sue
+parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco
+Sceva il quale capitanava la parte più giovane
+del campo catilinario. — Erano da due a tre
+mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già
+militato. — Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto
+fierissimo a vedersi e veramente strenui. Molti
+di loro non erano militarmente vestiti, nè
+tutti avevano armi da campo — tenevano lancie,
+ronche, pertiche, forche. Marco Sceva
+misurando dalla propria la virtù altrui, era
+pieno di speranza generosamente baldanzosa. — A
+quella parte del campo non v’era nessuno
+che varcasse gli anni ventiquattro; i più
+<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
+stavano fra il sedicesimo e il ventesimo anno.
+Marco Sceva dunque prima della battaglia disse
+parole forti a quei giovinetti forti.
+</p>
+
+<p>
+— A quale intento siamo qui noi oggi, o
+giovani generosi? che io chiamo eroi; chè già
+lo siete, non per altro che perchè siete qui. — Lo
+sareste anche senza la battaglia a combattersi,
+anche senza il sangue che verseremo,
+anche senza la vittoria che strapperemo al nemico,
+se gli dei la concederanno. — Ma perchè
+siamo qui? Voi tutti lo sapete; per infondere
+nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare
+all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo
+qui oggi per tentare di far quello che
+Cesare propose — <i>Cessi oggimai la Legge di
+divorare la Giustizia.</i> — Ecco il motto del divo
+Cesare; la giustizia trasformi, rinnovi la legge,
+e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba
+essere benedetta da quanti tengono l’onestà
+dell’intelletto e la sapienza sincera.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
+</p>
+
+<p>
+Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei
+coetanei, per ottenere una legge ragionevole e
+per distruggerne una tanto feroce quanto antica — essa
+è tale, che essendo noi liberi, pur
+dobbiamo vivere schiavi in perpetuo. — Io non
+vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi debbono
+essere religiosamente venerati. — Ma
+non dobbiamo essere in piena balìa delle loro
+ingiustizie, quando essi ne commettono. Non
+è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo
+vedo sulle vostre facce ardenti. — Pensate che
+questo è un giorno supremo. Bisogna vincere
+o cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste
+in patria, sareste tutti scannati dai
+vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa
+ed esecranda per voi e le case vostre;
+mentre cadendo col ferro in pugno avrete gloria
+e tale da comandare l’ammirazione ai vostri
+padri stessi, costringerli forse a inaspettati consigli,
+<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
+e persuaderli ad abrogare la legge nefanda.
+</p>
+
+<p>
+Dopo queste parole di Sceva e quelle che già
+aveva dette Catilina, questi dopo aver comandato
+di discendere, accanto ai pedoni, a quanti
+stavano a cavallo, perchè così non credessero
+gli uni di essere in peggiore condizione degli
+altri, fece dar nelle trombe; esso aveva diviso
+le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò
+di fronte, l’altra tenne in riserva. — Le truppe
+consolari sommavano a ventimila uomini; tra
+questi i più erano veterani; il resto constava
+persino di militi più o meno nuovi, constava
+persino di giovani patrizj avversissimi a quelli
+che sapevano combattere nel campo catilinario,
+e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi
+i padri, e per prepotenza di fibra
+cornea.
+</p>
+
+<p>
+Erano quelli i colli torti di Roma antica.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
+</p>
+
+<p>
+Catilina, come fu detto, non aveva che dieci
+mila uomini, dei quali alquanti veterani, moltissimi
+schiavi, fatti tali in guerra, e sui quali
+Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione,
+contava moltissimo perchè erano avvezzi
+alle battaglie, e la speranza di ricuperare la
+libertà doveva renderli formidabili.
+</p>
+
+<p>
+È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto
+primo. — I veterani del console Antonio
+vi portavano la sicura fierezza che loro veniva
+dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani
+sui quali al primo incontro toccarono i loro
+colpi caddero feriti o morti. — In quel primo
+scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero
+presso i loro amanti, che furibondi diventarono
+tremendi. — Erano essi armati di agricoli
+forconi. — Strano a dirsi! quest’arme
+diventò apportatrice di morte. — Il veterano
+si trovava incontro a un’arme nuova; la breve
+<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
+sua spada mal sapeva tener lontana la lunga
+asta, e alcuni di essi caddero colle facce trapassate
+o deformate. — Marco Sceva vedendo
+che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti,
+era con sua meraviglia divenuta micidialissima,
+ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi e
+si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone
+molti colla destrezza del fortissimo suo
+braccio, e sgominandoli tutti coll’abile maneggio
+di quell’arme improvvisata. — In quanto a
+Catilina, esso era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva
+tutti e faceva strage colla forza del
+suo braccio non inferiore che a quello di Sceva.
+Ci fu un momento in cui parve l’esercito consolare
+piegasse sotto al disperato assalto di
+Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso
+di tanti giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti
+veterani del campo nemico, operavan prodigi.
+Ma il console Antonio, che per la podagra
+<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
+stava lungi dal campo, mandò a rimproverare
+Petrejo luogotenente, onde questi, infierito per
+l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che,
+a torto o a ragione, voleva tenere ancora in
+serbo. — Essa era fatta dalla Coorte Pretoriana;
+non avendo ordine di moversi, fremevano
+e taluni si mordevano le labbra per la
+vergogna a cui vedevano esposto l’esercito
+consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or
+fate strage e finite la giornata. A tal comando
+la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla
+resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila.
+Cade Manlio, cade il Fiesolano, cade Sempronia,
+la quale aveva fatto prodigi di valore
+accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase
+come sconcertato. E mandando un grido,
+vedendosi vinto e in mezzo a un campo di
+morti: — Tentiamo or dunque l’ultima strage,
+disse a Sceva e ai pochi dai quali era
+<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
+attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante.
+E Sceva venne ferito; ma parve leone, e lo
+smisurato e furibondo suo valore sgominò di
+tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise;
+cosicchè nel disordine estremo della battaglia
+rimase quasi in solitudine; cadde della ferita e
+della stanchezza.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Chi si recò dopo la battaglia a visitare il
+campo, vide Catilina ancora spirante fierezza
+in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti;
+e nella parte catilinaria furon visti insieme
+con tanti giovanetti, che dalla speciale forma
+esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte,
+cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano
+per l’abito speciale, non avendo Catilina
+potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde
+vennero colti i visitanti, fu quando s’imbatterono
+nei cadaveri di donne. — La prima di cui
+<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
+s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano
+non fosse che un giovinetto; ma le mani
+e le gambe, sebben queste fossero fasciate,
+rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono
+quando videro altre donne. — La
+Sempronia vestiva una tunica di prezioso argento. — I
+curiosi ammiravano quel viso ancor
+bello nel pallore della morte. Qualcuno persino
+osò alzarlo, per guardarlo meglio — qualcuno
+varcò altro segno. — Ma intanto che i
+semplici curiosi si stupivano di tanta bellezza,
+i ladri da campo, antichissimi come le guerre,
+i quali esploravan tutto attentamente per tornare
+poi sul luogo quando gli altri fossero partiti,
+osservavano l’argentea lorica con occhio
+tristissimo d’avida impazienza — perciò alla
+notte, l’eminente Sempronia venne spogliata.
+</p>
+
+<p>
+Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati
+dalla morte, nessuno tornò a Roma. — I due
+<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
+soli i quali ebbero una sì demente
+fidanza vennero scannati dai loro padri.
+</p>
+
+<p>
+Così finì questa famosa congiura, la quale se
+fosse riuscita, Catilina sarebbe stato collocato
+fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare,
+che fiutando gli eventi e sentendo odore
+di cadavere, astutissimamente si ritrasse, e lasciò
+che Catilina tentasse la sorte. E Catilina
+con sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio,
+arrischiò l’impresa e cadde e passò ai
+posteri come uno scellerato, e nulla più.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span></p>
+
+<h2 id="cap10">X.
+<span class="smaller">CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+A questo punto ci rifacciamo con Giulio
+Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce
+dalla guerra mitridatica, vide seduta accanto
+al Magno eroe la sua figliuola maggiore,
+<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
+al cospetto della quale, forse perchè soffiava
+dal Porto d’Ostia il vento d’Africa, di repente
+sentì infiammarsi il sangue.
+</p>
+
+<p>
+Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto
+reso a Cesare non pareva benevolo.
+</p>
+
+<p>
+— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio.
+Però meglio era se l’ostiario mi avesse rimandato.
+</p>
+
+<p>
+— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che
+ancora mi commove, non concede ch’io mostri
+a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o
+Pompea. Ascoltami, Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora
+sedicenne, una statura e una costruzione
+dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa,
+se la severità non paresse smarrirsi e quasi
+consolarsi anch’essa nel completo rigoglio delle
+forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco
+del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso
+<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
+quasi di sorriso, mentre sembravano
+vietare l’amore appassionato, provocavano nei
+giovani ammiranti l’avidità della conquista,
+un’avidità acuta, inquieta, indomabile, quantunque
+altri potesse sospettare che, compiuta
+la conquista, non sarebbe sembrato altrettanto
+prezioso il possesso. La severità pungeva il
+desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva
+mantenerlo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare disse parole di castissima lode a Pompea;
+parole che, sebbene avessero l’intento di
+rispettare la presenza paterna, pure, accentate
+come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino,
+l’occhio sfavillante del quale pareva
+riscaldare quella castità al punto da trasmutarla
+nel suo opposto, agitarono per modo il
+sangue della fanciulla, che tutta si coperse di
+rossore, e rispondendo breve e decorosamente
+severa, di là si tolse.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta
+sì formosa tua figlia, se fin qui la tenesti
+sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai
+io non la vidi.
+</p>
+
+<p>
+— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa
+oggi stesso. E ancora fremo pensando a colui
+che tanto osava.
+</p>
+
+<p>
+— E chi è?
+</p>
+
+<p>
+— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me
+come ora tu la vedesti. Però quand’io partii
+per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata
+a vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi
+ed entrò ne’ miei giardini e trovò modo di
+volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi
+ei mi trattenne al Tabulario, e sfacciatamente,
+com’è suo costume, minacciò volere mia figlia
+in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose
+feroce; ma lo lasciai scornato dicendogli, non
+mi tenesse più parola di questo; chè, per gli
+<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
+Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che
+mia figlia dovesse diventar cognata della infame
+<i>Quadrantaria</i>.
+</p>
+
+<p>
+Codesto soprannome di <i>Quadrantaria</i>, dato
+alla sorella di Clodio, era di turpissima origine.
+Derivava dalla parola <i>quadrante</i>, la più vile
+moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti
+nelle terme, ad esagerazione di maldicenza,
+volevan significare come Clodia, ad onta dell’alto
+casato e delle ingenti ricchezze, fosse
+immonda di tanta avarizia quanto lo era di
+lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un
+<i>quadrante</i>.
+</p>
+
+<p>
+— Respinger dovevi le sue pretese a marito,
+rispose Cesare; non insultarne la sorella.
+A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece
+ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia,
+chiamandola ad alta voce <i>Quadrantaria</i>,
+quand’essa passeggiava per la via Sacra.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se
+il può. Non io lo temo.
+</p>
+
+<p>
+— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe
+tendere insidie a Pompea. Tutto ei sa osare;
+di sotto a quella bianca sua pelle muliebre
+scorre sangue ferino.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
+</p>
+
+<p>
+— E qual è il marito che sappia tener Clodio
+in soggezione?
+</p>
+
+<p>
+— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la
+tua vedovanza. A te io do Pompea in isposa.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi.
+E così le nozze furono statuite, e, ingiungendolo
+il padre, Pompea, non amante, venne
+sposa a Cesare.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p>
+
+<h2 id="cap11">XI.
+<span class="smaller">CLODIO E POMPEA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Il tempo avea misurato un anno a quelle
+nozze, e Clodio fremeva ancora come il dì
+ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea;
+fremeva d’ira per Pompeo come il giorno che
+era stato respinto da lui; fremeva d’invidia e
+<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
+di gelosia per Cesare possessore tranquillo di
+colei, ad ottener la quale egli avrebbe mandato
+tutta Roma a soqquadro. Clodio, dopo le
+nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste,
+nei giuochi pubblici, nei templi; era riuscito
+ad avvicinarla, a parlarle, ad onta della
+custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente
+e virtuosa e rigida madre di Cesare,
+idolatra del figliuolo; per l’onore e la gloria
+e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava
+alle are votive, stancava auguri, faceva
+immolar vittime, supplicava Venere splendente
+in cielo; e nel raggio azzurro della stella,
+con devozione da visionaria e da estatica, le
+pareva veder le parvenze dell’amorosa diva.
+</p>
+
+<p>
+In questa condizione di cose venne il giorno
+in cui dovevasi celebrare la festa della dea
+Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa
+dea era adorata a Roma da antichissimo,
+<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
+custodiva la castità, e inspirava la profezia. — Il
+suo culto era affidato alle sole donne, che
+in quella solennità dovevan sentire o simulare
+avversione per gli uomini, ad imitazione della
+dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea
+respinto da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato
+cangiandola in serpente. Cicerone nell’orazione
+in favore di Milone ci fa sapere come
+al suo tempo il santuario di lei era situato fra
+Aricia e Bovilla; pure la solennità celebravasi
+nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma,
+il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra
+le osservanze religiose venute in qualche languore
+negli ultimi anni della repubblica, a
+questa concedevasi ancora sì grande importanza,
+che si reputava sacrilego quell’uomo
+che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo
+si puniva colla morte; se patrizio, veniva chiuso
+per un lustro nel carcere Mamertino, e poscia
+condannato a perpetuo esiglio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
+</p>
+
+<p>
+Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè
+quella festa celebravasi a notte alta, Clodio
+erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il rito
+che le vie della città fossero in quelle ore della
+festa affatto sgombre d’uomini. Da qualche
+tempo egli non aveva potuto veder Pompea, e
+una rabida smania di avvicinarla lo rendeva
+furioso e intrattabile a tutti.
+</p>
+
+<p>
+Certissimamente che quello non poteva essere
+che un amore degno di Clodio; desiderio,
+vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza
+affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato
+dalle matrone, dalle spose, dalle maritande;
+ed ei pur le adocchiava e le ambiva;
+ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in
+esse oltre lo sguardo; subito al desiderio in lui
+subentrava il disprezzo; e lo mostrava con atti
+da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non
+aveva suscitato mai uno di quegli affetti che
+<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
+si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto
+ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e
+non aveva pace. Nè ella scoprì a lui solo come
+il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel
+proprio sguardo severissimo e fisso trovò per
+esso movenze inaspettate, ed espressioni desideranti,
+ignote a Cesare.
+</p>
+
+<p>
+In quella notte Clodio stava nel cubicolo,
+assiso sul letto coperto da una pelle di pardo,
+dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già
+parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si
+guardava, si ammirava. Pensava che tutte le
+Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma
+si tormentava di possedere un’ajtanza inutile
+per colei che sola ei bramava. In questo punto
+gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la famigerata
+Quadrantaria, stata ripudiata pochi
+dì prima.
+</p>
+
+<p>
+Egli aveva una predilezione speciale per colei.
+<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
+Sola fra tutti poteva venire presso lui non chiamata.
+Sola ell’era di cui gli sarebbe rincresciuta
+la morte; ma la sua maledetta natura
+fece sì che l’unica vena dolce scorrente nel
+suo sangue si convertisse in veleno fratricida,
+e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio
+di Roma.
+</p>
+
+<p>
+— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse;
+non è degno di un forte quale tu sei.
+</p>
+
+<p>
+E si mise a sedere vicinissima a lui.
+</p>
+
+<p>
+In questa posizione le due faccie venivano
+riflesse dallo specchio. Clodio, così meccanicamente,
+guardava il volto della sorella; questa
+il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere
+sè stesso, tanto si assomigliavano.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non vai tu stanotte alla festa della
+dea? chiese Clodio.... Tu potresti dir parole a
+Pompea, e recarle il mio saluto....
+</p>
+
+<p>
+— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda
+come le nostre faccie sono le medesime.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
+</p>
+
+<p>
+Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè
+e la sorella... poi, a un tratto balzato in piedi:
+</p>
+
+<p>
+— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito
+della castissima dea. Chiama qui le tue
+ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti
+più candide e più pompose.......
+</p>
+
+<p>
+— E a che?
+</p>
+
+<p>
+— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre.
+Vo’ vedere se in beltà anche una donna possa
+venire a gara con me.
+</p>
+
+<p>
+Clodia crollò la testa, sorrise, e:
+</p>
+
+<p>
+— Se questo gioco, disse, può valere a placarti
+l’ira, io farò in modo che Paride abbia
+a gettarti il pomo nel confronto di Venere
+stessa.
+</p>
+
+<p>
+E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle
+portanti lini e bissi e pallii e pepli e corone
+e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e viole
+del lido argolico.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
+</p>
+
+<p>
+Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e
+gridando: — Fate presto — si sfilò per la testa
+la toga, e apparve ignudo come Alcibiade, scoperto
+da Socrate nel gineceo.
+</p>
+
+<p>
+E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli
+la stola di bianchissimo bisso, il quale per le
+donne allora era in uso più del purpureo; e
+gli sovrappose una cerulea stola, e gli cinse
+strettamente i fianchi con una zona di lamina
+d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
+</p>
+
+<p>
+— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual
+mai donzella si vide più avvenente di costei?
+</p>
+
+<p>
+— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio
+dorato, disse Clodio.
+</p>
+
+<p>
+— Che pensi tu....?
+</p>
+
+<p>
+— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi
+al simulacro della diva, e vendicar Fauno. Se
+mai mi valse questa beltà di donna, oggi si
+adoperi intera; e il nascosto phallo contamini
+<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
+le sagrificanti vestali, e Pompea mi abbracci
+e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio
+io voglio.... e intanto mi si rechi un dolio
+di Falerno; ch’io sovrecciti il sangue all’estrema
+audacia, e prepari a Roma il non mai
+più udito scandalo.
+</p>
+
+<p>
+Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò
+con avida gola, finchè lo si avvisò dei pronti
+cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che: — Bada
+a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo,
+serba il segreto.
+</p>
+
+<p>
+Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio
+ascese il cocchio in modo sì virile, che contrastava
+troppo alla candida stola e alla corona di
+rose.
+</p>
+
+<p>
+La silenziosa Roma risuonò poco dopo del
+sollecitato cocchio, il quale si fermò innanzi al
+palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella
+notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della
+Suburra.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span></p>
+
+<h2 id="cap12">XII.
+<span class="smaller">LA FESTA DELLA DEA BONA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva
+sul Palatino. Era di costruzione etrusca;
+veduto all’esterno pareva una dimora cadente
+in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a
+ripararlo; l’avrebbe anzi smantellato in guisa
+<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
+da farlo parere una rovina ancor più illustre,
+assidua commemoratrice ai Romani della vetustà
+del suo casato. Ma varcato il pronao,
+anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi,
+tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva,
+diremo, la luce della pompa orientale e meridionale.
+La madre Grecia, e la Grecia grande,
+e l’Asia, e l’alto Egitto, quasi a rappresentare
+là dentro l’assorbimento romano, e la divoratrice
+conquista, sfoggiavano tutto quello che
+l’arte, e il lusso, e la corruzione avevano trovato
+nelle patrie dell’alloro e del non ancora
+rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio
+spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo,
+un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste
+ossa di elefanti indiani; cinque porte
+rivestite di ebano davano accesso all’aula magna,
+e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini
+eoe, dagli occhi delle quali usciva la
+<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
+verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si
+aggirava dentro in cerchio; a quello facevan
+corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle
+quali rispianava un dorato architrave che sosteneva
+tre colonne riproducenti in aria il
+giro delle sottoposte. Le pareti interne erano
+serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le
+sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del
+quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che
+Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini
+di Servilio. Non v’eran lacunari; ma l’azzurro
+del cielo e le stelle e la luna mandavano i
+loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo
+e la terra.
+</p>
+
+<p>
+Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati
+architettonici avevano aggiunti a profusione
+quelli della più fragrante flora romana, con
+frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto,
+siccome quello che pareva interdire i pensieri
+<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
+della castità, chè le donne si preparavano alla
+festa colle più rigorose astinenze; così almeno
+era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano
+agli amplessi maritali. Le fidanzate
+e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la
+testa e il cuore dai desiderj tentatori.
+</p>
+
+<p>
+Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del
+recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva
+la testa; un serpente era attortigliato intorno
+a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro
+stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino
+significava la religiosa tradizione, che ricordava
+essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava
+ancora in terra; onde Fauno l’uccise
+con un bastone di mirto, facendola degna in
+così strano modo dei doni immortali della divinità.
+</p>
+
+<p>
+Pure quel vino, che poscia veniva bevuto
+senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare
+<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
+l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva,
+e <i>Mellario</i> il vaso che lo conteneva,
+onde è a sospettare che quelle donne stessero
+innanzi alla dea, <i>velate di devota incontinenza</i>,
+preparando così la frase al poeta futuro.
+</p>
+
+<p>
+Quando la vestale <i>damiatrice</i> s’inginocchiò
+davanti al simulacro, tutte le vestali, candide
+come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono;
+e con esse quante matrone e spose e fidanzate
+e fanciulle eran là convenute. Più presso al
+semigiro delle vergini sacre stava l’insigne
+Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma
+per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini
+sante. Aveva raggiunto il nono lustro;
+pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda
+luce delle resinose faci, così beneficamente la
+vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal
+suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa
+Pompea, la moglie di Cesare, non amante
+<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
+della suocera, che non amava lei. La beltà
+tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso,
+lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò
+scientifici, e li dicea segnati dal geometra
+Euclide, faceva contrasto colla diversa severità
+della olimpica Pompea, severità ostentata
+per dissimulare le intime accensioni.
+</p>
+
+<p>
+Non lungi da Pompea, vestita come una regina
+asiatica, coi piropi al collo, alle braccia,
+ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie
+del penultimo Bruto, la madre dell’estremo.
+Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea
+perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso
+ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla
+dea una giovinetta adolescente della casa <i>Imperiosa</i>.
+Colla chioma biondissima e l’alba pelle
+e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la
+gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava
+accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania,
+<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
+e invitasse a non ancor noti connubii
+la <i>cæruleam pubem</i>.
+</p>
+
+<p>
+Ma la <i>damiatrice</i> pronunciò la preghiera,
+maritandola ad una antichissima cantilena del
+Lazio:
+</p>
+
+<p>
+«Castissima dea, che le assidue ripulse al
+Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron
+sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse
+pietoso nella propria luce; inspira e consiglia
+e sgomenta il senso delle mortali che qui ti
+adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata
+Roma; e dalla muliebre purezza sia redento
+e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo
+romano.»
+</p>
+
+<p>
+Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena,
+vennero ripetute in coro da quante donne
+erano là inginocchiate, alcune delle quali si
+ribellavano all’alto concetto della preghiera.
+</p>
+
+<p>
+Quando tacquero i canti, la <i>damiatrice</i> s’accinse
+<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
+a compiere il sagrificio che chiamavasi
+<i>Damium</i>, da <i>Damia</i>, altro nome che teneva la
+dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice.
