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+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***
+
+
+ LA GIOVINEZZA
+
+ DI
+
+ GIULIO CESARE
+
+
+ SCENE ROMANE
+
+ DI
+ GIUSEPPE ROVANI
+
+ VOLUME II
+
+
+
+ MILANO
+ LEGROS FELICE EDITORE
+ Via S. Sofia, 29
+ M DCCC LXXIII
+
+ Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.
+
+
+
+
+ Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore
+ a norma della Legge 25 giugno 1865. N. 2337
+
+ Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.
+
+
+
+
+I.
+
+GORDIENE.
+
+
+Eran corsi più giorni che Marco non vedeva Gordiene; e come al mattino
+era disceso per accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e
+invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire il caro suono della
+sua voce, così non potè trattenersi in quell’ora del _post meridiem_,
+dal ripetere quella visita; e, di volo attraversata la casa e disceso,
+si soffermò innanzi alle porte dietro cui stava chiusa la fanciulla
+sua, e così sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: _Si deam
+nequeo, templum adoro_. Ma data e ridata e ripetuta più volte la
+consueta parola, non udì rispondere la voce consueta. Stette in
+una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso di voci diverse
+echeggiato dalle volte di quegli antri risuonava fino a lui; ma il
+suono ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella sì romorosa
+confusione, non uscì.
+
+Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, di schiavi e servi.
+Chiese del padre, i servi erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano
+muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono da lui ritraendosi in
+un angolo. Se non fosse stato Marco dalle braccia di Milo, i servi
+avrebbero osato avventargli ingiurie, chè il tetro Publio ognora li
+eccitava contro il figlio, come chi aizza de’ sanguinari veltri ad
+assalire un passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. Questo, senza
+sgridarli, chè a ciò non aveva nè volontà, nè tempo, s’accostò alle
+stanze paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene appreso come il
+padre le ordisse continue insidie. S’accostò; udì la voce del padre
+forte, aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di Gordiene alta,
+vibrata, minacciosa e tuttavia ancora attraente; udì un fremito come di
+grosse minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel tono più basso;
+e la voce virile e la femminile staccarsi da quel fondo di note cupe,
+che non erano effetto d’arte musicale, ma espressione spontanea e non
+voluta di spavento e di terrore.
+
+Marco non pensò all’ingiuria che stava per fare al padre, non vide il
+pericolo proprio, chè contavansi a centinaja i servi che a un cenno del
+padrone potevano avventarsegli contro ed atterrarlo; non fu sospinto
+che dall’affanno e dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le chiuse
+imposte della paterna stanza. S’affacciò; sostette immobile sulla
+soglia, guatò il padre che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento
+l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata alla parete serrava
+nel breve pugno la ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo.
+Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano morti; e le loro facce
+belvine apparivan tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato dal
+re Mitridate con bava d’aspide e con miscele di succhi vegetali che,
+maestro espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe dei funesti
+suoi orti, uccideva di colpo, senza dolore, senza dar tempo a lamenti.
+
+Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio
+continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed
+era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe
+creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio.
+Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di
+vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne;
+guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza
+anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e
+ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un
+livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè
+stesso.
+
+Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato
+Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si
+presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:
+
+— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da
+te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son
+morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano
+dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur
+scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue.
+Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or
+sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono
+già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più
+vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a
+rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora
+nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di
+morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura
+lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di
+disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra
+l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile
+sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del
+padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi
+cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto
+qui adesso.
+
+— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi
+a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io
+senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e
+cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle
+sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.
+
+— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della
+legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode
+d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più
+preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me
+solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici,
+ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola
+l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che
+non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà
+e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del
+popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei
+tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la
+prima volta sarà visto il figlio punire il padre.
+
+— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il
+sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario
+il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.
+
+— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci
+costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro;
+prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone;
+e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna
+mia.
+
+— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho
+ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il
+fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.
+
+Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato,
+aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a
+vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga
+che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.
+
+— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane
+daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io
+ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire
+vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa
+dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti
+aspetto, o scellerato.
+
+— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento
+di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto
+l’inferno dell’anima tua.
+
+— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.
+
+Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:
+
+— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire —
+egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua
+madre e sua sorella e sua figlia.
+
+— E muori dunque tu.
+
+E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei
+penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di
+terrore ed anche di pietà mandarono i servi.
+
+Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea
+pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.
+
+E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di
+pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò
+a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue
+le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul
+labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser
+ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca
+soave che si chiuse per sempre.
+
+Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.
+
+Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio.
+Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo
+grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani
+di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava,
+singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.
+
+
+
+
+II.
+
+CESARE E PUBLIO SCEVA.
+
+
+Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a
+leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico
+suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia
+del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura,
+come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo,
+al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il
+racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale
+avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo
+di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di
+provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente
+più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed
+essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star
+pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma,
+celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni
+e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj,
+si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli
+seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra
+a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo
+prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in
+molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica
+e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune,
+potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.
+
+Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per
+libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla
+ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il
+valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte
+contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere
+nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello
+storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla
+battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea
+trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata
+di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al
+pari e più di quel d’Orazio.
+
+Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora
+singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e
+dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi
+alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar
+di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non
+vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua
+meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali
+pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia.
+Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni
+momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore,
+minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni
+di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia,
+chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a
+un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione,
+all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e
+gli baciaron le mani.
+
+— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in
+qualche sospensione.
+
+— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in
+timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti
+femminili.
+
+— E non è uscito Marco?
+
+— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.
+
+Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che
+comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di
+Marco. Disse poi all’ostiario:
+
+— Io m’inoltro alle stanze di Publio.
+
+— Non entrare, o Cesare, in tal momento.
+
+— È in tal momento ch’io debbo entrare.
+
+L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze
+interne. D’una in altra passò a quella di Publio.
+
+Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato
+al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il
+vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi,
+Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse
+trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma
+la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal
+fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono
+in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre
+inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo
+rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò
+d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni
+istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si
+volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi,
+ribaciata Gordiene:
+
+— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei
+traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non
+udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi;
+nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la
+trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa
+l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà
+sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.
+
+— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non
+ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè
+se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua
+volerà più presto incontro all’anima della schiava.
+
+— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora
+torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce
+appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.
+
+Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non
+sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la
+lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse
+dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse;
+e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo
+sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere
+la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna.
+Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.
+
+Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a
+Cesare:
+
+— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli,
+è bisogno che ti rechi a quella casa.
+
+L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.
+
+— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco quando il cocchio si fermò.
+Troppo disfatto io sono, nè la mente può soccorrere alle mie parole.
+
+— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo e il sangue. Io dirò il
+resto.
+
+Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, misero il piede nella
+sala magna, dove Sempronia accoglieva a congressi, dissimulati da
+sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.
+
+— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco Sceva. Ma che veste e che
+sangue rechi tu sul braccio?
+
+Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono al giovane Sceva.
+
+
+
+
+III.
+
+MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.
+
+
+In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, v’erano la Dorestilla
+stata già amante di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice di
+amanti indebitati; e la Gèmina, maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa
+fama, nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito Endimione ognora
+tentato dalle Diane terrestri, era entrato vivo e, deposto nella
+sedia portoria, era uscito morto; e v’erano altre patrizie romane. La
+Precia cortigiana e la Flora e la Chiledone, sebbene care a Lucullo
+e a Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili nell’uragano che
+stava per prorompere, non v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti
+si schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, dal concedere
+l’accesso alle peccatrici pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio,
+Cetego, lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a Cesare e a Marco.
+
+Cesare parlò:
+
+— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, espertissimo di leggi
+e costumi, e Ruffo e Scevola giureconsulti, e Granio Flacco, il
+commentatore delle dodici tavole, abbiam discusso intorno al bisogno
+di far nuove leggi che surroghino le antiche e distruggano il fatto
+pel quale dobbiamo sottostare a molte che sono in manifesto contrasto
+coi presenti costumi, colle necessità che modi diversissimi di vita
+pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni andarono creando; e, quel
+che è più penoso a pensare e a dire, in contrasto colla natura, colla
+ragione, colla giustizia.
+
+«So che in codeste adunanze corre spesso il discorso intorno alle
+cose che riguardano la patria, alla quale tanto più volenterosi
+contribuiscono i cittadini quanto più ripetono la domestica felicità
+dalla sapienza delle istituzioni e dalla equità dei diritti. Tu
+conosci, o Catilina, questo giovine forte, questo decoro della casa
+Sceva, e voi tutti conoscete il padre suo.
+
+«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare la gloria sacra degli
+avi e a coprire i vituperi paterni?
+
+«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo noi, che condannano
+la virtù ad essere la schiava del vizio; perchè se un figlio pei suoi
+meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia è decretato schiavo
+perpetuo del padre, anco se questi per le scelleraggini sue venga in
+odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.
+
+«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il figlio non è uomo,
+venne in una sua parte riformata; ma le parti superstiti e antiche
+fecero inferma e impotente la nuova, se non per il diritto, per il
+fatto. Publio tenne per sè i tesori e le proprietà che questo amico
+mio, questo giovane forte e caro a Marte, si portò dalle terre dove
+militò gloriosissimamente. La legge nuova decretò non tangibile dal
+padre questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto castrense
+scolpito è in bronzo nel tabulario. Ma se il figlio al cospetto del
+padre non è uomo, se può essere manomesso e infranto dal padrone come
+una creta spregiata, percosso e ucciso come un cane vile, inutilmente
+splende la legge nel tabulario, quando il padre sia avaro, ladro,
+iniquo. Ben di cento e più talenti è il valore delle ricchezze che
+Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco un tesoro inestimabile,
+un tesoro vivo in cui spirava divina la Psiche, e di cui la beltà
+sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e a questo infelicissimo
+amico mio necessità di vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue.
+Il padre gli uccise la bellissima fanciulla che seco aveva condotta a
+Roma; Gordiene ella si nominava ed era di greca schiatta, e stava già
+nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. Non potendo toglierla
+al figlio, perchè la fiera virtù di lei gli rendeva impossibile
+manometterle il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece scelleratamente
+uscir l’anima immortale, squarciandole il petto.
+
+«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto così atroce e fuori
+dell’ordine umano non avvenne mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo,
+quantunque senatore, tenuto in tanta povertà dall’avarizia paterna,
+che per esser pari al tuo grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere
+circumforaneo dove gli usuraj, augelli di preda, attendon le vittime,
+che, sprofondato nell’abisso dei debiti, a stento riesci a salvar dagli
+insulti dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo Sura, sei più
+avventurato; nè voi, figli di Servio, fratelli Sulla, siete netti
+dell’immonda lebbra; e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui vedo,
+sebbene consiglieri del Consiglio militare e tenuti in altissimo pregio
+nel campo e nel fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal paterno
+rigore. Ma tutti mi guardate attoniti e forse ascrivete ad impudenza
+maravigliosa se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più indebitato
+di quanti sono in Roma, sebbene non abbia padre che mi tenga in
+tirannico governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre finalmente
+una legge che distrugga o modifichi codesto mostruoso abuso della
+potestà paterna.
+
+«Io so che avrete avversissimo uno dei più grandi Romani, Cicerone,
+il quale è di sì formidabile eloquenza che contorce anche i più
+forti intelletti a cambiare sentenza, pur se questa sia effetto di
+convinzioni antiche e profonde. Però, quantunque ei rechi tanto onore
+alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto all’ara della virtù,
+nessuno è più di lui fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere che
+assecondi il corso naturale dei giustissimi desiderj degli uomini.
+Nella sua casa, toccando della riforma delle leggi, egli, in mezzo a
+Scevola e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il solo che, quasi invasato
+da un arcano furore, non consueto in lui, d’animo così buono e mite,
+chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare le antiche leggi. È
+un funesto pregiudizio che, quasi a mostrare che non v’è perfezione
+nell’uomo, penetrò come verme in quel nobilissimo intelletto. E giacchè
+è a proporre una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a proporre
+in apparenza non giusta come la prima, ma giustissima al postremo
+della questione. Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio vantaggio, ma
+parlando per me, parlo per tutti.
+
+«Voi sapete come fra i legislatori greci sia altamente riputato Solone;
+sapete pure come esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia
+promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. Ma io non propongo
+di ripetere il radicale pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo
+eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.
+
+«Però io proporrei una legge che riducesse i debiti alla loro terza
+parte. Ai feneratori non si toglie quanto iniquissimamente hanno
+acquistato; non si spoglia nessuno di essi, quantunque a buon diritto
+lo si potrebbe, chè la pecunia rapita, dovrebb’essere restituita
+dai ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si tengano quel che
+possedono. Soltanto si riducano i loro crediti. A questa legge avremo
+avverso Catone, potentissimo in Senato. — Egli è grande Catone, è
+austero, è di costumi incontaminati — ma è venuto nella sentenza che
+del proprio si possa far l’uso che si vuole e chi cerca danaro e n’ha
+di bisogno lo paghi anche senza misura di proporzione. Egli è per tale
+persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, arricchì di molto.
+Vuolsi adunque proporre anche questa legge; ma tranquillamente, ma
+senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando severissimamente le
+persone di questi splendori di Roma.
+
+«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole non
+possano far credere che codesto sia un convegno di troppo gravi e
+pericolosi intenti, mentre invece è una adunanza tutta devota a geniali
+esercitazioni, io e Marco partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna
+tornino a consolare dei loro canti questo Catilina che or mi si è fatto
+taciturno e fiero in vista.»
+
+E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, che se ne stava immobile e
+ognora attonito, a seguirlo.
+
+La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè
+Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei
+più intimi recessi del suo vecchio palagio.
+
+— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già
+considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza.
+Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto
+intendimento si manifesterà.
+
+«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione
+vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi
+di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri,
+tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare
+di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda
+impresa m’invoglia.
+
+«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a
+Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che,
+a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come
+scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»
+
+Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè
+mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava
+gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e
+incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della
+audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne
+gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.
+
+Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di
+Catilina.
+
+
+
+
+IV.
+
+CESARE E SERVILIA.
+
+
+Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò
+la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia,
+presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei
+prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della
+repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe
+involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida
+scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non
+lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva
+quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al
+gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo,
+penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il
+senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva
+imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la
+stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.
+
+Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più
+s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise
+dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle
+istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo
+amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di
+nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in
+disparte dalle congreghe catilinarie.
+
+Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual
+cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano,
+di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case
+dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò
+a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale
+divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di
+Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico
+palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran
+messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco
+Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel
+neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.
+
+Quante varie fila annodava il destino di Roma! I Bruti, i Catoni,
+Servilia, Cesare; l’amore e l’adulterio preparanti la lotta della
+Repubblica e dell’Impero!
+
+
+
+
+V.
+
+LA CONGIURA DI CATILINA E IL SENATORE QUINTO CURIO.
+
+
+Di tutti coloro che si radunavano intorno a Catilina un uomo che fosse
+compiutamente onesto, un giovane che non fosse stranamente vizioso, se
+si eccettui Marco Sceva, una donna che non fosse cupamente adultera,
+perchè, come vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice lo
+vollero insanguinato, non c’era. — E qui ci si offre una questione. —
+Come mai tanti uomini avvolti in così profonda corruzione s’avviavano
+ad un’impresa che ad ogni modo era grande? Grande era, perchè,
+pretermessi gl’intenti, diremo, individui che si riferivano alla
+radicale riforma del regime domestico, la repubblica allora procedeva
+di tal modo che a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa quando
+è pessima non può mai esser cangiata in peggio. — Non ordine, non
+sicurezza nè pubblica nè privata. — A vivere in Roma si era men sicuri
+di quel che si sarebbe a percorrere un bosco dove stesse in sull’arme
+una schiera di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano ad
+una grande impresa dove per lo meno ci volevano le virtù del coraggio e
+del sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte per un grande intento.
+— Eppure, ripetiamo, nessuno di loro era virtuoso.
+
+Or come questo si spiega? non è un problema storico, è un problema
+umano. — Tranne le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or
+presenta alla storia maraviglioso esempio, chi è nato alle imprese
+arrischiate e va imperterrito incontro ai pericoli, tiene dalla natura
+qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime soverchiano al
+punto le miti che queste scompajono poi affatto, e non rimane che la
+terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste nature sono tremende
+e straripano feroci, onde sono infestissime a chi le avvicina. — È
+noto che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, quelli che
+davvero potevano chiamarsi fulmini di guerra, e per virtù dei quali
+il gran capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, allorchè,
+durante le tregue e le paci, si riducevano ai patrj focolari, erano
+così infesti alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse la
+guerra per liberarsi da quegli insopportabili flagelli. — E toccando
+di qualche figura celeberrima, del _Giovanni delle Bande Nere_, per
+esempio, non v’era uomo che, fuori del talento e del coraggio guerriero
+maraviglioso, nell’ordine delle doti private non fosse detestabile
+al pari di lui; eppure fu un grande eroe e l’Italia va gloriosa del
+suo nome. — Cessa dunque lo stupore del come i congiurati di Catilina
+avvolti in tanta depravazione, pur s’avviassero generosamente al campo,
+i cui fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano che dalla
+fortuna.
+
+Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze intime di Catilina e ai
+quali dopo il capo doveva esser dato il governo delle cose, v’era
+il senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati alla congrega
+segreta, allo sciogliersi di essa, erasi giurato di serbare il più
+profondo silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj che già
+erano stati invitati da loro, col pretesto che per allora l’impresa era
+tenuta in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; cogli altri
+giurò anche il senatore Curio. — È deplorevole come Catilina, uomo di
+fortissimo ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non siasi accorto
+che taluni, e molti, non erano intellettuali affatto, nè capaci di
+fare alcun che di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, uomo
+nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche Sallustio lo dice. — Colui
+partitosi da Catilina, recossi come di consueto alla casa del senatore
+Messala, che fu poi Console, uomo turpe in ogni ordine di cose; e a
+tutte le ore del giorno e nella maggior parte della notte così putrido
+di vino, che quando i suoi clienti gli si presentavano, stavano in
+distanza da lui, perchè non ne potevano sopportare il vinoso fetore.
+— Ad ogni modo però, siccome era ricchissimo e possedeva il migliore
+falerno della repubblica, di notte molti patrizj si recavano nelle sue
+stanze e vi si trattenevano empiendo di continuo le tazze alle anfore
+indulgenti che stavano nel mezzo del circolo degli amici. — Quinto
+Curio venne dunque a lui e tante tazze tracannò che il suo discorso
+erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo dai sedili, mal si
+reggeva sui piedi, e in queste condizioni recossi come di consueto a
+visitare l’amante Fulvia.
+
+
+
+
+VI.
+
+FULVIA E QUINTO CURIO.
+
+
+Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del palagio, vi si trattenne
+un istante ed il suo corpo fece quel movimento tutto particolare agli
+ebbri e che somiglia a quello di un pendolo capivoltato.
+
+Dei servi adunati nel cavedio la maggior parte stettero seriissimi e
+in silenzio, perchè sapevano ch’esso era l’amante della padrona ed esso
+medesimo quasi padrone. — I più stettero dunque serj, ma due o tre non
+poterono trattenersi e diedero in uno schianto di riso scandalosissimo.
+— Curio, barcollante, quantunque dignitosamente avvolto nel manto
+senatorio, si irritò di quelle risa, e:
+
+— Bestie del foro boario, gridò con accento incerto e come d’uomo
+apopletico. — Bestie del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò
+fustigare a sangue. —
+
+E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze di Fulvia che soleva
+vegliare tardissimo.
+
+I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio,
+ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean
+saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.
+
+Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e
+come potè si mise a sedere.
+
+Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una
+giovinetta schiava:
+
+— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e
+della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa
+Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la
+regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente
+farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento
+di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. —
+Cedila dunque a me.
+
+Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe
+dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta;
+nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare
+quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo,
+si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì
+dalla stanza.
+
+La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la
+sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti
+umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era
+sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.
+
+Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da
+qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un
+amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro.
+— Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte
+recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel
+giovine in qualche magistratura.
+
+Cicerone era _Quartumviro alla Moneta di Roma_, quel che oggi si
+direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè
+desse posto a quel giovine negli uffici della _Moneta_ appunto. —
+Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a
+quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente
+rimaner tinte le mani.
+
+Fulvia, quando la schiava fu uscita:
+
+— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore
+Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe
+una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella
+torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna
+cosa.
+
+— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco più che Giove ed Apollo è
+sovente consigliero di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè
+la lingua si rifiutava al suo istituto), e vo’ dire che Bacco infonde
+sapienza e coraggio. — Tu non sai, Fulvia, quello che io so, nè verrà
+mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero sia, no: errai, il dì verrà ed è
+prossimo che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, sebbene io non
+abbia segreti per te, pure devi essere circondata dal più nebbioso
+mistero.
+
+— Hai misteri per me tu? ebbene domani all’ostiario e agli altri servi
+comanderò d’impedirti la soglia del mio palagio.
+
+Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, si riebbe
+dall’ebbrioso sopore, e:
+
+— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se io mancassi a un giuramento?
+
+— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto degli altri tutti,
+ma io, da te, o Curio, debbo essere costituita in singolare privilegio.
+Chi ha misteri con chi dice d’amare, non ama. —
+
+E pronunciò queste parole con accento blando e carezzevole, ma udendo
+il quale chiunque non fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo suono
+perfido e mendace e insidioso.
+
+Fulvia sapeva della congiura e provò anzi dispetto che Sempronia non
+l’avesse mai chiamata alle adunanze preparatorie; sapeva anche delle
+conventicole clandestine a cui erano invitati pochissimi; ma non
+avea mai sospettato che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva uom
+dappoco e inetto a qualunque impresa; però si mise in sull’ale quando
+lo sentì a toccare del giuramento.
+
+E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore e per la debolezza
+nativa non seppe trattenersi, e:
+
+— Si sta maturando una grande impresa, ma a prepararla ha a compirsi un
+fatto pel quale anche tu, Fulvia, sarai vendicata.
+
+— Io?
+
+— Tu....
+
+E Curio si soffermava come sonnolento.
+
+— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi gridava, scuotendolo da quel
+letargo.
+
+— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte accesa d’ira m’hai detto
+che dal console Cicerone avesti a sopportar contumelia.
+
+— Ebbene?
+
+— Domani a quest’ora questo non sarà più possibile.... gl’inferni dei
+avranno già accolto il console.
+
+— Oh.... che narri?
+
+— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso nella medesima sua casa. —
+Verguntejo.... conosci tu Verguntejo?
+
+— Sì, prosegui.
+
+— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... Domani sera
+visiteranno il console e.... La repubblica in quel punto verrà trafitta
+a morte insieme con lui.
+
+— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e
+va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e
+perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti
+farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.
+
+Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.
+
+Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come
+se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva
+sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.
+
+Tornò il servo.
+
+— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e
+mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e
+divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.
+
+Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si
+rifiutasse.
+
+— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. —
+Anche l’ora è tardissima. — Va.
+
+Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio
+semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’
+cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così
+preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.
+
+Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse
+alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.
+
+Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.
+
+L’auriga rispose: — Siam già presso alla seconda ora dopo la media
+notte.
+
+— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e sollecita i cavalli.
+
+L’auriga tacque e attese al debito suo.
+
+
+
+
+VII.
+
+FULVIA E CICERONE.
+
+
+In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. Un profondo silenzio lo
+circondava e lo occupava di dentro.
+
+L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli ostiarj si davano il cambio
+e non abbandonavano mai le porte delle case.
