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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Colei che non si deve amare - -Author: Guido da Verona - -Release Date: November 4, 2022 [eBook #69294] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE -AMARE *** - - - GUIDO DA VERONA - - - COLEI CHE NON - SI DEVE AMARE - - - ROMANZO - - IX.ª EDIZIONE - - _(Dal 131º al 180º Migliaio)_ - - - - R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE - MCMXX - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi - - MILANO — TIP. PIROLA & CELLA DI PRIMO CELLA - - - - -I - - -Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non -ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure, -che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il -peso della loro croce. - -Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante -una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse -nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; -Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli -dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche -ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave -e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a -capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica, -ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal -principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, -laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e -perdette, a commerciare e fallì. - -Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un -grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua -storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e -malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi. - -Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate -nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur -intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di -farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine -che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli -si mettono in fiore. - -Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che -doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore -tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò. - -Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della -sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua -femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito -irrequieto. - -Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l’opinione -pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le -scene dei teatri di varietà prima di andare a nozze; che avesse avuto -un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi -clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata -perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la fossero -contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate. - -Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella -tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per -una donna che non ne valga la pena. - -Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso, -gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede a Stefano una sera ch’egli -le andò a genio — e questo non era difficile, — Stefano la sposò un -giorno ch’ella venne a dirgli d’essere incinta. - -A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane -quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo -da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di -pregio che le restavano in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma -l’aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli -anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura -della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere -una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D’altronde -Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni -di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un amore -così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di -tenerezza e di pietà. - -Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno, -mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per -lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che -rende così preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli -che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò a questa -come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa -infelicità in qualche lieve sospiro. - -Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi, -egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li amò tutti d’uno stesso -amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e -Anna Laura. - -Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversità -dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi -più nulla delle sue lente economie; sicchè, per campar la vita, con la -sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro -ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel -suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna nella strada ed -aperse bottega. - -Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio. -Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e -poich’era giunto all’estremo della sua discesa umana gli pareva, stando -curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace. - -Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emendò; piano -piano, a forza di lavoro e d’economia, la piccola bottega si mise a -prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro -giochi empivano d’allegrezza la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli -agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si -sentì qualche volta felice. - - - - -II - - -Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava -di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali -appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone, -se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè -appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata -a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli -faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando: - - «Dove l’avranno nascosta?... - Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!» - -Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di -magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su -la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei -tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan -fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di -turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... -Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e -sapeva di tutto un po’. - -Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed -anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il -primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella -sotto braccio, che se n’andava a scuola. - - «Dove l’avranno nascosta? - Dove l’avranno nascosta...» - -canticchiava il placido farmacista. - -— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così -ben educata, cui mancava l’erre. - -— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il -nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato. - -Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito, -studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli -nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva -in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, — -una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se -non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega -paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una -certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non -poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera -servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze -stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di -fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con -altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua -dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane -origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo -Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e -del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i -capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della -domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino. -Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito -d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria -del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare -«chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con -molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola -chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per -non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio -diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi -bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con -visibile antipatia. - -Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi -genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna -nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente -alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva -qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne -nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi, -avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta -l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie -grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società -una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per -tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma -data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro -bel paese chi ha torto abbia sempre ragione. - -Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a -quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una -delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è -la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del -progresso umano.» - -Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od -uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata -tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma -la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli -era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto -specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella -e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva -imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava -Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di -questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era -però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi -vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli -dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue -pacifiche meditazioni. - -Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera -del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si -facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o -protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona. -Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava -intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva -letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei -romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle -fiere. - -Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio -giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e -con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito, -perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza -universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole -dottrina. - -Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento -null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i -fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi -col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un -quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per -cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche -amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli -una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo... -ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo -appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente -belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno -egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando -Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla -sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con -guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie», -come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze, -e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli -quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da -tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi -con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo, -beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli -affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare -a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e -maldicente. - -Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che -un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in -tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto -a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in -fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver -famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura -tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino -divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla -retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che -facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe -finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava -dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da -donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva -soffrire. - -Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia -dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto -il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola -stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre -mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era -la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile -voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia -inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e -rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo! -Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano -capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano, -spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia, -mo’, che ragazza a modo!... - -«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!... -Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine -tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla -prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio -mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo -d’affibbiartene ancora un paio!» - -E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un -riso grasso: - -«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo -punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!... - -Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la -teoria di Malthus. - - - - -III - - -Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava -bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe, -un po’ curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia. -Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza -violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano -contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli -cresceva già un’ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due -belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva -mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a -farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo -di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d’estasi -quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo, -taciturno ed un po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare -un violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. Era -docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volontà. -Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; -si fece grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea che -lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que’ -suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d’uno stupore illuminato. -Volle studiar musica ed il padre lo accontentò, a patto che non -trascurasse la scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter -pagare un maestro di violino tre volte la settimana. - -Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto si credeva un -Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le -orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la -calza e le polpette, che valeva assai meglio! - -«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia -preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» aveva egli detto in -un giorno di malumore. - -Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno -contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa -e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneità -d’una parola: Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di -adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di -passione in sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che -gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi. - -La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d’un -avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito -a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage -viva. - -Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a frequentare -qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio dolce alle sartine, prese -a vuotar bicchieri, imparò le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii -delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi -più. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede -per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà: -ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo -un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo -pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore -all’occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva -le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi -clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie. - -Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la guerra -dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove al suo figlio -riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla -quale non si ritorna mai più. - -Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, che doveva -incanutire soffrendo, benchè non avesse mai torto un capello ad anima -viva. Arrigo principiò a spiegare nella famiglia quella sua calma -e terribile volontà dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, -così nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai -trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il -mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie -d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, sperperava in qualche -giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava -d’attorno a raggranellarne qua e là, con ogni ripiego, tenendo per -ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai -nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei. - -Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento nel cassetto del -banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal -chiasso indiavolato, a portare così veementi ragioni in propria difesa, -che poco mancò non lo pregassero di ricominciar da capo. - -E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni ormai! -S’era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessità... -Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava -il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le -sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per -poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre -aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta -la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perchè in fondo non si -potrebbe anche vincere?... - -Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una mazza col -pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo -a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture -doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l’irresistibile -Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d’un quattrino menava -una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con -questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, mai c’era -verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, già... si faceva mantenere -dalle donne! - -Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona, -con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il -rubino di Giannotto; scarrozzare per la città, andare nelle tribune -i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli -facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina -con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il -suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La -Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era -l’essenziale; perch’egli era giunto così al grande sogno di tutti i -conquistatori adolescenti: avere un’amante altrui, averla per amore, -con una cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo -noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè... - -«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche -il prezzo della camera, perchè mi prega di andare da lei... Ma, si sa -bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, -qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono -stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...» - -La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon -cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche -sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre. -Aveva per cespite unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato, -che l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un -cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non le dava molto -neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch’era una mantenuta, -anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse -ammettere, s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto -denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo -amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di -riflessioni. - -Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni -notte senza il becco d’un centesimo, con una faccia che incuteva paura, -e svegliandosi a mezzodì, ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto -riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col -diavolo, quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli -era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto -bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la -sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva -che battere coraggiosamente alla cassa paterna. - -Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pagò, sebbene con -qualche stento; pagò la prima volta, la seconda, la terza, e così via -di séguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a -parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il -braccio ferreo ed i rimedi eroici. - -«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla -salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da -intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la -prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo -Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come -un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola -Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!» - -E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto -ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la -portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle -una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande -penuria. - -Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente -Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un -nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero -quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, -quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da -pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie. - -Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta -un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti ballando seminuda -in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della -sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della -baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, -per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune -circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento -indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti -ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. -Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò -pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore -del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte -accento bergamasco. - -V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne -malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata, -un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le -labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, -rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici -come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia -di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa -quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, -sotto il cielo che stellava... - -Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di -più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese -Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che -facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne -ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! -inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue -lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della -sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione -di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte -l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel -che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio: - -— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile -almeno, quando può! - -— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato -sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... -Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii. - -E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito, -in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse -persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di -salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via! - -Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo -spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti -a parte e fece la domanda. - -Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che -tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, -avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di -quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva -davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità. -Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui! - -Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino. -Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega -dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia. - -«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda -nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri -no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo -figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche -lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li -aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma -rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse -non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra -occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un -amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità. -E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si -fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe -d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! Gli affari si -trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli -avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.» - -Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di -buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo -interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a -sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, -lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da -nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come -ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per -misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, -gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva -un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in -mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno -di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, -doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della -casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano -appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino... - -Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al -mondo ne doveva saper nulla, per ora... - -E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter -finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, -come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi, -senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si -vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza -rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava -intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed -avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli -fosse piaciuto, da quel giorno in poi. - -Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, -messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse -a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali -ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, -non appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per -accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del -padre, o da lui stesso, Riotti, in persona. - -Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue -promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima -estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, -lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con -affanno su la crudele ambiguità delle carte. - -Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni -odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, -pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes -la bruna... - - - - -IV - - -Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, -fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello -ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, -una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con -il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di -cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia -intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci, -annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno -alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se -li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello -specchio. - -Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in -inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè -aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il -refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder -bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto -materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare. - -Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche -mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, -adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per -costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui -dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, -dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura -sobria. - -Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a quel tempo, -era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, -a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la -riguardavano affatto. - -Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed -il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta -pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo -maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal -ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si -centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza -nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una -vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo -prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile. - -— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno -partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era -in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza -intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal -caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda. - -— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto. - -— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei. -Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere -un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se -deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e -grazie di tutto cuore! - -— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto -qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie. - -Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista, -grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca -prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli -venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente -del suo malumore. - -— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse con una specie di -sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri -amici che ne saranno invece onoratissimi. - -Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio -ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti -s’inviperì. - -— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne -ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da -farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su -le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo — -io! — a non dover nulla a nessuno. - -Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e -l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano -dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere -del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e -fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo -un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto -quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite. - -Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma -fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può -somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano -indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la -sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal -corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e -semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la -riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la -cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa -d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda -timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una -passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore -nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle -dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. -Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i -suoi malanni. - -C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare -le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare -della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle -d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo -ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, -una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva -sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, -qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di -sogni la sua curiosa verginità. - -Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, -per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il -farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito -dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, -nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli -uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più -essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono. - -Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come -tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di -rado e sempre con aria di compatimento. - -Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte -ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di -dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse -per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa, -dov’egli andava azzimato come uno zerbino. - -Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli -cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli -dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone -aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che -vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che -bruciassero nella notte d’estate. - -La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e -la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano -tutti i rumori. - -Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di -coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue -belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella -sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure -dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle -svestendosi e cicalando. - -In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori -contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera -aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie -di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo -giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor -di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. -Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un -congiungimento d’esseri o di cose. - -A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si -contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni -erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron -nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come -una vampa, nell’odore delle piante aromatiche. - -Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei -torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un -letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la -fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, -vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. -Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne -ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un -riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, -tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, -come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso -dell’acqua insidiosa.... - -Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino. -Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli -parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma -volle guardare; guardò. - -Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra, -un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. -Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le -copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, -girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche -forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di -carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente -riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la -sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così. - -E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi -tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua -fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia -indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la -luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva -l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse, -vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del -corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande -sotto la camicia tesa. - -Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con -le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le -mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli -uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo -corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, -da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da -notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto -le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per -togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si -cacciò sotto il lenzuolo. - -Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua -la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a -camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo -strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, -in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie -un po’ grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di -tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il -collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella -calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di -panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi -d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le -trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran -lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese -tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, -e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era -contenta di sentirsi libera e rinfrescata. - -Parlarono. - -Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, ch’erasi -coricata: - -— Vuoi già dormire? - -L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, diede un lieve -sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose: - -— No... ancora non vorrei dormire. - -L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino all’altro, -raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vôltasi al letto -dell’amica la buttò di traverso sul corpo di lei che giaceva. - -— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed un po’ di cipria! -— disse alla Luisa. — Tocca. - -Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica troppo larga -le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo -braccio ignudo toccò il braccio dell’altra, che le stava presso. E -lungamente lo toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un -semiriso di piacere. - -— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi chiuse gli occhi. - -— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare. - -L’altra riaperse gli occhi e rispose: - -— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi. - -Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia -su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perchè non -scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo -ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio. - -Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a -chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio -la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’ -cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò -lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma -sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata -e confusa. - -— Un po’ troppo?... — interrogò. - -— Forse... — disse l’altra. E risero. - -— Tu, meno assai... - -— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo. - -Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva. - -— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’ -molli... - -— Ah, sì?... - -— Tocca... - -— Ma no... — fece, con un riso, la più timida. - -— E perchè? - -Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro, -le punte, poi ritrasse la mano come scottata. - -Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, -e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto -quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano -piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere. - -Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero. - -— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe. - -— A cosa? - -— Al desiderio di avere un marito... - -— Oh... sì... - -Poco dopo spensero il lume. - - - - -V - - -Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta -in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì -turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con -le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito -sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. -Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche -volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. -Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente -ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. -Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella -fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di -perdizione. - -Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel -suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come -sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male -indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne -avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare -un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato -in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò -dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un -tentatore pieno di temerità. - -Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza -della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada -polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per -le scale: - -— Vieni da me. - -Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile -suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo -giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel -silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, -volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda -vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... — -e v’andò. - - . . . . . . . - -— Mi sposerai? - -— Certo. - -Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un -ricco miele. - -Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima -e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed -egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza -conoscere il male che fanno. - -Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; -ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, -scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e -fette di cocomero, la sera. - -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia -infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un -giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, -ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che -cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna -Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, -e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì -l’abitino che portava, il suo più bello. - -E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a -metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le -stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; -e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il -grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia -rimase incinta, quando la luna finì. - -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava... - - - - -VI - - -Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno -alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori -divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a -lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura. -La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella -povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro, -da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace. - -Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si -divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, -che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni, -dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione -soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una -lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di -medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di -bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il -suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero -leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto. - -«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava -quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno -in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella -terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni -serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e -l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi -pieni d’odio. - -— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i -singhiozzi e le lacrime. - -— Quale? - -— Confessare tutto e sposarci súbito. - -— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò. - -E volse le spalle mettendosi a fischiettare. - -«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di -lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore -veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.» - -Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava -ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora — -erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto -i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio -l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile -assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana -e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, -perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito -compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che -del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva -l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle -il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella -rispondeva seccata: - -— Mamma Gilda, lasciami stare. - -Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor -disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma -Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita: - -— Se non stai ferma, benedetta!... - -— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto -d’Arrigo. - -— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose. - -— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con -civetteria. - -— Non ho tempo. - -— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per -antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una -volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire. - -— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece -Arrigo. - -— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si -tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui -non facciamo credito. - -— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la -Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno. - -— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi -quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi -con quest’altro, mo’!... - -Arrigo tuttavia si mise a ridere: - -— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai -nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso. - -— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia. - -Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a -Mamma Gilda: - -— Ti ho pagata finora o no? - -— Non dico... - -— Ti devo qualcosa forse? - -— Cento cinquanta lire. - -— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro? - -— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche! - -— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi! - -— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro -le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo -di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, -petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne -flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle -sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a -nascondere un senso d’invincibile maternità. - -— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora? - -La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe -accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine. - -— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo -della coscia; — una sciocchezza grave. - -— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava. - -— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade -spesso nelle case di campagna... - -— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la -vecchia con un cipiglio infernale. - -— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una -ragazza! - -— Eh? - -— Eh?!... — esclamarono tutt’e due. - -Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a -lungo. - -— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle -che si dànno sull’erba, come le cavallette. - -— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò. - -La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia. - -— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di -signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E -perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?... -Sei un farabutto! - -Mamma Gilda si mise ad aizzarla: - -— Vedi cosa ti combina quel sudicione? - -Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non -se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio, -ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava -minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria -tutto quanto le capitava sottomano. - -— Capirai, è stato uno scherzo... - -— Già, e adesso sposala! - -— E’ appunto quello che lei vuole. - -— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti -anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi? - -— Sì, vergine, vergine. - -— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula. - -— Se te lo dico io... - -— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi -sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una -vita. - -Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e -l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi -l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro, -bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, -uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo -pensarvi...» - -Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre. - -Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del -mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi: - -— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa -si accomoderà, forse... - -— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo. - -— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci -qua la ragazza e combineremo. - -— Qua? - -— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel -signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire -le hai o non le hai? - -— ... naturalmente. - -— Naturalmente cosa? Le hai o no? - -— Per ora no. - -— Allora amen! - -— Ma le troverò. - -— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io -la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un -soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque -tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente. - -— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il -risultato è certo e se c’è molto pericolo. - -— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che -posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho -sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes.... - -— Io, niente! neanche uno! - -— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?.... - -Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia. - - - - -VII - - -Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a -recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva -nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le -signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... -Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la -cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero -conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le -ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a -tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo -ed era, se non altro, una persona molto più delicata. - -Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar -mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra -cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque -lire. Se l’intendessero poi fra loro.... - -L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma -Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino -di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco -avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a -qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che -le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale -pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi -pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia mamma Gilda ispirò tanta -fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, -credendola forse una suora di carità. - -L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna -di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le -mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia -chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce. - -Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via, -e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di -tornare, ma sola, il giorno seguente. - -Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. -Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era -nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o -rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide -scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla. - -— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che -non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla. - -E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via -rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata -come un cencio, un po’ barcollante. - -Egli accorse: - -— Dunque? - -Soffriva, era tutta contratta, non rispose. - -Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro -smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona -contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. -Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi -sospinse l’Eugenia. - -— Dunque? raccontami... Non puoi parlare? - -Ella scosse il capo. - -— Soffri? - -— Sì, molto, — disse fievolmente. - -— Ma non è tutto finito? - -— Finito, ma... - -— Cosa? - -— Una emorragia, credo... - -— Non cessa? - -— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare... - -Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua -spalla. - -— Povera me, ho paura!... - -— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno. - -Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così -contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo -straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per -mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non -aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: -egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, -nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli -schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era -dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un -poco di persuasione. - -Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a -fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si -mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile -paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare -dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto -presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere -medicine. - -Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che -tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a -gridare: - -— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia... - -— Che c’è! - -— L’Eugenia muore! Correte! - -Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del -farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase -fuori, nella corte, pavido come la morte. - -Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate -all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, -sangue. - -Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire -catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a -fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che -nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille -cose, ma non poteva più guidare i proprii atti. - -— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. -Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate -che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva. - -Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò -tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi -volse gli occhi intorno, con stupore. - -— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo... - -— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del -Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio. - -— Un aborto, — fece il medico. - -— Eh! Sei pazzo? - -— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il -medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male -altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure -necessarie. - -Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le -spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella -sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando -contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; -si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro -ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a -forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto -denunziar la cosa. - -La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto -di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, -e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose -incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le -suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le -frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato. - -Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, -fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando -quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre. - - - - -VIII - - -Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo -sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di -lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo -ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, -poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, -senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria -difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il -Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era -rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul -capo un gran colpo di mazza. - -Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato -d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una -ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il -meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava -nel vicinato. - -Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava -era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi -propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita -colpa di Arrigo. - -Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva -meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della -saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in -cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non -morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi -nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una -mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera. - -Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per -andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno -sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e -solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute -tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la -malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino -che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè -Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una -gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli -pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, -l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del -farmacista. - -Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto. - -— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile -di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio -disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non -ti scorderai che siamo vecchi amici. - -Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso -dal giornale e lo sogguardò di sbieco. - -— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. Ma visto che -sei qui, veniamo a patti chiari. - -L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così colpevole che -non ardì sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un -giudice. - -— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista. - -Stefano aperse le braccia: - -— Non so... - -— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano. - -— Ti prego di non supporre... - -— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto -che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere! - -La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar profitto. Fece -on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo. - -— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile -recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno stato a tuo figlio, -mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino -al più presto. - -— È quello appunto che ti volevo proporre. - -— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino e facciano -quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco -importa; ma in casa mia, nè lai nè lei, mai più! - -— Via... — mormorò l’occhialaio. - -— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa -propria. Perchè, dopo quanto accadde, non è possibile ch’io perdoni mai -più. - -— Via, Guglielmo, non essere ingiusto... - -Ma il farmacista gli troncò la parola: - -— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente l’uscio. - -In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se ne andò; -e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non -bazzicare più in casa del Riotti, poichè gli pareva che il farmacista -esagerasse un poco ne’ suoi modi brutali. - -Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè il mezzo -per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto -a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi -nell’uragano come un uomo perduto. - -— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe la sfrontatezza -di dire al padre, non appena lo vide. — Se fessi stato qui presente, -chissà mai che pandemonio! - -Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire: - -— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle -un’occhiataccia e non aggiunse altro. - -Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè nessuno si -sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al -corrente delle decisioni ch’erano state prese. - -— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata -la certezza di poter campare. È tempo che tu finisca di accumulare -malanni. - -— Ma, un momento... — fece Arrigo. - -— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando per la prima -volta una certa energia. — Ti cercherò un impiego, e lo accetterai, -qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli studî. - -— Un impiego? — mormorò Arrigo. - -— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo punto prima -della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perchè -altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di -casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio! - -Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul -serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch’era innata in lui, -pensò che a ribellarsi c’era tempo in séguito, e per intanto gli -convenisse lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti. - -Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto d’apprendista -in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze -maniche d’alpagà, si mise a frequentar ogni mattina l’ufficio, -puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch’era di pronto -ingegno ed aveva una bella calligrafia. - -Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da -bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita -con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche -tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare, -con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita, -finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove -piantar le sue tende. - -Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per -dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio -fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro -lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. -Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore, -con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di -quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi -tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze, -scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di -saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella -città con grande sfarzo e con grande millanteria. - -Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava -nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle -cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre, -quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni -caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le -maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma -volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile -che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il -barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la -sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si -sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la -vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che -sterile menzogna. - -Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere, -sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda -dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo. - -Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte, -nelle profumate coltri di Mercedes la bruna. - -Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli -a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa -ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle -nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che -il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre -in dimenticanza. - -Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare -il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una -traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio -le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne, -aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di -lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore. - -Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più -vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva -nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica, -mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido -scaldino, il suo paziente amore. - -Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che -gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato -da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo -a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non -sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa? - -Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben -intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva -inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era -immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi, -sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva -elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio -lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera -sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti -in fumo. - -Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e -mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il cuore libero! Ma una -inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte -ostilità. - -L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli -pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente colpito -nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera d’uno de’ suoi; ma d’altra -parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi -a muovere il primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di -un domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo, -che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto -ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una -figlia lor propria? Non avevan súbito consentito a quella riparazione, -che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva -messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega senza farsi -rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel -pover’uomo!... - -Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d’emicrania, -messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mandò il -giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina. - -— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, scattando -su dal banco. — Per chi? per il tuo padrone? - -— Già, per il mio padrone. - -— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi! - -L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo. - - - - -IX - - -Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve -d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il -becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; -giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver -consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una -rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi. - -Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale -veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando, -il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una -risposta ben recisa. - -— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non -scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere -secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel -piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi -anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi -intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a -nessuno. - -Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa, -e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva -man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli -affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano -sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano -farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la -faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il -fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo, -ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. -Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco -non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la -sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere -affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi -entrò súbito nell’argomento. - -— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il -matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con -aria di provocazione. - -— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che -si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a -riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno -pensato. - -S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare -sinistramente. - -— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme -che vi ho pregati di venir qui. - -— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i -modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con -semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo -in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho -commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne -chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa. - -Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia. - -— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; -bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi -piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che -modo le darei da mangiare? - -L’altro volle interromperlo. - -— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non -possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io -stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia -di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare, -andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma! -Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola -d’onore, ve ne sarò gratissimo! - -Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per -rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito. - -— Dunque... — volle dire. - -— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia, -ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a -parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi -al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in -condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della -promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi -vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia, -l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel -frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me. - -— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente -ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’ -grossa! - -— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me -ne terrete conto. - -— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per -Dio! non credere d’aggiustarla così! - -— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche -parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia -rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere -insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per -il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera. - -Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo -l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col -farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui. - -Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli -arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro -giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e -trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente -le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo -spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano, -egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che -sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso, -contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù. - -Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il -respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una -nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che -tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi -compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto, -e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro -perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente -la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè -distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, -come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma -il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo -compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli -ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma. - -Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante -suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della -città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la -maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, -che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre -miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual -non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire. - -Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio -fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una -carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare -con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco -fratello si comandava per i suoi diletti. - -Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non -avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine -lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di -ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, -e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia -delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al -primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel -buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra -il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa. - -— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E -siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno. - -— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani... - -— Domani si può vincere ancora. - -E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare, -dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi -sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, -nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui -una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della -gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di -menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non -bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva -piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, -sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva -l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo -avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti -fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, -il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la -sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che -gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a -lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva -quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella -trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare -vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare -quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre -e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il -fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che -in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un -certo sdegno indifferente. - -Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non -osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue -grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di -malaffare. - -Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata -ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno -per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza -per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo -era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, -tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè -in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più -le beffe. - -Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una -danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe -figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con -un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca -plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece -chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che -per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere -il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate -di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con -un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide -di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro -suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi -fosser idoli. - -Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante, -che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle -danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora -in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana -che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.» - -Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e -ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa -nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, -beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di -donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa -e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon -accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco -e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera -provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender -meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.» - -Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era -Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente -incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una -sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava -questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse. -Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore. - -Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella -risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò -andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così -buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne -a sua volta. - -Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava -col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone -scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si -videro più. - -Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta -che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il -caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile. -Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una -lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide, -gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si -scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo -d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta -stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva -infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli -rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto. - -Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in -querimonie vane. - -— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava -di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con -un altro... Dunque non ci badare. - -E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si -riaddormentarono. - -Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo nella -combriccola dei giovani signori che, sempre all’erta di scandali e di -peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare -Farra avesse côlta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome -di Arrigo del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche di -tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in -danno del loro amico beffato. Poichè Cesare Farra si compiaceva di -frequentare la gioventù e viveva con essi le ore notturne, da buon -camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile. -Raccontò agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando -comprese che tutti la sapevano già. - -A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno all’altro, dà -sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di più. - - - - -X - - -Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante russa dalla voce -soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e -capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca, -poi d’un Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla -sua voluttuosa persona. - -Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare -dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno, -di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica -l’inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura -magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d’un -grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte -nelle giunture, che parevan assumere talvolta l’ondosità e la dolce -forma d’una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero -portato così bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come -una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando -un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili, -tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente -appassionata. - -La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare al suo -fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castità -limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse -ondeggiare nell’aria qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi, -e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante. - -Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene -del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la -tentava la fama antica, se pure oggimai vacillante, di quel teatro -italiano che aveva dato all’arte del canto i più sacri battesimi, -quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo -d’oro per quest’ultima supremazia. - -Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era -piaciuta forse più del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella -gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti, -i camerini de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli -ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene -notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve, -gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di -spendere il tempo nel miglior modo che sia. - -Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri, -intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita, -d’educazione, d’apparenza, d’animo e di costume, formano insieme quasi -una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli -campa d’abitudini comuni. - -E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di lei; avevano -iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s’eran messi coloro -che si reputavan adorni d’una qualsivoglia irresistibilità. - -Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che -riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li -accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di -fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra -chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, -la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno -l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò. - -La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante -le visite che si facevano alle belle signore. - -Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà; -i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che -aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata. - -Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce, -i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose. -Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era -quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè -avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e -senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi -desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre -amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia -di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche -brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà. -Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi -all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo, -ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo -piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto -sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora -alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto -i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via. -Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo -pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi -all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica, -e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai. - -Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il -desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le -avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di -torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano, -questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella -facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi -progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e -le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia; -voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso -dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero -dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è -donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle -infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore. - -Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione, -l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come -tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche -indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia -nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta -triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino -di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi -tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore -all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno -tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo -di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, -di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima, -subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi -vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di -sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava -con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa -bambina ch’era nascosta in lei. - -Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato, -svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo -che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua -voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima -come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo -camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei -sensi con un voluttuoso piacere. - -Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano -d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa, -che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche -volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe -d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non -conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male -antico, ruggente nell’intimo delle sue fibre, come un rumore d’acque -sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si -addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose -non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati -senza nome. - -V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza -enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più -forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava -nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte, -che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche -volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita -mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa -gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto -si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento. -Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e -tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta -lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente -in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo -spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale. - -Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una -piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la -sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma -nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi -del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse -chiudere in sè una passione così delicata. - -Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo -aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla, -per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico -prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella -donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, -quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di -ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità. - -Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una -favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano -il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato -nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla, -d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera -con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove -abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella -divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’ -suoi pensieri. - -Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per -ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita -il maggior premio tocca alla maggiore temerità. - -Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava, -non esitava un istante nel compierla. - -Si mise lungamente a ragionare fra sè. - -Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre -fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non -era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno -a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria -persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla -avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva -piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di -quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie. - -Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla, -sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e -piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono -dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar -la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità, -mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa. - -Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della -città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del -pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna -formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la -medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo -un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza -d’un manicotto voluminoso. - -Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime, -nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue -giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare, -quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano, -irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava -in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana, -godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo -piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel -rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a -profumo. - -La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era -nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva, -erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere. - -Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli pure. Ella -stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo -domandò la cesta d’orchidee. La portarono sul banco, fra lor due. -Erano così belli, que’ fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li -separava l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole -e si mise a guardare. - -— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla venditrice, che -racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E -soggiunse l’indirizzo. - -Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò il giovine. Senza -impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo -sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con -discretezza, ed uscì. - -Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di Parma. - - - - -XI - - -Un altro giorno l’attese nella via, come se l’incontrasse per caso. -E la guardò dirittamente, sorridendole ancora. Aveva pur notato una -piccola sorpresa in lei, vedendolo passare. La seguì per un tratto, -assai discretamente, però lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni -giorno le mandò fiori, ed i più belli ed i più rari che trovava. Una -mattina la incontrò, mentr’ella usciva dalla guantaia; un pomeriggio -di nebbia s’imbatterono insieme su la porta della stessa pasticceria, -e presero il tè vicini. Una sera, ch’ella non cantava, s’incontrarono -nello stesso teatro. Ella era in un palco, insieme con altre signore, -altre cantanti forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava -di lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla cintura -un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, egli le aveva -mandate rose gialle. Poi sentiva di non darle noia, di non esserle -indifferente; lo sentiva con quella inspiegabile certezza che la donna -trasfonde in noi quando riusciamo a piacerle. Ed è forse il momento più -soave di tutto l’amore. - -Ormai pensò ch’era venuto il momento propizio per inviarle una lettera. -Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in italiano ad una forestiera -sarebbe stata cosa poco elegante, mentr’egli con lo stile francese non -aveva troppa familiarità, e nemmeno con l’ortografia, per vero dire. -Parlando, ne faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora, -perchè lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si era meglio -addestrato da sè, leggendo qualche libro, facendo la corte a qualche -canzonettista francese. - -Rinunziò dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora pazienza. Ella -ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed egli sapeva benissimo per -quali strade. Una volta, incontrandola, salutò. Ella rispose, appena -appena, con un semiriso ambiguo su l’orlo della bocca limpida, che -pareva una bocca di donna innamorata. Ed affrettò il passo. Egli non -insistette. Gli batteva un po’ il cuore. - -Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l’incontrava, lasciandole -dietro uno sguardo lungo, un cauto sorriso della sua bella bocca -limpida e rossa. - -Una sera l’accompagnò da presso, quasi di fianco, sino alla porta di -casa. - -Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella giungeva -in carrozza chiusa, per cantare. - -A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, gli -incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi -del lubbione; un venditore d’arance chiacchierava con due guardie di -pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti. - -Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla portiera, -l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di -maraviglia ella sorrise. - -Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che -poteva nuocerle. - -Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, sorrise, -gli disse in fretta: - -— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli vicino, rapida, -leggera; poi súbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo -tempo dietro di sè un’ondata di profumo. - -Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che -or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste, -fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sentì -che dentro il cuore gli cantava.... - -Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, -concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può sul cuore più -saldo la parola fuggevole d’una donna. - -Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di -recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità dei quattro -palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando -della sua vita serale. Frotte passavano, rade, folte, già satolle del -pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad -ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio della passeggiata -che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo, -che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una -bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco -di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca -dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; -cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano su la pietra -pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo -senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che -trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che -lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando. - -Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s’incontran, -s’intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le -grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli, -l’eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la -canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani. - -Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni l’aria -frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta che gli spargeva -per le vene una specie di torpore benefico. - -E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di -garza, prepararsi lentamente all’acconciatura da scena sotto le mani -dell’abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto -accennandone un motivo, provandosi la voce. - -La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il -soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere -il nero fosco intorno agli occhi, perchè brillassero più vivi. - -Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata giù da le -spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il -ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e -su le braccia, una pasta molle, odorosa, quasi limpida, che sùbito vi -aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera -leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva -sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura. - -Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di -perla, una trasparenza così delicata che pareva quasi azzurra e -lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle -amare. - -«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la prima ebbrezza, -la sua calma ragione lo riprese; pensò che un piccolo errore poteva -perderlo, adesso più che mai, e con l’anima piena di trepidazione -imaginò lungamente quell’incontro vicino. - -Era tardi; se ne andò a pranzare. - - -Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand’egli entrò. -Per un momento si trovaron nell’impaccio entrambi, poichè non sapevano -affatto come dirsi la prima parola. - -— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò. - -— Di cosa? - -Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava ogni giorno -come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte, -a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggìo. E lasciando -correre la mano sbadata su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che -riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una -grazia indefinibile sorrideva. - -— Sono stato scortese... — disse il giovine. - -— Sì, un poco... — ella rispose. - -Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l’accento. - -— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli per -iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere la strada. Ma dovete -perdonarmi, perchè il mio desiderio di conoscervi è stato così grande, -e insieme così rispettoso.... - -Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando -ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per -non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un -sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini. - -Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria -impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando -curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava -perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di -venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo -poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua -maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva, -l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano -incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana -Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita -fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di -quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la -signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un -modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi -con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo -a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. -Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla -dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto -per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi -le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua -bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, -come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento -insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo -cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo -aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita -trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva -d’incontrarlo. - -Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma di lontano, -con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le -aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè -offenderla. - -Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare -unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le -avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una -singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia -se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori. - -Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una -carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello -sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; -senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe -perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante, -accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto -incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, -prendere fra le braccia da lui. - -Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di -carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le -sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo -subitamente avvicinarsi alla portiera. - -Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava. - -Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; -s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, -poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non -avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio -che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se -lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera -pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco: -la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco -sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, -con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son -tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori -viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni -loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si -sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la -sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua -persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel -desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine, -se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel -riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati, -senza pur cadervi, troppo vicino all’amore. - -E lo guardava. - -Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe -riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno -della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona. -I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea, -gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte, -formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano -appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo -di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi -eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena -di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi -mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano -in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di -selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto -era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che -pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta -statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità, -così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con -quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di -sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che -brillava come una lama in taluni suoi sguardi. - -Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano -correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un -pensiero. - -— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio -che gli pesava. — Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio -esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, -senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così -nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi -dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare.... - -— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di -malessere. - -— Io? chi sono? - -Egli parve cercare un poco la risposta. - -— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta -la corte, non è vero? Quello che vi è capitato con me, può capitarvi -ad ogni momento, non è vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa -alcuna. Faccio una vita semplice. Amo più essere solo che con altri. -Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la -musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo che -mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo -potuto dire. - -Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano nell’altra, girando -gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il -pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l’apparenza -di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente. - -— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con timore la -faccia un po’ confusa. - -— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche volta, non più da -lontano soltanto, e se potrò domandare anche a voi, per esempio: Chi -siete?... e continuare a dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette -oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho -vissuti nell’attesa di parlare con voi.... - -— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio -pieghevole nelle mani congiunte. - -Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana. - - - - -XII - - -Erano divenuti amanti. - -A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede -alcun turbamento esagerato, perchè nutriva di sè medesimo un naturale -orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era -invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire -una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d’aver -trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava -chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere -forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce -slava, malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si -radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva talvolta di sentirsi -morire sotto le carezze di quell’amante. Non poteva essere una donna -per tutti; le bisognava amare, con tanta più veemenza quanto più -questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione, -con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a -lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare quella chiara -fontana ch’era in lei, con l’ondata nè col fango delle passioni -tormentose. - -Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una -amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur -talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava -la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e -mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci -minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare -sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia -al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere -una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian -nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una -tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti -qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà. - -Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro -inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire -insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti, -qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa. - -Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato? -come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la -Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò -d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e -comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome -l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio -quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina! - -E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si -aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto, -anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno -d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare -alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare. -Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei -ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, -corretto, elegantissimo. - -Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, -che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e -specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere -il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto -l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello -spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso -che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie. - -A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle -sue Note uno storico di bello stile. - -Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città, -poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e -con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna -dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo -numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per -censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre, -damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e -giullare della compagnia, i commenti furono senza fine. - -Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la -prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per -non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento -che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che -verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per -l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso, -che li aveva così tranquillamente gabbati. - -Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a -divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla -medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere -fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi -non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare -le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai -Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle -cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte -le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da -favella umana. - -Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo. - -— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua -piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E -forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che -oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con -un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola -barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile -nel suo viso dolciastro come rosolio e miele. - -Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva -Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso, -che fece ridere alcuni. - -— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui -mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si -poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza. -L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur -si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo -confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava -diritto al favore di qualsiasi bella donna. - -— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una -malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo -Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto -Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla -sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di -sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli, -poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa -alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso -andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per -essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese. - -— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi -l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia. -— Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno, -dev’essere uno spiantato. - -— Come lo sai? — fecero alcuni. - -— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda -come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di -bottegai suburbani. - -Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al -libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian -Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial -nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua -persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno. -Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto -loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo -sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello -scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le -scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle -quaresime non riposavano mai. - -Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di -casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa -considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale -insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli -stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi -addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna -speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente -svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era -stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo -l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte -le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva -segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze. - -Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro -medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed -esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando -copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con -quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici. - -— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. — -Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità -confesso che mi è simpatico. - -— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per -giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui. -Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, -me ne infischio! - -Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza -parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia -d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già -partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco -inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano -meglio di lui. - -— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era -seduto in un angolo del palco, taciturno. - -— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, — -che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle -braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto -commettere qualsiasi pazzia. - -— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo -Malatesta. - -Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi -vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da -una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore, -facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa -vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio -di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella -sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’ -circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che -spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri -spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa. - -Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua -buona ventura. - -Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature -incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli -odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per -soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo, -insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle -cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro, -don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi -ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a -comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata -circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte -belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno -irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre -ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una -certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo -e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei -palchi a riconoscere l’avventuroso. - -Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva -a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato -con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro -ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto. - -Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato, -Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di -palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi -di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti -insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano, -come protettori del corpo di ballo. - -Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli -importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da -un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa -Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano -qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle -una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del -teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione -teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del -teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò -Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il -naso nelle cose altrui. - -Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella -sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron -simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno -senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a -benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera, -nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo -principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso -patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la -parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione -che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or -Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto -qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti -alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo -prese a benvolere. - -Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor -volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di -tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele -per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa, -sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi -detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella -smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola -persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare -qualche lancia in suo favore. - -Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme, -calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine -sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di -ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile -dono che possa concedere la vita. - -Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte -vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni -mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada -suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna -al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano, -curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva -largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo -riempiva il suo petto capace. - -Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli. -Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli -angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco, -e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti -altrui. - -Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse -un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco? - -Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere. -Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante -famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più -dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina. - -Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche, -un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano -pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco -indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il -ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle -tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio -costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’ -suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale; -dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario -col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo -d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo. - -Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua -camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che -ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava -schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte -le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte -bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti -si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti -scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano -in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli -adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale, -dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi -sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta -vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella -impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di -concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata. - -Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a -questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita -disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra -gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei -gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori -correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo -a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per -pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia, -ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo -di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la -guidava nelle idee. - -Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore -d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don -Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile, -ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di -antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle -marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella -gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più -stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili -costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade -i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore -avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi. - -Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida -birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che -sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta -ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, -contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere -dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani. - -E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle -galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto -quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre -sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate -oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò -per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini -vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e -nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla -notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini. - -Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva -impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici, -e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava -a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli -stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la -dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili -compiacenze della pulzella soccorevole. - -Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva -intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore -del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo -l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un -piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la -sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola -curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma -pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre -accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re. - -Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni; -drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno -d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non -abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor -suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati -una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale -tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre, -insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri -commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri -e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, -pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe -convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un -piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di -insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano -degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su -l’ápice il sole tormentoso della gloria. - -V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli, -per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi. - -Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca -ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla -fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella -stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava -senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva -satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè -la vena drammatica. - -Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie -profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua -persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo -sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria -anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, -per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più -vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo -silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai -contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che, -per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un -appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di -combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi, -a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno -nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto -aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana: -l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria, -e fors’anche la fame. - -Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel -volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un -poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare -la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella -remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un -altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno -spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più -tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo -giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli -d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione, -a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini -corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano -di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di -stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto -osava per infuturarsi con una bella temerità. - -V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di -efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della -mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in -fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte -istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido -fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva -e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la -vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro, -raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe -svincolato dalla folla. - -E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli -d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo -la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una -furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria -aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi. - -Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che -molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima -giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di -quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante -attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali. - -Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò -di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche -tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle -diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere -intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto -musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia, -ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile, -di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I -buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la -sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella -donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava -il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando. - -Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un -intruso. - -Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle -soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il -tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che -la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a -tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva. - -Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti -strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e -poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio, -lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò -il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece -prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali -agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso, -fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. -Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa -da potersi creare un piccolo debito con lui. - -Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si -turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore -compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo -padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida -commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della -borsa. - -Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a -dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai -genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor -di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro -della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti -con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’ -suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto -sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a -conoscenza della sua stirpe bottegaia. - -In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera, -assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo -carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con -pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero, -girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, -scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva -il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno, -tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a -lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli -faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. -Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda -presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare -impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa -con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto -subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al -repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe -per sempre perduto e bandito. - -Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere -all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia. - -Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le -battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo -spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente -non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei. - -Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco -d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche -giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse -chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava, -già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza -innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía -d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore -d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta. - -Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o -abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso, -di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e, -magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa: -da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di -appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è -cattiva guardiana di secreti. - -D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano -dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che. -In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come -l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, -una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si -faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera -intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la -gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza. - -E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un -cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva -che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un -grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli -non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di -rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire -alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa, -questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar -da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non -poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli -dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti -angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in -cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le -poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, -e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno -sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto -fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia. - -Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non -poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta -negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva -sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante -volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante, -curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di -ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa -minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta, -fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo -respiro: - -— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti? - -Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi, -una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e -calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di -quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male.... - -E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come -per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era -venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse -che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi -non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio -oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al -giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà -dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo -suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo -giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva -essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo, -qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante -la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella -amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che -aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del -profumo che portava, la musica della sua propria voce. - -E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale, -fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e -convulso, con un rantolo nella voce: - -— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei -debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo -andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci -che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei -taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi -anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai! - -Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una -cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore, -e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di -Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità. - -Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo. - - - - -XIII - - -Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il -denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse; -il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto -alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in -tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare -prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi -occorre nulla. - -Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni -di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un -prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra -brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse -conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere -un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che -rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di -passioni e di bassezze umane. - -Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente. -Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che -sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle -sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, -che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene -arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente -fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio -delle cose d’oro. - -Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a -suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa. - -— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul -naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo -della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia. - -— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve. - -— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba -falsa? - -— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è -un gran valore, sai! - -E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso -la lente. - -— Il marchio c’è... — borbottava. - -Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un -po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo -con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto -carati. - -— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano, -dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello! - -— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il -farmacista con noncuranza. - -E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di -Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro, -dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan -esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio. - -Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber -dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le -voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere. -L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa -dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra -era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia. - -Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella; -era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada, -uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate -che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse -pericoloso lasciarla correr sola. - -Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste, -profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di -nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina. -Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo -fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi -con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima -figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava -spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere -nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita, -quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le -carrozze, i teatri, l’amore. - -L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce; -aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando -l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella -Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a -bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che -non gli era crudele. - -Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor -d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e -rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo -e d’amore. - -E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per -solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le -passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non -vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa -brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, -come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!... - -Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli -non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte, -ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora, -sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. -Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto -aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il -principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo, -seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza -togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo -nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose -che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non -bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario. - -A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia -era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva -nello spirito nascer l’ali per un più grande volo. - -E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice -potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà -camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi -potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini -dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la -eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame -incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo -del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche -uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini -borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo -trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di -Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera -di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte -nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che -albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva, -se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini -che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della -vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda, -teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote -già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba -e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei -Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza. -Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi -profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù -senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine -dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la -più ricca famiglia della città. - -Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale -narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse -abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora -Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione -di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta -e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la -seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto -affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato -il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata. - -Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa -frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di -Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, -scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle -cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere. - -Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di -quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva -sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare -quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta -quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti -di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso -della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e -visibilmente si struggeva d’un mal vedovile. - -Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben -nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola -cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia -che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione -irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda -si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana -come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata, -splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si -vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel -riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche -della plebe disprezzabile. - -Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno -in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane -trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi, -e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie, -spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica, -sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore -d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la -bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche -cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva -nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i -suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le -sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si -diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze, -ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima -ereditiera... - -Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie, -facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via, -spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di -non fallire. - -Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita -coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava. -Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima, -lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti. - -Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la -sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con -la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli -fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra -di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e -dimenticata origine. - -Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di -proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli -conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un -certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali -avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre -l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse -con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi -anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline, -aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore -severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile -rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci -antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città -fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe -trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del -casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari -cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor -sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la -dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri, -maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi. - -Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli -le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle -bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo -sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli -eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei -Lavoratori. - -E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai -sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello -ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva -per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per -la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, -e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della -sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi -robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne -astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere -una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa -temerità. - -Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso -gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene -scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città -spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il -regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non -avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare -fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si -udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad -abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza. - -Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi -afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un -fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una -breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle -beate villeggiature. - -Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto -s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il -giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago. - -Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non -era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta -fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di -pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la -medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo -tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un -certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante; -non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una -donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava -già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi -un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano -rapidamente nel calore d’una tentazione. - -Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre -non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una -villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue -fiorite spalliere di rosai. - -La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi; -tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere -di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la -signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di -feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava, -correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava -cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche -fiera di beneficenza. - -Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte, -quasi nascosti nell’intimità del loro nido. - -L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche -foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa -maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde -magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe -le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da -tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà. - -Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi -di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende -abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel -verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche -frantume di vetro... - -Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca -sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le -finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano -al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui -principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito, -sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia -come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso -balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che -nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma -consumando il suo proprio splendore. - -E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un -desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o -viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’ -due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato, -nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole. - -Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il -basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il -luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove -per tutto all’intorno una leggenda d’amore. - -Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre -incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par -stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende -il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano. - -Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche -giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’ -suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche -vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche -ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto -le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che -abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella -settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne -tormentò il marito sonnacchioso... - -E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo -di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin -dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la -lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di -costui. - -Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre, -un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un -cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo, -tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice. - -Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare -in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava -con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un -muricciuolo di poche pietre. - -Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un -bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità -l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo, -era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un -amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto -ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a -mancare d’assiduità presso la vecchia madre. - -Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado -ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema -prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda. - -Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua -grande aria battagliera del bel tempo quand’era uno smilzo ufficiale di -cavalleria; la dardeggiava d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che -volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il -suo denaro, la sua più che devota urbanità. - -Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale -anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare -compiacenza. - -Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro! -La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera -magnificenza. Un giorno egli salutò. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose -del mondo hanno la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva -dire: - -«Chissà?...» - -Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna innamorata! -Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche -la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr’uomo. Poi, ad -un tale che saluta, — un signorotto nel suo feudo — perchè mai non -sorridere? Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette, -nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente: -«Chissà...» - -La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può succedere!... - -Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora -può essere utile aver detto: «Chissà...» E poi è dolce, per la donna -un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma -col pensiero d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per amore -di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; «C’è chi guarda -mentre mi pettino le treccie alla finestra; c’è chi trema se passo nel -giardino in vestaglia... Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua -testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta -e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perchè Arrigo -non è geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei -giorni d’estate!...» - -Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la soglia. Co’ -suoi quarant’anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un -collegiale. - -Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia, -tutt’accesa in volto perchè aveva remato per due lunghe ore sotto il -sole. - -Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a -ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d’una -grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po’ scuro. - -— Vi prego, sedete, barone. - -Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi -dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne. - -— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le -nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la -cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel -teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa -recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non -dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la -marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una -commediola... Non dicesse di no! - -Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!... -— osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le -convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona -qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la -sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel -lasciargli credere... - -— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono -galante. - -— Oh, che fortuna! - -— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo... - -— Già, già... - -Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e -melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la -maschilità dell’uomo in un modo singolare. - -— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla -conoscere. - -— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino. - -Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile, -cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna, -ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne -ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, -la Ruskaia finì con accettare. - -Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non -aveva cantato più. Il barone disse: - -— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino! - -Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si -ripreparasse. - -— Insomma ho promesso: canterò. - -Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità -d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco -lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi -nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che -mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a -spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice -straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose, -che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e -con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; -si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere -dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di -tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè -nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e -sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta -un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan -capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare, -l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora -del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito, -sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro. - -Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che -dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che -gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo, -che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva -d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una -dolce villa dalle finestre semichiuse. - -Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande -atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e -di gentile modestia. - -Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel -che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei -pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla -sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante» -che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo -nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della -Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più -avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di -regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia -a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di -bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto -di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica, -quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le -gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli -mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e -che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta -persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa -e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano -impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un -così bel dominatore. - -Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva -i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a -men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia -era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non -vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi -a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per -intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la -bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone -Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come -lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna -Claudia del Borgo, che patrocinava la festa. - -Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa -e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo -tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e -salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito -inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso -de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a -chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con -una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città -tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed -a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo -le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben -pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a -scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze -altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello -scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti. -Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, -ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia -fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto -sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti -eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non -potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre -donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante, -spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine -che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per -tal modo ben sicure di non imbattersi male. - -Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti -quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo -pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi -sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che -non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di -quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi -sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con -la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che -a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo -fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere -in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!... -egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse, -l’avrebbe senza scrupoli consumata. - -Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro -dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel -punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel -corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma -poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame -con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna -suscettibilità. - -La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere -in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle -che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva -senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del -tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria -vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime. -Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con -qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva -irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano -all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un -tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di -non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. -Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante -con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene -via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di -beneficenza. - -Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla. - -Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori, -ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto -viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui -labbri della donna restìa. - -Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non -sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan -allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice, -sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e -sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che -non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con -Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi -mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un -giorno: - -— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola -amica non ve lo permetterebbe... - -E rise, con il suo riso pieno d’insolenza. - -Poi, un altro giorno: - -— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle -undici... - -Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse -talvolta mestieri difendere la propria onestà. - -Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena -fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva -mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi -per quanto l’avevano fatta soffrire. - -Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella -villa odorosa di gelsomini. - -L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le -inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi -le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si -sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle -spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si -dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una. - -E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la -nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà. -Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese -un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire -da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere -Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai -cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente -danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era -Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza -delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria, -e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese -dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da -millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo, -d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo -tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare -di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone -Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la -pazienza e il denaro. - -Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti -non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne -stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che -il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a -nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano -ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di -denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto -corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore -può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere -previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee. -Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo, -con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio -per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le -sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto -seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora. - -Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a -svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con -occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere -familiarmente all’uscio. - -— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere -per quella di Beppe Cianella. - -— Oh, venga pure avanti! - -Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere venuto, l’altro -di riceverlo stando in letto. - -Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava del tu. - -— Sono venuto per due motivi: uno... - -— Ma si segga! - -— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver sonno, cercherò di -spiegarmi in fretta. - -Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, quella -familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo. - -— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un -prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male. - -Arrigo accese una sigaretta. - -— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile. - -— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di andar per le spicce. -E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico. - -Arrigo meditò qualche attimo. - -— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al -momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere. - -— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le avesse già -intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione. - -— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci -ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro! È tornato -dalla campagna con una fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un -mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio. -Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo -discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti... - -Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione: - -— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo; -mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con -lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario -temporaneo. Totò Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho -accettato. Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una -campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio, -sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo ci sarà da combattere, -perchè hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia? - -La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, le cinquemila -lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè questi accettasse di -presentare al Circolo l’amico dell’amico Totò. - -E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest’uomo -che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione -assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli -si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era -stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere più -alte cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo nome -si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono -l’avvenire d’un uomo. - -Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno -gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o -con la persuasione o con l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli -utili dagli inutili e gli amici dai nemici. - -Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con -fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo: - -— Si arriverà! - - - - -XIV - - -Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza -troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere -nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di -più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare -dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento -che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori -galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, -comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio -aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare, -perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun -rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite -del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan -degne d’esser rivissute. - -Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero -soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che -meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il -volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno -che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente -coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella -strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza -disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà. - -Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di -bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono, -Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, -cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la -sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu -riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi -con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto -piacere follemente una decina d’anni prima. - -Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era -sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e -dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del -gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato -di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace -conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la -sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede. - -Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali -era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, -per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza -plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido -signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole -in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra -sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi -bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta -fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue -si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può -non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita. - -Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, -intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan -esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di -non suscitare alcuna gelosia. - -Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese -ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una -colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività. -Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della -raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del -suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una -tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava -quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di -sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore. - -Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale -arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione; -qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante -vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il -suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra -commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe -ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli -sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo -che sovrastasse alla sua vita. - -Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa -di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo -cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito -di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il -sogno della sua mediocre vita. - -Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così -profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in -un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento, -l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, -calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere, -prostrandolo in una specie d’annientamento. - -Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua -battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada -e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore -assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro -le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi, -reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci. - -Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano -abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era -lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato -per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in -città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria -meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento -vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in -poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli -occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera -anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia -con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari -sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella -non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e -donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze, -riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo. - -Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime, -senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi -lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose -umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata -per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore. - -Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione -d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità. -Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra -loro. - -Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei -Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad -essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi, -e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, -credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a -protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero -alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata -trionfale. - -Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide -pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova -sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una -corte insidiosa e paziente. - -L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella -d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo -accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle -amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra! -Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, -come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un -bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli -dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava -con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. -Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed -insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei. - -Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico -splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva -dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi -a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del -quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante -a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che -aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il -barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che -sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, -divengono barbaramente venali. - -Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila -lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver -ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte -regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva -la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — -Peuh, se volessi... - -E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici -si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva -d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento -simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due -che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e -l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma -non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, -che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di -salutarlo. - -Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto -vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, -assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, -e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta -come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due -sconosciuti. - -A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, -o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i -pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con -un turbine di memorie nel cervello e nelle vene. - -Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo -bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai -piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. -Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta -lo innamorava un’altra volta di sè. - -Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse -pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla -scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per -l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato -qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più -scaltro della gelosia. - -Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo -di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in -cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua -vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e -le telefonò: - -— Sei tu? - -— Chi tu? - -— Tatiana? - -— Ah... - -— Senti... - -— No, no! - -— Voglio vederti... - -— Mai più! - -— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai... - -— No. Che sciocchezze! Lásciami... - -— Tatiana!... - -Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti -nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi -baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura, -come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate. - -Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano -all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al -barone. - -Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel -Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo -ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza -egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore. - -Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi -accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato -ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano -accordati per volerne l’esclusione. - -Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza, -la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una -banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di -bruttezza intollerabile. - -L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito -dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà -possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare -arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa. - -Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni -che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente -angustiato. - -Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con -certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso -apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti -perdevano la consueta misura. - -Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse: - -— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di -proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi -accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri? - -Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque. - -— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi -sembra che tu esageri un pochino! - -L’altro riprese con veemenza: - -— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, -si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E -il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre -avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa! - -— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella -voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico. - -— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a -finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo -genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver -schivato il Cellulare! - -Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse: - -— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a -raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti -gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio -è già dato. - -Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità, -durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si -levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una -collera spaventosa. - -— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano -rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui -le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se -avessi l’intenzione di provocare un uomo! - -Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno -scambio di padrini. - -Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano -per i ritrovi della città notturna. - -Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero. -La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale -era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli -riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama -di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava -certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato -peccato per il bel Ferrante! - -Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero -di fronte, a torso nudo. - -Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la -rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva -insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore -gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi -autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo -Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un -colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri -difetti possiedono pure quello dell’infallibilità. - -Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del -barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una -ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima. - -E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca. - -Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino -allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa -diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al -suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due -gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul -terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, -nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto -che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica -d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo -gentiluomo. - -Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, -cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa. - -Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e -pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere -del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi -grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale, -davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era -del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, -cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per -soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua -passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed -eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; -infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota! - -Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava -talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia -che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello -sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza -sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo -un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per -tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al -favore d’una donna. - -Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento -e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più -sicura. - -Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli -occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in -lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco -perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. -Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, -forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per -istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente -misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo -in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava -pertinace. - -Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da -lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che -fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano -ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla -propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si -sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol -dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa, -affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero. -Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso -a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, -anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se -n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile -preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le -grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un -godimento più fine che nella dedizione stessa. - -Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione, -e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto -insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora -non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso -e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello -lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di -muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità -sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso. - -Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno -che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi -le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron -ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per -la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di -sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il -profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia, -tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della -tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento. - -Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue -treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con -paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo, -avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, -nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di -lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione -fisica estremamente voluttuosa. - -Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per -il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani -trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino -s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, -tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche -volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo. - -Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel -fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena... - -Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto -quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era -questo l’amore che a lei piaceva. - -Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i -candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di -cristallo stormirono come se fossero su le spalliere... - -Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso -nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in -tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che -lontanavano, qualche risata. - -Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua -bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più -forte, che traboccava in un riso convulso... - -Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo -confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero -via, nella notte, fra le musiche della primavera... - - - - - * * * * * - - - - -I - - -Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo -della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, -d’amore. - -Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta, -con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, -movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo. - -— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino, -additandola al crocchio degli amici. - -— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie -immature. - -— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per -celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva -di celiatore e di schermidore. - -Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla -meglio. - -— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare -con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un -amore! - -Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella -capigliatura, d’un vaporoso color biondo. - -Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare; -disse: - -— Stretto passaggio, si paga il pedaggio. - -— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie -Rafa non bada. - -— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i -timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella -lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina? - -— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò -il Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così -belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il -buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre! - -Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo -chiamarono, ma non rispose. - -— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È -passata or ora. - -— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, — -perchè molte volte attaccano la sifilide... - -La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza -scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi -trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente. - -— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa -molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura... - -Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere. - -— Totò, la conosci la vergine di Rafa? - -— Io no. - -— E allora come sai ch’è una ragazza onesta? - -— Me lo ha confidato Rafa. - -Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava -malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a -burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava. - -— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva -uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore -quell’angolo: - -— Passa ogni giorno qui? - -— No, quasi mai. - - -Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila -lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i -particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la -Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière -per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un -capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva -passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con -una certa ostentazione: - -— Venite ad offrirmi una tazza di tè. - -Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore, -l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono. - -— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina -La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro -ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa. - -— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse... - -— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza. - -— E tu? - -— Ah, va bene! - -— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi. - -— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto -iersera? - -— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e -se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta! - -— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece -ridendo. - -L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse -affatto. - -— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si -fu allontanato. - -— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile -Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi? - -— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi -quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre -una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose -che non possono... - -— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere. - -— Volevo dire: che non posso continuare sempre. - -— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto -alla tavola vicina. - -— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con -un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, -un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una -certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il -giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora -il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo. - -— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai? - -— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose. - -Ella lo guardò attentamente: - -— Sei divenuto un posatore. - -— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che -aveva udito. — Siete ben noiosi! - -— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un -tenero per Arrigo. - -— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non -è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi. - -— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi. -Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia. - -Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le -labbra, perchè non si spezzasse. - -— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non -gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore. - -Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro, -l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile, -che faceva roteare. Disse ad Arrigo: - -— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è -la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi -piace. - -— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla. - -— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò -la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco. - -— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio. - -Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola -vespa tutte le foglie non eran cadute ancora. - - - - -II - - -In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa -d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo, -tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come -chi sa di propugnare invanamente una causa giusta. - -Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto -d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale, -tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra, -dicendogli: - -— Buongiorno, carissimo Riotti; come va? - -L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in -luogo e vece d’una ingiuria. - -— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene, -vedo. Una cera da principe! Novità? - -— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la -solita faccenda. - -— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! -Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E -la mamma? - -— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno -la pelle dura! - -— Dunque stan bene. Meglio così. - -Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare -un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe -estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè -a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno -che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a -lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso -borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa -soggezione. - -Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola -d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la -scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli -Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano -al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si -alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo -«Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la -bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse. - -— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar -corto a tante cortesie. - -— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia? - -— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni. - -— Insomma sta bene anche lei; meglio così! - -— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete -al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, -amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si -ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto -bambino, e certe cose ve le posso ben dire! - -Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una -volta finalmente perdette la pazienza. - -— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che, -per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma -non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho! - -— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti. - -— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi -vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro -partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le -spunteranno i capelli bianchi. - -Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più -orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre -le sue guance divenivano paonazze. - -— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?! - -— È così, mio caro, è proprio così. - -E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze -interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel -salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad -avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene -via. - -Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme -nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del -mondo. - -In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non -vi abitava più. - -L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per -gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare -il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, -economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo -droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo. -Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della -sua famiglia nuova. - -Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due -vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un -po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di -fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un -furetto. - -Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, -tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo -stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i -genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura. - -Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di -rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la -sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento. - -Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno -potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella -sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso. - -Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi -mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica, -pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben -mobiliata. - -Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’ -dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia. -Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano -a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose -che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo, -un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti -incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di -vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla -corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e -scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’ -inselvatichite. - -Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto -era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di -capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita -grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione -d’un bocciolo di rosa. - -— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando. - -Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur -senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata -in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e -ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata. - -— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava. - -— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante. - -— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e -tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene. - -Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli. - -— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente, -traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo. - -— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi. - -— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse -il padre quasi con vergogna. - -— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola -gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni, -lui! - -— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe -anche degnare. - -— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra -manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina. - -La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto, -per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce -dei due vecchi si rischiararono. - -— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella -stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai -pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così -pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in -quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante. - -E il padre a dire: - -— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi -più di noi. - -— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento. -Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure. - -— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava -bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che -involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore. - -— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa -desideri? - -— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso... - -Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto. - -— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico. - -La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e -veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri -e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso. - -— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco -delle sue guance. — Chi te l’ha data? - -— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con -un’aria di sottinteso. - -— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua -voce. — Cosa vuoi dire? - -— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai -parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non -ha in mente che il suo specchio. - -— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua -faccia divenne cattiva. - -— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel -battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti -piace, se no te la cambio. - -Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il -bocchino d’ambra. - -— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il -cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione: -— Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla -moglie. - -— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata! - -E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti. - -— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse -ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo -intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate. - -— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo -gustato qualcosa di simile! - -— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia. - -— Per bacco! E datemene ancora! - -La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da -un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela -porse. - -— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come -per iscusarsi. - -— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è -ancora la cosa migliore. - -— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso! -— intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!... - -— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con -dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon -vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno -scintillìo di rubini. - -— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi! - -— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era -commosso per la sua pipa. - -— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non -sono forse in casa mia? - -Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua -vita piena d’infingimenti e di scaltrezze. - -— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che -deve parerti una casa di forestieri. - -La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava -in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe -costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran -cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, -ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se -l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un -pollo. - -Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il -piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne -obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana -ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran -talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame. - -E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo -focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica -origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la -buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi -il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come -il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i -gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed -eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, -e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che -dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e -più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo -per ogni vena la sua fertile sostanza di vita. - -Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste -che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad -essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, -che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. -E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva -nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà -l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un -pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui -l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque -d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli -odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar -gli occhiali nella mostra illuminata. - -Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi -tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. -Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più. - -Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta -che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli -a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le -scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile. - -La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano -rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che -spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, -ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso -anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora: - -— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono -atteso a teatro. - -— Cosa vai a sentire? — domandò il padre. - -— Vado a sentire _Loute_, una «pochade». - -— Roba nuova? - -— Che nuova! L’avrò intesa venti volte. - -— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro? - -— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre. - -— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma -non spendo nulla. - -— Come non spendi nulla? - -— Abbiamo un palco in parecchi amici. - -— E non vi costa niente? - -— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di -stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre -dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, -fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici -andare per conto mio. - -— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio. - -Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi, -leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega, -come s’ella volesse confidargli qualcosa. - -— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un -sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’ -come te, sai... E proprio non ne posso più! - -Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da -intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano -sorriso gli increspò la bocca. - -— Dunque vuoi andare a teatro, tu? - -Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un -gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta -ch’era un po’ di sghembo. - -— Eh, sì, vorrei... — disse. - -— Bene, ti ci condurrò io. - -— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste. -— Non ho abiti e non posso venire con te, così... - -— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare, -combineremo. - -— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce. - -— Anche domani. - -E le diede un bacio su la bocca. - - - - -III - - -Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto -vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle -sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino -alle sei del mattino per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato -in principio di sera. - -Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello, -senz’attendere che il domestico l’annunziasse, e, vedutolo giacere, si -fermò di botto qualche passo oltre la soglia. - -— Come mai? Dormi? - -— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti. - -Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un -cielo rosso. - -Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con -gli occhi assonnati, tendendole una mano. - -— Dunque? — fece. - -— Che hai? Non stai bene? - -— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non -sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, sì, per il -teatro! - -— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere con te. Se -sapessi quanto m’annoio! Il vederti è come una festa. - -Arrigo sorrise. - -— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino da notte per -prendere una sigaretta. - -— Cercami uno zolfanello, piccola. - -Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovata la scatola, -venne presso il letto e si chinò sul fratello per accendere la -sigaretta ch’egli teneva tra le labbra. - -Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte. - -— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda del letto. - -— Fumi anche tu? - -— Sì, qualchevolta, di nascosto. - -— E non ti fa male? - -— Male? Tutt’altro! - -Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò ad accenderla -su la brage di quella che fumava il fratello, accavallò le gambe una su -l’altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, -le rannuvolava intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di -frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una grazia -squisita. - -— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo domestico mi ha -guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo -mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui? - -— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo. - -— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son venuta avanti. Ma -forse non mi ha creduto. Poco male! - -— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari una tazza di tè; -così farete conoscenza. - -Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver -bussato cautamente all’uscio. - -— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro s’avanzò, con una -certa cautela, inchinandosi. - -— Vedi questa bella signorina? - -— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo con un di -que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle -segrete galanterie del suo padrone. - -— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare una dozzina di -«marrons glacés». È mia sorella. - -— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere. -Infatti, infatti le somiglia! - -— Eh, sì, come due gocce d’acqua! - -Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d’intrigo -e d’avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo -fratello. - -Il domestico se ne andò. - -— Hai sonno ancora, forse? - -— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia. - -— Aspetti gente? - -— Nessuno. - -— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento? - -— Certo. - -— Quante camere hai? - -— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però dorme fuori. - -Loretta ebbe un colpo di tosse. - -— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via. - -— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo ancor più. — È -solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola. - -— Buttala via. - -— Sono turche? - -— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del letto e finirai -con scivolare giù. - -Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse un po’ di -fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse più coi -piedini a toccare lo scendiletto. - -— Che letto grande, hai, per bacco! - -— Si sta più comodi. - -— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo. - -— Cos’hai capito? - -— Mah!... - -E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva -involontariamente al viso. - -— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole una mano su le -ginocchia. - -Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore. - -Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di -capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di -paglia rilucente come il grano. L’abito le modellava il busto, non -esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi -nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro -appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava. - -La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che -dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente, -parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei -polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una -straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta -la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur -nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi, -di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva -intorno come il profumo colpevole della sua nudità. - -— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso. - -— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza. - -— Come «anche tu»? - -— Perchè me lo dicono spesso. - -— Davvero? E questo ti lusinga? - -— Un po’... un po’... certo! - -— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso. - -— Che c’è? - -— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro? - -— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena. - -— Fammi vedere. - -— No. - -— Via, lasciami vedere! - -E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella volle -resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di lui, premendolo -con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse a prenderle il polso che -aveva teso all’indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa -lite, che li faceva urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di -sottilissimo piacere. - -— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella. - -— Bene. - -Se lo tolse dal polso e glielo diede. - -Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di -brillantini. - -— Chi ti ha dato questo braccialetto? - -Ella rispose con una voce punto persuasiva: - -— Nessuno; me lo son comperato io. - -— Chi ti ha dato i denari allora? - -— Toh!... io. - -— Tu? Impossibile! - -— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna. - -— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa? - -Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda. - -— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò con allegrezza. - -Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione era minutissima. - -— _Honny soit qui mal y pense_... - -Arrigo si volse attonito a guardar la sorella. - -— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta questa faccenda... - -— Ma non c’è nulla di spiegare: _Honny soit_... - -— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato? - -— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria di derisione. - -— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa... - -— Di cosa? - -— Di galanteria, di regalino amoroso... - -— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria. - -— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo? - -— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata. - -— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche -innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire. - -— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un sorriso provocante. - -— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un certo impaccio, -— io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che -tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto. - -— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una sottile -scaltrezza. - -— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene -aver fiducia in tuo fratello, tanto più ch’io non sono severo e che ti -voglio bene. - -Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente -angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè un simile fatto gli -cagionasse tanta irritazione. - -— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente -riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te. - -— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito. - -— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in -tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io... - -— Ma dimmi dunque chi è questo tale! - -— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi -dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto -quasi come te: molto elegante. - -— Sì, e poi? - -— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni -giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente -s’è fatto coraggio e mi ha parlato. - -— E tu? - -— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere -una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto -che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne -una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine. - -Entrò Filippo con il vassoio del tè. - -— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo. - -Il domestico obbedì in silenzio. - -— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! Dunque vuol -dire... - -— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, poi ti racconto. -Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto. - -— Sì, sì, va bene. - -Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando -riprese il racconto. - -— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi trattava come se -fossi chissà chi... - -— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me. - -— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi «marrons»! - -— Mangia, mangia. - -— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto. - -— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere? - -— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, che non -viveva più, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi -avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perchè -non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un -appuntamento per il giorno dopo. - -— Brava!... e dove? - -— Al Giardino Pubblico. - -Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile. - -— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche sciocchezza con -lui! - -— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non voglio nasconderti -niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici, -e che tu m’aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione, -perchè, vedi, anch’io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro -modo... - -Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di -femminilità. - -— Va bene, Lora, va bene... - -Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, di quel volto -così vicino al suo. - -— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero? - -— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità. - -— Ossia?... - -— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno... - -— Ma chi è questo «lui»? - -— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un -albergo, perchè si fosse più nascosti. Ho rifiutato. Allora cominciò -con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva -in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi, -ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perchè veramente -non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perchè è ben vestito, -elegante, non brutto, e dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi -dice nulla! non mi va! - -— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?... - -— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di -gridare. - -— E allora ti lasciava? - -— Súbito. - -— Davvero? - -— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti -pare? - -— E come andò a finire? - -— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede -quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le -sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente -di male...» Vero? - -Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso della sorella. - -— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare che dicesse «hónny». - -— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa. - -— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. Del resto è -naturale; avevi un’amante ch’era francese: anzi eccola lì... — Segnava -due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l’altro -appeso al muro. - -— No, Loretta, quella era una russa. - -— E dov’è andata? - -— È partita già da un pezzo. Continua. - -— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee -tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto -che non gli riusciva di condurmi a’ suoi fini, è giunto a farmi una -proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me, -che non può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, perchè -se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser -buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la -darebbe. - -— E tu? - -— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono -stata un poco in dubbio, per dire la verità. Poi ho rifiutato, pensando -che a mutar parere avrei tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te -parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per -sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo è grave, e -non si può farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io! - -Egli trasse un lungo respiro: - -— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava! - -E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell’udirla -parlare così. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si levò sopra un -gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente. - -— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito non l’ho. Se -mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti -confesso che domani, per un tipo il quale m’andasse a genio, forse -forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no. - -— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere chi è? - -— No, questo non te lo dico; mi secca. - -— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta! - -— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con -anima viva. - -— È inteso. - -— No, dammi la tua parola d’onore. - -— Parola d’onore. - -— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta pomposamente, con -un certo orgoglio di sè. - -— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando su. — Dunque il -maggiore, Rafa? - -— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che lo conosci! - -— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. È del mio -Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che -tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare? - -— Cosa dici? - -— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono -perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po’!... - -E prese minutamente a spiegarne le ragioni. - -— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella disse dopo -aver ascoltato. — Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa -faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo -a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi -che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita -nemmeno. - -— Che nome gli hai dato? - -— Un nome a caso: Montaldi. - -Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse: - -— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c’è più. Sono -due fratelli. - -Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di un pensiero -nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente: - -— Ricco e libero. - -— Che vuoi dire? — fece la sorella. - -— Cosa voglio dire non so... Rifletto. - -Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono. - -— Se Rafa... — diss’ella, esitando. - -— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla. - -— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi... - -— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa nella vita -bisogna credere con fermezza nelle possibilità e nelle speranze più -assurde. Però... - -Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole. - -— Però?... — fece. - -— Non lo credo capace di una vera passione, — disse Arrigo, — ma di -commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, sì. - -— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose con una singolare -freddezza. - -— Ah? - -— Te ne meravigli? - -— Un poco. - -— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai? -— Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo -sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti. - -Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro -aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle parole che dicevano. - -— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per lo meno è un -affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti -avverto che io non ti lascerò divenire l’amante del Giuliani. - -— Ah?... E perchè? - -— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto... - -— Poi? - -— Poi, non credo che ti convenga. - -— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio. - -— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non così -leggermente com’egli forse immagina. - -Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la più scaltra -donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di -fasciarlo nell’insidia della sua femminilità. - -— Aiutami Rigo... — ella disse. - -— Io? - -— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello -maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io conosco la tua vita -meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, però ti -rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il più lontano che sia -possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per -fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere -con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta -di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse -bene. - -— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli rispose, turbato. - -— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere che anche a me, come -a te, sorrida una vita più bella? Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma -potrebbe in altro modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna. - -— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe dire vendersi. - -— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma quella sola parola -chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? — Egli -comprese l’ironia della sorella, tuttavia scosse il capo. - -— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, se -vuoi far questo, non raccontarlo a me. - -— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m’aiuti, -Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza che hai, mi sentirò -sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso -fra me e te, fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento, -una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... Nel venire -qui tremavo un poco, perchè sapevo già che t’avrei parlato di tutte -queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro -nome, e che non sii tu... - -Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua, -con tutta l’anima sul fiore della bocca, nel desiderio d’essere intesa. - -— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè sentisse il -bisogno di fargli questa affermazione. — Non mi piace, ma può essere -molto prezioso per me, per noi... Non credi? - -— Forse... — egli si lasciò sfuggire. - -— Per questo l’ho tenuto a bada. - -Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. Ella -interruppe un lungo silenzio con queste parole: - -— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa -t’accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta. - -Egli si agitò come per un malessere. - -— Allora cosa vuoi? — disse. - -— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò. - -— Proprio? - -— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un braccio. - -— Perchè vuoi questo? - -Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere. - -— Così... voglio essere la tua amica... - -— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male? - -— Non fa niente. Poi non sarà. - -Egli rise, d’un riso torbido. - -— Ne sei certa? - -— Oh, sì! - -Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da -quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un -insopportabile calore. - -— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei prima tentare -che ti sposasse. Ma per questo non c’è che un mezzo, quantunque -ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia -sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio. - -Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le parve -ammirevole. - -— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia. - -— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei? - -— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto -quello che voglio. - -— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non -immaginavo mai che fossi tu. - -Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero Rafa!... - -— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo. - -— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non -so... forse questa è la mia natura. - -— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo tutto fra noi: quel -che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una -sera andar a teatro insieme. - -— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le -stringeva la gola. - -— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito. - -— Non ne ho. - -— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare qui, perchè a casa -non conviene. - -Anna Laura non sapeva rispondere. - -— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. Ci penserò io. -Anzi verrò con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere -che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti -cambierai. C’è tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non -c’è, si compera. - -— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli le braccia intorno -al collo. — Come ti voglio bene! - -Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di -protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba. - -— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per -sera. - -— Eh, lo so! - -— Falle fare. - -— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e -l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te? - -Agitava il suo piedino, parlando. - -— Sì, certo. - -— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda. - -Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo -del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. -Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava -su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella -caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua -nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza -di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva, -dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse. - -— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e -di femmina. - -— Sì... ma vattene, Lora! È tardi. - -— Che ora è? - -La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua. - -— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi... - -— Vengo domani? - -— Sì. - -Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era -uscita. - - - - -IV - - -Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera -nuova che fioriva di graste i davanzali. - -Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza: - -— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma -proprio non sapevo... - -— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene? - -— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei. - -— Dov’è Arrigo? - -— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo. - -— Non importa, ci vado io. - -Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del -fratello, battè all’uscio due colpi leggeri. - -— Posso entrare? Son io, Loretta. - -— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi. - -— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È -questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa! - -— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse -Arrigo. — Dunque, come va? - -— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso. - -— Ah, sì? - -— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata -per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera -disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Però me ne sono -liberata in fretta; eccomi qui. - -Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con -molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie, -che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati, -umidi, e fumava, come di consueto. - -— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella. - -— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima. - -— Costa cara? - -— Cinque lire il vasetto. - -— Peuh, non c’è male! - -Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del -fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel -giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e -sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò: - -— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra? - -Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata -e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo -ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con -un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio, -sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva -intento. - -— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto -bene con quel tuo cappello. - -— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come -questo: sessanta lire. Una rovina! - -Il fratello sorrise. - -— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che -spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio -miracoli! - -— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi -denari che ti passano in casa? - -— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io -quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla -modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per -la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della -padrona. - -— Ma come mai ti fanno credito? - -— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne -furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno -o l’altro pagherò. - -— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico. - -— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli -di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane -qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi -comprendere. - -Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un -sorriso indefinibile su l’orlo della bocca. - -— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta? - -— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio. -Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la -mano in tasca, preferisco sia Rafa. - -Così dicendo ella si mise a ridere. - -— Dunque ne riparleremo. - -Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i -riccioli. - -— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo. - -Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta. - -— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei! -Guarda... - -E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose -con molti riguardi su la manica del suo accappatoio. - -— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie -spazzole! — osservò Arrigo. - -— Dammi un pettine, le ripasserò io. - -— Tu vuoi farlo? - -— Ma sì, che importa? - -Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la -spazzola. - -— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò con una risata; e -soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa? - -— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso. - -— La vedova? - -— Sì. - -— Dove tieni i suoi ritratti? - -— Nascosti, perchè vuole così. - -— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo -nome. - -— Clara. - -— E le vuoi bene? - -— Perchè me lo domandi? - -— Così; voglio sapere se sei innamorato. - -— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’ -noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo? - -— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno. -Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato? - -— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato. - -— Perchè non la lasci allora? - -— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così -facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu -non puoi capire. - -— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto. - -— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da -parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno -voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un -brutto tipo, io! - -Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere. - -— Tieni. La spazzola è pulita. - -Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese. - -— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla -finestra perchè mi debbo vestire. - -— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto. - -E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a -lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati. - -— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa? - -Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere. - -— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un -piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti -insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse -paura. - -— Me lo immagino. - -— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi -col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il -quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale -appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente, -non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una -grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser -stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per -leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a -questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più -in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene -la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire: -bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile, -bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere... -M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il -tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena -d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi -bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità! - -S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei, -guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, raccolta -e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi -suggerimenti. Poi disse: - -— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci questa illusione. - -— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta -l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altre pazzie. Non mi -dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere -qualsiasi cosa da lui? - -— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio. - -— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta -a.... - -Ella ebbe un piccolo moto nervoso: - -— Bah!... senti... una volta o l’altra.... - -— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità profonda, -investendo la sorella con uno sguardo ch’era quasi un desiderio di lei. - -— Cosa dici, Rigo? - -— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, in fondo, non vi -sia nessun giudice migliore di te. - -Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un -veemente rancore. Anche la sua fisionomia s’era un poco mutata. - -— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma, -ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito -confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma -nel quale non credo, chi altro mi sposerà? Un signore dal quale -possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un -bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa? -Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i -pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e -piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto -e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono come i tuoi: -tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch’io. A te piace -vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro, -frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace -anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta a -riuscirvi come potrò. - -Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava ad -allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro. -Eran davanti l’armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno -della camera. - -— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi pensato. — Io -son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore -felicità. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato -l’esempio. Certo però, come fratello, dovrei parlarti altrimenti. - -— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò con una -singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed -ero bambina quando c’eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse -un estraneo, del quale ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che -raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa, -poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco forse quel -che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio -fratello.... — Esitò ancora, poi disse: — Mi sembra quasi d’andar a -trovare un amante.... - -Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa -e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria -confusione. - -— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo il viso, come -per occuparsi d’altra cosa. - -Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe, -dicendole: - -— Bene, continua. - -Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugiò a -ritrovar le parole. - -— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile ch’io mi mariti, per -cosa o per chi mi conserverei onesta? - -Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse: - -— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia divenne -aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta ci si può conservare -oneste anche per sè stesse. - -— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! Bel -tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! Io, ti dirò, -ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse; -altrimenti a quest’ora.... - -Allora il fratello si mise a ridere. - -— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane.... - -— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con te! Sei il solo -che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verità. - -— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli ripetè, sempre -ridendone. - -— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le -dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta... - -Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, con un -atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le -ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed -esclamò: - -— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu! - -— Io?... perchè? - -— Mi guardi con un’aria così maravigliata... - -— Pensavo a quello che hai detto. - -— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei così. Meglio -dunque valermi di questo mezzo per ottenere ciò che mi piace. Anche -tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press’a poco aver battuta la -medesima strada... - -E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la -spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell’armadio. - -— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?... - -— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è Paolo, e c’è il -Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai! -Dámmene una goccia sul fazzoletto. - -Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto minuscolo e -due volte la capovolse. - -— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del petto, su la -mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta -sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la -rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio. - -— Qui... — disse ancora. - -Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera -carezza le profumò la gola. - -— Ti piace? - -— È un profumo delizioso. Come si chiama? - -— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi? - -— E tu? - -— Me ne prenderò un altro. - -— Grazie. - -Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi -ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, che piovono per l’aria, -l’estate, quando il vento cade. - - - - -V - - -Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò a prendere -Loretta per condurla a teatro. - -— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, poi che seppe -lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto -d’indulgenza rassegnata. - -— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta ha voglia di -svagarsi; e lo si capisce: è la sua età. - -Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava. - -— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, questa figliola ne ha -già da vendere, — disse il padre con la sua voce mite. - -Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori con Arrigo -dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua -maledetta lingua. - -— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che bella -improvvisata! - -Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di botto: - -— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti? - -— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile. - -Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso. - -— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà tardi, — egli -suggerì alla sorella. - -— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E tu la lasci -andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio. - -— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa. - -— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo. - -E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi -piano, ridendo. - -— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai -sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto: - -— Be’, facciamo la scopa? - -— Facciamola pure. - -Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!... -se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da -burattino in casa tua! - -E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere. -Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con -Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente, -limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli -argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli -familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi -bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; -Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore -avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio -in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per -seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare; -Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, -morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli -peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi -meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava, -rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care -speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che -ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna -ch’era stata in gioventù. - -Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti -l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra -Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per -lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro -ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade. -Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la -ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella -certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di -marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene. -Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano -a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori -femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le -virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo, -non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì -vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però -senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente -il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio -del quale udisse parlare. - -Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe -sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto -in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si -curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava -di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera, -nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava. -Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di -«temperamento!» - -A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista -dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche: -un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo, -benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di -piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, -per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore -del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una -figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo -qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un -vaso di terra cotta. - -Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava -d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel’avrebbe -data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e -nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo -come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia -con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe -forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai -vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha -le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, -umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel -sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un -bue. - - -Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi -quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto -ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora. - -L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era -uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso -per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto, -piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da -bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul -cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a -pagliuzze luccicanti. - -A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al -buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in -quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera -da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, -ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto: -Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi -dall’esclamare: - -— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia -al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne -aveva le ciglia umide. - -— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia -con un gesto di protezione e d’amore. - -— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per -giungere alla sua bocca. - -E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose? - -— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti ora, ch’è -tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. Se ti occorre qualcosa, -chiámami. - -— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata. - -— Come vuoi tu... - -— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma ti -chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti? - -Egli sorrise. - -— Mi proverò. - -Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da -prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale. - -— Farò presto, sai... - -— Va bene; ma non ho fretta. - -— Hai pranzato, Rigo? - -— Non ancora. - -— Perchè? - -— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro. - -— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera. - -— Dunque ceneremo, — egli disse. - -Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore -continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti, -quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva -immagine di colei che si spoglia. - -L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli -spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della -pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude -in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era -lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto -intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori -prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra -balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli -occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa. - -Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva -intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua -scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate. - -Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù, -a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i -riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si -pettinava. - -Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile. -Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di -badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel -lungo abbigliarsi d’altre donne. - -Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi, -dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d’affacciarsi all’uscio -per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per -allontanare da sè la tentazione. - -— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò. - -— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella scatola -d’argento. - -— No, voglio la tua. - -E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, la gola, -il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva la sua pelle commisto a -quell’odor di cipria. Buttò il giornale, accavallò le gambe, si mise -a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira -gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva. - -— Ti annoi, Rigo? - -— No. - -— Che fai laggiù? - -— Fumo. - -Ella esitò un momento, poi disse: - -— Vieni qui... tanto è lo stesso! - -Egli ebbe un piccolo tremito. - -— Sì? posso venire? - -Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi fissi. - -— Come ti sei pettinata bene! — osservò. - -Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di -civetteria: - -— Ti piaccio? - -Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla. - -C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che turba i sensi -come un forte bacio. - -Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che -le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era -sembrata mai così bella. Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non -sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli -ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva nel cavo -delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi di lui che la -fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbassò le -braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa. - -— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi costringi ad -arrossire... - -Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso. - -— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti guardo. - -Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le -ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata. - -— Sei in collera? — ella fece. - -— No, Lora, perchè? - -— Non mi parli... - -— Siccome non vuoi che ti guardi... - -— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento; -adesso più. - -E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine. - -— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse Loretta. — -Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libertà. Cosa ne -pensi? - -— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza. - -— Non vorresti avermi con te, Rigo? - -— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso... - -E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle -sue parole. - -Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le -calze di seta. - -— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio! - -E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta. - -Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò: - -— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita. - -Egli l’andò a cercare; le disse: - -— Lascia fare a me; t’aiuterò io. - -Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella sedeva; su -l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con -delicatezza si mise a calzarla. - -— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo averne l’abitudine. - -— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi -credi? — E non si moveva di lì, battendole il corno leggermente su la -caviglia calzata di seta. - -— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È più piccolo il -mio o quello della tua amante? - -— Il tuo. - -— Ora ti sarai impolverato; álzati. - -Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse -prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due seni, troppo forti per -la sua verginità, que’ due seni divisi da un incavo profondo, che -rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva, -oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua -tentazione fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse -involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo’ di -scusa: - -— Guarda, v’è un po’ di cipria... - -Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse -tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in -quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare. - -Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i -rintocchi parvero quasi un avvertimento. - -— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni -ad arrivare in principio. - -— Sì, passami l’abito. - -Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in -lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e -glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo. - -— Vòlgiti, che t’allacci, Lora. - -E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con -guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non -era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi -chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una -guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e -nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso, -Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta -una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo. - -— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu! -Sapendosi vestire, non è difficile! - -Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in -quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua -più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce -nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco -d’un desiderio contenuto. - -— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di -te domani. - -— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, specchiandosi -per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore: - -— Ma, di’, non sono troppo... nuda? - -— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite paiono più nude -che in camicia. - -Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò ancora, si -fece scorrere lentamente su l’avambraccio i guanti stretti, e ravvolta -in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclamò -allegramente: - -— Son pronta! - -Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono. - -Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida -e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, metteva tra le case fosche -un tremolìo di stelle. La città s’inoltrava nella notte con un grande -respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e -lenta, se n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il -fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati -quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio. - -— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi? - -— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera. - -— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi... - -— È probabile: la gente pensa molto spesso il male. - -— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu -credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello. - -— Non credo. - -Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del -cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata. - -Era la prima della _Carmen_ quella sera. Giunsero che lo spettacolo -era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto -di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della -fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio -meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva -di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come -il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica, -di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di -quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi -aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di -respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono -qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai -voluto splendere, ecco, e splendeva. - -Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde; -sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più -rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità -di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia -per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore -vivificante. - -Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle -poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche -canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti -curiose. - -Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di -bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano -dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere -adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, -corteggiate, era stato l’amante di alcuna. - -Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia -del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta -romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto -l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e -biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa, -questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa -Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale -di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato -al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe -leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella -piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la -buona Casa di San Pietro. - -Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava -squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e -greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna -Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il -cavallo in un concorso ippico. - -Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta -eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan -la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi -trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da -tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in -facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a -ridosso, e tutto il parentorio nel buio. - -I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran -guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte -rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i -brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura. - -C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città -per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza -fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la -soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il -gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che -le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. -Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un -nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva -ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto -del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè -il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse -oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; -era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve -dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza -era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue -fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe -una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe -camminato senza romore. - -Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno -stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori -bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la -solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li -alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva -essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli -oscuri. - -Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi -si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella -in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava -singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi -più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto -giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui -perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita. - -Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, -ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; -non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga -noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per -incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per -avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza -d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era -nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la -voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere -in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia -inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna -irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore. - -Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi -penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua. -Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma -nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce -umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava -sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli -altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue -ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella -casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo -giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era -quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli: -«Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo -sorriso che nasconde le mie lacrime...» - -Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto -finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente -un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse -il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi -di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si -raggruppava. - -Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che -gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi -difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su -dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, -gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso -nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare. - -Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; -non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio -di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva -scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella -nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara -Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse -una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in -fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio -vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con -uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma -invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, -quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel -battesimo del fuoco. - -Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un -pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre -adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del -Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle. - -— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente. - -— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto, -sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si -ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una -lumacatura. - -— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta. - -— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto... - -— Povera donna! Deve guadagnar poco. - -— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da -visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti -tutto il teatro lo saprà. - -— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di -rose. - -Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini, -dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella -ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. -Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure -alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, -infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa -notizia. - -Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi -dall’alto al parapetto del palco. - -— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù. - -Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici. - -— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi. - -— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio. -— Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi. - -Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata -con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era -lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo, -la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima -cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la -bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava -infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande -meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel -viso. - -— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici. - -— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse. - -— Insomma la conosci o no? Chi è? - -Allora prese una risoluzione e disse: - -— L’ho veduta molte volte per istrada. - -L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei. - -— Non sai altro? - -— Non so altro. - -— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua -amante non ne saresti più sovreccitato. - -Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti -opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco -d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto -ridicolo. - -Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il -povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non -comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse -tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di -chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera. - -— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver -qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si -scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole, -poi volse gli occhi altrove. - -Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè -finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il -terz’atto. - -— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli. - -— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi. - -— È la sorella di Arrigo. - -— Ma via! non dire sciocchezze! - -— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico. -Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta? - -Rafa scrollò le spalle, ma timidamente. - -— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano? - -Rafa, mezzo intontito, non rispondeva. - -Un maligno avanzò: - -— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per -una signorina di buona famiglia? - -— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre! - -— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia. - -— Questa è bella davvero, per bacco! - -— Ha gli occhi tinti. - -— No. - -— Sì. - -— Una bocca viziosa... - -— E il petto!... guarda un po’ che splendore! - -— Dev’essere una civetta. - -Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a -celiare sul conto di Rafa. - -— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha -incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre. - -— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente. - -— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato. - -Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero. - -— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo -misterioso amore! - -— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo -la cosa in ridere. - -— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere -qualcosa. - -— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di -vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete -sicuri poi? - -— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei. - -Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe. - -Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che -opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come -affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei. -Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee. -Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto -in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque -divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto, -anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente, -al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che -l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così -desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare, -tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se -pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa -fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni, -che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone -via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il -bianco della sua cipria? - -Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento -di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo -pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era -momentaneamente presa dal desiderio di lei. - -Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita -del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il -patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione -lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non -ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era -d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e -se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma -questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro -accendimento. - -A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì -andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando -fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la -tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese. - -Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, -parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini -scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il -cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, -insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non -so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i -domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava -di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia -inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò. - -Salirono in vettura, scomparvero. - -Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero -un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente -conosciuta. - -Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava -nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi -amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo -spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle -più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini -che incendiano la fantasia. - -Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era -sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini -come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che -appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che -aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva -cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, -intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose. - -Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era -sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena -sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli -scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non -più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da -quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta -di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto -paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle -d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente -l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo -abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe -mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta -per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una -caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società. - -Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella -sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le -dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse -una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, -più che l’omaggio di chicchessia. - -Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio -vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno -spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue -braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo -di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora -tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove -dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; -un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, -lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione. - -Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate, -ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe -voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per -potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza -paura e senza fine. - -Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno -stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco -ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le -notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come -un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente -in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il -pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo -pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura, -invincibile fra loro?... - -— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa. - -— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra -cosa. - -Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato -e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle -due. - -— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta -finchè fossi tornata!... - -— Dirai che lo spettacolo è finito tardi. - -Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora -d’abiti. S’avviarono. - -La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue -collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso -nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva -dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata. - -E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da -finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli -dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai -vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava -le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e -quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, -tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola -poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto. - -Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava -i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la -dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, -tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè. - -Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una -notte d’oblìo. - -Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono -quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla -divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò -con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido -corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per -stringerlo in una carezza sola. - -— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo -nome, più volte, con una voce paurosa. - -Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li -avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra -quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre -voluttuosa. - -Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’ -troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa -d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle, -bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito -di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, -fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un -soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia -ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la -gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra -pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone -scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di -respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere -una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi -turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e -nere. - -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle -sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi -lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva -s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli -tra una schiera d’uomini irti d’armature. - -La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli -tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso, -come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e -cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, -certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la -possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’ -suoi desiderii ch’egli non avesse osato guardare in faccia, la prima -frode che lo avesse impaurito. - -Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li -fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale. - -S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, accese. - -Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi. - -Egli disse, con una voce opaca: - -— Vatti a vestire, Loretta. - -E poich’ella indugiava, perplessa: - -— Fa presto, — soggiunse, — fa presto... - -Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata. - -— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano per accarezzarlo. - -— Nulla; fa presto. - -Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù dalla -spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, chinando il -volto, a piccoli passi andò verso la camera. Quando fu sul limitare, si -volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l’orgoglio -della seduzione che sentiva di spargere intorno a sè. - -Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare. -Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua -canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente -scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra -chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette -a guardare. - -Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico, -gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le -grondaie. - -— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì? - -Egli non rispose. - -— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque! - -Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s’era -cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e -stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e -gli buttò le braccia al collo. - -— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida, -appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo -corpo fosse morbido e pieno di tentazione. - -Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la -faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli. - -— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più. - -Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira. - -— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò il collo per -parlargli all’orecchio. - -Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio: - -— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te... - -Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. Ella dette un -piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, tremò. - -— Sì, báciami!... tutta... tutta... - -Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il -petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo con la bocca -convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole. - -Era scapigliata, piena di vampe, bellissima. - -— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente. - -— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del -suo tormento. — Báciami ancora, tutta... - -E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi contro la -sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i -capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d’un tratto imbiancò, -s’ammollì come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia, -inerte. - -— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè pareva ella non -udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l’aveva quasi -annientato. Allora la portò sopra un divano, si mise a carezzarla piano -piano, a toccarla paurosamente. - -Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero destata da un -profondo sogno, come se un’ubbriachezza svanisse dal suo cervello, -dalle sue vene, a poco a poco. - -— Dimmi... — ella mormorò. - -— Che vuoi? - -— Dimmi... - -Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma non aveva più -forza. - -Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla: - -— Taci... - -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa -paterna. - - - - -VI - - -Rafa intanto non si era dato pace. Ma il giorno dopo Lora stava male, -e non andò alla Posta. Il doman l’altro ancora se ne dimenticò. Se -ne sovvenne il terzo giorno, ed ecco v’erano tre lettere: la prima -interrogatoria, l’altra supplichevole, la terza disperata. Che almeno -accettasse di vederlo un’ultima volta, se non voleva ch’egli si -risolvesse a qualche grande imprudenza!... Loretta gli scrisse di -venire il domani, all’ora solita, nel solito giardino. - -Già cominciava il Maggio, il bel Maggio de’ fiori, e le aiuole -saltavano fuor dal verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si -colorava del color del sole. - -Avevano scelto per i loro convegni un viale deserto, che principiava -in vicinanza d’una cascatella, poi tortuosamente s’infoltava, per -giungere ad un gabbione rugginoso, dove stavano appollajati quattro -fagiani decrepiti. Li avevan messi lì, a consumare la loro triste -vecchiaia, per quella riconoscenza crudele che l’uomo ha talvolta -verso gli animali; li avevan messi lì, a nascondere le tristi penne, -a beccare qualche duro grano, invece d’accopparli o di venderli ad un -imbalsamatore, perchè in altri tempi eran stati la delizia dei bimbi -e delle bambinaie, quando il lor pennaggio era lustro e la gente si -fermava in gran numero davanti alle lor gabbie spaziose. - -Loretta s’era preso Rafa in antipatia già dal primo giorno che ne aveva -parlato con Arrigo. Adesso poi lo trovava quasi ridicolo, e volentieri -glielo avrebbe detto, se una ragione d’utilità troppo evidente non -l’avesse persuasa a continuare nel suo gioco. - -Venne, quel giorno, vestita come la primavera, di tinte chiare; il -suo labbro arcato, pieno d’impertinenza, sorrideva già di lontano al -giovine, che l’aspettava pazientemente percorrendo il viale. - -Rafa era timido; questo implacabile persecutore di donne era, sopra -tutto nei primi momenti, d’una timidezza incredibile. Si trovò dunque -molto impacciato a cominciare il discorso. - -— Vi ho veduta in teatro sere fa, — disse con esitazione. - -— Ah? davvero? — ella esclamò col suo più candido sorriso. - -— Via, non burlatevi di me! Stavate molto bene. — E cercò di prenderle -un braccio. - -— Piano... — fece Loretta, respingendo la sua mano. — Dunque stavo -bene, voi dite? - -— Sì, molto bene, troppo bene; tanto che tutti ne parlavano. - -— Ah? - -— Ma voi, perchè avete finto di non vedermi? - -— Così! - -E roteò l’ombrellino di seta chiara, che le somigliava un poco, tanto -era fresco e frivolo d’apparenza. - -— Non mi volete rispondere, Loretta? - -— Ma, Dio buono! ho finto di non vedervi perchè non potevo fare -altrimenti... - -— Dunque il del Ferrante è proprio vostro fratello? - -— Già, è proprio mio fratello. Ve ne meravigliate? — ella fece, con un -certo sussiego. - -— Me ne meraviglio nel senso che vi ho finora conosciuta sotto un altro -nome. - -— E non trovate naturale che avessi le mie buone ragioni per -nascondervi la verità? - -— Quali, se è lecito? - -— Ma, Rafa, che domande mi fate! Il giorno in cui aveste saputo chi -ero, avrei dovuto per forza interrompere la nostra conoscenza, non -vi pare? Così ho preferito lasciarvi credere che fossi un’altra, una -ragazza qualsiasi, una delle tante che s’incontrano per istrada... - -— Oh, Loretta, questo non l’ho pensato mai. - -— In ogni modo avete agito come se lo pensaste, e, poichè la cosa mi -divertiva, io v’ho lasciato fare. - -— Non dite così! Mi pare di avervi rispettata sempre. - -— Per forza, mio caro! - -— Sì, per forza... non dico di no; ma in ogni modo v’ho rispettata, -e se aveste avuta in me tanta fiducia da confessarmi la verità, sarei -stato ancora più paziente. - -— No, Rafa, non vi faccio alcun rimprovero. Voi, oggi, avete il diritto -di credermi una ragazza leggera: la colpa, in caso, è tutta mia. Lo -riconosco. Mi son lasciata fermare per istrada, mi avete sempre veduta -sola, e fino ad un certo punto libera; ho anche accettato qualche -vostro ricordo, sicchè, ve lo ripeto, la colpa è mia. Però, però... -adesso che mi conoscete meglio, non dovete giudicarmi solo dalle -apparenze. Vi sono alle volte certe ragioni di famiglia che non si ama -raccontare agli estranei. Certo io vivo in un modo un po’ singolare, ma -questo proviene da tante cause che voi non conoscete. - -E si fece compunta, seria, come Rafa non l’aveva mai veduta. Rafa era -un uomo di buona fede; queste parole dell’amica lo impensierirono, -quasi lo commossero. - -— Se potessi fare qualcosa per divenire più intimamente il vostro -amico!... — disse. — Con me non siete mai del tutto sincera. - -Ed entrambi rimasero per qualche tempo in silenzio. - -Passò un bimbo che correva dietro un cerchio, passò un soldato di -fanteria che teneva per mano una domestica rubiconda. Sopra un banco -c’era un vecchio, il quale portava un soprabito color nocciuola, -i calzoni a quadrettini e le ghette bianche; aveva disegnato nella -sabbia, con la punta della mazza, un complicatissimo arabesco, ed ora -leggeva il giornale scandendo le parole con le labbra. - -— Mah... peccato! — esclamò finalmente Loretta con un sospiro. - -— Peccato di che? - -— Sarebbe stato meglio se non aveste mai saputo chi ero; perchè -adesso... - -— Adesso? che? - -— Oh, capirete... non è più possibile che ci si veda. - -— Loretta! - -— Mio buon Rafa, lo dovreste comprendere da voi senza che io ve lo -dica. Potevo scherzare fin quando ero una sconosciuta, o quasi, per -voi. Ma ora che sapete a quale famiglia appartengo... insomma no! sarei -d’una leggerezza imperdonabile. Non tanto per me... Io, ve lo ripeto, -sono un po’ eccentrica... Ma per mio fratello, che voi conoscete, che -frequentate quasi giornalmente... Insomma, non si può! - -E parlando lo guardava di sotto le ciglia, con una malizia ben -dissimulata. Rafa era passato per tutte le alternative del dolore, -dell’impazienza e della collera. - -— Allora è per dirmi addio che siete venuta oggi? — domandò con una -voce quasi rauca. - -— Eh, sì... pur troppo! — fece Lora, con scoraggiamento. - -Egli si fermò di botto, e curvandosi un poco sopra di lei, una luce -cattiva, quasi violenta, gli trasfigurò il viso. - -— Ebbene, questo no! — proruppe. — Accada quel che accada, ma -rinunziare a voi, no! - -— Siate buono, Rafa; non fatemi ora una scena, — ella disse con una -voce piena di mansuetudine. - -— Non faccio scene, ma vi dico solo che non posso rimanere senza -vedervi, senza parlarvi qualchevolta. Insomma sentite, Loretta: mi sono -innamorato di voi, scioccamente innamorato, perchè tutto questo non -serve che a farvi ridere... Tuttavia comprenderete che non si rinunzia -in un giorno alla cosa che ci è più cara. - -— Non ho mai riso di voi, Rafa, — ella disse con soavità. - -— Sì, riso, riso, e non volete far altro che ridere!... Ma non importa. -Vi dico solamente questo, Loretta: non pensate a ritogliermi quel -pochissimo che m’avete concesso finora, perchè in tal caso non so cosa -potrebbe accadere. - -Quell’uomo timido aveva trovato un accento così pieno d’energia, che -Loretta ne fu meravigliata. - -— Via, Rafa, calmátevi, — disse. — Non prendete le cose a questo modo e -non guardatemi così, perchè mi fate quasi paura. Vorrei che ragionaste -invece, che pensaste ad una cosa, ad una solamente: Se mio fratello -venisse a saperlo?... - -— Non lo saprà. - -— Oh, è presto detto! Voi non lo conoscete; quello è capace... so io di -cosa è capace! Insomma, sarei una ragazza rovinata, e ciò vi basti. - -Rafa si calmò un poco dinanzi a tali ragioni. - -— Ebbene, aumenteremo le precauzioni; farò tutto quello che vorrete. - -— Al mondo, mio caro, si viene a sapere ogni cosa, e quando supponiamo -d’essere ben nascosti, mille occhi ci spiano. - -— Ma insomma questo pericolo c’era anche prima, eppure... - -— Appunto, appunto; è una cosa che non può più durare. Sono stata -leggera, molto leggera con voi, ma non posso andar oltre. - -— Loretta, — egli disse dolcemente, con una voce persuasiva, — pensa -che ti voglio bene, pensa che tutto il giorno mi stai nella mente, mi -stai così forte nell’anima che non posso rinunziare a te... Non essere -così crudele, te ne supplico! - -Egli le prese un braccio ed ella non cercò di allontanarlo. - -— Silenzio, Rafa... — mormorò, — silenzio! - -Ma egli riprese: - -— Ho tutto lasciato, per godere solo di questi pochi momenti che mi -dài. Vedi, non sono esigente, non insisto più; mi accontento per ora di -vederti, di parlarti qualchevolta... Se dovevi un giorno interrompere -così bruscamente la dolcezza dell’amore che ho per te, meglio era non -permettere che t’avvicinassi mai. Ora è tardi. - -— Ma no, Rafa, tu... voi non capite! - -— Capisco benissimo; ti sono indifferente, ti ho divertita un poco, -adesso ne hai abbastanza; hai paura, e nulla osi rischiare per me. - -— Non capite, vi dico. Se non avessi una famiglia, se non avessi tante -apparenze da salvaguardare, se insomma fossi libera, sola... allora, -forse... Ma invece, ripeto, guai, guai se mio fratello avesse di ciò il -minimo sospetto! - -— Si farà in modo che non sappia nulla. - -— No, Rafa. E poi c’è un altro pericolo... - -— Quale? - -— Oh Dio! c’è un altro pericolo, vi dico; non insistete. - -— Su, via, dimmelo! sii sincera una buona volta! - -Camminavano; ella si fermò; prese un’aria birichina: - -— Perchè mi date del tu, per esempio? Sapete bene che non voglio. - -— Non fa nulla, continua: qual’è il pericolo?... - -— Insomma voi dite che rido, che rido... È facile dirlo! Invece -potrebbe darsi che, in fin dei conti, avessi anch’io paura di non -ridere più... - -— Come ti amo, Loretta! — egli esclamò ingenuamente, serrandole con un -braccio la vita. - -— State fermo... state fermo, via! — E riprese: — Naturalmente -anch’io non sono di cera n’è di stoppa... Un giorno o l’altro, che -so? trovandoci soli, per esempio, con i discorsi che sempre mi fate... -o per caso, o per isbaglio, o per un’altra ragione qualsiasi, potrei -magari perdere... Insomma, si fa presto a commettere una sciocchezza! - -Roteò di nuovo l’ombrellino, lo ficcò profondo in una siepe, soggiunse: -— E poi?... - -Rafa volle rispondere, ma ella non gliene dette il tempo: - -— Già, voi uomini fate presto: buon giorno, buona sera, e chi s’è -visto s’è visto! Noi ragazze paghiamo per tutt’e due. La leggerezza, il -vapore d’un momento, può costarci chissà qual prezzo, e voi dite che si -ride? Naturalmente si ride, si ride... fin chè si può... - -— Ma io sono un galantuomo, Loretta! — egli proclamò sonoramente. - -— Benissimo. E perchè siete un galantuomo dovrei darmi a voi? Non è una -buona ragione, vi pare? Ma io, carissimo Rafa, ho tutta la mia vita -da vivere, e ci sono, vi ripeto, certe ragioni mie proprie le quali -mi vietano il lusso di fare quello che forse piacerebbe anche a me. -Non sono certo una ragazza da strada e non ho, come qualche altra, uno -stemma e parecchi milioni che mi assicurino l’impunità. Se mi trovassi -in uno di questi due casi, ebbene sì, io sarei forse tipo da dire ad -uno, a voi per esempio: «Mio caro Rafa, tu mi piaci; fa di me quello -che vuoi.» Ma nel mio caso questo vorrebbe dire offrirvi l’intera mia -vita, giocarmi tutto l’avvenire, materiale e morale, per la sventatezza -d’un momento... E questo è un po’ troppo, non vi pare? - -Avendogli fatto questo bel discorso, ella pensò involontariamente ad -Arrigo, rammaricandosi ch’egli non potesse udirla. Ebbe voglia di dirsi -queste due parole, anzi se le disse mentalmente: «Sei fina!» - -Rafa impiegava un certo tempo a cavarsi d’impaccio; in quell’intervallo -ripassarono entrambi davanti al vecchio che monosillabava il giornale, -e videro, traverso il verde, per un altro viale, tornare il soldato di -fanteria con la sua domestica rubiconda. - -— Loretta, — egli disse, al termine di quel silenzio, — ti ho già -parlato una volta con molta chiarezza; ma tu, certi discorsi, non li -vuoi nemmeno udire. - -— So bene a che alludete!... — ella fece con sarcasmo. — Ormai che -se n’è parlato una volta si può anche riparlarne. Ed io preferisco le -situazioni chiare, le parole nette. Mi avete offerto denaro... molto -denaro!... - -— Non così, Loretta... — egli esclamò arrossendo. - -— Così, così! Che valgono le perifrasi? Questa è la verità nuda e cruda. - -Ella fece una pausa, ch’egli non osò interrompere. - -— Ora, sentite, Rafa. Non so quale opinione abbiate di me, anzi non me -ne curo. Tutto può farvi credere ch’io sia capace anche di vendermi... -e questo non mi offende, perchè una volta di più confesso che la colpa -è stata mia. Vedete che parlo apertamente, come non ho fatto ancora. -Però, se credete questo, v’ingannate. Non ho bisogno di nulla: da -casa mia ricevo tutto quanto m’occorre, potrei ricevere molto più se -volessi sottostare a certe discipline familiari che son contrarie al -mio carattere. Non siamo ricchissimi, però vedete che mio fratello, per -esempio, fa una vita invidiabile. Se domani volessi maritarmi, potrei -scegliere, e scegliere bene, come ha fatto mia sorella, perchè ho pure -una sorella. Ma tutto questo non mi piace. Vi ho già detto che sono -una ragazza diversa dalle altre. Appunto per le mie idee singolari, mi -sono già messa in urto con la mia famiglia; ho preteso ad una specie -d’indipendenza, ed avrei fatto anche di più, se non avessi paura -precisamente di mio fratello. - -In tutto questo si sentiva la zampa d’Arrigo, ma era detto bene, -con disinvoltura, con un certo calor naturale che ne accresceva la -persuasione. Riprese: - -— Che volete? Non mi sento nata per avere un marito mediocre, molti -bambini, e litigare con le serve come fa mia sorella. Credo che -nella vita ci sia di meglio, e, se m’inganno, avrò il coraggio di non -pentirmene. Sposarmi o non sposarmi, questo forse non è l’essenziale. -Voglio amare, anzi tutto, ed essere amata, sopra tutto. Un giorno o -l’altro me ne andrò; farò probabilmente per qualcuno quello che voi -mi domandate ora; ma non per un uomo il quale garbatamente mi offra un -prezzo, dispostissimo dopo, quando m’avesse innamorata e... sciupata, -a lavarsene le mani, continuando per la sua strada. Eh, mio caro, ho -vent’anni, ma conosco un po’ la vita! - -Rafa l’ascoltava e la guardava, sorpreso e perplesso, come alcuno che -per la prima volta si trovi davanti all’aspetto vero d’una persona male -conosciuta. - -— Ma io, — disse — non ho mai avute le intenzioni che m’attribuisci, e -quello che tu cerchi potrei appunto esser io. - -La ragazza si passò l’ombrellino dietro la schiena, e tenendolo a -guisa di sbarra nella piegatura delle due braccia, inarcò la sua bella -persona, dondolandosi con una specie d’insidia e lasciandosi venire a -fior di labbro un sorriso pieno d’ironia: - -— Tu?... — fece. — No! Voi non mi amate abbastanza per questo. - -Nella gabbia rugginosa i quattro fagiani si spulciavano le penne -antiche, lasciando pendere le code mozze con una inerzia piena di -malinconia. - -Era il Maggio, il bel Maggio de’ fiori; le aiuole saltavano fuor dal -verde come smalto vivo; l’ombra, nelle boscaglie, si colorava del color -del sole. - - - - -VII - - -Tutt’e due sapevano che vedersi ancora voleva dire buttarsi ciecamente -nella perdizione del peccato. S’eran divisi, l’ultima sera, con una -specie di spavento, e però, toccandosi la mano fredda, scambiandosi -l’ultimo bacio sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa -fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perchè nessuna -parola avrebbe osata profferirla. - -— Quando?... — gli aveva ella domandato, serrandosi contro di lui, -tremandone come un’amante impaurita. Egli voleva rispondere: «Mai più! -mai più!» Ma sentì che tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e -le promise un giorno prossimo, le suggerì di tacere. - -— Addio... scrivi, — ella disse. Poi scomparve nel buio delle scale. - -Ma tutt’e due sentirono che il tormento cresceva, che nessuna forza -umana li avrebbe salvati più dal pericolo meraviglioso nel quale si -sentivano avvolti. - -Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si recò a prenderla, mentre -ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. Per tutto -il giorno Loretta era stata nervosa, irritabile, insolente. Fin dal -mattino aveva rimbeccata la madre perchè questa si era permessa di -osservarle: - -— Tuo padre ha ragione. Arrigo ti dà troppi vizii: teatri, cene... Vi -sei stata pochi giorni fa; che bisogno c’era di tornarvi oggi? - -A colazione aveva coperto d’insolenze il fratello Paolo, perchè questi, -vedendo ch’ella non toccava cibo, si era messo a borbottar sottovoce: - -— La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono le beccaccine e -le lingue di pappagallo! - -Loretta diede una scrollata di spalle, poi s’irritò. E l’altro, più -scherzevole, ripeteva: — Sì, ha i vapori! ha i vapori! - -Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, con gli -occhi divenuti più vasti e più lucenti; non poteva star ferma; s’era -pettinata male. Verso le quattro del pomeriggio aveva cominciato a -rivestirsi, piano piano, con una infinità di cure; s’era tutta lavata, -profumata, coltivata, come un fiore prima di metterlo in vaso. Era -stata un’ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva pure -pensato ad annerirsi un po’ gli occhi, ma vedendo che ciò le riusciva -male, se li era nettati con un pannolino umido. S’era messa la camicia -più fina, le mutande più adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima -di vestirsi, s’era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo -brivido. Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel giorno non -era del tutto bella, non le riusciva d’esser bella come di consueto. - -Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero torbido che le -accendeva il sangue, facendola rivolger nel letto e smaniare nelle dure -pazienze della verginità. - -Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del suo passo, -ella temette di non potersi levare, dubitò che ognuno vedesse il suo -turbamento, poichè si era sentita il sangue scorrer giù dalle vene del -viso. - -Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, non era franco, si -moveva e parlava con un certo impaccio, evitava di guardare Loretta. - -— Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se vuoi... - -— Ben volentieri, — ella fece. - -Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo osservò: - -— Sarebbe più semplice che rimanessi qui anche tu. Una volta ogni tanto -non ti farebbe male. - -— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose con una -certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, che preferisco mangiare -all’aperto. - -— Bene, bene; dicevo per dire. - -Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto davanti al suo tondo; -aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po’ irresoluti, come -se ricevessero in casa loro una visita inconsueta. - -— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente, -guardando i due poveri vecchi. - -E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza. - -— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie -addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa. - -Ella scattò su come una viperetta: - -— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu -piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai. - -— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un -inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa! - -E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo, -preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose -una mano su la spalla: - -— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie; -quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto. - -— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne -andate, noi cominciamo a mangiare. - -La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle -fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che -odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare. - -L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i -posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che -avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato -il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, -in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua -seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di -bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di -pasto in pasto; e non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, -a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si -allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’ -suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza -ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il -più bello. - -Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo -greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva -il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci. - -Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due -vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando -intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e -bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era -molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata -per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca -l’istintivo amore. - -E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei -stato tu! sei stato tu!» - -— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il -silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai -facevano battendo le stoviglie sonore. - -Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si -guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò -entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. -Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede, -fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li -stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso. - -— Dove andiamo? — domandò infine Loretta. - -— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta. - -La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano -per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che -oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più -rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia -dell’aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d’una maggiore -sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella -pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più -in là di sè stesso. - -Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi -azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune -finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del -tramonto. - -— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta al fratello, -serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava. - -— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste due parole così -brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall’anima. - -— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa continuò: — Sai?... -ho tremato tutto il giorno.... - -— Perchè hai tremato? - -— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando il viso. - -Egli ebbe un movimento nervoso e disse: - -— Era meglio dimenticare. - -— Ah, no! - -In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già presi, avvinti -l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una gioia ch’era dolore. - -Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua -persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a -guardarli. - -Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse: - -— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; ma gli -rimase vicina. - -Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si -fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo -salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: — Chi è? - -Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno -di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d’una lunga -biografia. - -Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha -un amante ricco, egli lo sa. - -Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a teatro prende -solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte -gioca, e vince sempre. - -Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che -faccia anche l’usuraio, così riesce a pagarne le spese. - -E via di séguito. - -Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti. -Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salutò, ma -sorrise. Restò dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo. -Loretta si rivolse a guardarle; domandò: - -— Le conosci? - -— Sì. - -— Chi sono? - -— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta da Rinaldo Bastìa, -un fabbricante di cornici, padre di quel Bastìa che s’è ammazzato pochi -mesi or sono. L’altra è una che vive di rendite... rendite giornaliere, -quando ne trova. - -— Sono due belle donne. - -— Peuh, non c’è male! - -— Perchè ti hanno sorriso a quel modo? - -— Che modo? - -— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti. - -— Non saprei; per abitudine forse. - -— Sei stato amante anche di quelle? - -— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa. - -Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse; - -— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne? - -Arrigo si mise a ridere. - -— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate a cambiar d’abiti. - -La sorella non fece altri commenti. - -Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse: - -— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa. - -— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa faresti? - -— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare? - -Poi gli domandò ancora: - -— Le amanti che hai avute eran gelose di te? - -— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità. - -— E tu? - -— Io?.... - -Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il -braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi -buia. Le confessò: - -— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non -lo sono stato ancor mai. - -Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una gioia -visibile, pur tacendo. - -Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un’altra via. - -— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, piano, -chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle -parole. - -— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose. - -— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così. - -— Come dovrei dirlo? - -— Niente, non dire niente. - -Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella sua voce -tremava quasi un dolore. - -— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo. - -— Andiamo. - -— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori di porta, in -mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi? - -— Sì, Rigo. - -Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino, -che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare -tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio -cominciò a trottare. - -Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del -cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d’ombre; lungo una -strada fiancheggiata d’alberi li investì, li ravvolse, li inebbriò, il -profumo dei tigli che fiorivano. - -Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed -intrecciava le dita nervosamente nelle sue. - -— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una voce tormentata. - -— Perchè, Lora? - -— Non so... non so; oppure non te lo posso dire... - -— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, tentando con -ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezzò la mano. - -— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta? - -— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro. - -Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore. - -— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, tutta fremente, -in un bisbiglio. — Ma invece questo non può essere... È vero che non si -può? - -Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola. - -— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè io, che sono tua -sorella, voglio bene a te? - -— Taci, non dire così. - -— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non -accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro, -per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male... - -— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione paurosa. - -— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te. - -Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli ravvolse il -braccio con il suo braccio morbido. - -— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo. - -Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli -della sua fronte bionda, e pregò sottovoce: - -— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede... - -Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del -male che li struggeva. - -E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per -corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando -nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come -un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di -là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, -parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile -città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro -d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi -finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui. - -Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita -fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, -per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. -Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per -ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le -taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini -il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani -s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua -tumultuosa ilarità. - -Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta, -gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle -maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando -la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere -del boia. - -Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo -urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una -portineria, come un’anima dannata. - -E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori -della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie -dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso -nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo -la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, -indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti, -quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a -forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare. - -La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste, -e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea, -per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il -vetturino svoltò. - -— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in -campagna; senti che buon odore! - -Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura -odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il -ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare -nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si -cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con -la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo -fece ridere Loretta. - -— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una -piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro. - -Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta -fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza -fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli -piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era -dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, -fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva -data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: -la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana. - -Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore -inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più -forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva -di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo -del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella -dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo -desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere, -ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua -persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor -intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto -questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor -forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido -quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale -assaporava con lentezza tutta la perversità. - -In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva -conoscersi, era il delitto e la somma voluttà. - -Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta, -risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai -amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma -di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano -impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a -lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva -dire. - -Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli -metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei, -quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e -torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di -tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo -e lo feriva come una spina infittagli nel cuore. - -Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora -paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza -indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore -pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non -gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, -senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e -distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva -pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si -annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla -da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, -gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà. - -Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro -diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi. -Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a -perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città, -sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso -delle sue molte luci. - -Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era -sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. -Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò. - -— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come -sono bianche e come dormono vicine. - -Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una -tenerezza singolare. Soggiunse: - -— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle città. Perchè -non mi porti via, Rigo? - -— Portarti via? Ma dove? - -— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio -con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno -e notte... Che felicità, pensa! - -Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso -delle mani, poi su le ginocchia. - -— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole. - -— Non si può. - -Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che tornava in città -cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio, -dietro una casa, un gruppo d’alberi folti ove brillavano molti lumi. - -— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando il chiarore. — -Viene molta gente in estate perchè vi si mangia bene. - -Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla soglia incontro -ai sopraggiunti. - -— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti farò pranzare. - -L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa: - -— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo a cambiare. - -Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale stracco, potè la -golosità del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza: - -— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli. - -Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose, -giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato. - -— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno. - -Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro, -formavano una specie d’immenso padiglione, percorso da un glicine tutto -fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan -d’una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le -farfalle notturne. - -L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, lo si -assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella fioritura che -s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei -rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all’altro, -dall’uno all’altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le -ringhiere, parendo ne’ suoi mille fiori non essere che un solo fiore, -dava a quel rustico giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo -d’un bosco incantato. - -Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che -pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio, -festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin -forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano -portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro -tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini -in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in -gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala -che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al -suono d’un pianoforte. - -Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè ognuno può -sovente annullare l’anima propria per ricevere l’altrui, sopra tutto -quella dei semplici, che sono i più comunicativi. - -Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le -campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor -colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano -sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, -sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si -trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che -mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva -abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva -solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva -dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le -finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di -allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor -perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li -faceva tremare. - -Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava -davanti, e disse: - -— Ho fame! - -Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che -ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece -scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, -si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo -del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i -suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li -dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un -bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la -donna comunica quando ha molto pensato all’amore. - -Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e -riderne. - -Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di -Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che -cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le -mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. -La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a -pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che -andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado. - -— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera, -signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di -servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. -Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto -speciale. - -Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre -fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino -alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi -fosse un can randagio. - -Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna -grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in -lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si -avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan -cadere una leggera nube su la fronte. - -Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono -lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo -loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per -una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così -perverso amore. - -Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza -davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come un’anima semplice -che s’affacci sopra un grande peccato. - -Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato fumava nelle -tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine; -alcune piccole zanzare, contorte dall’agonia, si dibattevano fra le -briciole, senza più volo. - -— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente. - -— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un gesto vivace. — -Non lo posso più soffrire! - -Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle: - -— Perchè? - -Ella fece un gesto vago. - -— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può comprendere il cuore -d’una fanciulla. - -— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo. - -— Perchè? ti faccio ridere? - -Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con -un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chinò -la faccia nell’ombra del cappello. - -— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire... - -— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi un poco -verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca. - -Ed ella gli sorrise dal volto chino. - -— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria timida. - -— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che mi fai male... - -Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca rise, viva, -invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva -pudore. - -— Ed allora perchè?... — fece con esitazione. - -— Cosa dici? - -— ... perchè non mi vuoi? - -La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro -nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo. - -Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta: - -— Perchè sei mia sorella, — disse. - -Ella si strinse nelle spalle, meditò. - -— Questo nome ti pare così terribile? - -— Sei una bambina, — egli osservò gravemente. - -— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto -un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio -bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di -cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. -Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure -taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa? - -E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, -che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne -mansueta, persuadente, insistente: - -— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti avere tu, -l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa -paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla... - -Egli la guardò stupefatto. - -— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi bisogna guarirne. - -— È dunque un male così grande? - -— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi è male. - -— No, — ella disse con fermezza. — No! - -— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non -senti come suona male su la mia bocca? - -— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece. - -— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude il peccato -più grande che vi sia nell’amore. - -Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso. - -— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per tale; non sento -affatto che tu sia mio fratello. Paolo è mio fratello, tu no. È una -cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri -mio fratello, cioè quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro. - -Fece una pausa, indi ricominciò: - -— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute -tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... -Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che -potresti avere d’un’altra. Invece io... - -— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non -vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti? - -— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! -A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro -come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che -voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io -lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so -quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio -carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, -gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta? - -Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che -aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una -specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura. - -— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è -bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande. - -— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella -disse, inconsapevole forse delle sue parole. - -Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che -imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così -rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’ -satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze -ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi -alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni -tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani -altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o -nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron -passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, -forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci -per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola -vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i -loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in -quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e -sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer -amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del -loro peccato. - -Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò: - -— Chi è quel tale che t’ha salutato? - -— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo. - -— E quelle