+Questa immolò alquante galline di varii
+colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra
+le più giovani vestali, immersero nel <i>Mellario</i>
+altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono
+in giro. Tutte le donne ne bevettero, e
+le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora
+vuotate e ognora ricolme, continuando in tale
+servizio, finchè il <i>Mellario</i> rimase esausto. Allora
+la sagrificatrice esclamò ad alta voce e
+in lingua greca: <i>Evviva il frutto di Bacco</i> — e
+tosto cominciarono le danze bacchiche; e
+alquante donne, tra le più giovani e formose,
+e indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi
+in Mènadi e Tìadi e Bassaree, le seguaci
+assidue di Bacco, si sciolsero le chiome,
+svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero
+<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
+in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi
+e spade serpentine. Forse è per ciò che agli
+uomini era interdetta quella solennità sacra,
+perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa
+talune di quelle che eran sazie della
+settimana oziata, le eccitavano ad imitare le
+ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle
+invide amiche le nascose bellezze.
+</p>
+
+<p>
+Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio
+severissimo, quasi disapprovasse quei danzanti
+cori, più che della dea, cultrici della troppo
+geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare
+perchè erano concessi dal rito biforme;
+nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo
+e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli
+sguardi onde la suocera la teneva in soggezione.
+Se non che, a un certo punto, un’ancella
+s’accostò a lei, e, annunciandole la visita
+di una donna, la ritrasse fuori del Procinto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E chi è questa donna? chiese Pompea.
+</p>
+
+<p>
+— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore
+e comprimi il grido, se mai nel vederla,
+tentasse prorompere dal tuo labbro.
+</p>
+
+<p>
+— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?
+</p>
+
+<p>
+— No; è tale invece che ti colmerà di gioia.
+Ma comprimi il cuore perchè non ti scoppii,
+e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove
+onnipotente.
+</p>
+
+<p>
+E vennero a un recesso rimasto solitario,
+dove la luce dell’aula magna, attraversando
+atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un
+pallido albore.
+</p>
+
+<p>
+— È tra quelle colonne, disse l’ancella.
+</p>
+
+<p>
+E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita
+fece alcuni passi..... e prendendo a
+Pompea la tunica:
+</p>
+
+<p>
+— Or vedi se t’amo! le disse.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
+</p>
+
+<p>
+L’ancella, smemorata della propria condizione,
+mise una mano sulla bocca di Pompea,
+con violenza non voluta a comprimere il grido
+che n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche
+distanza.
+</p>
+
+<p>
+— Domani, continuava quella donna, io starò
+nel carcere Mamertino. Ma oggi sto qui; qui,
+o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda
+ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi
+abborra invidiandomi, e mi accusi innanzi a
+Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma
+ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È
+un dio in me oggi che mi comunica un furor
+sacro e un potere che varca ogni umana idea.
+Esci meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea,
+fuggi con me; e saziato alfine e risaziato il
+vietato amor nostro, si discenda sotterra, e
+l’aura solo degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti
+in una beatitudine eterna.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
+</p>
+
+<p>
+Pompea non rispondeva, e tutta tremante si
+lasciava abbracciare e baciare e ribaciare, non
+potendo por freno all’insanito impeto del travestito
+Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi
+rapita e inebriata anch’essa da quei detti
+infuocati e sincerissimi in quel punto.
+</p>
+
+<p>
+Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del
+palagio si sentirono voci più vicine e fruscìo
+di vesti e suon di passi vicinissimi. Pompea,
+atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio;
+l’ancella confidente, che stava sull’ale a
+qualche distanza, accorse ad ammonirli che
+potevano essere scoperti; e Pompea, strappata
+dalle mani del giovane la propria stola, che
+mandò suono di prolungato squarcio, fuggì, e
+si ridusse tra la folla muliebre, occultando i
+lembi del diviso bisso.
+</p>
+
+<p>
+Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a
+tentone lungo le intime parti della casa, s’incontrò
+<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
+in alcune famule che là vegliavano.
+Quella donna aggirantesi colà solitaria provocò
+l’attenzione di esse; e la più vecchia ed astuta,
+domandando con voce alta di chi chiedesse o
+di che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose
+iracondo, ma la voce maschile, sebben
+di suono bastardo, non saputa alterare in quel
+momento di eccitazione e d’ansia e d’incertezza,
+lo tradì e lo scoperse; e la scaltra vecchiarda
+che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti
+di Clodio, e obbedendo riverente
+ad Aurelia, credeva gratificarsela con ostentare
+avversione a Pompea, lo conobbe e lo
+nominò forte; e corse ad Aurelia, ed empì di
+scandalo e di orror sacro le vestali e la moltitudine
+delle donne che affollavano il Procinto,
+annunciando che un uomo aveva invaso il tempio
+della dea antropofoba.
+</p>
+
+<p>
+Allora le matrone travestite da <i>Bassaree</i> e
+<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
+da <i>Tiadi</i>, armate di bastoni intrecciati di pampini
+e d’ellera, mossero in cerca del profanatore,
+e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo
+gli oscuri atrj. Lo circondarono affollate, gli
+gridaron d’uscire; nè ancora movendosi colui,
+lo percossero spietate, sospingendolo alle porte.
+Tra quelle <i>Tiadi</i> e <i>Bassaree</i> v’erano forse le
+smesse e dispregiate amanti di Clodio, che,
+immemori in quel punto della dea profanata,
+provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti.
+E Clodio uscì, facendosi delle braccia valido
+schermo al volto che serbò inviolato.
+</p>
+
+<p>
+Alla notte succedeva il conticinio, o il primo
+crepuscolo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p>
+
+<h2 id="cap13">XIII.
+<span class="smaller">AURELIA E CESARE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio
+che si stendeva davanti al palagio di Cesare,
+scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote di
+cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea
+gridava i nomi delle uscenti patrizie; e gli aurighi
+<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
+accorrevano. Suonavano nell’aere crepuscolare
+gli appellativi delle più vetuste case
+romane: Arvina Domus, Bubulea, Calpurnia,
+Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia...
+</p>
+
+<p>
+E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe
+il dilucolo, e tutto fu silenzio intorno al palazzo,
+Aurelia uscì in cocchio dalle porte, e recossi
+alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio.
+Discese, entrò. Cesare vegliava nella biblioteca.
+Egli alzossi quand’ella gli comparve innanzi.
+</p>
+
+<p>
+Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna
+somiglianza tra loro. Aurelia aveva l’occhio
+ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva
+nero, profondo, saettante. Della madre non teneva
+che la linea del mento larga e quadrata,
+linea che poi la scienza rivelò significare la
+fermezza implacabile del carattere, e la forza
+della volontà. Della madre teneva pure la pallidissima
+pelle e la bocca non descrivibile, ma
+<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
+parlante anche nel silenzio. Del padre, che
+non conobbe, ei teneva quegli elementi discrepanti,
+che rompendo la linea severa di
+una troppo uguale virtù, la estendono e le
+comunicano una varietà infinita. Il padre aveva
+rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non
+volle mai stancarlo nè col greco d’Omero, nè
+con quello d’Esiodo; aveva militato strenuamente
+perchè a tutto era atto; ma appena gli
+fu concesso, erasi ritratto in villa, dove morì
+in età appena virile. Da codesti mortali che
+non fanno dispendio delle doti onde la natura
+fu con essi liberale, nascono per consueto i
+grandissimi uomini.
+</p>
+
+<p>
+È il cervello forse, non mai adoperato, che
+trapassa nei generati, vergine, e intatto, e con
+moltiplicate forze, in quella guisa che l’avarizia
+paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora,
+o madre?
+</p>
+
+<p>
+— È più che grave; è inaudito: e volli che tu
+lo sapessi da me, prima che la voce di Roma
+giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste muliebre,
+penetrò questa notte nella casa Giulia;
+nella tua casa, che i Romani chiamano sacra,
+quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti
+della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone,
+sagrificavamo. Ei vide e parlò e tese insidie
+alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il
+vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe.
+Lungo la intera mia vita, che già misura nove
+lustri, non fu consumato mai così nefando sacrilegio.
+Appena se ne rammentava mia madre,
+che morì settantenne prima che tu nascessi.
+Ma domani, innanzi alla maestà del Senato,
+tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta.
+Le pene del carcere Mamertino vengano
+<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
+a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il
+decretato lustro, invece del perpetuo esilio,
+l’empio insultatore abbia morte sul Campo Scellerato.
+Una legge nuova surroghi l’antica.
+</p>
+
+<p>
+Cesare stette in silenzio per qualche tempo,
+e sulla sua fronte chinata, si vedevano, quasi
+nubi, a passare i pensieri; ma, a un tratto, di
+tetro, fatto calmo e sereno:
+</p>
+
+<p>
+— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa
+alle agnelle, non per ciò le agnelle vengono
+contaminate, nè patisce disonore il padrone
+dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso
+certissimamente?
+</p>
+
+<p>
+— Mille donne il videro.
+</p>
+
+<p>
+— Era vuotato il <i>Mellario</i> quando lo videro?
+</p>
+
+<p>
+— A che accenni tu?
+</p>
+
+<p>
+— Guarda, o madre: io non bevo che acqua,
+acqua tersa e leggera, che attraversando cento
+miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel <i>Mellario</i>
+<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
+sacro avesse brillato quest’onda, non avreste
+veduto Clodio; no, ma la sorella di lui.
+Castore e Polluce erano men gemelli di costoro
+due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.
+</p>
+
+<p>
+— E dunque?
+</p>
+
+<p>
+— Io dovrei accusar Clodio domani, come la
+legge impone, ma non l’accuserò. Di codesti
+Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno
+appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni
+modo: nella testa, nel cuore, nel sangue. E costoro
+mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel
+che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla
+destra); non mi basta il tempo per provvedere
+alle inutili vendette che tu mi consigli. Altre
+vendette io voglio, ma grandi, più grandi di
+Roma, grandi come l’universo. Codesti Clodj son
+belve, e l’uomo usufrutta le belve, solleticandole.
+Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella
+penetrò nell’apprestato santuario della dea.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ma e permetterai tu che Pompea?...
+</p>
+
+<p>
+— Ella non fu che sventurata....
+</p>
+
+<p>
+— Sventurata?
+</p>
+
+<p>
+— Sventurata che le verghe abbiano strappato
+una menzogna alla bocca dell’ancella; che
+le vestali e le matrone prostrate alla dea castissima,
+l’abbian creduta capace di tradir me,
+me Cesare, figlio della veneranda Aurelia, e che
+perciò io debba essere costretto a ripudiarla.
+</p>
+
+<p>
+— Non ti comprendo, o Giulio.
+</p>
+
+<p>
+— Il tuo senno doveva precorrere il mio.
+Non basta che la moglie di Cesare sia innocente,
+ella doveva essere superiore ad ogni sospetto.
+Però, se non fu, esca dalla mia casa e si
+cerchi altro marito. Ed ora bacia tuo figlio, o
+veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè
+gli occhi tuoi accusano la stanchezza della
+notte vegliata.
+</p>
+
+<p>
+Aurelia, grave e silenziosa, partì.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
+</p>
+
+<p>
+Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla
+in fronte con riverenza. Ei fremeva di
+dentro; ma la madre non vide che serenità
+e calma.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span></p>
+
+<h2 id="cap14">XIV.
+<span class="smaller">I BAGNI AL PONTE FABRICIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta
+Roma stette variamente commossa di stupore.
+Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi
+ai riti privilegiati della dea Bona con sacrilego
+intento. Solo nell’anno 640 di Roma un
+<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
+improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto
+da curiosità spensierata, vi si era accostato;
+e scoperto, e condannato, e chiuso nel
+carcere Mamertino, vi era morto prima che
+spirasse il lustro espiatorio. Ma anche fuori
+del sacrilegio, onde inorridivano i devoti di
+quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile
+agli stessi conscellerati suoi amici e
+seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di Cesare,
+del prediletto, del già divino Cesare; per
+l’offesa recata ad Aurelia, sacra tra le matrone;
+e l’insulto, onde nella baciata Pompea
+aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel
+tempo, tornato allora dalla guerra mitridatica,
+tra i raggi di una gloria che non pareva superabile,
+e i fumi di un orgoglio senza misura,
+onde nel tempio consacrato, dopo il trionfo a
+Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver esso
+uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento
+<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
+navi, conquistate più di mille e cinquecento
+città. — Però i riti più vietati, la castità più
+custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei
+due più benedetti dalla dea Fortuna, Clodio
+aveva saputo avvolgere in un’onta sola.
+</p>
+
+<p>
+Intorno all’ora che i Romani chiamavano <i>meridiei
+inclinatio</i>, risuonava di voci il grande
+edificio dei pubblici bagni, che Cesare, essendo
+edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza,
+sebben di legno, presso al ponte Fabricio.
+Prima di Cesare, i pubblici bagni avevano
+servito soltanto per le povere classi; ma
+con lui e per lui vennero poi frequentati anche
+dai ricchi patrizj, dai senatori e dai cavalieri.
+A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre
+si scorgeva in esso l’intento sociale di equiparar
+le classi, di abbassare la nobiltà, confondendola
+con quella che Tullio chiamò <i>la feccia
+di Romolo</i>, e di rendersi così affezionata, obbediente
+<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
+e ligia la parte massima del mondo
+romano, ossia quella vasta e varia ed eterna
+plebe, mare magno nel quale egli intendeva di
+soffiar la procella a sua voglia, e di mandarvi
+naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era
+vastissimo, e poteva contenere più di tremila
+persone. Era di legno, ma non appariva tale,
+perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro
+faceva splendidi gli architravi e i capitelli corinzj.
+Intorno all’edificio balneario v’erano botteghe
+e taberne d’ogni genere; le più eleganti
+sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste
+alcune che sulla facciata portavano scolpita la
+parola — <i>Refectorium</i>. — Fuori di esse v’eran
+tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri
+con stelle, a riparo del sole. Alle cineree
+toghe degli ultimi plebei, alle <i>pulle</i> degli atrati,
+mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio
+balneario, e purpurei laticlavj, e toghe
+<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
+pure e palmate e preteste, e loriche metalliche
+di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe,
+fu vista a brillare anche la clamide <i>coccinea</i>
+di Pompeo che uscì all’aperto recandosi sotto
+una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava
+conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto
+Scevola, e col rètore Diodato, che
+egli alloggiava. Allorchè splendette al sole la
+clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende
+dal Palatino, se ne veniva a cavallo, seguito da
+due famuli equarj incontrandosi nel cocchio
+di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova
+del padre di Augusto, che, fanciullo di tre
+anni, ella si teneva d’accanto. Esciva in quel
+momento anch’essa da quei pubblici bagni,
+cosa di cui gli storici fanno particolare menzione.
+</p>
+
+<p>
+— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài
+riputazione a questi luoghi; bene sta che il
+<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
+tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro
+agli Dei.
+</p>
+
+<p>
+— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa
+per la prima volta nella vasca dei fanciulli
+che non pagano il quadrante. Pareva un picciol
+nume fra gli altri che carezzosi lo attorniavano.
+Certo non è più venusto nè più roseo
+il figlio alato della dea da cui derivi.&nbsp;—
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco un problema storico.
+</p>
+
+<p>
+Nei tempi della prisca repubblica, quando
+le più rigide virtù erano custodi della libertà,
+i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla
+plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere,
+nè il suocero col genero. La repubblica
+non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza
+di essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe.
+Cesare aveva condotto le cose di maniera che
+così avvenisse; come aveva tentato instaurare
+i giochi greci, per intenti che non pareva avessero
+<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
+relazione alcuna con essi. Pompeo mesce
+la clamide alle <i>sordide</i> dei plebei; il fanciullo
+Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme
+ai fanciulli volgari. Cesare non sapeva i destini
+del fortunatissimo fanciullo, come non
+sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico
+in mezzo alla moltitudine, e che Alessandro
+Severo, nelle terme da lui erette, sarebbesi
+mescolato col basso popolo, e, siccome narra
+Lampridio, sarebbe tornato pedestre al palazzo
+imperiale in mezzo alla folla, colle vesti ancora
+indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà,
+è agevole a chi si tiene la supremazia di fatto,
+il dare spettacolo di eguaglianza apparente.
+</p>
+
+<p>
+Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre
+d’Augusto, una frotta di giovanetti appena
+pretestati, usciva dai bagni schiamazzando.
+Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli.
+Il primo era già ben noto in Roma pei meriti
+<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
+paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza
+muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando
+coll’assiduo esercizio e l’arte che gli comunicava
+il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei
+giochi del circo, il desiderato dalle proterve
+romane, l’amante della famosa Galeria Emboliaria,
+la meravigliosa attrice romana, la quale, non
+ancora trentenne, possedeva case in città, e ville
+a Tivoli e a Brindisi, e seicento talenti (più di
+due milioni di lire italiane) che depositati nelle
+casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del
+tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei
+pochi giovinetti reduci dai campi sanguinosi di
+Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia,
+e combattendo strenuamente con essi, con essi
+era caduto, e come estinto era stato trovato
+sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una
+profonda cicatrice che, dal sopracciglio destro
+tagliato, saliva traversale fino al sommo delle
+<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
+tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva,
+se ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo
+scorrere la destra sui capelli dell’uno e
+dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca
+al ben chiomato Antonio.
+</p>
+
+<p>
+La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva
+innanzi alle taberne, con nappi colmi di
+sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al
+gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza
+sapere, senza nemmeno sospettare di quali e
+quanti eventi il fato e la fortuna stava per renderli
+inventori e agitatori e vittime e raccoglitori
+beati. E in quel punto il cavallo di Cesare
+attraeva l’attenzione di tutti, perfino quella
+di Cicerone, per un istante smemorato del passato,
+spensierato del futuro. Eppure, tutta Roma
+rumoreggiava in quel momento di Cesare, e
+della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e
+del misfatto sacrilego, e dell’insulto fatto al
+<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
+cielo ed alla terra, e della onnipotente maestà
+del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei
+e i posteri colla terribilità della sentenza
+e dell’esempio.
+</p>
+
+<p>
+Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed
+elegante irrequietudine dalla mano esperta e
+dal consapevol piede del cavaliere, doveva per
+un momento trattener le parole sulle labbra
+di tutti gli astanti, e chiamare i loro sguardi
+sul pelo color margarita, che i pascoli dello
+Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante,
+e sulla criniera negra e il collo arcuato
+e le nari espanse e gli occhi sanguigni e gl’ineffabili
+garetti. Cesare voleva preparare Roma a
+negare importanza a quello che era avvenuto
+la notte prima, ostentando la propria calma
+nello spettacolo del frigio poledro.
+</p>
+
+<p>
+E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando
+parte a parte le forme di esso:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E perchè, disse, o Cesare, non concedi
+nessuno lo ascenda di te infuori?
+</p>
+
+<p>
+— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja
+di palmi; tanto è caparbio nel non volere
+che altri gli comprima il dorso.
+</p>
+
+<p>
+Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì
+la via. Il fanciullo Augusto, dalle guancie rosate
+e paffutelle e dagli occhi azzurri, colle manine
+a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio
+assai più che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!).
+E Cesare lo inseguiva con lento e meditante
+sguardo. Pareva che qualche Sibilla
+vaticinante lo commovesse in quel punto; chè
+quel lungo inseguimento degli occhi non potea
+derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio,
+raccogliendo indifferente quei baci, non
+guardava che al cavallo di Cesare con attenzione
+innamorata, e:
+</p>
+
+<p>
+— Se tu mi concedi di ascendere questo
+<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
+poledro, mi parrà di essere un dio; e per la
+prima volta un dio ti adorerà. Codesto non
+avvenne mai, da che Giove tiene l’Olimpo in
+governo.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che
+è men trattabile dello stesso Bucefalo d’Alessandro.
+Però, se riesci a dominarlo, te lo dono.
+</p>
+
+<p>
+E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo
+il cavallo pel freno, si accostò, seguito
+da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano
+Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano
+ascoltarlo, e:
+</p>
+
+<p>
+— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare
+a Interamna ad avvisar Clodio, il quale
+dimora là da più giorni, che una tremenda
+calunnia lo perseguita in Roma.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il
+consueto sonora; onde s’accrebbe il silenzio intorno
+a lui, e Cicerone lo guatò tra attonito e
+<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
+beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non
+sapendo che mai congetturare. E Cesare guardava,
+ascoltava, scrutava tutto, sempre, in apparenza,
+intento al frigio cavallo che Antonio
+aveva preso per le briglie, come se fosse già
+suo, e Sceva severissimo e già virile guardava
+disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo
+di poi saputo congiungere vizio nessuno a virtù
+stragrandi, lasciò indifferente la fama, e quantunque
+destinato, come già fu detto, ad essere
+l’eroe primo di Farsaglia, non sarebbe giunto
+fino a noi, se Lucano non lo avesse vendicato
+dell’ingratitudine di Cesare.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span></p>
+
+<h2 id="cap15">XV.
+<span class="smaller">CICERONE E MARC’ANTONIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal
+Senato per il giudizio del misfatto di Clodio,
+sedeva nella sua biblioteca che, al pari di tutte
+le biblioteche romane, era volta a levante, come
+punto più adatto per difendere i volumi dalle
+<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
+offese dell’atmosfera (<i>usus enim matutinum postulat
+lumen</i>). Intorno intorno alle pareti di
+quella stanza quadrata erano tante casse o
+<i>armaria</i> contenenti i volumi o rotoli; ciascun
+<i>armario</i> portava il suo numero d’ordine, ed era
+riposto nei <i>foruli</i> o <i>nidi</i>. Di questo tempo la
+biblioteca di Cicerone, sebbene non ancora
+aumentata da quella ereditata da Attico, era la
+prima di Roma, superiore persino a quella di
+Cesare; ma questi non aveva ancor potuto colle
+gloriose rapine ajutare splendidamente la sapienza.
+Però sono a riputare quasi sincere le
+parole di Marco Tullio quando ebbe a dire
+ch’egli anteponeva la propria a tutti i tesori
+di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo
+solo; poi il <i>librario</i>, il quale era uno
+schiavo custode della biblioteca, gli annunciò
+che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo
+Pollione. Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente
+<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
+Antonio, che della mano destra
+cingeva il collo al fanciullo.
+</p>
+
+<p>
+Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno
+per settimana, quasi sempre <i>in die Jovis</i>, recarsi
+da Cicerone, per apprendervi l’arte oratoria,
+non l’eloquenza propriamente detta, ma
+la parte materiale di essa; le pôse, vale a dire,
+il gesto, il modo di inflettere la voce. Il giovinetto
+aveva una prodigiosa attitudine a questo;
+e Cicerone si dilettava nell’ammaestrarlo.
+Ma Pollione era scolaro quotidiano di Tullio,
+sempre che questi non fosse assorbito dal Senato,
+dai Comizj, dal Pretorio. Il più grande
+degli oratori latini idolatrava quel fanciullo,
+d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già
+era la meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse
+quel che poi si avverò, che quel fanciullo
+di appena otto anni sarebbe stato oratore come
+Demostene, poeta più di Ennio, storico come
+<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
+Erodoto. Or, per tornare al giovinetto Antonio,
+non era Giove che presiedeva a quel giorno
+in cui venne a Cicerone, era Marte; ma non
+a caso il <i>Padre della Patria</i> lo aveva fatto
+chiamare due giorni prima.
+</p>
+
+<p>
+Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece
+seder Pollione e gli diede un rotolo greco perchè
+tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio:
+</p>
+
+<p>
+— La prima filippica di Demostene la sai tu?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, tutta.
+</p>
+
+<p>
+— Sei parato a declamarla? Io ascolto....