+
+Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.
+
+L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, domandò che cosa
+era avvenuto.
+
+— Reca questa tavoletta al console; anche se fosse nel cubicolo,
+sveglialo.
+
+— A quest’ora è ancora nella biblioteca.
+
+— Bene è.
+
+L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.
+
+Il servo entrò nella biblioteca.
+
+— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.
+
+— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi
+siede.
+
+Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte
+sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose
+relative alla patria e a te.»
+
+Cicerone rimase stupito.
+
+Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione,
+ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla.
+L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita
+inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia
+non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo
+anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.
+
+Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo
+degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata
+quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò
+non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue
+gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli
+ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse
+in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue
+orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva
+l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che,
+dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli
+non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per
+qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un
+ferro.
+
+Fulvia entrò.
+
+Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche e grandiose, sopraciglia
+fitte, occhio nero e saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò
+innanzi a Cicerone.
+
+— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, per la tarda ora: bensì
+voglio ringraziamenti da te.
+
+— Siedi, e parla.
+
+— Se io adesso non fossi qui, tu domani a quest’ora saresti già
+piombato in Acheronte.
+
+— E da chi sai tu?
+
+— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa di Catilina, dove Cajo
+Cornelio e Lucio Verguntejo si offerirono di portarsi alla tua casa e
+sotto colore di salutarti, darti la morte, passò come di consueto da
+Messala ad ubbriacarsi, e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente
+melensa, fatta più immelensita dal vino, mi svelò tutto; onde io venni
+da te senza por tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi
+dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.
+
+— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora parti. — E chiamato il
+servo, — Appresta il cocchio, gli disse.
+
+Fulvia si alzò, e:
+
+— Se la repubblica più volte fu custodita con sapienza da te, questa
+volta crollava di certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella lotta
+che ancora non è cessata ti ajutino gli Dei immortali.
+
+Così detto, si partì.
+
+Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, uscì, stette ad
+aspettare il cocchio, vi salì, e recossi alla casa del console Antonio.
+
+— Di troppa indulgenza — pensava strada facendo — si usò con questo
+Catilina; lo si doveva abbattere fin da quando tuonai contro di lui in
+Senato.
+
+Lo sfoggio del _quousque tandem_, onde le cattedre gonfiaron gli
+orecchi di tanti milioni di studenti, era già successo fin dai
+tentativi della così detta congiura di febbrajo.
+
+
+
+
+VIII.
+
+CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.
+
+
+Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed era addormentato.
+
+Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo grado, costretto a
+svegliarlo.
+
+E il console Antonio, vecchio soldato che per trent’anni aveva fatto
+le guerre con coraggio e con fierezza, e che vestendo squaglia di
+coccodrillo era duro e intrattabile anche nelle relazioni domestiche,
+quando fu svegliato coprì d’ingiuria il servo e quasi volea
+percuoterlo; se non che il servo fu presto a dirgli:
+
+— Console, è qui Cicerone.
+
+— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.
+
+— Egli mi comandò di svegliarti.
+
+— Va, fa che non attenda troppo. Digli che lo aspetto.
+
+Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:
+
+— E che avvenne di sì grande che a quest’ora io ti vegga qui? Ben
+potevi comandarmi, che sarei venuto io.
+
+— Non c’è tempo a perdere; la congiura è matura e sta per esplodere.
+Io dovevo essere ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. Questo mi
+fa credere esser vero quanto mi fu riferito, avere lo stesso Cornelio
+e Lentulo, Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter tutta Roma
+in fiamme e di governarne l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere,
+Antonio, e come fulmine colpirli tutti.
+
+Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, e l’aveva
+incoraggiata. Affogato nella molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo
+di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era lasciato attrarre dalle
+tentazioni di Catilina. Ma a questo punto, venne forzato a respingerla,
+e la repentina diversione, che era tradimento, lo rese più zelante di
+Cicerone stesso; pensò che era console e ridivenne soldato inesorabile
+e nimicissimo degli amici. Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe
+segreto avviso di uscir tosto di Roma. Pare che lo stesso Caio Antonio
+abbia provveduto a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati
+adunque la medesima notte, quanti poter dei propri seguaci e delle
+viragini donne, la Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e di
+quelli che dovevano radunare i giovani patrizi uscirono tutti dalla
+città che ancora non era l’alba, e per diverse porte, prendendo per
+diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori di Roma il luogo del
+ritrovo comune doveva essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta
+Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina veniva il cocchio di
+Sempronia; sedeva con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro cocchio
+dove stavano la Precia e la Flora.
+
+Queste donne avevano fermato e giurato di combattere come uomini, di
+vincere o di morire. E ben potevasi esser certi che la loro fermezza
+era incrollabile.
+
+Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta Portuense uscì Marco Sceva,
+e a questi, lungo la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero
+a congiungersi tutti i giovani patrizi. I veterani che Catilina aveva
+raccolti, pagandoli, e che erano condotti da un centurione di Fiesole,
+medesimamente assoldato, erano già a Monte Castrini quando Catilina vi
+giunse. Esso aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la fortuna senza
+una mano di soldati esperti ed induriti nelle armi. Questi avrebbero
+dato coraggio ai giovani che non avevano ancora fatto sufficienti prove
+nelle varie battaglie.
+
+Intanto che la gente di Catilina veniva a congiungersi tutta, i pochi
+sciagurati ch’erano rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere
+e strangolare nel carcere Mamertino, arbitrariamente, violentemente,
+senza processo. Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre della
+Patria, così avendo voluto la fortuna, chè merito nessuno egli non
+aveva avuto in quel fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio,
+e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe caduto nell’insidia
+di Catilina. Eppure di questo avvenimento, del quale avrebbe dovuto
+vergognarsi, si vantò per tutta la vita, assai più che delle sue doti
+veramente insigni, e della sua grandezza oratoria e delle altre sue
+virtù straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva aver detto il
+falso, e Fulvia per qualche vendetta poteva essere stata bugiarda; ma
+nel dì stesso che i congiurati erano stati messi a morte, essendo stato
+Cicerone ragguagliato che Catilina capitanava assai gente, la quale
+ogni dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere le città vicine
+alle quali chiedeva e da cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio
+console di raccogliere quanti soldati potesse e muovere incontanente
+contro Catilina, e Antonio amico di Catilina e congiurato con esso,
+mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe potuto schermirsi perchè
+soffriva di podagra, pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo
+soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, e avendo per luogotenente
+il legato Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale avrebbe
+dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
+
+Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego e gli altri
+sventuratissimi erano stati strangolati, mentre egli sebbene
+vituperevole del vilissimo tradimento che compiva, procedeva burbanzoso
+alla testa dell’esercito, tenendosi certo della vittoria e per la
+fiducia che aveva nell’arte propria e nell’esperienza lunga e nel
+provato coraggio, e perchè sapeva o congetturava almeno di aver sotto
+di sè maggior numero di uomini, e soldati tutti, che non poteva averne
+Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti che, siccome gli era
+stato riferito, avevano seguito Catilina dovevano in campo riuscire a
+colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato fra le armi e copertosi
+di gloria, non aveva mai comandato un esercito nè governato mai per sè
+solo una guerra, però l’idea del tradimento egli velò e coperse sotto
+alla nube sanguinosa della gloria militare. — È degno d’osservazione
+come Sallustio non dica nulla di questo.
+
+
+
+
+IX.
+
+LA BATTAGLIA DI PERUGIA.
+
+
+Catilina saputo come il Senato gli mandava incontro un esercito
+poderoso, saputo inoltre, con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio
+console lo comandava, fra aspri monti a gran giornate venne nel campo
+di Pistoja, ma Quinto Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò
+esso pure a gran giornate nel Piceno e qui si accampò; e Antonio col
+forte delle sue genti veniva a congiungersi a Metello per ovvio e
+facile cammino all’intento di chiudere ogni scampo a Catilina.
+
+E questi nella prima parte di questa breve guerra mostrò grande
+sapienza militare, tenendo ognora in iscacco il console, ora accennando
+di muovere verso Roma, quando Antonio lo sospettava avviato verso la
+Gallia Cisalpina, ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, quando
+Antonio lo sospettava avviato per gli Apennini a Roma.
+
+Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta e la morte dei congiurati
+tolsero a Catilina ogni speranza di potere, traendo in lungo la guerra,
+ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto egli stesso. — Disanimati,
+moltissimi uscirono dalle sue file, per il che sebbene da principio
+egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi a lui in gran
+numero per acquistar libertà, si piegò ad accoglierli, onde il suo
+esercito potè presto salire a quasi diecimila uomini.
+
+Quinto Metello Celere con tre legioni occupò il campo Piceno, e Antonio
+e Petrejo lo andavano inseguendo celerissimamente e con esercito
+poderoso; però non sperando nulla per allora dagli amici che stavano a
+Roma, pensando che soltanto dalla fortuna delle armi e dalla vittoria,
+non facile ma possibile, poteva dipendere l’adempimento de’ suoi
+disegni, Catilina risolse di venire a battaglia.
+
+Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici pare di dover
+desumere che qui avvenne il conflitto) dopo alcune marcie e
+contromarcie vennero ad incontrarsi i due eserciti.
+
+Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse combattere in persona per
+la podagra, pure scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare
+i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per la patria, pei figli,
+pei lari; l’oste nemica, è oste di vili, d’imbelli, di scellerati.
+Anche donne stanno in quel campo contaminato, e adolescenti non
+ancora addestrati nel campo di Marte; onde se l’ottenere vittoria
+contro coloro non può dare gloria nessuna a voi soldati veterani, una
+sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia senza esempio, e tale che più
+non sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; però vi esorto
+a condurre la battaglia in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno
+dal campo nemico possa tornare in Roma; chè tutti coloro, uomini,
+adolescenti, per la virtù fatale dell’infame Catilina, reduci in
+patria vittoriosi, spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero
+le sacre leggi, recherebbero la morte nel seno delle vostre case, ad
+intento di vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
+
+E come il console Antonio arringò i propri soldati, Catilina attese a
+infondere coraggio e fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le
+sue parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco Sceva il quale
+capitanava la parte più giovane del campo catilinario. — Erano da
+due a tre mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già militato. —
+Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto fierissimo a vedersi e veramente
+strenui. Molti di loro non erano militarmente vestiti, nè tutti avevano
+armi da campo — tenevano lancie, ronche, pertiche, forche. Marco
+Sceva misurando dalla propria la virtù altrui, era pieno di speranza
+generosamente baldanzosa. — A quella parte del campo non v’era nessuno
+che varcasse gli anni ventiquattro; i più stavano fra il sedicesimo
+e il ventesimo anno. Marco Sceva dunque prima della battaglia disse
+parole forti a quei giovinetti forti.
+
+— A quale intento siamo qui noi oggi, o giovani generosi? che io
+chiamo eroi; chè già lo siete, non per altro che perchè siete qui.
+— Lo sareste anche senza la battaglia a combattersi, anche senza
+il sangue che verseremo, anche senza la vittoria che strapperemo al
+nemico, se gli dei la concederanno. — Ma perchè siamo qui? Voi tutti
+lo sapete; per infondere nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare
+all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo qui oggi per tentare di
+far quello che Cesare propose — _Cessi oggimai la Legge di divorare la
+Giustizia._ — Ecco il motto del divo Cesare; la giustizia trasformi,
+rinnovi la legge, e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba essere
+benedetta da quanti tengono l’onestà dell’intelletto e la sapienza
+sincera.
+
+Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei coetanei, per ottenere una
+legge ragionevole e per distruggerne una tanto feroce quanto antica
+— essa è tale, che essendo noi liberi, pur dobbiamo vivere schiavi
+in perpetuo. — Io non vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi
+debbono essere religiosamente venerati. — Ma non dobbiamo essere in
+piena balìa delle loro ingiustizie, quando essi ne commettono. Non
+è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo vedo sulle vostre facce
+ardenti. — Pensate che questo è un giorno supremo. Bisogna vincere o
+cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste in patria, sareste
+tutti scannati dai vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa
+ed esecranda per voi e le case vostre; mentre cadendo col ferro in
+pugno avrete gloria e tale da comandare l’ammirazione ai vostri padri
+stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, e persuaderli ad
+abrogare la legge nefanda.
+
+Dopo queste parole di Sceva e quelle che già aveva dette Catilina,
+questi dopo aver comandato di discendere, accanto ai pedoni, a quanti
+stavano a cavallo, perchè così non credessero gli uni di essere in
+peggiore condizione degli altri, fece dar nelle trombe; esso aveva
+diviso le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò di fronte,
+l’altra tenne in riserva. — Le truppe consolari sommavano a ventimila
+uomini; tra questi i più erano veterani; il resto constava persino
+di militi più o meno nuovi, constava persino di giovani patrizj
+avversissimi a quelli che sapevano combattere nel campo catilinario,
+e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi i padri, e per
+prepotenza di fibra cornea.
+
+Erano quelli i colli torti di Roma antica.
+
+Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali
+alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui
+quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava
+moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di
+ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
+
+È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani
+del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva
+dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo
+incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel
+primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro
+amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di
+agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice
+di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve
+sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi
+caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo
+che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia
+divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi
+e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla
+destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile
+maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso
+era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla
+forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un
+momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato
+assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti
+giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico,
+operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi
+dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi,
+infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto
+o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla
+Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si
+mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito
+consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la
+giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla
+resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade
+il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore
+accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E
+mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: —
+Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali
+era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva
+venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore
+sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel
+disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde
+della ferita e della stanchezza.
+
+
+Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora
+spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella
+parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla
+speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte,
+cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non
+avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero
+colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. —
+La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non
+fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero
+fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando
+videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso
+argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore
+della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio —
+qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si
+stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le
+guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo
+quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con
+occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente
+Sempronia venne spogliata.
+
+Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno
+tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza
+vennero scannati dai loro padri.
+
+Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina
+sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare,
+che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente
+si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con
+sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e
+cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
+
+
+
+
+X.
+
+CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
+
+
+A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
+
+Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica,
+vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al
+cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento
+d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.
+
+Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto reso a Cesare non pareva
+benevolo.
+
+— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. Però meglio era se
+l’ostiario mi avesse rimandato.
+
+— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che ancora mi commove, non
+concede ch’io mostri a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o Pompea.
+Ascoltami, Cesare.
+
+Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora sedicenne, una statura
+e una costruzione dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, se
+la severità non paresse smarrirsi e quasi consolarsi anch’essa nel
+completo rigoglio delle forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco
+del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso quasi di sorriso,
+mentre sembravano vietare l’amore appassionato, provocavano nei giovani
+ammiranti l’avidità della conquista, un’avidità acuta, inquieta,
+indomabile, quantunque altri potesse sospettare che, compiuta la
+conquista, non sarebbe sembrato altrettanto prezioso il possesso. La
+severità pungeva il desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva
+mantenerlo.
+
+Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; parole che, sebbene
+avessero l’intento di rispettare la presenza paterna, pure, accentate
+come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, l’occhio
+sfavillante del quale pareva riscaldare quella castità al punto
+da trasmutarla nel suo opposto, agitarono per modo il sangue della
+fanciulla, che tutta si coperse di rossore, e rispondendo breve e
+decorosamente severa, di là si tolse.
+
+— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta sì formosa tua figlia, se
+fin qui la tenesti sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai io non la
+vidi.
+
+— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa oggi stesso. E ancora
+fremo pensando a colui che tanto osava.
+
+— E chi è?
+
+— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me come ora tu la vedesti. Però
+quand’io partii per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata a
+vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi ed entrò ne’ miei giardini
+e trovò modo di volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi ei mi
+trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, com’è suo costume, minacciò
+volere mia figlia in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose feroce;
+ma lo lasciai scornato dicendogli, non mi tenesse più parola di questo;
+chè, per gli Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che mia figlia
+dovesse diventar cognata della infame _Quadrantaria_.
+
+Codesto soprannome di _Quadrantaria_, dato alla sorella di Clodio,
+era di turpissima origine. Derivava dalla parola _quadrante_, la più
+vile moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti nelle terme, ad
+esagerazione di maldicenza, volevan significare come Clodia, ad onta
+dell’alto casato e delle ingenti ricchezze, fosse immonda di tanta
+avarizia quanto lo era di lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un
+_quadrante_.
+
+— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non
+insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece
+ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta
+voce _Quadrantaria_, quand’essa passeggiava per la via Sacra.
+
+— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.
+
+— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea.
+Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre
+sangue ferino.
+
+— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
+
+— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?
+
+— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do
+Pompea in isposa.
+
+— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono
+statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a
+Cesare.
+
+
+
+
+XI.
+
+CLODIO E POMPEA.
+
+
+Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora
+come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira
+per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva
+d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad
+ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio,
+dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi
+pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta
+della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa
+e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la
+gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are
+votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere
+splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione
+da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa
+diva.
+
+In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare
+la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea
+era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava
+la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella
+solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad
+imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto
+da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente.
+Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo
+tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la
+solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma,
+il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose
+venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa
+concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego
+quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva
+colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere
+Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.
+
+Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi
+a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il
+rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto
+sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea,
+e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a
+tutti.
+
+Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di
+Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza
+affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone,
+dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva;
+ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo;
+subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con
+atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai
+uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto
+ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella
+scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel
+proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate,
+ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
+
+In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da
+una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già
+parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava.
+Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma
+si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei
+bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la
+famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
+
+Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti
+poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli
+sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che
+l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno
+fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di
+Roma.
+
+— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte
+quale tu sei.
+
+E si mise a sedere vicinissima a lui.
+
+In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio.
+Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa
+il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si
+assomigliavano.
+
+— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu
+potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
+
+— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono
+le medesime.
+
+Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un
+tratto balzato in piedi:
+
+— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito della castissima dea.
+Chiama qui le tue ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti più
+candide e più pompose.......
+
+— E a che?
+
+— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. Vo’ vedere se in beltà anche
+una donna possa venire a gara con me.
+
+Clodia crollò la testa, sorrise, e:
+
+— Se questo gioco, disse, può valere a placarti l’ira, io farò in modo
+che Paride abbia a gettarti il pomo nel confronto di Venere stessa.
+
+E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle portanti lini e bissi e
+pallii e pepli e corone e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e
+viole del lido argolico.
+
+Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e gridando: — Fate presto
+— si sfilò per la testa la toga, e apparve ignudo come Alcibiade,
+scoperto da Socrate nel gineceo.
+
+E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli la stola di bianchissimo
+bisso, il quale per le donne allora era in uso più del purpureo; e gli
+sovrappose una cerulea stola, e gli cinse strettamente i fianchi con
+una zona di lamina d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
+
+— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual mai donzella si vide più
+avvenente di costei?
+
+— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio dorato, disse Clodio.
+
+— Che pensi tu....?
+
+— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e
+vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi
+intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e
+Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io
+voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti
+il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito
+scandalo.
+
+Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè
+lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che:
+— Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il
+segreto.
+
+Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio ascese il cocchio in
+modo sì virile, che contrastava troppo alla candida stola e alla corona
+di rose.
+
+La silenziosa Roma risuonò poco dopo del sollecitato cocchio, il quale
+si fermò innanzi al palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella
+notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della Suburra.
+
+
+
+
+XII.
+
+LA FESTA DELLA DEA BONA.
+
+
+Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva sul Palatino. Era
+di costruzione etrusca; veduto all’esterno pareva una dimora cadente
+in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a ripararlo; l’avrebbe anzi
+smantellato in guisa da farlo parere una rovina ancor più illustre,
+assidua commemoratrice ai Romani della vetustà del suo casato. Ma
+varcato il pronao, anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi,
+tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, diremo, la luce della pompa
+orientale e meridionale. La madre Grecia, e la Grecia grande, e l’Asia,
+e l’alto Egitto, quasi a rappresentare là dentro l’assorbimento romano,
+e la divoratrice conquista, sfoggiavano tutto quello che l’arte, e il
+lusso, e la corruzione avevano trovato nelle patrie dell’alloro e del
+non ancora rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio spazio che
+divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava
+delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di
+ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati
+i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde
+luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro in cerchio; a
+quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali
+rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti
+in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano serpentino
+con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento,
+nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva
+fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari; ma
+l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là
+dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.
+
+Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano
+aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con
+frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che
+pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano
+alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto.
+Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le
+fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il
+cuore dai desiderj tentatori.
+
+Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di
+pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’
+suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo
+di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava
+essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno
+l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo
+dei doni immortali della divinità.
+
+Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi
+latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che
+produceva, e _Mellario_ il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare
+che quelle donne stessero innanzi alla dea, _velate di devota
+incontinenza_, preparando così la frase al poeta futuro.
+
+Quando la vestale _damiatrice_ s’inginocchiò davanti al
+simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio,
+s’inginocchiarono; e con esse quante matrone e spose e fidanzate e
+fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini
+sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per
+l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto
+il nono lustro; pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce
+delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri
+parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa
+Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava
+lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e
+solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea
+segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità
+della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime
+accensioni.
+
+Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al
+collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie
+del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il
+peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso
+ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta
+adolescente della casa _Imperiosa_. Colla chioma biondissima e l’alba
+pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda
+fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla
+Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la
+_cæruleam pubem_.
+
+Ma la _damiatrice_ pronunciò la preghiera, maritandola ad una
+antichissima cantilena del Lazio:
+
+«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora
+terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso
+nella propria luce; inspira e consiglia e sgomenta il senso delle
+mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata
+Roma; e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e
+invitto il popolo romano.»
+
+Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute
+in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si
+ribellavano all’alto concetto della preghiera.
+
+Quando tacquero i canti, la _damiatrice_ s’accinse a compiere il
+sagrificio che chiamavasi _Damium_, da _Damia_, altro nome che teneva
+la dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. Questa immolò
+alquante galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici
+tra le più giovani vestali, immersero nel _Mellario_ altrettante
+coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne
+bevettero, e le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora vuotate
+e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il _Mellario_
+rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in
+lingua greca: _Evviva il frutto di Bacco_ — e tosto cominciarono le
+danze bacchiche; e alquante donne, tra le più giovani e formose, e
+indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi in Mènadi e Tìadi
+e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome,
+svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero in pelli succinte,
+scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è per ciò che
+agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi
+vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie
+della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti,
+fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze.
+
+Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio severissimo, quasi
+disapprovasse quei danzanti cori, più che della dea, cultrici della
+troppo geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare perchè erano
+concessi dal rito biforme; nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo
+e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli sguardi onde la suocera
+la teneva in soggezione. Se non che, a un certo punto, un’ancella
+s’accostò a lei, e, annunciandole la visita di una donna, la ritrasse
+fuori del Procinto.
+
+— E chi è questa donna? chiese Pompea.
+
+— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore e comprimi il grido, se mai
+nel vederla, tentasse prorompere dal tuo labbro.
+
+— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?
+
+— No; è tale invece che ti colmerà di gioia. Ma comprimi il cuore
+perchè non ti scoppii, e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove
+onnipotente.
+
+E vennero a un recesso rimasto solitario, dove la luce dell’aula magna,
+attraversando atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un pallido
+albore.
+
+— È tra quelle colonne, disse l’ancella.
+
+E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita fece alcuni
+passi..... e prendendo a Pompea la tunica:
+
+— Or vedi se t’amo! le disse.
+
+L’ancella, smemorata della propria condizione, mise una mano sulla
+bocca di Pompea, con violenza non voluta a comprimere il grido che
+n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche distanza.
