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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Colei che non si deve amare - -Author: Guido da Verona - -Release Date: November 4, 2022 [eBook #69294] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE -AMARE *** - - - GUIDO DA VERONA - - - COLEI CHE NON - SI DEVE AMARE - - - ROMANZO - - IX.ª EDIZIONE - - _(Dal 131º al 180º Migliaio)_ - - - - R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE - MCMXX - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi - - MILANO — TIP. PIROLA & CELLA DI PRIMO CELLA - - - - -I - - -Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non -ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure, -che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il -peso della loro croce. - -Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante -una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse -nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; -Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli -dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche -ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave -e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a -capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica, -ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal -principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, -laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e -perdette, a commerciare e fallì. - -Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un -grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua -storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e -malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi. - -Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate -nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur -intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di -farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine -che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli -si mettono in fiore. - -Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che -doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore -tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò. - -Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della -sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua -femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito -irrequieto. - -Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l’opinione -pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le -scene dei teatri di varietà prima di andare a nozze; che avesse avuto -un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi -clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata -perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la fossero -contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate. - -Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella -tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per -una donna che non ne valga la pena. - -Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso, -gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede a Stefano una sera ch’egli -le andò a genio — e questo non era difficile, — Stefano la sposò un -giorno ch’ella venne a dirgli d’essere incinta. - -A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane -quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo -da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di -pregio che le restavano in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma -l’aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli -anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura -della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere -una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D’altronde -Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni -di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un amore -così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di -tenerezza e di pietà. - -Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno, -mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per -lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che -rende così preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli -che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò a questa -come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa -infelicità in qualche lieve sospiro. - -Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi, -egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li amò tutti d’uno stesso -amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e -Anna Laura. - -Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversità -dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi -più nulla delle sue lente economie; sicchè, per campar la vita, con la -sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro -ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel -suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna nella strada ed -aperse bottega. - -Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio. -Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e -poich’era giunto all’estremo della sua discesa umana gli pareva, stando -curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace. - -Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emendò; piano -piano, a forza di lavoro e d’economia, la piccola bottega si mise a -prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro -giochi empivano d’allegrezza la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli -agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si -sentì qualche volta felice. - - - - -II - - -Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava -di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali -appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone, -se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè -appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata -a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli -faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando: - - «Dove l’avranno nascosta?... - Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!» - -Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di -magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su -la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei -tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan -fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di -turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... -Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e -sapeva di tutto un po’. - -Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed -anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il -primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella -sotto braccio, che se n’andava a scuola. - - «Dove l’avranno nascosta? - Dove l’avranno nascosta...» - -canticchiava il placido farmacista. - -— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così -ben educata, cui mancava l’erre. - -— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il -nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato. - -Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito, -studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli -nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva -in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, — -una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se -non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega -paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una -certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non -poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera -servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze -stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di -fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con -altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua -dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane -origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo -Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e -del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i -capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della -domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino. -Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito -d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria -del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare -«chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con -molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola -chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per -non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio -diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi -bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con -visibile antipatia. - -Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi -genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna -nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente -alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva -qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne -nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi, -avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta -l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie -grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società -una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per -tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma -data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro -bel paese chi ha torto abbia sempre ragione. - -Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a -quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una -delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è -la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del -progresso umano.» - -Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od -uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata -tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma -la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli -era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto -specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella -e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva -imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava -Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di -questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era -però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi -vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli -dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue -pacifiche meditazioni. - -Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera -del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si -facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o -protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona. -Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava -intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva -letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei -romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle -fiere. - -Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio -giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e -con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito, -perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza -universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole -dottrina. - -Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento -null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i -fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi -col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un -quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per -cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche -amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli -una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo... -ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo -appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente -belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno -egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando -Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla -sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con -guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie», -come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze, -e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli -quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da -tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi -con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo, -beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli -affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare -a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e -maldicente. - -Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che -un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in -tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto -a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in -fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver -famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura -tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino -divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla -retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che -facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe -finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava -dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da -donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva -soffrire. - -Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia -dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto -il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola -stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre -mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era -la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile -voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia -inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e -rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo! -Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano -capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano, -spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia, -mo’, che ragazza a modo!... - -«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!... -Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine -tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla -prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio -mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo -d’affibbiartene ancora un paio!» - -E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un -riso grasso: - -«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo -punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!... - -Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la -teoria di Malthus. - - - - -III - - -Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava -bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe, -un po’ curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia. -Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza -violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano -contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli -cresceva già un’ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due -belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva -mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a -farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo -di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d’estasi -quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo, -taciturno ed un po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare -un violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. Era -docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volontà. -Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; -si fece grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea che -lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que’ -suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d’uno stupore illuminato. -Volle studiar musica ed il padre lo accontentò, a patto che non -trascurasse la scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter -pagare un maestro di violino tre volte la settimana. - -Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto si credeva un -Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le -orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la -calza e le polpette, che valeva assai meglio! - -«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia -preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» aveva egli detto in -un giorno di malumore. - -Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno -contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa -e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneità -d’una parola: Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di -adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di -passione in sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che -gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi. - -La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d’un -avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito -a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage -viva. - -Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a frequentare -qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio dolce alle sartine, prese -a vuotar bicchieri, imparò le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii -delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi -più. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede -per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà: -ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo -un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo -pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore -all’occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva -le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi -clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie. - -Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la guerra -dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove al suo figlio -riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla -quale non si ritorna mai più. - -Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, che doveva -incanutire soffrendo, benchè non avesse mai torto un capello ad anima -viva. Arrigo principiò a spiegare nella famiglia quella sua calma -e terribile volontà dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, -così nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai -trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il -mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie -d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, sperperava in qualche -giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava -d’attorno a raggranellarne qua e là, con ogni ripiego, tenendo per -ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai -nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei. - -Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento nel cassetto del -banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal -chiasso indiavolato, a portare così veementi ragioni in propria difesa, -che poco mancò non lo pregassero di ricominciar da capo. - -E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni ormai! -S’era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessità... -Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava -il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le -sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per -poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre -aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta -la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perchè in fondo non si -potrebbe anche vincere?... - -Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una mazza col -pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo -a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture -doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l’irresistibile -Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d’un quattrino menava -una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con -questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, mai c’era -verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, già... si faceva mantenere -dalle donne! - -Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona, -con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il -rubino di Giannotto; scarrozzare per la città, andare nelle tribune -i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli -facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina -con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il -suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La -Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era -l’essenziale; perch’egli era giunto così al grande sogno di tutti i -conquistatori adolescenti: avere un’amante altrui, averla per amore, -con una cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo -noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè... - -«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche -il prezzo della camera, perchè mi prega di andare da lei... Ma, si sa -bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, -qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono -stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...» - -La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon -cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche -sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre. -Aveva per cespite unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato, -che l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un -cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non le dava molto -neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch’era una mantenuta, -anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse -ammettere, s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto -denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo -amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di -riflessioni. - -Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni -notte senza il becco d’un centesimo, con una faccia che incuteva paura, -e svegliandosi a mezzodì, ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto -riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col -diavolo, quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli -era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto -bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la -sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva -che battere coraggiosamente alla cassa paterna. - -Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pagò, sebbene con -qualche stento; pagò la prima volta, la seconda, la terza, e così via -di séguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a -parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il -braccio ferreo ed i rimedi eroici. - -«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla -salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da -intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la -prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo -Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come -un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola -Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!» - -E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto -ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la -portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle -una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande -penuria. - -Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente -Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un -nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero -quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, -quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da -pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie. - -Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta -un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti ballando seminuda -in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della -sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della -baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, -per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune -circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento -indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti -ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. -Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò -pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore -del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte -accento bergamasco. - -V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne -malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata, -un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le -labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, -rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici -come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia -di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa -quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, -sotto il cielo che stellava... - -Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di -più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese -Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che -facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne -ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! -inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue -lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della -sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione -di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte -l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel -che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio: - -— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile -almeno, quando può! - -— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato -sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... -Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii. - -E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito, -in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse -persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di -salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via! - -Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo -spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti -a parte e fece la domanda. - -Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che -tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, -avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di -quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva -davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità. -Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui! - -Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino. -Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega -dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia. - -«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda -nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri -no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo -figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche -lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li -aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma -rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse -non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra -occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un -amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità. -E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si -fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe -d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! Gli affari si -trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli -avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.» - -Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di -buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo -interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a -sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, -lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da -nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come -ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per -misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, -gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva -un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in -mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno -di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, -doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della -casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano -appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino... - -Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al -mondo ne doveva saper nulla, per ora... - -E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter -finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, -come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi, -senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si -vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza -rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava -intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed -avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli -fosse piaciuto, da quel giorno in poi. - -Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, -messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse -a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali -ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, -non appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per -accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del -padre, o da lui stesso, Riotti, in persona. - -Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue -promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima -estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, -lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con -affanno su la crudele ambiguità delle carte. - -Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni -odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, -pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes -la bruna... - - - - -IV - - -Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, -fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello -ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, -una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con -il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di -cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia -intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci, -annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno -alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se -li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello -specchio. - -Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in -inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè -aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il -refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder -bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto -materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare. - -Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche -mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, -adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per -costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui -dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, -dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura -sobria. - -Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a quel tempo, -era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, -a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la -riguardavano affatto. - -Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed -il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta -pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo -maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal -ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si -centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza -nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una -vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo -prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile. - -— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno -partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era -in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza -intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal -caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda. - -— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto. - -— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei. -Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere -un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se -deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e -grazie di tutto cuore! - -— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto -qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie. - -Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista, -grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca -prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli -venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente -del suo malumore. - -— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse con una specie di -sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri -amici che ne saranno invece onoratissimi. - -Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio -ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti -s’inviperì. - -— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne -ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da -farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su -le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo — -io! — a non dover nulla a nessuno. - -Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e -l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano -dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere -del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e -fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo -un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto -quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite. - -Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma -fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può -somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano -indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la -sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal -corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e -semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la -riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la -cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa -d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda -timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una -passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore -nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle -dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. -Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i -suoi malanni. - -C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare -le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare -della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle -d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo -ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, -una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva -sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, -qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di -sogni la sua curiosa verginità. - -Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, -per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il -farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito -dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, -nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli -uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più -essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono. - -Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come -tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di -rado e sempre con aria di compatimento. - -Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte -ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di -dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse -per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa, -dov’egli andava azzimato come uno zerbino. - -Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli -cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli -dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone -aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che -vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che -bruciassero nella notte d’estate. - -La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e -la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano -tutti i rumori. - -Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di -coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue -belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella -sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure -dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle -svestendosi e cicalando. - -In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori -contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera -aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie -di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo -giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor -di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. -Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un -congiungimento d’esseri o di cose. - -A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si -contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni -erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron -nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come -una vampa, nell’odore delle piante aromatiche. - -Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei -torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un -letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la -fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, -vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. -Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne -ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un -riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, -tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, -come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso -dell’acqua insidiosa.... - -Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino. -Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli -parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma -volle guardare; guardò. - -Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra, -un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. -Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le -copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, -girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche -forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di -carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente -riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la -sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così. - -E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi -tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua -fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia -indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la -luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva -l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse, -vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del -corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande -sotto la camicia tesa. - -Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con -le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le -mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli -uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo -corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, -da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da -notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto -le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per -togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si -cacciò sotto il lenzuolo. - -Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua -la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a -camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo -strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, -in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie -un po’ grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di -tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il -collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella -calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di -panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi -d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le -trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran -lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese -tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, -e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era -contenta di sentirsi libera e rinfrescata. - -Parlarono. - -Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, ch’erasi -coricata: - -— Vuoi già dormire? - -L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, diede un lieve -sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose: - -— No... ancora non vorrei dormire. - -L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino all’altro, -raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vôltasi al letto -dell’amica la buttò di traverso sul corpo di lei che giaceva. - -— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed un po’ di cipria! -— disse alla Luisa. — Tocca. - -Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica troppo larga -le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo -braccio ignudo toccò il braccio dell’altra, che le stava presso. E -lungamente lo toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un -semiriso di piacere. - -— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi chiuse gli occhi. - -— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare. - -L’altra riaperse gli occhi e rispose: - -— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi. - -Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia -su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perchè non -scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo -ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio. - -Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a -chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio -la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’ -cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò -lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma -sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata -e confusa. - -— Un po’ troppo?... — interrogò. - -— Forse... — disse l’altra. E risero. - -— Tu, meno assai... - -— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo. - -Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva. - -— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’ -molli... - -— Ah, sì?... - -— Tocca... - -— Ma no... — fece, con un riso, la più timida. - -— E perchè? - -Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro, -le punte, poi ritrasse la mano come scottata. - -Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, -e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto -quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano -piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere. - -Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero. - -— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe. - -— A cosa? - -— Al desiderio di avere un marito... - -— Oh... sì... - -Poco dopo spensero il lume. - - - - -V - - -Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta -in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì -turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con -le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito -sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. -Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche -volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. -Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente -ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. -Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella -fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di -perdizione. - -Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel -suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come -sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male -indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne -avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare -un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato -in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò -dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un -tentatore pieno di temerità. - -Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza -della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada -polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per -le scale: - -— Vieni da me. - -Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile -suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo -giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel -silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, -volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda -vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... — -e v’andò. - - . . . . . . . - -— Mi sposerai? - -— Certo. - -Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un -ricco miele. - -Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima -e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed -egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza -conoscere il male che fanno. - -Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; -ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, -scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e -fette di cocomero, la sera. - -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia -infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un -giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, -ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che -cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna -Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, -e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì -l’abitino che portava, il suo più bello. - -E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a -metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le -stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; -e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il -grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia -rimase incinta, quando la luna finì. - -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava... - - - - -VI - - -Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno -alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori -divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a -lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura. -La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella -povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro, -da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace. - -Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si -divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, -che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni, -dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione -soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una -lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di -medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di -bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il -suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero -leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto. - -«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava -quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno -in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella -terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni -serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e -l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi -pieni d’odio. - -— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i -singhiozzi e le lacrime. - -— Quale? - -— Confessare tutto e sposarci súbito. - -— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò. - -E volse le spalle mettendosi a fischiettare. - -«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di -lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore -veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.» - -Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava -ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora — -erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto -i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio -l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile -assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana -e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, -perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito -compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che -del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva -l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle -il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella -rispondeva seccata: - -— Mamma Gilda, lasciami stare. - -Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor -disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma -Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita: - -— Se non stai ferma, benedetta!... - -— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto -d’Arrigo. - -— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose. - -— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con -civetteria. - -— Non ho tempo. - -— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per -antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una -volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire. - -— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece -Arrigo. - -— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si -tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui -non facciamo credito. - -— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la -Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno. - -— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi -quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi -con quest’altro, mo’!... - -Arrigo tuttavia si mise a ridere: - -— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai -nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso. - -— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia. - -Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a -Mamma Gilda: - -— Ti ho pagata finora o no? - -— Non dico... - -— Ti devo qualcosa forse? - -— Cento cinquanta lire. - -— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro? - -— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche! - -— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi! - -— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro -le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo -di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, -petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne -flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle -sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a -nascondere un senso d’invincibile maternità. - -— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora? - -La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe -accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine. - -— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo -della coscia; — una sciocchezza grave. - -— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava. - -— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade -spesso nelle case di campagna... - -— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la -vecchia con un cipiglio infernale. - -— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una -ragazza! - -— Eh? - -— Eh?!... — esclamarono tutt’e due. - -Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a -lungo. - -— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle -che si dànno sull’erba, come le cavallette. - -— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò. - -La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia. - -— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di -signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E -perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?... -Sei un farabutto! - -Mamma Gilda si mise ad aizzarla: - -— Vedi cosa ti combina quel sudicione? - -Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non -se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio, -ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava -minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria -tutto quanto le capitava sottomano. - -— Capirai, è stato uno scherzo... - -— Già, e adesso sposala! - -— E’ appunto quello che lei vuole. - -— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti -anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi? - -— Sì, vergine, vergine. - -— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula. - -— Se te lo dico io... - -— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi -sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una -vita. - -Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e -l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi -l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro, -bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, -uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo -pensarvi...» - -Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre. - -Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del -mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi: - -— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa -si accomoderà, forse... - -— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo. - -— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci -qua la ragazza e combineremo. - -— Qua? - -— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel -signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire -le hai o non le hai? - -— ... naturalmente. - -— Naturalmente cosa? Le hai o no? - -— Per ora no. - -— Allora amen! - -— Ma le troverò. - -— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io -la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un -soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque -tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente. - -— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il -risultato è certo e se c’è molto pericolo. - -— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che -posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho -sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes.... - -— Io, niente! neanche uno! - -— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?.... - -Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia. - - - - -VII - - -Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a -recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva -nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le -signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... -Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la -cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero -conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le -ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a -tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo -ed era, se non altro, una persona molto più delicata. - -Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar -mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra -cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque -lire. Se l’intendessero poi fra loro.... - -L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma -Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino -di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco -avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a -qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che -le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale -pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi -pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia mamma Gilda ispirò tanta -fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, -credendola forse una suora di carità. - -L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna -di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le -mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia -chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce. - -Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via, -e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di -tornare, ma sola, il giorno seguente. - -Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. -Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era -nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o -rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide -scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla. - -— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che -non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla. - -E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via -rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata -come un cencio, un po’ barcollante. - -Egli accorse: - -— Dunque? - -Soffriva, era tutta contratta, non rispose. - -Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro -smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona -contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. -Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi -sospinse l’Eugenia. - -— Dunque? raccontami... Non puoi parlare? - -Ella scosse il capo. - -— Soffri? - -— Sì, molto, — disse fievolmente. - -— Ma non è tutto finito? - -— Finito, ma... - -— Cosa? - -— Una emorragia, credo... - -— Non cessa? - -— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare... - -Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua -spalla. - -— Povera me, ho paura!... - -— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno. - -Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così -contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo -straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per -mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non -aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: -egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, -nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli -schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era -dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un -poco di persuasione. - -Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a -fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si -mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile -paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare -dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto -presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere -medicine. - -Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che -tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a -gridare: - -— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia... - -— Che c’è! - -— L’Eugenia muore! Correte! - -Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del -farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase -fuori, nella corte, pavido come la morte. - -Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate -all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, -sangue. - -Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire -catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a -fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che -nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille -cose, ma non poteva più guidare i proprii atti. - -— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. -Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate -che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva. - -Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò -tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi -volse gli occhi intorno, con stupore. - -— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo... - -— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del -Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio. - -— Un aborto, — fece il medico. - -— Eh! Sei pazzo? - -— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il -medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male -altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure -necessarie. - -Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le -spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella -sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando -contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; -si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro -ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a -forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto -denunziar la cosa. - -La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto -di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, -e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose -incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le -suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le -frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato. - -Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, -fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando -quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre. - - - - -VIII - - -Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo -sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di -lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo -ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, -poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, -senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria -difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il -Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era -rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul -capo un gran colpo di mazza. - -Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato -d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una -ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il -meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava -nel vicinato. - -Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava -era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi -propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita -colpa di Arrigo. - -Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva -meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della -saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in -cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non -morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi -nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una -mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera. - -Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per -andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno -sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e -solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute -tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la -malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino -che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè -Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una -gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli -pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, -l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del -farmacista. - -Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto. - -— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile -di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio -disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non -ti scorderai che siamo vecchi amici. - -Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso -dal giornale e lo sogguardò di sbieco. - -— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. Ma visto che -sei qui, veniamo a patti chiari. - -L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così colpevole che -non ardì sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un -giudice. - -— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista. - -Stefano aperse le braccia: - -— Non so... - -— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano. - -— Ti prego di non supporre... - -— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto -che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere! - -La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar profitto. Fece -on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo. - -— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile -recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno stato a tuo figlio, -mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino -al più presto. - -— È quello appunto che ti volevo proporre. - -— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino e facciano -quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco -importa; ma in casa mia, nè lai nè lei, mai più! - -— Via... — mormorò l’occhialaio. - -— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa -propria. Perchè, dopo quanto accadde, non è possibile ch’io perdoni mai -più. - -— Via, Guglielmo, non essere ingiusto... - -Ma il farmacista gli troncò la parola: - -— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente l’uscio. - -In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se ne andò; -e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non -bazzicare più in casa del Riotti, poichè gli pareva che il farmacista -esagerasse un poco ne’ suoi modi brutali. - -Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè il mezzo -per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto -a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi -nell’uragano come un uomo perduto. - -— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe la sfrontatezza -di dire al padre, non appena lo vide. — Se fessi stato qui presente, -chissà mai che pandemonio! - -Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire: - -— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle -un’occhiataccia e non aggiunse altro. - -Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè nessuno si -sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al -corrente delle decisioni ch’erano state prese. - -— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata -la certezza di poter campare. È tempo che tu finisca di accumulare -malanni. - -— Ma, un momento... — fece Arrigo. - -— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando per la prima -volta una certa energia. — Ti cercherò un impiego, e lo accetterai, -qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli studî. - -— Un impiego? — mormorò Arrigo. - -— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo punto prima -della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perchè -altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di -casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio! - -Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul -serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch’era innata in lui, -pensò che a ribellarsi c’era tempo in séguito, e per intanto gli -convenisse lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti. - -Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto d’apprendista -in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze -maniche d’alpagà, si mise a frequentar ogni mattina l’ufficio, -puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch’era di pronto -ingegno ed aveva una bella calligrafia. - -Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da -bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita -con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche -tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare, -con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita, -finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove -piantar le sue tende. - -Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per -dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio -fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro -lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. -Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore, -con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di -quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi -tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze, -scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di -saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella -città con grande sfarzo e con grande millanteria. - -Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava -nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle -cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre, -quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni -caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le -maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma -volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile -che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il -barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la -sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si -sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la -vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che -sterile menzogna. - -Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere, -sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda -dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo. - -Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte, -nelle profumate coltri di Mercedes la bruna. - -Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli -a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa -ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle -nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che -il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre -in dimenticanza. - -Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare -il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una -traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio -le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne, -aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di -lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore. - -Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più -vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva -nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica, -mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido -scaldino, il suo paziente amore. - -Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che -gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato -da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo -a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non -sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa? - -Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben -intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva -inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era -immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi, -sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva -elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio -lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera -sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti -in fumo. - -Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e -mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il cuore libero! Ma una -inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte -ostilità. - -L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli -pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente colpito -nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera d’uno de’ suoi; ma d’altra -parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi -a muovere il primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di -un domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo, -che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto -ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una -figlia lor propria? Non avevan súbito consentito a quella riparazione, -che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva -messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega senza farsi -rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel -pover’uomo!... - -Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d’emicrania, -messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mandò il -giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina. - -— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, scattando -su dal banco. — Per chi? per il tuo padrone? - -— Già, per il mio padrone. - -— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi! - -L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo. - - - - -IX - - -Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve -d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il -becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; -giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver -consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una -rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi. - -Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale -veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando, -il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una -risposta ben recisa. - -— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non -scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere -secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel -piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi -anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi -intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a -nessuno. - -Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa, -e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva -man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli -affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano -sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano -farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la -faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il -fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo, -ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. -Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco -non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la -sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere -affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi -entrò súbito nell’argomento. - -— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il -matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con -aria di provocazione. - -— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che -si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a -riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno -pensato. - -S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare -sinistramente. - -— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme -che vi ho pregati di venir qui. - -— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i -modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con -semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo -in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho -commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne -chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa. - -Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia. - -— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; -bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi -piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che -modo le darei da mangiare? - -L’altro volle interromperlo. - -— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non -possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io -stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia -di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare, -andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma! -Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola -d’onore, ve ne sarò gratissimo! - -Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per -rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito. - -— Dunque... — volle dire. - -— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia, -ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a -parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi -al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in -condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della -promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi -vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia, -l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel -frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me. - -— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente -ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’ -grossa! - -— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me -ne terrete conto. - -— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per -Dio! non credere d’aggiustarla così! - -— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche -parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia -rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere -insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per -il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera. - -Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo -l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col -farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui. - -Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli -arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro -giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e -trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente -le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo -spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano, -egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che -sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso, -contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù. - -Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il -respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una -nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che -tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi -compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto, -e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro -perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente -la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè -distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, -come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma -il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo -compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli -ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma. - -Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante -suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della -città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la -maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, -che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre -miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual -non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire. - -Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio -fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una -carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare -con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco -fratello si comandava per i suoi diletti. - -Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non -avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine -lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di -ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, -e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia -delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al -primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel -buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra -il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa. - -— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E -siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno. - -— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani... - -— Domani si può vincere ancora. - -E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare, -dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi -sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, -nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui -una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della -gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di -menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non -bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva -piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, -sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva -l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo -avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti -fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, -il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la -sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che -gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a -lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva -quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella -trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare -vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare -quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre -e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il -fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che -in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un -certo sdegno indifferente. - -Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non -osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue -grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di -malaffare. - -Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata -ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno -per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza -per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo -era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, -tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè -in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più -le beffe. - -Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una -danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe -figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con -un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca -plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece -chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che -per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere -il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate -di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con -un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide -di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro -suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi -fosser idoli. - -Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante, -che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle -danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora -in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana -che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.» - -Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e -ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa -nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, -beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di -donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa -e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon -accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco -e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera -provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender -meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.» - -Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era -Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente -incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una -sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava -questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse. -Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore. - -Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella -risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò -andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così -buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne -a sua volta. - -Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava -col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone -scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si -videro più. - -Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta -che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il -caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile. -Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una -lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide, -gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si -scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo -d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta -stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva -infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli -rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto. - -Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in -querimonie vane. - -— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava -di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con -un altro... Dunque non ci badare. - -E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si -riaddormentarono. - -Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo nella -combriccola dei giovani signori che, sempre all’erta di scandali e di -peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare -Farra avesse côlta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome -di Arrigo del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche di -tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in -danno del loro amico beffato. Poichè Cesare Farra si compiaceva di -frequentare la gioventù e viveva con essi le ore notturne, da buon -camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile. -Raccontò agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando -comprese che tutti la sapevano già. - -A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno all’altro, dà -sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di più. - - - - -X - - -Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante russa dalla voce -soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e -capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca, -poi d’un Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla -sua voluttuosa persona. - -Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare -dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno, -di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica -l’inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura -magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d’un -grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte -nelle giunture, che parevan assumere talvolta l’ondosità e la dolce -forma d’una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero -portato così bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come -una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando -un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili, -tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente -appassionata. - -La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare al suo -fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castità -limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse -ondeggiare nell’aria qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi, -e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante. - -Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene -del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la -tentava la fama antica, se pure oggimai vacillante, di quel teatro -italiano che aveva dato all’arte del canto i più sacri battesimi, -quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo -d’oro per quest’ultima supremazia. - -Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era -piaciuta forse più del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella -gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti, -i camerini de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli -ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene -notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve, -gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di -spendere il tempo nel miglior modo che sia. - -Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri, -intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita, -d’educazione, d’apparenza, d’animo e di costume, formano insieme quasi -una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli -campa d’abitudini comuni. - -E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di lei; avevano -iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s’eran messi coloro -che si reputavan adorni d’una qualsivoglia irresistibilità. - -Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che -riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li -accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di -fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra -chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, -la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno -l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò. - -La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante -le visite che si facevano alle belle signore. - -Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà; -i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che -aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata. - -Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce, -i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose. -Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era -quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè -avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e -senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi -desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre -amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia -di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche -brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà. -Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi -all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo, -ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo -piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto -sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora -alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto -i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via. -Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo -pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi -all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica, -e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai. - -Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il -desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le -avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di -torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano, -questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella -facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi -progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e -le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia; -voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso -dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero -dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è -donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle -infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore. - -Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione, -l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come -tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche -indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia -nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta -triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino -di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi -tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore -all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno -tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo -di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, -di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima, -subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi -vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di -sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava -con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa -bambina ch’era nascosta in lei. - -Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato, -svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo -che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua -voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima -come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo -camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei -sensi con un voluttuoso piacere. - -Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano -d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa, -che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche -volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe -d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non -conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male -antico, ruggente nell’intimo delle sue fibre, come un rumore d’acque -sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si -addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose -non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati -senza nome. - -V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza -enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più -forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava -nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte, -che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche -volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita -mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa -gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto -si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento. -Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e -tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta -lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente -in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo -spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale. - -Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una -piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la -sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma -nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi -del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse -chiudere in sè una passione così delicata. - -Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo -aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla, -per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico -prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella -donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, -quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di -ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità. - -Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una -favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano -il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato -nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla, -d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera -con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove -abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella -divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’ -suoi pensieri. - -Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per -ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita -il maggior premio tocca alla maggiore temerità. - -Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava, -non esitava un istante nel compierla. - -Si mise lungamente a ragionare fra sè. - -Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre -fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non -era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno -a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria -persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla -avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva -piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di -quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie. - -Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla, -sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e -piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono -dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar -la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità, -mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa. - -Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della -città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del -pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna -formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la -medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo -un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza -d’un manicotto voluminoso. - -Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime, -nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue -giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare, -quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano, -irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava -in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana, -godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo -piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel -rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a -profumo. - -La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era -nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva, -erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere. - -Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli pure. Ella -stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo -domandò la cesta d’orchidee. La portarono sul banco, fra lor due. -Erano così belli, que’ fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li -separava l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole -e si mise a guardare. - -— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla venditrice, che -racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E -soggiunse l’indirizzo. - -Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò il giovine. Senza -impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo -sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con -discretezza, ed uscì. - -Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di Parma. - - - - -XI - - -Un altro giorno l’attese nella via, come se l’incontrasse per caso. -E la guardò dirittamente, sorridendole ancora. Aveva pur notato una -piccola sorpresa in lei, vedendolo passare. La seguì per un tratto, -assai discretamente, però lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni -giorno le mandò fiori, ed i più belli ed i più rari che trovava. Una -mattina la incontrò, mentr’ella usciva dalla guantaia; un pomeriggio -di nebbia s’imbatterono insieme su la porta della stessa pasticceria, -e presero il tè vicini. Una sera, ch’ella non cantava, s’incontrarono -nello stesso teatro. Ella era in un palco, insieme con altre signore, -altre cantanti forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava -di lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla cintura -un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, egli le aveva -mandate rose gialle. Poi sentiva di non darle noia, di non esserle -indifferente; lo sentiva con quella inspiegabile certezza che la donna -trasfonde in noi quando riusciamo a piacerle. Ed è forse il momento più -soave di tutto l’amore. - -Ormai pensò ch’era venuto il momento propizio per inviarle una lettera. -Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in italiano ad una forestiera -sarebbe stata cosa poco elegante, mentr’egli con lo stile francese non -aveva troppa familiarità, e nemmeno con l’ortografia, per vero dire. -Parlando, ne faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora, -perchè lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si era meglio -addestrato da sè, leggendo qualche libro, facendo la corte a qualche -canzonettista francese. - -Rinunziò dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora pazienza. Ella -ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed egli sapeva benissimo per -quali strade. Una volta, incontrandola, salutò. Ella rispose, appena -appena, con un semiriso ambiguo su l’orlo della bocca limpida, che -pareva una bocca di donna innamorata. Ed affrettò il passo. Egli non -insistette. Gli batteva un po’ il cuore. - -Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l’incontrava, lasciandole -dietro uno sguardo lungo, un cauto sorriso della sua bella bocca -limpida e rossa. - -Una sera l’accompagnò da presso, quasi di fianco, sino alla porta di -casa. - -Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella giungeva -in carrozza chiusa, per cantare. - -A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, gli -incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi -del lubbione; un venditore d’arance chiacchierava con due guardie di -pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti. - -Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla portiera, -l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di -maraviglia ella sorrise. - -Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che -poteva nuocerle. - -Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, sorrise, -gli disse in fretta: - -— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli vicino, rapida, -leggera; poi súbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo -tempo dietro di sè un’ondata di profumo. - -Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che -or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste, -fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sentì -che dentro il cuore gli cantava.... - -Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, -concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può sul cuore più -saldo la parola fuggevole d’una donna. - -Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di -recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità dei quattro -palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando -della sua vita serale. Frotte passavano, rade, folte, già satolle del -pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad -ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio della passeggiata -che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo, -che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una -bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco -di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca -dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; -cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano su la pietra -pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo -senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che -trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che -lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando. - -Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s’incontran, -s’intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le -grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli, -l’eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la -canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani. - -Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni l’aria -frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta che gli spargeva -per le vene una specie di torpore benefico. - -E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di -garza, prepararsi lentamente all’acconciatura da scena sotto le mani -dell’abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto -accennandone un motivo, provandosi la voce. - -La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il -soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere -il nero fosco intorno agli occhi, perchè brillassero più vivi. - -Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata giù da le -spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il -ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e -su le braccia, una pasta molle, odorosa, quasi limpida, che sùbito vi -aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera -leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva -sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura. - -Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di -perla, una trasparenza così delicata che pareva quasi azzurra e -lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle -amare. - -«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la prima ebbrezza, -la sua calma ragione lo riprese; pensò che un piccolo errore poteva -perderlo, adesso più che mai, e con l’anima piena di trepidazione -imaginò lungamente quell’incontro vicino. - -Era tardi; se ne andò a pranzare. - - -Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand’egli entrò. -Per un momento si trovaron nell’impaccio entrambi, poichè non sapevano -affatto come dirsi la prima parola. - -— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò. - -— Di cosa? - -Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava ogni giorno -come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte, -a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggìo. E lasciando -correre la mano sbadata su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che -riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una -grazia indefinibile sorrideva. - -— Sono stato scortese... — disse il giovine. - -— Sì, un poco... — ella rispose. - -Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l’accento. - -— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli per -iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere la strada. Ma dovete -perdonarmi, perchè il mio desiderio di conoscervi è stato così grande, -e insieme così rispettoso.... - -Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando -ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per -non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un -sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini. - -Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria -impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando -curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava -perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di -venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo -poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua -maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva, -l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano -incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana -Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita -fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di -quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la -signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un -modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi -con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo -a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. -Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla -dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto -per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi -le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua -bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, -come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento -insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo -cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo -aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita -trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva -d’incontrarlo. - -Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma di lontano, -con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le -aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè -offenderla. - -Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare -unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le -avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una -singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia -se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori. - -Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una -carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello -sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; -senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe -perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante, -accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto -incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, -prendere fra le braccia da lui. - -Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di -carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le -sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo -subitamente avvicinarsi alla portiera. - -Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava. - -Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; -s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, -poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non -avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio -che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se -lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera -pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco: -la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco -sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, -con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son -tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori -viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni -loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si -sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la -sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua -persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel -desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine, -se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel -riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati, -senza pur cadervi, troppo vicino all’amore. - -E lo guardava. - -Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe -riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno -della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona. -I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea, -gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte, -formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano -appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo -di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi -eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena -di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi -mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano -in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di -selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto -era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che -pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta -statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità, -così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con -quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di -sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che -brillava come una lama in taluni suoi sguardi. - -Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano -correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un -pensiero. - -— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio -che gli pesava. — Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio -esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, -senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così -nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi -dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare.... - -— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di -malessere. - -— Io? chi sono? - -Egli parve cercare un poco la risposta. - -— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta -la corte, non è vero? Quello che vi è capitato con me, può capitarvi -ad ogni momento, non è vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa -alcuna. Faccio una vita semplice. Amo più essere solo che con altri. -Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la -musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo che -mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo -potuto dire. - -Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano nell’altra, girando -gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il -pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l’apparenza -di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente. - -— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con timore la -faccia un po’ confusa. - -— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche volta, non più da -lontano soltanto, e se potrò domandare anche a voi, per esempio: Chi -siete?... e continuare a dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette -oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho -vissuti nell’attesa di parlare con voi.... - -— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio -pieghevole nelle mani congiunte. - -Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana. - - - - -XII - - -Erano divenuti amanti. - -A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede -alcun turbamento esagerato, perchè nutriva di sè medesimo un naturale -orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era -invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire -una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d’aver -trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava -chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere -forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce -slava, malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si -radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva talvolta di sentirsi -morire sotto le carezze di quell’amante. Non poteva essere una donna -per tutti; le bisognava amare, con tanta più veemenza quanto più -questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione, -con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a -lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare quella chiara -fontana ch’era in lei, con l’ondata nè col fango delle passioni -tormentose. - -Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una -amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur -talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava -la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e -mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci -minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare -sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia -al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere -una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian -nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una -tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti -qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà. - -Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro -inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire -insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti, -qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa. - -Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato? -come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la -Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò -d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e -comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome -l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio -quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina! - -E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si -aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto, -anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno -d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare -alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare. -Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei -ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, -corretto, elegantissimo. - -Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, -che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e -specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere -il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto -l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello -spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso -che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie. - -A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle -sue Note uno storico di bello stile. - -Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città, -poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e -con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna -dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo -numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per -censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre, -damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e -giullare della compagnia, i commenti furono senza fine. - -Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la -prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per -non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento -che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che -verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per -l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso, -che li aveva così tranquillamente gabbati. - -Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a -divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla -medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere -fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi -non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare -le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai -Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle -cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte -le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da -favella umana. - -Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo. - -— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua -piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E -forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che -oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con -un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola -barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile -nel suo viso dolciastro come rosolio e miele. - -Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva -Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso, -che fece ridere alcuni. - -— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui -mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si -poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza. -L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur -si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo -confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava -diritto al favore di qualsiasi bella donna. - -— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una -malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo -Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto -Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla -sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di -sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli, -poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa -alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso -andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per -essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese. - -— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi -l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia. -— Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno, -dev’essere uno spiantato. - -— Come lo sai? — fecero alcuni. - -— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda -come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di -bottegai suburbani. - -Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al -libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian -Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial -nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua -persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno. -Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto -loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo -sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello -scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le -scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle -quaresime non riposavano mai. - -Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di -casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa -considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale -insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli -stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi -addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna -speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente -svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era -stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo -l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte -le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva -segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze. - -Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro -medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed -esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando -copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con -quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici. - -— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. — -Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità -confesso che mi è simpatico. - -— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per -giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui. -Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, -me ne infischio! - -Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza -parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia -d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già -partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco -inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano -meglio di lui. - -— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era -seduto in un angolo del palco, taciturno. - -— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, — -che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle -braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto -commettere qualsiasi pazzia. - -— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo -Malatesta. - -Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi -vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da -una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore, -facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa -vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio -di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella -sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’ -circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che -spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri -spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa. - -Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua -buona ventura. - -Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature -incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli -odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per -soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo, -insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle -cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro, -don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi -ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a -comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata -circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte -belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno -irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre -ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una -certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo -e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei -palchi a riconoscere l’avventuroso. - -Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva -a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato -con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro -ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto. - -Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato, -Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di -palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi -di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti -insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano, -come protettori del corpo di ballo. - -Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli -importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da -un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa -Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano -qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle -una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del -teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione -teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del -teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò -Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il -naso nelle cose altrui. - -Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella -sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron -simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno -senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a -benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera, -nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo -principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso -patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la -parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione -che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or -Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto -qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti -alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo -prese a benvolere. - -Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor -volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di -tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele -per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa, -sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi -detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella -smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola -persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare -qualche lancia in suo favore. - -Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme, -calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine -sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di -ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile -dono che possa concedere la vita. - -Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte -vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni -mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada -suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna -al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano, -curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva -largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo -riempiva il suo petto capace. - -Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli. -Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli -angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco, -e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti -altrui. - -Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse -un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco? - -Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere. -Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante -famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più -dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina. - -Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche, -un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano -pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco -indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il -ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle -tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio -costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’ -suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale; -dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario -col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo -d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo. - -Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua -camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che -ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava -schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte -le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte -bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti -si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti -scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano -in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli -adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale, -dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi -sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta -vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella -impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di -concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata. - -Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a -questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita -disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra -gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei -gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori -correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo -a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per -pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia, -ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo -di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la -guidava nelle idee. - -Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore -d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don -Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile, -ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di -antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle -marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella -gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più -stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili -costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade -i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore -avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi. - -Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida -birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che -sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta -ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, -contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere -dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani. - -E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle -galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto -quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre -sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate -oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò -per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini -vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e -nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla -notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini. - -Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva -impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici, -e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava -a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli -stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la -dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili -compiacenze della pulzella soccorevole. - -Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva -intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore -del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo -l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un -piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la -sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola -curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma -pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre -accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re. - -Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni; -drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno -d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non -abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor -suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati -una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale -tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre, -insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri -commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri -e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, -pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe -convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un -piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di -insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano -degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su -l’ápice il sole tormentoso della gloria. - -V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli, -per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi. - -Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca -ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla -fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella -stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava -senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva -satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè -la vena drammatica. - -Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie -profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua -persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo -sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria -anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, -per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più -vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo -silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai -contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che, -per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un -appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di -combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi, -a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno -nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto -aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana: -l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria, -e fors’anche la fame. - -Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel -volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un -poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare -la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella -remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un -altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno -spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più -tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo -giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli -d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione, -a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini -corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano -di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di -stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto -osava per infuturarsi con una bella temerità. - -V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di -efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della -mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in -fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte -istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido -fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva -e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la -vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro, -raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe -svincolato dalla folla. - -E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli -d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo -la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una -furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria -aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi. - -Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che -molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima -giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di -quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante -attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali. - -Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò -di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche -tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle -diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere -intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto -musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia, -ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile, -di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I -buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la -sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella -donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava -il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando. - -Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un -intruso. - -Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle -soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il -tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che -la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a -tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva. - -Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti -strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e -poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio, -lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò -il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece -prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali -agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso, -fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. -Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa -da potersi creare un piccolo debito con lui. - -Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si -turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore -compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo -padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida -commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della -borsa. - -Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a -dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai -genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor -di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro -della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti -con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’ -suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto -sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a -conoscenza della sua stirpe bottegaia. - -In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera, -assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo -carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con -pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero, -girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, -scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva -il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno, -tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a -lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli -faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. -Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda -presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare -impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa -con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto -subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al -repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe -per sempre perduto e bandito. - -Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere -all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia. - -Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le -battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo -spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente -non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei. - -Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco -d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche -giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse -chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava, -già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza -innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía -d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore -d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta. - -Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o -abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso, -di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e, -magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa: -da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di -appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è -cattiva guardiana di secreti. - -D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano -dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che. -In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come -l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, -una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si -faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera -intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la -gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza. - -E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un -cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva -che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un -grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli -non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di -rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire -alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa, -questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar -da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non -poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli -dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti -angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in -cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le -poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, -e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno -sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto -fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia. - -Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non -poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta -negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva -sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante -volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante, -curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di -ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa -minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta, -fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo -respiro: - -— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti? - -Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi, -una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e -calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di -quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male.... - -E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come -per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era -venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse -che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi -non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio -oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al -giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà -dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo -suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo -giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva -essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo, -qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante -la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella -amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che -aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del -profumo che portava, la musica della sua propria voce. - -E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale, -fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e -convulso, con un rantolo nella voce: - -— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei -debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo -andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci -che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei -taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi -anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai! - -Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una -cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore, -e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di -Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità. - -Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo. - - - - -XIII - - -Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il -denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse; -il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto -alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in -tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare -prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi -occorre nulla. - -Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni -di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un -prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra -brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse -conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere -un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che -rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di -passioni e di bassezze umane. - -Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente. -Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che -sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle -sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, -che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene -arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente -fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio -delle cose d’oro. - -Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a -suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa. - -— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul -naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo -della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia. - -— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve. - -— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba -falsa? - -— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è -un gran valore, sai! - -E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso -la lente. - -— Il marchio c’è... — borbottava. - -Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un -po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo -con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto -carati. - -— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano, -dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello! - -— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il -farmacista con noncuranza. - -E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di -Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro, -dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan -esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio. - -Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber -dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le -voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere. -L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa -dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra -era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia. - -Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella; -era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada, -uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate -che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse -pericoloso lasciarla correr sola. - -Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste, -profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di -nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina. -Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo -fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi -con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima -figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava -spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere -nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita, -quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le -carrozze, i teatri, l’amore. - -L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce; -aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando -l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella -Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a -bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che -non gli era crudele. - -Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor -d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e -rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo -e d’amore. - -E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per -solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le -passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non -vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa -brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, -come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!... - -Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli -non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte, -ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora, -sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. -Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto -aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il -principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo, -seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza -togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo -nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose -che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non -bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario. - -A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia -era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva -nello spirito nascer l’ali per un più grande volo. - -E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice -potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà -camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi -potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini -dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la -eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame -incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo -del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche -uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini -borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo -trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di -Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera -di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte -nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che -albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva, -se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini -che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della -vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda, -teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote -già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba -e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei -Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza. -Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi -profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù -senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine -dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la -più ricca famiglia della città. - -Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale -narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse -abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora -Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione -di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta -e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la -seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto -affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato -il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata. - -Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa -frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di -Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, -scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle -cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere. - -Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di -quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva -sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare -quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta -quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti -di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso -della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e -visibilmente si struggeva d’un mal vedovile. - -Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben -nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola -cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia -che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione -irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda -si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana -come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata, -splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si -vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel -riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche -della plebe disprezzabile. - -Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno -in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane -trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi, -e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie, -spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica, -sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore -d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la -bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche -cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva -nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i -suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le -sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si -diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze, -ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima -ereditiera... - -Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie, -facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via, -spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di -non fallire. - -Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita -coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava. -Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima, -lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti. - -Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la -sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con -la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli -fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra -di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e -dimenticata origine. - -Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di -proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli -conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un -certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali -avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre -l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse -con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi -anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline, -aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore -severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile -rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci -antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città -fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe -trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del -casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari -cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor -sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la -dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri, -maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi. - -Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli -le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle -bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo -sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli -eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei -Lavoratori. - -E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai -sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello -ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva -per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per -la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, -e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della -sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi -robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne -astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere -una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa -temerità. - -Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso -gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene -scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città -spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il -regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non -avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare -fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si -udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad -abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza. - -Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi -afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un -fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una -breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle -beate villeggiature. - -Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto -s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il -giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago. - -Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non -era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta -fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di -pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la -medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo -tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un -certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante; -non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una -donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava -già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi -un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano -rapidamente nel calore d’una tentazione. - -Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre -non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una -villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue -fiorite spalliere di rosai. - -La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi; -tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere -di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la -signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di -feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava, -correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava -cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche -fiera di beneficenza. - -Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte, -quasi nascosti nell’intimità del loro nido. - -L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche -foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa -maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde -magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe -le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da -tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà. - -Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi -di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende -abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel -verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche -frantume di vetro... - -Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca -sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le -finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano -al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui -principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito, -sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia -come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso -balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che -nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma -consumando il suo proprio splendore. - -E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un -desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o -viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’ -due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato, -nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole. - -Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il -basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il -luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove -per tutto all’intorno una leggenda d’amore. - -Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre -incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par -stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende -il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano. - -Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche -giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’ -suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche -vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche -ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto -le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che -abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella -settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne -tormentò il marito sonnacchioso... - -E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo -di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin -dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la -lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di -costui. - -Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre, -un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un -cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo, -tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice. - -Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare -in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava -con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un -muricciuolo di poche pietre. - -Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un -bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità -l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo, -era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un -amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto -ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a -mancare d’assiduità presso la vecchia madre. - -Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado -ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema -prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda. - -Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua -grande aria battagliera del bel tempo quand’era uno smilzo ufficiale di -cavalleria; la dardeggiava d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che -volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il -suo denaro, la sua più che devota urbanità. - -Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale -anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare -compiacenza. - -Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro! -La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera -magnificenza. Un giorno egli salutò. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose -del mondo hanno la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva -dire: - -«Chissà?...» - -Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna innamorata! -Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche -la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr’uomo. Poi, ad -un tale che saluta, — un signorotto nel suo feudo — perchè mai non -sorridere? Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette, -nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente: -«Chissà...» - -La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può succedere!... - -Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora -può essere utile aver detto: «Chissà...» E poi è dolce, per la donna -un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma -col pensiero d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per amore -di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; «C’è chi guarda -mentre mi pettino le treccie alla finestra; c’è chi trema se passo nel -giardino in vestaglia... Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua -testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta -e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perchè Arrigo -non è geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei -giorni d’estate!...» - -Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la soglia. Co’ -suoi quarant’anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un -collegiale. - -Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia, -tutt’accesa in volto perchè aveva remato per due lunghe ore sotto il -sole. - -Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a -ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d’una -grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po’ scuro. - -— Vi prego, sedete, barone. - -Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi -dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne. - -— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le -nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la -cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel -teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa -recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non -dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la -marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una -commediola... Non dicesse di no! - -Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!... -— osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le -convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona -qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la -sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel -lasciargli credere... - -— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono -galante. - -— Oh, che fortuna! - -— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo... - -— Già, già... - -Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e -melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la -maschilità dell’uomo in un modo singolare. - -— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla -conoscere. - -— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino. - -Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile, -cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna, -ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne -ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, -la Ruskaia finì con accettare. - -Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non -aveva cantato più. Il barone disse: - -— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino! - -Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si -ripreparasse. - -— Insomma ho promesso: canterò. - -Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità -d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco -lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi -nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che -mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a -spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice -straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose, -che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e -con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; -si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere -dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di -tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè -nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e -sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta -un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan -capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare, -l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora -del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito, -sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro. - -Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che -dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che -gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo, -che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva -d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una -dolce villa dalle finestre semichiuse. - -Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande -atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e -di gentile modestia. - -Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel -che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei -pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla -sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante» -che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo -nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della -Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più -avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di -regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia -a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di -bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto -di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica, -quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le -gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli -mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e -che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta -persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa -e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano -impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un -così bel dominatore. - -Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva -i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a -men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia -era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non -vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi -a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per -intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la -bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone -Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come -lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna -Claudia del Borgo, che patrocinava la festa. - -Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa -e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo -tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e -salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito -inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso -de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a -chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con -una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città -tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed -a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo -le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben -pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a -scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze -altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello -scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti. -Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, -ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia -fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto -sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti -eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non -potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre -donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante, -spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine -che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per -tal modo ben sicure di non imbattersi male. - -Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti -quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo -pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi -sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che -non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di -quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi -sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con -la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che -a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo -fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere -in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!... -egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse, -l’avrebbe senza scrupoli consumata. - -Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro -dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel -punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel -corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma -poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame -con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna -suscettibilità. - -La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere -in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle -che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva -senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del -tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria -vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime. -Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con -qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva -irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano -all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un -tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di -non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. -Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante -con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene -via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di -beneficenza. - -Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla. - -Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori, -ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto -viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui -labbri della donna restìa. - -Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non -sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan -allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice, -sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e -sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che -non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con -Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi -mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un -giorno: - -— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola -amica non ve lo permetterebbe... - -E rise, con il suo riso pieno d’insolenza. - -Poi, un altro giorno: - -— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle -undici... - -Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse -talvolta mestieri difendere la propria onestà. - -Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena -fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva -mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi -per quanto l’avevano fatta soffrire. - -Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella -villa odorosa di gelsomini. - -L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le -inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi -le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si -sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle -spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si -dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una. - -E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la -nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà. -Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese -un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire -da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere -Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai -cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente -danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era -Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza -delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria, -e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese -dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da -millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo, -d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo -tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare -di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone -Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la -pazienza e il denaro. - -Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti -non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne -stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che -il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a -nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano -ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di -denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto -corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore -può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere -previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee. -Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo, -con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio -per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le -sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto -seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora. - -Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a -svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con -occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere -familiarmente all’uscio. - -— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere -per quella di Beppe Cianella. - -— Oh, venga pure avanti! - -Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere venuto, l’altro -di riceverlo stando in letto. - -Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava del tu. - -— Sono venuto per due motivi: uno... - -— Ma si segga! - -— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver sonno, cercherò di -spiegarmi in fretta. - -Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, quella -familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo. - -— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un -prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male. - -Arrigo accese una sigaretta. - -— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile. - -— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di andar per le spicce. -E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico. - -Arrigo meditò qualche attimo. - -— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al -momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere. - -— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le avesse già -intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione. - -— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci -ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro! È tornato -dalla campagna con una fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un -mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio. -Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo -discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti... - -Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione: - -— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo; -mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con -lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario -temporaneo. Totò Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho -accettato. Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una -campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio, -sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo ci sarà da combattere, -perchè hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia? - -La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, le cinquemila -lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè questi accettasse di -presentare al Circolo l’amico dell’amico Totò. - -E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest’uomo -che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione -assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli -si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era -stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere più -alte cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo nome -si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono -l’avvenire d’un uomo. - -Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno -gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o -con la persuasione o con l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli -utili dagli inutili e gli amici dai nemici. - -Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con -fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo: - -— Si arriverà! - - - - -XIV - - -Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza -troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere -nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di -più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare -dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento -che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori -galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, -comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio -aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare, -perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun -rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite -del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan -degne d’esser rivissute. - -Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero -soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che -meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il -volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno -che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente -coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella -strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza -disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà. - -Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di -bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono, -Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, -cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la -sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu -riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi -con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto -piacere follemente una decina d’anni prima. - -Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era -sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e -dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del -gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato -di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace -conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la -sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede. - -Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali -era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, -per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza -plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido -signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole -in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra -sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi -bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta -fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue -si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può -non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita. - -Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, -intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan -esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di -non suscitare alcuna gelosia. - -Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese -ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una -colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività. -Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della -raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del -suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una -tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava -quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di -sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore. - -Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale -arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione; -qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante -vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il -suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra -commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe -ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli -sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo -che sovrastasse alla sua vita. - -Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa -di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo -cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito -di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il -sogno della sua mediocre vita. - -Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così -profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in -un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento, -l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, -calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere, -prostrandolo in una specie d’annientamento. - -Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua -battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada -e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore -assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro -le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi, -reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci. - -Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano -abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era -lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato -per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in -città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria -meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento -vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in -poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli -occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera -anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia -con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari -sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella -non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e -donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze, -riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo. - -Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime, -senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi -lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose -umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata -per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore. - -Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione -d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità. -Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra -loro. - -Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei -Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad -essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi, -e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, -credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a -protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero -alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata -trionfale. - -Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide -pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova -sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una -corte insidiosa e paziente. - -L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella -d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo -accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle -amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra! -Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, -come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un -bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli -dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava -con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. -Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed -insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei. - -Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico -splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva -dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi -a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del -quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante -a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che -aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il -barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che -sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, -divengono barbaramente venali. - -Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila -lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver -ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte -regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva -la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — -Peuh, se volessi... - -E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici -si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva -d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento -simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due -che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e -l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma -non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, -che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di -salutarlo. - -Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto -vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, -assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, -e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta -come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due -sconosciuti. - -A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, -o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i -pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con -un turbine di memorie nel cervello e nelle vene. - -Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo -bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai -piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. -Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta -lo innamorava un’altra volta di sè. - -Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse -pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla -scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per -l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato -qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più -scaltro della gelosia. - -Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo -di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in -cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua -vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e -le telefonò: - -— Sei tu? - -— Chi tu? - -— Tatiana? - -— Ah... - -— Senti... - -— No, no! - -— Voglio vederti... - -— Mai più! - -— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai... - -— No. Che sciocchezze! Lásciami... - -— Tatiana!... - -Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti -nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi -baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura, -come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate. - -Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano -all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al -barone. - -Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel -Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo -ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza -egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore. - -Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi -accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato -ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano -accordati per volerne l’esclusione. - -Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza, -la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una -banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di -bruttezza intollerabile. - -L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito -dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà -possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare -arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa. - -Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni -che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente -angustiato. - -Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con -certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso -apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti -perdevano la consueta misura. - -Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse: - -— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di -proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi -accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri? - -Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque. - -— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi -sembra che tu esageri un pochino! - -L’altro riprese con veemenza: - -— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, -si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E -il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre -avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa! - -— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella -voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico. - -— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a -finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo -genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver -schivato il Cellulare! - -Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse: - -— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a -raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti -gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio -è già dato. - -Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità, -durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si -levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una -collera spaventosa. - -— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano -rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui -le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se -avessi l’intenzione di provocare un uomo! - -Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno -scambio di padrini. - -Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano -per i ritrovi della città notturna. - -Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero. -La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale -era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli -riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama -di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava -certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato -peccato per il bel Ferrante! - -Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero -di fronte, a torso nudo. - -Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la -rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva -insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore -gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi -autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo -Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un -colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri -difetti possiedono pure quello dell’infallibilità. - -Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del -barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una -ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima. - -E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca. - -Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino -allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa -diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al -suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due -gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul -terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, -nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto -che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica -d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo -gentiluomo. - -Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, -cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa. - -Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e -pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere -del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi -grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale, -davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era -del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, -cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per -soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua -passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed -eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; -infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota! - -Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava -talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia -che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello -sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza -sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo -un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per -tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al -favore d’una donna. - -Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento -e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più -sicura. - -Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli -occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in -lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco -perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. -Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, -forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per -istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente -misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo -in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava -pertinace. - -Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da -lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che -fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano -ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla -propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si -sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol -dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa, -affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero. -Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso -a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, -anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se -n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile -preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le -grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un -godimento più fine che nella dedizione stessa. - -Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione, -e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto -insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora -non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso -e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello -lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di -muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità -sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso. - -Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno -che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi -le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron -ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per -la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di -sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il -profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia, -tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della -tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento. - -Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue -treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con -paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo, -avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, -nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di -lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione -fisica estremamente voluttuosa. - -Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per -il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani -trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino -s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, -tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche -volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo. - -Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel -fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena... - -Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto -quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era -questo l’amore che a lei piaceva. - -Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i -candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di -cristallo stormirono come se fossero su le spalliere... - -Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso -nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in -tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che -lontanavano, qualche risata. - -Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua -bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più -forte, che traboccava in un riso convulso... - -Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo -confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero -via, nella notte, fra le musiche della primavera... - - - - - * * * * * - - - - -I - - -Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo -della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, -d’amore. - -Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta, -con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, -movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo. - -— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino, -additandola al crocchio degli amici. - -— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie -immature. - -— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per -celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva -di celiatore e di schermidore. - -Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla -meglio. - -— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare -con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un -amore! - -Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella -capigliatura, d’un vaporoso color biondo. - -Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare; -disse: - -— Stretto passaggio, si paga il pedaggio. - -— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie -Rafa non bada. - -— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i -timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella -lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina? - -— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò -il Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così -belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il -buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre! - -Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo -chiamarono, ma non rispose. - -— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È -passata or ora. - -— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, — -perchè molte volte attaccano la sifilide... - -La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza -scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi -trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente. - -— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa -molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura... - -Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere. - -— Totò, la conosci la vergine di Rafa? - -— Io no. - -— E allora come sai ch’è una ragazza onesta? - -— Me lo ha confidato Rafa. - -Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava -malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a -burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava. - -— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva -uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore -quell’angolo: - -— Passa ogni giorno qui? - -— No, quasi mai. - - -Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila -lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i -particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la -Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière -per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un -capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva -passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con -una certa ostentazione: - -— Venite ad offrirmi una tazza di tè. - -Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore, -l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono. - -— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina -La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro -ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa. - -— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse... - -— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza. - -— E tu? - -— Ah, va bene! - -— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi. - -— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto -iersera? - -— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e -se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta! - -— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece -ridendo. - -L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse -affatto. - -— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si -fu allontanato. - -— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile -Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi? - -— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi -quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre -una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose -che non possono... - -— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere. - -— Volevo dire: che non posso continuare sempre. - -— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto -alla tavola vicina. - -— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con -un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, -un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una -certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il -giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora -il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo. - -— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai? - -— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose. - -Ella lo guardò attentamente: - -— Sei divenuto un posatore. - -— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che -aveva udito. — Siete ben noiosi! - -— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un -tenero per Arrigo. - -— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non -è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi. - -— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi. -Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia. - -Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le -labbra, perchè non si spezzasse. - -— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non -gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore. - -Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro, -l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile, -che faceva roteare. Disse ad Arrigo: - -— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è -la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi -piace. - -— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla. - -— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò -la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco. - -— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio. - -Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola -vespa tutte le foglie non eran cadute ancora. - - - - -II - - -In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa -d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo, -tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come -chi sa di propugnare invanamente una causa giusta. - -Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto -d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale, -tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra, -dicendogli: - -— Buongiorno, carissimo Riotti; come va? - -L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in -luogo e vece d’una ingiuria. - -— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene, -vedo. Una cera da principe! Novità? - -— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la -solita faccenda. - -— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! -Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E -la mamma? - -— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno -la pelle dura! - -— Dunque stan bene. Meglio così. - -Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare -un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe -estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè -a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno -che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a -lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso -borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa -soggezione. - -Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola -d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la -scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli -Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano -al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si -alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo -«Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la -bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse. - -— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar -corto a tante cortesie. - -— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia? - -— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni. - -— Insomma sta bene anche lei; meglio così! - -— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete -al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, -amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si -ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto -bambino, e certe cose ve le posso ben dire! - -Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una -volta finalmente perdette la pazienza. - -— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che, -per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma -non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho! - -— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti. - -— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi -vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro -partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le -spunteranno i capelli bianchi. - -Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più -orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre -le sue guance divenivano paonazze. - -— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?! - -— È così, mio caro, è proprio così. - -E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze -interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel -salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad -avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene -via. - -Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme -nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del -mondo. - -In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non -vi abitava più. - -L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per -gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare -il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, -economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo -droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo. -Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della -sua famiglia nuova. - -Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due -vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un -po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di -fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un -furetto. - -Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, -tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo -stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i -genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura. - -Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di -rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la -sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento. - -Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno -potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella -sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso. - -Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi -mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica, -pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben -mobiliata. - -Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’ -dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia. -Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano -a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose -che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo, -un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti -incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di -vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla -corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e -scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’ -inselvatichite. - -Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto -era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di -capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita -grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione -d’un bocciolo di rosa. - -— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando. - -Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur -senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata -in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e -ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata. - -— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava. - -— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante. - -— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e -tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene. - -Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli. - -— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente, -traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo. - -— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi. - -— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse -il padre quasi con vergogna. - -— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola -gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni, -lui! - -— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe -anche degnare. - -— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra -manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina. - -La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto, -per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce -dei due vecchi si rischiararono. - -— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella -stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai -pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così -pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in -quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante. - -E il padre a dire: - -— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi -più di noi. - -— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento. -Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure. - -— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava -bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che -involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore. - -— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa -desideri? - -— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso... - -Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto. - -— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico. - -La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e -veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri -e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso. - -— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco -delle sue guance. — Chi te l’ha data? - -— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con -un’aria di sottinteso. - -— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua -voce. — Cosa vuoi dire? - -— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai -parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non -ha in mente che il suo specchio. - -— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua -faccia divenne cattiva. - -— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel -battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti -piace, se no te la cambio. - -Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il -bocchino d’ambra. - -— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il -cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione: -— Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla -moglie. - -— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata! - -E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti. - -— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse -ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo -intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate. - -— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo -gustato qualcosa di simile! - -— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia. - -— Per bacco! E datemene ancora! - -La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da -un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela -porse. - -— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come -per iscusarsi. - -— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è -ancora la cosa migliore. - -— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso! -— intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!... - -— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con -dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon -vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno -scintillìo di rubini. - -— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi! - -— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era -commosso per la sua pipa. - -— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non -sono forse in casa mia? - -Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua -vita piena d’infingimenti e di scaltrezze. - -— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che -deve parerti una casa di forestieri. - -La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava -in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe -costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran -cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, -ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se -l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un -pollo. - -Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il -piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne -obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana -ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran -talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame. - -E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo -focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica -origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la -buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi -il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come -il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i -gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed -eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, -e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che -dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e -più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo -per ogni vena la sua fertile sostanza di vita. - -Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste -che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad -essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, -che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. -E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva -nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà -l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un -pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui -l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque -d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli -odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar -gli occhiali nella mostra illuminata. - -Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi -tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. -Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più. - -Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta -che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli -a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le -scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile. - -La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano -rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che -spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, -ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso -anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora: - -— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono -atteso a teatro. - -— Cosa vai a sentire? — domandò il padre. - -— Vado a sentire _Loute_, una «pochade». - -— Roba nuova? - -— Che nuova! L’avrò intesa venti volte. - -— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro? - -— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre. - -— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma -non spendo nulla. - -— Come non spendi nulla? - -— Abbiamo un palco in parecchi amici. - -— E non vi costa niente? - -— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di -stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre -dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, -fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici -andare per conto mio. - -— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio. - -Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi, -leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega, -come s’ella volesse confidargli qualcosa. - -— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un -sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’ -come te, sai... E proprio non ne posso più! - -Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da -intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano -sorriso gli increspò la bocca. - -— Dunque vuoi andare a teatro, tu? - -Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un -gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta -ch’era un po’ di sghembo. - -— Eh, sì, vorrei... — disse. - -— Bene, ti ci condurrò io. - -— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste. -— Non ho abiti e non posso venire con te, così... - -— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare, -combineremo. - -— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce. - -— Anche domani. - -E le diede un bacio su la bocca. - - - - -III - - -Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto -vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle -sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino -alle sei del mattino per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato -in principio di sera. - -Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello, -senz’attendere che il domestico l’annunziasse, e, vedutolo giacere, si -fermò di botto qualche passo oltre la soglia. - -— Come mai? Dormi? - -— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti. - -Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un -cielo rosso. - -Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con -gli occhi assonnati, tendendole una mano. - -— Dunque? — fece. - -— Che hai? Non stai bene? - -— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non -sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, sì, per il -teatro! - -— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere con te. Se -sapessi quanto m’annoio! Il vederti è come una festa. - -Arrigo sorrise. - -— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino da notte per -prendere una sigaretta. - -— Cercami uno zolfanello, piccola. - -Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovata la scatola, -venne presso il letto e si chinò sul fratello per accendere la -sigaretta ch’egli teneva tra le labbra. - -Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte. - -— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda del letto. - -— Fumi anche tu? - -— Sì, qualchevolta, di nascosto. - -— E non ti fa male? - -— Male? Tutt’altro! - -Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò ad accenderla -su la brage di quella che fumava il fratello, accavallò le gambe una su -l’altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, -le rannuvolava intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di -frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una grazia -squisita. - -— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo domestico mi ha -guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo -mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui? - -— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo. - -— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son venuta avanti. Ma -forse non mi ha creduto. Poco male! - -— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari una tazza di tè; -così farete conoscenza. - -Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver -bussato cautamente all’uscio. - -— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro s’avanzò, con una -certa cautela, inchinandosi. - -— Vedi questa bella signorina? - -— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo con un di -que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle -segrete galanterie del suo padrone. - -— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare una dozzina di -«marrons glacés». È mia sorella. - -— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere. -Infatti, infatti le somiglia! - -— Eh, sì, come due gocce d’acqua! - -Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d’intrigo -e d’avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo -fratello. - -Il domestico se ne andò. - -— Hai sonno ancora, forse? - -— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia. - -— Aspetti gente? - -— Nessuno. - -— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento? - -— Certo. - -— Quante camere hai? - -— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però dorme fuori. - -Loretta ebbe un colpo di tosse. - -— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via. - -— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo ancor più. — È -solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola. - -— Buttala via. - -— Sono turche? - -— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del letto e finirai -con scivolare giù. - -Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse un po’ di -fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse più coi -piedini a toccare lo scendiletto. - -— Che letto grande, hai, per bacco! - -— Si sta più comodi. - -— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo. - -— Cos’hai capito? - -— Mah!... - -E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva -involontariamente al viso. - -— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole una mano su le -ginocchia. - -Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore. - -Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di -capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di -paglia rilucente come il grano. L’abito le modellava il busto, non -esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi -nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro -appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava. - -La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che -dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente, -parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei -polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una -straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta -la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur -nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi, -di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva -intorno come il profumo colpevole della sua nudità. - -— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso. - -— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza. - -— Come «anche tu»? - -— Perchè me lo dicono spesso. - -— Davvero? E questo ti lusinga? - -— Un po’... un po’... certo! - -— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso. - -— Che c’è? - -— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro? - -— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena. - -— Fammi vedere. - -— No. - -— Via, lasciami vedere! - -E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella volle -resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di lui, premendolo -con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse a prenderle il polso che -aveva teso all’indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa -lite, che li faceva urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di -sottilissimo piacere. - -— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella. - -— Bene. - -Se lo tolse dal polso e glielo diede. - -Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di -brillantini. - -— Chi ti ha dato questo braccialetto? - -Ella rispose con una voce punto persuasiva: - -— Nessuno; me lo son comperato io. - -— Chi ti ha dato i denari allora? - -— Toh!... io. - -— Tu? Impossibile! - -— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna. - -— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa? - -Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda. - -— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò con allegrezza. - -Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione era minutissima. - -— _Honny soit qui mal y pense_... - -Arrigo si volse attonito a guardar la sorella. - -— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta questa faccenda... - -— Ma non c’è nulla di spiegare: _Honny soit_... - -— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato? - -— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria di derisione. - -— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa... - -— Di cosa? - -— Di galanteria, di regalino amoroso... - -— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria. - -— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo? - -— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata. - -— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche -innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire. - -— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un sorriso provocante. - -— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un certo impaccio, -— io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che -tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto. - -— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una sottile -scaltrezza. - -— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene -aver fiducia in tuo fratello, tanto più ch’io non sono severo e che ti -voglio bene. - -Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente -angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè un simile fatto gli -cagionasse tanta irritazione. - -— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente -riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te. - -— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito. - -— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in -tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io... - -— Ma dimmi dunque chi è questo tale! - -— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi -dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto -quasi come te: molto elegante. - -— Sì, e poi? - -— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni -giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente -s’è fatto coraggio e mi ha parlato. - -— E tu? - -— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere -una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto -che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne -una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine. - -Entrò Filippo con il vassoio del tè. - -— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo. - -Il domestico obbedì in silenzio. - -— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! Dunque vuol -dire... - -— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, poi ti racconto. -Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto. - -— Sì, sì, va bene. - -Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando -riprese il racconto. - -— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi trattava come se -fossi chissà chi... - -— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me. - -— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi «marrons»! - -— Mangia, mangia. - -— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto. - -— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere? - -— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, che non -viveva più, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi -avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perchè -non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un -appuntamento per il giorno dopo. - -— Brava!... e dove? - -— Al Giardino Pubblico. - -Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile. - -— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche sciocchezza con -lui! - -— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non voglio nasconderti -niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici, -e che tu m’aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione, -perchè, vedi, anch’io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro -modo... - -Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di -femminilità. - -— Va bene, Lora, va bene... - -Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, di quel volto -così vicino al suo. - -— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero? - -— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità. - -— Ossia?... - -— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno... - -— Ma chi è questo «lui»? - -— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un -albergo, perchè si fosse più nascosti. Ho rifiutato. Allora cominciò -con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva -in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi, -ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perchè veramente -non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perchè è ben vestito, -elegante, non brutto, e dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi -dice nulla! non mi va! - -— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?... - -— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di -gridare. - -— E allora ti lasciava? - -— Súbito. - -— Davvero? - -— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti -pare? - -— E come andò a finire? - -— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede -quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le -sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente -di male...» Vero? - -Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso della sorella. - -— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare che dicesse «hónny». - -— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa. - -— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. Del resto è -naturale; avevi un’amante ch’era francese: anzi eccola lì... — Segnava -due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l’altro -appeso al muro. - -— No, Loretta, quella era una russa. - -— E dov’è andata? - -— È partita già da un pezzo. Continua. - -— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee -tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto -che non gli riusciva di condurmi a’ suoi fini, è giunto a farmi una -proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me, -che non può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, perchè -se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser -buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la -darebbe. - -— E tu? - -— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono -stata un poco in dubbio, per dire la verità. Poi ho rifiutato, pensando -che a mutar parere avrei tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te -parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per -sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo è grave, e -non si può farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io! - -Egli trasse un lungo respiro: - -— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava! - -E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell’udirla -parlare così. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si levò sopra un -gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente. - -— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito non l’ho. Se -mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti -confesso che domani, per un tipo il quale m’andasse a genio, forse -forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no. - -— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere chi è? - -— No, questo non te lo dico; mi secca. - -— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta! - -— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con -anima viva. - -— È inteso. - -— No, dammi la tua parola d’onore. - -— Parola d’onore. - -— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta pomposamente, con -un certo orgoglio di sè. - -— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando su. — Dunque il -maggiore, Rafa? - -— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che lo conosci! - -— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. È del mio -Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che -tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare? - -— Cosa dici? - -— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono -perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po’!... - -E prese minutamente a spiegarne le ragioni. - -— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella disse dopo -aver ascoltato. — Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa -faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo -a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi -che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita -nemmeno. - -— Che nome gli hai dato? - -— Un nome a caso: Montaldi. - -Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse: - -— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c’è più. Sono -due fratelli. - -Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di un pensiero -nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente: - -— Ricco e libero. - -— Che vuoi dire? — fece la sorella. - -— Cosa voglio dire non so... Rifletto. - -Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono. - -— Se Rafa... — diss’ella, esitando. - -— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla. - -— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi... - -— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa nella vita -bisogna credere con fermezza nelle possibilità e nelle speranze più -assurde. Però... - -Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole. - -— Però?... — fece. - -— Non lo credo capace di una vera passione, — disse Arrigo, — ma di -commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, sì. - -— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose con una singolare -freddezza. - -— Ah? - -— Te ne meravigli? - -— Un poco. - -— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai? -— Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo -sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti. - -Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro -aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle parole che dicevano. - -— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per lo meno è un -affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti -avverto che io non ti lascerò divenire l’amante del Giuliani. - -— Ah?... E perchè? - -— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto... - -— Poi? - -— Poi, non credo che ti convenga. - -— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio. - -— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non così -leggermente com’egli forse immagina. - -Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la più scaltra -donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di -fasciarlo nell’insidia della sua femminilità. - -— Aiutami Rigo... — ella disse. - -— Io? - -— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello -maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io conosco la tua vita -meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, però ti -rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il più lontano che sia -possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per -fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere -con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta -di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse -bene. - -— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli rispose, turbato. - -— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere che anche a me, come -a te, sorrida una vita più bella? Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma -potrebbe in altro modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna. - -— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe dire vendersi. - -— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma quella sola parola -chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? — Egli -comprese l’ironia della sorella, tuttavia scosse il capo. - -— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, se -vuoi far questo, non raccontarlo a me. - -— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m’aiuti, -Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza che hai, mi sentirò -sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso -fra me e te, fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento, -una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... Nel venire -qui tremavo un poco, perchè sapevo già che t’avrei parlato di tutte -queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro -nome, e che non sii tu... - -Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua, -con tutta l’anima sul fiore della bocca, nel desiderio d’essere intesa. - -— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè sentisse il -bisogno di fargli questa affermazione. — Non mi piace, ma può essere -molto prezioso per me, per noi... Non credi? - -— Forse... — egli si lasciò sfuggire. - -— Per questo l’ho tenuto a bada. - -Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. Ella -interruppe un lungo silenzio con queste parole: - -— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa -t’accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta. - -Egli si agitò come per un malessere. - -— Allora cosa vuoi? — disse. - -— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò. - -— Proprio? - -— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un braccio. - -— Perchè vuoi questo? - -Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere. - -— Così... voglio essere la tua amica... - -— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male? - -— Non fa niente. Poi non sarà. - -Egli rise, d’un riso torbido. - -— Ne sei certa? - -— Oh, sì! - -Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da -quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un -insopportabile calore. - -— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei prima tentare -che ti sposasse. Ma per questo non c’è che un mezzo, quantunque -ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia -sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio. - -Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le parve -ammirevole. - -— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia. - -— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei? - -— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto -quello che voglio. - -— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non -immaginavo mai che fossi tu. - -Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero Rafa!... - -— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo. - -— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non -so... forse questa è la mia natura. - -— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo tutto fra noi: quel -che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una -sera andar a teatro insieme. - -— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le -stringeva la gola. - -— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito. - -— Non ne ho. - -— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare qui, perchè a casa -non conviene. - -Anna Laura non sapeva rispondere. - -— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. Ci penserò io. -Anzi verrò con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere -che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti -cambierai. C’è tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non -c’è, si compera. - -— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli le braccia intorno -al collo. — Come ti voglio bene! - -Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di -protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba. - -— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per -sera. - -— Eh, lo so! - -— Falle fare. - -— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e -l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te? - -Agitava il suo piedino, parlando. - -— Sì, certo. - -— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda. - -Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo -del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. -Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava -su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella -caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua -nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza -di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva, -dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse. - -— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e -di femmina. - -— Sì... ma vattene, Lora! È tardi. - -— Che ora è? - -La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua. - -— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi... - -— Vengo domani? - -— Sì. - -Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era -uscita. - - - - -IV - - -Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera -nuova che fioriva di graste i davanzali. - -Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza: - -— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma -proprio non sapevo... - -— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene? - -— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei. - -— Dov’è Arrigo? - -— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo. - -— Non importa, ci vado io. - -Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del -fratello, battè all’uscio due colpi leggeri. - -— Posso entrare? Son io, Loretta. - -— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi. - -— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È -questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa! - -— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse -Arrigo. — Dunque, come va? - -— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso. - -— Ah, sì? - -— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata -per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera -disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Però me ne sono -liberata in fretta; eccomi qui. - -Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con -molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie, -che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati, -umidi, e fumava, come di consueto. - -— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella. - -— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima. - -— Costa cara? - -— Cinque lire il vasetto. - -— Peuh, non c’è male! - -Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del -fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel -giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e -sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò: - -— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra? - -Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata -e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo -ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con -un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio, -sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva -intento. - -— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto -bene con quel tuo cappello. - -— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come -questo: sessanta lire. Una rovina! - -Il fratello sorrise. - -— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che -spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio -miracoli! - -— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi -denari che ti passano in casa? - -— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io -quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla -modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per -la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della -padrona. - -— Ma come mai ti fanno credito? - -— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne -furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno -o l’altro pagherò. - -— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico. - -— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli -di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane -qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi -comprendere. - -Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un -sorriso indefinibile su l’orlo della bocca. - -— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta? - -— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio. -Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la -mano in tasca, preferisco sia Rafa. - -Così dicendo ella si mise a ridere. - -— Dunque ne riparleremo. - -Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i -riccioli. - -— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo. - -Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta. - -— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei! -Guarda... - -E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose -con molti riguardi su la manica del suo accappatoio. - -— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie -spazzole! — osservò Arrigo. - -— Dammi un pettine, le ripasserò io. - -— Tu vuoi farlo? - -— Ma sì, che importa? - -Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la -spazzola. - -— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò con una risata; e -soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa? - -— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso. - -— La vedova? - -— Sì. - -— Dove tieni i suoi ritratti? - -— Nascosti, perchè vuole così. - -— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo -nome. - -— Clara. - -— E le vuoi bene? - -— Perchè me lo domandi? - -— Così; voglio sapere se sei innamorato. - -— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’ -noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo? - -— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno. -Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato? - -— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato. - -— Perchè non la lasci allora? - -— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così -facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu -non puoi capire. - -— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto. - -— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da -parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno -voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un -brutto tipo, io! - -Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere. - -— Tieni. La spazzola è pulita. - -Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese. - -— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla -finestra perchè mi debbo vestire. - -— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto. - -E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a -lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati. - -— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa? - -Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere. - -— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un -piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti -insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse -paura. - -— Me lo immagino. - -— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi -col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il -quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale -appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente, -non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una -grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser -stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per -leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a -questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più -in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene -la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire: -bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile, -bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere... -M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il -tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena -d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi -bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità! - -S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei, -guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, raccolta -e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi -suggerimenti. Poi disse: - -— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci questa illusione. - -— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta -l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altre pazzie. Non mi -dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere -qualsiasi cosa da lui? - -— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio. - -— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta -a.... - -Ella ebbe un piccolo moto nervoso: - -— Bah!... senti... una volta o l’altra.... - -— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità profonda, -investendo la sorella con uno sguardo ch’era quasi un desiderio di lei. - -— Cosa dici, Rigo? - -— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, in fondo, non vi -sia nessun giudice migliore di te. - -Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un -veemente rancore. Anche la sua fisionomia s’era un poco mutata. - -— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma, -ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito -confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma -nel quale non credo, chi altro mi sposerà? Un signore dal quale -possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un -bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa? -Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i -pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e -piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto -e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono come i tuoi: -tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch’io. A te piace -vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro, -frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace -anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta a -riuscirvi come potrò. - -Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava ad -allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro. -Eran davanti l’armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno -della camera. - -— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi pensato. — Io -son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore -felicità. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato -l’esempio. Certo però, come fratello, dovrei parlarti altrimenti. - -— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò con una -singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed -ero bambina quando c’eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse -un estraneo, del quale ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che -raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa, -poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco forse quel -che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio -fratello.... — Esitò ancora, poi disse: — Mi sembra quasi d’andar a -trovare un amante.... - -Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa -e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria -confusione. - -— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo il viso, come -per occuparsi d’altra cosa. - -Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe, -dicendole: - -— Bene, continua. - -Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugiò a -ritrovar le parole. - -— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile ch’io mi mariti, per -cosa o per chi mi conserverei onesta? - -Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse: - -— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia divenne -aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta ci si può conservare -oneste anche per sè stesse. - -— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! Bel -tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! Io, ti dirò, -ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse; -altrimenti a quest’ora.... - -Allora il fratello si mise a ridere. - -— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane.... - -— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con te! Sei il solo -che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verità. - -— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli ripetè, sempre -ridendone. - -— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le -dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta... - -Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, con un -atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le -ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed -esclamò: - -— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu! - -— Io?... perchè? - -— Mi guardi con un’aria così maravigliata... - -— Pensavo a quello che hai detto. - -— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei così. Meglio -dunque valermi di questo mezzo per ottenere ciò che mi piace. Anche -tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press’a poco aver battuta la -medesima strada... - -E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la -spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell’armadio. - -— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?... - -— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è Paolo, e c’è il -Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai! -Dámmene una goccia sul fazzoletto. - -Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto minuscolo e -due volte la capovolse. - -— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del petto, su la -mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta -sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la -rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio. - -— Qui... — disse ancora. - -Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera -carezza le profumò la gola. - -— Ti piace? - -— È un profumo delizioso. Come si chiama? - -— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi? - -— E tu? - -— Me ne prenderò un altro. - -— Grazie. - -Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi -ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, che piovono per l’aria, -l’estate, quando il vento cade. - - - - -V - - -Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò a prendere -Loretta per condurla a teatro. - -— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, poi che seppe -lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto -d’indulgenza rassegnata. - -— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta ha voglia di -svagarsi; e lo si capisce: è la sua età. - -Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava. - -— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, questa figliola ne ha -già da vendere, — disse il padre con la sua voce mite. - -Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori con Arrigo -dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua -maledetta lingua. - -— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che bella -improvvisata! - -Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di botto: - -— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti? - -— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile. - -Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso. - -— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà tardi, — egli -suggerì alla sorella. - -— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E tu la lasci -andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio. - -— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa. - -— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo. - -E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi -piano, ridendo. - -— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai -sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto: - -— Be’, facciamo la scopa? - -— Facciamola pure. - -Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!... -se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da -burattino in casa tua! - -E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere. -Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con -Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente, -limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli -argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli -familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi -bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; -Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore -avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio -in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per -seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare; -Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, -morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli -peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi -meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava, -rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care -speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che -ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna -ch’era stata in gioventù. - -Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti -l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra -Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per -lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro -ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade. -Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la -ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella -certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di -marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene. -Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano -a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori -femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le -virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo, -non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì -vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però -senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente -il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio -del quale udisse parlare. - -Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe -sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto -in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si -curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava -di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera, -nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava. -Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di -«temperamento!» - -A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista -dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche: -un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo, -benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di -piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, -per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore -del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una -figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo -qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un -vaso di terra cotta. - -Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava -d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel’avrebbe -data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e -nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo -come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia -con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe -forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai -vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha -le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, -umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel -sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un -bue. - - -Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi -quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto -ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora. - -L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era -uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso -per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto, -piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da -bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul -cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a -pagliuzze luccicanti. - -A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al -buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in -quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera -da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, -ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto: -Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi -dall’esclamare: - -— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia -al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne -aveva le ciglia umide. - -— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia -con un gesto di protezione e d’amore. - -— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per -giungere alla sua bocca. - -E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose? - -— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti ora, ch’è -tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. Se ti occorre qualcosa, -chiámami. - -— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata. - -— Come vuoi tu... - -— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma ti -chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti? - -Egli sorrise. - -— Mi proverò. - -Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da -prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale. - -— Farò presto, sai... - -— Va bene; ma non ho fretta. - -— Hai pranzato, Rigo? - -— Non ancora. - -— Perchè? - -— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro. - -— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera. - -— Dunque ceneremo, — egli disse. - -Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore -continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti, -quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva -immagine di colei che si spoglia. - -L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli -spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della -pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude -in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era -lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto -intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori -prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra -balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli -occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa. - -Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva -intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua -scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate. - -Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù, -a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i -riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si -pettinava. - -Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile. -Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di -badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel -lungo abbigliarsi d’altre donne. - -Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi, -dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d’affacciarsi all’uscio -per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per -allontanare da sè la tentazione. - -— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò. - -— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella scatola -d’argento. - -— No, voglio la tua. - -E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, la gola, -il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva la sua pelle commisto a -quell’odor di cipria. Buttò il giornale, accavallò le gambe, si mise -a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira -gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva. - -— Ti annoi, Rigo? - -— No. - -— Che fai laggiù? - -— Fumo. - -Ella esitò un momento, poi disse: - -— Vieni qui... tanto è lo stesso! - -Egli ebbe un piccolo tremito. - -— Sì? posso venire? - -Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi fissi. - -— Come ti sei pettinata bene! — osservò. - -Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di -civetteria: - -— Ti piaccio? - -Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla. - -C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che turba i sensi -come un forte bacio. - -Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che -le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era -sembrata mai così bella. Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non -sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli -ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva nel cavo -delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi di lui che la -fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbassò le -braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa. - -— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi costringi ad -arrossire... - -Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso. - -— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti guardo. - -Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le -ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata. - -— Sei in collera? — ella fece. - -— No, Lora, perchè? - -— Non mi parli... - -— Siccome non vuoi che ti guardi... - -— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento; -adesso più. - -E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine. - -— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse Loretta. — -Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libertà. Cosa ne -pensi? - -— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza. - -— Non vorresti avermi con te, Rigo? - -— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso... - -E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle -sue parole. - -Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le -calze di seta. - -— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio! - -E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta. - -Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò: - -— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita. - -Egli l’andò a cercare; le disse: - -— Lascia fare a me; t’aiuterò io. - -Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella sedeva; su -l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con -delicatezza si mise a calzarla. - -— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo averne l’abitudine. - -— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi -credi? — E non si moveva di lì, battendole il corno leggermente su la -caviglia calzata di seta. - -— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È più piccolo il -mio o quello della tua amante? - -— Il tuo. - -— Ora ti sarai impolverato; álzati. - -Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse -prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due seni, troppo forti per -la sua verginità, que’ due seni divisi da un incavo profondo, che -rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva, -oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua -tentazione fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse -involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo’ di -scusa: - -— Guarda, v’è un po’ di cipria... - -Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse -tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in -quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare. - -Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i -rintocchi parvero quasi un avvertimento. - -— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni -ad arrivare in principio. - -— Sì, passami l’abito. - -Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in -lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e -glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo. - -— Vòlgiti, che t’allacci, Lora. - -E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con -guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non -era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi -chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una -guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e -nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso, -Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta -una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo. - -— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu! -Sapendosi vestire, non è difficile! - -Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in -quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua -più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce -nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco -d’un desiderio contenuto. - -— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di -te domani. - -— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, specchiandosi -per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore: - -— Ma, di’, non sono troppo... nuda? - -— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite paiono più nude -che in camicia. - -Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò ancora, si -fece scorrere lentamente su l’avambraccio i guanti stretti, e ravvolta -in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclamò -allegramente: - -— Son pronta! - -Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono. - -Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida -e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, metteva tra le case fosche -un tremolìo di stelle. La città s’inoltrava nella notte con un grande -respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e -lenta, se n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il -fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati -quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio. - -— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi? - -— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera. - -— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi... - -— È probabile: la gente pensa molto spesso il male. - -— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu -credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello. - -— Non credo. - -Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del -cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata. - -Era la prima della _Carmen_ quella sera. Giunsero che lo spettacolo -era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto -di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della -fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio -meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva -di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come -il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica, -di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di -quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi -aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di -respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono -qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai -voluto splendere, ecco, e splendeva. - -Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde; -sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più -rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità -di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia -per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore -vivificante. - -Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle -poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche -canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti -curiose. - -Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di -bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano -dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere -adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, -corteggiate, era stato l’amante di alcuna. - -Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia -del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta -romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto -l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e -biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa, -questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa -Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale -di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato -al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe -leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella -piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la -buona Casa di San Pietro. - -Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava -squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e -greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna -Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il -cavallo in un concorso ippico. - -Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta -eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan -la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi -trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da -tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in -facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a -ridosso, e tutto il parentorio nel buio. - -I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran -guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte -rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i -brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura. - -C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città -per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza -fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la -soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il -gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che -le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. -Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un -nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva -ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto -del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè -il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse -oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; -era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve -dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza -era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue -fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe -una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe -camminato senza romore. - -Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno -stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori -bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la -solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li -alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva -essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli -oscuri. - -Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi -si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella -in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava -singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi -più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto -giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui -perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita. - -Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, -ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; -non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga -noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per -incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per -avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza -d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era -nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la -voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere -in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia -inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna -irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore. - -Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi -penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua. -Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma -nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce -umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava -sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli -altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue -ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella -casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo -giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era -quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli: -«Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo -sorriso che nasconde le mie lacrime...» - -Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto -finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente -un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse -il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi -di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si -raggruppava. - -Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che -gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi -difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su -dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, -gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso -nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare. - -Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; -non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio -di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva -scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella -nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara -Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse -una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in -fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio -vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con -uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma -invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, -quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel -battesimo del fuoco. - -Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un -pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre -adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del -Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle. - -— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente. - -— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto, -sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si -ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una -lumacatura. - -— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta. - -— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto... - -— Povera donna! Deve guadagnar poco. - -— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da -visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti -tutto il teatro lo saprà. - -— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di -rose. - -Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini, -dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella -ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. -Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure -alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, -infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa -notizia. - -Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi -dall’alto al parapetto del palco. - -— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù. - -Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici. - -— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi. - -— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio. -— Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi. - -Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata -con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era -lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo, -la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima -cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la -bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava -infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande -meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel -viso. - -— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici. - -— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse. - -— Insomma la conosci o no? Chi è? - -Allora prese una risoluzione e disse: - -— L’ho veduta molte volte per istrada. - -L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei. - -— Non sai altro? - -— Non so altro. - -— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua -amante non ne saresti più sovreccitato. - -Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti -opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco -d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto -ridicolo. - -Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il -povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non -comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse -tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di -chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera. - -— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver -qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si -scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole, -poi volse gli occhi altrove. - -Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè -finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il -terz’atto. - -— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli. - -— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi. - -— È la sorella di Arrigo. - -— Ma via! non dire sciocchezze! - -— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico. -Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta? - -Rafa scrollò le spalle, ma timidamente. - -— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano? - -Rafa, mezzo intontito, non rispondeva. - -Un maligno avanzò: - -— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per -una signorina di buona famiglia? - -— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre! - -— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia. - -— Questa è bella davvero, per bacco! - -— Ha gli occhi tinti. - -— No. - -— Sì. - -— Una bocca viziosa... - -— E il petto!... guarda un po’ che splendore! - -— Dev’essere una civetta. - -Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a -celiare sul conto di Rafa. - -— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha -incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre. - -— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente. - -— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato. - -Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero. - -— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo -misterioso amore! - -— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo -la cosa in ridere. - -— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere -qualcosa. - -— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di -vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete -sicuri poi? - -— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei. - -Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe. - -Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che -opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come -affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei. -Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee. -Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto -in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque -divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto, -anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente, -al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che -l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così -desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare, -tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se -pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa -fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni, -che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone -via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il -bianco della sua cipria? - -Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento -di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo -pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era -momentaneamente presa dal desiderio di lei. - -Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita -del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il -patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione -lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non -ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era -d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e -se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma -questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro -accendimento. - -A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì -andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando -fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la -tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese. - -Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, -parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini -scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il -cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, -insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non -so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i -domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava -di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia -inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò. - -Salirono in vettura, scomparvero. - -Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero -un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente -conosciuta. - -Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava -nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi -amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo -spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle -più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini -che incendiano la fantasia. - -Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era -sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini -come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che -appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che -aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva -cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, -intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose. - -Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era -sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena -sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli -scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non -più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da -quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta -di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto -paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle -d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente -l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo -abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe -mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta -per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una -caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società. - -Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella -sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le -dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse -una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, -più che l’omaggio di chicchessia. - -Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio -vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno -spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue -braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo -di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora -tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove -dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; -un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, -lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione. - -Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate, -ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe -voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per -potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza -paura e senza fine. - -Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno -stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco -ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le -notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come -un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente -in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il -pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo -pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura, -invincibile fra loro?... - -— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa. - -— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra -cosa. - -Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato -e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle -due. - -— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta -finchè fossi tornata!... - -— Dirai che lo spettacolo è finito tardi. - -Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora -d’abiti. S’avviarono. - -La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue -collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso -nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva -dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata. - -E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da -finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli -dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai -vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava -le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e -quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, -tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola -poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto. - -Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava -i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la -dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, -tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè. - -Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una -notte d’oblìo. - -Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono -quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla -divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò -con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido -corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per -stringerlo in una carezza sola. - -— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo -nome, più volte, con una voce paurosa. - -Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li -avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra -quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre -voluttuosa. - -Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’ -troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa -d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle, -bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito -di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, -fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un -soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia -ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la -gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra -pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone -scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di -respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere -una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi -turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e -nere. - -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle -sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi -lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva -s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli -tra una schiera d’uomini irti d’armature. - -La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli -tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso, -come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e -cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, -certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la -possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’ -suoi desiderii ch’egli non avesse osato guardare in faccia, la prima -frode che lo avesse impaurito. - -Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li -fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale. - -S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, accese. - -Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi. - -Egli disse, con una voce opaca: - -— Vatti a vestire, Loretta. - -E poich’ella indugiava, perplessa: - -— Fa presto, — soggiunse, — fa presto... - -Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata. - -— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano per accarezzarlo. - -— Nulla; fa presto. - -Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù dalla -spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, chinando il -volto, a piccoli passi andò verso la camera. Quando fu sul limitare, si -volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l’orgoglio -della seduzione che sentiva di spargere intorno a sè. - -Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare. -Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua -canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente -scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra -chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette -a guardare. - -Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico, -gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le -grondaie. - -— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì? - -Egli non rispose. - -— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque! - -Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s’era -cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e -stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e -gli buttò le braccia al collo. - -— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida, -appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo -corpo fosse morbido e pieno di tentazione. - -Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la -faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli. - -— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più. - -Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira. - -— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò il collo per -parlargli all’orecchio. - -Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio: - -— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te... - -Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. Ella dette un -piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, tremò. - -— Sì, báciami!... tutta... tutta... - -Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il -petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo con la bocca -convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole. - -Era scapigliata, piena di vampe, bellissima. - -— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente. - -— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del -suo tormento. — Báciami ancora, tutta... - -E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi contro la -sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i -capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d’un tratto imbiancò, -s’ammollì come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia, -inerte. - -— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè pareva ella non -udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l’aveva quasi -annientato. Allora la portò sopra un divano, si mise a carezzarla piano -piano, a toccarla paurosamente. - -Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero destata da un -profondo sogno, come se un’ubbriachezza svanisse dal suo cervello, -dalle sue vene, a poco a poco. - -— Dimmi... — ella mormorò. - -— Che vuoi? - -— Dimmi... - -Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma non aveva più -forza. - -Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla: - -— Taci... - -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa -paterna. - - - - -VI - - -Rafa intanto non si era dato pace. Ma il giorno dopo Lora stava male, -e non andò alla Posta. Il doman l’altro ancora se ne dimenticò. Se -ne sovvenne il terzo giorno, ed ecco v’erano tre lettere: la prima -interrogatoria, l’altra supplichevole, la terza disperata. Che almeno -accettasse di vederlo un’ultima volta, se non voleva ch’egli si -risolvesse a qualche grande imprudenza!... Loretta gli scrisse di -venire il domani, all’ora solita, nel solito giardino. - -Già cominciava il Maggio, il bel Maggio de’ fiori, e le aiuole -saltavano fuor dal verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si -colorava del color del sole. - -Avevano scelto per i loro convegni un viale deserto, che principiava -in vicinanza d’una cascatella, poi tortuosamente s’infoltava, per -giungere ad un gabbione rugginoso, dove stavano appollajati quattro -fagiani decrepiti. Li avevan messi lì, a consumare la loro triste -vecchiaia, per quella riconoscenza crudele che l’uomo ha talvolta -verso gli animali; li avevan messi lì, a nascondere le tristi penne, -a beccare qualche duro grano, invece d’accopparli o di venderli ad un -imbalsamatore, perchè in altri tempi eran stati la delizia dei bimbi -e delle bambinaie, quando il lor pennaggio era lustro e la gente si -fermava in gran numero davanti alle lor gabbie spaziose. - -Loretta s’era preso Rafa in antipatia già dal primo giorno che ne aveva -parlato con Arrigo. Adesso poi lo trovava quasi ridicolo, e volentieri -glielo avrebbe detto, se una ragione d’utilità troppo evidente non -l’avesse persuasa a continuare nel suo gioco. - -Venne, quel giorno, vestita come la primavera, di tinte chiare; il -suo labbro arcato, pieno d’impertinenza, sorrideva già di lontano al -giovine, che l’aspettava pazientemente percorrendo il viale. - -Rafa era timido; questo implacabile persecutore di donne era, sopra -tutto nei primi momenti, d’una timidezza incredibile. Si trovò dunque -molto impacciato a cominciare il discorso. - -— Vi ho veduta in teatro sere fa, — disse con esitazione. - -— Ah? davvero? — ella esclamò col suo più candido sorriso. - -— Via, non burlatevi di me! Stavate molto bene. — E cercò di prenderle -un braccio. - -— Piano... — fece Loretta, respingendo la sua mano. — Dunque stavo -bene, voi dite? - -— Sì, molto bene, troppo bene; tanto che tutti ne parlavano. - -— Ah? - -— Ma voi, perchè avete finto di non vedermi? - -— Così! - -E roteò l’ombrellino di seta chiara, che le somigliava un poco, tanto -era fresco e frivolo d’apparenza. - -— Non mi volete rispondere, Loretta? - -— Ma, Dio buono! ho finto di non vedervi perchè non potevo fare -altrimenti... - -— Dunque il del Ferrante è proprio vostro fratello? - -— Già, è proprio mio fratello. Ve ne meravigliate? — ella fece, con un -certo sussiego. - -— Me ne meraviglio nel senso che vi ho finora conosciuta sotto un altro -nome. - -— E non trovate naturale che avessi le mie buone ragioni per -nascondervi la verità? - -— Quali, se è lecito? - -— Ma, Rafa, che domande mi fate! Il giorno in cui aveste saputo chi -ero, avrei dovuto per forza interrompere la nostra conoscenza, non -vi pare? Così ho preferito lasciarvi credere che fossi un’altra, una -ragazza qualsiasi, una delle tante che s’incontrano per istrada... - -— Oh, Loretta, questo non l’ho pensato mai. - -— In ogni modo avete agito come se lo pensaste, e, poichè la cosa mi -divertiva, io v’ho lasciato fare. - -— Non dite così! Mi pare di avervi rispettata sempre. - -— Per forza, mio caro! - -— Sì, per forza... non dico di no; ma in ogni modo v’ho rispettata, -e se aveste avuta in me tanta fiducia da confessarmi la verità, sarei -stato ancora più paziente. - -— No, Rafa, non vi faccio alcun rimprovero. Voi, oggi, avete il diritto -di credermi una ragazza leggera: la colpa, in caso, è tutta mia. Lo -riconosco. Mi son lasciata fermare per istrada, mi avete sempre veduta -sola, e fino ad un certo punto libera; ho anche accettato qualche -vostro ricordo, sicchè, ve lo ripeto, la colpa è mia. Però, però... -adesso che mi conoscete meglio, non dovete giudicarmi solo dalle -apparenze. Vi sono alle volte certe ragioni di famiglia che non si ama -raccontare agli estranei. Certo io vivo in un modo un po’ singolare, ma -questo proviene da tante cause che voi non conoscete. - -E si fece compunta, seria, come Rafa non l’aveva mai veduta. Rafa era -un uomo di buona fede; queste parole dell’amica lo impensierirono, -quasi lo commossero. - -— Se potessi fare qualcosa per divenire più intimamente il vostro -amico!... — disse. — Con me non siete mai del tutto sincera. - -Ed entrambi rimasero per qualche tempo in silenzio. - -Passò un bimbo che correva dietro un cerchio, passò un soldato di -fanteria che teneva per mano una domestica rubiconda. Sopra un banco -c’era un vecchio, il quale portava un soprabito color nocciuola, -i calzoni a quadrettini e le ghette bianche; aveva disegnato nella -sabbia, con la punta della mazza, un complicatissimo arabesco, ed ora -leggeva il giornale scandendo le parole con le labbra. - -— Mah... peccato! — esclamò finalmente Loretta con un sospiro. - -— Peccato di che? - -— Sarebbe stato meglio se non aveste mai saputo chi ero; perchè -adesso... - -— Adesso? che? - -— Oh, capirete... non è più possibile che ci si veda. - -— Loretta! - -— Mio buon Rafa, lo dovreste comprendere da voi senza che io ve lo -dica. Potevo scherzare fin quando ero una sconosciuta, o quasi, per -voi. Ma ora che sapete a quale famiglia appartengo... insomma no! sarei -d’una leggerezza imperdonabile. Non tanto per me... Io, ve lo ripeto, -sono un po’ eccentrica... Ma per mio fratello, che voi conoscete, che -frequentate quasi giornalmente... Insomma, non si può! - -E parlando lo guardava di sotto le ciglia, con una malizia ben -dissimulata. Rafa era passato per tutte le alternative del dolore, -dell’impazienza e della collera. - -— Allora è per dirmi addio che siete venuta oggi? — domandò con una -voce quasi rauca. - -— Eh, sì... pur troppo! — fece Lora, con scoraggiamento. - -Egli si fermò di botto, e curvandosi un poco sopra di lei, una luce -cattiva, quasi violenta, gli trasfigurò il viso. - -— Ebbene, questo no! — proruppe. — Accada quel che accada, ma -rinunziare a voi, no! - -— Siate buono, Rafa; non fatemi ora una scena, — ella disse con una -voce piena di mansuetudine. - -— Non faccio scene, ma vi dico solo che non posso rimanere senza -vedervi, senza parlarvi qualchevolta. Insomma sentite, Loretta: mi sono -innamorato di voi, scioccamente innamorato, perchè tutto questo non -serve che a farvi ridere... Tuttavia comprenderete che non si rinunzia -in un giorno alla cosa che ci è più cara. - -— Non ho mai riso di voi, Rafa, — ella disse con soavità. - -— Sì, riso, riso, e non volete far altro che ridere!... Ma non importa. -Vi dico solamente questo, Loretta: non pensate a ritogliermi quel -pochissimo che m’avete concesso finora, perchè in tal caso non so cosa -potrebbe accadere. - -Quell’uomo timido aveva trovato un accento così pieno d’energia, che -Loretta ne fu meravigliata. - -— Via, Rafa, calmátevi, — disse. — Non prendete le cose a questo modo e -non guardatemi così, perchè mi fate quasi paura. Vorrei che ragionaste -invece, che pensaste ad una cosa, ad una solamente: Se mio fratello -venisse a saperlo?... - -— Non lo saprà. - -— Oh, è presto detto! Voi non lo conoscete; quello è capace... so io di -cosa è capace! Insomma, sarei una ragazza rovinata, e ciò vi basti. - -Rafa si calmò un poco dinanzi a tali ragioni. - -— Ebbene, aumenteremo le precauzioni; farò tutto quello che vorrete. - -— Al mondo, mio caro, si viene a sapere ogni cosa, e quando supponiamo -d’essere ben nascosti, mille occhi ci spiano. - -— Ma insomma questo pericolo c’era anche prima, eppure... - -— Appunto, appunto; è una cosa che non può più durare. Sono stata -leggera, molto leggera con voi, ma non posso andar oltre. - -— Loretta, — egli disse dolcemente, con una voce persuasiva, — pensa -che ti voglio bene, pensa che tutto il giorno mi stai nella mente, mi -stai così forte nell’anima che non posso rinunziare a te... Non essere -così crudele, te ne supplico! - -Egli le prese un braccio ed ella non cercò di allontanarlo. - -— Silenzio, Rafa... — mormorò, — silenzio! - -Ma egli riprese: - -— Ho tutto lasciato, per godere solo di questi pochi momenti che mi -dài. Vedi, non sono esigente, non insisto più; mi accontento per ora di -vederti, di parlarti qualchevolta... Se dovevi un giorno interrompere -così bruscamente la dolcezza dell’amore che ho per te, meglio era non -permettere che t’avvicinassi mai. Ora è tardi. - -— Ma no, Rafa, tu... voi non capite! - -— Capisco benissimo; ti sono indifferente, ti ho divertita un poco, -adesso ne hai abbastanza; hai paura, e nulla osi rischiare per me. - -— Non capite, vi dico. Se non avessi una famiglia, se non avessi tante -apparenze da salvaguardare, se insomma fossi libera, sola... allora, -forse... Ma invece, ripeto, guai, guai se mio fratello avesse di ciò il -minimo sospetto! - -— Si farà in modo che non sappia nulla. - -— No, Rafa. E poi c’è un altro pericolo... - -— Quale? - -— Oh Dio! c’è un altro pericolo, vi dico; non insistete. - -— Su, via, dimmelo! sii sincera una buona volta! - -Camminavano; ella si fermò; prese un’aria birichina: - -— Perchè mi date del tu, per esempio? Sapete bene che non voglio. - -— Non fa nulla, continua: qual’è il pericolo?... - -— Insomma voi dite che rido, che rido... È facile dirlo! Invece -potrebbe darsi che, in fin dei conti, avessi anch’io paura di non -ridere più... - -— Come ti amo, Loretta! — egli esclamò ingenuamente, serrandole con un -braccio la vita. - -— State fermo... state fermo, via! — E riprese: — Naturalmente -anch’io non sono di cera n’è di stoppa... Un giorno o l’altro, che -so? trovandoci soli, per esempio, con i discorsi che sempre mi fate... -o per caso, o per isbaglio, o per un’altra ragione qualsiasi, potrei -magari perdere... Insomma, si fa presto a commettere una sciocchezza! - -Roteò di nuovo l’ombrellino, lo ficcò profondo in una siepe, soggiunse: -— E poi?... - -Rafa volle rispondere, ma ella non gliene dette il tempo: - -— Già, voi uomini fate presto: buon giorno, buona sera, e chi s’è -visto s’è visto! Noi ragazze paghiamo per tutt’e due. La leggerezza, il -vapore d’un momento, può costarci chissà qual prezzo, e voi dite che si -ride? Naturalmente si ride, si ride... fin chè si può... - -— Ma io sono un galantuomo, Loretta! — egli proclamò sonoramente. - -— Benissimo. E perchè siete un galantuomo dovrei darmi a voi? Non è una -buona ragione, vi pare? Ma io, carissimo Rafa, ho tutta la mia vita -da vivere, e ci sono, vi ripeto, certe ragioni mie proprie le quali -mi vietano il lusso di fare quello che forse piacerebbe anche a me. -Non sono certo una ragazza da strada e non ho, come qualche altra, uno -stemma e parecchi milioni che mi assicurino l’impunità. Se mi trovassi -in uno di questi due casi, ebbene sì, io sarei forse tipo da dire ad -uno, a voi per esempio: «Mio caro Rafa, tu mi piaci; fa di me quello -che vuoi.» Ma nel mio caso questo vorrebbe dire offrirvi l’intera mia -vita, giocarmi tutto l’avvenire, materiale e morale, per la sventatezza -d’un momento... E questo è un po’ troppo, non vi pare? - -Avendogli fatto questo bel discorso, ella pensò involontariamente ad -Arrigo, rammaricandosi ch’egli non potesse udirla. Ebbe voglia di dirsi -queste due parole, anzi se le disse mentalmente: «Sei fina!» - -Rafa impiegava un certo tempo a cavarsi d’impaccio; in quell’intervallo -ripassarono entrambi davanti al vecchio che monosillabava il giornale, -e videro, traverso il verde, per un altro viale, tornare il soldato di -fanteria con la sua domestica rubiconda. - -— Loretta, — egli disse, al termine di quel silenzio, — ti ho già -parlato una volta con molta chiarezza; ma tu, certi discorsi, non li -vuoi nemmeno udire. - -— So bene a che alludete!... — ella fece con sarcasmo. — Ormai che -se n’è parlato una volta si può anche riparlarne. Ed io preferisco le -situazioni chiare, le parole nette. Mi avete offerto denaro... molto -denaro!... - -— Non così, Loretta... — egli esclamò arrossendo. - -— Così, così! Che valgono le perifrasi? Questa è la verità nuda e cruda. - -Ella fece una pausa, ch’egli non osò interrompere. - -— Ora, sentite, Rafa. Non so quale opinione abbiate di me, anzi non me -ne curo. Tutto può farvi credere ch’io sia capace anche di vendermi... -e questo non mi offende, perchè una volta di più confesso che la colpa -è stata mia. Vedete che parlo apertamente, come non ho fatto ancora. -Però, se credete questo, v’ingannate. Non ho bisogno di nulla: da -casa mia ricevo tutto quanto m’occorre, potrei ricevere molto più se -volessi sottostare a certe discipline familiari che son contrarie al -mio carattere. Non siamo ricchissimi, però vedete che mio fratello, per -esempio, fa una vita invidiabile. Se domani volessi maritarmi, potrei -scegliere, e scegliere bene, come ha fatto mia sorella, perchè ho pure -una sorella. Ma tutto questo non mi piace. Vi ho già detto che sono -una ragazza diversa dalle altre. Appunto per le mie idee singolari, mi -sono già messa in urto con la mia famiglia; ho preteso ad una specie -d’indipendenza, ed avrei fatto anche di più, se non avessi paura -precisamente di mio fratello. - -In tutto questo si sentiva la zampa d’Arrigo, ma era detto bene, -con disinvoltura, con un certo calor naturale che ne accresceva la -persuasione. Riprese: - -— Che volete? Non mi sento nata per avere un marito mediocre, molti -bambini, e litigare con le serve come fa mia sorella. Credo che -nella vita ci sia di meglio, e, se m’inganno, avrò il coraggio di non -pentirmene. Sposarmi o non sposarmi, questo forse non è l’essenziale. -Voglio amare, anzi tutto, ed essere amata, sopra tutto. Un giorno o -l’altro me ne andrò; farò probabilmente per qualcuno quello che voi -mi domandate ora; ma non per un uomo il quale garbatamente mi offra un -prezzo, dispostissimo dopo, quando m’avesse innamorata e... sciupata, -a lavarsene le mani, continuando per la sua strada. Eh, mio caro, ho -vent’anni, ma conosco un po’ la vita! - -Rafa l’ascoltava e la guardava, sorpreso e perplesso, come alcuno che -per la prima volta si trovi davanti all’aspetto vero d’una persona male -conosciuta. - -— Ma io, — disse — non ho mai avute le intenzioni che m’attribuisci, e -quello che tu cerchi potrei appunto esser io. - -La ragazza si passò l’ombrellino dietro la schiena, e tenendolo a -guisa di sbarra nella piegatura delle due braccia, inarcò la sua bella -persona, dondolandosi con una specie d’insidia e lasciandosi venire a -fior di labbro un sorriso pieno d’ironia: - -— Tu?... — fece. — No! Voi non mi amate abbastanza per questo. - -Nella gabbia rugginosa i quattro fagiani si spulciavano le penne -antiche, lasciando pendere le code mozze con una inerzia piena di -malinconia. - -Era il Maggio, il bel Maggio de’ fiori; le aiuole saltavano fuor dal -verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si colorava del color -del sole. - - - - -VII - - -Tutt’e due sapevano che vedersi ancora voleva dire buttarsi ciecamente -nella perdizione del peccato. S’eran divisi, l’ultima sera, con una -specie di spavento, e però, toccandosi la mano fredda, scambiandosi -l’ultimo bacio sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa -fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perchè nessuna -parola avrebbe osata profferirla. - -— Quando?... — gli aveva ella domandato, serrandosi contro di lui, -tremandone come un’amante impaurita. Egli voleva rispondere: «Mai più! -mai più!» Ma sentì che tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e -le promise un giorno prossimo, le suggerì di tacere. - -— Addio... scrivi, — ella disse. Poi scomparve nel buio delle scale. - -Ma tutt’e due sentirono che il tormento cresceva, che nessuna forza -umana li avrebbe salvati più dal pericolo meraviglioso nel quale si -sentivano avvolti. - -Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si recò a prenderla, mentre -ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. Per tutto -il giorno Loretta era stata nervosa, irritabile, insolente. Fin dal -mattino aveva rimbeccata la madre perchè questa si era permessa di -osservarle: - -— Tuo padre ha ragione. Arrigo ti dà troppi vizii: teatri, cene... Vi -sei stata pochi giorni fa; che bisogno c’era di tornarvi oggi? - -A colazione aveva coperto d’insolenze il fratello Paolo, perchè questi, -vedendo ch’ella non toccava cibo, si era messo a borbottar sottovoce: - -— La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono le beccaccine e -le lingue di pappagallo! - -Loretta diede una scrollata di spalle, poi s’irritò. E l’altro, più -scherzevole, ripeteva: — Sì, ha i vapori! ha i vapori! - -Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, con gli -occhi divenuti più vasti e più lucenti; non poteva star ferma; s’era -pettinata male. Verso le quattro del pomeriggio aveva cominciato a -rivestirsi, piano piano, con una infinità di cure; s’era tutta lavata, -profumata, coltivata, come un fiore prima di metterlo in vaso. Era -stata un’ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva pure -pensato ad annerirsi un po’ gli occhi, ma vedendo che ciò le riusciva -male, se li era nettati con un pannolino umido. S’era messa la camicia -più fina, le mutande più adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima -di vestirsi, s’era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo -brivido. Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel giorno non -era del tutto bella, non le riusciva d’esser bella come di consueto. - -Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero torbido che le -accendeva il sangue, facendola rivolger nel letto e smaniare nelle dure -pazienze della verginità. - -Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del suo passo, -ella temette di non potersi levare, dubitò che ognuno vedesse il suo -turbamento, poichè si era sentita il sangue scorrer giù dalle vene del -viso. - -Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, non era franco, si -moveva e parlava con un certo impaccio, evitava di guardare Loretta. - -— Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se vuoi... - -— Ben volentieri, — ella fece. - -Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo osservò: - -— Sarebbe più semplice che rimanessi qui anche tu. Una volta ogni tanto -non ti farebbe male. - -— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose con una -certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, che preferisco mangiare -all’aperto. - -— Bene, bene; dicevo per dire. - -Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto davanti al suo tondo; -aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po’ irresoluti, come -se ricevessero in casa loro una visita inconsueta. - -— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente, -guardando i due poveri vecchi. - -E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza. - -— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie -addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa. - -Ella scattò su come una viperetta: - -— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu -piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai. - -— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un -inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa! - -E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo, -preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose -una mano su la spalla: - -— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie; -quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto. - -— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne -andate, noi cominciamo a mangiare. - -La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle -fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che -odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare. - -L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i -posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che -avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato -il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, -in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua -seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di -bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di -pasto in pasto; e non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, -a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si -allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’ -suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza -ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il -più bello. - -Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo -greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva -il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci. - -Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due -vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando -intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e -bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era -molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata -per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca -l’istintivo amore. - -E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei -stato tu! sei stato tu!» - -— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il -silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai -facevano battendo le stoviglie sonore. - -Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si -guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò -entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. -Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede, -fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li -stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso. - -— Dove andiamo? — domandò infine Loretta. - -— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta. - -La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano -per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che -oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più -rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia -dell’aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d’una maggiore -sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella -pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più -in là di sè stesso. - -Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi -azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune -finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del -tramonto. - -— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta al fratello, -serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava. - -— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste due parole così -brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall’anima. - -— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa continuò: — Sai?... -ho tremato tutto il giorno.... - -— Perchè hai tremato? - -— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando il viso. - -Egli ebbe un movimento nervoso e disse: - -— Era meglio dimenticare. - -— Ah, no! - -In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già presi, avvinti -l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una gioia ch’era dolore. - -Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua -persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a -guardarli. - -Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse: - -— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; ma gli -rimase vicina. - -Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si -fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo -salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: — Chi è? - -Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno -di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d’una lunga -biografia. - -Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha -un amante ricco, egli lo sa. - -Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a teatro prende -solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte -gioca, e vince sempre. - -Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che -faccia anche l’usuraio, così riesce a pagarne le spese. - -E via di séguito. - -Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti. -Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salutò, ma -sorrise. Restò dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo. -Loretta si rivolse a guardarle; domandò: - -— Le conosci? - -— Sì. - -— Chi sono? - -— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta da Rinaldo Bastìa, -un fabbricante di cornici, padre di quel Bastìa che s’è ammazzato pochi -mesi or sono. L’altra è una che vive di rendite... rendite giornaliere, -quando ne trova. - -— Sono due belle donne. - -— Peuh, non c’è male! - -— Perchè ti hanno sorriso a quel modo? - -— Che modo? - -— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti. - -— Non saprei; per abitudine forse. - -— Sei stato amante anche di quelle? - -— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa. - -Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse; - -— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne? - -Arrigo si mise a ridere. - -— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate a cambiar d’abiti. - -La sorella non fece altri commenti. - -Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse: - -— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa. - -— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa faresti? - -— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare? - -Poi gli domandò ancora: - -— Le amanti che hai avute eran gelose di te? - -— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità. - -— E tu? - -— Io?.... - -Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il -braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi -buia. Le confessò: - -— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non -lo sono stato ancor mai. - -Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una gioia -visibile, pur tacendo. - -Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un’altra via. - -— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, piano, -chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle -parole. - -— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose. - -— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così. - -— Come dovrei dirlo? - -— Niente, non dire niente. - -Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella sua voce -tremava quasi un dolore. - -— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo. - -— Andiamo. - -— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori di porta, in -mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi? - -— Sì, Rigo. - -Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino, -che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare -tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio -cominciò a trottare. - -Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del -cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d’ombre; lungo una -strada fiancheggiata d’alberi li investì, li ravvolse, li inebbriò, il -profumo dei tigli che fiorivano. - -Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed -intrecciava le dita nervosamente nelle sue. - -— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una voce tormentata. - -— Perchè, Lora? - -— Non so... non so; oppure non te lo posso dire... - -— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, tentando con -ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezzò la mano. - -— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta? - -— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro. - -Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore. - -— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, tutta fremente, -in un bisbiglio. — Ma invece questo non può essere... È vero che non si -può? - -Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola. - -— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè io, che sono tua -sorella, voglio bene a te? - -— Taci, non dire così. - -— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non -accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro, -per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male... - -— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione paurosa. - -— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te. - -Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli ravvolse il -braccio con il suo braccio morbido. - -— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo. - -Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli -della sua fronte bionda, e pregò sottovoce: - -— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede... - -Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del -male che li struggeva. - -E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per -corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando -nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come -un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di -là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, -parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile -città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro -d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi -finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui. - -Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita -fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, -per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. -Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per -ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le -taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini -il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani -s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua -tumultuosa ilarità. - -Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta, -gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle -maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando -la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere -del boia. - -Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo -urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una -portineria, come un’anima dannata. - -E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori -della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie -dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso -nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo -la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, -indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti, -quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a -forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare. - -La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste, -e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea, -per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il -vetturino svoltò. - -— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in -campagna; senti che buon odore! - -Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura -odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il -ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare -nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si -cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con -la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo -fece ridere Loretta. - -— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una -piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro. - -Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta -fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza -fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli -piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era -dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, -fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva -data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: -la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana. - -Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore -inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più -forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva -di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo -del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella -dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo -desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere, -ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua -persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor -intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto -questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor -forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido -quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale -assaporava con lentezza tutta la perversità. - -In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva -conoscersi, era il delitto e la somma voluttà. - -Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta, -risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai -amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma -di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano -impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a -lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva -dire. - -Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli -metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei, -quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e -torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di -tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo -e lo feriva come una spina infittagli nel cuore. - -Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora -paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza -indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore -pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non -gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, -senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e -distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva -pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si -annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla -da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, -gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà. - -Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro -diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi. -Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a -perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città, -sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso -delle sue molte luci. - -Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era -sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. -Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò. - -— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come -sono bianche e come dormono vicine. - -Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una -tenerezza singolare. Soggiunse: - -— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle città. Perchè -non mi porti via, Rigo? - -— Portarti via? Ma dove? - -— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio -con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno -e notte... Che felicità, pensa! - -Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso -delle mani, poi su le ginocchia. - -— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole. - -— Non si può. - -Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che tornava in città -cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio, -dietro una casa, un gruppo d’alberi folti ove brillavano molti lumi. - -— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando il chiarore. — -Viene molta gente in estate perchè vi si mangia bene. - -Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla soglia incontro -ai sopraggiunti. - -— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti farò pranzare. - -L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa: - -— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo a cambiare. - -Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale stracco, potè la -golosità del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza: - -— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli. - -Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose, -giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato. - -— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno. - -Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro, -formavano una specie d’immenso padiglione, percorso da un glicine tutto -fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan -d’una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le -farfalle notturne. - -L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, lo si -assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella fioritura che -s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei -rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all’altro, -dall’uno all’altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le -ringhiere, parendo ne’ suoi mille fiori non essere che un solo fiore, -dava a quel rustico giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo -d’un bosco incantato. - -Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che -pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio, -festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin -forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano -portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro -tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini -in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in -gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala -che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al -suono d’un pianoforte. - -Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè ognuno può -sovente annullare l’anima propria per ricevere l’altrui, sopra tutto -quella dei semplici, che sono i più comunicativi. - -Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le -campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor -colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano -sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, -sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si -trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che -mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva -abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva -solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva -dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le -finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di -allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor -perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li -faceva tremare. - -Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava -davanti, e disse: - -— Ho fame! - -Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che -ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece -scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, -si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo -del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i -suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li -dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un -bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la -donna comunica quando ha molto pensato all’amore. - -Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e -riderne. - -Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di -Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che -cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le -mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. -La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a -pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che -andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado. - -— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera, -signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di -servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. -Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto -speciale. - -Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre -fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino -alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi -fosse un can randagio. - -Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna -grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in -lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si -avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan -cadere una leggera nube su la fronte. - -Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono -lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo -loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per -una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così -perverso amore. - -Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza -davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come un’anima semplice -che s’affacci sopra un grande peccato. - -Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato fumava nelle -tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine; -alcune piccole zanzare, contorte dall’agonia, si dibattevano fra le -briciole, senza più volo. - -— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente. - -— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un gesto vivace. — -Non lo posso più soffrire! - -Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle: - -— Perchè? - -Ella fece un gesto vago. - -— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può comprendere il cuore -d’una fanciulla. - -— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo. - -— Perchè? ti faccio ridere? - -Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con -un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chinò -la faccia nell’ombra del cappello. - -— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire... - -— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi un poco -verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca. - -Ed ella gli sorrise dal volto chino. - -— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria timida. - -— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che mi fai male... - -Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca rise, viva, -invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva -pudore. - -— Ed allora perchè?... — fece con esitazione. - -— Cosa dici? - -— ... perchè non mi vuoi? - -La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro -nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo. - -Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta: - -— Perchè sei mia sorella, — disse. - -Ella si strinse nelle spalle, meditò. - -— Questo nome ti pare così terribile? - -— Sei una bambina, — egli osservò gravemente. - -— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto -un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio -bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di -cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. -Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure -taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa? - -E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, -che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne -mansueta, persuadente, insistente: - -— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti avere tu, -l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa -paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla... - -Egli la guardò stupefatto. - -— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi bisogna guarirne. - -— È dunque un male così grande? - -— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi è male. - -— No, — ella disse con fermezza. — No! - -— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non -senti come suona male su la mia bocca? - -— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece. - -— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude il peccato -più grande che vi sia nell’amore. - -Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso. - -— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per tale; non sento -affatto che tu sia mio fratello. Paolo è mio fratello, tu no. È una -cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri -mio fratello, cioè quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro. - -Fece una pausa, indi ricominciò: - -— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute -tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... -Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che -potresti avere d’un’altra. Invece io... - -— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non -vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti? - -— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! -A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro -come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che -voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io -lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so -quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio -carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, -gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta? - -Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che -aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una -specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura. - -— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è -bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande. - -— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella -disse, inconsapevole forse delle sue parole. - -Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che -imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così -rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’ -satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze -ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi -alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni -tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani -altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o -nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron -passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, -forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci -per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola -vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i -loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in -quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e -sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer -amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del -loro peccato. - -Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò: - -— Chi è quel tale che t’ha salutato? - -— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo. - -— E quelle due ragazze? - -— Oh, non saprei! - -— Discorrono di noi - -— Me ne sono accorto. - -— Cosa posson dire? - -— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perchè -il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come. - -— Credi? - -— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte -insieme, qualche altro, chissà mai... - -— Bene, in séguito vi penseremo. - -Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo -mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica -della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi -gai. Ai bimbi s’era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano -con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa -di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino, -riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, il -pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati -pensavano alla notte vicina. - -Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa -traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza -vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un -amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e -via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza. - -Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul -padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi -come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e -profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che -lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un -prolungato fruscìo. - -Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a -cantar serenate. - -Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più. - -La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la -tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi -era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che -soffrire... - -Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: — -Andiamo, camminiamo. - -Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i -fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, -segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette. - -Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento; -un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve -che pareva esser solamente una freschezza. - -Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li -accompagnavan nel chiaro di luna. - -— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse -il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, -senza rispondere. - -Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta -vita notturna. - -Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca, -nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si -baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una -molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo -strettissimo e doloroso. - -C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte. - -Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene -battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel -bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul -collo... su la bocca. - -Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini, -così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la -primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe -odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; -un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana; -tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi -tutti un fiore... - -Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. -Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un -turbine di minute scintille rosse... - -Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato non conosceva che -il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato -godeva sino al fondo l’estenuante malefizio. - -Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, -logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a -dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva -ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel -peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, -non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava -cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per -avvezzarsi a quel coraggio formidabile. - -Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta, -un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente, -quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi -risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista -nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, -malinconica, gli appariva nella mente. - -E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, -affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più -dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli -mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato -tu!...» - -Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più -grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella -del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria -femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia -si disperdeva in un sottile piacere. - -Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva -naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome -che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè -vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di -brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento -di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che -ripudiabili ombre. - -E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola più temuta, -perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero -stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse. - -E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, -paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si -scopre un tesoro vietato. - -Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui -braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un -nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno -ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da -un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità... - -Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio, -ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più -discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada -velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, -quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un -odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle -pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza -di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda -spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle -ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile -come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del -suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua -persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di -poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità -fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la -vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un -momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella -d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà... - -Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua -visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era -sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola -barcollare, l’aveva sorretta contro di sè. - -— Che hai, Lora? - -Non rispose; le battevano i denti; tremava. - -— Lora! Lora! che hai? - -— Nulla... — balbettò, — passa... - -Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero -il cammino; egli la sorresse fino alla vettura. - -Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città -del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, -la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella -candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la -città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto -stridulo, infinitamente maggiore di sè. - -Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che -martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne -fasciò la fronte. - -— Soffri? - -— Sì, un poco. - -Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli -baci. - -— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò. - -In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor -càlici gonfi di primavera. - -— Ti senti ancor male? - -— Sì, un male dolce... - -Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa -nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime -case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran -mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, -pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino. - -D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un -principio di svenimento la soverchiasse. - -— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto. - -— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così? - -Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco. - -— Stordita mi sento... non so... - -— Vuoi fermarti? Che vuoi fare? - -— Nulla; ora passa... passa... Ti amo... - -Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si -disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve -il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo -stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e -fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi -alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un -divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori -attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa. - -— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido. - -E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di -spine la loro carne disperata. - - - - -VIII - - -Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della -colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto -più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma -senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che -Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a -quel segno. - -La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il -domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione. - -Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli -sedette con l’aria d’un uomo affranto. - -— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. — -Perdonatemi di non essere venuto. - -Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza -in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano -per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua -faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue -mani un po’ irrequiete. - -— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro -dire. - -Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a -guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di -rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a -quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, -era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. -La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora; -il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, -aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima -ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’ -sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le -si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno -d’angosciosa dolcezza. - -Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni fiorenti; -ma quel signor Arrigo la impacciava un po’, quando, invece di scherzare -con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino -e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d’un -uccellaccio notturno. - -— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò Clara -finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso. - -— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò. - -E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina: - -— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma la sua faccia era -contratta. - -— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi pare -invece che lei non stia molto bene. - -— Perchè? - -— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina? - -— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi -mi duole un po’ il capo. - -— E non mangia? - -— Sì, mangio; ma ho poca fame. - -— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe -Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono. - -— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa. - -— Desiderate un brodo? un’ala di pollo? - -— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto. - -— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se n’è rimasta in casa -tutti questi giorni, — disse Lela con una cert’aria di sottinteso e di -malizia. - -— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara. - -Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito. - -— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo. - -— Quello che faccio io non le può interessare: però, se ci tiene... - -— Sicuro. - -— Ma sa che è molto brutto lei stamattina! - -— Vi pare? - -— Proprio! Si curi. - -— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la madre sorridendo. - -— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che mi raccontiate -qualcosa. - -— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non -è venuta perchè aveva l’emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata -con la Miss. C’era un piccolo ricevimento di signorine. - -— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità. - -— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto. -Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per -esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l’altra sera un -ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina -Sala, per un litigio durante una cena... È vero? - -— Si, è vero. - -— E si son battuti? - -— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini hanno cercato -di accomodare la cosa. - -— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto. - -— Esattissimo. E poi? - -— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina Americana, molto -bella, che balla la danza di Salomè a piedi nudi... — ella narrò senza -rossore, con una voce piena di reticenze. - -— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò la madre -severamente. - -— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io? - -— Bene; e poi? — fece Arrigo. - -— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita fortissima, e che -forse Missolungi vincerà il Gran Premio di domenica. - -— Missolungi no; credo piuttosto Arianna. - -— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta -quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo -proprietario, ha sempre la jettatura. - -— Può darsi. Andrete alle corse domenica? - -— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei -signorine. - -— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara. - -— No; sapete bene che mi ci annoio. - -— Una volta non era così. - -— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con una certa -tristezza. - -— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi? - -— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole! - -Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento -scintillò. - -— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei -due, non quello che fa il letterato, l’altro, il biondo? - -— Sì perchè? - -— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è ubbriaco ne fa e -ne dice di tutti i colori? - -— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono più di lui. - -— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia -amica, la Nónaro, pensi!... - -— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza -con sua madre, dappertutto? - -— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non sa pronunziare -l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una -pronunzia deplorevole... Sì, quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in -casa De Vincenzi non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale, -ma tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, a -tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e -nascondersi. - -— Se è vero, gli farò i miei augurii. - -— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un bel giovane, ma -un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il -quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai? - -— Molto di rado, signorina... - -— Meno male! Ah, un’altra cosa... - -— Sentiamo. - -— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! — ella -esclamò, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria. - -Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse: - -— Facciamo conto che la mamma non ci sia. - -— No, no... - -— Coraggio! - -— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina? - -— Di vista. - -— Lela!... — rimproverò la madre. - -— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato il suo barone ed è -scappata con un maestro di scherma. - -Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva; -il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare -una risata. - -— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte belle cose nei -ricevimenti di signorine. - -— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello che non le dico: -il più bello... - -— Sentiamo, sentiamo! - -— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno -più... più di lei! - -— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio. - -— Peuh... peuh! - -— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio? - -— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città non succede -cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera al mattino, senza che noi -lo si sappia. Chissà per qual verso, e però tutto arriva. Per esempio, -— questo è un altro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella -tanto carina? - -Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una sottile -angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all’intorno, si -sentì a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto -lo sguardo vigile dell’amante, e non seppe come dissimulare il proprio -turbamento. - -L’altra continuava: - -— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza. -Ma lei perchè non me ne ha mai parlato? - -— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli spiegò, -riafferrando la padronanza dei propri nervi. - -— Quanti anni ha? - -— Venti e mezzo. - -— Non frequenta nessuna società? - -— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale. - -— Come si chiama? - -— Anna Laura, ma la si chiama Loretta. - -— È bionda, vero? - -— Sì, bionda. - -— Alta? - -— Un poco più di voi. - -— Mi piacerebbe vederla. - -— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere. - -La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che -si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe -a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso -le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò -l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò. - -Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima -inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè -ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse -le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette -a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima -silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la -miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi. - -— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò -finalmente Clara, con una voce timida. - -— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli -occhi. - -— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire. - -— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò nervosamente. - -— Cosa ti ho fatto? - -— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli divenendo -aspro. - -Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi -osservò: - -— Potevi almeno scrivermi una parola. - -— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero -così nervoso, così terribilmente nervoso... - -— Cos’è accaduto? - -— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla. - -Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il -suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e con un atto dolce, che -solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezzò i capelli. - -— Sei triste? - -Egli non rispose. - -— Sei malato? - -Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito -fuor della manica larga, e lo baciò. - -Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze -intime che la signora d’una casa adorna con amore con leggiadria, -perchè somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi, -come se ubbidissero entrambi ad una specie d’esitazione. - -Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo, -scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva -la stanza. - -Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda -pertugiava un vapor di sole color d’ambra. - -— Che hai dunque? — domandò con paura. - -— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza guardarla. - -— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, restò a fissarsi -la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della -vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò dalle ciglia per il viso -bianco. - -— Stanotte? — gli domandò. - -— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli spiegò -sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti, -angosciosa. - -— Molto? - -— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho più nulla e devo -ancora. - -— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi avevi -giurato... - -— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!... - -In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso. - -— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico nulla. - -Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi -povera: s’era impoverita per lui. - -— Quanto devi? — domandò. - -— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le parole aspramente -come se gli ardessero la bocca. — Ne ho pagate settantamila in tre -giorni, ne devo quindici ancora. - -Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di -sconsolatezza, e disse fievolmente: - -— Sai bene che non posso più... - -— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, scrollando le -spalle. - -Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico riso -gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una poltrona profonda, piegando -il mento sul petto. - -— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi le -dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i -battiti. Poi camminò verso di lui quasi macchinalmente, s’inginocchiò -sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le -ginocchia ruppe in lacrime. - -Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come -per inghiottir qualcosa d’amaro che gli salisse alla gola, e con una -voce soffocata le disse appena: - -— Via, non piangere... - -Ma ella singhiozzava più forte. - -— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte. - -Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e -nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo -baciava. - -Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, -durante la lezione di Lela. - -Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma -inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non -dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva -un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela -tornava da capo. - -— Clara, non piangere... - -Fra le lacrime aveva già un sorriso. - -— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la -testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. -Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, -perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola -poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se -non pago è la rovina. - -— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare. - -Lo carezzava, piano, come una madre. - -— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento. - -— Taci, non dire così. - -— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti -rideranno quando finalmente vi cadrò. - -— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A -tutto si rimedia. Io... - -— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me. - -Ella trasse un profondo sospiro: - -— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po’ di -bene!... - -— Te ne voglio, Clara, lo sai... - -— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una rinunzia -inconsolabile. - -— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu sapessi quanto mi -ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non -piangere! - -Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; ma più li -tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli la baciò su la bocca, -su gli occhi, su la fronte. Quella bontà e quel dolore lo vincevano -insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra -i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe -dita sottili vi entravan come un pettine. - -— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. Ma vedendo -ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, non sei stato tu: siamo -stati un po’ noi, tutt’e due insieme... Bisognerà mettere un sesto -a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti -aiutarmi. - -— Sì, Clara, vi penseremo. - -— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello... - -— Non voglio, non voglio, Clara! - -Con una carezza ella gli impose di tacere. - -— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo -renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè Lela non ci deve perder -nulla, è vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti -così. Va presto, va e ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche -ora. Io telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una -scenata... ma non importa. - -— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso più accettare! -— egli esclamava con sincera veemenza. — Sono venuto da te perchè mi -sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potrò forse -trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno. - -Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli, -sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca. - -— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei -stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. Non pensarvi più. - -— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, un poco -tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso: - -— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò. - -— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi. -Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... — -Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le -brillarono; — Vuoi?... - -Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una -terribile ombra gli si addensò nella fronte. - -— Vuoi?... — fece ancora l’amante. - -— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò. - -Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma -inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non -dia pace. - - - - -IX - - -Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo -sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da -una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare -degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella -vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila -le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si -agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli -scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia -di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati -arringatori. - -Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, -gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra -il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo. - -Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo: -gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi, -amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna -reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame -e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che -assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli -di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel -viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere -insieme. - -Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso -di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a -lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati -in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli, -veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda -inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; -giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito -d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro -pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini -di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria -vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a -saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera -di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe -pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai -calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la -tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un -po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non -c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri -a quattro, i tiri a sei... - -Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo -tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano -denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo -della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari -di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire -qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano -con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e -irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso -del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella -loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già -dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili -un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e -dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra -un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere. - -Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra -occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza -restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, -studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi -mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran -Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; -cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che -han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un -ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe -affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane -libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in -abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una -matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi -gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito, -passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano -pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le -seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, -sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la -strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di -signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse -la medesima sarta e le stesse avventure d’amore. - -Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i -cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver -perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li -faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor -sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati -sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una -piccola scimmia curva e leggera. - -Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava -insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli -un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un -piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, -quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce -d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi, -fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un -colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero. - -Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con -l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata -spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, -intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori -la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di -naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che -fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là -curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva. - -Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli -svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa -insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua -immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per -un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne -eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva -molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere -nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile. - -Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le -stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato -che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più -voluminosi ancora. - -Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi -un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza -insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine. - -Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di -suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi -ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con -la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, -troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini. - -Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, -vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue -spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura -gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava -talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante -sospettoso. - -Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una -terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile -peccato. - -— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli? - -— Non vedi? Partono laggiù. - -Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli -additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il -giudice di partenza ordinava i competitori. - -— Come si chiama il nostro cavallo? - -— Dómino. - -— Lo abbiamo vincente o piazzato? - -— Uno e l’altro. - -— Che colori porta? - -— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato. - -— Dammi il canocchiale. - -Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio. - -— Non vuol star fermo, — disse. - -— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no... - -— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino -è davanti! - -— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare. - -Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce; -alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato. - -— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante. - -— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima. - -Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di -bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani, -all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti -sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura. - -— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta. - -— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al -canocchiale. - -Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome -indistinto: - -— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!.... - -— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio -del fratello. - -Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla -pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui -parteggiava. - -— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido. - -— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto. - -A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde, -era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva. - -— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria -oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni, -come avvien nel mare dopo l’ondata. - -— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora? - -— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere. - -— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’ -rabbuiato. - -— Bah! sono sciocchezze! Andiamo. - -Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa. -Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi. - -— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente. - -— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi -il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona -di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir -oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli -abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior -espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso -fratello, e ne spiava l’occasione. - -— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò. - -Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed -impediva il passaggio. - -— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno. - -— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico. - -— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo -francese. - -— Quale? Fontenay? - -— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi. - -Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di -rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche -arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i -discorsi dei due con un’aria indifferente. - -— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto, -levando il viso, con l’aria più naturale del mondo. - -— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante, -arrossendo un poco. - -Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente. - -— Volentieri, — disse. E fece la presentazione: - -— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura. - -Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillità; -egli s’inchinò profondamente, per nascondere la commozione che lo -turbava. - -In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido e -minaccioso. - -— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza. - -— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò Rafa, che -intanto le si era messo a lato. - -— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo -cavallo possa vincere. - -— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo favore; sopra -tutto il peso — affermò il Giuliani. - -— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà finito a -mezzo il percorso. - -— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò Rafa. - -— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. Questa corsa è -fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in -quest’ordine. - -— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete spesso il -rovescio di quello che poi accade. - -— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito? - -— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome che mi piace di -più, e, se guadagno, mi pagan molto. - -— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora? - -— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon. - -— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon. - -— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo. - -— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota. - -Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti -da cento e li tese al «bookmaker». - -— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere alcuni amici -ch’erano intorno. - -— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose lo -scommettitore, firmando la tessera. - -E urlava: - -— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!.... - -— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre giorni fa lo -davano a cinque. - -— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... — -annunziava lo scommettitore. - -Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in -mano, e domandò piano allo scommettitore: - -— Bloomy pari piazzato? - -— Non posso. - -— Via!... cinquecento lire.... - -— Vanno! - -Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per -dirle: - -— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo più... Cosa -mai succede? - -— Silenzio, silenzio, per carità! - -— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, non mi scrivete.... - -— Per l’amore di Dio, Rafa... - -— Promettimi almeno che scriverai. - -— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse forte: — Sarebbe una -bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon! - -— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò amorosamente, -piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: — Come sei -bella! - -— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo l’ombrellino a -terra con súbita irritazione. - -Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il fratello tornava. - -— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta. - -— Bloomy Boy piazzato. - -— E Gabriel? - -— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare? - -— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, intimidita di -quel tono aspro. - -— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto -peggio per me! - -— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose Rafa. - -— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo. - -— Sì, volentieri: ho sete. - -— E allora beviamo. - -Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggiò -la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente. - -— Che hai? — gli domandò sottovoce. - -Egli scrollò il capo senza rispondere. - -Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che -nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e -mutevole. - -Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di -piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, oscurando il sole. -Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati -e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva, -li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi -dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le -mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella -paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un -temporale. - -Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore, -minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria -qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite -squillare sopra il fragore della moltitudine. - -— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della -bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno. - -— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco. - -— Come siete venuti alle corse? - -— Col mio tilburi. - -— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete -profittarne.... - -— Grazie, grazie; forse non pioverà. - -Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; il vento -infuriava negli alberi antichi. - -In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch’era -mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava, -misto a neve e spicchi di frutte. - -— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse Loretta. - -— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina? - -— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai di rado. - -— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua. - -Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con -lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e l’altro, mentr’erano così -vicini, Loretta li osservava. - -Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una persona meglio -costrutta, e più agile, pur essendo più forte. Il viso di Rafa, -sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i parrucchieri e la moda -riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti -alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello, -intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato, -accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi -nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo -come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta, -morbida, per cui solcava un’onda lucentissima, il colorito sano, -quell’espressione ch’egli aveva insieme di virilità e di baldanza, -erano in singolare contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro, -con i suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo -ubbidienti al pettine. - -Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la -persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra -meno belle, v’era una delicatezza che all’altro mancava, un segno di -antica signorilità, che il figlio dell’occhialaio aveva malamente -potuto imitare. Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si -sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il suo -corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la forza imperiosa -del maschio. - -— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo. - -— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente. - -— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite. - -— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato. - -Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento -trovaron posto in una delle prime gradinate. - -Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di -sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante -come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande -frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano -grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo -bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui -cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre i cavalli -pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle -mosche importune. - -Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla, -si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense -finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i -cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan -contro. - -Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole, -accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di -partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi -verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli -entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata. - -Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, -quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni -mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle -code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di -schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella -passeggiata. - -In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità, -curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre -attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento -qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su -quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa -che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia -non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia -disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva. - -Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine. - -— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua -compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce -ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo, -il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima; -può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello -che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy; -lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi -Arianna: è l’ultima. - -Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori, -leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando -s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva. -Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una -capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere -a tracolla, incrociate. - -— È piccina, — disse Loretta. - -— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi -non vedi com’è fatta? - -— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa. - -— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse. - -— Quel nero? — domandò Loretta? - -— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo. - -— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta. - -— Per le vetture di piazza... non c’è male! - -— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho tutta la mia -fiducia in lui. - -Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di -galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano -acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un -clamore d’invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga -molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il più forte. - -— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo. - -— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè Loretta. - -— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo e caparbio. - -Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita -dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi -d’ammirazione. - -Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di -svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di -scatto, fra uno scroscio d’applausi. - -— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò Arrigo. - -— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi va molto bene. - -— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli interlocutori -anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla. - -— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico. - -— Ma certo! - -— Lo ha giocato? - -— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore. - -— Auguri allora! - -E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza. - -— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta male. - -— Chi? - -— Arianna. - -Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli -partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli -fatto qualche segno perchè smettesse, deliberatamente gli volse le -spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde -scorgere i cavalli. - -— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, hanno strappato -i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene. - -— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, senza scanno, -schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo. - -— Missolungi anche, — rispose Arrigo. - -La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da più parti un -grido: Sono partiti! E il campanello squillò. - -— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata -sul braccio e guardava sopra la sua spalla. - -Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti -si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò tutto il campo. Veniva, -davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo. - -Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con Missolungi in -testa e Samaritana poi, i due francesi su l’ala, Arianna allo steccato, -Bloomy Boy in coda. Passarono in quest’ordine alle tribune, senza che -nessuno cedesse d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò tre -posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. Nel prato la gente -correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso, -un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con -lena. Questo nome già empiva l’aria. - -— Dov’è Arianna? — domandò Loretta. - -— È quinta; ma va bene. - -— Come la vedi? - -— La vedo; sta zitta. - -Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; Bloomy Boy, che dalla -coda era passato nel gruppo di testa, non stava più che poche lunghezze -dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza -perdere nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, nel -fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con -quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse -in una, mentre Samaritana stava già per cedere. Bloomy Boy aveva -sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco -distanziati tutt’e due. - -— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante perchè vedeva i -due francesi prevalere. - -Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa. - -— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare dall’ultima -curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel! - -— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, incapace di -estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie di muraglia umana. - -Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente, -Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide -Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti, -pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde, -assordante, di due partiti che si combattevano: - -— Gabriel! Versilia! Versilia!.... - -C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori. - -Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia pareva ormai -incapace di contendere la vittoria al più robusto francese, benchè -assillata dagli urli de’ suoi partigiani, quando si vide Arianna, su -cui nessuno più contava, con una volata magnifica saettar fuori dal -gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino, -assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La -folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle -piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! Arianna!.... - -— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, al fratello che -sentiva leggermente tremare. - -Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia -sfinita. - -Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, credeva -per sè la vittoria e quell’uscita era stata così fulminea che s’era -lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano -a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li -avrebbe fatti vincere. - -Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al -ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui. - -La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano più due -cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo -era ingombro di questo nome d’Arianna, che in quel momento suonava come -il nome d’Italia. - -Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, nobile come -un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente -per quell’ultimo palmo di terreno. - -Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la spinta di quelle -centomila anime protese verso di lei, fu la volontà tremenda, immensa, -fisica, della moltitudine, che le fece fare nell’ultimo metro il -salto più lungo, che le fece avere nell’estrema tensione il più lungo -respiro, e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, col suo -piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna passò. - -Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre, ballare, -invadere la pista, scender giù dalle tribune a precipizio, battendo le -mani, gridando. - -Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo. - -E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età -definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in -mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso -grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso -allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo -la bella saura balzana. - -Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di -sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato -un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue -e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma, -quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa -nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi -occhi di gazzella cerchiati di nero. - -Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi. - -Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava -della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad -Arrigo senza tregua: - -— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i -fantini per passare il controllo della bilancia. - -Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di -piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere -il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava -Rafa: - -— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon? - -— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò -veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti! - -— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che -l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome -simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo -chiamerei.... - -— Come lo chiamerebbe, sentiamo? - -— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto non ne ho. - -— Bene, ci pensi. - -— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo chiamerei Rafa!.... - -Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero come -atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella con uno -sguardo veloce. - -Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poichè, infatti non -avrebbe dovuto nè potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da’ suoi -amici era chiamato Rafa. - -Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa. - -— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò con naturalezza. -— Forse che per caso t’ho chiamato io così? — soggiunse, rivolto al -Giuliani. - -— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi -ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella rispose, -cavandosi d’impaccio con una squisita impertinenza. - -— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa, -se vuole... Questo la divertirà! - -Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda -intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo -palafreniere. - - - - -X - - -Ella incontrò Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il Giuliani -aveva talmente insistito per rivederla, ch’ella, temendo qualche sua -temerità, non seppe rifiutargli un altro appuntamento. Arrigo non -le parlava più di lui, anzi pareva che volesse ad ogni costo evitare -questo penoso discorso. Ella indovinava l’oscura gelosia del fratello, -ma, per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare -in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, che aveva -costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, era stata invece per -lei un godimento sottile. Ora la piaceva sentirsi avviluppata e contesa -fra il desiderio di due uomini, e ciò sopra tutto le piaceva, perchè -nella dura gelosia d’Arrigo vedeva più palese il suo violento amore. -Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, l’altro il pericolo: -due sensazioni che raramente vanno disgiunte. Al ritorno dall’ippodromo -Arrigo non le aveva mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la -benchè minima parola intorno all’accaduto; s’era fatto solamente un -po’ scontroso, un po’ aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, non osò -parlarne con lui. - -Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la sua malcerta -situazione con Rafa. Ora che una passione struggente l’aveva tutta -pervasa, continuar quel gioco le pareva inutile, più che inutile, -sommamente dannoso. E tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella -sua mente calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta -senz’averne conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi dietro -le spalle una porta equivoca senz’aver prima guardato al di là. - -Ora non pensava più di darsi a Rafa, nè per poco nè per molto denaro. -Quelle speciose teorie, que’ gravi discorsi, che lì appunto, in -quel giardino, gli aveva sciorinati con amabile serietà, quasi per -dilettarsi nel recitare una commedia, si erano a poco a poco infiltrati -nel suo cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile -verità. Ma invece, quello che un giorno era stato appena un sogno, un -di que’ sogni assurdi che non giungon nemmeno ad invogliare la nostra -tentazione, tanto ci sembrano lontani da noi, ora, che la sua fiducia -in sè stessa era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva più -facile, quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilità -remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. Ella chiudeva in sè -un torbido amore, ma sapeva che questo amore non sarebbe la sua vita; -sapeva che questa sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre -nascondersi, vivere così profondamente rifugiata nel suo spirito, che -mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il suo palpito. Ma, insieme, -c’era tutta una vita da vivere, tutta una conquista da tentare senza -esitazione, fosse pure a prezzo di qualsiasi frode. E in verità poteva -darsi che quel buono, quell’innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno a -commettere la più grande pazzia per lei, nè potendo altrimenti averla -si lasciasse trascinare fino ad offrirle il matrimonio. Chissà mai? -Ben altre, da una condizione minore della sua, eran salite più in alto -ancora. O, se questo pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con -Rafa quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser quasi -scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, nei vincoli -d’un amore insoddisfatto, perchè, se caso mai ella s’avesse a pentire -della propria risoluzione, potesse in ogni tempo ritrovarlo qual era: -un uomo capace di gettare a’ suoi piedi tutto quanto può sedurre un -desiderio femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente. -Voleva insomma non perderlo per sempre, ma fargli tuttavia comprendere -quanto vana era l’insistenza de’ suoi tentativi. - -Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era troppo giovine, -troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa di piaceri, perchè la -famiglia, anche la più ricca, potesse avere molto fascino sopra di -lei. L’altra vita invece la tentava, quella che nessuna legge severa -governa, nessuna immutabile fedeltà, quella che miete nel piacere -come una falce instancabile nei prati più folti, quella che seduce il -frivolo cuore della donna con più forti allettamenti. - -Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere un’artista, -libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ciò non si era confidata -con alcuno, forse per una timida gelosia di fanciulla, ed anzi voleva -tacere, finchè non le paresse giunta l’ora propizia. - -Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l’uomo che volesse -aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era stata sul punto di -confidarsene con lui, ma s’era presto avveduta che Arrigo non le -avrebbe favorito quel disegno, ed ogni giorno più smarriva il coraggio -di parlarne con lui a cuore aperto. - -Il solo che l’avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che avrebbe potuto -con ogni mezzo appianare la sua difficile strada, era dunque Rafa, il -suo devoto e ricchissimo Rafa; perciò non lo voleva del tutto perdere, -allontanandolo da sè irremediabilmente. - -— Siete stato un poco temerario!... — ella disse per prima cosa, quando -s’incontrarono. - -— Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci pensavo -da tempo. Adesso che ti son stato presentato da tuo fratello, tutto -diventa più semplice. - -— Non vedo la semplificazione, — ella rispose con tono canzonatorio, -poichè quell’uomo aveva talvolta il dono d’irritarla singolarmente. -— So invece che a momenti ci si tradiva, e mio fratello, dopo, m’ha -tormentata un bel pezzo per quel nome di Rafa! - -Egli si mise a ridere. - -— Dovevi stare più attenta. - -— Già, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l’abitudine di recitare due -parti in commedia. Meno male che non gli è rimasto alcun sospetto. E sì -che voi avete fatto il possibile perchè se n’avvedesse! - -— Che ho fatto io? - -— Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo non -poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste a bisbigliarmi -sciocchezze. State all’erta, Rafa! perchè mio fratello non è un uomo -comodo... ve l’ho già detto. - -— Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta! - -— Ma io nulla per voi: ecco la differenza. - -— Davvero? - -— Proprio; e venivo a dirvelo. - -— Cioè? - -— Cioè debbo dirvi che a questo modo non è possibile continuare. Ho -paura; sento che corriamo incontro ad un pericolo molto grave. - -Egli cercò di prenderle il braccio, amorosamente. - -— No, lasciatemi, — disse Loretta sciogliendosi da lui. — Non posso far -altre pazzie. Ho commessa una leggerezza imperdonabile, ve lo ripeto, -ma spero che sarete così gentiluomo da non farne troppo ricadere il -peso e la vergogna sopra di me. - -— Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli a questo -modo? — egli esclamò con una voce dolorosa ed umiliata. - -— Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io stessa in una -condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, Rafa, oserei dire che -vi voglio un poco di bene... certo non vorrei parervi brusca... ma voi -mi scrivete certe cose, mi costringete a certe cose, che io non devo nè -ascoltare nè fare. Insomma, ragionate un poco: io sono una signorina, -dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo sapete... Dunque il fatto -solo che mi trovi qui, con voi, è già un pericolo gravissimo; non vi -pare? - -— In questo hai ragione. Ma perchè rifiuti allora tutte l’altre mie -proposte? Non vuoi vedermi altrove che in questo giardino, forse per -diffidenza, forse per paura.... - -— Certamente ho paura, non lo nego: paura. - -— Ebbene, fídati una buona volta! La tua paura è insensata! Non sono -certo un uomo capace di atti brutali. Vieni almeno in un luogo dove si -possa parlare; qui non è possibile. - -— E dove allora? - -— Senti: ho l’automobile fuori dal giardino; vado avanti e ti aspetto; -andremo in un paesello dei dintorni. - -— Ma no, ma no! - -— Insomma, te ne prego! Per una volta, per l’ultima volta... - -— Cos’avete a dirmi? - -— Tante cose. Vieni, sii buona. - -— Dov’è l’automobile? — ella fece perplessa. - -— Al cancello, dietro le cascate. - -— Bene, sentite: io verrò con voi, ma solo ad un patto... - -— Quale? - -— Che sia l’ultima volta, e poi non mi scriviate più, non domandiate -più di vedermi. - -— Loretta!... — egli fece, supplichevole. - -— No: assolutamente! - -— Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno ferma -nella tua decisione, ti prometto che farò tutto quanto posso per -riuscire a dimenticarti. Va bene? - -— Andate avanti, — ella disse, — vi seguirò. - -Il giovine svoltò per un viale che s’infoltava tra gli alberi; -ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, nervosa; con -l’ombrellino molestava l’erbe sul margine dei prati. Si trovava in -uno stato d’animo quanto mai perplesso. Nonostante le sue lunghe -riflessioni, ora non comprendeva più sè stessa, nè il fratello, e -non sapeva più che farsi di questo Rafa così devoto e così ricco. In -fondo al cuore ella si sentiva anche triste; l’amore la struggeva, -la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole una specie -di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata nella casa d’Arrigo, -perchè non poteva più rimanere senza vederlo; lo aveva trovato assorto -e quasi ostile. Non l’aveva baciata, non s’era lasciato baciare; aveva -cercato mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su le -spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; le aveva detto -ruvidamente: - -— Fanne quello che vuoi! Non m’interesso più di nulla. - -Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, gli aveva -detto: - -— Lo dovrò vedere domani: dammi un buon consiglio. - -Allora egli s’era messo a ridere, d’un riso acre, malvagio, di cui -ella non poteva intendere il senso; poi si era messo a camminare per la -stanza, concitato, accigliato. - -— Lo vedrai domani? - -— Sì. - -— Allora digli ch’è un imbecille! Al suo posto io t’avrei già presa. - -— Perch’è parli così, Rigo? — ella gli aveva domandato con le lacrime -agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza rispondere. Poi l’aveva -pregata che se n’andasse, perchè gli doleva il capo e voleva rimaner -solo. Ma su l’uscio se l’era presa in braccio, se l’era stretta fra le -braccia, con passione, e l’aveva spinta fuori. - -Più tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una informazione -al padre, era venuto a casa loro, forse per vederla un momento, per -sorriderle un attimo, dopo essere stato così ruvido. - -E s’erano baciati ancora, di nascosto, con più ansia, nella casa -paterna. - -Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva una sciocca -gelosia di quest’uomo che in fondo ella derideva e sul quale faceva -un calcolo così diverso, così lontano dall’amore. Ma ell’avrebbe -rinunziato mille volte a Rafa, s’egli le avesse detta una sola parola! -E perchè non la voleva? Perchè faceva sopportare ad entrambi, con tanta -ostinazione, una sofferenza così logorante? - -Dietro la cancellata vide l’automobile ferma; vi corse rapida, vi -entrò. Gli ordini eran già dati al meccanico: partirono in fretta. - -Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: la strada era -sovrastata da una ferma nube di polvere: i carri enormi, carichi -di mobili o di mercanzie, trascinati da molti cavalli in fila, ne -ingombravan il mezzo e si scostavan lenti, con un gran scricchiolare, -ai segnali della tromba. Quando un’altra automobile passava, rapida, -con urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s’annebbiava in un -folto polverìo, tutto: anche il sole. - -Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella cercava di -respingerlo, ma debolmente; non era più nè loquace nè gaia. - -— Vedete, — diceva, — non posso fidarmi di voi... - -Egli ubbidiva e ricominciava. - -— Andiamo lontano? - -— Non molto. - -— Ebbene, cos’avete a dirmi? - -— Non ora; parleremo dopo. - -— Ah, dopo... - -— Sei triste oggi? - -— Sì, un poco. - -— Perchè? - -— Per tante cose... tante cose... - -— Raccóntami, Loretta. - -— No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza molto leggera... -Sono qui con voi... ne avete anche il diritto! - -Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene conto, -l’astuzia con la sincerità. Il giovine si chinò su lei, fin quasi a -baciarla. - -— Non dire così, Loretta; sai bene che non è vero. Per te sento anche -un profondo rispetto: altrimenti non ti amerei. - -— No, voi mi desiderate; questa è la parola giusta. Ma quanto ad -amarmi, è ben altra cosa; non mi fareste venire qui. - -— Dammi ancora del tu, Loretta, come l’altre volte. - -— Non oggi, non oggi! - -— Allora non credi ch’io ti voglia bene? - -Ella scosse il capo, incredula, sorridendo. - -— Ne sei certa? - -— Certissima. - -Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, che -distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno -da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli, -tra l’erbe polverose. - -L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati -accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C’era un -piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta; -una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul -frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa -parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre -socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra una camicia di -percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava -lungo il muro. - -— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo al villaggio: vi -berremo il vin bianco. - -— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta. - -— In chiesa? - -— Sì. - -— Bene, andiamo pure, se vuoi. - -Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono la -piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono i quattro gradini del -sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa. - -Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri -martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un -bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all’ombra nel -giardino. Li guardò e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta -maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera, -ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; dalle alte vetrate -pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna, -confusa nell’ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era -così ferma, così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa. - -La fanciulla intinse la mano nell’acquasantiera e si segnò, piegando -leggermente il ginocchio. Una goccia le rimase su la fronte, nitida -come una perla. Poi girarono tutt’intorno all’abside guardando i quadri -della Passione di Cristo. - -L’aria fresca odorava d’incenso evaporato. - -— Perchè hai voluto entrare in questa chiesa? - -— Un capriccio. - -Ell’andava innanzi con un passo elastico, quasi per non far rumore; -la sua ombra s’allungava obliqua sul lucido pavimento. Piegò di nuovo -il ginocchio passando innanzi all’altare, poi sedette sovra un banco, -nell’ombra del colonnato, e si raccolse la fronte nella mano. - -Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d’argento. - -— Ed ora che fai? — domandò Rafa. - -— Niente. Mi piace. - -Egli s’appoggiò alla colonna presso di lei, un po’ curvo. - -— Amo le chiese, — disse Loretta — e i canti e gli organi delle chiese. - -Rafa la guardò a lungo, poi disse: - -— Come sei strana! - -Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, in quella -luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua faccia, al suo -sguardo, un’espressione spirituale. - -— Dimmi qualcosa... — ella mormorò come se fosse turbata. - -Il giovine le sedette accanto. - -— Qui vuoi che ti parli? - -— Sì, mi piace. - -Egli le si mise vicino, così vicino che la toccava. - -— Senti... — prese a dirle; ma súbito esclamò: — Non è possibile! Non -posso parlarti di queste cose ora. - -— Perchè? — fece Loretta con un sorriso perverso. - -— Non posso. - -— Allora taci. - -E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani. - -Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto gli piaceva -di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, la schiena divisa -da un’infossatura profonda, il petto che le fioriva tra le braccia -piegate. E l’odore di lei lo stordiva come il profumo di un incenso -irreligioso. - -— Io ti voglio avere... — le disse piano, quasi non potesse frenar -quelle parole. E glielo ripetè vicino all’orecchio minuscolo, che le -appariva tra i capelli, come un piccolissimo nido in un cespuglio. - -— Come? — domandò la fanciulla senza muoversi. - -— Tutta, tutta, in ogni modo!... - -Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi ridenti. - -— È difficile!... — disse con ironia. E le mani congiunte, concave, -serbarono come impressa la forma della sua fronte. - -— Lo so, — egli rispose, — ma non importa. - -Fece una pausa, poi soggiunse: - -— Dimmi: cos’è necessario ch’io faccia per averti? - -Ella rideva, la sua bocca era crudele. - -— Molte cose... — disse. E ripetè con una cantilena: — Molte cose... - -— Per esempio? - -— Lo devi sapere tu. - -— No, dillo. - -— Io non dico nulla. - -E si nascose la faccia nelle mani congiunte. - -Un raggio di sole, dall’invetriata, cadde sull’organo, lo illuminò. -In quella chiesa era una pace così grande che l’anima vi si riposava. -Lento, accidioso, nel fondo, si udiva il biascicare della vecchia -inginocchiata. - -— So una storia... — mormorò la ragazza intrecciando le dita. - -E rideva. - -— Ah, sì? - -— Una bella storia... - -— Ah, sì? - -— Ma non la racconto. - -— Allora perchè la sai? - -Ella si prese fra i denti minuti un de’ suoi labbri fini e rossi: - -— La storia d’una bambina, che andava al mulino, per prendere farina, -tutte le mattine... una bella bambina. — E cantilenava come se -raccontasse una fiaba. - -— E poi? - -— ... per istrada la vide un peccatore... - -— E poi? - -— ... che le offerse di portarle il sacco, perchè la strada saliva, -saliva, e c’era un bosco a mezza via, tutto verde, con un ruscello -d’argento. - -— E poi? - -— ... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento le toccava le -mani, le braccia, la bocca, il mento, la gola, senza darle pace. Ma la -bambina disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... anche domani disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... anche dopo domani disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... poi, un giorno ch’erano seduti presso un ruscello d’argento -a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: Portami un -bell’anello se mi vuoi. - -— Allora? - -— Il peccatore venne il giorno dopo con una collana di perle, con -un fermaglio d’argento, con uno specchio d’oro. Ma la bambina disse: -Portami un bell’anello se mi vuoi. - -— Allora? - -— Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un castello, un -giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le promise molti cófani -pieni di gioielli, molte guardarobe piene di broccati, un letto d’oro, -un’arpa d’oro, una scuderia con cento cavalli... Ma la bambina disse al -peccatore: Portami un bell’anello se mi vuoi. - -— E come finì? - -— Andò a finire che al mese di Maggio se la prese il mugnaio... per un -fiore. - -Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della sua fiaba -improvvisata, e senza nascondere il rossore che tuttavia le dava la sua -temerità. Poi congiunse i palmi, appoggiò le labbra nell’incavo dei due -póllici, e parve assorta in una lunga preghiera. - -Ma egli restò confuso e non seppe con quali parole rispondere alla sua -fiaba. Quell’allusione lo aveva un poco sbalordito, se ne vergognava -egli stesso più di lei. - -— Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere farina, tutte -le mattine... non è vero? — disse finalmente, continuando la celia. - -— Io prego... — ella mormorò senza batter ciglio. - -— E il peccatore sarei dunque io, non è vero? - -— Prego... — ella ripetè, premendosi la bocca sui póllici esigui. - -— Ma chi sarebbe il mugnaio? — domandò Rafa, più forte. - -Ella si volse a lui, lo guardò, rise. - -— Ah?... chissà mai! — fece, interrompendo la preghiera. - -Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch’ella se ne -schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i primi capelli eran -tenui come biada nascente. - -Nell’alta chiesa l’organo di sette canne, avvolto in un fascio di sole, -mandava dal suo curvo metallo una musica di fiamme. - - - - -XI - - -Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi cacciato -innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria lontana, aver -studiati gli uomini, essere sceso a patti con loro, averne adulati -alcuni, dominati altri, essersi fatto servire dai più; aver costrutto -l’edificio della propria vita con una pazienza ed una volontà -instancabili, essere passato in mezzo alle tentazioni con una -magnifica spavalderia, aver condotto il proprio cuore per mano come -un fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso -della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto poteva insorgere -nei duri istinti, nelle intime ribellioni della sua focosa gioventù; -aver sorseggiata con delizia la coppa dei primi trionfi e mietuta con -ilarità una larga messe, già preparandosi le corone di pámpini della -imminente vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno il cammino -precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi vittima e prigioniero -di un agguato invisibile, tutto questo per finir con distruggere lunghi -anni di fatica in un attimo solo... era cosa ben triste per colui -che, su la propria strada, non aveva incontrato ancora nè un ostacolo -insormontabile nè l’angoscia di una vera perplessità. - -Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a salire, -pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, da -un’ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra quelli che vantavano -il primato gentilizio, cui la ricchezza ed il lusso erano retaggio -inalienabile. Per giungere sino a loro, qualsiasi frode gli era parsa -lecita, e s’era mondata la carne plebea in un bagno di signorilità. -S’era cacciato per strade oblique; nell’ombra s’era fatto il cammino. -Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che lo potessero -condur oltre; s’era piegato, s’era fatto agile, scaltro, violento, -audace qualche volta, qualche volta umile. - -Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua maschia -bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo inaccessibile -ad ogni altra passione, chiuso nella sua funesta volontà, camminava -guardingo, in attesa dell’ultimo assalto, pronto a carpire la più bella -sua preda con l’audacia definitiva. - -Quand’ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, spaventoso, -lo fermava; un amore nefando e impossibile, che trovava una specie -di oscuro divieto nella sua medesima volontà. E, cosa più terribile -ancora, colei ch’egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a -braccia aperte, piena d’incoscienza e di fremiti, offrendogli un sorso -di veleno con il sorriso più innocente. - -Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere lacerata la -stessa ferita, macchiata la stessa coltre; aveva saziata alla stessa -poppa la prima fame lamentosa. - -Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano solamente nel -suo pensiero. - -Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorchè il fuggire? - -Egli pensò di fuggire; fece i bauli, s’apparecchiò. Ma nell’ora della -partenza, l’immagine di colei che amava gli si mise davanti alla porta -e così forte l’avvinse nel piacere delle sue braccia colpevoli, che da -lei non seppe disciogliersi, ed il terrore della rinunzia lo assalì. - -— Badi, signore, lei perde il treno, — disse il domestico, entrato -nella camera per prendere il suo bagaglio. - -— Sì, va bene, — rispose Arrigo. — Lasciami stare. - -— Ma guardi l’ora... Lei perde il treno. - -— Non importa; lasciami stare. - -Il domestico, senza nulla comprendere, ubbidì. Arrigo s’era sprofondato -in una poltrona, e vi stava, piegato su sè stesso, con una specie di -sinistra immobilità. Come un cane alla catena, avrebbe voluto assalire, -mordere. Si vedeva, lontano da lei, in un’altra città, in un albergo, -fra la gente, solo. S’immaginava il domani, il risveglio del domani, -se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: non avere più lei -vicina, rinunziare alla funesta inebbriante gioia di rivederla, di -respirare l’alito della sua bocca, di toccarla, di camminarle presso, e -curvarsi, pur disperatamente, su la vertigine di quel peccato. Andare -via così, di nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno -addio... - -Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima del pranzo, -come soleva; e non lo troverebbe più. Sarebbe rimasta su la soglia, -perplessa, un poco pallida; poi se ne sarebbe tornata via, tacendo, a -fronte china, con qualche lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe -forse pianto, senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere -in alcun modo il suo distante rifugio. Chissà, forse avrebbe anche -pensato ch’egli non l’amasse più. - -Era una fanciulla nel primo fiore, con l’anima irrequieta e gaudiosa, -con un cuore lieve; la lontananza l’avrebbe insensibilmente guarita: e -questo egli non voleva. - -Ma invece, per guarire lui, nè il tempo nè lo spazio non sarebbero -mai bastati; quel fantasma l’avrebbe inseguito come una presenza -dappertutto visibile, per ogni strada ove andasse in cerca di riposo e -di oblìo. Mesi ed anni non sarebbero bastati a guarirlo di quel male, -tanto le sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era già mesciuta, -commista, nelle sue profonde vene. - -Nè i mesi nè gli anni per guarire lui, e non la lontananza e non gli -svaghi e non più alcuna fra le cose che un tempo erangli piaciute. Ora -si mutava; un uomo dissimile da quello ch’era stato veniva con questo -male ad abitare in lui. Cercava sè stesso e si ricordava di sè come -d’uno straniero. - -— Signore... — disse timidamente il domestico, avanzando ancora il capo -dietro l’uscio. - -— Che vuoi? - -— Parte forse ad un’altr’ora? - -— No, non parto! non parto più! — egli rispose impetuosamente. — Apri -quei bauli. - -— Riaprire i bauli? — fece il domestico, pieno di maraviglia, senza -osare alcuna domanda. — Va bene. - -Ed entrò nella camera per mettersi all’opera. - -— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse domani. - -— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo con una curiosità -rispettosa. — Qui ci sono le chiavi. - -E le depose sopra un tavolino. - -— Che ora è, Filippo? - -— Sono le cinque meno un quarto. - -— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla per oggi. - -— E non si cambia il signore? - -— No, questa sera non mi cambio. - -— Sta forse male il signore? - -— Sto benissimo; va pure. - -— Allora a rivederla, signor Arrigo. - -— A rivederci. - -Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo d’un balzo fu -ritto. - -— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente. - -Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera, -riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, intese che diceva: - -— Parte? Voleva partire? Ma, come mai? - -Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli chiusi, vide -la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. Per le cortine calate -filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli -stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un -polveroso riverbero. - -— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi. - -Il fratello non rispose. - -— Parti? - -— Forse. - -— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi nulla? - -— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto domani: ecco. - -La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e tacque. - -— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno. - -L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella non si chinò a -raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si fermò. - -— Allora... - -— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto. - -— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo una lunga pausa, con -la voce che le tremava. - -Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la -sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago: - -— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare! - -— Ah... - -Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè: - -— Per respirare! - -Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere sopra -una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza -guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione -di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera, -il viso raccolto nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà -inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella -greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella -facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un -fazzolettino intriso di lagrime. - -La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua -camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla, -dirle una parola d’amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo. -Era così facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche -potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa, -disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di -carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle -sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei... -Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non -osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi -erano in lui, che si colmavano di spavento? - -E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede -neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch’ella fosse lì, -felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per -sempre, a quel tormento ineffabile. - -Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano sui tavolini. -Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e -suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, si lasciò investire, -avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele; -passò vicino ad un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che -cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuffò -la bocca, vi morse. - -Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte, -or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla -vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli -uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido. - -Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una -lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la -parete opposta rompendolo nei colori del prisma. - -Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un -singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S’avvicinò -a lui, esitante, lo prese per un braccio: - -— Davvero te ne vai? - -Egli chiuse gli occhi per non guardarla. - -— Sì, Loretta, vado via... - -— Perchè? - -— Lo sai perchè. - -Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su -tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli -nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con -un singolare brivido: - -— Portami via con te. - -Egli ebbe un sussulto. - -— Con me?... - -La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa. - -— Sì, con te! dove tu vuoi... con te. - -Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile, -fortissima catena. E così vicini, così avvinti, guardarono per un -momento la felicità che passava nel loro impossibile sogno. - -Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che -ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile, -scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria -per goderne ancor più... Ed ella, che ignorava il peccato, tremò, come -se ne fosse già tutta coverta. - -Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei. - -— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento che uccide! - -Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani -brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta -esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie -di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che -disánimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo -le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele. - -— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando mi tocchi, quando mi -guardi, mi sento così male, così male... - -Egli ripetè sordamente: - -— Lásciami. - -— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non riesco a levarmi -dal letto. È come se mi avessero battuta. Mi ammalerò. Tutto questo, -perchè ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti -sopra una poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi -sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu -sapessi come fa male! - -Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò: - -— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura. - -Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche lacrima tremò -nella sua voce. - -— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, conducimi via con te. - -Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione -che lo assaliva. - -— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme... - -Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua -calda anima, il dolore della gioia non goduta. - -— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava. - -— Ho paura di me. - -— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che -ne divenga malata? Io ti starò vicina coma fossi una piccola cosa tua; -non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no! -Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto -nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due -soli... - -Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua -femminilità, con il calore che usciva da lei come il profumo da un -cálice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce -torbida. - -— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore... - -Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di -una lontana felicità. - - - - -XII - - -La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli soffrisse -tutto l’abominio del suo peccato. - -Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di star male, -d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili che vengono con la -prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare -un po’ d’aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d’un -lago tranquillo; e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un poco -sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere a quella -partenza. - -L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su -l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino -esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva più -fiori che foglie, più ombre che sole. L’albergo era quasi pieno, -ma di que’ forestieri un po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita, -chiusi ermeticamente in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i -loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare -ne’ propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son -puntuali come l’orario, minuziosi come la carta topografica, pieni -di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si -curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno. - -E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla -contemplazione de’ lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di -vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro -il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a -vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la -magnificenza del sole. - -Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la famiglia non -vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio -contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro, -un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza, -persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarità del -fratello con la sorella minore. - -Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare; -le si leggeva nell’espressione del volto un non so che d’ambiguo, -d’insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato -a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua -famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch’era -il solo inciampo alla possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente -lasciava sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice -quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa familiare, -allontanarsi dalle mediocri loro abitudini. - -Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado nella casa -paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato, -qualche volta con l’attitudine e con il pretesto di colui che voglia -nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero -d’affetti familiari, e queste sue più che fraterne attenzioni per -la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo -arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne’ fatti suoi, -or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare -una ragione d’ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre, -la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi -occhi non avevan mai saputo esprimere. - -Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi -un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un’antipatia -irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue -ironie un po’ grossolane su que’ due che se la facevano da signori, -prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c’era quel terribile -Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali -che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la -sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la -possibilità d’un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro -punto di vista, e cioè vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio -stava per divenire in femmina ciò che il primogenito era stato in -maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega -insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro meglio a -scandalizzare la gente per bene. - -Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte! -«Ma sì! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare -la loro ragazza! e una ragazza — senza farle torto — che di serio -non aveva nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto a -diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e -gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma -sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo — anzi, la -sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed è il momento migliore -per la città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare a -prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... un viaggetto per -i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come -se non ne avesse abbastanza! Ma, già, quando si è ricchi!... quando si -può!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande, -viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè allora -non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po’ di lago, che -sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e -perchè? Perchè ha le «toilettes» eleganti, perchè va in giro come una -farfalla, perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace, -si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli -scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non -cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte, -ne sapeva già più di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in -questo, come in tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi -loro, che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui non -desiderava mettere il becco...» - -Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la -contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser -libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta -per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi -mantelli, visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare -il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi -le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle -sue «toilettes», dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di -spender troppo, e ciò in grazia del suo buon gusto, della sua grande -abilità nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le -faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di -trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano -così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti, -e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far -di lei una bottegaia, perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato -mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei, -saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso: -voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno -ad esser libera. - -Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un riso cattivo, -insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide, -cominciò con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato -racconto d’una serata in cui aveva inteso la celebre cantante; -criticò la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le -grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti -che può incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin -fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse -almeno a studiare seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le -cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il -denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a fare un altro -mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a -trovare l’intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza -della scena? Aveva dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che -occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna -esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani... - -Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi. - -In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con -Clara Michelis. - -Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore -attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli, -senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che, -legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e -quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una -strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo. - -Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si -prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di -vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro -scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un -lago tranquillo. - -Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da -qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto -pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due -fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme. -Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli -occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran -fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di -lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra -visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era -più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto -amore. - -Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di -partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase -ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel -cuore. - -Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina, -questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile -condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva -solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare -nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella -sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed -il primo. - -Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva -sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa. -Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva -conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso -di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si -stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti -i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze, -s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società; -per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi -su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva -a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della -bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era -fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure -amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non -perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci. - -Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva -bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte -precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche -volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano -insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere -per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone -la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero. -Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava -talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente -aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri. - -Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un -bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con -lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno -togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena -libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare -i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche -volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo -innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in -ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli -disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava -i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con -gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo -era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un -regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare -al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone. - -Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più -nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era -paziente; si sentiva quasi felice. - -I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di -sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse -anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto -egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi -sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così -forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che -l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei -primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta -ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’ -suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, -poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che -mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se -ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la -propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra -tutto l’amore che aveva per lui. - -Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso -d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè -certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte, -non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la -sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli -occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella -sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro -di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo -cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per -chi? - -Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita -con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume, -un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore, -seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda. - -Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima, -questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal -caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a -questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva -sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con -l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi -femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto. - -Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei -la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato -d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere -una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più -voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio -accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità; -non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire, -a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece -aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere -da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il -demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto -avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo -il quale tutti gli altri non hanno più sapore. - -Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di -vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella -che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono -di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e -di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente -come la purità il significato più divino e più terribile che sia -nell’amore. - -Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera -malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente -giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno -che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva -respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole -per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver -pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile. - -E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire -un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero -assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico -per allontanarlo da sè. - -E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava, -perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele, -tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci -attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande -suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè -pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che -umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti -di questo inconfessabile amore. - -E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò -a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse -presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa -ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in -lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se -veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore -non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa -paura di scoprirne l’esistenza. - -Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non -credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche -rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro -non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando -insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva -pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare -in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase -innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più -naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili, -cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza. - -Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove; -li avevan anche ammirati, perchè sembravano volersi molto bene. C’era -chi gliel’aveva descritta: una bionda, ma d’un biondo color cenere, col -visino fresco, il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la -bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole. - -Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ di scapatella, -e così alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola -amante... Ecco, alle volte, com’è facile ingannarsi!... - - . . . . . . . - -— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel -primo giorno. - -— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe meglio attendere -più tardi. - -— No, súbito, súbito! - -E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva -le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva -con ilarità per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi -e tanti colori quanti ne può adunare insieme una primavera italiana. - -Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s’era forse -mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare -i linguaggi stranieri, non s’era mai sentita così libera e così felice -come in quel giorno. - -Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera -d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una -tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a -sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa, -un po’ stanca, e s’era messa a guardar intorno, a sognare. - -Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive -dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in -ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra -una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica -dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una -sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillìo -delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose, -lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere -ad intervalli, carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per le -scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo. - -E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso -della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere. - -S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva -tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la -darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva. - -Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di -beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo -così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano -respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla -e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si -compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per -un’amante. - -La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel -sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la -catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati -maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che -alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose -della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche -purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno -abbandono quei giorni di oblìo. - -In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice -paura dell’opinione altrui. - -Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante, -mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva -da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di -tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran -cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche -anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina. - -Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per -rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava. -Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava -per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava, -ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che -i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla. - -Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore -d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza -empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe -voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le -dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per -l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della -felicità. - -Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace -d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna -chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su -la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con -spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile. - -Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia, -correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta -piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli -pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua -perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori -gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso -peccato... - - -— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed -aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio. - -— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine. - -Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza -importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza -finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il -timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua -limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva -subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna, -tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito. - -Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio -contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la -gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue -fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual -simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella -in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere, -traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto -per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza -parlarsi. - -In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca -navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e -tacere. - -Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne -s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la -vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano -più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella -non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e -quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa, -troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte -le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata, -con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con -un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura. - -Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava -ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’ -ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il -viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. -Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra -i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la -bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo -aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava -distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i -fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e -stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli -semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le -violette... - -Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava, -l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi -opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso -un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano -piano, senza far romore, scivolaron oltre. - -Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle -del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi -addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse -lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan -un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca, -non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano -destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma -innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul -viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal -lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive, -una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà -piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene. -Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò. - -— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata. - -— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola -negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la -bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore, -ella si stirò con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso, -e levate le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele strinse al -collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo gli occhi, beata. - -Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor di luce il -palpito delle loro anime innamorate. - -— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con parole quella -pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami ancora una -volta, come hai fatto prima... così... così... - -Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge -un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli -scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli -con una prolungata carezza. - -— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola -giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi -cantare, sì, cantare di gioia!... - -E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, e le parve -di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore che vedeva. - -Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza negli occhi: - -— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, quasi con ira. E così -forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch’ella parve sentirne -dolore. - -— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, con un’ombra -di paura. - -— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi -ancora! - -E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente -scesa quell’espressione di violenza e di tormento che spesso lo -contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava, -si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello -battelletto correva; l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni. - -— Che hai? Perchè ti stanchi così? - -Egli non rispose, anzi remò più forte. - -— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare anch’io. - -E fece atto di levarsi. - -— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai. - -— Voglio remare anch’io; lascia che provi. - -— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi. - -— Come sei forte! Ora si correva! - -Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte. - -— Allora vuoi remare? - -— Sì. - -— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu verrai qui. - -Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano -per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baciò ancora su -la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella -premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse: - -— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo? - -— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli rispose con una -timidezza d’amante. - -— E non lo sai dunque? - -L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò il -braccio nella remata. - -— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so remare anch’io? - -— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo -nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti, -fletti la mano in basso quando dái la remata... Così, va bene. - -Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che non andavano -insieme. - -— Perchè non si cammina? — fece, indispettita. - -— Si cammina adagio adagio. - -— Voglio fare come fai tu. - -— Abbi pazienza, ora t’aiuto. - -Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due -rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le -campane di tutte le chiese. - - - - -XIII - - -S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua -camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla -mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria -dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne -lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla, -egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole: - -— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà. - -Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran -fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato -copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella -giornata d’aria libera. - -Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi -come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi -elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la -montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor -pieno di crepuscolo. - -Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava -l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i -gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di -certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette -e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso -tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali, -senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’ -robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza -di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a -giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei -loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in -esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano -vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le -ammirava. - -— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse -al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua -gioventù come una stupenda collana. - -— Ti piacciono tanto le perle? - -— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco. - -E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto: - -— Com’è stupido esser poveri! - -— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad -ogni costo? - -— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere -del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono -insieme nel suo volto. - -Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza -dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse: - -— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare -tutto quello che voglio. - -Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua -bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò -fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella -ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento. - -— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora. - -— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene. - -Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere -tuttavia da quella frase crudele. - -Abbassò gli occhi e tacque. - -— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa. - -— Mi hai resa triste... che peccato! - -— Via Lora, non ti offendere!.... - -E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei. - -Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva -molta fame: dimenticò. - -— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima -sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi? - -— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con -tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò. - -Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la -ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a -raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la -tavola. D’improvviso ella fece una riflessione: - -— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi. - -— Perchè? - -Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna: - -— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non -ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie. - -E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo. - -— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»! - -— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure. - -Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso -lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di -seduzione. - -Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti -sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei -carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un -gran letto d’amore. - -Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di -piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo. -Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo -cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille. -Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti -pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al -suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva -ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva -essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè -la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di -esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il -gaudio che ardon nell’essenza dell’amore. - -Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e -dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse -le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere -con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve -d’un sorso. - -Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «_Vedova Allegra_»; -dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori, -seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini -giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare. - -I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon -odore. - -— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. — -Ma tu non parli... Che hai? - -Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro -l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse: - -— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano -dappertutto. - -— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te. - -Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della -danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da -quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano -fra le ciglia orlate d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo -benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la -spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un -rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo -morbido corpo desideroso. - -— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito. - -Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva -d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico -fiore. - -Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani: - -— Senti.... - -— Di’. - -— Vienmi vicino, più vicino.... - -Egli si sporse innanzi per udir le sue parole. - -— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che -c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la -impallidì. - -Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse. - -— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere? - -— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò. - -Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù. - -Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il -concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè. -Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan -le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi -non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua -sciacquare contro la riva. - -Egli disse alla sorella: - -— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare. - -— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così. - -— Ti senti stanca per aver remato? - -— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine.... - -L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso -mantello damascato. - -— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho -paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi. - -— No, Lora; io non ti farò mai alcun male. - -— Chissà? — ella rispose. - -— Perchè dici questo? - -— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi -odii un poco.... - -— Io?.... - -Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana -sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio -sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta -s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri. -S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si -sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per -un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una -lunga fila di barche legate, che dondolavano. - -L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la -luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre. -S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera -di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una -specie di funesto incantamento. - -Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi -lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo. -Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato -amore finire in un urlo. - -Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello -su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la -notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente, -dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più -diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che -s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, -di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata -mai più... Aveva paura e si stringeva a lui. - -Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come -le barche legate in fila. - -Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso -a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si -udivano le parole. - -Il ritornello diceva: - - «Tela lina molto fina - che si mette ogni mattina - la mia bella al suo levar... - - tutto quanto le darei - per far come fai con lei, - per saper quel che tu sai, - per star dove tu le stai...» - -— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo -sono più. - -Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena: - - «Tutto quanto le darei - per far come fai con lei...» - -— Vanno a pesca? — domandò Loretta. - -— Forse vanno solo per cantare. - -Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano, -l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male -che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra, -come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, -s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto -l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi -nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di -afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei -che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata -nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li -separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, -così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a -sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire -ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel -póllice di spazio che non li lasciava bere. - -— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare! -— esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte -le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso -confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san -nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò. - -Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla, -come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra -dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo -che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e -la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le -componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale. - -— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui, -più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori -lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il -ritornello giocondo: - - «Tela lina molto fina - che si mette ogni mattina...» - -— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe -se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato -finora? - -— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo -cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo -spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo -male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio, -súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile, -mi sembra inutile ancora. - -— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci -dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire -questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò -significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita? - -Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior -di labbro, senza convincimento: - -— Sì, certo, lo comprendo. - -— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi. -Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel -quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è -mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un -altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente -ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse, -perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che -farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più -grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza -fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e -quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più -disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia -sorella.... - -A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una -buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena -sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse -profondamente il senso di quelle parole. - -— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con -una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato -per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te -sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello -che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà -bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio -di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un -gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti -così buio... Ridi ancora una volta... ridi! - -La barca ripassava di lontano e si udiva cantare: - - «Tutto quanto le darei - per far come fai con lei...» - - - - -XIV - - -— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore, -forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. — -Córicati presto e riposa bene. - -— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando. - -— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra -sigaretta. - -— Io pure non ho sonno... — ella fece. - -Ma egli la persuase con dolcezza: - -— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi. - -Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel -giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo -del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da -ogni altro pensiero. - -— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì -l’odore. - -Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di -batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi -piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera, -con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si -spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del -pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli -empì l’aria per dov’egli passava. - -La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per -una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi. -Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto -insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide -sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia -dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi -la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere -lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo -piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua -forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi -parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello -sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, -prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, -prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che -portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un -sorriso lento.... - -Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava. - -Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno -che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte -lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno -d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si -moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino. - -Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di -stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano. - -D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il -giardino in fretta, e salì. - -Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella -poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della -notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza -delle stelle. - -— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata? - -Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due -braccia senza rispondere. - -— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora. - -— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata. - -Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso -batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli -osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo. - -Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene. -Addio. - -— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta -nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’ -suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: -siéditi. - -Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. -Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere -avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della -fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte. - -Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con -trepidazione. - -— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno -di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia -mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che -notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una -polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte... -Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano. -Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto -che rimaner sola. - -Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle -pellicce tepide, l’inverno. E continuava: - -— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono -turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che -ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od -anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo -letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di -veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi -altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu -mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua... -tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te... -Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati... - -Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come -la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi -d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per -ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere; -una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava -in lui, sotto la carezza di quella voce. - -Ella disse ancora, snervata, spossata: - -— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho -tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore, -nessuno ci guarda... báciami! - -Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo, -i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò -per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi -si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con -violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse. - -Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello -di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche -attimo quasi priva di vita. - -La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle -stelle. - -Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri, -per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella -voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre -nella terribile possibilità di quell’ora. - -La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo -glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande -magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne, -invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori -nell’incantesimo della notte. - -Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di -comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per -il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice -di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione -d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad -ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, -ed ella entrò. - -Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò -giù dal letto, rimase attonito a guardarla. - -— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata. - -— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce -insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa -di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito -così ridente. - -— Non dormirai stanotte? - -— No. - -Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza -passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa. - -Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo. - -Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un -turbine di coriandoli d’oro. - -Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e -gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una -vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la -gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come -una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che -la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine -solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la -nuca. - -Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì -così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come -un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo. - -La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria -soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile: -ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una -fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili -d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra -si mutava subitamente in splendore. - -Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio -colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di -quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa -gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un -peccato infinitamente più grande. - -Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze -molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel -vertiginoso dolore. - -Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso -non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato, -la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, -cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le -spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando -con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano -contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi, -immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva -contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le -sue disperate labbra egli la baciava. - -Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar -nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni -altra cosa che non fosse quella carne viva. - -E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li -strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere... - - . . . . . . . - -Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; -nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva -irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la -condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà. - -Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano -già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava -ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e -li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si -torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza -dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire. - -Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco, -denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase -il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le -si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in -quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio -virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo -della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di -respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca -umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir -infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze -l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido. - -Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella -trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre -taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi -pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie -senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di -lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che -si movevano per maledirlo... - -Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non -consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine. -Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì. - -Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle -splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, -di poterle quasi toccare... - - -La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero -commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati -le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici -un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di -giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli -tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel -maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur -affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite -così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato -al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato -di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta -l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si -sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente -inquietudine. - -Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme -paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la -notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor -padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato -curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei. - -Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata -di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo -peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. -Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa -stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia. -Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno -quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo -cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida -faccia che appariva nel viso di lei. - -Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile -ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, -trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva -d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e -di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui -ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le -più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio -invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, -c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza -terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella -e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa -dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove -siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia. - -Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie -della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo -male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità. - -Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed -è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che -affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al -proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce -divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che -ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo -fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. -Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia -l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza -dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio -alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in -quest’uomo mediocre l’amore d’un dio. - -E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà, -riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così -grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non -fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che -avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà. - -Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a -prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito -fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un -istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel -tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza. - -Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura -del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole. - -Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver -compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, -una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, -mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E -nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande -consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente -verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo -tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non -tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di -vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può -essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che -sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla -si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E -allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale -vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, -come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè -amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur -son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava -quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire, -visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era -segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto -fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli -mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso -padre, per solo ricordarsi che si amavano. - -Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria -coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere, -tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore. -Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la -vita.» - -Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero -al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor -due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa -da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta -pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si -balbettano: «mamma, papà...» - -Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era -giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza -riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo -amore...» - -Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne -sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per -dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli -nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza -dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata -impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di -no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. -Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino -allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata -nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono -e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua -forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un -altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua -mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera -gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad -amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva -più dominarsi, era uscito di sè. - -Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche -lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito, -più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che -le diceva: - -— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di -morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo -trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e -andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non -vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei -sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te... -Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre, -che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora -lo vedrei. Stanotte, quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un -tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava -con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia. -Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi -abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?... - -«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per -trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia. -Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati! -è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o -va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori -dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare -dalla rovina la sua sorella che amava... - -«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho -anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa. -E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito, -stamane, fra un’ora...» - - -E partì. - - - - - * * * * * - - - - -I - - -Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, nello -stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso, -per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l’apparenza tragica -di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia. - -Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore non poteva -essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole -che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosità -insoddisfatte, d’aspirazioni veementi verso una contentezza fisica -da lei non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una cosa -gioconda. - -Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente: -provava un senso di malessere davanti a questo amore così tragico. -S’era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un benchè minimo sapor -d’incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo -nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva -incontrato, quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed ancor -suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto -nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginità. Aveva -da lui subíta la prima tentazione, per lui s’era sentita nascere nel -sangue la prima ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di -vergine, così, non altrimenti, lo amava. - -Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire -puramente un amore incestuoso; il male stava così nascosto in lei -ch’ella non sapeva d’esserne contaminata. - -L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama nondimeno -interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece -ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione -l’avvince non discute più e lascia che il proprio desiderio vi si -abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole -quanto il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è sempre -con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi. - - -In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso di una -sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo, -sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe, -tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch’ella non sapeva -reprimere; la notte sopra tutto, nell’incubo del dormiveglia, le -avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo -insane immagini accendersi nell’oscurità. - -Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello scomparso. - -Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, ed era súbito -ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome -le faceva male, il pensare a lui la colmava d’un singolare spavento. - -Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla sola, dopo -che insieme erano stati così presso alla felicità? Quando sarebbe -tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in -tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, per -carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua -voce torbida e singolarmente voluttuosa. - -Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che fare, non sapendo -con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pensò di recarsi alla -Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non -una ne trovò, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole, -affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena -tornata. - -Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la -vita le pareva inutile. - -Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte -giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non -aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui. - -Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia! -Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore -sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei -conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo -del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che -l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi -cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una -infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte -le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il -cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla -piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni. - -Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato -spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè -consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette? -Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore? -Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il -pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la -sensazione d’un incubo angoscioso. - -Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto -stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la -disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui -egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto, -guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata. - -Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla. - -Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti -giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente -aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece -di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua -famiglia, più malcontenta, più sola che mai. - -Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi, -rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere -il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non -poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose -provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per -il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che -non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi -davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede -innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano -quell’anno!... - -Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati -che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era -il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si -sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le -metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle -accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè -stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la -snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire. - -Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi -capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso. -Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza, -irresoluta, si fermò. - -Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e -quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che -sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria -vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un -poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì. - -Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione -indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato. -Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia -dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere -nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una -paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco -stagno, pieno di ammaccature. - -Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei -giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva -tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel -suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana -dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano, -sorvegliar la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne, -mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli -prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto -più ella mostrasse d’aver fiducia in lui... - -Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò persuadere. - -Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le -finestre delle case; pendeva su la città scintillante una rossa cupola -di fuoco. - -Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che aveva conosciuto -le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le -batteva troppo forte, sul pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma -egli era dietro l’uscio e le venne incontro. - -— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando la soglia. - -Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, e vide, a -ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d’un cuoio fosco. - -— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto ed un accento -pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la -propria trepidazione. - -Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel -giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che -pur tradivan nella squisita leggiadria dell’arredo quella particolare -freddezza, quella imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli -grávita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di -fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi -d’estate, quando la sua famiglia era in campagna. - -Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore -di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virtù: la -pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onestà, un -pudore astuto, sicchè non aveva mai rinunziato a credere che anche -Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva -ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa -era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni -sottili. - -Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi -gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per -via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d’inverno, -sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare -sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie -che le mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi -altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa e più rara, che -potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanità e quel certo -sentimento idillíaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine -di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in -tutto conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da -quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta -era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili -attraenze ch’egli poteva desiderare nell’amante sognata; era fanciulla -per di più, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava -sommamente, pur impaurendolo un poco. - -C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello -intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto più grande -lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde provato a guarirsi di -questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era più nel caso di -riflettere, perchè ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza, -che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei. - -Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma fragile: -qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero innocente, poichè, -sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai -debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non -disperava di lei. - -Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio -di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva, -un po’ incerta, un po’ confusa. - -Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne sentiva commosso in -modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che -dirle. - -Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole -con serietà, per non far nascere in lei alcun sospetto. Così le -fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di -fotografie. - -Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto vasto, chiuso -da una cortina. - -— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella sala e furon -seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi. - -Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, co’ suoi roghi di -splendore; lì nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le -stuoie calate, alitava una freschezza riposante. - -Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d’insidia, -la carezzò. - -— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre avuta una -certa paura di te. Su la tua bocca vedo così spesso una specie di -derisione... - -— Davvero? Che bizzarrìa! - -— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini -innamorati sono molto spesso ridicoli. - -— E le donne? — ella fece. - -— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai. - -— Che? grottesche? - -— No, innamorate. - -— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente. - -— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che verrai spesso, che -verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente -al sicuro qui... - -— Ho sete, — ella rispose. - -Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava il -cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere. - -— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse Rafa. — Il -caldo mi fa male. Però quest’anno mi è impossibile partire; l’idea di -non vederti più mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante -l’estate? - -— Ancora non so nulla; non dipende da me. - -— E da chi dipende? - -— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da mio -fratello. - -— E non da me in ogni modo? - -— Da voi? come da voi? - -— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La mia famiglia -m’annoia; verrà forse un giorno nel quale sarò libera, interamente -libera, perchè voglio cantare.» Ti ricordi d’avermi detto questo? - -— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse prossimo, nel -quale sarò libera. - -— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma così -bello che non oso dirtelo. - -— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di buono, che servono -a raccontare le cose troppo difficili a dirsi. - -— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un sogno. Ch’io ti -prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola, -per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto, -una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta, -per non rimaner sola, mi apriresti il cancello. - -— Ah... ed è questo il sogno? - -— Sì, è questo. - -Ella riflettè un momento, poi disse: - -— Continua. - -— Che vuol dire? - -— Dopo l’estate... - -— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. Nell’autunno, -per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi, -anche all’estero, se vuoi... E d’inverno la tua casa in città, una dama -di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il -canto. - -— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome l’anno -rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un’altra, e tutto ricomincia: -la stessa villa, il viaggio, la casa di città... No, grazie! - -— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti -amo da lunghi mesi, ogni giorno più forte? che mi puoi far ubbidire -come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho -più?... Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento. -Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa -proposta? Ebbene, che m’importa? Non voglio, non posso più riflettere! -Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che -vuoi, ma dimmi di sì! - -— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi vedere così -previdente. - -— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti alla sua -poltrona, la ricinse con le braccia. - -— Che fai? che fai? - -— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di bene, sii una volta -buona con me! - -Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo desiderio, con -gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed -ella lo guardò. - -— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa molestia. - -Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le -copriva l’abito, i polsi, di baci minuti. - -— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella domandò -subitamente. - -— Quante? Nessuna. - -— Eh, via! Te lo domando per curiosità. - -— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non ricordo. Non erano -amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto -nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo, -ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una -tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con -me, non ridere!... - -Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la sua bocca, i -suoi occhi, le sue mani, non erano più così tranquille. - -— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti prego... mi fai -terribilmente male... - -Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel -grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia. - -Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di respingere -quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con súbita -ira gli cacciò le dita convulse fra i capelli. - -Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si -lasciò portare... - -Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago -bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr’uomo curvo su -lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto, -e rivisse lo spasimo di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo, -ch’egli fosse tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente -come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti, -per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle -sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di voluttà e di spavento... - -Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza, -per la casa taciturna, subitamente s’intese il grido della sua perduta -verginità. - - - - -II - - -Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò al Circolo, e -comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò con indolenza sopra un -divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome -Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker. - -Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un -fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò la sottoveste, -accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma -faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe -Cianella chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso -di lui. - -Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente sul -divano, e con un senso di vera beatitudine si provò a chiudere i suoi -maliziosi occhi. - -— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero sbadiglio. - -— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori. - -Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma Gigi Saponetta, -giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli -altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato. - -Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando -contro i domestici perchè non trovava un giornale; Lello Fornara, lo -svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d’amore; -per l’uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le -biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini -e del suo giovane allievo Leonardo Sergi. - -— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra uno sbadiglio e l’altro -Beppe Cianella, che non poteva prender sonno. - -Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore. - -— Allora dicevi? — domandò al Cianella. - -— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, contento -finalmente che qualcuno l’ascoltasse. - -— Chi? — domandò il Berni. - -— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella. - -— Ah, va bene. - -— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo le carte. - -— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi quant’era lungo -e volgendo la faccia contro la spalliera del divano. - -— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, ch’era -nervosissimo al giuoco. - -Il Cianella si levò sopra un gomito e disse: - -— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per -sapere con chi. - -L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. Lello Fornara -che aveva finita la sua lettera, s’era accostato alla tavola udendo -que’ discorsi. - -— Io so con chi, — fece. - -— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo. - -— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa. - -Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma -questi, con una mano, fece segno di no. E disse: - -— Meglio assai che una colonnellessa! - -— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni. - -— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna. - -— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». Come? non la -conosci? Rafa le faceva la corte. È lei? - -— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico. - -— Una signora dunque? - -— Ma?... - -E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, che dopo il -fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi -pomeriggi nelle case di convegno. - -— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse -finalmente: - -— Una signorina! - -— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe. - -Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili d’un -qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara, -ch’era una persona per bene, se ne scandalizzò. - -— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella. - -— Su, dillo! - -Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano e prese -un’aria trionfale: - -— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò con enfasi. — -È un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in -automobile insieme. - -— Che? la biondina? - -— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti! - -Se ne fece una chiassata. - -Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli -della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran noti per la -loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialità delle -sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che, -al paro di Camillo Torretta, sul principio d’ogni stagione passava -la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti -sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate -dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte -si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per -esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci. - -Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui -pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un -fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio, -proprietario della sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti -preferiti. - -I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi gli -ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber -fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d’acque -termali. Solevano consultarsi deferentemente l’un con l’altro, perchè -ognuno teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per non -cader nel rischio di portare in due la medesima foggia. - -Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in -dubbio tra un pantalone color «kaki» ed un altro di color grigio perla, -a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale -di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti -premi nei concorsi ippici, quando però non erano montati da lui; -egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding breeches» e sceglieva -distrattamente la stoffa per un «morning-coat». - -Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un -«tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto fra un seta «shantung» di -color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po’ rigida. - -Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia ed anzi con -quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre -avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati -in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro -chiacchiere. - -«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, ed il tenente -Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la -signora Platania era già partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il -marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva -invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non -sapeva se partire già vestito in abito da sera, con un soprabito, o -portarsi l’occorrente in una valigia e cambiarsi all’albergo. - -Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano -a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse -ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi -andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme -una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe -stato allegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la -scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con -quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere, -finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perchè -vi si recasse a far vendemmia...» - -Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo -al sarto che l’accompagnava: - -— Mi raccomando: per dopodomani! - -— Sarà servito, signor Conte. - -Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse verso -l’uscita. - -— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza. - -— Non posso, ho fretta, — quegli rispose. - -— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più! - -— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve. - -— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si mise a dire Max della -Chiesa. Da qualche tempo è divenuto intrattabile. - -— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini. - -Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito -su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la bocca da un sorriso -discreto e misterioso. - -— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino. - -— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia schermirsi dal -raccontare una cosa delicata. - -— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi. - -— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice d’eleganze, -arrotolando il metro che gli pendeva dal collo. - -— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, ci racconti. - -— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser vero, ed in ogni -modo queste cose è meglio non divulgarle. - -— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi... -via! - -— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma sanno, io lo ripeto -perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di -prova... sarà, non sarà... - -— Dunque cosa pare? - -— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante -incredibile... - -— E sarebbe chi? - -— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire... - -— Coraggio! - -Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, chinandosi, -rimpicciolendosi fra i tre: - -— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante... - -Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse: - -— Impossibile! - -— Insomma è quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero -già. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come -d’una cosa certa e v’è persino chi li ha veduti entrare in una certa -loro casa... - -Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su -le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele -Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante. - - - - -III - - -Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a -lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare; -una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di -essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con -impazienza il ritorno. - -Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era -sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e -non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto -era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua -bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un -tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e -d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere -una forma visibile nei suoi lineamenti. - -Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano -per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti -dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e -stivalini da’ calzolai di lusso. - -La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine -vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi -entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè. - -Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle -qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di -cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva -stranamente oscura quando parlavano di lei. - -Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte -l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi, -sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul -desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava -la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso -molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva -un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, -per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua -figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna, -benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era -più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi -fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto -numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva -già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei -maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata. - -Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più -piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si -metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che -tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi. - -Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della -sorella, e questa gli aveva detto: - -— Mándala qui da me; le parlerò io. - -Ella pareva contare immensamente su la propria autorità di madre -feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita -rassegnazione: - -— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra -Loretta!... - -La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva -mai presa troppo sul serio la sua missione d’educatrice, ed ogni tanto, -fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch’ella era -stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d’ogni senso morale. -Que’ bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le -donne che in gioventù son state disoneste, acquistava con l’inoltrar -degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in -questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed -avventurosa, ov’erano dopo tutto i più dolci ricordi della sua vita. -Solamente l’annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con -tutti, con lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non -cessava dal ripeterle senza misericordia: - -— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti! - -Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa -pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i -segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti, -per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e già -da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse il denaro necessario -per comperarsi una mezza dentiera. - -Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli -ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto -di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei -lunghi anni durante i quali aveva taciuto. - -Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era già grandicella -quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così -aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo -indulgente, che ora prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione. - -In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; però bastava -che si mettesse a sorridere perchè padre e madre le fossero ai piedi. - -Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva -per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle faccende altrui. La -famiglia dell’occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia, -perchè a lui mancava per l’appunto il focolare, quel dolce regno -domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il -tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe -stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po’ tetra non v’era -che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera -leggeva o ricamava, ricamava o leggeva. - -Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa -longanimità e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo. -Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di -Arrigo. - -Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto quella sera egli -era da poco venuto nella retrobottega de’ suoi vicini a centellinare -il cálice consueto illustrando le più gravi notizie lette nei giornali, -quando finalmente Loretta entrò, ansante come se avesse corso ed un po’ -scapigliata. - -Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero. - -— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi. - -— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, ironico. — Sono -le otto e mezzo, nientemeno! - -— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso. -Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte alla cintura e si mise davanti -ad uno specchio per ravviarsi i capelli. - -— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò il Riotti, -gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con -disprezzo: - -— Vestita come una ballerina! - -Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse: - -— Buona sera. - -— Dove vai? — le domandò il padre. - -— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze. - -— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho fatto serbare il -pranzo. - -Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi il -cappello, ma lentamente. - -— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò nervosamente Paolo, -che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino. - -— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato! - -Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli occhi si -facevan malvagi, la sua bocca prendeva un’espressione dura. - -— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che ci spiegassimo una -buona volta! Così non è possibile andare avanti. - -— Giusto, — sentenziò il Riotti. - -— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete -poi. - -— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c’è da -spiegarci, spieghiamoci pure; avanti! - -E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello. - -— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, facendogli -un segno energico. - -— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione sua madre: -lasciatela mangiare. - -— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto. - -Seguì un lungo silenzio. - -— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che sei tanto -linguacciuto! - -— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello squadrandola. - -— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi -odii... Dunque parla. - -L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino. - -— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il Riotti, — tu fai una -vita che disonora la tua famiglia! - -Ella si morse le labbra. - -— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la prego di dare -queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perchè -lei qua dentro è un seccatore e nient’altro. - -Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce gli -gorgogliava nella gola e non poteva dir parola. - -Finalmente inveì: - -— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo -padre... - -— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si calmi, signor -Riotti. Anche lei l’ha offesa. - -— Macchè offesa! - -— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, — -chi deve parlare sono io e non altri! - -La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosità -lo vinse e tornò a sedere. - -Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la spalla, con -l’altra gli carezzò il viso. - -— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio poi di male? - -Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. Era così -bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla. - -Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza. - -— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. Lei ti fa -vedere quello che vuole. - -Fece una pausa, poi soggiunse: - -— E visto che tu non parli, parlerò io. - -Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare minaccioso. - -— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico nella -stoffa della camicetta. — E questo? e questo? e questo! — continuò -con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i -braccialetti. - -— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco. - -— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non è vero! Tu non hai i -denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba! - -Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po’ grossolana -gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò a lui cautamente e lo tirò -per una manica. - -— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole. - -— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, senza badare a quel -consiglio. — Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio? -che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che -vieni, che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come se -fossimo i tuoi servi? Cos’è?... - -E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò di averne un -poco paura, perchè i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s’accostò al -padre che taceva. - -— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E fai bene -a vergognarti, perchè anche noi, tutti noi, — disse con più forza — -abbiamo vergogna di te! - -Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò a sedere. Il -petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva parlato; si riempì di -nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo alle labbra, ma non bevve, e lo -depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia. - -— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel -mestiere! - -Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un -poco, e ansava. - -Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i guanti rimasti -su la credenza, e, mordendosi un labbro nell’ira taciturna, s’avviò -verso l’uscio. - -Ma su la soglia si rivolse: - -— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo un poco di pazienza; -fra qualche giorno me ne vado e non darò più noia a nessuno. - -— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla sedia a fatica. - -— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni avrò ventun anni e -nessuno me lo potrà impedire. - --Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una voce amichevole. -— Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, guardando Paolo che -aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. — -Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta... - -— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì sbattendo l’uscio. - -Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa. - - - - -IV - - -Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la -notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo -amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi -e di spini. - -Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva -paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva -il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo -interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui. - -In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la -sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il -passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore -l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare; -aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è -lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso -il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena -del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani -tornerò.» - -Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più -lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato -partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi -ha detto: Resta; non ha pianto.» - -No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir -nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per -impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva -di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le -ho fatto quasi orrore...» - -Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo -in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza -involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra -dell’anima sua. - -E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello -che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che -fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio -darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in -tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...» - -Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita. -Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il -tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale -nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così. -Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non -poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava -per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni -dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima -le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo -conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata -e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di -lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi -d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso -ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio -ismemorato col quale s’era offerta a lui. - -Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa -lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante; -avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro -avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in -sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che -sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza -d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e -già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta -una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a -prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per -godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la -sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno -visibile d’una violenta sensualità. - -Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non -voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente, -strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per -tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io -stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse -non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.» - -Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto -il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo -folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran -oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere -l’uomo che fui.» - -E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar -pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua -bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di -delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con -esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice. - -Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada. -Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il -suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato -vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che -la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere, -certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo -in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno -la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei. - -E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida -faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente. - -Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato -nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo -sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace -fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture, -nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la -possibilità di così fatti amori. - -Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore -perverso in un campo arido. - -Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine -soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla -chiesa, al prete, alla confessione. - -Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento -religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una -profonda e miracolosa eredità. - -Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti -respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore -nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando -la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile. -Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli -suggellò nell’anima il suo grande peccato. - -Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la -custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando -a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra -la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia -d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca -vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante, -e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto -l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava -perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei... - - - - -V - - -— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un -braccio. — Non così presto!... Ho paura. - -La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del -sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro -mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva -il cielo. - -Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo -in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere: -ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli -finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei. - -Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel -cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali -gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti -d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime -colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di -giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza -del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga -scintillante. - -La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta -fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un -brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili -delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un -balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio. - -Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo, -disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come -il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che -s’era insiepata, strillò di paura. - -Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata; -ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di -vento, che saliva in alto, vorticando. - -— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di -compassione. — Corri troppo forte! - -Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura -si sporse avanti e rispose: - -— No, signora, nessuna: ho guardato io. - -Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un -villaggio e bisognò rallentare. - -— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le -automobili camminar da sole, — confessò Loretta. - -— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa -sorridendo. - -Ella parve riflettere un istante, poi domandò: - -— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile? - -— Se vuoi. - -— E’ difficile? - -— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti. - -Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era -calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva. - -— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa. - -— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso. - -— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; -altrimenti si prende una malattia d’occhi. - -— Davvero? - -— Certamente. - -Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio -d’occhiali e ridendo se li mise. - -— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò. - -Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa. - -— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali? - -— Sì, hai ragione. - -Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni -tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel -fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano, -dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi -a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di -cavalli. - -Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce: - -— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo. - -Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la -campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle -colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le -falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su -le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era -vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo -spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore. - -— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho -voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di -stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno! - -Poi domandò con sommissione: - -— Potrò fare queste cose? - -— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà. - -Ella ebbe un sussulto di gioia. - -— E tu verrai spesso a trovarmi? - -— Ogni giorno, Loretta. - -— Quanto è lontana la tua villa dalla mia? - -— Mezz’ora d’automobile. - -Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse: - -— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero? - -— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E -soggiunse: — Vorrai?.... - -— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore. - -— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua -domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che -vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava -gente. - -Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza -fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata -un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico, -subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza, -come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a -vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo -fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi. -Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile -splendore dell’acqua. - -— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio. - -— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose. - -Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture, -sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada -forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor -piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e -d’istorie come un immenso arazzo d’oro. - -La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò -nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre -le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina -discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei -giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande -di gelsomini e di rose. - -A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un -color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in -giù dall’opposta montagna. - -Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo -per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più -bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella -pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando -sotto le stelle... - -Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che -ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel -giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata. -Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante -non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più -terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte -di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la -stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte -non poteva dormire... - - - - -VI - - -Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo fantasma non gli -dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre. -Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di -lei dopo quell’ora di commiato. - -Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le -avventure in cui s’era freddamente involto per cercare uno svago, erano -state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il -tempo, che sono per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non -servivano che a rendere più acerbo un amore come il suo. - -Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito -alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le -minacce, battuto coi più duri flagelli e persuaso che nessun rimedio, -tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile -amore. - -Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato -mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che sono maggiori della -volontà umana, e non più sperava in sè medesimo per la sua liberazione. - -Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; era posseduto -di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un -dedalo senza uscita. Perchè tornasse uomo e ricuperasse nel suo -senso esatto il valore della vita, gli era necessario sacrificare -al suo terribile nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano -prigioniero. - -Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato -pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo -interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni, -le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia -dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui -roteava il suo torbido universo. - -Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo -cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo -continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto -ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale -inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco -ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco -dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che -addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca. - -In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. -Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui -con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente -una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere -il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non -si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non -aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo -mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’ -freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del -rimorso? - -A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in -lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel -disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la -coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva -che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, -sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era levato dalle -radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale -forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il -suo colpevole amore? - -V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, -non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî -incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura -spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate? - -Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così -inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste -appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè -mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor -femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla -forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima -nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che -irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se -avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose! -Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era -sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di -certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo -nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua -scintillante nudità. - -Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei -o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla -brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli -conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano. - -Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè -sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace -di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato -insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel -coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non -di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, -si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare -preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da -costui gli fosse tolta. - - -Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate, -mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa -ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra -della sera. - -Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva casa per casa, e -ch’era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento -che già fosse la sera, per poterla traversare più facilmente senza -incontrarsi con alcuno. Lasciò i bauli alla stazione, e salito in -vettura si fece condurre alla casa del padre. - -Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli -batteva il cuore. - -L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di lì, per quelle -strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara, -il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que’ -medesimi che aveva portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato -su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine -bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua -vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni -tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava. - -Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in -una specie d’ossessione. Tornò ad amare la sua città, perch’ella vi -abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni -che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia -di assaporare lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una -cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo del -suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, fece fermare ad una -bottiglieria, vi discese. - -Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti da sera, -andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò chiamandoli per nome, -forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e -passarono in fretta. Ne rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano, -e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura. - -— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina! - -D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste famiglie di -piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i -tavolini dei caffè, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le -tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille -azzurre. - -Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa paterna. -Giunse. La bottega era già serrata; egli restò qualche attimo davanti -al portone per non apparir troppo commosso, poi entrò per la corte -e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti, -l’Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco. - -E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò. - -La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria vi -spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v’era gente -affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche -scoppio di risa. - -Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l’Eugenia lo -riconobbe. - -— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al sopraggiunto. -Egli tese loro le mani, poichè non poteva parlare. La madre gli venne -incontro e l’abbracciò. - -— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi di quel nome. - -Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose. -Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena: - -— Bravo, sei tornato. Era un pezzo! - -Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta. - -Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declamò: - -— È sempre il benvenuto chi torna fra noi. - -— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente. - -Rispose Paolo: - -— Non c’è male, come vedi. - -E gli altri tacquero. - -Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi -l’aria di nascondere un penoso mistero. - -— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante. - -Dopo un silenzio Paolo rispose: - -— Non c’è. - -— Come non c’è? È fuori? - -— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata. - -E gli altri tacquero. - -— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò il Riotti. - -Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia erano -rimasti in piedi. - -— Io? Di lontano... - -— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi le mani. -La ragazza intanto lo guardava co’ suoi piccoli occhi attoniti, ed -una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia -femminile. - -— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò la madre. — Ma ci si -vede così male qui... - -— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È il gran caldo. -— Si girò intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse: - -— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà? - -Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ stupiti: -supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro. - -— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano le parti -ironiche. — La signorina non ha ore fisse! - -Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino. - -— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti. - -E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo, -entraron dopo di loro. - -— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, con la -viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza suggerì a sè stesso: - -— Finisco la mia pipa. - -— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la madre, entrando nella -stanza illuminata. — Figlio mio, cosa t’è accaduto? Non sei più tu! - -Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo -vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata. - -Egli cercò di sorridere: - -— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per molti giorni. - -— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio! - -— No; ora sto bene. - -Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a lui, con la bontà -impacciata delle persone semplici. - -— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la sua premura. - -— Grazie, Paolo, nulla. - -Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era -più che mai un estraneo; perciò non osavan troppo investigare nella sua -vita misteriosa. - -V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata condita -con aglio odorava forte. - -— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre. - -— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è? - -— Loretta... - -— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a lui con una -faccia spettrale. - -— È via... è partita... è fuggita insomma... - -— Fuggita!?... - -Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento -per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre -allibirono del suo terrore. - -— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi ancora come per -soccorrerlo. - -— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese con la voce -strozzata. La madre corresse: - -— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha detto prima... - -Arrigo radunò tutte le sue forze: - -— Ma dove?! — gridò con ira. - -— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre. - -— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena... - -Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia. - -— Sai... è una sgualdrina... — disse. - -Arrigo scattò in piedi con un balzo. - -— Cos’hai detto!? - -L’altro fece con la mano un gesto vago. - -— Nulla... dicevo così per dire. - -Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi -con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne -lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi. - -— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una orribile voce. - -Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e girò -su la sua famiglia uno sguardo minaccioso. - -— Non lo sapete?... - -Il padre rispose: - -— No. - -— Da quanti giorni è partita? - -— Saranno dieci giorni. - -— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo pensiero il tempo da -che s’eran lasciati. - -— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando innanzi la -mano come per insultarli. - -— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle. - -— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più duramente, con -una voce implacabile. - -La madre s’era messa a piangere in una poltrona; Paolo s’era fermato -contro un mobile e fissava Arrigo con stupore. - -— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo fare noi contro -voialtri?... Ci ammazzate, e basta! - -Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si -lasciò calare sopra una seggiola e continuò a tossire. - -Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti. - -— Disturbo? — domandò con mansuetudine. - -— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza muoversi. L’altro -volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore. - -Arrigo fissò il fratello: - -— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Non ti occupi di -nulla, tu? Non sai dov’è andata tua sorella? - -L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche parola fra i -denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi -come se volesse affrontare il fratello. - -Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli -fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio -primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione. - -Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per accusare forse, -intorno alla fronte di quell’uomo debole che per tutta la sua vita non -aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennità si -cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano -la sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente -il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo sul focolare -semispento e può benedire come un santo o maledire senza remissione i -figli nati dalla sua virilità. - -— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare tuo padre -e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni? -Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai -fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato -le spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua sorella, -peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, quello che aveva -il dovere dell’esempio. Sei tu che l’hai portata fuori di casa per il -primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi è perduta per -noi, se oggi si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè -sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un -uomo cattivo!... - -La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse. - -Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso -terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua colpa da colui che -non la conosceva, quando pensò che accusavano lui di averla buttata -nelle braccia d’un altro, lui che si struggeva d’un amore insanabile, -quando sentì che la sua opera nel mondo era stata solamente quella -di corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel suo -perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il -suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro -tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l’accusava, -quel padre taciturno ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte -d’amore. - -Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo la sua -bocca sinistra. - -— Va bene, — disse lentamente, — va bene! - -Poi continuò, scandendo le parole: - -— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo rovinato e -perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato e perduto. - -Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di -dolore; indi riprese: - -— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate -impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete -responsabili di tutto quello che può succedere. Non dimenticatelo: voi -tre! - -E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro. - -Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi intensi. -Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, duramente, con un -atto di sfida. - -— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, con un tono -ambiguo. - -— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo. - -— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai? - -Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di -rispondere; ma l’altro non gliene diede il tempo, e riprese: - -— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali! - -Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la madre dette un -urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose. - -— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io! - -Col braccio teso gli additava la porta. - -Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse. -Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche -urlassero ad alta voce l’infamia di cui s’era contaminato... - -Chinò la testa silenziosamente, ed uscì. - -La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa, -terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo travolse nel suo flutto, -come un naufrago in balìa della fiumana. - - - - -VII - - -Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa -calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella -tragedia imminente con una spaventosa lucidità. - -Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua -catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo -mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un -istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia -definitiva. - -Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della -solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno -smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito -come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana -rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro -la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo -focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica. - -Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in -quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere -il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta -che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte -le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed -aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare -di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore. - -Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra -del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente -cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in -paragone dell’altra sciagura. - -Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo -quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui, -su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro -dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli -non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal -ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era -stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia -d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore, -se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella -provare che una pietà profonda. - -L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una -speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle -somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore. - -Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo? - -Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti -al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le -finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva -quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle -villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto -che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia. -Era partito in automobile. - -— Da quando? — egli domandò. - -— Forse da una decina di giorni, o poco più. - -Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva -dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case -si chinassero su di lui. - -Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva -davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due -soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e -che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e -non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai -fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue -braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva -la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma -lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.» - -S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano... - -Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il -fragore delle strade gli parve assordante. - -— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E -poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse -non è con lui; forse mi cerca.» - -Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli: -— «Mai più»? - -Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo -guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce -di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan -come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè, -nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia -sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria -dov’era solito fare una sosta prima della colazione. - -Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già -partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni -estivi. - -Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore: - -— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti -cápita? - -Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli -rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e -mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i più con -un pretesto o con l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran -stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non -accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene. - -Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicinò. -Quest’uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a -farsi perdonare dall’indulgenza del prossimo. - -— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar discorso. - -— Infatti. - -— Come mai? - -— Non stavo bene, non sto bene ancora. - -— Si vede. - -Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento. - -— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con indifferenza: — È -vero che vai a stabilirti via? - -— Io? Perchè? - -— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci! - -E se ne andò fischiettando. - -Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste, -quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse -già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa, -s’erano fatti vedere insieme? - -Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non -v’era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non -era affatto intimo e che lo salutò appena. Si mise ad un tavolino da -solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo. - -Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si recò nelle sale -del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello -che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando -qualche mobile con una pigra lentezza. - -— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza interrompersi. -Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che -la fama d’un gentiluomo è spesso in mano di costoro. - -— Come stai, Pietro? — gli domandò. - -— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po’ dimagrato. - -— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni? - -— Niente: un gran caldo. - -— E d’altro? - -— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie! - -Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento -di coloro che da venti o trent’anni, ogni giorno, sbrigano le stesse -faccende e vedono succedere le stesse cose. - -— Baruffe? — domandò Arrigo. - -— No; son quasi tutti in campagna. - -— Pérdite forti? - -— Qualcuna. - -— Pettegolezzi? - -— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre! - -— Su chi? - -— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!... - -Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in -estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di -non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse: - -— Addio, come va? - -E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola -del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro -animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno -e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere -occupatissimi al loro gioco. - -Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori. - -— Che novità? — fece. - -— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo -Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca! - -Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo -assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare -la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con -Totò Rígoli. - -— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del -Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito -per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva -già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco! - -Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. Il -Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le -loro con affetto. - -Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che -andavano tessendogli una corona di spine. - -— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in pochi. Tutti via, -coi papà, con le mamme, con le sorelline... in campagna! - -Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere un riso -discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che alludevano quegli -scherni velati? Non avevan dunque nessuna pietà di lui? Non lo vedevano -morire? - -— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono alle cinque -col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno i figli legittimi -alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le -ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio -nome, — per esempio: «Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, qui -da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, che spendono -un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli -spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo -noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta -l’estate a soffiare dal caldo in città. - -— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i tuoi sproloqui? — -esclamò lo Spada che perdeva la partita. - -— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. — -I misteriosi che non si sa dove vadano, nè con chi vadano, nè perchè -vadano dove appunto vanno... - -Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con -un risolino pieno di malizia. - -— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è lo Spronelli, -detto Coditrémola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e -indispensabile amico Lulù Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono -in luna di miele. C’è il tenente Calógero, che ha chiesto tre mesi di -licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti -sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il -Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a -fare una «tournée» artistica nelle bische francesi; Torretta che va -ad imparare il «bridge» in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante, -che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra -i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la -situazione estiva della nostra compagnia. - -— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un altro -misterioso... - -— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi quasi me -ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito per ignota destinazione, e -quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia -tu... - -— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata. - - - - -VIII - - -Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto. - -Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo -fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, ma d’un colpo irreparabile -aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo -alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette -pubbliche. - -Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello scandalo palese -l’odio e l’invidia lungamente contenute. Il nome infamante, l’aspro -epiteto di lenone, gli sibilava nelle orecchie ronzanti, lo feriva -nel mezzo del cuore, come se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse -dietro per beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l’accusavano di aver -venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato nell’ombra -il mercato fraterno, forse di averne già riscosso il prezzo. E la città -lo sapeva; per ogni strada la notizia correva di bocca in bocca, ad -ogni limitare si parlava di lui, di lei, dell’altro; era un bisbiglio -continuo, súbdolo, che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello -esagitato la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei, -che volava nelle risate della gente. - -Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in cento a sbarrare -il suo cammino; la fiamma nascosta sotto la cenere avrebbe illuminato -di un crudele rossore il suo pubblico dileggio. Strappatagli di -dosso la sua veste di gentiluomo avventizio, anche i più benigni non -avrebbero ritrovato in lui che il fratello della mantenuta. - -E udiva rinchiudersi dietro di sè, con un sordo fragore, le porte -dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie che aveva -pazientemente forzate; facce avverse vedeva, bocche orlate di scherno, -occhi obliqui volgersi altrove per non rispondere al suo saluto. - -Tanti anni spesi ad un lavoro ábile, tenace, assiduo, eran ormai -sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; l’inviolabile signorìa -si asserragliava novamente nel suo cerchio di privilegi — e questa -volta per sempre. - -Ecco il dono ch’ella gli aveva apparecchiato per il suo ritorno ed in -cambio dell’amore ond’egli si moriva per lei. - -Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua disperata -passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto ella lo ferisse, non -gli riusciva d’avere contro lei alcun rancore. Dal fondo invece della -sua coscienza risvegliata una voce gli parlava, con le stesse parole -del suo padre accusatore: «Sei stato tu che l’hai portata fuori di casa -per il primo; se oggi si disonora la colpa non è nostra, è tua! tua!... -perchè sei stato un cattivo figlio e in tutta la tua vita non sarai che -un uomo cattivo!» - -Ed allora si ricordò di quel primo giorno ch’ella era venuta nella sua -casa, con un braccialetto d’oro al polso, il braccialetto di Rafa, e -ricordò tutto quello che avevan discorso fra loro, stando egli supino -sul letto, ella seduta su la coltre, quando, fra quel calore, fra -quell’odore che veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua -purezza il primo sguardo colpevole. - -Invece di ammonirla s’era fatto il suo complice, per farsi amare da -lei; giorno per giorno l’aveva quasi ammaestrata nella corruzione, le -aveva scaldato nel grembo il piccolo serpe della lussuria, che li aveva -poi allacciati insieme nel suo nodo convulso. - -Atterritamente sentì che una forza invincibile si era drizzata contro -la sua colpa e che più non eravi alcuna ribellione da tentare, alcuno -sforzo nel quale adergere l’ultima volontà, l’estrema speranza. Il -suo nemico non era più solamente racchiuso nella sua coscienza; ora -usciva, lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest’uomo, che si -era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente la sua -battaglia, provò allora un infinito bisogno di tutti, e si volse a -cercare intorno a sè un amico, un amico fraterno e buono in cui versar -la sua pena, un tetto soccorrevole sotto il quale trovar rifugio. - -Ed allora solamente si ricordò di una donna ch’egli aveva oppressa e -fatta piangere, una donna che lo aveva sempre soccorso, ch’era pronta -sempre a tendersi verso di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli -sapeva che da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai -strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato un sorriso. - -Camminò per i marciapiedi avvampati, lungo i muri che gli gettavano -in faccia una luce abbagliante; camminò, vedendo solo fulgori e grandi -circoli di sole, che gli roteavano intorno come per allucinarlo. Tutti -i rumori della strada, anche i più comuni, gli parvero insoliti, e -mutati gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza -dell’enorme dolore che lo travagliava. Come se un’immensa catastrofe, -d’un tratto, fosse avvenuta in lui, l’anima gli restò sepolta sotto le -rovine del suo mondo interiore, ed inerte come un automa egli ubbidì -solamente alla sua paura. - -Quando giunse nella contrada ove abitava l’amante, quando rivide quella -casa dall’aspetto un po’ tetro, ma con un suo balconcello fiorito, col -suo portone ampio e scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli -si aprì di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, la -fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente sorgere di lontano -il tetto di una casa ospitale. - -Avviene talvolta che la più antica fra le nostre abitudini ci sembri -nuova, ed un luogo per il quale siamo le cento volte passati riévochi -subitamente in noi la dispersa memoria d’un’anima che anticamente fu -nostra. - -A nessuno è dato conoscere come un luogo, un oggetto, un essere, siano -veramente in sè stessi, fuori dalla nostra sensibilità e svestito -dall’immagine che noi gli attribuiamo. È il nostro cuore che fa parlare -le cose, e noi, attoniti qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel -salire le scale della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno -un’onda di sensazioni confuse; guardava con una specie di curiosità -l’aspetto di que’ muri adorni d’antichi affreschi, di quegli scalini -larghi e lenti, che aveva tante volte contati macchinalmente nel -salirli, di quella ringhiera in ferro istoriato, un po’ rugginosa, che -portava nelle congiunture de’ suoi fregi una incancellabile polvere; -guardava l’aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla parete sul -primo pianerottolo, dove c’era un cassabanco in legno scolpito. - -E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia di molti -anni, la storia di tutte le cose ch’eran passate fra loro, dai primi -tempi, quando l’amava d’un capriccio forte, agli ultimi, quand’ella -era divenuta per lui un peso necessario, anzi una indispensabile ma -tediosa catena. La rivedeva, qualche anno addietro, ancor bella e -desiderata da molti, co’ suoi lisci capelli neri che le facevan su la -nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui gli occhi -ardevano d’una vita spirituale; e quand’ella gli si rifiutava con tutte -le scaltrezze voluttuose della donna che prevede l’imminenza del suo -fallo, e poi le lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia, -tra i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le veloci -sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la tempia contro il -violino, avvolto nel profumo della sua carne pallida, curvo su lei, -desiderosamente... - -E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, quando già da un -pezzo egli si sentiva amato, e già le sue calde labbra si erano date -a lui, di sera, nell’ombra, con brivido, su l’orlo d’un pericolo -meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un -colore di poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua semplicità -era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della sua persona somigliava -singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l’antico -avorio, come l’ambra soave... - -Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante lacrime -le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate -in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di -quelle tempeste che soverchiano il cuore... - -Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, per onestà -forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche -volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l’evidenza di quello -sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava -nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua -bocca un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano di -leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel -cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si -raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che -stanno per mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. Ma -egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, nè dirle -che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all’orlo della bocca certi -acutissimi scherni... - -Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue braccia nude, -nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte -che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le -s’inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava più -quell’odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo -fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un’altra -carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta -la sottile cenere del tempo. - -E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la -giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo nel calore d’un’altra e bevo su la -bocca d’un’altra questa voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile -cosa? - -E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria crudeltà, poichè -in lei rimaneva la febbre, il desiderio più giovine degli anni, la -voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un’altra, -di ricevere da un’altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore -della passione, come un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada -sfiorendo; e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte chinata, -ella pareva guardarlo con infinita malinconia. - -C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le virtù che sono -state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino -insieme per comporre una fedeltà unica, una sola poesia. Ed è allora -che nel suo amore pénetra un senso vago di maternità, si fonde una -tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di -porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta -misericordia d’una suora di carità. - -Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale si orna -la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di -piacere. Nel suo commiato dell’amore, che in fondo è per la donna tutta -la storia della sua vita, ella vuol essere più bella che può. - -Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria — -il più voluttuoso ed il più triste: quando sentì per la prima volta il -desiderio d’un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e -quando, in un bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che -non sarebbe amata mai più. - -— Clara! - -Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva rumore. - -Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e -restò perplessamente a guardarlo. - -Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva così -travolta la sua vita? Non era più il medesimo, quegli che tornava; non -lo riconosceva più. - -Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra -due che s’incontrano, vi son tante e così terribili cose a dirsi, che -le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verità: segni -troppo incapaci di esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si -parla solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la confessione -è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e mutamente ha devastate -le anime. - -Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione così -forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro -inconfessabili pensieri. - -Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona. - -— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si coverse la faccia. - -Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello strazio che -dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con una mano gli carezzò i -capelli come faceva di consueto. - -Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò. - -Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la -dolcezza consolatrice d’una lacrima gli era salita fino alle aride -ciglia. E in quel momento, dal suo più profondo essere, sotto la -carezza di quella mano timida, sentì qualcosa commuoversi dentro -l’anima che non era più disperazione, che non era più furore, ma -una voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi di -comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle: -«Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...» - -E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili. - -Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona, -mise la fronte contr’una sua spalla e rimase ferma. Così lo ascoltava -piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza -le sue lacrime, poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse -nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui. - -Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la -loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano per sempre -divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volontà, l’uno e l’altra -provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuità -incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi -fraterni la loro morte interiore. - -Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo, -come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava -con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un’infinita bontà, una -disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo -veduto, bello e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto -il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, così lucidi, -che parevano pieni di sole... - -— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando intorno lo -sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli -era tuttavia familiare. - -— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella rispose -pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio. - -— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente ogni cosa? - -E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d’amore, -che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono di sorella e -d’amante. - -— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio povero amico. Ed è -forse troppo tardi perchè io possa fare qualcosa per te. - -Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, come fosser -lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti del suo cuore. - -— Ma quello che non so, — riprese, — è dove sei stato finora, dove sei -fuggito, che hai fatto? - -Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che suscitò in -quel silenzio un’eco sinistra, e parve il riso implacabile d’un’anima -gonfia d’odio contro sè stessa. Poi, di scatto, sorse in piedi, -spingendo indietro la poltrona, e, fermo davanti a lei che rimaneva -inginocchiata: - -— Non hai orrore di me? — chiese, fissandola. - -Clara gli sollevò nel viso gli occhi mansueti: - -— Povero mio amore... — gli rispose con dolcezza; e si levò. - -— Non ti faccio orrore, dimmi? - -— Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sarò sempre la -tua amica e non ti devo giudicare, io. - -Egli abbassò la fronte, con vergogna. - -— L’ami? — ella fece, così piano che appena si udì. - -E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido e non volle -rispondere. - -— La mia vita è morta, — disse. — Ho tutto perduto in un giorno; tutto. -Vivo in una specie di vertigine. Son venuto da te, perchè sei il mio -ultimo rifugio. E pensavo che anche tu mi avresti respinto. - -Poi gli salì un rimorso fuggevole dal fiore dell’anima: - -— T’ho fatto piangere molto, non è vero? - -Ella rispose: - -— Che importa? - -Allora si risovvenne d’essere donna, d’aver tuttavia qualche grazia -nella sua consumata persona, di potergli forse dare un conforto -parlandogli con la sua voce più morbida, lasciandolo discorrere della -sua pena; e gli si fece presso, gli posò le mani su le spalle con un -atto debole e dolce: - -— L’ami ancora? — domandò. — L’ami ancora molto? - -— Con furore! con furore! — gridò egli, senz’alcuna pietà. - -Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito che l’assaliva. - -— Raccóntami... — fece, con la estrema curiosità del suo tormento. — A -me puoi dire tutto, se questo ti fa bene. Io non sono più nulla, tranne -che la tua amica... Raccóntami... - -— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi? - -Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira: - -— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio. - -— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran dolore che ne -avrebbe. — Non è mai inutile raccontare quello che ci fa male. - -— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò cupamente, -quasi parlando a sè medesimo. E disse tre volte queste parole: «la mia -sorella», come se trovasse un’acre sapore nell’orribile nome. - -Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose: - -— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perchè fosse mia! -Lo sapevi? - -— No, — ella rispose impallidendo. - -Il fratello di Loretta riprese: - -— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è attorcigliata -intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che -l’avessi pensato mai, la tentazione mi si è presentata, nuda, folle, -terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto più pace. -Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore della sua -persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su -tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi -coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male -venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi -dal suo medesimo respiro. - -Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena di nervi, -piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo cálice, in -cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso -a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi -questa orribile sete mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è -salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve -condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per combattere queste -orrende passioni. - -Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava -nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di sè. -Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto -m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo, -io tremando; e c’era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma -una forza invincibile. - -Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, mi si -offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè me. Tutte le lascivie -che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio -nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi -roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè vuoi che ti -racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, e súbito ricominciò: - -— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son -divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me -l’appagarmi, eppure non potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore, -qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì: -terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia carne stessa, -che non poteva contaminare la sua. Perchè?... Lo sai tu il perchè? - -Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza battere le -ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata. - -— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso è -troppo tardi; un altro me l’ha presa... è tardi! Mi amava: non mi ama -più. Si è data, con gioia forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè -sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato -contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare. -Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le mie braccia nelle braccia -d’un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme... - -Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; poi -ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta nella mia casa, e si -è spogliata. Non dimenticherò mai quella prima volta che vidi le -sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticherò, quando -eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava -con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava, -si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo -spavento che può essere nel primo desiderio d’un’amante. Ma, invece di -prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda, -sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato -indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che -vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io viva: — mio padre. -Sono fuggito lontano, all’impazzata, in cerca d’una liberazione. Mi -odiavo, sentivo di me lo spregio che si può avere della bestia più -immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva -dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè -lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne -trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire -altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei... - -Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un uomo ferito nel -petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominciò: - -— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: «Sei mia.» -Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno -e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che -fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi -respingono... Che fa? Che fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma -l’amo ancora, e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il -mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve ancora -chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti -faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male -voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare -il mio peccato fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se -questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?... - -Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si -mise a scintillare sopra una scatola d’argento. - - - - -IX - - -Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita -in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una -prigione fatta col suo grembiule riverso. - -Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia come i suoi -capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi d’un colore di cenere -spenta. - -— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate, -signora: splendono! - -Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni su. - -Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica, -venne davanti alla sua signora e disse: - -— Guardate. - -Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron -via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di -stelle. - -Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo carico di -vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di póllini maturi. - -Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini -aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro -tappeto d’innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s’era messa -una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena -solitaria, non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i -sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre per le -strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche -di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva -noleggiati presso un vetturale di que’ dintorni. Ma invece, la sera -dolce, inebriandola a poco a poco, l’aveva lentamente addormentata -su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali -d’illustrazioni e di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine -mentr’ella si addormentava. - -Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a -guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel -buio, come lucígnoli deboli sotto il vento. - -Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il calor del -giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressochè -invisibile; tutto, a perdita d’occhio, pareva sopraffatto ed esausto -per la fatica enorme dell’estate. - -A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel -villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con -serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d’una donna, la -quale forse ninnava il suo bimbo. - -Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un cespuglio, -Loretta disse a Lazzara: - -— Dove sei stata? - -— Nei campi. - -Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno. - -Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal -cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè Benedetto era un bel -giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole, -co’ suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano -rosso che prima era stato all’occhiello del suo galante. - -— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara. - -— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta rispose. - -A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a -rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti -passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano già fatto -nascere qualche malumore. - -— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari dopo la -mezzanotte, come sabato scorso. - -— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo, -guardò con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad -una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra -si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse -d’una polvere d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo -di stelle. - -Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poichè l’età -le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si -occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di -mano alla cuoca, faceva un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse -che un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ grembiuli -fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina -molto strana. - -E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan compagnia; -discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle. - -Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, nátale da un -amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la -picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in città a -prostituirsi nella mala vita, e più da quel tempo non la si rivide. -Allora Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi -nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch’era -venuto ai settant’anni senza mai peccare, se l’era tolta seco per far -opera di carità e voleva educarla come una figlia; ma non potendola -frenare, l’aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un -ismodato amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè -un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva d’aver fatto -molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da -qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura. - -Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, e lavorava e -le facevan la corte. - -— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo che Lora, -taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava -nella chiara notte, un po’ ebbra di quella solitudine. - -— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno. - -Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona di vimini, -presso il lume velato. - -Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle -rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore. - -— E tu hai sonno, Lazzara? - -— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i sogni che faccio mi -túrbano. - -— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni? - -— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l’altro -mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò fare, assai lontano di qui. - -— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara? - -— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace -ogni cosa che va lontano. - -Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo -all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari -le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora. - -— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla fanciulla. - -— Sì, signora; più di quattro anni. - -— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto. - -— Sì, una bella notte che non dimenticherò. - -— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i -tuoi racconti. - -La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le -ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale -selvatico e docile. - -Poi si mise a raccontare... - - -Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano -in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli -incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E -poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili -pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta -infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi -odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi -che ondeggiano, il vento e la libertà. - -E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola, -con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile. - -Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel -silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro -che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan -nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità, -quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra -che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che -volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una -finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile... - -E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come -fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci, -due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le -colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto, -si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il -ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un -fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi -vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare, -in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante -luna. - -Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno -della croce, e si lasciò cadere... - -Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli -odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba -rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li -scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una -bella criniera. - -Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano -da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò -prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide -allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la -primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida -di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal -cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la -ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti, -ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della -falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione -lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie, -dell’inverno, con la sua squallida neve... - -Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica -lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre -con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per -lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte -senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia -meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della -luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza -conoscere la tua strada.» - -Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella -ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo -Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala -invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più -ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva -nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo -distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più. - -Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle, -muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un -podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava. -Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le -foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più -lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte -serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane; -s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e -le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un -frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed -era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare -la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio. -Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie, -più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi, -perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso, -gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con -un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata, -soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio, -immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e -stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano -come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità. - -Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba -il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida; -le capinere del bosco trillavano a voce spiegata... - - -Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe -inteso un rumore. Ascoltarono. - -La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i -suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella -profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e -rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi -fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano -tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, -disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una -conca scintillante. - -Ascoltarono, più attente. - -— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua. - -Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia -pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo della notte d’estate, -un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominciò. - -... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria imparata -nel convento: - - Date un pane, buona gente; - nel mio sacco non rimane - più niente... - Buona gente, chi mi fa - per l’amore del Signore - la carità? - -E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul -declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed -era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore. - -Ad un casolare, certa donna le parlò: - -— Come ti chiami? - -— Lazzara. - -— E che hai fatto sinora? - -— Nulla: ho camminato. - -La donna stette un attimo pensierosa, poi disse: - -— Entra. - -Così la presero per il tempo della mietitura. - -Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un -mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra -d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada -maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan -di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il -pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta -nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi -dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza, -si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era -un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di -capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. -Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan -le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si -muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore. - -Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece -una smorfia e rise forte. - -— Buon dì! - -— Buon dì. - -— Fa sole... - -— Che sole! - -Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme. -Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una gatta snella e indolente. - -Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di formaggio, -una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono -in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perchè, risero. - -— Fa sole... - -— Che sole! - -— Già, e non piove... - -Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le -portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento. -Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia -mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, -che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco -profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor -di selvatico. - -Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da -non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei -piedi scalzi batteva la terra, ma forte. - -Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque, -non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così -tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio -ed essere il silenzio stesso. - -Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta, -rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche -fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, -tondo — e se ne rammentava. - -— Che avete, Carlo, a fissarmi così? - -Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso, -cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a -lungo la fermentazione d’un tino di mosto. - -Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come -una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si -sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata -sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano -intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; -ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano -così. - -Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un -riso sciocco. Egli avanzò la mano. - -— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!... - -E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate, -avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura. - -Cantavano, strillavano, le cicale. - -Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via. - -Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la rapida corrente. -Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una -casa, e di più grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti -all’anfiteatro di una città splendidissima. - -Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello -nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. L’acqua scendeva, lenta -e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame -d’argento. - -— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che buttava un mucchio -di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro. - -— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi. - -— E a piedi? - -— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e si volse. - -— Io ci vado, — ella rispose con serenità. - -Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con -qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che -aveva preso il colore dell’acqua e del vento. - -— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse: -— Ma che ci vai a fare? - -— E tu? - -— Porto legna. - -— Sicchè fammi salire. - -Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: — -Tanto fa!... il battello è carico; sali pure. - -Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in -silenzio, come vecchi amici. - -Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una -copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò. -Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del -timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto -s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di -cosa stracca. - -Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva -su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle. - -— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere -sotto i denti? - -— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta. - -Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia. -Fumando, il battelliere la osservava. - -— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto -lacera? - -Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba... - -Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva -sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il -battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua -chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa -tremantissima. - -— Come ti chiami tu? — fece il battelliere. - -— Io, Lazzara. E tu? - -— Benozzo; io, Benozzo. - -— Ah... - -Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata, -che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto -si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore -della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei -boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano -il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale. - -— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per -il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno -laggiù!... - -In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa un’ombra nera; due -volte, tre volte, visibilmente, s’era mossa un’ombra nera. - -— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma -un poco impaurita ella pure. — È forse un gatto... forse il vento... - -— No, taci. - -L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, buia nel buio; -l’intesero che si moveva. - -Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò: - -— Chi può essere? Gli vado incontro, signora... - -In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale -illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, irriconoscibile, che -fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si fermò. Ma Lora dette -un grido, e per non vederlo si coverse la faccia. - -Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della scalinata, -volle parlare, forse gridare, ma non potè. - -Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso, -gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i pugni affondati nelle -tasche, forse pronti sovra un’arma invisibile. - -Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; poi fece -due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro. - -— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non voglio che si -gridi! - -Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, fecero qualche -passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si -rovesciò, si spense. - -Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto curvato innanzi, -con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra. - -— Chi è? — bisbigliava Lazzara. - -— Taci... - -Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un di que’ silenzi -ambigui che l’anima più disperata frammette come un indugio davanti al -suo più disperato coraggio. - -Ma súbito egli disse con asprezza: - -— Voglio rimanere solo con te. Mándala via. - -Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor più vicine. -Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto da una specie -di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste, -insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ciò -gli facesse un male estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol -per averla un attimo veduta. - -— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora... - -Forse già era un’altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per -quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor -temere; sicchè d’un tratto, abbassando il viso con una specie di -obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via. - -Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la -ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per -mettersi a vigilare. - -Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un -braccio verso la porta ov’era scomparsa Lazzara. - -— No, no... — balbettava — lásciami... - -E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s’andò a -rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un -rifugio. - -Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto insieme il -più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima umana contenere il -palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso -delitto, forse perchè incapaci entrambi di sopportarne la tragica -e disperante felicità, non era più che uno spazio breve come il -braccio, lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto -di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro -un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un -narcotico, e c’era, lì accanto, una casa pressochè deserta, piene di -stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio così la -più nera complicità come la più efferata beatitudine. - -E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili, -roteava una notte quasi magnética, tanto era bella e splendente, quasi -inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di -assurdo, quasi di crudele, poichè non dava il sonno, il riposo, la pace -nè il dolcissimo oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie, -un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante -anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una voluttà oltremortale. - -Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi e così vinto? -Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in sè? - -Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato, -come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la -guardava. - -La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana, -in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia -trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo, -diviso nel mezzo da un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra -i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle -ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei, -con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d’una -vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po’ turgida, come se -vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna -perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente -come l’avena d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo, -era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, con le -sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con -il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva, -con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa -intangibile purità. - -Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana; -era lì. - -«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve suonasse nel rumore -dell’infinito, nell’opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorità. - -E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella -muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare -l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel -caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti, -lì, nella gola, dov’è la voce che canta, che dice le parole d’amore, -che rántola, nello spasimo e nel piacere, istessamente... - -Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non essere così forte -ancora da poter compiere il suo disegno, poichè, più che tutto, quel -soave álito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come -una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse -la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per -sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli disciolti, su -la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso -annegamento... poich’ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa -inebbriata morte il fervore del rinascimento. - -Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano, -lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi al lor funesto potere. - -— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di scherno, poichè la -vedeva tremare. — Non ancora. - -Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua -persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un così grande -imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiamò -per nome. Con la sua propria fragilità, con la sua propria duplicità -di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino, -indovinando il dramma imminente. - -— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto nelle braccia -protese. - -Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di quelle mani -minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa viltà lo -fece ridere, d’un riso straziante; perch’egli forse avrebbe voluto che -si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in -lui quasi un rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come -ad uno straniero. - -Allora egli le disse con violenza: - -— Guárdami! - -Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il -braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia. - -— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me? - -Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve -dinanzi a fronte scoperta. - -— Mi riconosci? - -Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza -ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una -parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà. - -— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono -ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso! - -La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro -d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di -avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era -venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le -due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena -di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili -comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un -angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo. - -E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità. - -L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare, -forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si -rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso -enorme della sua propria disperazione. - -Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non s’era spezzata -e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli -piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili. - -Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul -terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell’angolo, sempre -rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui. - -Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi con fatica la -persona stanca. - -— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la prima volta -all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch’era -stato fra noi? - -Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere disse con forza, -con ira: - -— No! - -Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla. - -— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa vita un po’ pigra -ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po’ troppo... La -vestaglia ti si dislaccia... Non eri così quando ti conoscevo io. Forse -Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada! - -Prese uno sgabello e vi sedette. - -— Discorriamo. - -Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse uno sforzo -indicibile per continuare su quel tono di burla. - -— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese di Marzo, quando -sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo. -Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un -braccialetto d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per -lo meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si evita di -salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una casa, e più bella -e più ricca della mia, poichè Rafa spende volentieri. Se però non -ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo -grasse. Poi mi ricordo anche d’una gita che si fece insieme, su le rive -di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse -la memoria frammezzo a tante cose. - -La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi. - -— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti rimane più voce? - -La sorella domandò con un accento fermo e semplice: - -— Perchè sei venuto? - -Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi: - -— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; ebbi voglia di farti -una visita. - -— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una voce più profonda. - -— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi già messo il cuore -in pace? - -In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una -malvagia e tetra collera. - -— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, con piena -certezza. - -— Tu? - -— Alcun male, — ribadì, più recisa. - -Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla. - -— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi con entrambe le -braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente -quello che ti piaceva... Non dimenticartene! - -— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno -da questa verità. - -— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima -volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti, -potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè -lagnata, mai. - -Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso di meraviglia. - -— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta. - -— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per -qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa? - -Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi, -verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea. - -— Rispondi! - -— Non so. - -— Per amore? - -— No. - -— Per denaro? - -— Neanche. - -— T’ha forse presa di violenza? - -— No. - -— E allora? - -— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè mi vuoi -tormentare? - -— Rispondi: lo amavi? lo ami? - -— No. Ho detto di no. - -Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè ancora una volta: - -— Nè prima, nè ora; non lo amo. - -Ed inoltre era pur vero. - -Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che la fissava; -un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, increspò l’amara sua -bocca. - -— Ed allora perchè hai fatto questo? - -— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È stata una -follìa, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza -gravità ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti -nemmeno la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, forse -perchè ho commesso l’errore di salire una scala... non so, non so! - -Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza, -riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano -inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto -abituale. - -— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto. - -— Tu? - -— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo -disperatamente per non farti male?... - -Ella esitò un poco, poi disse: - -— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo, -dunque... - -Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta -la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo -enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che -una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del -suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai -voluta, dunque...» - -Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di -vimini, che oscillava. - -— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente -bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino, -che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse -costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto -martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo -ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche -abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e -tutto questo lo hai! - -— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che -facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata. - -Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò pensiero: - -— Perchè sei sola questa sera? - -— Sono molte volte sola, — ella rispose. - -Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. Egli aspettava -ch’ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si -esaminavano attenti; l’uno cercava di leggere nel cuore dell’altra. - -— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque non hai nulla a -dirmi? - -— Sì, molte cose... ma ho paura di te. - -— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto a quell’ora -in cui non si rispetta più nulla e nessuno, in cui tutta una storia -va incontro al suo pericolo definitivo. Però t’ascolto, se devi dirmi -qualcosa, e ti ascolto ancora con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo -stesso... ti ripeto: ancora lo stesso. - -E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come -una carezza. - -— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino. - -— No! — ella fece due volte, — no. - -— Hai paura? - -Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, una compassione -quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l’anima in quel rifiuto. - -Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena -d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì per recarle soccorso. - -L’uomo si volse a lei con una mossa repentina: - -— Che volete? — inveì. - -La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall’uno -all’altra, quasi per indovinare. - -Ma Loretta le disse: - -— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio -fratello se ne andrà. - -— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, senza poter -credere a sè stessa per la maraviglia. - -— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente. - -Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi -a poco fra lo spessore dell’antica muraglia scaturì un rumore d’acqua -corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorità la casa -profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono. - -— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto a vederti per -l’ultima volta, e non me ne andrò così presto. - -— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere a lungo in -questa casa. - -— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato. - -Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domandò: - -— Allora che vuoi? - -— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla, -e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura. - -Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente una -frase per esprimersi. - -Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto, -per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva -i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva. - -— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò infine. — Che -anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se -ti ho fatto male senz’alcuna mia colpa. - -Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il -colore della sua profonda morte. - -— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto -appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per -tuo conto hai già dimenticato. - -Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore. - -— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo -uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva -essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto -male. - -Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo -volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle -fredde parole. - -Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica. - -E di nuovo si levò: - -— Senti... - -Le venne più vicino, si curvò: - -— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto -tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo -per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed -io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un -cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto -il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato -quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato. -Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli -entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece, -se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel -quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei -la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e -ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così? - -Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se -avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli. - -— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole un polso. - -— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: io voglio -fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dítemi -solo cosa debbo fare... dítemi... - -Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui -si minacci un grave castigo. Egli comprese d’avere davanti a sè -l’ineluttabile dell’anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in -fondo a tanti cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in -cuor suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cercò -di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità la sua speranza -fuggente. - -— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per -amore... Dimmi: è la verità? - -— Sì, è la verità. - -— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo -cammino, è vero? - -— Sì, è vero. - -— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho -mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito, -rovinato, espulso: tutto questo non mi dà un vero spavento. È forse -orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la mia -passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre che tu mi dài, -la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai! -mai!... - -Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e si -restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ suoi -propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle -parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso -contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le -davan ormai un invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più -forte che la stessa pietà. - -Ma egli, quasi ebbro, continuava: - -— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente -scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la -forza di ricominciare un’altra volta la vita, e lontano di qui, lontano -da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa -che tu possa desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua -vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo -momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho avuta paura della -nostra colpa. Noi non abbiamo volontà che basti per lottare contro -queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili -davanti alla felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se -vuoi, m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle -braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via -di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa più conoscere il -rifugio del nostro amore... - -E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo -rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la -fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand’ella dette un grido -soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli -sfuggì. - -Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi -dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso l’orlo della -scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino. - -Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come per -arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la guardò. Muto, -attento, fermo, per un lungo attimo la guardò. - -Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, e sotto -la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere le braccia quasi del -tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo -cercò di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudità. - -Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, qualche -tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme buio, come talvolta -l’amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme. - -Egli rimase dov’era, e parlò forte: - -— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più? - -Ella taceva. - -— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?... - -Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo. - -— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre? - -Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si -vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare. -Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigliò fra i capelli. -Ma ella non sentì quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte -quella piccola stella. - -— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... da te, -dalla tua bocca! - -Un attimo ancora di silenzio: - -— Non mi amerai più?... - -Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò sul primo -gradino, rompendo in lagrime dirotte. - -La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle intorno. - -Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur esauste la -raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, ben forte, con tutta la -mano, le tappò la bocca. - -Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno, -come un animale in cerca della tana. - -Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di -urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua -bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il -peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il -peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli -bava e sangue nel palmo che la premeva. - -Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di -luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e, -traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve -cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla. - -Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad -ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava -del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la -magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche -fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni. - -Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava, -morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la -faccia, quasi per riconoscere sè stesso. - -Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la -sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non -respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite, -i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del -tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna. - -— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.» - -E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose. - -Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante, -come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto. -Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo -cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in -torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui. - -Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame -gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era -impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e -le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, -come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un -dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra -respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel -leggero álito. - -— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.» - -Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo -dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui -s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo. - -Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia, -senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a -lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle -due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia... -un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva -lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso -d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile, -tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile -come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla, -senza fiotto, piano piano, senza farle male... - -Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: — -«E poi?» - -Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme -vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni -cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì, -uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla -sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita -inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia -insoddisfatta... - -Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio, -immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano, -quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che -v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si -destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano -ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura. - -— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai -più carezze, povera piccola mano...» - -E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del -braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità. - -In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra; -si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un -pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in -basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò -sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel -brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo -volo. - -Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra; -solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la -bella capigliatura spiovente. - -E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso -contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe -allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di -spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno -dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle -pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante -il bacio della sua bocca soavissima. - -E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla, -quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due -pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia -ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola -in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per -le vene la spasmodica voluttà di quella morte. - -Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace -d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava, -si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole -d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel -ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella -era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua -verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la -solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un -letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta -per il suo primo sussulto. - -Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne -trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni -e la fatica enorme dei risvegli logoranti. - -— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore -d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella -mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad -altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore -delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue -ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che -ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che -passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo -toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al -collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E, -vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un -velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè -vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di -troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga -nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più -candida sembrerai...» - -Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente, -con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla -mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della -luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua -carne scintillante. - -Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’ -convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin -sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni -d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie -gonfie di lana da filare. - -Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse -inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a -quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti -gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come -un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli -andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla -morire.» - -Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si -rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una -femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva -toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava -nel grembo l’inconsumabile amore. - -Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano -aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la fronte come da una mano -d’acciaio, fredda e forte; si sentì per tutto il corpo trafiggere -come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per -sfibrarlo. - -Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile -sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla. - -E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla -uccidere senza godere di lei? - -«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è un -nome?...» - -E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una specie -d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!» - -Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di que’ seni -rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo -istigò a conoscere dappertutto la sua nudità indifesa, e nel baciarla -si sentiva pervadere da un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo -fiaccato, arso, rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro -paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma -una inconsumabile voluttà. - -E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente -la sua preda sul limitare della morte, nè più sapeva chi ella fosse, -nè per qual modo su l’orlo della tragedia inevitabile egli potesse -conoscere il principio di una così grande felicità. - -Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi dispersa -nel vortice del passato — quando parimenti si era trovato curvo su -quella amata bocca, pallida, ma non così ferma... — e la baciò. - -La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso -veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella si agitasse un poco; -udì un sommesso lamento, che gli parve un lamento d’amore. Traverso -il velo di quell’ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava più -che un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, colma -di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su -gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata -balbettava in delirio le sue parole d’amore. - -— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... più forte... - -Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E -quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto -l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente. - -Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo -del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo, -infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello -specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro -padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, -l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli. - -Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si -disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa, -il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando -a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore. - -E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo -bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il -figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle -famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella -addormentata. - -Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero -di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il -violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei, -fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita... - -L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente -scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco -terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo. -La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che -aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso -d’un dio. - -E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte -d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini -del cielo, tra un’apoteosi di stelle... - - . . . . . . . - -Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora -d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per -il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce -lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni. - -Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di -mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori. - -A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale -indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si -stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una -dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto -bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate. - -Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come -da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano -per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto. - -Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di -raccolti, gli uomini e il sole. - -Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca, -ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di -campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo. - -Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là, -fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in -fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al -sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti -gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla -falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la -pazza estate, faticosa ed instancabile... - -Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo -della fila si fermò di colpo. - -— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta -bianca, rimase incerto se avanzare. - -— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E -si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella -ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece -inorridire. - -Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva, -immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia -bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio, -laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la -notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla -fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe -leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel -terriccio, sotto la tempia ferita. - -— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E -raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie -mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena. - -L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i denti -rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a -correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì. - -— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto ancora. - -Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi. - -— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente il più -vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio, -si toccò la sua fronte rugosa. - -Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della -croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono. - -Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si curvarono. -Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, — il piccolo -meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte. -Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli -occhi, uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante -quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse morto in delirio. - -Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron -la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo. - -— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che Gesù Cristo, -nostro Signore, raccolga nella sua pace l’anima di questo cristiano. - -E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda -empia su cui giaceva un cadavere insepolto. - -Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo e con -pietà lo distese come un sudario su quegli occhi spenti. - -— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, lì nel campo, -raccolto un fiore. - -— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città. - -— È sempre la città che li ammazza... - -— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper -godere la vita... - -— Così giovine! - -— Sì, una trentina d’anni. - -— Forse anche di più. - -— Trasportiamolo. - -— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna prima che lo -veda il Sindaco. - -E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo -rifecero il cammino. - - - RICHMOND HILL — _Agosto 1908_. - - AIX-LES-BAINS — _Settembre 1909_. - - - FINE - - - - -_DELLO STESSO AUTORE:_ - - - L’amore che torna — 1908 - Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_ - - Colei che non si deve amare — 1910 - Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio _Romanzo_ - - La vita comincia domani — 1912 - Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio _Romanzo_ - - Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914 - dal 41.º al 70.º migliaio _Storia di una giornata_ - - La donna che inventò l’amore — 1915 - Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio _Romanzo_ - - Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1915 - Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio _Romanzo_ - - Il libro del mio sogno errante — 1919 - Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio - - Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920 - Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_ - -_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la -ristampa._ - - NOTA DEGLI EDITORI. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE -AMARE *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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