+Ma in prima disponi meglio le pieghe della
+toga. Un occhio di piega che venga a cader
+male in qualche parte del corpo può provocare
+il riso in tutto l’uditorio, tradir la causa del
+tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere.
+Tutta la potenza del mio amicissimo Ortensio
+consiste nel preparar bene la toga. La plebe
+<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
+e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende
+un detto sublime, ma ride e sibila e
+imperversa se una piega è fuor di posto.
+</p>
+
+<p>
+Dopo queste parole pronunciate incidentemente
+dal grande oratore, Antonio s’accinse
+a declamare la prima filippica di Demostene;
+e Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse
+Fidia o Prassitele, venne acconciando alcune
+pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto
+che non toccava i diciassette anni. La
+pretesta aveva alcuni ornamenti di porpora,
+ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato
+<i>bolla</i>. E Antonio declamò. Lo sviluppo
+fisico in lui era completo; ampio già di spalle,
+rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome
+avviene della prima giovinezza; fittissimi aveva
+e ricciuti i capelli, romanamente ricciuti; l’occhio
+nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità;
+tuttavia, negli istanti della calma e
+<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
+dei tenui abbandoni, pareva di vedere in esso
+la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva
+voce sonora, metallica, estesa sì che agli
+acuti, quando s’investiva di Demostene (chè era
+colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica),
+nella calma notturna la sua voce
+avrebbe potuto percorrere un mezzo miliario;
+tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone,
+maestro sommo, gioiva a sentire la
+foga del giovinetto, quando sul labbro di lui
+quella lingua inimitabile diventava tempesta
+tutta irta di consonanti, nei punti che il greco
+autore aveva voluto soffiare la procella nella
+congregata Atene; e, negli istanti che s’era
+proposto di commuovere e cavar lagrime anche
+dalle più aride palpebre, aveva chiamato
+in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma
+è tutto soave. Intanto che Antonio
+recitava, e Cicerone ascoltava, in un canto
+<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
+della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva
+dal greco, sospendendo di tant’in tanto quel
+lavoro, e prestando anch’esso attenzione alle
+parole di Antonio. Ma questi non era stato
+chiamato da Cicerone presso di sè per la lezione
+di declamazione. Essa in quel giorno non
+era che un pretesto. Però come ebbe finito, e
+Cicerone l’ebbe lodato:
+</p>
+
+<p>
+— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come
+ti si prestò in una lunga corsa il cavallo di
+Cesare?
+</p>
+
+<p>
+— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga
+alla quadriga può eguagliar questo di
+Giulio. È onda marina quando invade la riva;
+è saetta che scatta, è luce, è lampo. Nè altri
+che Giulio ed io potrebbe governare questo
+divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io
+gli mostrai che ben ero degno del suo generoso
+dono.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E chi hai trovato ad Interamna?
+</p>
+
+<p>
+— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni.
+</p>
+
+<p>
+— Parlasti seco?
+</p>
+
+<p>
+— Sì.
+</p>
+
+<p>
+— E ti disse?
+</p>
+
+<p>
+— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato
+io della tremenda calunnia che lo aveva
+assalito in Roma.
+</p>
+
+<p>
+— A che ora giungesti ad Interamna?
+</p>
+
+<p>
+— A mezzo il giorno.
+</p>
+
+<p>
+— Bene è. Clodio poteva essere già arrivato
+là prima di te, partendo al primo diluculo,
+quando, flagellato, fuggì dal recinto della oltraggiata
+Bona. Tu partisti due ore dopo.
+</p>
+
+<p>
+— Clodio non aveva il mio cavallo.
+</p>
+
+<p>
+— Ha bighe ed ha quadriglie Clodio. Ed ha
+cavalli romani velocissimi. Quattro fan sempre
+maggior via di uno solo.
+</p>
+
+<p>
+— Tu sei oratore grande, o Tullio, e filosofo
+<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
+sommo, e sedesti nella sedia consolare
+in modo da esser chiamato <i>Padre della Patria</i>:
+ma questo non ti dà il diritto di sentenziar
+di cavalli e di velocità.
+</p>
+
+<p>
+— Ma perchè ti recasti a Interamna?
+</p>
+
+<p>
+— Per veder Clodio.
+</p>
+
+<p>
+— E a che?
+</p>
+
+<p>
+— Per ammonirlo della calunnia che lo perseguiva.
+</p>
+
+<p>
+— E che te ne importava?
+</p>
+
+<p>
+— Clodio è giovane ch’io prediligo. Me fanciullo,
+presso ad affogar nel Tevere, egli salvò.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque tu credi che nel dì dei riti della
+dea, egli stesse fuori di Roma?
+</p>
+
+<p>
+— Non lo credo; lo so.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io so invece ch’egli era in Roma, perchè
+io stesso lo vidi.
+</p>
+
+<p>
+— Alla tua età, cogli occhi quasi abbacinati
+dalle continue veglie e da tutti i volumi greci
+<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
+e latini che stanno in quelle casse, è assai facile
+prendersi abbaglio.
+</p>
+
+<p>
+— Non ho tocco ancora il mezzo secolo e la
+notturna lucerna e i caratteri latini e greci mi
+lasciarono ancor potente la pupilla. Ma fossi
+stato anche cieco, nel dì dei riti ho parlato
+a Clodio che mi rispose. Però tu hai detto mendacio.
+</p>
+
+<p>
+— Non dirò ingiuria al mio maestro; ma respingendo
+l’ingiuria tua, sto e starò fermo nel
+mio asserto, e sarò testimonio validissimo contro
+le accusatrici e gli accusatori.
+</p>
+
+<p>
+— La porpora e l’oro della tua pretesta ancora
+infantile t’interdicono, o Antonio, d’esser
+testimonio.
+</p>
+
+<p>
+— E allora sarò ancora più terribile.
+</p>
+
+<p>
+— Che vuoi dire tu?
+</p>
+
+<p>
+— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj
+e nelle accademie, tutti io condurrò, armati,
+<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
+a spaventare il Senato, quando mai facesse
+ingiustizia. Non son necessari i <i>Viri</i>, no, nè i
+veterani, nè i gladiatori a mettere Roma sottosopra.
+Ma noi dalla pretesta infantile basteremo.
+Vedranno allora i Romani qual cosa potrà
+o saprà fare il <i>Padre della Patria</i>.
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso
+e Cicerone meditabondo gli tenne dietro
+collo sguardo.
+</p>
+
+<p>
+— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì
+poi sommesso, ma Cesare insegna a costui l’arte
+degli ambidestri intrighi e delle fallacie indegne
+di così giovane età, e nel petto gli va già condensando
+l’ira ai futuri danni della patria. Oh
+Cesare! Silla ti avea conosciuto.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span></p>
+
+<h2 id="cap16">XVI.
+<span class="smaller">TERENZIA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima
+Terenzia, perchè Cicerone volente o nolente,
+la tramandò ai posteri. Era donna di belle
+forme e forti; ma le linee del volto, sebbene
+giuste, non erano attraenti; e l’occhio rivelava
+<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
+intelligenza di donna volgare, e assai più fatta
+di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa
+gloria di essere la moglie del grande oratore,
+del quale era fieramente gelosa, onde gli
+stava sempre presso e lo importunava, e guai
+se nei triclinii promiscui ei mostrasse alcuna
+deferenza per qualche altra donna romana. Nè
+solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa
+anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava
+virtù nessuna in nessuno. Guai se alcuno
+le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi.
+Allorchè Cicerone, il quale era davvero
+un <i>vir bonus</i>, e, purchè a lui si concedesse il
+primo posto, era facilmente liberale di lodi,
+dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in
+un istante d’entusiasmo sincero, proclamò ad
+Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore
+Diodato che Cesare col tempo e persistendo
+sarebbe diventato il primo oratore di Roma,
+<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
+ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero.
+</p>
+
+<p>
+Codesto amore fatto di ammirazione che essa
+portava a Cicerone, siccome non aveva nè modo,
+nè misura, nè buon giudizio, recava al grande
+oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli
+ingressi delle camere dove si raccoglievano i
+clienti, e ascoltava attenta tutto quello che dicevano
+gli amici che recavansi a visitar Cicerone,
+e poscia tempestava di rimproveri e di
+consigli e talora anche di minaccie il filosofo
+infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva;
+e per comprimere la tentazione di salire
+in furore, pensava intanto a qualcuna
+delle sue opere. Quante volte il <i>De Oratore</i> e
+il <i>De Officiis</i> lo salvarono dalle battaglie domestiche!
+</p>
+
+<p>
+— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai
+ascoltare questo sfacciatissimo fanciullo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
+</p>
+
+<p>
+Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e,
+continuando essa a parlare e a gridare, egli
+piegò il collo e volse gli occhi a terra, come
+chi è disposto a ricevere intero un acquazzone
+che imperversa.
+</p>
+
+<p>
+— Io stessa percossi l’infame Clodio e con
+me donne più di cento, tanto che a lui convenne
+partire, anzi fuggire; fuggir scornato,
+flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque
+trovarsi in Interamna quando ciò avvenne.
+Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il
+<i>Padre della Patria</i>, vorrei davanti alla maestà
+del Senato, domandare all’empio da chi tenne
+tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere,
+perchè di quelle un uomo non può sanare in
+tre dì. E come hai tu sterminato i Catilinarj,
+devi sterminare così tutta la casa Clodia, e
+salvar Roma da questo giovane, che è il disonore
+dei patrizj, dei cavalieri, della toga e delle
+<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
+armi, perchè, appena ventenne, vi tien tutti in
+isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare
+gli è amico e lo lusinga e lo difende, Crasso
+gli dà danaro, tu tentenni al solito e più quando
+sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di
+quel suo sguardo inesplicabile. O è un dio costui,
+un dio più in su di Giove, onnipotente
+come il fato, o non so più chi mai egli possa
+essere. E c’è la impudentissima Quadrantaria,
+la sorella; quella che ti sobillò a ripudiarmi
+per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più
+impudente ancora del fratello, e per la quale
+si dovranno un giorno purgare le aure romane,
+e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le
+fanciulle di Roma, contaminate come furono
+dalla sola sua presenza.
+</p>
+
+<p>
+Come quando per comprimere un dolore fisico,
+si sospinge il pensiero a sprofondarsi in
+quei subbietti che per consueto lo rapiscono,
+<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
+così Cicerone, intento com’era in quei giorni
+a dettare il <i>Sogno di Scipione</i>, intorno al quale
+ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e l’eleganza
+dello stile latino, riandava colla memoria
+quello che già aveva scritto, affannandosi
+nello studio di una perfezione che al suo
+gusto non mai contentabile pareva refrattaria.
+Però, risolvendosi per lui le parole di Terenzia
+in un rumore quasi privo di senso, riuscì anche
+questa volta a scansare un fracassoso diverbio.
+</p>
+
+<p>
+E, come terminando di ripetere a memoria
+un brano del suo lavoro sublime, si alzò, e rivoltosi
+a Terenzia, ripetè con voce sonora
+quelle parole che stanno nel Sogno istesso: <i>Ade
+animo et omitte timorem.</i> E così detto, uscì,
+lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei
+quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava
+pel silenzio di Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+Il più grande oratore e il più gran filosofo
+<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
+di Roma antica era uomo d’indole mite: la
+efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore
+multilatere, considerando gli uomini e
+gli eventi dalle faccie molteplici che gli si svolgevano
+innanzi, non stava mai fermo al suo
+proposito.
+</p>
+
+<p>
+Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo
+gran scrutatore di caratteri, sapeva scoprir
+la vena dolce; però era incapace di odio.
+Negli uomini temperati alla più solida virtù,
+ei pur sapeva intravedere le occulte mire, e
+della virtù medesima sospettava la vanità. Catone,
+l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era
+segno alle sue perpetue celie. Bensì era devotissimo
+dell’amicizia, purchè la simpatia dell’ingegno
+e la scienza ne fossero il cemento.
+Cicerone è stato forse il primo gran personaggio
+dell’antichità che preannunciasse il tipo degli
+uomini moderni.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
+</p>
+
+<p>
+I Romani eran fatti di un metallo solo e
+fusi in un pezzo solo. Cicerone invece era
+metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia
+lega, e la sua statua era contesta di pezzi
+diversi.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span></p>
+
+<h2 id="cap17">XVII.
+<span class="smaller">CESARE, CRASSO E CICERONE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque
+fosse certissimo della colpa di Clodio,
+sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo.
+In primo luogo, come filosofo e pensatore, non
+essendo quel che potrebbe dirsi, un bigotto di
+<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
+Roma antica, in faccia alla giustizia assoluta,
+non dava grande importanza all’insulto fatto
+ai riti della dea Bona; dea di terzo ordine, la
+quale era piuttosto complice dei disordini delle
+matrone e delle donne romane, che inspiratrice
+e custode della loro virtù. Facendo la via, crollava
+dunque la testa, pensando all’importanza
+smodata che davasi alla colpa di Clodio. In secondo
+luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente
+terribile a tutti, e non sapeva risolversi
+a farselo nemico, e facendosi nemico
+lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso.
+Procedette così fino al tempio, dove il Senato
+doveva congregarsi. Innanzi al limitare
+di esso vide Cesare e Crasso circondati da
+una fitta di cittadini d’ogni classe. V’erano
+patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè
+Cesare vide Cicerone gli si fece incontro,
+e:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Credo bene che tu avrai divisa la tua
+colla mia sentenza?
+</p>
+
+<p>
+— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà
+sentir l’accusa, i testimoni, la difesa, tutto quello
+che è necessario a pronunciare una sentenza.
+Del rimanente, che Clodio abbia contaminato
+i riti della dea come lo ha giurato la madre
+tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto,
+o Cesare, che non dirò e non farò cosa che
+sia contro alla giustizia.
+</p>
+
+<p>
+L’ambizione, che era la sola eccitatrice del
+coraggio di Cicerone, e che già lo aveva reso
+imperterrito e inesorabile nella condanna dei
+catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche
+questa volta. Non voleva mettere in pericolo
+il predicato di <i>Padre della Patria</i>, che
+lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli
+giunse all’orecchio pronunciato dalla gran voce
+del popolo romano.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
+</p>
+
+<p>
+Così insieme con Cesare e con Crasso ei
+mise piede nel vasto pronao del tempio. Quanti
+stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso
+recinto, dove tutta Roma era affollata,
+tanta era l’importanza che davasi a Clodio e
+al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che
+il Senato avrebbe pronunciato.
+</p>
+
+<p>
+E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante
+nell’incesso, infiammato negli occhi:
+e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco
+suonante vibrava saette pestifere a contaminare
+il campo argivo.
+</p>
+
+<p>
+Il frastuono era al sommo. Cesare parlava
+ora all’uno, ora all’altro, ora all’altro. Crasso
+faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan
+teste inchinarsi, e mani comprimere sterni,
+come in atto di promessa e di giuramento.
+Solo a un certo punto nacque diverbio tra
+Cesare e un tal Trebonio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli
+questi, e farò a tuo senno.
+</p>
+
+<p>
+— Non li ho meco, Trebonio. Domani li
+avrai.
+</p>
+
+<p>
+— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato.
+Trenta clienti stanno agli ordini miei.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene, attendi.
+</p>
+
+<p>
+Passeggiava tra quella folla, circondato dai
+suoi pari, un tale Assio, celebre usuraio di
+quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli,
+e in tutti i giorni d’assemblea venivano
+nel pronao a mercanteggiar di danaro.
+Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in
+Asia portando in Roma, insieme con alquanti
+de’ suoi commilitoni, assai danaro. La sua schiera
+chiamavasi l’<i>Acies Asiatica</i>.
+</p>
+
+<p>
+Cesare gli si avvicinò e gli disse:
+</p>
+
+<p>
+— Dammi cinquanta talenti.
+</p>
+
+<p>
+— Non li ho meco.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Valli a prendere sull’istante.
+</p>
+
+<p>
+— Se Crasso ti fa garanzia, vado.
+</p>
+
+<p>
+Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il
+fatto:
+</p>
+
+<p>
+— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.
+</p>
+
+<p>
+Assio partì.
+</p>
+
+<p>
+Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao.
+La varia folla, dove tutte le classi si mescevano,
+era fondo cupamente agitato, quasi
+fosse onda acherontea, sul quale staccavano a
+grande rilievo gli antichi illustri scellerati.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span></p>
+
+<h2 id="cap18">XVIII.
+<span class="smaller">CLODIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Chi s’addentrò nella storia romana con istudio
+più che mediocre, e, com’è naturale, per l’invito
+del soggetto stragrande, s’intrattenne più
+a lungo coi personaggi onde gli ultimi cento
+anni della repubblica sono in vario modo famosissimi,
+<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
+avrà dovuto pensare che Clodio non
+ha nulla di comune cogli altri celebri, e nello
+stesso tempo farsi la quistione del perchè, senza
+nessuna precedenza di guerra, di conquiste, di
+gloria, senza nessun prestigio eccezionale di
+quella eloquenza colla quale si esaltano ad ingiuste
+predilezioni le facili plebi, colui abbia
+potuto diventare così invadente, tremendo, invincibile,
+pur nel fitto di tante strenue figure,
+e tra quei colossi di Cesare e Pompeo. Ma, ad
+una malvagità che passava la misura, ad un
+temperamento di belva indomabile, congiungeva
+una forza di volontà tale che non lo faceva
+mai dubitante in faccia a qualunque ostacolo.
+Doni naturali e fortune spontanee aveva
+avuto nella beltà fisica e nella ricchezza; ma
+questi doni divideva con altri molti; e se la
+ricchezza gli aveva giovato per tenere una
+schiera numerosissima di schiavi e gladiatori,
+<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
+della bellezza non aveva saputo far uso se non
+se per rendersi odiosissimo alle donne, che egli
+disprezzava e insultava appena che, attirate
+dalle fallaci apparenze, gli si abbandonavano
+inconscie.
+</p>
+
+<p>
+Codesto fenomeno umano di Roma antica lo
+si spiega adunque col solo fatto della forza
+della volontà. E codesta forza a Clodio derivava
+dalla efferatezza e dal men che mediocre ingegno,
+che gl’impediva di vedere i pericoli; il
+che spiega altresì come Cesare, l’idolatrato,
+palpasse la groppa di quel cavallo selvaggio.
+Ma se si spiega la cagione della deferenza di
+Cesare, non si può scusare l’uomo che palpa
+adulatore e mendace, potendo flagellare a sangue
+e punire. Se non che, Cesare intendeva
+valersi di Clodio in quella guisa onde l’indiano
+sguinzaglia il leopardo a cacciare le antilopi.
+Viltà però era questa, della quale nessun panegirista
+<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
+saprebbe salvarlo, e che mostra davvero
+come nessuna faccia dell’umano poliedro
+mancasse a Cesare, nemmeno la viltà, e come
+tutte le sue doti incomparabili e pressochè
+sovrumane, egli governasse con una prudenza
+longanime e fredda, che pareva scaglia di serpente
+attorta ai generosi fianchi del leone.
+</p>
+
+<p>
+Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli
+Pisone e Messala, entravano nel tempio,
+Cesare diceva a Clodio:
+</p>
+
+<p>
+— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato
+questo decreto — <i>a Pontificibus factum Clodii
+nefas esse decretum</i>. — E, come il leggi su questa
+colonna, non è cantonata in Roma dove esso
+non si veda.
+</p>
+
+<p>
+— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il
+Senato siasi rivolto al collegio dei pontefici,
+perchè sentenziassero se il fatto onde sono imputato
+sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto
+<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
+esiste, la legge non fu abrogata. Se io vengo
+accusato d’aver congiurato a’ danni della repubblica,
+non occorrono pontefici per sentenziare
+se questo sia delitto. Occorre sentenziare
+se l’accusa sia vera o falsa.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Macte animo</i>, o Clodio, sebbene la parte
+più formidabile del decreto sia questa. Leggi.
+</p>
+
+<p>
+— Ho letto; il so.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Ex</i> S. C. <i>consules ad rogationem promulgandam
+vocati</i>. Quasi tutti i senatori ti sono
+avversi. Con questo decreto intesero alla rovina
+tua.
+</p>
+
+<p>
+La faccia tremenda di Clodio e invariabile,
+parve impensierirsi.
+</p>
+
+<p>
+Cesare lo guardava e rideva nell’animo.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Macte animo</i>, ripetè poscia. Il tribuno
+Fufio Caleno mi obbedirà. Esso è già entrato,
+e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al
+decreto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo, entrò nel tempio insieme a
+Clodio.
+</p>
+
+<p>
+Eretto espressamente vicino alla Curia, e
+dedicato a Giove, quel tempio era costrutto in
+forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella
+vôlta, sotto a quella, rigirava un <i>podium</i> su cui
+si affollavano i Romani che vestivano il sajo o
+la cinerea toga, e che, da quell’altezza, seppure
+vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare
+volte dall’onda sonora era ad essi fatto dono
+delle orazioni declamate. A loro pareva di sentire
+ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano
+ad ammirare la maestà dei padri della
+patria, e i non sperati laticlavj. Assai più sotto,
+e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che
+sorgeva al disopra degli stalli dove sedevano
+i consoli, girava, soltanto la terza parte della
+vasta elissi, un altro <i>podium</i>, coperto da un
+aureo graticcio, dietro al quale ascoltavano, non
+<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
+vedute, le vestali e le cospicue matrone romane.
+Raro era che quello fosse occupato;
+ma in quel giorno appena bastava per contenere
+tutte le intervenute. Oltre le vestali, la
+maggior parte aveva sacrificato alla dea, e
+taluna di esse sapeva che i mariti avrebbero
+deposto Clodio non esser penetrato.
+</p>
+
+<p>
+Dirimpetto al <i>podium</i> delle vestali e delle
+donne patrizie, girava quello dei cavalieri, non
+coperto da graticcio. Dal pavimento del tempio,
+sorgeva in semicerchio elittico una gradinata
+di tre alti piani, sui quali eran disposti, a breve
+distanza l’un dall’altro, gli stalli dei senatori.
+Di contro a questi, sovra una base più giù della
+gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli,
+innanzi alle quali stava una gran tavola di porfido
+egiziaco, meraviglia anche allora, per l’ampiezza
+eccezionale del monolito. Su quella tavola
+s’accumulavan tabelle cerate d’ogni maniera
+<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
+e d’ogni misura, e volumi e rotuli e
+stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e
+le sedie consolari, quasi sotto al <i>podium</i> dei
+cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della
+plebe.
+</p>
+
+<p>
+I senatori erano tutti entrati nel tempio, e
+passeggiavano, in attesa dei consoli, nei vuoti
+spazj, ostentando la larga striscia di porpora, e
+il metallico C (<i>cento</i>) che brillava presso la punta
+dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la
+noce del piede. Quel C significava il numero
+originario dei senatori al tempo dei re; ma
+l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto
+e il C lucente, significavano altresì che ciascun
+senatore possedeva ottocento mila sesterzj di
+rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a
+gruppi di vario numero, parlavano, discutevano
+ed empivano il tempio di frastuono, accresciuto
+dal bisbiglio incessante del popolo minuto, salito
+<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
+in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle
+dei cavalieri.
+</p>
+
+<p>
+Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala,
+pei quali si fe’ gran silenzio nel vasto
+recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio Caleno,
+che, attraversando il tempio, si recò difilato
+al suo stallo. I senatori tutti, gravi e taciti,
+ascesero la gradinata, e sedettero.