+
+— Domani, continuava quella donna, io starò nel carcere Mamertino. Ma
+oggi sto qui; qui, o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda
+ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi abborra invidiandomi, e
+mi accusi innanzi a Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma
+ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È un dio in me oggi che mi
+comunica un furor sacro e un potere che varca ogni umana idea. Esci
+meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea, fuggi con me; e saziato alfine
+e risaziato il vietato amor nostro, si discenda sotterra, e l’aura solo
+degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti in una beatitudine eterna.
+
+Pompea non rispondeva, e tutta tremante si lasciava abbracciare e
+baciare e ribaciare, non potendo por freno all’insanito impeto del
+travestito Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi rapita e inebriata
+anch’essa da quei detti infuocati e sincerissimi in quel punto.
+
+Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del palagio si sentirono
+voci più vicine e fruscìo di vesti e suon di passi vicinissimi.
+Pompea, atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio; l’ancella
+confidente, che stava sull’ale a qualche distanza, accorse ad ammonirli
+che potevano essere scoperti; e Pompea, strappata dalle mani del
+giovane la propria stola, che mandò suono di prolungato squarcio,
+fuggì, e si ridusse tra la folla muliebre, occultando i lembi del
+diviso bisso.
+
+Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a tentone lungo le intime
+parti della casa, s’incontrò in alcune famule che là vegliavano. Quella
+donna aggirantesi colà solitaria provocò l’attenzione di esse; e la
+più vecchia ed astuta, domandando con voce alta di chi chiedesse o di
+che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose iracondo, ma la voce
+maschile, sebben di suono bastardo, non saputa alterare in quel momento
+di eccitazione e d’ansia e d’incertezza, lo tradì e lo scoperse; e
+la scaltra vecchiarda che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti
+di Clodio, e obbedendo riverente ad Aurelia, credeva gratificarsela
+con ostentare avversione a Pompea, lo conobbe e lo nominò forte; e
+corse ad Aurelia, ed empì di scandalo e di orror sacro le vestali e la
+moltitudine delle donne che affollavano il Procinto, annunciando che un
+uomo aveva invaso il tempio della dea antropofoba.
+
+Allora le matrone travestite da _Bassaree_ e da _Tiadi_, armate
+di bastoni intrecciati di pampini e d’ellera, mossero in cerca del
+profanatore, e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo gli oscuri
+atrj. Lo circondarono affollate, gli gridaron d’uscire; nè ancora
+movendosi colui, lo percossero spietate, sospingendolo alle porte.
+Tra quelle _Tiadi_ e _Bassaree_ v’erano forse le smesse e dispregiate
+amanti di Clodio, che, immemori in quel punto della dea profanata,
+provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti. E Clodio uscì,
+facendosi delle braccia valido schermo al volto che serbò inviolato.
+
+Alla notte succedeva il conticinio, o il primo crepuscolo.
+
+
+
+
+XIII.
+
+AURELIA E CESARE.
+
+
+La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio che si stendeva davanti
+al palagio di Cesare, scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote
+di cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea gridava i nomi
+delle uscenti patrizie; e gli aurighi accorrevano. Suonavano nell’aere
+crepuscolare gli appellativi delle più vetuste case romane: Arvina
+Domus, Bubulea, Calpurnia, Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia...
+
+E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe il dilucolo, e tutto
+fu silenzio intorno al palazzo, Aurelia uscì in cocchio dalle porte,
+e recossi alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio. Discese,
+entrò. Cesare vegliava nella biblioteca. Egli alzossi quand’ella gli
+comparve innanzi.
+
+Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna somiglianza tra loro.
+Aurelia aveva l’occhio ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva nero,
+profondo, saettante. Della madre non teneva che la linea del mento
+larga e quadrata, linea che poi la scienza rivelò significare la
+fermezza implacabile del carattere, e la forza della volontà. Della
+madre teneva pure la pallidissima pelle e la bocca non descrivibile,
+ma parlante anche nel silenzio. Del padre, che non conobbe, ei teneva
+quegli elementi discrepanti, che rompendo la linea severa di una troppo
+uguale virtù, la estendono e le comunicano una varietà infinita. Il
+padre aveva rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non volle mai
+stancarlo nè col greco d’Omero, nè con quello d’Esiodo; aveva militato
+strenuamente perchè a tutto era atto; ma appena gli fu concesso, erasi
+ritratto in villa, dove morì in età appena virile. Da codesti mortali
+che non fanno dispendio delle doti onde la natura fu con essi liberale,
+nascono per consueto i grandissimi uomini.
+
+È il cervello forse, non mai adoperato, che trapassa nei generati,
+vergine, e intatto, e con moltiplicate forze, in quella guisa che
+l’avarizia paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze.
+
+— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora, o madre?
+
+— È più che grave; è inaudito: e volli che tu lo sapessi da me,
+prima che la voce di Roma giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste
+muliebre, penetrò questa notte nella casa Giulia; nella tua casa, che i
+Romani chiamano sacra, quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti
+della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone, sagrificavamo. Ei
+vide e parlò e tese insidie alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il
+vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe. Lungo la intera mia
+vita, che già misura nove lustri, non fu consumato mai così nefando
+sacrilegio. Appena se ne rammentava mia madre, che morì settantenne
+prima che tu nascessi. Ma domani, innanzi alla maestà del Senato,
+tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta. Le pene del
+carcere Mamertino vengano a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il
+decretato lustro, invece del perpetuo esilio, l’empio insultatore abbia
+morte sul Campo Scellerato. Una legge nuova surroghi l’antica.
+
+Cesare stette in silenzio per qualche tempo, e sulla sua fronte
+chinata, si vedevano, quasi nubi, a passare i pensieri; ma, a un
+tratto, di tetro, fatto calmo e sereno:
+
+— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa alle agnelle, non per
+ciò le agnelle vengono contaminate, nè patisce disonore il padrone
+dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso certissimamente?
+
+— Mille donne il videro.
+
+— Era vuotato il _Mellario_ quando lo videro?
+
+— A che accenni tu?
+
+— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, acqua tersa e leggera,
+che attraversando cento miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel
+_Mellario_ sacro avesse brillato quest’onda, non avreste veduto Clodio;
+no, ma la sorella di lui. Castore e Polluce erano men gemelli di
+costoro due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.
+
+— E dunque?
+
+— Io dovrei accusar Clodio domani, come la legge impone, ma non
+l’accuserò. Di codesti Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno
+appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni modo: nella testa, nel
+cuore, nel sangue. E costoro mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel
+che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla destra); non mi
+basta il tempo per provvedere alle inutili vendette che tu mi consigli.
+Altre vendette io voglio, ma grandi, più grandi di Roma, grandi come
+l’universo. Codesti Clodj son belve, e l’uomo usufrutta le belve,
+solleticandole. Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella penetrò
+nell’apprestato santuario della dea.
+
+— Ma e permetterai tu che Pompea?...
+
+— Ella non fu che sventurata....
+
+— Sventurata?
+
+— Sventurata che le verghe abbiano strappato una menzogna alla
+bocca dell’ancella; che le vestali e le matrone prostrate alla dea
+castissima, l’abbian creduta capace di tradir me, me Cesare, figlio
+della veneranda Aurelia, e che perciò io debba essere costretto a
+ripudiarla.
+
+— Non ti comprendo, o Giulio.
+
+— Il tuo senno doveva precorrere il mio. Non basta che la moglie di
+Cesare sia innocente, ella doveva essere superiore ad ogni sospetto.
+Però, se non fu, esca dalla mia casa e si cerchi altro marito. Ed ora
+bacia tuo figlio, o veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè gli
+occhi tuoi accusano la stanchezza della notte vegliata.
+
+Aurelia, grave e silenziosa, partì.
+
+Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla in fronte con
+riverenza. Ei fremeva di dentro; ma la madre non vide che serenità e
+calma.
+
+
+
+
+XIV.
+
+I BAGNI AL PONTE FABRICIO.
+
+
+Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta Roma stette variamente
+commossa di stupore. Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi ai
+riti privilegiati della dea Bona con sacrilego intento. Solo nell’anno
+640 di Roma un improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto da
+curiosità spensierata, vi si era accostato; e scoperto, e condannato, e
+chiuso nel carcere Mamertino, vi era morto prima che spirasse il lustro
+espiatorio. Ma anche fuori del sacrilegio, onde inorridivano i devoti
+di quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile agli stessi
+conscellerati suoi amici e seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di
+Cesare, del prediletto, del già divino Cesare; per l’offesa recata ad
+Aurelia, sacra tra le matrone; e l’insulto, onde nella baciata Pompea
+aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel tempo, tornato allora
+dalla guerra mitridatica, tra i raggi di una gloria che non pareva
+superabile, e i fumi di un orgoglio senza misura, onde nel tempio
+consacrato, dopo il trionfo a Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver
+esso uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento navi, conquistate
+più di mille e cinquecento città. — Però i riti più vietati, la
+castità più custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei due più
+benedetti dalla dea Fortuna, Clodio aveva saputo avvolgere in un’onta
+sola.
+
+Intorno all’ora che i Romani chiamavano _meridiei inclinatio_,
+risuonava di voci il grande edificio dei pubblici bagni, che Cesare,
+essendo edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza, sebben
+di legno, presso al ponte Fabricio. Prima di Cesare, i pubblici bagni
+avevano servito soltanto per le povere classi; ma con lui e per lui
+vennero poi frequentati anche dai ricchi patrizj, dai senatori e dai
+cavalieri. A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre si scorgeva in
+esso l’intento sociale di equiparar le classi, di abbassare la nobiltà,
+confondendola con quella che Tullio chiamò _la feccia di Romolo_,
+e di rendersi così affezionata, obbediente e ligia la parte massima
+del mondo romano, ossia quella vasta e varia ed eterna plebe, mare
+magno nel quale egli intendeva di soffiar la procella a sua voglia,
+e di mandarvi naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era
+vastissimo, e poteva contenere più di tremila persone. Era di legno, ma
+non appariva tale, perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro faceva
+splendidi gli architravi e i capitelli corinzj. Intorno all’edificio
+balneario v’erano botteghe e taberne d’ogni genere; le più eleganti
+sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste alcune che sulla facciata
+portavano scolpita la parola — _Refectorium_. — Fuori di esse v’eran
+tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri con stelle, a riparo
+del sole. Alle cineree toghe degli ultimi plebei, alle _pulle_ degli
+atrati, mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio
+balneario, e purpurei laticlavj, e toghe pure e palmate e preteste, e
+loriche metalliche di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe,
+fu vista a brillare anche la clamide _coccinea_ di Pompeo che uscì
+all’aperto recandosi sotto una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava
+conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto Scevola, e
+col rètore Diodato, che egli alloggiava. Allorchè splendette al sole
+la clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende dal Palatino, se
+ne veniva a cavallo, seguito da due famuli equarj incontrandosi nel
+cocchio di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova del padre di
+Augusto, che, fanciullo di tre anni, ella si teneva d’accanto. Esciva
+in quel momento anch’essa da quei pubblici bagni, cosa di cui gli
+storici fanno particolare menzione.
+
+— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài riputazione a questi luoghi;
+bene sta che il tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro agli
+Dei.
+
+— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa per la prima volta nella
+vasca dei fanciulli che non pagano il quadrante. Pareva un picciol nume
+fra gli altri che carezzosi lo attorniavano. Certo non è più venusto nè
+più roseo il figlio alato della dea da cui derivi. —
+
+Ed ecco un problema storico.
+
+Nei tempi della prisca repubblica, quando le più rigide virtù erano
+custodi della libertà, i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla
+plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere, nè il suocero col
+genero. La repubblica non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza di
+essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe. Cesare aveva condotto
+le cose di maniera che così avvenisse; come aveva tentato instaurare
+i giochi greci, per intenti che non pareva avessero relazione alcuna
+con essi. Pompeo mesce la clamide alle _sordide_ dei plebei; il
+fanciullo Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme ai fanciulli
+volgari. Cesare non sapeva i destini del fortunatissimo fanciullo,
+come non sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico in mezzo
+alla moltitudine, e che Alessandro Severo, nelle terme da lui erette,
+sarebbesi mescolato col basso popolo, e, siccome narra Lampridio,
+sarebbe tornato pedestre al palazzo imperiale in mezzo alla folla,
+colle vesti ancora indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà, è
+agevole a chi si tiene la supremazia di fatto, il dare spettacolo di
+eguaglianza apparente.
+
+Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre d’Augusto, una frotta
+di giovanetti appena pretestati, usciva dai bagni schiamazzando.
+Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli. Il primo era già ben
+noto in Roma pei meriti paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza
+muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando coll’assiduo esercizio e
+l’arte che gli comunicava il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei
+giochi del circo, il desiderato dalle proterve romane, l’amante della
+famosa Galeria Emboliaria, la meravigliosa attrice romana, la quale,
+non ancora trentenne, possedeva case in città, e ville a Tivoli e a
+Brindisi, e seicento talenti (più di due milioni di lire italiane)
+che depositati nelle casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del
+tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei pochi giovinetti reduci
+dai campi sanguinosi di Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia, e
+combattendo strenuamente con essi, con essi era caduto, e come estinto
+era stato trovato sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una profonda
+cicatrice che, dal sopracciglio destro tagliato, saliva traversale
+fino al sommo delle tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva, se
+ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo scorrere la destra sui
+capelli dell’uno e dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca al
+ben chiomato Antonio.
+
+La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva innanzi alle taberne,
+con nappi colmi di sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al
+gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza sapere, senza nemmeno
+sospettare di quali e quanti eventi il fato e la fortuna stava per
+renderli inventori e agitatori e vittime e raccoglitori beati. E in
+quel punto il cavallo di Cesare attraeva l’attenzione di tutti, perfino
+quella di Cicerone, per un istante smemorato del passato, spensierato
+del futuro. Eppure, tutta Roma rumoreggiava in quel momento di
+Cesare, e della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e del misfatto
+sacrilego, e dell’insulto fatto al cielo ed alla terra, e della
+onnipotente maestà del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei e
+i posteri colla terribilità della sentenza e dell’esempio.
+
+Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed elegante irrequietudine
+dalla mano esperta e dal consapevol piede del cavaliere, doveva per
+un momento trattener le parole sulle labbra di tutti gli astanti, e
+chiamare i loro sguardi sul pelo color margarita, che i pascoli dello
+Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante, e sulla criniera
+negra e il collo arcuato e le nari espanse e gli occhi sanguigni e
+gl’ineffabili garetti. Cesare voleva preparare Roma a negare importanza
+a quello che era avvenuto la notte prima, ostentando la propria calma
+nello spettacolo del frigio poledro.
+
+E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando parte a parte le forme di esso:
+
+— E perchè, disse, o Cesare, non concedi nessuno lo ascenda di te
+infuori?
+
+— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja di palmi; tanto è
+caparbio nel non volere che altri gli comprima il dorso.
+
+Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì la via. Il fanciullo
+Augusto, dalle guancie rosate e paffutelle e dagli occhi azzurri,
+colle manine a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio assai più
+che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!). E Cesare lo inseguiva con
+lento e meditante sguardo. Pareva che qualche Sibilla vaticinante lo
+commovesse in quel punto; chè quel lungo inseguimento degli occhi non
+potea derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio, raccogliendo
+indifferente quei baci, non guardava che al cavallo di Cesare con
+attenzione innamorata, e:
+
+— Se tu mi concedi di ascendere questo poledro, mi parrà di essere un
+dio; e per la prima volta un dio ti adorerà. Codesto non avvenne mai,
+da che Giove tiene l’Olimpo in governo.
+
+— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che è men trattabile dello stesso
+Bucefalo d’Alessandro. Però, se riesci a dominarlo, te lo dono.
+
+E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo il cavallo pel freno,
+si accostò, seguito da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano
+Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano ascoltarlo, e:
+
+— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare a Interamna ad avvisar
+Clodio, il quale dimora là da più giorni, che una tremenda calunnia lo
+perseguita in Roma.
+
+Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il consueto sonora; onde
+s’accrebbe il silenzio intorno a lui, e Cicerone lo guatò tra
+attonito e beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non sapendo che mai
+congetturare. E Cesare guardava, ascoltava, scrutava tutto, sempre,
+in apparenza, intento al frigio cavallo che Antonio aveva preso per
+le briglie, come se fosse già suo, e Sceva severissimo e già virile
+guardava disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo di poi saputo
+congiungere vizio nessuno a virtù stragrandi, lasciò indifferente la
+fama, e quantunque destinato, come già fu detto, ad essere l’eroe primo
+di Farsaglia, non sarebbe giunto fino a noi, se Lucano non lo avesse
+vendicato dell’ingratitudine di Cesare.
+
+
+
+
+XV.
+
+CICERONE E MARC’ANTONIO.
+
+
+Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal Senato per il giudizio
+del misfatto di Clodio, sedeva nella sua biblioteca che, al pari
+di tutte le biblioteche romane, era volta a levante, come punto più
+adatto per difendere i volumi dalle offese dell’atmosfera (_usus enim
+matutinum postulat lumen_). Intorno intorno alle pareti di quella
+stanza quadrata erano tante casse o _armaria_ contenenti i volumi
+o rotoli; ciascun _armario_ portava il suo numero d’ordine, ed era
+riposto nei _foruli_ o _nidi_. Di questo tempo la biblioteca di
+Cicerone, sebbene non ancora aumentata da quella ereditata da Attico,
+era la prima di Roma, superiore persino a quella di Cesare; ma questi
+non aveva ancor potuto colle gloriose rapine ajutare splendidamente
+la sapienza. Però sono a riputare quasi sincere le parole di Marco
+Tullio quando ebbe a dire ch’egli anteponeva la propria a tutti i
+tesori di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo solo;
+poi il _librario_, il quale era uno schiavo custode della biblioteca,
+gli annunciò che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo Pollione.
+Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente Antonio, che della mano
+destra cingeva il collo al fanciullo.
+
+Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno per settimana, quasi
+sempre _in die Jovis_, recarsi da Cicerone, per apprendervi l’arte
+oratoria, non l’eloquenza propriamente detta, ma la parte materiale di
+essa; le pôse, vale a dire, il gesto, il modo di inflettere la voce.
+Il giovinetto aveva una prodigiosa attitudine a questo; e Cicerone
+si dilettava nell’ammaestrarlo. Ma Pollione era scolaro quotidiano
+di Tullio, sempre che questi non fosse assorbito dal Senato, dai
+Comizj, dal Pretorio. Il più grande degli oratori latini idolatrava
+quel fanciullo, d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già era la
+meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse quel che poi si avverò,
+che quel fanciullo di appena otto anni sarebbe stato oratore come
+Demostene, poeta più di Ennio, storico come Erodoto. Or, per tornare al
+giovinetto Antonio, non era Giove che presiedeva a quel giorno in cui
+venne a Cicerone, era Marte; ma non a caso il _Padre della Patria_ lo
+aveva fatto chiamare due giorni prima.
+
+Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece seder Pollione e gli diede
+un rotolo greco perchè tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio:
+
+— La prima filippica di Demostene la sai tu?
+
+— Sì, tutta.
+
+— Sei parato a declamarla? Io ascolto.... Ma in prima disponi meglio le
+pieghe della toga. Un occhio di piega che venga a cader male in qualche
+parte del corpo può provocare il riso in tutto l’uditorio, tradir la
+causa del tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere. Tutta la potenza
+del mio amicissimo Ortensio consiste nel preparar bene la toga. La
+plebe e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende un detto sublime,
+ma ride e sibila e imperversa se una piega è fuor di posto.
+
+Dopo queste parole pronunciate incidentemente dal grande oratore,
+Antonio s’accinse a declamare la prima filippica di Demostene; e
+Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse Fidia o Prassitele, venne
+acconciando alcune pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto
+che non toccava i diciassette anni. La pretesta aveva alcuni ornamenti
+di porpora, ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato _bolla_.
+E Antonio declamò. Lo sviluppo fisico in lui era completo; ampio già
+di spalle, rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome avviene della
+prima giovinezza; fittissimi aveva e ricciuti i capelli, romanamente
+ricciuti; l’occhio nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità;
+tuttavia, negli istanti della calma e dei tenui abbandoni, pareva di
+vedere in esso la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva voce
+sonora, metallica, estesa sì che agli acuti, quando s’investiva di
+Demostene (chè era colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica),
+nella calma notturna la sua voce avrebbe potuto percorrere un mezzo
+miliario; tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone, maestro
+sommo, gioiva a sentire la foga del giovinetto, quando sul labbro
+di lui quella lingua inimitabile diventava tempesta tutta irta di
+consonanti, nei punti che il greco autore aveva voluto soffiare la
+procella nella congregata Atene; e, negli istanti che s’era proposto
+di commuovere e cavar lagrime anche dalle più aride palpebre, aveva
+chiamato in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma è
+tutto soave. Intanto che Antonio recitava, e Cicerone ascoltava, in
+un canto della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva dal greco,
+sospendendo di tant’in tanto quel lavoro, e prestando anch’esso
+attenzione alle parole di Antonio. Ma questi non era stato chiamato
+da Cicerone presso di sè per la lezione di declamazione. Essa in quel
+giorno non era che un pretesto. Però come ebbe finito, e Cicerone
+l’ebbe lodato:
+
+— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come ti si prestò in una lunga
+corsa il cavallo di Cesare?
+
+— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga alla quadriga può eguagliar
+questo di Giulio. È onda marina quando invade la riva; è saetta che
+scatta, è luce, è lampo. Nè altri che Giulio ed io potrebbe governare
+questo divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io gli mostrai che ben
+ero degno del suo generoso dono.
+
+— E chi hai trovato ad Interamna?
+
+— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni.
+
+— Parlasti seco?
+
+— Sì.
+
+— E ti disse?
+
+— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato io della tremenda
+calunnia che lo aveva assalito in Roma.
+
+— A che ora giungesti ad Interamna?
+
+— A mezzo il giorno.
+
+— Bene è. Clodio poteva essere già arrivato là prima di te, partendo al
+primo diluculo, quando, flagellato, fuggì dal recinto della oltraggiata
+Bona. Tu partisti due ore dopo.
+
+— Clodio non aveva il mio cavallo.
+
+— Ha bighe ed ha quadriglie Clodio. Ed ha cavalli romani velocissimi.
+Quattro fan sempre maggior via di uno solo.
+
+— Tu sei oratore grande, o Tullio, e filosofo sommo, e sedesti nella
+sedia consolare in modo da esser chiamato _Padre della Patria_: ma
+questo non ti dà il diritto di sentenziar di cavalli e di velocità.
+
+— Ma perchè ti recasti a Interamna?
+
+— Per veder Clodio.
+
+— E a che?
+
+— Per ammonirlo della calunnia che lo perseguiva.
+
+— E che te ne importava?
+
+— Clodio è giovane ch’io prediligo. Me fanciullo, presso ad affogar nel
+Tevere, egli salvò.
+
+— Dunque tu credi che nel dì dei riti della dea, egli stesse fuori di
+Roma?
+
+— Non lo credo; lo so.
+
+— Ed io so invece ch’egli era in Roma, perchè io stesso lo vidi.
+
+— Alla tua età, cogli occhi quasi abbacinati dalle continue veglie e
+da tutti i volumi greci e latini che stanno in quelle casse, è assai
+facile prendersi abbaglio.
+
+— Non ho tocco ancora il mezzo secolo e la notturna lucerna e i
+caratteri latini e greci mi lasciarono ancor potente la pupilla. Ma
+fossi stato anche cieco, nel dì dei riti ho parlato a Clodio che mi
+rispose. Però tu hai detto mendacio.
