summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/69294-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/69294-0.txt')
-rw-r--r--old/69294-0.txt16944
1 files changed, 0 insertions, 16944 deletions
diff --git a/old/69294-0.txt b/old/69294-0.txt
deleted file mode 100644
index fbb9fa8..0000000
--- a/old/69294-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,16944 +0,0 @@
-The Project Gutenberg eBook of Colei che non si deve amare, by Guido
-da Verona
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Colei che non si deve amare
-
-Author: Guido da Verona
-
-Release Date: November 4, 2022 [eBook #69294]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE
-AMARE ***
-
-
- GUIDO DA VERONA
-
-
- COLEI CHE NON
- SI DEVE AMARE
-
-
- ROMANZO
-
- IX.ª EDIZIONE
-
- _(Dal 131º al 180º Migliaio)_
-
-
-
- R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE
- MCMXX
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
- per tutti i paesi
-
- MILANO — TIP. PIROLA & CELLA DI PRIMO CELLA
-
-
-
-
-I
-
-
-Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non
-ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure,
-che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il
-peso della loro croce.
-
-Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante
-una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse
-nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia;
-Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli
-dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche
-ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave
-e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a
-capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica,
-ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal
-principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica,
-laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e
-perdette, a commerciare e fallì.
-
-Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un
-grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua
-storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e
-malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi.
-
-Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate
-nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur
-intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di
-farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine
-che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli
-si mettono in fiore.
-
-Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che
-doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore
-tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò.
-
-Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della
-sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua
-femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito
-irrequieto.
-
-Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l’opinione
-pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le
-scene dei teatri di varietà prima di andare a nozze; che avesse avuto
-un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi
-clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata
-perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la fossero
-contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate.
-
-Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella
-tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per
-una donna che non ne valga la pena.
-
-Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso,
-gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede a Stefano una sera ch’egli
-le andò a genio — e questo non era difficile, — Stefano la sposò un
-giorno ch’ella venne a dirgli d’essere incinta.
-
-A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane
-quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo
-da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di
-pregio che le restavano in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma
-l’aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli
-anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura
-della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere
-una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D’altronde
-Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni
-di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un amore
-così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di
-tenerezza e di pietà.
-
-Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno,
-mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per
-lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che
-rende così preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli
-che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò a questa
-come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa
-infelicità in qualche lieve sospiro.
-
-Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi,
-egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li amò tutti d’uno stesso
-amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e
-Anna Laura.
-
-Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversità
-dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi
-più nulla delle sue lente economie; sicchè, per campar la vita, con la
-sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro
-ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel
-suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna nella strada ed
-aperse bottega.
-
-Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio.
-Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e
-poich’era giunto all’estremo della sua discesa umana gli pareva, stando
-curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace.
-
-Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emendò; piano
-piano, a forza di lavoro e d’economia, la piccola bottega si mise a
-prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro
-giochi empivano d’allegrezza la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli
-agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si
-sentì qualche volta felice.
-
-
-
-
-II
-
-
-Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava
-di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali
-appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone,
-se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè
-appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata
-a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli
-faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando:
-
- «Dove l’avranno nascosta?...
- Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»
-
-Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di
-magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su
-la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei
-tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan
-fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di
-turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura....
-Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e
-sapeva di tutto un po’.
-
-Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed
-anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il
-primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella
-sotto braccio, che se n’andava a scuola.
-
- «Dove l’avranno nascosta?
- Dove l’avranno nascosta...»
-
-canticchiava il placido farmacista.
-
-— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così
-ben educata, cui mancava l’erre.
-
-— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il
-nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.
-
-Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito,
-studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli
-nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva
-in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, —
-una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se
-non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega
-paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una
-certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non
-poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera
-servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze
-stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di
-fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con
-altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua
-dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane
-origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo
-Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e
-del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i
-capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della
-domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino.
-Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito
-d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria
-del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare
-«chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con
-molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola
-chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per
-non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio
-diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi
-bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con
-visibile antipatia.
-
-Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi
-genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna
-nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente
-alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva
-qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne
-nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi,
-avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta
-l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie
-grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società
-una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per
-tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma
-data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro
-bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.
-
-Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a
-quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una
-delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è
-la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del
-progresso umano.»
-
-Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od
-uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata
-tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma
-la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli
-era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto
-specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella
-e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva
-imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava
-Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di
-questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era
-però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi
-vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli
-dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue
-pacifiche meditazioni.
-
-Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera
-del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si
-facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o
-protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona.
-Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava
-intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva
-letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei
-romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle
-fiere.
-
-Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio
-giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e
-con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito,
-perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza
-universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole
-dottrina.
-
-Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento
-null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i
-fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi
-col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un
-quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per
-cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche
-amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli
-una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo...
-ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo
-appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente
-belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno
-egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando
-Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla
-sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con
-guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie»,
-come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze,
-e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli
-quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da
-tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi
-con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo,
-beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli
-affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare
-a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e
-maldicente.
-
-Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che
-un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in
-tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto
-a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in
-fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver
-famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura
-tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino
-divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla
-retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che
-facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe
-finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava
-dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da
-donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva
-soffrire.
-
-Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia
-dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto
-il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola
-stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre
-mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era
-la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile
-voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia
-inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e
-rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo!
-Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano
-capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano,
-spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia,
-mo’, che ragazza a modo!...
-
-«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!...
-Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine
-tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla
-prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio
-mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo
-d’affibbiartene ancora un paio!»
-
-E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un
-riso grasso:
-
-«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo
-punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!...
-
-Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la
-teoria di Malthus.
-
-
-
-
-III
-
-
-Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava
-bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe,
-un po’ curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia.
-Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza
-violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano
-contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli
-cresceva già un’ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due
-belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva
-mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a
-farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo
-di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d’estasi
-quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo,
-taciturno ed un po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare
-un violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. Era
-docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volontà.
-Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio;
-si fece grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea che
-lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que’
-suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d’uno stupore illuminato.
-Volle studiar musica ed il padre lo accontentò, a patto che non
-trascurasse la scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter
-pagare un maestro di violino tre volte la settimana.
-
-Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto si credeva un
-Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le
-orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la
-calza e le polpette, che valeva assai meglio!
-
-«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia
-preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» aveva egli detto in
-un giorno di malumore.
-
-Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno
-contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa
-e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneità
-d’una parola: Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di
-adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di
-passione in sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che
-gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi.
-
-La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d’un
-avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito
-a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage
-viva.
-
-Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a frequentare
-qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio dolce alle sartine, prese
-a vuotar bicchieri, imparò le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii
-delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi
-più. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede
-per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà:
-ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo
-un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo
-pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore
-all’occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva
-le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi
-clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie.
-
-Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la guerra
-dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove al suo figlio
-riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla
-quale non si ritorna mai più.
-
-Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, che doveva
-incanutire soffrendo, benchè non avesse mai torto un capello ad anima
-viva. Arrigo principiò a spiegare nella famiglia quella sua calma
-e terribile volontà dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne,
-così nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai
-trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il
-mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie
-d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, sperperava in qualche
-giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava
-d’attorno a raggranellarne qua e là, con ogni ripiego, tenendo per
-ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai
-nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei.
-
-Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento nel cassetto del
-banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal
-chiasso indiavolato, a portare così veementi ragioni in propria difesa,
-che poco mancò non lo pregassero di ricominciar da capo.
-
-E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni ormai!
-S’era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessità...
-Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava
-il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le
-sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per
-poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre
-aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta
-la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perchè in fondo non si
-potrebbe anche vincere?...
-
-Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una mazza col
-pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo
-a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture
-doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l’irresistibile
-Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d’un quattrino menava
-una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con
-questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, mai c’era
-verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, già... si faceva mantenere
-dalle donne!
-
-Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona,
-con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il
-rubino di Giannotto; scarrozzare per la città, andare nelle tribune
-i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli
-facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina
-con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il
-suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La
-Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era
-l’essenziale; perch’egli era giunto così al grande sogno di tutti i
-conquistatori adolescenti: avere un’amante altrui, averla per amore,
-con una cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo
-noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè...
-
-«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche
-il prezzo della camera, perchè mi prega di andare da lei... Ma, si sa
-bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore,
-qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono
-stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...»
-
-La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon
-cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche
-sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre.
-Aveva per cespite unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato,
-che l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un
-cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non le dava molto
-neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch’era una mantenuta,
-anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse
-ammettere, s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto
-denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo
-amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di
-riflessioni.
-
-Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni
-notte senza il becco d’un centesimo, con una faccia che incuteva paura,
-e svegliandosi a mezzodì, ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto
-riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col
-diavolo, quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli
-era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto
-bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la
-sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva
-che battere coraggiosamente alla cassa paterna.
-
-Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pagò, sebbene con
-qualche stento; pagò la prima volta, la seconda, la terza, e così via
-di séguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a
-parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il
-braccio ferreo ed i rimedi eroici.
-
-«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla
-salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da
-intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la
-prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo
-Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come
-un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola
-Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!»
-
-E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto
-ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la
-portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle
-una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande
-penuria.
-
-Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente
-Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un
-nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero
-quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana,
-quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da
-pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie.
-
-Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta
-un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti ballando seminuda
-in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della
-sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della
-baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei,
-per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune
-circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento
-indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti
-ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota.
-Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò
-pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore
-del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte
-accento bergamasco.
-
-V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne
-malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata,
-un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le
-labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via,
-rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici
-come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia
-di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa
-quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma,
-sotto il cielo che stellava...
-
-Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di
-più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese
-Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che
-facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne
-ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie!
-inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue
-lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della
-sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione
-di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte
-l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel
-che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio:
-
-— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile
-almeno, quando può!
-
-— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato
-sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame...
-Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii.
-
-E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito,
-in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse
-persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di
-salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via!
-
-Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo
-spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti
-a parte e fece la domanda.
-
-Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che
-tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti,
-avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di
-quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva
-davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità.
-Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui!
-
-Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino.
-Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega
-dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia.
-
-«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda
-nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri
-no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo
-figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche
-lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li
-aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma
-rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse
-non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra
-occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un
-amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità.
-E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si
-fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe
-d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! Gli affari si
-trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli
-avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.»
-
-Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di
-buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo
-interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a
-sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione,
-lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da
-nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come
-ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per
-misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta,
-gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva
-un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in
-mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno
-di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio,
-doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della
-casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano
-appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino...
-
-Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al
-mondo ne doveva saper nulla, per ora...
-
-E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter
-finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro,
-come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi,
-senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si
-vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza
-rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava
-intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed
-avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli
-fosse piaciuto, da quel giorno in poi.
-
-Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate,
-messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse
-a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali
-ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che,
-non appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per
-accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del
-padre, o da lui stesso, Riotti, in persona.
-
-Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue
-promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima
-estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo,
-lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con
-affanno su la crudele ambiguità delle carte.
-
-Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni
-odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino,
-pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes
-la bruna...
-
-
-
-
-IV
-
-
-Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega,
-fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello
-ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita,
-una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con
-il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di
-cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia
-intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci,
-annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno
-alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se
-li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello
-specchio.
-
-Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in
-inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè
-aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il
-refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder
-bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto
-materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare.
-
-Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche
-mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre,
-adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per
-costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui
-dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice,
-dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura
-sobria.
-
-Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a quel tempo,
-era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie,
-a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la
-riguardavano affatto.
-
-Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed
-il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta
-pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo
-maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal
-ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si
-centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza
-nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una
-vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo
-prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile.
-
-— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno
-partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era
-in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza
-intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal
-caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda.
-
-— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto.
-
-— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei.
-Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere
-un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se
-deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e
-grazie di tutto cuore!
-
-— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto
-qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie.
-
-Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista,
-grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca
-prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli
-venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente
-del suo malumore.
-
-— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse con una specie di
-sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri
-amici che ne saranno invece onoratissimi.
-
-Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio
-ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti
-s’inviperì.
-
-— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne
-ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da
-farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su
-le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo —
-io! — a non dover nulla a nessuno.
-
-Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e
-l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano
-dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere
-del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e
-fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo
-un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto
-quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite.
-
-Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma
-fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può
-somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano
-indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la
-sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal
-corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e
-semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la
-riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la
-cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa
-d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda
-timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una
-passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore
-nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle
-dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore.
-Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i
-suoi malanni.
-
-C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare
-le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare
-della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle
-d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo
-ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi,
-una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva
-sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo,
-qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di
-sogni la sua curiosa verginità.
-
-Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse,
-per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il
-farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito
-dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto,
-nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli
-uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più
-essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono.
-
-Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come
-tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di
-rado e sempre con aria di compatimento.
-
-Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte
-ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di
-dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse
-per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa,
-dov’egli andava azzimato come uno zerbino.
-
-Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli
-cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli
-dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone
-aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che
-vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che
-bruciassero nella notte d’estate.
-
-La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e
-la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano
-tutti i rumori.
-
-Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di
-coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue
-belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella
-sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure
-dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle
-svestendosi e cicalando.
-
-In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori
-contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera
-aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie
-di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo
-giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor
-di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire.
-Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un
-congiungimento d’esseri o di cose.
-
-A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si
-contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni
-erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron
-nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come
-una vampa, nell’odore delle piante aromatiche.
-
-Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei
-torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un
-letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la
-fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle,
-vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi.
-Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne
-ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un
-riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli,
-tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano,
-come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso
-dell’acqua insidiosa....
-
-Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino.
-Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli
-parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma
-volle guardare; guardò.
-
-Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra,
-un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue.
-Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le
-copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca,
-girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche
-forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di
-carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente
-riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la
-sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così.
-
-E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi
-tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua
-fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia
-indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la
-luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva
-l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse,
-vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del
-corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande
-sotto la camicia tesa.
-
-Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con
-le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le
-mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli
-uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo
-corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata,
-da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da
-notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto
-le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per
-togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si
-cacciò sotto il lenzuolo.
-
-Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua
-la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a
-camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo
-strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente,
-in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie
-un po’ grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di
-tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il
-collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella
-calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di
-panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi
-d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le
-trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran
-lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese
-tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse,
-e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era
-contenta di sentirsi libera e rinfrescata.
-
-Parlarono.
-
-Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, ch’erasi
-coricata:
-
-— Vuoi già dormire?
-
-L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, diede un lieve
-sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose:
-
-— No... ancora non vorrei dormire.
-
-L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino all’altro,
-raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vôltasi al letto
-dell’amica la buttò di traverso sul corpo di lei che giaceva.
-
-— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed un po’ di cipria!
-— disse alla Luisa. — Tocca.
-
-Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica troppo larga
-le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo
-braccio ignudo toccò il braccio dell’altra, che le stava presso. E
-lungamente lo toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un
-semiriso di piacere.
-
-— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi chiuse gli occhi.
-
-— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare.
-
-L’altra riaperse gli occhi e rispose:
-
-— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi.
-
-Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia
-su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perchè non
-scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo
-ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio.
-
-Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a
-chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio
-la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’
-cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò
-lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma
-sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata
-e confusa.
-
-— Un po’ troppo?... — interrogò.
-
-— Forse... — disse l’altra. E risero.
-
-— Tu, meno assai...
-
-— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo.
-
-Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva.
-
-— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’
-molli...
-
-— Ah, sì?...
-
-— Tocca...
-
-— Ma no... — fece, con un riso, la più timida.
-
-— E perchè?
-
-Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro,
-le punte, poi ritrasse la mano come scottata.
-
-Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte,
-e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto
-quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano
-piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere.
-
-Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero.
-
-— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe.
-
-— A cosa?
-
-— Al desiderio di avere un marito...
-
-— Oh... sì...
-
-Poco dopo spensero il lume.
-
-
-
-
-V
-
-
-Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta
-in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì
-turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con
-le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito
-sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello.
-Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche
-volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola.
-Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente
-ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più.
-Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella
-fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di
-perdizione.
-
-Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel
-suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come
-sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male
-indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne
-avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare
-un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato
-in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò
-dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un
-tentatore pieno di temerità.
-
-Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza
-della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada
-polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per
-le scale:
-
-— Vieni da me.
-
-Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile
-suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo
-giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel
-silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto,
-volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda
-vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... —
-e v’andò.
-
- . . . . . . .
-
-— Mi sposerai?
-
-— Certo.
-
-Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un
-ricco miele.
-
-Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima
-e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed
-egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza
-conoscere il male che fanno.
-
-Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme;
-ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica,
-scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e
-fette di cocomero, la sera.
-
-Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia
-infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un
-giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana,
-ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che
-cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna
-Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino,
-e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì
-l’abitino che portava, il suo più bello.
-
-E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a
-metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le
-stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta;
-e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il
-grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia
-rimase incinta, quando la luna finì.
-
-Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...
-
-
-
-
-VI
-
-
-Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno
-alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori
-divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a
-lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura.
-La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella
-povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro,
-da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace.
-
-Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si
-divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre,
-che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni,
-dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione
-soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una
-lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di
-medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di
-bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il
-suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero
-leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.
-
-«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava
-quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno
-in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella
-terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni
-serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e
-l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi
-pieni d’odio.
-
-— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i
-singhiozzi e le lacrime.
-
-— Quale?
-
-— Confessare tutto e sposarci súbito.
-
-— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò.
-
-E volse le spalle mettendosi a fischiettare.
-
-«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di
-lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore
-veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.»
-
-Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava
-ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora —
-erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto
-i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio
-l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile
-assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana
-e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo,
-perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito
-compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che
-del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva
-l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle
-il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella
-rispondeva seccata:
-
-— Mamma Gilda, lasciami stare.
-
-Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor
-disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma
-Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita:
-
-— Se non stai ferma, benedetta!...
-
-— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto
-d’Arrigo.
-
-— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose.
-
-— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con
-civetteria.
-
-— Non ho tempo.
-
-— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per
-antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una
-volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire.
-
-— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece
-Arrigo.
-
-— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si
-tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui
-non facciamo credito.
-
-— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la
-Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno.
-
-— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi
-quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi
-con quest’altro, mo’!...
-
-Arrigo tuttavia si mise a ridere:
-
-— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai
-nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso.
-
-— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia.
-
-Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a
-Mamma Gilda:
-
-— Ti ho pagata finora o no?
-
-— Non dico...
-
-— Ti devo qualcosa forse?
-
-— Cento cinquanta lire.
-
-— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro?
-
-— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche!
-
-— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi!
-
-— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro
-le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo
-di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa,
-petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne
-flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle
-sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a
-nascondere un senso d’invincibile maternità.
-
-— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora?
-
-La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe
-accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine.
-
-— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo
-della coscia; — una sciocchezza grave.
-
-— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava.
-
-— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade
-spesso nelle case di campagna...
-
-— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la
-vecchia con un cipiglio infernale.
-
-— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una
-ragazza!
-
-— Eh?
-
-— Eh?!... — esclamarono tutt’e due.
-
-Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a
-lungo.
-
-— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle
-che si dànno sull’erba, come le cavallette.
-
-— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò.
-
-La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia.
-
-— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di
-signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E
-perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?...
-Sei un farabutto!
-
-Mamma Gilda si mise ad aizzarla:
-
-— Vedi cosa ti combina quel sudicione?
-
-Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non
-se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio,
-ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava
-minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria
-tutto quanto le capitava sottomano.
-
-— Capirai, è stato uno scherzo...
-
-— Già, e adesso sposala!
-
-— E’ appunto quello che lei vuole.
-
-— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti
-anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi?
-
-— Sì, vergine, vergine.
-
-— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula.
-
-— Se te lo dico io...
-
-— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi
-sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una
-vita.
-
-Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e
-l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi
-l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro,
-bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre,
-uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo
-pensarvi...»
-
-Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre.
-
-Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del
-mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi:
-
-— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa
-si accomoderà, forse...
-
-— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo.
-
-— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci
-qua la ragazza e combineremo.
-
-— Qua?
-
-— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel
-signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire
-le hai o non le hai?
-
-— ... naturalmente.
-
-— Naturalmente cosa? Le hai o no?
-
-— Per ora no.
-
-— Allora amen!
-
-— Ma le troverò.
-
-— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io
-la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un
-soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque
-tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente.
-
-— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il
-risultato è certo e se c’è molto pericolo.
-
-— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che
-posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho
-sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes....
-
-— Io, niente! neanche uno!
-
-— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?....
-
-Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia.
-
-
-
-
-VII
-
-
-Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a
-recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva
-nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le
-signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!...
-Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la
-cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero
-conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le
-ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a
-tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo
-ed era, se non altro, una persona molto più delicata.
-
-Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar
-mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra
-cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque
-lire. Se l’intendessero poi fra loro....
-
-L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma
-Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino
-di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco
-avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a
-qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che
-le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale
-pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi
-pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia mamma Gilda ispirò tanta
-fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla,
-credendola forse una suora di carità.
-
-L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna
-di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le
-mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia
-chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.
-
-Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via,
-e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di
-tornare, ma sola, il giorno seguente.
-
-Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso.
-Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era
-nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o
-rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide
-scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla.
-
-— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che
-non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.
-
-E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via
-rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata
-come un cencio, un po’ barcollante.
-
-Egli accorse:
-
-— Dunque?
-
-Soffriva, era tutta contratta, non rispose.
-
-Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro
-smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona
-contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento.
-Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi
-sospinse l’Eugenia.
-
-— Dunque? raccontami... Non puoi parlare?
-
-Ella scosse il capo.
-
-— Soffri?
-
-— Sì, molto, — disse fievolmente.
-
-— Ma non è tutto finito?
-
-— Finito, ma...
-
-— Cosa?
-
-— Una emorragia, credo...
-
-— Non cessa?
-
-— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare...
-
-Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua
-spalla.
-
-— Povera me, ho paura!...
-
-— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.
-
-Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così
-contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo
-straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per
-mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non
-aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello:
-egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore,
-nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli
-schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era
-dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un
-poco di persuasione.
-
-Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a
-fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si
-mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile
-paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare
-dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto
-presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere
-medicine.
-
-Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che
-tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a
-gridare:
-
-— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia...
-
-— Che c’è!
-
-— L’Eugenia muore! Correte!
-
-Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del
-farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase
-fuori, nella corte, pavido come la morte.
-
-Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate
-all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue,
-sangue.
-
-Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire
-catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a
-fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che
-nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille
-cose, ma non poteva più guidare i proprii atti.
-
-— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla.
-Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate
-che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva.
-
-Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò
-tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi
-volse gli occhi intorno, con stupore.
-
-— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo...
-
-— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del
-Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio.
-
-— Un aborto, — fece il medico.
-
-— Eh! Sei pazzo?
-
-— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il
-medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male
-altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure
-necessarie.
-
-Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le
-spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella
-sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando
-contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro;
-si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro
-ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a
-forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto
-denunziar la cosa.
-
-La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto
-di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava,
-e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose
-incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le
-suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le
-frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.
-
-Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso,
-fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando
-quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.
-
-
-
-
-VIII
-
-
-Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo
-sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di
-lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo
-ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie,
-poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime,
-senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria
-difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il
-Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era
-rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul
-capo un gran colpo di mazza.
-
-Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato
-d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una
-ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il
-meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava
-nel vicinato.
-
-Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava
-era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi
-propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita
-colpa di Arrigo.
-
-Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva
-meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della
-saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in
-cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non
-morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi
-nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una
-mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.
-
-Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per
-andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno
-sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e
-solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute
-tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la
-malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino
-che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè
-Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una
-gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli
-pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani,
-l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del
-farmacista.
-
-Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.
-
-— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile
-di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio
-disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non
-ti scorderai che siamo vecchi amici.
-
-Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso
-dal giornale e lo sogguardò di sbieco.
-
-— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. Ma visto che
-sei qui, veniamo a patti chiari.
-
-L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così colpevole che
-non ardì sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un
-giudice.
-
-— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista.
-
-Stefano aperse le braccia:
-
-— Non so...
-
-— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano.
-
-— Ti prego di non supporre...
-
-— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto
-che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere!
-
-La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar profitto. Fece
-on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo.
-
-— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile
-recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno stato a tuo figlio,
-mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino
-al più presto.
-
-— È quello appunto che ti volevo proporre.
-
-— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino e facciano
-quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco
-importa; ma in casa mia, nè lai nè lei, mai più!
-
-— Via... — mormorò l’occhialaio.
-
-— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa
-propria. Perchè, dopo quanto accadde, non è possibile ch’io perdoni mai
-più.
-
-— Via, Guglielmo, non essere ingiusto...
-
-Ma il farmacista gli troncò la parola:
-
-— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente l’uscio.
-
-In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se ne andò;
-e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non
-bazzicare più in casa del Riotti, poichè gli pareva che il farmacista
-esagerasse un poco ne’ suoi modi brutali.
-
-Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè il mezzo
-per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto
-a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi
-nell’uragano come un uomo perduto.
-
-— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe la sfrontatezza
-di dire al padre, non appena lo vide. — Se fessi stato qui presente,
-chissà mai che pandemonio!
-
-Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire:
-
-— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle
-un’occhiataccia e non aggiunse altro.
-
-Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè nessuno si
-sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al
-corrente delle decisioni ch’erano state prese.
-
-— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata
-la certezza di poter campare. È tempo che tu finisca di accumulare
-malanni.
-
-— Ma, un momento... — fece Arrigo.
-
-— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando per la prima
-volta una certa energia. — Ti cercherò un impiego, e lo accetterai,
-qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli studî.
-
-— Un impiego? — mormorò Arrigo.
-
-— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo punto prima
-della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perchè
-altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di
-casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio!
-
-Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul
-serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch’era innata in lui,
-pensò che a ribellarsi c’era tempo in séguito, e per intanto gli
-convenisse lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti.
-
-Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto d’apprendista
-in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze
-maniche d’alpagà, si mise a frequentar ogni mattina l’ufficio,
-puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch’era di pronto
-ingegno ed aveva una bella calligrafia.
-
-Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da
-bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita
-con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche
-tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare,
-con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita,
-finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove
-piantar le sue tende.
-
-Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per
-dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio
-fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro
-lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili.
-Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore,
-con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di
-quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi
-tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze,
-scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di
-saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella
-città con grande sfarzo e con grande millanteria.
-
-Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava
-nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle
-cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre,
-quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni
-caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le
-maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma
-volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile
-che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il
-barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la
-sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si
-sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la
-vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che
-sterile menzogna.
-
-Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere,
-sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda
-dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo.
-
-Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte,
-nelle profumate coltri di Mercedes la bruna.
-
-Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli
-a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa
-ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle
-nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che
-il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre
-in dimenticanza.
-
-Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare
-il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una
-traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio
-le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne,
-aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di
-lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore.
-
-Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più
-vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva
-nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica,
-mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido
-scaldino, il suo paziente amore.
-
-Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che
-gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato
-da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo
-a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non
-sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa?
-
-Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben
-intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva
-inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era
-immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi,
-sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva
-elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio
-lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera
-sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti
-in fumo.
-
-Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e
-mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il cuore libero! Ma una
-inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte
-ostilità.
-
-L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli
-pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente colpito
-nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera d’uno de’ suoi; ma d’altra
-parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi
-a muovere il primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di
-un domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo,
-che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto
-ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una
-figlia lor propria? Non avevan súbito consentito a quella riparazione,
-che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva
-messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega senza farsi
-rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel
-pover’uomo!...
-
-Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d’emicrania,
-messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mandò il
-giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina.
-
-— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, scattando
-su dal banco. — Per chi? per il tuo padrone?
-
-— Già, per il mio padrone.
-
-— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi!
-
-L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo.
-
-
-
-
-IX
-
-
-Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve
-d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il
-becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso;
-giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver
-consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una
-rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi.
-
-Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale
-veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando,
-il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una
-risposta ben recisa.
-
-— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non
-scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere
-secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel
-piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi
-anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi
-intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a
-nessuno.
-
-Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa,
-e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva
-man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli
-affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano
-sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano
-farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la
-faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il
-fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo,
-ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui.
-Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco
-non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la
-sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere
-affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi
-entrò súbito nell’argomento.
-
-— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il
-matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con
-aria di provocazione.
-
-— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che
-si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a
-riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno
-pensato.
-
-S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare
-sinistramente.
-
-— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme
-che vi ho pregati di venir qui.
-
-— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i
-modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con
-semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo
-in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho
-commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne
-chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.
-
-Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia.
-
-— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla;
-bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi
-piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che
-modo le darei da mangiare?
-
-L’altro volle interromperlo.
-
-— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non
-possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io
-stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia
-di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare,
-andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma!
-Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola
-d’onore, ve ne sarò gratissimo!
-
-Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per
-rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito.
-
-— Dunque... — volle dire.
-
-— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia,
-ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a
-parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi
-al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in
-condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della
-promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi
-vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia,
-l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel
-frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me.
-
-— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente
-ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’
-grossa!
-
-— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me
-ne terrete conto.
-
-— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per
-Dio! non credere d’aggiustarla così!
-
-— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche
-parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia
-rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere
-insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per
-il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera.
-
-Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo
-l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col
-farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui.
-
-Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli
-arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro
-giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e
-trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente
-le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo
-spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano,
-egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che
-sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso,
-contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù.
-
-Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il
-respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una
-nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che
-tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi
-compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto,
-e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro
-perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente
-la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè
-distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure,
-come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma
-il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo
-compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli
-ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.
-
-Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante
-suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della
-città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la
-maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro,
-che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre
-miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual
-non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire.
-
-Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio
-fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una
-carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare
-con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco
-fratello si comandava per i suoi diletti.
-
-Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non
-avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine
-lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di
-ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica,
-e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia
-delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al
-primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel
-buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra
-il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.
-
-— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E
-siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno.
-
-— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani...
-
-— Domani si può vincere ancora.
-
-E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare,
-dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi
-sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa,
-nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui
-una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della
-gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di
-menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non
-bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva
-piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino,
-sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva
-l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo
-avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti
-fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura,
-il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la
-sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che
-gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a
-lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva
-quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella
-trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare
-vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare
-quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre
-e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il
-fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che
-in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un
-certo sdegno indifferente.
-
-Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non
-osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue
-grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di
-malaffare.
-
-Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata
-ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno
-per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza
-per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo
-era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai,
-tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè
-in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più
-le beffe.
-
-Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una
-danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe
-figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con
-un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca
-plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece
-chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che
-per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere
-il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate
-di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con
-un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide
-di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro
-suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi
-fosser idoli.
-
-Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante,
-che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle
-danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora
-in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana
-che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.»
-
-Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e
-ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa
-nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua,
-beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di
-donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa
-e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon
-accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco
-e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera
-provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender
-meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.»
-
-Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era
-Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente
-incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una
-sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava
-questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse.
-Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore.
-
-Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella
-risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò
-andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così
-buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne
-a sua volta.
-
-Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava
-col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone
-scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si
-videro più.
-
-Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta
-che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il
-caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile.
-Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una
-lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide,
-gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si
-scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo
-d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta
-stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva
-infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli
-rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto.
-
-Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in
-querimonie vane.
-
-— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava
-di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con
-un altro... Dunque non ci badare.
-
-E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si
-riaddormentarono.
-
-Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo nella
-combriccola dei giovani signori che, sempre all’erta di scandali e di
-peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare
-Farra avesse côlta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome
-di Arrigo del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche di
-tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in
-danno del loro amico beffato. Poichè Cesare Farra si compiaceva di
-frequentare la gioventù e viveva con essi le ore notturne, da buon
-camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile.
-Raccontò agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando
-comprese che tutti la sapevano già.
-
-A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno all’altro, dà
-sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di più.
-
-
-
-
-X
-
-
-Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante russa dalla voce
-soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e
-capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca,
-poi d’un Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla
-sua voluttuosa persona.
-
-Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare
-dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno,
-di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica
-l’inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura
-magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d’un
-grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte
-nelle giunture, che parevan assumere talvolta l’ondosità e la dolce
-forma d’una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero
-portato così bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come
-una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando
-un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili,
-tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente
-appassionata.
-
-La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare al suo
-fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castità
-limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse
-ondeggiare nell’aria qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi,
-e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante.
-
-Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene
-del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la
-tentava la fama antica, se pure oggimai vacillante, di quel teatro
-italiano che aveva dato all’arte del canto i più sacri battesimi,
-quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo
-d’oro per quest’ultima supremazia.
-
-Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era
-piaciuta forse più del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella
-gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti,
-i camerini de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli
-ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene
-notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve,
-gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di
-spendere il tempo nel miglior modo che sia.
-
-Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri,
-intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita,
-d’educazione, d’apparenza, d’animo e di costume, formano insieme quasi
-una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli
-campa d’abitudini comuni.
-
-E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di lei; avevano
-iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s’eran messi coloro
-che si reputavan adorni d’una qualsivoglia irresistibilità.
-
-Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che
-riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li
-accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di
-fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra
-chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata,
-la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno
-l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò.
-
-La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante
-le visite che si facevano alle belle signore.
-
-Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà;
-i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che
-aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata.
-
-Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce,
-i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose.
-Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era
-quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè
-avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e
-senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi
-desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre
-amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia
-di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche
-brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà.
-Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi
-all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo,
-ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo
-piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto
-sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora
-alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto
-i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via.
-Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo
-pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi
-all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica,
-e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai.
-
-Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il
-desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le
-avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di
-torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano,
-questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella
-facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi
-progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e
-le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia;
-voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso
-dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero
-dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è
-donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle
-infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore.
-
-Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione,
-l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come
-tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche
-indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia
-nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta
-triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino
-di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi
-tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore
-all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno
-tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo
-di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna,
-di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima,
-subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi
-vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di
-sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava
-con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa
-bambina ch’era nascosta in lei.
-
-Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato,
-svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo
-che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua
-voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima
-come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo
-camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei
-sensi con un voluttuoso piacere.
-
-Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano
-d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa,
-che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche
-volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe
-d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non
-conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male
-antico, ruggente nell’intimo delle sue fibre, come un rumore d’acque
-sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si
-addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose
-non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati
-senza nome.
-
-V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza
-enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più
-forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava
-nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte,
-che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche
-volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita
-mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa
-gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto
-si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento.
-Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e
-tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta
-lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente
-in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo
-spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale.
-
-Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una
-piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la
-sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma
-nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi
-del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse
-chiudere in sè una passione così delicata.
-
-Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo
-aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla,
-per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico
-prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella
-donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa,
-quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di
-ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità.
-
-Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una
-favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano
-il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato
-nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla,
-d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera
-con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove
-abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella
-divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’
-suoi pensieri.
-
-Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per
-ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita
-il maggior premio tocca alla maggiore temerità.
-
-Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava,
-non esitava un istante nel compierla.
-
-Si mise lungamente a ragionare fra sè.
-
-Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre
-fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non
-era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno
-a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria
-persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla
-avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva
-piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di
-quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie.
-
-Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla,
-sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e
-piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono
-dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar
-la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità,
-mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa.
-
-Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della
-città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del
-pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna
-formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la
-medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo
-un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza
-d’un manicotto voluminoso.
-
-Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime,
-nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue
-giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare,
-quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano,
-irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava
-in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana,
-godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo
-piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel
-rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a
-profumo.
-
-La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era
-nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva,
-erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere.
-
-Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli pure. Ella
-stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo
-domandò la cesta d’orchidee. La portarono sul banco, fra lor due.
-Erano così belli, que’ fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li
-separava l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole
-e si mise a guardare.
-
-— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla venditrice, che
-racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E
-soggiunse l’indirizzo.
-
-Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò il giovine. Senza
-impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo
-sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con
-discretezza, ed uscì.
-
-Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di Parma.
-
-
-
-
-XI
-
-
-Un altro giorno l’attese nella via, come se l’incontrasse per caso.
-E la guardò dirittamente, sorridendole ancora. Aveva pur notato una
-piccola sorpresa in lei, vedendolo passare. La seguì per un tratto,
-assai discretamente, però lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni
-giorno le mandò fiori, ed i più belli ed i più rari che trovava. Una
-mattina la incontrò, mentr’ella usciva dalla guantaia; un pomeriggio
-di nebbia s’imbatterono insieme su la porta della stessa pasticceria,
-e presero il tè vicini. Una sera, ch’ella non cantava, s’incontrarono
-nello stesso teatro. Ella era in un palco, insieme con altre signore,
-altre cantanti forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava
-di lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla cintura
-un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, egli le aveva
-mandate rose gialle. Poi sentiva di non darle noia, di non esserle
-indifferente; lo sentiva con quella inspiegabile certezza che la donna
-trasfonde in noi quando riusciamo a piacerle. Ed è forse il momento più
-soave di tutto l’amore.
-
-Ormai pensò ch’era venuto il momento propizio per inviarle una lettera.
-Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in italiano ad una forestiera
-sarebbe stata cosa poco elegante, mentr’egli con lo stile francese non
-aveva troppa familiarità, e nemmeno con l’ortografia, per vero dire.
-Parlando, ne faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora,
-perchè lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si era meglio
-addestrato da sè, leggendo qualche libro, facendo la corte a qualche
-canzonettista francese.
-
-Rinunziò dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora pazienza. Ella
-ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed egli sapeva benissimo per
-quali strade. Una volta, incontrandola, salutò. Ella rispose, appena
-appena, con un semiriso ambiguo su l’orlo della bocca limpida, che
-pareva una bocca di donna innamorata. Ed affrettò il passo. Egli non
-insistette. Gli batteva un po’ il cuore.
-
-Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l’incontrava, lasciandole
-dietro uno sguardo lungo, un cauto sorriso della sua bella bocca
-limpida e rossa.
-
-Una sera l’accompagnò da presso, quasi di fianco, sino alla porta di
-casa.
-
-Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella giungeva
-in carrozza chiusa, per cantare.
-
-A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, gli
-incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi
-del lubbione; un venditore d’arance chiacchierava con due guardie di
-pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti.