+</p>
+
+<p>
+Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero
+in disparte insieme coi testimonj. Il console
+Pisone alzossi, e:
+</p>
+
+<p>
+— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli,
+con decreto che già tutta Roma ha letto,
+e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo
+sia stato intempestivo, avete ordinato
+di fare una legge che sottomette Clodio ad
+un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche
+io e il mio collega dividessimo la sentenza
+vostra, venne a noi il tribuno Caleno qui presente,
+<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
+ad opporre il <i>veto</i>. Parli or dunque il
+tribuno.
+</p>
+
+<p>
+Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora
+così parlò:
+</p>
+
+<p>
+— Padri coscritti, soltanto ad impedire si
+sparga sangue cittadino, io opposi il <i>veto</i> al
+vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto
+dal suo numeroso partito, il quale è disposto
+a far tutto per lui. Egli ha partigiani perfino
+negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori
+di questo tempio, credo bene ve ne siate accorti,
+o senatori, giovinetti a migliaia, armati
+di daghe e pili, capitanati dal giovinetto Marc’Antonio,
+assai noto in Roma — il quale è di
+sì gran forza che a sedici anni nel ginnasio
+atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni che
+tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni
+che fanno presentire in esso un agitatore d’uomini,
+fatale — mandano grida furibonde al cielo,
+<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
+pel timore che non siasi per far giustizia in
+codesto sacro tempio; ma Clodio è anche
+odiato....
+</p>
+
+<p>
+A queste parole, un — <i>no no</i> — ripetuto da
+centinaja di bocche, risuonò dal <i>podium</i> dove
+stava affollato il popolo minuto. Cesare e Pompeo
+aveano sparpagliato numerosi clienti colassù,
+perchè distribuissero danari, onde a
+tempo opportuno far nascere un tumulto che
+lasciasse in tronco e giudizio e sentenza.
+</p>
+
+<p>
+Il senatore seniore, che era Marco Scauro,
+e per il diritto dell’età presiedeva alle assemblee,
+si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero
+fiato alle trombe. Era quello il primo segno
+col quale s’intimava silenzio al popolo
+che, gridando, mostrava di non rispettare la
+maestà del Senato. Al terzo segno le guardie
+del tempio solevano ascendere a far sgombrare
+il <i>podium</i>.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ma Clodio è anche odiato, continuava ad
+alta voce il tribuno Caleno, nè saprei se in
+Roma, in suo cospetto, sia prevalente l’odio o
+l’amore; onde, o padri, non essendovi partito
+soverchiante, ma sembrando invece troppo
+eguale la violenza delle forze in conflitto, la
+zuffa sarà lunga, sanguinosa, orrenda, esiziale
+a Roma. Padri coscritti, per l’amore sacro che
+voi portate a questa patria, io vi supplico:
+<i>scancellate il decreto</i>.
+</p>
+
+<p>
+Per verità che queste brevi parole del tribuno
+Caleno furono sapientemente astute; non
+potevasi trovar ragione più forte e più santa
+per respingere qualunque obiezione; ma il Senato
+sapeva che Caleno era grande sostenitore
+della fazione Clodiana. Però il seniore Marco
+Scauro si alzò di nuovo, e:
+</p>
+
+<p>
+— Metto ai voti la proposta Caleno. Chi l’accetta
+si alzi; chi la respinge rimanga seduto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Propongo invece, disse alto un altro senatore,
+che i voti siano segreti. Così nessuno
+avrà taccia d’essere stato intimidito o consigliato
+da fini obliqui.
+</p>
+
+<p>
+Intanto che stavasi apprestando la votazione
+segreta, il console Pisone ascese la gradinata
+dei senatori, e passò di fila in fila, parlando
+con gran calore a ciascuno di essi. Ei li andava
+sconsigliando dal mantenere il primo decreto,
+come racconta Cicerone nella sua epistola
+ad Attico. E in questo punto istesso Cesare
+si alzò, recossi vicino a Clodio, che in
+piedi e fremente guatava intorno intorno i congregati
+nel tempio, e:
+</p>
+
+<p>
+— Ascolta un mio consiglio, gli disse.
+</p>
+
+<p>
+— Quale?
+</p>
+
+<p>
+— Tu fremi; ma ora convien smettere l’ira.
+Percorri tu pure quelle file, e umilmente raccomandati
+a ciascun senatore.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Io?
+</p>
+
+<p>
+— Tu — se non sei ascoltato, guai! — la
+rogazione ti è fatale. Il terribile Clodio che
+per un istante si umilia, protestando pur sempre
+la propria innocenza, li piegherà tutti al
+più mite consiglio.
+</p>
+
+<p>
+Clodio guardò Cesare a lungo, e la fierezza
+gli perdurava nel marmoreo volto, e, sebbene
+di dentro fosse tutto sgomentato, le linee e i
+piani di quello eran fatti così stabili all’espressione
+dell’ira, che questa appariva pur sempre,
+anche allorquando nell’animo stava il timore.
+Il quinquennio nel carcere Mamertino, e l’esiglio
+perpetuo, anche per riguardo a’ suoi pazzi
+disegni di conquiste, di gloria, d’impero, gli
+davan troppo a pensare perchè non ascoltasse
+il consiglio di Cesare, quantunque indicibilmente
+gli ripugnasse — e s’avviò, e ascese le
+gradinate, e, come racconta ancora Cicerone,
+<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
+in modo umile e sottomesso, si gettò, con grande
+meraviglia di tutti, ai piedi di ciascun senatore.
+</p>
+
+<p>
+Cesare non avrebbe mai fatto questo, in
+qualunque orrenda circostanza si fosse trovato;
+ma l’animo suo non era putrido della malvagità
+di Clodio; e se, qual mezzo indispensabile,
+poteva usufruttare la viltà segreta, il fortissimo
+intelletto gli sconsigliava la viltà palese,
+e l’alta ambizione gli avrebbe fatto preferire
+la morte più dolorosa al vergognoso
+atto di piegar le ginocchia davanti a dei mortali.
+E intanto gioiva nel veder Clodio umiliato
+a quel modo; e pensava che, siccome la
+verga ardente dell’Indo ammansa anche il tigre,
+così, dopo quel fatto, Clodio sarebbe divenuto
+strumento assai più duttile nelle mani
+di chi avrebbe voluto farne uso.
+</p>
+
+<p>
+Intanto che i senatori discendevano nel mezzo
+del tempio a deporre le palle nella divisa urna,
+<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
+Cesare, per involarsi al tedio di quella sfilata
+di laticlavj che, essendo più di quattrocento,
+doveva consumare assai tempo, pensò di ascendere
+a fare una visita gentile alle donne, matrone
+e fanciulle patrizie, che sedevano nello
+scompartimento del <i>podium</i> a loro assegnato,
+e che le divideva dalle vestali. Uscì dunque
+dal tempio, perchè l’accesso a quel luogo era
+esterno, e salì.
+</p>
+
+<p>
+Che i senatori e i cavalieri si recassero a
+visitar le donne colà nei giorni d’assemblea,
+non era vietato; questo tuttavia non soleva
+avvenire quasi mai, o ben di rado; onde l’apparizione
+di Cesare provocò in quasi tutte una
+sensazione di meraviglia, e, in talune anche,
+di vivissimo piacere.
+</p>
+
+<p>
+Egli s’intrattenne innanzi a ciascuna, dicendo
+parole eleganti e lusinghiere. Quando venne a
+Terenzia:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E dunque, le disse, pare a te, o la più
+avventurata tra le consorti, chè è una gloria
+appartenere a Cicerone, pare a te Clodio
+uscirà assolto da questa votazione, e la sua
+innocenza sarà vivamente rischiarata dal sole
+di Roma?
+</p>
+
+<p>
+— Se il sole di Roma rischiarerà le menti
+di coloro che laggiù stanno ora votando, mi
+confido che l’empio misfatto sarà punito come
+la legge impone.
+</p>
+
+<p>
+— Male pensi, o Terenzia; gli occhi tuoi,
+la notte dei riti, erano fatti torbidi e falsoveggenti
+dal consacrato lieo. Però nella sorella di
+Clodio vedesti il fratello che abborri. Io so tutto.
+</p>
+
+<p>
+— Quadrantaria?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, Quadrantaria — che voi tutte spose e
+matrone e viragini, insigni di virtù e di quella
+castità onde la Diana Efesia provoca i dispetti
+di Febo, respingeste dalle vostre adunanze.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E adunque quante siam qui eravamo losche
+allora?
+</p>
+
+<p>
+— Tutte, o Terenzia.
+</p>
+
+<p>
+— Non esclusa la madre tua?
+</p>
+
+<p>
+— Non esclusa.
+</p>
+
+<p>
+E Cesare procedette innanzi, e interrogò
+amabilmente e astutamente ed epigrammaticamente
+altre donne, delle quali non era
+alcuna che non fosse iraconda contro di Clodio,
+e:
+</p>
+
+<p>
+— Guarda, o Cesare, gli dissero a più voci,
+guarda che fa Clodio adesso. Chi è innocente
+è imperterrito, e si conforta di generoso disprezzo.
+Ma l’indomabile belva sanguinaria or
+lambisce finalmente con lingua di coniglio.
+</p>
+
+<p>
+— A lui importa che la sua innocenza trionfi.
+Gli riuscirebbe più tetro il carcere, pensando
+che lo si volle in ogni modo vedere in Roma
+contaminatore di castissime donne (e fece un’appoggiatura
+<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
+forte su quel superlativo), mentre
+villeggiava in Interamna.
+</p>
+
+<p>
+E passò alla madre, che lo guardò severissima
+e taciturna.
+</p>
+
+<p>
+— Prendi, o madre, le inspirazioni da Minerva,
+e lascia che Nemesi avveleni altro
+sangue.
+</p>
+
+<p>
+E passò a Servilia.
+</p>
+
+<p>
+— E tu che pensi di Clodio?
+</p>
+
+<p>
+— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti.
+</p>
+
+<p>
+Servilia portava tale e tanto amore a Cesare,
+che, sapendo l’amicizia di lui per Clodio, non
+aveva voluto deporre ai danni di lui, protestando
+di essersi intrattenuta innanzi all’ara
+della dea, quando le altre donne vestite da baccanti
+e armate di tirsi erano uscite per vendicare
+non sapeva quale ingiuria.
+</p>
+
+<p>
+La votazione era finita, Cesare discese. Si
+contaron le palle. L’umiliazione di Clodio, e le
+<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
+insinuazioni del console Pisone, e le astutissime
+parole di Caleno, per allora, non valsero nulla.
+Quindici senatori votarono a favore di Clodio:
+quattrocento contro di lui. — E passò il decreto
+che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione
+con tutta la loro autorità, e niun altro
+affare si trattasse prima che questo non fosse
+esaurito.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, in presenza di un decreto tanto severo,
+quantunque volesse tener celati i proprj
+intendimenti, già s’era mosso per recarsi alla
+tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico
+Ortensio, l’oratore a nessuno secondo, e
+che Cicerone, pure invidiando, amava. E prima
+di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe,
+e con voce atta all’espressione musicale (dono
+che Cicerone non aveva, tenendo una voce sonora
+sì, ma aspra),
+</p>
+
+<p>
+— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò
+<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
+che il mio voto fu per respingere la rogazione.
+Caleno ha parlato con gran senno. Gravi disordini
+saranno certissimamente per nascere
+da questa violenta risoluzione. Però vi faccio
+una proposta conciliatrice, che spero sarà da
+voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno
+pubblichi dunque <i>una legge per la quale si
+debba giudicare la causa di Clodio innanzi al
+pretore con giudici eletti</i>.
+</p>
+
+<p>
+Per deferenza ad Ortensio, che era altamente
+rispettato ed amato in Roma, e quasi sempre
+interpellato ed ascoltato in Senato, quella proposta
+fu accolta per acclamazione, e così pochi
+minuti distrussero la votazione di due ore.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span></p>
+
+<h2 id="cap19">XIX.
+<span class="smaller">LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Se non che, portata la causa davanti al pretore,
+Cesare, Crasso e Clodio videro essere
+stato inutile tutto il denaro profuso tra i senatori
+ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il
+tribuno ambidestro; e pensarono che tutto
+<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
+riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti
+assai più difficili, perchè era necessità brogliare
+in prima per la scelta dei giudici, poi con
+altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia.
+Quella scelta per Clodio andò tra bene e male.
+Cinquantasei furono i giudici; di questi varj
+erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie,
+le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente
+riescì a fare della maggior parte di
+quei molteplici elementi una pasta unica ed
+avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo
+con insulti alle tentazioni; ed erano i
+più potenti, i più influenti e i più ricchi, come
+naturalmente doveva essere. L’oro per essi
+non poteva aver la forza dell’esca. Ma Cesare
+tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più
+che un costrutto. Tra quei giudici v’era un
+<i>Contatore</i>, un <i>Ceva</i>, un <i>Furio</i>, di sfondate ricchezze,
+come fu detto, amanti della repubblica,
+<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
+onestissimi nella trattazione degli affari
+proprj e degli altrui; ma protagonisti in Roma
+di strani e non casti racconti, per l’effeminatezza
+dei loro costumi e per libidine delira.
+</p>
+
+<p>
+— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto
+che stavano tormentandosi per diradare le difficoltà — se
+io avessi le tre Grazie che vive
+e vere tu recasti a Roma da Atene, certo che
+costoro sarebbero presti a giurare anche il
+falso.
+</p>
+
+<p>
+— Anch’io ho pensato a questo, rispose
+Crasso; non veramente alle tre mie Grazie incomparabili,
+ma ad altre fanciulle che tengo
+nel gineceo; e ti giuro pei numi ch’io sono
+talmente arso di puntiglio per riuscire in questo
+affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i
+miei tesori, non che alle tre Grazie.
+</p>
+
+<p>
+E Crasso fece in modo di trovarsi con quei
+tre onestissimi Fauni togati; e, parlando con
+<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
+essi delle più belle donne di Roma, venne a
+proclamare la preminenza delle greche.
+</p>
+
+<p>
+— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che
+le più famose fanciulle romane parrebbero laide
+al loro confronto. Tra le altre, son tre ateniesi,
+insigni di così attraente perfezione, che tutte
+le statue d’oro degli dei che hanno are in Roma
+non varrebbero a compensarle. Ma tu non credi,
+o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena;
+e intorno al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno,
+gireranno liberali della loro scoperta
+beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al
+pari delle ore, mi segnano i passatempi del
+giorno.
+</p>
+
+<p>
+— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo
+anche gli altri tesori da te accumulati nelle
+tue conquiste.
+</p>
+
+<p>
+E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio
+i tre invitati; vi sedettero Cesare, Crasso
+<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
+e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta, briosa,
+lucente oltre il consueto.
+</p>
+
+<p>
+I tre Fauni stavano tracannando Falerno,
+quando, a un tal punto, vennero introdotte sette
+fanciulle delle più belle, comperate già, col più
+squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie
+d’Italia; e tutte nel costume delle sette
+<i>eterie</i> che furon messe innanzi a Fidia, perchè
+delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse
+un insieme unico di non raggiungibile
+perfezione.
+</p>
+
+<p>
+E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono
+innanzi ai tre invitati attoniti e acutamente
+concitati; e uscirono dal triclinio.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste
+che avete vedute, son bellissime figlie
+della terra; ma or vedrete le Grazie immortali,
+le tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore.
+Sorgete ed adorate! — E diè un cenno.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
+</p>
+
+<p>
+Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte,
+chinati e timidi gli sguardi.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Erano inver beltà tutta divina.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano
+arrubinati di Falerno, e il raggio dell’occhio,
+male affratellandosi coi raggi delle fiamme che
+splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il
+numero delle tre dive; e le giudicavano con
+entusiasmo, ma senza quel discernimento che
+vede il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare,
+il quale non beveva mai vino, guardando
+quelle fanciulle, non pareva più impossibile
+che la greca Elena avesse potuto esser cagione
+di una guerra decenne; e, dopo averle
+osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel
+presente tutto pregno di voluttà, volse il pensiero
+al futuro.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
+</p>
+
+<p>
+E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a
+guardar Crasso con occhio sì parlante, che
+quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato
+alle schiave custodi, le tre dive, comperate
+da un mercante di Atene a un prezzo
+minore di quello ch’era stato offerto pei tre
+poledri celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate,
+uscirono di là — e poco dopo usciron
+tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e:
+</p>
+
+<p>
+— Voglio che tu parta soddisfattissimo di
+me; ho in pensiero di farti un dono; ma a
+un patto.
+</p>
+
+<p>
+— Qual dono e qual patto?
+</p>
+
+<p>
+— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre
+Grazie; ma tu devi operare in modo che per
+tua parte Clodio sia rimandato assolto.
+</p>
+
+<p>
+Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile
+il dono; onde conchiuse coll’accettare
+e coll’obbedire e col promettere e col giurare.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
+</p>
+
+<p>
+Gli altri due fecero il medesimo.
+</p>
+
+<p>
+Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese
+da Cesare e Crasso; ma altre più turpi e più
+inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati
+all’amo.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+E venne il giorno che al Pretorio si radunarono
+i giudici per emettere l’ultima sentenza.
+Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque
+condannarono Clodio, trentuno lo assolsero.
+</p>
+
+<p>
+Così nei tempi corrottissimi si vende e si
+compera la giustizia, e non è mezzo, per quanto
+osceno, a cui non si ricorra.
+</p>
+
+<p>
+E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro
+profuso e delle fanciulle offerte e accettate, e
+d’altre turpitudini ancor peggiori, così prorompe
+Cicerone: — <i>Giammai una più scandalosa compagnia
+di ribaldi si assise innanzi alle tavole
+<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
+del giuoco assassino. Fra senatori infami e cavalieri
+cenciosi, sedettero pochi uomini onorati,
+coi volti mesti, quasi tementi di esser guasti dal
+contagio di quegli scellerati.</i>
+</p>
+
+<p>
+Ma chi era lo scellerato primo e massimo?
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span></p>
+
+<h2 id="cap20">XX.
+<span class="smaller">POMPEO E CESARE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente
+se ne querelavano i savj, aveva per la
+prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata
+l’ara della giustizia, mentre mostrò
+quanto fosse prepotente la volontà di Cesare,
+<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
+a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento.
+Dipendeva solo dalla fortuna e dagli
+eventi e dall’incerto avvenire s’egli avrebbe
+potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza
+del turpissimo broglio. E fino a quel
+momento, di tutto quello che egli avea fatto
+per aprirsi una via alla potenza, alla gloria
+all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno.
+Dei numerati eroi, che sono gli atleti
+nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj, segnan
+le distanze e i caratteristici mutamenti
+della storia, Cesare è il solo che abbia dovuto
+o voluto attendere gli anni della gioventù più
+matura per salire al primato, e far convergere
+a sè gli sguardi dell’umanità.
+</p>
+
+<p>
+Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva
+trentott’anni; se allora fosse morto, l’oscurità
+avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla
+ancora avea fatto di grandissimo, e le fatiche
+<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
+di una insistente preparazione erano segreti
+affanni della sua mente e della sua ambizione.
+Ma quell’anno doveva segnare il suo momento
+critico.
+</p>
+
+<p>
+Sul principio di quello, Pompeo era tornato
+a Roma dalla guerra mitridatica. Aveva dilatate
+le frontiere dell’impero: il Ponto, la Siria, la
+Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando
+infino al Tigri tributarj della repubblica
+tutti gli altri re e popoli orientali. Aveva
+preso la città e la fortezza di Gerusalemme,
+entrando nel vietato <i>Sancta Sanctorum</i> del famosissimo
+tempio. Aveva condotto Aristobulo
+e i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario
+Ircano, date leggi ai popoli conquistati,
+fabbricate trenta città, fatto il dono di cento
+milioni italici alle licenziate legioni. Però dal
+Senato gli era stato accordato il privilegio di
+portare nei dì festivi una corona d’alloro e la
+<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
+generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi
+equestri. Tutti lo proclamavano <i>il primo cittadino
+di Roma senza rivali</i>; e i prudentissimi
+di Roma, a stornare i crescenti disordini, già
+lo desideravano e proclamavano <i>Dittatore</i>.
+</p>
+
+<p>
+Primo ed unico era dunque nella città dominatrice:
+a lui privilegi, a lui corone, quasi
+re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma
+coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento
+e gemme, che il medesimo Crasso non
+poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano.
+Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina,
+che Demetrio liberto di lui e maggiordomo,
+e ladrone come sappiamo, aveva raccolto
+per sè più di venti milioni; onde, a mostrare
+gratitudine verso l’indulgente padrone, gli fece
+erigere a proprie spese quel primo teatro di
+pietra che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel
+tempo stesso in cui sorse il teatro monumentale,
+<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
+Pompeo edificò un tempio a Minerva, che
+fu celebre, più che per la sontuosa architettura,
+per l’iscrizione tanto laudatrice del Magno eroe,
+che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non
+ebbe mai esaltazione maggiore.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva
+indegno di tanta fortuna, e lo chiamava ladro
+della gloria altrui nella guerra spartacica e dei
+Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che
+anche un pretestato avrebbe saputo compirle,
+e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e il
+meno atto a concionare, e il più intricato nei
+colloquj dove l’arte e la scienza e la filosofia
+avevano parte, guardava e fremeva a tanto
+sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza,
+e, ritorcendo sopra di sè lo sguardo,
+pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze
+avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato,
+lo avevan lasciato così sprofondato nei
+<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
+debiti, che oramai gli mancavano duemila talenti
+(dodici milioni di lire italiche) a non posseder
+nulla. E codesta frase, ch’ei trovò per la
+prima volta in uno di quei momenti nei quali
+l’ira si converte in facezia, per la prima volta
+fece il giro di Roma, e provocò il riso dei ricchi
+e dei poveri, e fu poi ripetuta per lungo
+ordine di secoli dagli indebitati di tutte le
+classi.
+</p>
+
+<p>
+Esso era anche uscito dalla carica di pretore,
+influentissima in Roma, perchè tutte le contese
+relative alle cose dell’amministrazione pubblica
+e privata, e alquante che riguardavano la giustizia
+e l’osservanza delle leggi, dovevano passare
+per le aule pretorie.
+</p>
+
+<p>
+Era dunque ridotto alla condizione di un semplice
+cittadino privato; sempre il primo tuttavia
+nei consorzj geniali, alla palestra, all’ippodromo,
+nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola
+<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
+e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti
+muliebre sapienza pei riverberi della luce paterna;
+ascoltato nelle questioni d’arte da Arcesilao,
+da Postumio, da Ermodoro, architetti
+insigni; vincitore sovente di Varrone in questioni
+d’archeologia; insegnatore a Pompeo di più
+esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato;
+meraviglia all’astronomo Posidonio,
+che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori
+nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia
+a Sosigene, ch’ei già preparava alla
+riforma del calendario. Ma codesti primati, sebbene
+costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano
+inerte nel campo de’ grandi fatti.
+</p>
+
+<p>
+Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla
+sua immensa fortuna con disdegno sprezzatore,
+e l’ambizione, come già era avvenuto al
+Magno Alessandro, nei momenti della massima
+esaltazione gli avesse già fatto parere angusta
+<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
+la terra, e si fosse affannato per ottenere il
+governo della Spagna, statogli finalmente assegnato,
+pure da qualche giorno non desiderava
+di lasciar Roma.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span></p>
+
+<h2 id="cap21">XXI.