+
+— Non dirò ingiuria al mio maestro; ma respingendo l’ingiuria tua, sto
+e starò fermo nel mio asserto, e sarò testimonio validissimo contro le
+accusatrici e gli accusatori.
+
+— La porpora e l’oro della tua pretesta ancora infantile t’interdicono,
+o Antonio, d’esser testimonio.
+
+— E allora sarò ancora più terribile.
+
+— Che vuoi dire tu?
+
+— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj e nelle accademie,
+tutti io condurrò, armati, a spaventare il Senato, quando mai facesse
+ingiustizia. Non son necessari i _Viri_, no, nè i veterani, nè i
+gladiatori a mettere Roma sottosopra. Ma noi dalla pretesta infantile
+basteremo. Vedranno allora i Romani qual cosa potrà o saprà fare il
+_Padre della Patria_.
+
+Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso e Cicerone
+meditabondo gli tenne dietro collo sguardo.
+
+— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì poi sommesso, ma Cesare
+insegna a costui l’arte degli ambidestri intrighi e delle fallacie
+indegne di così giovane età, e nel petto gli va già condensando l’ira
+ai futuri danni della patria. Oh Cesare! Silla ti avea conosciuto.
+
+
+
+
+XVI.
+
+TERENZIA.
+
+
+Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima Terenzia, perchè
+Cicerone volente o nolente, la tramandò ai posteri. Era donna di
+belle forme e forti; ma le linee del volto, sebbene giuste, non erano
+attraenti; e l’occhio rivelava intelligenza di donna volgare, e assai
+più fatta di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa gloria
+di essere la moglie del grande oratore, del quale era fieramente
+gelosa, onde gli stava sempre presso e lo importunava, e guai se nei
+triclinii promiscui ei mostrasse alcuna deferenza per qualche altra
+donna romana. Nè solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa
+anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava virtù nessuna in nessuno.
+Guai se alcuno le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi.
+Allorchè Cicerone, il quale era davvero un _vir bonus_, e, purchè a
+lui si concedesse il primo posto, era facilmente liberale di lodi,
+dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in un istante d’entusiasmo
+sincero, proclamò ad Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore
+Diodato che Cesare col tempo e persistendo sarebbe diventato il primo
+oratore di Roma, ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero.
+
+Codesto amore fatto di ammirazione che essa portava a Cicerone,
+siccome non aveva nè modo, nè misura, nè buon giudizio, recava al
+grande oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli ingressi delle
+camere dove si raccoglievano i clienti, e ascoltava attenta tutto
+quello che dicevano gli amici che recavansi a visitar Cicerone,
+e poscia tempestava di rimproveri e di consigli e talora anche di
+minaccie il filosofo infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva;
+e per comprimere la tentazione di salire in furore, pensava intanto
+a qualcuna delle sue opere. Quante volte il _De Oratore_ e il _De
+Officiis_ lo salvarono dalle battaglie domestiche!
+
+— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai ascoltare questo
+sfacciatissimo fanciullo.
+
+Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e, continuando essa a parlare
+e a gridare, egli piegò il collo e volse gli occhi a terra, come chi è
+disposto a ricevere intero un acquazzone che imperversa.
+
+— Io stessa percossi l’infame Clodio e con me donne più di cento,
+tanto che a lui convenne partire, anzi fuggire; fuggir scornato,
+flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque trovarsi in Interamna
+quando ciò avvenne. Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il
+_Padre della Patria_, vorrei davanti alla maestà del Senato, domandare
+all’empio da chi tenne tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere,
+perchè di quelle un uomo non può sanare in tre dì. E come hai tu
+sterminato i Catilinarj, devi sterminare così tutta la casa Clodia,
+e salvar Roma da questo giovane, che è il disonore dei patrizj, dei
+cavalieri, della toga e delle armi, perchè, appena ventenne, vi tien
+tutti in isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare gli è amico e
+lo lusinga e lo difende, Crasso gli dà danaro, tu tentenni al solito
+e più quando sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di quel suo
+sguardo inesplicabile. O è un dio costui, un dio più in su di Giove,
+onnipotente come il fato, o non so più chi mai egli possa essere. E
+c’è la impudentissima Quadrantaria, la sorella; quella che ti sobillò
+a ripudiarmi per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più impudente
+ancora del fratello, e per la quale si dovranno un giorno purgare le
+aure romane, e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le fanciulle
+di Roma, contaminate come furono dalla sola sua presenza.
+
+Come quando per comprimere un dolore fisico, si sospinge il pensiero
+a sprofondarsi in quei subbietti che per consueto lo rapiscono,
+così Cicerone, intento com’era in quei giorni a dettare il _Sogno
+di Scipione_, intorno al quale ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e
+l’eleganza dello stile latino, riandava colla memoria quello che già
+aveva scritto, affannandosi nello studio di una perfezione che al suo
+gusto non mai contentabile pareva refrattaria. Però, risolvendosi per
+lui le parole di Terenzia in un rumore quasi privo di senso, riuscì
+anche questa volta a scansare un fracassoso diverbio.
+
+E, come terminando di ripetere a memoria un brano del suo lavoro
+sublime, si alzò, e rivoltosi a Terenzia, ripetè con voce sonora quelle
+parole che stanno nel Sogno istesso: _Ade animo et omitte timorem._ E
+così detto, uscì, lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei
+quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava pel silenzio di
+Cicerone.
+
+Il più grande oratore e il più gran filosofo di Roma antica era uomo
+d’indole mite: la efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore
+multilatere, considerando gli uomini e gli eventi dalle faccie
+molteplici che gli si svolgevano innanzi, non stava mai fermo al suo
+proposito.
+
+Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo gran scrutatore di
+caratteri, sapeva scoprir la vena dolce; però era incapace di odio.
+Negli uomini temperati alla più solida virtù, ei pur sapeva intravedere
+le occulte mire, e della virtù medesima sospettava la vanità. Catone,
+l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era segno alle sue perpetue
+celie. Bensì era devotissimo dell’amicizia, purchè la simpatia
+dell’ingegno e la scienza ne fossero il cemento. Cicerone è stato forse
+il primo gran personaggio dell’antichità che preannunciasse il tipo
+degli uomini moderni.
+
+I Romani eran fatti di un metallo solo e fusi in un pezzo solo.
+Cicerone invece era metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia
+lega, e la sua statua era contesta di pezzi diversi.
+
+
+
+
+XVII.
+
+CESARE, CRASSO E CICERONE.
+
+
+Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo
+della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo.
+In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che
+potrebbe dirsi, un bigotto di Roma antica, in faccia alla giustizia
+assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della
+dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei
+disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e
+custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa,
+pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In
+secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile
+a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico
+lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino
+al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di
+esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni
+classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè
+Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:
+
+— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?
+
+— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni,
+la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza.
+Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo
+ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o
+Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.
+
+L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e
+che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei
+catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non
+voleva mettere in pericolo il predicato di _Padre della Patria_, che
+lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio
+pronunciato dalla gran voce del popolo romano.
+
+Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao
+del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso
+recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che
+davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il
+Senato avrebbe pronunciato.
+
+E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso,
+infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco
+suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.
+
+Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro,
+ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan
+teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa
+e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un
+tal Trebonio.
+
+— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.
+
+— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.
+
+— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno
+agli ordini miei.
+
+— Ebbene, attendi.
+
+Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio,
+celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli,
+e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di
+danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando
+in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La
+sua schiera chiamavasi l’_Acies Asiatica_.
+
+Cesare gli si avvicinò e gli disse:
+
+— Dammi cinquanta talenti.
+
+— Non li ho meco.
+
+— Valli a prendere sull’istante.
+
+— Se Crasso ti fa garanzia, vado.
+
+Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il fatto:
+
+— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.
+
+Assio partì.
+
+Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. La varia folla, dove
+tutte le classi si mescevano, era fondo cupamente agitato, quasi fosse
+onda acherontea, sul quale staccavano a grande rilievo gli antichi
+illustri scellerati.
+
+
+
+
+XVIII.
+
+CLODIO.
+
+
+Chi s’addentrò nella storia romana con istudio più che mediocre, e,
+com’è naturale, per l’invito del soggetto stragrande, s’intrattenne
+più a lungo coi personaggi onde gli ultimi cento anni della repubblica
+sono in vario modo famosissimi, avrà dovuto pensare che Clodio non
+ha nulla di comune cogli altri celebri, e nello stesso tempo farsi la
+quistione del perchè, senza nessuna precedenza di guerra, di conquiste,
+di gloria, senza nessun prestigio eccezionale di quella eloquenza colla
+quale si esaltano ad ingiuste predilezioni le facili plebi, colui abbia
+potuto diventare così invadente, tremendo, invincibile, pur nel fitto
+di tante strenue figure, e tra quei colossi di Cesare e Pompeo. Ma,
+ad una malvagità che passava la misura, ad un temperamento di belva
+indomabile, congiungeva una forza di volontà tale che non lo faceva
+mai dubitante in faccia a qualunque ostacolo. Doni naturali e fortune
+spontanee aveva avuto nella beltà fisica e nella ricchezza; ma questi
+doni divideva con altri molti; e se la ricchezza gli aveva giovato
+per tenere una schiera numerosissima di schiavi e gladiatori, della
+bellezza non aveva saputo far uso se non se per rendersi odiosissimo
+alle donne, che egli disprezzava e insultava appena che, attirate dalle
+fallaci apparenze, gli si abbandonavano inconscie.
+
+Codesto fenomeno umano di Roma antica lo si spiega adunque col solo
+fatto della forza della volontà. E codesta forza a Clodio derivava
+dalla efferatezza e dal men che mediocre ingegno, che gl’impediva di
+vedere i pericoli; il che spiega altresì come Cesare, l’idolatrato,
+palpasse la groppa di quel cavallo selvaggio. Ma se si spiega la
+cagione della deferenza di Cesare, non si può scusare l’uomo che palpa
+adulatore e mendace, potendo flagellare a sangue e punire. Se non
+che, Cesare intendeva valersi di Clodio in quella guisa onde l’indiano
+sguinzaglia il leopardo a cacciare le antilopi. Viltà però era questa,
+della quale nessun panegirista saprebbe salvarlo, e che mostra davvero
+come nessuna faccia dell’umano poliedro mancasse a Cesare, nemmeno la
+viltà, e come tutte le sue doti incomparabili e pressochè sovrumane,
+egli governasse con una prudenza longanime e fredda, che pareva scaglia
+di serpente attorta ai generosi fianchi del leone.
+
+Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli Pisone e Messala,
+entravano nel tempio, Cesare diceva a Clodio:
+
+— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato questo decreto — _a
+Pontificibus factum Clodii nefas esse decretum_. — E, come il leggi su
+questa colonna, non è cantonata in Roma dove esso non si veda.
+
+— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il Senato siasi rivolto al
+collegio dei pontefici, perchè sentenziassero se il fatto onde sono
+imputato sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto esiste, la
+legge non fu abrogata. Se io vengo accusato d’aver congiurato a’ danni
+della repubblica, non occorrono pontefici per sentenziare se questo sia
+delitto. Occorre sentenziare se l’accusa sia vera o falsa.
+
+— _Macte animo_, o Clodio, sebbene la parte più formidabile del decreto
+sia questa. Leggi.
+
+— Ho letto; il so.
+
+— _Ex_ S. C. _consules ad rogationem promulgandam vocati_. Quasi tutti
+i senatori ti sono avversi. Con questo decreto intesero alla rovina
+tua.
+
+La faccia tremenda di Clodio e invariabile, parve impensierirsi.
+
+Cesare lo guardava e rideva nell’animo.
+
+— _Macte animo_, ripetè poscia. Il tribuno Fufio Caleno mi obbedirà.
+Esso è già entrato, e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al
+decreto.
+
+Così dicendo, entrò nel tempio insieme a Clodio.
+
+Eretto espressamente vicino alla Curia, e dedicato a Giove, quel tempio
+era costrutto in forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella vôlta,
+sotto a quella, rigirava un _podium_ su cui si affollavano i Romani
+che vestivano il sajo o la cinerea toga, e che, da quell’altezza,
+seppure vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare volte dall’onda
+sonora era ad essi fatto dono delle orazioni declamate. A loro pareva
+di sentire ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano ad ammirare
+la maestà dei padri della patria, e i non sperati laticlavj. Assai
+più sotto, e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che sorgeva
+al disopra degli stalli dove sedevano i consoli, girava, soltanto la
+terza parte della vasta elissi, un altro _podium_, coperto da un aureo
+graticcio, dietro al quale ascoltavano, non vedute, le vestali e le
+cospicue matrone romane. Raro era che quello fosse occupato; ma in
+quel giorno appena bastava per contenere tutte le intervenute. Oltre le
+vestali, la maggior parte aveva sacrificato alla dea, e taluna di esse
+sapeva che i mariti avrebbero deposto Clodio non esser penetrato.
+
+Dirimpetto al _podium_ delle vestali e delle donne patrizie, girava
+quello dei cavalieri, non coperto da graticcio. Dal pavimento del
+tempio, sorgeva in semicerchio elittico una gradinata di tre alti
+piani, sui quali eran disposti, a breve distanza l’un dall’altro, gli
+stalli dei senatori. Di contro a questi, sovra una base più giù della
+gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli, innanzi alle quali
+stava una gran tavola di porfido egiziaco, meraviglia anche allora, per
+l’ampiezza eccezionale del monolito. Su quella tavola s’accumulavan
+tabelle cerate d’ogni maniera e d’ogni misura, e volumi e rotuli e
+stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e le sedie consolari, quasi
+sotto al _podium_ dei cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della
+plebe.
+
+I senatori erano tutti entrati nel tempio, e passeggiavano, in
+attesa dei consoli, nei vuoti spazj, ostentando la larga striscia
+di porpora, e il metallico C (_cento_) che brillava presso la punta
+dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la noce del piede. Quel
+C significava il numero originario dei senatori al tempo dei re;
+ma l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto e il C lucente,
+significavano altresì che ciascun senatore possedeva ottocento mila
+sesterzj di rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a gruppi
+di vario numero, parlavano, discutevano ed empivano il tempio di
+frastuono, accresciuto dal bisbiglio incessante del popolo minuto,
+salito in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle dei cavalieri.
+
+Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala, pei quali si fe’
+gran silenzio nel vasto recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio
+Caleno, che, attraversando il tempio, si recò difilato al suo stallo. I
+senatori tutti, gravi e taciti, ascesero la gradinata, e sedettero.
+
+Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero in disparte insieme coi
+testimonj. Il console Pisone alzossi, e:
+
+— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli, con decreto che già
+tutta Roma ha letto, e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo
+sia stato intempestivo, avete ordinato di fare una legge che sottomette
+Clodio ad un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche io e il mio
+collega dividessimo la sentenza vostra, venne a noi il tribuno Caleno
+qui presente, ad opporre il _veto_. Parli or dunque il tribuno.
+
+Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora così parlò:
+
+— Padri coscritti, soltanto ad impedire si sparga sangue cittadino,
+io opposi il _veto_ al vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto dal
+suo numeroso partito, il quale è disposto a far tutto per lui. Egli
+ha partigiani perfino negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori di
+questo tempio, credo bene ve ne siate accorti, o senatori, giovinetti
+a migliaia, armati di daghe e pili, capitanati dal giovinetto
+Marc’Antonio, assai noto in Roma — il quale è di sì gran forza che a
+sedici anni nel ginnasio atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni
+che tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni che fanno presentire
+in esso un agitatore d’uomini, fatale — mandano grida furibonde al
+cielo, pel timore che non siasi per far giustizia in codesto sacro
+tempio; ma Clodio è anche odiato....
+
+A queste parole, un — _no no_ — ripetuto da centinaja di bocche,
+risuonò dal _podium_ dove stava affollato il popolo minuto. Cesare
+e Pompeo aveano sparpagliato numerosi clienti colassù, perchè
+distribuissero danari, onde a tempo opportuno far nascere un tumulto
+che lasciasse in tronco e giudizio e sentenza.
+
+Il senatore seniore, che era Marco Scauro, e per il diritto dell’età
+presiedeva alle assemblee, si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero
+fiato alle trombe. Era quello il primo segno col quale s’intimava
+silenzio al popolo che, gridando, mostrava di non rispettare la maestà
+del Senato. Al terzo segno le guardie del tempio solevano ascendere a
+far sgombrare il _podium_.
+
+— Ma Clodio è anche odiato, continuava ad alta voce il tribuno Caleno,
+nè saprei se in Roma, in suo cospetto, sia prevalente l’odio o l’amore;
+onde, o padri, non essendovi partito soverchiante, ma sembrando
+invece troppo eguale la violenza delle forze in conflitto, la zuffa
+sarà lunga, sanguinosa, orrenda, esiziale a Roma. Padri coscritti,
+per l’amore sacro che voi portate a questa patria, io vi supplico:
+_scancellate il decreto_.
+
+Per verità che queste brevi parole del tribuno Caleno furono
+sapientemente astute; non potevasi trovar ragione più forte e più santa
+per respingere qualunque obiezione; ma il Senato sapeva che Caleno era
+grande sostenitore della fazione Clodiana. Però il seniore Marco Scauro
+si alzò di nuovo, e:
+
+— Metto ai voti la proposta Caleno. Chi l’accetta si alzi; chi la
+respinge rimanga seduto.
+
+— Propongo invece, disse alto un altro senatore, che i voti siano
+segreti. Così nessuno avrà taccia d’essere stato intimidito o
+consigliato da fini obliqui.
+
+Intanto che stavasi apprestando la votazione segreta, il console Pisone
+ascese la gradinata dei senatori, e passò di fila in fila, parlando
+con gran calore a ciascuno di essi. Ei li andava sconsigliando dal
+mantenere il primo decreto, come racconta Cicerone nella sua epistola
+ad Attico. E in questo punto istesso Cesare si alzò, recossi vicino a
+Clodio, che in piedi e fremente guatava intorno intorno i congregati
+nel tempio, e:
+
+— Ascolta un mio consiglio, gli disse.
+
+— Quale?
+
+— Tu fremi; ma ora convien smettere l’ira. Percorri tu pure quelle
+file, e umilmente raccomandati a ciascun senatore.
+
+— Io?
+
+— Tu — se non sei ascoltato, guai! — la rogazione ti è fatale. Il
+terribile Clodio che per un istante si umilia, protestando pur sempre
+la propria innocenza, li piegherà tutti al più mite consiglio.
+
+Clodio guardò Cesare a lungo, e la fierezza gli perdurava nel marmoreo
+volto, e, sebbene di dentro fosse tutto sgomentato, le linee e i
+piani di quello eran fatti così stabili all’espressione dell’ira,
+che questa appariva pur sempre, anche allorquando nell’animo stava il
+timore. Il quinquennio nel carcere Mamertino, e l’esiglio perpetuo,
+anche per riguardo a’ suoi pazzi disegni di conquiste, di gloria,
+d’impero, gli davan troppo a pensare perchè non ascoltasse il consiglio
+di Cesare, quantunque indicibilmente gli ripugnasse — e s’avviò, e
+ascese le gradinate, e, come racconta ancora Cicerone, in modo umile
+e sottomesso, si gettò, con grande meraviglia di tutti, ai piedi di
+ciascun senatore.
+
+Cesare non avrebbe mai fatto questo, in qualunque orrenda circostanza
+si fosse trovato; ma l’animo suo non era putrido della malvagità di
+Clodio; e se, qual mezzo indispensabile, poteva usufruttare la viltà
+segreta, il fortissimo intelletto gli sconsigliava la viltà palese, e
+l’alta ambizione gli avrebbe fatto preferire la morte più dolorosa al
+vergognoso atto di piegar le ginocchia davanti a dei mortali. E intanto
+gioiva nel veder Clodio umiliato a quel modo; e pensava che, siccome la
+verga ardente dell’Indo ammansa anche il tigre, così, dopo quel fatto,
+Clodio sarebbe divenuto strumento assai più duttile nelle mani di chi
+avrebbe voluto farne uso.
+
+Intanto che i senatori discendevano nel mezzo del tempio a deporre
+le palle nella divisa urna, Cesare, per involarsi al tedio di quella
+sfilata di laticlavj che, essendo più di quattrocento, doveva consumare
+assai tempo, pensò di ascendere a fare una visita gentile alle donne,
+matrone e fanciulle patrizie, che sedevano nello scompartimento del
+_podium_ a loro assegnato, e che le divideva dalle vestali. Uscì dunque
+dal tempio, perchè l’accesso a quel luogo era esterno, e salì.
+
+Che i senatori e i cavalieri si recassero a visitar le donne colà
+nei giorni d’assemblea, non era vietato; questo tuttavia non soleva
+avvenire quasi mai, o ben di rado; onde l’apparizione di Cesare provocò
+in quasi tutte una sensazione di meraviglia, e, in talune anche, di
+vivissimo piacere.
+
+Egli s’intrattenne innanzi a ciascuna, dicendo parole eleganti e
+lusinghiere. Quando venne a Terenzia:
+
+— E dunque, le disse, pare a te, o la più avventurata tra le consorti,
+chè è una gloria appartenere a Cicerone, pare a te Clodio uscirà
+assolto da questa votazione, e la sua innocenza sarà vivamente
+rischiarata dal sole di Roma?
+
+— Se il sole di Roma rischiarerà le menti di coloro che laggiù stanno
+ora votando, mi confido che l’empio misfatto sarà punito come la legge
+impone.
+
+— Male pensi, o Terenzia; gli occhi tuoi, la notte dei riti, erano
+fatti torbidi e falsoveggenti dal consacrato lieo. Però nella sorella
+di Clodio vedesti il fratello che abborri. Io so tutto.
+
+— Quadrantaria?
+
+— Sì, Quadrantaria — che voi tutte spose e matrone e viragini, insigni
+di virtù e di quella castità onde la Diana Efesia provoca i dispetti di
+Febo, respingeste dalle vostre adunanze.
+
+— E adunque quante siam qui eravamo losche allora?
+
+— Tutte, o Terenzia.
+
+— Non esclusa la madre tua?
+
+— Non esclusa.
+
+E Cesare procedette innanzi, e interrogò amabilmente e astutamente
+ed epigrammaticamente altre donne, delle quali non era alcuna che non
+fosse iraconda contro di Clodio, e:
+
+— Guarda, o Cesare, gli dissero a più voci, guarda che fa Clodio
+adesso. Chi è innocente è imperterrito, e si conforta di generoso
+disprezzo. Ma l’indomabile belva sanguinaria or lambisce finalmente con
+lingua di coniglio.
+
+— A lui importa che la sua innocenza trionfi. Gli riuscirebbe più
+tetro il carcere, pensando che lo si volle in ogni modo vedere in Roma
+contaminatore di castissime donne (e fece un’appoggiatura forte su quel
+superlativo), mentre villeggiava in Interamna.
+
+E passò alla madre, che lo guardò severissima e taciturna.
+
+— Prendi, o madre, le inspirazioni da Minerva, e lascia che Nemesi
+avveleni altro sangue.
+
+E passò a Servilia.
+
+— E tu che pensi di Clodio?
+
+— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti.
+
+Servilia portava tale e tanto amore a Cesare, che, sapendo l’amicizia
+di lui per Clodio, non aveva voluto deporre ai danni di lui,
+protestando di essersi intrattenuta innanzi all’ara della dea, quando
+le altre donne vestite da baccanti e armate di tirsi erano uscite per
+vendicare non sapeva quale ingiuria.
+
+La votazione era finita, Cesare discese. Si contaron le palle.