-
-Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla portiera,
-l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di
-maraviglia ella sorrise.
-
-Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che
-poteva nuocerle.
-
-Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, sorrise,
-gli disse in fretta:
-
-— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli vicino, rapida,
-leggera; poi súbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo
-tempo dietro di sè un’ondata di profumo.
-
-Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che
-or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste,
-fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sentì
-che dentro il cuore gli cantava....
-
-Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido,
-concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può sul cuore più
-saldo la parola fuggevole d’una donna.
-
-Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di
-recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità dei quattro
-palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando
-della sua vita serale. Frotte passavano, rade, folte, già satolle del
-pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad
-ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio della passeggiata
-che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo,
-che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una
-bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco
-di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca
-dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando;
-cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano su la pietra
-pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo
-senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che
-trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che
-lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando.
-
-Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s’incontran,
-s’intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le
-grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli,
-l’eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la
-canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani.
-
-Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni l’aria
-frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta che gli spargeva
-per le vene una specie di torpore benefico.
-
-E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di
-garza, prepararsi lentamente all’acconciatura da scena sotto le mani
-dell’abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto
-accennandone un motivo, provandosi la voce.
-
-La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il
-soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere
-il nero fosco intorno agli occhi, perchè brillassero più vivi.
-
-Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata giù da le
-spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il
-ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e
-su le braccia, una pasta molle, odorosa, quasi limpida, che sùbito vi
-aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera
-leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva
-sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura.
-
-Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di
-perla, una trasparenza così delicata che pareva quasi azzurra e
-lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle
-amare.
-
-«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la prima ebbrezza,
-la sua calma ragione lo riprese; pensò che un piccolo errore poteva
-perderlo, adesso più che mai, e con l’anima piena di trepidazione
-imaginò lungamente quell’incontro vicino.
-
-Era tardi; se ne andò a pranzare.
-
-
-Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand’egli entrò.
-Per un momento si trovaron nell’impaccio entrambi, poichè non sapevano
-affatto come dirsi la prima parola.
-
-— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò.
-
-— Di cosa?
-
-Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava ogni giorno
-come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte,
-a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggìo. E lasciando
-correre la mano sbadata su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che
-riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una
-grazia indefinibile sorrideva.
-
-— Sono stato scortese... — disse il giovine.
-
-— Sì, un poco... — ella rispose.
-
-Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l’accento.
-
-— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli per
-iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere la strada. Ma dovete
-perdonarmi, perchè il mio desiderio di conoscervi è stato così grande,
-e insieme così rispettoso....
-
-Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando
-ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per
-non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un
-sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini.
-
-Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria
-impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando
-curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava
-perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di
-venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo
-poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua
-maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva,
-l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano
-incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana
-Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita
-fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di
-quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la
-signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un
-modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi
-con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo
-a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva.
-Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla
-dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto
-per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi
-le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua
-bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme,
-come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento
-insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo
-cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo
-aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita
-trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva
-d’incontrarlo.
-
-Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma di lontano,
-con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le
-aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè
-offenderla.
-
-Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare
-unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le
-avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una
-singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia
-se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori.
-
-Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una
-carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello
-sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male;
-senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe
-perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante,
-accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto
-incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente,
-prendere fra le braccia da lui.
-
-Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di
-carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le
-sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo
-subitamente avvicinarsi alla portiera.
-
-Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava.
-
-Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava;
-s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte,
-poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non
-avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio
-che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se
-lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera
-pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco:
-la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco
-sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni,
-con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son
-tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori
-viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni
-loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si
-sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la
-sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua
-persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel
-desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine,
-se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel
-riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati,
-senza pur cadervi, troppo vicino all’amore.
-
-E lo guardava.
-
-Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe
-riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno
-della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona.
-I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea,
-gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte,
-formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano
-appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo
-di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi
-eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena
-di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi
-mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano
-in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di
-selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto
-era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che
-pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta
-statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità,
-così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con
-quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di
-sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che
-brillava come una lama in taluni suoi sguardi.
-
-Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano
-correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un
-pensiero.
-
-— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio
-che gli pesava. — Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio
-esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi,
-senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così
-nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi
-dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare....
-
-— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di
-malessere.
-
-— Io? chi sono?
-
-Egli parve cercare un poco la risposta.
-
-— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta
-la corte, non è vero? Quello che vi è capitato con me, può capitarvi
-ad ogni momento, non è vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa
-alcuna. Faccio una vita semplice. Amo più essere solo che con altri.
-Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la
-musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo che
-mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo
-potuto dire.
-
-Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano nell’altra, girando
-gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il
-pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l’apparenza
-di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente.
-
-— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con timore la
-faccia un po’ confusa.
-
-— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche volta, non più da
-lontano soltanto, e se potrò domandare anche a voi, per esempio: Chi
-siete?... e continuare a dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette
-oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho
-vissuti nell’attesa di parlare con voi....
-
-— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio
-pieghevole nelle mani congiunte.
-
-Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana.
-
-
-
-
-XII
-
-
-Erano divenuti amanti.
-
-A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede
-alcun turbamento esagerato, perchè nutriva di sè medesimo un naturale
-orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era
-invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire
-una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d’aver
-trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava
-chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere
-forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce
-slava, malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si
-radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva talvolta di sentirsi
-morire sotto le carezze di quell’amante. Non poteva essere una donna
-per tutti; le bisognava amare, con tanta più veemenza quanto più
-questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione,
-con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a
-lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare quella chiara
-fontana ch’era in lei, con l’ondata nè col fango delle passioni
-tormentose.
-
-Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una
-amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur
-talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava
-la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e
-mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci
-minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare
-sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia
-al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere
-una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian
-nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una
-tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti
-qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà.
-
-Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro
-inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire
-insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti,
-qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa.
-
-Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato?
-come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la
-Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò
-d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e
-comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome
-l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio
-quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina!
-
-E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si
-aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto,
-anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno
-d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare
-alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare.
-Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei
-ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo,
-corretto, elegantissimo.
-
-Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini,
-che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e
-specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere
-il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto
-l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello
-spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso
-che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie.
-
-A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle
-sue Note uno storico di bello stile.
-
-Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città,
-poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e
-con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna
-dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo
-numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per
-censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre,
-damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e
-giullare della compagnia, i commenti furono senza fine.
-
-Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la
-prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per
-non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento
-che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che
-verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per
-l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso,
-che li aveva così tranquillamente gabbati.
-
-Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a
-divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla
-medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere
-fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi
-non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare
-le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai
-Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle
-cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte
-le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da
-favella umana.
-
-Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo.
-
-— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua
-piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E
-forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che
-oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con
-un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola
-barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile
-nel suo viso dolciastro come rosolio e miele.
-
-Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva
-Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso,
-che fece ridere alcuni.
-
-— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui
-mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si
-poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza.
-L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur
-si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo
-confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava
-diritto al favore di qualsiasi bella donna.
-
-— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una
-malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo
-Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto
-Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla
-sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di
-sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli,
-poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa
-alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso
-andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per
-essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese.
-
-— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi
-l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia.
-— Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno,
-dev’essere uno spiantato.
-
-— Come lo sai? — fecero alcuni.
-
-— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda
-come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di
-bottegai suburbani.
-
-Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al
-libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian
-Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial
-nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua
-persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno.
-Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto
-loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo
-sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello
-scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le
-scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle
-quaresime non riposavano mai.
-
-Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di
-casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa
-considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale
-insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli
-stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi
-addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna
-speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente
-svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era
-stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo
-l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte
-le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva
-segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze.
-
-Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro
-medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed
-esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando
-copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con
-quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici.
-
-— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. —
-Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità
-confesso che mi è simpatico.
-
-— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per
-giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui.
-Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio,
-me ne infischio!
-
-Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza
-parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia
-d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già
-partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco
-inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano
-meglio di lui.
-
-— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era
-seduto in un angolo del palco, taciturno.
-
-— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, —
-che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle
-braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto
-commettere qualsiasi pazzia.
-
-— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo
-Malatesta.
-
-Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi
-vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da
-una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore,
-facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa
-vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio
-di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella
-sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’
-circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che
-spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri
-spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa.
-
-Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua
-buona ventura.
-
-Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature
-incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli
-odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per
-soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo,
-insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle
-cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro,
-don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi
-ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a
-comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata
-circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte
-belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno
-irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre
-ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una
-certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo
-e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei
-palchi a riconoscere l’avventuroso.
-
-Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva
-a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato
-con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro
-ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto.
-
-Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato,
-Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di
-palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi
-di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti
-insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano,
-come protettori del corpo di ballo.
-
-Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli
-importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da
-un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa
-Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano
-qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle
-una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del
-teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione
-teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del
-teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò
-Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il
-naso nelle cose altrui.
-
-Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella
-sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron
-simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno
-senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a
-benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera,
-nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo
-principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso
-patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la
-parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione
-che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or
-Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto
-qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti
-alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo
-prese a benvolere.
-
-Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor
-volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di
-tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele
-per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa,
-sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi
-detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella
-smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola
-persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare
-qualche lancia in suo favore.
-
-Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme,
-calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine
-sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di
-ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile
-dono che possa concedere la vita.
-
-Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte
-vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni
-mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada
-suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna
-al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano,
-curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva
-largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo
-riempiva il suo petto capace.
-
-Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli.
-Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli
-angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco,
-e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti
-altrui.
-
-Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse
-un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco?
-
-Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere.
-Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante
-famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più
-dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina.
-
-Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche,
-un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano
-pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco
-indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il
-ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle
-tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio
-costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’
-suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale;
-dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario
-col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo
-d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo.
-
-Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua
-camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che
-ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava
-schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte
-le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte
-bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti
-si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti
-scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano
-in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli
-adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale,
-dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi
-sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta
-vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella
-impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di
-concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata.
-
-Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a
-questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita
-disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra
-gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei
-gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori
-correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo
-a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per
-pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia,
-ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo
-di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la
-guidava nelle idee.
-
-Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore
-d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don
-Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile,
-ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di
-antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle
-marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella
-gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più
-stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili
-costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade
-i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore
-avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi.
-
-Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida
-birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che
-sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta
-ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti,
-contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere
-dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani.
-
-E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle
-galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto
-quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre
-sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate
-oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò
-per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini
-vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e
-nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla
-notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini.
-
-Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva
-impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici,
-e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava
-a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli
-stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la
-dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili
-compiacenze della pulzella soccorevole.
-
-Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva
-intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore
-del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo
-l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un
-piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la
-sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola
-curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma
-pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre
-accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re.
-
-Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni;
-drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno
-d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non
-abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor
-suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati
-una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale
-tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre,
-insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri
-commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri
-e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina,
-pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe
-convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un
-piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di
-insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano
-degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su
-l’ápice il sole tormentoso della gloria.
-
-V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli,
-per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi.
-
-Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca
-ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla
-fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella
-stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava
-senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva
-satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè
-la vena drammatica.
-
-Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie
-profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua
-persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo
-sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria
-anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio,
-per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più
-vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo
-silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai
-contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che,
-per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un
-appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di
-combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi,
-a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno
-nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto
-aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana:
-l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria,
-e fors’anche la fame.
-
-Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel
-volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un
-poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare
-la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella
-remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un
-altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno
-spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più
-tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo
-giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli
-d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione,
-a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini
-corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano
-di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di
-stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto
-osava per infuturarsi con una bella temerità.
-
-V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di
-efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della
-mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in
-fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte
-istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido
-fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva
-e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la
-vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro,
-raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe
-svincolato dalla folla.
-
-E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli
-d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo
-la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una
-furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria
-aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi.
-
-Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che
-molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima
-giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di
-quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante
-attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali.
-
-Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò
-di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche
-tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle
-diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere
-intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto
-musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia,
-ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile,
-di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I
-buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la
-sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella
-donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava
-il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando.
-
-Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un
-intruso.
-
-Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle
-soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il
-tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che
-la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a
-tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva.
-
-Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti
-strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e
-poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio,
-lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò
-il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece
-prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali
-agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso,
-fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco.
-Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa
-da potersi creare un piccolo debito con lui.
-
-Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si
-turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore
-compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo
-padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida
-commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della
-borsa.
-
-Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a
-dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai
-genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor
-di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro
-della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti
-con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’
-suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto
-sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a
-conoscenza della sua stirpe bottegaia.
-
-In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera,
-assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo
-carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con
-pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero,
-girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli,
-scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva
-il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno,
-tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a
-lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli
-faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie.
-Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda
-presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare
-impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa
-con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto
-subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al
-repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe
-per sempre perduto e bandito.
-
-Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere
-all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia.
-
-Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le
-battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo
-spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente
-non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei.
-
-Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco
-d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche
-giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse
-chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava,
-già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza
-innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía
-d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore
-d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta.
-
-Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o
-abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso,
-di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e,
-magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa:
-da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di
-appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è
-cattiva guardiana di secreti.
-
-D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano
-dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che.
-In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come
-l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate,
-una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si
-faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera
-intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la
-gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza.
-
-E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un
-cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva
-che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un
-grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli
-non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di
-rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire
-alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa,
-questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar
-da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non
-poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli
-dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti
-angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in
-cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le
-poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna,
-e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno
-sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto
-fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia.
-
-Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non
-poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta
-negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva
-sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante
-volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante,
-curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di
-ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa
-minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta,
-fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo
-respiro:
-
-— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti?
-
-Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi,
-una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e
-calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di
-quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male....
-
-E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come
-per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era
-venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse
-che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi
-non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio
-oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al
-giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà
-dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo
-suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo
-giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva
-essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo,
-qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante
-la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella
-amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che
-aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del
-profumo che portava, la musica della sua propria voce.
-
-E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale,
-fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e
-convulso, con un rantolo nella voce:
-
-— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei
-debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo
-andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci
-che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei
-taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi
-anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai!
-
-Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una
-cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore,
-e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di
-Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità.
-
-Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo.
-
-
-
-
-XIII
-
-
-Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il
-denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse;
-il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto
-alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in
-tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare
-prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi
-occorre nulla.
-
-Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni
-di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un
-prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra
-brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse
-conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere
-un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che
-rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di
-passioni e di bassezze umane.
-
-Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente.
-Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che
-sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle
-sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti,
-che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene
-arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente
-fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio
-delle cose d’oro.
-
-Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a
-suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.
-
-— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul
-naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo
-della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia.
-
-— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve.
-
-— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba
-falsa?
-
-— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è
-un gran valore, sai!
-
-E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso
-la lente.
-
-— Il marchio c’è... — borbottava.
-
-Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un
-po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo
-con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto
-carati.
-
-— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano,
-dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello!
-
-— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il
-farmacista con noncuranza.
-
-E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di
-Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro,
-dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan
-esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio.
-
-Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber
-dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le
-voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere.
-L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa
-dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra
-era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia.
-
-Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella;
-era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada,
-uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate
-che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse
-pericoloso lasciarla correr sola.
-
-Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste,
-profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di
-nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina.
-Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo
-fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi
-con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima
-figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava
-spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere
-nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita,
-quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le
-carrozze, i teatri, l’amore.
-
-L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce;
-aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando
-l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella
-Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a
-bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che
-non gli era crudele.
-
-Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor
-d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e
-rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo
-e d’amore.
-
-E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per
-solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le
-passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non
-vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa
-brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole,
-come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!...
-
-Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli
-non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte,
-ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora,
-sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto.
-Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto
-aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il
-principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo,
-seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza
-togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo
-nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose
-che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non
-bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario.
-
-A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia
-era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva
-nello spirito nascer l’ali per un più grande volo.
-
-E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice
-potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà
-camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi
-potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini
-dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la
-eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame
-incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo
-del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche
-uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini
-borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo
-trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di
-Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera
-di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte
-nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che
-albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva,
-se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini
-che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della
-vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda,
-teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote
-già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba
-e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei
-Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza.
-Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi
-profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù
-senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine
-dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la
-più ricca famiglia della città.
-
-Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale
-narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse
-abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora
-Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione
-di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta
-e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la
-seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto
-affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato
-il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata.
-
-Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa
-frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di
-Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica,
-scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle
-cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere.
-
-Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di
-quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva
-sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare
-quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta
-quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti
-di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso
-della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e
-visibilmente si struggeva d’un mal vedovile.
-
-Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben
-nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola
-cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia
-che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione
-irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda
-si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana
-come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata,
-splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si
-vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel
-riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche
-della plebe disprezzabile.
-
-Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno
-in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane
-trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi,
-e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie,
-spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica,
-sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore
-d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la
-bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche
-cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva
-nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i
-suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le
-sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si
-diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze,
-ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima
-ereditiera...
-
-Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie,
-facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via,
-spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di
-non fallire.
-
-Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita
-coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava.
-Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima,
-lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti.
-
-Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la
-sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con
-la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli
-fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra
-di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e
-dimenticata origine.
-
-Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di
-proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli
-conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un
-certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali
-avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre
-l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse
-con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi
-anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline,
-aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore
-severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile
-rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci
-antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città
-fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe
-trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del
-casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari
-cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor
-sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la
-dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri,
-maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi.
-
-Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli
-le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle
-bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo
-sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli
-eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei
-Lavoratori.
-
-E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai
-sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello
-ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva
-per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per
-la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano,
-e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della
-sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi
-robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne
-astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere
-una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa
-temerità.
-
-Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso
-gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene
-scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città
-spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il
-regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non
-avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare
-fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si
-udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad
-abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza.
-
-Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi
-afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un
-fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una
-breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle
-beate villeggiature.
-
-Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto
-s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il
-giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago.
-
-Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non
-era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta
-fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di
-pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la
-medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo
-tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un
-certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante;
-non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una
-donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava
-già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi
-un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano
-rapidamente nel calore d’una tentazione.
-
-Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre
-non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una
-villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue
-fiorite spalliere di rosai.
-
-La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi;
-tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere
-di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la
-signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di
-feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava,
-correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava
-cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche
-fiera di beneficenza.
-
-Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte,
-quasi nascosti nell’intimità del loro nido.
-
-L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche
-foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa
-maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde
-magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe
-le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da
-tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà.
-
-Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi
-di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende
-abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel
-verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche
-frantume di vetro...
-
-Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca
-sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le
-finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano
-al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui
-principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito,
-sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia
-come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso
-balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che
-nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma
-consumando il suo proprio splendore.
-
-E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un
-desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o
-viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’
-due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato,
-nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole.
-
-Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il
-basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il
-luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove
-per tutto all’intorno una leggenda d’amore.
-
-Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre
-incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par
-stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende
-il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano.
-
-Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche
-giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’
-suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche
-vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche
-ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto
-le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che
-abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella
-settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne
-tormentò il marito sonnacchioso...
-
-E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo
-di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin
-dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la
-lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di
-costui.
-
-Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre,
-un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un
-cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo,
-tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice.
-
-Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare
-in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava
-con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un
-muricciuolo di poche pietre.
-
-Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un
-bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità
-l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo,
-era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un
-amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto
-ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a
-mancare d’assiduità presso la vecchia madre.
-
-Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado
-ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema
-prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda.
-
-Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua
-grande aria battagliera del bel tempo quand’era uno smilzo ufficiale di
-cavalleria; la dardeggiava d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che
-volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il
-suo denaro, la sua più che devota urbanità.
-
-Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale
-anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare
-compiacenza.
-
-Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro!
-La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera
-magnificenza. Un giorno egli salutò. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose
-del mondo hanno la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva
-dire:
-
-«Chissà?...»
-
-Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna innamorata!
-Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche
-la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr’uomo. Poi, ad
-un tale che saluta, — un signorotto nel suo feudo — perchè mai non
-sorridere? Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette,
-nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente:
-«Chissà...»
-
-La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può succedere!...
-
-Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora
-può essere utile aver detto: «Chissà...» E poi è dolce, per la donna
-un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma
-col pensiero d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per amore
-di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; «C’è chi guarda
-mentre mi pettino le treccie alla finestra; c’è chi trema se passo nel
-giardino in vestaglia... Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua
-testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta
-e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perchè Arrigo
-non è geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei
-giorni d’estate!...»
-
-Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la soglia. Co’
-suoi quarant’anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un
-collegiale.
-
-Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia,
-tutt’accesa in volto perchè aveva remato per due lunghe ore sotto il
-sole.
-
-Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a
-ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d’una
-grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po’ scuro.
-
-— Vi prego, sedete, barone.
-
-Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi
-dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne.
-
-— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le
-nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la
-cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel
-teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa
-recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non
-dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la
-marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una
-commediola... Non dicesse di no!
-
-Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!...
-— osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le
-convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona
-qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la
-sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel
-lasciargli credere...
-
-— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono
-galante.
-
-— Oh, che fortuna!
-
-— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo...
-
-— Già, già...
-
-Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e
-melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la
-maschilità dell’uomo in un modo singolare.
-
-— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla
-conoscere.
-
-— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino.
-
-Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile,
-cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna,
-ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne
-ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo,
-la Ruskaia finì con accettare.
-
-Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non
-aveva cantato più. Il barone disse:
-
-— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino!
-
-Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si
-ripreparasse.
-
-— Insomma ho promesso: canterò.
-
-Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità
-d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco
-lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi
-nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che
-mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a
-spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice
-straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose,
-che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e
-con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina;
-si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere
-dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di
-tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè
-nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e
-sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta
-un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan
-capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare,
-l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora
-del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito,
-sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro.
-
-Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che
-dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che
-gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo,
-che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva
-d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una
-dolce villa dalle finestre semichiuse.
-
-Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande
-atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e
-di gentile modestia.
-
-Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel
-che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei
-pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla
-sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante»
-che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo
-nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della
-Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più
-avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di
-regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia
-a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di
-bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto
-di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica,
-quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le
-gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli
-mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e
-che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta
-persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa
-e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano
-impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un
-così bel dominatore.
-
-Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva
-i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a
-men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia
-era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non
-vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi
-a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per
-intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la
-bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone
-Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come
-lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna
-Claudia del Borgo, che patrocinava la festa.
-
-Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa
-e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo
-tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e
-salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito
-inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso
-de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a
-chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con
-una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città
-tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed
-a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo
-le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben
-pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a
-scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze
-altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello
-scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti.
-Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio,
-ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia
-fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto
-sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti
-eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non
-potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre
-donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante,
-spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine
-che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per
-tal modo ben sicure di non imbattersi male.
-
-Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti
-quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo
-pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi
-sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che
-non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di
-quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi
-sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con
-la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che
-a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo
-fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere
-in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!...
-egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse,
-l’avrebbe senza scrupoli consumata.
-
-Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro
-dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel
-punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel
-corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma
-poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame
-con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna
-suscettibilità.
-
-La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere
-in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle
-che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva
-senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del
-tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria
-vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime.
-Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con
-qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva
-irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano
-all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un
-tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di
-non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa.
-Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante
-con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene
-via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di
-beneficenza.
-
-Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla.
-
-Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori,
-ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto
-viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui
-labbri della donna restìa.
-
-Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non
-sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan
-allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice,
-sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e
-sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che
-non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con
-Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi
-mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un
-giorno:
-
-— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola
-amica non ve lo permetterebbe...
-
-E rise, con il suo riso pieno d’insolenza.
-
-Poi, un altro giorno:
-
-— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle
-undici...
-
-Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse
-talvolta mestieri difendere la propria onestà.
-
-Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena
-fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva
-mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi
-per quanto l’avevano fatta soffrire.
-
-Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella
-villa odorosa di gelsomini.
-
-L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le
-inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi
-le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si
-sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle
-spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si
-dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una.
-
-E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la
-nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà.
-Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese
-un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire
-da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere
-Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai
-cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente
-danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era
-Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza
-delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria,
-e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese
-dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da
-millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo,
-d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo
-tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare
-di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone
-Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la
-pazienza e il denaro.
-
-Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti
-non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne
-stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che
-il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a
-nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano
-ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di
-denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto
-corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore
-può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere
-previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee.
-Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo,
-con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio
-per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le
-sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto
-seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora.
-
-Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a
-svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con
-occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere
-familiarmente all’uscio.
-
-— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere
-per quella di Beppe Cianella.
-
-— Oh, venga pure avanti!
-
-Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere venuto, l’altro
-di riceverlo stando in letto.
-
-Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava del tu.
-
-— Sono venuto per due motivi: uno...
-
-— Ma si segga!
-
-— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver sonno, cercherò di
-spiegarmi in fretta.
-
-Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, quella
-familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo.
-
-— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un
-prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male.
-
-Arrigo accese una sigaretta.
-
-— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile.
-
-— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di andar per le spicce.
-E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico.
-
-Arrigo meditò qualche attimo.
-
-— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al
-momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere.
-
-— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le avesse già
-intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione.
-
-— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci
-ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro! È tornato
-dalla campagna con una fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un
-mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio.
-Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo
-discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti...
-
-Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione:
-
-— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo;
-mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con
-lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario
-temporaneo. Totò Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho
-accettato. Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una
-campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio,
-sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo ci sarà da combattere,
-perchè hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia?
-
-La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, le cinquemila
-lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè questi accettasse di
-presentare al Circolo l’amico dell’amico Totò.
-
-E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest’uomo
-che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione
-assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli
-si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era
-stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere più
-alte cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo nome
-si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono
-l’avvenire d’un uomo.
-
-Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno
-gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o
-con la persuasione o con l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli
-utili dagli inutili e gli amici dai nemici.
-
-Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con
-fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo:
-
-— Si arriverà!
-
-
-
-
-XIV
-
-
-Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza
-troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere
-nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di
-più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare
-dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento
-che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori
-galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui,
-comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio
-aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare,
-perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun
-rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite
-del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan
-degne d’esser rivissute.
-
-Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero
-soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che
-meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il
-volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno
-che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente
-coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella
-strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza
-disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà.
-
-Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di
-bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono,
-Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli,
-cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la
-sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu
-riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi
-con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto
-piacere follemente una decina d’anni prima.
-
-Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era
-sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e
-dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del
-gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato
-di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace
-conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la
-sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede.
-
-Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali
-era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi,
-per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza
-plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido
-signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole
-in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra
-sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi
-bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta
-fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue
-si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può
-non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.
-
-Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie,
-intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan
-esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di
-non suscitare alcuna gelosia.
-
-Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese
-ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una
-colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività.
-Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della
-raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del
-suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una
-tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava
-quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di
-sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore.
-
-Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale
-arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione;
-qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante
-vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il
-suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra
-commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe
-ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli
-sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo
-che sovrastasse alla sua vita.
-
-Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa
-di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo
-cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito
-di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il
-sogno della sua mediocre vita.
-
-Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così
-profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in
-un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento,
-l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse,
-calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere,
-prostrandolo in una specie d’annientamento.
-
-Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua
-battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada
-e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore
-assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro
-le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi,
-reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci.
-
-Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano
-abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era
-lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato
-per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in
-città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria
-meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento
-vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in
-poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli
-occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera
-anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia
-con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari
-sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella
-non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e
-donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze,
-riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo.
-
-Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime,
-senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi
-lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose
-umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata
-per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore.
-
-Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione
-d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità.
-Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra
-loro.
-
-Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei
-Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad
-essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi,
-e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia,
-credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a
-protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero
-alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata
-trionfale.
-
-Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide
-pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova
-sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una
-corte insidiosa e paziente.
-
-L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella
-d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo
-accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle
-amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra!
-Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa,
-come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un
-bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli
-dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava
-con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione.
-Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed
-insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei.
-
-Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico
-splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva
-dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi
-a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del
-quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante
-a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che
-aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il
-barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che
-sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano,
-divengono barbaramente venali.
-
-Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila
-lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver
-ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte
-regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva
-la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: —
-Peuh, se volessi...
-
-E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici
-si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva
-d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento
-simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due
-che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e
-l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma
-non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene,
-che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di
-salutarlo.
-
-Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto
-vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo,
-assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto,
-e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta
-come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due
-sconosciuti.
-
-A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne,
-o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i
-pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con
-un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.
-
-Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo
-bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai
-piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei.
-Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta
-lo innamorava un’altra volta di sè.
-
-Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse
-pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla
-scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per
-l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato
-qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più
-scaltro della gelosia.
-
-Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo
-di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in
-cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua
-vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e
-le telefonò:
-
-— Sei tu?
-
-— Chi tu?
-
-— Tatiana?
-
-— Ah...
-
-— Senti...
-
-— No, no!
-
-— Voglio vederti...
-
-— Mai più!
-
-— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai...
-
-— No. Che sciocchezze! Lásciami...
-
-— Tatiana!...
-
-Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti
-nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi
-baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura,
-come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate.
-
-Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano
-all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al
-barone.
-
-Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel
-Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo
-ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza
-egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.
-
-Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi
-accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato
-ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano
-accordati per volerne l’esclusione.
-
-Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza,
-la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una
-banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di
-bruttezza intollerabile.
-
-L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito
-dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà
-possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare
-arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa.
-
-Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni
-che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente
-angustiato.
-
-Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con
-certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso
-apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti
-perdevano la consueta misura.
-
-Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:
-
-— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di
-proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi
-accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri?
-
-Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.
-
-— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi
-sembra che tu esageri un pochino!
-
-L’altro riprese con veemenza:
-
-— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei,
-si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E
-il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre
-avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa!
-
-— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella
-voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.
-
-— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a
-finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo
-genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver
-schivato il Cellulare!
-
-Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse:
-
-— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a
-raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti
-gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio
-è già dato.
-
-Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità,
-durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si
-levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una
-collera spaventosa.
-
-— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano
-rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui
-le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se
-avessi l’intenzione di provocare un uomo!
-
-Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno
-scambio di padrini.
-
-Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano
-per i ritrovi della città notturna.
-
-Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero.
-La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale
-era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli
-riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama
-di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava
-certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato
-peccato per il bel Ferrante!
-
-Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero
-di fronte, a torso nudo.
-
-Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la
-rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva
-insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore
-gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi
-autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo
-Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un
-colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri
-difetti possiedono pure quello dell’infallibilità.
-
-Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del
-barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una
-ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.
-
-E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.
-
-Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino
-allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa
-diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al
-suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due
-gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul
-terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca,
-nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto
-che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica
-d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo
-gentiluomo.
-
-Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis,
-cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.
-
-Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e
-pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere
-del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi
-grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale,
-davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era
-del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze,
-cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per
-soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua
-passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed
-eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo;
-infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!
-
-Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava
-talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia
-che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello
-sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza
-sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo
-un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per
-tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al
-favore d’una donna.
-
-Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento
-e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più
-sicura.
-
-Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli
-occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in
-lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco
-perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata.
-Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca,
-forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per
-istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente
-misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo
-in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava
-pertinace.
-
-Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da
-lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che
-fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano
-ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla
-propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si
-sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol
-dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa,
-affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero.
-Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso
-a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta,
-anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se
-n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile
-preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le
-grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un
-godimento più fine che nella dedizione stessa.
-
-Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione,
-e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto
-insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora
-non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso
-e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello
-lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di
-muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità
-sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.
-
-Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno
-che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi
-le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron
-ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per
-la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di
-sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il
-profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia,
-tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della
-tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento.
-
-Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue
-treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con
-paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo,
-avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri,
-nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di
-lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione
-fisica estremamente voluttuosa.
-
-Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per
-il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani
-trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino
-s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo,
-tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche
-volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.
-
-Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel
-fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...
-
-Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto
-quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era
-questo l’amore che a lei piaceva.
-
-Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i
-candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di
-cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...
-
-Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso
-nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in
-tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che
-lontanavano, qualche risata.
-
-Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua
-bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più
-forte, che traboccava in un riso convulso...
-
-Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo
-confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero
-via, nella notte, fra le musiche della primavera...
-
-
-
-
- * * * * *
-
-
-
-
-I
-
-
-Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo
-della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco,
-d’amore.
-
-Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta,
-con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza,
-movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo.
-
-— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino,
-additandola al crocchio degli amici.
-
-— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie
-immature.
-
-— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per
-celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva
-di celiatore e di schermidore.
-
-Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla
-meglio.
-
-— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare
-con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un
-amore!
-
-Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella
-capigliatura, d’un vaporoso color biondo.
-
-Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare;
-disse:
-
-— Stretto passaggio, si paga il pedaggio.
-
-— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie
-Rafa non bada.
-
-— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i
-timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella
-lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina?
-
-— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò
-il Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così
-belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il
-buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre!
-
-Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo
-chiamarono, ma non rispose.
-
-— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È
-passata or ora.
-
-— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, —
-perchè molte volte attaccano la sifilide...
-
-La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza
-scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi
-trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente.
-
-— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa
-molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura...
-
-Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere.
-
-— Totò, la conosci la vergine di Rafa?
-
-— Io no.
-
-— E allora come sai ch’è una ragazza onesta?
-
-— Me lo ha confidato Rafa.
-
-Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava
-malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a
-burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava.
-
-— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva
-uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore
-quell’angolo:
-
-— Passa ogni giorno qui?
-
-— No, quasi mai.
-
-
-Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila
-lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i
-particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la
-Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière
-per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un
-capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva
-passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con
-una certa ostentazione:
-
-— Venite ad offrirmi una tazza di tè.
-
-Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore,
-l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono.
-
-— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina
-La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro
-ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa.
-
-— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse...
-
-— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza.
-
-— E tu?
-
-— Ah, va bene!
-
-— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi.
-
-— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto
-iersera?
-
-— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e
-se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta!
-
-— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece
-ridendo.
-
-L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse
-affatto.
-
-— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si
-fu allontanato.
-
-— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile
-Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi?
-
-— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi
-quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre
-una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose
-che non possono...
-
-— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere.
-
-— Volevo dire: che non posso continuare sempre.
-
-— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto
-alla tavola vicina.
-
-— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con
-un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero,
-un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una
-certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il
-giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora
-il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.
-
-— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai?
-
-— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose.
-
-Ella lo guardò attentamente:
-
-— Sei divenuto un posatore.
-
-— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che
-aveva udito. — Siete ben noiosi!
-
-— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un
-tenero per Arrigo.
-
-— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non
-è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.
-
-— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi.
-Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia.
-
-Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le
-labbra, perchè non si spezzasse.
-
-— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non
-gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore.
-
-Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro,
-l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile,
-che faceva roteare. Disse ad Arrigo:
-
-— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è
-la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi
-piace.
-
-— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla.
-
-— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò
-la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco.
-
-— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio.
-
-Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola
-vespa tutte le foglie non eran cadute ancora.
-
-
-
-
-II
-
-
-In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa
-d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo,
-tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come
-chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.
-
-Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto
-d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale,
-tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra,
-dicendogli:
-
-— Buongiorno, carissimo Riotti; come va?
-
-L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in
-luogo e vece d’una ingiuria.
-
-— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene,
-vedo. Una cera da principe! Novità?
-
-— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la
-solita faccenda.
-
-— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine!
-Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E
-la mamma?
-
-— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno
-la pelle dura!
-
-— Dunque stan bene. Meglio così.
-
-Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare
-un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe
-estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè
-a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno
-che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a
-lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso
-borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa
-soggezione.
-
-Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola
-d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la
-scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli
-Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano
-al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si
-alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo
-«Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la
-bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse.
-
-— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar
-corto a tante cortesie.
-
-— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia?
-
-— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni.
-
-— Insomma sta bene anche lei; meglio così!
-
-— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete
-al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi,
-amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si
-ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto
-bambino, e certe cose ve le posso ben dire!
-
-Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una
-volta finalmente perdette la pazienza.
-
-— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che,
-per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma
-non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho!
-
-— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti.
-
-— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi
-vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro
-partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le
-spunteranno i capelli bianchi.
-
-Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più
-orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre
-le sue guance divenivano paonazze.
-
-— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?!
-
-— È così, mio caro, è proprio così.
-
-E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze
-interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel
-salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad
-avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene
-via.
-
-Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme
-nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del
-mondo.
-
-In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non
-vi abitava più.
-
-L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per
-gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare
-il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto,
-economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo
-droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo.
-Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della
-sua famiglia nuova.
-
-Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due
-vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un
-po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di
-fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un
-furetto.
-
-Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano,
-tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo
-stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i
-genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.
-
-Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di
-rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la
-sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.
-
-Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno
-potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella
-sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso.
-
-Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi
-mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica,
-pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben
-mobiliata.
-
-Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’
-dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia.
-Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano
-a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose
-che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo,
-un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti
-incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di
-vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla
-corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e
-scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’
-inselvatichite.
-
-Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto
-era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di
-capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita
-grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione
-d’un bocciolo di rosa.
-
-— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando.
-
-Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur
-senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata
-in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e
-ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata.
-
-— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava.
-
-— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante.
-
-— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e
-tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene.
-
-Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli.
-
-— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente,
-traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo.
-
-— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi.
-
-— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse
-il padre quasi con vergogna.
-
-— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola
-gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni,
-lui!
-
-— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe
-anche degnare.
-
-— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra
-manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina.
-
-La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto,
-per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce
-dei due vecchi si rischiararono.
-
-— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella
-stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai
-pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così
-pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in
-quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante.
-
-E il padre a dire:
-
-— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi
-più di noi.
-
-— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento.
-Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure.
-
-— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava
-bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che
-involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore.
-
-— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa
-desideri?
-
-— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso...
-
-Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto.
-
-— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico.
-
-La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e
-veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri
-e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso.
-
-— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco
-delle sue guance. — Chi te l’ha data?