+<span class="smaller">L’IMPERIOSA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Cesare, il profumato libertino, il desiderato
+da tutte le donne, l’odio occulto di tutti i mariti,
+il rivale sospettato da tutti gli amanti,
+non era mai stato preso da un vero, profondo,
+violento amore. Troppe donne, troppe giovinette
+<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
+gli avevano aliato intorno più chiedenti
+che chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava
+una gratitudine schiettamente sentita,
+e per la quale ebbe una singolare preferenza,
+non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo
+onnipotente dell’amore, che, allorquando
+invade e conflagra un’anima, si accampa
+sovrano e prima di tutte le umane cose.
+Servilia erasene accorta, ma non per questo
+potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei
+era quello di una schiava africana, ardente,
+capace d’immergere il ferro in petto all’uomo
+idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata,
+atterrita pur nella ferocia, e governata
+da un fascino arcano.
+</p>
+
+<p>
+Il sentimento pareva al tutto incompatibile
+colla forza e la vastità della mente di Cesare,
+a guisa di un arbusto gentile che non può
+tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica.
+<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
+Ma Cesare era l’uomo onnilatere, e nulla
+cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però
+doveva attraversare, prima che la sua gioventù
+si chiudesse, una di quelle fasi della vita, che
+transitoriamente sembrano mandar naufraghe
+nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà
+della mente.
+</p>
+
+<p>
+Nella notte sacrata ai riti della dea Bona,
+tra le fanciulle sagrificanti insieme colle matrone,
+era prostrata innanzi all’ara quell’Elelia
+Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima
+casa romana di tal nome. Essa era nata
+nella Gallia Cisalpina, quando il padre suo, Popilio,
+fu governatore di quella provincia, ed
+era nata da madre gallica. Morto il padre,
+morta la madre, Elelia era rimasta unica erede
+delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava
+nell’antico palazzo degli Imperiosi, nella
+parte più alta del Palatino, custodita dalla sua
+<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
+grand’ava. Essa era insigne di eccezionale
+bellezza; chè le chiome biondissime e gli occhi
+azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e celebrati
+da Omero, non eran frequenti in Roma.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice
+e conciliatore nelle contese iniziate da
+coloro che vantavano diritti su qualche parte
+dei lati possedimenti della fanciulla, degli ampj
+giardini, degli orti immensi, delle acque dell’Aniene
+che le irrigavano i campi, deviate
+cogli idraulici congegni che prima la vetusta
+Babilonia avea trovati. Per questo fatto, esso,
+oltre al vecchio liberto maggiordomo della casa
+Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni,
+avea dovuto sentire e il famoso Scevola e gli
+altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e quel
+Granio Fiacco, celebre per aver commentate
+le dodici tavole. Con essi erasi trovato nella
+casa Imperiosa, quando fu necessario vedere
+<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
+i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione
+di avvicinar la fanciulla.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore,
+la guardò come un fenomeno muliebre,
+che mai non gli era apparso innanzi prima
+d’allora. Ognor concentrata in sè stessa e taciturna
+e altera, pareva ch’ella tenesse in soggezione
+tutti quelli che la circondavano, comprese
+le vegliarde che recavansi a trovar l’ava,
+compresa l’ava stessa. Ma, se più spesso era
+taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed
+eran severe ed assennatissime, nè parevano
+uscire da labbro giovanile.
+</p>
+
+<p>
+Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla
+nutrice, e il natìo latino, parlava il greco col
+soave accento eolio; onde Apollonio, quando
+l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata
+dalle aspergini del mare Argolico. Laja, la celebre
+pittrice che avea ritratto Cesare, le apprendeva
+<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
+il disegno, e Laja si gloriava di quella
+fanciulla singolare. E le lodi non pareano toccarla.
+Sariasi detto che, quasi tenesse da qualche
+divinità, di lei particolare custode, la notizia
+che i numi avean decretato di costituirla nel
+privilegiato possesso di doni intellettuali e corporei
+non concessi altrui, ella non facesse più
+caso delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne
+avesse orgoglio nessuno, si riputasse come segregata
+da essi.
+</p>
+
+<p>
+Cesare pertanto fu vivamente attratto da
+quella fanciulla, considerandola come un arduo
+problema da sciogliere, e nel tempo stesso, e
+più forse, perchè provocava in lui una sensazione
+acutissima quella bellezza eccezionale, e
+quell’intelletto che era fuori affatto dell’ordine
+femmineo. Onde, sotto colore delle consuete
+faccende pretorie, e della necessità di abboccarsi
+con Scevola, il quale tenne preghiera
+<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
+dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso
+da lei le sue tre così belle coltissime figliuole,
+e di trovarsi a conversare con Laja, la quale,
+anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi
+con essa, Cesare era venuto moltiplicando
+le visite in quella casa, e a tale che
+non passava giorno che non vedesse la <i>tiberina</i>
+Imperiosa; col qual predicato ei la distingueva,
+perchè le chiome di lei eran bionde e
+profluenti come le onde del Tevere. E venivano
+in quella casa anche Cicerone e Terenzia e
+Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio, e vi si
+recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj,
+e i padri e le madri di quelli, segnatamente
+allorchè aveano le fortune dissestate;
+chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più
+che dai giovani, tenuti pressochè in isgomento
+da quell’aura sacra onde ell’era circonfusa,
+dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le
+<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
+nebbie vespertine che si innalzavano sugli immensi
+poderi di lei, più di quel che temessero
+la sacra aura.
+</p>
+
+<p>
+In quei conversari diurni e notturni di Cicerone,
+ad onta e di Ortensio e del rètore Diodato,
+Cesare brillava ognora di una luce tutta
+propria. Di qualunque cosa ei discutesse, teneva
+sempre il campo. Bensì, con arte squisita
+e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere
+il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone,
+che pur era invidiosissimo, non sentiva invidia
+di lui; onde potè lasciar scritte in lode di Cesare
+quelle celebrate parole a Cornelio Nepote:
+«<i>E chi di lui è più acuto e più frequente di
+sentenze? chi nelle parole è più ornato e più
+elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare
+supera tutti quanti</i>. Molti bellissimi giovani
+romani facevan cerchio intorno all’Imperiosa,
+parlante Giulio; ma Elelia non era attratta
+<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
+da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna
+chioma fittamente ricciuta. Ascoltava attentamente
+il giovane trentottenne, il giovane
+declinante, il già calvo Giulio, che indarno
+tentava dissimulare quello da lui sì aborrito
+difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate
+chiome, che soltanto gli crescevan folte presso
+l’occipite. Bensì ella chinava gli occhi, quando
+la nera e vivacissima pupilla di lui saettava
+gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per
+brevi istanti, Cesare ed Elelia si trovaron pressochè
+soli; vale a dire che, sebbene nella camera
+medesima stesse l’ava seduta, la quasi
+cecità e sordità di lei non era d’inciampo a che
+potessero parlar liberamente.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra,
+or guardava Roma sottoposta, e parea
+ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre
+ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or
+<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
+piegando la testa, tenea dietro alla giovane
+Imperiosa che, meditante e ad ampi passi, s’affrettava
+dall’un canto all’altro della camera.
+</p>
+
+<p>
+Ci fu un momento nel quale i loro sguardi
+s’incontrarono. Allora Cesare, staccatosi dal
+parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e:
+</p>
+
+<p>
+— Qual pensiero affretta così il tuo passo?
+</p>
+
+<p>
+— Il tormento d’esser donna.
+</p>
+
+<p>
+— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se
+invece tu fossi uomo....
+</p>
+
+<p>
+— Tutto il mondo.
+</p>
+
+<p>
+— Quanti anni hai tu?
+</p>
+
+<p>
+— Diciotto; chi non lo sa?
+</p>
+
+<p>
+— E trentott’anni a me conta la Parca, e il
+mondo non è ancor mio.
+</p>
+
+<p>
+— Se più t’indugi, non lo sarà mai. Guarda
+Pompeo. Non è di molto maggiore di te. E a
+ventiquattr’anni aveva già trionfato.... ed ora
+è il dio di Roma.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E questo a te dà tedio?
+</p>
+
+<p>
+— Tedio ed ira; e mi punge, quasi doloroso,
+un desiderio che sorga finalmente l’uomo che
+lo soggioghi.
+</p>
+
+<p>
+— E credi che viva in Roma un tal uomo?
+</p>
+
+<p>
+— Tu.
+</p>
+
+<p>
+Cesare tacque.... e piegando poscia il discorso:
+</p>
+
+<p>
+— Vuoi tu rimaner sempre fanciulla e consacrarti
+a Diana?
+</p>
+
+<p>
+— No.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque perchè fra tanti patrizj cospicui
+di gioventù, di valore, di ricchezza, non scegli
+colui che ti faccia sua sposa?
+</p>
+
+<p>
+— Chi di loro meritò statue d’oro? Per chi
+di loro sorsero templi? Do preferenza alla
+gioventù, ammiro la beltà; ma non mi vince
+davvero che il fatto di una virtù straordinaria.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E scegli dunque Pompeo. Una consorte
+ei cerca.
+</p>
+
+<p>
+— Pompeo ha dieci anni più di te.
+</p>
+
+<p>
+E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare,
+e Cesare ognor la seguiva ammirato, e sempre
+più gli s’involavano gli inizj per isciogliere
+quello strano problema. E, osservando la stupenda
+e quasi matronale figura di lei, per la
+quale mostrava un’età maggiore, e guardando
+la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma,
+bianchezza tutta soffusa di rose freschissime,
+e tali doni congiungendo alla precocità dell’ingegno,
+e alla stranezza delle sue maniere,
+e alle aspirazioni che parevano soverchiare
+età e sesso, si venne ricordando di
+talune considerazioni (Cesare avea voluto intingersi
+anche di medicina) del medico Antistio
+(colui che doveva poi alle fatali idi contare ed
+esaminar le ferite) intorno a talune malattie
+<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
+che nella primissima giovinezza sembrano accrescere
+i doni della natura mortale; a guisa
+dell’arsenico che, amministrato con scientifiche
+dosi, tingeva del più florido color del cinabro
+le guancie del re Mitridate. E si rammentò che
+Antistio avea definita quella malattia: <i>pulcher
+et intellectualis morbus</i>, il quale, di quel tempo,
+più che altrove, era frequente nella Gallia Cisalpina;
+onde a Cesare sembrò possibile che
+nel sangue della divina Elelia la gallica madre
+avesse deposto un germe lieve di stroma formoso
+e roseo e geniale.
+</p>
+
+<p>
+Ed ella si fermò di tratto, e disse:
+</p>
+
+<p>
+— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania?
+</p>
+
+<p>
+— Sì.
+</p>
+
+<p>
+— T’affretta adunque.
+</p>
+
+<p>
+— S’io vi morissi ne avresti dolore tu?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria
+<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
+circonderà te spento, adorerò l’ombra tua in
+perpetuo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare tacque.
+</p>
+
+<p>
+Annunciate, entrarono in quel punto le tre
+figliuole di Scevola. Cesare uscì; attraversò il
+cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli
+alitassero le aure dei beati elisi, pressochè
+trasmutato, si avviò alla sua casa nella Suburra.
+Se non che, a mezza via, un liberto in
+cocchio gli venne incontro affrettatissimo, e,
+allorchè fu presso a Cesare:
+</p>
+
+<p>
+— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata.
+Il cavedio è invaso.
+</p>
+
+<p>
+— Da chi?
+</p>
+
+<p>
+— Dai ladri.
+</p>
+
+<p>
+— E che ladri?
+</p>
+
+<p>
+— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’<i>acies
+asiatica</i>....
+</p>
+
+<p>
+Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto
+<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
+alla Suburra. — Un grido nemico lo accolse.
+Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo
+guardò dall’alto quella ciurma inferocita.
+</p>
+
+<p>
+Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione
+usurajo, già quasi ricco come Crasso:
+</p>
+
+<p>
+— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se
+prima non mi avrai restituito quel che ti ho
+sborsato. Di cento talenti mi sei debitore, due
+milioni di sesterzj.
+</p>
+
+<p>
+— E a me cinquanta ne devi, gridava un
+giudeo. Io ti ho pagato le statue, i quadri, i
+cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi. Pagami,
+o Cesare, o indarno speri di andar governatore
+nelle Spagne.
+</p>
+
+<p>
+— Bada, gridava un altro, ch’io narrerò a
+Catone i tuoi notturni colloquj con Servilia;
+pagami, o io pagherò i vafri più feroci di Roma
+perchè accompagnino con sibili quella donna
+tua, quando si mostrasse in pubblico. Paga, o
+<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
+Cesare. Tu volevi partire e lasciarci tutti scornati.
+</p>
+
+<p>
+Cesare discese da cavallo, e stato calmo un
+istante, e, come raccogliendo le sue forze, perchè
+voleva esser certissimo dell’effetto, si concentrò
+in sè, e d’improvviso lasciò andare un
+colpo di mano sulla guancia di Assio, un così
+poderoso colpo, che colui cadde intronato su
+quelli che gli stavan dietro; poi, preparandosi
+al peggio, trasse dal cinto della tunica la
+consueta sua elegante balena, armata di plumbee
+palle dorate, e a quegli che aveva dette
+parole ingiuriose a Servilia, e accorreva in aiuto
+di Assio centurione, l’appoggiò sì risolutamente
+tra il naso e il labbro, che il dolore acutissimo
+impedì a colui di vedere e di sentire il sangue
+che gli scorreva sul sajo. E intanto la plebaglia,
+che là s’era addensata da qualche tempo,
+applaudiva battendo palma a palma, e gridava:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Viva Cesare, viva il divino Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Sebbene alquanto placati, e dal risoluto contegno
+di Cesare, e dagli evviva urlati dalla canaglia,
+pure i creditori non si mossero; s’atteggiarono
+anzi come se risoluti di non lasciar
+più quel posto.
+</p>
+
+<p>
+— Se questa canaglia, diceva un di loro,
+dovesse aver danaro da te, udresti, o Cesare,
+se allora ti acclamerebbe.
+</p>
+
+<p>
+— Divino ti chiamano, diceva un altro sghignazzando
+con disprezzo ostentato, così fosse!
+che Venere almeno, la tua grand’ava, ti pagherebbe
+i debiti.
+</p>
+
+<p>
+— Silenzio v’intimo, gridò allora Cesare, entrate
+tutti e attendetemi nel cavedio. Oggi sarete
+pagati.
+</p>
+
+<p>
+Entrò anch’esso, e per alcuni istanti si sentì
+umiliato, percosso, disfatto.
+</p>
+
+<p>
+— Più nulla dunque io sono, egli dicea fra
+<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
+sè, un gruppo di vilissimi creditori può abbattere
+un Dio: e venti carri pieni d’oro accompagnarono
+Pompeo nel suo viaggio trionfale!
+</p>
+
+<p>
+E stette pensando e ripensando al modo di
+poter avere, in quel giorno, venti milioni, almeno,
+di sesterzj grossi. E statuì di raccomandarsi
+a Crasso.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span></p>
+
+<h2 id="cap22">XXII.
+<span class="smaller">RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Nel 693 <i>ab urbe condita</i>, Cesare era partito
+da Roma con venti coorti; nel 694, già reduce
+dalla Lusitania, stava attendato fuori
+della città in aspettazione del trionfo, salutato
+<i>Imperator</i> dalle idolatranti legioni, nel campo
+<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
+circuito dagli <i>impedimenta bellica</i> che avevano
+trasportato l’oro ispano a colmare il romano
+tesoro, lasciando a Cesare quanto bastava per
+cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro
+contumelie amare nell’umile sorriso e nelle
+profferte di servigi nuovi. Quindici milioni di
+lire italiche furon necessarie perchè si tirasse
+intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso,
+alla partenza di Cesare, non aveva pagato che
+poco più del terzo dei debiti di lui. Nè li aveva
+pagati per amore suo.
+</p>
+
+<p>
+Un atto generoso, quando varca la misura
+comune, quasi sempre, non è generoso che
+nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato
+Pompeo, non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva
+sè incapace di soverchiare il Magno eroe, desiderava
+che altri sorgesse a metterlo finalmente
+in ombra. E un anno solo aveva bastato
+perchè Pompeo non potesse più dir, sogghignando,
+<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
+quando udiva le lodi di Giulio: « — Non
+basta una <i>povera</i> corona di quercia, nè due
+misere campagne col vecchio Termo, e i servizj
+sotto l’<i>Isaurico</i>, perchè costui dai ginnasj
+e dalle accademie e dall’ippodromo passi a
+soggiogar provincie e nazioni.»
+</p>
+
+<p>
+Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come
+i brividi che annuncian tempesta; onde la prepostera
+invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto
+che Cesare partiva propretore per le Spagne,
+non era affatto fuori di ragione. Precedenze
+di gloria militare, qual condottiero d’eserciti
+in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne;
+ma in quel modo che Cesare avea la
+più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma
+l’avea in lui, quasi quel prediletto avesse riportato
+già dieci trionfi. Pompeo soltanto sogghignava,
+di quello sprezzo però che vien respinto
+dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo,
+<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
+disprezzava Pompeo, il gloriosissimo, il presunto
+dittatore perpetuo. Ma Cesare era convinto
+del proprio disprezzo; e diceva che se
+Lucullo e Crasso, e Termo decrepito, avessero
+combattuto contro di lui, sempre sarebbe stato
+vinto, e: — <i>Sì</i>, diceva, <i>costui, codesto semidio,
+non è già figlio della virtù, ma solo della indulgente
+fortuna</i>. — Ma la fortuna, se non indulgente,
+non fu avversa a Cesare, e permise
+che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti
+suoi e il valore incomparabile, si mostrassero
+all’aperto e si rivelassero nella loro più completa
+potenza. In lui tutto era maturo, come
+la sua età. Esso contava trentanove anni. L’attraente
+gioventù dava luogo alla poderosa virilità.
+E nelle Spagne, in un anno solo, potè
+far mostra di tutte le sue molteplici doti;
+potè rivelarsi gran capitano, grande amministratore,
+e più che conquistatore, scopritore
+<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
+di nuove terre. Era l’annuncio di quel che
+avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella Britannia.
+Fortunato, più che i posteri assalitori,
+nella guerra delle montagne, spinge le popolazioni
+ad abbandonar <i>fuggendo</i> quelle altezze,
+fino allora credute inaccessibili a piede straniero,
+a gettarsi al piano, a passar fiumi in
+uno coi limitrofi atterriti, e rifuggirsi all’oceano;
+e getta zattere a trasportar le proprie truppe,
+che in parte rimangono affogate dalla marea
+sorveniente, e vi ammira quel Marco Sceva,
+da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua
+lotta giuridica per la patria potestà, e trovato
+semivivo nella battaglia di Perugia fra l’inestricabile
+intreccio dei cadaveri, dove quel dì
+Catilina potè fare spavento ai veterani del
+console vincitore; lo ammira nel punto che,
+nelle acque dell’oceano, solo fra tutti, riguadagna,
+nuotando, la riva; e non sapeva che quel
+<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
+prodigioso giovane era destinato a morire a
+Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a
+dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di
+strapotenti versi.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei
+di Cesare aveano invase e conquistate
+regioni già note.
+</p>
+
+<p>
+Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute.
+Brigantio, regione tutta abitata da
+selvaggi, fu da lui rivelata per la prima volta
+ai geografi romani.
+</p>
+
+<p>
+Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore
+di terre e d’uomini, doveva mostrarsi profondo
+amministratore; onde i medesimi ispani
+lo salutarono liberatore e benefattore.
+</p>
+
+<p>
+Era colà, da gran tempo, feroce e continua
+la lotta tra creditori e debitori.
+</p>
+
+<p>
+La fittissima falange di questi volea far proclamare
+l’abolizione totale dei debiti, e i creditori,
+<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
+armati, invadevan le terre state offerte in
+cauzione.
+</p>
+
+<p>
+I creditori domandavano a gran voce alle
+autorità, che il carcere e il digiuno e altre pene
+corporali, perfino la fustigazione, si decretassero
+inesorabilmente ai debitori insolventi; e
+questi se ne ricattavano incendiando le case
+de’ creditori, mettendone a ruba e a sacco i
+poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore
+della forza armata, poca e impotente a frenar
+tanta ira, mantenuta negli uni dall’avidità insaziabile,
+negli altri dal terrore della miseria,
+più spaventosa della morte; epperò, ben più
+che una guerra civile, era una guerra selvaggia,
+resa più funesta dall’indole indomita e fierissima
+degli abitanti.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine
+dei debiti e la piaga dell’usura, e già avea
+pensato al modo agevole di porvi riparo, se
+<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
+nelle sue mani fosse venuta la somma delle
+cose, provvide ad attuare in Lusitania quel che
+aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e
+la presenza delle sue trenta coorti compresse
+ogni opposizione) che i creditori non commettessero,
+pel loro diritto sebbene legittimo, un
+atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando
+ogni anno per sè un terzo delle loro
+rendite, ne concedessero i due terzi ai creditori,
+fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo
+con ciò a conservare la proprietà,
+stornò l’azione degli usuraj di Roma, di quell’<i>acies
+asiatica</i> che si faceva sempre più invadente
+e pericolosa; e salvò il capitale dei
+debitori, il quale sarebbe stato divorato nel
+momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni.
+</p>
+
+<p>
+La guerra di Spagna fu per Cesare quel che
+fu pel primo Bonaparte la guerra d’Italia. Notissimo
+<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
+il primo in Roma, ma, avanti la conquista
+della Lusitania, ignoto al rimanente del
+mondo. Senza luminosi fatti precedenti che
+fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso
+in sè stesso sino alla temerità, e fiducioso
+in lui il popolo romano sino alla cecità. La
+corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono
+l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi.
+Ma di tratto, arrivati l’uno e l’altro sul campo
+delle grandi imprese, giganteggiano senza che
+sieno manifestate al volgo le preparazioni del
+genio; ma consapevoli essi soli di quel che
+prima avevano pensato e vagheggiato e sperato
+e operato in più guise e per più vie. Però,
+compiuta l’impresa, sì all’uno che all’altro
+applaudono il paese conquistato e la patria del
+conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio
+in petto ai vinti. Il successo, superiore all’aspettazione,
+condanna l’invidia a mascherarsi
+<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
+di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma,
+tutta Roma uscì di sè stessa per muovergli
+incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si
+assisero nella sua tenda; Pompeo venne solo,
+a tributargli onore con gran pompa di aurato
+cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero
+curvi innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò
+come se stesse all’ara.
+</p>
+
+<p>
+La plebe intanto urlava innamorata ed
+ebriosa.
+</p>
+
+<p>
+Numerose schiere di viniferi erano state distribuite
+nei varj quartieri della città, dal bevitor
+d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma
+bevesse alla salute di Roma.
+</p>
+
+<p>
+E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che
+era l’espressione più completa della forma repubblicana,
+essendo stato creato quando appunto
+furono discacciati i re; e, in processione,
+apparvero il Flamine Diale, ed il Marziale e i
+<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
+dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte,
+e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici
+di donne, e vennero le Vestali, non già quali
+custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano
+dell’impero, significando così ai conquistatori
+e trionfatori che non dovevasi loro, la vittoria
+e la fortuna di Roma, ma ad una celeste potenza
+inspiratrice e guidatrice dei duci, per
+necessità ineluttabile. E a questi sacerdoti e
+sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero
+altri d’altre classi che non aveano incarico
+nessuno fra la terra e l’Olimpo; e sfolgoravano
+le matrone e le giovani donne patrizie nei loro
+cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle
+elastiche cigne; e i giovani cavalieri premean
+cavalli condotti dalle regioni diverse della repubblica,
+onde ai bruni corsieri delle stalle di
+Roma, dalle prolisse criniere, si mescolavan
+quelli della calda Arabia, dal vellutato-cangiante
+<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
+mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e
+del placido Scamandro, e i palafreni mirabili
+di Lucullo, ch’ei proclamava discesi da quelli
+che Giove avea concesso a Troe in premio di
+Ganimede.