+L’umiliazione di Clodio, e le insinuazioni del console Pisone, e le
+astutissime parole di Caleno, per allora, non valsero nulla. Quindici
+senatori votarono a favore di Clodio: quattrocento contro di lui. —
+E passò il decreto che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione
+con tutta la loro autorità, e niun altro affare si trattasse prima che
+questo non fosse esaurito.
+
+Cesare, in presenza di un decreto tanto severo, quantunque volesse
+tener celati i proprj intendimenti, già s’era mosso per recarsi
+alla tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico Ortensio,
+l’oratore a nessuno secondo, e che Cicerone, pure invidiando, amava. E
+prima di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe, e con voce atta
+all’espressione musicale (dono che Cicerone non aveva, tenendo una voce
+sonora sì, ma aspra),
+
+— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò che il mio voto fu per
+respingere la rogazione. Caleno ha parlato con gran senno. Gravi
+disordini saranno certissimamente per nascere da questa violenta
+risoluzione. Però vi faccio una proposta conciliatrice, che spero sarà
+da voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno pubblichi dunque _una
+legge per la quale si debba giudicare la causa di Clodio innanzi al
+pretore con giudici eletti_.
+
+Per deferenza ad Ortensio, che era altamente rispettato ed amato
+in Roma, e quasi sempre interpellato ed ascoltato in Senato, quella
+proposta fu accolta per acclamazione, e così pochi minuti distrussero
+la votazione di due ore.
+
+
+
+
+XIX.
+
+LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.
+
+
+Se non che, portata la causa davanti al pretore, Cesare, Crasso e
+Clodio videro essere stato inutile tutto il denaro profuso tra i
+senatori ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il tribuno ambidestro; e
+pensarono che tutto riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti assai
+più difficili, perchè era necessità brogliare in prima per la scelta
+dei giudici, poi con altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia.
+Quella scelta per Clodio andò tra bene e male. Cinquantasei furono i
+giudici; di questi varj erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie,
+le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente riescì a
+fare della maggior parte di quei molteplici elementi una pasta unica
+ed avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo con insulti alle
+tentazioni; ed erano i più potenti, i più influenti e i più ricchi,
+come naturalmente doveva essere. L’oro per essi non poteva aver la
+forza dell’esca. Ma Cesare tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più
+che un costrutto. Tra quei giudici v’era un _Contatore_, un _Ceva_,
+un _Furio_, di sfondate ricchezze, come fu detto, amanti della
+repubblica, onestissimi nella trattazione degli affari proprj e degli
+altrui; ma protagonisti in Roma di strani e non casti racconti, per
+l’effeminatezza dei loro costumi e per libidine delira.
+
+— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto che stavano tormentandosi
+per diradare le difficoltà — se io avessi le tre Grazie che vive e
+vere tu recasti a Roma da Atene, certo che costoro sarebbero presti a
+giurare anche il falso.
+
+— Anch’io ho pensato a questo, rispose Crasso; non veramente alle tre
+mie Grazie incomparabili, ma ad altre fanciulle che tengo nel gineceo;
+e ti giuro pei numi ch’io sono talmente arso di puntiglio per riuscire
+in questo affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i miei tesori,
+non che alle tre Grazie.
+
+E Crasso fece in modo di trovarsi con quei tre onestissimi Fauni
+togati; e, parlando con essi delle più belle donne di Roma, venne a
+proclamare la preminenza delle greche.
+
+— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che le più famose fanciulle
+romane parrebbero laide al loro confronto. Tra le altre, son tre
+ateniesi, insigni di così attraente perfezione, che tutte le statue
+d’oro degli dei che hanno are in Roma non varrebbero a compensarle. Ma
+tu non credi, o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena; e intorno
+al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno, gireranno liberali della loro
+scoperta beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al pari delle ore,
+mi segnano i passatempi del giorno.
+
+— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo anche gli altri tesori da te
+accumulati nelle tue conquiste.
+
+E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio i tre invitati;
+vi sedettero Cesare, Crasso e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta,
+briosa, lucente oltre il consueto.
+
+I tre Fauni stavano tracannando Falerno, quando, a un tal punto,
+vennero introdotte sette fanciulle delle più belle, comperate già, col
+più squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie d’Italia; e
+tutte nel costume delle sette _eterie_ che furon messe innanzi a Fidia,
+perchè delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse un insieme
+unico di non raggiungibile perfezione.
+
+E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono innanzi ai tre
+invitati attoniti e acutamente concitati; e uscirono dal triclinio.
+
+— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste che avete vedute, son
+bellissime figlie della terra; ma or vedrete le Grazie immortali, le
+tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore. Sorgete ed adorate! — E diè
+un cenno.
+
+Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte, chinati e timidi gli
+sguardi.
+
+ Erano inver beltà tutta divina.
+
+Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano arrubinati di Falerno, e
+il raggio dell’occhio, male affratellandosi coi raggi delle fiamme che
+splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il numero delle tre dive;
+e le giudicavano con entusiasmo, ma senza quel discernimento che vede
+il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare, il quale non beveva mai vino,
+guardando quelle fanciulle, non pareva più impossibile che la greca
+Elena avesse potuto esser cagione di una guerra decenne; e, dopo averle
+osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel presente tutto pregno di
+voluttà, volse il pensiero al futuro.
+
+E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a guardar Crasso con occhio
+sì parlante, che quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato
+alle schiave custodi, le tre dive, comperate da un mercante di Atene
+a un prezzo minore di quello ch’era stato offerto pei tre poledri
+celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate, uscirono di là — e poco
+dopo usciron tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e:
+
+— Voglio che tu parta soddisfattissimo di me; ho in pensiero di farti
+un dono; ma a un patto.
+
+— Qual dono e qual patto?
+
+— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre Grazie; ma tu devi operare
+in modo che per tua parte Clodio sia rimandato assolto.
+
+Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile il dono; onde
+conchiuse coll’accettare e coll’obbedire e col promettere e col
+giurare.
+
+Gli altri due fecero il medesimo.
+
+Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese da Cesare e Crasso; ma
+altre più turpi e più inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati
+all’amo.
+
+
+E venne il giorno che al Pretorio si radunarono i giudici per emettere
+l’ultima sentenza. Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque
+condannarono Clodio, trentuno lo assolsero.
+
+Così nei tempi corrottissimi si vende e si compera la giustizia, e non
+è mezzo, per quanto osceno, a cui non si ricorra.
+
+E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro profuso e delle fanciulle
+offerte e accettate, e d’altre turpitudini ancor peggiori, così
+prorompe Cicerone: — _Giammai una più scandalosa compagnia di ribaldi
+si assise innanzi alle tavole del giuoco assassino. Fra senatori infami
+e cavalieri cenciosi, sedettero pochi uomini onorati, coi volti mesti,
+quasi tementi di esser guasti dal contagio di quegli scellerati._
+
+Ma chi era lo scellerato primo e massimo?
+
+
+
+
+XX.
+
+POMPEO E CESARE.
+
+
+L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente se ne querelavano i
+savj, aveva per la prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata
+l’ara della giustizia, mentre mostrò quanto fosse prepotente la
+volontà di Cesare, a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento.
+Dipendeva solo dalla fortuna e dagli eventi e dall’incerto avvenire
+s’egli avrebbe potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza
+del turpissimo broglio. E fino a quel momento, di tutto quello
+che egli avea fatto per aprirsi una via alla potenza, alla gloria
+all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno. Dei numerati eroi,
+che sono gli atleti nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj,
+segnan le distanze e i caratteristici mutamenti della storia, Cesare
+è il solo che abbia dovuto o voluto attendere gli anni della gioventù
+più matura per salire al primato, e far convergere a sè gli sguardi
+dell’umanità.
+
+Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva trentott’anni; se allora fosse
+morto, l’oscurità avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla ancora
+avea fatto di grandissimo, e le fatiche di una insistente preparazione
+erano segreti affanni della sua mente e della sua ambizione. Ma
+quell’anno doveva segnare il suo momento critico.
+
+Sul principio di quello, Pompeo era tornato a Roma dalla guerra
+mitridatica. Aveva dilatate le frontiere dell’impero: il Ponto, la
+Siria, la Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando infino al
+Tigri tributarj della repubblica tutti gli altri re e popoli orientali.
+Aveva preso la città e la fortezza di Gerusalemme, entrando nel vietato
+_Sancta Sanctorum_ del famosissimo tempio. Aveva condotto Aristobulo e
+i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario Ircano, date leggi
+ai popoli conquistati, fabbricate trenta città, fatto il dono di cento
+milioni italici alle licenziate legioni. Però dal Senato gli era stato
+accordato il privilegio di portare nei dì festivi una corona d’alloro
+e la generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi equestri.
+Tutti lo proclamavano _il primo cittadino di Roma senza rivali_; e
+i prudentissimi di Roma, a stornare i crescenti disordini, già lo
+desideravano e proclamavano _Dittatore_.
+
+Primo ed unico era dunque nella città dominatrice: a lui privilegi,
+a lui corone, quasi re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma
+coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento e gemme, che il
+medesimo Crasso non poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano.
+Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina, che Demetrio liberto
+di lui e maggiordomo, e ladrone come sappiamo, aveva raccolto per sè
+più di venti milioni; onde, a mostrare gratitudine verso l’indulgente
+padrone, gli fece erigere a proprie spese quel primo teatro di pietra
+che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel tempo stesso in cui sorse il
+teatro monumentale, Pompeo edificò un tempio a Minerva, che fu celebre,
+più che per la sontuosa architettura, per l’iscrizione tanto laudatrice
+del Magno eroe, che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non ebbe mai
+esaltazione maggiore.
+
+Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva indegno di tanta fortuna,
+e lo chiamava ladro della gloria altrui nella guerra spartacica e dei
+Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che anche un pretestato
+avrebbe saputo compirle, e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e
+il meno atto a concionare, e il più intricato nei colloquj dove l’arte
+e la scienza e la filosofia avevano parte, guardava e fremeva a tanto
+sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza, e, ritorcendo
+sopra di sè lo sguardo, pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze
+avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato, lo avevan
+lasciato così sprofondato nei debiti, che oramai gli mancavano duemila
+talenti (dodici milioni di lire italiche) a non posseder nulla. E
+codesta frase, ch’ei trovò per la prima volta in uno di quei momenti
+nei quali l’ira si converte in facezia, per la prima volta fece il giro
+di Roma, e provocò il riso dei ricchi e dei poveri, e fu poi ripetuta
+per lungo ordine di secoli dagli indebitati di tutte le classi.
+
+Esso era anche uscito dalla carica di pretore, influentissima in
+Roma, perchè tutte le contese relative alle cose dell’amministrazione
+pubblica e privata, e alquante che riguardavano la giustizia e
+l’osservanza delle leggi, dovevano passare per le aule pretorie.
+
+Era dunque ridotto alla condizione di un semplice cittadino privato;
+sempre il primo tuttavia nei consorzj geniali, alla palestra,
+all’ippodromo, nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola
+e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti muliebre sapienza pei
+riverberi della luce paterna; ascoltato nelle questioni d’arte da
+Arcesilao, da Postumio, da Ermodoro, architetti insigni; vincitore
+sovente di Varrone in questioni d’archeologia; insegnatore a Pompeo di
+più esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato; meraviglia
+all’astronomo Posidonio, che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori
+nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia a Sosigene,
+ch’ei già preparava alla riforma del calendario. Ma codesti primati,
+sebbene costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano inerte nel
+campo de’ grandi fatti.
+
+Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla sua immensa fortuna con
+disdegno sprezzatore, e l’ambizione, come già era avvenuto al Magno
+Alessandro, nei momenti della massima esaltazione gli avesse già fatto
+parere angusta la terra, e si fosse affannato per ottenere il governo
+della Spagna, statogli finalmente assegnato, pure da qualche giorno non
+desiderava di lasciar Roma.
+
+
+
+
+XXI.
+
+L’IMPERIOSA.
+
+
+Cesare, il profumato libertino, il desiderato da tutte le donne, l’odio
+occulto di tutti i mariti, il rivale sospettato da tutti gli amanti,
+non era mai stato preso da un vero, profondo, violento amore. Troppe
+donne, troppe giovinette gli avevano aliato intorno più chiedenti che
+chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava una gratitudine
+schiettamente sentita, e per la quale ebbe una singolare preferenza,
+non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo onnipotente
+dell’amore, che, allorquando invade e conflagra un’anima, si accampa
+sovrano e prima di tutte le umane cose. Servilia erasene accorta, ma
+non per questo potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei era quello
+di una schiava africana, ardente, capace d’immergere il ferro in petto
+all’uomo idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata, atterrita
+pur nella ferocia, e governata da un fascino arcano.
+
+Il sentimento pareva al tutto incompatibile colla forza e la vastità
+della mente di Cesare, a guisa di un arbusto gentile che non può
+tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica. Ma Cesare era
+l’uomo onnilatere, e nulla cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però
+doveva attraversare, prima che la sua gioventù si chiudesse, una di
+quelle fasi della vita, che transitoriamente sembrano mandar naufraghe
+nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà della mente.
+
+Nella notte sacrata ai riti della dea Bona, tra le fanciulle
+sagrificanti insieme colle matrone, era prostrata innanzi all’ara
+quell’Elelia Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima casa
+romana di tal nome. Essa era nata nella Gallia Cisalpina, quando il
+padre suo, Popilio, fu governatore di quella provincia, ed era nata da
+madre gallica. Morto il padre, morta la madre, Elelia era rimasta unica
+erede delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava nell’antico
+palazzo degli Imperiosi, nella parte più alta del Palatino, custodita
+dalla sua grand’ava. Essa era insigne di eccezionale bellezza; chè le
+chiome biondissime e gli occhi azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e
+celebrati da Omero, non eran frequenti in Roma.
+
+Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice e conciliatore nelle
+contese iniziate da coloro che vantavano diritti su qualche parte dei
+lati possedimenti della fanciulla, degli ampj giardini, degli orti
+immensi, delle acque dell’Aniene che le irrigavano i campi, deviate
+cogli idraulici congegni che prima la vetusta Babilonia avea trovati.
+Per questo fatto, esso, oltre al vecchio liberto maggiordomo della
+casa Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni, avea dovuto sentire
+e il famoso Scevola e gli altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e
+quel Granio Fiacco, celebre per aver commentate le dodici tavole. Con
+essi erasi trovato nella casa Imperiosa, quando fu necessario vedere
+i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione di avvicinar la
+fanciulla.
+
+Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore, la guardò come un
+fenomeno muliebre, che mai non gli era apparso innanzi prima d’allora.
+Ognor concentrata in sè stessa e taciturna e altera, pareva ch’ella
+tenesse in soggezione tutti quelli che la circondavano, comprese le
+vegliarde che recavansi a trovar l’ava, compresa l’ava stessa. Ma,
+se più spesso era taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed eran
+severe ed assennatissime, nè parevano uscire da labbro giovanile.
+
+Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla nutrice, e il natìo
+latino, parlava il greco col soave accento eolio; onde Apollonio,
+quando l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata dalle aspergini
+del mare Argolico. Laja, la celebre pittrice che avea ritratto Cesare,
+le apprendeva il disegno, e Laja si gloriava di quella fanciulla
+singolare. E le lodi non pareano toccarla. Sariasi detto che, quasi
+tenesse da qualche divinità, di lei particolare custode, la notizia che
+i numi avean decretato di costituirla nel privilegiato possesso di doni
+intellettuali e corporei non concessi altrui, ella non facesse più caso
+delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne avesse orgoglio nessuno, si
+riputasse come segregata da essi.
+
+Cesare pertanto fu vivamente attratto da quella fanciulla,
+considerandola come un arduo problema da sciogliere, e nel tempo
+stesso, e più forse, perchè provocava in lui una sensazione acutissima
+quella bellezza eccezionale, e quell’intelletto che era fuori affatto
+dell’ordine femmineo. Onde, sotto colore delle consuete faccende
+pretorie, e della necessità di abboccarsi con Scevola, il quale tenne
+preghiera dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso da lei le sue
+tre così belle coltissime figliuole, e di trovarsi a conversare con
+Laja, la quale, anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi con
+essa, Cesare era venuto moltiplicando le visite in quella casa, e a
+tale che non passava giorno che non vedesse la _tiberina_ Imperiosa;
+col qual predicato ei la distingueva, perchè le chiome di lei eran
+bionde e profluenti come le onde del Tevere. E venivano in quella casa
+anche Cicerone e Terenzia e Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio,
+e vi si recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj, e i
+padri e le madri di quelli, segnatamente allorchè aveano le fortune
+dissestate; chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più che dai
+giovani, tenuti pressochè in isgomento da quell’aura sacra onde ell’era
+circonfusa, dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le nebbie
+vespertine che si innalzavano sugli immensi poderi di lei, più di quel
+che temessero la sacra aura.
+
+In quei conversari diurni e notturni di Cicerone, ad onta e di Ortensio
+e del rètore Diodato, Cesare brillava ognora di una luce tutta propria.
+Di qualunque cosa ei discutesse, teneva sempre il campo. Bensì,
+con arte squisita e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere
+il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone, che pur era
+invidiosissimo, non sentiva invidia di lui; onde potè lasciar scritte
+in lode di Cesare quelle celebrate parole a Cornelio Nepote: «_E chi
+di lui è più acuto e più frequente di sentenze? chi nelle parole è
+più ornato e più elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare
+supera tutti quanti_. Molti bellissimi giovani romani facevan cerchio
+intorno all’Imperiosa, parlante Giulio; ma Elelia non era attratta
+da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna chioma fittamente
+ricciuta. Ascoltava attentamente il giovane trentottenne, il giovane
+declinante, il già calvo Giulio, che indarno tentava dissimulare quello
+da lui sì aborrito difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate
+chiome, che soltanto gli crescevan folte presso l’occipite. Bensì ella
+chinava gli occhi, quando la nera e vivacissima pupilla di lui saettava
+gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per brevi istanti, Cesare
+ed Elelia si trovaron pressochè soli; vale a dire che, sebbene nella
+camera medesima stesse l’ava seduta, la quasi cecità e sordità di lei
+non era d’inciampo a che potessero parlar liberamente.
+
+Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra, or guardava Roma
+sottoposta, e parea ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre
+ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or piegando la testa,
+tenea dietro alla giovane Imperiosa che, meditante e ad ampi passi,
+s’affrettava dall’un canto all’altro della camera.
+
+Ci fu un momento nel quale i loro sguardi s’incontrarono. Allora
+Cesare, staccatosi dal parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e:
+
+— Qual pensiero affretta così il tuo passo?
+
+— Il tormento d’esser donna.
+
+— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se invece tu fossi uomo....
+
+— Tutto il mondo.
+
+— Quanti anni hai tu?
+
+— Diciotto; chi non lo sa?
+
+— E trentott’anni a me conta la Parca, e il mondo non è ancor mio.
+
+— Se più t’indugi, non lo sarà mai. Guarda Pompeo. Non è di molto
+maggiore di te. E a ventiquattr’anni aveva già trionfato.... ed ora è
+il dio di Roma.
+
+— E questo a te dà tedio?
+
+— Tedio ed ira; e mi punge, quasi doloroso, un desiderio che sorga
+finalmente l’uomo che lo soggioghi.
+
+— E credi che viva in Roma un tal uomo?
+
+— Tu.
+
+Cesare tacque.... e piegando poscia il discorso:
+
+— Vuoi tu rimaner sempre fanciulla e consacrarti a Diana?
+
+— No.
+
+— Dunque perchè fra tanti patrizj cospicui di gioventù, di valore, di
+ricchezza, non scegli colui che ti faccia sua sposa?
+
+— Chi di loro meritò statue d’oro? Per chi di loro sorsero templi? Do
+preferenza alla gioventù, ammiro la beltà; ma non mi vince davvero che
+il fatto di una virtù straordinaria.
+
+— E scegli dunque Pompeo. Una consorte ei cerca.
+
+— Pompeo ha dieci anni più di te.
+
+E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare, e Cesare ognor la seguiva
+ammirato, e sempre più gli s’involavano gli inizj per isciogliere
+quello strano problema. E, osservando la stupenda e quasi matronale
+figura di lei, per la quale mostrava un’età maggiore, e guardando
+la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma, bianchezza tutta
+soffusa di rose freschissime, e tali doni congiungendo alla precocità
+dell’ingegno, e alla stranezza delle sue maniere, e alle aspirazioni
+che parevano soverchiare età e sesso, si venne ricordando di talune
+considerazioni (Cesare avea voluto intingersi anche di medicina)
+del medico Antistio (colui che doveva poi alle fatali idi contare ed
+esaminar le ferite) intorno a talune malattie che nella primissima
+giovinezza sembrano accrescere i doni della natura mortale; a guisa
+dell’arsenico che, amministrato con scientifiche dosi, tingeva del più
+florido color del cinabro le guancie del re Mitridate. E si rammentò
+che Antistio avea definita quella malattia: _pulcher et intellectualis
+morbus_, il quale, di quel tempo, più che altrove, era frequente nella
+Gallia Cisalpina; onde a Cesare sembrò possibile che nel sangue della
+divina Elelia la gallica madre avesse deposto un germe lieve di stroma
+formoso e roseo e geniale.
+
+Ed ella si fermò di tratto, e disse:
+
+— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania?
+
+— Sì.
+
+— T’affretta adunque.
+
+— S’io vi morissi ne avresti dolore tu?
+
+— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria circonderà te spento,
+adorerò l’ombra tua in perpetuo.
+
+Cesare tacque.
+
+Annunciate, entrarono in quel punto le tre figliuole di Scevola. Cesare
+uscì; attraversò il cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli
+alitassero le aure dei beati elisi, pressochè trasmutato, si avviò alla
+sua casa nella Suburra. Se non che, a mezza via, un liberto in cocchio
+gli venne incontro affrettatissimo, e, allorchè fu presso a Cesare:
+
+— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata. Il cavedio è invaso.
+
+— Da chi?
+
+— Dai ladri.
+
+— E che ladri?
+
+— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’_acies asiatica_....
+
+Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto alla Suburra. — Un grido
+nemico lo accolse. Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo guardò
+dall’alto quella ciurma inferocita.
+
+Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione usurajo, già quasi
+ricco come Crasso:
+
+— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se prima non mi avrai
+restituito quel che ti ho sborsato. Di cento talenti mi sei debitore,
+due milioni di sesterzj.
+
+— E a me cinquanta ne devi, gridava un giudeo. Io ti ho pagato le
+statue, i quadri, i cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi.
+Pagami, o Cesare, o indarno speri di andar governatore nelle Spagne.
+
+— Bada, gridava un altro, ch’io narrerò a Catone i tuoi notturni
+colloquj con Servilia; pagami, o io pagherò i vafri più feroci di Roma
+perchè accompagnino con sibili quella donna tua, quando si mostrasse in
+pubblico. Paga, o Cesare. Tu volevi partire e lasciarci tutti scornati.
+
+Cesare discese da cavallo, e stato calmo un istante, e, come
+raccogliendo le sue forze, perchè voleva esser certissimo dell’effetto,
+si concentrò in sè, e d’improvviso lasciò andare un colpo di mano sulla
+guancia di Assio, un così poderoso colpo, che colui cadde intronato su
+quelli che gli stavan dietro; poi, preparandosi al peggio, trasse dal
+cinto della tunica la consueta sua elegante balena, armata di plumbee
+palle dorate, e a quegli che aveva dette parole ingiuriose a Servilia,
+e accorreva in aiuto di Assio centurione, l’appoggiò sì risolutamente
+tra il naso e il labbro, che il dolore acutissimo impedì a colui di
+vedere e di sentire il sangue che gli scorreva sul sajo. E intanto la
+plebaglia, che là s’era addensata da qualche tempo, applaudiva battendo
+palma a palma, e gridava:
+
+— Viva Cesare, viva il divino Cesare.