-
-— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con
-un’aria di sottinteso.
-
-— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua
-voce. — Cosa vuoi dire?
-
-— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai
-parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non
-ha in mente che il suo specchio.
-
-— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua
-faccia divenne cattiva.
-
-— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel
-battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti
-piace, se no te la cambio.
-
-Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il
-bocchino d’ambra.
-
-— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il
-cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione:
-— Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla
-moglie.
-
-— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata!
-
-E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti.
-
-— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse
-ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo
-intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate.
-
-— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo
-gustato qualcosa di simile!
-
-— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia.
-
-— Per bacco! E datemene ancora!
-
-La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da
-un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela
-porse.
-
-— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come
-per iscusarsi.
-
-— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è
-ancora la cosa migliore.
-
-— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso!
-— intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!...
-
-— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con
-dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon
-vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno
-scintillìo di rubini.
-
-— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi!
-
-— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era
-commosso per la sua pipa.
-
-— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non
-sono forse in casa mia?
-
-Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua
-vita piena d’infingimenti e di scaltrezze.
-
-— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che
-deve parerti una casa di forestieri.
-
-La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava
-in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe
-costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran
-cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male,
-ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se
-l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un
-pollo.
-
-Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il
-piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne
-obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana
-ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran
-talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.
-
-E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo
-focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica
-origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la
-buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi
-il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come
-il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i
-gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed
-eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo,
-e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che
-dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e
-più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo
-per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.
-
-Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste
-che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad
-essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo,
-che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente.
-E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva
-nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà
-l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un
-pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui
-l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque
-d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli
-odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar
-gli occhiali nella mostra illuminata.
-
-Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi
-tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa.
-Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più.
-
-Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta
-che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli
-a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le
-scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.
-
-La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano
-rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che
-spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi,
-ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso
-anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora:
-
-— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono
-atteso a teatro.
-
-— Cosa vai a sentire? — domandò il padre.
-
-— Vado a sentire _Loute_, una «pochade».
-
-— Roba nuova?
-
-— Che nuova! L’avrò intesa venti volte.
-
-— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro?
-
-— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre.
-
-— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma
-non spendo nulla.
-
-— Come non spendi nulla?
-
-— Abbiamo un palco in parecchi amici.
-
-— E non vi costa niente?
-
-— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di
-stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre
-dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri,
-fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici
-andare per conto mio.
-
-— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio.
-
-Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi,
-leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega,
-come s’ella volesse confidargli qualcosa.
-
-— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un
-sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’
-come te, sai... E proprio non ne posso più!
-
-Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da
-intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano
-sorriso gli increspò la bocca.
-
-— Dunque vuoi andare a teatro, tu?
-
-Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un
-gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta
-ch’era un po’ di sghembo.
-
-— Eh, sì, vorrei... — disse.
-
-— Bene, ti ci condurrò io.
-
-— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste.
-— Non ho abiti e non posso venire con te, così...
-
-— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare,
-combineremo.
-
-— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce.
-
-— Anche domani.
-
-E le diede un bacio su la bocca.
-
-
-
-
-III
-
-
-Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto
-vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle
-sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino
-alle sei del mattino per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato
-in principio di sera.
-
-Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello,
-senz’attendere che il domestico l’annunziasse, e, vedutolo giacere, si
-fermò di botto qualche passo oltre la soglia.
-
-— Come mai? Dormi?
-
-— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti.
-
-Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un
-cielo rosso.
-
-Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con
-gli occhi assonnati, tendendole una mano.
-
-— Dunque? — fece.
-
-— Che hai? Non stai bene?
-
-— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non
-sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, sì, per il
-teatro!
-
-— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere con te. Se
-sapessi quanto m’annoio! Il vederti è come una festa.
-
-Arrigo sorrise.
-
-— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino da notte per
-prendere una sigaretta.
-
-— Cercami uno zolfanello, piccola.
-
-Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovata la scatola,
-venne presso il letto e si chinò sul fratello per accendere la
-sigaretta ch’egli teneva tra le labbra.
-
-Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte.
-
-— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda del letto.
-
-— Fumi anche tu?
-
-— Sì, qualchevolta, di nascosto.
-
-— E non ti fa male?
-
-— Male? Tutt’altro!
-
-Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò ad accenderla
-su la brage di quella che fumava il fratello, accavallò le gambe una su
-l’altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa,
-le rannuvolava intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di
-frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una grazia
-squisita.
-
-— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo domestico mi ha
-guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo
-mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui?
-
-— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo.
-
-— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son venuta avanti. Ma
-forse non mi ha creduto. Poco male!
-
-— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari una tazza di tè;
-così farete conoscenza.
-
-Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver
-bussato cautamente all’uscio.
-
-— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro s’avanzò, con una
-certa cautela, inchinandosi.
-
-— Vedi questa bella signorina?
-
-— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo con un di
-que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle
-segrete galanterie del suo padrone.
-
-— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare una dozzina di
-«marrons glacés». È mia sorella.
-
-— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere.
-Infatti, infatti le somiglia!
-
-— Eh, sì, come due gocce d’acqua!
-
-Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d’intrigo
-e d’avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo
-fratello.
-
-Il domestico se ne andò.
-
-— Hai sonno ancora, forse?
-
-— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia.
-
-— Aspetti gente?
-
-— Nessuno.
-
-— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento?
-
-— Certo.
-
-— Quante camere hai?
-
-— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però dorme fuori.
-
-Loretta ebbe un colpo di tosse.
-
-— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via.
-
-— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo ancor più. — È
-solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola.
-
-— Buttala via.
-
-— Sono turche?
-
-— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del letto e finirai
-con scivolare giù.
-
-Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse un po’ di
-fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse più coi
-piedini a toccare lo scendiletto.
-
-— Che letto grande, hai, per bacco!
-
-— Si sta più comodi.
-
-— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo.
-
-— Cos’hai capito?
-
-— Mah!...
-
-E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva
-involontariamente al viso.
-
-— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole una mano su le
-ginocchia.
-
-Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore.
-
-Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di
-capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di
-paglia rilucente come il grano. L’abito le modellava il busto, non
-esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi
-nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro
-appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava.
-
-La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che
-dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente,
-parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei
-polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una
-straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta
-la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur
-nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi,
-di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva
-intorno come il profumo colpevole della sua nudità.
-
-— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso.
-
-— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza.
-
-— Come «anche tu»?
-
-— Perchè me lo dicono spesso.
-
-— Davvero? E questo ti lusinga?
-
-— Un po’... un po’... certo!
-
-— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso.
-
-— Che c’è?
-
-— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro?
-
-— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena.
-
-— Fammi vedere.
-
-— No.
-
-— Via, lasciami vedere!
-
-E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella volle
-resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di lui, premendolo
-con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse a prenderle il polso che
-aveva teso all’indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa
-lite, che li faceva urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di
-sottilissimo piacere.
-
-— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella.
-
-— Bene.
-
-Se lo tolse dal polso e glielo diede.
-
-Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di
-brillantini.
-
-— Chi ti ha dato questo braccialetto?
-
-Ella rispose con una voce punto persuasiva:
-
-— Nessuno; me lo son comperato io.
-
-— Chi ti ha dato i denari allora?
-
-— Toh!... io.
-
-— Tu? Impossibile!
-
-— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna.
-
-— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa?
-
-Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda.
-
-— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò con allegrezza.
-
-Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione era minutissima.
-
-— _Honny soit qui mal y pense_...
-
-Arrigo si volse attonito a guardar la sorella.
-
-— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta questa faccenda...
-
-— Ma non c’è nulla di spiegare: _Honny soit_...
-
-— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato?
-
-— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria di derisione.
-
-— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa...
-
-— Di cosa?
-
-— Di galanteria, di regalino amoroso...
-
-— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria.
-
-— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo?
-
-— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata.
-
-— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche
-innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire.
-
-— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un sorriso provocante.
-
-— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un certo impaccio,
-— io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che
-tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto.
-
-— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una sottile
-scaltrezza.
-
-— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene
-aver fiducia in tuo fratello, tanto più ch’io non sono severo e che ti
-voglio bene.
-
-Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente
-angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè un simile fatto gli
-cagionasse tanta irritazione.
-
-— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente
-riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te.
-
-— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito.
-
-— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in
-tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io...
-
-— Ma dimmi dunque chi è questo tale!
-
-— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi
-dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto
-quasi come te: molto elegante.
-
-— Sì, e poi?
-
-— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni
-giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente
-s’è fatto coraggio e mi ha parlato.
-
-— E tu?
-
-— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere
-una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto
-che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne
-una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine.
-
-Entrò Filippo con il vassoio del tè.
-
-— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo.
-
-Il domestico obbedì in silenzio.
-
-— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! Dunque vuol
-dire...
-
-— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, poi ti racconto.
-Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto.
-
-— Sì, sì, va bene.
-
-Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando
-riprese il racconto.
-
-— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi trattava come se
-fossi chissà chi...
-
-— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me.
-
-— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi «marrons»!
-
-— Mangia, mangia.
-
-— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto.
-
-— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere?
-
-— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, che non
-viveva più, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi
-avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perchè
-non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un
-appuntamento per il giorno dopo.
-
-— Brava!... e dove?
-
-— Al Giardino Pubblico.
-
-Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile.
-
-— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche sciocchezza con
-lui!
-
-— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non voglio nasconderti
-niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici,
-e che tu m’aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione,
-perchè, vedi, anch’io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro
-modo...
-
-Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di
-femminilità.
-
-— Va bene, Lora, va bene...
-
-Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, di quel volto
-così vicino al suo.
-
-— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero?
-
-— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità.
-
-— Ossia?...
-
-— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno...
-
-— Ma chi è questo «lui»?
-
-— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un
-albergo, perchè si fosse più nascosti. Ho rifiutato. Allora cominciò
-con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva
-in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi,
-ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perchè veramente
-non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perchè è ben vestito,
-elegante, non brutto, e dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi
-dice nulla! non mi va!
-
-— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?...
-
-— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di
-gridare.
-
-— E allora ti lasciava?
-
-— Súbito.
-
-— Davvero?
-
-— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti
-pare?
-
-— E come andò a finire?
-
-— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede
-quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le
-sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente
-di male...» Vero?
-
-Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso della sorella.
-
-— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare che dicesse «hónny».
-
-— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa.
-
-— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. Del resto è
-naturale; avevi un’amante ch’era francese: anzi eccola lì... — Segnava
-due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l’altro
-appeso al muro.
-
-— No, Loretta, quella era una russa.
-
-— E dov’è andata?
-
-— È partita già da un pezzo. Continua.
-
-— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee
-tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto
-che non gli riusciva di condurmi a’ suoi fini, è giunto a farmi una
-proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me,
-che non può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, perchè
-se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser
-buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la
-darebbe.
-
-— E tu?
-
-— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono
-stata un poco in dubbio, per dire la verità. Poi ho rifiutato, pensando
-che a mutar parere avrei tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te
-parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per
-sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo è grave, e
-non si può farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io!
-
-Egli trasse un lungo respiro:
-
-— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava!
-
-E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell’udirla
-parlare così. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si levò sopra un
-gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente.
-
-— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito non l’ho. Se
-mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti
-confesso che domani, per un tipo il quale m’andasse a genio, forse
-forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no.
-
-— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere chi è?
-
-— No, questo non te lo dico; mi secca.
-
-— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta!
-
-— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con
-anima viva.
-
-— È inteso.
-
-— No, dammi la tua parola d’onore.
-
-— Parola d’onore.
-
-— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta pomposamente, con
-un certo orgoglio di sè.
-
-— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando su. — Dunque il
-maggiore, Rafa?
-
-— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che lo conosci!
-
-— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. È del mio
-Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che
-tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare?
-
-— Cosa dici?
-
-— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono
-perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po’!...
-
-E prese minutamente a spiegarne le ragioni.
-
-— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella disse dopo
-aver ascoltato. — Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa
-faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo
-a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi
-che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita
-nemmeno.
-
-— Che nome gli hai dato?
-
-— Un nome a caso: Montaldi.
-
-Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse:
-
-— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c’è più. Sono
-due fratelli.
-
-Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di un pensiero
-nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente:
-
-— Ricco e libero.
-
-— Che vuoi dire? — fece la sorella.
-
-— Cosa voglio dire non so... Rifletto.
-
-Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono.
-
-— Se Rafa... — diss’ella, esitando.
-
-— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla.
-
-— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi...
-
-— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa nella vita
-bisogna credere con fermezza nelle possibilità e nelle speranze più
-assurde. Però...
-
-Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole.
-
-— Però?... — fece.
-
-— Non lo credo capace di una vera passione, — disse Arrigo, — ma di
-commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, sì.
-
-— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose con una singolare
-freddezza.
-
-— Ah?
-
-— Te ne meravigli?
-
-— Un poco.
-
-— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai?
-— Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo
-sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti.
-
-Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro
-aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle parole che dicevano.
-
-— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per lo meno è un
-affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti
-avverto che io non ti lascerò divenire l’amante del Giuliani.
-
-— Ah?... E perchè?
-
-— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto...
-
-— Poi?
-
-— Poi, non credo che ti convenga.
-
-— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio.
-
-— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non così
-leggermente com’egli forse immagina.
-
-Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la più scaltra
-donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di
-fasciarlo nell’insidia della sua femminilità.
-
-— Aiutami Rigo... — ella disse.
-
-— Io?
-
-— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello
-maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io conosco la tua vita
-meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, però ti
-rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il più lontano che sia
-possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per
-fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere
-con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta
-di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse
-bene.
-
-— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli rispose, turbato.
-
-— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere che anche a me, come
-a te, sorrida una vita più bella? Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma
-potrebbe in altro modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna.
-
-— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe dire vendersi.
-
-— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma quella sola parola
-chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? — Egli
-comprese l’ironia della sorella, tuttavia scosse il capo.
-
-— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, se
-vuoi far questo, non raccontarlo a me.
-
-— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m’aiuti,
-Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza che hai, mi sentirò
-sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso
-fra me e te, fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento,
-una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... Nel venire
-qui tremavo un poco, perchè sapevo già che t’avrei parlato di tutte
-queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro
-nome, e che non sii tu...
-
-Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua,
-con tutta l’anima sul fiore della bocca, nel desiderio d’essere intesa.
-
-— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè sentisse il
-bisogno di fargli questa affermazione. — Non mi piace, ma può essere
-molto prezioso per me, per noi... Non credi?
-
-— Forse... — egli si lasciò sfuggire.
-
-— Per questo l’ho tenuto a bada.
-
-Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. Ella
-interruppe un lungo silenzio con queste parole:
-
-— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa
-t’accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta.
-
-Egli si agitò come per un malessere.
-
-— Allora cosa vuoi? — disse.
-
-— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò.
-
-— Proprio?
-
-— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un braccio.
-
-— Perchè vuoi questo?
-
-Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere.
-
-— Così... voglio essere la tua amica...
-
-— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male?
-
-— Non fa niente. Poi non sarà.
-
-Egli rise, d’un riso torbido.
-
-— Ne sei certa?
-
-— Oh, sì!
-
-Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da
-quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un
-insopportabile calore.
-
-— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei prima tentare
-che ti sposasse. Ma per questo non c’è che un mezzo, quantunque
-ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia
-sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio.
-
-Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le parve
-ammirevole.
-
-— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia.
-
-— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei?
-
-— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto
-quello che voglio.
-
-— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non
-immaginavo mai che fossi tu.
-
-Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero Rafa!...
-
-— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo.
-
-— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non
-so... forse questa è la mia natura.
-
-— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo tutto fra noi: quel
-che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una
-sera andar a teatro insieme.
-
-— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le
-stringeva la gola.
-
-— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito.
-
-— Non ne ho.
-
-— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare qui, perchè a casa
-non conviene.
-
-Anna Laura non sapeva rispondere.
-
-— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. Ci penserò io.
-Anzi verrò con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere
-che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti
-cambierai. C’è tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non
-c’è, si compera.
-
-— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli le braccia intorno
-al collo. — Come ti voglio bene!
-
-Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di
-protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba.
-
-— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per
-sera.
-
-— Eh, lo so!
-
-— Falle fare.
-
-— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e
-l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te?
-
-Agitava il suo piedino, parlando.
-
-— Sì, certo.
-
-— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda.
-
-Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo
-del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa.
-Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava
-su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella
-caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua
-nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza
-di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva,
-dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse.
-
-— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e
-di femmina.
-
-— Sì... ma vattene, Lora! È tardi.
-
-— Che ora è?
-
-La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua.
-
-— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi...
-
-— Vengo domani?
-
-— Sì.
-
-Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era
-uscita.
-
-
-
-
-IV
-
-
-Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera
-nuova che fioriva di graste i davanzali.
-
-Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza:
-
-— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma
-proprio non sapevo...
-
-— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene?
-
-— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei.
-
-— Dov’è Arrigo?
-
-— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo.
-
-— Non importa, ci vado io.
-
-Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del
-fratello, battè all’uscio due colpi leggeri.
-
-— Posso entrare? Son io, Loretta.
-
-— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi.
-
-— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È
-questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa!
-
-— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse
-Arrigo. — Dunque, come va?
-
-— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso.
-
-— Ah, sì?
-
-— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata
-per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera
-disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Però me ne sono
-liberata in fretta; eccomi qui.
-
-Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con
-molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie,
-che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati,
-umidi, e fumava, come di consueto.
-
-— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella.
-
-— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima.
-
-— Costa cara?
-
-— Cinque lire il vasetto.
-
-— Peuh, non c’è male!
-
-Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del
-fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel
-giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e
-sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò:
-
-— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra?
-
-Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata
-e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo
-ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con
-un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio,
-sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva
-intento.
-
-— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto
-bene con quel tuo cappello.
-
-— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come
-questo: sessanta lire. Una rovina!
-
-Il fratello sorrise.
-
-— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che
-spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio
-miracoli!
-
-— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi
-denari che ti passano in casa?
-
-— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io
-quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla
-modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per
-la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della
-padrona.
-
-— Ma come mai ti fanno credito?
-
-— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne
-furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno
-o l’altro pagherò.
-
-— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico.
-
-— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli
-di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane
-qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi
-comprendere.
-
-Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un
-sorriso indefinibile su l’orlo della bocca.
-
-— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta?
-
-— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio.
-Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la
-mano in tasca, preferisco sia Rafa.
-
-Così dicendo ella si mise a ridere.
-
-— Dunque ne riparleremo.
-
-Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i
-riccioli.
-
-— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo.
-
-Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta.
-
-— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei!
-Guarda...
-
-E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose
-con molti riguardi su la manica del suo accappatoio.
-
-— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie
-spazzole! — osservò Arrigo.
-
-— Dammi un pettine, le ripasserò io.
-
-— Tu vuoi farlo?
-
-— Ma sì, che importa?
-
-Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la
-spazzola.
-
-— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò con una risata; e
-soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa?
-
-— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso.
-
-— La vedova?
-
-— Sì.
-
-— Dove tieni i suoi ritratti?
-
-— Nascosti, perchè vuole così.
-
-— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo
-nome.
-
-— Clara.
-
-— E le vuoi bene?
-
-— Perchè me lo domandi?
-
-— Così; voglio sapere se sei innamorato.
-
-— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’
-noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo?
-
-— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno.
-Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato?
-
-— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato.
-
-— Perchè non la lasci allora?
-
-— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così
-facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu
-non puoi capire.
-
-— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto.
-
-— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da
-parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno
-voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un
-brutto tipo, io!
-
-Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere.
-
-— Tieni. La spazzola è pulita.
-
-Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese.
-
-— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla
-finestra perchè mi debbo vestire.
-
-— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto.
-
-E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a
-lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati.
-
-— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa?
-
-Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere.
-
-— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un
-piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti
-insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse
-paura.
-
-— Me lo immagino.
-
-— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi
-col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il
-quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale
-appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente,
-non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una
-grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser
-stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per
-leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a
-questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più
-in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene
-la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire:
-bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile,
-bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere...
-M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il
-tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena
-d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi
-bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità!
-
-S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei,
-guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, raccolta
-e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi
-suggerimenti. Poi disse:
-
-— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci questa illusione.
-
-— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta
-l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altre pazzie. Non mi
-dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere
-qualsiasi cosa da lui?
-
-— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio.
-
-— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta
-a....
-
-Ella ebbe un piccolo moto nervoso:
-
-— Bah!... senti... una volta o l’altra....
-
-— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità profonda,
-investendo la sorella con uno sguardo ch’era quasi un desiderio di lei.
-
-— Cosa dici, Rigo?
-
-— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, in fondo, non vi
-sia nessun giudice migliore di te.
-
-Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un
-veemente rancore. Anche la sua fisionomia s’era un poco mutata.
-
-— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma,
-ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito
-confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma
-nel quale non credo, chi altro mi sposerà? Un signore dal quale
-possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un
-bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa?
-Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i
-pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e
-piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto
-e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono come i tuoi:
-tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch’io. A te piace
-vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro,
-frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace
-anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta a
-riuscirvi come potrò.
-
-Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava ad
-allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro.
-Eran davanti l’armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno
-della camera.
-
-— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi pensato. — Io
-son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore
-felicità. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato
-l’esempio. Certo però, come fratello, dovrei parlarti altrimenti.
-
-— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò con una
-singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed
-ero bambina quando c’eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse
-un estraneo, del quale ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che
-raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa,
-poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco forse quel
-che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio
-fratello.... — Esitò ancora, poi disse: — Mi sembra quasi d’andar a
-trovare un amante....
-
-Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa
-e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria
-confusione.
-
-— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo il viso, come
-per occuparsi d’altra cosa.
-
-Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe,
-dicendole:
-
-— Bene, continua.
-
-Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugiò a
-ritrovar le parole.
-
-— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile ch’io mi mariti, per
-cosa o per chi mi conserverei onesta?
-
-Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse:
-
-— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia divenne
-aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta ci si può conservare
-oneste anche per sè stesse.
-
-— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! Bel
-tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! Io, ti dirò,
-ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse;
-altrimenti a quest’ora....
-
-Allora il fratello si mise a ridere.
-
-— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane....
-
-— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con te! Sei il solo
-che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verità.
-
-— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli ripetè, sempre
-ridendone.
-
-— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le
-dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta...
-
-Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, con un
-atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le
-ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed
-esclamò:
-
-— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu!
-
-— Io?... perchè?
-
-— Mi guardi con un’aria così maravigliata...
-
-— Pensavo a quello che hai detto.
-
-— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei così. Meglio
-dunque valermi di questo mezzo per ottenere ciò che mi piace. Anche
-tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press’a poco aver battuta la
-medesima strada...
-
-E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la
-spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell’armadio.
-
-— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?...
-
-— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è Paolo, e c’è il
-Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai!
-Dámmene una goccia sul fazzoletto.
-
-Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto minuscolo e
-due volte la capovolse.
-
-— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del petto, su la
-mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta
-sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la
-rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio.
-
-— Qui... — disse ancora.
-
-Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera
-carezza le profumò la gola.
-
-— Ti piace?
-
-— È un profumo delizioso. Come si chiama?
-
-— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi?
-
-— E tu?
-
-— Me ne prenderò un altro.
-
-— Grazie.
-
-Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi
-ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, che piovono per l’aria,
-l’estate, quando il vento cade.
-
-
-
-
-V
-
-
-Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò a prendere
-Loretta per condurla a teatro.
-
-— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, poi che seppe
-lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto
-d’indulgenza rassegnata.
-
-— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta ha voglia di
-svagarsi; e lo si capisce: è la sua età.
-
-Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava.
-
-— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, questa figliola ne ha
-già da vendere, — disse il padre con la sua voce mite.
-
-Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori con Arrigo
-dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua
-maledetta lingua.
-
-— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che bella
-improvvisata!
-
-Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di botto:
-
-— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti?
-
-— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile.
-
-Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso.
-
-— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà tardi, — egli
-suggerì alla sorella.
-
-— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E tu la lasci
-andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio.
-
-— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa.
-
-— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo.
-
-E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi
-piano, ridendo.
-
-— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai
-sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto:
-
-— Be’, facciamo la scopa?
-
-— Facciamola pure.
-
-Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!...
-se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da
-burattino in casa tua!
-
-E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere.
-Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con
-Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente,
-limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli
-argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli
-familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi
-bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare;
-Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore
-avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio
-in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per
-seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare;
-Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte,
-morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli
-peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi
-meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava,
-rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care
-speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che
-ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna
-ch’era stata in gioventù.
-
-Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti
-l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra
-Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per
-lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro
-ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade.
-Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la
-ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella
-certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di
-marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene.
-Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano
-a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori
-femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le
-virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo,
-non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì
-vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però
-senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente
-il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio
-del quale udisse parlare.
-
-Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe
-sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto
-in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si
-curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava
-di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera,
-nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava.
-Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di
-«temperamento!»
-
-A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista
-dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche:
-un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo,
-benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di
-piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo,
-per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore
-del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una
-figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo
-qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un
-vaso di terra cotta.
-
-Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava
-d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel’avrebbe
-data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e
-nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo
-come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia
-con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe
-forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai
-vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha
-le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche,
-umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel
-sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un
-bue.
-
-
-Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi
-quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto
-ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora.
-
-L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era
-uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso
-per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto,
-piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da
-bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul
-cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a
-pagliuzze luccicanti.
-
-A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al
-buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in
-quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera
-da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile,
-ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto:
-Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi
-dall’esclamare:
-
-— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia
-al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne
-aveva le ciglia umide.
-
-— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia
-con un gesto di protezione e d’amore.
-
-— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per
-giungere alla sua bocca.
-
-E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose?
-
-— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti ora, ch’è
-tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. Se ti occorre qualcosa,
-chiámami.
-
-— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata.
-
-— Come vuoi tu...
-
-— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma ti
-chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti?
-
-Egli sorrise.
-
-— Mi proverò.
-
-Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da
-prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale.
-
-— Farò presto, sai...
-
-— Va bene; ma non ho fretta.
-
-— Hai pranzato, Rigo?
-
-— Non ancora.
-
-— Perchè?
-
-— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro.
-
-— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera.
-
-— Dunque ceneremo, — egli disse.
-
-Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore
-continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti,
-quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva
-immagine di colei che si spoglia.
-
-L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli
-spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della
-pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude
-in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era
-lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto
-intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori
-prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra
-balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli
-occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa.
-
-Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva
-intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua
-scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate.
-
-Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù,
-a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i
-riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si
-pettinava.
-
-Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile.
-Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di
-badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel
-lungo abbigliarsi d’altre donne.
-
-Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi,
-dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d’affacciarsi all’uscio
-per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per
-allontanare da sè la tentazione.
-
-— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò.
-
-— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella scatola
-d’argento.
-
-— No, voglio la tua.
-
-E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, la gola,
-il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva la sua pelle commisto a
-quell’odor di cipria. Buttò il giornale, accavallò le gambe, si mise
-a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira
-gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva.
-
-— Ti annoi, Rigo?
-
-— No.
-
-— Che fai laggiù?
-
-— Fumo.
-
-Ella esitò un momento, poi disse:
-
-— Vieni qui... tanto è lo stesso!
-
-Egli ebbe un piccolo tremito.
-
-— Sì? posso venire?
-
-Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi fissi.
-
-— Come ti sei pettinata bene! — osservò.
-
-Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di
-civetteria:
-
-— Ti piaccio?
-
-Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla.
-
-C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che turba i sensi
-come un forte bacio.
-
-Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che
-le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era
-sembrata mai così bella. Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non
-sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli
-ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva nel cavo
-delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi di lui che la
-fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbassò le
-braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa.
-
-— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi costringi ad
-arrossire...
-
-Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso.
-
-— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti guardo.
-
-Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le
-ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata.
-
-— Sei in collera? — ella fece.
-
-— No, Lora, perchè?
-
-— Non mi parli...
-
-— Siccome non vuoi che ti guardi...
-
-— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento;
-adesso più.
-
-E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine.
-
-— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse Loretta. —
-Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libertà. Cosa ne
-pensi?
-
-— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza.
-
-— Non vorresti avermi con te, Rigo?
-
-— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso...
-
-E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle
-sue parole.
-
-Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le
-calze di seta.
-
-— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio!
-
-E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta.
-
-Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò:
-
-— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita.
-
-Egli l’andò a cercare; le disse:
-
-— Lascia fare a me; t’aiuterò io.
-
-Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella sedeva; su
-l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con
-delicatezza si mise a calzarla.
-
-— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo averne l’abitudine.
-
-— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi
-credi? — E non si moveva di lì, battendole il corno leggermente su la
-caviglia calzata di seta.
-
-— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È più piccolo il
-mio o quello della tua amante?
-
-— Il tuo.
-
-— Ora ti sarai impolverato; álzati.
-
-Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse
-prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due seni, troppo forti per
-la sua verginità, que’ due seni divisi da un incavo profondo, che
-rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva,
-oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua
-tentazione fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse
-involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo’ di
-scusa:
-
-— Guarda, v’è un po’ di cipria...
-
-Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse
-tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in
-quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare.
-
-Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i
-rintocchi parvero quasi un avvertimento.
-
-— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni
-ad arrivare in principio.
-
-— Sì, passami l’abito.
-
-Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in
-lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e
-glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo.
-
-— Vòlgiti, che t’allacci, Lora.
-
-E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con
-guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non
-era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi
-chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una
-guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e
-nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso,
-Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta
-una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo.
-
-— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu!
-Sapendosi vestire, non è difficile!
-
-Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in
-quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua
-più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce
-nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco
-d’un desiderio contenuto.
-
-— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di
-te domani.
-
-— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, specchiandosi
-per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore:
-
-— Ma, di’, non sono troppo... nuda?
-
-— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite paiono più nude
-che in camicia.
-
-Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò ancora, si
-fece scorrere lentamente su l’avambraccio i guanti stretti, e ravvolta
-in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclamò
-allegramente:
-
-— Son pronta!
-
-Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono.
-
-Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida
-e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, metteva tra le case fosche
-un tremolìo di stelle. La città s’inoltrava nella notte con un grande
-respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e
-lenta, se n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il
-fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati
-quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio.
-
-— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi?
-
-— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera.
-
-— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi...
-
-— È probabile: la gente pensa molto spesso il male.
-
-— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu
-credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello.
-
-— Non credo.
-
-Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del
-cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata.
-
-Era la prima della _Carmen_ quella sera. Giunsero che lo spettacolo
-era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto
-di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della
-fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio
-meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva
-di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come
-il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica,
-di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di
-quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi
-aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di
-respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono
-qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai
-voluto splendere, ecco, e splendeva.
-
-Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde;
-sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più
-rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità
-di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia
-per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore
-vivificante.
-
-Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle
-poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche
-canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti
-curiose.
-
-Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di
-bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano
-dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere
-adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate,
-corteggiate, era stato l’amante di alcuna.
-
-Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia
-del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta
-romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto
-l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e
-biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa,
-questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa
-Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale
-di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato
-al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe
-leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella
-piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la
-buona Casa di San Pietro.
-
-Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava
-squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e
-greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna
-Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il
-cavallo in un concorso ippico.
-
-Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta
-eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan
-la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi
-trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da
-tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in
-facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a
-ridosso, e tutto il parentorio nel buio.
-
-I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran
-guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte
-rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i
-brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.
-
-C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città
-per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza
-fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la
-soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il
-gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che
-le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima.
-Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un
-nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva
-ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto
-del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè
-il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse
-oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre;
-era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve
-dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza
-era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue
-fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe
-una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe
-camminato senza romore.
-
-Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno
-stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori
-bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la
-solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li
-alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva
-essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli
-oscuri.
-
-Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi
-si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella
-in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava
-singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi
-più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto
-giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui
-perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita.
-
-Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro,
-ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile;
-non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga
-noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per
-incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per
-avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza
-d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era
-nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la
-voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere
-in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia
-inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna
-irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore.
-
-Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi
-penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua.
-Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma
-nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce
-umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava
-sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli
-altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue
-ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella
-casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo
-giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era
-quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli:
-«Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo
-sorriso che nasconde le mie lacrime...»
-
-Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto
-finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente
-un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse
-il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi
-di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si
-raggruppava.
-
-Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che
-gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi
-difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su
-dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite,
-gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso
-nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare.
-
-Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere;
-non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio
-di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva
-scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella
-nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara
-Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse
-una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in
-fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio
-vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con
-uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma
-invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili,
-quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel
-battesimo del fuoco.
-
-Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un
-pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre
-adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del
-Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.
-
-— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente.
-
-— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto,
-sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si
-ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una
-lumacatura.
-
-— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta.
-
-— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...
-
-— Povera donna! Deve guadagnar poco.
-
-— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da
-visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti
-tutto il teatro lo saprà.
-
-— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di
-rose.
-
-Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini,
-dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella
-ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila.
-Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure
-alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia,
-infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa
-notizia.
-
-Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi
-dall’alto al parapetto del palco.
-
-— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù.
-
-Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici.
-
-— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi.
-
-— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio.
-— Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi.
-
-Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata
-con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era
-lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo,
-la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima
-cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la
-bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava
-infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande
-meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel
-viso.
-
-— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici.
-
-— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse.
-
-— Insomma la conosci o no? Chi è?
-
-Allora prese una risoluzione e disse:
-
-— L’ho veduta molte volte per istrada.
-
-L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei.
-
-— Non sai altro?
-
-— Non so altro.
-
-— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua
-amante non ne saresti più sovreccitato.
-
-Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti
-opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco
-d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto
-ridicolo.
-
-Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il
-povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non
-comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse
-tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di
-chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera.
-
-— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver
-qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si
-scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole,
-poi volse gli occhi altrove.
-
-Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè
-finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il
-terz’atto.
-
-— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli.
-
-— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi.
-
-— È la sorella di Arrigo.
-
-— Ma via! non dire sciocchezze!
-
-— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico.
-Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta?
-
-Rafa scrollò le spalle, ma timidamente.
-
-— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano?
-
-Rafa, mezzo intontito, non rispondeva.
-
-Un maligno avanzò:
-
-— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per
-una signorina di buona famiglia?
-
-— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre!
-
-— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia.
-
-— Questa è bella davvero, per bacco!
-
-— Ha gli occhi tinti.
-
-— No.
-
-— Sì.
-
-— Una bocca viziosa...
-
-— E il petto!... guarda un po’ che splendore!
-
-— Dev’essere una civetta.
-
-Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a
-celiare sul conto di Rafa.
-
-— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha
-incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre.
-
-— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente.
-
-— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato.
-
-Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero.
-
-— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo
-misterioso amore!
-
-— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo
-la cosa in ridere.
-
-— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere
-qualcosa.
-
-— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di
-vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete
-sicuri poi?
-
-— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei.
-
-Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe.
-
-Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che
-opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come
-affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei.
-Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee.
-Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto
-in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque
-divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto,
-anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente,
-al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che
-l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così
-desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare,
-tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se
-pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa
-fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni,
-che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone
-via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il
-bianco della sua cipria?
-
-Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento
-di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo
-pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era
-momentaneamente presa dal desiderio di lei.
-
-Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita
-del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il
-patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione
-lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non
-ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era
-d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e
-se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma
-questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro
-accendimento.
-
-A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì
-andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando
-fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la
-tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese.
-
-Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello,
-parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini
-scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il
-cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto,
-insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non
-so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i
-domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava
-di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia
-inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò.
-
-Salirono in vettura, scomparvero.
-
-Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero
-un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente
-conosciuta.
-
-Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava
-nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi
-amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo
-spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle
-più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini
-che incendiano la fantasia.
-
-Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era
-sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini
-come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che
-appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che
-aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva
-cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna,
-intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.
-
-Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era
-sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena
-sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli
-scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non
-più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da
-quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta
-di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto
-paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle
-d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente
-l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo
-abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe
-mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta
-per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una
-caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società.
-
-Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella
-sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le
-dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse
-una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa,
-più che l’omaggio di chicchessia.
-
-Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio
-vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno
-spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue
-braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo
-di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora
-tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove
-dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini;
-un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci,
-lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione.
-
-Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate,
-ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe
-voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per
-potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza
-paura e senza fine.
-
-Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno
-stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco
-ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le
-notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come
-un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente
-in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il
-pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo
-pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura,
-invincibile fra loro?...
-
-— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa.
-
-— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra
-cosa.
-
-Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato
-e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle
-due.
-
-— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta
-finchè fossi tornata!...
-
-— Dirai che lo spettacolo è finito tardi.
-
-Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora
-d’abiti. S’avviarono.
-
-La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue
-collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso
-nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva
-dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata.
-
-E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da
-finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli
-dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai
-vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava
-le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e
-quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo,
-tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola
-poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto.
-
-Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava
-i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la
-dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva,
-tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè.
-
-Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una
-notte d’oblìo.
-
-Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono
-quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla
-divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò
-con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido
-corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per
-stringerlo in una carezza sola.
-
-— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo
-nome, più volte, con una voce paurosa.
-
-Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li
-avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra
-quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre
-voluttuosa.
-
-Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’
-troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa
-d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle,
-bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito
-di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare,
-fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un
-soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia
-ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la
-gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra
-pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone
-scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di
-respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere
-una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi
-turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e
-nere.
-
-La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente
-sottile, infinitamente vicina al peccato.
-
-In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle
-sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi
-lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva
-s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli
-tra una schiera d’uomini irti d’armature.
-
-La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli
-tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso,
-come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e
-cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe,
-certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la
-possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’
-suoi desiderii ch’egli non avesse osato guardare in faccia, la prima
-frode che lo avesse impaurito.
-
-Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li
-fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale.
-
-S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, accese.
-
-Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi.
-
-Egli disse, con una voce opaca:
-
-— Vatti a vestire, Loretta.
-
-E poich’ella indugiava, perplessa:
-
-— Fa presto, — soggiunse, — fa presto...
-
-Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata.
-
-— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano per accarezzarlo.
-
-— Nulla; fa presto.
-
-Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù dalla
-spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, chinando il
-volto, a piccoli passi andò verso la camera. Quando fu sul limitare, si
-volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l’orgoglio
-della seduzione che sentiva di spargere intorno a sè.
-
-Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare.
-Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua
-canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente
-scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra
-chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette
-a guardare.