+</p>
+
+<p>
+E il prefetto della città, il quale copriva anche
+la carica d’ispettore dei circensi, avea
+mandato al campo di Cesare due elette schiere
+di atleti e gladiatori.
+</p>
+
+<p>
+Capitanava i primi il famosissimo Cromi di
+Mitilene, lottatore e pugillatore fin allora creduto
+invincibile, onorato di statue nei circhi
+di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di
+Ercolano, siccome allora voleva l’ingiusto costume;
+chè insieme colle statue degli dei e
+degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e
+più spesso all’eroe non era concesso il simulacro
+ond’era stato insignito il lottatore, che
+poteva batter la polvere tra le fischiate della
+<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
+disprezzante plebe. Cromi era allora il primo
+dei primi in tutto lo stato romano, e di recente,
+nella stessa Roma, per la prima volta,
+da che nel circo massimo combattevano atleti,
+gli era stata decretata una statua di bronzo
+dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui
+era elettissimamente formoso, ma più arieggiante
+l’Apollo che l’Ercole; onde, nell’apparenza,
+non offriva caparra di prepotenza muscolare;
+bensì, la proporzione mirabile del
+suo costrutto era quella che gli comunicava
+il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una
+completa idea del come ei fosse, più che ammirato,
+idolatrato in Roma, si pensi ai tumulti
+e ai fremiti che provocavano i toreadori nei
+circhi di Spagna. Al tempo del celebre <i>Montes</i>,
+l’ammaliatore, e dell’andaluso <i>Ciclanero</i>, il
+bello, allorquando procumbeva il toro trapassato
+nel collo dalla lama lieve, tra le grida
+<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
+sfogate onde il circo risuonava, grida ed urli
+esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso
+delirio, ai piedi di quei trionfatori cadean
+collane e catene d’oro, onde le non più orgogliose
+dame si spogliavano, ammiranti un
+uomo che avea fatto stramazzare una bestia.
+</p>
+
+<p>
+Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando
+ei sorgeva solo fra gli atterrati avversarj, e
+girava lo sguardo intorno, ascoltando con accettante
+sorriso gli echeggiati applausi. I consoli,
+gli edili, i pretori, i senatori, gli gettavano
+anelli e stili aurei e gioje, e parean grano
+lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e
+cinti e zone, ove i rubini gareggiavano coi più
+preziosi piropi. Nella piccola ma eletta cliptoteca
+della sua casa, chè egli affettava l’opulento
+patrizio, e non si riputava inferiore a
+Pompeo, sorgeva, alto quasi un palmo, sul pavimento
+lo strato di quei monili, come se fossero
+<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
+avena da tramescolare a palate. Esso
+portava i capelli inanellati e prolissi e cadenti
+sul collo, contro il costume degli atleti che li
+teneano rasi, perchè non fossero mezzo di
+vittoria all’avversano. Ma egli teneva in gran
+pregio quella chioma, onde gli si incorniciava
+voluttuosamente il greco volto, e portava il
+berretto frigio, e pari ad Achille si riputava, e
+al non minore Diomede, onde ricantava con
+atletica voce i passi che loro si riferivano nel
+greco d’Omero.
+</p>
+
+<p>
+Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria,
+nell’arte propria era celeberrima al par
+di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava
+nella commedia e nella tragedia. Valente
+nella prima, non superabile nella seconda.
+Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo.
+Nell’<i>Agamennone</i>, vestendo il personaggio di
+Clitennestra, atterriva gli spettatori. Avea recitato,
+<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
+ed era già celebre infin d’allora, per
+l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro;
+doveva recitare per la dedicazione del teatro
+di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare
+decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse
+più d’un secolo, ad onta dell’indole irrequieta
+e rabida, delle passioni ch’ella assumeva
+recitando colla più completa espressione del
+vero, e delle passioni che arsero lei stessa anche
+fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella
+subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.
+</p>
+
+<p>
+Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a
+liste d’oro, e pareva una regina assira meglio
+che una commediante e, assisa in trono anzichè
+in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo
+di schiavi. Essa non era lunge dal drappello
+capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei
+giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più
+belli fra i bellissimi, e ripiegandolo poi sul suo,
+<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
+e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno, in
+sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e
+tanto più che, passando qualche ora prima davanti
+al pronao del circo, aveva veduta la
+statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.
+</p>
+
+<p>
+Il genio dell’arte che in essa era strapotente,
+per virtù di quell’arcano istinto che, inconsapevole,
+opera prodigi, e può operare tra le più
+deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone
+inclemente, le facoltà dello spirito, quelle
+facoltà che sovente, anche nelle persone più
+volgari, pur si trovano nel più tranquillo e fortunato
+equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo
+Cromi, nel dì ch’essa, adocchiandolo, arse
+d’insano amore per lui, fosse caduto morto a
+battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe
+dovuto render grazie alla benefattrice fortuna.
+L’amore geloso di Giovanna la Pazza per Filippo
+il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato
+<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
+cadavere di lui fosse veduto da
+occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore
+di Emboliaria per Cromi.
+</p>
+
+<p>
+Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda.
+Veniangli d’appresso Pompeo e Crasso e Lucullo
+e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo
+colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore
+delle gesta di Cesare nel suo <i>Commentarium
+rerum urbanarum</i>, che, già accennammo,
+era la <i>Gazzetta</i> di Roma antica, istruiva
+Roma quotidianamente di quel che operavasi
+in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista
+e artista, dipingeva, più che raccontasse,
+que’ fatti di guerra, di cui Cesare mandavagli
+i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali
+appariva l’intelletto maestro che voleva geometria
+rigida e non pompa di stile. Ma, colla
+pompa dello stile e colla adulazione, il <i>progiornalista</i>
+romano, preparò le ricchezze future
+<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
+e quei famosissimi giardini che ancora oggi si
+chiamano di Sallustio.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei
+e quasi colleghi e, in apparenza, amici, apparve
+tutto quanto militarmente vestito. Il paludamento
+imperatorio, che era la clamide coccinea,
+non impediva che fosse veduta l’argentea lorica,
+lavoro insigne di cesellatore greco; le figure
+di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio
+di olimpiache deità a basso rilievo, eminevano
+tratte dal metallo a tutto sbalzo. E
+Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò
+coperto il capo della galea vetusta. La calvizie,
+più che minacciosa in Roma, lo avea debellato
+in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo
+a quella per lui aborritissima deformità, si coprì
+la testa. Ancora giovine non voleva che le romane
+sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto,
+e quella galea aveva un cimiero sul
+<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
+vertice, contesto d’oro e adorno di brevi piume
+rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto,
+mezz’alzata e mezzo abbassata, volto indescrivibile,
+dove l’alunno di Marte, fortissimo e tinto
+e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche
+e dalle notti dormite <i>sub luna</i>, faceva
+la pace col pronipote di Venere celeste; ed ei
+lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.
+</p>
+
+<p>
+E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio
+e cocchio, dove più sfolgoravan le patrizie, e
+stringendo la mano ai senatori, agli auguri, ai
+sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno,
+e sparpagliando ovunque sorrisi ammaliatori,
+quali non vide mai Roma sul suo labbro espressivo,
+diceva brevi ma succosissime parole intorno
+alla cosa pubblica, e interrogava Sallustio
+e Cicerone su quanto era avvenuto in Roma
+durante la sua assenza.
+</p>
+
+<p>
+— E perchè non vedo Catone qui?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
+</p>
+
+<p>
+— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò
+Sallustio; tu ben sai che l’austerità sua
+gli fa abborrire ogni tripudio festoso.
+</p>
+
+<p>
+— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando,
+a chi vende e compera le mogli come se fossero
+giumente, e a chi presta danaro al venti
+per cento.
+</p>
+
+<p>
+— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e
+in Roma tu non avesti mai più ostinato e implacabile
+avversatore di lui.
+</p>
+
+<p>
+— E finch’esso continuerà a parlare in Senato,
+soggiunse Crasso, non isperare che,
+come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda
+l’onor del trionfo, e insieme il diritto di ambire
+al Consolato.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò
+a chi la vuole la purpurea borsa che lo
+contiene.
+</p>
+
+<p>
+E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente
+le strinse l’asiatica mano.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno
+sgomento, vestito di voluttà, sempre mi invade
+quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o
+Mirra, fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro.
+Pensavo a te, o Galeria, sulle rive dell’oceano,
+ma pensavo anche che il tuo Cromi
+divino mi ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù,
+e, mentre lo ammiro, mi dispiace. Sovrumano
+egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è
+fido?
+</p>
+
+<p>
+L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:
+</p>
+
+<p>
+— A che tu vorresti accennare? disse.
+</p>
+
+<p>
+— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore,
+per te non cieco, ti tenga nel suo inflessibile,
+soave governo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare era amabile e gentile colle artiste;
+coll’Emboliaria in modo singolare; chè ammirava
+in essa il talento drammatico straordinario,
+ma si rideva delle strane pretensioni di lei,
+<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
+epperò, nel suo accento sentivasi la nota dell’ironia
+che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi
+una regina assira. E Cesare venne all’atleta
+Cromi, e lo inaffiò di lodi; ma, parlando
+con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava
+a un cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa,
+alla quale ei passò tosto; e fu l’ultima
+visitata, mentre avrebbe dovuto essere la
+prima.
+</p>
+
+<p>
+Cesare le parlò sommesso:
+</p>
+
+<p>
+— Ho incise nella memoria le ultime tue
+parole; sotto a questa lorica stanno le tue
+lettere di fuoco....
+</p>
+
+<p>
+L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose,
+e torse la biondissima testa, e all’onniveggente
+Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e di
+lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette
+Cesare, strinse la mano sudante dell’Imperiosa,
+e ritornò alla tenda.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span></p>
+
+<h2 id="cap23">XXIII.
+<span class="smaller">CESARE E ROMA.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Erasi ritirato nella tenda, intanto che il
+campo in aspettazione della prima notte, attendeva
+all’esercizio delle armi, nelle quali persino
+i centurioni più veterani andavano addestrandosi,
+quasi fossero gregarj nuovi. Le
+<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
+trombe finalmente diedero il segnale del riposo.
+Ciascuna centuria si ridusse al proprio
+quadrato. Dopo qualche tempo, squillò un secondo
+segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo
+successe al fracassìo del giorno, non
+interrotto che dai nitriti giocondi dei cavalli,
+i quali pareva si rimandassero i saluti da un
+estremo all’altro del campo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare stava aspettando il decreto del Senato,
+il quale certissimamente gli sarebbe stato favorevole,
+se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone,
+come grandine assidua, non avesse percosse
+e sgominate le menti dei senatori; pure,
+non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva
+una schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna
+volevano innestare la propria; ond’esso
+tuttora sperava che gli venisse accordato e
+l’onor del trionfo e il diritto di ricorrere al
+Consolato. Ma, dopo essersi tormentato d’ira
+<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
+pensando all’inflessibile nimicizia di Catone,
+cangiò quel tormento in un altro, rimeditando
+il fatto che per lui non aveva più bisogno di
+prove, della superba fanciulla Imperiosa, che
+aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi
+di un atleta. Egli, Cesare, il discendente di Venere,
+il primo sacerdote in Roma alle are pafiche,
+arbitro e donno delle più cospicue beltà
+romane, egli, il vincitore della Lusitania, era
+stato posposto ad un atleta. Ben questi aveva
+ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma
+Cesare considerava quegli onori come volevano
+essere considerati; però un atleta, per quanto
+applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi
+occhi nulla più che pubblico ludio. Ma si sforzò
+a distorre da sè quel pensiero, diventatogli,
+con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo,
+e messosi a sedere, si diede a consultare
+le opere che teneva accumulate sulla tavola.
+<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
+Erano i lavori di geografia più celebri a
+quel tempo. I lavori di Eratostene, d’Ipparco,
+di Seragione, di Polibio.
+</p>
+
+<p>
+Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare,
+quando venne cogli altri a visitarlo, gli
+aveva portato a leggere gli abbozzi delle ricerche
+intorno a Roma antichissima. Cesare, più
+ancora di Cicerone e di Sallustio e d’altri, dava
+importanza a tali studj, e talora, lasciata ogni
+altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello
+scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà
+di chi idolatra la terra nativa, e tutte le altre
+trova seconde ad essa, e ne esplora le origini
+affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini
+futuri. Colla scorta di Varrone, e col lume
+della dottrina propria, nel silenzio del campo,
+risalì la corrente dei tempi. E si partì da quel
+momento, momento di più secoli, allorchè intorno
+alle rovine dell’impero etrusco, tumultuavano
+<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
+sanguinarie, nella gara disputata della
+conquista, le varie genti dell’Italia primigenia;
+e, fermandosi tra codeste genti a considerare
+gli atteggiamenti della storia, e il carattere
+delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze
+intorno alle divinità che riassumono i
+costumi dei popoli, sentìa quasi rammarico che
+l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi
+proavi; e pensava alle primavere di sangue, in
+cui si trucidavano quanti eran nati in quella
+stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean
+latitanti; e qui vedeva l’origine prima
+della sua Roma, e la valle dei mistici sette
+colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove,
+secondo gli scrittori greci, era sorta la primitiva
+Roma, la Roma anteriore a quella di Romolo;
+e leggeva un passo di Varrone, il quale
+confutava quegli scrittori che attribuivano l’origine
+di Roma ad un figlio di Ulisse e di
+<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
+Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario,
+trasmutatosi in poeta nel coprir di contumelie
+Crispo Sallustio, fatto seguace dei Greci in quell’opinione.
+</p>
+
+<p>
+Continuando sempre con Varrone, guardava
+se quell’amico suo avesse rivelate cose ch’ei
+non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e
+il pomerio, o <i>post murum</i>, e il primo solco, e
+il foro boario dall’eneo toro, e l’ara di Ercole
+e le costruzioni di Tito Tazio.
+</p>
+
+<p>
+Ma, dall’archeologia passando alla storia, e
+lo sguardo togliendo dalle tavole di Varrone,
+Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e
+considerò che in tre secoli la fama di essa
+non era ancora uscita dal suo cerchio, sebbene
+crescesse e maturasse lentissimamente,
+pur fra tradimenti e discordie e guerre e sconfitte;
+e s’intrattenne coi sette re, e più assai
+coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia
+<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
+come, sebbene quel re fosse stato astutissimo
+e fortissimo, e per più anni onnipotente,
+pure non avesse potuto tener testa a
+chi non lo volle più. Non aveva però, considerava
+Cesare, legioni a sè devote, e non era
+possente nell’arte della guerra, e la fama non
+ci riferì ch’ei fosse valorosissimo, e, comunque
+fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima
+di accarezzare la plebe; se le avesse dato quel
+ch’ella chiese e ottenne dopo, se le avesse
+concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il
+diritto a tutti di salire ai primi gradi dello
+Stato, e l’eguaglianza dei diritti, non sarebbe
+caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe
+continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e
+di periodo in periodo, quando venne al momento
+dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare
+s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno
+della tenda con passo celere; pareva che
+<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
+assistesse ad una scena presente, e vedesse
+le sgominate legioni e i soldati sgozzati per
+la campagna, e i cittadini in fuga, e Roma
+messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici
+latini compianta, come se già fosse un mucchio
+di rovine; così accigliato, pareva meditasse
+una vendetta lunga, sterminata, inesorabile,
+più tremenda assai dell’antica offesa, e forse
+in quel punto gli entrò in petto l’avida brama
+di essere inviato colle sue legioni a conquistar
+le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo,
+Romolo secondo, padre della patria, come il
+popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria
+e ai Galli, scannati tutti.
+</p>
+
+<p>
+Pur meditava che quel duello a morte tra
+invasi e invasori, era stato utile, perchè i popoli
+italici s’erano stretti così intorno a Roma,
+e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono
+dall’odio contro di essa, come fecero
+<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
+gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie;
+tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione
+a Roma di spiegare tutta quanta la
+sua sapienza armata, e però con sessant’anni
+di guerre, terribilmente e astutamente guidate,
+provocare il desiderio nelle genti dell’Apennino,
+nei popoli del Sannio, del Lazio, della
+Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini
+romani. A questo punto, s’intrattenne
+con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle
+disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era
+il primo popolo del mondo, e pensò ad Alessandro,
+che, non ancora trentenne, aveva sottomesso
+più che cinquanta milioni d’uomini, e
+ai Greci successori, caduti in bassa viltà, e al
+re Pirro, e alle due sconfitte toccate per l’inaspettata
+comparsa degli elefanti, e l’impeto, non
+mai prima sopportato, della cavalleria tèssala;
+si confortò rimeditando il senno del nonagenario
+<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
+Appio che negò a Pirro di venire a patti,
+se prima non fosse uscito d’Italia, onde fu
+causa che il re, tornato alle armi, dovesse ridursi,
+vinto, al suo regno cogli inutili elefanti
+e colla non più invincibile cavalleria tèssala.
+E Cesare di nuovo si accigliò e s’alzò di nuovo,
+pensando alle guerre puniche e alla morte di
+Regolo e al genio di Amilcare cartaginese, che
+preparò il genio maggiore del figlio Annibale,
+inizj della prima guerra punica, intercalata dall’invasione
+dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani,
+e d’altri della loro schiatta, che misero
+il Senato nella necessità di decretare la patria
+in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del
+console Flaminio e di Metello.
+</p>
+
+<p>
+Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto,
+e prolungando il soliloquio della memoria al
+cospetto della stragrande figura di Annibale,
+si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico,
+<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
+della guerra, della conquista, della gloria, dell’impero.
+Cesare solo poteva comprendere Annibale,
+il solo nemico di Roma che aveva compreso
+Roma; uomo di guerra, insuperabile,
+ma uomo eziandio di profonde e profetiche
+vedute politiche, che, unico allora, e prima dello
+stesso Scipione, avea pensato come, dopo il postremo
+cozzo tra Cartagine e Roma, la fortuna
+avrebbe decretato ai popoli a quale delle due
+città dovessero obbedire. Cesare, considerando
+quel guerriero straordinario, e confrontando il
+sistema degli eserciti dei condottieri romani
+e del cartaginese, stupiva come colui potesse
+governar le battaglie con tanta disparata varietà
+d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico,
+l’Asiatico, e con soldati barbari e persino
+antropofagi, non aventi numi, nè riti, nè
+patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto
+del plebeo Varrone, che, solo e senza un
+<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
+soldato, pure ottenne dalla sapienza del Senato
+Romano il trionfo della sventura. Considerava
+come lo sterminato genio d’Annibale, se mandava
+uno splendore perpetuo fra i posteri, era
+stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non
+lo avea compreso, per il che perdette poi sè
+stessa a Zama, dove Scipione, rifacendo il disegno
+di Regolo, avea tratto il formidabile
+nemico.
+</p>
+
+<p>
+E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale,
+giocando l’ultima sanguinosa giocata, e
+quel pensiero comunicò ai legionarj, quando
+dal cavallo tuonò loro, prima della battaglia,
+che, tramontato il sole di quel dì, il mondo
+saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe
+stato mancipio.
+</p>
+
+<p>
+Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro
+il tergo, così rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione
+sono i tre Numi terrestri che generarono,
+<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
+nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza.
+Gli altri che vennero dopo non furono
+che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono
+ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione
+era già compiuta. Or che dunque resta
+a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne
+tutto che volle. In cinque lustri, l’Asia Minore,
+la Siria, l’Egitto; la patria di Alessandro cadde
+anch’essa, schiere di re comparvero incatenati
+dietro ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo
+Emilio non fu mai superato da nessun altro;
+che altro dunque rimane a fare?
+</p>
+
+<p>
+Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente
+delle vicende romane, per esaminare di
+nuovo tutta la compagine dei varj elementi che
+concorsero a generarle; e questo, all’intento
+di vedere appunto quel che ancora avrebbe
+potuto un uom forte e di alti pensamenti e
+di instancabile volontà, il quale si proponesse
+<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
+di accrescere il numero dei terrestri numi di
+Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine,
+i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà
+romana, senza però volerne essere assorbiti,
+e pretendendo che il diritto latino e
+l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al
+diritto quiritario, e le deità latine e i genj
+autonomi dell’Apennino, ignoti altrove, non
+dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove;
+ma come poi, allorchè i Romani si nominarono
+re cittadini, i Latini e i Tirreni e gli altri Italici
+più non tenessero alla conservazione del
+loro diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero
+degli arcani genj vaganti lungo le
+falde e le creste della montagna sacra, e con
+ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero
+a penetrare nel vietato <i>post murum</i>,
+onde farsi annoverare fra quei re sulle tabelle
+del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio
+<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
+patrizio, che raggiunse il punto massimo, quando
+Scipione ascese al tempio di Giove Capitolino,
+rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione,
+e sprezzando l’ingratitudine di coloro,
+che non volevano dilungarsi da quella consuetudine,
+pure al cospetto di chi aveva fatto Roma
+padrona del mondo. Cesare, speculando le vicende
+di Roma e dell’umanità, pensava come,
+dopo Scipione, lo splendore della gloria e della
+potenza aveva dovuto rischiarare orrende piaghe,
+e generarne e inasprirle; e la ricchezza,
+accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj
+e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare
+i paesi, abbandonare l’agricoltura agli
+schiavi. Qui, nel profondo della notte, gli si affacciò
+l’insanguinata figura di Tiberio Gracco,
+il generoso ch’erasi proposto di salvar Roma
+ridonando gli alimenti all’agricoltura derelitta,
+impedendo che la ricchezza si condensasse in
+<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
+poche mani, e l’Italia si condensasse in Roma,
+ma sibbene sforzando Roma, a prolungarsi su
+tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti
+lungo l’Apennino e i due mari, tuonassero le
+voci numerose di quella nuova Roma, che,
+uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia
+a Genua.
+</p>
+
+<p>
+Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve
+quella del fratello Cajo, rifuggitosi nel
+bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro,
+che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al
+petto, allorchè i suoi nemici furono per raggiungerlo.
+Dopo questi due grandi sventurati,
+Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio
+Druso, altra anima santa, e mente indarno
+profetica, più profondo di Tiberio, più cauto
+di Cajo.
+</p>
+
+<p>
+Ammirava Cesare quel suo sistema di universale
+conciliazione, e il disegno di allontanare
+<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
+da Roma la sempre, ed a ragione, torbida plebe,
+accontentandola colla possidenza e coi lavori
+dei campi, e, radunando gl’italioti, con quelle
+rogazioni, che animarono le speranze di tutta
+Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni,
+rammentava, raccapricciando, che Druso era
+stato trafitto nel Foro da una pugnalata a tradimento,
+la quale impedì la salvezza di Roma,
+avvolgendola in tre guerre consecutive e terribili:
+la servile, la barbarica, la sociale, per
+la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila
+uomini. Ma colui, pensava Cesare,
+non comandava a legione nessuna, e non è che
+la forza armata capace di convertire, in fatti
+duraturi, i più ardui concepimenti dell’intelletto.