+
+Sebbene alquanto placati, e dal risoluto contegno di Cesare, e
+dagli evviva urlati dalla canaglia, pure i creditori non si mossero;
+s’atteggiarono anzi come se risoluti di non lasciar più quel posto.
+
+— Se questa canaglia, diceva un di loro, dovesse aver danaro da te,
+udresti, o Cesare, se allora ti acclamerebbe.
+
+— Divino ti chiamano, diceva un altro sghignazzando con disprezzo
+ostentato, così fosse! che Venere almeno, la tua grand’ava, ti
+pagherebbe i debiti.
+
+— Silenzio v’intimo, gridò allora Cesare, entrate tutti e attendetemi
+nel cavedio. Oggi sarete pagati.
+
+Entrò anch’esso, e per alcuni istanti si sentì umiliato, percosso,
+disfatto.
+
+— Più nulla dunque io sono, egli dicea fra sè, un gruppo di
+vilissimi creditori può abbattere un Dio: e venti carri pieni d’oro
+accompagnarono Pompeo nel suo viaggio trionfale!
+
+E stette pensando e ripensando al modo di poter avere, in quel giorno,
+venti milioni, almeno, di sesterzj grossi. E statuì di raccomandarsi a
+Crasso.
+
+
+
+
+XXII.
+
+RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.
+
+
+Nel 693 _ab urbe condita_, Cesare era partito da Roma con venti coorti;
+nel 694, già reduce dalla Lusitania, stava attendato fuori della città
+in aspettazione del trionfo, salutato _Imperator_ dalle idolatranti
+legioni, nel campo circuito dagli _impedimenta bellica_ che avevano
+trasportato l’oro ispano a colmare il romano tesoro, lasciando a Cesare
+quanto bastava per cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro
+contumelie amare nell’umile sorriso e nelle profferte di servigi nuovi.
+Quindici milioni di lire italiche furon necessarie perchè si tirasse
+intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso, alla partenza di
+Cesare, non aveva pagato che poco più del terzo dei debiti di lui. Nè
+li aveva pagati per amore suo.
+
+Un atto generoso, quando varca la misura comune, quasi sempre, non
+è generoso che nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato Pompeo,
+non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva sè incapace di soverchiare il
+Magno eroe, desiderava che altri sorgesse a metterlo finalmente in
+ombra. E un anno solo aveva bastato perchè Pompeo non potesse più
+dir, sogghignando, quando udiva le lodi di Giulio: « — Non basta una
+_povera_ corona di quercia, nè due misere campagne col vecchio Termo,
+e i servizj sotto l’_Isaurico_, perchè costui dai ginnasj e dalle
+accademie e dall’ippodromo passi a soggiogar provincie e nazioni.»
+
+Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come i brividi che annuncian
+tempesta; onde la prepostera invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto
+che Cesare partiva propretore per le Spagne, non era affatto fuori di
+ragione. Precedenze di gloria militare, qual condottiero d’eserciti
+in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne; ma in quel modo
+che Cesare avea la più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma l’avea
+in lui, quasi quel prediletto avesse riportato già dieci trionfi.
+Pompeo soltanto sogghignava, di quello sprezzo però che vien respinto
+dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo, disprezzava Pompeo,
+il gloriosissimo, il presunto dittatore perpetuo. Ma Cesare era
+convinto del proprio disprezzo; e diceva che se Lucullo e Crasso, e
+Termo decrepito, avessero combattuto contro di lui, sempre sarebbe
+stato vinto, e: — _Sì_, diceva, _costui, codesto semidio, non è
+già figlio della virtù, ma solo della indulgente fortuna_. — Ma
+la fortuna, se non indulgente, non fu avversa a Cesare, e permise
+che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti suoi e il valore
+incomparabile, si mostrassero all’aperto e si rivelassero nella
+loro più completa potenza. In lui tutto era maturo, come la sua età.
+Esso contava trentanove anni. L’attraente gioventù dava luogo alla
+poderosa virilità. E nelle Spagne, in un anno solo, potè far mostra
+di tutte le sue molteplici doti; potè rivelarsi gran capitano, grande
+amministratore, e più che conquistatore, scopritore di nuove terre.
+Era l’annuncio di quel che avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella
+Britannia. Fortunato, più che i posteri assalitori, nella guerra
+delle montagne, spinge le popolazioni ad abbandonar _fuggendo_ quelle
+altezze, fino allora credute inaccessibili a piede straniero, a
+gettarsi al piano, a passar fiumi in uno coi limitrofi atterriti, e
+rifuggirsi all’oceano; e getta zattere a trasportar le proprie truppe,
+che in parte rimangono affogate dalla marea sorveniente, e vi ammira
+quel Marco Sceva, da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua lotta
+giuridica per la patria potestà, e trovato semivivo nella battaglia
+di Perugia fra l’inestricabile intreccio dei cadaveri, dove quel
+dì Catilina potè fare spavento ai veterani del console vincitore;
+lo ammira nel punto che, nelle acque dell’oceano, solo fra tutti,
+riguadagna, nuotando, la riva; e non sapeva che quel prodigioso giovane
+era destinato a morire a Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a
+dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di strapotenti versi.
+
+Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei di Cesare aveano
+invase e conquistate regioni già note.
+
+Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute. Brigantio,
+regione tutta abitata da selvaggi, fu da lui rivelata per la prima
+volta ai geografi romani.
+
+Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore di terre e
+d’uomini, doveva mostrarsi profondo amministratore; onde i medesimi
+ispani lo salutarono liberatore e benefattore.
+
+Era colà, da gran tempo, feroce e continua la lotta tra creditori e
+debitori.
+
+La fittissima falange di questi volea far proclamare l’abolizione
+totale dei debiti, e i creditori, armati, invadevan le terre state
+offerte in cauzione.
+
+I creditori domandavano a gran voce alle autorità, che il carcere
+e il digiuno e altre pene corporali, perfino la fustigazione, si
+decretassero inesorabilmente ai debitori insolventi; e questi se ne
+ricattavano incendiando le case de’ creditori, mettendone a ruba e
+a sacco i poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore della
+forza armata, poca e impotente a frenar tanta ira, mantenuta negli uni
+dall’avidità insaziabile, negli altri dal terrore della miseria, più
+spaventosa della morte; epperò, ben più che una guerra civile, era una
+guerra selvaggia, resa più funesta dall’indole indomita e fierissima
+degli abitanti.
+
+Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine dei debiti e la piaga
+dell’usura, e già avea pensato al modo agevole di porvi riparo, se
+nelle sue mani fosse venuta la somma delle cose, provvide ad attuare
+in Lusitania quel che aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e la
+presenza delle sue trenta coorti compresse ogni opposizione) che
+i creditori non commettessero, pel loro diritto sebbene legittimo,
+un atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando ogni anno
+per sè un terzo delle loro rendite, ne concedessero i due terzi ai
+creditori, fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo con ciò
+a conservare la proprietà, stornò l’azione degli usuraj di Roma, di
+quell’_acies asiatica_ che si faceva sempre più invadente e pericolosa;
+e salvò il capitale dei debitori, il quale sarebbe stato divorato nel
+momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni.
+
+La guerra di Spagna fu per Cesare quel che fu pel primo Bonaparte la
+guerra d’Italia. Notissimo il primo in Roma, ma, avanti la conquista
+della Lusitania, ignoto al rimanente del mondo. Senza luminosi fatti
+precedenti che fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso in
+sè stesso sino alla temerità, e fiducioso in lui il popolo romano sino
+alla cecità. La corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono
+l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi. Ma di tratto, arrivati
+l’uno e l’altro sul campo delle grandi imprese, giganteggiano senza che
+sieno manifestate al volgo le preparazioni del genio; ma consapevoli
+essi soli di quel che prima avevano pensato e vagheggiato e sperato
+e operato in più guise e per più vie. Però, compiuta l’impresa, sì
+all’uno che all’altro applaudono il paese conquistato e la patria del
+conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio in petto ai vinti. Il
+successo, superiore all’aspettazione, condanna l’invidia a mascherarsi
+di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma, tutta Roma uscì di sè stessa
+per muovergli incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si assisero
+nella sua tenda; Pompeo venne solo, a tributargli onore con gran pompa
+di aurato cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero curvi
+innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò come se stesse all’ara.
+
+La plebe intanto urlava innamorata ed ebriosa.
+
+Numerose schiere di viniferi erano state distribuite nei varj quartieri
+della città, dal bevitor d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma
+bevesse alla salute di Roma.
+
+E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che era l’espressione più
+completa della forma repubblicana, essendo stato creato quando appunto
+furono discacciati i re; e, in processione, apparvero il Flamine Diale,
+ed il Marziale e i dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte,
+e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici di donne, e vennero le
+Vestali, non già quali custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano
+dell’impero, significando così ai conquistatori e trionfatori che non
+dovevasi loro, la vittoria e la fortuna di Roma, ma ad una celeste
+potenza inspiratrice e guidatrice dei duci, per necessità ineluttabile.
+E a questi sacerdoti e sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero
+altri d’altre classi che non aveano incarico nessuno fra la terra
+e l’Olimpo; e sfolgoravano le matrone e le giovani donne patrizie
+nei loro cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle elastiche
+cigne; e i giovani cavalieri premean cavalli condotti dalle regioni
+diverse della repubblica, onde ai bruni corsieri delle stalle di Roma,
+dalle prolisse criniere, si mescolavan quelli della calda Arabia, dal
+vellutato-cangiante mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e del
+placido Scamandro, e i palafreni mirabili di Lucullo, ch’ei proclamava
+discesi da quelli che Giove avea concesso a Troe in premio di Ganimede.
+
+E il prefetto della città, il quale copriva anche la carica d’ispettore
+dei circensi, avea mandato al campo di Cesare due elette schiere di
+atleti e gladiatori.
+
+Capitanava i primi il famosissimo Cromi di Mitilene, lottatore e
+pugillatore fin allora creduto invincibile, onorato di statue nei
+circhi di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di Ercolano, siccome
+allora voleva l’ingiusto costume; chè insieme colle statue degli dei
+e degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e più spesso all’eroe
+non era concesso il simulacro ond’era stato insignito il lottatore,
+che poteva batter la polvere tra le fischiate della disprezzante
+plebe. Cromi era allora il primo dei primi in tutto lo stato romano,
+e di recente, nella stessa Roma, per la prima volta, da che nel
+circo massimo combattevano atleti, gli era stata decretata una
+statua di bronzo dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui era
+elettissimamente formoso, ma più arieggiante l’Apollo che l’Ercole;
+onde, nell’apparenza, non offriva caparra di prepotenza muscolare;
+bensì, la proporzione mirabile del suo costrutto era quella che gli
+comunicava il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una completa
+idea del come ei fosse, più che ammirato, idolatrato in Roma, si pensi
+ai tumulti e ai fremiti che provocavano i toreadori nei circhi di
+Spagna. Al tempo del celebre _Montes_, l’ammaliatore, e dell’andaluso
+_Ciclanero_, il bello, allorquando procumbeva il toro trapassato nel
+collo dalla lama lieve, tra le grida sfogate onde il circo risuonava,
+grida ed urli esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso delirio,
+ai piedi di quei trionfatori cadean collane e catene d’oro, onde le non
+più orgogliose dame si spogliavano, ammiranti un uomo che avea fatto
+stramazzare una bestia.
+
+Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando ei sorgeva solo fra
+gli atterrati avversarj, e girava lo sguardo intorno, ascoltando con
+accettante sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, gli edili, i
+pretori, i senatori, gli gettavano anelli e stili aurei e gioje, e
+parean grano lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e cinti e
+zone, ove i rubini gareggiavano coi più preziosi piropi. Nella piccola
+ma eletta cliptoteca della sua casa, chè egli affettava l’opulento
+patrizio, e non si riputava inferiore a Pompeo, sorgeva, alto quasi un
+palmo, sul pavimento lo strato di quei monili, come se fossero avena da
+tramescolare a palate. Esso portava i capelli inanellati e prolissi e
+cadenti sul collo, contro il costume degli atleti che li teneano rasi,
+perchè non fossero mezzo di vittoria all’avversano. Ma egli teneva in
+gran pregio quella chioma, onde gli si incorniciava voluttuosamente
+il greco volto, e portava il berretto frigio, e pari ad Achille si
+riputava, e al non minore Diomede, onde ricantava con atletica voce i
+passi che loro si riferivano nel greco d’Omero.
+
+Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria, nell’arte propria era
+celeberrima al par di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava
+nella commedia e nella tragedia. Valente nella prima, non superabile
+nella seconda. Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo.
+Nell’_Agamennone_, vestendo il personaggio di Clitennestra, atterriva
+gli spettatori. Avea recitato, ed era già celebre infin d’allora, per
+l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; doveva recitare per la
+dedicazione del teatro di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare
+decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse più d’un secolo, ad
+onta dell’indole irrequieta e rabida, delle passioni ch’ella assumeva
+recitando colla più completa espressione del vero, e delle passioni che
+arsero lei stessa anche fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella
+subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.
+
+Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a liste d’oro, e pareva una
+regina assira meglio che una commediante e, assisa in trono anzichè
+in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo di schiavi. Essa non
+era lunge dal drappello capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei
+giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più belli fra i bellissimi,
+e ripiegandolo poi sul suo, e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno,
+in sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e tanto più che,
+passando qualche ora prima davanti al pronao del circo, aveva veduta la
+statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.
+
+Il genio dell’arte che in essa era strapotente, per virtù di
+quell’arcano istinto che, inconsapevole, opera prodigi, e può
+operare tra le più deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone
+inclemente, le facoltà dello spirito, quelle facoltà che sovente,
+anche nelle persone più volgari, pur si trovano nel più tranquillo e
+fortunato equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo Cromi, nel dì
+ch’essa, adocchiandolo, arse d’insano amore per lui, fosse caduto morto
+a battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe dovuto render
+grazie alla benefattrice fortuna. L’amore geloso di Giovanna la Pazza
+per Filippo il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato cadavere
+di lui fosse veduto da occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore
+di Emboliaria per Cromi.
+
+Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. Veniangli d’appresso
+Pompeo e Crasso e Lucullo e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo
+colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore delle gesta
+di Cesare nel suo _Commentarium rerum urbanarum_, che, già accennammo,
+era la _Gazzetta_ di Roma antica, istruiva Roma quotidianamente di quel
+che operavasi in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista e artista,
+dipingeva, più che raccontasse, que’ fatti di guerra, di cui Cesare
+mandavagli i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali appariva
+l’intelletto maestro che voleva geometria rigida e non pompa di stile.
+Ma, colla pompa dello stile e colla adulazione, il _progiornalista_
+romano, preparò le ricchezze future e quei famosissimi giardini che
+ancora oggi si chiamano di Sallustio.
+
+Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei e quasi colleghi e,
+in apparenza, amici, apparve tutto quanto militarmente vestito. Il
+paludamento imperatorio, che era la clamide coccinea, non impediva che
+fosse veduta l’argentea lorica, lavoro insigne di cesellatore greco; le
+figure di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio di olimpiache
+deità a basso rilievo, eminevano tratte dal metallo a tutto sbalzo.
+E Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò coperto il capo
+della galea vetusta. La calvizie, più che minacciosa in Roma, lo avea
+debellato in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo a quella per lui
+aborritissima deformità, si coprì la testa. Ancora giovine non voleva
+che le romane sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, e quella
+galea aveva un cimiero sul vertice, contesto d’oro e adorno di brevi
+piume rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, mezz’alzata e mezzo
+abbassata, volto indescrivibile, dove l’alunno di Marte, fortissimo e
+tinto e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche e dalle notti
+dormite _sub luna_, faceva la pace col pronipote di Venere celeste; ed
+ei lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.
+
+E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio e cocchio, dove più
+sfolgoravan le patrizie, e stringendo la mano ai senatori, agli auguri,
+ai sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, e sparpagliando
+ovunque sorrisi ammaliatori, quali non vide mai Roma sul suo labbro
+espressivo, diceva brevi ma succosissime parole intorno alla cosa
+pubblica, e interrogava Sallustio e Cicerone su quanto era avvenuto in
+Roma durante la sua assenza.
+
+— E perchè non vedo Catone qui?
+
+— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò Sallustio; tu ben sai
+che l’austerità sua gli fa abborrire ogni tripudio festoso.
+
+— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, a chi vende e compera le
+mogli come se fossero giumente, e a chi presta danaro al venti per
+cento.
+
+— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e in Roma tu non avesti mai
+più ostinato e implacabile avversatore di lui.
+
+— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, soggiunse Crasso, non
+isperare che, come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda l’onor
+del trionfo, e insieme il diritto di ambire al Consolato.
+
+— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò a chi la vuole la
+purpurea borsa che lo contiene.
+
+E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente le strinse
+l’asiatica mano.
+
+— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno sgomento, vestito di voluttà,
+sempre mi invade quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o Mirra,
+fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. Pensavo a te, o Galeria,
+sulle rive dell’oceano, ma pensavo anche che il tuo Cromi divino mi
+ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, e, mentre lo ammiro, mi dispiace.
+Sovrumano egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è fido?
+
+L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:
+
+— A che tu vorresti accennare? disse.
+
+— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, per te non cieco, ti tenga
+nel suo inflessibile, soave governo.
+
+Cesare era amabile e gentile colle artiste; coll’Emboliaria in modo
+singolare; chè ammirava in essa il talento drammatico straordinario,
+ma si rideva delle strane pretensioni di lei, epperò, nel suo accento
+sentivasi la nota dell’ironia che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi
+una regina assira. E Cesare venne all’atleta Cromi, e lo inaffiò di
+lodi; ma, parlando con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava a un
+cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, alla quale ei passò
+tosto; e fu l’ultima visitata, mentre avrebbe dovuto essere la prima.
+
+Cesare le parlò sommesso:
+
+— Ho incise nella memoria le ultime tue parole; sotto a questa lorica
+stanno le tue lettere di fuoco....
+
+L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, e torse la biondissima
+testa, e all’onniveggente Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e
+di lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette Cesare, strinse la mano
+sudante dell’Imperiosa, e ritornò alla tenda.
+
+
+
+
+XXIII.
+
+CESARE E ROMA.
+
+
+Erasi ritirato nella tenda, intanto che il campo in aspettazione della
+prima notte, attendeva all’esercizio delle armi, nelle quali persino i
+centurioni più veterani andavano addestrandosi, quasi fossero gregarj
+nuovi. Le trombe finalmente diedero il segnale del riposo. Ciascuna
+centuria si ridusse al proprio quadrato. Dopo qualche tempo, squillò
+un secondo segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo successe
+al fracassìo del giorno, non interrotto che dai nitriti giocondi
+dei cavalli, i quali pareva si rimandassero i saluti da un estremo
+all’altro del campo.
+
+Cesare stava aspettando il decreto del Senato, il quale certissimamente
+gli sarebbe stato favorevole, se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone,
+come grandine assidua, non avesse percosse e sgominate le menti dei
+senatori; pure, non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva una
+schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna volevano innestare la
+propria; ond’esso tuttora sperava che gli venisse accordato e l’onor
+del trionfo e il diritto di ricorrere al Consolato. Ma, dopo essersi
+tormentato d’ira pensando all’inflessibile nimicizia di Catone,
+cangiò quel tormento in un altro, rimeditando il fatto che per lui
+non aveva più bisogno di prove, della superba fanciulla Imperiosa,
+che aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi di un atleta. Egli,
+Cesare, il discendente di Venere, il primo sacerdote in Roma alle are
+pafiche, arbitro e donno delle più cospicue beltà romane, egli, il
+vincitore della Lusitania, era stato posposto ad un atleta. Ben questi
+aveva ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma Cesare considerava
+quegli onori come volevano essere considerati; però un atleta, per
+quanto applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi occhi nulla
+più che pubblico ludio. Ma si sforzò a distorre da sè quel pensiero,
+diventatogli, con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo, e
+messosi a sedere, si diede a consultare le opere che teneva accumulate
+sulla tavola. Erano i lavori di geografia più celebri a quel tempo. I
+lavori di Eratostene, d’Ipparco, di Seragione, di Polibio.
+
+Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare, quando venne cogli
+altri a visitarlo, gli aveva portato a leggere gli abbozzi delle
+ricerche intorno a Roma antichissima. Cesare, più ancora di Cicerone
+e di Sallustio e d’altri, dava importanza a tali studj, e talora,
+lasciata ogni altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello
+scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà di chi idolatra la
+terra nativa, e tutte le altre trova seconde ad essa, e ne esplora
+le origini affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini futuri.
+Colla scorta di Varrone, e col lume della dottrina propria, nel
+silenzio del campo, risalì la corrente dei tempi. E si partì da
+quel momento, momento di più secoli, allorchè intorno alle rovine
+dell’impero etrusco, tumultuavano sanguinarie, nella gara disputata
+della conquista, le varie genti dell’Italia primigenia; e, fermandosi
+tra codeste genti a considerare gli atteggiamenti della storia, e
+il carattere delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze
+intorno alle divinità che riassumono i costumi dei popoli, sentìa quasi
+rammarico che l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi proavi;
+e pensava alle primavere di sangue, in cui si trucidavano quanti
+eran nati in quella stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean
+latitanti; e qui vedeva l’origine prima della sua Roma, e la valle dei
+mistici sette colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove, secondo
+gli scrittori greci, era sorta la primitiva Roma, la Roma anteriore a
+quella di Romolo; e leggeva un passo di Varrone, il quale confutava
+quegli scrittori che attribuivano l’origine di Roma ad un figlio di
+Ulisse e di Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario, trasmutatosi
+in poeta nel coprir di contumelie Crispo Sallustio, fatto seguace dei
+Greci in quell’opinione.
+
+Continuando sempre con Varrone, guardava se quell’amico suo avesse
+rivelate cose ch’ei non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e il
+pomerio, o _post murum_, e il primo solco, e il foro boario dall’eneo
+toro, e l’ara di Ercole e le costruzioni di Tito Tazio.
+
+Ma, dall’archeologia passando alla storia, e lo sguardo togliendo
+dalle tavole di Varrone, Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e
+considerò che in tre secoli la fama di essa non era ancora uscita dal
+suo cerchio, sebbene crescesse e maturasse lentissimamente, pur fra
+tradimenti e discordie e guerre e sconfitte; e s’intrattenne coi sette
+re, e più assai coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia
+come, sebbene quel re fosse stato astutissimo e fortissimo, e per più
+anni onnipotente, pure non avesse potuto tener testa a chi non lo volle
+più. Non aveva però, considerava Cesare, legioni a sè devote, e non era
+possente nell’arte della guerra, e la fama non ci riferì ch’ei fosse
+valorosissimo, e, comunque fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima di
+accarezzare la plebe; se le avesse dato quel ch’ella chiese e ottenne
+dopo, se le avesse concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il
+diritto a tutti di salire ai primi gradi dello Stato, e l’eguaglianza
+dei diritti, non sarebbe caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe
+continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e di periodo in periodo,
+quando venne al momento dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare
+s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno della tenda con
+passo celere; pareva che assistesse ad una scena presente, e vedesse le
+sgominate legioni e i soldati sgozzati per la campagna, e i cittadini
+in fuga, e Roma messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici latini
+compianta, come se già fosse un mucchio di rovine; così accigliato,
+pareva meditasse una vendetta lunga, sterminata, inesorabile, più
+tremenda assai dell’antica offesa, e forse in quel punto gli entrò in
+petto l’avida brama di essere inviato colle sue legioni a conquistar
+le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo, Romolo secondo, padre della
+patria, come il popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria e ai
+Galli, scannati tutti.