-
-Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico,
-gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le
-grondaie.
-
-— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì?
-
-Egli non rispose.
-
-— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque!
-
-Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s’era
-cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e
-stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e
-gli buttò le braccia al collo.
-
-— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida,
-appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo
-corpo fosse morbido e pieno di tentazione.
-
-Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la
-faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli.
-
-— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più.
-
-Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira.
-
-— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò il collo per
-parlargli all’orecchio.
-
-Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio:
-
-— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te...
-
-Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. Ella dette un
-piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, tremò.
-
-— Sì, báciami!... tutta... tutta...
-
-Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il
-petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo con la bocca
-convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole.
-
-Era scapigliata, piena di vampe, bellissima.
-
-— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente.
-
-— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del
-suo tormento. — Báciami ancora, tutta...
-
-E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi contro la
-sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i
-capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d’un tratto imbiancò,
-s’ammollì come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia,
-inerte.
-
-— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè pareva ella non
-udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l’aveva quasi
-annientato. Allora la portò sopra un divano, si mise a carezzarla piano
-piano, a toccarla paurosamente.
-
-Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero destata da un
-profondo sogno, come se un’ubbriachezza svanisse dal suo cervello,
-dalle sue vene, a poco a poco.
-
-— Dimmi... — ella mormorò.
-
-— Che vuoi?
-
-— Dimmi...
-
-Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma non aveva più
-forza.
-
-Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla:
-
-— Taci...
-
-La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente
-sottile, infinitamente vicina al peccato.
-
-E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa
-paterna.
-
-
-
-
-VI
-
-
-Rafa intanto non si era dato pace. Ma il giorno dopo Lora stava male,
-e non andò alla Posta. Il doman l’altro ancora se ne dimenticò. Se
-ne sovvenne il terzo giorno, ed ecco v’erano tre lettere: la prima
-interrogatoria, l’altra supplichevole, la terza disperata. Che almeno
-accettasse di vederlo un’ultima volta, se non voleva ch’egli si
-risolvesse a qualche grande imprudenza!... Loretta gli scrisse di
-venire il domani, all’ora solita, nel solito giardino.
-
-Già cominciava il Maggio, il bel Maggio de’ fiori, e le aiuole
-saltavano fuor dal verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si
-colorava del color del sole.
-
-Avevano scelto per i loro convegni un viale deserto, che principiava
-in vicinanza d’una cascatella, poi tortuosamente s’infoltava, per
-giungere ad un gabbione rugginoso, dove stavano appollajati quattro
-fagiani decrepiti. Li avevan messi lì, a consumare la loro triste
-vecchiaia, per quella riconoscenza crudele che l’uomo ha talvolta
-verso gli animali; li avevan messi lì, a nascondere le tristi penne,
-a beccare qualche duro grano, invece d’accopparli o di venderli ad un
-imbalsamatore, perchè in altri tempi eran stati la delizia dei bimbi
-e delle bambinaie, quando il lor pennaggio era lustro e la gente si
-fermava in gran numero davanti alle lor gabbie spaziose.
-
-Loretta s’era preso Rafa in antipatia già dal primo giorno che ne aveva
-parlato con Arrigo. Adesso poi lo trovava quasi ridicolo, e volentieri
-glielo avrebbe detto, se una ragione d’utilità troppo evidente non
-l’avesse persuasa a continuare nel suo gioco.
-
-Venne, quel giorno, vestita come la primavera, di tinte chiare; il
-suo labbro arcato, pieno d’impertinenza, sorrideva già di lontano al
-giovine, che l’aspettava pazientemente percorrendo il viale.
-
-Rafa era timido; questo implacabile persecutore di donne era, sopra
-tutto nei primi momenti, d’una timidezza incredibile. Si trovò dunque
-molto impacciato a cominciare il discorso.
-
-— Vi ho veduta in teatro sere fa, — disse con esitazione.
-
-— Ah? davvero? — ella esclamò col suo più candido sorriso.
-
-— Via, non burlatevi di me! Stavate molto bene. — E cercò di prenderle
-un braccio.
-
-— Piano... — fece Loretta, respingendo la sua mano. — Dunque stavo
-bene, voi dite?
-
-— Sì, molto bene, troppo bene; tanto che tutti ne parlavano.
-
-— Ah?
-
-— Ma voi, perchè avete finto di non vedermi?
-
-— Così!
-
-E roteò l’ombrellino di seta chiara, che le somigliava un poco, tanto
-era fresco e frivolo d’apparenza.
-
-— Non mi volete rispondere, Loretta?
-
-— Ma, Dio buono! ho finto di non vedervi perchè non potevo fare
-altrimenti...
-
-— Dunque il del Ferrante è proprio vostro fratello?
-
-— Già, è proprio mio fratello. Ve ne meravigliate? — ella fece, con un
-certo sussiego.
-
-— Me ne meraviglio nel senso che vi ho finora conosciuta sotto un altro
-nome.
-
-— E non trovate naturale che avessi le mie buone ragioni per
-nascondervi la verità?
-
-— Quali, se è lecito?
-
-— Ma, Rafa, che domande mi fate! Il giorno in cui aveste saputo chi
-ero, avrei dovuto per forza interrompere la nostra conoscenza, non
-vi pare? Così ho preferito lasciarvi credere che fossi un’altra, una
-ragazza qualsiasi, una delle tante che s’incontrano per istrada...
-
-— Oh, Loretta, questo non l’ho pensato mai.
-
-— In ogni modo avete agito come se lo pensaste, e, poichè la cosa mi
-divertiva, io v’ho lasciato fare.
-
-— Non dite così! Mi pare di avervi rispettata sempre.
-
-— Per forza, mio caro!
-
-— Sì, per forza... non dico di no; ma in ogni modo v’ho rispettata,
-e se aveste avuta in me tanta fiducia da confessarmi la verità, sarei
-stato ancora più paziente.
-
-— No, Rafa, non vi faccio alcun rimprovero. Voi, oggi, avete il diritto
-di credermi una ragazza leggera: la colpa, in caso, è tutta mia. Lo
-riconosco. Mi son lasciata fermare per istrada, mi avete sempre veduta
-sola, e fino ad un certo punto libera; ho anche accettato qualche
-vostro ricordo, sicchè, ve lo ripeto, la colpa è mia. Però, però...
-adesso che mi conoscete meglio, non dovete giudicarmi solo dalle
-apparenze. Vi sono alle volte certe ragioni di famiglia che non si ama
-raccontare agli estranei. Certo io vivo in un modo un po’ singolare, ma
-questo proviene da tante cause che voi non conoscete.
-
-E si fece compunta, seria, come Rafa non l’aveva mai veduta. Rafa era
-un uomo di buona fede; queste parole dell’amica lo impensierirono,
-quasi lo commossero.
-
-— Se potessi fare qualcosa per divenire più intimamente il vostro
-amico!... — disse. — Con me non siete mai del tutto sincera.
-
-Ed entrambi rimasero per qualche tempo in silenzio.
-
-Passò un bimbo che correva dietro un cerchio, passò un soldato di
-fanteria che teneva per mano una domestica rubiconda. Sopra un banco
-c’era un vecchio, il quale portava un soprabito color nocciuola,
-i calzoni a quadrettini e le ghette bianche; aveva disegnato nella
-sabbia, con la punta della mazza, un complicatissimo arabesco, ed ora
-leggeva il giornale scandendo le parole con le labbra.
-
-— Mah... peccato! — esclamò finalmente Loretta con un sospiro.
-
-— Peccato di che?
-
-— Sarebbe stato meglio se non aveste mai saputo chi ero; perchè
-adesso...
-
-— Adesso? che?
-
-— Oh, capirete... non è più possibile che ci si veda.
-
-— Loretta!
-
-— Mio buon Rafa, lo dovreste comprendere da voi senza che io ve lo
-dica. Potevo scherzare fin quando ero una sconosciuta, o quasi, per
-voi. Ma ora che sapete a quale famiglia appartengo... insomma no! sarei
-d’una leggerezza imperdonabile. Non tanto per me... Io, ve lo ripeto,
-sono un po’ eccentrica... Ma per mio fratello, che voi conoscete, che
-frequentate quasi giornalmente... Insomma, non si può!
-
-E parlando lo guardava di sotto le ciglia, con una malizia ben
-dissimulata. Rafa era passato per tutte le alternative del dolore,
-dell’impazienza e della collera.
-
-— Allora è per dirmi addio che siete venuta oggi? — domandò con una
-voce quasi rauca.
-
-— Eh, sì... pur troppo! — fece Lora, con scoraggiamento.
-
-Egli si fermò di botto, e curvandosi un poco sopra di lei, una luce
-cattiva, quasi violenta, gli trasfigurò il viso.
-
-— Ebbene, questo no! — proruppe. — Accada quel che accada, ma
-rinunziare a voi, no!
-
-— Siate buono, Rafa; non fatemi ora una scena, — ella disse con una
-voce piena di mansuetudine.
-
-— Non faccio scene, ma vi dico solo che non posso rimanere senza
-vedervi, senza parlarvi qualchevolta. Insomma sentite, Loretta: mi sono
-innamorato di voi, scioccamente innamorato, perchè tutto questo non
-serve che a farvi ridere... Tuttavia comprenderete che non si rinunzia
-in un giorno alla cosa che ci è più cara.
-
-— Non ho mai riso di voi, Rafa, — ella disse con soavità.
-
-— Sì, riso, riso, e non volete far altro che ridere!... Ma non importa.
-Vi dico solamente questo, Loretta: non pensate a ritogliermi quel
-pochissimo che m’avete concesso finora, perchè in tal caso non so cosa
-potrebbe accadere.
-
-Quell’uomo timido aveva trovato un accento così pieno d’energia, che
-Loretta ne fu meravigliata.
-
-— Via, Rafa, calmátevi, — disse. — Non prendete le cose a questo modo e
-non guardatemi così, perchè mi fate quasi paura. Vorrei che ragionaste
-invece, che pensaste ad una cosa, ad una solamente: Se mio fratello
-venisse a saperlo?...
-
-— Non lo saprà.
-
-— Oh, è presto detto! Voi non lo conoscete; quello è capace... so io di
-cosa è capace! Insomma, sarei una ragazza rovinata, e ciò vi basti.
-
-Rafa si calmò un poco dinanzi a tali ragioni.
-
-— Ebbene, aumenteremo le precauzioni; farò tutto quello che vorrete.
-
-— Al mondo, mio caro, si viene a sapere ogni cosa, e quando supponiamo
-d’essere ben nascosti, mille occhi ci spiano.
-
-— Ma insomma questo pericolo c’era anche prima, eppure...
-
-— Appunto, appunto; è una cosa che non può più durare. Sono stata
-leggera, molto leggera con voi, ma non posso andar oltre.
-
-— Loretta, — egli disse dolcemente, con una voce persuasiva, — pensa
-che ti voglio bene, pensa che tutto il giorno mi stai nella mente, mi
-stai così forte nell’anima che non posso rinunziare a te... Non essere
-così crudele, te ne supplico!
-
-Egli le prese un braccio ed ella non cercò di allontanarlo.
-
-— Silenzio, Rafa... — mormorò, — silenzio!
-
-Ma egli riprese:
-
-— Ho tutto lasciato, per godere solo di questi pochi momenti che mi
-dài. Vedi, non sono esigente, non insisto più; mi accontento per ora di
-vederti, di parlarti qualchevolta... Se dovevi un giorno interrompere
-così bruscamente la dolcezza dell’amore che ho per te, meglio era non
-permettere che t’avvicinassi mai. Ora è tardi.
-
-— Ma no, Rafa, tu... voi non capite!
-
-— Capisco benissimo; ti sono indifferente, ti ho divertita un poco,
-adesso ne hai abbastanza; hai paura, e nulla osi rischiare per me.
-
-— Non capite, vi dico. Se non avessi una famiglia, se non avessi tante
-apparenze da salvaguardare, se insomma fossi libera, sola... allora,
-forse... Ma invece, ripeto, guai, guai se mio fratello avesse di ciò il
-minimo sospetto!
-
-— Si farà in modo che non sappia nulla.
-
-— No, Rafa. E poi c’è un altro pericolo...
-
-— Quale?
-
-— Oh Dio! c’è un altro pericolo, vi dico; non insistete.
-
-— Su, via, dimmelo! sii sincera una buona volta!
-
-Camminavano; ella si fermò; prese un’aria birichina:
-
-— Perchè mi date del tu, per esempio? Sapete bene che non voglio.
-
-— Non fa nulla, continua: qual’è il pericolo?...
-
-— Insomma voi dite che rido, che rido... È facile dirlo! Invece
-potrebbe darsi che, in fin dei conti, avessi anch’io paura di non
-ridere più...
-
-— Come ti amo, Loretta! — egli esclamò ingenuamente, serrandole con un
-braccio la vita.
-
-— State fermo... state fermo, via! — E riprese: — Naturalmente
-anch’io non sono di cera n’è di stoppa... Un giorno o l’altro, che
-so? trovandoci soli, per esempio, con i discorsi che sempre mi fate...
-o per caso, o per isbaglio, o per un’altra ragione qualsiasi, potrei
-magari perdere... Insomma, si fa presto a commettere una sciocchezza!
-
-Roteò di nuovo l’ombrellino, lo ficcò profondo in una siepe, soggiunse:
-— E poi?...
-
-Rafa volle rispondere, ma ella non gliene dette il tempo:
-
-— Già, voi uomini fate presto: buon giorno, buona sera, e chi s’è
-visto s’è visto! Noi ragazze paghiamo per tutt’e due. La leggerezza, il
-vapore d’un momento, può costarci chissà qual prezzo, e voi dite che si
-ride? Naturalmente si ride, si ride... fin chè si può...
-
-— Ma io sono un galantuomo, Loretta! — egli proclamò sonoramente.
-
-— Benissimo. E perchè siete un galantuomo dovrei darmi a voi? Non è una
-buona ragione, vi pare? Ma io, carissimo Rafa, ho tutta la mia vita
-da vivere, e ci sono, vi ripeto, certe ragioni mie proprie le quali
-mi vietano il lusso di fare quello che forse piacerebbe anche a me.
-Non sono certo una ragazza da strada e non ho, come qualche altra, uno
-stemma e parecchi milioni che mi assicurino l’impunità. Se mi trovassi
-in uno di questi due casi, ebbene sì, io sarei forse tipo da dire ad
-uno, a voi per esempio: «Mio caro Rafa, tu mi piaci; fa di me quello
-che vuoi.» Ma nel mio caso questo vorrebbe dire offrirvi l’intera mia
-vita, giocarmi tutto l’avvenire, materiale e morale, per la sventatezza
-d’un momento... E questo è un po’ troppo, non vi pare?
-
-Avendogli fatto questo bel discorso, ella pensò involontariamente ad
-Arrigo, rammaricandosi ch’egli non potesse udirla. Ebbe voglia di dirsi
-queste due parole, anzi se le disse mentalmente: «Sei fina!»
-
-Rafa impiegava un certo tempo a cavarsi d’impaccio; in quell’intervallo
-ripassarono entrambi davanti al vecchio che monosillabava il giornale,
-e videro, traverso il verde, per un altro viale, tornare il soldato di
-fanteria con la sua domestica rubiconda.
-
-— Loretta, — egli disse, al termine di quel silenzio, — ti ho già
-parlato una volta con molta chiarezza; ma tu, certi discorsi, non li
-vuoi nemmeno udire.
-
-— So bene a che alludete!... — ella fece con sarcasmo. — Ormai che
-se n’è parlato una volta si può anche riparlarne. Ed io preferisco le
-situazioni chiare, le parole nette. Mi avete offerto denaro... molto
-denaro!...
-
-— Non così, Loretta... — egli esclamò arrossendo.
-
-— Così, così! Che valgono le perifrasi? Questa è la verità nuda e cruda.
-
-Ella fece una pausa, ch’egli non osò interrompere.
-
-— Ora, sentite, Rafa. Non so quale opinione abbiate di me, anzi non me
-ne curo. Tutto può farvi credere ch’io sia capace anche di vendermi...
-e questo non mi offende, perchè una volta di più confesso che la colpa
-è stata mia. Vedete che parlo apertamente, come non ho fatto ancora.
-Però, se credete questo, v’ingannate. Non ho bisogno di nulla: da
-casa mia ricevo tutto quanto m’occorre, potrei ricevere molto più se
-volessi sottostare a certe discipline familiari che son contrarie al
-mio carattere. Non siamo ricchissimi, però vedete che mio fratello, per
-esempio, fa una vita invidiabile. Se domani volessi maritarmi, potrei
-scegliere, e scegliere bene, come ha fatto mia sorella, perchè ho pure
-una sorella. Ma tutto questo non mi piace. Vi ho già detto che sono
-una ragazza diversa dalle altre. Appunto per le mie idee singolari, mi
-sono già messa in urto con la mia famiglia; ho preteso ad una specie
-d’indipendenza, ed avrei fatto anche di più, se non avessi paura
-precisamente di mio fratello.
-
-In tutto questo si sentiva la zampa d’Arrigo, ma era detto bene,
-con disinvoltura, con un certo calor naturale che ne accresceva la
-persuasione. Riprese:
-
-— Che volete? Non mi sento nata per avere un marito mediocre, molti
-bambini, e litigare con le serve come fa mia sorella. Credo che
-nella vita ci sia di meglio, e, se m’inganno, avrò il coraggio di non
-pentirmene. Sposarmi o non sposarmi, questo forse non è l’essenziale.
-Voglio amare, anzi tutto, ed essere amata, sopra tutto. Un giorno o
-l’altro me ne andrò; farò probabilmente per qualcuno quello che voi
-mi domandate ora; ma non per un uomo il quale garbatamente mi offra un
-prezzo, dispostissimo dopo, quando m’avesse innamorata e... sciupata,
-a lavarsene le mani, continuando per la sua strada. Eh, mio caro, ho
-vent’anni, ma conosco un po’ la vita!
-
-Rafa l’ascoltava e la guardava, sorpreso e perplesso, come alcuno che
-per la prima volta si trovi davanti all’aspetto vero d’una persona male
-conosciuta.
-
-— Ma io, — disse — non ho mai avute le intenzioni che m’attribuisci, e
-quello che tu cerchi potrei appunto esser io.
-
-La ragazza si passò l’ombrellino dietro la schiena, e tenendolo a
-guisa di sbarra nella piegatura delle due braccia, inarcò la sua bella
-persona, dondolandosi con una specie d’insidia e lasciandosi venire a
-fior di labbro un sorriso pieno d’ironia:
-
-— Tu?... — fece. — No! Voi non mi amate abbastanza per questo.
-
-Nella gabbia rugginosa i quattro fagiani si spulciavano le penne
-antiche, lasciando pendere le code mozze con una inerzia piena di
-malinconia.
-
-Era il Maggio, il bel Maggio de’ fiori; le aiuole saltavano fuor dal
-verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si colorava del color
-del sole.
-
-
-
-
-VII
-
-
-Tutt’e due sapevano che vedersi ancora voleva dire buttarsi ciecamente
-nella perdizione del peccato. S’eran divisi, l’ultima sera, con una
-specie di spavento, e però, toccandosi la mano fredda, scambiandosi
-l’ultimo bacio sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa
-fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perchè nessuna
-parola avrebbe osata profferirla.
-
-— Quando?... — gli aveva ella domandato, serrandosi contro di lui,
-tremandone come un’amante impaurita. Egli voleva rispondere: «Mai più!
-mai più!» Ma sentì che tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e
-le promise un giorno prossimo, le suggerì di tacere.
-
-— Addio... scrivi, — ella disse. Poi scomparve nel buio delle scale.
-
-Ma tutt’e due sentirono che il tormento cresceva, che nessuna forza
-umana li avrebbe salvati più dal pericolo meraviglioso nel quale si
-sentivano avvolti.
-
-Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si recò a prenderla, mentre
-ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. Per tutto
-il giorno Loretta era stata nervosa, irritabile, insolente. Fin dal
-mattino aveva rimbeccata la madre perchè questa si era permessa di
-osservarle:
-
-— Tuo padre ha ragione. Arrigo ti dà troppi vizii: teatri, cene... Vi
-sei stata pochi giorni fa; che bisogno c’era di tornarvi oggi?
-
-A colazione aveva coperto d’insolenze il fratello Paolo, perchè questi,
-vedendo ch’ella non toccava cibo, si era messo a borbottar sottovoce:
-
-— La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono le beccaccine e
-le lingue di pappagallo!
-
-Loretta diede una scrollata di spalle, poi s’irritò. E l’altro, più
-scherzevole, ripeteva: — Sì, ha i vapori! ha i vapori!
-
-Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, con gli
-occhi divenuti più vasti e più lucenti; non poteva star ferma; s’era
-pettinata male. Verso le quattro del pomeriggio aveva cominciato a
-rivestirsi, piano piano, con una infinità di cure; s’era tutta lavata,
-profumata, coltivata, come un fiore prima di metterlo in vaso. Era
-stata un’ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva pure
-pensato ad annerirsi un po’ gli occhi, ma vedendo che ciò le riusciva
-male, se li era nettati con un pannolino umido. S’era messa la camicia
-più fina, le mutande più adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima
-di vestirsi, s’era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo
-brivido. Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel giorno non
-era del tutto bella, non le riusciva d’esser bella come di consueto.
-
-Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero torbido che le
-accendeva il sangue, facendola rivolger nel letto e smaniare nelle dure
-pazienze della verginità.
-
-Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del suo passo,
-ella temette di non potersi levare, dubitò che ognuno vedesse il suo
-turbamento, poichè si era sentita il sangue scorrer giù dalle vene del
-viso.
-
-Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, non era franco, si
-moveva e parlava con un certo impaccio, evitava di guardare Loretta.
-
-— Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se vuoi...
-
-— Ben volentieri, — ella fece.
-
-Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo osservò:
-
-— Sarebbe più semplice che rimanessi qui anche tu. Una volta ogni tanto
-non ti farebbe male.
-
-— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose con una
-certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, che preferisco mangiare
-all’aperto.
-
-— Bene, bene; dicevo per dire.
-
-Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto davanti al suo tondo;
-aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po’ irresoluti, come
-se ricevessero in casa loro una visita inconsueta.
-
-— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente,
-guardando i due poveri vecchi.
-
-E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza.
-
-— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie
-addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa.
-
-Ella scattò su come una viperetta:
-
-— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu
-piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai.
-
-— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un
-inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa!
-
-E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo,
-preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose
-una mano su la spalla:
-
-— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie;
-quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto.
-
-— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne
-andate, noi cominciamo a mangiare.
-
-La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle
-fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che
-odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare.
-
-L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i
-posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che
-avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato
-il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce,
-in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua
-seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di
-bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di
-pasto in pasto; e non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore,
-a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si
-allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’
-suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza
-ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il
-più bello.
-
-Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo
-greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva
-il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci.
-
-Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due
-vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando
-intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e
-bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era
-molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata
-per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca
-l’istintivo amore.
-
-E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei
-stato tu! sei stato tu!»
-
-— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il
-silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai
-facevano battendo le stoviglie sonore.
-
-Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si
-guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò
-entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima.
-Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede,
-fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li
-stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso.
-
-— Dove andiamo? — domandò infine Loretta.
-
-— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta.
-
-La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano
-per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che
-oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più
-rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia
-dell’aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d’una maggiore
-sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella
-pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più
-in là di sè stesso.
-
-Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi
-azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune
-finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del
-tramonto.
-
-— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta al fratello,
-serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava.
-
-— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste due parole così
-brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall’anima.
-
-— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa continuò: — Sai?...
-ho tremato tutto il giorno....
-
-— Perchè hai tremato?
-
-— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando il viso.
-
-Egli ebbe un movimento nervoso e disse:
-
-— Era meglio dimenticare.
-
-— Ah, no!
-
-In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già presi, avvinti
-l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una gioia ch’era dolore.
-
-Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua
-persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a
-guardarli.
-
-Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse:
-
-— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; ma gli
-rimase vicina.
-
-Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si
-fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo
-salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: — Chi è?
-
-Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno
-di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d’una lunga
-biografia.
-
-Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha
-un amante ricco, egli lo sa.
-
-Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a teatro prende
-solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte
-gioca, e vince sempre.
-
-Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che
-faccia anche l’usuraio, così riesce a pagarne le spese.
-
-E via di séguito.
-
-Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti.
-Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salutò, ma
-sorrise. Restò dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo.
-Loretta si rivolse a guardarle; domandò:
-
-— Le conosci?
-
-— Sì.
-
-— Chi sono?
-
-— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta da Rinaldo Bastìa,
-un fabbricante di cornici, padre di quel Bastìa che s’è ammazzato pochi
-mesi or sono. L’altra è una che vive di rendite... rendite giornaliere,
-quando ne trova.
-
-— Sono due belle donne.
-
-— Peuh, non c’è male!
-
-— Perchè ti hanno sorriso a quel modo?
-
-— Che modo?
-
-— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti.
-
-— Non saprei; per abitudine forse.
-
-— Sei stato amante anche di quelle?
-
-— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa.
-
-Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse;
-
-— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne?
-
-Arrigo si mise a ridere.
-
-— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate a cambiar d’abiti.
-
-La sorella non fece altri commenti.
-
-Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse:
-
-— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa.
-
-— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa faresti?
-
-— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare?
-
-Poi gli domandò ancora:
-
-— Le amanti che hai avute eran gelose di te?
-
-— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità.
-
-— E tu?
-
-— Io?....
-
-Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il
-braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi
-buia. Le confessò:
-
-— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non
-lo sono stato ancor mai.
-
-Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una gioia
-visibile, pur tacendo.
-
-Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un’altra via.
-
-— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, piano,
-chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle
-parole.
-
-— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose.
-
-— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così.
-
-— Come dovrei dirlo?
-
-— Niente, non dire niente.
-
-Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella sua voce
-tremava quasi un dolore.
-
-— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo.
-
-— Andiamo.
-
-— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori di porta, in
-mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi?
-
-— Sì, Rigo.
-
-Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino,
-che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare
-tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio
-cominciò a trottare.
-
-Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del
-cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d’ombre; lungo una
-strada fiancheggiata d’alberi li investì, li ravvolse, li inebbriò, il
-profumo dei tigli che fiorivano.
-
-Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed
-intrecciava le dita nervosamente nelle sue.
-
-— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una voce tormentata.
-
-— Perchè, Lora?
-
-— Non so... non so; oppure non te lo posso dire...
-
-— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, tentando con
-ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezzò la mano.
-
-— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta?
-
-— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro.
-
-Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore.
-
-— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, tutta fremente,
-in un bisbiglio. — Ma invece questo non può essere... È vero che non si
-può?
-
-Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola.
-
-— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè io, che sono tua
-sorella, voglio bene a te?
-
-— Taci, non dire così.
-
-— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non
-accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro,
-per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male...
-
-— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione paurosa.
-
-— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te.
-
-Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli ravvolse il
-braccio con il suo braccio morbido.
-
-— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo.
-
-Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli
-della sua fronte bionda, e pregò sottovoce:
-
-— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede...
-
-Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del
-male che li struggeva.
-
-E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per
-corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando
-nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come
-un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di
-là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano,
-parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile
-città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro
-d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi
-finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui.
-
-Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita
-fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case,
-per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene.
-Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per
-ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le
-taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini
-il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani
-s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua
-tumultuosa ilarità.
-
-Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta,
-gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle
-maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando
-la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere
-del boia.
-
-Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo
-urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una
-portineria, come un’anima dannata.
-
-E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori
-della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie
-dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso
-nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo
-la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori,
-indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti,
-quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a
-forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare.
-
-La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste,
-e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea,
-per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il
-vetturino svoltò.
-
-— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in
-campagna; senti che buon odore!
-
-Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura
-odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il
-ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare
-nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si
-cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con
-la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo
-fece ridere Loretta.
-
-— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una
-piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro.
-
-Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta
-fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza
-fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli
-piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era
-dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso,
-fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva
-data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna:
-la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana.
-
-Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore
-inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più
-forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva
-di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo
-del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella
-dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo
-desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere,
-ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua
-persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor
-intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto
-questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor
-forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido
-quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale
-assaporava con lentezza tutta la perversità.
-
-In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva
-conoscersi, era il delitto e la somma voluttà.
-
-Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta,
-risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai
-amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma
-di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano
-impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a
-lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva
-dire.
-
-Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli
-metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei,
-quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e
-torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di
-tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo
-e lo feriva come una spina infittagli nel cuore.
-
-Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora
-paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza
-indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore
-pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non
-gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi,
-senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e
-distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva
-pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si
-annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla
-da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava,
-gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà.
-
-Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro
-diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi.
-Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a
-perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città,
-sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso
-delle sue molte luci.
-
-Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era
-sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva.
-Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò.
-
-— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come
-sono bianche e come dormono vicine.
-
-Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una
-tenerezza singolare. Soggiunse:
-
-— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle città. Perchè
-non mi porti via, Rigo?
-
-— Portarti via? Ma dove?
-
-— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio
-con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno
-e notte... Che felicità, pensa!
-
-Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso
-delle mani, poi su le ginocchia.
-
-— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole.
-
-— Non si può.
-
-Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che tornava in città
-cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio,
-dietro una casa, un gruppo d’alberi folti ove brillavano molti lumi.
-
-— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando il chiarore. —
-Viene molta gente in estate perchè vi si mangia bene.
-
-Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla soglia incontro
-ai sopraggiunti.
-
-— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti farò pranzare.
-
-L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa:
-
-— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo a cambiare.
-
-Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale stracco, potè la
-golosità del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza:
-
-— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli.
-
-Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose,
-giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato.
-
-— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno.
-
-Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro,
-formavano una specie d’immenso padiglione, percorso da un glicine tutto
-fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan
-d’una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le
-farfalle notturne.
-
-L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, lo si
-assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella fioritura che
-s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei
-rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all’altro,
-dall’uno all’altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le
-ringhiere, parendo ne’ suoi mille fiori non essere che un solo fiore,
-dava a quel rustico giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo
-d’un bosco incantato.
-
-Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che
-pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio,
-festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin
-forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano
-portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro
-tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini
-in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in
-gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala
-che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al
-suono d’un pianoforte.
-
-Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè ognuno può
-sovente annullare l’anima propria per ricevere l’altrui, sopra tutto
-quella dei semplici, che sono i più comunicativi.
-
-Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le
-campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor
-colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano
-sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo,
-sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si
-trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che
-mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva
-abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva
-solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva
-dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le
-finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di
-allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor
-perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li
-faceva tremare.
-
-Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava
-davanti, e disse:
-
-— Ho fame!
-
-Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che
-ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece
-scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una,
-si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo
-del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i
-suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li
-dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un
-bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la
-donna comunica quando ha molto pensato all’amore.
-
-Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e
-riderne.
-
-Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di
-Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che
-cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le
-mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto.
-La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a
-pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che
-andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado.
-
-— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera,
-signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di
-servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa.
-Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto
-speciale.
-
-Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre
-fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino
-alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi
-fosse un can randagio.
-
-Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna
-grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in
-lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si
-avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan
-cadere una leggera nube su la fronte.
-
-Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono
-lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo
-loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per
-una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così
-perverso amore.
-
-Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza
-davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come un’anima semplice
-che s’affacci sopra un grande peccato.
-
-Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato fumava nelle
-tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine;
-alcune piccole zanzare, contorte dall’agonia, si dibattevano fra le
-briciole, senza più volo.
-
-— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente.
-
-— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un gesto vivace. —
-Non lo posso più soffrire!
-
-Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle:
-
-— Perchè?
-
-Ella fece un gesto vago.
-
-— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può comprendere il cuore
-d’una fanciulla.
-
-— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo.
-
-— Perchè? ti faccio ridere?
-
-Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con
-un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chinò
-la faccia nell’ombra del cappello.
-
-— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire...
-
-— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi un poco
-verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca.
-
-Ed ella gli sorrise dal volto chino.
-
-— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria timida.
-
-— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che mi fai male...
-
-Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca rise, viva,
-invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva
-pudore.
-
-— Ed allora perchè?... — fece con esitazione.
-
-— Cosa dici?
-
-— ... perchè non mi vuoi?
-
-La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro
-nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo.
-
-Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta:
-
-— Perchè sei mia sorella, — disse.
-
-Ella si strinse nelle spalle, meditò.
-
-— Questo nome ti pare così terribile?
-
-— Sei una bambina, — egli osservò gravemente.
-
-— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto
-un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio
-bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di
-cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa.
-Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure
-taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa?
-
-E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui,
-che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne
-mansueta, persuadente, insistente:
-
-— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti avere tu,
-l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa
-paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla...
-
-Egli la guardò stupefatto.
-
-— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi bisogna guarirne.
-
-— È dunque un male così grande?
-
-— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi è male.
-
-— No, — ella disse con fermezza. — No!
-
-— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non
-senti come suona male su la mia bocca?
-
-— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece.
-
-— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude il peccato
-più grande che vi sia nell’amore.
-
-Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso.
-
-— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per tale; non sento
-affatto che tu sia mio fratello. Paolo è mio fratello, tu no. È una
-cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri
-mio fratello, cioè quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro.
-
-Fece una pausa, indi ricominciò:
-
-— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute
-tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante...
-Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che
-potresti avere d’un’altra. Invece io...
-
-— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non
-vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti?
-
-— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata!
-A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro
-come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che
-voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io
-lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so
-quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio
-carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te,
-gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta?
-
-Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che
-aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una
-specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura.
-
-— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è
-bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande.
-
-— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella
-disse, inconsapevole forse delle sue parole.
-
-Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che
-imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così
-rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’
-satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze
-ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi
-alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni
-tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani
-altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o
-nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron
-passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche,
-forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci
-per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola
-vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i
-loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in
-quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e
-sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer
-amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del
-loro peccato.
-
-Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò:
-
-— Chi è quel tale che t’ha salutato?
-
-— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo.
-
-— E quelle due ragazze?
-
-— Oh, non saprei!
-
-— Discorrono di noi
-
-— Me ne sono accorto.
-
-— Cosa posson dire?
-
-— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perchè
-il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come.
-
-— Credi?
-
-— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte
-insieme, qualche altro, chissà mai...
-
-— Bene, in séguito vi penseremo.
-
-Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo
-mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica
-della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi
-gai. Ai bimbi s’era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano
-con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa
-di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino,
-riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, il
-pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati
-pensavano alla notte vicina.
-
-Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa
-traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza
-vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un
-amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e
-via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza.
-
-Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul
-padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi
-come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e
-profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che
-lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un
-prolungato fruscìo.
-
-Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a
-cantar serenate.
-
-Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più.
-
-La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la
-tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi
-era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che
-soffrire...
-
-Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: —
-Andiamo, camminiamo.
-
-Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i
-fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi,
-segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette.
-
-Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento;
-un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve
-che pareva esser solamente una freschezza.
-
-Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li
-accompagnavan nel chiaro di luna.
-
-— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse
-il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina,
-senza rispondere.
-
-Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta
-vita notturna.
-
-Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca,
-nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si
-baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una
-molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo
-strettissimo e doloroso.
-
-C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte.
-
-Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene
-battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel
-bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul
-collo... su la bocca.
-
-Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini,
-così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la
-primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe
-odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta;
-un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana;
-tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi
-tutti un fiore...
-
-Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle.
-Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un
-turbine di minute scintille rosse...
-
-Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato non conosceva che
-il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato
-godeva sino al fondo l’estenuante malefizio.
-
-Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine,
-logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a
-dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva
-ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel
-peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave,
-non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava
-cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per
-avvezzarsi a quel coraggio formidabile.
-
-Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta,
-un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente,
-quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi
-risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista
-nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda,
-malinconica, gli appariva nella mente.
-
-E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza,
-affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più
-dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli
-mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato
-tu!...»
-
-Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più
-grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella
-del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria
-femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia
-si disperdeva in un sottile piacere.
-
-Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva
-naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome
-che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè
-vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di
-brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento
-di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che
-ripudiabili ombre.
-
-E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola più temuta,
-perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero
-stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse.
-
-E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente,
-paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si
-scopre un tesoro vietato.
-
-Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui
-braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un
-nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno
-ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da
-un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità...
-
-Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio,
-ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più
-discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada
-velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto,
-quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un
-odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle
-pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza
-di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda
-spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle
-ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile
-come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del
-suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua
-persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di
-poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità
-fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la
-vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un
-momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella
-d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà...
-
-Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua
-visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era
-sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola
-barcollare, l’aveva sorretta contro di sè.
-
-— Che hai, Lora?
-
-Non rispose; le battevano i denti; tremava.
-
-— Lora! Lora! che hai?
-
-— Nulla... — balbettò, — passa...
-
-Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero
-il cammino; egli la sorresse fino alla vettura.
-
-Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città
-del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole,
-la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella
-candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la
-città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto
-stridulo, infinitamente maggiore di sè.
-
-Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che
-martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne
-fasciò la fronte.
-
-— Soffri?
-
-— Sì, un poco.
-
-Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli
-baci.
-
-— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò.
-
-In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor
-càlici gonfi di primavera.
-
-— Ti senti ancor male?
-
-— Sì, un male dolce...
-
-Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa
-nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime
-case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran
-mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo,
-pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino.
-
-D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un
-principio di svenimento la soverchiasse.
-
-— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto.
-
-— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così?
-
-Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco.
-
-— Stordita mi sento... non so...
-
-— Vuoi fermarti? Che vuoi fare?
-
-— Nulla; ora passa... passa... Ti amo...
-
-Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si
-disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve
-il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo
-stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e
-fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi
-alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un
-divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori
-attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa.
-
-— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido.
-
-E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di
-spine la loro carne disperata.
-
-
-
-
-VIII
-
-
-Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della
-colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto
-più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma
-senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che
-Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a
-quel segno.
-
-La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il
-domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione.
-
-Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli
-sedette con l’aria d’un uomo affranto.
-
-— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. —
-Perdonatemi di non essere venuto.
-
-Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza
-in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano
-per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua
-faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue
-mani un po’ irrequiete.
-
-— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro
-dire.
-
-Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a
-guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di
-rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a
-quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola,
-era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi.
-La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora;
-il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura,
-aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima
-ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’
-sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le
-si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno
-d’angosciosa dolcezza.
-
-Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni fiorenti;
-ma quel signor Arrigo la impacciava un po’, quando, invece di scherzare
-con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino
-e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d’un
-uccellaccio notturno.
-
-— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò Clara
-finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso.
-
-— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò.
-
-E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina:
-
-— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma la sua faccia era
-contratta.
-
-— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi pare
-invece che lei non stia molto bene.