+</p>
+
+<p>
+Così protraendo la storica recensione, a guisa
+di un’artista di gran genio, delirante per il nuovo
+e l’inaspettato, il quale, rianda colla memoria
+le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che
+<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
+nuovi spiragli rimangano all’arte e quali vie,
+ancora inesplorate, restino a percorrere, e nel
+tempo stesso quali errori debbansi fuggire, attraverso
+all’ombra di Livio Druso, l’associazione
+delle idee mise Cesare al cospetto di Mario,
+del suo parente Mario, del figliuolo del banchiere
+Arpinate, il quale era stato assunto ad
+inclite nozze con una figliuola dell’illustre famiglia
+Giulia; ed esultava nel pensiero che il
+plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle
+viltà dei patrizj, insensibili alle ingiurie di Giugurta,
+e all’epigramma fatale di quel barbaro,
+onde aveva detto, essere la padrona del mondo,
+<i>repubblica da affittare</i>, e compir la vittoria di
+Metello, il capitano dei patrizj; e ammirava
+il suo modo di guerra all’antica, metodico,
+disciplinato, austero, cauto all’uopo, e all’uopo
+fatto di sorprese veloci e d’impeti tremendi,
+onde arrestò l’alluvione barbarica e
+<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
+dissuase i popoli del Settentrione dal tentar
+nuove invasioni; esaminò poi attento il rovescio
+di quell’uomo straordinario, inarrivabile
+in guerra, nullo, e peggio che nullo, nel
+maneggio della cosa pubblica, e nel governo
+delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza
+costanza di principj. Cesare ne traeva la conseguenza
+che un capitano di eserciti, per quanto
+grandissimo, se non possiede anche la sapienza
+dell’uomo di Stato, è un uomo a mezzo, incapace
+di condurre a maturanza le rivoluzioni,
+dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo
+al dispregio delle moltitudini, e deplorava
+che Mario avesse tradita la plebe, e preparato
+così il trionfo degli ottimati.
+</p>
+
+<p>
+Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava
+la plebe. Pur, se questa può sembrare una virtù
+d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e delle
+piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono
+<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
+ognora la plebe. Da Tarquinio il
+Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli
+Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però
+Tarquinio fu scacciato dai patrizj, però gli uccisori
+di Gian Maria e di Gian Galeazzo, erano
+nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente,
+che venissero decapitati. Cesare covava
+già il futuro; lo aveva covato fin da fanciullo,
+colla meravigliosa precocità della sua mente,
+che gli metteva in petto il disdegno d’essere
+ancora eguale agli altri. Imparziale e giustissimo
+estimatore d’uomini e cose nel soliloquio
+della coscienza, negli atti esterni dimenticava
+i segreti giudizj, e faceva quello che riputava
+poter giovare ai supremi suoi intenti. Quando
+di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i
+trofei di Mario, non fu già perchè avesse voluto
+onorare quell’eroe a due faccie, ma perchè gli
+sembrò che quella prova di coraggio potesse,
+<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
+a tutto suo favore, percuotere di meraviglia il
+popolo romano.
+</p>
+
+<p>
+E come giudicava Mario, giudicava Silla, ma
+a rovescio. Amava l’eroe d’Arpino, pur dispregiandolo,
+e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva
+la sapiente astuzia di colui, nello stare
+sempre lontano da Roma, intanto che Mario,
+sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia
+l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con
+gioja la morte del rivale, nel tenersi per più
+anni ancor lungi dalla patria, per dar tempo
+ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti
+di Mario. Comprendeva tutta la gravità del concetto
+sillano. Siccome Temistocle aveva detto
+trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla
+aveva veduto la <i>Roma vera</i>, la <i>Roma viva</i>, trovarsi
+tutta nel campo, marciante e vagante e
+vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto
+ch’egli, in questo, doveva riprodurre,
+<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
+con imitazione rigorosa, la sagacia sillana;
+chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le
+vittorie d’Oriente contro Mitridate, furono la
+vittoria in Roma, e il dominio assoluto sull’Italia.
+Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo
+ricopiò letteralmente. Se si fosse trattato di
+un’opera dell’arte, tutti lo avrebbero redarguito
+di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione,
+il plagio, quand’è usufruttato opportunamente,
+è un atto di sapienza. E, sempre ammirando
+l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne provasse
+ribrezzo, come la tranquillità spietata
+onde aveva imposto la sanguinaria proscrizione
+e lo sterminio di intere popolazioni, di
+intere città, di tutto che gli parve contaminare
+la repubblica, assomigliasse alla tranquillità del
+chirurgo, il quale amputa le membra credute
+funeste all’intero corpo. Cesare pensava che,
+in questo, non lo avrebbe mai imitato; ma pure
+<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
+non sentiva orrore di quelle stragi operate con
+metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano
+non poteva aver le nostre viscere, e se Cesare
+fosse pietoso lo si vide quando, giovinetto, fece
+impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo
+si vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla
+ferocia, congiunse la viltà, la viltà nata d’invidia,
+esercitata contro il generoso e prode Vercingetorige,
+l’emulo suo formidabile, il quale, datosi
+spontaneamente a lui, fu tratto a Roma,
+incatenato al carro trionfale, tenuto in carcere
+decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare.
+</p>
+
+<p>
+La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine
+della storia convenzionale, assomiglia alla
+così erroneamente decantata generosità del
+leone che, pur allora che è satollo, si tien la
+preda in serbo per divorarla poi. Eccettuata
+adunque la proscrizione, Cesare s’accorse che
+<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
+di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto
+in pugno il massimo potere, da quel Silla che
+aveva tanto aborrito e che aborriva ancora,
+doveva ripetere le prime linee del proprio disegno,
+e rifare, quando fosse venuto il tempo,
+molti dei provvedimenti che segnalarono la
+dittatura di colui. Silla spartì le terre dello
+Stato a centoventi mila veterani, diede la libertà
+a migliaia di schiavi. In questo Cesare
+pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna
+fosse stata per dargli la preponderanza
+sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè
+conservare al Senato la sovranità del governo,
+non mai avrebbe voluto discendere dal sommo
+fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a
+morire da privato.
+</p>
+
+<p>
+— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo
+della vita era impazzito; forse l’assidua
+pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli
+<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
+sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli
+fecero aborrire e disprezzare quell’ente che è
+più desiderabile dall’uomo il quale sa e sente
+di essere superiore a tutti gli altri, il potere;
+in questo non avrebbe mai voluto imitarlo.
+</p>
+
+<p>
+A questo punto, al lume di una <i>lucerna polimixa</i>
+che contava dodici lucignoli, tornò a
+leggere Varrone, e a misurare i segni geografici
+onde quell’archeologo aveva incise alquante
+tabelle a schiarimento di Polibio, di Eratostene
+e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò tutte
+le terre che allora erano sottomesse a Roma.
+Verso l’ora del <i>conticinio</i> si adagiò sul cubicolo
+da campo, e dormì fino a sole alto. Dopo
+il meriggio gli fu recato il decreto del Senato
+che gli vietava di potere simultaneamente aver
+l’onore del trionfo e optare al Consolato. Non
+stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni;
+<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
+le licenziò. Un lungo ululato in cui l’entusiasmo
+suonava insieme col dolore, accompagnò
+le sue parole.
+</p>
+
+<p>
+A notte entrò in Roma segretissimamente.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span></p>
+
+<h2 id="cap24">XXIV.
+<span class="smaller">IL TRIPICINIO.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col
+suo ingresso in Roma per optare al Consolato,
+si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza
+protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure
+si vuol protrarla ancora, perchè alcuni fatti
+<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
+che si compirono dopo, tengono la loro prima
+radice in essa, e molti dei motivi già prodotti
+rimarrebbero in tronco, senza seconda parte,
+con pericolo d’imitare la melodrammatica gallo-germanica,
+e d’insultare al genio italico, sebbene
+questa non sia palestra musicale.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte,
+entrò in Roma, e segretissimo entrò nel tempio
+là nella Suburra; gli ostiarj, i servi, gli
+schiavi lo attendevano. Egli diede monete a
+tutti, e tutti gli s’inchinarono, sorridendogli
+con riverente e grato viso. Egli era idolatrato
+da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo
+i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi
+che, nel silenzio ond’era circondato, gli vennero
+abbondanti, li strinse in un vasto disegno.
+Era un piano di battaglia. Ei pensava
+ch’era venuto il tempo di tentare imprese romanamente
+grandi, di sospingersi nel fitto
+<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
+dell’azione, di emulare Alessandro, del quale,
+con lagrime d’invidiosa ed impaziente ambizione,
+aveva ammirata la statua nelle Spagne.
+</p>
+
+<p>
+Non dubitava di venire eletto console. Aveva
+per sè il popolo, e conosceva il Senato che, se
+non lo amava, lo temeva.
+</p>
+
+<p>
+Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima.
+Preparò tutti i congegni per assicurar
+l’elezione, si mostrò al popolo, il quale
+circondandolo e seguendolo gli applaudiva e
+acclamava il suo nome, ed egli lungo la via,
+in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni
+discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora
+che era convenuto, e i senatori al suo
+apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono,
+perchè gli amici di lui non pochi, alzandosi
+primi e applaudendo a furore, costrinsero gli
+altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi.
+Cesare disse brevi parole, pregando il Senato
+<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
+ad assegnargli un giorno per dar conto della
+propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli
+fu subito statuito. Uscì allora dal Senato, e
+se ne venne alla casa di Pompeo. Quando ne
+varcò il limitare, già cominciava a tradursi in
+atto il suo vasto, profondo, astuto disegno.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui
+inutile, biblioteca, e Cesare passò in essa. Pompeo
+lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi.
+Stettero muti alquanto; nè Pompeo era
+tale da rompere primo il silenzio. Amava o non
+parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente
+negli ambiti del discorso. Parlò dunque
+Cesare primo:
+</p>
+
+<p>
+— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una
+visita onoraria. Sì venni per cose gravi. Grande
+sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò
+ti vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi,
+e avendo pagato i debiti di Clodio, questi, e per
+<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
+l’ira spontanea, antica che sente per te, e per
+mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai
+non ti perdonerà l’avergli strappata di pugno
+l’impresa de’ Pirati, e la conseguente vittoria
+e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare
+tutti i tuoi possedimenti. Queste cose io le
+seppi al campo, e tu le sai. Non basta dunque
+essere grandi; conviene essere potenti.
+</p>
+
+<p>
+— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni?
+</p>
+
+<p>
+— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza
+non può averla uno solo, la si ottiene
+condensando le forze di più. I fasci dei littori
+non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe,
+onde son contesti, le infrange un fanciullo.
+Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò
+altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo
+è Crasso. Pensa, Pompeo, che noi
+tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio,
+le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte,
+<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
+producono l’invincibile forza. Tu hai
+la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena un
+re dell’Asia può in questo competer seco. Io
+tengo qualche virtù a me particolare, che nè
+tu hai, nè egli, e nessuno ha.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so.
+</p>
+
+<p>
+— Stringiamoci dunque insieme, continuava
+Cesare, e l’universo è nostro.
+</p>
+
+<p>
+— Ben parli, ripeto. Ma quanto dici non
+sta nel possibile. Crasso è mio nemico antico
+e implacabile.
+</p>
+
+<p>
+— A Crasso provvedo io. Accetti dunque tu?
+</p>
+
+<p>
+Pompeo stette pensoso un istante, poi:
+</p>
+
+<p>
+— Se Crasso accetta, disse, io accetto.
+</p>
+
+<p>
+E Cesare, strano a dirsi, alla risposta di Pompeo,
+si fece per poco meditabondo anch’esso.
+</p>
+
+<p>
+Davvero che quelle due grandi figure di Roma
+antica, che poi dovevano disputarsi il dominio
+del mondo, in quel momento meritavano di
+<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
+essere plasticamente ritratte. Come erano dissomiglianti
+l’uno dall’altro! Pompeo aveva
+grossa testa, con capelli fittissimi che scendevano
+fino al sopracciglio, occhio ampio e bello;
+ma tutta la sua bellezza consisteva nelle linee
+della cassa, e svaniva alla pupilla, nera e profonda,
+ma senza mobilità, nè espressione. Ampie
+spalle mostrava, ed ampio petto. Era davvero
+il tipo completo della razza romana.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, già lo abbiamo descritto e con precisione
+quasi anatomica, pure, esaminandolo
+in confronto di Pompeo, aggiungiamo che nulla
+affatto c’era in lui di romano; anzi pareva si
+dilungasse da Roma e dal suo tempo. L’eleganza
+della sua figura e della sua veste, pareva
+arieggiasse la leggiadria dei costumi futuri.
+Era insomma un uomo moderno. L’architettura
+ossea della sua testa era grande certo più di
+quella di Pompeo, ma non appariva, perchè
+<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
+ancora in quell’età, una indescrivibile grazia,
+in parte naturale, in parte voluta, ne smorzava
+le linee, e lor toglieva tutto quello che ci poteva
+essere di profondamente antico. Del resto,
+non è vero che interceda tanta somiglianza tra
+Cesare e Napoleone. Il primo era alto di statura,
+aveva bel collo, uscente libero dalle spalle,
+aveva occhi neri e vivacissimi, che talora inutile
+rendevano la parola. Gli occhi di Napoleone
+eran gialli e felini, che facevano abbassar
+quelli di chi lo guardava, e non avevano
+altra espressione che la terribilità di
+una volontà implacabile. Non si parli più dunque
+di somiglianza tra il più grand’uomo di
+Roma antica e il più gran capitano dei tempi
+moderni.
+</p>
+
+<p>
+Meditato alquanto, Cesare si alzò; si alzò
+Pompeo, e si strinsero la mano. In quel momento
+parevano davvero amicissimi. Solo in
+<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
+fondo alla mente di Cesare sorgeva già il germe
+di un obliquo disegno.
+</p>
+
+<p>
+— Non è da indugiarsi, soggiunse poi. Io
+volo a Crasso.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo, zoppicando, chè da anni aveva una
+piaga nella gamba destra, onde le fasciava ambedue
+con nastri bianchi, accompagnò Cesare
+fino al cavedio.
+</p>
+
+<p>
+Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare
+tornò alla Suburra. Fece attaccare i cavalli, e
+salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio,
+recantesi in braccio i quattromila talenti che
+Crasso aveva prestati a Cesare. Questi conosceva
+l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa
+di quei quattromila talenti gli avrebbe messa
+una tale giocondità nel sangue, da renderlo docile
+a qualunque volere e consiglio.
+</p>
+
+<p>
+Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava
+nel cavedio coi mediatori di danaro e coi
+<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
+banchieri e feneratori d’ogni conio, tra i quali
+v’erano alcuni perversi veramente, degni di
+capestro. Essi tenevano stanza intorno al foro,
+e mercanteggiavano di danaro, ma quanti cadevano
+nel loro laccio, e che: <i>se obruebant
+in aere circumforaneo</i>, come allora correva il
+detto, il quale significava ch’eran carichi di
+debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili,
+eran fonte di un ingente reddito a Crasso,
+il quale dava il danaro ai feneratori di seconda
+e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre
+che oggi non potrebbero essere credute.
+</p>
+
+<p>
+Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con
+grande cortesia, licenziò quella canaglia, e:
+</p>
+
+<p>
+— Entriamo, disse: che ti conduce a me?
+</p>
+
+<p>
+— Entriamo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E
+Taltibio, onusto dei quattromila talenti, tenne
+dietro al padrone.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
+</p>
+
+<p>
+— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in
+Roma. Ma il primo pensiero fu di restituirti il
+danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei ringraziamenti.
+</p>
+
+<p>
+— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma
+bene hai fatto....
+</p>
+
+<p>
+E guardò e contò, e rendeva la somiglianza
+di un ghiottone eccezionale, quando, spensierato
+d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari
+sapori di un cibo desiderato tutte le papille
+gustatorie.
+</p>
+
+<p>
+Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene
+ne dimostrasse più di cinquanta. Era
+grosso e panciuto; bensì, per un contrasto
+strano, aveva il volto scarno. E ciò che, a ben
+guardarlo, lo rendeva diverso dagli altri, era
+il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio
+di Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava
+una luce vivissima, la quale scompariva,
+<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
+sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che
+la smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a
+saettare altri raggi acuti, per spegnersi poi
+di nuovo.
+</p>
+
+<p>
+— Pompeo ti saluta.
+</p>
+
+<p>
+— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con
+meraviglia.
+</p>
+
+<p>
+Megabocco era uno dei tanti soprannomi che
+aveva Pompeo, e che erano stati inventati da
+Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano
+que’ soprannomi; però lo si chiamava
+Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole
+enigmatiche di cui Cicerone si valeva, parlando
+cogli amici, ogni qualvolta voleva dir
+male di Pompeo, senza che gli astanti potessero
+intendere quel che diceva, e riferirlo a
+Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano
+per tutta Roma, e con esse probabilmente anche
+la spiegazione degli enigmi.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
+</p>
+
+<p>
+— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che
+ragione grave sei tu venuto?
+</p>
+
+<p>
+— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e
+ho invocato gli Dei quando ti espressi le parole
+augurali, affinchè la tua gloria presente
+si accrescesse e si perpetuasse.
+</p>
+
+<p>
+— Senza gravi ragioni non si salutano tutti
+i giorni che le donne desiderate. Ma tu non
+sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco
+vuol dire che la terza parte del dominio di
+Roma e del mondo io ti metto nelle mani. Ti
+par essa cosa da dispregiare?
+</p>
+
+<p>
+Crasso guardò Cesare con grande stupore, e:
+</p>
+
+<p>
+— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei
+avere il sole ispano riscaldata e alterata
+la tua mente.
+</p>
+
+<p>
+— La mise invece al suo perfetto calore.
+Ed ora le mie facoltà sono complete. Trattasi
+pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo,
+<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
+ed io, e di governare con mano di ferro e con
+inesorabile volontà questa repubblica che va
+scardinandosi da tutte le parti, e di dominare
+codesto Senato che contiene tutta la feccia
+patrizia, ben più funesta alla repubblica
+della feccia romulea di Cicerone. Però accogli
+la proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a
+Pompeo; con esso parlerai stanotte nella mia
+casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio.
+Nessuno v’è in Roma, come già dissi a
+Pompeo, che al pari di noi tre abbia le doti
+atte per governare e dominare e trarsi a sè
+tutto il popolo romano e l’italico; tu, il più
+ricco, taccio della gloria militare; Pompeo il
+più grande, almen tale è riputato dal Tevere
+al Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi
+faranno eguale.
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando,
+quando si ha a diventar padroni
+<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
+della terza parte del mondo, che tu già palleggi,
+(egli sorrise) ben si può ancora stringere
+la mano a Megabocco.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso:
+</p>
+
+<p>
+— I quattromila talenti, che troppo presto
+ti ho restituito, ora dovresti ritornarli nelle mie
+mani, in compenso di quella parte di mondo
+che ti concedo.
+</p>
+
+<p>
+Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani,
+innamorati della patria, sotto colore che
+la repubblica si scardinava, preparavano le leve
+per farla uscire di perno.
+</p>
+
+<p>
+E Cesare si partì, dicendo a Crasso:
+</p>
+
+<p>
+— Alla media notte verrò a prenderti in
+cocchio.
+</p>
+
+<p>
+— Io aspetterò.
+</p>
+
+<p>
+Venne la media notte. Cesare recossi da
+Crasso. Partirono insieme per la Suburra.
+Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo
+<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
+simultaneamente mossero incontro l’uno
+dell’altro, e si strinsero la mano. Sedettero.
+Le cose che Cesare aveva dette la mattina
+all’uno e all’altro furono ripetute, e nelle
+stanze più interne, nel silenzio della notte,
+segretissimamente giurarono di stare ognora
+congiunti a porgersi vicendevole aiuto, di fare
+tutto quello che fosse atto a raggiungere i vasti
+intenti. La repubblica romana e il mondo
+già perigliavano, messi in bilico sugli omeri
+poderosi, ma infidi, di quei tre. Fu questo uno
+dei momenti storici più caratteristici e fatali
+dell’antica Roma.
+</p>
+
+<p>
+Pronunciato il giuramento, al quale Cesare
+diede una solennità quasi rituale, egli soggiunse:
+</p>
+
+<p>
+— Oggi tra me pensavo poter esser utile che
+Cicerone si accosti a noi; l’elemento cittadino
+è da lui per eccellenza rappresentato. In noi
+<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
+c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie
+doti necessarie per dominare la repubblica; ma
+l’elemento cittadino, se non ci manca adesso,
+ci verrà a mancare, non per altro che perchè
+dovremo lasciare Roma per altre imprese di
+guerra. Se lo credete, domani io tenterei Cicerone,
+per vedere di trarlo a noi.
+</p>
+
+<p>
+— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare.
+</p>
+
+<p>
+— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci.
+Il grand’uomo è ambizioso; in tutto vuol essere
+il primo a trovare e condurre un disegno.
+Ma è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj
+venti, mal saprebbe reggersi in piedi.
+Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete
+voi che faccia o possa il grande oratore?
+</p>
+
+<p>
+— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso,
+facciano gli Dei immortali che ciò sia per il
+bene. Ma Cicerone è uomo ognora tentennante,
+e, per quanto più forze congiunte sieno possenti,
+<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
+se una sola vacilla, tutto può andare a
+rovina.
+</p>
+
+<p>
+— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza,
+sebbene obliqua, lo metterà nel nostro
+pieno dominio, e, di quel prezioso elemento
+che a noi avrebbe dato gran forza, anche il
+Senato sarà destituito.
+</p>
+
+<p>
+«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra
+cosa importantissima per me ed anche per
+voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere
+si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi
+per conseguirlo. Io rinunciai al trionfo
+per presentarmi candidato. Il popolo è per me,
+e del Senato la più parte. Oggi non stetti in
+biblioteca, e, tra in cocchio e tra pedestre, misurai
+Roma più volte, per parlare a quanti mi
+era necessario; però col vostro appoggio non
+dubiterei di riuscire.»
+</p>
+
+<p>
+— Impegno la mia fede, o Cesare, che il
+mio aiuto non ti mancherà, disse Pompeo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso.
+</p>
+
+<p>
+E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare.
+</p>
+
+<p>
+A questi, tornato appena dalle Spagne, era
+bastato un dì solo per preparare e colorire un
+audace disegno, che doveva poi, per gradi, cangiare
+i destini di Roma; era bastato un dì solo
+per abboccarsi con tutti i proprj clienti, e farseli
+sempre più devoti; per trattare con un tal
+Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni
+da due a tre migliaja d’uomini della più lurida
+e sanguinaria plebe romana.
+</p>
+
+<p>
+Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello
+scorso giorno, e, pensando alla facilità onde
+aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e
+rideva nell’animo.
+</p>
+
+<p>
+Rideva perchè così pensava:
+</p>
+
+<p>
+— Colla facilità stessa onde si strinsero la
+mano dopo tanto odio, questo ricomparirà. Non
+<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
+fu mai detto che il sangue, quando fu guasto,
+possa essere stato completamente purificato.
+Ciò sta bene; il loro disaccordo mi darà su di
+essi una supremazia invadente.