+
+Pur meditava che quel duello a morte tra invasi e invasori, era stato
+utile, perchè i popoli italici s’erano stretti così intorno a Roma,
+e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono dall’odio contro
+di essa, come fecero gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie;
+tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione a Roma di
+spiegare tutta quanta la sua sapienza armata, e però con sessant’anni
+di guerre, terribilmente e astutamente guidate, provocare il desiderio
+nelle genti dell’Apennino, nei popoli del Sannio, del Lazio, della
+Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini romani. A questo
+punto, s’intrattenne con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle
+disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era il primo popolo
+del mondo, e pensò ad Alessandro, che, non ancora trentenne, aveva
+sottomesso più che cinquanta milioni d’uomini, e ai Greci successori,
+caduti in bassa viltà, e al re Pirro, e alle due sconfitte toccate
+per l’inaspettata comparsa degli elefanti, e l’impeto, non mai prima
+sopportato, della cavalleria tèssala; si confortò rimeditando il senno
+del nonagenario Appio che negò a Pirro di venire a patti, se prima non
+fosse uscito d’Italia, onde fu causa che il re, tornato alle armi,
+dovesse ridursi, vinto, al suo regno cogli inutili elefanti e colla
+non più invincibile cavalleria tèssala. E Cesare di nuovo si accigliò
+e s’alzò di nuovo, pensando alle guerre puniche e alla morte di Regolo
+e al genio di Amilcare cartaginese, che preparò il genio maggiore
+del figlio Annibale, inizj della prima guerra punica, intercalata
+dall’invasione dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani, e d’altri della
+loro schiatta, che misero il Senato nella necessità di decretare la
+patria in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del console Flaminio
+e di Metello.
+
+Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto, e prolungando il
+soliloquio della memoria al cospetto della stragrande figura di
+Annibale, si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico, della
+guerra, della conquista, della gloria, dell’impero. Cesare solo poteva
+comprendere Annibale, il solo nemico di Roma che aveva compreso
+Roma; uomo di guerra, insuperabile, ma uomo eziandio di profonde e
+profetiche vedute politiche, che, unico allora, e prima dello stesso
+Scipione, avea pensato come, dopo il postremo cozzo tra Cartagine e
+Roma, la fortuna avrebbe decretato ai popoli a quale delle due città
+dovessero obbedire. Cesare, considerando quel guerriero straordinario,
+e confrontando il sistema degli eserciti dei condottieri romani e
+del cartaginese, stupiva come colui potesse governar le battaglie con
+tanta disparata varietà d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico,
+l’Asiatico, e con soldati barbari e persino antropofagi, non aventi
+numi, nè riti, nè patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto
+del plebeo Varrone, che, solo e senza un soldato, pure ottenne dalla
+sapienza del Senato Romano il trionfo della sventura. Considerava come
+lo sterminato genio d’Annibale, se mandava uno splendore perpetuo fra
+i posteri, era stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non lo
+avea compreso, per il che perdette poi sè stessa a Zama, dove Scipione,
+rifacendo il disegno di Regolo, avea tratto il formidabile nemico.
+
+E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale, giocando l’ultima
+sanguinosa giocata, e quel pensiero comunicò ai legionarj, quando dal
+cavallo tuonò loro, prima della battaglia, che, tramontato il sole
+di quel dì, il mondo saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe stato
+mancipio.
+
+Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro il tergo, così
+rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione sono i tre Numi terrestri che
+generarono, nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza. Gli altri che
+vennero dopo non furono che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono
+ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione era già compiuta. Or che
+dunque resta a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne tutto che volle.
+In cinque lustri, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; la patria di
+Alessandro cadde anch’essa, schiere di re comparvero incatenati dietro
+ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo Emilio non fu mai superato da
+nessun altro; che altro dunque rimane a fare?
+
+Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente delle vicende
+romane, per esaminare di nuovo tutta la compagine dei varj elementi
+che concorsero a generarle; e questo, all’intento di vedere appunto
+quel che ancora avrebbe potuto un uom forte e di alti pensamenti e di
+instancabile volontà, il quale si proponesse di accrescere il numero
+dei terrestri numi di Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine,
+i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà romana, senza
+però volerne essere assorbiti, e pretendendo che il diritto latino e
+l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al diritto quiritario,
+e le deità latine e i genj autonomi dell’Apennino, ignoti altrove,
+non dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove; ma come poi,
+allorchè i Romani si nominarono re cittadini, i Latini e i Tirreni
+e gli altri Italici più non tenessero alla conservazione del loro
+diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero degli arcani
+genj vaganti lungo le falde e le creste della montagna sacra, e con
+ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero a penetrare
+nel vietato _post murum_, onde farsi annoverare fra quei re sulle
+tabelle del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio patrizio, che
+raggiunse il punto massimo, quando Scipione ascese al tempio di Giove
+Capitolino, rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione, e
+sprezzando l’ingratitudine di coloro, che non volevano dilungarsi da
+quella consuetudine, pure al cospetto di chi aveva fatto Roma padrona
+del mondo. Cesare, speculando le vicende di Roma e dell’umanità,
+pensava come, dopo Scipione, lo splendore della gloria e della potenza
+aveva dovuto rischiarare orrende piaghe, e generarne e inasprirle;
+e la ricchezza, accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj
+e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare i paesi,
+abbandonare l’agricoltura agli schiavi. Qui, nel profondo della notte,
+gli si affacciò l’insanguinata figura di Tiberio Gracco, il generoso
+ch’erasi proposto di salvar Roma ridonando gli alimenti all’agricoltura
+derelitta, impedendo che la ricchezza si condensasse in poche mani,
+e l’Italia si condensasse in Roma, ma sibbene sforzando Roma, a
+prolungarsi su tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti lungo
+l’Apennino e i due mari, tuonassero le voci numerose di quella nuova
+Roma, che, uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia a Genua.
+
+Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve quella del fratello
+Cajo, rifuggitosi nel bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro,
+che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al petto, allorchè i suoi
+nemici furono per raggiungerlo. Dopo questi due grandi sventurati,
+Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio Druso, altra anima santa,
+e mente indarno profetica, più profondo di Tiberio, più cauto di Cajo.
+
+Ammirava Cesare quel suo sistema di universale conciliazione, e
+il disegno di allontanare da Roma la sempre, ed a ragione, torbida
+plebe, accontentandola colla possidenza e coi lavori dei campi, e,
+radunando gl’italioti, con quelle rogazioni, che animarono le speranze
+di tutta Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, rammentava,
+raccapricciando, che Druso era stato trafitto nel Foro da una pugnalata
+a tradimento, la quale impedì la salvezza di Roma, avvolgendola in tre
+guerre consecutive e terribili: la servile, la barbarica, la sociale,
+per la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila uomini. Ma
+colui, pensava Cesare, non comandava a legione nessuna, e non è che
+la forza armata capace di convertire, in fatti duraturi, i più ardui
+concepimenti dell’intelletto.
+
+Così protraendo la storica recensione, a guisa di un’artista di
+gran genio, delirante per il nuovo e l’inaspettato, il quale, rianda
+colla memoria le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che nuovi
+spiragli rimangano all’arte e quali vie, ancora inesplorate, restino
+a percorrere, e nel tempo stesso quali errori debbansi fuggire,
+attraverso all’ombra di Livio Druso, l’associazione delle idee mise
+Cesare al cospetto di Mario, del suo parente Mario, del figliuolo del
+banchiere Arpinate, il quale era stato assunto ad inclite nozze con
+una figliuola dell’illustre famiglia Giulia; ed esultava nel pensiero
+che il plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle viltà dei patrizj,
+insensibili alle ingiurie di Giugurta, e all’epigramma fatale di quel
+barbaro, onde aveva detto, essere la padrona del mondo, _repubblica da
+affittare_, e compir la vittoria di Metello, il capitano dei patrizj;
+e ammirava il suo modo di guerra all’antica, metodico, disciplinato,
+austero, cauto all’uopo, e all’uopo fatto di sorprese veloci e d’impeti
+tremendi, onde arrestò l’alluvione barbarica e dissuase i popoli
+del Settentrione dal tentar nuove invasioni; esaminò poi attento il
+rovescio di quell’uomo straordinario, inarrivabile in guerra, nullo,
+e peggio che nullo, nel maneggio della cosa pubblica, e nel governo
+delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza costanza di principj.
+Cesare ne traeva la conseguenza che un capitano di eserciti, per quanto
+grandissimo, se non possiede anche la sapienza dell’uomo di Stato,
+è un uomo a mezzo, incapace di condurre a maturanza le rivoluzioni,
+dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo al dispregio delle
+moltitudini, e deplorava che Mario avesse tradita la plebe, e preparato
+così il trionfo degli ottimati.
+
+Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava la plebe. Pur, se questa
+può sembrare una virtù d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e
+delle piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono ognora
+la plebe. Da Tarquinio il Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli
+Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però Tarquinio fu scacciato
+dai patrizj, però gli uccisori di Gian Maria e di Gian Galeazzo,
+erano nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente, che
+venissero decapitati. Cesare covava già il futuro; lo aveva covato
+fin da fanciullo, colla meravigliosa precocità della sua mente, che
+gli metteva in petto il disdegno d’essere ancora eguale agli altri.
+Imparziale e giustissimo estimatore d’uomini e cose nel soliloquio
+della coscienza, negli atti esterni dimenticava i segreti giudizj,
+e faceva quello che riputava poter giovare ai supremi suoi intenti.
+Quando di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i trofei di Mario,
+non fu già perchè avesse voluto onorare quell’eroe a due faccie, ma
+perchè gli sembrò che quella prova di coraggio potesse, a tutto suo
+favore, percuotere di meraviglia il popolo romano.
+
+E come giudicava Mario, giudicava Silla, ma a rovescio. Amava l’eroe
+d’Arpino, pur dispregiandolo, e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva
+la sapiente astuzia di colui, nello stare sempre lontano da Roma,
+intanto che Mario, sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia
+l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con gioja la morte del
+rivale, nel tenersi per più anni ancor lungi dalla patria, per dar
+tempo ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti di Mario.
+Comprendeva tutta la gravità del concetto sillano. Siccome Temistocle
+aveva detto trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla aveva veduto
+la _Roma vera_, la _Roma viva_, trovarsi tutta nel campo, marciante e
+vagante e vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto ch’egli,
+in questo, doveva riprodurre, con imitazione rigorosa, la sagacia
+sillana; chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le vittorie
+d’Oriente contro Mitridate, furono la vittoria in Roma, e il dominio
+assoluto sull’Italia. Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo ricopiò
+letteralmente. Se si fosse trattato di un’opera dell’arte, tutti lo
+avrebbero redarguito di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione,
+il plagio, quand’è usufruttato opportunamente, è un atto di sapienza.
+E, sempre ammirando l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne
+provasse ribrezzo, come la tranquillità spietata onde aveva imposto
+la sanguinaria proscrizione e lo sterminio di intere popolazioni,
+di intere città, di tutto che gli parve contaminare la repubblica,
+assomigliasse alla tranquillità del chirurgo, il quale amputa le membra
+credute funeste all’intero corpo. Cesare pensava che, in questo, non
+lo avrebbe mai imitato; ma pure non sentiva orrore di quelle stragi
+operate con metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano non poteva
+aver le nostre viscere, e se Cesare fosse pietoso lo si vide quando,
+giovinetto, fece impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo si
+vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla ferocia, congiunse
+la viltà, la viltà nata d’invidia, esercitata contro il generoso
+e prode Vercingetorige, l’emulo suo formidabile, il quale, datosi
+spontaneamente a lui, fu tratto a Roma, incatenato al carro trionfale,
+tenuto in carcere decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare.
+
+La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine della storia
+convenzionale, assomiglia alla così erroneamente decantata generosità
+del leone che, pur allora che è satollo, si tien la preda in serbo per
+divorarla poi. Eccettuata adunque la proscrizione, Cesare s’accorse
+che di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto in pugno il
+massimo potere, da quel Silla che aveva tanto aborrito e che aborriva
+ancora, doveva ripetere le prime linee del proprio disegno, e rifare,
+quando fosse venuto il tempo, molti dei provvedimenti che segnalarono
+la dittatura di colui. Silla spartì le terre dello Stato a centoventi
+mila veterani, diede la libertà a migliaia di schiavi. In questo
+Cesare pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna fosse stata per
+dargli la preponderanza sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè
+conservare al Senato la sovranità del governo, non mai avrebbe voluto
+discendere dal sommo fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a
+morire da privato.
+
+— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo della vita era
+impazzito; forse l’assidua pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli
+sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli fecero aborrire e
+disprezzare quell’ente che è più desiderabile dall’uomo il quale sa e
+sente di essere superiore a tutti gli altri, il potere; in questo non
+avrebbe mai voluto imitarlo.
+
+A questo punto, al lume di una _lucerna polimixa_ che contava dodici
+lucignoli, tornò a leggere Varrone, e a misurare i segni geografici
+onde quell’archeologo aveva incise alquante tabelle a schiarimento di
+Polibio, di Eratostene e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò
+tutte le terre che allora erano sottomesse a Roma. Verso l’ora del
+_conticinio_ si adagiò sul cubicolo da campo, e dormì fino a sole alto.
+Dopo il meriggio gli fu recato il decreto del Senato che gli vietava di
+potere simultaneamente aver l’onore del trionfo e optare al Consolato.
+Non stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni; le licenziò.
+Un lungo ululato in cui l’entusiasmo suonava insieme col dolore,
+accompagnò le sue parole.
+
+A notte entrò in Roma segretissimamente.
+
+
+
+
+XXIV.
+
+IL TRIPICINIO.
+
+
+Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col suo ingresso in Roma per
+optare al Consolato, si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza
+protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure si vuol protrarla
+ancora, perchè alcuni fatti che si compirono dopo, tengono la loro
+prima radice in essa, e molti dei motivi già prodotti rimarrebbero in
+tronco, senza seconda parte, con pericolo d’imitare la melodrammatica
+gallo-germanica, e d’insultare al genio italico, sebbene questa non sia
+palestra musicale.
+
+Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte, entrò in Roma, e
+segretissimo entrò nel tempio là nella Suburra; gli ostiarj, i servi,
+gli schiavi lo attendevano. Egli diede monete a tutti, e tutti gli
+s’inchinarono, sorridendogli con riverente e grato viso. Egli era
+idolatrato da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo
+i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi che, nel silenzio ond’era
+circondato, gli vennero abbondanti, li strinse in un vasto disegno. Era
+un piano di battaglia. Ei pensava ch’era venuto il tempo di tentare
+imprese romanamente grandi, di sospingersi nel fitto dell’azione, di
+emulare Alessandro, del quale, con lagrime d’invidiosa ed impaziente
+ambizione, aveva ammirata la statua nelle Spagne.
+
+Non dubitava di venire eletto console. Aveva per sè il popolo, e
+conosceva il Senato che, se non lo amava, lo temeva.
+
+Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima. Preparò tutti
+i congegni per assicurar l’elezione, si mostrò al popolo, il quale
+circondandolo e seguendolo gli applaudiva e acclamava il suo nome, ed
+egli lungo la via, in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni
+discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora che era convenuto, e i
+senatori al suo apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono, perchè
+gli amici di lui non pochi, alzandosi primi e applaudendo a furore,
+costrinsero gli altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi. Cesare
+disse brevi parole, pregando il Senato ad assegnargli un giorno per dar
+conto della propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli fu subito
+statuito. Uscì allora dal Senato, e se ne venne alla casa di Pompeo.
+Quando ne varcò il limitare, già cominciava a tradursi in atto il suo
+vasto, profondo, astuto disegno.
+
+Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui inutile, biblioteca, e Cesare
+passò in essa. Pompeo lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi.
+Stettero muti alquanto; nè Pompeo era tale da rompere primo il
+silenzio. Amava o non parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente
+negli ambiti del discorso. Parlò dunque Cesare primo:
+
+— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una visita onoraria. Sì venni
+per cose gravi. Grande sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò ti
+vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi, e avendo pagato i debiti
+di Clodio, questi, e per l’ira spontanea, antica che sente per te, e
+per mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai non ti perdonerà
+l’avergli strappata di pugno l’impresa de’ Pirati, e la conseguente
+vittoria e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare tutti i tuoi
+possedimenti. Queste cose io le seppi al campo, e tu le sai. Non basta
+dunque essere grandi; conviene essere potenti.
+
+— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni?
+
+— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza non può averla uno
+solo, la si ottiene condensando le forze di più. I fasci dei littori
+non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe, onde son contesti,
+le infrange un fanciullo. Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò
+altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo è Crasso. Pensa,
+Pompeo, che noi tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio,
+le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte, producono
+l’invincibile forza. Tu hai la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena
+un re dell’Asia può in questo competer seco. Io tengo qualche virtù a
+me particolare, che nè tu hai, nè egli, e nessuno ha.
+
+Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so.
+
+— Stringiamoci dunque insieme, continuava Cesare, e l’universo è nostro.
+
+— Ben parli, ripeto. Ma quanto dici non sta nel possibile. Crasso è mio
+nemico antico e implacabile.
+
+— A Crasso provvedo io. Accetti dunque tu?
+
+Pompeo stette pensoso un istante, poi:
+
+— Se Crasso accetta, disse, io accetto.
+
+E Cesare, strano a dirsi, alla risposta di Pompeo, si fece per poco
+meditabondo anch’esso.
+
+Davvero che quelle due grandi figure di Roma antica, che poi dovevano
+disputarsi il dominio del mondo, in quel momento meritavano di essere
+plasticamente ritratte. Come erano dissomiglianti l’uno dall’altro!
+Pompeo aveva grossa testa, con capelli fittissimi che scendevano
+fino al sopracciglio, occhio ampio e bello; ma tutta la sua bellezza
+consisteva nelle linee della cassa, e svaniva alla pupilla, nera e
+profonda, ma senza mobilità, nè espressione. Ampie spalle mostrava, ed
+ampio petto. Era davvero il tipo completo della razza romana.
+
+Cesare, già lo abbiamo descritto e con precisione quasi anatomica,
+pure, esaminandolo in confronto di Pompeo, aggiungiamo che nulla
+affatto c’era in lui di romano; anzi pareva si dilungasse da Roma e
+dal suo tempo. L’eleganza della sua figura e della sua veste, pareva
+arieggiasse la leggiadria dei costumi futuri. Era insomma un uomo
+moderno. L’architettura ossea della sua testa era grande certo più
+di quella di Pompeo, ma non appariva, perchè ancora in quell’età,
+una indescrivibile grazia, in parte naturale, in parte voluta, ne
+smorzava le linee, e lor toglieva tutto quello che ci poteva essere
+di profondamente antico. Del resto, non è vero che interceda tanta
+somiglianza tra Cesare e Napoleone. Il primo era alto di statura,
+aveva bel collo, uscente libero dalle spalle, aveva occhi neri e
+vivacissimi, che talora inutile rendevano la parola. Gli occhi di
+Napoleone eran gialli e felini, che facevano abbassar quelli di chi
+lo guardava, e non avevano altra espressione che la terribilità di una
+volontà implacabile. Non si parli più dunque di somiglianza tra il più
+grand’uomo di Roma antica e il più gran capitano dei tempi moderni.
+
+Meditato alquanto, Cesare si alzò; si alzò Pompeo, e si strinsero la
+mano. In quel momento parevano davvero amicissimi. Solo in fondo alla
+mente di Cesare sorgeva già il germe di un obliquo disegno.
+
+— Non è da indugiarsi, soggiunse poi. Io volo a Crasso.
+
+Pompeo, zoppicando, chè da anni aveva una piaga nella gamba destra,
+onde le fasciava ambedue con nastri bianchi, accompagnò Cesare fino al
+cavedio.
+
+Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare tornò alla Suburra. Fece
+attaccare i cavalli, e salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio,
+recantesi in braccio i quattromila talenti che Crasso aveva prestati
+a Cesare. Questi conosceva l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa
+di quei quattromila talenti gli avrebbe messa una tale giocondità nel
+sangue, da renderlo docile a qualunque volere e consiglio.
+
+Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava nel cavedio coi
+mediatori di danaro e coi banchieri e feneratori d’ogni conio, tra
+i quali v’erano alcuni perversi veramente, degni di capestro. Essi
+tenevano stanza intorno al foro, e mercanteggiavano di danaro,
+ma quanti cadevano nel loro laccio, e che: _se obruebant in aere
+circumforaneo_, come allora correva il detto, il quale significava
+ch’eran carichi di debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili,
+eran fonte di un ingente reddito a Crasso, il quale dava il danaro ai
+feneratori di seconda e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre
+che oggi non potrebbero essere credute.
+
+Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con grande cortesia, licenziò
+quella canaglia, e:
+
+— Entriamo, disse: che ti conduce a me?
+
+— Entriamo.
+
+Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E Taltibio, onusto dei
+quattromila talenti, tenne dietro al padrone.
+
+— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in Roma. Ma il primo
+pensiero fu di restituirti il danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei
+ringraziamenti.
+
+— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma bene hai fatto....
+
+E guardò e contò, e rendeva la somiglianza di un ghiottone eccezionale,
+quando, spensierato d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari sapori
+di un cibo desiderato tutte le papille gustatorie.
+
+Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene ne dimostrasse più di
+cinquanta. Era grosso e panciuto; bensì, per un contrasto strano,
+aveva il volto scarno. E ciò che, a ben guardarlo, lo rendeva diverso
+dagli altri, era il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio di
+Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava una luce vivissima, la
+quale scompariva, sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che la
+smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a saettare altri raggi acuti,
+per spegnersi poi di nuovo.
+
+— Pompeo ti saluta.
+
+— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con meraviglia.
+
+Megabocco era uno dei tanti soprannomi che aveva Pompeo, e che erano
+stati inventati da Cicerone.
+
+I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano que’ soprannomi; però lo
+si chiamava Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole enigmatiche
+di cui Cicerone si valeva, parlando cogli amici, ogni qualvolta voleva
+dir male di Pompeo, senza che gli astanti potessero intendere quel che
+diceva, e riferirlo a Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano per
+tutta Roma, e con esse probabilmente anche la spiegazione degli enigmi.
+
+— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che ragione grave sei tu venuto?
+
+— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e ho invocato gli Dei
+quando ti espressi le parole augurali, affinchè la tua gloria presente
+si accrescesse e si perpetuasse.
+
+— Senza gravi ragioni non si salutano tutti i giorni che le donne
+desiderate. Ma tu non sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco
+vuol dire che la terza parte del dominio di Roma e del mondo io ti
+metto nelle mani. Ti par essa cosa da dispregiare?
+
+Crasso guardò Cesare con grande stupore, e:
+
+— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei avere il sole ispano
+riscaldata e alterata la tua mente.
+
+— La mise invece al suo perfetto calore. Ed ora le mie facoltà sono
+complete. Trattasi pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo, ed
+io, e di governare con mano di ferro e con inesorabile volontà questa
+repubblica che va scardinandosi da tutte le parti, e di dominare
+codesto Senato che contiene tutta la feccia patrizia, ben più funesta
+alla repubblica della feccia romulea di Cicerone. Però accogli la
+proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a Pompeo; con esso parlerai
+stanotte nella mia casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio.