-
-— Perchè?
-
-— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina?
-
-— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi
-mi duole un po’ il capo.
-
-— E non mangia?
-
-— Sì, mangio; ma ho poca fame.
-
-— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe
-Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono.
-
-— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa.
-
-— Desiderate un brodo? un’ala di pollo?
-
-— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto.
-
-— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se n’è rimasta in casa
-tutti questi giorni, — disse Lela con una cert’aria di sottinteso e di
-malizia.
-
-— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara.
-
-Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito.
-
-— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo.
-
-— Quello che faccio io non le può interessare: però, se ci tiene...
-
-— Sicuro.
-
-— Ma sa che è molto brutto lei stamattina!
-
-— Vi pare?
-
-— Proprio! Si curi.
-
-— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la madre sorridendo.
-
-— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che mi raccontiate
-qualcosa.
-
-— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non
-è venuta perchè aveva l’emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata
-con la Miss. C’era un piccolo ricevimento di signorine.
-
-— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità.
-
-— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto.
-Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per
-esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l’altra sera un
-ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina
-Sala, per un litigio durante una cena... È vero?
-
-— Si, è vero.
-
-— E si son battuti?
-
-— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini hanno cercato
-di accomodare la cosa.
-
-— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto.
-
-— Esattissimo. E poi?
-
-— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina Americana, molto
-bella, che balla la danza di Salomè a piedi nudi... — ella narrò senza
-rossore, con una voce piena di reticenze.
-
-— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò la madre
-severamente.
-
-— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io?
-
-— Bene; e poi? — fece Arrigo.
-
-— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita fortissima, e che
-forse Missolungi vincerà il Gran Premio di domenica.
-
-— Missolungi no; credo piuttosto Arianna.
-
-— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta
-quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo
-proprietario, ha sempre la jettatura.
-
-— Può darsi. Andrete alle corse domenica?
-
-— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei
-signorine.
-
-— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara.
-
-— No; sapete bene che mi ci annoio.
-
-— Una volta non era così.
-
-— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con una certa
-tristezza.
-
-— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi?
-
-— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole!
-
-Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento
-scintillò.
-
-— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei
-due, non quello che fa il letterato, l’altro, il biondo?
-
-— Sì perchè?
-
-— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è ubbriaco ne fa e
-ne dice di tutti i colori?
-
-— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono più di lui.
-
-— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia
-amica, la Nónaro, pensi!...
-
-— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza
-con sua madre, dappertutto?
-
-— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non sa pronunziare
-l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una
-pronunzia deplorevole... Sì, quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in
-casa De Vincenzi non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale,
-ma tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, a
-tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e
-nascondersi.
-
-— Se è vero, gli farò i miei augurii.
-
-— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un bel giovane, ma
-un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il
-quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai?
-
-— Molto di rado, signorina...
-
-— Meno male! Ah, un’altra cosa...
-
-— Sentiamo.
-
-— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! — ella
-esclamò, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria.
-
-Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse:
-
-— Facciamo conto che la mamma non ci sia.
-
-— No, no...
-
-— Coraggio!
-
-— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina?
-
-— Di vista.
-
-— Lela!... — rimproverò la madre.
-
-— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato il suo barone ed è
-scappata con un maestro di scherma.
-
-Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva;
-il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare
-una risata.
-
-— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte belle cose nei
-ricevimenti di signorine.
-
-— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello che non le dico:
-il più bello...
-
-— Sentiamo, sentiamo!
-
-— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno
-più... più di lei!
-
-— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio.
-
-— Peuh... peuh!
-
-— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio?
-
-— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città non succede
-cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera al mattino, senza che noi
-lo si sappia. Chissà per qual verso, e però tutto arriva. Per esempio,
-— questo è un altro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella
-tanto carina?
-
-Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una sottile
-angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all’intorno, si
-sentì a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto
-lo sguardo vigile dell’amante, e non seppe come dissimulare il proprio
-turbamento.
-
-L’altra continuava:
-
-— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza.
-Ma lei perchè non me ne ha mai parlato?
-
-— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli spiegò,
-riafferrando la padronanza dei propri nervi.
-
-— Quanti anni ha?
-
-— Venti e mezzo.
-
-— Non frequenta nessuna società?
-
-— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale.
-
-— Come si chiama?
-
-— Anna Laura, ma la si chiama Loretta.
-
-— È bionda, vero?
-
-— Sì, bionda.
-
-— Alta?
-
-— Un poco più di voi.
-
-— Mi piacerebbe vederla.
-
-— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere.
-
-La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che
-si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe
-a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso
-le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò
-l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò.
-
-Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima
-inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè
-ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse
-le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette
-a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima
-silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la
-miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi.
-
-— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò
-finalmente Clara, con una voce timida.
-
-— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli
-occhi.
-
-— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire.
-
-— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò nervosamente.
-
-— Cosa ti ho fatto?
-
-— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli divenendo
-aspro.
-
-Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi
-osservò:
-
-— Potevi almeno scrivermi una parola.
-
-— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero
-così nervoso, così terribilmente nervoso...
-
-— Cos’è accaduto?
-
-— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla.
-
-Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il
-suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e con un atto dolce, che
-solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezzò i capelli.
-
-— Sei triste?
-
-Egli non rispose.
-
-— Sei malato?
-
-Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito
-fuor della manica larga, e lo baciò.
-
-Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze
-intime che la signora d’una casa adorna con amore con leggiadria,
-perchè somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi,
-come se ubbidissero entrambi ad una specie d’esitazione.
-
-Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo,
-scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva
-la stanza.
-
-Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda
-pertugiava un vapor di sole color d’ambra.
-
-— Che hai dunque? — domandò con paura.
-
-— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza guardarla.
-
-— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, restò a fissarsi
-la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della
-vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò dalle ciglia per il viso
-bianco.
-
-— Stanotte? — gli domandò.
-
-— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli spiegò
-sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti,
-angosciosa.
-
-— Molto?
-
-— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho più nulla e devo
-ancora.
-
-— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi avevi
-giurato...
-
-— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!...
-
-In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso.
-
-— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico nulla.
-
-Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi
-povera: s’era impoverita per lui.
-
-— Quanto devi? — domandò.
-
-— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le parole aspramente
-come se gli ardessero la bocca. — Ne ho pagate settantamila in tre
-giorni, ne devo quindici ancora.
-
-Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di
-sconsolatezza, e disse fievolmente:
-
-— Sai bene che non posso più...
-
-— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, scrollando le
-spalle.
-
-Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico riso
-gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una poltrona profonda, piegando
-il mento sul petto.
-
-— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi le
-dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i
-battiti. Poi camminò verso di lui quasi macchinalmente, s’inginocchiò
-sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le
-ginocchia ruppe in lacrime.
-
-Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come
-per inghiottir qualcosa d’amaro che gli salisse alla gola, e con una
-voce soffocata le disse appena:
-
-— Via, non piangere...
-
-Ma ella singhiozzava più forte.
-
-— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte.
-
-Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e
-nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo
-baciava.
-
-Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo,
-durante la lezione di Lela.
-
-Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma
-inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non
-dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva
-un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela
-tornava da capo.
-
-— Clara, non piangere...
-
-Fra le lacrime aveva già un sorriso.
-
-— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la
-testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire.
-Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo,
-perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola
-poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se
-non pago è la rovina.
-
-— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare.
-
-Lo carezzava, piano, come una madre.
-
-— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento.
-
-— Taci, non dire così.
-
-— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti
-rideranno quando finalmente vi cadrò.
-
-— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A
-tutto si rimedia. Io...
-
-— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me.
-
-Ella trasse un profondo sospiro:
-
-— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po’ di
-bene!...
-
-— Te ne voglio, Clara, lo sai...
-
-— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una rinunzia
-inconsolabile.
-
-— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu sapessi quanto mi
-ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non
-piangere!
-
-Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; ma più li
-tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli la baciò su la bocca,
-su gli occhi, su la fronte. Quella bontà e quel dolore lo vincevano
-insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra
-i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe
-dita sottili vi entravan come un pettine.
-
-— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. Ma vedendo
-ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, non sei stato tu: siamo
-stati un po’ noi, tutt’e due insieme... Bisognerà mettere un sesto
-a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti
-aiutarmi.
-
-— Sì, Clara, vi penseremo.
-
-— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello...
-
-— Non voglio, non voglio, Clara!
-
-Con una carezza ella gli impose di tacere.
-
-— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo
-renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè Lela non ci deve perder
-nulla, è vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti
-così. Va presto, va e ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche
-ora. Io telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una
-scenata... ma non importa.
-
-— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso più accettare!
-— egli esclamava con sincera veemenza. — Sono venuto da te perchè mi
-sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potrò forse
-trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno.
-
-Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli,
-sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca.
-
-— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei
-stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. Non pensarvi più.
-
-— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, un poco
-tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso:
-
-— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò.
-
-— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi.
-Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... —
-Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le
-brillarono; — Vuoi?...
-
-Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una
-terribile ombra gli si addensò nella fronte.
-
-— Vuoi?... — fece ancora l’amante.
-
-— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò.
-
-Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma
-inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non
-dia pace.
-
-
-
-
-IX
-
-
-Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo
-sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da
-una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare
-degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella
-vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila
-le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si
-agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli
-scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia
-di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati
-arringatori.
-
-Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani,
-gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra
-il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.
-
-Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo:
-gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi,
-amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna
-reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame
-e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che
-assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli
-di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel
-viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere
-insieme.
-
-Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso
-di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a
-lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati
-in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli,
-veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda
-inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina;
-giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito
-d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro
-pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini
-di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria
-vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a
-saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera
-di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe
-pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai
-calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la
-tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un
-po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non
-c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri
-a quattro, i tiri a sei...
-
-Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo
-tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano
-denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo
-della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari
-di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire
-qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano
-con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e
-irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso
-del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella
-loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già
-dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili
-un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e
-dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra
-un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.
-
-Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra
-occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza
-restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi,
-studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi
-mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran
-Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna;
-cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che
-han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un
-ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe
-affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane
-libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in
-abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una
-matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi
-gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito,
-passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano
-pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le
-seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve,
-sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la
-strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di
-signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse
-la medesima sarta e le stesse avventure d’amore.
-
-Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i
-cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver
-perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li
-faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor
-sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati
-sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una
-piccola scimmia curva e leggera.
-
-Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava
-insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli
-un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un
-piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo,
-quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce
-d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi,
-fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un
-colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero.
-
-Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con
-l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata
-spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico,
-intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori
-la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di
-naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che
-fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là
-curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.
-
-Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli
-svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa
-insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua
-immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per
-un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne
-eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva
-molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere
-nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.
-
-Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le
-stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato
-che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più
-voluminosi ancora.
-
-Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi
-un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza
-insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.
-
-Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di
-suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi
-ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con
-la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato,
-troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini.
-
-Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile,
-vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue
-spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura
-gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava
-talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante
-sospettoso.
-
-Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una
-terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile
-peccato.
-
-— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli?
-
-— Non vedi? Partono laggiù.
-
-Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli
-additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il
-giudice di partenza ordinava i competitori.
-
-— Come si chiama il nostro cavallo?
-
-— Dómino.
-
-— Lo abbiamo vincente o piazzato?
-
-— Uno e l’altro.
-
-— Che colori porta?
-
-— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato.
-
-— Dammi il canocchiale.
-
-Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio.
-
-— Non vuol star fermo, — disse.
-
-— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no...
-
-— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino
-è davanti!
-
-— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare.
-
-Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce;
-alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato.
-
-— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante.
-
-— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima.
-
-Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di
-bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani,
-all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti
-sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura.
-
-— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta.
-
-— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al
-canocchiale.
-
-Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome
-indistinto:
-
-— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!....
-
-— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio
-del fratello.
-
-Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla
-pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui
-parteggiava.
-
-— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido.
-
-— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto.
-
-A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde,
-era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva.
-
-— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria
-oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni,
-come avvien nel mare dopo l’ondata.
-
-— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora?
-
-— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere.
-
-— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’
-rabbuiato.
-
-— Bah! sono sciocchezze! Andiamo.
-
-Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa.
-Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi.
-
-— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente.
-
-— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi
-il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona
-di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir
-oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli
-abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior
-espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso
-fratello, e ne spiava l’occasione.
-
-— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò.
-
-Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed
-impediva il passaggio.
-
-— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno.
-
-— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico.
-
-— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo
-francese.
-
-— Quale? Fontenay?
-
-— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi.
-
-Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di
-rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche
-arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i
-discorsi dei due con un’aria indifferente.
-
-— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto,
-levando il viso, con l’aria più naturale del mondo.
-
-— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante,
-arrossendo un poco.
-
-Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente.
-
-— Volentieri, — disse. E fece la presentazione:
-
-— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura.
-
-Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillità;
-egli s’inchinò profondamente, per nascondere la commozione che lo
-turbava.
-
-In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido e
-minaccioso.
-
-— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza.
-
-— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò Rafa, che
-intanto le si era messo a lato.
-
-— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo
-cavallo possa vincere.
-
-— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo favore; sopra
-tutto il peso — affermò il Giuliani.
-
-— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà finito a
-mezzo il percorso.
-
-— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò Rafa.
-
-— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. Questa corsa è
-fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in
-quest’ordine.
-
-— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete spesso il
-rovescio di quello che poi accade.
-
-— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito?
-
-— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome che mi piace di
-più, e, se guadagno, mi pagan molto.
-
-— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora?
-
-— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon.
-
-— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon.
-
-— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo.
-
-— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota.
-
-Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti
-da cento e li tese al «bookmaker».
-
-— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere alcuni amici
-ch’erano intorno.
-
-— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose lo
-scommettitore, firmando la tessera.
-
-E urlava:
-
-— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!....
-
-— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre giorni fa lo
-davano a cinque.
-
-— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... —
-annunziava lo scommettitore.
-
-Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in
-mano, e domandò piano allo scommettitore:
-
-— Bloomy pari piazzato?
-
-— Non posso.
-
-— Via!... cinquecento lire....
-
-— Vanno!
-
-Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per
-dirle:
-
-— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo più... Cosa
-mai succede?
-
-— Silenzio, silenzio, per carità!
-
-— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, non mi scrivete....
-
-— Per l’amore di Dio, Rafa...
-
-— Promettimi almeno che scriverai.
-
-— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse forte: — Sarebbe una
-bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon!
-
-— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò amorosamente,
-piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: — Come sei
-bella!
-
-— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo l’ombrellino a
-terra con súbita irritazione.
-
-Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il fratello tornava.
-
-— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta.
-
-— Bloomy Boy piazzato.
-
-— E Gabriel?
-
-— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare?
-
-— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, intimidita di
-quel tono aspro.
-
-— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto
-peggio per me!
-
-— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose Rafa.
-
-— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo.
-
-— Sì, volentieri: ho sete.
-
-— E allora beviamo.
-
-Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggiò
-la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente.
-
-— Che hai? — gli domandò sottovoce.
-
-Egli scrollò il capo senza rispondere.
-
-Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che
-nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e
-mutevole.
-
-Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di
-piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, oscurando il sole.
-Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati
-e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva,
-li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi
-dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le
-mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella
-paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un
-temporale.
-
-Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore,
-minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria
-qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite
-squillare sopra il fragore della moltitudine.
-
-— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della
-bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno.
-
-— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco.
-
-— Come siete venuti alle corse?
-
-— Col mio tilburi.
-
-— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete
-profittarne....
-
-— Grazie, grazie; forse non pioverà.
-
-Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; il vento
-infuriava negli alberi antichi.
-
-In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch’era
-mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava,
-misto a neve e spicchi di frutte.
-
-— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse Loretta.
-
-— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina?
-
-— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai di rado.
-
-— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua.
-
-Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con
-lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e l’altro, mentr’erano così
-vicini, Loretta li osservava.
-
-Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una persona meglio
-costrutta, e più agile, pur essendo più forte. Il viso di Rafa,
-sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i parrucchieri e la moda
-riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti
-alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello,
-intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato,
-accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi
-nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo
-come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta,
-morbida, per cui solcava un’onda lucentissima, il colorito sano,
-quell’espressione ch’egli aveva insieme di virilità e di baldanza,
-erano in singolare contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro,
-con i suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo
-ubbidienti al pettine.
-
-Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la
-persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra
-meno belle, v’era una delicatezza che all’altro mancava, un segno di
-antica signorilità, che il figlio dell’occhialaio aveva malamente
-potuto imitare. Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si
-sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il suo
-corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la forza imperiosa
-del maschio.
-
-— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo.
-
-— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente.
-
-— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite.
-
-— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato.
-
-Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento
-trovaron posto in una delle prime gradinate.
-
-Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di
-sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante
-come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande
-frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano
-grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo
-bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui
-cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre i cavalli
-pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle
-mosche importune.
-
-Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla,
-si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense
-finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i
-cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan
-contro.
-
-Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole,
-accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di
-partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi
-verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli
-entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata.
-
-Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi,
-quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni
-mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle
-code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di
-schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella
-passeggiata.
-
-In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità,
-curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre
-attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento
-qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su
-quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa
-che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia
-non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia
-disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva.
-
-Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine.
-
-— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua
-compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce
-ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo,
-il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima;
-può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello
-che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy;
-lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi
-Arianna: è l’ultima.
-
-Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori,
-leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando
-s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva.
-Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una
-capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere
-a tracolla, incrociate.
-
-— È piccina, — disse Loretta.
-
-— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi
-non vedi com’è fatta?
-
-— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa.
-
-— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse.
-
-— Quel nero? — domandò Loretta?
-
-— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo.
-
-— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta.
-
-— Per le vetture di piazza... non c’è male!
-
-— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho tutta la mia
-fiducia in lui.
-
-Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di
-galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano
-acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un
-clamore d’invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga
-molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il più forte.
-
-— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo.
-
-— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè Loretta.
-
-— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo e caparbio.
-
-Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita
-dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi
-d’ammirazione.
-
-Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di
-svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di
-scatto, fra uno scroscio d’applausi.
-
-— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò Arrigo.
-
-— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi va molto bene.
-
-— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli interlocutori
-anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla.
-
-— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico.
-
-— Ma certo!
-
-— Lo ha giocato?
-
-— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore.
-
-— Auguri allora!
-
-E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza.
-
-— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta male.
-
-— Chi?
-
-— Arianna.
-
-Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli
-partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli
-fatto qualche segno perchè smettesse, deliberatamente gli volse le
-spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde
-scorgere i cavalli.
-
-— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, hanno strappato
-i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene.
-
-— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, senza scanno,
-schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo.
-
-— Missolungi anche, — rispose Arrigo.
-
-La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da più parti un
-grido: Sono partiti! E il campanello squillò.
-
-— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata
-sul braccio e guardava sopra la sua spalla.
-
-Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti
-si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò tutto il campo. Veniva,
-davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo.
-
-Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con Missolungi in
-testa e Samaritana poi, i due francesi su l’ala, Arianna allo steccato,
-Bloomy Boy in coda. Passarono in quest’ordine alle tribune, senza che
-nessuno cedesse d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò tre
-posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. Nel prato la gente
-correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso,
-un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con
-lena. Questo nome già empiva l’aria.
-
-— Dov’è Arianna? — domandò Loretta.
-
-— È quinta; ma va bene.
-
-— Come la vedi?
-
-— La vedo; sta zitta.
-
-Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; Bloomy Boy, che dalla
-coda era passato nel gruppo di testa, non stava più che poche lunghezze
-dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza
-perdere nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, nel
-fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con
-quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse
-in una, mentre Samaritana stava già per cedere. Bloomy Boy aveva
-sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco
-distanziati tutt’e due.
-
-— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante perchè vedeva i
-due francesi prevalere.
-
-Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa.
-
-— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare dall’ultima
-curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel!
-
-— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, incapace di
-estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie di muraglia umana.
-
-Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente,
-Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide
-Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti,
-pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde,
-assordante, di due partiti che si combattevano:
-
-— Gabriel! Versilia! Versilia!....
-
-C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori.
-
-Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia pareva ormai
-incapace di contendere la vittoria al più robusto francese, benchè
-assillata dagli urli de’ suoi partigiani, quando si vide Arianna, su
-cui nessuno più contava, con una volata magnifica saettar fuori dal
-gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino,
-assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La
-folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle
-piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! Arianna!....
-
-— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, al fratello che
-sentiva leggermente tremare.
-
-Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia
-sfinita.
-
-Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, credeva
-per sè la vittoria e quell’uscita era stata così fulminea che s’era
-lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano
-a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li
-avrebbe fatti vincere.
-
-Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al
-ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui.
-
-La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano più due
-cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo
-era ingombro di questo nome d’Arianna, che in quel momento suonava come
-il nome d’Italia.
-
-Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, nobile come
-un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente
-per quell’ultimo palmo di terreno.
-
-Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la spinta di quelle
-centomila anime protese verso di lei, fu la volontà tremenda, immensa,
-fisica, della moltitudine, che le fece fare nell’ultimo metro il
-salto più lungo, che le fece avere nell’estrema tensione il più lungo
-respiro, e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, col suo
-piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna passò.
-
-Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre, ballare,
-invadere la pista, scender giù dalle tribune a precipizio, battendo le
-mani, gridando.
-
-Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo.
-
-E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età
-definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in
-mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso
-grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso
-allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo
-la bella saura balzana.
-
-Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di
-sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato
-un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue
-e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma,
-quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa
-nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi
-occhi di gazzella cerchiati di nero.
-
-Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi.
-
-Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava
-della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad
-Arrigo senza tregua:
-
-— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i
-fantini per passare il controllo della bilancia.
-
-Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di
-piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere
-il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava
-Rafa:
-
-— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon?
-
-— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò
-veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti!
-
-— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che
-l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome
-simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo
-chiamerei....
-
-— Come lo chiamerebbe, sentiamo?
-
-— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto non ne ho.
-
-— Bene, ci pensi.
-
-— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo chiamerei Rafa!....
-
-Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero come
-atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella con uno
-sguardo veloce.
-
-Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poichè, infatti non
-avrebbe dovuto nè potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da’ suoi
-amici era chiamato Rafa.
-
-Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa.
-
-— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò con naturalezza.
-— Forse che per caso t’ho chiamato io così? — soggiunse, rivolto al
-Giuliani.
-
-— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi
-ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella rispose,
-cavandosi d’impaccio con una squisita impertinenza.
-
-— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa,
-se vuole... Questo la divertirà!
-
-Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda
-intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo
-palafreniere.
-
-
-
-
-X
-
-
-Ella incontrò Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il Giuliani
-aveva talmente insistito per rivederla, ch’ella, temendo qualche sua
-temerità, non seppe rifiutargli un altro appuntamento. Arrigo non
-le parlava più di lui, anzi pareva che volesse ad ogni costo evitare
-questo penoso discorso. Ella indovinava l’oscura gelosia del fratello,
-ma, per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare
-in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, che aveva
-costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, era stata invece per
-lei un godimento sottile. Ora la piaceva sentirsi avviluppata e contesa
-fra il desiderio di due uomini, e ciò sopra tutto le piaceva, perchè
-nella dura gelosia d’Arrigo vedeva più palese il suo violento amore.
-Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, l’altro il pericolo:
-due sensazioni che raramente vanno disgiunte. Al ritorno dall’ippodromo
-Arrigo non le aveva mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la
-benchè minima parola intorno all’accaduto; s’era fatto solamente un
-po’ scontroso, un po’ aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, non osò
-parlarne con lui.
-
-Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la sua malcerta
-situazione con Rafa. Ora che una passione struggente l’aveva tutta
-pervasa, continuar quel gioco le pareva inutile, più che inutile,
-sommamente dannoso. E tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella
-sua mente calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta
-senz’averne conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi dietro
-le spalle una porta equivoca senz’aver prima guardato al di là.
-
-Ora non pensava più di darsi a Rafa, nè per poco nè per molto denaro.
-Quelle speciose teorie, que’ gravi discorsi, che lì appunto, in
-quel giardino, gli aveva sciorinati con amabile serietà, quasi per
-dilettarsi nel recitare una commedia, si erano a poco a poco infiltrati
-nel suo cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile
-verità. Ma invece, quello che un giorno era stato appena un sogno, un
-di que’ sogni assurdi che non giungon nemmeno ad invogliare la nostra
-tentazione, tanto ci sembrano lontani da noi, ora, che la sua fiducia
-in sè stessa era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva più
-facile, quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilità
-remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. Ella chiudeva in sè
-un torbido amore, ma sapeva che questo amore non sarebbe la sua vita;
-sapeva che questa sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre
-nascondersi, vivere così profondamente rifugiata nel suo spirito, che
-mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il suo palpito. Ma, insieme,
-c’era tutta una vita da vivere, tutta una conquista da tentare senza
-esitazione, fosse pure a prezzo di qualsiasi frode. E in verità poteva
-darsi che quel buono, quell’innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno a
-commettere la più grande pazzia per lei, nè potendo altrimenti averla
-si lasciasse trascinare fino ad offrirle il matrimonio. Chissà mai?
-Ben altre, da una condizione minore della sua, eran salite più in alto
-ancora. O, se questo pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con
-Rafa quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser quasi
-scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, nei vincoli
-d’un amore insoddisfatto, perchè, se caso mai ella s’avesse a pentire
-della propria risoluzione, potesse in ogni tempo ritrovarlo qual era:
-un uomo capace di gettare a’ suoi piedi tutto quanto può sedurre un
-desiderio femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente.
-Voleva insomma non perderlo per sempre, ma fargli tuttavia comprendere
-quanto vana era l’insistenza de’ suoi tentativi.
-
-Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era troppo giovine,
-troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa di piaceri, perchè la
-famiglia, anche la più ricca, potesse avere molto fascino sopra di
-lei. L’altra vita invece la tentava, quella che nessuna legge severa
-governa, nessuna immutabile fedeltà, quella che miete nel piacere
-come una falce instancabile nei prati più folti, quella che seduce il
-frivolo cuore della donna con più forti allettamenti.
-
-Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere un’artista,
-libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ciò non si era confidata
-con alcuno, forse per una timida gelosia di fanciulla, ed anzi voleva
-tacere, finchè non le paresse giunta l’ora propizia.
-
-Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l’uomo che volesse
-aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era stata sul punto di
-confidarsene con lui, ma s’era presto avveduta che Arrigo non le
-avrebbe favorito quel disegno, ed ogni giorno più smarriva il coraggio
-di parlarne con lui a cuore aperto.
-
-Il solo che l’avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che avrebbe potuto
-con ogni mezzo appianare la sua difficile strada, era dunque Rafa, il
-suo devoto e ricchissimo Rafa; perciò non lo voleva del tutto perdere,
-allontanandolo da sè irremediabilmente.
-
-— Siete stato un poco temerario!... — ella disse per prima cosa, quando
-s’incontrarono.
-
-— Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci pensavo
-da tempo. Adesso che ti son stato presentato da tuo fratello, tutto
-diventa più semplice.
-
-— Non vedo la semplificazione, — ella rispose con tono canzonatorio,
-poichè quell’uomo aveva talvolta il dono d’irritarla singolarmente.
-— So invece che a momenti ci si tradiva, e mio fratello, dopo, m’ha
-tormentata un bel pezzo per quel nome di Rafa!
-
-Egli si mise a ridere.
-
-— Dovevi stare più attenta.
-
-— Già, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l’abitudine di recitare due
-parti in commedia. Meno male che non gli è rimasto alcun sospetto. E sì
-che voi avete fatto il possibile perchè se n’avvedesse!
-
-— Che ho fatto io?
-
-— Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo non
-poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste a bisbigliarmi
-sciocchezze. State all’erta, Rafa! perchè mio fratello non è un uomo
-comodo... ve l’ho già detto.
-
-— Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta!
-
-— Ma io nulla per voi: ecco la differenza.
-
-— Davvero?
-
-— Proprio; e venivo a dirvelo.
-
-— Cioè?
-
-— Cioè debbo dirvi che a questo modo non è possibile continuare. Ho
-paura; sento che corriamo incontro ad un pericolo molto grave.
-
-Egli cercò di prenderle il braccio, amorosamente.
-
-— No, lasciatemi, — disse Loretta sciogliendosi da lui. — Non posso far
-altre pazzie. Ho commessa una leggerezza imperdonabile, ve lo ripeto,
-ma spero che sarete così gentiluomo da non farne troppo ricadere il
-peso e la vergogna sopra di me.
-
-— Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli a questo
-modo? — egli esclamò con una voce dolorosa ed umiliata.
-
-— Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io stessa in una
-condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, Rafa, oserei dire che
-vi voglio un poco di bene... certo non vorrei parervi brusca... ma voi
-mi scrivete certe cose, mi costringete a certe cose, che io non devo nè
-ascoltare nè fare. Insomma, ragionate un poco: io sono una signorina,
-dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo sapete... Dunque il fatto
-solo che mi trovi qui, con voi, è già un pericolo gravissimo; non vi
-pare?
-
-— In questo hai ragione. Ma perchè rifiuti allora tutte l’altre mie
-proposte? Non vuoi vedermi altrove che in questo giardino, forse per
-diffidenza, forse per paura....
-
-— Certamente ho paura, non lo nego: paura.
-
-— Ebbene, fídati una buona volta! La tua paura è insensata! Non sono
-certo un uomo capace di atti brutali. Vieni almeno in un luogo dove si
-possa parlare; qui non è possibile.
-
-— E dove allora?
-
-— Senti: ho l’automobile fuori dal giardino; vado avanti e ti aspetto;
-andremo in un paesello dei dintorni.
-
-— Ma no, ma no!
-
-— Insomma, te ne prego! Per una volta, per l’ultima volta...
-
-— Cos’avete a dirmi?
-
-— Tante cose. Vieni, sii buona.
-
-— Dov’è l’automobile? — ella fece perplessa.
-
-— Al cancello, dietro le cascate.
-
-— Bene, sentite: io verrò con voi, ma solo ad un patto...
-
-— Quale?
-
-— Che sia l’ultima volta, e poi non mi scriviate più, non domandiate
-più di vedermi.
-
-— Loretta!... — egli fece, supplichevole.
-
-— No: assolutamente!
-
-— Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno ferma
-nella tua decisione, ti prometto che farò tutto quanto posso per
-riuscire a dimenticarti. Va bene?
-
-— Andate avanti, — ella disse, — vi seguirò.
-
-Il giovine svoltò per un viale che s’infoltava tra gli alberi;
-ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, nervosa; con
-l’ombrellino molestava l’erbe sul margine dei prati. Si trovava in
-uno stato d’animo quanto mai perplesso. Nonostante le sue lunghe
-riflessioni, ora non comprendeva più sè stessa, nè il fratello, e
-non sapeva più che farsi di questo Rafa così devoto e così ricco. In
-fondo al cuore ella si sentiva anche triste; l’amore la struggeva,
-la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole una specie
-di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata nella casa d’Arrigo,
-perchè non poteva più rimanere senza vederlo; lo aveva trovato assorto
-e quasi ostile. Non l’aveva baciata, non s’era lasciato baciare; aveva
-cercato mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su le
-spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; le aveva detto
-ruvidamente:
-
-— Fanne quello che vuoi! Non m’interesso più di nulla.
-
-Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, gli aveva
-detto:
-
-— Lo dovrò vedere domani: dammi un buon consiglio.
-
-Allora egli s’era messo a ridere, d’un riso acre, malvagio, di cui
-ella non poteva intendere il senso; poi si era messo a camminare per la
-stanza, concitato, accigliato.
-
-— Lo vedrai domani?
-
-— Sì.
-
-— Allora digli ch’è un imbecille! Al suo posto io t’avrei già presa.
-
-— Perch’è parli così, Rigo? — ella gli aveva domandato con le lacrime
-agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza rispondere. Poi l’aveva
-pregata che se n’andasse, perchè gli doleva il capo e voleva rimaner
-solo. Ma su l’uscio se l’era presa in braccio, se l’era stretta fra le
-braccia, con passione, e l’aveva spinta fuori.
-
-Più tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una informazione
-al padre, era venuto a casa loro, forse per vederla un momento, per
-sorriderle un attimo, dopo essere stato così ruvido.
-
-E s’erano baciati ancora, di nascosto, con più ansia, nella casa
-paterna.
-
-Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva una sciocca
-gelosia di quest’uomo che in fondo ella derideva e sul quale faceva
-un calcolo così diverso, così lontano dall’amore. Ma ell’avrebbe
-rinunziato mille volte a Rafa, s’egli le avesse detta una sola parola!
-E perchè non la voleva? Perchè faceva sopportare ad entrambi, con tanta
-ostinazione, una sofferenza così logorante?
-
-Dietro la cancellata vide l’automobile ferma; vi corse rapida, vi
-entrò. Gli ordini eran già dati al meccanico: partirono in fretta.
-
-Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: la strada era
-sovrastata da una ferma nube di polvere: i carri enormi, carichi
-di mobili o di mercanzie, trascinati da molti cavalli in fila, ne
-ingombravan il mezzo e si scostavan lenti, con un gran scricchiolare,
-ai segnali della tromba. Quando un’altra automobile passava, rapida,
-con urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s’annebbiava in un
-folto polverìo, tutto: anche il sole.
-
-Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella cercava di
-respingerlo, ma debolmente; non era più nè loquace nè gaia.
-
-— Vedete, — diceva, — non posso fidarmi di voi...
-
-Egli ubbidiva e ricominciava.
-
-— Andiamo lontano?
-
-— Non molto.
-
-— Ebbene, cos’avete a dirmi?
-
-— Non ora; parleremo dopo.
-
-— Ah, dopo...
-
-— Sei triste oggi?
-
-— Sì, un poco.
-
-— Perchè?
-
-— Per tante cose... tante cose...
-
-— Raccóntami, Loretta.
-
-— No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza molto leggera...
-Sono qui con voi... ne avete anche il diritto!
-
-Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene conto,
-l’astuzia con la sincerità. Il giovine si chinò su lei, fin quasi a
-baciarla.
-
-— Non dire così, Loretta; sai bene che non è vero. Per te sento anche
-un profondo rispetto: altrimenti non ti amerei.
-
-— No, voi mi desiderate; questa è la parola giusta. Ma quanto ad
-amarmi, è ben altra cosa; non mi fareste venire qui.
-
-— Dammi ancora del tu, Loretta, come l’altre volte.
-
-— Non oggi, non oggi!
-
-— Allora non credi ch’io ti voglia bene?
-
-Ella scosse il capo, incredula, sorridendo.
-
-— Ne sei certa?
-
-— Certissima.
-
-Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, che
-distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno
-da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli,
-tra l’erbe polverose.
-
-L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati
-accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C’era un
-piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta;
-una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul
-frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa
-parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre
-socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra una camicia di
-percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava
-lungo il muro.
-
-— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo al villaggio: vi
-berremo il vin bianco.
-
-— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta.
-
-— In chiesa?
-
-— Sì.
-
-— Bene, andiamo pure, se vuoi.
-
-Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono la
-piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono i quattro gradini del
-sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa.
-
-Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri
-martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un
-bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all’ombra nel
-giardino. Li guardò e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta
-maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera,
-ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; dalle alte vetrate
-pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna,
-confusa nell’ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era
-così ferma, così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa.
-
-La fanciulla intinse la mano nell’acquasantiera e si segnò, piegando
-leggermente il ginocchio. Una goccia le rimase su la fronte, nitida
-come una perla. Poi girarono tutt’intorno all’abside guardando i quadri
-della Passione di Cristo.
-
-L’aria fresca odorava d’incenso evaporato.
-
-— Perchè hai voluto entrare in questa chiesa?
-
-— Un capriccio.
-
-Ell’andava innanzi con un passo elastico, quasi per non far rumore;
-la sua ombra s’allungava obliqua sul lucido pavimento. Piegò di nuovo
-il ginocchio passando innanzi all’altare, poi sedette sovra un banco,
-nell’ombra del colonnato, e si raccolse la fronte nella mano.
-
-Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d’argento.
-
-— Ed ora che fai? — domandò Rafa.
-
-— Niente. Mi piace.
-
-Egli s’appoggiò alla colonna presso di lei, un po’ curvo.
-
-— Amo le chiese, — disse Loretta — e i canti e gli organi delle chiese.
-
-Rafa la guardò a lungo, poi disse:
-
-— Come sei strana!
-
-Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, in quella
-luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua faccia, al suo
-sguardo, un’espressione spirituale.
-
-— Dimmi qualcosa... — ella mormorò come se fosse turbata.
-
-Il giovine le sedette accanto.
-
-— Qui vuoi che ti parli?
-
-— Sì, mi piace.
-
-Egli le si mise vicino, così vicino che la toccava.
-
-— Senti... — prese a dirle; ma súbito esclamò: — Non è possibile! Non
-posso parlarti di queste cose ora.
-
-— Perchè? — fece Loretta con un sorriso perverso.
-
-— Non posso.
-
-— Allora taci.
-
-E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani.
-
-Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto gli piaceva
-di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, la schiena divisa
-da un’infossatura profonda, il petto che le fioriva tra le braccia
-piegate. E l’odore di lei lo stordiva come il profumo di un incenso
-irreligioso.
-
-— Io ti voglio avere... — le disse piano, quasi non potesse frenar
-quelle parole. E glielo ripetè vicino all’orecchio minuscolo, che le
-appariva tra i capelli, come un piccolissimo nido in un cespuglio.
-
-— Come? — domandò la fanciulla senza muoversi.
-
-— Tutta, tutta, in ogni modo!...
-
-Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi ridenti.
-
-— È difficile!... — disse con ironia. E le mani congiunte, concave,
-serbarono come impressa la forma della sua fronte.
-
-— Lo so, — egli rispose, — ma non importa.
-
-Fece una pausa, poi soggiunse:
-
-— Dimmi: cos’è necessario ch’io faccia per averti?
-
-Ella rideva, la sua bocca era crudele.
-
-— Molte cose... — disse. E ripetè con una cantilena: — Molte cose...
-
-— Per esempio?
-
-— Lo devi sapere tu.
-
-— No, dillo.
-
-— Io non dico nulla.
-
-E si nascose la faccia nelle mani congiunte.
-
-Un raggio di sole, dall’invetriata, cadde sull’organo, lo illuminò.
-In quella chiesa era una pace così grande che l’anima vi si riposava.
-Lento, accidioso, nel fondo, si udiva il biascicare della vecchia
-inginocchiata.
-
-— So una storia... — mormorò la ragazza intrecciando le dita.
-
-E rideva.
-
-— Ah, sì?
-
-— Una bella storia...