+</p>
+
+<p>
+«Grande è Pompeo, come affermano quanti
+non sanno giudicar le menti umane. Ma, se tolgasi
+alcuna pratica di guerra, cui la fortuna
+ajutò a parere virtù stragrande, e quasi concessa
+a lui per privilegio particolare agli Dei
+immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo
+si governa con una briglia di canape. Meno
+abile uomo di guerra, e più ampio intelletto,
+è Crasso, ma in guerra non pensa che alle
+ingenti prede; però l’uno e l’altro son cavalli
+da aggiogare al mio cocchio.»
+</p>
+
+<p>
+Così pensato e poi studiato e poi dormito,
+all’alba fu in piedi e per tutto il giorno non
+si diede riposo.
+</p>
+
+<p>
+Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse
+<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
+con onore, e quasi potea dirsi con amore. Cicerone
+temeva Cesare, e faceva mille sospetti
+intorno ad esso; ma, come uomo di profondo
+e onesto intelletto, e innamorato degli studj,
+ne ammirava il grande ingegno. Non v’è scrittore
+che, per questa parte, lodi Cesare più di
+Cicerone.
+</p>
+
+<p>
+<i>Sanos quidem homines</i>, scrive nel <i>Bruto,
+Cæsar scribendo deterruit</i>.
+</p>
+
+<p>
+Parlando dei Commentarj, <i>nudi sunt</i>, sentenziò
+nel <i>Bruto</i> stesso, <i>recti et venusti, omni ornatu
+orationis tamquam veste detracto</i>. — E altrove:
+<i>quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis
+verbis aut ornatior, aut elegantior?</i>
+</p>
+
+<p>
+Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo
+con esso; ma lo considerava come chi, amante
+della beltà, vorrebbe amoreggiare una donna
+eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel
+tempo stesso, fiuta il tradimento nell’ammirare
+<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
+il giro attraente de’ suoi occhi, e le ineffabili
+sue blandizie.
+</p>
+
+<p>
+Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò
+abilissimamente la rete, cui Cicerone abilissimamente
+rispose, schermendosi, e, più volte
+ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima,
+gli guizzò di mano, finchè Cesare, visto
+di non poterne far nulla, lasciò che libero
+ricadesse nel suo elemento. E il discorso
+piegò ad altro. I due grandi uomini toccaron
+più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò
+Cesare intorno ai costumi delle Spagne.
+Quando parlava Cesare, Cicerone stava attentissimo,
+come scolaro che ammiri le parole
+d’un maestro rispettato, tanto le descrizioni
+di Cesare erano poesia dipinta. A noi
+rincresce di non poter riferire qui quell’amabile
+e dotta conversazione; ma ci sollecita il
+tempo, come ne era sollecitato Cesare, il
+<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
+quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava
+al Consolato.
+</p>
+
+<p>
+Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e
+questi:
+</p>
+
+<p>
+— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio
+Cesare console.
+</p>
+
+<p>
+— Domani mi presento candidato.
+</p>
+
+<p>
+— Vivi certissimo del successo; se non fosse
+stata l’eloquenza ostinata ed iraconda di Catone,
+avresti avuto anche il trionfo.&nbsp;—
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span></p>
+
+<h2 id="cap25">XXV.
+<span class="smaller">CESARE CONSOLE.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Cesare, all’indomani, si presentò candidato,
+ossia vestì la toga candida, e s’inscrisse per
+essere eletto console.
+</p>
+
+<p>
+Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano
+a ciascun cittadino dai <i>diribitores</i>.
+<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
+Siccome i cittadini erano distribuiti nelle loro
+centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie
+della prima classe. La centuria che riusciva
+prima si denominava <i>prærogativa</i>. Questa
+centuria, chiamata dal magistrato, ossia
+dai consoli che stavano per uscir di carica,
+entrava nel <i>Septo</i>, ovvero ovile, situato nel
+campo di Marzio. Il suo voto era in singolar
+modo apprezzato. Nei primi tempi di Roma
+davansi i voti a voce, ma per la legge Gabinia
+si diedero poi segreti. La <i>prærogativa</i> era
+la prima a dare il voto, dopo di che veniva
+licenziata dal magistrato e, si chiamavan, poscia,
+le altre, dette <i>jure vocatos</i>. Torna inutile il dire
+che ogni sorta di pressione veniva esercitata
+sui votanti, dal Senato, dai clienti, dagli amici,
+dai candidati. Erano promesse di cariche lucrose,
+eran profferte di danaro, erano minaccie,
+e le minaccie si traducevano in vendette. Molti
+<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
+del Senato erano avversissimi a Cesare, e avrebbero
+adoperata qualunque arte, gettata qualunque
+insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano
+il popolo innamorato di Cesare, e si
+accorsero che i votanti, tentati in ogni modo,
+non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo,
+condusser le cose in modo che Cesare
+avesse per compagno, nel Consolato, un uomo
+che fosse d’intendimenti assolutamente opposti
+ai suoi, e la scelta cadde su Marco Calpurnio
+Bibulo.
+</p>
+
+<p>
+Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente
+in carica, dovevansi attendere le calende
+di gennajo, le quali, quando furon venute,
+i nuovi consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri,
+da gran folla di popolo, salirono il Campidoglio,
+ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino
+a prendersi la toga <i>prætexta</i>, vale a
+dire che aveva il lembo intessuto di porpora.
+<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
+Il vestir la toga significava che cominciava
+da quel momento la loro carica, e da quel
+momento i littori coi fasci, ch’eran dodici per
+ciascun console, aspettarono che uscissero dal
+tempio per mettersi al loro seguito; comparvero
+i consoli, e il popolo applaudiva dal basso
+della lunga scalea.
+</p>
+
+<p>
+Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti
+discesero, quella pareva una cascata variopinta.
+</p>
+
+<p>
+I battimani, gli evviva esplosero, quando i
+consoli furono in mezzo al popolo, ma non si
+udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce
+di Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare,
+viva il semidio Giulio, che procede da Venere.
+Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta una
+palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici
+littori coi fasci donde uscivano le minacciose
+scuri che seguivano Bibulo, nè la toga <i>prætexta</i>,
+nè il <i>Scipio eburneus</i>, specie di bastone significante
+<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
+il comando, che portava nella destra,
+ebbero forza di piegar l’attenzione su di lui,
+e di sviarla da Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in
+Roma, e doveva esserlo, se fu votato console.
+Era stato questore in Macedonia, pretore in
+Roma, edile; e, poco tempo prima del Consolato,
+eletto augure, ufficio quasi joratico, e che
+consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli,
+per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi
+ad esser superiore a tutti i poteri, perchè il
+terrore dell’ignoto, non veduto che misteriosamente
+da essi, era in taluni casi superiore
+alla minaccia armata di chi volesse far passare
+una legge ch’essi avrebbero statuito di respingere.
+Questa venerazione tremebonda per gli
+auguri, di secolo in secolo venne scemando,
+tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva di
+sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i
+<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
+colleghi, quando esploravano i cieli con ciglio
+grave e teatralmente inspirati; e gli auguri ridevano
+anch’essi di celato, allorchè non eran
+credenti inferociti; chè i credenti più o men
+falsi, in quelle cose che la ragione rifiuta, son
+di tutti i tempi e di tutte le religioni.
+</p>
+
+<p>
+Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio
+d’augure, si comportava di tal modo
+come se veramente mettesse fede in quel rito
+bugiardo, chè un augure il quale non fosse
+impazzito, ben sapeva che i cieli lucevano, ma
+non parlavano, che gli augelli volavano, ma
+pur pispillando, non davan responsi, e che il
+mover l’ali piuttosto a sinistra che a dritta,
+piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra,
+non poteva indurre timore o speranza che in
+un intelletto scemo.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo era augure insieme con Calpurnio.
+Il primo recavasi ad esplorare i cieli sull’alto
+<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
+del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei
+desse importanza a quell’ufficio, però nessuno,
+per questo, occupavasi di Pompeo. Calpurnio
+saliva alla sommità del monte Capitolino.
+</p>
+
+<p>
+Ma la gioventù romana, che in quel tempo
+di pace, eccettuati gli esercizj nel campo di
+Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita gioconda,
+e non concedeva importanza a nulla, e
+rideva di tutto, quando sapeva che Calpurnio
+doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche
+essa, e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse,
+dietro ai sacerdoti, che facevan cerchio
+intorno all’augure, tentava il possibile
+per vedere di rompere la gravità di Bibulo. Ma
+non c’era mai riuscita; l’indole di lui era
+tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva
+di fare, con scrupolosa fermezza lo
+adempiva. E a taluno che metteva in celia il
+suo contegno devoto e compunto: Allora si
+<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
+aboliscano gli auguri, rispondeva gravemente;
+ma finchè le leggi e i riti non li interdicono,
+sempre guarderò i cieli con solennità di religione.
+Ed era sì pertinace Calpurnio che, allorchè
+fu ispettore alla moneta di Roma, essendone
+quartumviro Cicerone, portò un tale
+rigore nell’adempimento del còmpito suo, assediava
+di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso,
+che amava sollecitare le operazioni in servizio
+all’erario, che Cicerone, stanco infine di quell’assidua
+noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar
+Bibulo da quell’ufficio.
+</p>
+
+<p>
+Come poteva un tale uomo essere nel Consolato
+compagno a Cesare? Ma il Senato aveva
+creduto fare atto di grande sapienza politica
+a conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando
+che per la tenacità de’ suoi propositi, e
+pel coraggio onde aveva dato prova in guerra,
+ed anche per essere augure, sarebbe stato un
+<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
+tremendo contrappeso alla, più che potenza,
+prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato conosceva
+Bibulo, pareva non conoscesse Cesare
+abbastanza. Questi era indispettito che gli si
+fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio,
+aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso
+alla plebe, per di più, in odore di
+tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se
+non lo amava, lo stimava.
+</p>
+
+<p>
+Ma Cesare non era uomo da starsene in
+forse, e giacchè il Senato gli aveva messo incontro
+quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto.
+</p>
+
+<p>
+Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle
+stanze di Calpurnio, vi entrò da padrone.
+</p>
+
+<p>
+— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato
+una legge utile e pietosa alla classe povera,
+e deve passare in ogni modo, dovesse
+ardere tutta Roma, s’altri l’avversasse.
+</p>
+
+<p>
+— Di che legge tu parli, o Cesare?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
+</p>
+
+<p>
+— La miseria, quasi contagio, soggiungeva
+Cesare, contamina tutta Italia. A questa si ha
+a porre un rimedio; è male antico che con
+pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono
+di estirpare; ma l’avarizia e l’iniquità della
+fazione aristocratica, trovaron modo di assassinare
+quei tre sublimi benefattori dei cittadini
+soffrenti. Io, in parte, voglio continuar
+l’opera loro, e ho preparato una nuova legge
+agraria, per la quale le terre della Campania
+dovranno essere distribuite a ventimila cittadini
+poveri aventi tre o più figliuoli. Tu mi
+comprendi, o Calpurnio, questa legge deve
+passare, e tu l’appoggerai.
+</p>
+
+<p>
+— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose
+Bibulo, alzando il suo testone pesante, dalla
+fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio
+profondo, troppo ti comprendo, o Cesare,
+ma la legge non passerà, perchè io non
+l’appoggierò.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
+</p>
+
+<p>
+E continuò a legger tabelle.
+</p>
+
+<p>
+Cesare non si scompose, e:
+</p>
+
+<p>
+— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata.
+Ne faccio qui solenne giuramento agli
+Dei immortali.
+</p>
+
+<p>
+E si partì.
+</p>
+
+<p>
+E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero
+tutti i quartieri di Roma, e gridassero
+tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere
+convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione
+del meriggio, poichè Cesare doveva parlare.
+</p>
+
+<p>
+E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo,
+e, come quella del Tevere, si udiva il
+muggito della sua gran voce.
+</p>
+
+<p>
+Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso,
+seguito dai dodici littori, da molti senatori,
+quelli che erano della sua parte, da moltissimi
+clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo
+acclamò. La figura di Cesare, palliata
+<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
+come una statua uscita da un artefice greco,
+emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse
+tosto le acclamazioni nel più profondo
+silenzio. Era quello davvero uno spettacolo
+romano. Le statue degli Dei sormontanti i
+templi e le basiliche, parevano assistere a
+quella solenne adunanza del popolo.
+</p>
+
+<p>
+Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica
+ed espansa, percorse di tratto l’onda sonora
+dell’aere foraneo.
+</p>
+
+<p>
+— Popolo romano! incominciò, ami tu te
+stesso?
+</p>
+
+<p>
+Il silenzio continuò.
+</p>
+
+<p>
+— Se ami te stesso, devi dunque amare anche
+tutte le parti del tuo corpo glorioso. Se
+pertanto una di queste parti fosse afflitta da
+un grave malore, saresti tu così improvvido
+da non porvi rimedio? Ora, questa parte del
+tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è
+<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
+quella classe caduta in sì deplorevole miseria,
+che non solo non può accostarsi ai circensi,
+ma che sovente chiede pane indarno. O popolo
+romano, rifiuteresti tu di medicare codesta
+parte cotanto ammalata del corpo tuo?
+</p>
+
+<p>
+Un lungo ululato contesto di no, no, no....
+si alzò da tutte le parti del Foro.
+</p>
+
+<p>
+In questo punto, entrò il console Calpurnio
+Bibulo, coi littori consueti, seguito da gran numero
+di senatori, e da tre tribuni.
+</p>
+
+<p>
+— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo
+la legge di dividere le terre della Campania
+a ventimila di questi miserissimi cittadini.
+Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso,
+perchè devi aver pietà d’una parte tua, propongo
+che questa legge passi per acclamazione.
+</p>
+
+<p>
+Il popolo rumoreggiava.
+</p>
+
+<p>
+Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire
+abbastanza.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Popolo romano! non passar questa legge;
+ella è di danno a Roma. Le terre della Campania
+sono esse non poca parte delle ricchezze
+della Repubblica. Bene compiango io i cittadini
+miserabili, ma la miseria è una tremenda
+necessità della vita. Nè le terre della Campania
+varranno a distruggerla; bensì, divise ai
+poveri, impoveriranno la Repubblica.
+</p>
+
+<p>
+«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa
+legge. Ella non gioverà che a chi l’ha proposta.
+Ben ponderate, o Romani, queste mie
+parole, giudicate, sentenziate; chè, se sarete
+per votarla, codesto sarà un segno manifesto
+che gli Dei vi hanno tolto il senno.»
+</p>
+
+<p>
+Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva
+dal rostro.
+</p>
+
+<p>
+— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti
+ho proposto questa legge, è perchè è utile,
+ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi
+<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
+che hanno sempre divelte le leggi agrarie,
+perchè più della Repubblica, sono innamorati
+di sè stessi.
+</p>
+
+<p>
+«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione.
+Essa mostrerà che tu sei erede della
+sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà
+le ombre dei Gracchi e di Druso, essa
+ti farà amare e glorificare sempre più dalla
+gratitudine di tutta Italia; chè questa legge
+benefica deve destar rumore dalla Campania
+fino alle terre della Cisalpina.»
+</p>
+
+<p>
+Il popolo ondeggiava.
+</p>
+
+<p>
+Il console Calpurnio attraversava il Foro
+per salire anch’esso i rostri. Cesare allora discese,
+e questo doveva essere, come fu, un
+tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata
+da Votinio, una masnada di gente, armata
+di bastoni e di ronche, invase il Foro,
+circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito
+<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
+all’impensata, fu percosso da una tempesta
+di bastonate inclementi; nè ciò bastò,
+chè alcuni di quella canaglia avendo portato
+seco dei vasi immondi, ne versaron le fetide
+onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero
+acque ploccie.
+</p>
+
+<p>
+E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante
+in cui vennero a quella carica, chè,
+non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero
+spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori
+seguaci ebber sorte migliore.
+</p>
+
+<p>
+In tal modo, Cesare provvedeva a far passare
+le leggi.
+</p>
+
+<p>
+A quella scena non aspettata, alla fuga del
+bastonato Calpurnio, dei littori sfasciati, dei
+senatori celantisi nei pallii, fin sopra il capo,
+quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto
+un acquagine dal negro cielo, nel popolo
+astante successe una muggente agitazione, e
+<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
+pareva quella dell’onda marina, quando è prossima
+la tempesta. A tutti, perfino ai molto innamorati
+di Cesare, parve iniquo quell’atto
+suo, e forse ei ne avrebbe avuto insulti e
+danno, se l’ilarità non si fosse sovrapposta al
+severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano
+s’era assai dilettato a quella scena; epperò
+la pietà fu strozzata dagli schianti delle
+risa generali, che, a conforto del console, dei
+littori e dei senatori percossi, aveano echeggiato
+per tutto il Foro.
+</p>
+
+<p>
+L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa
+calva del console, convertì di tratto la tragedia
+nella più buffa delle commedie. A questo
+aveva provveduto Cesare stesso, pensando che
+col provocare nel popolo un riso irresistibile,
+sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui pericoloso.
+</p>
+
+<p>
+Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata
+<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
+tuttavia di smascellate risa. Cesare, al
+piede dei rostri, stava immobile, grave, e girava
+sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila.
+Pompeo e Crasso stavano presso a lui. Disse
+Cesare al primo:
+</p>
+
+<p>
+— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo
+in favore della legge. La voce tua gli giungerà
+grata.
+</p>
+
+<p>
+Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza,
+a lui insolita. Ebbe qualche frase efficacissima,
+e questa tra l’altre: — Se ci fosse taluno,
+cotanto ardito da opporsi a questa legge colla
+spada, io la difenderò col mio scudo.
+</p>
+
+<p>
+Il popolo applaudì.
+</p>
+
+<p>
+E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo
+ne discese, e, con eloquenza incalzante,
+strinse fortemente il popolo ad accettar la
+legge; la quale subito passò senz’altra opposizione.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il giorno successivo il console Bibulo si recò
+in Senato, portando nella fronte e nel volto i
+segni del fortunoso evento.
+</p>
+
+<p>
+Lamentossi forte della violenza inaudita fatta
+alla sua persona, disse che la dignità del Senato
+aveva obbligo di vendicarlo; declamò,
+senza volerlo, tragicamente, chè il tema lo
+agitava tutto; protestò, gridò, e la sua voce
+alle ultime cadenze del discorso inflettevasi
+quasi nel pianto.
+</p>
+
+<p>
+Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso
+discorso, chè il Senato era atterrito, e,
+dei senatori, più della metà, se avessero mostrate
+al popolo le schiene patrizie denudate,
+avrebber provocato un ilare compianto collo
+spettacolo delle molteplici chiazze nerastre;
+però, le superstiti doglie, costringendoli a
+consumare per sè, tutta quanta la pietà onde
+i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno
+<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
+un misero residuo per il console sventurato.
+</p>
+
+<p>
+E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria
+casa, fermo il proposito di starvi chiuso tutto
+il tempo che doveva durare il Consolato, soltanto
+facendosi vivo col popolo, per mezzo
+degli editti.
+</p>
+
+<p>
+E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate
+di Roma e, insieme con quelli, veementissime
+declamazioni contro Cesare, e contro il
+triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente
+collega. L’ira compressa lo faceva
+eloquentissimo, talchè il popolo, che leggevale
+avidamente, terminò per sviare ogni
+simpatia dal suo tanto idolatrato Giulio. Questi
+se ne accorse, chè, uscendo in pubblico,
+veniva accolto con bisbigli, che potevano assai
+bene tradursi in minaccie e peggio. Ma
+Cesare, come avea conosciuto il Senato che atterrì,
+<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
+come alle prime ripulse di Calpurnio, che
+avrebbero fatto vacillare altri, egli si sentì più
+imperterrito ad atterrare ostacoli, così giudicò
+passeggero quel dissapore del popolo, e sempre
+uscì in pubblico, e spesso anche senza i littori.
+</p>
+
+<p>
+E di quel tempo uscì una satira tremendamente
+scherzosa contro il triumvirato. Quella
+satira corse per tutta Roma, ed era letta ad
+alta voce nelle taverne e nei bagni pubblici.
+Aveva per titolo <i>Tripicina</i>, o la bestia di tre
+teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse
+amico di Cesare e ne governasse la biblioteca.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare.
+</p>
+
+<p>
+Col Tripicinio e coll’imperversare della sua
+virilità onnipotente, si vedrà quanto fece questo
+uomo, che fu il più grande dell’universo.
+</p>
+
+<p class="pad2 center large">
+FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="somm">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="indice" href="#indfront">
+INDICE DEL SECONDO VOLUME</a></h2>
+
+<table class="indice">
+ <tr>
+ <td class="cap">I.</td> <td>Gordiene</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 5</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">II.</td> <td>Cesare e Publio Sceva</td> <td class="pag"><a href="#cap2">17</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">III.</td> <td>Marco Sceva, Cesare e Catilina nella casa dell’eminente Sempronia</td> <td class="pag"><a href="#cap3">27</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">IV.</td> <td>Cesare e Servilia</td> <td class="pag"><a href="#cap4">39</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">V.</td> <td>La congiura di Catilina e il senatore Quinto Curio</td> <td class="pag"><a href="#cap5">43</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VI.</td> <td>Fulvia e Quinto Curio</td> <td class="pag"><a href="#cap6">49</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VII.</td> <td>Fulvia e Cicerone</td> <td class="pag"><a href="#cap7">61</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">VIII.</td> <td>Cicerone e il console Antonio</td> <td class="pag"><a href="#cap8">67</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">IX.</td> <td>La battaglia di Perugia</td> <td class="pag"><a href="#cap9">75</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">X.</td> <td>Cesare e la figlia di Pompeo Magno</td> <td class="pag"><a href="#cap10">89</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XI.</td> <td>Clodio e Pompea</td> <td class="pag"><a href="#cap11">95</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td colspan="3"><span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XII.</td> <td>La festa della Dea Bona</td> <td class="pag"><a href="#cap12">105</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XIII.</td> <td>Aurelia e Cesare</td> <td class="pag"><a href="#cap13">119</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XIV.</td> <td>I bagni al ponte Fabricio</td> <td class="pag"><a href="#cap14">127</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XV.</td> <td>Cicerone e Marc’Antonio</td> <td class="pag"><a href="#cap15">141</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XVI.</td> <td>Terenzia</td> <td class="pag"><a href="#cap16">153</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XVII.</td> <td>Cesare, Crasso e Cicerone</td> <td class="pag"><a href="#cap17">161</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XVIII.</td> <td>Clodio</td> <td class="pag"><a href="#cap18">167</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XIX.</td> <td>Le tre Grazie e i tre Fauni</td> <td class="pag"><a href="#cap19">189</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XX.</td> <td>Pompeo e Cesare</td> <td class="pag"><a href="#cap20">199</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XXI.</td> <td>L’Imperiosa</td> <td class="pag"><a href="#cap21">207</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XXII.</td> <td>Ritorno di Cesare dalla Lusitania</td> <td class="pag"><a href="#cap22">225</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XXIII.</td> <td>Cesare e Roma</td> <td class="pag"><a href="#cap23">249</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XXIV.</td> <td>Il Tripicinio</td> <td class="pag"><a href="#cap24">275</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="cap">XXV.</td> <td>Cesare console</td> <td class="pag"><a href="#cap25">299</a></td>
+ </tr>
+</table>
+<hr>
+
+</div>
+
+<div class="tnote">
+<p class="tntitle">
+Nota del Trascrittore
+</p>
+
+<p>
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
+minimi errori tipografici.
+</p>
+
+<p>
+Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
+</p>
+</div>
+
+<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***</div>
+</body>
+</html>
+
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