+Nessuno v’è in Roma, come già dissi a Pompeo, che al pari di noi
+tre abbia le doti atte per governare e dominare e trarsi a sè tutto
+il popolo romano e l’italico; tu, il più ricco, taccio della gloria
+militare; Pompeo il più grande, almen tale è riputato dal Tevere al
+Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi faranno eguale.
+
+— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando, quando si ha a
+diventar padroni della terza parte del mondo, che tu già palleggi,
+(egli sorrise) ben si può ancora stringere la mano a Megabocco.
+
+Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso:
+
+— I quattromila talenti, che troppo presto ti ho restituito, ora
+dovresti ritornarli nelle mie mani, in compenso di quella parte di
+mondo che ti concedo.
+
+Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani, innamorati della patria,
+sotto colore che la repubblica si scardinava, preparavano le leve per
+farla uscire di perno.
+
+E Cesare si partì, dicendo a Crasso:
+
+— Alla media notte verrò a prenderti in cocchio.
+
+— Io aspetterò.
+
+Venne la media notte. Cesare recossi da Crasso. Partirono insieme
+per la Suburra. Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo
+simultaneamente mossero incontro l’uno dell’altro, e si strinsero la
+mano. Sedettero. Le cose che Cesare aveva dette la mattina all’uno e
+all’altro furono ripetute, e nelle stanze più interne, nel silenzio
+della notte, segretissimamente giurarono di stare ognora congiunti
+a porgersi vicendevole aiuto, di fare tutto quello che fosse atto
+a raggiungere i vasti intenti. La repubblica romana e il mondo già
+perigliavano, messi in bilico sugli omeri poderosi, ma infidi, di quei
+tre. Fu questo uno dei momenti storici più caratteristici e fatali
+dell’antica Roma.
+
+Pronunciato il giuramento, al quale Cesare diede una solennità quasi
+rituale, egli soggiunse:
+
+— Oggi tra me pensavo poter esser utile che Cicerone si accosti a
+noi; l’elemento cittadino è da lui per eccellenza rappresentato. In
+noi c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie doti necessarie
+per dominare la repubblica; ma l’elemento cittadino, se non ci manca
+adesso, ci verrà a mancare, non per altro che perchè dovremo lasciare
+Roma per altre imprese di guerra. Se lo credete, domani io tenterei
+Cicerone, per vedere di trarlo a noi.
+
+— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare.
+
+— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci. Il grand’uomo è ambizioso;
+in tutto vuol essere il primo a trovare e condurre un disegno. Ma
+è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj venti, mal saprebbe
+reggersi in piedi. Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete voi
+che faccia o possa il grande oratore?
+
+— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso, facciano gli Dei
+immortali che ciò sia per il bene. Ma Cicerone è uomo ognora
+tentennante, e, per quanto più forze congiunte sieno possenti, se una
+sola vacilla, tutto può andare a rovina.
+
+— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza, sebbene obliqua,
+lo metterà nel nostro pieno dominio, e, di quel prezioso elemento che a
+noi avrebbe dato gran forza, anche il Senato sarà destituito.
+
+«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra cosa importantissima
+per me ed anche per voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere
+si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi per conseguirlo. Io
+rinunciai al trionfo per presentarmi candidato. Il popolo è per me,
+e del Senato la più parte. Oggi non stetti in biblioteca, e, tra in
+cocchio e tra pedestre, misurai Roma più volte, per parlare a quanti mi
+era necessario; però col vostro appoggio non dubiterei di riuscire.»
+
+— Impegno la mia fede, o Cesare, che il mio aiuto non ti mancherà,
+disse Pompeo.
+
+— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso.
+
+E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare.
+
+A questi, tornato appena dalle Spagne, era bastato un dì solo per
+preparare e colorire un audace disegno, che doveva poi, per gradi,
+cangiare i destini di Roma; era bastato un dì solo per abboccarsi con
+tutti i proprj clienti, e farseli sempre più devoti; per trattare con
+un tal Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni da due a tre
+migliaja d’uomini della più lurida e sanguinaria plebe romana.
+
+Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello scorso giorno, e, pensando
+alla facilità onde aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e rideva
+nell’animo.
+
+Rideva perchè così pensava:
+
+— Colla facilità stessa onde si strinsero la mano dopo tanto odio,
+questo ricomparirà. Non fu mai detto che il sangue, quando fu guasto,
+possa essere stato completamente purificato. Ciò sta bene; il loro
+disaccordo mi darà su di essi una supremazia invadente.
+
+«Grande è Pompeo, come affermano quanti non sanno giudicar le menti
+umane. Ma, se tolgasi alcuna pratica di guerra, cui la fortuna ajutò
+a parere virtù stragrande, e quasi concessa a lui per privilegio
+particolare agli Dei immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo
+si governa con una briglia di canape. Meno abile uomo di guerra, e più
+ampio intelletto, è Crasso, ma in guerra non pensa che alle ingenti
+prede; però l’uno e l’altro son cavalli da aggiogare al mio cocchio.»
+
+Così pensato e poi studiato e poi dormito, all’alba fu in piedi e per
+tutto il giorno non si diede riposo.
+
+Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse con onore, e quasi
+potea dirsi con amore. Cicerone temeva Cesare, e faceva mille sospetti
+intorno ad esso; ma, come uomo di profondo e onesto intelletto,
+e innamorato degli studj, ne ammirava il grande ingegno. Non v’è
+scrittore che, per questa parte, lodi Cesare più di Cicerone.
+
+_Sanos quidem homines_, scrive nel _Bruto, Cæsar scribendo deterruit_.
+
+Parlando dei Commentarj, _nudi sunt_, sentenziò nel _Bruto_ stesso,
+_recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracto_. —
+E altrove: _quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis verbis aut
+ornatior, aut elegantior?_
+
+Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo con esso; ma lo
+considerava come chi, amante della beltà, vorrebbe amoreggiare una
+donna eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel tempo stesso, fiuta
+il tradimento nell’ammirare il giro attraente de’ suoi occhi, e le
+ineffabili sue blandizie.
+
+Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò abilissimamente la rete,
+cui Cicerone abilissimamente rispose, schermendosi, e, più volte
+ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima, gli guizzò di mano,
+finchè Cesare, visto di non poterne far nulla, lasciò che libero
+ricadesse nel suo elemento. E il discorso piegò ad altro. I due grandi
+uomini toccaron più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò Cesare
+intorno ai costumi delle Spagne. Quando parlava Cesare, Cicerone
+stava attentissimo, come scolaro che ammiri le parole d’un maestro
+rispettato, tanto le descrizioni di Cesare erano poesia dipinta.
+A noi rincresce di non poter riferire qui quell’amabile e dotta
+conversazione; ma ci sollecita il tempo, come ne era sollecitato
+Cesare, il quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava al
+Consolato.
+
+Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e questi:
+
+— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio Cesare console.
+
+— Domani mi presento candidato.
+
+— Vivi certissimo del successo; se non fosse stata l’eloquenza ostinata
+ed iraconda di Catone, avresti avuto anche il trionfo. —
+
+
+
+
+XXV.
+
+CESARE CONSOLE.
+
+
+Cesare, all’indomani, si presentò candidato, ossia vestì la toga
+candida, e s’inscrisse per essere eletto console.
+
+Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano a ciascun
+cittadino dai _diribitores_. Siccome i cittadini erano distribuiti
+nelle loro centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie
+della prima classe. La centuria che riusciva prima si denominava
+_prærogativa_. Questa centuria, chiamata dal magistrato, ossia dai
+consoli che stavano per uscir di carica, entrava nel _Septo_, ovvero
+ovile, situato nel campo di Marzio. Il suo voto era in singolar modo
+apprezzato. Nei primi tempi di Roma davansi i voti a voce, ma per la
+legge Gabinia si diedero poi segreti. La _prærogativa_ era la prima
+a dare il voto, dopo di che veniva licenziata dal magistrato e, si
+chiamavan, poscia, le altre, dette _jure vocatos_. Torna inutile
+il dire che ogni sorta di pressione veniva esercitata sui votanti,
+dal Senato, dai clienti, dagli amici, dai candidati. Erano promesse
+di cariche lucrose, eran profferte di danaro, erano minaccie, e
+le minaccie si traducevano in vendette. Molti del Senato erano
+avversissimi a Cesare, e avrebbero adoperata qualunque arte, gettata
+qualunque insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano il popolo
+innamorato di Cesare, e si accorsero che i votanti, tentati in ogni
+modo, non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo, condusser le
+cose in modo che Cesare avesse per compagno, nel Consolato, un uomo che
+fosse d’intendimenti assolutamente opposti ai suoi, e la scelta cadde
+su Marco Calpurnio Bibulo.
+
+Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente in carica, dovevansi
+attendere le calende di gennajo, le quali, quando furon venute, i nuovi
+consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri, da gran folla di popolo,
+salirono il Campidoglio, ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino a
+prendersi la toga _prætexta_, vale a dire che aveva il lembo intessuto
+di porpora. Il vestir la toga significava che cominciava da quel
+momento la loro carica, e da quel momento i littori coi fasci, ch’eran
+dodici per ciascun console, aspettarono che uscissero dal tempio per
+mettersi al loro seguito; comparvero i consoli, e il popolo applaudiva
+dal basso della lunga scalea.
+
+Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti discesero, quella pareva
+una cascata variopinta.
+
+I battimani, gli evviva esplosero, quando i consoli furono in mezzo al
+popolo, ma non si udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce di
+Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare, viva il semidio Giulio,
+che procede da Venere. Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta
+una palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici littori coi fasci
+donde uscivano le minacciose scuri che seguivano Bibulo, nè la toga
+_prætexta_, nè il _Scipio eburneus_, specie di bastone significante il
+comando, che portava nella destra, ebbero forza di piegar l’attenzione
+su di lui, e di sviarla da Cesare.
+
+Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in Roma, e doveva esserlo, se
+fu votato console. Era stato questore in Macedonia, pretore in Roma,
+edile; e, poco tempo prima del Consolato, eletto augure, ufficio
+quasi joratico, e che consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli,
+per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi ad esser superiore
+a tutti i poteri, perchè il terrore dell’ignoto, non veduto che
+misteriosamente da essi, era in taluni casi superiore alla minaccia
+armata di chi volesse far passare una legge ch’essi avrebbero statuito
+di respingere. Questa venerazione tremebonda per gli auguri, di secolo
+in secolo venne scemando, tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva
+di sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i colleghi, quando
+esploravano i cieli con ciglio grave e teatralmente inspirati; e
+gli auguri ridevano anch’essi di celato, allorchè non eran credenti
+inferociti; chè i credenti più o men falsi, in quelle cose che la
+ragione rifiuta, son di tutti i tempi e di tutte le religioni.
+
+Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio d’augure, si
+comportava di tal modo come se veramente mettesse fede in quel rito
+bugiardo, chè un augure il quale non fosse impazzito, ben sapeva che
+i cieli lucevano, ma non parlavano, che gli augelli volavano, ma pur
+pispillando, non davan responsi, e che il mover l’ali piuttosto a
+sinistra che a dritta, piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra,
+non poteva indurre timore o speranza che in un intelletto scemo.
+
+Pompeo era augure insieme con Calpurnio. Il primo recavasi ad esplorare
+i cieli sull’alto del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei desse
+importanza a quell’ufficio, però nessuno, per questo, occupavasi di
+Pompeo. Calpurnio saliva alla sommità del monte Capitolino.
+
+Ma la gioventù romana, che in quel tempo di pace, eccettuati gli
+esercizj nel campo di Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita
+gioconda, e non concedeva importanza a nulla, e rideva di tutto, quando
+sapeva che Calpurnio doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche essa,
+e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse, dietro ai sacerdoti,
+che facevan cerchio intorno all’augure, tentava il possibile per vedere
+di rompere la gravità di Bibulo. Ma non c’era mai riuscita; l’indole di
+lui era tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva di fare,
+con scrupolosa fermezza lo adempiva. E a taluno che metteva in celia
+il suo contegno devoto e compunto: Allora si aboliscano gli auguri,
+rispondeva gravemente; ma finchè le leggi e i riti non li interdicono,
+sempre guarderò i cieli con solennità di religione. Ed era sì pertinace
+Calpurnio che, allorchè fu ispettore alla moneta di Roma, essendone
+quartumviro Cicerone, portò un tale rigore nell’adempimento del còmpito
+suo, assediava di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso, che amava
+sollecitare le operazioni in servizio all’erario, che Cicerone, stanco
+infine di quell’assidua noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar
+Bibulo da quell’ufficio.
+
+Come poteva un tale uomo essere nel Consolato compagno a Cesare?
+Ma il Senato aveva creduto fare atto di grande sapienza politica a
+conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando che per la tenacità
+de’ suoi propositi, e pel coraggio onde aveva dato prova in guerra,
+ed anche per essere augure, sarebbe stato un tremendo contrappeso
+alla, più che potenza, prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato
+conosceva Bibulo, pareva non conoscesse Cesare abbastanza. Questi era
+indispettito che gli si fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio,
+aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso alla plebe,
+per di più, in odore di tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se
+non lo amava, lo stimava.
+
+Ma Cesare non era uomo da starsene in forse, e giacchè il Senato gli
+aveva messo incontro quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto.
+
+Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle stanze di Calpurnio, vi
+entrò da padrone.
+
+— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato una legge utile e
+pietosa alla classe povera, e deve passare in ogni modo, dovesse ardere
+tutta Roma, s’altri l’avversasse.
+
+— Di che legge tu parli, o Cesare?
+
+— La miseria, quasi contagio, soggiungeva Cesare, contamina tutta
+Italia. A questa si ha a porre un rimedio; è male antico che con
+pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono di estirpare; ma
+l’avarizia e l’iniquità della fazione aristocratica, trovaron modo
+di assassinare quei tre sublimi benefattori dei cittadini soffrenti.
+Io, in parte, voglio continuar l’opera loro, e ho preparato una nuova
+legge agraria, per la quale le terre della Campania dovranno essere
+distribuite a ventimila cittadini poveri aventi tre o più figliuoli.
+Tu mi comprendi, o Calpurnio, questa legge deve passare, e tu
+l’appoggerai.
+
+— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose Bibulo, alzando il suo testone
+pesante, dalla fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio
+profondo, troppo ti comprendo, o Cesare, ma la legge non passerà,
+perchè io non l’appoggierò.
+
+E continuò a legger tabelle.
+
+Cesare non si scompose, e:
+
+— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata. Ne faccio qui
+solenne giuramento agli Dei immortali.
+
+E si partì.
+
+E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero tutti i quartieri
+di Roma, e gridassero tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere
+convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione del meriggio, poichè
+Cesare doveva parlare.
+
+E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo, e, come quella del
+Tevere, si udiva il muggito della sua gran voce.
+
+Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso, seguito dai dodici littori,
+da molti senatori, quelli che erano della sua parte, da moltissimi
+clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo acclamò. La figura
+di Cesare, palliata come una statua uscita da un artefice greco,
+emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse tosto le acclamazioni
+nel più profondo silenzio. Era quello davvero uno spettacolo romano.
+Le statue degli Dei sormontanti i templi e le basiliche, parevano
+assistere a quella solenne adunanza del popolo.
+
+Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica ed espansa, percorse di
+tratto l’onda sonora dell’aere foraneo.
+
+— Popolo romano! incominciò, ami tu te stesso?
+
+Il silenzio continuò.
+
+— Se ami te stesso, devi dunque amare anche tutte le parti del tuo
+corpo glorioso. Se pertanto una di queste parti fosse afflitta da
+un grave malore, saresti tu così improvvido da non porvi rimedio?
+Ora, questa parte del tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è
+quella classe caduta in sì deplorevole miseria, che non solo non può
+accostarsi ai circensi, ma che sovente chiede pane indarno. O popolo
+romano, rifiuteresti tu di medicare codesta parte cotanto ammalata del
+corpo tuo?
+
+Un lungo ululato contesto di no, no, no.... si alzò da tutte le parti
+del Foro.
+
+In questo punto, entrò il console Calpurnio Bibulo, coi littori
+consueti, seguito da gran numero di senatori, e da tre tribuni.
+
+— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo la legge di dividere
+le terre della Campania a ventimila di questi miserissimi cittadini.
+Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso, perchè devi aver pietà
+d’una parte tua, propongo che questa legge passi per acclamazione.
+
+Il popolo rumoreggiava.
+
+Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire abbastanza.
+
+— Popolo romano! non passar questa legge; ella è di danno a Roma. Le
+terre della Campania sono esse non poca parte delle ricchezze della
+Repubblica. Bene compiango io i cittadini miserabili, ma la miseria è
+una tremenda necessità della vita. Nè le terre della Campania varranno
+a distruggerla; bensì, divise ai poveri, impoveriranno la Repubblica.
+
+«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa legge. Ella non gioverà
+che a chi l’ha proposta. Ben ponderate, o Romani, queste mie parole,
+giudicate, sentenziate; chè, se sarete per votarla, codesto sarà un
+segno manifesto che gli Dei vi hanno tolto il senno.»
+
+Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva dal rostro.
+
+— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti ho proposto questa legge, è
+perchè è utile, ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi che hanno
+sempre divelte le leggi agrarie, perchè più della Repubblica, sono
+innamorati di sè stessi.
+
+«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione. Essa mostrerà che tu
+sei erede della sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà
+le ombre dei Gracchi e di Druso, essa ti farà amare e glorificare
+sempre più dalla gratitudine di tutta Italia; chè questa legge benefica
+deve destar rumore dalla Campania fino alle terre della Cisalpina.»
+
+Il popolo ondeggiava.
+
+Il console Calpurnio attraversava il Foro per salire anch’esso i
+rostri. Cesare allora discese, e questo doveva essere, come fu, un
+tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata da Votinio, una
+masnada di gente, armata di bastoni e di ronche, invase il Foro,
+circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito all’impensata,
+fu percosso da una tempesta di bastonate inclementi; nè ciò bastò,
+chè alcuni di quella canaglia avendo portato seco dei vasi immondi, ne
+versaron le fetide onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero
+acque ploccie.
+
+E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante in cui vennero
+a quella carica, chè, non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero
+spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori seguaci ebber sorte
+migliore.
+
+In tal modo, Cesare provvedeva a far passare le leggi.
+
+A quella scena non aspettata, alla fuga del bastonato Calpurnio, dei
+littori sfasciati, dei senatori celantisi nei pallii, fin sopra il
+capo, quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto un acquagine dal
+negro cielo, nel popolo astante successe una muggente agitazione, e
+pareva quella dell’onda marina, quando è prossima la tempesta. A tutti,
+perfino ai molto innamorati di Cesare, parve iniquo quell’atto suo, e
+forse ei ne avrebbe avuto insulti e danno, se l’ilarità non si fosse
+sovrapposta al severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano s’era
+assai dilettato a quella scena; epperò la pietà fu strozzata dagli
+schianti delle risa generali, che, a conforto del console, dei littori
+e dei senatori percossi, aveano echeggiato per tutto il Foro.
+
+L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa calva del console,
+convertì di tratto la tragedia nella più buffa delle commedie. A questo
+aveva provveduto Cesare stesso, pensando che col provocare nel popolo
+un riso irresistibile, sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui
+pericoloso.
+
+Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata tuttavia di
+smascellate risa. Cesare, al piede dei rostri, stava immobile, grave,
+e girava sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila. Pompeo e Crasso
+stavano presso a lui. Disse Cesare al primo:
+
+— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo in favore della legge. La
+voce tua gli giungerà grata.
+
+Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza, a lui insolita. Ebbe
+qualche frase efficacissima, e questa tra l’altre: — Se ci fosse
+taluno, cotanto ardito da opporsi a questa legge colla spada, io la
+difenderò col mio scudo.
+
+Il popolo applaudì.
+
+E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo ne discese, e, con
+eloquenza incalzante, strinse fortemente il popolo ad accettar la
+legge; la quale subito passò senz’altra opposizione.
+
+Il giorno successivo il console Bibulo si recò in Senato, portando
+nella fronte e nel volto i segni del fortunoso evento.
+
+Lamentossi forte della violenza inaudita fatta alla sua persona, disse
+che la dignità del Senato aveva obbligo di vendicarlo; declamò, senza
+volerlo, tragicamente, chè il tema lo agitava tutto; protestò, gridò,
+e la sua voce alle ultime cadenze del discorso inflettevasi quasi nel
+pianto.
+
+Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso discorso, chè il Senato
+era atterrito, e, dei senatori, più della metà, se avessero mostrate
+al popolo le schiene patrizie denudate, avrebber provocato un ilare
+compianto collo spettacolo delle molteplici chiazze nerastre; però,
+le superstiti doglie, costringendoli a consumare per sè, tutta quanta
+la pietà onde i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno un misero
+residuo per il console sventurato.
+
+E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria casa, fermo il
+proposito di starvi chiuso tutto il tempo che doveva durare il
+Consolato, soltanto facendosi vivo col popolo, per mezzo degli editti.
+
+E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate di Roma e, insieme
+con quelli, veementissime declamazioni contro Cesare, e contro il
+triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente collega.
+L’ira compressa lo faceva eloquentissimo, talchè il popolo, che
+leggevale avidamente, terminò per sviare ogni simpatia dal suo tanto
+idolatrato Giulio. Questi se ne accorse, chè, uscendo in pubblico,
+veniva accolto con bisbigli, che potevano assai bene tradursi in
+minaccie e peggio. Ma Cesare, come avea conosciuto il Senato che
+atterrì, come alle prime ripulse di Calpurnio, che avrebbero fatto
+vacillare altri, egli si sentì più imperterrito ad atterrare ostacoli,
+così giudicò passeggero quel dissapore del popolo, e sempre uscì in
+pubblico, e spesso anche senza i littori.
+
+E di quel tempo uscì una satira tremendamente scherzosa contro il
+triumvirato. Quella satira corse per tutta Roma, ed era letta ad alta
+voce nelle taverne e nei bagni pubblici. Aveva per titolo _Tripicina_,
+o la bestia di tre teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse
+amico di Cesare e ne governasse la biblioteca.
+
+
+E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare.
+
+Col Tripicinio e coll’imperversare della sua virilità onnipotente, si
+vedrà quanto fece questo uomo, che fu il più grande dell’universo.
+
+
+ FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
+
+
+
+
+INDICE DEL SECONDO VOLUME
+
+
+ I. Gordiene Pag. 5
+ II. Cesare e Publio Sceva » 17
+ III. Marco Sceva, Cesare e Catilina nella casa
+ dell’eminente Sempronia » 27
+ IV. Cesare e Servilia » 39
+ V. La congiura di Catilina e il senatore Quinto
+ Curio » 43
+ VI. Fulvia e Quinto Curio » 49
+ VII. Fulvia e Cicerone » 61
+ VIII. Cicerone e il console Antonio » 67
+ IX. La battaglia di Perugia » 75
+ X. Cesare e la figlia di Pompeo Magno » 89
+ XI. Clodio e Pompea » 95
+ XII. La festa della Dea Bona » 105
+ XIII. Aurelia e Cesare » 119
+ XIV. I bagni al ponte Fabricio » 127
+ XV. Cicerone e Marc’Antonio » 141
+ XVI. Terenzia » 153
+ XVII. Cesare, Crasso e Cicerone » 161
+ XVIII. Clodio » 167
+ XIX. Le tre Grazie e i tre Fauni » 189
+ XX. Pompeo e Cesare » 199
+ XXI. L’Imperiosa » 207
+ XXII. Ritorno di Cesare dalla Lusitania » 225
+ XXIII. Cesare e Roma » 249
+ XXIV. Il Tripicinio » 275
+ XXV. Cesare console » 299
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75197 ***