-
-— Ah, sì?
-
-— Ma non la racconto.
-
-— Allora perchè la sai?
-
-Ella si prese fra i denti minuti un de’ suoi labbri fini e rossi:
-
-— La storia d’una bambina, che andava al mulino, per prendere farina,
-tutte le mattine... una bella bambina. — E cantilenava come se
-raccontasse una fiaba.
-
-— E poi?
-
-— ... per istrada la vide un peccatore...
-
-— E poi?
-
-— ... che le offerse di portarle il sacco, perchè la strada saliva,
-saliva, e c’era un bosco a mezza via, tutto verde, con un ruscello
-d’argento.
-
-— E poi?
-
-— ... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento le toccava le
-mani, le braccia, la bocca, il mento, la gola, senza darle pace. Ma la
-bambina disse: Non stamattina.
-
-— E poi?
-
-— ... anche domani disse: Non stamattina.
-
-— E poi?
-
-— ... anche dopo domani disse: Non stamattina.
-
-— E poi?
-
-— ... poi, un giorno ch’erano seduti presso un ruscello d’argento
-a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: Portami un
-bell’anello se mi vuoi.
-
-— Allora?
-
-— Il peccatore venne il giorno dopo con una collana di perle, con
-un fermaglio d’argento, con uno specchio d’oro. Ma la bambina disse:
-Portami un bell’anello se mi vuoi.
-
-— Allora?
-
-— Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un castello, un
-giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le promise molti cófani
-pieni di gioielli, molte guardarobe piene di broccati, un letto d’oro,
-un’arpa d’oro, una scuderia con cento cavalli... Ma la bambina disse al
-peccatore: Portami un bell’anello se mi vuoi.
-
-— E come finì?
-
-— Andò a finire che al mese di Maggio se la prese il mugnaio... per un
-fiore.
-
-Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della sua fiaba
-improvvisata, e senza nascondere il rossore che tuttavia le dava la sua
-temerità. Poi congiunse i palmi, appoggiò le labbra nell’incavo dei due
-póllici, e parve assorta in una lunga preghiera.
-
-Ma egli restò confuso e non seppe con quali parole rispondere alla sua
-fiaba. Quell’allusione lo aveva un poco sbalordito, se ne vergognava
-egli stesso più di lei.
-
-— Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere farina, tutte
-le mattine... non è vero? — disse finalmente, continuando la celia.
-
-— Io prego... — ella mormorò senza batter ciglio.
-
-— E il peccatore sarei dunque io, non è vero?
-
-— Prego... — ella ripetè, premendosi la bocca sui póllici esigui.
-
-— Ma chi sarebbe il mugnaio? — domandò Rafa, più forte.
-
-Ella si volse a lui, lo guardò, rise.
-
-— Ah?... chissà mai! — fece, interrompendo la preghiera.
-
-Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch’ella se ne
-schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i primi capelli eran
-tenui come biada nascente.
-
-Nell’alta chiesa l’organo di sette canne, avvolto in un fascio di sole,
-mandava dal suo curvo metallo una musica di fiamme.
-
-
-
-
-XI
-
-
-Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi cacciato
-innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria lontana, aver
-studiati gli uomini, essere sceso a patti con loro, averne adulati
-alcuni, dominati altri, essersi fatto servire dai più; aver costrutto
-l’edificio della propria vita con una pazienza ed una volontà
-instancabili, essere passato in mezzo alle tentazioni con una
-magnifica spavalderia, aver condotto il proprio cuore per mano come
-un fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso
-della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto poteva insorgere
-nei duri istinti, nelle intime ribellioni della sua focosa gioventù;
-aver sorseggiata con delizia la coppa dei primi trionfi e mietuta con
-ilarità una larga messe, già preparandosi le corone di pámpini della
-imminente vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno il cammino
-precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi vittima e prigioniero
-di un agguato invisibile, tutto questo per finir con distruggere lunghi
-anni di fatica in un attimo solo... era cosa ben triste per colui
-che, su la propria strada, non aveva incontrato ancora nè un ostacolo
-insormontabile nè l’angoscia di una vera perplessità.
-
-Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a salire,
-pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, da
-un’ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra quelli che vantavano
-il primato gentilizio, cui la ricchezza ed il lusso erano retaggio
-inalienabile. Per giungere sino a loro, qualsiasi frode gli era parsa
-lecita, e s’era mondata la carne plebea in un bagno di signorilità.
-S’era cacciato per strade oblique; nell’ombra s’era fatto il cammino.
-Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che lo potessero
-condur oltre; s’era piegato, s’era fatto agile, scaltro, violento,
-audace qualche volta, qualche volta umile.
-
-Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua maschia
-bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo inaccessibile
-ad ogni altra passione, chiuso nella sua funesta volontà, camminava
-guardingo, in attesa dell’ultimo assalto, pronto a carpire la più bella
-sua preda con l’audacia definitiva.
-
-Quand’ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, spaventoso,
-lo fermava; un amore nefando e impossibile, che trovava una specie
-di oscuro divieto nella sua medesima volontà. E, cosa più terribile
-ancora, colei ch’egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a
-braccia aperte, piena d’incoscienza e di fremiti, offrendogli un sorso
-di veleno con il sorriso più innocente.
-
-Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere lacerata la
-stessa ferita, macchiata la stessa coltre; aveva saziata alla stessa
-poppa la prima fame lamentosa.
-
-Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano solamente nel
-suo pensiero.
-
-Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorchè il fuggire?
-
-Egli pensò di fuggire; fece i bauli, s’apparecchiò. Ma nell’ora della
-partenza, l’immagine di colei che amava gli si mise davanti alla porta
-e così forte l’avvinse nel piacere delle sue braccia colpevoli, che da
-lei non seppe disciogliersi, ed il terrore della rinunzia lo assalì.
-
-— Badi, signore, lei perde il treno, — disse il domestico, entrato
-nella camera per prendere il suo bagaglio.
-
-— Sì, va bene, — rispose Arrigo. — Lasciami stare.
-
-— Ma guardi l’ora... Lei perde il treno.
-
-— Non importa; lasciami stare.
-
-Il domestico, senza nulla comprendere, ubbidì. Arrigo s’era sprofondato
-in una poltrona, e vi stava, piegato su sè stesso, con una specie di
-sinistra immobilità. Come un cane alla catena, avrebbe voluto assalire,
-mordere. Si vedeva, lontano da lei, in un’altra città, in un albergo,
-fra la gente, solo. S’immaginava il domani, il risveglio del domani,
-se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: non avere più lei
-vicina, rinunziare alla funesta inebbriante gioia di rivederla, di
-respirare l’alito della sua bocca, di toccarla, di camminarle presso, e
-curvarsi, pur disperatamente, su la vertigine di quel peccato. Andare
-via così, di nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno
-addio...
-
-Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima del pranzo,
-come soleva; e non lo troverebbe più. Sarebbe rimasta su la soglia,
-perplessa, un poco pallida; poi se ne sarebbe tornata via, tacendo, a
-fronte china, con qualche lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe
-forse pianto, senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere
-in alcun modo il suo distante rifugio. Chissà, forse avrebbe anche
-pensato ch’egli non l’amasse più.
-
-Era una fanciulla nel primo fiore, con l’anima irrequieta e gaudiosa,
-con un cuore lieve; la lontananza l’avrebbe insensibilmente guarita: e
-questo egli non voleva.
-
-Ma invece, per guarire lui, nè il tempo nè lo spazio non sarebbero
-mai bastati; quel fantasma l’avrebbe inseguito come una presenza
-dappertutto visibile, per ogni strada ove andasse in cerca di riposo e
-di oblìo. Mesi ed anni non sarebbero bastati a guarirlo di quel male,
-tanto le sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era già mesciuta,
-commista, nelle sue profonde vene.
-
-Nè i mesi nè gli anni per guarire lui, e non la lontananza e non gli
-svaghi e non più alcuna fra le cose che un tempo erangli piaciute. Ora
-si mutava; un uomo dissimile da quello ch’era stato veniva con questo
-male ad abitare in lui. Cercava sè stesso e si ricordava di sè come
-d’uno straniero.
-
-— Signore... — disse timidamente il domestico, avanzando ancora il capo
-dietro l’uscio.
-
-— Che vuoi?
-
-— Parte forse ad un’altr’ora?
-
-— No, non parto! non parto più! — egli rispose impetuosamente. — Apri
-quei bauli.
-
-— Riaprire i bauli? — fece il domestico, pieno di maraviglia, senza
-osare alcuna domanda. — Va bene.
-
-Ed entrò nella camera per mettersi all’opera.
-
-— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse domani.
-
-— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo con una curiosità
-rispettosa. — Qui ci sono le chiavi.
-
-E le depose sopra un tavolino.
-
-— Che ora è, Filippo?
-
-— Sono le cinque meno un quarto.
-
-— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla per oggi.
-
-— E non si cambia il signore?
-
-— No, questa sera non mi cambio.
-
-— Sta forse male il signore?
-
-— Sto benissimo; va pure.
-
-— Allora a rivederla, signor Arrigo.
-
-— A rivederci.
-
-Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo d’un balzo fu
-ritto.
-
-— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente.
-
-Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera,
-riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, intese che diceva:
-
-— Parte? Voleva partire? Ma, come mai?
-
-Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli chiusi, vide
-la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. Per le cortine calate
-filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli
-stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un
-polveroso riverbero.
-
-— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi.
-
-Il fratello non rispose.
-
-— Parti?
-
-— Forse.
-
-— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi nulla?
-
-— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto domani: ecco.
-
-La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e tacque.
-
-— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno.
-
-L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella non si chinò a
-raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si fermò.
-
-— Allora...
-
-— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto.
-
-— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo una lunga pausa, con
-la voce che le tremava.
-
-Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la
-sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago:
-
-— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare!
-
-— Ah...
-
-Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè:
-
-— Per respirare!
-
-Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere sopra
-una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza
-guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione
-di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera,
-il viso raccolto nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà
-inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella
-greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella
-facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un
-fazzolettino intriso di lagrime.
-
-La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua
-camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla,
-dirle una parola d’amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo.
-Era così facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche
-potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa,
-disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di
-carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle
-sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei...
-Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non
-osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi
-erano in lui, che si colmavano di spavento?
-
-E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede
-neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch’ella fosse lì,
-felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per
-sempre, a quel tormento ineffabile.
-
-Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano sui tavolini.
-Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e
-suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, si lasciò investire,
-avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele;
-passò vicino ad un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che
-cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuffò
-la bocca, vi morse.
-
-Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte,
-or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla
-vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli
-uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido.
-
-Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una
-lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la
-parete opposta rompendolo nei colori del prisma.
-
-Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un
-singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S’avvicinò
-a lui, esitante, lo prese per un braccio:
-
-— Davvero te ne vai?
-
-Egli chiuse gli occhi per non guardarla.
-
-— Sì, Loretta, vado via...
-
-— Perchè?
-
-— Lo sai perchè.
-
-Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su
-tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli
-nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con
-un singolare brivido:
-
-— Portami via con te.
-
-Egli ebbe un sussulto.
-
-— Con me?...
-
-La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa.
-
-— Sì, con te! dove tu vuoi... con te.
-
-Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile,
-fortissima catena. E così vicini, così avvinti, guardarono per un
-momento la felicità che passava nel loro impossibile sogno.
-
-Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che
-ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile,
-scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria
-per goderne ancor più... Ed ella, che ignorava il peccato, tremò, come
-se ne fosse già tutta coverta.
-
-Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei.
-
-— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento che uccide!
-
-Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani
-brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta
-esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie
-di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che
-disánimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo
-le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele.
-
-— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando mi tocchi, quando mi
-guardi, mi sento così male, così male...
-
-Egli ripetè sordamente:
-
-— Lásciami.
-
-— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non riesco a levarmi
-dal letto. È come se mi avessero battuta. Mi ammalerò. Tutto questo,
-perchè ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti
-sopra una poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi
-sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu
-sapessi come fa male!
-
-Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò:
-
-— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura.
-
-Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche lacrima tremò
-nella sua voce.
-
-— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, conducimi via con te.
-
-Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione
-che lo assaliva.
-
-— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme...
-
-Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua
-calda anima, il dolore della gioia non goduta.
-
-— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava.
-
-— Ho paura di me.
-
-— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che
-ne divenga malata? Io ti starò vicina coma fossi una piccola cosa tua;
-non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no!
-Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto
-nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due
-soli...
-
-Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua
-femminilità, con il calore che usciva da lei come il profumo da un
-cálice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce
-torbida.
-
-— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore...
-
-Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di
-una lontana felicità.
-
-
-
-
-XII
-
-
-La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli soffrisse
-tutto l’abominio del suo peccato.
-
-Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di star male,
-d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili che vengono con la
-prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare
-un po’ d’aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d’un
-lago tranquillo; e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un poco
-sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere a quella
-partenza.
-
-L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su
-l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino
-esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva più
-fiori che foglie, più ombre che sole. L’albergo era quasi pieno,
-ma di que’ forestieri un po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita,
-chiusi ermeticamente in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i
-loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare
-ne’ propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son
-puntuali come l’orario, minuziosi come la carta topografica, pieni
-di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si
-curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno.
-
-E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla
-contemplazione de’ lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di
-vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro
-il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a
-vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la
-magnificenza del sole.
-
-Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la famiglia non
-vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio
-contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro,
-un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza,
-persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarità del
-fratello con la sorella minore.
-
-Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare;
-le si leggeva nell’espressione del volto un non so che d’ambiguo,
-d’insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato
-a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua
-famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch’era
-il solo inciampo alla possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente
-lasciava sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice
-quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa familiare,
-allontanarsi dalle mediocri loro abitudini.
-
-Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado nella casa
-paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato,
-qualche volta con l’attitudine e con il pretesto di colui che voglia
-nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero
-d’affetti familiari, e queste sue più che fraterne attenzioni per
-la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo
-arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne’ fatti suoi,
-or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare
-una ragione d’ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre,
-la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi
-occhi non avevan mai saputo esprimere.
-
-Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi
-un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un’antipatia
-irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue
-ironie un po’ grossolane su que’ due che se la facevano da signori,
-prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c’era quel terribile
-Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali
-che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la
-sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la
-possibilità d’un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro
-punto di vista, e cioè vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio
-stava per divenire in femmina ciò che il primogenito era stato in
-maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega
-insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro meglio a
-scandalizzare la gente per bene.
-
-Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte!
-«Ma sì! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare
-la loro ragazza! e una ragazza — senza farle torto — che di serio
-non aveva nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto a
-diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e
-gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma
-sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo — anzi, la
-sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed è il momento migliore
-per la città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare a
-prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... un viaggetto per
-i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come
-se non ne avesse abbastanza! Ma, già, quando si è ricchi!... quando si
-può!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande,
-viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè allora
-non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po’ di lago, che
-sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e
-perchè? Perchè ha le «toilettes» eleganti, perchè va in giro come una
-farfalla, perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace,
-si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli
-scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non
-cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte,
-ne sapeva già più di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in
-questo, come in tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi
-loro, che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui non
-desiderava mettere il becco...»
-
-Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la
-contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser
-libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta
-per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi
-mantelli, visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare
-il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi
-le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle
-sue «toilettes», dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di
-spender troppo, e ciò in grazia del suo buon gusto, della sua grande
-abilità nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le
-faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di
-trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano
-così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti,
-e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far
-di lei una bottegaia, perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato
-mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei,
-saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso:
-voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno
-ad esser libera.
-
-Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un riso cattivo,
-insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide,
-cominciò con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato
-racconto d’una serata in cui aveva inteso la celebre cantante;
-criticò la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le
-grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti
-che può incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin
-fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse
-almeno a studiare seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le
-cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il
-denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a fare un altro
-mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a
-trovare l’intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza
-della scena? Aveva dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che
-occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna
-esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani...
-
-Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi.
-
-In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con
-Clara Michelis.
-
-Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore
-attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli,
-senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che,
-legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e
-quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una
-strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo.
-
-Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si
-prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di
-vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro
-scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un
-lago tranquillo.
-
-Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da
-qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto
-pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due
-fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme.
-Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli
-occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran
-fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di
-lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra
-visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era
-più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto
-amore.
-
-Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di
-partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase
-ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel
-cuore.
-
-Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina,
-questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile
-condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva
-solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare
-nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella
-sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed
-il primo.
-
-Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva
-sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa.
-Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva
-conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso
-di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si
-stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti
-i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze,
-s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società;
-per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi
-su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva
-a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della
-bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era
-fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure
-amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non
-perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci.
-
-Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva
-bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte
-precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche
-volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano
-insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere
-per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone
-la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero.
-Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava
-talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente
-aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri.
-
-Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un
-bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con
-lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno
-togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena
-libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare
-i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche
-volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo
-innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in
-ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli
-disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava
-i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con
-gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo
-era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un
-regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare
-al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone.
-
-Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più
-nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era
-paziente; si sentiva quasi felice.
-
-I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di
-sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse
-anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto
-egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi
-sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così
-forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che
-l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei
-primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta
-ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’
-suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore,
-poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che
-mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se
-ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la
-propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra
-tutto l’amore che aveva per lui.
-
-Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso
-d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè
-certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte,
-non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la
-sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli
-occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella
-sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro
-di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo
-cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per
-chi?
-
-Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita
-con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume,
-un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore,
-seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda.
-
-Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima,
-questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal
-caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a
-questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva
-sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con
-l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi
-femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto.
-
-Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei
-la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato
-d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere
-una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più
-voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio
-accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità;
-non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire,
-a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece
-aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere
-da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il
-demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto
-avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo
-il quale tutti gli altri non hanno più sapore.
-
-Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di
-vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella
-che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono
-di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e
-di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente
-come la purità il significato più divino e più terribile che sia
-nell’amore.
-
-Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera
-malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente
-giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno
-che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva
-respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole
-per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver
-pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile.
-
-E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire
-un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero
-assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico
-per allontanarlo da sè.
-
-E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava,
-perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele,
-tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci
-attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande
-suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè
-pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che
-umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti
-di questo inconfessabile amore.
-
-E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò
-a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse
-presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa
-ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in
-lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se
-veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore
-non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa
-paura di scoprirne l’esistenza.
-
-Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non
-credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche
-rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro
-non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando
-insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva
-pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare
-in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase
-innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più
-naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili,
-cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza.
-
-Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove;
-li avevan anche ammirati, perchè sembravano volersi molto bene. C’era
-chi gliel’aveva descritta: una bionda, ma d’un biondo color cenere, col
-visino fresco, il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la
-bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole.
-
-Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ di scapatella,
-e così alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola
-amante... Ecco, alle volte, com’è facile ingannarsi!...
-
- . . . . . . .
-
-— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel
-primo giorno.
-
-— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe meglio attendere
-più tardi.
-
-— No, súbito, súbito!
-
-E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva
-le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva
-con ilarità per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi
-e tanti colori quanti ne può adunare insieme una primavera italiana.
-
-Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s’era forse
-mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare
-i linguaggi stranieri, non s’era mai sentita così libera e così felice
-come in quel giorno.
-
-Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera
-d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una
-tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a
-sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa,
-un po’ stanca, e s’era messa a guardar intorno, a sognare.
-
-Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive
-dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in
-ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra
-una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica
-dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una
-sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillìo
-delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose,
-lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere
-ad intervalli, carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per le
-scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo.
-
-E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso
-della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere.
-
-S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva
-tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la
-darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva.
-
-Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di
-beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo
-così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano
-respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla
-e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si
-compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per
-un’amante.
-
-La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel
-sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la
-catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati
-maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che
-alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose
-della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche
-purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno
-abbandono quei giorni di oblìo.
-
-In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice
-paura dell’opinione altrui.
-
-Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante,
-mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva
-da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di
-tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran
-cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche
-anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina.
-
-Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per
-rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava.
-Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava
-per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava,
-ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che
-i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla.
-
-Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore
-d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza
-empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe
-voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le
-dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per
-l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della
-felicità.
-
-Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace
-d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna
-chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su
-la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con
-spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile.
-
-Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia,
-correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta
-piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli
-pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua
-perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori
-gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso
-peccato...
-
-
-— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed
-aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio.
-
-— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine.
-
-Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza
-importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza
-finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il
-timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua
-limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva
-subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna,
-tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito.
-
-Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio
-contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la
-gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue
-fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual
-simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella
-in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere,
-traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto
-per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza
-parlarsi.
-
-In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca
-navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e
-tacere.
-
-Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne
-s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la
-vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano
-più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella
-non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e
-quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa,
-troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte
-le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata,
-con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con
-un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura.
-
-Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava
-ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’
-ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il
-viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica.
-Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra
-i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la
-bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo
-aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava
-distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i
-fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e
-stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli
-semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le
-violette...
-
-Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava,
-l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi
-opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso
-un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano
-piano, senza far romore, scivolaron oltre.
-
-Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle
-del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi
-addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse
-lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan
-un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca,
-non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano
-destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma
-innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul
-viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal
-lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive,
-una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà
-piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene.
-Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò.
-
-— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata.
-
-— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola
-negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la
-bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore,
-ella si stirò con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso,
-e levate le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele strinse al
-collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo gli occhi, beata.
-
-Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor di luce il
-palpito delle loro anime innamorate.
-
-— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con parole quella
-pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami ancora una
-volta, come hai fatto prima... così... così...
-
-Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge
-un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli
-scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli
-con una prolungata carezza.
-
-— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola
-giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi
-cantare, sì, cantare di gioia!...
-
-E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, e le parve
-di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore che vedeva.
-
-Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza negli occhi:
-
-— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, quasi con ira. E così
-forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch’ella parve sentirne
-dolore.
-
-— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, con un’ombra
-di paura.
-
-— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi
-ancora!
-
-E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente
-scesa quell’espressione di violenza e di tormento che spesso lo
-contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava,
-si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello
-battelletto correva; l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni.
-
-— Che hai? Perchè ti stanchi così?
-
-Egli non rispose, anzi remò più forte.
-
-— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare anch’io.
-
-E fece atto di levarsi.
-
-— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai.
-
-— Voglio remare anch’io; lascia che provi.
-
-— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi.
-
-— Come sei forte! Ora si correva!
-
-Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte.
-
-— Allora vuoi remare?
-
-— Sì.
-
-— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu verrai qui.
-
-Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano
-per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baciò ancora su
-la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella
-premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse:
-
-— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo?
-
-— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli rispose con una
-timidezza d’amante.
-
-— E non lo sai dunque?
-
-L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò il
-braccio nella remata.
-
-— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so remare anch’io?
-
-— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo
-nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti,
-fletti la mano in basso quando dái la remata... Così, va bene.
-
-Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che non andavano
-insieme.
-
-— Perchè non si cammina? — fece, indispettita.
-
-— Si cammina adagio adagio.
-
-— Voglio fare come fai tu.
-
-— Abbi pazienza, ora t’aiuto.
-
-Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due
-rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le
-campane di tutte le chiese.
-
-
-
-
-XIII
-
-
-S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua
-camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla
-mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria
-dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne
-lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla,
-egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole:
-
-— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà.
-
-Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran
-fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato
-copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella
-giornata d’aria libera.
-
-Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi
-come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi
-elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la
-montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor
-pieno di crepuscolo.
-
-Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava
-l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i
-gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di
-certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette
-e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso
-tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali,
-senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’
-robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza
-di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a
-giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei
-loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in
-esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano
-vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le
-ammirava.
-
-— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse
-al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua
-gioventù come una stupenda collana.
-
-— Ti piacciono tanto le perle?
-
-— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco.
-
-E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto:
-
-— Com’è stupido esser poveri!
-
-— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad
-ogni costo?
-
-— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere
-del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono
-insieme nel suo volto.
-
-Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza
-dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse:
-
-— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare
-tutto quello che voglio.
-
-Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua
-bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò
-fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella
-ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento.
-
-— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora.
-
-— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene.
-
-Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere
-tuttavia da quella frase crudele.
-
-Abbassò gli occhi e tacque.
-
-— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa.
-
-— Mi hai resa triste... che peccato!
-
-— Via Lora, non ti offendere!....
-
-E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei.
-
-Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva
-molta fame: dimenticò.
-
-— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima
-sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi?
-
-— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con
-tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò.
-
-Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la
-ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a
-raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la
-tavola. D’improvviso ella fece una riflessione:
-
-— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi.
-
-— Perchè?
-
-Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna:
-
-— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non
-ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie.
-
-E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo.
-
-— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»!
-
-— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure.
-
-Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso
-lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di
-seduzione.
-
-Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti
-sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei
-carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un
-gran letto d’amore.
-
-Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di
-piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo.
-Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo
-cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille.
-Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti
-pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al
-suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva
-ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva
-essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè
-la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di
-esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il
-gaudio che ardon nell’essenza dell’amore.
-
-Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e
-dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse
-le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere
-con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve
-d’un sorso.
-
-Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «_Vedova Allegra_»;
-dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori,
-seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini
-giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare.
-
-I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon
-odore.
-
-— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. —
-Ma tu non parli... Che hai?
-
-Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro
-l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse:
-
-— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano
-dappertutto.
-
-— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te.
-
-Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della
-danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da
-quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano
-fra le ciglia orlate d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo
-benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la
-spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un
-rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo
-morbido corpo desideroso.
-
-— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito.
-
-Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva
-d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico
-fiore.
-
-Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani:
-
-— Senti....
-
-— Di’.
-
-— Vienmi vicino, più vicino....
-
-Egli si sporse innanzi per udir le sue parole.
-
-— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che
-c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la
-impallidì.
-
-Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse.
-
-— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere?
-
-— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò.
-
-Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù.
-
-Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il
-concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè.
-Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan
-le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi
-non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua
-sciacquare contro la riva.
-
-Egli disse alla sorella:
-
-— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare.
-
-— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così.
-
-— Ti senti stanca per aver remato?
-
-— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine....
-
-L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso
-mantello damascato.
-
-— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho
-paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi.
-
-— No, Lora; io non ti farò mai alcun male.
-
-— Chissà? — ella rispose.
-
-— Perchè dici questo?
-
-— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi
-odii un poco....
-
-— Io?....
-
-Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana
-sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio
-sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta
-s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri.
-S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si
-sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per
-un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una
-lunga fila di barche legate, che dondolavano.
-
-L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la
-luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre.
-S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera
-di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una
-specie di funesto incantamento.
-
-Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi
-lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo.
-Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato
-amore finire in un urlo.
-
-Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello
-su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la
-notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente,
-dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più
-diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che
-s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra,
-di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata
-mai più... Aveva paura e si stringeva a lui.
-
-Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come
-le barche legate in fila.
-
-Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso
-a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si
-udivano le parole.
-
-Il ritornello diceva:
-
- «Tela lina molto fina
- che si mette ogni mattina
- la mia bella al suo levar...
-
- tutto quanto le darei
- per far come fai con lei,
- per saper quel che tu sai,
- per star dove tu le stai...»
-
-— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo
-sono più.
-
-Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:
-
- «Tutto quanto le darei
- per far come fai con lei...»
-
-— Vanno a pesca? — domandò Loretta.
-
-— Forse vanno solo per cantare.
-
-Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano,
-l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male
-che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra,
-come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava,
-s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto
-l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi
-nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di
-afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei
-che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata
-nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li
-separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana,
-così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a
-sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire
-ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel
-póllice di spazio che non li lasciava bere.
-
-— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare!
-— esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte
-le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso
-confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san
-nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò.
-
-Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla,
-come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra
-dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo
-che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e
-la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le
-componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale.
-
-— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui,
-più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori
-lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il
-ritornello giocondo:
-
- «Tela lina molto fina
- che si mette ogni mattina...»
-
-— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe
-se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato
-finora?
-
-— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo
-cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo
-spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo
-male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio,
-súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile,
-mi sembra inutile ancora.
-
-— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci
-dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire
-questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò
-significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita?
-
-Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior
-di labbro, senza convincimento:
-
-— Sì, certo, lo comprendo.
-
-— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi.
-Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel
-quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è
-mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un
-altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente
-ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse,
-perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che
-farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più
-grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza
-fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e
-quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più
-disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia
-sorella....
-
-A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una
-buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena
-sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse
-profondamente il senso di quelle parole.
-
-— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con
-una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato
-per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te
-sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello
-che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà
-bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio
-di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un
-gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti
-così buio... Ridi ancora una volta... ridi!
-
-La barca ripassava di lontano e si udiva cantare:
-
- «Tutto quanto le darei
- per far come fai con lei...»
-
-
-
-
-XIV
-
-
-— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore,
-forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. —
-Córicati presto e riposa bene.
-
-— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando.
-
-— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra
-sigaretta.
-
-— Io pure non ho sonno... — ella fece.
-
-Ma egli la persuase con dolcezza:
-
-— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi.
-
-Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel
-giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo
-del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da
-ogni altro pensiero.
-
-— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì
-l’odore.
-
-Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di
-batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi
-piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera,
-con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si
-spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del
-pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli
-empì l’aria per dov’egli passava.
-
-La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per
-una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi.
-Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto
-insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide
-sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia
-dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi
-la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere
-lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo
-piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua
-forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi
-parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello
-sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi,
-prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini,
-prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che
-portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un
-sorriso lento....
-
-Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.
-
-Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno
-che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte
-lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno
-d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si
-moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino.
-
-Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di
-stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.
-
-D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il
-giardino in fretta, e salì.
-
-Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella
-poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della
-notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza
-delle stelle.
-
-— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata?
-
-Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due
-braccia senza rispondere.
-
-— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora.
-
-— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata.
-
-Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso
-batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli
-osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo.
-
-Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene.
-Addio.
-
-— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta
-nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’
-suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui:
-siéditi.
-
-Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente.
-Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere
-avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della
-fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.
-
-Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con
-trepidazione.
-
-— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno
-di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia
-mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che
-notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una
-polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte...
-Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano.
-Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto
-che rimaner sola.
-
-Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle
-pellicce tepide, l’inverno. E continuava:
-
-— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono
-turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che
-ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od
-anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo
-letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di
-veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi
-altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu
-mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua...
-tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te...
-Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati...
-
-Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come
-la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi
-d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per
-ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere;
-una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava
-in lui, sotto la carezza di quella voce.
-
-Ella disse ancora, snervata, spossata:
-
-— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho
-tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore,
-nessuno ci guarda... báciami!
-
-Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo,
-i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò
-per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi
-si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con
-violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse.
-
-Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello
-di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche
-attimo quasi priva di vita.
-
-La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle
-stelle.
-
-Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri,
-per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella
-voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre
-nella terribile possibilità di quell’ora.
-
-La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo
-glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande
-magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne,
-invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori
-nell’incantesimo della notte.
-
-Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di
-comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per
-il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice
-di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione
-d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad
-ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse,
-ed ella entrò.
-
-Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò
-giù dal letto, rimase attonito a guardarla.
-
-— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata.
-
-— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce
-insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa
-di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito
-così ridente.
-
-— Non dormirai stanotte?
-
-— No.
-
-Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza
-passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.
-
-Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo.
-
-Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un
-turbine di coriandoli d’oro.
-
-Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e
-gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una
-vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la
-gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come
-una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che
-la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine
-solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la
-nuca.
-
-Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì
-così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come
-un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo.
-
-La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria
-soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile:
-ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una
-fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili
-d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra
-si mutava subitamente in splendore.
-
-Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio
-colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di
-quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa
-gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un
-peccato infinitamente più grande.
-
-Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze
-molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel
-vertiginoso dolore.
-
-Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso
-non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato,
-la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli,
-cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le
-spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando
-con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano
-contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi,
-immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva
-contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le
-sue disperate labbra egli la baciava.
-
-Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar
-nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni
-altra cosa che non fosse quella carne viva.
-
-E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li
-strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...
-
- . . . . . . .
-
-Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore;
-nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva
-irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la
-condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà.
-
-Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano
-già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava
-ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e
-li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si
-torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza
-dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.
-
-Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco,
-denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase
-il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le
-si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in
-quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio
-virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo
-della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di
-respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca
-umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir
-infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze
-l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido.
-
-Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella
-trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre
-taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi
-pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie
-senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di
-lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che
-si movevano per maledirlo...
-
-Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non
-consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine.
-Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì.
-
-Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle
-splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano,
-di poterle quasi toccare...
-
-
-La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero
-commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati
-le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici
-un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di
-giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli
-tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel
-maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur
-affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite
-così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato
-al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato
-di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta
-l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si
-sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente
-inquietudine.
-
-Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme
-paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la
-notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor
-padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato
-curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.
-
-Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata
-di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo
-peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione.
-Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa
-stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia.
-Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno
-quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo
-cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida
-faccia che appariva nel viso di lei.
-
-Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile
-ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero,
-trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva
-d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e
-di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui
-ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le
-più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio
-invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto,
-c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza
-terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella
-e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa
-dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove
-siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.
-
-Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie
-della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo
-male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità.
-
-Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed
-è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che
-affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al
-proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce
-divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che
-ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo
-fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone.
-Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia
-l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza
-dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio
-alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in
-quest’uomo mediocre l’amore d’un dio.
-
-E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà,
-riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così
-grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non
-fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che
-avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà.
-
-Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a
-prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito
-fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un
-istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel
-tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.
-
-Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura
-del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.
-
-Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver
-compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani,
-una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere,
-mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E
-nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande
-consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente
-verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo
-tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non
-tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di
-vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può
-essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che
-sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla
-si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E
-allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale
-vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi,
-come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè
-amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur
-son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava
-quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire,
-visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era
-segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto
-fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli
-mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso
-padre, per solo ricordarsi che si amavano.
-
-Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria
-coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere,
-tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore.
-Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la
-vita.»
-
-Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero
-al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor
-due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa
-da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta
-pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si
-balbettano: «mamma, papà...»
-
-Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era
-giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza
-riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo
-amore...»
-
-Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne
-sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per
-dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli
-nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza
-dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata
-impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di
-no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande.
-Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino
-allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata
-nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono
-e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua
-forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un
-altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua
-mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera
-gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad
-amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva
-più dominarsi, era uscito di sè.
-
-Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche
-lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito,
-più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che
-le diceva:
-
-— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di
-morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo
-trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e
-andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non
-vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei
-sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te...
-Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre,
-che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora
-lo vedrei. Stanotte, quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un
-tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava
-con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia.
-Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi
-abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?...
-
-«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per
-trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia.
-Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati!
-è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o
-va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori
-dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare
-dalla rovina la sua sorella che amava...
-
-«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho
-anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa.
-E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito,
-stamane, fra un’ora...»
-
-
-E partì.
-
-
-
-
- * * * * *
-
-
-
-
-I
-
-
-Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, nello
-stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso,
-per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l’apparenza tragica
-di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia.
-
-Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore non poteva
-essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole
-che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosità
-insoddisfatte, d’aspirazioni veementi verso una contentezza fisica
-da lei non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una cosa
-gioconda.
-
-Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente:
-provava un senso di malessere davanti a questo amore così tragico.
-S’era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un benchè minimo sapor
-d’incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo
-nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva
-incontrato, quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed ancor
-suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto
-nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginità. Aveva
-da lui subíta la prima tentazione, per lui s’era sentita nascere nel
-sangue la prima ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di
-vergine, così, non altrimenti, lo amava.
-
-Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire
-puramente un amore incestuoso; il male stava così nascosto in lei
-ch’ella non sapeva d’esserne contaminata.
-
-L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama nondimeno
-interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece
-ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione
-l’avvince non discute più e lascia che il proprio desiderio vi si
-abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole
-quanto il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è sempre
-con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi.
-
-
-In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso di una
-sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo,
-sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe,
-tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch’ella non sapeva
-reprimere; la notte sopra tutto, nell’incubo del dormiveglia, le
-avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo
-insane immagini accendersi nell’oscurità.
-
-Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello scomparso.
-
-Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, ed era súbito
-ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome
-le faceva male, il pensare a lui la colmava d’un singolare spavento.
-
-Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla sola, dopo
-che insieme erano stati così presso alla felicità? Quando sarebbe
-tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in
-tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, per
-carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua
-voce torbida e singolarmente voluttuosa.
-
-Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che fare, non sapendo
-con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pensò di recarsi alla
-Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non
-una ne trovò, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole,
-affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena
-tornata.
-
-Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la
-vita le pareva inutile.
-
-Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte
-giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non
-aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui.
-
-Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia!
-Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore
-sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei
-conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo
-del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che
-l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi
-cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una
-infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte
-le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il
-cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla
-piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni.
-
-Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato
-spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè
-consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette?
-Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore?
-Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il
-pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la
-sensazione d’un incubo angoscioso.
-
-Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto
-stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la
-disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui
-egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto,
-guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata.
-
-Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla.
-
-Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti
-giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente
-aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece
-di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua
-famiglia, più malcontenta, più sola che mai.
-
-Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi,
-rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere
-il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non
-poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose
-provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per
-il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che
-non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi
-davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede
-innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano
-quell’anno!...
-
-Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati
-che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era
-il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si
-sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le
-metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle
-accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè
-stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la
-snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire.
-
-Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi
-capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso.
-Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza,
-irresoluta, si fermò.
-
-Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e
-quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che
-sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria
-vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un
-poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì.
-
-Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione
-indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato.
-Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia
-dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere
-nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una
-paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco
-stagno, pieno di ammaccature.
-
-Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei
-giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva
-tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel
-suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana
-dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano,
-sorvegliar la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne,
-mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli
-prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto
-più ella mostrasse d’aver fiducia in lui...
-
-Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò persuadere.
-
-Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le
-finestre delle case; pendeva su la città scintillante una rossa cupola
-di fuoco.
-
-Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che aveva conosciuto
-le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le
-batteva troppo forte, sul pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma
-egli era dietro l’uscio e le venne incontro.
-
-— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando la soglia.
-
-Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, e vide, a
-ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d’un cuoio fosco.
-
-— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto ed un accento
-pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la
-propria trepidazione.
-
-Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel
-giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che
-pur tradivan nella squisita leggiadria dell’arredo quella particolare
-freddezza, quella imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli
-grávita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di
-fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi
-d’estate, quando la sua famiglia era in campagna.
-
-Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore
-di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virtù: la
-pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onestà, un
-pudore astuto, sicchè non aveva mai rinunziato a credere che anche
-Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva
-ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa
-era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni
-sottili.
-
-Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi
-gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per
-via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d’inverno,
-sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare
-sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie
-che le mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi
-altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa e più rara, che
-potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanità e quel certo
-sentimento idillíaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine
-di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in
-tutto conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da
-quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta
-era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili
-attraenze ch’egli poteva desiderare nell’amante sognata; era fanciulla
-per di più, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava
-sommamente, pur impaurendolo un poco.
-
-C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello
-intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto più grande
-lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde provato a guarirsi di
-questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era più nel caso di
-riflettere, perchè ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza,
-che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei.
-
-Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma fragile:
-qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero innocente, poichè,
-sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai
-debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non
-disperava di lei.
-
-Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio
-di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva,
-un po’ incerta, un po’ confusa.
-
-Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne sentiva commosso in
-modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che
-dirle.
-
-Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole
-con serietà, per non far nascere in lei alcun sospetto. Così le
-fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di
-fotografie.
-
-Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto vasto, chiuso
-da una cortina.
-
-— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella sala e furon
-seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi.
-
-Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, co’ suoi roghi di
-splendore; lì nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le
-stuoie calate, alitava una freschezza riposante.
-
-Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d’insidia,
-la carezzò.
-
-— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre avuta una
-certa paura di te. Su la tua bocca vedo così spesso una specie di
-derisione...
-
-— Davvero? Che bizzarrìa!
-
-— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini
-innamorati sono molto spesso ridicoli.
-
-— E le donne? — ella fece.
-
-— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai.
-
-— Che? grottesche?
-
-— No, innamorate.
-
-— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente.
-
-— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che verrai spesso, che
-verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente
-al sicuro qui...
-
-— Ho sete, — ella rispose.
-
-Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava il
-cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere.
-
-— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse Rafa. — Il
-caldo mi fa male. Però quest’anno mi è impossibile partire; l’idea di
-non vederti più mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante
-l’estate?
-
-— Ancora non so nulla; non dipende da me.
-
-— E da chi dipende?
-
-— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da mio
-fratello.
-
-— E non da me in ogni modo?
-
-— Da voi? come da voi?
-
-— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La mia famiglia
-m’annoia; verrà forse un giorno nel quale sarò libera, interamente
-libera, perchè voglio cantare.» Ti ricordi d’avermi detto questo?
-
-— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse prossimo, nel
-quale sarò libera.
-
-— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma così
-bello che non oso dirtelo.
-
-— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di buono, che servono
-a raccontare le cose troppo difficili a dirsi.
-
-— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un sogno. Ch’io ti
-prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola,
-per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto,
-una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta,
-per non rimaner sola, mi apriresti il cancello.
-
-— Ah... ed è questo il sogno?
-
-— Sì, è questo.
-
-Ella riflettè un momento, poi disse:
-
-— Continua.
-
-— Che vuol dire?
-
-— Dopo l’estate...
-
-— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. Nell’autunno,
-per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi,
-anche all’estero, se vuoi... E d’inverno la tua casa in città, una dama
-di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il
-canto.
-
-— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome l’anno
-rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un’altra, e tutto ricomincia:
-la stessa villa, il viaggio, la casa di città... No, grazie!
-
-— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti
-amo da lunghi mesi, ogni giorno più forte? che mi puoi far ubbidire
-come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho
-più?... Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento.
-Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa
-proposta? Ebbene, che m’importa? Non voglio, non posso più riflettere!
-Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che
-vuoi, ma dimmi di sì!
-
-— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi vedere così
-previdente.
-
-— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti alla sua
-poltrona, la ricinse con le braccia.
-
-— Che fai? che fai?
-
-— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di bene, sii una volta
-buona con me!
-
-Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo desiderio, con
-gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed
-ella lo guardò.
-
-— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa molestia.
-
-Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le
-copriva l’abito, i polsi, di baci minuti.
-
-— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella domandò
-subitamente.
-
-— Quante? Nessuna.
-
-— Eh, via! Te lo domando per curiosità.
-
-— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non ricordo. Non erano
-amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto
-nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo,
-ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una
-tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con
-me, non ridere!...
-
-Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la sua bocca, i
-suoi occhi, le sue mani, non erano più così tranquille.
-
-— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti prego... mi fai
-terribilmente male...
-
-Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel
-grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia.
-
-Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di respingere
-quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con súbita
-ira gli cacciò le dita convulse fra i capelli.
-
-Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si
-lasciò portare...
-
-Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago
-bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr’uomo curvo su
-lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto,
-e rivisse lo spasimo di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo,
-ch’egli fosse tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente
-come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti,
-per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle
-sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di voluttà e di spavento...
-
-Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza,
-per la casa taciturna, subitamente s’intese il grido della sua perduta
-verginità.
-
-
-
-
-II
-
-
-Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò al Circolo, e
-comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò con indolenza sopra un
-divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome
-Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker.
-
-Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un
-fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò la sottoveste,
-accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma
-faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe
-Cianella chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso
-di lui.
-
-Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente sul
-divano, e con un senso di vera beatitudine si provò a chiudere i suoi
-maliziosi occhi.
-
-— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero sbadiglio.
-
-— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori.
-
-Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma Gigi Saponetta,
-giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli
-altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato.
-
-Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando
-contro i domestici perchè non trovava un giornale; Lello Fornara, lo
-svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d’amore;
-per l’uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le
-biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini
-e del suo giovane allievo Leonardo Sergi.
-
-— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra uno sbadiglio e l’altro
-Beppe Cianella, che non poteva prender sonno.
-
-Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore.
-
-— Allora dicevi? — domandò al Cianella.
-
-— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, contento
-finalmente che qualcuno l’ascoltasse.
-
-— Chi? — domandò il Berni.
-
-— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella.
-
-— Ah, va bene.
-
-— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo le carte.
-
-— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi quant’era lungo
-e volgendo la faccia contro la spalliera del divano.
-
-— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, ch’era
-nervosissimo al giuoco.
-
-Il Cianella si levò sopra un gomito e disse:
-
-— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per
-sapere con chi.
-
-L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. Lello Fornara
-che aveva finita la sua lettera, s’era accostato alla tavola udendo
-que’ discorsi.
-
-— Io so con chi, — fece.
-
-— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo.
-
-— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa.
-
-Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma
-questi, con una mano, fece segno di no. E disse:
-
-— Meglio assai che una colonnellessa!
-
-— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni.
-
-— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna.
-
-— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». Come? non la
-conosci? Rafa le faceva la corte. È lei?
-
-— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico.
-
-— Una signora dunque?
-
-— Ma?...
-
-E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, che dopo il
-fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi
-pomeriggi nelle case di convegno.
-
-— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse
-finalmente:
-
-— Una signorina!
-
-— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe.
-
-Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili d’un
-qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara,
-ch’era una persona per bene, se ne scandalizzò.
-
-— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella.
-
-— Su, dillo!
-
-Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano e prese
-un’aria trionfale:
-
-— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò con enfasi. —
-È un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in
-automobile insieme.
-
-— Che? la biondina?
-
-— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti!
-
-Se ne fece una chiassata.
-
-Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli
-della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran noti per la
-loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialità delle
-sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che,
-al paro di Camillo Torretta, sul principio d’ogni stagione passava
-la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti
-sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate
-dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte
-si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per
-esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci.
-
-Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui
-pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un
-fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio,
-proprietario della sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti
-preferiti.
-
-I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi gli
-ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber
-fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d’acque
-termali. Solevano consultarsi deferentemente l’un con l’altro, perchè
-ognuno teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per non
-cader nel rischio di portare in due la medesima foggia.
-
-Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in
-dubbio tra un pantalone color «kaki» ed un altro di color grigio perla,
-a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale
-di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti
-premi nei concorsi ippici, quando però non erano montati da lui;
-egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding breeches» e sceglieva
-distrattamente la stoffa per un «morning-coat».
-
-Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un
-«tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto fra un seta «shantung» di
-color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po’ rigida.
-
-Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia ed anzi con
-quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre
-avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati
-in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro
-chiacchiere.
-
-«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, ed il tenente
-Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la
-signora Platania era già partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il
-marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva
-invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non
-sapeva se partire già vestito in abito da sera, con un soprabito, o
-portarsi l’occorrente in una valigia e cambiarsi all’albergo.
-
-Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano
-a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse
-ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi
-andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme
-una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe
-stato allegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la
-scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con
-quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere,
-finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perchè
-vi si recasse a far vendemmia...»
-
-Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo
-al sarto che l’accompagnava:
-
-— Mi raccomando: per dopodomani!
-
-— Sarà servito, signor Conte.
-
-Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse verso
-l’uscita.
-
-— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza.
-
-— Non posso, ho fretta, — quegli rispose.
-
-— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più!
-
-— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve.
-
-— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si mise a dire Max della
-Chiesa. Da qualche tempo è divenuto intrattabile.
-
-— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini.
-
-Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito
-su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la bocca da un sorriso
-discreto e misterioso.
-
-— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino.
-
-— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia schermirsi dal
-raccontare una cosa delicata.
-
-— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi.
-
-— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice d’eleganze,
-arrotolando il metro che gli pendeva dal collo.
-
-— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, ci racconti.
-
-— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser vero, ed in ogni
-modo queste cose è meglio non divulgarle.
-
-— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi...
-via!
-
-— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma sanno, io lo ripeto
-perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di
-prova... sarà, non sarà...
-
-— Dunque cosa pare?
-
-— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante
-incredibile...
-
-— E sarebbe chi?
-
-— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire...
-
-— Coraggio!
-
-Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, chinandosi,
-rimpicciolendosi fra i tre:
-
-— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante...
-
-Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse:
-
-— Impossibile!
-
-— Insomma è quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero
-già. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come
-d’una cosa certa e v’è persino chi li ha veduti entrare in una certa
-loro casa...
-
-Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su
-le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele
-Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante.
-
-
-
-
-III
-
-
-Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a
-lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare;
-una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di
-essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con
-impazienza il ritorno.
-
-Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era
-sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e
-non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto
-era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua
-bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un
-tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e
-d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere
-una forma visibile nei suoi lineamenti.
-
-Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano
-per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti
-dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e
-stivalini da’ calzolai di lusso.
-
-La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine
-vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi
-entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè.
-
-Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle
-qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di
-cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva
-stranamente oscura quando parlavano di lei.
-
-Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte
-l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi,
-sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul
-desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava
-la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso
-molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva
-un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta,
-per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua
-figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna,
-benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era
-più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi
-fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto
-numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva
-già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei
-maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata.
-
-Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più
-piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si
-metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che
-tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi.
-
-Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della
-sorella, e questa gli aveva detto:
-
-— Mándala qui da me; le parlerò io.
-
-Ella pareva contare immensamente su la propria autorità di madre
-feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita
-rassegnazione:
-
-— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra
-Loretta!...
-
-La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva
-mai presa troppo sul serio la sua missione d’educatrice, ed ogni tanto,
-fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch’ella era
-stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d’ogni senso morale.
-Que’ bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le
-donne che in gioventù son state disoneste, acquistava con l’inoltrar
-degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in
-questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed
-avventurosa, ov’erano dopo tutto i più dolci ricordi della sua vita.
-Solamente l’annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con
-tutti, con lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non
-cessava dal ripeterle senza misericordia:
-
-— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti!
-
-Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa
-pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i
-segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti,
-per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e già
-da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse il denaro necessario
-per comperarsi una mezza dentiera.
-
-Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli
-ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto
-di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei
-lunghi anni durante i quali aveva taciuto.
-
-Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era già grandicella
-quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così
-aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo
-indulgente, che ora prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione.
-
-In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; però bastava
-che si mettesse a sorridere perchè padre e madre le fossero ai piedi.
-
-Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva
-per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle faccende altrui. La
-famiglia dell’occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia,
-perchè a lui mancava per l’appunto il focolare, quel dolce regno
-domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il
-tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe
-stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po’ tetra non v’era
-che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera
-leggeva o ricamava, ricamava o leggeva.
-
-Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa
-longanimità e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo.
-Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di
-Arrigo.
-
-Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto quella sera egli
-era da poco venuto nella retrobottega de’ suoi vicini a centellinare
-il cálice consueto illustrando le più gravi notizie lette nei giornali,
-quando finalmente Loretta entrò, ansante come se avesse corso ed un po’
-scapigliata.
-
-Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero.
-
-— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi.
-
-— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, ironico. — Sono
-le otto e mezzo, nientemeno!
-
-— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso.
-Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte alla cintura e si mise davanti
-ad uno specchio per ravviarsi i capelli.
-
-— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò il Riotti,
-gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con
-disprezzo:
-
-— Vestita come una ballerina!
-
-Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse:
-
-— Buona sera.
-
-— Dove vai? — le domandò il padre.
-
-— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze.
-
-— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho fatto serbare il
-pranzo.
-
-Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi il
-cappello, ma lentamente.
-
-— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò nervosamente Paolo,
-che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino.
-
-— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato!
-
-Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli occhi si
-facevan malvagi, la sua bocca prendeva un’espressione dura.
-
-— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che ci spiegassimo una
-buona volta! Così non è possibile andare avanti.
-
-— Giusto, — sentenziò il Riotti.
-
-— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete
-poi.
-
-— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c’è da
-spiegarci, spieghiamoci pure; avanti!
-
-E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello.
-
-— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, facendogli
-un segno energico.
-
-— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione sua madre:
-lasciatela mangiare.
-
-— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto.
-
-Seguì un lungo silenzio.
-
-— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che sei tanto
-linguacciuto!
-
-— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello squadrandola.
-
-— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi
-odii... Dunque parla.
-
-L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino.
-
-— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il Riotti, — tu fai una
-vita che disonora la tua famiglia!
-
-Ella si morse le labbra.
-
-— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la prego di dare
-queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perchè
-lei qua dentro è un seccatore e nient’altro.
-
-Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce gli
-gorgogliava nella gola e non poteva dir parola.
-
-Finalmente inveì:
-
-— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo
-padre...
-
-— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si calmi, signor
-Riotti. Anche lei l’ha offesa.
-
-— Macchè offesa!
-
-— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, —
-chi deve parlare sono io e non altri!
-
-La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosità
-lo vinse e tornò a sedere.
-
-Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la spalla, con
-l’altra gli carezzò il viso.
-
-— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio poi di male?
-
-Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. Era così
-bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla.
-
-Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza.
-
-— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. Lei ti fa
-vedere quello che vuole.
-
-Fece una pausa, poi soggiunse:
-
-— E visto che tu non parli, parlerò io.
-
-Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare minaccioso.
-
-— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico nella
-stoffa della camicetta. — E questo? e questo? e questo! — continuò
-con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i
-braccialetti.
-
-— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco.
-
-— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non è vero! Tu non hai i
-denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba!
-
-Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po’ grossolana
-gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò a lui cautamente e lo tirò
-per una manica.
-
-— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole.
-
-— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, senza badare a quel
-consiglio. — Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio?
-che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che
-vieni, che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come se
-fossimo i tuoi servi? Cos’è?...
-
-E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò di averne un
-poco paura, perchè i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s’accostò al
-padre che taceva.
-
-— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E fai bene
-a vergognarti, perchè anche noi, tutti noi, — disse con più forza —
-abbiamo vergogna di te!
-
-Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò a sedere. Il
-petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva parlato; si riempì di
-nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo alle labbra, ma non bevve, e lo
-depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia.
-
-— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel
-mestiere!
-
-Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un
-poco, e ansava.
-
-Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i guanti rimasti
-su la credenza, e, mordendosi un labbro nell’ira taciturna, s’avviò
-verso l’uscio.
-
-Ma su la soglia si rivolse:
-
-— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo un poco di pazienza;
-fra qualche giorno me ne vado e non darò più noia a nessuno.
-
-— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla sedia a fatica.
-
-— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni avrò ventun anni e
-nessuno me lo potrà impedire.
-
--Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una voce amichevole.
-— Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, guardando Paolo che
-aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. —
-Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta...
-
-— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì sbattendo l’uscio.
-
-Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa.
-
-
-
-
-IV
-
-
-Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la
-notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo
-amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi
-e di spini.
-
-Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva
-paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva
-il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo
-interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui.
-
-In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la
-sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il
-passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore
-l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare;
-aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è
-lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso
-il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena
-del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani
-tornerò.»
-
-Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più
-lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato
-partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi
-ha detto: Resta; non ha pianto.»
-
-No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir
-nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per
-impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva
-di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le
-ho fatto quasi orrore...»
-
-Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo
-in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza
-involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra
-dell’anima sua.
-
-E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello
-che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che
-fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio
-darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in
-tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...»
-
-Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita.
-Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il
-tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale
-nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così.
-Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non
-poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava
-per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni
-dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima
-le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo
-conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata
-e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di
-lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi
-d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso
-ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio
-ismemorato col quale s’era offerta a lui.
-
-Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa
-lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante;
-avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro
-avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in
-sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che
-sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza
-d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e
-già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta
-una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a
-prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per
-godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la
-sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno
-visibile d’una violenta sensualità.
-
-Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non
-voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente,
-strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per
-tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io
-stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse
-non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.»
-
-Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto
-il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo
-folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran
-oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere
-l’uomo che fui.»
-
-E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar
-pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua
-bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di
-delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con
-esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice.
-
-Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada.
-Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il
-suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato
-vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che
-la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere,
-certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo
-in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno
-la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei.
-
-E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida
-faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente.
-
-Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato
-nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo
-sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace
-fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture,
-nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la
-possibilità di così fatti amori.
-
-Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore
-perverso in un campo arido.
-
-Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine
-soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla
-chiesa, al prete, alla confessione.
-
-Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento
-religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una
-profonda e miracolosa eredità.
-
-Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti
-respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore
-nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando
-la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile.
-Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli
-suggellò nell’anima il suo grande peccato.
-
-Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la
-custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando
-a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra
-la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia
-d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca
-vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante,
-e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto
-l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava
-perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei...
-
-
-
-
-V
-
-
-— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un
-braccio. — Non così presto!... Ho paura.
-
-La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del
-sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro
-mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva
-il cielo.
-
-Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo
-in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere:
-ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli
-finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.
-
-Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel
-cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali
-gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti
-d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime
-colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di
-giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza
-del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga
-scintillante.
-
-La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta
-fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un
-brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili
-delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un
-balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio.
-
-Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo,
-disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come
-il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che
-s’era insiepata, strillò di paura.
-
-Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata;
-ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di
-vento, che saliva in alto, vorticando.
-
-— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di
-compassione. — Corri troppo forte!
-
-Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura
-si sporse avanti e rispose:
-
-— No, signora, nessuna: ho guardato io.
-
-Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un
-villaggio e bisognò rallentare.
-
-— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le
-automobili camminar da sole, — confessò Loretta.
-
-— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa
-sorridendo.
-
-Ella parve riflettere un istante, poi domandò:
-
-— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile?
-
-— Se vuoi.
-
-— E’ difficile?
-
-— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti.
-
-Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era
-calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.
-
-— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa.
-
-— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso.
-
-— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile;
-altrimenti si prende una malattia d’occhi.
-
-— Davvero?
-
-— Certamente.
-
-Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio
-d’occhiali e ridendo se li mise.
-
-— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò.
-
-Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa.
-
-— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?
-
-— Sì, hai ragione.
-
-Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni
-tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel
-fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano,
-dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi
-a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di
-cavalli.
-
-Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:
-
-— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo.
-
-Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la
-campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle
-colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le
-falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su
-le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era
-vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo
-spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore.
-
-— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho
-voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di
-stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!
-
-Poi domandò con sommissione:
-
-— Potrò fare queste cose?
-
-— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà.
-
-Ella ebbe un sussulto di gioia.
-
-— E tu verrai spesso a trovarmi?
-
-— Ogni giorno, Loretta.
-
-— Quanto è lontana la tua villa dalla mia?
-
-— Mezz’ora d’automobile.
-
-Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse:
-
-— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero?
-
-— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E
-soggiunse: — Vorrai?....
-
-— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore.
-
-— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua
-domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che
-vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava
-gente.
-
-Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza
-fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata
-un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico,
-subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza,
-come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a
-vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo
-fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi.
-Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile
-splendore dell’acqua.
-
-— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio.
-
-— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose.
-
-Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture,
-sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada
-forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor
-piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e
-d’istorie come un immenso arazzo d’oro.
-
-La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò
-nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre
-le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina
-discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei
-giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande
-di gelsomini e di rose.
-
-A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un
-color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in
-giù dall’opposta montagna.
-
-Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo
-per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più
-bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella
-pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando
-sotto le stelle...
-
-Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che
-ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel
-giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata.
-Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante
-non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più
-terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte
-di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la
-stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte
-non poteva dormire...
-
-
-
-
-VI
-
-
-Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo fantasma non gli
-dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre.
-Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di
-lei dopo quell’ora di commiato.
-
-Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le
-avventure in cui s’era freddamente involto per cercare uno svago, erano
-state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il
-tempo, che sono per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non
-servivano che a rendere più acerbo un amore come il suo.
-
-Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito
-alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le
-minacce, battuto coi più duri flagelli e persuaso che nessun rimedio,
-tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile
-amore.
-
-Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato
-mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che sono maggiori della
-volontà umana, e non più sperava in sè medesimo per la sua liberazione.
-
-Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; era posseduto
-di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un
-dedalo senza uscita. Perchè tornasse uomo e ricuperasse nel suo
-senso esatto il valore della vita, gli era necessario sacrificare
-al suo terribile nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano
-prigioniero.
-
-Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato
-pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo
-interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni,
-le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia
-dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui
-roteava il suo torbido universo.
-
-Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo
-cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo
-continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto
-ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale
-inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco
-ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco
-dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che
-addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca.
-
-In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse.
-Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui
-con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente
-una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere
-il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non
-si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non
-aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo
-mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’
-freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del
-rimorso?
-
-A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in
-lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel
-disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la
-coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva
-che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido,
-sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era levato dalle
-radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale
-forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il
-suo colpevole amore?
-
-V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra,
-non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî
-incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura
-spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate?
-
-Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così
-inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste
-appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè
-mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor
-femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla
-forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima
-nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che
-irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se
-avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose!
-Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era
-sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di
-certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo
-nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua
-scintillante nudità.
-
-Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei
-o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla
-brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli
-conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano.
-
-Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè
-sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace
-di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato
-insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel
-coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non
-di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo,
-si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare
-preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da
-costui gli fosse tolta.
-
-
-Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate,
-mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa
-ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra
-della sera.
-
-Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva casa per casa, e
-ch’era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento
-che già fosse la sera, per poterla traversare più facilmente senza
-incontrarsi con alcuno. Lasciò i bauli alla stazione, e salito in
-vettura si fece condurre alla casa del padre.
-
-Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli
-batteva il cuore.
-
-L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di lì, per quelle
-strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara,
-il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que’
-medesimi che aveva portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato
-su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine
-bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua
-vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni
-tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava.
-
-Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in
-una specie d’ossessione. Tornò ad amare la sua città, perch’ella vi
-abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni
-che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia
-di assaporare lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una
-cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo del
-suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, fece fermare ad una
-bottiglieria, vi discese.
-
-Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti da sera,
-andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò chiamandoli per nome,
-forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e
-passarono in fretta. Ne rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano,
-e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura.
-
-— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina!
-
-D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste famiglie di
-piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i
-tavolini dei caffè, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le
-tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille
-azzurre.
-
-Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa paterna.
-Giunse. La bottega era già serrata; egli restò qualche attimo davanti
-al portone per non apparir troppo commosso, poi entrò per la corte
-e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti,
-l’Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco.
-
-E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò.
-
-La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria vi
-spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v’era gente
-affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche
-scoppio di risa.
-
-Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l’Eugenia lo
-riconobbe.
-
-— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al sopraggiunto.
-Egli tese loro le mani, poichè non poteva parlare. La madre gli venne
-incontro e l’abbracciò.
-
-— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi di quel nome.
-
-Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose.
-Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena:
-
-— Bravo, sei tornato. Era un pezzo!
-
-Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta.
-
-Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declamò:
-
-— È sempre il benvenuto chi torna fra noi.
-
-— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente.
-
-Rispose Paolo:
-
-— Non c’è male, come vedi.
-
-E gli altri tacquero.
-
-Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi
-l’aria di nascondere un penoso mistero.
-
-— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante.
-
-Dopo un silenzio Paolo rispose:
-
-— Non c’è.
-
-— Come non c’è? È fuori?
-
-— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata.
-
-E gli altri tacquero.
-
-— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò il Riotti.
-
-Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia erano
-rimasti in piedi.
-
-— Io? Di lontano...
-
-— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi le mani.
-La ragazza intanto lo guardava co’ suoi piccoli occhi attoniti, ed
-una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia
-femminile.
-
-— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò la madre. — Ma ci si
-vede così male qui...
-
-— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È il gran caldo.
-— Si girò intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse:
-
-— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà?
-
-Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ stupiti:
-supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro.
-
-— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano le parti
-ironiche. — La signorina non ha ore fisse!
-
-Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino.
-
-— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti.
-
-E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo,
-entraron dopo di loro.
-
-— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, con la
-viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza suggerì a sè stesso:
-
-— Finisco la mia pipa.
-
-— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la madre, entrando nella
-stanza illuminata. — Figlio mio, cosa t’è accaduto? Non sei più tu!
-
-Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo
-vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata.
-
-Egli cercò di sorridere:
-
-— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per molti giorni.
-
-— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio!
-
-— No; ora sto bene.
-
-Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a lui, con la bontà
-impacciata delle persone semplici.
-
-— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la sua premura.
-
-— Grazie, Paolo, nulla.
-
-Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era
-più che mai un estraneo; perciò non osavan troppo investigare nella sua
-vita misteriosa.
-
-V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata condita
-con aglio odorava forte.
-
-— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre.
-
-— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è?
-
-— Loretta...
-
-— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a lui con una
-faccia spettrale.
-
-— È via... è partita... è fuggita insomma...
-
-— Fuggita!?...
-
-Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento
-per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre
-allibirono del suo terrore.
-
-— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi ancora come per
-soccorrerlo.
-
-— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese con la voce
-strozzata. La madre corresse:
-
-— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha detto prima...
-
-Arrigo radunò tutte le sue forze:
-
-— Ma dove?! — gridò con ira.
-
-— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre.
-
-— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena...
-
-Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia.
-
-— Sai... è una sgualdrina... — disse.
-
-Arrigo scattò in piedi con un balzo.
-
-— Cos’hai detto!?
-
-L’altro fece con la mano un gesto vago.
-
-— Nulla... dicevo così per dire.
-
-Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi
-con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne
-lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi.
-
-— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una orribile voce.
-
-Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e girò
-su la sua famiglia uno sguardo minaccioso.
-
-— Non lo sapete?...
-
-Il padre rispose:
-
-— No.
-
-— Da quanti giorni è partita?
-
-— Saranno dieci giorni.
-
-— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo pensiero il tempo da
-che s’eran lasciati.
-
-— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando innanzi la
-mano come per insultarli.
-
-— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle.
-
-— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più duramente, con
-una voce implacabile.
-
-La madre s’era messa a piangere in una poltrona; Paolo s’era fermato
-contro un mobile e fissava Arrigo con stupore.
-
-— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo fare noi contro
-voialtri?... Ci ammazzate, e basta!
-
-Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si
-lasciò calare sopra una seggiola e continuò a tossire.
-
-Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti.
-
-— Disturbo? — domandò con mansuetudine.
-
-— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza muoversi. L’altro
-volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore.
-
-Arrigo fissò il fratello:
-
-— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Non ti occupi di
-nulla, tu? Non sai dov’è andata tua sorella?
-
-L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche parola fra i
-denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi
-come se volesse affrontare il fratello.
-
-Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli
-fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio
-primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione.
-
-Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per accusare forse,
-intorno alla fronte di quell’uomo debole che per tutta la sua vita non
-aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennità si
-cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano
-la sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente
-il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo sul focolare
-semispento e può benedire come un santo o maledire senza remissione i
-figli nati dalla sua virilità.
-
-— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare tuo padre
-e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni?
-Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai
-fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato
-le spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua sorella,
-peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, quello che aveva
-il dovere dell’esempio. Sei tu che l’hai portata fuori di casa per il
-primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi è perduta per
-noi, se oggi si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè
-sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un
-uomo cattivo!...
-
-La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse.
-
-Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso
-terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua colpa da colui che
-non la conosceva, quando pensò che accusavano lui di averla buttata
-nelle braccia d’un altro, lui che si struggeva d’un amore insanabile,
-quando sentì che la sua opera nel mondo era stata solamente quella
-di corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel suo
-perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il
-suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro
-tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l’accusava,
-quel padre taciturno ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte
-d’amore.
-
-Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo la sua
-bocca sinistra.
-
-— Va bene, — disse lentamente, — va bene!
-
-Poi continuò, scandendo le parole:
-
-— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo rovinato e
-perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato e perduto.
-
-Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di
-dolore; indi riprese:
-
-— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate
-impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete
-responsabili di tutto quello che può succedere. Non dimenticatelo: voi
-tre!
-
-E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro.
-
-Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi intensi.
-Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, duramente, con un
-atto di sfida.
-
-— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, con un tono
-ambiguo.
-
-— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo.
-
-— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai?
-
-Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di
-rispondere; ma l’altro non gliene diede il tempo, e riprese:
-
-— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali!
-
-Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la madre dette un
-urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose.
-
-— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io!
-
-Col braccio teso gli additava la porta.
-
-Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse.
-Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche
-urlassero ad alta voce l’infamia di cui s’era contaminato...
-
-Chinò la testa silenziosamente, ed uscì.
-
-La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa,
-terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo travolse nel suo flutto,
-come un naufrago in balìa della fiumana.
-
-
-
-
-VII
-
-
-Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa
-calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella
-tragedia imminente con una spaventosa lucidità.
-
-Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua
-catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo
-mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un
-istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia
-definitiva.
-
-Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della
-solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno
-smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito
-come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana
-rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro
-la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo
-focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica.
-
-Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in
-quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere
-il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta
-che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte
-le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed
-aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare
-di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore.
-
-Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra
-del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente
-cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in
-paragone dell’altra sciagura.
-
-Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo
-quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui,
-su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro
-dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli
-non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal
-ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era
-stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia
-d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore,
-se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella
-provare che una pietà profonda.
-
-L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una
-speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle
-somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore.
-
-Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo?
-
-Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti
-al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le
-finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva
-quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle
-villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto
-che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia.
-Era partito in automobile.
-
-— Da quando? — egli domandò.
-
-— Forse da una decina di giorni, o poco più.
-
-Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva
-dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case
-si chinassero su di lui.
-
-Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva
-davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due
-soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e
-che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e
-non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai
-fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue
-braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva
-la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma
-lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.»
-
-S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano...
-
-Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il
-fragore delle strade gli parve assordante.
-
-— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E
-poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse
-non è con lui; forse mi cerca.»
-
-Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli:
-— «Mai più»?
-
-Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo
-guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce
-di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan
-come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè,
-nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia
-sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria
-dov’era solito fare una sosta prima della colazione.
-
-Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già
-partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni
-estivi.
-
-Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore:
-
-— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti
-cápita?
-
-Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli
-rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e
-mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i più con
-un pretesto o con l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran
-stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non
-accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene.
-
-Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicinò.
-Quest’uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a
-farsi perdonare dall’indulgenza del prossimo.
-
-— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar discorso.
-
-— Infatti.
-
-— Come mai?
-
-— Non stavo bene, non sto bene ancora.
-
-— Si vede.
-
-Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento.
-
-— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con indifferenza: — È
-vero che vai a stabilirti via?
-
-— Io? Perchè?
-
-— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci!
-
-E se ne andò fischiettando.
-
-Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste,
-quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse
-già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa,
-s’erano fatti vedere insieme?
-
-Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non
-v’era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non
-era affatto intimo e che lo salutò appena. Si mise ad un tavolino da
-solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo.
-
-Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si recò nelle sale
-del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello
-che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando
-qualche mobile con una pigra lentezza.
-
-— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza interrompersi.
-Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che
-la fama d’un gentiluomo è spesso in mano di costoro.
-
-— Come stai, Pietro? — gli domandò.
-
-— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po’ dimagrato.
-
-— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni?
-
-— Niente: un gran caldo.
-
-— E d’altro?
-
-— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie!
-
-Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento
-di coloro che da venti o trent’anni, ogni giorno, sbrigano le stesse
-faccende e vedono succedere le stesse cose.
-
-— Baruffe? — domandò Arrigo.
-
-— No; son quasi tutti in campagna.
-
-— Pérdite forti?
-
-— Qualcuna.
-
-— Pettegolezzi?
-
-— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre!
-
-— Su chi?
-
-— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!...
-
-Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in
-estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di
-non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse:
-
-— Addio, come va?
-
-E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola
-del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro
-animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno
-e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere
-occupatissimi al loro gioco.
-
-Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori.
-
-— Che novità? — fece.
-
-— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo
-Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca!
-
-Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo
-assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare
-la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con
-Totò Rígoli.
-
-— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del
-Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito
-per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva
-già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco!
-
-Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. Il
-Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le
-loro con affetto.
-
-Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che
-andavano tessendogli una corona di spine.
-
-— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in pochi. Tutti via,
-coi papà, con le mamme, con le sorelline... in campagna!
-
-Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere un riso
-discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che alludevano quegli
-scherni velati? Non avevan dunque nessuna pietà di lui? Non lo vedevano
-morire?
-
-— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono alle cinque
-col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno i figli legittimi
-alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le
-ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio
-nome, — per esempio: «Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, qui
-da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, che spendono
-un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli
-spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo
-noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta
-l’estate a soffiare dal caldo in città.
-
-— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i tuoi sproloqui? —
-esclamò lo Spada che perdeva la partita.
-
-— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. —
-I misteriosi che non si sa dove vadano, nè con chi vadano, nè perchè
-vadano dove appunto vanno...
-
-Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con
-un risolino pieno di malizia.
-
-— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è lo Spronelli,
-detto Coditrémola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e
-indispensabile amico Lulù Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono
-in luna di miele. C’è il tenente Calógero, che ha chiesto tre mesi di
-licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti
-sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il
-Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a
-fare una «tournée» artistica nelle bische francesi; Torretta che va
-ad imparare il «bridge» in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante,
-che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra
-i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la
-situazione estiva della nostra compagnia.
-
-— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un altro
-misterioso...
-
-— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi quasi me
-ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito per ignota destinazione, e
-quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia
-tu...
-
-— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata.
-
-
-
-
-VIII
-
-
-Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto.
-
-Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo
-fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, ma d’un colpo irreparabile
-aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo
-alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette
-pubbliche.
-
-Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello scandalo palese
-l’odio e l’invidia lungamente contenute. Il nome infamante, l’aspro
-epiteto di lenone, gli sibilava nelle orecchie ronzanti, lo feriva
-nel mezzo del cuore, come se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse
-dietro per beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l’accusavano di aver
-venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato nell’ombra
-il mercato fraterno, forse di averne già riscosso il prezzo. E la città
-lo sapeva; per ogni strada la notizia correva di bocca in bocca, ad
-ogni limitare si parlava di lui, di lei, dell’altro; era un bisbiglio
-continuo, súbdolo, che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello
-esagitato la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei,
-che volava nelle risate della gente.
-
-Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in cento a sbarrare
-il suo cammino; la fiamma nascosta sotto la cenere avrebbe illuminato
-di un crudele rossore il suo pubblico dileggio. Strappatagli di
-dosso la sua veste di gentiluomo avventizio, anche i più benigni non
-avrebbero ritrovato in lui che il fratello della mantenuta.
-
-E udiva rinchiudersi dietro di sè, con un sordo fragore, le porte
-dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie che aveva
-pazientemente forzate; facce avverse vedeva, bocche orlate di scherno,
-occhi obliqui volgersi altrove per non rispondere al suo saluto.
-
-Tanti anni spesi ad un lavoro ábile, tenace, assiduo, eran ormai
-sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; l’inviolabile signorìa
-si asserragliava novamente nel suo cerchio di privilegi — e questa
-volta per sempre.
-
-Ecco il dono ch’ella gli aveva apparecchiato per il suo ritorno ed in
-cambio dell’amore ond’egli si moriva per lei.
-
-Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua disperata
-passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto ella lo ferisse, non
-gli riusciva d’avere contro lei alcun rancore. Dal fondo invece della
-sua coscienza risvegliata una voce gli parlava, con le stesse parole
-del suo padre accusatore: «Sei stato tu che l’hai portata fuori di casa
-per il primo; se oggi si disonora la colpa non è nostra, è tua! tua!...
-perchè sei stato un cattivo figlio e in tutta la tua vita non sarai che
-un uomo cattivo!»
-
-Ed allora si ricordò di quel primo giorno ch’ella era venuta nella sua
-casa, con un braccialetto d’oro al polso, il braccialetto di Rafa, e
-ricordò tutto quello che avevan discorso fra loro, stando egli supino
-sul letto, ella seduta su la coltre, quando, fra quel calore, fra
-quell’odore che veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua
-purezza il primo sguardo colpevole.
-
-Invece di ammonirla s’era fatto il suo complice, per farsi amare da
-lei; giorno per giorno l’aveva quasi ammaestrata nella corruzione, le
-aveva scaldato nel grembo il piccolo serpe della lussuria, che li aveva
-poi allacciati insieme nel suo nodo convulso.
-
-Atterritamente sentì che una forza invincibile si era drizzata contro
-la sua colpa e che più non eravi alcuna ribellione da tentare, alcuno
-sforzo nel quale adergere l’ultima volontà, l’estrema speranza. Il
-suo nemico non era più solamente racchiuso nella sua coscienza; ora
-usciva, lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest’uomo, che si
-era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente la sua
-battaglia, provò allora un infinito bisogno di tutti, e si volse a
-cercare intorno a sè un amico, un amico fraterno e buono in cui versar
-la sua pena, un tetto soccorrevole sotto il quale trovar rifugio.
-
-Ed allora solamente si ricordò di una donna ch’egli aveva oppressa e
-fatta piangere, una donna che lo aveva sempre soccorso, ch’era pronta
-sempre a tendersi verso di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli
-sapeva che da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai
-strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato un sorriso.
-
-Camminò per i marciapiedi avvampati, lungo i muri che gli gettavano
-in faccia una luce abbagliante; camminò, vedendo solo fulgori e grandi
-circoli di sole, che gli roteavano intorno come per allucinarlo. Tutti
-i rumori della strada, anche i più comuni, gli parvero insoliti, e
-mutati gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza
-dell’enorme dolore che lo travagliava. Come se un’immensa catastrofe,
-d’un tratto, fosse avvenuta in lui, l’anima gli restò sepolta sotto le
-rovine del suo mondo interiore, ed inerte come un automa egli ubbidì
-solamente alla sua paura.
-
-Quando giunse nella contrada ove abitava l’amante, quando rivide quella
-casa dall’aspetto un po’ tetro, ma con un suo balconcello fiorito, col
-suo portone ampio e scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli
-si aprì di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, la
-fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente sorgere di lontano
-il tetto di una casa ospitale.
-
-Avviene talvolta che la più antica fra le nostre abitudini ci sembri
-nuova, ed un luogo per il quale siamo le cento volte passati riévochi
-subitamente in noi la dispersa memoria d’un’anima che anticamente fu
-nostra.
-
-A nessuno è dato conoscere come un luogo, un oggetto, un essere, siano
-veramente in sè stessi, fuori dalla nostra sensibilità e svestito
-dall’immagine che noi gli attribuiamo. È il nostro cuore che fa parlare
-le cose, e noi, attoniti qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel
-salire le scale della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno
-un’onda di sensazioni confuse; guardava con una specie di curiosità
-l’aspetto di que’ muri adorni d’antichi affreschi, di quegli scalini
-larghi e lenti, che aveva tante volte contati macchinalmente nel
-salirli, di quella ringhiera in ferro istoriato, un po’ rugginosa, che
-portava nelle congiunture de’ suoi fregi una incancellabile polvere;
-guardava l’aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla parete sul
-primo pianerottolo, dove c’era un cassabanco in legno scolpito.
-
-E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia di molti
-anni, la storia di tutte le cose ch’eran passate fra loro, dai primi
-tempi, quando l’amava d’un capriccio forte, agli ultimi, quand’ella
-era divenuta per lui un peso necessario, anzi una indispensabile ma
-tediosa catena. La rivedeva, qualche anno addietro, ancor bella e
-desiderata da molti, co’ suoi lisci capelli neri che le facevan su la
-nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui gli occhi
-ardevano d’una vita spirituale; e quand’ella gli si rifiutava con tutte
-le scaltrezze voluttuose della donna che prevede l’imminenza del suo
-fallo, e poi le lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia,
-tra i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le veloci
-sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la tempia contro il
-violino, avvolto nel profumo della sua carne pallida, curvo su lei,
-desiderosamente...
-
-E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, quando già da un
-pezzo egli si sentiva amato, e già le sue calde labbra si erano date
-a lui, di sera, nell’ombra, con brivido, su l’orlo d’un pericolo
-meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un
-colore di poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua semplicità
-era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della sua persona somigliava
-singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l’antico
-avorio, come l’ambra soave...
-
-Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante lacrime
-le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate
-in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di
-quelle tempeste che soverchiano il cuore...
-
-Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, per onestà
-forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche
-volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l’evidenza di quello
-sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava
-nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua
-bocca un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano di
-leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel
-cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si
-raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che
-stanno per mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. Ma
-egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, nè dirle
-che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all’orlo della bocca certi
-acutissimi scherni...
-
-Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue braccia nude,
-nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte
-che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le
-s’inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava più
-quell’odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo
-fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un’altra
-carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta
-la sottile cenere del tempo.
-
-E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la
-giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo nel calore d’un’altra e bevo su la
-bocca d’un’altra questa voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile
-cosa?
-
-E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria crudeltà, poichè
-in lei rimaneva la febbre, il desiderio più giovine degli anni, la
-voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un’altra,
-di ricevere da un’altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore
-della passione, come un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada
-sfiorendo; e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte chinata,
-ella pareva guardarlo con infinita malinconia.
-
-C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le virtù che sono
-state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino
-insieme per comporre una fedeltà unica, una sola poesia. Ed è allora
-che nel suo amore pénetra un senso vago di maternità, si fonde una
-tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di
-porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta
-misericordia d’una suora di carità.
-
-Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale si orna
-la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di
-piacere. Nel suo commiato dell’amore, che in fondo è per la donna tutta
-la storia della sua vita, ella vuol essere più bella che può.
-
-Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria —
-il più voluttuoso ed il più triste: quando sentì per la prima volta il
-desiderio d’un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e
-quando, in un bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che
-non sarebbe amata mai più.
-
-— Clara!
-
-Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva rumore.
-
-Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e
-restò perplessamente a guardarlo.
-
-Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva così
-travolta la sua vita? Non era più il medesimo, quegli che tornava; non
-lo riconosceva più.
-
-Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra
-due che s’incontrano, vi son tante e così terribili cose a dirsi, che
-le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verità: segni
-troppo incapaci di esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si
-parla solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la confessione
-è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e mutamente ha devastate
-le anime.
-
-Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione così
-forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro
-inconfessabili pensieri.
-
-Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona.
-
-— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si coverse la faccia.
-
-Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello strazio che
-dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con una mano gli carezzò i
-capelli come faceva di consueto.
-
-Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò.
-
-Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la
-dolcezza consolatrice d’una lacrima gli era salita fino alle aride
-ciglia. E in quel momento, dal suo più profondo essere, sotto la
-carezza di quella mano timida, sentì qualcosa commuoversi dentro
-l’anima che non era più disperazione, che non era più furore, ma
-una voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi di
-comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle:
-«Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...»
-
-E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili.
-
-Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona,
-mise la fronte contr’una sua spalla e rimase ferma. Così lo ascoltava
-piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza
-le sue lacrime, poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse
-nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui.
-
-Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la
-loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano per sempre
-divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volontà, l’uno e l’altra
-provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuità
-incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi
-fraterni la loro morte interiore.
-
-Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo,
-come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava
-con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un’infinita bontà, una
-disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo
-veduto, bello e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto
-il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, così lucidi,
-che parevano pieni di sole...
-
-— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando intorno lo
-sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli
-era tuttavia familiare.
-
-— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella rispose
-pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio.
-
-— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente ogni cosa?
-
-E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d’amore,
-che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono di sorella e
-d’amante.
-
-— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio povero amico. Ed è
-forse troppo tardi perchè io possa fare qualcosa per te.
-
-Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, come fosser
-lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti del suo cuore.
-
-— Ma quello che non so, — riprese, — è dove sei stato finora, dove sei
-fuggito, che hai fatto?
-
-Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che suscitò in
-quel silenzio un’eco sinistra, e parve il riso implacabile d’un’anima
-gonfia d’odio contro sè stessa. Poi, di scatto, sorse in piedi,
-spingendo indietro la poltrona, e, fermo davanti a lei che rimaneva
-inginocchiata:
-
-— Non hai orrore di me? — chiese, fissandola.
-
-Clara gli sollevò nel viso gli occhi mansueti:
-
-— Povero mio amore... — gli rispose con dolcezza; e si levò.
-
-— Non ti faccio orrore, dimmi?
-
-— Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sarò sempre la
-tua amica e non ti devo giudicare, io.
-
-Egli abbassò la fronte, con vergogna.
-
-— L’ami? — ella fece, così piano che appena si udì.
-
-E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido e non volle
-rispondere.
-
-— La mia vita è morta, — disse. — Ho tutto perduto in un giorno; tutto.
-Vivo in una specie di vertigine. Son venuto da te, perchè sei il mio
-ultimo rifugio. E pensavo che anche tu mi avresti respinto.
-
-Poi gli salì un rimorso fuggevole dal fiore dell’anima:
-
-— T’ho fatto piangere molto, non è vero?
-
-Ella rispose:
-
-— Che importa?
-
-Allora si risovvenne d’essere donna, d’aver tuttavia qualche grazia
-nella sua consumata persona, di potergli forse dare un conforto
-parlandogli con la sua voce più morbida, lasciandolo discorrere della
-sua pena; e gli si fece presso, gli posò le mani su le spalle con un
-atto debole e dolce:
-
-— L’ami ancora? — domandò. — L’ami ancora molto?
-
-— Con furore! con furore! — gridò egli, senz’alcuna pietà.
-
-Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito che l’assaliva.
-
-— Raccóntami... — fece, con la estrema curiosità del suo tormento. — A
-me puoi dire tutto, se questo ti fa bene. Io non sono più nulla, tranne
-che la tua amica... Raccóntami...
-
-— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi?
-
-Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira:
-
-— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio.
-
-— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran dolore che ne
-avrebbe. — Non è mai inutile raccontare quello che ci fa male.
-
-— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò cupamente,
-quasi parlando a sè medesimo. E disse tre volte queste parole: «la mia
-sorella», come se trovasse un’acre sapore nell’orribile nome.
-
-Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose:
-
-— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perchè fosse mia!
-Lo sapevi?
-
-— No, — ella rispose impallidendo.
-
-Il fratello di Loretta riprese:
-
-— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è attorcigliata
-intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che
-l’avessi pensato mai, la tentazione mi si è presentata, nuda, folle,
-terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto più pace.
-Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore della sua
-persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su
-tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi
-coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male
-venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi
-dal suo medesimo respiro.
-
-Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena di nervi,
-piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo cálice, in
-cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso
-a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi
-questa orribile sete mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è
-salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve
-condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per combattere queste
-orrende passioni.
-
-Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava
-nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di sè.
-Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto
-m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo,
-io tremando; e c’era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma
-una forza invincibile.
-
-Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, mi si
-offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè me. Tutte le lascivie
-che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio
-nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi
-roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè vuoi che ti
-racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, e súbito ricominciò:
-
-— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son
-divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me
-l’appagarmi, eppure non potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore,
-qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì:
-terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia carne stessa,
-che non poteva contaminare la sua. Perchè?... Lo sai tu il perchè?
-
-Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza battere le
-ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata.
-
-— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso è
-troppo tardi; un altro me l’ha presa... è tardi! Mi amava: non mi ama
-più. Si è data, con gioia forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè
-sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato
-contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare.
-Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le mie braccia nelle braccia
-d’un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme...
-
-Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; poi
-ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta nella mia casa, e si
-è spogliata. Non dimenticherò mai quella prima volta che vidi le
-sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticherò, quando
-eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava
-con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava,
-si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo
-spavento che può essere nel primo desiderio d’un’amante. Ma, invece di
-prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda,
-sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato
-indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che
-vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io viva: — mio padre.
-Sono fuggito lontano, all’impazzata, in cerca d’una liberazione. Mi
-odiavo, sentivo di me lo spregio che si può avere della bestia più
-immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva
-dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè
-lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne
-trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire
-altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei...
-
-Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un uomo ferito nel
-petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominciò:
-
-— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: «Sei mia.»
-Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno
-e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che
-fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi
-respingono... Che fa? Che fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma
-l’amo ancora, e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il
-mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve ancora
-chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti
-faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male
-voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare
-il mio peccato fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se
-questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?...
-
-Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si
-mise a scintillare sopra una scatola d’argento.
-
-
-
-
-IX
-
-
-Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita
-in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una
-prigione fatta col suo grembiule riverso.
-
-Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia come i suoi
-capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi d’un colore di cenere
-spenta.
-
-— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate,
-signora: splendono!
-
-Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni su.
-
-Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica,
-venne davanti alla sua signora e disse:
-
-— Guardate.
-
-Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron
-via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di
-stelle.
-
-Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo carico di
-vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di póllini maturi.
-
-Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini
-aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro
-tappeto d’innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s’era messa
-una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena
-solitaria, non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i
-sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre per le
-strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche
-di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva
-noleggiati presso un vetturale di que’ dintorni. Ma invece, la sera
-dolce, inebriandola a poco a poco, l’aveva lentamente addormentata
-su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali
-d’illustrazioni e di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine
-mentr’ella si addormentava.
-
-Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a
-guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel
-buio, come lucígnoli deboli sotto il vento.
-
-Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il calor del
-giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressochè
-invisibile; tutto, a perdita d’occhio, pareva sopraffatto ed esausto
-per la fatica enorme dell’estate.
-
-A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel
-villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con
-serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d’una donna, la
-quale forse ninnava il suo bimbo.
-
-Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un cespuglio,
-Loretta disse a Lazzara:
-
-— Dove sei stata?
-
-— Nei campi.
-
-Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno.
-
-Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal
-cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè Benedetto era un bel
-giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole,
-co’ suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano
-rosso che prima era stato all’occhiello del suo galante.
-
-— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara.
-
-— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta rispose.
-
-A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a
-rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti
-passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano già fatto
-nascere qualche malumore.
-
-— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari dopo la
-mezzanotte, come sabato scorso.
-
-— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo,
-guardò con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad
-una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra
-si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse
-d’una polvere d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo
-di stelle.
-
-Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poichè l’età
-le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si
-occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di
-mano alla cuoca, faceva un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse
-che un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ grembiuli
-fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina
-molto strana.
-
-E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan compagnia;
-discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle.
-
-Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, nátale da un
-amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la
-picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in città a
-prostituirsi nella mala vita, e più da quel tempo non la si rivide.
-Allora Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi
-nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch’era
-venuto ai settant’anni senza mai peccare, se l’era tolta seco per far
-opera di carità e voleva educarla come una figlia; ma non potendola
-frenare, l’aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un
-ismodato amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè
-un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva d’aver fatto
-molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da
-qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura.
-
-Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, e lavorava e
-le facevan la corte.
-
-— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo che Lora,
-taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava
-nella chiara notte, un po’ ebbra di quella solitudine.
-
-— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno.
-
-Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona di vimini,
-presso il lume velato.
-
-Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle
-rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore.
-
-— E tu hai sonno, Lazzara?
-
-— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i sogni che faccio mi
-túrbano.
-
-— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni?
-
-— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l’altro
-mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò fare, assai lontano di qui.
-
-— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara?
-
-— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace
-ogni cosa che va lontano.
-
-Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo
-all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari
-le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora.
-
-— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla fanciulla.
-
-— Sì, signora; più di quattro anni.
-
-— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto.
-
-— Sì, una bella notte che non dimenticherò.
-
-— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i
-tuoi racconti.
-
-La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le
-ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale
-selvatico e docile.
-
-Poi si mise a raccontare...
-
-
-Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano
-in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli
-incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E
-poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili
-pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta
-infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi
-odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi
-che ondeggiano, il vento e la libertà.
-
-E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola,
-con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile.
-
-Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel
-silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro
-che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan
-nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità,
-quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra
-che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che
-volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una
-finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile...
-
-E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come
-fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci,
-due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le
-colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto,
-si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il
-ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un
-fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi
-vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare,
-in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante
-luna.
-
-Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno
-della croce, e si lasciò cadere...
-
-Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli
-odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba
-rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li
-scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una
-bella criniera.
-
-Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano
-da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò
-prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide
-allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la
-primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida
-di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal
-cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la
-ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti,
-ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della
-falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione
-lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie,
-dell’inverno, con la sua squallida neve...
-
-Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica
-lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre
-con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per
-lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte
-senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia
-meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della
-luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza
-conoscere la tua strada.»
-
-Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella
-ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo
-Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala
-invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più
-ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva
-nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo
-distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più.
-
-Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle,
-muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un
-podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava.
-Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le
-foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più
-lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte
-serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane;
-s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e
-le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un
-frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed
-era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare
-la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio.
-Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie,
-più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi,
-perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso,
-gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con
-un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata,
-soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio,
-immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e
-stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano
-come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità.
-
-Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba
-il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida;
-le capinere del bosco trillavano a voce spiegata...
-
-
-Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe
-inteso un rumore. Ascoltarono.
-
-La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i
-suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella
-profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e
-rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi
-fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano
-tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero,
-disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una
-conca scintillante.
-
-Ascoltarono, più attente.
-
-— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua.
-
-Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia
-pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo della notte d’estate,
-un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominciò.
-
-... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria imparata
-nel convento:
-
- Date un pane, buona gente;
- nel mio sacco non rimane
- più niente...
- Buona gente, chi mi fa
- per l’amore del Signore
- la carità?
-
-E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul
-declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed
-era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore.
-
-Ad un casolare, certa donna le parlò:
-
-— Come ti chiami?
-
-— Lazzara.
-
-— E che hai fatto sinora?
-
-— Nulla: ho camminato.
-
-La donna stette un attimo pensierosa, poi disse:
-
-— Entra.
-
-Così la presero per il tempo della mietitura.
-
-Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un
-mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra
-d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada
-maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan
-di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il
-pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta
-nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi
-dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza,
-si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era
-un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di
-capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature.
-Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan
-le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si
-muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore.
-
-Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece
-una smorfia e rise forte.
-
-— Buon dì!
-
-— Buon dì.
-
-— Fa sole...
-
-— Che sole!
-
-Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme.
-Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una gatta snella e indolente.
-
-Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di formaggio,
-una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono
-in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perchè, risero.
-
-— Fa sole...
-
-— Che sole!
-
-— Già, e non piove...
-
-Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le
-portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento.
-Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia
-mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati,
-che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco
-profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor
-di selvatico.
-
-Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da
-non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei
-piedi scalzi batteva la terra, ma forte.
-
-Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque,
-non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così
-tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio
-ed essere il silenzio stesso.
-
-Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta,
-rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche
-fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso,
-tondo — e se ne rammentava.
-
-— Che avete, Carlo, a fissarmi così?
-
-Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso,
-cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a
-lungo la fermentazione d’un tino di mosto.
-
-Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come
-una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si
-sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata
-sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano
-intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore;
-ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano
-così.
-
-Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un
-riso sciocco. Egli avanzò la mano.
-
-— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!...
-
-E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate,
-avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura.
-
-Cantavano, strillavano, le cicale.
-
-Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via.
-
-Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la rapida corrente.
-Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una
-casa, e di più grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti
-all’anfiteatro di una città splendidissima.
-
-Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello
-nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. L’acqua scendeva, lenta
-e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame
-d’argento.
-
-— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che buttava un mucchio
-di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro.
-
-— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi.
-
-— E a piedi?
-
-— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e si volse.
-
-— Io ci vado, — ella rispose con serenità.
-
-Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con
-qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che
-aveva preso il colore dell’acqua e del vento.
-
-— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse:
-— Ma che ci vai a fare?
-
-— E tu?
-
-— Porto legna.
-
-— Sicchè fammi salire.
-
-Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: —
-Tanto fa!... il battello è carico; sali pure.
-
-Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in
-silenzio, come vecchi amici.
-
-Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una
-copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò.
-Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del
-timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto
-s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di
-cosa stracca.
-
-Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva
-su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle.
-
-— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere
-sotto i denti?
-
-— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta.
-
-Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia.
-Fumando, il battelliere la osservava.
-
-— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto
-lacera?
-
-Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba...
-
-Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva
-sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il
-battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua
-chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa
-tremantissima.
-
-— Come ti chiami tu? — fece il battelliere.
-
-— Io, Lazzara. E tu?
-
-— Benozzo; io, Benozzo.
-
-— Ah...
-
-Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata,
-che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto
-si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore
-della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei
-boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano
-il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale.
-
-— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per
-il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno
-laggiù!...
-
-In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa un’ombra nera; due
-volte, tre volte, visibilmente, s’era mossa un’ombra nera.
-
-— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma
-un poco impaurita ella pure. — È forse un gatto... forse il vento...
-
-— No, taci.
-
-L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, buia nel buio;
-l’intesero che si moveva.
-
-Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò:
-
-— Chi può essere? Gli vado incontro, signora...
-
-In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale
-illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, irriconoscibile, che
-fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si fermò. Ma Lora dette
-un grido, e per non vederlo si coverse la faccia.
-
-Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della scalinata,
-volle parlare, forse gridare, ma non potè.
-
-Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso,
-gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i pugni affondati nelle
-tasche, forse pronti sovra un’arma invisibile.
-
-Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; poi fece
-due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro.
-
-— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non voglio che si
-gridi!
-
-Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, fecero qualche
-passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si
-rovesciò, si spense.
-
-Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto curvato innanzi,
-con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra.
-
-— Chi è? — bisbigliava Lazzara.
-
-— Taci...
-
-Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un di que’ silenzi
-ambigui che l’anima più disperata frammette come un indugio davanti al
-suo più disperato coraggio.
-
-Ma súbito egli disse con asprezza:
-
-— Voglio rimanere solo con te. Mándala via.
-
-Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor più vicine.
-Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto da una specie
-di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste,
-insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ciò
-gli facesse un male estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol
-per averla un attimo veduta.
-
-— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora...
-
-Forse già era un’altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per
-quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor
-temere; sicchè d’un tratto, abbassando il viso con una specie di
-obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via.
-
-Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la
-ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per
-mettersi a vigilare.
-
-Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un
-braccio verso la porta ov’era scomparsa Lazzara.
-
-— No, no... — balbettava — lásciami...
-
-E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s’andò a
-rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un
-rifugio.
-
-Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto insieme il
-più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima umana contenere il
-palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso
-delitto, forse perchè incapaci entrambi di sopportarne la tragica
-e disperante felicità, non era più che uno spazio breve come il
-braccio, lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto
-di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro
-un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un
-narcotico, e c’era, lì accanto, una casa pressochè deserta, piene di
-stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio così la
-più nera complicità come la più efferata beatitudine.
-
-E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili,
-roteava una notte quasi magnética, tanto era bella e splendente, quasi
-inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di
-assurdo, quasi di crudele, poichè non dava il sonno, il riposo, la pace
-nè il dolcissimo oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie,
-un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante
-anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una voluttà oltremortale.
-
-Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi e così vinto?
-Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in sè?
-
-Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato,
-come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la
-guardava.
-
-La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana,
-in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia
-trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo,
-diviso nel mezzo da un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra
-i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle
-ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei,
-con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d’una
-vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po’ turgida, come se
-vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna
-perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente
-come l’avena d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo,
-era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, con le
-sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con
-il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva,
-con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa
-intangibile purità.
-
-Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana;
-era lì.
-
-«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve suonasse nel rumore
-dell’infinito, nell’opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorità.
-
-E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella
-muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare
-l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel
-caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti,
-lì, nella gola, dov’è la voce che canta, che dice le parole d’amore,
-che rántola, nello spasimo e nel piacere, istessamente...
-
-Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non essere così forte
-ancora da poter compiere il suo disegno, poichè, più che tutto, quel
-soave álito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come
-una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse
-la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per
-sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli disciolti, su
-la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso
-annegamento... poich’ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa
-inebbriata morte il fervore del rinascimento.
-
-Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano,
-lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi al lor funesto potere.
-
-— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di scherno, poichè la
-vedeva tremare. — Non ancora.
-
-Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua
-persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un così grande
-imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiamò
-per nome. Con la sua propria fragilità, con la sua propria duplicità
-di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino,
-indovinando il dramma imminente.
-
-— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto nelle braccia
-protese.
-
-Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di quelle mani
-minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa viltà lo
-fece ridere, d’un riso straziante; perch’egli forse avrebbe voluto che
-si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in
-lui quasi un rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come
-ad uno straniero.
-
-Allora egli le disse con violenza:
-
-— Guárdami!
-
-Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il
-braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia.
-
-— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me?
-
-Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve
-dinanzi a fronte scoperta.
-
-— Mi riconosci?
-
-Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza
-ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una
-parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà.
-
-— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono
-ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso!
-
-La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro
-d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di
-avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era
-venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le
-due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena
-di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili
-comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un
-angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo.
-
-E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità.
-
-L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare,
-forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si
-rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso
-enorme della sua propria disperazione.
-
-Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non s’era spezzata
-e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli
-piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili.
-
-Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul
-terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell’angolo, sempre
-rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui.
-
-Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi con fatica la
-persona stanca.
-
-— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la prima volta
-all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch’era
-stato fra noi?
-
-Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere disse con forza,
-con ira:
-
-— No!
-
-Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla.
-
-— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa vita un po’ pigra
-ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po’ troppo... La
-vestaglia ti si dislaccia... Non eri così quando ti conoscevo io. Forse
-Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada!
-
-Prese uno sgabello e vi sedette.
-
-— Discorriamo.
-
-Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse uno sforzo
-indicibile per continuare su quel tono di burla.
-
-— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese di Marzo, quando
-sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo.
-Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un
-braccialetto d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per
-lo meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si evita di
-salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una casa, e più bella
-e più ricca della mia, poichè Rafa spende volentieri. Se però non
-ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo
-grasse. Poi mi ricordo anche d’una gita che si fece insieme, su le rive
-di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse
-la memoria frammezzo a tante cose.
-
-La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi.
-
-— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti rimane più voce?
-
-La sorella domandò con un accento fermo e semplice:
-
-— Perchè sei venuto?
-
-Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi:
-
-— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; ebbi voglia di farti
-una visita.
-
-— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una voce più profonda.
-
-— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi già messo il cuore
-in pace?
-
-In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una
-malvagia e tetra collera.
-
-— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, con piena
-certezza.
-
-— Tu?
-
-— Alcun male, — ribadì, più recisa.
-
-Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla.
-
-— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi con entrambe le
-braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente
-quello che ti piaceva... Non dimenticartene!
-
-— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno
-da questa verità.
-
-— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima
-volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti,
-potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè
-lagnata, mai.
-
-Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso di meraviglia.
-
-— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta.
-
-— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per
-qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa?
-
-Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi,
-verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea.
-
-— Rispondi!
-
-— Non so.
-
-— Per amore?
-
-— No.
-
-— Per denaro?
-
-— Neanche.
-
-— T’ha forse presa di violenza?
-
-— No.
-
-— E allora?
-
-— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè mi vuoi
-tormentare?
-
-— Rispondi: lo amavi? lo ami?
-
-— No. Ho detto di no.
-
-Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè ancora una volta:
-
-— Nè prima, nè ora; non lo amo.
-
-Ed inoltre era pur vero.
-
-Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che la fissava;
-un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, increspò l’amara sua
-bocca.
-
-— Ed allora perchè hai fatto questo?
-
-— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È stata una
-follìa, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza
-gravità ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti
-nemmeno la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, forse
-perchè ho commesso l’errore di salire una scala... non so, non so!
-
-Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza,
-riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano
-inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto
-abituale.
-
-— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto.
-
-— Tu?
-
-— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo
-disperatamente per non farti male?...
-
-Ella esitò un poco, poi disse:
-
-— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo,
-dunque...
-
-Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta
-la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo
-enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che
-una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del
-suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai
-voluta, dunque...»
-
-Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di
-vimini, che oscillava.
-
-— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente
-bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino,
-che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse
-costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto
-martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo
-ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche
-abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e
-tutto questo lo hai!
-
-— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che
-facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata.
-
-Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò pensiero:
-
-— Perchè sei sola questa sera?
-
-— Sono molte volte sola, — ella rispose.
-
-Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. Egli aspettava
-ch’ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si
-esaminavano attenti; l’uno cercava di leggere nel cuore dell’altra.
-
-— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque non hai nulla a
-dirmi?
-
-— Sì, molte cose... ma ho paura di te.
-
-— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto a quell’ora
-in cui non si rispetta più nulla e nessuno, in cui tutta una storia
-va incontro al suo pericolo definitivo. Però t’ascolto, se devi dirmi
-qualcosa, e ti ascolto ancora con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo
-stesso... ti ripeto: ancora lo stesso.
-
-E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come
-una carezza.
-
-— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino.
-
-— No! — ella fece due volte, — no.
-
-— Hai paura?
-
-Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, una compassione
-quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l’anima in quel rifiuto.
-
-Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena
-d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì per recarle soccorso.
-
-L’uomo si volse a lei con una mossa repentina:
-
-— Che volete? — inveì.
-
-La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall’uno
-all’altra, quasi per indovinare.
-
-Ma Loretta le disse:
-
-— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio
-fratello se ne andrà.
-
-— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, senza poter
-credere a sè stessa per la maraviglia.
-
-— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente.
-
-Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi
-a poco fra lo spessore dell’antica muraglia scaturì un rumore d’acqua
-corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorità la casa
-profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono.
-
-— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto a vederti per
-l’ultima volta, e non me ne andrò così presto.
-
-— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere a lungo in
-questa casa.
-
-— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato.
-
-Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domandò:
-
-— Allora che vuoi?
-
-— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla,
-e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura.
-
-Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente una
-frase per esprimersi.
-
-Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto,
-per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva
-i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva.
-
-— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò infine. — Che
-anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se
-ti ho fatto male senz’alcuna mia colpa.
-
-Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il
-colore della sua profonda morte.
-
-— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto
-appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per
-tuo conto hai già dimenticato.
-
-Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore.
-
-— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo
-uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva
-essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto
-male.
-
-Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo
-volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle
-fredde parole.
-
-Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica.
-
-E di nuovo si levò:
-
-— Senti...
-
-Le venne più vicino, si curvò:
-
-— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto
-tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo
-per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed
-io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un
-cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto
-il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato
-quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato.
-Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli
-entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece,
-se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel
-quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei
-la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e
-ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così?
-
-Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se
-avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli.
-
-— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole un polso.
-
-— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: io voglio
-fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dítemi
-solo cosa debbo fare... dítemi...
-
-Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui
-si minacci un grave castigo. Egli comprese d’avere davanti a sè
-l’ineluttabile dell’anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in
-fondo a tanti cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in
-cuor suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cercò
-di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità la sua speranza
-fuggente.
-
-— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per
-amore... Dimmi: è la verità?
-
-— Sì, è la verità.
-
-— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo
-cammino, è vero?
-
-— Sì, è vero.
-
-— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho
-mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito,
-rovinato, espulso: tutto questo non mi dà un vero spavento. È forse
-orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la mia
-passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre che tu mi dài,
-la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai!
-mai!...
-
-Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e si
-restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ suoi
-propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle
-parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso
-contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le
-davan ormai un invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più
-forte che la stessa pietà.
-
-Ma egli, quasi ebbro, continuava:
-
-— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente
-scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la
-forza di ricominciare un’altra volta la vita, e lontano di qui, lontano
-da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa
-che tu possa desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua
-vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo
-momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho avuta paura della
-nostra colpa. Noi non abbiamo volontà che basti per lottare contro
-queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili
-davanti alla felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se
-vuoi, m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle
-braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via
-di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa più conoscere il
-rifugio del nostro amore...
-
-E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo
-rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la
-fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand’ella dette un grido
-soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli
-sfuggì.
-
-Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi
-dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso l’orlo della
-scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino.
-
-Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come per
-arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la guardò. Muto,
-attento, fermo, per un lungo attimo la guardò.
-
-Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, e sotto
-la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere le braccia quasi del
-tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo
-cercò di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudità.
-
-Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, qualche
-tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme buio, come talvolta
-l’amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme.
-
-Egli rimase dov’era, e parlò forte:
-
-— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più?
-
-Ella taceva.
-
-— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?...
-
-Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo.
-
-— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre?
-
-Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si
-vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare.
-Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigliò fra i capelli.
-Ma ella non sentì quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte
-quella piccola stella.
-
-— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... da te,
-dalla tua bocca!
-
-Un attimo ancora di silenzio:
-
-— Non mi amerai più?...
-
-Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò sul primo
-gradino, rompendo in lagrime dirotte.
-
-La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle intorno.
-
-Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur esauste la
-raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, ben forte, con tutta la
-mano, le tappò la bocca.
-
-Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno,
-come un animale in cerca della tana.
-
-Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di
-urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua
-bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il
-peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il
-peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli
-bava e sangue nel palmo che la premeva.
-
-Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di
-luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e,
-traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve
-cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla.
-
-Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad
-ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava
-del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la
-magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche
-fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni.
-
-Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava,
-morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la
-faccia, quasi per riconoscere sè stesso.
-
-Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la
-sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non
-respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite,
-i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del
-tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna.
-
-— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.»
-
-E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose.
-
-Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante,
-come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto.
-Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo
-cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in
-torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui.
-
-Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame
-gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era
-impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e
-le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte,
-come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un
-dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra
-respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel
-leggero álito.
-
-— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.»
-
-Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo
-dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui
-s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo.
-
-Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia,
-senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a
-lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle
-due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia...
-un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva
-lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso
-d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile,
-tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile
-come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla,
-senza fiotto, piano piano, senza farle male...
-
-Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: —
-«E poi?»
-
-Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme
-vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni
-cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì,
-uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla
-sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita
-inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia
-insoddisfatta...
-
-Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio,
-immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano,
-quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che
-v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si
-destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano
-ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura.
-
-— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai
-più carezze, povera piccola mano...»
-
-E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del
-braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità.
-
-In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra;
-si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un
-pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in
-basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò
-sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel
-brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo
-volo.
-
-Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra;
-solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la
-bella capigliatura spiovente.
-
-E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso
-contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe
-allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di
-spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno
-dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle
-pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante
-il bacio della sua bocca soavissima.
-
-E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla,
-quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due
-pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia
-ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola
-in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per
-le vene la spasmodica voluttà di quella morte.
-
-Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace
-d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava,
-si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole
-d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel
-ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella
-era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua
-verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente
-sottile, infinitamente vicina al peccato.
-
-Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la
-solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un
-letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta
-per il suo primo sussulto.
-
-Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne
-trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni
-e la fatica enorme dei risvegli logoranti.
-
-— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore
-d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella
-mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad
-altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore
-delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue
-ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che
-ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che
-passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo
-toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al
-collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E,
-vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un
-velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè
-vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di
-troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga
-nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più
-candida sembrerai...»
-
-Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente,
-con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla
-mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della
-luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua
-carne scintillante.
-
-Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’
-convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin
-sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni
-d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie
-gonfie di lana da filare.
-
-Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse
-inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a
-quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti
-gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come
-un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli
-andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla
-morire.»
-
-Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si
-rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una
-femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva
-toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava
-nel grembo l’inconsumabile amore.
-
-Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano
-aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la fronte come da una mano
-d’acciaio, fredda e forte; si sentì per tutto il corpo trafiggere
-come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per
-sfibrarlo.
-
-Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile
-sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla.
-
-E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla
-uccidere senza godere di lei?
-
-«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è un
-nome?...»
-
-E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una specie
-d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!»
-
-Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di que’ seni
-rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo
-istigò a conoscere dappertutto la sua nudità indifesa, e nel baciarla
-si sentiva pervadere da un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo
-fiaccato, arso, rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro
-paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma
-una inconsumabile voluttà.
-
-E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente
-la sua preda sul limitare della morte, nè più sapeva chi ella fosse,
-nè per qual modo su l’orlo della tragedia inevitabile egli potesse
-conoscere il principio di una così grande felicità.
-
-Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi dispersa
-nel vortice del passato — quando parimenti si era trovato curvo su
-quella amata bocca, pallida, ma non così ferma... — e la baciò.
-
-La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso
-veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella si agitasse un poco;
-udì un sommesso lamento, che gli parve un lamento d’amore. Traverso
-il velo di quell’ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava più
-che un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, colma
-di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su
-gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata
-balbettava in delirio le sue parole d’amore.
-
-— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... più forte...
-
-Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E
-quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto
-l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente.
-
-Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo
-del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo,
-infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello
-specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro
-padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio,
-l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli.
-
-Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si
-disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa,
-il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando
-a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore.
-
-E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo
-bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il
-figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle
-famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella
-addormentata.
-
-Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero
-di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il
-violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei,
-fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita...
-
-L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente
-scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco
-terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo.
-La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che
-aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso
-d’un dio.
-
-E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte
-d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini
-del cielo, tra un’apoteosi di stelle...
-
- . . . . . . .
-
-Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora
-d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per
-il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce
-lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni.
-
-Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di
-mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori.
-
-A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale
-indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si
-stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una
-dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto
-bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate.
-
-Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come
-da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano
-per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto.
-
-Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di
-raccolti, gli uomini e il sole.
-
-Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca,
-ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di
-campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo.
-
-Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là,
-fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in
-fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al
-sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti
-gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla
-falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la
-pazza estate, faticosa ed instancabile...
-
-Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo
-della fila si fermò di colpo.
-
-— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta
-bianca, rimase incerto se avanzare.
-
-— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E
-si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella
-ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece
-inorridire.
-
-Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva,
-immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia
-bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio,
-laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la
-notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla
-fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe
-leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel
-terriccio, sotto la tempia ferita.
-
-— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E
-raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie
-mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena.
-
-L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i denti
-rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a
-correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì.
-
-— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto ancora.
-
-Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi.
-
-— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente il più
-vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio,
-si toccò la sua fronte rugosa.
-
-Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della
-croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono.
-
-Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si curvarono.
-Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, — il piccolo
-meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte.
-Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli
-occhi, uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante
-quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse morto in delirio.
-
-Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron
-la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo.
-
-— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che Gesù Cristo,
-nostro Signore, raccolga nella sua pace l’anima di questo cristiano.
-
-E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda
-empia su cui giaceva un cadavere insepolto.
-
-Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo e con
-pietà lo distese come un sudario su quegli occhi spenti.
-
-— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, lì nel campo,
-raccolto un fiore.
-
-— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città.
-
-— È sempre la città che li ammazza...
-
-— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper
-godere la vita...
-
-— Così giovine!
-
-— Sì, una trentina d’anni.
-
-— Forse anche di più.
-
-— Trasportiamolo.
-
-— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna prima che lo
-veda il Sindaco.
-
-E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo
-rifecero il cammino.
-
-
- RICHMOND HILL — _Agosto 1908_.
-
- AIX-LES-BAINS — _Settembre 1909_.
-
-
- FINE
-
-
-
-
-_DELLO STESSO AUTORE:_
-
-
- L’amore che torna — 1908
- Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_
-
- Colei che non si deve amare — 1910
- Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio _Romanzo_
-
- La vita comincia domani — 1912
- Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio _Romanzo_
-
- Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914
- dal 41.º al 70.º migliaio _Storia di una giornata_
-
- La donna che inventò l’amore — 1915
- Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio _Romanzo_
-
- Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1915
- Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio _Romanzo_
-
- Il libro del mio sogno errante — 1919
- Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio
-
- Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920
- Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_
-
-_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la
-ristampa._
-
- NOTA DEGLI EDITORI.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE
-AMARE ***
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
-United States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you will have to check the laws of the country where
- you are located before using this eBook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm website
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that:
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
-widespread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This website includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.