due ragazze? - -— Oh, non saprei! - -— Discorrono di noi - -— Me ne sono accorto. - -— Cosa posson dire? - -— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perchè -il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come. - -— Credi? - -— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte -insieme, qualche altro, chissà mai... - -— Bene, in séguito vi penseremo. - -Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo -mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica -della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi -gai. Ai bimbi s’era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano -con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa -di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino, -riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, il -pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati -pensavano alla notte vicina. - -Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa -traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza -vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un -amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e -via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza. - -Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul -padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi -come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e -profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che -lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un -prolungato fruscìo. - -Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a -cantar serenate. - -Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più. - -La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la -tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi -era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che -soffrire... - -Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: — -Andiamo, camminiamo. - -Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i -fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, -segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette. - -Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento; -un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve -che pareva esser solamente una freschezza. - -Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li -accompagnavan nel chiaro di luna. - -— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse -il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, -senza rispondere. - -Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta -vita notturna. - -Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca, -nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si -baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una -molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo -strettissimo e doloroso. - -C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte. - -Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene -battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel -bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul -collo... su la bocca. - -Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini, -così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la -primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe -odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; -un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana; -tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi -tutti un fiore... - -Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. -Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un -turbine di minute scintille rosse... - -Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato non conosceva che -il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato -godeva sino al fondo l’estenuante malefizio. - -Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, -logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a -dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva -ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel -peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, -non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava -cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per -avvezzarsi a quel coraggio formidabile. - -Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta, -un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente, -quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi -risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista -nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, -malinconica, gli appariva nella mente. - -E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, -affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più -dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli -mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato -tu!...» - -Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più -grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella -del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria -femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia -si disperdeva in un sottile piacere. - -Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva -naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome -che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè -vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di -brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento -di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che -ripudiabili ombre. - -E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola più temuta, -perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero -stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse. - -E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, -paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si -scopre un tesoro vietato. - -Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui -braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un -nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno -ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da -un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità... - -Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio, -ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più -discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada -velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, -quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un -odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle -pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza -di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda -spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle -ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile -come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del -suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua -persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di -poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità -fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la -vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un -momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella -d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà... - -Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua -visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era -sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola -barcollare, l’aveva sorretta contro di sè. - -— Che hai, Lora? - -Non rispose; le battevano i denti; tremava. - -— Lora! Lora! che hai? - -— Nulla... — balbettò, — passa... - -Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero -il cammino; egli la sorresse fino alla vettura. - -Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città -del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, -la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella -candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la -città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto -stridulo, infinitamente maggiore di sè. - -Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che -martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne -fasciò la fronte. - -— Soffri? - -— Sì, un poco. - -Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli -baci. - -— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò. - -In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor -càlici gonfi di primavera. - -— Ti senti ancor male? - -— Sì, un male dolce... - -Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa -nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime -case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran -mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, -pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino. - -D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un -principio di svenimento la soverchiasse. - -— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto. - -— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così? - -Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco. - -— Stordita mi sento... non so... - -— Vuoi fermarti? Che vuoi fare? - -— Nulla; ora passa... passa... Ti amo... - -Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si -disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve -il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo -stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e -fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi -alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un -divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori -attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa. - -— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido. - -E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di -spine la loro carne disperata. - - - - -VIII - - -Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della -colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto -più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma -senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che -Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a -quel segno. - -La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il -domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione. - -Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli -sedette con l’aria d’un uomo affranto. - -— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. — -Perdonatemi di non essere venuto. - -Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza -in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano -per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua -faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue -mani un po’ irrequiete. - -— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro -dire. - -Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a -guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di -rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a -quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, -era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. -La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora; -il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, -aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima -ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’ -sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le -si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno -d’angosciosa dolcezza. - -Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni fiorenti; -ma quel signor Arrigo la impacciava un po’, quando, invece di scherzare -con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino -e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d’un -uccellaccio notturno. - -— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò Clara -finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso. - -— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò. - -E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina: - -— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma la sua faccia era -contratta. - -— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi pare -invece che lei non stia molto bene. - -— Perchè? - -— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina? - -— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi -mi duole un po’ il capo. - -— E non mangia? - -— Sì, mangio; ma ho poca fame. - -— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe -Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono. - -— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa. - -— Desiderate un brodo? un’ala di pollo? - -— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto. - -— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se n’è rimasta in casa -tutti questi giorni, — disse Lela con una cert’aria di sottinteso e di -malizia. - -— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara. - -Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito. - -— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo. - -— Quello che faccio io non le può interessare: però, se ci tiene... - -— Sicuro. - -— Ma sa che è molto brutto lei stamattina! - -— Vi pare? - -— Proprio! Si curi. - -— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la madre sorridendo. - -— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che mi raccontiate -qualcosa. - -— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non -è venuta perchè aveva l’emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata -con la Miss. C’era un piccolo ricevimento di signorine. - -— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità. - -— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto. -Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per -esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l’altra sera un -ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina -Sala, per un litigio durante una cena... È vero? - -— Si, è vero. - -— E si son battuti? - -— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini hanno cercato -di accomodare la cosa. - -— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto. - -— Esattissimo. E poi? - -— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina Americana, molto -bella, che balla la danza di Salomè a piedi nudi... — ella narrò senza -rossore, con una voce piena di reticenze. - -— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò la madre -severamente. - -— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io? - -— Bene; e poi? — fece Arrigo. - -— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita fortissima, e che -forse Missolungi vincerà il Gran Premio di domenica. - -— Missolungi no; credo piuttosto Arianna. - -— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta -quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo -proprietario, ha sempre la jettatura. - -— Può darsi. Andrete alle corse domenica? - -— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei -signorine. - -— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara. - -— No; sapete bene che mi ci annoio. - -— Una volta non era così. - -— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con una certa -tristezza. - -— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi? - -— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole! - -Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento -scintillò. - -— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei -due, non quello che fa il letterato, l’altro, il biondo? - -— Sì perchè? - -— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è ubbriaco ne fa e -ne dice di tutti i colori? - -— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono più di lui. - -— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia -amica, la Nónaro, pensi!... - -— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza -con sua madre, dappertutto? - -— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non sa pronunziare -l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una -pronunzia deplorevole... Sì, quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in -casa De Vincenzi non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale, -ma tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, a -tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e -nascondersi. - -— Se è vero, gli farò i miei augurii. - -— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un bel giovane, ma -un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il -quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai? - -— Molto di rado, signorina... - -— Meno male! Ah, un’altra cosa... - -— Sentiamo. - -— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! — ella -esclamò, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria. - -Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse: - -— Facciamo conto che la mamma non ci sia. - -— No, no... - -— Coraggio! - -— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina? - -— Di vista. - -— Lela!... — rimproverò la madre. - -— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato il suo barone ed è -scappata con un maestro di scherma. - -Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva; -il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare -una risata. - -— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte belle cose nei -ricevimenti di signorine. - -— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello che non le dico: -il più bello... - -— Sentiamo, sentiamo! - -— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno -più... più di lei! - -— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio. - -— Peuh... peuh! - -— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio? - -— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città non succede -cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera al mattino, senza che noi -lo si sappia. Chissà per qual verso, e però tutto arriva. Per esempio, -— questo è un altro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella -tanto carina? - -Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una sottile -angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all’intorno, si -sentì a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto -lo sguardo vigile dell’amante, e non seppe come dissimulare il proprio -turbamento. - -L’altra continuava: - -— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza. -Ma lei perchè non me ne ha mai parlato? - -— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli spiegò, -riafferrando la padronanza dei propri nervi. - -— Quanti anni ha? - -— Venti e mezzo. - -— Non frequenta nessuna società? - -— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale. - -— Come si chiama? - -— Anna Laura, ma la si chiama Loretta. - -— È bionda, vero? - -— Sì, bionda. - -— Alta? - -— Un poco più di voi. - -— Mi piacerebbe vederla. - -— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere. - -La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che -si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe -a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso -le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò -l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò. - -Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima -inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè -ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse -le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette -a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima -silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la -miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi. - -— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò -finalmente Clara, con una voce timida. - -— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli -occhi. - -— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire. - -— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò nervosamente. - -— Cosa ti ho fatto? - -— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli divenendo -aspro. - -Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi -osservò: - -— Potevi almeno scrivermi una parola. - -— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero -così nervoso, così terribilmente nervoso... - -— Cos’è accaduto? - -— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla. - -Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il -suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e con un atto dolce, che -solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezzò i capelli. - -— Sei triste? - -Egli non rispose. - -— Sei malato? - -Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito -fuor della manica larga, e lo baciò. - -Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze -intime che la signora d’una casa adorna con amore con leggiadria, -perchè somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi, -come se ubbidissero entrambi ad una specie d’esitazione. - -Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo, -scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva -la stanza. - -Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda -pertugiava un vapor di sole color d’ambra. - -— Che hai dunque? — domandò con paura. - -— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza guardarla. - -— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, restò a fissarsi -la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della -vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò dalle ciglia per il viso -bianco. - -— Stanotte? — gli domandò. - -— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli spiegò -sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti, -angosciosa. - -— Molto? - -— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho più nulla e devo -ancora. - -— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi avevi -giurato... - -— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!... - -In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso. - -— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico nulla. - -Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi -povera: s’era impoverita per lui. - -— Quanto devi? — domandò. - -— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le parole aspramente -come se gli ardessero la bocca. — Ne ho pagate settantamila in tre -giorni, ne devo quindici ancora. - -Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di -sconsolatezza, e disse fievolmente: - -— Sai bene che non posso più... - -— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, scrollando le -spalle. - -Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico riso -gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una poltrona profonda, piegando -il mento sul petto. - -— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi le -dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i -battiti. Poi camminò verso di lui quasi macchinalmente, s’inginocchiò -sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le -ginocchia ruppe in lacrime. - -Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come -per inghiottir qualcosa d’amaro che gli salisse alla gola, e con una -voce soffocata le disse appena: - -— Via, non piangere... - -Ma ella singhiozzava più forte. - -— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte. - -Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e -nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo -baciava. - -Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, -durante la lezione di Lela. - -Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma -inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non -dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva -un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela -tornava da capo. - -— Clara, non piangere... - -Fra le lacrime aveva già un sorriso. - -— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la -testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. -Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, -perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola -poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se -non pago è la rovina. - -— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare. - -Lo carezzava, piano, come una madre. - -— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento. - -— Taci, non dire così. - -— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti -rideranno quando finalmente vi cadrò. - -— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A -tutto si rimedia. Io... - -— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me. - -Ella trasse un profondo sospiro: - -— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po’ di -bene!... - -— Te ne voglio, Clara, lo sai... - -— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una rinunzia -inconsolabile. - -— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu sapessi quanto mi -ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non -piangere! - -Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; ma più li -tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli la baciò su la bocca, -su gli occhi, su la fronte. Quella bontà e quel dolore lo vincevano -insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra -i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe -dita sottili vi entravan come un pettine. - -— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. Ma vedendo -ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, non sei stato tu: siamo -stati un po’ noi, tutt’e due insieme... Bisognerà mettere un sesto -a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti -aiutarmi. - -— Sì, Clara, vi penseremo. - -— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello... - -— Non voglio, non voglio, Clara! - -Con una carezza ella gli impose di tacere. - -— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo -renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè Lela non ci deve perder -nulla, è vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti -così. Va presto, va e ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche -ora. Io telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una -scenata... ma non importa. - -— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso più accettare! -— egli esclamava con sincera veemenza. — Sono venuto da te perchè mi -sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potrò forse -trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno. - -Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli, -sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca. - -— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei -stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. Non pensarvi più. - -— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, un poco -tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso: - -— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò. - -— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi. -Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... — -Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le -brillarono; — Vuoi?... - -Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una -terribile ombra gli si addensò nella fronte. - -— Vuoi?... — fece ancora l’amante. - -— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò. - -Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma -inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non -dia pace. - - - - -IX - - -Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo -sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da -una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare -degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella -vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila -le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si -agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli -scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia -di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati -arringatori. - -Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, -gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra -il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo. - -Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo: -gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi, -amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna -reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame -e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che -assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli -di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel -viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere -insieme. - -Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso -di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a -lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati -in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli, -veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda -inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; -giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito -d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro -pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini -di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria -vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a -saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera -di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe -pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai -calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la -tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un -po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non -c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri -a quattro, i tiri a sei... - -Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo -tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano -denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo -della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari -di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire -qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano -con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e -irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso -del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella -loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già -dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili -un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e -dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra -un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere. - -Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra -occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza -restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, -studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi -mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran -Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; -cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che -han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un -ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe -affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane -libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in -abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una -matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi -gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito, -passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano -pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le -seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, -sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la -strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di -signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse -la medesima sarta e le stesse avventure d’amore. - -Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i -cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver -perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li -faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor -sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati -sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una -piccola scimmia curva e leggera. - -Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava -insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli -un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un -piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, -quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce -d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi, -fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un -colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero. - -Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con -l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata -spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, -intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori -la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di -naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che -fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là -curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva. - -Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli -svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa -insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua -immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per -un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne -eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva -molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere -nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile. - -Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le -stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato -che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più -voluminosi ancora. - -Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi -un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza -insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine. - -Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di -suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi -ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con -la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, -troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini. - -Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, -vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue -spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura -gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava -talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante -sospettoso. - -Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una -terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile -peccato. - -— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli? - -— Non vedi? Partono laggiù. - -Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli -additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il -giudice di partenza ordinava i competitori. - -— Come si chiama il nostro cavallo? - -— Dómino. - -— Lo abbiamo vincente o piazzato? - -— Uno e l’altro. - -— Che colori porta? - -— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato. - -— Dammi il canocchiale. - -Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio. - -— Non vuol star fermo, — disse. - -— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no... - -— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino -è davanti! - -— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare. - -Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce; -alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato. - -— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante. - -— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima. - -Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di -bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani, -all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti -sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura. - -— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta. - -— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al -canocchiale. - -Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome -indistinto: - -— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!.... - -— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio -del fratello. - -Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla -pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui -parteggiava. - -— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido. - -— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto. - -A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde, -era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva. - -— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria -oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni, -come avvien nel mare dopo l’ondata. - -— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora? - -— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere. - -— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’ -rabbuiato. - -— Bah! sono sciocchezze! Andiamo. - -Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa. -Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi. - -— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente. - -— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi -il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona -di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir -oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli -abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior -espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso -fratello, e ne spiava l’occasione. - -— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò. - -Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed -impediva il passaggio. - -— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno. - -— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico. - -— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo -francese. - -— Quale? Fontenay? - -— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi. - -Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di -rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche -arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i -discorsi dei due con un’aria indifferente. - -— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto, -levando il viso, con l’aria più naturale del mondo. - -— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante, -arrossendo un poco. - -Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente. - -— Volentieri, — disse. E fece la presentazione: - -— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura. - -Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillità; -egli s’inchinò profondamente, per nascondere la commozione che lo -turbava. - -In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido e -minaccioso. - -— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza. - -— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò Rafa, che -intanto le si era messo a lato. - -— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo -cavallo possa vincere. - -— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo favore; sopra -tutto il peso — affermò il Giuliani. - -— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà finito a -mezzo il percorso. - -— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò Rafa. - -— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. Questa corsa è -fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in -quest’ordine. - -— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete spesso il -rovescio di quello che poi accade. - -— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito? - -— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome che mi piace di -più, e, se guadagno, mi pagan molto. - -— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora? - -— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon. - -— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon. - -— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo. - -— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota. - -Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti -da cento e li tese al «bookmaker». - -— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere alcuni amici -ch’erano intorno. - -— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose lo -scommettitore, firmando la tessera. - -E urlava: - -— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!.... - -— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre giorni fa lo -davano a cinque. - -— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... — -annunziava lo scommettitore. - -Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in -mano, e domandò piano allo scommettitore: - -— Bloomy pari piazzato? - -— Non posso. - -— Via!... cinquecento lire.... - -— Vanno! - -Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per -dirle: - -— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo più... Cosa -mai succede? - -— Silenzio, silenzio, per carità! - -— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, non mi scrivete.... - -— Per l’amore di Dio, Rafa... - -— Promettimi almeno che scriverai. - -— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse forte: — Sarebbe una -bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon! - -— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò amorosamente, -piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: — Come sei -bella! - -— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo l’ombrellino a -terra con súbita irritazione. - -Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il fratello tornava. - -— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta. - -— Bloomy Boy piazzato. - -— E Gabriel? - -— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare? - -— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, intimidita di -quel tono aspro. - -— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto -peggio per me! - -— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose Rafa. - -— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo. - -— Sì, volentieri: ho sete. - -— E allora beviamo. - -Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggiò -la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente. - -— Che hai? — gli domandò sottovoce. - -Egli scrollò il capo senza rispondere. - -Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che -nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e -mutevole. - -Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di -piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, oscurando il sole. -Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati -e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva, -li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi -dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le -mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella -paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un -temporale. - -Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore, -minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria -qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite -squillare sopra il fragore della moltitudine. - -— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della -bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno. - -— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco. - -— Come siete venuti alle corse? - -— Col mio tilburi. - -— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete -profittarne.... - -— Grazie, grazie; forse non pioverà. - -Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; il vento -infuriava negli alberi antichi. - -In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch’era -mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava, -misto a neve e spicchi di frutte. - -— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse Loretta. - -— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina? - -— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai di rado. - -— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua. - -Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con -lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e l’altro, mentr’erano così -vicini, Loretta li osservava. - -Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una persona meglio -costrutta, e più agile, pur essendo più forte. Il viso di Rafa, -sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i parrucchieri e la moda -riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti -alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello, -intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato, -accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi -nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo -come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta, -morbida, per cui solcava un’onda lucentissima, il colorito sano, -quell’espressione ch’egli aveva insieme di virilità e di baldanza, -erano in singolare contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro, -con i suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo -ubbidienti al pettine. - -Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la -persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra -meno belle, v’era una delicatezza che all’altro mancava, un segno di -antica signorilità, che il figlio dell’occhialaio aveva malamente -potuto imitare. Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si -sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il suo -corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la forza imperiosa -del maschio. - -— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo. - -— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente. - -— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite. - -— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato. - -Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento -trovaron posto in una delle prime gradinate. - -Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di -sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante -come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande -frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano -grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo -bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui -cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre i cavalli -pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle -mosche importune. - -Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla, -si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense -finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i -cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan -contro. - -Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole, -accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di -partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi -verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli -entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata. - -Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, -quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni -mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle -code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di -schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella -passeggiata. - -In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità, -curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre -attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento -qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su -quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa -che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia -non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia -disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva. - -Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine. - -— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua -compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce -ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo, -il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima; -può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello -che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy; -lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi -Arianna: è l’ultima. - -Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori, -leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando -s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva. -Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una -capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere -a tracolla, incrociate. - -— È piccina, — disse Loretta. - -— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi -non vedi com’è fatta? - -— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa. - -— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse. - -— Quel nero? — domandò Loretta? - -— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo. - -— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta. - -— Per le vetture di piazza... non c’è male! - -— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho tutta la mia -fiducia in lui. - -Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di -galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano -acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un -clamore d’invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga -molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il più forte. - -— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo. - -— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè Loretta. - -— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo e caparbio. - -Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita -dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi -d’ammirazione. - -Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di -svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di -scatto, fra uno scroscio d’applausi. - -— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò Arrigo. - -— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi va molto bene. - -— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli interlocutori -anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla. - -— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico. - -— Ma certo! - -— Lo ha giocato? - -— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore. - -— Auguri allora! - -E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza. - -— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta male. - -— Chi? - -— Arianna. - -Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli -partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli -fatto qualche segno perchè smettesse, deliberatamente gli volse le -spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde -scorgere i cavalli. - -— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, hanno strappato -i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene. - -— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, senza scanno, -schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo. - -— Missolungi anche, — rispose Arrigo. - -La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da più parti un -grido: Sono partiti! E il campanello squillò. - -— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata -sul braccio e guardava sopra la sua spalla. - -Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti -si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò tutto il campo. Veniva, -davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo. - -Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con Missolungi in -testa e Samaritana poi, i due francesi su l’ala, Arianna allo steccato, -Bloomy Boy in coda. Passarono in quest’ordine alle tribune, senza che -nessuno cedesse d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò tre -posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. Nel prato la gente -correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso, -un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con -lena. Questo nome già empiva l’aria. - -— Dov’è Arianna? — domandò Loretta. - -— È quinta; ma va bene. - -— Come la vedi? - -— La vedo; sta zitta. - -Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; Bloomy Boy, che dalla -coda era passato nel gruppo di testa, non stava più che poche lunghezze -dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza -perdere nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, nel -fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con -quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse -in una, mentre Samaritana stava già per cedere. Bloomy Boy aveva -sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco -distanziati tutt’e due. - -— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante perchè vedeva i -due francesi prevalere. - -Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa. - -— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare dall’ultima -curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel! - -— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, incapace di -estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie di muraglia umana. - -Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente, -Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide -Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti, -pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde, -assordante, di due partiti che si combattevano: - -— Gabriel! Versilia! Versilia!.... - -C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori. - -Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia pareva ormai -incapace di contendere la vittoria al più robusto francese, benchè -assillata dagli urli de’ suoi partigiani, quando si vide Arianna, su -cui nessuno più contava, con una volata magnifica saettar fuori dal -gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino, -assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La -folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle -piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! Arianna!.... - -— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, al fratello che -sentiva leggermente tremare. - -Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia -sfinita. - -Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, credeva -per sè la vittoria e quell’uscita era stata così fulminea che s’era -lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano -a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li -avrebbe fatti vincere. - -Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al -ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui. - -La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano più due -cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo -era ingombro di questo nome d’Arianna, che in quel momento suonava come -il nome d’Italia. - -Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, nobile come -un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente -per quell’ultimo palmo di terreno. - -Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la spinta di quelle -centomila anime protese verso di lei, fu la volontà tremenda, immensa, -fisica, della moltitudine, che le fece fare nell’ultimo metro il -salto più lungo, che le fece avere nell’estrema tensione il più lungo -respiro, e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, col suo -piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna passò. - -Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre, ballare, -invadere la pista, scender giù dalle tribune a precipizio, battendo le -mani, gridando. - -Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo. - -E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età -definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in -mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso -grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso -allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo -la bella saura balzana. - -Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di -sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato -un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue -e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma, -quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa -nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi -occhi di gazzella cerchiati di nero. - -Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi. - -Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava -della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad -Arrigo senza tregua: - -— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i -fantini per passare il controllo della bilancia. - -Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di -piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere -il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava -Rafa: - -— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon? - -— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò -veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti! - -— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che -l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome -simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo -chiamerei.... - -— Come lo chiamerebbe, sentiamo? - -— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto non ne ho. - -— Bene, ci pensi. - -— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo chiamerei Rafa!.... - -Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero come -atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella con uno -sguardo veloce. - -Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poichè, infatti non -avrebbe dovuto nè potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da’ suoi -amici era chiamato Rafa. - -Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa. - -— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò con naturalezza. -— Forse che per caso t’ho chiamato io così? — soggiunse, rivolto al -Giuliani. - -— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi -ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella rispose, -cavandosi d’impaccio con una squisita impertinenza. - -— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa, -se vuole... Questo la divertirà! - -Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda -intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo -palafreniere. - - - - -X - - -Ella incontrò Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il Giuliani -aveva talmente insistito per rivederla, ch’ella, temendo qualche sua -temerità, non seppe rifiutargli un altro appuntamento. Arrigo non -le parlava più di lui, anzi pareva che volesse ad ogni costo evitare -questo penoso discorso. Ella indovinava l’oscura gelosia del fratello, -ma, per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare -in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, che aveva -costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, era stata invece per -lei un godimento sottile. Ora la piaceva sentirsi avviluppata e contesa -fra il desiderio di due uomini, e ciò sopra tutto le piaceva, perchè -nella dura gelosia d’Arrigo vedeva più palese il suo violento amore. -Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, l’altro il pericolo: -due sensazioni che raramente vanno disgiunte. Al ritorno dall’ippodromo -Arrigo non le aveva mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la -benchè minima parola intorno all’accaduto; s’era fatto solamente un -po’ scontroso, un po’ aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, non osò -parlarne con lui. - -Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la sua malcerta -situazione con Rafa. Ora che una passione struggente l’aveva tutta -pervasa, continuar quel gioco le pareva inutile, più che inutile, -sommamente dannoso. E tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella -sua mente calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta -senz’averne conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi dietro -le spalle una porta equivoca senz’aver prima guardato al di là. - -Ora non pensava più di darsi a Rafa, nè per poco nè per molto denaro. -Quelle speciose teorie, que’ gravi discorsi, che lì appunto, in -quel giardino, gli aveva sciorinati con amabile serietà, quasi per -dilettarsi nel recitare una commedia, si erano a poco a poco infiltrati -nel suo cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile -verità. Ma invece, quello che un giorno era stato appena un sogno, un -di que’ sogni assurdi che non giungon nemmeno ad invogliare la nostra -tentazione, tanto ci sembrano lontani da noi, ora, che la sua fiducia -in sè stessa era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva più -facile, quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilità -remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. Ella chiudeva in sè -un torbido amore, ma sapeva che questo amore non sarebbe la sua vita; -sapeva che questa sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre -nascondersi, vivere così profondamente rifugiata nel suo spirito, che -mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il suo palpito. Ma, insieme, -c’era tutta una vita da vivere, tutta una conquista da tentare senza -esitazione, fosse pure a prezzo di qualsiasi frode. E in verità poteva -darsi che quel buono, quell’innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno a -commettere la più grande pazzia per lei, nè potendo altrimenti averla -si lasciasse trascinare fino ad offrirle il matrimonio. Chissà mai? -Ben altre, da una condizione minore della sua, eran salite più in alto -ancora. O, se questo pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con -Rafa quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser quasi -scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, nei vincoli -d’un amore insoddisfatto, perchè, se caso mai ella s’avesse a pentire -della propria risoluzione, potesse in ogni tempo ritrovarlo qual era: -un uomo capace di gettare a’ suoi piedi tutto quanto può sedurre un -desiderio femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente. -Voleva insomma non perderlo per sempre, ma fargli tuttavia comprendere -quanto vana era l’insistenza de’ suoi tentativi. - -Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era troppo giovine, -troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa di piaceri, perchè la -famiglia, anche la più ricca, potesse avere molto fascino sopra di -lei. L’altra vita invece la tentava, quella che nessuna legge severa -governa, nessuna immutabile fedeltà, quella che miete nel piacere -come una falce instancabile nei prati più folti, quella che seduce il -frivolo cuore della donna con più forti allettamenti. - -Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere un’artista, -libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ciò non si era confidata -con alcuno, forse per una timida gelosia di fanciulla, ed anzi voleva -tacere, finchè non le paresse giunta l’ora propizia. - -Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l’uomo che volesse -aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era stata sul punto di -confidarsene con lui, ma s’era presto avveduta che Arrigo non le -avrebbe favorito quel disegno, ed ogni giorno più smarriva il coraggio -di parlarne con lui a cuore aperto. - -Il solo che l’avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che avrebbe potuto -con ogni mezzo appianare la sua difficile strada, era dunque Rafa, il -suo devoto e ricchissimo Rafa; perciò non lo voleva del tutto perdere, -allontanandolo da sè irremediabilmente. - -— Siete stato un poco temerario!... — ella disse per prima cosa, quando -s’incontrarono. - -— Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci pensavo -da tempo. Adesso che ti son stato presentato da tuo fratello, tutto -diventa più semplice. - -— Non vedo la semplificazione, — ella rispose con tono canzonatorio, -poichè quell’uomo aveva talvolta il dono d’irritarla singolarmente. -— So invece che a momenti ci si tradiva, e mio fratello, dopo, m’ha -tormentata un bel pezzo per quel nome di Rafa! - -Egli si mise a ridere. - -— Dovevi stare più attenta. - -— Già, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l’abitudine di recitare due -parti in commedia. Meno male che non gli è rimasto alcun sospetto. E sì -che voi avete fatto il possibile perchè se n’avvedesse! - -— Che ho fatto io? - -— Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo non -poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste a bisbigliarmi -sciocchezze. State all’erta, Rafa! perchè mio fratello non è un uomo -comodo... ve l’ho già detto. - -— Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta! - -— Ma io nulla per voi: ecco la differenza. - -— Davvero? - -— Proprio; e venivo a dirvelo. - -— Cioè? - -— Cioè debbo dirvi che a questo modo non è possibile continuare. Ho -paura; sento che corriamo incontro ad un pericolo molto grave. - -Egli cercò di prenderle il braccio, amorosamente. - -— No, lasciatemi, — disse Loretta sciogliendosi da lui. — Non posso far -altre pazzie. Ho commessa una leggerezza imperdonabile, ve lo ripeto, -ma spero che sarete così gentiluomo da non farne troppo ricadere il -peso e la vergogna sopra di me. - -— Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli a questo -modo? — egli esclamò con una voce dolorosa ed umiliata. - -— Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io stessa in una -condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, Rafa, oserei dire che -vi voglio un poco di bene... certo non vorrei parervi brusca... ma voi -mi scrivete certe cose, mi costringete a certe cose, che io non devo nè -ascoltare nè fare. Insomma, ragionate un poco: io sono una signorina, -dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo sapete... Dunque il fatto -solo che mi trovi qui, con voi, è già un pericolo gravissimo; non vi -pare? - -— In questo hai ragione. Ma perchè rifiuti allora tutte l’altre mie -proposte? Non vuoi vedermi altrove che in questo giardino, forse per -diffidenza, forse per paura.... - -— Certamente ho paura, non lo nego: paura. - -— Ebbene, fídati una buona volta! La tua paura è insensata! Non sono -certo un uomo capace di atti brutali. Vieni almeno in un luogo dove si -possa parlare; qui non è possibile. - -— E dove allora? - -— Senti: ho l’automobile fuori dal giardino; vado avanti e ti aspetto; -andremo in un paesello dei dintorni. - -— Ma no, ma no! - -— Insomma, te ne prego! Per una volta, per l’ultima volta... - -— Cos’avete a dirmi? - -— Tante cose. Vieni, sii buona. - -— Dov’è l’automobile? — ella fece perplessa. - -— Al cancello, dietro le cascate. - -— Bene, sentite: io verrò con voi, ma solo ad un patto... - -— Quale? - -— Che sia l’ultima volta, e poi non mi scriviate più, non domandiate -più di vedermi. - -— Loretta!... — egli fece, supplichevole. - -— No: assolutamente! - -— Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno ferma -nella tua decisione, ti prometto che farò tutto quanto posso per -riuscire a dimenticarti. Va bene? - -— Andate avanti, — ella disse, — vi seguirò. - -Il giovine svoltò per un viale che s’infoltava tra gli alberi; -ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, nervosa; con -l’ombrellino molestava l’erbe sul margine dei prati. Si trovava in -uno stato d’animo quanto mai perplesso. Nonostante le sue lunghe -riflessioni, ora non comprendeva più sè stessa, nè il fratello, e -non sapeva più che farsi di questo Rafa così devoto e così ricco. In -fondo al cuore ella si sentiva anche triste; l’amore la struggeva, -la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole una specie -di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata nella casa d’Arrigo, -perchè non poteva più rimanere senza vederlo; lo aveva trovato assorto -e quasi ostile. Non l’aveva baciata, non s’era lasciato baciare; aveva -cercato mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su le -spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; le aveva detto -ruvidamente: - -— Fanne quello che vuoi! Non m’interesso più di nulla. - -Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, gli aveva -detto: - -— Lo dovrò vedere domani: dammi un buon consiglio. - -Allora egli s’era messo a ridere, d’un riso acre, malvagio, di cui -ella non poteva intendere il senso; poi si era messo a camminare per la -stanza, concitato, accigliato. - -— Lo vedrai domani? - -— Sì. - -— Allora digli ch’è un imbecille! Al suo posto io t’avrei già presa. - -— Perch’è parli così, Rigo? — ella gli aveva domandato con le lacrime -agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza rispondere. Poi l’aveva -pregata che se n’andasse, perchè gli doleva il capo e voleva rimaner -solo. Ma su l’uscio se l’era presa in braccio, se l’era stretta fra le -braccia, con passione, e l’aveva spinta fuori. - -Più tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una informazione -al padre, era venuto a casa loro, forse per vederla un momento, per -sorriderle un attimo, dopo essere stato così ruvido. - -E s’erano baciati ancora, di nascosto, con più ansia, nella casa -paterna. - -Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva una sciocca -gelosia di quest’uomo che in fondo ella derideva e sul quale faceva -un calcolo così diverso, così lontano dall’amore. Ma ell’avrebbe -rinunziato mille volte a Rafa, s’egli le avesse detta una sola parola! -E perchè non la voleva? Perchè faceva sopportare ad entrambi, con tanta -ostinazione, una sofferenza così logorante? - -Dietro la cancellata vide l’automobile ferma; vi corse rapida, vi -entrò. Gli ordini eran già dati al meccanico: partirono in fretta. - -Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: la strada era -sovrastata da una ferma nube di polvere: i carri enormi, carichi -di mobili o di mercanzie, trascinati da molti cavalli in fila, ne -ingombravan il mezzo e si scostavan lenti, con un gran scricchiolare, -ai segnali della tromba. Quando un’altra automobile passava, rapida, -con urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s’annebbiava in un -folto polverìo, tutto: anche il sole. - -Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella cercava di -respingerlo, ma debolmente; non era più nè loquace nè gaia. - -— Vedete, — diceva, — non posso fidarmi di voi... - -Egli ubbidiva e ricominciava. - -— Andiamo lontano? - -— Non molto. - -— Ebbene, cos’avete a dirmi? - -— Non ora; parleremo dopo. - -— Ah, dopo... - -— Sei triste oggi? - -— Sì, un poco. - -— Perchè? - -— Per tante cose... tante cose... - -— Raccóntami, Loretta. - -— No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza molto leggera... -Sono qui con voi... ne avete anche il diritto! - -Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene conto, -l’astuzia con la sincerità. Il giovine si chinò su lei, fin quasi a -baciarla. - -— Non dire così, Loretta; sai bene che non è vero. Per te sento anche -un profondo rispetto: altrimenti non ti amerei. - -— No, voi mi desiderate; questa è la parola giusta. Ma quanto ad -amarmi, è ben altra cosa; non mi fareste venire qui. - -— Dammi ancora del tu, Loretta, come l’altre volte. - -— Non oggi, non oggi! - -— Allora non credi ch’io ti voglia bene? - -Ella scosse il capo, incredula, sorridendo. - -— Ne sei certa? - -— Certissima. - -Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, che -distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno -da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli, -tra l’erbe polverose. - -L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati -accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C’era un -piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta; -una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul -frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa -parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre -socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra una camicia di -percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava -lungo il muro. - -— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo al villaggio: vi -berremo il vin bianco. - -— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta. - -— In chiesa? - -— Sì. - -— Bene, andiamo pure, se vuoi. - -Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono la -piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono i quattro gradini del -sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa. - -Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri -martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un -bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all’ombra nel -giardino. Li guardò e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta -maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera, -ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; dalle alte vetrate -pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna, -confusa nell’ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era -così ferma, così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa. - -La fanciulla intinse la mano nell’acquasantiera e si segnò, piegando -leggermente il ginocchio. Una goccia le rimase su la fronte, nitida -come una perla. Poi girarono tutt’intorno all’abside guardando i quadri -della Passione di Cristo. - -L’aria fresca odorava d’incenso evaporato. - -— Perchè hai voluto entrare in questa chiesa? - -— Un capriccio. - -Ell’andava innanzi con un passo elastico, quasi per non far rumore; -la sua ombra s’allungava obliqua sul lucido pavimento. Piegò di nuovo -il ginocchio passando innanzi all’altare, poi sedette sovra un banco, -nell’ombra del colonnato, e si raccolse la fronte nella mano. - -Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d’argento. - -— Ed ora che fai? — domandò Rafa. - -— Niente. Mi piace. - -Egli s’appoggiò alla colonna presso di lei, un po’ curvo. - -— Amo le chiese, — disse Loretta — e i canti e gli organi delle chiese. - -Rafa la guardò a lungo, poi disse: - -— Come sei strana! - -Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, in quella -luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua faccia, al suo -sguardo, un’espressione spirituale. - -— Dimmi qualcosa... — ella mormorò come se fosse turbata. - -Il giovine le sedette accanto. - -— Qui vuoi che ti parli? - -— Sì, mi piace. - -Egli le si mise vicino, così vicino che la toccava. - -— Senti... — prese a dirle; ma súbito esclamò: — Non è possibile! Non -posso parlarti di queste cose ora. - -— Perchè? — fece Loretta con un sorriso perverso. - -— Non posso. - -— Allora taci. - -E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani. - -Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto gli piaceva -di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, la schiena divisa -da un’infossatura profonda, il petto che le fioriva tra le braccia -piegate. E l’odore di lei lo stordiva come il profumo di un incenso -irreligioso. - -— Io ti voglio avere... — le disse piano, quasi non potesse frenar -quelle parole. E glielo ripetè vicino all’orecchio minuscolo, che le -appariva tra i capelli, come un piccolissimo nido in un cespuglio. - -— Come? — domandò la fanciulla senza muoversi. - -— Tutta, tutta, in ogni modo!... - -Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi ridenti. - -— È difficile!... — disse con ironia. E le mani congiunte, concave, -serbarono come impressa la forma della sua fronte. - -— Lo so, — egli rispose, — ma non importa. - -Fece una pausa, poi soggiunse: - -— Dimmi: cos’è necessario ch’io faccia per averti? - -Ella rideva, la sua bocca era crudele. - -— Molte cose... — disse. E ripetè con una cantilena: — Molte cose... - -— Per esempio? - -— Lo devi sapere tu. - -— No, dillo. - -— Io non dico nulla. - -E si nascose la faccia nelle mani congiunte. - -Un raggio di sole, dall’invetriata, cadde sull’organo, lo illuminò. -In quella chiesa era una pace così grande che l’anima vi si riposava. -Lento, accidioso, nel fondo, si udiva il biascicare della vecchia -inginocchiata. - -— So una storia... — mormorò la ragazza intrecciando le dita. - -E rideva. - -— Ah, sì? - -— Una bella storia... - -— Ah, sì? - -— Ma non la racconto. - -— Allora perchè la sai? - -Ella si prese fra i denti minuti un de’ suoi labbri fini e rossi: - -— La storia d’una bambina, che andava al mulino, per prendere farina, -tutte le mattine... una bella bambina. — E cantilenava come se -raccontasse una fiaba. - -— E poi? - -— ... per istrada la vide un peccatore... - -— E poi? - -— ... che le offerse di portarle il sacco, perchè la strada saliva, -saliva, e c’era un bosco a mezza via, tutto verde, con un ruscello -d’argento. - -— E poi? - -— ... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento le toccava le -mani, le braccia, la bocca, il mento, la gola, senza darle pace. Ma la -bambina disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... anche domani disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... anche dopo domani disse: Non stamattina. - -— E poi? - -— ... poi, un giorno ch’erano seduti presso un ruscello d’argento -a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: Portami un -bell’anello se mi vuoi. - -— Allora? - -— Il peccatore venne il giorno dopo con una collana di perle, con -un fermaglio d’argento, con uno specchio d’oro. Ma la bambina disse: -Portami un bell’anello se mi vuoi. - -— Allora? - -— Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un castello, un -giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le promise molti cófani -pieni di gioielli, molte guardarobe piene di broccati, un letto d’oro, -un’arpa d’oro, una scuderia con cento cavalli... Ma la bambina disse al -peccatore: Portami un bell’anello se mi vuoi. - -— E come finì? - -— Andò a finire che al mese di Maggio se la prese il mugnaio... per un -fiore. - -Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della sua fiaba -improvvisata, e senza nascondere il rossore che tuttavia le dava la sua -temerità. Poi congiunse i palmi, appoggiò le labbra nell’incavo dei due -póllici, e parve assorta in una lunga preghiera. - -Ma egli restò confuso e non seppe con quali parole rispondere alla sua -fiaba. Quell’allusione lo aveva un poco sbalordito, se ne vergognava -egli stesso più di lei. - -— Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere farina, tutte -le mattine... non è vero? — disse finalmente, continuando la celia. - -— Io prego... — ella mormorò senza batter ciglio. - -— E il peccatore sarei dunque io, non è vero? - -— Prego... — ella ripetè, premendosi la bocca sui póllici esigui. - -— Ma chi sarebbe il mugnaio? — domandò Rafa, più forte. - -Ella si volse a lui, lo guardò, rise. - -— Ah?... chissà mai! — fece, interrompendo la preghiera. - -Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch’ella se ne -schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i primi capelli eran -tenui come biada nascente. - -Nell’alta chiesa l’organo di sette canne, avvolto in un fascio di sole, -mandava dal suo curvo metallo una musica di fiamme. - - - - -XI - - -Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi cacciato -innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria lontana, aver -studiati gli uomini, essere sceso a patti con loro, averne adulati -alcuni, dominati altri, essersi fatto servire dai più; aver costrutto -l’edificio della propria vita con una pazienza ed una volontà -instancabili, essere passato in mezzo alle tentazioni con una -magnifica spavalderia, aver condotto il proprio cuore per mano come -un fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso -della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto poteva insorgere -nei duri istinti, nelle intime ribellioni della sua focosa gioventù; -aver sorseggiata con delizia la coppa dei primi trionfi e mietuta con -ilarità una larga messe, già preparandosi le corone di pámpini della -imminente vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno il cammino -precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi vittima e prigioniero -di un agguato invisibile, tutto questo per finir con distruggere lunghi -anni di fatica in un attimo solo... era cosa ben triste per colui -che, su la propria strada, non aveva incontrato ancora nè un ostacolo -insormontabile nè l’angoscia di una vera perplessità. - -Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a salire, -pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, da -un’ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra quelli che vantavano -il primato gentilizio, cui la ricchezza ed il lusso erano retaggio -inalienabile. Per giungere sino a loro, qualsiasi frode gli era parsa -lecita, e s’era mondata la carne plebea in un bagno di signorilità. -S’era cacciato per strade oblique; nell’ombra s’era fatto il cammino. -Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che lo potessero -condur oltre; s’era piegato, s’era fatto agile, scaltro, violento, -audace qualche volta, qualche volta umile. - -Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua maschia -bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo inaccessibile -ad ogni altra passione, chiuso nella sua funesta volontà, camminava -guardingo, in attesa dell’ultimo assalto, pronto a carpire la più bella -sua preda con l’audacia definitiva. - -Quand’ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, spaventoso, -lo fermava; un amore nefando e impossibile, che trovava una specie -di oscuro divieto nella sua medesima volontà. E, cosa più terribile -ancora, colei ch’egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a -braccia aperte, piena d’incoscienza e di fremiti, offrendogli un sorso -di veleno con il sorriso più innocente. - -Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere lacerata la -stessa ferita, macchiata la stessa coltre; aveva saziata alla stessa -poppa la prima fame lamentosa. - -Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano solamente nel -suo pensiero. - -Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorchè il fuggire? - -Egli pensò di fuggire; fece i bauli, s’apparecchiò. Ma nell’ora della -partenza, l’immagine di colei che amava gli si mise davanti alla porta -e così forte l’avvinse nel piacere delle sue braccia colpevoli, che da -lei non seppe disciogliersi, ed il terrore della rinunzia lo assalì. - -— Badi, signore, lei perde il treno, — disse il domestico, entrato -nella camera per prendere il suo bagaglio. - -— Sì, va bene, — rispose Arrigo. — Lasciami stare. - -— Ma guardi l’ora... Lei perde il treno. - -— Non importa; lasciami stare. - -Il domestico, senza nulla comprendere, ubbidì. Arrigo s’era sprofondato -in una poltrona, e vi stava, piegato su sè stesso, con una specie di -sinistra immobilità. Come un cane alla catena, avrebbe voluto assalire, -mordere. Si vedeva, lontano da lei, in un’altra città, in un albergo, -fra la gente, solo. S’immaginava il domani, il risveglio del domani, -se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: non avere più lei -vicina, rinunziare alla funesta inebbriante gioia di rivederla, di -respirare l’alito della sua bocca, di toccarla, di camminarle presso, e -curvarsi, pur disperatamente, su la vertigine di quel peccato. Andare -via così, di nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno -addio... - -Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima del pranzo, -come soleva; e non lo troverebbe più. Sarebbe rimasta su la soglia, -perplessa, un poco pallida; poi se ne sarebbe tornata via, tacendo, a -fronte china, con qualche lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe -forse pianto, senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere -in alcun modo il suo distante rifugio. Chissà, forse avrebbe anche -pensato ch’egli non l’amasse più. - -Era una fanciulla nel primo fiore, con l’anima irrequieta e gaudiosa, -con un cuore lieve; la lontananza l’avrebbe insensibilmente guarita: e -questo egli non voleva. - -Ma invece, per guarire lui, nè il tempo nè lo spazio non sarebbero -mai bastati; quel fantasma l’avrebbe inseguito come una presenza -dappertutto visibile, per ogni strada ove andasse in cerca di riposo e -di oblìo. Mesi ed anni non sarebbero bastati a guarirlo di quel male, -tanto le sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era già mesciuta, -commista, nelle sue profonde vene. - -Nè i mesi nè gli anni per guarire lui, e non la lontananza e non gli -svaghi e non più alcuna fra le cose che un tempo erangli piaciute. Ora -si mutava; un uomo dissimile da quello ch’era stato veniva con questo -male ad abitare in lui. Cercava sè stesso e si ricordava di sè come -d’uno straniero. - -— Signore... — disse timidamente il domestico, avanzando ancora il capo -dietro l’uscio. - -— Che vuoi? - -— Parte forse ad un’altr’ora? - -— No, non parto! non parto più! — egli rispose impetuosamente. — Apri -quei bauli. - -— Riaprire i bauli? — fece il domestico, pieno di maraviglia, senza -osare alcuna domanda. — Va bene. - -Ed entrò nella camera per mettersi all’opera. - -— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse domani. - -— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo con una curiosità -rispettosa. — Qui ci sono le chiavi. - -E le depose sopra un tavolino. - -— Che ora è, Filippo? - -— Sono le cinque meno un quarto. - -— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla per oggi. - -— E non si cambia il signore? - -— No, questa sera non mi cambio. - -— Sta forse male il signore? - -— Sto benissimo; va pure. - -— Allora a rivederla, signor Arrigo. - -— A rivederci. - -Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo d’un balzo fu -ritto. - -— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente. - -Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera, -riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, intese che diceva: - -— Parte? Voleva partire? Ma, come mai? - -Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli chiusi, vide -la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. Per le cortine calate -filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli -stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un -polveroso riverbero. - -— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi. - -Il fratello non rispose. - -— Parti? - -— Forse. - -— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi nulla? - -— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto domani: ecco. - -La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e tacque. - -— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno. - -L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella non si chinò a -raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si fermò. - -— Allora... - -— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto. - -— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo una lunga pausa, con -la voce che le tremava. - -Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la -sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago: - -— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare! - -— Ah... - -Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè: - -— Per respirare! - -Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere sopra -una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza -guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione -di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera, -il viso raccolto nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà -inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella -greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella -facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un -fazzolettino intriso di lagrime. - -La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua -camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla, -dirle una parola d’amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo. -Era così facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche -potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa, -disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di -carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle -sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei... -Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non -osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi -erano in lui, che si colmavano di spavento? - -E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede -neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch’ella fosse lì, -felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per -sempre, a quel tormento ineffabile. - -Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano sui tavolini. -Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e -suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, si lasciò investire, -avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele; -passò vicino ad un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che -cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuffò -la bocca, vi morse. - -Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte, -or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla -vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli -uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido. - -Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una -lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la -parete opposta rompendolo nei colori del prisma. - -Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un -singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S’avvicinò -a lui, esitante, lo prese per un braccio: - -— Davvero te ne vai? - -Egli chiuse gli occhi per non guardarla. - -— Sì, Loretta, vado via... - -— Perchè? - -— Lo sai perchè. - -Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su -tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli -nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con -un singolare brivido: - -— Portami via con te. - -Egli ebbe un sussulto. - -— Con me?... - -La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa. - -— Sì, con te! dove tu vuoi... con te. - -Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile, -fortissima catena. E così vicini, così avvinti, guardarono per un -momento la felicità che passava nel loro impossibile sogno. - -Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che -ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile, -scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria -per goderne ancor più... Ed ella, che ignorava il peccato, tremò, come -se ne fosse già tutta coverta. - -Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei. - -— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento che uccide! - -Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani -brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta -esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie -di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che -disánimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo -le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele. - -— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando mi tocchi, quando mi -guardi, mi sento così male, così male... - -Egli ripetè sordamente: - -— Lásciami. - -— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non riesco a levarmi -dal letto. È come se mi avessero battuta. Mi ammalerò. Tutto questo, -perchè ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti -sopra una poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi -sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu -sapessi come fa male! - -Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò: - -— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura. - -Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche lacrima tremò -nella sua voce. - -— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, conducimi via con te. - -Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione -che lo assaliva. - -— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme... - -Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua -calda anima, il dolore della gioia non goduta. - -— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava. - -— Ho paura di me. - -— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che -ne divenga malata? Io ti starò vicina coma fossi una piccola cosa tua; -non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no! -Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto -nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due -soli... - -Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua -femminilità, con il calore che usciva da lei come il profumo da un -cálice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce -torbida. - -— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore... - -Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di -una lontana felicità. - - - - -XII - - -La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli soffrisse -tutto l’abominio del suo peccato. - -Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di star male, -d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili che vengono con la -prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare -un po’ d’aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d’un -lago tranquillo; e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un poco -sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere a quella -partenza. - -L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su -l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino -esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva più -fiori che foglie, più ombre che sole. L’albergo era quasi pieno, -ma di que’ forestieri un po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita, -chiusi ermeticamente in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i -loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare -ne’ propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son -puntuali come l’orario, minuziosi come la carta topografica, pieni -di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si -curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno. - -E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla -contemplazione de’ lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di -vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro -il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a -vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la -magnificenza del sole. - -Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la famiglia non -vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio -contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro, -un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza, -persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarità del -fratello con la sorella minore. - -Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare; -le si leggeva nell’espressione del volto un non so che d’ambiguo, -d’insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato -a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua -famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch’era -il solo inciampo alla possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente -lasciava sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice -quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa familiare, -allontanarsi dalle mediocri loro abitudini. - -Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado nella casa -paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato, -qualche volta con l’attitudine e con il pretesto di colui che voglia -nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero -d’affetti familiari, e queste sue più che fraterne attenzioni per -la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo -arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne’ fatti suoi, -or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare -una ragione d’ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre, -la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi -occhi non avevan mai saputo esprimere. - -Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi -un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un’antipatia -irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue -ironie un po’ grossolane su que’ due che se la facevano da signori, -prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c’era quel terribile -Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali -che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la -sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la -possibilità d’un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro -punto di vista, e cioè vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio -stava per divenire in femmina ciò che il primogenito era stato in -maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega -insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro meglio a -scandalizzare la gente per bene. - -Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte! -«Ma sì! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare -la loro ragazza! e una ragazza — senza farle torto — che di serio -non aveva nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto a -diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e -gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma -sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo — anzi, la -sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed è il momento migliore -per la città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare a -prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... un viaggetto per -i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come -se non ne avesse abbastanza! Ma, già, quando si è ricchi!... quando si -può!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande, -viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè allora -non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po’ di lago, che -sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e -perchè? Perchè ha le «toilettes» eleganti, perchè va in giro come una -farfalla, perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace, -si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli -scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non -cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte, -ne sapeva già più di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in -questo, come in tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi -loro, che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui non -desiderava mettere il becco...» - -Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la -contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser -libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta -per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi -mantelli, visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare -il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi -le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle -sue «toilettes», dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di -spender troppo, e ciò in grazia del suo buon gusto, della sua grande -abilità nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le -faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di -trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano -così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti, -e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far -di lei una bottegaia, perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato -mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei, -saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso: -voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno -ad esser libera. - -Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un riso cattivo, -insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide, -cominciò con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato -racconto d’una serata in cui aveva inteso la celebre cantante; -criticò la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le -grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti -che può incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin -fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse -almeno a studiare seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le -cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il -denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a fare un altro -mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a -trovare l’intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza -della scena? Aveva dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che -occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna -esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani... - -Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi. - -In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con -Clara Michelis. - -Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore -attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli, -senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che, -legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e -quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una -strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo. - -Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si -prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di -vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro -scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un -lago tranquillo. - -Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da -qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto -pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due -fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme. -Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli -occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran -fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di -lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra -visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era -più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto -amore. - -Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di -partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase -ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel -cuore. - -Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina, -questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile -condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva -solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare -nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella -sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed -il primo. - -Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva -sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa. -Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva -conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso -di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si -stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti -i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze, -s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società; -per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi -su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva -a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della -bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era -fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure -amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non -perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci. - -Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva -bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte -precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche -volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano -insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere -per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone -la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero. -Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava -talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente -aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri. - -Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un -bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con -lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno -togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena -libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare -i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche -volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo -innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in -ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli -disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava -i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con -gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo -era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un -regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare -al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone. - -Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più -nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era -paziente; si sentiva quasi felice. - -I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di -sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse -anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto -egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi -sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così -forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che -l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei -primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta -ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’ -suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, -poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che -mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se -ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la -propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra -tutto l’amore che aveva per lui. - -Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso -d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè -certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte, -non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la -sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli -occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella -sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro -di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo -cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per -chi? - -Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita -con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume, -un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore, -seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda. - -Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima, -questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal -caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a -questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva -sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con -l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi -femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto. - -Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei -la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato -d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere -una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più -voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio -accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità; -non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire, -a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece -aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere -da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il -demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto -avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo -il quale tutti gli altri non hanno più sapore. - -Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di -vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella -che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono -di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e -di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente -come la purità il significato più divino e più terribile che sia -nell’amore. - -Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera -malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente -giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno -che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva -respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole -per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver -pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile. - -E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire -un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero -assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico -per allontanarlo da sè. - -E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava, -perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele, -tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci -attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande -suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè -pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che -umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti -di questo inconfessabile amore. - -E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò -a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse -presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa -ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in -lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se -veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore -non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa -paura di scoprirne l’esistenza. - -Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non -credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche -rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro -non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando -insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva -pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare -in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase -innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più -naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili, -cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza. - -Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove; -li avevan anche ammirati, perchè sembravano volersi molto bene. C’era -chi gliel’aveva descritta: una bionda, ma d’un biondo color cenere, col -visino fresco, il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la -bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole. - -Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ di scapatella, -e così alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola -amante... Ecco, alle volte, com’è facile ingannarsi!... - - . . . . . . . - -— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel -primo giorno. - -— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe meglio attendere -più tardi. - -— No, súbito, súbito! - -E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva -le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva -con ilarità per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi -e tanti colori quanti ne può adunare insieme una primavera italiana. - -Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s’era forse -mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare -i linguaggi stranieri, non s’era mai sentita così libera e così felice -come in quel giorno. - -Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera -d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una -tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a -sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa, -un po’ stanca, e s’era messa a guardar intorno, a sognare. - -Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive -dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in -ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra -una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica -dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una -sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillìo -delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose, -lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere -ad intervalli, carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per le -scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo. - -E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso -della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere. - -S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva -tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la -darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva. - -Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di -beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo -così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano -respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla -e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si -compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per -un’amante. - -La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel -sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la -catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati -maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che -alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose -della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche -purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno -abbandono quei giorni di oblìo. - -In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice -paura dell’opinione altrui. - -Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante, -mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva -da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di -tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran -cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche -anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina. - -Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per -rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava. -Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava -per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava, -ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che -i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla. - -Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore -d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza -empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe -voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le -dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per -l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della -felicità. - -Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace -d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna -chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su -la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con -spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile. - -Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia, -correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta -piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli -pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua -perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori -gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso -peccato... - - -— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed -aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio. - -— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine. - -Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza -importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza -finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il -timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua -limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva -subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna, -tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito. - -Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio -contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la -gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue -fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual -simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella -in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere, -traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto -per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza -parlarsi. - -In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca -navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e -tacere. - -Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne -s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la -vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano -più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella -non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e -quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa, -troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte -le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata, -con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con -un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura. - -Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava -ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’ -ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il -viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. -Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra -i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la -bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo -aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava -distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i -fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e -stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli -semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le -violette... - -Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava, -l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi -opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso -un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano -piano, senza far romore, scivolaron oltre. - -Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle -del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi -addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse -lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan -un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca, -non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano -destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma -innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul -viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal -lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive, -una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà -piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene. -Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò. - -— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata. - -— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola -negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la -bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore, -ella si stirò con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso, -e levate le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele strinse al -collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo gli occhi, beata. - -Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor di luce il -palpito delle loro anime innamorate. - -— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con parole quella -pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami ancora una -volta, come hai fatto prima... così... così... - -Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge -un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli -scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli -con una prolungata carezza. - -— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola -giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi -cantare, sì, cantare di gioia!... - -E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, e le parve -di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore che vedeva. - -Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza negli occhi: - -— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, quasi con ira. E così -forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch’ella parve sentirne -dolore. - -— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, con un’ombra -di paura. - -— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi -ancora! - -E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente -scesa quell’espressione di violenza e di tormento che spesso lo -contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava, -si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello -battelletto correva; l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni. - -— Che hai? Perchè ti stanchi così? - -Egli non rispose, anzi remò più forte. - -— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare anch’io. - -E fece atto di levarsi. - -— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai. - -— Voglio remare anch’io; lascia che provi. - -— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi. - -— Come sei forte! Ora si correva! - -Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte. - -— Allora vuoi remare? - -— Sì. - -— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu verrai qui. - -Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano -per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baciò ancora su -la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella -premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse: - -— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo? - -— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli rispose con una -timidezza d’amante. - -— E non lo sai dunque? - -L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò il -braccio nella remata. - -— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so remare anch’io? - -— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo -nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti, -fletti la mano in basso quando dái la remata... Così, va bene. - -Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che non andavano -insieme. - -— Perchè non si cammina? — fece, indispettita. - -— Si cammina adagio adagio. - -— Voglio fare come fai tu. - -— Abbi pazienza, ora t’aiuto. - -Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due -rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le -campane di tutte le chiese. - - - - -XIII - - -S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua -camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla -mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria -dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne -lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla, -egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole: - -— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà. - -Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran -fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato -copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella -giornata d’aria libera. - -Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi -come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi -elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la -montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor -pieno di crepuscolo. - -Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava -l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i -gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di -certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette -e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso -tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali, -senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’ -robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza -di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a -giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei -loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in -esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano -vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le -ammirava. - -— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse -al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua -gioventù come una stupenda collana. - -— Ti piacciono tanto le perle? - -— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco. - -E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto: - -— Com’è stupido esser poveri! - -— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad -ogni costo? - -— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere -del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono -insieme nel suo volto. - -Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza -dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse: - -— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare -tutto quello che voglio. - -Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua -bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò -fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella -ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento. - -— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora. - -— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene. - -Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere -tuttavia da quella frase crudele. - -Abbassò gli occhi e tacque. - -— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa. - -— Mi hai resa triste... che peccato! - -— Via Lora, non ti offendere!.... - -E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei. - -Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva -molta fame: dimenticò. - -— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima -sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi? - -— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con -tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò. - -Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la -ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a -raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la -tavola. D’improvviso ella fece una riflessione: - -— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi. - -— Perchè? - -Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna: - -— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non -ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie. - -E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo. - -— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»! - -— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure. - -Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso -lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di -seduzione. - -Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti -sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei -carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un -gran letto d’amore. - -Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di -piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo. -Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo -cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille. -Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti -pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al -suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva -ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva -essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè -la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di -esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il -gaudio che ardon nell’essenza dell’amore. - -Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e -dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse -le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere -con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve -d’un sorso. - -Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «_Vedova Allegra_»; -dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori, -seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini -giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare. - -I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon -odore. - -— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. — -Ma tu non parli... Che hai? - -Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro -l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse: - -— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano -dappertutto. - -— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te. - -Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della -danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da -quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano -fra le ciglia orlate d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo -benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la -spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un -rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo -morbido corpo desideroso. - -— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito. - -Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva -d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico -fiore. - -Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani: - -— Senti.... - -— Di’. - -— Vienmi vicino, più vicino.... - -Egli si sporse innanzi per udir le sue parole. - -— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che -c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la -impallidì. - -Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse. - -— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere? - -— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò. - -Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù. - -Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il -concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè. -Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan -le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi -non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua -sciacquare contro la riva. - -Egli disse alla sorella: - -— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare. - -— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così. - -— Ti senti stanca per aver remato? - -— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine.... - -L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso -mantello damascato. - -— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho -paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi. - -— No, Lora; io non ti farò mai alcun male. - -— Chissà? — ella rispose. - -— Perchè dici questo? - -— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi -odii un poco.... - -— Io?.... - -Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana -sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio -sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta -s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri. -S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si -sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per -un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una -lunga fila di barche legate, che dondolavano. - -L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la -luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre. -S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera -di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una -specie di funesto incantamento. - -Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi -lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo. -Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato -amore finire in un urlo. - -Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello -su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la -notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente, -dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più -diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che -s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, -di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata -mai più... Aveva paura e si stringeva a lui. - -Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come -le barche legate in fila. - -Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso -a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si -udivano le parole. - -Il ritornello diceva: - - «Tela lina molto fina - che si mette ogni mattina - la mia bella al suo levar... - - tutto quanto le darei - per far come fai con lei, - per saper quel che tu sai, - per star dove tu le stai...» - -— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo -sono più. - -Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena: - - «Tutto quanto le darei - per far come fai con lei...» - -— Vanno a pesca? — domandò Loretta. - -— Forse vanno solo per cantare. - -Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano, -l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male -che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra, -come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, -s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto -l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi -nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di -afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei -che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata -nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li -separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, -così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a -sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire -ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel -póllice di spazio che non li lasciava bere. - -— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare! -— esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte -le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso -confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san -nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò. - -Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla, -come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra -dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo -che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e -la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le -componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale. - -— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui, -più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori -lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il -ritornello giocondo: - - «Tela lina molto fina - che si mette ogni mattina...» - -— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe -se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato -finora? - -— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo -cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo -spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo -male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio, -súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile, -mi sembra inutile ancora. - -— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci -dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire -questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò -significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita? - -Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior -di labbro, senza convincimento: - -— Sì, certo, lo comprendo. - -— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi. -Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel -quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è -mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un -altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente -ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse, -perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che -farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più -grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza -fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e -quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più -disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia -sorella.... - -A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una -buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena -sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse -profondamente il senso di quelle parole. - -— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con -una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato -per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te -sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello -che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà -bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio -di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un -gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti -così buio... Ridi ancora una volta... ridi! - -La barca ripassava di lontano e si udiva cantare: - - «Tutto quanto le darei - per far come fai con lei...» - - - - -XIV - - -— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore, -forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. — -Córicati presto e riposa bene. - -— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando. - -— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra -sigaretta. - -— Io pure non ho sonno... — ella fece. - -Ma egli la persuase con dolcezza: - -— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi. - -Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel -giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo -del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da -ogni altro pensiero. - -— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì -l’odore. - -Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di -batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi -piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera, -con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si -spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del -pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli -empì l’aria per dov’egli passava. - -La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per -una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi. -Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto -insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide -sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia -dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi -la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere -lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo -piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua -forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi -parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello -sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, -prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, -prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che -portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un -sorriso lento.... - -Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava. - -Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno -che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte -lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno -d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si -moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino. - -Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di -stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano. - -D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il -giardino in fretta, e salì. - -Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella -poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della -notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza -delle stelle. - -— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata? - -Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due -braccia senza rispondere. - -— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora. - -— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata. - -Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso -batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli -osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo. - -Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene. -Addio. - -— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta -nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’ -suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: -siéditi. - -Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. -Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere -avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della -fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte. - -Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con -trepidazione. - -— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno -di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia -mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che -notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una -polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte... -Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano. -Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto -che rimaner sola. - -Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle -pellicce tepide, l’inverno. E continuava: - -— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono -turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che -ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od -anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo -letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di -veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi -altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu -mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua... -tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te... -Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati... - -Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come -la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi -d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per -ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere; -una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava -in lui, sotto la carezza di quella voce. - -Ella disse ancora, snervata, spossata: - -— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho -tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore, -nessuno ci guarda... báciami! - -Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo, -i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò -per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi -si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con -violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse. - -Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello -di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche -attimo quasi priva di vita. - -La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle -stelle. - -Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri, -per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella -voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre -nella terribile possibilità di quell’ora. - -La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo -glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande -magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne, -invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori -nell’incantesimo della notte. - -Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di -comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per -il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice -di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione -d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad -ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, -ed ella entrò. - -Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò -giù dal letto, rimase attonito a guardarla. - -— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata. - -— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce -insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa -di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito -così ridente. - -— Non dormirai stanotte? - -— No. - -Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza -passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa. - -Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo. - -Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un -turbine di coriandoli d’oro. - -Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e -gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una -vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la -gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come -una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che -la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine -solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la -nuca. - -Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì -così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come -un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo. - -La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria -soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile: -ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una -fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili -d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra -si mutava subitamente in splendore. - -Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio -colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di -quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa -gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un -peccato infinitamente più grande. - -Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze -molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel -vertiginoso dolore. - -Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso -non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato, -la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, -cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le -spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando -con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano -contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi, -immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva -contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le -sue disperate labbra egli la baciava. - -Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar -nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni -altra cosa che non fosse quella carne viva. - -E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li -strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere... - - . . . . . . . - -Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; -nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva -irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la -condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà. - -Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano -già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava -ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e -li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si -torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza -dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire. - -Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco, -denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase -il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le -si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in -quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio -virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo -della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di -respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca -umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir -infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze -l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido. - -Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella -trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre -taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi -pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie -senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di -lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che -si movevano per maledirlo... - -Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non -consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine. -Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì. - -Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle -splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, -di poterle quasi toccare... - - -La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero -commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati -le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici -un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di -giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli -tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel -maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur -affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite -così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato -al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato -di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta -l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si -sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente -inquietudine. - -Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme -paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la -notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor -padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato -curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei. - -Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata -di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo -peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. -Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa -stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia. -Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno -quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo -cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida -faccia che appariva nel viso di lei. - -Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile -ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, -trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva -d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e -di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui -ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le -più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio -invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, -c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza -terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella -e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa -dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove -siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia. - -Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie -della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo -male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità. - -Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed -è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che -affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al -proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce -divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che -ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo -fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. -Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia -l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza -dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio -alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in -quest’uomo mediocre l’amore d’un dio. - -E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà, -riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così -grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non -fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che -avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà. - -Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a -prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito -fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un -istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel -tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza. - -Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura -del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole. - -Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver -compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, -una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, -mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E -nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande -consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente -verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo -tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non -tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di -vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può -essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che -sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla -si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E -allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale -vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, -come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè -amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur -son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava -quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire, -visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era -segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto -fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli -mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso -padre, per solo ricordarsi che si amavano. - -Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria -coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere, -tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore. -Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la -vita.» - -Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero -al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor -due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa -da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta -pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si -balbettano: «mamma, papà...» - -Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era -giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza -riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo -amore...» - -Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne -sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per -dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli -nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza -dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata -impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di -no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. -Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino -allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata -nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono -e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua -forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un -altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua -mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera -gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad -amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva -più dominarsi, era uscito di sè. - -Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche -lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito, -più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che -le diceva: - -— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di -morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo -trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e -andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non -vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei -sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te... -Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre, -che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora -lo vedrei. Stanotte, quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un -tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava -con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia. -Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi -abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?... - -«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per -trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia. -Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati! -è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o -va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori -dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare -dalla rovina la sua sorella che amava... - -«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho -anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa. -E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito, -stamane, fra un’ora...» - - -E partì. - - - - - * * * * * - - - - -I - - -Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, nello -stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso, -per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l’apparenza tragica -di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia. - -Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore non poteva -essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole -che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosità -insoddisfatte, d’aspirazioni veementi verso una contentezza fisica -da lei non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una cosa -gioconda. - -Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente: -provava un senso di malessere davanti a questo amore così tragico. -S’era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un benchè minimo sapor -d’incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo -nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva -incontrato, quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed ancor -suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto -nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginità. Aveva -da lui subíta la prima tentazione, per lui s’era sentita nascere nel -sangue la prima ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di -vergine, così, non altrimenti, lo amava. - -Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire -puramente un amore incestuoso; il male stava così nascosto in lei -ch’ella non sapeva d’esserne contaminata. - -L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama nondimeno -interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece -ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione -l’avvince non discute più e lascia che il proprio desiderio vi si -abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole -quanto il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è sempre -con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi. - - -In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso di una -sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo, -sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe, -tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch’ella non sapeva -reprimere; la notte sopra tutto, nell’incubo del dormiveglia, le -avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo -insane immagini accendersi nell’oscurità. - -Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello scomparso. - -Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, ed era súbito -ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome -le faceva male, il pensare a lui la colmava d’un singolare spavento. - -Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla sola, dopo -che insieme erano stati così presso alla felicità? Quando sarebbe -tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in -tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, per -carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua -voce torbida e singolarmente voluttuosa. - -Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che fare, non sapendo -con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pensò di recarsi alla -Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non -una ne trovò, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole, -affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena -tornata. - -Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la -vita le pareva inutile. - -Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte -giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non -aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui. - -Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia! -Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore -sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei -conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo -del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che -l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi -cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una -infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte -le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il -cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla -piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni. - -Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato -spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè -consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette? -Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore? -Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il -pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la -sensazione d’un incubo angoscioso. - -Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto -stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la -disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui -egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto, -guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata. - -Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla. - -Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti -giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente -aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece -di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua -famiglia, più malcontenta, più sola che mai. - -Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi, -rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere -il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non -poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose -provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per -il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che -non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi -davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede -innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano -quell’anno!... - -Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati -che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era -il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si -sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le -metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle -accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè -stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la -snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire. - -Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi -capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso. -Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza, -irresoluta, si fermò. - -Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e -quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che -sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria -vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un -poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì. - -Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione -indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato. -Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia -dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere -nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una -paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco -stagno, pieno di ammaccature. - -Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei -giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva -tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel -suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana -dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano, -sorvegliar la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne, -mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli -prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto -più ella mostrasse d’aver fiducia in lui... - -Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò persuadere. - -Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le -finestre delle case; pendeva su la città scintillante una rossa cupola -di fuoco. - -Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che aveva conosciuto -le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le -batteva troppo forte, sul pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma -egli era dietro l’uscio e le venne incontro. - -— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando la soglia. - -Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, e vide, a -ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d’un cuoio fosco. - -— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto ed un accento -pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la -propria trepidazione. - -Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel -giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che -pur tradivan nella squisita leggiadria dell’arredo quella particolare -freddezza, quella imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli -grávita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di -fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi -d’estate, quando la sua famiglia era in campagna. - -Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore -di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virtù: la -pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onestà, un -pudore astuto, sicchè non aveva mai rinunziato a credere che anche -Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva -ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa -era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni -sottili. - -Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi -gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per -via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d’inverno, -sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare -sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie -che le mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi -altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa e più rara, che -potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanità e quel certo -sentimento idillíaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine -di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in -tutto conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da -quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta -era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili -attraenze ch’egli poteva desiderare nell’amante sognata; era fanciulla -per di più, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava -sommamente, pur impaurendolo un poco. - -C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello -intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto più grande -lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde provato a guarirsi di -questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era più nel caso di -riflettere, perchè ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza, -che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei. - -Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma fragile: -qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero innocente, poichè, -sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai -debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non -disperava di lei. - -Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio -di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva, -un po’ incerta, un po’ confusa. - -Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne sentiva commosso in -modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che -dirle. - -Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole -con serietà, per non far nascere in lei alcun sospetto. Così le -fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di -fotografie. - -Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto vasto, chiuso -da una cortina. - -— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella sala e furon -seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi. - -Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, co’ suoi roghi di -splendore; lì nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le -stuoie calate, alitava una freschezza riposante. - -Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d’insidia, -la carezzò. - -— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre avuta una -certa paura di te. Su la tua bocca vedo così spesso una specie di -derisione... - -— Davvero? Che bizzarrìa! - -— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini -innamorati sono molto spesso ridicoli. - -— E le donne? — ella fece. - -— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai. - -— Che? grottesche? - -— No, innamorate. - -— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente. - -— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che verrai spesso, che -verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente -al sicuro qui... - -— Ho sete, — ella rispose. - -Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava il -cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere. - -— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse Rafa. — Il -caldo mi fa male. Però quest’anno mi è impossibile partire; l’idea di -non vederti più mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante -l’estate? - -— Ancora non so nulla; non dipende da me. - -— E da chi dipende? - -— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da mio -fratello. - -— E non da me in ogni modo? - -— Da voi? come da voi? - -— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La mia famiglia -m’annoia; verrà forse un giorno nel quale sarò libera, interamente -libera, perchè voglio cantare.» Ti ricordi d’avermi detto questo? - -— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse prossimo, nel -quale sarò libera. - -— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma così -bello che non oso dirtelo. - -— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di buono, che servono -a raccontare le cose troppo difficili a dirsi. - -— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un sogno. Ch’io ti -prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola, -per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto, -una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta, -per non rimaner sola, mi apriresti il cancello. - -— Ah... ed è questo il sogno? - -— Sì, è questo. - -Ella riflettè un momento, poi disse: - -— Continua. - -— Che vuol dire? - -— Dopo l’estate... - -— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. Nell’autunno, -per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi, -anche all’estero, se vuoi... E d’inverno la tua casa in città, una dama -di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il -canto. - -— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome l’anno -rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un’altra, e tutto ricomincia: -la stessa villa, il viaggio, la casa di città... No, grazie! - -— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti -amo da lunghi mesi, ogni giorno più forte? che mi puoi far ubbidire -come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho -più?... Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento. -Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa -proposta? Ebbene, che m’importa? Non voglio, non posso più riflettere! -Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che -vuoi, ma dimmi di sì! - -— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi vedere così -previdente. - -— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti alla sua -poltrona, la ricinse con le braccia. - -— Che fai? che fai? - -— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di bene, sii una volta -buona con me! - -Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo desiderio, con -gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed -ella lo guardò. - -— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa molestia. - -Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le -copriva l’abito, i polsi, di baci minuti. - -— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella domandò -subitamente. - -— Quante? Nessuna. - -— Eh, via! Te lo domando per curiosità. - -— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non ricordo. Non erano -amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto -nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo, -ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una -tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con -me, non ridere!... - -Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la sua bocca, i -suoi occhi, le sue mani, non erano più così tranquille. - -— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti prego... mi fai -terribilmente male... - -Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel -grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia. - -Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di respingere -quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con súbita -ira gli cacciò le dita convulse fra i capelli. - -Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si -lasciò portare... - -Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago -bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr’uomo curvo su -lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto, -e rivisse lo spasimo di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo, -ch’egli fosse tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente -come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti, -per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle -sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di voluttà e di spavento... - -Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza, -per la casa taciturna, subitamente s’intese il grido della sua perduta -verginità. - - - - -II - - -Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò al Circolo, e -comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò con indolenza sopra un -divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome -Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker. - -Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un -fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò la sottoveste, -accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma -faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe -Cianella chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso -di lui. - -Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente sul -divano, e con un senso di vera beatitudine si provò a chiudere i suoi -maliziosi occhi. - -— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero sbadiglio. - -— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori. - -Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma Gigi Saponetta, -giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli -altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato. - -Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando -contro i domestici perchè non trovava un giornale; Lello Fornara, lo -svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d’amore; -per l’uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le -biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini -e del suo giovane allievo Leonardo Sergi. - -— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra uno sbadiglio e l’altro -Beppe Cianella, che non poteva prender sonno. - -Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore. - -— Allora dicevi? — domandò al Cianella. - -— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, contento -finalmente che qualcuno l’ascoltasse. - -— Chi? — domandò il Berni. - -— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella. - -— Ah, va bene. - -— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo le carte. - -— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi quant’era lungo -e volgendo la faccia contro la spalliera del divano. - -— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, ch’era -nervosissimo al giuoco. - -Il Cianella si levò sopra un gomito e disse: - -— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per -sapere con chi. - -L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. Lello Fornara -che aveva finita la sua lettera, s’era accostato alla tavola udendo -que’ discorsi. - -— Io so con chi, — fece. - -— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo. - -— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa. - -Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma -questi, con una mano, fece segno di no. E disse: - -— Meglio assai che una colonnellessa! - -— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni. - -— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna. - -— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». Come? non la -conosci? Rafa le faceva la corte. È lei? - -— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico. - -— Una signora dunque? - -— Ma?... - -E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, che dopo il -fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi -pomeriggi nelle case di convegno. - -— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse -finalmente: - -— Una signorina! - -— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe. - -Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili d’un -qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara, -ch’era una persona per bene, se ne scandalizzò. - -— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella. - -— Su, dillo! - -Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano e prese -un’aria trionfale: - -— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò con enfasi. — -È un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in -automobile insieme. - -— Che? la biondina? - -— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti! - -Se ne fece una chiassata. - -Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli -della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran noti per la -loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialità delle -sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che, -al paro di Camillo Torretta, sul principio d’ogni stagione passava -la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti -sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate -dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte -si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per -esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci. - -Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui -pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un -fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio, -proprietario della sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti -preferiti. - -I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi gli -ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber -fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d’acque -termali. Solevano consultarsi deferentemente l’un con l’altro, perchè -ognuno teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per non -cader nel rischio di portare in due la medesima foggia. - -Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in -dubbio tra un pantalone color «kaki» ed un altro di color grigio perla, -a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale -di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti -premi nei concorsi ippici, quando però non erano montati da lui; -egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding breeches» e sceglieva -distrattamente la stoffa per un «morning-coat». - -Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un -«tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto fra un seta «shantung» di -color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po’ rigida. - -Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia ed anzi con -quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre -avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati -in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro -chiacchiere. - -«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, ed il tenente -Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la -signora Platania era già partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il -marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva -invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non -sapeva se partire già vestito in abito da sera, con un soprabito, o -portarsi l’occorrente in una valigia e cambiarsi all’albergo. - -Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano -a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse -ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi -andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme -una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe -stato allegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la -scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con -quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere, -finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perchè -vi si recasse a far vendemmia...» - -Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo -al sarto che l’accompagnava: - -— Mi raccomando: per dopodomani! - -— Sarà servito, signor Conte. - -Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse verso -l’uscita. - -— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza. - -— Non posso, ho fretta, — quegli rispose. - -— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più! - -— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve. - -— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si mise a dire Max della -Chiesa. Da qualche tempo è divenuto intrattabile. - -— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini. - -Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito -su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la bocca da un sorriso -discreto e misterioso. - -— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino. - -— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia schermirsi dal -raccontare una cosa delicata. - -— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi. - -— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice d’eleganze, -arrotolando il metro che gli pendeva dal collo. - -— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, ci racconti. - -— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser vero, ed in ogni -modo queste cose è meglio non divulgarle. - -— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi... -via! - -— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma sanno, io lo ripeto -perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di -prova... sarà, non sarà... - -— Dunque cosa pare? - -— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante -incredibile... - -— E sarebbe chi? - -— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire... - -— Coraggio! - -Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, chinandosi, -rimpicciolendosi fra i tre: - -— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante... - -Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse: - -— Impossibile! - -— Insomma è quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero -già. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come -d’una cosa certa e v’è persino chi li ha veduti entrare in una certa -loro casa... - -Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su -le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele -Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante. - - - - -III - - -Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a -lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare; -una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di -essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con -impazienza il ritorno. - -Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era -sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e -non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto -era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua -bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un -tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e -d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere -una forma visibile nei suoi lineamenti. - -Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano -per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti -dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e -stivalini da’ calzolai di lusso. - -La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine -vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi -entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè. - -Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle -qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di -cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva -stranamente oscura quando parlavano di lei. - -Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte -l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi, -sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul -desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava -la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso -molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva -un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, -per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua -figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna, -benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era -più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi -fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto -numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva -già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei -maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata. - -Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più -piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si -metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che -tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi. - -Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della -sorella, e questa gli aveva detto: - -— Mándala qui da me; le parlerò io. - -Ella pareva contare immensamente su la propria autorità di madre -feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita -rassegnazione: - -— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra -Loretta!... - -La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva -mai presa troppo sul serio la sua missione d’educatrice, ed ogni tanto, -fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch’ella era -stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d’ogni senso morale. -Que’ bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le -donne che in gioventù son state disoneste, acquistava con l’inoltrar -degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in -questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed -avventurosa, ov’erano dopo tutto i più dolci ricordi della sua vita. -Solamente l’annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con -tutti, con lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non -cessava dal ripeterle senza misericordia: - -— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti! - -Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa -pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i -segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti, -per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e già -da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse il denaro necessario -per comperarsi una mezza dentiera. - -Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli -ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto -di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei -lunghi anni durante i quali aveva taciuto. - -Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era già grandicella -quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così -aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo -indulgente, che ora prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione. - -In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; però bastava -che si mettesse a sorridere perchè padre e madre le fossero ai piedi. - -Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva -per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle faccende altrui. La -famiglia dell’occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia, -perchè a lui mancava per l’appunto il focolare, quel dolce regno -domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il -tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe -stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po’ tetra non v’era -che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera -leggeva o ricamava, ricamava o leggeva. - -Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa -longanimità e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo. -Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di -Arrigo. - -Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto quella sera egli -era da poco venuto nella retrobottega de’ suoi vicini a centellinare -il cálice consueto illustrando le più gravi notizie lette nei giornali, -quando finalmente Loretta entrò, ansante come se avesse corso ed un po’ -scapigliata. - -Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero. - -— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi. - -— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, ironico. — Sono -le otto e mezzo, nientemeno! - -— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso. -Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte alla cintura e si mise davanti -ad uno specchio per ravviarsi i capelli. - -— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò il Riotti, -gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con -disprezzo: - -— Vestita come una ballerina! - -Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse: - -— Buona sera. - -— Dove vai? — le domandò il padre. - -— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze. - -— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho fatto serbare il -pranzo. - -Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi il -cappello, ma lentamente. - -— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò nervosamente Paolo, -che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino. - -— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato! - -Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli occhi si -facevan malvagi, la sua bocca prendeva un’espressione dura. - -— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che ci spiegassimo una -buona volta! Così non è possibile andare avanti. - -— Giusto, — sentenziò il Riotti. - -— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete -poi. - -— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c’è da -spiegarci, spieghiamoci pure; avanti! - -E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello. - -— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, facendogli -un segno energico. - -— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione sua madre: -lasciatela mangiare. - -— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto. - -Seguì un lungo silenzio. - -— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che sei tanto -linguacciuto! - -— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello squadrandola. - -— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi -odii... Dunque parla. - -L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino. - -— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il Riotti, — tu fai una -vita che disonora la tua famiglia! - -Ella si morse le labbra. - -— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la prego di dare -queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perchè -lei qua dentro è un seccatore e nient’altro. - -Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce gli -gorgogliava nella gola e non poteva dir parola. - -Finalmente inveì: - -— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo -padre... - -— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si calmi, signor -Riotti. Anche lei l’ha offesa. - -— Macchè offesa! - -— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, — -chi deve parlare sono io e non altri! - -La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosità -lo vinse e tornò a sedere. - -Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la spalla, con -l’altra gli carezzò il viso. - -— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio poi di male? - -Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. Era così -bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla. - -Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza. - -— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. Lei ti fa -vedere quello che vuole. - -Fece una pausa, poi soggiunse: - -— E visto che tu non parli, parlerò io. - -Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare minaccioso. - -— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico nella -stoffa della camicetta. — E questo? e questo? e questo! — continuò -con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i -braccialetti. - -— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco. - -— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non è vero! Tu non hai i -denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba! - -Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po’ grossolana -gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò a lui cautamente e lo tirò -per una manica. - -— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole. - -— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, senza badare a quel -consiglio. — Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio? -che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che -vieni, che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come se -fossimo i tuoi servi? Cos’è?... - -E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò di averne un -poco paura, perchè i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s’accostò al -padre che taceva. - -— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E fai bene -a vergognarti, perchè anche noi, tutti noi, — disse con più forza — -abbiamo vergogna di te! - -Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò a sedere. Il -petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva parlato; si riempì di -nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo alle labbra, ma non bevve, e lo -depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia. - -— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel -mestiere! - -Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un -poco, e ansava. - -Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i guanti rimasti -su la credenza, e, mordendosi un labbro nell’ira taciturna, s’avviò -verso l’uscio. - -Ma su la soglia si rivolse: - -— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo un poco di pazienza; -fra qualche giorno me ne vado e non darò più noia a nessuno. - -— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla sedia a fatica. - -— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni avrò ventun anni e -nessuno me lo potrà impedire. - --Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una voce amichevole. -— Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, guardando Paolo che -aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. — -Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta... - -— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì sbattendo l’uscio. - -Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa. - - - - -IV - - -Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la -notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo -amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi -e di spini. - -Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva -paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva -il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo -interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui. - -In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la -sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il -passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore -l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare; -aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è -lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso -il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena -del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani -tornerò.» - -Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più -lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato -partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi -ha detto: Resta; non ha pianto.» - -No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir -nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per -impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva -di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le -ho fatto quasi orrore...» - -Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo -in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza -involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra -dell’anima sua. - -E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello -che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che -fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio -darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in -tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...» - -Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita. -Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il -tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale -nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così. -Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non -poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava -per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni -dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima -le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo -conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata -e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di -lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi -d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso -ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio -ismemorato col quale s’era offerta a lui. - -Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa -lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante; -avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro -avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in -sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che -sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza -d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e -già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta -una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a -prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per -godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la -sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno -visibile d’una violenta sensualità. - -Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non -voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente, -strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per -tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io -stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse -non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.» - -Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto -il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo -folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran -oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere -l’uomo che fui.» - -E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar -pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua -bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di -delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con -esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice. - -Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada. -Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il -suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato -vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che -la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere, -certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo -in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno -la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei. - -E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida -faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente. - -Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato -nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo -sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace -fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture, -nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la -possibilità di così fatti amori. - -Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore -perverso in un campo arido. - -Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine -soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla -chiesa, al prete, alla confessione. - -Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento -religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una -profonda e miracolosa eredità. - -Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti -respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore -nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando -la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile. -Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli -suggellò nell’anima il suo grande peccato. - -Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la -custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando -a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra -la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia -d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca -vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante, -e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto -l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava -perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei... - - - - -V - - -— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un -braccio. — Non così presto!... Ho paura. - -La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del -sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro -mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva -il cielo. - -Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo -in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere: -ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli -finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei. - -Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel -cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali -gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti -d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime -colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di -giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza -del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga -scintillante. - -La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta -fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un -brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili -delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un -balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio. - -Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo, -disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come -il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che -s’era insiepata, strillò di paura. - -Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata; -ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di -vento, che saliva in alto, vorticando. - -— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di -compassione. — Corri troppo forte! - -Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura -si sporse avanti e rispose: - -— No, signora, nessuna: ho guardato io. - -Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un -villaggio e bisognò rallentare. - -— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le -automobili camminar da sole, — confessò Loretta. - -— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa -sorridendo. - -Ella parve riflettere un istante, poi domandò: - -— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile? - -— Se vuoi. - -— E’ difficile? - -— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti. - -Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era -calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva. - -— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa. - -— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso. - -— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; -altrimenti si prende una malattia d’occhi. - -— Davvero? - -— Certamente. - -Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio -d’occhiali e ridendo se li mise. - -— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò. - -Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa. - -— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali? - -— Sì, hai ragione. - -Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni -tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel -fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano, -dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi -a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di -cavalli. - -Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce: - -— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo. - -Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la -campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle -colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le -falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su -le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era -vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo -spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore. - -— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho -voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di -stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno! - -Poi domandò con sommissione: - -— Potrò fare queste cose? - -— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà. - -Ella ebbe un sussulto di gioia. - -— E tu verrai spesso a trovarmi? - -— Ogni giorno, Loretta. - -— Quanto è lontana la tua villa dalla mia? - -— Mezz’ora d’automobile. - -Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse: - -— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero? - -— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E -soggiunse: — Vorrai?.... - -— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore. - -— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua -domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che -vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava -gente. - -Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza -fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata -un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico, -subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza, -come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a -vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo -fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi. -Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile -splendore dell’acqua. - -— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio. - -— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose. - -Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture, -sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada -forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor -piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e -d’istorie come un immenso arazzo d’oro. - -La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò -nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre -le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina -discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei -giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande -di gelsomini e di rose. - -A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un -color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in -giù dall’opposta montagna. - -Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo -per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più -bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella -pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando -sotto le stelle... - -Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che -ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel -giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata. -Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante -non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più -terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte -di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la -stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte -non poteva dormire... - - - - -VI - - -Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo fantasma non gli -dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre. -Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di -lei dopo quell’ora di commiato. - -Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le -avventure in cui s’era freddamente involto per cercare uno svago, erano -state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il -tempo, che sono per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non -servivano che a rendere più acerbo un amore come il suo. - -Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito -alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le -minacce, battuto coi più duri flagelli e persuaso che nessun rimedio, -tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile -amore. - -Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato -mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che sono maggiori della -volontà umana, e non più sperava in sè medesimo per la sua liberazione. - -Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; era posseduto -di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un -dedalo senza uscita. Perchè tornasse uomo e ricuperasse nel suo -senso esatto il valore della vita, gli era necessario sacrificare -al suo terribile nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano -prigioniero. - -Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato -pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo -interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni, -le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia -dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui -roteava il suo torbido universo. - -Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo -cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo -continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto -ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale -inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco -ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco -dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che -addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca. - -In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. -Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui -con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente -una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere -il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non -si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non -aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo -mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’ -freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del -rimorso? - -A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in -lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel -disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la -coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva -che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, -sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era levato dalle -radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale -forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il -suo colpevole amore? - -V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, -non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî -incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura -spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate? - -Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così -inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste -appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè -mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor -femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla -forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima -nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che -irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se -avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose! -Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era -sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di -certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo -nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua -scintillante nudità. - -Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei -o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla -brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli -conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano. - -Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè -sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace -di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato -insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel -coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non -di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, -si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare -preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da -costui gli fosse tolta. - - -Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate, -mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa -ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra -della sera. - -Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva casa per casa, e -ch’era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento -che già fosse la sera, per poterla traversare più facilmente senza -incontrarsi con alcuno. Lasciò i bauli alla stazione, e salito in -vettura si fece condurre alla casa del padre. - -Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli -batteva il cuore. - -L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di lì, per quelle -strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara, -il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que’ -medesimi che aveva portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato -su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine -bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua -vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni -tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava. - -Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in -una specie d’ossessione. Tornò ad amare la sua città, perch’ella vi -abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni -che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia -di assaporare lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una -cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo del -suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, fece fermare ad una -bottiglieria, vi discese. - -Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti da sera, -andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò chiamandoli per nome, -forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e -passarono in fretta. Ne rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano, -e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura. - -— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina! - -D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste famiglie di -piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i -tavolini dei caffè, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le -tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille -azzurre. - -Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa paterna. -Giunse. La bottega era già serrata; egli restò qualche attimo davanti -al portone per non apparir troppo commosso, poi entrò per la corte -e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti, -l’Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco. - -E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò. - -La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria vi -spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v’era gente -affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche -scoppio di risa. - -Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l’Eugenia lo -riconobbe. - -— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al sopraggiunto. -Egli tese loro le mani, poichè non poteva parlare. La madre gli venne -incontro e l’abbracciò. - -— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi di quel nome. - -Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose. -Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena: - -— Bravo, sei tornato. Era un pezzo! - -Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta. - -Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declamò: - -— È sempre il benvenuto chi torna fra noi. - -— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente. - -Rispose Paolo: - -— Non c’è male, come vedi. - -E gli altri tacquero. - -Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi -l’aria di nascondere un penoso mistero. - -— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante. - -Dopo un silenzio Paolo rispose: - -— Non c’è. - -— Come non c’è? È fuori? - -— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata. - -E gli altri tacquero. - -— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò il Riotti. - -Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia erano -rimasti in piedi. - -— Io? Di lontano... - -— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi le mani. -La ragazza intanto lo guardava co’ suoi piccoli occhi attoniti, ed -una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia -femminile. - -— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò la madre. — Ma ci si -vede così male qui... - -— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È il gran caldo. -— Si girò intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse: - -— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà? - -Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ stupiti: -supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro. - -— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano le parti -ironiche. — La signorina non ha ore fisse! - -Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino. - -— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti. - -E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo, -entraron dopo di loro. - -— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, con la -viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza suggerì a sè stesso: - -— Finisco la mia pipa. - -— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la madre, entrando nella -stanza illuminata. — Figlio mio, cosa t’è accaduto? Non sei più tu! - -Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo -vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata. - -Egli cercò di sorridere: - -— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per molti giorni. - -— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio! - -— No; ora sto bene. - -Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a lui, con la bontà -impacciata delle persone semplici. - -— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la sua premura. - -— Grazie, Paolo, nulla. - -Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era -più che mai un estraneo; perciò non osavan troppo investigare nella sua -vita misteriosa. - -V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata condita -con aglio odorava forte. - -— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre. - -— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è? - -— Loretta... - -— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a lui con una -faccia spettrale. - -— È via... è partita... è fuggita insomma... - -— Fuggita!?... - -Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento -per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre -allibirono del suo terrore. - -— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi ancora come per -soccorrerlo. - -— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese con la voce -strozzata. La madre corresse: - -— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha detto prima... - -Arrigo radunò tutte le sue forze: - -— Ma dove?! — gridò con ira. - -— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre. - -— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena... - -Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia. - -— Sai... è una sgualdrina... — disse. - -Arrigo scattò in piedi con un balzo. - -— Cos’hai detto!? - -L’altro fece con la mano un gesto vago. - -— Nulla... dicevo così per dire. - -Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi -con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne -lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi. - -— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una orribile voce. - -Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e girò -su la sua famiglia uno sguardo minaccioso. - -— Non lo sapete?... - -Il padre rispose: - -— No. - -— Da quanti giorni è partita? - -— Saranno dieci giorni. - -— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo pensiero il tempo da -che s’eran lasciati. - -— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando innanzi la -mano come per insultarli. - -— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle. - -— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più duramente, con -una voce implacabile. - -La madre s’era messa a piangere in una poltrona; Paolo s’era fermato -contro un mobile e fissava Arrigo con stupore. - -— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo fare noi contro -voialtri?... Ci ammazzate, e basta! - -Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si -lasciò calare sopra una seggiola e continuò a tossire. - -Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti. - -— Disturbo? — domandò con mansuetudine. - -— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza muoversi. L’altro -volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore. - -Arrigo fissò il fratello: - -— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Non ti occupi di -nulla, tu? Non sai dov’è andata tua sorella? - -L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche parola fra i -denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi -come se volesse affrontare il fratello. - -Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli -fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio -primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione. - -Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per accusare forse, -intorno alla fronte di quell’uomo debole che per tutta la sua vita non -aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennità si -cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano -la sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente -il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo sul focolare -semispento e può benedire come un santo o maledire senza remissione i -figli nati dalla sua virilità. - -— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare tuo padre -e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni? -Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai -fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato -le spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua sorella, -peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, quello che aveva -il dovere dell’esempio. Sei tu che l’hai portata fuori di casa per il -primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi è perduta per -noi, se oggi si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè -sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un -uomo cattivo!... - -La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse. - -Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso -terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua colpa da colui che -non la conosceva, quando pensò che accusavano lui di averla buttata -nelle braccia d’un altro, lui che si struggeva d’un amore insanabile, -quando sentì che la sua opera nel mondo era stata solamente quella -di corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel suo -perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il -suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro -tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l’accusava, -quel padre taciturno ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte -d’amore. - -Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo la sua -bocca sinistra. - -— Va bene, — disse lentamente, — va bene! - -Poi continuò, scandendo le parole: - -— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo rovinato e -perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato e perduto. - -Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di -dolore; indi riprese: - -— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate -impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete -responsabili di tutto quello che può succedere. Non dimenticatelo: voi -tre! - -E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro. - -Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi intensi. -Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, duramente, con un -atto di sfida. - -— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, con un tono -ambiguo. - -— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo. - -— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai? - -Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di -rispondere; ma l’altro non gliene diede il tempo, e riprese: - -— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali! - -Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la madre dette un -urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose. - -— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io! - -Col braccio teso gli additava la porta. - -Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse. -Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche -urlassero ad alta voce l’infamia di cui s’era contaminato... - -Chinò la testa silenziosamente, ed uscì. - -La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa, -terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo travolse nel suo flutto, -come un naufrago in balìa della fiumana. - - - - -VII - - -Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa -calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella -tragedia imminente con una spaventosa lucidità. - -Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua -catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo -mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un -istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia -definitiva. - -Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della -solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno -smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito -come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana -rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro -la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo -focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica. - -Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in -quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere -il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta -che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte -le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed -aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare -di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore. - -Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra -del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente -cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in -paragone dell’altra sciagura. - -Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo -quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui, -su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro -dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli -non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal -ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era -stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia -d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore, -se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella -provare che una pietà profonda. - -L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una -speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle -somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore. - -Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo? - -Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti -al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le -finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva -quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle -villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto -che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia. -Era partito in automobile. - -— Da quando? — egli domandò. - -— Forse da una decina di giorni, o poco più. - -Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva -dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case -si chinassero su di lui. - -Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva -davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due -soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e -che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e -non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai -fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue -braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva -la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma -lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.» - -S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano... - -Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il -fragore delle strade gli parve assordante. - -— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E -poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse -non è con lui; forse mi cerca.» - -Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli: -— «Mai più»? - -Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo -guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce -di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan -come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè, -nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia -sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria -dov’era solito fare una sosta prima della colazione. - -Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già -partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni -estivi. - -Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore: - -— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti -cápita? - -Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli -rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e -mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i più con -un pretesto o con l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran -stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non -accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene. - -Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicinò. -Quest’uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a -farsi perdonare dall’indulgenza del prossimo. - -— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar discorso. - -— Infatti. - -— Come mai? - -— Non stavo bene, non sto bene ancora. - -— Si vede. - -Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento. - -— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con indifferenza: — È -vero che vai a stabilirti via? - -— Io? Perchè? - -— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci! - -E se ne andò fischiettando. - -Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste, -quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse -già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa, -s’erano fatti vedere insieme? - -Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non -v’era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non -era affatto intimo e che lo salutò appena. Si mise ad un tavolino da -solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo. - -Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si recò nelle sale -del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello -che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando -qualche mobile con una pigra lentezza. - -— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza interrompersi. -Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che -la fama d’un gentiluomo è spesso in mano di costoro. - -— Come stai, Pietro? — gli domandò. - -— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po’ dimagrato. - -— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni? - -— Niente: un gran caldo. - -— E d’altro? - -— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie! - -Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento -di coloro che da venti o trent’anni, ogni giorno, sbrigano le stesse -faccende e vedono succedere le stesse cose. - -— Baruffe? — domandò Arrigo. - -— No; son quasi tutti in campagna. - -— Pérdite forti? - -— Qualcuna. - -— Pettegolezzi? - -— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre! - -— Su chi? - -— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!... - -Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in -estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di -non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse: - -— Addio, come va? - -E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola -del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro -animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno -e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere -occupatissimi al loro gioco. - -Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori. - -— Che novità? — fece. - -— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo -Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca! - -Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo -assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare -la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con -Totò Rígoli. - -— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del -Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito -per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva -già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco! - -Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. Il -Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le -loro con affetto. - -Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che -andavano tessendogli una corona di spine. - -— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in pochi. Tutti via, -coi papà, con le mamme, con le sorelline... in campagna! - -Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere un riso -discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che alludevano quegli -scherni velati? Non avevan dunque nessuna pietà di lui? Non lo vedevano -morire? - -— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono alle cinque -col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno i figli legittimi -alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le -ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio -nome, — per esempio: «Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, qui -da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, che spendono -un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli -spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo -noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta -l’estate a soffiare dal caldo in città. - -— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i tuoi sproloqui? — -esclamò lo Spada che perdeva la partita. - -— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. — -I misteriosi che non si sa dove vadano, nè con chi vadano, nè perchè -vadano dove appunto vanno... - -Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con -un risolino pieno di malizia. - -— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è lo Spronelli, -detto Coditrémola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e -indispensabile amico Lulù Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono -in luna di miele. C’è il tenente Calógero, che ha chiesto tre mesi di -licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti -sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il -Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a -fare una «tournée» artistica nelle bische francesi; Torretta che va -ad imparare il «bridge» in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante, -che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra -i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la -situazione estiva della nostra compagnia. - -— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un altro -misterioso... - -— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi quasi me -ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito per ignota destinazione, e -quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia -tu... - -— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata. - - - - -VIII - - -Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto. - -Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo -fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, ma d’un colpo irreparabile -aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo -alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette -pubbliche. - -Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello scandalo palese -l’odio e l’invidia lungamente contenute. Il nome infamante, l’aspro -epiteto di lenone, gli sibilava nelle orecchie ronzanti, lo feriva -nel mezzo del cuore, come se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse -dietro per beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l’accusavano di aver -venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato nell’ombra -il mercato fraterno, forse di averne già riscosso il prezzo. E la città -lo sapeva; per ogni strada la notizia correva di bocca in bocca, ad -ogni limitare si parlava di lui, di lei, dell’altro; era un bisbiglio -continuo, súbdolo, che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello -esagitato la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei, -che volava nelle risate della gente. - -Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in cento a sbarrare -il suo cammino; la fiamma nascosta sotto la cenere avrebbe illuminato -di un crudele rossore il suo pubblico dileggio. Strappatagli di -dosso la sua veste di gentiluomo avventizio, anche i più benigni non -avrebbero ritrovato in lui che il fratello della mantenuta. - -E udiva rinchiudersi dietro di sè, con un sordo fragore, le porte -dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie che aveva -pazientemente forzate; facce avverse vedeva, bocche orlate di scherno, -occhi obliqui volgersi altrove per non rispondere al suo saluto. - -Tanti anni spesi ad un lavoro ábile, tenace, assiduo, eran ormai -sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; l’inviolabile signorìa -si asserragliava novamente nel suo cerchio di privilegi — e questa -volta per sempre. - -Ecco il dono ch’ella gli aveva apparecchiato per il suo ritorno ed in -cambio dell’amore ond’egli si moriva per lei. - -Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua disperata -passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto ella lo ferisse, non -gli riusciva d’avere contro lei alcun rancore. Dal fondo invece della -sua coscienza risvegliata una voce gli parlava, con le stesse parole -del suo padre accusatore: «Sei stato tu che l’hai portata fuori di casa -per il primo; se oggi si disonora la colpa non è nostra, è tua! tua!... -perchè sei stato un cattivo figlio e in tutta la tua vita non sarai che -un uomo cattivo!» - -Ed allora si ricordò di quel primo giorno ch’ella era venuta nella sua -casa, con un braccialetto d’oro al polso, il braccialetto di Rafa, e -ricordò tutto quello che avevan discorso fra loro, stando egli supino -sul letto, ella seduta su la coltre, quando, fra quel calore, fra -quell’odore che veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua -purezza il primo sguardo colpevole. - -Invece di ammonirla s’era fatto il suo complice, per farsi amare da -lei; giorno per giorno l’aveva quasi ammaestrata nella corruzione, le -aveva scaldato nel grembo il piccolo serpe della lussuria, che li aveva -poi allacciati insieme nel suo nodo convulso. - -Atterritamente sentì che una forza invincibile si era drizzata contro -la sua colpa e che più non eravi alcuna ribellione da tentare, alcuno -sforzo nel quale adergere l’ultima volontà, l’estrema speranza. Il -suo nemico non era più solamente racchiuso nella sua coscienza; ora -usciva, lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest’uomo, che si -era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente la sua -battaglia, provò allora un infinito bisogno di tutti, e si volse a -cercare intorno a sè un amico, un amico fraterno e buono in cui versar -la sua pena, un tetto soccorrevole sotto il quale trovar rifugio. - -Ed allora solamente si ricordò di una donna ch’egli aveva oppressa e -fatta piangere, una donna che lo aveva sempre soccorso, ch’era pronta -sempre a tendersi verso di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli -sapeva che da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai -strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato un sorriso. - -Camminò per i marciapiedi avvampati, lungo i muri che gli gettavano -in faccia una luce abbagliante; camminò, vedendo solo fulgori e grandi -circoli di sole, che gli roteavano intorno come per allucinarlo. Tutti -i rumori della strada, anche i più comuni, gli parvero insoliti, e -mutati gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza -dell’enorme dolore che lo travagliava. Come se un’immensa catastrofe, -d’un tratto, fosse avvenuta in lui, l’anima gli restò sepolta sotto le -rovine del suo mondo interiore, ed inerte come un automa egli ubbidì -solamente alla sua paura. - -Quando giunse nella contrada ove abitava l’amante, quando rivide quella -casa dall’aspetto un po’ tetro, ma con un suo balconcello fiorito, col -suo portone ampio e scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli -si aprì di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, la -fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente sorgere di lontano -il tetto di una casa ospitale. - -Avviene talvolta che la più antica fra le nostre abitudini ci sembri -nuova, ed un luogo per il quale siamo le cento volte passati riévochi -subitamente in noi la dispersa memoria d’un’anima che anticamente fu -nostra. - -A nessuno è dato conoscere come un luogo, un oggetto, un essere, siano -veramente in sè stessi, fuori dalla nostra sensibilità e svestito -dall’immagine che noi gli attribuiamo. È il nostro cuore che fa parlare -le cose, e noi, attoniti qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel -salire le scale della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno -un’onda di sensazioni confuse; guardava con una specie di curiosità -l’aspetto di que’ muri adorni d’antichi affreschi, di quegli scalini -larghi e lenti, che aveva tante volte contati macchinalmente nel -salirli, di quella ringhiera in ferro istoriato, un po’ rugginosa, che -portava nelle congiunture de’ suoi fregi una incancellabile polvere; -guardava l’aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla parete sul -primo pianerottolo, dove c’era un cassabanco in legno scolpito. - -E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia di molti -anni, la storia di tutte le cose ch’eran passate fra loro, dai primi -tempi, quando l’amava d’un capriccio forte, agli ultimi, quand’ella -era divenuta per lui un peso necessario, anzi una indispensabile ma -tediosa catena. La rivedeva, qualche anno addietro, ancor bella e -desiderata da molti, co’ suoi lisci capelli neri che le facevan su la -nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui gli occhi -ardevano d’una vita spirituale; e quand’ella gli si rifiutava con tutte -le scaltrezze voluttuose della donna che prevede l’imminenza del suo -fallo, e poi le lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia, -tra i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le veloci -sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la tempia contro il -violino, avvolto nel profumo della sua carne pallida, curvo su lei, -desiderosamente... - -E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, quando già da un -pezzo egli si sentiva amato, e già le sue calde labbra si erano date -a lui, di sera, nell’ombra, con brivido, su l’orlo d’un pericolo -meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un -colore di poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua semplicità -era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della sua persona somigliava -singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l’antico -avorio, come l’ambra soave... - -Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante lacrime -le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate -in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di -quelle tempeste che soverchiano il cuore... - -Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, per onestà -forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche -volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l’evidenza di quello -sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava -nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua -bocca un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano di -leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel -cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si -raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che -stanno per mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. Ma -egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, nè dirle -che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all’orlo della bocca certi -acutissimi scherni... - -Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue braccia nude, -nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte -che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le -s’inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava più -quell’odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo -fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un’altra -carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta -la sottile cenere del tempo. - -E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la -giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo nel calore d’un’altra e bevo su la -bocca d’un’altra questa voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile -cosa? - -E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria crudeltà, poichè -in lei rimaneva la febbre, il desiderio più giovine degli anni, la -voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un’altra, -di ricevere da un’altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore -della passione, come un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada -sfiorendo; e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte chinata, -ella pareva guardarlo con infinita malinconia. - -C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le virtù che sono -state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino -insieme per comporre una fedeltà unica, una sola poesia. Ed è allora -che nel suo amore pénetra un senso vago di maternità, si fonde una -tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di -porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta -misericordia d’una suora di carità. - -Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale si orna -la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di -piacere. Nel suo commiato dell’amore, che in fondo è per la donna tutta -la storia della sua vita, ella vuol essere più bella che può. - -Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria — -il più voluttuoso ed il più triste: quando sentì per la prima volta il -desiderio d’un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e -quando, in un bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che -non sarebbe amata mai più. - -— Clara! - -Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva rumore. - -Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e -restò perplessamente a guardarlo. - -Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva così -travolta la sua vita? Non era più il medesimo, quegli che tornava; non -lo riconosceva più. - -Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra -due che s’incontrano, vi son tante e così terribili cose a dirsi, che -le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verità: segni -troppo incapaci di esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si -parla solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la confessione -è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e mutamente ha devastate -le anime. - -Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione così -forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro -inconfessabili pensieri. - -Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona. - -— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si coverse la faccia. - -Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello strazio che -dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con una mano gli carezzò i -capelli come faceva di consueto. - -Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò. - -Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la -dolcezza consolatrice d’una lacrima gli era salita fino alle aride -ciglia. E in quel momento, dal suo più profondo essere, sotto la -carezza di quella mano timida, sentì qualcosa commuoversi dentro -l’anima che non era più disperazione, che non era più furore, ma -una voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi di -comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle: -«Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...» - -E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili. - -Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona, -mise la fronte contr’una sua spalla e rimase ferma. Così lo ascoltava -piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza -le sue lacrime, poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse -nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui. - -Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la -loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano per sempre -divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volontà, l’uno e l’altra -provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuità -incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi -fraterni la loro morte interiore. - -Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo, -come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava -con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un’infinita bontà, una -disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo -veduto, bello e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto -il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, così lucidi, -che parevano pieni di sole... - -— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando intorno lo -sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli -era tuttavia familiare. - -— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella rispose -pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio. - -— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente ogni cosa? - -E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d’amore, -che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono di sorella e -d’amante. - -— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio povero amico. Ed è -forse troppo tardi perchè io possa fare qualcosa per te. - -Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, come fosser -lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti del suo cuore. - -— Ma quello che non so, — riprese, — è dove sei stato finora, dove sei -fuggito, che hai fatto? - -Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che suscitò in -quel silenzio un’eco sinistra, e parve il riso implacabile d’un’anima -gonfia d’odio contro sè stessa. Poi, di scatto, sorse in piedi, -spingendo indietro la poltrona, e, fermo davanti a lei che rimaneva -inginocchiata: - -— Non hai orrore di me? — chiese, fissandola. - -Clara gli sollevò nel viso gli occhi mansueti: - -— Povero mio amore... — gli rispose con dolcezza; e si levò. - -— Non ti faccio orrore, dimmi? - -— Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sarò sempre la -tua amica e non ti devo giudicare, io. - -Egli abbassò la fronte, con vergogna. - -— L’ami? — ella fece, così piano che appena si udì. - -E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido e non volle -rispondere. - -— La mia vita è morta, — disse. — Ho tutto perduto in un giorno; tutto. -Vivo in una specie di vertigine. Son venuto da te, perchè sei il mio -ultimo rifugio. E pensavo che anche tu mi avresti respinto. - -Poi gli salì un rimorso fuggevole dal fiore dell’anima: - -— T’ho fatto piangere molto, non è vero? - -Ella rispose: - -— Che importa? - -Allora si risovvenne d’essere donna, d’aver tuttavia qualche grazia -nella sua consumata persona, di potergli forse dare un conforto -parlandogli con la sua voce più morbida, lasciandolo discorrere della -sua pena; e gli si fece presso, gli posò le mani su le spalle con un -atto debole e dolce: - -— L’ami ancora? — domandò. — L’ami ancora molto? - -— Con furore! con furore! — gridò egli, senz’alcuna pietà. - -Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito che l’assaliva. - -— Raccóntami... — fece, con la estrema curiosità del suo tormento. — A -me puoi dire tutto, se questo ti fa bene. Io non sono più nulla, tranne -che la tua amica... Raccóntami... - -— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi? - -Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira: - -— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio. - -— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran dolore che ne -avrebbe. — Non è mai inutile raccontare quello che ci fa male. - -— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò cupamente, -quasi parlando a sè medesimo. E disse tre volte queste parole: «la mia -sorella», come se trovasse un’acre sapore nell’orribile nome. - -Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose: - -— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perchè fosse mia! -Lo sapevi? - -— No, — ella rispose impallidendo. - -Il fratello di Loretta riprese: - -— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è attorcigliata -intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che -l’avessi pensato mai, la tentazione mi si è presentata, nuda, folle, -terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto più pace. -Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore della sua -persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su -tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi -coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male -venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi -dal suo medesimo respiro. - -Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena di nervi, -piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo cálice, in -cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso -a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi -questa orribile sete mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è -salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve -condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per combattere queste -orrende passioni. - -Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava -nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di sè. -Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto -m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo, -io tremando; e c’era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma -una forza invincibile. - -Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, mi si -offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè me. Tutte le lascivie -che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio -nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi -roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè vuoi che ti -racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, e súbito ricominciò: - -— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son -divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me -l’appagarmi, eppure non potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore, -qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì: -terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia carne stessa, -che non poteva contaminare la sua. Perchè?... Lo sai tu il perchè? - -Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza battere le -ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata. - -— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso è -troppo tardi; un altro me l’ha presa... è tardi! Mi amava: non mi ama -più. Si è data, con gioia forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè -sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato -contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare. -Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le mie braccia nelle braccia -d’un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme... - -Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; poi -ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta nella mia casa, e si -è spogliata. Non dimenticherò mai quella prima volta che vidi le -sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticherò, quando -eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava -con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava, -si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo -spavento che può essere nel primo desiderio d’un’amante. Ma, invece di -prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda, -sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato -indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che -vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io viva: — mio padre. -Sono fuggito lontano, all’impazzata, in cerca d’una liberazione. Mi -odiavo, sentivo di me lo spregio che si può avere della bestia più -immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva -dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè -lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne -trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire -altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei... - -Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un uomo ferito nel -petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominciò: - -— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: «Sei mia.» -Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno -e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che -fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi -respingono... Che fa? Che fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma -l’amo ancora, e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il -mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve ancora -chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti -faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male -voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare -il mio peccato fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se -questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?... - -Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si -mise a scintillare sopra una scatola d’argento. - - - - -IX - - -Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita -in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una -prigione fatta col suo grembiule riverso. - -Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia come i suoi -capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi d’un colore di cenere -spenta. - -— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate, -signora: splendono! - -Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni su. - -Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica, -venne davanti alla sua signora e disse: - -— Guardate. - -Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron -via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di -stelle. - -Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo carico di -vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di póllini maturi. - -Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini -aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro -tappeto d’innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s’era messa -una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena -solitaria, non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i -sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre per le -strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche -di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva -noleggiati presso un vetturale di que’ dintorni. Ma invece, la sera -dolce, inebriandola a poco a poco, l’aveva lentamente addormentata -su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali -d’illustrazioni e di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine -mentr’ella si addormentava. - -Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a -guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel -buio, come lucígnoli deboli sotto il vento. - -Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il calor del -giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressochè -invisibile; tutto, a perdita d’occhio, pareva sopraffatto ed esausto -per la fatica enorme dell’estate. - -A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel -villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con -serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d’una donna, la -quale forse ninnava il suo bimbo. - -Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un cespuglio, -Loretta disse a Lazzara: - -— Dove sei stata? - -— Nei campi. - -Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno. - -Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal -cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè Benedetto era un bel -giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole, -co’ suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano -rosso che prima era stato all’occhiello del suo galante. - -— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara. - -— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta rispose. - -A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a -rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti -passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano già fatto -nascere qualche malumore. - -— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari dopo la -mezzanotte, come sabato scorso. - -— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo, -guardò con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad -una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra -si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse -d’una polvere d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo -di stelle. - -Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poichè l’età -le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si -occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di -mano alla cuoca, faceva un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse -che un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ grembiuli -fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina -molto strana. - -E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan compagnia; -discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle. - -Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, nátale da un -amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la -picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in città a -prostituirsi nella mala vita, e più da quel tempo non la si rivide. -Allora Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi -nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch’era -venuto ai settant’anni senza mai peccare, se l’era tolta seco per far -opera di carità e voleva educarla come una figlia; ma non potendola -frenare, l’aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un -ismodato amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè -un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva d’aver fatto -molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da -qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura. - -Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, e lavorava e -le facevan la corte. - -— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo che Lora, -taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava -nella chiara notte, un po’ ebbra di quella solitudine. - -— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno. - -Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona di vimini, -presso il lume velato. - -Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle -rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore. - -— E tu hai sonno, Lazzara? - -— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i sogni che faccio mi -túrbano. - -— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni? - -— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l’altro -mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò fare, assai lontano di qui. - -— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara? - -— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace -ogni cosa che va lontano. - -Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo -all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari -le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora. - -— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla fanciulla. - -— Sì, signora; più di quattro anni. - -— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto. - -— Sì, una bella notte che non dimenticherò. - -— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i -tuoi racconti. - -La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le -ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale -selvatico e docile. - -Poi si mise a raccontare... - - -Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano -in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli -incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E -poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili -pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta -infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi -odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi -che ondeggiano, il vento e la libertà. - -E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola, -con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile. - -Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel -silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro -che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan -nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità, -quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra -che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che -volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una -finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile... - -E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come -fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci, -due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le -colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto, -si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il -ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un -fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi -vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare, -in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante -luna. - -Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno -della croce, e si lasciò cadere... - -Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli -odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba -rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li -scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una -bella criniera. - -Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano -da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò -prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide -allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la -primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida -di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal -cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la -ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti, -ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della -falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione -lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie, -dell’inverno, con la sua squallida neve... - -Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica -lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre -con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per -lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte -senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia -meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della -luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza -conoscere la tua strada.» - -Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella -ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo -Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala -invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più -ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva -nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo -distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più. - -Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle, -muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un -podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava. -Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le -foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più -lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte -serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane; -s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e -le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un -frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed -era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare -la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio. -Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie, -più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi, -perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso, -gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con -un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata, -soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio, -immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e -stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano -come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità. - -Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba -il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida; -le capinere del bosco trillavano a voce spiegata... - - -Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe -inteso un rumore. Ascoltarono. - -La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i -suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella -profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e -rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi -fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano -tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, -disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una -conca scintillante. - -Ascoltarono, più attente. - -— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua. - -Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia -pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo della notte d’estate, -un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominciò. - -... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria imparata -nel convento: - - Date un pane, buona gente; - nel mio sacco non rimane - più niente... - Buona gente, chi mi fa - per l’amore del Signore - la carità? - -E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul -declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed -era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore. - -Ad un casolare, certa donna le parlò: - -— Come ti chiami? - -— Lazzara. - -— E che hai fatto sinora? - -— Nulla: ho camminato. - -La donna stette un attimo pensierosa, poi disse: - -— Entra. - -Così la presero per il tempo della mietitura. - -Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un -mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra -d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada -maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan -di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il -pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta -nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi -dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza, -si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era -un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di -capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. -Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan -le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si -muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore. - -Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece -una smorfia e rise forte. - -— Buon dì! - -— Buon dì. - -— Fa sole... - -— Che sole! - -Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme. -Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una gatta snella e indolente. - -Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di formaggio, -una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono -in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perchè, risero. - -— Fa sole... - -— Che sole! - -— Già, e non piove... - -Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le -portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento. -Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia -mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, -che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco -profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor -di selvatico. - -Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da -non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei -piedi scalzi batteva la terra, ma forte. - -Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque, -non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così -tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio -ed essere il silenzio stesso. - -Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta, -rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche -fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, -tondo — e se ne rammentava. - -— Che avete, Carlo, a fissarmi così? - -Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso, -cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a -lungo la fermentazione d’un tino di mosto. - -Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come -una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si -sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata -sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano -intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; -ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano -così. - -Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un -riso sciocco. Egli avanzò la mano. - -— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!... - -E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate, -avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura. - -Cantavano, strillavano, le cicale. - -Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via. - -Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la rapida corrente. -Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una -casa, e di più grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti -all’anfiteatro di una città splendidissima. - -Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello -nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. L’acqua scendeva, lenta -e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame -d’argento. - -— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che buttava un mucchio -di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro. - -— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi. - -— E a piedi? - -— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e si volse. - -— Io ci vado, — ella rispose con serenità. - -Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con -qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che -aveva preso il colore dell’acqua e del vento. - -— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse: -— Ma che ci vai a fare? - -— E tu? - -— Porto legna. - -— Sicchè fammi salire. - -Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: — -Tanto fa!... il battello è carico; sali pure. - -Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in -silenzio, come vecchi amici. - -Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una -copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò. -Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del -timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto -s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di -cosa stracca. - -Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva -su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle. - -— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere -sotto i denti? - -— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta. - -Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia. -Fumando, il battelliere la osservava. - -— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto -lacera? - -Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba... - -Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva -sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il -battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua -chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa -tremantissima. - -— Come ti chiami tu? — fece il battelliere. - -— Io, Lazzara. E tu? - -— Benozzo; io, Benozzo. - -— Ah... - -Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata, -che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto -si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore -della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei -boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano -il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale. - -— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per -il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno -laggiù!... - -In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa un’ombra nera; due -volte, tre volte, visibilmente, s’era mossa un’ombra nera. - -— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma -un poco impaurita ella pure. — È forse un gatto... forse il vento... - -— No, taci. - -L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, buia nel buio; -l’intesero che si moveva. - -Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò: - -— Chi può essere? Gli vado incontro, signora... - -In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale -illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, irriconoscibile, che -fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si fermò. Ma Lora dette -un grido, e per non vederlo si coverse la faccia. - -Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della scalinata, -volle parlare, forse gridare, ma non potè. - -Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso, -gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i pugni affondati nelle -tasche, forse pronti sovra un’arma invisibile. - -Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; poi fece -due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro. - -— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non voglio che si -gridi! - -Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, fecero qualche -passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si -rovesciò, si spense. - -Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto curvato innanzi, -con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra. - -— Chi è? — bisbigliava Lazzara. - -— Taci... - -Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un di que’ silenzi -ambigui che l’anima più disperata frammette come un indugio davanti al -suo più disperato coraggio. - -Ma súbito egli disse con asprezza: - -— Voglio rimanere solo con te. Mándala via. - -Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor più vicine. -Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto da una specie -di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste, -insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ciò -gli facesse un male estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol -per averla un attimo veduta. - -— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora... - -Forse già era un’altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per -quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor -temere; sicchè d’un tratto, abbassando il viso con una specie di -obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via. - -Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la -ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per -mettersi a vigilare. - -Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un -braccio verso la porta ov’era scomparsa Lazzara. - -— No, no... — balbettava — lásciami... - -E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s’andò a -rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un -rifugio. - -Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto insieme il -più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima umana contenere il -palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso -delitto, forse perchè incapaci entrambi di sopportarne la tragica -e disperante felicità, non era più che uno spazio breve come il -braccio, lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto -di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro -un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un -narcotico, e c’era, lì accanto, una casa pressochè deserta, piene di -stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio così la -più nera complicità come la più efferata beatitudine. - -E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili, -roteava una notte quasi magnética, tanto era bella e splendente, quasi -inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di -assurdo, quasi di crudele, poichè non dava il sonno, il riposo, la pace -nè il dolcissimo oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie, -un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante -anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una voluttà oltremortale. - -Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi e così vinto? -Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in sè? - -Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato, -come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la -guardava. - -La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana, -in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia -trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo, -diviso nel mezzo da un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra -i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle -ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei, -con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d’una -vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po’ turgida, come se -vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna -perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente -come l’avena d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo, -era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, con le -sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con -il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva, -con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa -intangibile purità. - -Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana; -era lì. - -«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve suonasse nel rumore -dell’infinito, nell’opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorità. - -E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella -muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare -l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel -caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti, -lì, nella gola, dov’è la voce che canta, che dice le parole d’amore, -che rántola, nello spasimo e nel piacere, istessamente... - -Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non essere così forte -ancora da poter compiere il suo disegno, poichè, più che tutto, quel -soave álito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come -una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse -la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per -sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli disciolti, su -la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso -annegamento... poich’ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa -inebbriata morte il fervore del rinascimento. - -Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano, -lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi al lor funesto potere. - -— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di scherno, poichè la -vedeva tremare. — Non ancora. - -Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua -persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un così grande -imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiamò -per nome. Con la sua propria fragilità, con la sua propria duplicità -di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino, -indovinando il dramma imminente. - -— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto nelle braccia -protese. - -Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di quelle mani -minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa viltà lo -fece ridere, d’un riso straziante; perch’egli forse avrebbe voluto che -si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in -lui quasi un rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come -ad uno straniero. - -Allora egli le disse con violenza: - -— Guárdami! - -Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il -braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia. - -— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me? - -Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve -dinanzi a fronte scoperta. - -— Mi riconosci? - -Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza -ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una -parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà. - -— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono -ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso! - -La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro -d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di -avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era -venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le -due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena -di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili -comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un -angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo. - -E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità. - -L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare, -forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si -rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso -enorme della sua propria disperazione. - -Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non s’era spezzata -e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli -piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili. - -Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul -terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell’angolo, sempre -rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui. - -Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi con fatica la -persona stanca. - -— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la prima volta -all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch’era -stato fra noi? - -Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere disse con forza, -con ira: - -— No! - -Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla. - -— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa vita un po’ pigra -ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po’ troppo... La -vestaglia ti si dislaccia... Non eri così quando ti conoscevo io. Forse -Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada! - -Prese uno sgabello e vi sedette. - -— Discorriamo. - -Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse uno sforzo -indicibile per continuare su quel tono di burla. - -— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese di Marzo, quando -sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo. -Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un -braccialetto d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per -lo meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si evita di -salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una casa, e più bella -e più ricca della mia, poichè Rafa spende volentieri. Se però non -ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo -grasse. Poi mi ricordo anche d’una gita che si fece insieme, su le rive -di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse -la memoria frammezzo a tante cose. - -La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi. - -— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti rimane più voce? - -La sorella domandò con un accento fermo e semplice: - -— Perchè sei venuto? - -Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi: - -— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; ebbi voglia di farti -una visita. - -— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una voce più profonda. - -— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi già messo il cuore -in pace? - -In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una -malvagia e tetra collera. - -— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, con piena -certezza. - -— Tu? - -— Alcun male, — ribadì, più recisa. - -Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla. - -— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi con entrambe le -braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente -quello che ti piaceva... Non dimenticartene! - -— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno -da questa verità. - -— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima -volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti, -potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè -lagnata, mai. - -Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso di meraviglia. - -— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta. - -— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per -qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa? - -Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi, -verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea. - -— Rispondi! - -— Non so. - -— Per amore? - -— No. - -— Per denaro? - -— Neanche. - -— T’ha forse presa di violenza? - -— No. - -— E allora? - -— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè mi vuoi -tormentare? - -— Rispondi: lo amavi? lo ami? - -— No. Ho detto di no. - -Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè ancora una volta: - -— Nè prima, nè ora; non lo amo. - -Ed inoltre era pur vero. - -Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che la fissava; -un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, increspò l’amara sua -bocca. - -— Ed allora perchè hai fatto questo? - -— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È stata una -follìa, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza -gravità ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti -nemmeno la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, forse -perchè ho commesso l’errore di salire una scala... non so, non so! - -Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza, -riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano -inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto -abituale. - -— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto. - -— Tu? - -— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo -disperatamente per non farti male?... - -Ella esitò un poco, poi disse: - -— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo, -dunque... - -Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta -la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo -enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che -una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del -suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai -voluta, dunque...» - -Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di -vimini, che oscillava. - -— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente -bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino, -che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse -costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto -martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo -ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche -abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e -tutto questo lo hai! - -— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che -facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata. - -Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò pensiero: - -— Perchè sei sola questa sera? - -— Sono molte volte sola, — ella rispose. - -Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. Egli aspettava -ch’ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si -esaminavano attenti; l’uno cercava di leggere nel cuore dell’altra. - -— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque non hai nulla a -dirmi? - -— Sì, molte cose... ma ho paura di te. - -— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto a quell’ora -in cui non si rispetta più nulla e nessuno, in cui tutta una storia -va incontro al suo pericolo definitivo. Però t’ascolto, se devi dirmi -qualcosa, e ti ascolto ancora con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo -stesso... ti ripeto: ancora lo stesso. - -E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come -una carezza. - -— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino. - -— No! — ella fece due volte, — no. - -— Hai paura? - -Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, una compassione -quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l’anima in quel rifiuto. - -Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena -d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì per recarle soccorso. - -L’uomo si volse a lei con una mossa repentina: - -— Che volete? — inveì. - -La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall’uno -all’altra, quasi per indovinare. - -Ma Loretta le disse: - -— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio -fratello se ne andrà. - -— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, senza poter -credere a sè stessa per la maraviglia. - -— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente. - -Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi -a poco fra lo spessore dell’antica muraglia scaturì un rumore d’acqua -corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorità la casa -profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono. - -— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto a vederti per -l’ultima volta, e non me ne andrò così presto. - -— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere a lungo in -questa casa. - -— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato. - -Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domandò: - -— Allora che vuoi? - -— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla, -e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura. - -Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente una -frase per esprimersi. - -Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto, -per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva -i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva. - -— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò infine. — Che -anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se -ti ho fatto male senz’alcuna mia colpa. - -Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il -colore della sua profonda morte. - -— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto -appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per -tuo conto hai già dimenticato. - -Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore. - -— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo -uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva -essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto -male. - -Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo -volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle -fredde parole. - -Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica. - -E di nuovo si levò: - -— Senti... - -Le venne più vicino, si curvò: - -— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto -tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo -per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed -io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un -cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto -il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato -quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato. -Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli -entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece, -se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel -quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei -la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e -ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così? - -Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se -avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli. - -— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole un polso. - -— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: io voglio -fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dítemi -solo cosa debbo fare... dítemi... - -Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui -si minacci un grave castigo. Egli comprese d’avere davanti a sè -l’ineluttabile dell’anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in -fondo a tanti cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in -cuor suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cercò -di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità la sua speranza -fuggente. - -— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per -amore... Dimmi: è la verità? - -— Sì, è la verità. - -— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo -cammino, è vero? - -— Sì, è vero. - -— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho -mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito, -rovinato, espulso: tutto questo non mi dà un vero spavento. È forse -orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la mia -passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre che tu mi dài, -la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai! -mai!... - -Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e si -restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ suoi -propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle -parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso -contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le -davan ormai un invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più -forte che la stessa pietà. - -Ma egli, quasi ebbro, continuava: - -— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente -scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la -forza di ricominciare un’altra volta la vita, e lontano di qui, lontano -da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa -che tu possa desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua -vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo -momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho avuta paura della -nostra colpa. Noi non abbiamo volontà che basti per lottare contro -queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili -davanti alla felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se -vuoi, m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle -braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via -di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa più conoscere il -rifugio del nostro amore... - -E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo -rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la -fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand’ella dette un grido -soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli -sfuggì. - -Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi -dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso l’orlo della -scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino. - -Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come per -arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la guardò. Muto, -attento, fermo, per un lungo attimo la guardò. - -Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, e sotto -la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere le braccia quasi del -tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo -cercò di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudità. - -Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, qualche -tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme buio, come talvolta -l’amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme. - -Egli rimase dov’era, e parlò forte: - -— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più? - -Ella taceva. - -— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?... - -Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo. - -— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre? - -Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si -vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare. -Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigliò fra i capelli. -Ma ella non sentì quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte -quella piccola stella. - -— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... da te, -dalla tua bocca! - -Un attimo ancora di silenzio: - -— Non mi amerai più?... - -Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò sul primo -gradino, rompendo in lagrime dirotte. - -La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle intorno. - -Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur esauste la -raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, ben forte, con tutta la -mano, le tappò la bocca. - -Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno, -come un animale in cerca della tana. - -Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di -urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua -bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il -peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il -peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli -bava e sangue nel palmo che la premeva. - -Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di -luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e, -traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve -cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla. - -Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad -ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava -del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la -magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche -fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni. - -Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava, -morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la -faccia, quasi per riconoscere sè stesso. - -Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la -sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non -respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite, -i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del -tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna. - -— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.» - -E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose. - -Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante, -come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto. -Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo -cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in -torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui. - -Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame -gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era -impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e -le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, -come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un -dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra -respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel -leggero álito. - -— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.» - -Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo -dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui -s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo. - -Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia, -senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a -lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle -due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia... -un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva -lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso -d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile, -tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile -come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla, -senza fiotto, piano piano, senza farle male... - -Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: — -«E poi?» - -Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme -vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni -cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì, -uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla -sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita -inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia -insoddisfatta... - -Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio, -immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano, -quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che -v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si -destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano -ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura. - -— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai -più carezze, povera piccola mano...» - -E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del -braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità. - -In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra; -si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un -pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in -basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò -sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel -brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo -volo. - -Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra; -solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la -bella capigliatura spiovente. - -E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso -contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe -allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di -spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno -dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle -pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante -il bacio della sua bocca soavissima. - -E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla, -quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due -pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia -ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola -in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per -le vene la spasmodica voluttà di quella morte. - -Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace -d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava, -si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole -d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel -ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella -era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua -verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente -sottile, infinitamente vicina al peccato. - -Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la -solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un -letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta -per il suo primo sussulto. - -Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne -trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni -e la fatica enorme dei risvegli logoranti. - -— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore -d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella -mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad -altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore -delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue -ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che -ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che -passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo -toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al -collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E, -vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un -velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè -vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di -troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga -nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più -candida sembrerai...» - -Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente, -con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla -mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della -luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua -carne scintillante. - -Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’ -convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin -sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni -d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie -gonfie di lana da filare. - -Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse -inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a -quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti -gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come -un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli -andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla -morire.» - -Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si -rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una -femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva -toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava -nel grembo l’inconsumabile amore. - -Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano -aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la fronte come da una mano -d’acciaio, fredda e forte; si sentì per tutto il corpo trafiggere -come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per -sfibrarlo. - -Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile -sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla. - -E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla -uccidere senza godere di lei? - -«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è un -nome?...» - -E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una specie -d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!» - -Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di que’ seni -rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo -istigò a conoscere dappertutto la sua nudità indifesa, e nel baciarla -si sentiva pervadere da un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo -fiaccato, arso, rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro -paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma -una inconsumabile voluttà. - -E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente -la sua preda sul limitare della morte, nè più sapeva chi ella fosse, -nè per qual modo su l’orlo della tragedia inevitabile egli potesse -conoscere il principio di una così grande felicità. - -Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi dispersa -nel vortice del passato — quando parimenti si era trovato curvo su -quella amata bocca, pallida, ma non così ferma... — e la baciò. - -La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso -veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella si agitasse un poco; -udì un sommesso lamento, che gli parve un lamento d’amore. Traverso -il velo di quell’ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava più -che un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, colma -di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su -gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata -balbettava in delirio le sue parole d’amore. - -— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... più forte... - -Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E -quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto -l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente. - -Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo -del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo, -infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello -specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro -padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, -l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli. - -Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si -disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa, -il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando -a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore. - -E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo -bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il -figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle -famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella -addormentata. - -Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero -di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il -violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei, -fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita... - -L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente -scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco -terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo. -La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che -aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso -d’un dio. - -E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte -d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini -del cielo, tra un’apoteosi di stelle... - - . . . . . . . - -Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora -d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per -il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce -lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni. - -Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di -mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori. - -A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale -indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si -stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una -dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto -bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate. - -Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come -da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano -per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto. - -Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di -raccolti, gli uomini e il sole. - -Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca, -ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di -campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo. - -Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là, -fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in -fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al -sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti -gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla -falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la -pazza estate, faticosa ed instancabile... - -Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo -della fila si fermò di colpo. - -— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta -bianca, rimase incerto se avanzare. - -— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E -si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella -ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece -inorridire. - -Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva, -immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia -bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio, -laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la -notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla -fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe -leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel -terriccio, sotto la tempia ferita. - -— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E -raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie -mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena. - -L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i denti -rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a -correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì. - -— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto ancora. - -Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi. - -— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente il più -vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio, -si toccò la sua fronte rugosa. - -Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della -croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono. - -Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si curvarono. -Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, — il piccolo -meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte. -Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli -occhi, uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante -quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse morto in delirio. - -Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron -la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo. - -— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che Gesù Cristo, -nostro Signore, raccolga nella sua pace l’anima di questo cristiano. - -E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda -empia su cui giaceva un cadavere insepolto. - -Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo e con -pietà lo distese come un sudario su quegli occhi spenti. - -— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, lì nel campo, -raccolto un fiore. - -— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città. - -— È sempre la città che li ammazza... - -— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper -godere la vita... - -— Così giovine! - -— Sì, una trentina d’anni. - -— Forse anche di più. - -— Trasportiamolo. - -— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna prima che lo -veda il Sindaco. - -E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo -rifecero il cammino. - - - RICHMOND HILL — _Agosto 1908_. - - AIX-LES-BAINS — _Settembre 1909_. - - - FINE - - - - -_DELLO STESSO AUTORE:_ - - - L’amore che torna — 1908 - Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_ - - Colei che non si deve amare — 1910 - Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio _Romanzo_ - - La vita comincia domani — 1912 - Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio _Romanzo_ - - Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914 - dal 41.º al 70.º migliaio _Storia di una giornata_ - - La donna che inventò l’amore — 1915 - Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio _Romanzo_ - - Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1915 - Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio _Romanzo_ - - Il libro del mio sogno errante — 1919 - Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio - - Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920 - Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_ - -_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la -ristampa._ - - NOTA DEGLI EDITORI. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK COLEI CHE NON SI DEVE -AMARE *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE<br> -<span class="small">MCMXX</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid"> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi -</p> - -<p> -<span class="smcap">Milano — Tip. Pirola & Cella di Primo Cella</span> -</p> -<hr class="mid"> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2>I</h2> -</div> - -<p> -Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del -Ferrante non ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è -pieno di queste vittime oscure, che camminano per un -lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il peso -della loro croce. -</p> - -<p> -Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la -madre, durante una morìa di quell’anno che mietè molte -vite. Un congiunto lo raccolse nella propria casa per -allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; Stefano -ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli -dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato -anche ad intentargli una lite, ma non ne fece -nulla. Era un uomo soave e riconoscente, che non amava -molestare il prossimo nè gettarsi a capofitto nel gran pelago -della carta bollata. Studiò con fatica, ma studiò; -non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal -principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea -in chimica, laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; -si mise a speculare e perdette, a commerciare e fallì. -</p> - -<p> -Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: -«Ho avuto un grave torto: quello di venire al mondo.» -E come ricchezza, nella sua storia povera, non ebbe che -un amore; uno di quegli amori caparbi e malinconici che -si accendono talvolta nelle anime lievi. -</p> - -<p> -Prima di allora non aveva conosciute altre donne che -quelle incontrate nelle case di piacere alla vigilia dei -giorni festivi, ed aveva pur intessuta qualche tresca fugace -con le serve amorose che addobbano di farsetti opulenti -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine -che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, -quando i tigli si mettono in fiore. -</p> - -<p> -Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno -colei che doveva subitamente irrompere come una fiera -tempesta nel suo cuore tranquillo; e con la risoluzione -dei timidi Stefano Ferrante la sposò. -</p> - -<p> -Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore -della sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi -occhi vivi, nella sua femminilità lussuriosa, nella sua voce -vibrante, nel suo spirito irrequieto. -</p> - -<p> -Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, -l’opinione pubblica non era indulgente con lei. Dicevano -che avesse calcate le scene dei teatri di varietà prima di -andare a nozze; che avesse avuto un processo, e clamoroso, -ma finito in nulla come tutti i processi clamorosi, -per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata -perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la -fossero contesa aspramente col denaro incruento e con le -lame affilate. -</p> - -<p> -Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della -nostra bella tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, -e degnamente, anche per una donna che non ne valga -la pena. -</p> - -<p> -Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; -amava il lusso, gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede -a Stefano una sera ch’egli le andò a genio — e questo -non era difficile, — Stefano la sposò un giorno ch’ella -venne a dirgli d’essere incinta. -</p> - -<p> -A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza -il pane quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, -tranne il suo bel corpo da ballerina, la sua capigliatura -luccicante, i pochi gioielli di pregio che le restavano -in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma l’aver al fianco -un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli anni -volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la -paura della solitudine, son tutte cose che possono facilmente -persuadere una bellissima donna a prendersi un -marito di nessun conto. D’altronde Grazia non era cattiva; -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni di rassegnazione, -la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un -amore così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un -senso misto di tenerezza e di pietà. -</p> - -<p> -Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata -a nessuno, mai. Era nata per piacere, per godere, per -sentirsi desiderata e per lasciarsi prendere; le mancava -quella piccola forza del rifiuto che rende così preziose -alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli che -ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò -a questa come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, -chiudendo la sua immensa infelicità in qualche lieve sospiro. -</p> - -<p> -Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero -tutti suoi, egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma -li amò tutti d’uno stesso amore, e diede loro successivamente -i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e Anna Laura. -</p> - -<p> -Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, -le avversità dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi -anni a non possedere quasi più nulla delle sue lente economie; -sicchè, per campar la vita, con la sua Grazia che -metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro -ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a -vivere nel suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna -nella strada ed aperse bottega. -</p> - -<p> -Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio. -Questo lavoro minuto e paziente assecondava la -sua natura timida, e poich’era giunto all’estremo della sua -discesa umana gli pareva, stando curvo sopra le sue lenti, -di vivere finalmente in pace. -</p> - -<p> -Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si -emendò; piano piano, a forza di lavoro e d’economia, la -piccola bottega si mise a prosperare. I figli crescevano -belli e robusti; le loro voci, i loro giochi empivano d’allegrezza -la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli agi, portando -un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria -si sentì qualche volta felice. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<h2>II</h2> -</div> - -<p> -Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro -balenava di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, -con un par d’occhiali appinzati sul naso tumido, un fare -tra lo scienziato ed il buontempone, se n’era venuto su la -soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè appunto, -la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata -a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra -del fumo che gli faceva intorno una bella nuvola azzurra, -se n’andava canticchiando: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Dove l’avranno nascosta?...</p> -<p class="i01">Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»</p> -</div></div> - -<p> -Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un -citrato di magnesia ed una polverina di calomelano, qualche -frase affabile su la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando -i bei tempi dei tenoroni di cartello e delle prime -donne «quelle sì! che ti cavavan fuori certe note filate -da far venire la pelle d’oca a un satanasso di turco!» -E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... -Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico -e sapeva di tutto un po’. -</p> - -<p> -Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a -bottega, ed anzi all’interno davano su la stessa corte, -venne a passar di lì il primogenito dell’occhialaio, il piccolo -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -Arrigo, con la sua cartella sotto braccio, che se n’andava -a scuola. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Dove l’avranno nascosta?</p> -<p class="i01">Dove l’avranno nascosta...»</p> -</div></div> - -<p> -canticchiava il placido farmacista. -</p> - -<p> -— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la -sua vocina così ben educata, cui mancava l’erre. -</p> - -<p> -— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. -E il nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra -il vicinato. -</p> - -<p> -Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva -molto pulito, studiava benino, si mostrava rispettoso con -tutti; ma ciò che gli nuoceva era una sua smoderata e -puerile vanità, la quale si tradiva in tutte le cose della -sua piccola vita. A scuola, per esempio, — una scuola -privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se -non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla -retrobottega paterna li nominava per i loro titoli di conti -e di marchesi con una certa compiacenza nel parerne l’amico. -Così pure si vergognava non poco nel dover rincasare -a piedi, seguendo un’arruffata e povera servetta, -mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze -stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, -quello di fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto -che mandarlo con altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon -del Ferrante, nella sua dimessa veste di bottegaio, non -sapeva del tutto scordare lo lontane origini, e serbava il -suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo Arrigo -aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e -del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, -faceva i capricci per indossare nei giorni della settimana -gli abiti della domenica e affettava con tutti le maniere d’un -imberbe marchesino. Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; -aveva uno spirito d’osservazione e d’imitazione davvero -sorprendenti; diceva con l’aria del perfetto conoscitore, di -questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare «chic!....»; -aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, -a scuola chiamava «miss» quella che gli portava il -paniere della merenda, e per non confessare a’ suoi nobili -amici d’esser figlio d’un occhialaio diceva di suo padre con -sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi bambini della -sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con -visibile antipatia. -</p> - -<p> -Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio -de’ suoi genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta -una frivola donna nonostante il maturare degli anni. Arrigo -somigliava singolarmente alla madre: ne aveva gli -occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva qualche volta -l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne -nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie -borghesi, avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che -voleva dire una volta l’avere un figlio prete od ufficiale. -Si fanno perciò dalle famiglie grandi sacrifizi di tempo e -di danaro, si crea nella nostra società una falange senza -numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per tutta -la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. -Ma data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale -che nel nostro bel paese chi ha torto abbia sempre ragione. -</p> - -<p> -Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer -contrario a quello del suo vicino, non la pensava per -l’appunto così, e con una delle sue più fresche immagini -soleva dire «che il professionismo è la cancrena degli -stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del progresso -umano.» -</p> - -<p> -Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno -scienziato od uno speculatore; diceva di aver egli stesso, -in persona, una spiccata tendenza per tutte le scienze a -base di calcolo e d’invenzione. Ma la vita lo aveva distolto -dal suo diritto cammino e la natura gli era stata scortese; -invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto specchiarsi, -aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella -e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande -Manzoni, aveva imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, -per brevità, la chiamava Eugenia; nome ch’era stato pur -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -quello della sua defunta consorte: Di questa figlia, che -aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era però sommamente -vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ -suoi vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi -o gli strilli dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina -corte a disturbare le sue pacifiche meditazioni. -</p> - -<p> -Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella -stessa maniera del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; -le sue maniere si facevan untuose con chiunque -stesse al di sopra di lui, e dottorali o protettrici con quanti -credesse da meno della sua magnifica persona. Aveva una -faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava -intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo -che aveva letto, imparato assai; letto e imparato sopra -tutto nei giornali, nei romanzi d’appendice o in qualche -peregrino manuale acquistato nelle fiere. -</p> - -<p> -Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente -il proprio giornale, dalla prima riga sino all’ultima come -faceva il Riotti, e con due paia d’occhiali, può dirsi a -buon diritto un uomo erudito, perchè le gazzette son divenute -oggidì piccole biblioteche di scienza universale e -di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole dottrina. -</p> - -<p> -Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse -un temperamento null’affatto amoroso, il Riotti nutriva -una predilezione decisa per i fatti di sangue e per i suicidii -d’amore. Non v’era serva avvelenatasi col rossetto, -col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un -quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, -l’amante per cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in -cui fu. Queste tragiche amanti si esageravano, si esaltavano -nella sua calda fantasia, dandogli una specie di -stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo... ma -se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti -lo appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti -efferratamente belli al suo timido cuore. E di tutte le cose -che leggeva nel giorno egli andava la sera a discorrere -col suo vicino. In principio, quando Stefano del Ferrante -venne ad aprir bottega proprio accanto alla sua farmacia, -il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla -bella moglie», come lo chiamava con malignità. Ma superate -le prime diffidenze, e visto sopra tutto che il Ferrante -non era uomo da contendergli quella specie di sovranità -che gli era tacitamente riconosciuta da tutti i bottegai di -quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi con prenderlo -in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo -suo, beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e -non chiesto, negli affari altrui, dare consigli, criticare, -sputar sentenze, sdottorare a dritto ed a rovescio, essere -curioso, pettegolo, arrogante e maldicente. -</p> - -<p> -Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, -tollerò che un estraneo si frammettesse nella sua -casa, gli facesse i conti in tasca, gli parlasse male della -moglie, lanciasse qualche scappellotto a’ suoi bambini: e -tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in fondo -era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del -non aver famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero -sfogo alla sua natura tirannica e sopraffattrice. Così, a -poco a poco, la casa del vicino divenne la sua. Ogni momento -egli vi entrava, o per la corte o dalla retrobottega, -con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che -facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se -ne sarebbe finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan -bene che bastava dicesse una parola, lui!... Allora -si prendeva una rispostaccia da donna Grazia, che il Riotti -chiamava Malagrazia, e che non lo poteva soffrire. -</p> - -<p> -Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera -bolgia dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname -che tutto il giorno picchiava, c’era un tornitore e -piallava, una piccola stamperia dalle macchine fragorose, un -rilegatore di libri sempre mezzo avvinazzato che ad una -cert’ora cantava a squarciagola; c’era la portinaia, sempre -in moto con la sua scopa e con la sua terribile voce di -falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia -inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva -tutti i rumori e rifischiava tutte le canzoni del vicinato. -Avesse potuto accopparlo! Prezzemolo! Prezzemolo!... E, -sopra tutto questo ben di Dio, erano capitati lì que’ monellacci -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -dell’occhialaio, che strombettavano, spifferavano, -buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia, -mo’, che ragazza a modo!... -</p> - -<p> -«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare -i tuoi figli!... Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro -e delle due femmine tre monelli, tre discoli, perchè il carattere -lo si vede fin dalla prima età. Poi ne hai messi -al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio mio, è un lusso -da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo -d’affibbiartene ancora un paio!» -</p> - -<p> -E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè -medesimo con un riso grasso: -</p> - -<p> -«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile -fino ad un certo punto... Non metterei la mano sul fuoco -neanche per il primo!... -</p> - -<p> -Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente -esposta la teoria di Malthus. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<h2>III</h2> -</div> - -<p> -Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto -non gli stava bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con -le ciglia molto lunghe, un po’ curve, che gli velavan lo -sguardo di passione e di malinconia. Sotto il naso leggermente -aquilino, la bocca tagliata con una nettezza violenta, -quella bocca rossa della sua madre siciliana, era -in istrano contrasto con la mansuetudine del suo viso. -Intorno al labbro gli cresceva già un’ombra leggera, i capelli -scurissimi gli facevano due belle onde sopra la fronte; -il suo vestitino alla marinara non aveva mai una macchia, -le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a -farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva -il rampollo di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre -con una specie d’estasi quando suonava la chitarra o -cantava; spesso preferiva starsene solo, taciturno ed un -po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare un -violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. -Era docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare -una terribile volontà. Studiava con diligenza, e -verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; si fece -grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea -che lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto -gli rimasero que’ suoi grandi occhi morbidi e violenti, -pieni d’uno stupore illuminato. Volle studiar musica -ed il padre lo accontentò, a patto che non trascurasse la -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter -pagare un maestro di violino tre volte la settimana. -</p> - -<p> -Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto -si credeva un Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi -a quel modo scorticar le orecchie da mattino a sera. -Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la calza e le -polpette, che valeva assai meglio! -</p> - -<p> -«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia -preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» -aveva egli detto in un giorno di malumore. -</p> - -<p> -Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi -doni senza nemmeno contarli; un superiore istinto guidava -la sua ispirazione tumultuosa e profonda, il senso della musica -da lui nasceva con la spontaneità d’una parola: Curvato -sul lieve archetto la sua testa bellissima di adolescente, egli -traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di passione in -sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che gli -avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori -antichi. -</p> - -<p> -La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le -speranze d’un avvenire imprevedibile: era il prediletto -nella casa, il primogenito a cui si trasmette il focolare, con -tutta la sua cenere e con la brage viva. -</p> - -<p> -Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a -frequentare qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio -dolce alle sartine, prese a vuotar bicchieri, imparò le carte, -i vicoli dei postriboli, i vizii delle ore notturne; della famiglia -e della scuola prese a non curarsi più. Quattro o -cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede per -amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà: -ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo -fanciullo a modo un ragazzaccio di pessimo genere, che -azzimato e attillato, facendo pompa di cravatte vistose, -con una sigaretta in bocca ed un fiore all’occhiello se ne -andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva le piccole -modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi -clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie. -</p> - -<p> -Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la -guerra dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -al suo figlio riottoso per contendergli palmo a palmo -quella china del vizio dalla quale non si ritorna mai più. -</p> - -<p> -Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, -che doveva incanutire soffrendo, benchè non avesse mai -torto un capello ad anima viva. Arrigo principiò a spiegare -nella famiglia quella sua calma e terribile volontà -dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, così nelle -piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai trascurava -la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel -letto il mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe -malsane teorie d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, -sperperava in qualche giorno le poche lire che dovevano -bastargli per un mese, poi si dava d’attorno a raggranellarne -qua e là, con ogni ripiego, tenendo per ultima confidente -la sua madre carezzevole, che non sapeva negare -mai nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei. -</p> - -<p> -Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento -nel cassetto del banco paterno, e quando lo scoversero in -fallo, si mise a fare un tal chiasso indiavolato, a portare -così veementi ragioni in propria difesa, che poco mancò -non lo pregassero di ricominciar da capo. -</p> - -<p> -E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni -ormai! S’era messo a giocare, non tanto per vizio -quanto per necessità... Come poteva egli campar la vita, -con quei quattro soldi che gli dava il padre ad ogni fin -di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le sigarette. E -il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per -poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava -sempre aver le mani in tasca. E se la tasca era -vuota?... Ecco, si tenta la fortuna. Ve ne sono tanti a cui -va bene. Perchè in fondo non si potrebbe anche vincere?... -</p> - -<p> -Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una -mazza col pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; -rivestirsi da capo a piedi, farsi fare un soprabito a -sacco, sfoderato, con le cuciture doppie, come quello che -portava Giannotto Ferri, l’irresistibile Giannotto Ferri, quel -tale che senza il becco d’un quattrino menava una vita -da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati -con questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -mai c’era verso di vederlo perdere un quattrino. -Ma, già... si faceva mantenere dalle donne! -</p> - -<p> -Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in -poltrona, con un bello sparato bianco e nel mezzo uno -splendido rubino, come il rubino di Giannotto; scarrozzare -per la città, andare nelle tribune i giorni di corse, mangiar -fuori di casa, al ristorante, quando gli facesse comodo, e -magari un bel giorno capitare in casa della Lilina con -un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello -che il suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le -regalava mai!... La Lilina, che buona ragazza! A lui non -costava un soldo, e questa era l’essenziale; perch’egli era -giunto così al grande sogno di tutti i conquistatori adolescenti: -avere un’amante altrui, averla per amore, con una -cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo noiatamente -agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè... -</p> - -<p> -«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non -mi costa neanche il prezzo della camera, perchè mi -prega di andare da lei... Ma, si sa bene: le donne che non -costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, qualche dolce, -un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono -stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...» -</p> - -<p> -La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta -e di buon cuore, che qualche volta preferiva andarsene -a letto alle dieci, anche sola, piuttosto che sbadigliare -nei ritrovi notturni fin verso le tre. Aveva per cespite -unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato, che -l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come -un cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non -le dava molto neanche lui, ma il diritto almeno di dire -intorno ch’era una mantenuta, anzi la mantenuta di un -industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse ammettere, -s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto -denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, -e lo amava in questa lontana speranza. Le donne -hanno un cuore pieno di riflessioni. -</p> - -<p> -Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava -a casa ogni notte senza il becco d’un centesimo, con -una faccia che incuteva paura, e svegliandosi a mezzodì, -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto riso di Giannotto -che incassava i gettoni. Quale patto aveva col diavolo, -quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli -era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto -in tanto bisognava pur pagare, per mantenersi il credito -e poter ritentare la sorte. Quando tutti gli altri ripieghi -eran esauriti, non gli rimaneva che battere coraggiosamente -alla cassa paterna. -</p> - -<p> -Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma -pagò, sebbene con qualche stento; pagò la prima volta, -la seconda, la terza, e così via di séguito, come tutti i -padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a parte di questi -piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il braccio -ferreo ed i rimedi eroici. -</p> - -<p> -«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul -mare fanno bene alla salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. -Ma tu non hai che da intonare il mea culpa! -mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la prima -che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che -mi chiamo Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici -anni, è pura d’anima come un’ostia benedetta. Laboriosa, -diligente, con la licenza della Scuola Superiore, un diploma -di ricamo... che madre sarà!» -</p> - -<p> -E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. -Passò un annetto ancora: tramontarono i tempi della Lilina, -anche perchè la Lilina se la portò in provincia uno -studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle una cinquantina -di lire che s’era fatte prestare in un giorno di -grande penuria. -</p> - -<p> -Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente -Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, -coi capelli d’un nero corvino, le labbra divampanti, -la pelle color di cipria; quel nero quel rosso e quel bianco -a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, quando, con -quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan -da pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre -portinaie. -</p> - -<p> -Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si -era fatta un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -ballando seminuda in un teatro di varietà, che radunava -seralmente nella cloaca della sua piccola sala tutti i più -loschi e più balordi bellimbusti della baldoria notturna. -Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, per certe -botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune circostanze, -ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento -indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi -lacrimosi davanti ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed -una tazza di birra quasi vuota. Egli aveva in tasca un -centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò pure -una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in -onore del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto -con un forte accento bergamasco. -</p> - -<p> -V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di -tutte le donne malate d’amore, un momento nel quale, che -so io, un’ostrica ben pepata, un complimento detto bene, -un bacio dato con le labbra calde, con le labbra umide, -una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, -rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri -tragici come nuvole di primavera, mettono addosso, -che so io, quasi la voglia di abbandonarsi ad un’altra -follia... E così avvenne. Andarono a casa quella sera, -stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, -sotto il cielo che stellava... -</p> - -<p> -Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava -giocare di più, perdere di più; furono malanni -gravi. Al termine di qualche mese Arrigo dovette confessare -al padre un debito, anzi molti debiti, che facevan insieme -una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. -Ne ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare -tragedie! inutile mettere di mezzo la madre, che -si teneva sempre in tasca le sue lacrime di coccodrillo! Non -li aveva, nè poteva già far stringhe della sua pelle o vendere -la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione di -ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, -dando tutte l’economie, appena appena avrebbe raggranellato -insieme la metà di quel che occorreva. Fu Arrigo -stesso che gli diede un cattivo consiglio: -</p> - -<p> -— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; -si renda utile almeno, quando può! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -</p> - -<p> -— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo -sai, è avaro. Fiato sprecato. Umiliazione inutile. Neanche -se ci vedesse morir di fame... Prestare, metter mano alla -borsa, non entra ne’ suoi principii. -</p> - -<p> -E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si -tratta d’un prestito, in fin de’ conti, e con un buon interesse -lo si potrebbe forse persuadere. Già, tu non vuoi per -orgoglio. Ma quando si tratti di salvare il proprio figlio, -l’orgoglio lo si mette via! -</p> - -<p> -Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, -tanto lo spinsero, che il povero Stefano curvò ancora -la testa, prese il Riotti a parte e fece la domanda. -</p> - -<p> -Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, -che tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio -lui, Riotti, avesse a sborsare un millesimo per i debiti di -quel farabutto, di quello scalzacane?... E rideva, rideva a -crepapelle. Gli pareva davvero inverosimile che lo credessero -capace di una tale generosità. Gl’interessi?... Ma -non faceva mica l’usuraio, lui! -</p> - -<p> -Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo -chino. Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che -venne in bottega dell’occhialaio un’ora più tardi per farci -sopra un po’ d’ironia. -</p> - -<p> -«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che -non s’intenda nelle bische o nei postriboli: ci son debiti -che vanno pagati, altri no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi -per le cattive azioni di suo figlio, padrone, padronissimo! -Ma che avesse pensato a rovinare anche -lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: -i denari lui li aveva e gli sarebbe costato anche poca -fatica andarli a prendere... Ma rendevano già bene dov’erano -e per una inezia di più su l’interesse non valeva -certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra -occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio -per un amico, — ma non voleva incoraggiare -il vizio con le proprie liberalità. E poi, vediamo: quali -garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si fa presto -a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe -d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -Gli affari si trattano in ben altro modo. Del resto -era stato uno scherzo, ed egli avrebbe avuto la delicatezza -di non parlarne più.» -</p> - -<p> -Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi -mise un poco di buon cuore ed un poco d’avarizia, -perchè un uomo non è mai cattivo interamente nè interamente -buono, mentre ha sempre paura di nuocere a sè -stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, -lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per -quella gente da nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel -timido occhialaio come ad uno di quei decrepiti cani infermi -che si tengono in casa per misericordia, e donna Disgrazia -gli sarebbe forse piaciuta, una volta, gli sarebbe forse -forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva un -non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era -sempre in mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole -da giuoco, sempre pieno di debiti, e che, per quanto a -lui desse un insopportabile fastidio, doveva pur suonare -con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della casa -d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano -appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo -violino... -</p> - -<p> -Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, -ma nessuno al mondo ne doveva saper nulla, per ora... -</p> - -<p> -E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di -poter finalmente entrare in quella casa come un despota, come -un arbitro, come un donatore. Finalmente avrebbe parlato -lui, a quattr’occhi, senza peli su la lingua, con quel tomo -che non ascoltava nessuno, e si vedrebbe infine cosa volesse -dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza rischiar -nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava -intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo -denaro, ed avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi -domestici, se così gli fosse piaciuto, da quel giorno in poi. -</p> - -<p> -Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero -dettate, messo com’era con le spalle al muro. E -le condizioni furono che andasse a passare con la famiglia -i venti giorni di villeggiatura de’ quali ogni anno -l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, non -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per -accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli -amici del padre, o da lui stesso, Riotti, in persona. -</p> - -<p> -Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la -prima delle sue promesse. Venti giorni di villeggiatura, -con quel caldo della prima estate, gli avrebbero riposato -i nervi, lo spirito ed il corpo, lasciandolo finalmente dormire -in pace dopo tante notti vegliate con affanno su la -crudele ambiguità delle carte. -</p> - -<p> -Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata -di buoni odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, -il violino, pensando in quelle veglie d’estate alla -dolce bocca rossa di Mercedes la bruna... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<h2>IV</h2> -</div> - -<p> -Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa -la bottega, fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato -e raro gioiello ch’egli serbava per le delizie del -dopo cena. Luisa, la secondogenita, una ragazza sui -diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con il -corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo -ricamo di cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le -dita agili, la faccia intenta e china in un cerchio d’ombra. -I suoi capelli grevi e lisci, annodati con semplicità come -quelli di un’educanda, le giravano intorno alla nuca, -intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se -li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi -nello specchio. -</p> - -<p> -Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, -che in inverno amava i cantucci presso il fuoco, -gli sciallini di lana, poichè aveva le spalle sempre infreddolite; -una ragazza che amava l’ago, il refe, la macchina -da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder -bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro -istinto materno, cullare i marmocchi in fasce quando -cominciavano a strillare. -</p> - -<p> -Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, -da qualche mese, frequentava un laboratorio per imparare -il mestiere del padre, adesso era intento ad acuminare -col temperino un piuolo di legno per costrurre una sua -certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui dilettava -per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto -semplice, dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere -attento, di natura sobria. -</p> - -<p> -Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -quel tempo, era sopra con la mamma, a chiacchierare -senza tregua, a far celie, a mettere il suo nasino impertinente -in tutte le cose che non la riguardavano affatto. -</p> - -<p> -Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano -le guance ed il naso, benchè cercasse di mangiar poco -per non aiutare una molesta pinguedine; entrò con un -risolino affabile, dondolando il corpo maestoso su le -gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal ricamo, -gli versò quel solito bicchiere di vin spumante -ch’egli si centellinava piano piano, discorrendo col suo -tono autorevole, senza nascondere qualche largo sbadiglio -di tratto in tratto. Narrò d’una vicina, che aveva mandato -a chiamare il medico lì per lì, essendo prossima a sgravarsi -e temendo un parto difficile. -</p> - -<p> -— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non -sanno più nemmeno partorire! Figurátevi che mia moglie, -tre giorni dopo l’Eugenia, era in piedi e sgambettava. A -proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza intenzione.... -Visto che andate in campagna, mentre qui si -scoppia dal caldo, ve la confiderei per qualche giorno, -se la cosa non v’incomoda. -</p> - -<p> -— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo -posto. -</p> - -<p> -— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si -sta pure in sei. Vediamo un po’: l’Annetta può dormire -con la mamma, e facendo mettere un altro letto in camera -della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se deve -essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per -non detto e grazie di tutto cuore! -</p> - -<p> -— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io -tanto me ne resto qui. Bisogna che tu te l’intenda con -mia moglie. -</p> - -<p> -Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona -del farmacista, grassa, inerte, insipida, che si girava sette -volte la lingua in bocca prima di lasciarne cadere una -sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli venne fra la barba -corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente del -suo malumore. -</p> - -<p> -— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -con una specie di sibilo. — Se non desiderate prendere -con voi mia figlia, ho dieci altri amici che ne saranno -invece onoratissimi. -</p> - -<p> -Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà -del silenzio ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne -stette zitto ed il Riotti s’inviperì. -</p> - -<p> -— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si -ricorre quando se ne ha bisogno, dopo si mandano al -diavolo. Così va il mondo e non c’è da farsene maraviglia. -Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su -le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè -ci tengo — io! — a non dover nulla a nessuno. -</p> - -<p> -Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni -amici e l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del -Ferrante, poco lontano dalla città, in una rustica villetta -che apparteneva ad un vinattiere del sobborgo, fattosi -ricco a furia di misturar vino ai clienti e fornir denaro -clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo un -buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva -ceduto quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite. -</p> - -<p> -Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella -del padre, ma fisicamente tanto gli rassomigliava quanto -una ragazza di vent’anni può somigliare ad un uomo di -cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano indosso, scempi -ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la sua -gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori -dal corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del -resto bonaria e semplice; aveva i capelli d’un color castano -scuro, pettinati con la riga nel mezzo come le -nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la cintura larga, -le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa -d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e -l’educanda timida. Parlava poco e rideva molto; aveva -una fame insaziabile ed una passione vorace per i romanzi -d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore nascosto, -nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle -dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far -rumore. Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e -l’amava sopra tutto per i suoi malanni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<p> -C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca -mai di turbare le fanciulle, ancor più se hanno il cuore -onesto. Aveva inteso parlare della Mercedes, della famosa -Mercedes la bruna, nome che le sorelle d’Arrigo pronunziavano -con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo ch’era -l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e -profumi, una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola -enorme che le faceva sognare! — quell’uomo per lei possedeva, -come gli eroi da romanzo, qualcosa di magico, -una specie di bellezza fatale che intorbidava di sogni la -sua curiosa verginità. -</p> - -<p> -Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso -non le avesse, per un capriccio, suggerito, educato e comandato -questo amore. Il farmacista s’era fitto in capo -di maritare sua figlia col primogenito dell’occhialaio: nulla -poteva ormai distoglierlo da questo progetto, nemmeno la -certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli uomini -cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e -quanto più essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono. -</p> - -<p> -Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate -vagamente, come tutti in famiglia, le mire del farmacista; -ma con la ragazza parlava di rado e sempre con aria di -compatimento. -</p> - -<p> -Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo -a far la corte ad una marchesina che abitava una villa -nei dintorni: corte per modo di dire, che cioè la saettava -d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse per il cancello -del suo giardino o l’incontrasse la domenica in -chiesa, dov’egli andava azzimato come uno zerbino. -</p> - -<p> -Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, -gli cominciò a bruciare nel sangue un’accensione -voluttuosa, che non gli dava pace, sopra tutto nelle calme -sere, quando veniva dal balcone aperto, sopra il suo -letto insonne, un odor forte di rosai che vampavano, -di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che -bruciassero nella notte d’estate. -</p> - -<p> -La sua camera era contigua con quella ove dormivan -insieme l’Eugenia e la sua sorella maggiore; un uscio -mal connesso le divideva; s’udivano tutti i rumori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta -prima di coricarsi, e pensava con una triste gelosia -alla Mercedes, alle sue belle brancia bianche, vôlto che -si fu, poichè non v’era lume nella sua camera, vide filtrare -alcuni spiragli di luce per le connessure dell’uscio e -intese lo strepito che facevano le due fanciulle svestendosi -e cicalando. -</p> - -<p> -In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di -ardori contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai -come in quella sera aveva respirato con l’anima e coi -sensi la fragranza delle rose, gonfie di rugiada, il profumo -intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo giardino, tra -il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor di -vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano -trasalire. Facilmente si trema talvolta per un rumore che -nella notte sembri un congiungimento d’esseri o di cose. -</p> - -<p> -A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, -fiammarono, si contorsero, giacquero supine. I capelli -bagnaron nelle fontane, i seni erti s’imperlarono di gocciole -vive, le braccia stanche si allentaron nell’erba rinfrescata. -E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come -una vampa, nell’odore delle piante aromatiche. -</p> - -<p> -Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate -con febbre nei torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino -si converse in un letto, in un letto molle, profondo, -su cui correva come un brivido la fragranza de’ rosai, -cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, vellutate, -quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. -Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare -le donne ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, -ridendo d’un riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano -come grappoli, tutt’intorno, quasi con un tintinno -di carne molle, piano piano, come se danzassero, tutt’intorno, -con un tintinno, sopra il riflesso dell’acqua insidiosa.... -</p> - -<p> -Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata -in un catino. Entrò nella camera un po’ ebbro; intese -un rumore di pianelle, o gli parve, di sottane, o gli -parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma volle guardare; -guardò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -</p> - -<p> -Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. -L’altra, un po’ curva sul catino, si lavava le mani. -Erano semivestite ambedue. Luisa, con il busto ancor -serrato ed una sottanella corta che le copriva le caviglie, -teneva le braccia sollevate dietro la nuca, girandosi con -una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche forcina. -Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega -di carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto -sorridente riflettersi, con un pettine fra i denti, nello -specchio incline. Mai la sua semplice sorella gli era parsa -leggiadra così. -</p> - -<p> -E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia -quasi tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere -dell’acqua fresca sul calore della pelle trasudata. -Non aveva più che la camicia indosso, la camicia da -giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la luce delineava -con mollezza i contorni della persona opulenta. -Vedeva l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le -braccia grasse, vedeva il seno florido espandersi mollemente -ad ogni oscillazione del corpo, vedeva i duri capezzoli -sbocciare, quando s’alzava, come ghiande sotto la -camicia tesa. -</p> - -<p> -Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso -il letto; con le mani riverse dietro la schiena slacciò il -copribusto leggero, le mutande gonfie; con le mani un -po’ irose contro la resistenza degli uncini disfece il busto -che conteneva la snella ricchezza del suo corpo e si -strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, -da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia -da notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che -l’altra di sotto le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, -incrociò le gambe per togliersi le scarpine, le calze, poi, -frettolosa nel suo timore, si cacciò sotto il lenzuolo. -</p> - -<p> -Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò -nell’acqua la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, -parlò. Si mise a camminare per la stanza, rasciugandosi. La -sua pelle riceveva dallo strofinìo del lino un più vivo -colore. Ora egli la vedeva interamente, in quella corta -camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie un po’ -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena -di tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò -le braccia, il collo. Certo non pareva così raffinata e -lisciarda com’era, quella calma Eugenia! Fece un giro -per la camera, trascinando le pianelle di panno, lasciò -calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi -d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, -e le trecce caddero giù per le spalle, in disordine. -I suoi capelli non eran lunghi, ma folti; in quella luce -parevano quasi neri. Allora li prese tutti in un pugno, -se li fece passare sovra una spalla, li contorse, e legatili -nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; -era contenta di sentirsi libera e rinfrescata. -</p> - -<p> -Parlarono. -</p> - -<p> -Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, -ch’erasi coricata: -</p> - -<p> -— Vuoi già dormire? -</p> - -<p> -L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, -diede un lieve sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose: -</p> - -<p> -— No... ancora non vorrei dormire. -</p> - -<p> -L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino -all’altro, raccolse la camicia da notte stesa su la coltre -e vôltasi al letto dell’amica la buttò di traverso sul corpo -di lei che giaceva. -</p> - -<p> -— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed -un po’ di cipria! — disse alla Luisa. — Tocca. -</p> - -<p> -Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica -troppo larga le si era in quel movimento ripiegata fin -sopra il gomito, col mezzo braccio ignudo toccò il -braccio dell’altra, che le stava presso. E lungamente lo -toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un semiriso -di piacere. -</p> - -<p> -— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi -chiuse gli occhi. -</p> - -<p> -— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare. -</p> - -<p> -L’altra riaperse gli occhi e rispose: -</p> - -<p> -— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi. -</p> - -<p> -Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan -la camicia su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -del letto perchè non scivolasse interamente, se la lasciò -cadere fino alla cintola. Il corpo ne sbocciò fuori come -una pannocchia dal cartoccio. -</p> - -<p> -Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero -intere a chi guardava. E i fianchi troppo robusti -apparvero, e di scorcio la tondezza del ventre, il dondolìo -di quei due seni grandi, un po’ cascanti, quasi sciupati. -Con le due braccia incipriate se li accarezzò lentamente, -poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani -ma sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava -l’amica, tra sfacciata e confusa. -</p> - -<p> -— Un po’ troppo?... — interrogò. -</p> - -<p> -— Forse... — disse l’altra. E risero. -</p> - -<p> -— Tu, meno assai... -</p> - -<p> -— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo. -</p> - -<p> -Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista -la pungeva. -</p> - -<p> -— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... -Sono un po’ molli... -</p> - -<p> -— Ah, sì?... -</p> - -<p> -— Tocca... -</p> - -<p> -— Ma no... — fece, con un riso, la più timida. -</p> - -<p> -— E perchè? -</p> - -<p> -Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, -l’uno, l’altro, le punte, poi ritrasse la mano come scottata. -</p> - -<p> -Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia -da notte, e vi si cacciò dentro come in una fodera, -raccolse dallo scendiletto quella che aveva lasciata cadere, -la buttò sopra una seggiola, e piano piano, facendo scricchiolare -le molle, si distese a giacere. -</p> - -<p> -Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero. -</p> - -<p> -— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe. -</p> - -<p> -— A cosa? -</p> - -<p> -— Al desiderio di avere un marito... -</p> - -<p> -— Oh... sì... -</p> - -<p> -Poco dopo spensero il lume. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -</p> - -<h2>V</h2> -</div> - -<p> -Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, -l’avvolse tutta in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui -la fanciulla si sentì turbata. Egli la rivedeva com’era la -notte innanzi, ritta e nuda, con le due braccia ricolme -de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito sopra di -lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. -Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, -prendendole qualche volta una mano, se la sorprendeva in -una stanza o nel giardino, sola. Ed ella si faceva rossa, -cercava di schermirsi con una sorridente ritrosia, bruciando -insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. -Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan -ora nella fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva -qualche momento di perdizione. -</p> - -<p> -Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi -era in quel suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla -se ne sentì come sopraffatta. Anche a lei l’estate -metteva nelle calde vene un male indefinibile. Ora lo -seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne avvedesse, -temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse -dare un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva -nascere il peccato in sè con uno sfinimento ch’era come -una morte voluttuosa. E cominciò dalle piccole colpe, con -lui, ch’era un maestro lento e paziente, un tentatore pieno -di temerità. -</p> - -<p> -Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la -mollezza della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il -sole, per la strada polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, -una sera, egli le disse per le scale: -</p> - -<p> -— Vieni da me. -</p> - -<p> -Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il -campanile suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -luna compisse un mezzo giro per la camera, che tutti i -mobili avessero scricchiolato nel silenzio, facendola sussultare... -si volse, si rivolse nel letto, volle, non volle, -fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda vibrátile... -poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi -scalzi... — e v’andò. -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -— Mi sposerai? -</p> - -<p> -— Certo. -</p> - -<p> -Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge -come un ricco miele. -</p> - -<p> -Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che -avrebbero, intima e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, -d’un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne -rise, perch’era di quelli che feriscono senza conoscere il -male che fanno. -</p> - -<p> -Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; -ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, -la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, -sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera. -</p> - -<p> -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo -di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una -domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli -n’ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovanì. -Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che -cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. -La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e montò -sopra l’asinello di un vicino, e finì con rotolare in un -fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì l’abitino che -portava, il suo più bello. -</p> - -<p> -E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana -a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero -tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a -lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, -tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo -scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia rimase -incinta, quando la luna finì. -</p> - -<p> -Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span></p> - -<h2>VI</h2> -</div> - -<p> -Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, -ognuno alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto -ricominciò. Fuori divampava un autunno più rosso dell’estate, -ma nessuno pensava ormai a lamentarsi del caldo, poich’era -trascorso il tempo della villeggiatura. La sola che non riuscisse -a togliersi la vampa di dosso, era quella povera -Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo -all’altro, da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace. -</p> - -<p> -Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, -funesta, le si divincolava intorno come un viluppo di -serpi, la mordeva nel ventre, che le pareva crescesse a -vista d’occhio, le attanagliava i seni, dolorosi di trafitture, -le serrava la gola dandole un’impressione soffocante -di nausea, le passava dal cervello alle calcagna -come una lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano -più che tanaglie di medici, rivoli di sangue, rotoli -di fasce, teste implumi e bavose di bambinelli appena -sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia -il suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva -che tutti protessero leggerle nelle pupille dilatate il suo -materno segreto. -</p> - -<p> -«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» -Ma ora non la guardava quasi più, era diventato ruvido, -la maltrattava, sopra tutto dal giorno in cui la ragazza, -presa dal terrore, gli aveva confessata quella terribile -verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -pugni serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia -fra i denti, e l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, -con gli occhi pieni d’odio. -</p> - -<p> -— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di -dirgli fra i singhiozzi e le lacrime. -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -— Confessare tutto e sposarci súbito. -</p> - -<p> -— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò. -</p> - -<p> -E volse le spalle mettendosi a fischiettare. -</p> - -<p> -«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella -grassa dagli occhi di lumaca! Toh!... ci aveva pensato -seriamente, lei! E con qual candore veniva a dirglielo!... -In ogni modo era una seccatura.» -</p> - -<p> -Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. -Quella brava ragazza doveva esser pratica di queste cose. -La Mercedes a quell’ora — erano le tre — si stava mettendo -il busto. Bisognava stringere molto i legacci, e -per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio -l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi -desiderabile assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme -l’usuraia la mezzana e la domestica delle sue -clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, perchè, con -quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito -compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del -mantenuto che del mantenitore. Ma quella Mercedes -era una testa calda e metteva l’interesse in seconda linea. -Glielo diceva spesso, nello stringerle il busto: «Peccato! -con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella rispondeva -seccata: -</p> - -<p> -— Mamma Gilda, lasciami stare. -</p> - -<p> -Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello -sul letto ancor disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise -a baciarlo, mentre Mamma Gilda le veniva dietro coi due -capi dei legacci fra le dita: -</p> - -<p> -— Se non stai ferma, benedetta!... -</p> - -<p> -— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando -un baffetto d’Arrigo. -</p> - -<p> -— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli -rispose. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p> -— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo -con civetteria. -</p> - -<p> -— Non ho tempo. -</p> - -<p> -— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in -fondo in fondo, per antica memoria, venerava gli uomini -i quali hanno tempo sempre. — Una volta, corbézzoli! non -me lo sarei lasciato dire. -</p> - -<p> -— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime -acque... — fece Arrigo. -</p> - -<p> -— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... -Ma, se si tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al -tuo banchiere. Qui non facciamo credito. -</p> - -<p> -— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece -la Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con -uno sdegno taciturno. -</p> - -<p> -— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere -fuor dai piedi quella buona lana di Giannotto, ed ora non -vorrei che t’invischiassi con quest’altro, mo’!... -</p> - -<p> -Arrigo tuttavia si mise a ridere: -</p> - -<p> -— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non -chiedo mai nulla a nessuno, e con le donne faccio quel -po’ che posso. -</p> - -<p> -— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia. -</p> - -<p> -Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo -e disse a Mamma Gilda: -</p> - -<p> -— Ti ho pagata finora o no? -</p> - -<p> -— Non dico... -</p> - -<p> -— Ti devo qualcosa forse? -</p> - -<p> -— Cento cinquanta lire. -</p> - -<p> -— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. -Ti devo altro? -</p> - -<p> -— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi -lui, stiamo fresche! -</p> - -<p> -— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè -mi secchi! -</p> - -<p> -— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi -le mani entro le tasche del grembiule di percalle e -facendovi suonare un gran mazzo di chiavi. Ma non se ne -andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, petulante, avida, -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne flaccida, -era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle -sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza -riuscire a nascondere un senso d’invincibile maternità. -</p> - -<p> -— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è -di nuovo allora? -</p> - -<p> -La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con -le gambe accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era -il giovine. -</p> - -<p> -— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole -col palmo sul nudo della coscia; — una sciocchezza -grave. -</p> - -<p> -— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre -l’altra sogghignava. -</p> - -<p> -— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... -come accade spesso nelle case di campagna... -</p> - -<p> -— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe -la vecchia con un cipiglio infernale. -</p> - -<p> -— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho -resa incinta una ragazza! -</p> - -<p> -— Eh? -</p> - -<p> -— Eh?!... — esclamarono tutt’e due. -</p> - -<p> -Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non -se ne stupì a lungo. -</p> - -<p> -— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una -sninfia, di quelle che si dànno sull’erba, come le cavallette. -</p> - -<p> -— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò. -</p> - -<p> -La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia. -</p> - -<p> -— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una -specie di signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! -Incinta!... Benissimo! E perchè mi scrivevi allora quel -mucchio di lettere piene d’imposture?... Sei un farabutto! -</p> - -<p> -Mamma Gilda si mise ad aizzarla: -</p> - -<p> -— Vedi cosa ti combina quel sudicione? -</p> - -<p> -Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere -e non se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, -almeno d’un consiglio, ed era venuto per questo. -Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava minacciosa -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in -aria tutto quanto le capitava sottomano. -</p> - -<p> -— Capirai, è stato uno scherzo... -</p> - -<p> -— Già, e adesso sposala! -</p> - -<p> -— E’ appunto quello che lei vuole. -</p> - -<p> -— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati -presto! Quanti anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove -sta? Era vergine poi? -</p> - -<p> -— Sì, vergine, vergine. -</p> - -<p> -— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula. -</p> - -<p> -— Se te lo dico io... -</p> - -<p> -— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno -di quei grandi sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono -tutta l’esperienza d’una vita. -</p> - -<p> -Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando -il nome e l’indirizzo tanto per precauzione. Non -voleva certo sposarla, chè anzi l’avrebbe strozzata più -volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro, bisogna pur -rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, uno -di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al -solo pensarvi...» -</p> - -<p> -Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, -tutt’e tre. -</p> - -<p> -Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il -ridoppio del mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò -il grembiule sui fianchi: -</p> - -<p> -— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, -e la cosa si accomoderà, forse... -</p> - -<p> -— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo. -</p> - -<p> -— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi -fra donne. Conduci qua la ragazza e combineremo. -</p> - -<p> -— Qua? -</p> - -<p> -— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa -propria, mio bel signorino! Però bisogna che ci parliamo -chiaro. Queste cinquecento lire le hai o non le hai? -</p> - -<p> -— ... naturalmente. -</p> - -<p> -— Naturalmente cosa? Le hai o no? -</p> - -<p> -— Per ora no. -</p> - -<p> -— Allora amen! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -</p> - -<p> -— Ma le troverò. -</p> - -<p> -— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica -ridurmi a pagar io la levatrice e rischiar la galera per te, -senza nemmeno guadagnare un soldo! Pifferi! Quando le -hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque tutte intere. -Se manca un centesimo non se ne fa niente. -</p> - -<p> -— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare -se il risultato è certo e se c’è molto pericolo. -</p> - -<p> -— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. -Quello che posso dirti è che io, in persona — e vedi che -sto benissimo — ne ho sopportati cinque o sei; quanto -poi alla Mercedes.... -</p> - -<p> -— Io, niente! neanche uno! -</p> - -<p> -— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno -scorso?.... -</p> - -<p> -Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span></p> - -<h2>VII</h2> -</div> - -<p> -Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo -persuase l’Eugenia a recarsi da mamma Gilda. La Mercedes -concedeva la camera, ma non voleva nemmeno vederla -in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le -signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... -Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per -sogno di finire la cosa in quel modo. Non appena l’altra -si fosse liberata, farebbero conti e patti chiari. Perchè, -se a lui piaceva passare il tempo con le ragazze così -dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro -a tornarsene con Giannotto, il quale già le correva -appresso di bel nuovo ed era, se non altro, una persona -molto più delicata. -</p> - -<p> -Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano -per pagar mamma Gilda; ossia non le diede, poichè -non le aveva, ma firmò un’altra cambiale. Ad Arrigo -mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque lire. -Se l’intendessero poi fra loro.... -</p> - -<p> -L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che -mamma Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle -un bicchierino di cordiale. Trovò che aveva una brutta -faccia ed un corpo di poco avvenire, ma per intanto non -fece obbiezioni. Tutte le donne, a qualsiasi classe appartengano -e per quanto sia grande la distanza che le divide, -sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di -sororale pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti -esposte agli stessi pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -mamma Gilda ispirò tanta fiducia, che d’un tratto si -mise a piangere contro la sua spalla, credendola forse -una suora di carità. -</p> - -<p> -L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata -e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la -bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di -Scozia; carezzava l’Eugenia chiamandola «piccina» e dicendole -molte cose amorevoli a bassa voce. -</p> - -<p> -Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo -mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa -a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente. -</p> - -<p> -Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il -giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto -al tavolino d’un caffè ch’era nelle vicinanze. Il cuore gli -batteva con celerità, fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! -Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide -scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla. -</p> - -<p> -— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma -è meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... -A rivederla. -</p> - -<p> -E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, -filò via rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, -tutta curva, sbiancata come un cencio, un po’ barcollante. -</p> - -<p> -Egli accorse: -</p> - -<p> -— Dunque? -</p> - -<p> -Soffriva, era tutta contratta, non rispose. -</p> - -<p> -Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si -mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggiò -con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, -come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su -la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse -l’Eugenia. -</p> - -<p> -— Dunque? raccontami... Non puoi parlare? -</p> - -<p> -Ella scosse il capo. -</p> - -<p> -— Soffri? -</p> - -<p> -— Sì, molto, — disse fievolmente. -</p> - -<p> -— Ma non è tutto finito? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p> -— Finito, ma... -</p> - -<p> -— Cosa? -</p> - -<p> -— Una emorragia, credo... -</p> - -<p> -— Non cessa? -</p> - -<p> -— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare... -</p> - -<p> -Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia -contro la sua spalla. -</p> - -<p> -— Povera me, ho paura!... -</p> - -<p> -— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori -passeranno. -</p> - -<p> -Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; -era così contraffatta da non potersi più riconoscere; stava -china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. -Egli era turbato, e per mostrarle un poco d’amore -le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, -la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: -egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se -un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la -baciò sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano -l’impronta del cuscino su cui s’era dibattuta; fu carezzevole -per darle coraggio, per farla guarire con un -poco di persuasione. -</p> - -<p> -Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi -a fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo -più reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincasò pure, -attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il -cuore; passò venti volte nella corte per spiare dalle finestre -nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto -presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in -bottega a vendere medicine. -</p> - -<p> -Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava -ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come -un pazzo mettendosi a gridare: -</p> - -<p> -— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, -l’Eugenia... -</p> - -<p> -— Che c’è! -</p> - -<p> -— L’Eugenia muore! Correte! -</p> - -<p> -Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella -bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come -la morte. -</p> - -<p> -Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le -coltri gettate all’indietro, madide di sangue; e dappertutto -ne gocciolava: sangue, sangue. -</p> - -<p> -Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise -ad empire catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. -Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono -le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il -Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma -non poteva più guidare i proprii atti. -</p> - -<p> -— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza -dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! -Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! — E -piangeva. -</p> - -<p> -Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. -Allontanò tutti dal letto, si chinò su la svenuta, -guardò, guardò meglio... poi volse gli occhi intorno, con -stupore. -</p> - -<p> -— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo... -</p> - -<p> -— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i -due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero -l’uscio. -</p> - -<p> -— Un aborto, — fece il medico. -</p> - -<p> -— Eh! Sei pazzo? -</p> - -<p> -— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì -chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell’uomo -solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si -mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie. -</p> - -<p> -Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese -colui per le spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, -ch’era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare -per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. -Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; si mise -ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro -ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato -a forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli -avrebbe dovuto denunziar la cosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; -il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. -Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le uscì -dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome -distinto, ch’era quello di Arrigo, le suonò su le labbra. -E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del -suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande -peccato. -</p> - -<p> -Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. -Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano -già una storia, guardando quella finestra del mezzanino -dietro la quale passavan ombre. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span></p> - -<h2>VIII</h2> -</div> - -<p> -Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; -visse allo sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in -tasca e nessuno cercò di lui. Per due settimane l’Eugenia -rimase in letto, fuor di pericolo ma tuttavia malata. -La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, -poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi -e lagrime, senza ometterne alcun particolare, e sopra -tutto invocando a propria difesa quella promessa di matrimonio -che s’eran scambiata fra loro. Il Riotti, sbolliti -i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era rimasto -accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse -ricevuto sul capo un gran colpo di mazza. -</p> - -<p> -Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio -aveva parlato d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla -sul marciapiede come una ragazza perduta, ma non ne -fece nulla ed infine si convinse che il meglio fosse tacere -per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava -nel vicinato. -</p> - -<p> -Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, -e chi la curava era Donna Grazia, con la sua figlia -maggiore. Cercavano entrambe, coi propri sacrifizi, di -sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita colpa di -Arrigo. -</p> - -<p> -Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo -e viveva meccanicamente fra il banco della sua -farmacia e la poltrona della saletta contigua. Buona -ventura fu se non diede qualche veleno in cambio d’innocue -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a -non morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma -senza più capirvi nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, -di udirlo scambiare una mezza parola coi clienti -che andavano e venivano da mattina a sera. -</p> - -<p> -Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di -piedi per andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio -e gettare uno sguardo verso il letto della figlia. -Ma non voleva che lo vedessero, e solo qualchevolta, con -un tono burbero, con una voce che aveva perdute tutte -le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse -la malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per -quel certo risolino che intravvedeva su la bocca di tutte -le persone del vicinato, nè Stefano ardiva venirgli a parlare, -sebbene quell’uomo gli facesse una gran pena ed egli -sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli pur qualcosa. -Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due -mani, l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega -del farmacista. -</p> - -<p> -Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto. -</p> - -<p> -— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non -sono responsabile di quello che ha fatto e che farà in -avvenire quel mio figlio disgraziato, ma sento il bisogno -di venirti a chieder scusa e spero non ti scorderai che -siamo vecchi amici. -</p> - -<p> -Gli tremava una tale commozione nella voce, che il -Riotti torse il naso dal giornale e lo sogguardò di sbieco. -</p> - -<p> -— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. -Ma visto che sei qui, veniamo a patti chiari. -</p> - -<p> -L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così -colpevole che non ardì sedersi e rimase in piedi davanti -al Riotti come davanti un giudice. -</p> - -<p> -— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista. -</p> - -<p> -Stefano aperse le braccia: -</p> - -<p> -— Non so... -</p> - -<p> -— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza -lo teniate lontano. -</p> - -<p> -— Ti prego di non supporre... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -</p> - -<p> -— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo -sopra tutto che da gente onesta non possa nascere -un delinquente di quel genere! -</p> - -<p> -La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar -profitto. Fece on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi -nullo. -</p> - -<p> -— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile -recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno -stato a tuo figlio, mettilo in condizioni da vivere almeno -decorosamente, e che si sposino al più presto. -</p> - -<p> -— È quello appunto che ti volevo proporre. -</p> - -<p> -— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino -e facciano quel che vogliono, siano felici o vadano a -finire in malora, a me poco importa; ma in casa mia, nè -lai nè lei, mai più! -</p> - -<p> -— Via... — mormorò l’occhialaio. -</p> - -<p> -— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. -Ognuno a casa propria. Perchè, dopo quanto accadde, -non è possibile ch’io perdoni mai più. -</p> - -<p> -— Via, Guglielmo, non essere ingiusto... -</p> - -<p> -Ma il farmacista gli troncò la parola: -</p> - -<p> -— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente -l’uscio. -</p> - -<p> -In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se -ne andò; e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase -la moglie a non bazzicare più in casa del Riotti, poichè -gli pareva che il farmacista esagerasse un poco ne’ suoi -modi brutali. -</p> - -<p> -Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè -il mezzo per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. -Era pronto a lasciarsi rabbuffare nel peggior -modo, era deciso a cacciarsi nell’uragano come un uomo -perduto. -</p> - -<p> -— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe -la sfrontatezza di dire al padre, non appena lo vide. — Se -fessi stato qui presente, chissà mai che pandemonio! -</p> - -<p> -Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire: -</p> - -<p> -— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle -un’occhiataccia e non aggiunse altro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<p> -Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè -nessuno si sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in -breve lo misero al corrente delle decisioni ch’erano state -prese. -</p> - -<p> -— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai -procurata la certezza di poter campare. È tempo che -tu finisca di accumulare malanni. -</p> - -<p> -— Ma, un momento... — fece Arrigo. -</p> - -<p> -— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando -per la prima volta una certa energia. — Ti cercherò -un impiego, e lo accetterai, qualunque esso sia, visto -che non hai voluto continuare gli studî. -</p> - -<p> -— Un impiego? — mormorò Arrigo. -</p> - -<p> -— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo -punto prima della villeggiatura, dunque ti prego di -non ribattere parola, perchè altrimenti fra me e te si -viene ai ferri corti: io ti metto fuori di casa, senza un -soldo in tasca, e vattene con Dio! -</p> - -<p> -Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si -parlasse sul serio. Con quella prudenza calma e riflessiva -ch’era innata in lui, pensò che a ribellarsi c’era tempo -in séguito, e per intanto gli convenisse lasciar correre un -po’ d’acqua sotto i ponti. -</p> - -<p> -Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto -d’apprendista in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi -cucire due mezze maniche d’alpagà, si mise a frequentar -ogni mattina l’ufficio, puntualmente, riuscendo -persino a farsi benvolere, perch’era di pronto ingegno ed -aveva una bella calligrafia. -</p> - -<p> -Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre -nè da bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava -incontro alla vita con imperiosi desiderii, una grande ambizione -gli si era da qualche tempo accesa nell’animo: -quella di volersi ad ogni modo arrampicare, con le mani, -co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita, finchè -gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole -dove piantar le sue tende. -</p> - -<p> -Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una -farmacia per dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -non in quel suburbio fuligginoso d’officine avrebbe -consumata una vita oscura. Ben altro lo tentava, ben -altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. Vivere -voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo -splendore, con tutto il gaudio che può essere in questa -parola. Purificarsi di quella borghesia che portava indosso -come una veste non sua, mescersi tra quelli che -invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze, -scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori -di saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria -che regnava nella città con grande sfarzo e con grande -millanteria. -</p> - -<p> -Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta -luce sfavillava nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, -nei gabinetti delle cene? Perchè schiantarsi al lavoro, -per essere miserabili sempre, quando con un po’ di baldanza -ed un po’ di fortuna si poteva in ogni caso tentare -una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? -Non le maniere signorili nè la presenza piacevole, non la -fredda e calma volontà che serve a riuscire nella vita, -non la coscienza inesorabile che bandisce ogni scrupolo -dinanzi allo splendore della meta, non il barbaro coraggio -di rompere i vincoli che potessero impedirgli la -sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. -E di questo si sarebbe impossessato con tutte l’arti e -con tutte le frodi, poichè la vita valeva la pena d’essere -vissuta e tutto il rimanente non era che sterile -menzogna. -</p> - -<p> -Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del -banchiere, sopra una scrivania carica di scartafacci, e -guardando con la coda dell’occhio il lento volgersi delle -sfere nell’orologio a pendolo. -</p> - -<p> -Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; -la notte, nelle profumate coltri di Mercedes la bruna. -</p> - -<p> -Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva -osato venirgli a parlare; le due famiglie vivevano in -guerra taciturna, e, chiusa ciascuna dietro la sua trincera, -stavan aspettando ii giorno di quelle nozze riparatrici. Ma -non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che il -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano -a porre in dimenticanza. -</p> - -<p> -Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave -pazienza a preparare il suo corredo da sposa. Quel repentino -dramma non aveva lasciata una traccia gran che -profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio le -diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa -in carne, aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, -le sue pantofole di lana, l’uncinetto instancabile, i -romanzi d’amore. -</p> - -<p> -Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non -essere più vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e -quieta, che viveva nelle piccole stanze della sua casa come -una tartaruga domestica, mangiando con appetito insaziabile -e covando nel petto, come un tepido scaldino, il suo -paziente amore. -</p> - -<p> -Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più -del malanno che gli era capitato in casa, ma di quel divieto -al quale s’era condannato da sè col mettere al bando -i del Ferrante. E doveva rimanersene solo a rimasticar -la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non -sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa? -</p> - -<p> -Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben -intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; -aveva inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto -violino! Egli s’era immaginato nei primi tempi di vederselo -venir davanti, a ginocchi, sommesso a tutte le sue folgori, -e chissà mai quante volte aveva elaborata nella mente la -sua prima filippica. Invece quel silenzio lo tormentava -più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera -sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che -vanno tutti in fumo. -</p> - -<p> -Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del -vicino e mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il -cuore libero! Ma una inflessibile fierezza lo tratteneva e -molti mesi passarono di coperte ostilità. -</p> - -<p> -L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; -gli pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente -colpito nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -d’uno de’ suoi; ma d’altra parte aveva egli pure la sua -propria fierezza e non sapeva risolversi a muovere il -primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di un -domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, -in fondo, che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, -per mostrargli quanto ne fossero dolenti, non gli -avevano forse curata la figlia come una figlia lor propria? -Non avevan súbito consentito a quella riparazione, che -infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo -aveva messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega -senza farsi rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi -abbandonato e triste quel pover’uomo!... -</p> - -<p> -Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva -d’emicrania, messo da parte il rancore prese una -grande risoluzione: mandò il giovine di bottega in farmacia -per comprare un grammo di migranina. -</p> - -<p> -— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, -scattando su dal banco. — Per chi? per il tuo -padrone? -</p> - -<p> -— Già, per il mio padrone. -</p> - -<p> -— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se -no crepi! -</p> - -<p> -L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span></p> - -<h2>IX</h2> -</div> - -<p> -Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era -stancato in breve d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto -senza guadagnare il becco d’un centesimo. Da un -pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; giungeva la -mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver -consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede -Un giorno una rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise -alla porta sui due piedi. -</p> - -<p> -Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo -Arrigo con tale veemenza di parole, come fino allora non -aveva osato mai. Invecchiando, il suo carattere si inaspriva. -Ma dovette arrendersi davanti ad una risposta -ben recisa. -</p> - -<p> -— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti -prego di non scordare che ogni uomo ha il diritto, a una -certa età, di vivere secondo le proprie inclinazioni. Puoi, -se ti piace, sospendermi quel piccolo assegno mensile, che -forse ti costa un sacrificio, e puoi anche mettermi fuori di -casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi intera la -mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio -a nessuno. -</p> - -<p> -Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo -tenne in casa, e parve non curarsi più di lui. Ma c’era -l’altro, il Riotti, che aveva man mano riprese le vecchie -abitudini e ficcava il naso in tutti gli affari de’ suoi vicini. -Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano sempre -di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando -potevano farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva -prendersi a gabbo la faccenda del matrimonio, e di tutt’altro -si curava che d’essere il fidanzato dell’Eugenia, -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -il farmacista non seppe tacere più a lungo, ed una sera -fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. -Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa -come fuoco non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. -Costui venne con la sigaretta in bocca, senza mostrare -il minimo impaccio, senza parere affatto compreso -della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi entrò súbito -nell’argomento. -</p> - -<p> -— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste -fissato per il matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando -l’uno e l’altro con aria di provocazione. -</p> - -<p> -— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete -forse che si prenda moglie come si beve un -bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a riflettere. Quanto al -giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno pensato. -</p> - -<p> -S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare -sinistramente. -</p> - -<p> -— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi -pensare insieme che vi ho pregati di venir qui. -</p> - -<p> -— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo -le pompe, i modi magnifici ed il tono d’accademia; -discorriamo da buoni amici, con semplicità. Finora -ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo in -colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole -inutili. Ho commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione -si presenta, ve ne chiedo scusa; di tutto cuore ve -ne chiedo scusa. -</p> - -<p> -Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso -tuttavia. -</p> - -<p> -— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non -vuol dir nulla; bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono -pronto a farlo, se così vi piace. Solo vi pongo una domanda: -Come posso io prender moglie? In che modo le -darei da mangiare? -</p> - -<p> -L’altro volle interromperlo. -</p> - -<p> -— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete -benissimo che non possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, -per ora. Soggiungerò io stesso, per non lasciarlo -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -dire da voi, che non ho alcunissima voglia di lavorare, -che son pieno di debiti fino al collo, che amo -giuocare, andare a teatro, spendere, divertirmi con le -donne... vivere insomma! Se vi riesce tuttavia di trovare -in me la stoffa d’un marito, parola d’onore, ve ne sarò -gratissimo! -</p> - -<p> -Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe -fiato per rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo -smarrito. -</p> - -<p> -— Dunque... — volle dire. -</p> - -<p> -— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato -di vostra figlia, ed è naturale che ripari al malanno, -sposandola. Solo non venite a parlarmi del giorno, del -mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi al domani -non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò -in condizioni da poter prender moglie decorosamente mi -ricorderò della promessa che ho data. Ma fino a quel -tempo, vi prego di lasciarmi vivere in pace. Tanto più -che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia, l’Eugenia -viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora -nel frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio -di me. -</p> - -<p> -— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che -aveva finalmente ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! -cáspita!... Questa è un po’ grossa! -</p> - -<p> -— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero -che in séguito me ne terrete conto. -</p> - -<p> -— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! -Ah, no, per Dio! non credere d’aggiustarla così! -</p> - -<p> -— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son -uomo di poche parole: quel che dico dico, e non c’è forza -al mondo che sappia rimuovermi da una decisione presa. -Inoltre non mi piace d’essere insultato nè di venire a -male parole con uomini più vecchi di me. Per il che vi riconfermo -quel che ho detto e vi auguro la buona sera. -</p> - -<p> -Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. -Poco dopo l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di -ragionare col farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, -e fece come lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p> -Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche -tempo gli arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver -pagate, come ogni altro giocatore, le spese del suo noviziato -e maledetta l’ingiusta fortuna e trascorse ore insonni -a ragionar col demone che dispone fortuitamente le carte -sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo -spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più -spesso vincevano, egli era divenuto in breve uno di que’ -freddi e cauti giocatori che sanno in fin de’ conti aver ragione -anche dell’azzardo capriccioso, contrapponendo alle -altrui debolezze la propria inflessibile virtù. -</p> - -<p> -Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e -tien sospeso il respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma -s’era invece prefissa una nitida volontà di vincere, di afferrar -nel suo pugno quel denaro che tanto gli era necessario -per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi compagni -di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un -esame acuto, e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore -tarde rincorrevano il denaro perduto, egli, che tutta sera -aveva temporeggiato, apriva sagacemente la sua battaglia -senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè distogliere -da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, come -nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto -ma il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo -la sorte lo compensava di aver fiducia in sè stesso più che -in lei. Durante gli ultimi tempi aveva raggranellata una -considerevole somma. -</p> - -<p> -Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba -d’elegante suburbano e si fece rinnovare le squamme dai -primi abbigliatori della città. Sapeva che sarti e calzolai -creano la più immediata, forse la maggior distinzione -fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, -che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo -fa sempre miglior viso al cerretano bene agghindato -che non al galantuomo il qual non cura l’eleganza de’ -suoi modi e del suo vestire. -</p> - -<p> -Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio -fattorini e commessi, che portavan pacchi -enormi, ben ravvolti in una carta soffice, dalla ditta vistosa; -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -le sorelle accorrevano a guardare con una curiosità -mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco fratello si -comandava per i suoi diletti. -</p> - -<p> -Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la -mamma non avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, -con quelle scarpine lucide, odorose di buon -cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di ragno, con -que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, -e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella -buona materia delicata, rara, odorosa, — una specie di -aureola s’involse intorno al primogenito. Ne furono tutti -sorpresi, ed un poco anche il padre, quel buono semplice -padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita -sopra il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa. -</p> - -<p> -— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare -ogni cosa. E siccome non era punto avaro, dispensò regali -ad ognuno. -</p> - -<p> -— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, -domani... -</p> - -<p> -— Domani si può vincere ancora. -</p> - -<p> -E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come -ogni altro affare, dove il sangue freddo ha onestamente -ragione dei nervi altrui. Poi sapeva, a tempo e luogo, -essere carezzevole, persuadente; nella casa, nonostante -i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui una -certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole -della gente borghese, finirono con pensare che in -fondo, se gli riusciva di menar la vita del gran signore -senza commettere alcunchè di male, non bisognava poi -dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva -piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come -un damerino, sapere che alle volte pranzava nei ristoranti -più cari e si metteva l’abito nero per andarsene a -teatro in poltrona. Che buon profumo avevano, in quella -retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti fini, quando -se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, il -taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare -la sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -più forbita, che gettasse un riverbero d’eleganza su tutte -le cose ch’erano intorno a lui. Questo era avvenuto rapidamente, -in pochi mesi. Ognuno si sentiva quasi lusingato -d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella -trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo -particolare vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in -séguito risparmiare quell’assegno mensile che gli faceva -un gran vuoto in cassa; la madre e le sorelle contavano -di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il fratello, -quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse -che in verità non sperasse nulla e che osservava tutte -queste cose con un certo sdegno indifferente. -</p> - -<p> -Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, -non osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente -faceva certe sue grandi prediche velenose contro le bische, -i nottambuli e le donne di malaffare. -</p> - -<p> -Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, -disinteressata ma piena d’amor proprio, come tutte -le donne venali quando si dànno per amore, aveva tollerato, -sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza per bene, -perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo -era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva -mai, mai, tollerare che le si facesse un torto con donne del -suo mestiere, perchè in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava -lo scredito e c’erano in più le beffe. -</p> - -<p> -Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, -una danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di -esibire certe figurazioni estetiche, si mostrava in scena -sconciamente nuda, con un gran dimenìo d’anche formose, -una bella curva di reni, una ricca plastica di poppe arrossate, -sotto lo schermo di pochi veli. Fece chiasso; la sala -per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che per -solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, -senza ledere il suo prestigio, dare una capatina in quei -ritrovi equivoci, a brigate di cinque o sei, farvi un rumore -indiavolato e poi andarsene via con un affettato sorriso -di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide di gioielli, -ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro -suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, -quasi fosser idoli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in -verità irritante, che poteva qualche strano miracolo anche -sui noiati ammiratori delle danze di Salomè, ed aveva, -come disse argutamente uno scultore allora in voga nei -cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana -che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della -cristianità.» -</p> - -<p> -Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo -di cranio e ricco d’esperienza, che aveva una fonderia -di metalli ed era qualcosa nelle cariche del Comune, la -tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, beninteso, come -piace o come torna comodo a questi noleggiatori di donne, -che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa -e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non -devon accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. -Consuman poco e pagan bene, lasciano forzatamente una -grande libertà, sono la vera provvidenza delle donnine -allegre e di tutti coloro che, per spender meno, -accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del -cuore.» -</p> - -<p> -Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che -Arrigo pagò. Ma era Tunisina, e gli parve con questo -di umiliarsi meno. Se n’era fortemente incapricciato per -quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una sera la -condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non -meritava questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes -nulla ne sapesse. Purtroppo invece non mancò il premuroso -informatore. -</p> - -<p> -Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma -con quella bella risolutezza delle donne di temperamento, -appena vide Arrigo, gli lasciò andare due stupendi manrovesci, -e mamma Gilda si mise a ridere di così buon -cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi -o riderne a sua volta. -</p> - -<p> -Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, -cominciava col noiarsi di quella vita monotona, che le -faceva perdere molte buone scritture: l’occasione si presentava -propizia, e da quel giorno non si videro più. -</p> - -<p> -Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -certa volta che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, -che prendevano il caffelatte verso le due del pomeriggio, -con un appetito invidiabile. Colui si chiamava -Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una lanugine -ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra -tumide, gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio -d’oro. Non si scompose, non si meravigliò; chiese -venia del disturbo, e da quell’uomo d’affari ch’egli era, -tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta stante il suo -debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva infilarsi -la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma -egli rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era -venuto. -</p> - -<p> -Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette -il tempo in querimonie vane. -</p> - -<p> -— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad -Arrigo che cercava di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato -con te, sarebbe capitato con un altro... Dunque non -ci badare. -</p> - -<p> -E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina -e beati si riaddormentarono. -</p> - -<p> -Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo -nella combriccola dei giovani signori che, sempre -all’erta di scandali e di peripezie, non avevano tardato a -sapere il come ed il quando Cesare Farra avesse côlta in -flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome di Arrigo -del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche -di tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che -si fecero in danno del loro amico beffato. Poichè Cesare -Farra si compiaceva di frequentare la gioventù e viveva -con essi le ore notturne, da buon camerata, egli pure -tavernando e giocando con lena instancabile. Raccontò agli -amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando -comprese che tutti la sapevano già. -</p> - -<p> -A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno -all’altro, dà sempre allegrezza e conforto il conoscere un -cornuto di più. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span></p> - -<h2>X</h2> -</div> - -<p> -Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante -russa dalla voce soave, una donna coperta di gioielli da -capo a piedi, leggiadrissima e capricciosamente onesta. -Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca, poi d’un -Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno -alla sua voluttuosa persona. -</p> - -<p> -Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella -singolare dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, -pieno di sogno, di lontananza, di malinconia, -che talora inebbria e talora comunica l’inesprimibile angoscia -del suo smarrimento. Aveva una scollatura magnifica, -le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza -d’un grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, -quasi rotte nelle giunture, che parevan assumere talvolta -l’ondosità e la dolce forma d’una sciarpa di seta; -braccia che, tese e congiunte, avrebbero portato così bene -ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come una -voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando -un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia -flessibili, tutta la sua persona pareva muoversi e vivere -in una musica veramente appassionata. -</p> - -<p> -La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare -al suo fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, -piena di castità limpidissime, di liscivie opache; -profumata era, come se lasciasse ondeggiare nell’aria -qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi, e li stringeva, -e li opprimeva, come un dolore inebbriante. -</p> - -<p> -Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori -scene del mondo, innamorando le platee con la sua -passione veemente. Or la tentava la fama antica, se pure -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -oggimai vacillante, di quel teatro italiano che aveva dato -all’arte del canto i più sacri battesimi, quando ancora le -opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo -d’oro per quest’ultima supremazia. -</p> - -<p> -Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma -ella stessa era piaciuta forse più del suo canto. E sopra -tutto era piaciuta in quella gaudente compagnia di giovini -signori che tengono i palchi, i ridotti, i camerini -de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli -ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle -cene notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che -mangia, beve, gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza -soverchia fatica e cerca di spendere il tempo nel miglior -modo che sia. -</p> - -<p> -Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri, -intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri -varii di nascita, d’educazione, d’apparenza, d’animo e di -costume, formano insieme quasi una grande, privilegiata -famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli campa d’abitudini -comuni. -</p> - -<p> -E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di -lei; avevano iniziata la gara del giunger primo, ed alla -testa s’eran messi coloro che si reputavan adorni d’una -qualsivoglia irresistibilità. -</p> - -<p> -Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre -eburnea che riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti -assalti. Li conobbe, li accolse, ne adulò alcuni, altri ne -derise: fu soverchiata di mazzi di fiori, fu tempestata di -lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra chi le offriva -denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, -la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, -ma tuttavia nessuno l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno -millantò. -</p> - -<p> -La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche -nei palchi, durante le visite che si facevano alle belle -signore. -</p> - -<p> -Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale -onestà; i romantici la credettero innamorata; gli -esperti immaginarono che aspettasse il bue d’oro; i maligni -la supposero malata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<p> -Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua -bella voce, i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni -tormentose. Aveva tanto denaro da non saperne -che fare, tanti gioielli ch’era quasi fatica doverli custodire. -Non era nè onesta nè innamorata nè avida nè malata; -ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione -e senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire -i più vivi desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi -ad un mediocre amore; poichè nel letto solitario -d’una donna bella, ove serpeggia di notte l’insoddisfatta -bramosia di molti sconosciuti forse qualche brivido passa, -più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà. -Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta -quasi all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli -la valle del Nilo, ed egli le avrebbe data la valle -del Nilo. Era fors’anco un uomo piacevole, ma con quel -po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto sotto -le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi -ancora alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di -nascosto fatto i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme -se n’erano fuggite via. Sapeva che il Pascià ne avrebbe -forse pianto come un bambino, ma questo pensiero non la -trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi all’arte, mettere -tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica, e -venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai. -</p> - -<p> -Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse -avuto appena il desiderio. Ma invece passava una crisi, -una di quelle sue crisi che le avvolgevano d’inerzia i -sensi, le fasciavano le vene in una specie di torpore -delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano, -questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; -e per quella facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune -agli slavi, i suoi progressi eran veloci. Di natura -un po’ nomade, amava i cieli diversi e le diverse vite. -A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia; voleva -conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso -emerso dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era -giunta, per vero dire, con una certa curiosità degli uomini -d’Italia, poichè non v’è donna straniera che non ne abbia -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -tacitamente sognato, ripensando alle infinite leggende che -ne raccontano i libri d’amore. -</p> - -<p> -Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio -di stagione, l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su -per giù li trovava come tutti gli altri; un poco più vivaci, -un po’ meno corretti, con qualche indolenza felina, qualche -sgarbo simpatico, una certa spavalderia nel trattare con -le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta triviale. -Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino -di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, -i baffi tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, -un grande fiore all’occhiello... E poi? Si era costrutta -nella fantasia un bruno tipo di maschio, tutto -vibrante come una musica concitata, un tipo di possessore -impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, -di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima, -subdolamente, come un veleno. E qualche volta -sognava di sdraiarsi vicino a lui, tutta morbida, tutta -pigra, con un gran desiderio di sentirsi prendere... Ma -erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava con la -fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa -bambina ch’era nascosta in lei. -</p> - -<p> -Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò -a casa irritato, svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo -quel male sottilissimo che una donna appena intravveduta -lascia qualche volta in noi. La sua voce gli -era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima -come una tormentosa carezza; la sua figura, i -suoi gesti, quel suo camminare lento e quasi guardingo, -gli si avvincevano alla memoria dei sensi con un voluttuoso -piacere. -</p> - -<p> -Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli -si accendevano d’improvvise demenze, prostrandolo in -una specie d’ebetudine dolorosa, che aveva il triste fuoco -ed il profondo malessere dell’amore. Qualche volta gli pareva -di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe d’un -tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli -non conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, -insidiosa, un male antico, ruggente nell’intimo delle sue -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -fibre, come un rumore d’acque sotto una terra che ha -sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si addensava -nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose non -vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di -peccati senza nome. -</p> - -<p> -V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava -d’una stanchezza enorme, si perdeva in un vuoto di cose -più alte che il desiderio, più forti che la possibilità, -e il gran tumulto dell’anima gli traboccava nel cerchio -delle vene, martellando, rombando, con una piena sì -forte, che gli pareva non ci fosser argini per contenerla -tutta in sè. Qualche volta gli pareva insieme di odiare -acerbamente sè stesso e la sua vita mediocre, il padre, la -madre, che l’avevan generato fra così bassa gente, la sorte -che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto si -placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento. -Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso -che un amore: la musica; e tra le ansie del gioco, tra -l’imperioso bisogno di denaro che talvolta lo assillava, -questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente -in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del -suo spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà -spirituale. -</p> - -<p> -Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era -formato una piccola erudizione musicale, che da sè stesso -andava elaborando con la sua straordinaria sensibilità. -Prendeva sempre lezioni di violino, ma nascostamente da’ -suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi del -fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere -potesse chiudere in sè una passione così delicata. -</p> - -<p> -Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana -bellezza, lo aveva prostrato in una di queste crisi torbide. -Ritornò ad ascoltarla, per meglio imbeversi della -sua voce, per saturarsi del suo malefico prestigio, e venne -via più triste, più solo, perchè intorno a quella donna -bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, -quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, -tra uno sciupìo di ricchezze, tra un nembo di splendente -irrealità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -</p> - -<p> -Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani -quasi una favola, e per altri uomini ella era fatta, per -altri che possedevano il privilegio di tutte le cose a lui -negate. Non un amore desolato nasceva nel suo spirito, -ma un imperioso desiderio di possederla, d’impadronirsene -come d’una bella preda e profumare la sua vita povera -con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere -dove abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque -ancor più. Ella divenne il suo capriccio, l’assedio delle -sue notti, il rifugio de’ suoi pensieri. -</p> - -<p> -Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così -grande, ma per ciò appunto quest’ambizione gli piacque, -sapendo che spesso nella vita il maggior premio tocca -alla maggiore temerità. -</p> - -<p> -Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli -non indugiava, non esitava un istante nel compierla. -</p> - -<p> -Si mise lungamente a ragionare fra sè. -</p> - -<p> -Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali -farsi condurre fino a lei, non era un critico d’arte, non -era un giornalista, non era insomma alcuno di que’ molti -che per ragioni di mestiere hanno a che fare col palcoscenico; -non poteva contare che su la propria persona e -su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla -avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo -non voleva piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo -nè parerle uno di quegli innamorati clandestini e -feroci che piantonano le portinerie. -</p> - -<p> -Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e -d’inseguirla, sia pure, ma come per caso, e farsi notare -da lei senza darle noia, e piacerle sopra tutto per una di -quelle subitanee simpatie che nascono dalle più futili cose. -Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar la maniera -di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità, -mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia -rispettosa. -</p> - -<p> -Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; -l’anima della città brillava. Ella era uscita di casa, -a piedi, verso le tre del pomeriggio. Portava un abito -di panno scuro, che tra mantello e gonna formava tre -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la -medesima — forse un dorato zibellino — che le formava -intorno al collo un boa leggero, le guerniva il cappello, -e si scioglieva nell’ampiezza d’un manicotto voluminoso. -</p> - -<p> -Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia -dolcissime, nella cintura svelta, nel collo morbido, forse -in tutte le sue giunture delicate, aveva quella grazia -inimitabile del camminare, quel suo leggiadrissimo segreto -di agilità. La seguì egli di lontano, irresoluto. -Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava -in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata -pomeridiana, godendo il bel sole. Egli le stava dietro, -quasi presso; udiva il suo piccolo tacco battere sul -marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel rumore -tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto -a profumo. -</p> - -<p> -La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti -al negozio. C’era nella vetrina una grande cesta di bellissime -orchidee, color malva, erte su gli steli esigui, fra -un merletto di capelvenere. -</p> - -<p> -Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli -pure. Ella stava presso il banco scegliendo un mazzo di -violette di Parma. Arrigo domandò la cesta d’orchidee. -La portarono sul banco, fra lor due. Erano così belli, que’ -fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li separava -l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole -e si mise a guardare. -</p> - -<p> -— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla -venditrice, che racconciava il gran nodo di nastro sul curvo -manico della cesta. E soggiunse l’indirizzo. -</p> - -<p> -Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò -il giovine. Senza impaccio, cortesemente, loquacemente, -egli le sorrise. Poi distolse lo sguardo, mise un biglietto -da visita tra i fiori, si volse a pagare con discretezza, -ed uscì. -</p> - -<p> -Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di -Parma. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span></p> - -<h2>XI</h2> -</div> - -<p> -Un altro giorno l’attese nella via, come se l’incontrasse -per caso. E la guardò dirittamente, sorridendole ancora. -Aveva pur notato una piccola sorpresa in lei, vedendolo -passare. La seguì per un tratto, assai discretamente, però -lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni giorno le -mandò fiori, ed i più belli ed i più rari che trovava. -Una mattina la incontrò, mentr’ella usciva dalla guantaia; -un pomeriggio di nebbia s’imbatterono insieme su la porta -della stessa pasticceria, e presero il tè vicini. Una sera, -ch’ella non cantava, s’incontrarono nello stesso teatro. Ella -era in un palco, insieme con altre signore, altre cantanti -forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava di -lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla -cintura un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, -egli le aveva mandate rose gialle. Poi sentiva di non -darle noia, di non esserle indifferente; lo sentiva con -quella inspiegabile certezza che la donna trasfonde in noi -quando riusciamo a piacerle. Ed è forse il momento più -soave di tutto l’amore. -</p> - -<p> -Ormai pensò ch’era venuto il momento propizio per inviarle -una lettera. Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in -italiano ad una forestiera sarebbe stata cosa poco elegante, -mentr’egli con lo stile francese non aveva troppa familiarità, -e nemmeno con l’ortografia, per vero dire. Parlando, ne -faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora, -perchè lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si -era meglio addestrato da sè, leggendo qualche libro, facendo -la corte a qualche canzonettista francese. -</p> - -<p> -Rinunziò dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora -pazienza. Ella ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed egli -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -sapeva benissimo per quali strade. Una volta, incontrandola, -salutò. Ella rispose, appena appena, con un semiriso -ambiguo su l’orlo della bocca limpida, che pareva una bocca -di donna innamorata. Ed affrettò il passo. Egli non insistette. -Gli batteva un po’ il cuore. -</p> - -<p> -Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l’incontrava, -lasciandole dietro uno sguardo lungo, un cauto -sorriso della sua bella bocca limpida e rossa. -</p> - -<p> -Una sera l’accompagnò da presso, quasi di fianco, sino -alla porta di casa. -</p> - -<p> -Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella -giungeva in carrozza chiusa, per cantare. -</p> - -<p> -A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, -gli incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan -gli ultimi del lubbione; un venditore d’arance -chiacchierava con due guardie di pubblica sicurezza, fra -le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti. -</p> - -<p> -Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla -portiera, l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano -per scendere. Di maraviglia ella sorrise. -</p> - -<p> -Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia -fina, che poteva nuocerle. -</p> - -<p> -Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, -sorrise, gli disse in fretta: -</p> - -<p> -— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli -vicino, rapida, leggera; poi súbito scomparve nella piccola -porta, lasciando per lungo tempo dietro di sè un’ondata di -profumo. -</p> - -<p> -Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di -arance, che or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo -le sue ceste, fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello -in capo e sentì che dentro il cuore gli cantava.... -</p> - -<p> -Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, -concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può -sul cuore più saldo la parola fuggevole d’una donna. -</p> - -<p> -Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor -bianchi di recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità -dei quattro palazzi che la chiudevano per intorno, -si andava lentamente animando della sua vita serale. -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -Frotte passavano, rade, folte, già satolle del pingue desinare, -ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri -ad ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio -della passeggiata che riposa dal diurno lavoro. Gente -sola, nemica del tempo freddo, che striscia lungo i muri, -tutta curva, come per proteggere una bronchite latente; -pedine che vanno in fretta, con un far donnesco di cose -appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca -dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; -cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano -su la pietra pericolosa, trainando nel veicolo -dai vetri appannati qualche scapolo senza cucina al suo -pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che trascorron -da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che -lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando. -</p> - -<p> -Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, -s’incontran, s’intreccian, si fermano a ciarlare dei -lor casi domestici, fra le grida monotone dei giornalai, -le nenie dei banditori di spettacoli, l’eco semidispersa -delle orchestre che allietano le birrerie, la canzonaccia di -qualche vagabondo, la zuffa di due cani. -</p> - -<p> -Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni -l’aria frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta -che gli spargeva per le vene una specie di torpore -benefico. -</p> - -<p> -E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera -ingonnellata di garza, prepararsi lentamente all’acconciatura -da scena sotto le mani dell’abbigliatrice, con la partitura -davanti agli occhi, ed ogni tanto accennandone un -motivo, provandosi la voce. -</p> - -<p> -La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi -sopra il soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli -delle gote, mettere il nero fosco intorno agli occhi, -perchè brillassero più vivi. -</p> - -<p> -Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata -giù da le spalle come una rotta guaina, sorretto appena -dal busto basso il ricolmo del seno, stendervi sopra, e -su la gola, e su le spalle, e su le braccia, una pasta molle, -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -odorosa, quasi limpida, che sùbito vi aderiva, luccicando, -e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera -leggermente vi passava sopra con il piumino della -cipria, e le stendeva sul dorso, fino a mezza schiena, la -medesima imbiancatura. -</p> - -<p> -Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una -bianchezza di perla, una trasparenza così delicata che -pareva quasi azzurra e lasciava intorno, per la piccola -camera, un buon odore di mandorle amare. -</p> - -<p> -«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la -prima ebbrezza, la sua calma ragione lo riprese; pensò -che un piccolo errore poteva perderlo, adesso più che -mai, e con l’anima piena di trepidazione imaginò lungamente -quell’incontro vicino. -</p> - -<p> -Era tardi; se ne andò a pranzare. -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, -quand’egli entrò. Per un momento si trovaron nell’impaccio -entrambi, poichè non sapevano affatto come dirsi -la prima parola. -</p> - -<p> -— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò. -</p> - -<p> -— Di cosa? -</p> - -<p> -Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava -ogni giorno come un messaggio. Era seduta su lo sgabello -girevole del pianoforte, a mezzo rivolta verso di lui, -a mezzo verso il leggìo. E lasciando correre la mano sbadata -su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che riluceva -nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con -una grazia indefinibile sorrideva. -</p> - -<p> -— Sono stato scortese... — disse il giovine. -</p> - -<p> -— Sì, un poco... — ella rispose. -</p> - -<p> -Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu -l’accento. -</p> - -<p> -— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli -per iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere -la strada. Ma dovete perdonarmi, perchè il mio desiderio -di conoscervi è stato così grande, e insieme così -rispettoso.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -</p> - -<p> -Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, -stando ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo -la sua persona per non mostrarsi turbato. Ella -ascoltava, guardandolo attentamente, con un sorriso impercettibilmente -ironico su l’orlo delle sue labbra fini. -</p> - -<p> -Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura -una propria impressione anteriore e la raffronta con -un’altra più immediata, stando curva insieme sopra un -pericolo o sopra una delusione. Lo guardava perplessa, -poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di venire -nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in -fondo poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di -lei. Ma la sua maniera d’essere non le faceva paura; egli -piuttosto l’incuriosiva, l’aveva incuriosita stranamente fin -dal primo giorno quando s’erano incontrati in quel negozio -di fioraio. «Per la signora Tatiana Ruskaia,» aveva egli -detto, nel mettere il suo biglietto da visita fra le belle -orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di -quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. -«Per la signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato -il suo nome in un modo singolare, con un accento -così nuovo, quasi con timore e quasi con baldanza, non -obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo a -lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo -le piaceva. Così le piacevano i suoi begli occhi neri, -la sua bocca sensuale, dalla dentatura lucente come -cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto per via, -quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi -le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza -della sua bella persona, ella ne aveva provato un -senso molesto e dolce insieme, come se nell’intimo della -sua natura femminile una specie di turbamento insolito -avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del -suo cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di -giorno, di sera; lo aveva qualchevolta cercato per via -con occhi distratti; si era sentita trepidare, nell’avvicinarsi -alle strade ove per solito le accadeva d’incontrarlo. -</p> - -<p> -Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -di lontano, con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva -detto: «Mi piaci,» le aveva detto anzi: «Ti voglio...» -ma dolcemente, senza molestarla nè offenderla. -</p> - -<p> -Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso -di cercare unicamente la sua presenza tra i confusi ordini -della platea; le avveniva di aspettare ogni giorno quel suo -mazzo di fiori con una singolare ansietà, e fors’anco si -sarebbe sentita piena di malinconia se un giorno egli non -avesse pensato a mandarle fiori. -</p> - -<p> -Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel -piacere d’una carezza che le stringesse tutta la persona. -Quando la ravvolgeva nello sguardo luminoso de’ suoi -forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; senza volerlo, -senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe -perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, -vibrante, accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo -canto, avrebbe voluto incontrarlo, passargli vicino, sentirsi -fortemente, improvvisamente, prendere fra le braccia da lui. -</p> - -<p> -Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello -scender di carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, -come se le sue labbra avessero parlato da sole, -tanto si era turbata nel vederlo subitamente avvicinarsi -alla portiera. -</p> - -<p> -Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava. -</p> - -<p> -Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; -s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, -molte volte, poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, -sciocca, la sua; non avrebbe dovuto lasciarsi andare -così leggermente al primo capriccio che le frullasse -per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se lo andava -ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una -vera pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato -volgare e sciocco: la sera stessa non ci avrebbe ripensato -più. Capricci di donna un poco sola, che afferrano chi se -ne va per il mondo in cerca di tentazioni, con la testa -molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son tanto -più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori -viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni -loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -meglio, ella si sarebbe accorta che in lui non v’era -nulla di tanto singolare; forse la sua voce, udita meglio, -le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua persona, la -sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel -desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, -alla fine, se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso -a cuore aperto, con quel riso giocondo che scoppia in noi -quando ci accorgiamo d’essere passati, senza pur cadervi, -troppo vicino all’amore. -</p> - -<p> -E lo guardava. -</p> - -<p> -Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, -lo avrebbe riconosciuto. Pure stando fermo, e -se pur taceva, un contrassegno della sua singolarità era visibile -in ogni attitudine della persona. I capelli foltissimi, più -che neri, d’una lucentezza quasi violacea, gli si spartivan disugualmente -da un lato e dall’altro della fronte, formando -sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano -appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un -gesto assiduo di pensiero. Le linee del suo volto eran -ferme, precise, quasi eccessivamente pure; ma la bocca, -un po’ aspra quand’era chiusa e piena di soavità nel sorridere, -gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi mutevoli -come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, -mettevano in quella fredda bellezza una imperfezione -gradevole, una specie di selvatica vita, che pareva splendere -di continue palpitazioni. Tutto era in lui bello ma temibile: -così la mano, piccola e nervosa, che pareva nella sua -delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta statura -e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole -agilità, così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore -dell’abito con quello che aveva in sè di non ancora -domato e lisciato, l’aria di sofferenza che v’era nel suo -sorriso, la malvagità subitanea che brillava come una lama -in taluni suoi sguardi. -</p> - -<p> -Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. -La sua mano correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo -con ogni nota un pensiero. -</p> - -<p> -— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere -quel silenzio che gli pesava. — Sono stato un poco -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -scortese... Forse. Ma voglio esserlo ancor più. Voglio -dirvi, e forse ne riderete, che per voi, senza sapere nulla -di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così nuovo, -che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche -se avessi dovuto non conoscervi mai. La prima sera che -v’ho intesa cantare.... -</p> - -<p> -— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto -vivo di malessere. -</p> - -<p> -— Io? chi sono? -</p> - -<p> -Egli parve cercare un poco la risposta. -</p> - -<p> -— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi -avranno fatta la corte, non è vero? Quello che vi è capitato -con me, può capitarvi ad ogni momento, non è vero? Nulla -sono. Di me non potrei dirvi cosa alcuna. Faccio una vita -semplice. Amo più essere solo che con altri. Non ho passioni; -non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la musica. -E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo -che mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son -contento di avervelo potuto dire. -</p> - -<p> -Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano -nell’altra, girando gli anelli che portava su le dita. Ora, -col dorso, poggiava contro il pianoforte; le ginocchia sovrapposte -davano alla sua gonna l’apparenza di una -grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente. -</p> - -<p> -— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con -timore la faccia un po’ confusa. -</p> - -<p> -— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche -volta, non più da lontano soltanto, e se potrò domandare -anche a voi, per esempio: Chi siete?... e continuare a -dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette oggi, e raccontarvi -la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho -vissuti nell’attesa di parlare con voi.... -</p> - -<p> -— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo -il ginocchio pieghevole nelle mani congiunte. -</p> - -<p> -Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p> - -<h2>XII</h2> -</div> - -<p> -Erano divenuti amanti. -</p> - -<p> -A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto -non diede alcun turbamento esagerato, perchè nutriva -di sè medesimo un naturale orgoglio e si sentiva pronto -a ben maggiori destini. Ma ella si era invaghita e persa -di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire una -cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque -anzi d’aver trovato questo bel dominatore nella sua libera -vita. Che le importava chi egli fosse? cosa egli fosse? -di saperlo ricco o povero? di avere forse raccolta qualche -beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce slava, -malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta -le si radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva -talvolta di sentirsi morire sotto le carezze di quell’amante. -Non poteva essere una donna per tutti; le bisognava -amare, con tanta più veemenza quanto più questo amore -fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione, con -esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse -a lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare -quella chiara fontana ch’era in lei, con l’ondata nè -col fango delle passioni tormentose. -</p> - -<p> -Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge -d’una amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, -addormentata, e pur talvolta le nasceva su la -bocca un bacio così violento, che sorpassava la voluttà; -era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e mettersi -a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, -strisciare sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli -le braccia al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... -Diceva di volergli essere una mamma, una sorella, un’amica, -cioè tutte le cose più pure che sian nel cuore femminile, -ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una -tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi -baci struggenti qualche sapore di perversione, qualche -stilla di crudeltà. -</p> - -<p> -Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, -li videro inaspettatamente un giorno andarsene a -lato per la città, uscire insieme dal teatro d’opera ed -apparire qualche volta nei ristoranti, qualchevolta mostrarsi -nei teatri di prosa. -</p> - -<p> -Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che -parte era sbucato? come si chiamava? che faceva? in che -modo era giunto ad innamorar la Ruskaia? Innamorarla -per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò d’essere -stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e -comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... -Quel nome l’avevano già udito. Uno finalmente si -risovvenne: — Ma sì! è proprio quello che s’è fatto sorprendere -dal Farra con Miris la Tunisina! -</p> - -<p> -E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. -Poi si aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava -d’averlo veduto, anni addietro, mal vestito, in compagnia di -gente equivoca; taluno d’essersi imbattuto con lui nelle bische, -d’averlo veduto giocare alle Corse od incontrato nei -caffè notturni con donne di malaffare. Poi aveva mutato -spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei ristoranti -centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, corretto, -elegantissimo. -</p> - -<p> -Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, -che facevano professione di sapere il conto loro -in ogni cosa, e specialmente nel giocare e nello spender -bene il lor denaro, e d’essere il fiore della reale ed onorata -scapigliatura. Avevan un capo, detto l’Abate, da cui -erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello -spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -più per spasso che per vizio, si facevano merende, cene, -e varie allegrie. -</p> - -<p> -A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, -così come narra nelle sue Note uno storico di bello stile. -</p> - -<p> -Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e -mutata città, poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè -le stesse cose faceva e con lo stesso brio, fu grandemente -sdegnata che la più ambita donna dell’anno fosse a lei -ritolta per opera d’un tale che non era del suo numero. -Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per -censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto -Santorre, damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone -di bello spirito e giullare della compagnia, i -commenti furono senza fine. -</p> - -<p> -Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia -ricomparve la prima sera in iscena, bisognò che facesse -veri prodigi di maestrìa per non trovarsi di fronte a qualche -ostilità, così vivo era il fermento che correva nei palchettoni -sparsi per tutto il teatro. Tanto più che verso -il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, -per l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio -misterioso, che li aveva così tranquillamente gabbati. -</p> - -<p> -Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine -agognasse a divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse -di appartenere alla medesima lor vita, forse per -ambizione più che per tendenza; e sedere fraternamente -nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi -non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver -adito a visitare le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, -con loro insieme, ai Circoli, alle partite protratte fin oltre -il lume dell’alba, od alle cene galanti ove Beppe Cianella -e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte le sere, sciorinando -le più laide sconcezze che si fosser udite mai da -favella umana. -</p> - -<p> -Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva -di Arrigo. -</p> - -<p> -— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un -uomo che della sua piccola statura s’era fatta un’arma -temibile per molestare altrui. E forse lo disse con l’intenzione -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -di dar noia a Paolo del Bassano, che oltremodo -si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava -con un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi -la piccola barba rada e biondiccia che invano voleva -essere un ornamento virile nel suo viso dolciastro come -rosolio e miele. -</p> - -<p> -Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona -ove sedeva Arrigo, poi si lasciò cadere dalle -labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso, che fece ridere -alcuni. -</p> - -<p> -— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce -di falsetto, cui mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, -perchè tutto gli si poteva negare, tranne che avesse -una sua limpida e maschia bellezza. L’Abate dei Mammagnúccoli, -quel marchese di Sant’Urbino che pur si coltivava -con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo -confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica -gli dava diritto al favore di qualsiasi bella donna. -</p> - -<p> -— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno -di fare una malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, -guardando Lanzo Malatesta, che passava per -essere fortunato con le donne, poi Carletto Santorre, -che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di -farla sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva -sperato egli pure di sedurla, non coi vezzi dello spirito -nè con le banconote allettevoli, poichè d’entrambe le -cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa alcuna -che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli -stesso andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando -altri lussi, per essere il vero arbitro, in Italia, della moda -londinese. -</p> - -<p> -— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, -aggiustandosi l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica -della fisionomia. — Tutto viene a suo tempo: il bel -Ferrante, se non m’inganno, dev’essere uno spiantato. -</p> - -<p> -— Come lo sai? — fecero alcuni. -</p> - -<p> -— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno -di scuola. Lo ricorda come un giovine di famiglia molto -umile; figlio d’impiegati o forse di bottegai suburbani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -</p> - -<p> -Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla -crapula, al libertinaggio, con una tempra di ferro; si -chiamavano l’uno Gian Giacomo, detto Bacco, per una -certa sua rassomiglianza col giovial nume del vino, l’altro -Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua -persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad -un sacco ripieno. Specialmente in fatto di gioco, molte -ambigue voci correvano sul conto loro; ma eran ammessi -ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo sebben -grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan -nello scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di -tutte le cene, di tutte le scorrerìe notturne, di tutte le -imprese più gaie; nei carnovali e nelle quaresime non -riposavano mai. -</p> - -<p> -Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine -di casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini -d’una certa considerazione, per esser scevro di -quasi tutti i loro vizi e liberale insieme, sicchè mai non -rimandava insoddisfatti gli innumerevoli stoccatori. Molte -madri della buona società gli tenevan gli occhi addosso -per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna -speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, -ma di cuor talmente svenevole che ad ogni piè sospinto -cadeva in perduti amori. Così era stato per la Ruskaia, -naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo l’altro i -mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte -le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia -doveva segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate -allusioni e maldicenze. -</p> - -<p> -Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in -altri il nostro medesimo tormento: per questo si cominciò -nel palco a magnificare ed esaltare la passione -della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando copia -d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani -con quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma -degli amici. -</p> - -<p> -— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire -Totò Rígoli. — Non dev’essere in fin dei conti un uomo -comune, e per dire la verità confesso che mi è simpatico. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<p> -— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto -più che, per giungere alla Ruskaia, bisognerà -d’ora innanzi fare la corte a lui. Dico ciò per quelli -che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, me -ne infischio! -</p> - -<p> -Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al -collo, senza parenti dai quali ereditare, con un magro -impiego in una Compagnia d’Assicurazioni, con una vecchia -amante sul dosso che gli aveva già partoriti due bastardi, -era ben naturale che il suo cuore fosse un poco -inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che -stavano meglio di lui. -</p> - -<p> -— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, -che si era seduto in un angolo del palco, taciturno. -</p> - -<p> -— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata -rassegnazione, — che quando s’è troppi a circuire una -donna, questa cade per forza nelle braccia d’un estraneo. -Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto commettere -qualsiasi pazzia. -</p> - -<p> -— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose -urbanamente Lanzo Malatesta. -</p> - -<p> -Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con -gli occhi vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa -obliquamente da una profonda cicatrice. Attaccabrighe -molesto, buono schermitore, facile duellatore, era più -temuto che amato, sebbene la troppa vitalità del suo spirito -fosse più colpevole che non il cuor malvagio di questi -ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella -sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava -ne’ circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, -disistimando quelli che spendevano il tempo in più tranquille -fatiche. Donne, gioco ed altri spassi non eran che -intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa. -</p> - -<p> -Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo -e della sua buona ventura. -</p> - -<p> -Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le -scollature incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia -dei ventagli odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro -una parola furtiva, per soffocare un riso inverecondo, per -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -nascondere uno sbadiglio, di questo, insieme con altre -frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle cantatrici -interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro, -don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese -Minardi ed altri gentiluomini, erano andati in giro -di visita in visita a comunicare quest’ultima notizia della -cronaca teatrale con la educata circospezione ch’è di -rigore nella buona società. Si videro molte belle bocche -sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno -irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi -e leggiadre ambasciate a quelli che notoriamente eran -rimasti in asso, mentre una certa onda di curiosità si sollevava -intorno alla persona d’Arrigo e insistenti canocchiali -si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei palchi a riconoscere -l’avventuroso. -</p> - -<p> -Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna -diceva a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» -Ed avendolo consacrato con questo appellativo, molte, nel -guardarlo, pensavano in cuor loro ch’egli era veramente -un giovine di piacevole aspetto. -</p> - -<p> -Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava -d’essere assediato, Arrigo potè conoscere alcuni di -quella beata signoria ingombratrice di palcoscenici, alcuni -di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi di -famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena -e son poi tutti insieme i benemeriti e spesso gli arbitri -del teatro lirico italiano, come protettori del corpo di -ballo. -</p> - -<p> -Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di -allontanare quegli importuni, che or forse pensavano -di potergliela portar via da un giorno all’altro, e frattanto -lo colmavano di garbatezze. Rafa Giuliani, Lanzo Malatesta, -il marchese di Sant’Urbino, capitavano qualchevolta, -verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle -una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, -vecchio mecenate del teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, -membro della Commissione teatrale e forsennato -amatore di piccole ballerine, il direttore del teatro, -il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per -ficcare il naso nelle cose altrui. -</p> - -<p> -Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi -nella sua difficile condizione con una abilità -singolare. Lo trovaron simpatico e modesto, poichè sapeva -solleticare la vanità di ognuno senza mai cadere -nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a benvolere -dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera, nel -ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. -Questo principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava -su lo stesso patriziato una specie di supremazia; -il fatto ch’egli avesse rivolta la parola in pubblico ad -Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione che -altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, -or Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato -si ricordava d’aver avuto qualche debolezza per gli uomini -belli, sentì forse rinascere, davanti alla sua virile -bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo -prese a benvolere. -</p> - -<p> -Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono -a lor volta in una certa dimestichezza con Arrigo, -avendo essi l’abitudine di tollerare, insieme con le artiste, -tutte le lor parentele e clientele per importune che -siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa, sin dal -principio si era schierato per il del Ferrante contro i -suoi detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì -per quella smania di proteggere o di combattere -ch’egli aveva nella sua piccola persona, prese a trattar -familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare qualche lancia -in suo favore. -</p> - -<p> -Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose -insieme, calcolando le proprie mosse con la prudenza di -chi muove le pedine sopra uno scacchiere, Arrigo potè -finalmente rompere il cerchio di ferro che lo divideva da -quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile dono che possa -concedere la vita. -</p> - -<p> -Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si -aprivano le porte vietate, cominciava intorno al suo -nome il chiasso delle indiscrezioni mondane. Dalla bottega -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -umile, nascosta nella lontananza della strada suburbana, -egli entrava nel cuore della sua città, con una bella -donna al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli -serpeggiavano, curiose del suo mistero. La fortuna pertinace -delle carte gli offriva largamente, facilmente il denaro; -un respiro più largo e più giocondo riempiva il suo -petto capace. -</p> - -<p> -Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli. -Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose -che si formano su gli angoli delle bottiglierie, ove di donne -si parla, di cavalli, di gioco, e s’intesson le frivole maldicenze -dirette a smascherare i segreti altrui. -</p> - -<p> -Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre -gli disse un’altra sera: — Perchè non venite mai -nel nostro palco? -</p> - -<p> -Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo -a piacere. Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia -a cenare in un ristorante famoso, che da immemorabile -tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più dissimili esemplari -delle classi e della vita cittadina. -</p> - -<p> -Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie -politiche, un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate -infuriavano pettegolezzi mondani. Era nel medesimo -tempo una casa di giuoco indisturbata, inevitabile; -un ritrovo era d’aristocratici dopo il ballo e di istrioni -dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle tarde ore -e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio costeggiava -il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva -co’ suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese -domenicale; dove il commediografo si bisticciava -col suo critico, l’impresario col suo pubblico, dove il gesuita -giocava a carte con l’ebreo e l’uomo d’ingegno si -lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo. -</p> - -<p> -Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco -della sua camicia, sedeva un chiomato pittorello, -dalla cravatta floscia, che ingoiando a lenti sorsi un mezzo -cálice di verde acquavite, andava schizzando profili sul -marmo del tavolino, mentre i divi di tutte le arti, di tutti -i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte bandita -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti -si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; -giornalisti scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed -avvocati venivano in cerca di clientele; giocatori combinavan -partite, donnaiuoli adocchiavan prede. Tutto il rigurgito -dei teatri, delle sale, dei focolari, delle biblioteche, -delle redazioni, dei circoli, vi sboccava transitoriamente -come in un’anticamera della più nascosta vita notturna, -e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella -impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche -ora di concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose -della giornata. -</p> - -<p> -Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato -fama in origine a questo ristorante; poi la moda se n’era -mischiata, e qualche partita disastrosa, qualche ubbriacatura -forsennata, qualche alterco fra gentiluomini l’avevan -accreditato in modo stabile nel favore dei gaudenti. -Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori -correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse -d’un circolo a porte spalancate, ove l’adito era per tutti -ma l’ammissione per pochi. Varie cricche vi si formavano, -vivendo a lato senza darsi noia, ma disprezzandosi -a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo di -tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro -e la guidava nelle idee. -</p> - -<p> -Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, -inventore d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un -vecchio e scapigliato Don Giovanni del quarantotto, saldo -ancora nella sua carcassa incrollabile, ancor lampeggiante -negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di antichi gentiluomini, -avversatori di cose nuove, abbottonati nelle -marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso -e della bella gioventù discorrevano, quando, nella cinta -delle vecchie mura, più stretta e più gioconda era la -città che dominarono e più gentili costumi vi reggevano, -così a dir loro, quando impazzavano per le strade -i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più -vita, più calore avevano le donne e più rigoglio nei robusti -fianchi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -</p> - -<p> -Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan -la pallida birra con il Barbera spumante; nemici, -nel cuore, della città che sfruttavano, impadronendosi -de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta ma sicura -supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, -contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco -semenziere dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli -del domani. -</p> - -<p> -E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran -tre sorelle galanti, le quali avevano in tanto volger -d’anni battesimato o assolto quasi tutti gli imberbi o -i decrepiti peccatori della città, tre sorelle d’una magrezza -disperatissima, dal viso adunco, imparuccate oltre il verisimile, -con certe mani grifagne che un tal pittore imitò -per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati -sbarazzini vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei -lupanari plebei, e nutricando lentamente la fame delle -bocche sciupate pensavano alla notte dolorosa, in cui -avrebber voluto esser uomini. -</p> - -<p> -Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia -d’una serva impennacchiata, sorbiva lentamente il -veleno dei piccoli calici, e scesa dal letto al barlume dei -lampioni elettrici s’apprestava a menare una vita quasi -onesta e certamente signorile per gli stambugi malfamati, -accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la dilettavan -di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le -facili compiacenze della pulzella soccorevole. -</p> - -<p> -Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari -amore, volgeva intorno la stanchezza sorridente dell’occhio -cerulo, non più memore del fasto imperiale nè dei -grevi reggimenti che marciano impaurendo l’Europa, malcontento -forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un -piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, -la sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini -d’onore, e la piccola curiosità provinciale si -sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma pur genuflessa, -con quell’istinto invincibile della plebe, che -sempre accorre come una docile mandria per le strade ove -passano i re. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -</p> - -<p> -Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi -ed istrioni; drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno -è assai diffuso al giorno d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna -persona rispettabile che non abbia scritto commedie, che -non abbia per una volta sentito in cuor suo il fuoco -echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati -una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica -sera campale tutta la vita rimarrebber uomini di penna -e di pensiero; e più oltre, insieme, in un bel disordine, -altri commediografi ancora ed altri commediai, poeti e -verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri e imbrattatori -di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, -pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui -meglio sarebbe convenuto per natura il trincetto e lo -spago del ciabattino: tutto un piccolo mondo d’intelligenza -e d’abbrutimento, di modestie rare e di insane -alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si -erano degnamente o vanamente affaticati per quell’erta -scabra la quale ha su l’ápice il sole tormentoso della -gloria. -</p> - -<p> -V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per -starsene soli, per riparlare delle antiche battaglie con gli -emuli antichi. -</p> - -<p> -Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, -dalla bocca ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un -teatro nervoso alla fiacchezza della scena italiana; un -altro, pieno d’irrequietezza nella stretta persona, pieno di -brio nel volto segaligno, che ammulinava senza tregua -parole come il vento le foglie cadute, ed aveva satireggiato -lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire -in sè la vena drammatica. -</p> - -<p> -Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie -profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce -in tutta la sua persona secca e stracca, il quale aveva -tormentato in più modi il suo sogno d’arte, aborrendo il -mestiere, correndo intorno alla propria anima visionaria, -lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, per poterla -illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i -più vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -un uomo silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che -aveva la bocca ormai contratta e suggellata in un sorriso -pieno d’indelébile scherno e che, per sola conciliazione -con la vita nemicissima, aveva conservato un appetito -prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella -tempra di combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era -divertito a sciuparsi, a manomettersi con una voluttà crudele. -Poneva lo stesso ingegno nel compiere un’opera insigne -o nel far cosa di nessun pregio; tutto aveva sofferto -nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana: -l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la -lussuria, e fors’anche la fame. -</p> - -<p> -Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e -quasi monacale nel volgere degli anni, poeta di rime cesellate, -intorneatore di versi un poco artifiziosi, che pareva -un essere pressochè incapace di sopportare la brutalissima -vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere -in quella remota età ove una bella rima s’incoronava -con rami d’alloro. Un altro, che aveva portato seco dalla -calma laguna la freschezza d’uno spirito goldoniano, e -vinceva rapidamente la sua battaglia in più tenzoni dissimili. -Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo -giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera -nei cenacoli d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a -proporre una pubblicazione, a recitare un poema. E v’erano, -ma più spesso in disparte, i giovini corteggiatori -del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano -di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore -di stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso -ingegno e tutto osava per infuturarsi con una bella -temerità. -</p> - -<p> -V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella -faccia di efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un -gesto discontinuo della mano imbrillantata, ascoltando il -parlar grasso del bolognese venuto in fama di scrittor -libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte istorie -di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido -fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una -volontà incisiva e già s’era provato in più giostre onorevoli, -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -deciso a conquistarsi la vita con un disperato eroismo; -mordace, attento, vivo, secco, sicuro, raggruppava -in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe -svincolato dalla folla. -</p> - -<p> -E più altri che invano contendevano per lo stesso -miraggio, discepoli d’arti vicine, che avrebbero tenacemente -squassato nel buio perpetuo la lor fiaccola vacillante, -e però si dilettavano d’accanirsi con una furia -bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la -gloria aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi. -</p> - -<p> -Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, -ferme, che molto rare discorrevano per difendere -o per ferire, con la medesima giustizia serena. Uomini -solitari, cui dilettava lo spettacolo di quella sala clamorosa, -e venivano a cogliervi qualche significante attitudine -umana od a temperarvi in silenzio acutissimi -strali. -</p> - -<p> -Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu -accolto. Annodò di sera in sera le più svariate conoscenze, -sicchè in capo di qualche tempo si trovò ad -essere un familiare del luogo, ben accetto alle diverse compagnie, -per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere -intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo -fine gusto musicale che gli faceva dire cose profonde con -una piacevole modestia, ed anche perch’egli aveva il -dono innato dell’adulazione non servile, di quell’adulazione -che si lascia credere, che accarezza, che piace. I buontemponi -lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio -spirito e la sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono -per la sua bella donna; i giocatori lo tolleraron -nelle partite perchè nessuno trovava il pretesto nè il -coraggio di metterlo al bando. -</p> - -<p> -Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli -fosse un intruso. -</p> - -<p> -Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, -alle soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal -vigilati, il tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava -unicamente che la fortuna delle carte o la versatilità -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -de’ suoi ripieghi bastassero a tenerlo in bílico durante -quest’ultima battaglia decisiva. -</p> - -<p> -Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò -sempre con infiniti strattagemmi. Tutto gli servì a trovar -denaro nei giorni di bisogno, e poichè sapeva di camminare -in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio, lottò con -l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò -il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, -si fece prestare persino l’economie della domestica di casa, -firmò cambiali agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio -abbastanza danaroso, fingevano di credere alle sue -fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. Riuscì perfino a riconciliarsi -col terribile Riotti e manovrò in guisa da potersi -creare un piccolo debito con lui. -</p> - -<p> -Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, -si turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli -fece del proprio onore compromesso, di quel nome che -Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo padre, finchè, -raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida -commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i -cordoni della borsa. -</p> - -<p> -Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita -crescevano a dismisura. Con molti buoni pretesti aveva -lasciato comprendere ai genitori che non gli era più possibile -vivere in quel sobborgo fuor di mano, e s’era preso -per sè solo un bel quartierino verso il centro della città. -Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti -con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse -impossibile a’ suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa -per la quale era giunto sino a loro, e voleva che per -nulla al mondo potessero mai venire a conoscenza della -sua stirpe bottegaia. -</p> - -<p> -In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria -nera, assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. -Ma il suo carattere tuttavia restava in apparenza -gaio e speranzoso. Con pochi franchi in tasca, lo si vedeva, -elegantissimo nell’abito nero, girar per i teatri a -fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, scarrozzare -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva il -gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e -nessuno, tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere -quanto costassero a lui di fatica e di scaltrezza quelle -poche decine di lire ch’ella gli faceva spendere, per -esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. Aveva debiti -piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda presenza -e la sua parola convincente pagavan nel frattempo -le più avare impazienze. Di notte in notte poteva capitargli -di tornarsene a casa con le tasche rigonfie d’oro, -lo spirito allegro; ma bisognava intanto subire le settimane -avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al -repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il -che lo avrebbe per sempre perduto e bandito. -</p> - -<p> -Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella -di chiedere all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, -forse con gioia. -</p> - -<p> -Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava -nemmeno le battaglie del suo Rigo: lo sapeva -poco ricco, ma ormai, nel vederlo spendere da gran signore, -se n’era quasi dimenticata. La donna sovente non -ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno -a lei. -</p> - -<p> -Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse -stanco d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, -voleva qualche giuramento, un bacio, un lungo -bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse chiesto, certo -ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava, -già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per -quella diffidenza innata che gli suggeriva di non mai darsi -materialmente in balía d’una donna. Un buon senso naturale -gli faceva riflettere che il cuore d’un’amante è mutevole, -come la sua secretezza malcerta. -</p> - -<p> -Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma -domani, stanca o abbandonata, si ricorda, nella invincibile -avarizia del suo sesso, di aver pagato, e inutilmente, sicchè -se ne duole. Chiacchiera, e, magari per vendicarsi, -con due parole avventate perde un uomo. Si sa: da un -amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -di appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre -del letto è cattiva guardiana di secreti. -</p> - -<p> -D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse -aiuto. Ma erano dicerìe timide, campate in aria, che non -potevan nuocergli gran che. In mancanza di prove concrete, -molti consideravano sopra tutto come l’affabilissimo -Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, -una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare -che si faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, -in quella specie d’atmosfera intermedia che sorpassa già -la maldicenza comune ma non è ancora la gogna pubblica, -dalla quale non c’è più salvezza. -</p> - -<p> -E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era -stretto in un cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri -espedienti; non gli rimaneva che tentare quest’ultimo, -qualunque ne fosse il rischio, poichè un grande amore si -ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli non -si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio -di rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione -triviale. Dire alla sua Tatiana, alla sua piccola amante -capricciosa e voluttuosa, questa parola orribile: «Dammi!» -vedere il denaro monetato passar da quella morbida mano -bianca nella sua propria forte e rapace, non poterla più -guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli -dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le -sue notti angosciose, le sue corse affannose per i vicoli -oscuri della città in cerca dell’usuraio da convincere o -dell’amico dal quale estorcere le poche lire che avrebbe -spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, e sentirsi -addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno -sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, -per quanto fosse in lui disperata la volontà di vincere la -sua battaglia. -</p> - -<p> -Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo -più semplice. Non poteva ella tollerare quelle grandi -ombre che si addensavano talvolta negli occhi luminosi -dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva sovente -su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante -volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -amante, curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima -nascosta, gelosa di ogni secreto, paurosa di poter perdere -in un giorno solo, per una cosa minima, tutta la voluttà -di quell’amore; e gli diceva qualchevolta, fasciandolo con -le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo -respiro: -</p> - -<p> -— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa -ti tormenti? -</p> - -<p> -Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. -Ma poi, una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, -fra istintiva e calcolata, che gli veniva dal cervello e dal -cuore insieme, una di quelle parole ambigue che nell’amore -fanno tanto male.... -</p> - -<p> -E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri -bui, come per ribellarsi contro quel principio di confessione -che gli era venuta su le labbra. Un’altra volta, -parlando dell’avvenire, disse che dell’avvenire nulla sapeva, -nulla poteva ormai sapere, ed anzi non osava -guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio -oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò -vagamente al giorno in cui gli sarebbe stato necessario -sparire, andarsene chissà dove, in cerca di chissà -mai qual fortuna, solo e perduto, con questo suo terribile -amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo -giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in -fondo poteva essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava -nell’occhio fermo, qualche battito forte rompeva il suo -cuore violento, perchè, nonostante la sua freddezza, era -un po’ malato in verità di quella sua bella amante dalla -boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, -che aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di -seta, l’odore del profumo che portava, la musica della -sua propria voce. -</p> - -<p> -E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo -della quale, fattosi mettere alle strette, egli giunse a -confessarle, scapigliato e convulso, con un rantolo nella -voce: -</p> - -<p> -— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, -affogo nei debiti, sono in piena rotta con la mia -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -famiglia... devo lasciarti, devo andarmene, devo non vederti -più, non baciarti più... partire! Capisci che significa -«partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! -Avrei taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu -hai preteso darmi anche questa umiliazione... ecco, ed -ora lo sai! -</p> - -<p> -Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si -miser di mezzo una cambiale che scadeva, una partita -disastrosa, una lunga notte d’amore, e da quel tempo, -nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di Arrigo, -lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità. -</p> - -<p> -Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del -mondo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span></p> - -<h2>XIII</h2> -</div> - -<p> -Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, -sicchè il denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi -ch’egli se ne avvedesse; il denaro facile, che viene dal tavoliere, -che si vince con un punto alto, che si spende con -disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in tali faccende -Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare -prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, -non mi occorre nulla. -</p> - -<p> -Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra -che nei giorni di bisogno aveva ricevuta contro cambiale -da un usuraio, per un prezzo indecente. La fece -rilegare da un buon orefice; la pietra brillò degnamente -sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse conoscere -la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere -un libro comico e triste insieme, perchè intorno a -tutte le cose che rappresentano valore s’annoda sempre -uno straordinario viluppo di passioni e di bassezze -umane. -</p> - -<p> -Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva -largamente. Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla -famiglia di molte cose che sapeva essere nel desiderio -del padre, della madre, del fratello, delle sorelle; infine, -per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, che -non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò -di far bene arrivando un giorno in negozio con un braccialetto -per la sua paziente fidanzata. Egli conosceva -il cuore umano e sapeva il gran prestigio delle cose -d’oro. -</p> - -<p> -Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -Arrigo, il Riotti a suo malgrado si lasciò sfuggire una -esclamazione di sorpresa. -</p> - -<p> -— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene -gli occhiali sul naso, prese il braccialetto, lo pesò due -volte, tre volte, nel palmo della mano, con una cert’aria -dubitosa, infine lo mise su la bilancia. -</p> - -<p> -— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo -il peso greve. -</p> - -<p> -— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che -Arrigo mi dia roba falsa? -</p> - -<p> -— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, -perchè questo è un gran valore, sai! -</p> - -<p> -E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare -traverso la lente. -</p> - -<p> -— Il marchio c’è... — borbottava. -</p> - -<p> -Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice -ch’era lì vicino, e un po’ confuso d’avere in mano un -oggetto simile pregò l’amico di provarlo con gli acidi -per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto -carati. -</p> - -<p> -— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice -suburbano, dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, -veh!... proprio bello! -</p> - -<p> -— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse -il farmacista con noncuranza. -</p> - -<p> -E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i -torti di Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo -un po’ bizzarro, dall’altro aveva buon cuore. In ogni -modo le sue intenzioni dovevan esser serie, perchè — diamine! — certi -regali non si fanno a casaccio. -</p> - -<p> -Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le -nozze avrebber dovuto aver luogo nell’autunno seguente, -con un bravo giovine che le voleva un bene quasi ridicolo, -ed era figlio di un ricco droghiere. L’altra sorella -era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa dalla -maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto -l’altra era calma, seria, e destinata a non esser altro che -una brava massaia. -</p> - -<p> -Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -da tirannella; era bellina, tanto bellina, che già, -quando usciva per istrada, uno sciame di moscardini le -ronzava intorno, e, per certe occhiate che lanciava loro, -il padre e la madre avevan giudicato che fosse pericoloso -lasciarla correr sola. -</p> - -<p> -Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a -sarte, modiste, profumieri; si vestiva bene, si pettinava -con ricercatezza, leggeva di nascosto romanzi proibiti, era -un poco pettegola e molto birichina. Ma poich’era bella e -poichè aveva quello stesso far signorile di suo fratello -Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo -severi con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava -in quell’ultima figlia il suo più recente fallo d’amore. -Anna Laura parlava spesso d’Arrigo, dicendo che aveva -certo avuto ragioni da vendere nell’andarsene via dalla -bottega paterna per godersi un po’ la vita, quel genere -di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le -carrozze, i teatri, l’amore. -</p> - -<p> -L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio -e dolce; aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica -ed ora stava imparando l’arte del padre. Era nato e rimasto -un po’ grossolano; a lui la bella Ruskaia non dava -alcun fremito; si contentava di andare la domenica a -bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida -popolana che non gli era crudele. -</p> - -<p> -Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, -per amor d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si -offrivano altrove, e rimase a godersi, nella città ventilata, -una bella primavera di riposo e d’amore. -</p> - -<p> -E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge -in una città per solito fredda e nebbiosa, una città senza -alberi, dai parchi radi, le passeggiate brevi, i giardini -nascosti? Quando allora il cielo, non vasto fra i tetti vicini, -prende quel color vivo di madreperla che fa brillare -i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, -come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la -primavera!... -</p> - -<p> -Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di -Arrigo. Egli non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -d’un amore inerte, ma badava piuttosto a trar vantaggio -da ogni giorno e da ogni ora, sentendosi ormai -vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. Anzi -ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che -quanto aveva sino allora vagheggiato come la sua meta -non fosse che il principio d’una più grande ambizione. -Forzar l’ingresso d’un Circolo, seder alle cene o nei palchi -dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza togliersi il -cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo -nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte -l’altra cose che di lontano gli erano sembrate un miraggio -vertiginoso, più non bastava per contentare le bramosìe -del suo cuore temerario. -</p> - -<p> -A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. -Ma la battaglia era degna d’essere combattuta per una -causa migliore, poichè si sentiva nello spirito nascer l’ali -per un più grande volo. -</p> - -<p> -E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla -duplice potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ -tediose d’onestà camuffata e d’impostura inchinevole, dove -gli antichi paraventi potrebber forse raccontare qualche -favoletta salace, dove i camini dai grandi alari di bronzo -sbadigliano con infinita noia su la eterna commedia della -vita. Voleva che l’accogliessero le dame incipriate, ch’eran -state famose di bellezza e d’avventure al tempo del -Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di -qualche uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i -vecchi gentiluomini borbottoni, che la gotta e la podagra -vendicava del buon tempo trascorso; voleva sedere ai -pranzi trimestrali della duchessa di Benevento, essere -invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera di -Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan -più volte nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa -ricca ed ospitaliera, che albergava quattro bellissime nuore -tra un codazzo di parentele. Voleva, se pur ciò dovesse -tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini che almeno -tre volte nella stagione frequentavano i venerdì -della vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e -pressochè sorda, teneva circolo da un seggiolone simile -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -ad un trono, avendo una nipote già più che trentenne -da maritare, una grama nipote, magra, sghemba e -balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni -dei Sedriano, rinomati già da secoli per la loro -impeccabile bruttezza. Voleva che d’estate l’invitassero -in campagna i Mazzoleni, antichi profumieri fattisi -marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù senza -numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, -le femmine dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del -Monte, che passavano per la più ricca famiglia della -città. -</p> - -<p> -Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, -della quale narravasi che, per salvare certe speculazioni del -marito, si fosse abilmente commerciata ad un ricchissimo -banchiere ebreo; donna Eleonora Salvati, che aveva, dicevasi, -la più bella e più visitata collezione di mutande in pizzo -vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta e marchesa -Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la seconda, -benchè fosse morto invece il marito della prima, -se, a quanto affermavasi, era vero che il barone capitano -Guerrazzo avesse disertato il talamo coniugale per il letto -vedovile della sua deliziosa cognata. -</p> - -<p> -Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella -Piacentini, questa frivola, che s’era innamorata del suo -pettinatore; ai tè meno intimi di Graziana Buonconte, -che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, scommettere -su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, -a dir delle cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere. -</p> - -<p> -Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare -al fianco di quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, -la quale si doleva sopra tutto di non trovare cavalieri -abbastanza intrepidi per galoppare quanto a lei -piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta -quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera -molti tenenti di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica -nel salotto misterioso della pallida Clara Michelis, che già -era vedova in quel tempo, e visibilmente si struggeva -d’un mal vedovile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<p> -Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di -quella società ben nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno -è sopra lei, nella piccola cerchia d’una città, per -giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia che i modi -compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione -irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta -iraconda si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia -diventa urbana come un’adulazione complimentosa. In -quella società inverniciata, splendente, ove si canta, si -balla, si ride, si ama, si odia, ci si vendica e si tradisce -anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel riserbo, fra -quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche -della plebe disprezzabile. -</p> - -<p> -Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, -il giorno in cui avrebbe avuto per mensa una tavola -imbandita di porcellane trasparenti, servita intorno da una -folla di maggiordomi silenziosi, e sè vide, in quel miraggio -di cristalli, di specchi, d’argenterie, spingere l’occhio lascivo -nel bianco d’una scollatura impudica, sentendosi -passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore -d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... -Ripensò la bottega paterna, dalla quale pochi anni prima -era uscito, con qualche cencio e con poche monete di -rame; la bottega semioscura, che doveva nel destino essere -tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i suoi ozi -le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le -sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i -suoi amori si diede convegno nei talami delle marchese -infedeli, per le sue nozze, ch’erano la corona del sogno, -si concesse la mano d’una bellissima ereditiera... -</p> - -<p> -Camminare bisognava, camminare con temerità, senza -concedersi requie, facendosi largo fra i molti che gli -avrebbero ostacolata la via, spezzando i vincoli che gli -avvincessero il piede, solo, e pur certo di non fallire. -</p> - -<p> -Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della -sua vita coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo -si curava. Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente -oscura dell’anima, lo tormentava e lo spronava con -accaniti eccitamenti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<p> -Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro -men caduco la sua tenace ambizione, poich’era uscito dal -nulla con la voglia e con la virtù incontrastabile di non -essere un mediocre. Voleva, se pur gli fosse lecito, compiere -nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra -di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse -dalla oscura e dimenticata origine. -</p> - -<p> -Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente -promesso di proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, -poichè frattanto gli conveniva lasciar scorrere l’estate -nell’accaparrarsi destramente un certo numero di simpatie -fra que’ soci di maggior credito, i quali avrebbero -potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre -l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo -si accinse con ogni suo potere a questa lenta ed -ingegnosa fatica. Negli ultimi anni il Circolo aveva molto -rallentate le sue strette discipline, aprendo le porte ad una -gran folla di soci nuovi e scelti con minore severità, per il -bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile rinfocolare -il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci antichi -una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella -città fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere -della classe trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. -Contro la fama del casato vinceva ormai la fama dei -forzieri pieni; i palazzi secolari cadevano fatalmente in -possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor sentivano -il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la -dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più -illustri, maritando le figlie ben dotate nei parentadi più -antichi. -</p> - -<p> -Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con -più vasti urli le sirene dell’officine: ai corni di caccia -perduti nell’eco delle bandite, rispondeva il rombo laborioso -dei martelli, l’ánsito e lo sbuffo delle grandi macchine -generatrici; contro il peana degli eserciti sanguinari -prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei Lavoratori. -</p> - -<p> -E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino -ai sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più -su la fronte il suggello ed il marchio della sua nascita, -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -ma nella gara della vita egli valeva per il cammino che -vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per la -sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, -e poteva così pescare o frodare il maggior dado -nel bossolo della sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava -in tutte le giostre i suoi robusti campioni, e poich’erano -assetati di vita, avidi per diuturne astinenze, -callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere -una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una -rumorosa temerità. -</p> - -<p> -Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, -verso gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie -che bruciano di arene scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio -e della bagnatura. La città spopolata rimase in balia de’ -suoi più tenaci lavoratori, divenne il regno dei mariti allegri -e degli sfaccendati, che per pigrizia non avevano il -coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare -fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della -calura, e si udì giurare in buona fede che la città non -fosse mai tanto piacevole ad abitarsi come quando è sgombra -dalla sua maggior cittadinanza. -</p> - -<p> -Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste -nei pomeriggi afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu -l’andare in cerca d’un fil d’aria, e tutte le maledizioni -dell’anno dettero ai tormentati una breve tregua, -poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle -beate villeggiature. -</p> - -<p> -Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. -Ella del resto s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro -s’annoiava profondamente; il giorno sopra tutto, chè le -notti avevan sempre qualche svago. -</p> - -<p> -Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; -poi non era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche -nube era già sorta fra loro a proposito di mille inezie; -non avevan lo stesso modo di pensare, non amavano gli -stessi libri, non trovavan simpatica la medesima gente. -Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo -tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva -sempre un certo fare preoccupato e chiuso, che urtava -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -la gelosia dell’amante; non era inoltre un uomo capace -di prestarsi a tutti i capricci d’una donna viziata, e qualche -volta, pur nell’ore più intime, dimostrava già d’avere -una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi un -poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano -rapidamente nel calore d’una tentazione. -</p> - -<p> -Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una -riva lacustre non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, -affittarono una villetta piccola come un nido, che bagnava -nell’acqua placida le sue fiorite spalliere di rosai. -</p> - -<p> -La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi -frequentatissimi; tutto il giorno per la lunga strada rasente -il lago era un trascorrere di carrozze o d’automobili -dall’uno all’altro cancello, poichè la signoria villeggiante -si onorava di visite scambievoli, largheggiava di -feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si -mascherava, correva regate a vela, giostrava nei campi -da tennis ed inoltre si dava cura dell’umanità sofferente -allestendo con grande strepito qualche fiera di beneficenza. -</p> - -<p> -Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero -in disparte, quasi nascosti nell’intimità del loro nido. -</p> - -<p> -L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta -di qualche foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne -con una rossa maturanza di grappoli e pareva bruciasse -nei giardini con assurde magnificenze di fiori, consumava -nell’ardore delle postreme sue vampe le vene degli amanti, -che in quella sopraffazione di vita sentivano da tutte le -cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà. -</p> - -<p> -Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, -nei pomeriggi di sole, certa piccola casa dalle -persiane socchiuse, dalle tende abbassate, intorno a cui -mormori un silenzio di cose vive, canti nel verde una -fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche -frantume di vetro... -</p> - -<p> -Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar -con la sua barca sotto un giardino fragrante, quando al -sole morente si riaprono le finestre della casa, ed insieme, -vicini, semisvestiti, due s’affacciano al davanzale, guardando -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -nella tremante azzurrità di quell’ora in cui principiano -e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han -dormito, sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, -dove tuttavia pertugia come un barlume quella enorme -crudeltà dell’estate, quel vertiginoso balenìo del sole su -l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che nella vampa -invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma -consumando il suo proprio splendore. -</p> - -<p> -E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta -un desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han -da essere o viandanti o rematori, pensano con un’invidia -piena di malinconia a que’ due che stanno dentro la casa -tacente, che han dormito, sognato, amato, nel nascosto -rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole. -</p> - -<p> -Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... -Il basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino -lacustre, diviene il luogo dolce del peccato, che turba le -immaginazioni altrui, che muove per tutto all’intorno una -leggenda d’amore. -</p> - -<p> -Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a -quelle finestre incantate volano molti sogni altrui; tutto -in quella casa innocente par stregato e colpevole, poichè -da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende il segreto voluttuoso -di due giovinezze che si amano. -</p> - -<p> -Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; -qualche giovine signore, noiato della vita familiare, spinse -l’audacia de’ suoi propositi fino a tentar l’assedio della -bella innamorata; qualche vecchia zitellona pettegolò di -que’ due con la più verde bile; qualche ragazza vaporosa, -nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto le straboccanti -spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che abbracciava -le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova -nella settimana, quando fu la sera del sabato, prima di -spegnere il lume, ne tormentò il marito sonnacchioso... -</p> - -<p> -E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un -cerchio nuovo di persone, si propagasse quell’indiscreto -cicaleccio che aveva sin dal principio divulgato gli amori -di Arrigo e di Tatiana, quando la lieta schiera dei Mammagnúccoli -s’era prima commossa per l’avventura di -costui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<p> -Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua -vecchia madre, un barone dalla barba crespa, giunto al -limite dei quarant’anni con un cuor d’adolescente, il quale -molto s’ingelosì di quell’idillio estivo, tanta inquietudine -d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice. -</p> - -<p> -Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la -udiva lanciare in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso -baronale confinava con il giardino degli amanti e -non v’era tra l’uno e l’altro che un muricciuolo di poche -pietre. -</p> - -<p> -Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, -con un bel volto roseo, da buon fanciullone, cui -cresceva di giovialità l’ornamento della barba bionda e -crespa. Onoratissimo e ricchissimo, era stato saettato -senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un amor -filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai -voluto ammogliare, temendo che una sua propria famiglia -lo costringesse a mancare d’assiduità presso la vecchia -madre. -</p> - -<p> -Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva -in massimo grado ciò che alle donne sommamente piace: -la cavalleria de’ modi e l’estrema prodigalità — l’amore -nella sua vita era stato una cosa gioconda. -</p> - -<p> -Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva -quella sua grande aria battagliera del bel tempo -quand’era uno smilzo ufficiale di cavalleria; la dardeggiava -d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che volesse prosternarle -ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il suo -denaro, la sua più che devota urbanità. -</p> - -<p> -Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, -il quale anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli -una singolare compiacenza. -</p> - -<p> -Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il -barone Silvestro! La sua bella barba crespa brillava nei -raggi di sole con vera magnificenza. Un giorno egli salutò. -La Ruskaia sorrise. Tutte le cose del mondo hanno -la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva dire: -</p> - -<p> -«Chissà?...» -</p> - -<p> -Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -innamorata! Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel -proprio sentimento anche la sottile gioia che le proviene -dal deridere un altr’uomo. Poi, ad un tale che saluta, — un -signorotto nel suo feudo — perchè mai non sorridere? -Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette, -nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma -dice ambiguamente: «Chissà...» -</p> - -<p> -La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può -succedere!... -</p> - -<p> -Anche il bel caso che un grande amore vada a finire -in cenere. Allora può essere utile aver detto: «Chissà...» -E poi è dolce, per la donna un poco frivola, dormire -nel proprio letto con un amante amato, ma col pensiero -d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per -amore di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; -«C’è chi guarda mentre mi pettino le treccie alla finestra; -c’è chi trema se passo nel giardino in vestaglia... -Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua testa calva -e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta -e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere -perchè Arrigo non è geloso? Anzi non fa che dormire. -Quanto dorme questo Arrigo nei giorni d’estate!...» -</p> - -<p> -Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la -soglia. Co’ suoi quarant’anni e la sua barba crespa era -tuttavia confuso come un collegiale. -</p> - -<p> -Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette -la Ruskaia, tutt’accesa in volto perchè aveva remato -per due lunghe ore sotto il sole. -</p> - -<p> -Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa -dunque si mise a ridere apertamente, con quella sua boccuccia -di bambola piena d’una grazia inesprimibile. Nella -saletta faceva un po’ scuro. -</p> - -<p> -— Vi prego, sedete, barone. -</p> - -<p> -Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser -lì. Anzi dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente -se ne risovvenne. -</p> - -<p> -— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una -commissione. Le nobili dame della beneficenza l’avevano -mandato a parlamentare con la cantante dalla voce d’oro. -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -Si stava preparando una gran festa, nel teatro d’un albergo -vicino, a favore di certi derelitti... Questa recita si faceva -tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non dicesse -di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; -canterebbe la marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... -Poi si dava pure una commediola... Non dicesse -di no! -</p> - -<p> -Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone -Silvestro!... — osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor -prima di pensare se le convenisse accettare o no. Aveva -inoltre in tutta la sua grossa persona qualcosa d’artefatto -e di comico. No, stava meglio di lontano, con la sua barba -crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel -lasciargli credere... -</p> - -<p> -— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli -disse con un tono galante. -</p> - -<p> -— Oh, che fortuna! -</p> - -<p> -— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo... -</p> - -<p> -— Già, già... -</p> - -<p> -Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel -garbato e melenso corteggiatore. Queste fervide slave -sentono l’uomo e la maschilità dell’uomo in un modo singolare. -</p> - -<p> -— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di -poterla conoscere. -</p> - -<p> -— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel -giardino. -</p> - -<p> -Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo -affabile, cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti -ad una bella donna, ma in ogni altra circostanza rimaneva -padrone di sè. La proposta venne ripetuta, e dopo -molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, la -Ruskaia finì con accettare. -</p> - -<p> -Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da -varii mesi non aveva cantato più. Il barone disse: -</p> - -<p> -— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino! -</p> - -<p> -Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava -che si ripreparasse. -</p> - -<p> -— Insomma ho promesso: canterò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella -promiscuità d’un grande albergo, sotto l’ala della buona -Fata Beneficenza. Ecco lei, festeggiata, in mezzo a crocchi -di signore ciarliere, ferventi nell’opera intrapresa, -tutto il giorno in faccende, liete più che mai di parere -una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a -spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa -cantatrice straniera che trascinava dietro sè una storia -d’avventure clamorose, che aveva durante l’inverno messo -a rumore la città col suo canto e con la sua passione. -Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; si divertirono -a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere -dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di -splendore, fatta di tante cose dissimili: dall’applauso che -aveva suscitato intorno a sè nella sua vita errante, all’oro -che le avevano cosparso ai piedi e sul quale aveva -camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta un -nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan -capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero -cantare, l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio -intorno, verso l’ora del tè; infine, se non si fosse intromesso -qualche burbero marito, sarebbero fors’anco giunte -ad invitarla nelle case loro. -</p> - -<p> -Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze -che dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva -più lontano che gli fosse possibile, per non ledere le buone -apparenze, e il mondo, che, se ciò gli garba, indulge talora -fin oltre il necessario, fingeva d’ignorar persino che -fossero amanti e che avessero in riva al lago una dolce -villa dalle finestre semichiuse. -</p> - -<p> -Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, -nel grande atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi -pieno di garbo e di gentile modestia. -</p> - -<p> -Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di -lui, per quel che ne avevano inteso raccontare a mezza -voce durante l’austerità dei pranzi familiari. Fra i crocchi -di signore si discuteva intorno alla sua persona. Era -giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante» che gli -avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello -della Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due -seduttori più avventurosi della stagione lacustre: Cencio -Baracco, vincitore di regate, e Massimo Randa, che ogni -sera traversava il lago in lancia a benzina, per un legame -che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di bellezza -e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto -di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria -etica, quel pallor giallastro di cattiva digestione, -quell’andar stanco su le gambe flosce, che preannunzia -la spinite lontana; molto insomma gli mancava di quel -che piace per lo più nei giovini signori moderni, e che -aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con -la svelta persona, col bel collo muscolato, con la maschera -del volto precisa e chiara, parlava dirittamente ai -sensi di talune, che non potevano impedirsi dal risentire -una certa piacevole molestia in vicinanza di un così bel -dominatore. -</p> - -<p> -Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più -oltre spingeva i suoi disegni che a ferire il cuore di questa -o quella ammiratrice; a men difficili tempi serbava gli -oziosi tornei d’amore. La sua battaglia era di quelle che -si combattono con taciturna pazienza, ed egli non vedeva -davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi a -forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa -era per intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; -anche la bella voce della Ruskaia, anche le interessate -cortesie del barone Silvestro, anche i pettegolezzi -ch’egli sentiva correre intorno come lucertole fra l’erba, -ed anche le non ambigue punzecchiature di donna Claudia -del Borgo, che patrocinava la festa. -</p> - -<p> -Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della -sua famosa e dissoluta bellezza; ma non con gli anni -s’addormentava il suo tumultuoso cuore; non meno piacevanle -con ardore le tempre giovini e salde per essersi -alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito inconcludente, -ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso -de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi -la voleva, a chi le piaceva; si era data nei modi più -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -strani e più perversi, con una volubilità incontentabile. -Aveva un tempo scandolezzata la città tenendosi per staffiero -il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed a quanti mormoravano, -a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo -le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, -ben pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, -il far vivere a scrocco, son l’offe che meglio debellano -le infurianti maldicenze altrui. Ma ora, invecchiata -e non stanca, metteva un certo studio nello scegliere per -i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti. Aveva -quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, -ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce -che donna Claudia fosse qualchevolta liberale. Un tenente, -che aveva giocato e perduto sino a rischiar le spalline, -s’era salvato così; molti sconosciuti eran entrati in -società per la sua camera da letto. Poich’ella, non potendo -scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. -Inoltre donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando -era stanca d’un amante, spesso gli procacciava una moglie -tra la schiera delle nobili signorine che teneva in sua protezione. -Almeno sotto un certo rispetto, erano per tal modo -ben sicure di non imbattersi male. -</p> - -<p> -Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere -un danno per tutti quelli che fossero nei panni d’Arrigo. -Ed egli lo sapeva. Questo pensiero gli venne istintivo, -il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi sono certe donne -le quali osano guardarci con maggiore insolenza che -non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi -egli ebbe di quell’antica esperienza una sottile paura. -Ma nei giorni successivi sentì nascere il capriccio nell’animo -di quella donna dissoluta, e con la sua borghese abitudine -del calcolare, súbito valutò il profitto che a lui ne sarebbe -derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo -fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto -ricevere in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere -della gente?... bah!... egli non poteva salire che per mezzo -d’una frode: — qualunque fosse, l’avrebbe senza scrupoli -consumata. -</p> - -<p> -Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -barone Silvestro dopo le prove della recita, ed or amabilmente -si compiaceva nel punzecchiarlo con il suo spirito -pieno di vivacità e d’ironia. Nel corso di quelle settimane -Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma poichè si trovava -in condizione assai difficile, dato il suo legame con -la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare -alcuna suscettibilità. -</p> - -<p> -La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza -stava per nascere in lei, questi fatti la dissiparono. Ella -prese in odio tutte quelle che guardavan Arrigo con -troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva senza ombra -di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del -tutto il senso del suo proprio valore, se non quello -della sua propria vanità. Ogni sera, nella intima villetta, -furon alterchi e lacrime. Arrigo riusciva sempre a rasserenarla -con qualche abile carezza, con qualche parola -persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva -irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano -all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; -se usciva solo, d’un tratto gli capitava presso, ed inoltre -aveva ordinato alla domestica di non consegnare che a -lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. Una volta -che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante -con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene -via, piantando in asso le dame del Comitato, le -prove, la recita di beneficenza. -</p> - -<p> -Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a -calmarla. -</p> - -<p> -Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di -quei malumori, ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma -non disperò. Sapeva che tutto viene a suo tempo: il frutto -su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui labbri della -donna restìa. -</p> - -<p> -Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la -commedia non sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose -nobildonne si mettevan allegramente di puntiglio nel -provocare la gelosia della cantatrice, sicchè facevano ad -Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e -sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -gran dama che non aveva mai perduta nelle più scapigliate -avventure, civettava con Arrigo sotto i lampeggianti -occhi della Ruskaia e pareva divertirsi mezzo mondo a -veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto -un giorno: -</p> - -<p> -— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse -la vostra piccola amica non ve lo permetterebbe... -</p> - -<p> -E rise, con il suo riso pieno d’insolenza. -</p> - -<p> -Poi, un altro giorno: -</p> - -<p> -— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col -treno delle undici... -</p> - -<p> -Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche -agli uomini fosse talvolta mestieri difendere la propria -onestà. -</p> - -<p> -Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della -recita, la scena fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il -barone Silvestro aveva mietute le più belle aiuole del suo -giardino. E la pagaron d’applausi per quanto l’avevano -fatta soffrire. -</p> - -<p> -Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere -nascosti nella villa odorosa di gelsomini. -</p> - -<p> -L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti -gialli su le inclinate praterie della montagna; ricamò -di assiderati brividi le calme acque, all’avvicinarsi della -sera. Le aperte magnolie si sfasciarono, caddero dai -rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle spalliere -si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e -si dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una -ad una. -</p> - -<p> -E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata -per la nuova stagione; Arrigo riprese a poco a -poco una maggiore libertà. Ormai gli pareva che la sua -casa fosse troppo modesta, sicchè prese un altro appartamento -di gran lunga più lussuoso e si fece servire da -un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per -ricevere Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in -séguito. Gli usurai cominciavano con fargli credito, vedendolo -vivere in mezzo a gente danarosa, e quando alle -scadenze non provvedevano le carte, era Tatiana che -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza -delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente -miseria, e v’erano già state alcune discussioni -aspre, sopra tutto per le spese dell’appartamento -che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da millantatore, -s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo, -d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. -Ma Tatiana lo tornò a cercare, sebbene fosse stata -un momento in dubbio se profittare di quell’occasione -per accogliere l’offerte allettevoli del barone Silvestro, che -aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la pazienza -e il denaro. -</p> - -<p> -Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i -suoi abiti non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava -i gioielli e se ne stancava presto, il lusso, lo spreco erano -per lei più necessari che il pane. Da un anno in qua i -suoi guadagni si erano ridotti quasi a nulla, poichè le -paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano ben -povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta -di denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola -che il suo conto corrente scemava con una rapidità spaventosa. -E insomma, se l’amore può, nei proverbi, contentarsi -d’una capanna, la parola d’un banchiere previdente -riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine -d’idee. Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti -un po’ ridicolo, con la sua grande aria da re dei -burattini, — ma che appoggio serio per una piccola -donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con -le sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva -su ciò, molto seriamente, benchè non sapesse risolversi -ancora. -</p> - -<p> -Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico -lo venne a svegliare, portandogli un biglietto da -visita ch’egli squadrò con occhi assonnati. Nello stesso -tempo s’intesero due nocche battere familiarmente all’uscio. -</p> - -<p> -— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli -parve di riconoscere per quella di Beppe Cianella. -</p> - -<p> -— Oh, venga pure avanti! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere -venuto, l’altro di riceverlo stando in letto. -</p> - -<p> -Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava -del tu. -</p> - -<p> -— Sono venuto per due motivi: uno... -</p> - -<p> -— Ma si segga! -</p> - -<p> -— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver -sonno, cercherò di spiegarmi in fretta. -</p> - -<p> -Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, -quella familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo. -</p> - -<p> -— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a -seccarti per un prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco -male. -</p> - -<p> -Arrigo accese una sigaretta. -</p> - -<p> -— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile. -</p> - -<p> -— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di -andar per le spicce. E si mise a contemplare la fisionomia -del suo recente amico. -</p> - -<p> -Arrigo meditò qualche attimo. -</p> - -<p> -— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al -momento non le ho, ma prima del pranzo -spero di fartele avere. -</p> - -<p> -— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le -avesse già intascate. Poi si credette in obbligo di qualche -spiegazione. -</p> - -<p> -— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo -di Sacco Berni ci ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che -smazzate, mio caro! È tornato dalla campagna con una -fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un mese in -qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio. -Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che -sei un uomo discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti... -</p> - -<p> -Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione: -</p> - -<p> -— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione -al Circolo; mi ha domandato se accetterei di firmare la -tua scheda insieme con lui... sopra tutto in questo momento -che ho la carica di segretario temporaneo. Totò -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho accettato. -Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una -campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere -un nuovo socio, sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo -ci sarà da combattere, perchè hai suscitato molte invidie... -A proposito come sta la Ruskaia? -</p> - -<p> -La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, -le cinquemila lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè -questi accettasse di presentare al Circolo l’amico dell’amico -Totò. -</p> - -<p> -E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a -quest’uomo che aveva il coraggio di credere nella fortuna. -Ebbe una votazione assai contrastata, ma per un piccolo -eccedere di palle bianche gli si apersero le porte di quel -Circolo nobiliare che per molti anni era stato il privilegio -di una casta veramente appartata. Le barriere più alte -cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo -nome si era combattuta una di quelle piccole battaglie -mondane che decidono l’avvenire d’un uomo. -</p> - -<p> -Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, -alcuno gridasse pure al sopruso? Li avrebbe -fatti tacere, li avrebbe vinti, o con la persuasione o con -l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli utili dagli -inutili e gli amici dai nemici. -</p> - -<p> -Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, -e guardando con fiducia nel limpido avvenire disse per -la prima volta a sè medesimo: -</p> - -<p> -— Si arriverà! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span></p> - -<h2>XIV</h2> -</div> - -<p> -Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era -pagato senza troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. -Non fece che scrivere nel suo catalogo mentale questa -riflessione molto semplice: «Uno di più.» Era fra -quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare -dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia -del mutamento che in verità costituisce la sola ragion -d’essere di tutti gli amori galanti. Si era detta: «Mi -piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, comprendere -a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più -serio aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva -d’invecchiare, perchè non portava con sè nella vecchiezza -nessuna rinunzia, nessun rammarico; si era dispensata, -goduta e lasciata godere fino al limite del suo -desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan -degne d’esser rivissute. -</p> - -<p> -Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere -ancora il numero soverchio degli anni e sapeva qualche -malizia di vecchia gatta, che meglio d’una fresca inesperienza -poteva innamorare i giovini. Se il volto e la gola -sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno -che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente -coprire negli abiti da ballo, e quella cintura -pur salda nella strettezza delle reni, che tanti spasimi -aveva contenuti, senza disfarsi nella lascivia, senza patire -dalla voluttà. -</p> - -<p> -Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -aveva sete di bere ad un calice più amaro, e, quando -la prima volta s’incontrarono, Donna Claudia lo trovò impaziente. -Sorpresa e lusingata di piacergli, cessò da quel -sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la -sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed -anche gli fu riconoscente, perchè nulla è più triste per -la donna che lo svestirsi con paura sotto gli occhi attenti -d’un uomo al quale avrebbe potuto piacere follemente -una decina d’anni prima. -</p> - -<p> -Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella -sua casa era sempre tavola bandita, gaio spirito e libera -ospitalità. Varia e dissimile gente vi conveniva insieme, -accomunata sotto la tutela del gentilissimo blasone che gli -avi di don Antonio del Borgo avevan recato di Spagna -per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace -conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, -poichè la sua prodiga moglie s’era invano affaticata -per fargli nascere un erede. -</p> - -<p> -Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone -fra le quali era condotto a vivere; dalla bottega paterna -alle sale dei palazzi, per un veloce cammino, si era -tolta di dosso tutta la reminiscenza plebea che portava dal -suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido signore -sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole -in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli -aveva sopra sè stesso e la fede ambiziosa nella meta -del suo cammino. Pochi mesi bastarono per assuefarlo a -quella vita nuova, come se l’avesse vissuta fin dall’infanzia. -Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue si risovvenne -che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria -può non morire traverso la discendenza ed i casi -alterni della vita. -</p> - -<p> -Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse -amicizie, intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini -e le donne che potevan esser utili a’ suoi disegni, ebbe -l’accortezza di parer modesto e di non suscitare alcuna -gelosia. -</p> - -<p> -Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente -prese ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -come se fossero una colpa, e spiegando nelle sue dense -giornate una infaticabile attività. Si volle raffinare con -ogni diligenza, per un naturale amore della raffinatezza -che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del -suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; -ma una tirannica volontà soggiogava tutte le sue -passioni ed egli provava quasi una iraconda gioia nel -soffocare le ribellioni dell’istinto. Di sè medesimo era splendidamente -l’arbitro il maestro ed il soggiogatore. -</p> - -<p> -Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa -sua naturale arroganza, che mal si fletteva nello sforzo -dell’adulazione; qualchevolta era forse il bisogno di trovare -un amico vero, un’amante vera, e narrargli la sua -piccola storia; qualchevolta era tutto il suo essere che -si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra commedia; -ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, -in certe ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa -d’un male, ed egli sentiva in sè quasi la remota -paura, la buia coscienza d’un pericolo che sovrastasse -alla sua vita. -</p> - -<p> -Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o -talora qualcosa di viscido, che salisse, salisse, fino alla -sua gola, fino al suo cervello, e talvolta un ronzìo, un -rombo, un bisbiglio, uno strepito di cose lontane, imminenti, -aspre, dolci, più forti e più vive che il sogno della -sua mediocre vita. -</p> - -<p> -Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, -lo turbava così profondamente ch’egli sentiva tutto il suo -grande imperio svanire in un malessere senza nome, comunicargli -un dolore acutissimo, e il vento, l’ondata, -la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, -calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere, -prostrandolo in una specie d’annientamento. -</p> - -<p> -Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere -la sua battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul -taglio della spada e l’onestà nel fodero. Per il denaro -lottava, nelle notturne ore assidue sul tavoliere conteso, -facendo pro’ di tutte le forze contro le debolezze altrui. -Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi, reggendosi -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti -audaci. -</p> - -<p> -Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia -si erano abbandonati, senz’essere ben certi di non -amarsi più. Ella si era lasciata sfruttare senza lamentarsene, -fin quando Arrigo era stato per lei un amante appassionato -e fedele. Ma dopo il suo ritorno in città, troppo -egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria -meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più -qualche pagamento vicino, e la Ruskaia finì con dirsi -ch’egli l’avrebbe rovinata in poco tempo senza nemmeno -serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli occhi, -e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una -lettera anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura -di donna Claudia con Arrigo, dandole, perchè -ne fosse certa, i più minuti particolari sul luogo e su l’ora -in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella non ebbe -che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, -e donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre -contingenze, riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare -uno scandalo. -</p> - -<p> -Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, -senza lacrime, senza furori, come fra gente già preparata -da un pezzo a doversi lasciare; gente calma, che comprenda -la necessaria parabola delle cose umane, e partendo -si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata -per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia -dell’amore. -</p> - -<p> -Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente -ragione d’aver sperato nella sua fedele pazienza, -nella sua devota urbanità. Gli uomini ricchi e le donne -belle finiscon sempre con intendersi fra loro. -</p> - -<p> -Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi -dei Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo -incominciava ad essere invitato con grande favore. -La rottura fu spiegata in vari modi, e non tutti benevoli -per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, credendola -sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era -scelto a protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -le si rimisero alle calcagna, ed il suo ritorno alla -scena fu per lei una serata trionfale. -</p> - -<p> -Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. -Lo si vide pure applaudirla dal palchetto di Clara -Michelis, la ricca vedova sentimentale ch’egli stava per -avvolgere nelle sue reti, facendole una corte insidiosa e -paziente. -</p> - -<p> -L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a -lungo. Ella d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo -sfacciata, troppo accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo -esigente nell’opera delle amorose fatiche. Inoltre a lui -pareva che avesse un cuore di pietra! Purtroppo non -avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, -come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di -soccorrere un bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... -Insomma, ella ormai gli dava sinceramente ai nervi, ed -anche la sua bella Tatiana ricominciava con dargli ai -nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. -Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata -quand’era sua, ed insieme il dubbio di essere stato uno -sciocco nel rinunziare a lei. -</p> - -<p> -Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico -splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con -sperpero; la si vedeva dappertutto, a fianco del suo barbuto -barone, che pareva sdilinquirsi a guardarla negli occhi. -Egli le aveva preso un appartamento, del quale si dicevan -cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante -a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di -gran fama che aveva libertà di suggerirle i desiderii più -costosi, e quantunque il barone fosse ricchissimo, la -buona gente si rallegrava già pensando che sarebbe finito -egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, -divengono barbaramente venali. -</p> - -<p> -Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana -di ventimila lire per una visita di mezz’ora; Carletto -Santorre giurava d’aver ricevuta una promessa; il conte -Aimone dell’Ussero le faceva proposte regali pel tramite -della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva la sua -bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — Peuh, -se volessi... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che -gli amici si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta -gli avveniva d’incontrarla per istrada, nei negozi -o nei teatri. Un turbamento simultaneo li rimescolava -entrambi ed evitavano di guardarsi come due che -avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. -L’uno e l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore -indifferenza; ma non era punto così, ed il buon barone -Silvestro lo sapeva tanto bene, che ostentava con Arrigo -una grande freddezza e quasi quasi evitava di salutarlo. -</p> - -<p> -Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe -facilmente potuto vendicarsi di lui, raccontando qualche -piccolo particolare intimo, assai grave per il bel Ferrante. -Ma evidentemente invece aveva taciuto, e spesso, mentre -cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta come nei -primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra -due sconosciuti. -</p> - -<p> -A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino -a soffrirne, o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi -le tempie fra i pugni chiusi, e di scordar sè stesso -nel guardarla smarritamente, con un turbine di memorie -nel cervello e nelle vene. -</p> - -<p> -Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta -un caldo bacio; gli avveniva di provare una commozione -sciocca davanti ai piccoli oggetti, alle improvvise memorie -che gli erano rimaste di lei. Purificata, rinnovata, più che -mai desiderabile, quest’amante perduta lo innamorava -un’altra volta di sè. -</p> - -<p> -Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. -Le scrisse pure alcune lettere, che poi si vergognò -di mandarle. Dal palco alla scena, si guardarono spesso, -turbati entrambi, come se fra loro, per l’aria, fosse passata -una carezza. Il barone Silvestro aveva notato qualcosa e -vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere -più scaltro della gelosia. -</p> - -<p> -Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè -c’era un profumo di violette nella loro storia d’amore. -Poi, una sera, verso l’ora in cui l’impeccabile barone Silvestro -soleva trovarsi al pranzo della sua vecchia madre, -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e -le telefonò: -</p> - -<p> -— Sei tu? -</p> - -<p> -— Chi tu? -</p> - -<p> -— Tatiana? -</p> - -<p> -— Ah... -</p> - -<p> -— Senti... -</p> - -<p> -— No, no! -</p> - -<p> -— Voglio vederti... -</p> - -<p> -— Mai più! -</p> - -<p> -— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai... -</p> - -<p> -— No. Che sciocchezze! Lásciami... -</p> - -<p> -— Tatiana!... -</p> - -<p> -Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, -tornarono amanti nascosti dopo esserlo stati con piena -libertà. Si ridiedero gli stessi baci e godettero nel trovarvi -un pericolo grande, una insolita paura, come in tutte le -passioni che hanno il pregio d’essere vietate. -</p> - -<p> -Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i -gelosi che stavano all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore -che ne diede sospetto al barone. -</p> - -<p> -Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio -contro il bel Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo -battagliero dello smilzo ufficiale d’un tempo rivisse nel -pingue gentiluomo, e con acre fermezza egli si propose -di offendere al primo incontro il suo bel competitore. -</p> - -<p> -Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto -d’esservi accolti come soci o respinti, secondochè -lo scrutinio avesse dato ragione ai loro spalleggiatori o -piuttosto a quelli che si erano accordati per volerne -l’esclusione. -</p> - -<p> -Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato -della sua razza, la mala fama d’un patrimonio raccoltogli -dal padre con i proventi d’una banca equivoca -e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di -bruttezza intollerabile. -</p> - -<p> -L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, -uscito dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, -con una volontà possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -era giunto a governare arbitrariamente le oscillazioni -giornaliere de’ valori di Borsa. -</p> - -<p> -Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava -tanto gli uni che gli altri senza esprimere alcun parere; -anzi appariva chiaramente angustiato. -</p> - -<p> -Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione -con certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ -la gola; nel suo viso apoplettico brillava un’irritazione mal -dissimulata ed i suoi gesti perdevano la consueta misura. -</p> - -<p> -Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse: -</p> - -<p> -— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque -il diritto di proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la -fortuna d’esservi accolto? Perchè mai questa gente vuol -essere de’ nostri? -</p> - -<p> -Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque. -</p> - -<p> -— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente -del Circolo, — mi sembra che tu esageri un pochino! -</p> - -<p> -L’altro riprese con veemenza: -</p> - -<p> -— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo -Macchi? Ebrei, si era d’accordo nel non volerne. Ora -passeremo anche sopra questo? E il Macchi? Un ribassista -fra i più smascherati, un uomo che ha sempre avute -le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa! -</p> - -<p> -— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese -Berrini, con quella voce nasale che dipendeva dal suo -malumore cronico. -</p> - -<p> -— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si -andrebbe dunque a finire? Se quelli entrano, io me ne vado. -È ora di finirla con questo genere di personaggi che si -fan proporre al nostro Circolo dopo aver schivato il Cellulare! -</p> - -<p> -Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse: -</p> - -<p> -— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, -andremo a raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische -dove bazzicano tutti gli avventurieri! Cosa non nuova del -resto, perchè purtroppo l’esempio è già dato. -</p> - -<p> -Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e -d’ambiguità, durante i quali gli occhi di tutti convergono -sopra uno solo. Arrigo si levò, pallidissimo, dominando -con la forza de’ suoi nervi contratti una collera spaventosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<p> -— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al -quale sembrano rivolgersi, non le vostre parole, ma la -slealtà e l’impostura con cui le dite. Mi vergognerei di -scegliere una strada così poco diritta se avessi l’intenzione -di provocare un uomo! -</p> - -<p> -Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci -fu in serata uno scambio di padrini. -</p> - -<p> -Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora -vegliavano per i ritrovi della città notturna. -</p> - -<p> -Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti -ne risero. La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose -il pretesto dal quale era nato. Alcuni opinarono che Arrigo -avesse risposto bene, ed egli riscosse in ogni modo qualche -simpatia, perchè il barone aveva la fama di un terribile -duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava -certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. -Sarebbe stato peccato per il bel Ferrante! -</p> - -<p> -Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo -e li misero di fronte, a torso nudo. -</p> - -<p> -Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. -Ma la rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi -gli rendeva insomma un certo onore incrociando il suo -ferro con lui. Simile onore gli rendevan i quattro rappresentanti, -fra i quali erano tre patrizi autentici ed un -uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo Malatesta, -padrino di professione, che gli aveva pure insegnato -un colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, -che fra gli altri difetti possiedono pure quello dell’infallibilità. -</p> - -<p> -Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè -il ferro del barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la -guancia sinistra una ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima. -</p> - -<p> -E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca. -</p> - -<p> -Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo -mondano. Se fino allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, -armandosi d’una certa diffidenza, per tutti quei -punti interrogativi ch’erano intorno al suo nome, adesso -che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due gentiluomini -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -s’erano incomodati, con altri due, per condurlo -sul terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita -cavalleresca, nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, -e, per quel tanto che v’è di formale o di bizzarro -nelle cose mondane, la taccia pubblica d’avventuriero e -di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo gentiluomo. -</p> - -<p> -Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara -Michelis, cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora -infruttuosa. -</p> - -<p> -Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa -e pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare -le più calde primavere del sentimento. Non era del tutto -bella, ma il suo pallore, i suoi grandi occhi neri, e quella -sua fragilità profondamente sensuale, davano al suo corpo -delicato una particolare attrattiva, cui non era del tutto -estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, -cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, -per soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, -ch’era tutta la sua passione, poichè la prediligeva -con quella tenerezza un po’ maniaca ed eccessiva che si -ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; -infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente -vuota! -</p> - -<p> -Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si -trovava talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo -su Donna Claudia che avrebbe fatto affidamento, sebbene -la vedesse vivere in quello sfrenato lusso ch’era quasi -un contorno necessario alla sua bellezza sfiorente. Donna -Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo un’egida -provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per -tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi -grazie al favore d’una donna. -</p> - -<p> -Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e -con discernimento e con freddezza si andava cercando -per intorno qualche protezione più sicura. -</p> - -<p> -Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le -aveva messi gli occhi addosso, un poco per curiosità, — quella -curiosità naturale in lui verso tutte le donne che -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -potessero agevolargli la strada, — un poco perchè subiva -egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. -Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava -per ricca, forse più che non fosse; la si vedeva poco -nei teatri, poco per istrada, non era gran che mondana, -ma intorno alla sua vita lievemente misteriosa le chiacchiere -del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo in -tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza -continuava pertinace. -</p> - -<p> -Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe -desiderato da lei. Per intanto agognava di possederla, ed -aveva pure supposto che fosse più facile cosa. Ma Clara -Michelis era fra quelle che studiano ed irritano lungamente -la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla propria torre eburnea, -disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si sapeva -ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante -vuol dire forse compiere l’atto definitivo della propria -storia amorosa, affrontarne forse il pericolo estremo: -quello d’innamorarsi davvero. Perciò si valeva di tutte le -sue esperienze precedenti. Era già presso a quel punto -in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, -anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita -o se n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata -una troppo facile preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, -esasperante, che provoca le grandi tentazioni e le grandi -arditezze, c’è per la donna talvolta un godimento più fine -che nella dedizione stessa. -</p> - -<p> -Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa -esasperazione, e si doleva nel doverselo confessare. La -gente, vedendoli molto insieme, già da un pezzo diceva -che fossero amanti, quand’egli ancora non era giunto a -baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso e -venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano -forte. Ello lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, -con la sua maniera di muoversi, di ridere, di negarsi; lo -seduceva con tante piccole rarità sentimentali ch’erano in -lei racchiuse come in un cofano prezioso. -</p> - -<p> -Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come -alcuno che avendo gran sete, sol potesse di quando in -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -quando rinfrescarsi le labbra riarse con qualche gocciola -d’acqua pura. E si trovaron ancor più attratti l’un verso -l’altra dalla passione che avevano per la musica, entrambi. -Ella suonava il piano con uno squisito calor di sentimento; -egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il profumo -delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi -buia, tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il -vortice della tentazione, piovere nelle pause ambigue il -velo d’un incantamento. -</p> - -<p> -Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il -peso delle sue treccie all’indietro, ella incontrava e toccava -il suo braccio, con paura; talvolta il respiro dell’uomo -curvo le passava sul collo ignudo, avvolgendola tutta in -un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, nel riflesso -dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia -di lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava -una sensazione fisica estremamente voluttuosa. -</p> - -<p> -Passarono tutta la musica da camera che potè mai -essere scritta per il martirio degli innamorati, e qualche -volta, mentre le sue mani trasparenti correvano veloci su -la tastiera, l’archeggio del violino s’interrompeva di súbito, -ed una bocca bruciante le cercava, il collo, tra le -radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. -Qualche volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un -bimbo. -</p> - -<p> -Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido -fruscìo d’ala, nel fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, -rideva, con la gola piena... -</p> - -<p> -Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse -avrebbe interrotto quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, -snervata, appassionata, era questo l’amore che a -lei piaceva. -</p> - -<p> -Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la -primavera, i candelabri si spensero in un soffio d’aria, le -rose aperte nei vasi di cristallo stormirono come se fossero -su le spalliere... -</p> - -<p> -Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, -disperso nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -di tempo in tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche -fragore di ruote che lontanavano, qualche risata. -</p> - -<p> -Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, -cercò la sua bocca innamorata, bevve il suo più gonfio -respiro, la sua crudeltà più forte, che traboccava in un -riso convulso... -</p> - -<p> -Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido -d’amore, lo confusero nel vento soave con la fragranza -delle rose, lo dispersero via, nella notte, fra le musiche -della primavera... -</p> - -<hr> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span></p> - -<h2>I</h2> -</div> - -<p> -Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi -su l’angolo della bottiglieria, si parlava immutabilmente -di donne, di giuoco, d’amore. -</p> - -<p> -Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura -svelta, con qualcosa di simile alla cingallegra nella -sua fresca giovinezza, movendo entro la gonna succinta -l’onda mutevole del suo corpo. -</p> - -<p> -— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di -Sant’Urbino, additandola al crocchio degli amici. -</p> - -<p> -— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni -frutto le primizie immature. -</p> - -<p> -— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, -maneggiando per celia la sua mazza come una sciabola, -da quell’abitudine ch’egli aveva di celiatore e di -schermidore. -</p> - -<p> -Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede -per ravvisarla meglio. -</p> - -<p> -— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta -per cascare con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, -però la riconosco. È un amore! -</p> - -<p> -Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più -che la bella capigliatura, d’un vaporoso color biondo. -</p> - -<p> -Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva -proverbiare; disse: -</p> - -<p> -— Stretto passaggio, si paga il pedaggio. -</p> - -<p> -— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A -queste inezie Rafa non bada. -</p> - -<p> -— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco -Spada. — Rompe i timpani a tutti con le sue confidenze. -Non sapevo che fosse per quella lì. Graziosa. Ma mi sembra -un poco mal vestita. Che fa? La sartina? -</p> - -<p> -— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -il Rígoli. — Perchè i padri legittimi -non riescono mai a farle così belline. Vi pare? Quanto -poi a rivestirla con eleganza provvederà il buon Rafa... -Eccolo appunto! E guardate come corre! -</p> - -<p> -Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando -in fretta. Lo chiamarono, ma non rispose. -</p> - -<p> -— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro -Sacco Berni. — È passata or ora. -</p> - -<p> -— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto -Pigna, — perchè molte volte attaccano la sifilide... -</p> - -<p> -La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua -carrozza scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, -due superbi trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi -profondamente. -</p> - -<p> -— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si -è rimessa molto presto. Ma il Commendatore ha certo -avuta una bella paura... -</p> - -<p> -Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere. -</p> - -<p> -— Totò, la conosci la vergine di Rafa? -</p> - -<p> -— Io no. -</p> - -<p> -— E allora come sai ch’è una ragazza onesta? -</p> - -<p> -— Me lo ha confidato Rafa. -</p> - -<p> -Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli -stava malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti -si misero a burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava. -</p> - -<p> -— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale -non poteva uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a -piantonare per lunghe ore quell’angolo: -</p> - -<p> -— Passa ogni giorno qui? -</p> - -<p> -— No, quasi mai. -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo -trentamila lire. Quando giunse fu assai complimentato e -gli fecero narrare i particolari della bella partita. Ma in -quel punto scese di vettura la Tita Borsani, che si era -data modestamente il nome di Tita La Vallière per miagolare -nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto -un capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, -poichè doveva passare frammezzo al crocchio, lo prese per -il braccio dicendogli con una certa ostentazione: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -</p> - -<p> -— Venite ad offrirmi una tazza di tè. -</p> - -<p> -Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a -malincuore, l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono. -</p> - -<p> -— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad -Arrigo la signorina La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho -aspettato ieri e l’altro ieri. Aspettato per modo di -dire: cioè sono rimasta in casa. -</p> - -<p> -— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse... -</p> - -<p> -— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con -impertinenza. -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Ah, va bene! -</p> - -<p> -— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi. -</p> - -<p> -— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare -che avessi bevuto iersera? -</p> - -<p> -— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti -a casa, e se fossi venuto fin sopra, giuro che non -te ne saresti nemmeno accorta! -</p> - -<p> -— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella -fece ridendo. -</p> - -<p> -L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli -garbasse affatto. -</p> - -<p> -— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, -non appena quegli si fu allontanato. -</p> - -<p> -— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel -terribile Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? -Cosa pensi? -</p> - -<p> -— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che -ci siamo quasi quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, -perchè io provo sempre una grande malinconia pensando -alle cose che sono passate, alle cose che non possono... -</p> - -<p> -— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere. -</p> - -<p> -— Volevo dire: che non posso continuare sempre. -</p> - -<p> -— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli -che s’era seduto alla tavola vicina. -</p> - -<p> -— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò -la Tita, con un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi -neri, offuscati di nero, un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, -non sapevano celare una certa inquietudine, una certa -sensibilità quasi timida, nel guardare il giovine dallo sguardo -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora il tè fumante -e pareva considerarla come un piccolo trastullo. -</p> - -<p> -— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che -fai? -</p> - -<p> -— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte -cose. -</p> - -<p> -Ella lo guardò attentamente: -</p> - -<p> -— Sei divenuto un posatore. -</p> - -<p> -— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un -de’ vicini, che aveva udito. — Siete ben noiosi! -</p> - -<p> -— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho -sempre avuto un tenero per Arrigo. -</p> - -<p> -— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del -resto Arrigo non è libero e perdi il tuo tempo. Io sono -invece liberissimo, se vuoi. -</p> - -<p> -— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato -e pieno di vizi. Per innamorare le donne ci vuole -sempre un poco di poesia. -</p> - -<p> -Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta -con le labbra, perchè non si spezzasse. -</p> - -<p> -— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa -m’importa? Io non gli domando niente. Gli dicevo anzi -ch’è diventato un posatore. -</p> - -<p> -Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro, -l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la -mazza flessibile, che faceva roteare. Disse ad Arrigo: -</p> - -<p> -— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso -dirmi chi è la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? -È passata poco fa: mi piace. -</p> - -<p> -— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla -di nulla. -</p> - -<p> -— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla -stare, — osservò la Tita, piena di buon senso. — Rafa è -troppo ricco. -</p> - -<p> -— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con -un riso gaio. -</p> - -<p> -Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava -la piccola vespa tutte le foglie non eran cadute ancora. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span></p> - -<h2>II</h2> -</div> - -<p> -In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava -in casa d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto -a qualche passo estremo, tutto gonfio di spiriti oratorii -e pieno di burbera tracotanza, come chi sa di propugnare -invanamente una causa giusta. -</p> - -<p> -Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un -buon quarto d’ora, poi gli andava incontro con la sua -disinvoltura d’uomo gioviale, tendeva al farmacista la sua -mano risfavillante d’una grossa pietra, dicendogli: -</p> - -<p> -— Buongiorno, carissimo Riotti; come va? -</p> - -<p> -L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, -profferito in luogo e vece d’una ingiuria. -</p> - -<p> -— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là -là... State bene, vedo. Una cera da principe! Novità? -</p> - -<p> -— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete -bene, per la solita faccenda. -</p> - -<p> -— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, -che diamine! Come sta mio padre? È un pezzo che non -lo vado a trovare. Come sta? E la mamma? -</p> - -<p> -— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, -vuol dire che hanno la pelle dura! -</p> - -<p> -— Dunque stan bene. Meglio così. -</p> - -<p> -Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con -lanciare un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli -sarebbe estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse -a sua figlia, cioè a lui. Si sbottonava il soprabito, -rimanendo nel viso più arcigno che potesse. In fin dei -conti la spavalderia di quel Rigoletto, a lui familiare sin -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -da quando era bambino, superava il suo buon senso borghese, -lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una -certa soggezione. -</p> - -<p> -Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una -scatola d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il -Riotti tastava la scatola in ogni senso prima di mettersi fra -i labbri uno di quegli Avana lunghi e panciuti, che col loro -fumo gonfio di sapore davano al suo cervello certe deliziose -sensazioni esotiche. Poi Arrigo si alzava con premura -per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo -«Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava -presso la bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non -isvanisse. -</p> - -<p> -— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il -Riotti, per tagliar corto a tante cortesie. -</p> - -<p> -— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia? -</p> - -<p> -— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ -suoi panni. -</p> - -<p> -— Insomma sta bene anche lei; meglio così! -</p> - -<p> -— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che -adesso appartenete al bel mondo, siete sempre fra conti e -marchesi, ricevimenti, pranzi, amanti, e che diavolo so io; -ma per me non conta; la parola data non si ritratta, a -meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto -bambino, e certe cose ve le posso ben dire! -</p> - -<p> -Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche -vaga promessa; ma una volta finalmente perdette la pazienza. -</p> - -<p> -— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto -di una cosa: che, per prender moglie, ci vuole la vocazione. -Io non l’ho. È triste, ma non l’ho. Non me n’ero -accorto finora, ma non l’ho! -</p> - -<p> -— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il -Riotti. -</p> - -<p> -— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? -Non l’ho! Anzi vorrei darvi un buon consiglio. Cercate -di coltivare qualche altro partito per vostra figlia, perchè, -se aspetta me, credo che le spunteranno i capelli -bianchi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p> -Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne -fuori la più orrida bestemmia, ma non diede che una -specie di enorme sbuffo mentre le sue guance divenivano -paonazze. -</p> - -<p> -— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che -c’è stato?! -</p> - -<p> -— È così, mio caro, è proprio così. -</p> - -<p> -E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi -nelle stanze interne dell’appartamento e piantandolo in -asso nel bel mezzo di quel salottino elegante, ove, dopo -alcuni minuti, il domestico venne ad avvertirlo che s’aspettava -gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene via. -</p> - -<p> -Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco -e fiamme nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era -l’uomo più paziente del mondo. -</p> - -<p> -In quella retrobottega erano successe varie cose, da -quando Arrigo non vi abitava più. -</p> - -<p> -L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di -montar lenti per gli occhi altrui s’era fatto miope a sua -volta. Chi faceva prosperare il negozio era piuttosto il -figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, economo e mediocre. -La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo -droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta -d’un secondo. Era divenuta grassa oltre il prevedibile; -viveva solo per le cure della sua famiglia nuova. -</p> - -<p> -Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo -dei due vecchi genitori. S’era fatta più che mai -bellina, d’una bellezza un po’ sfacciata e provocante; -si profumava, s’incipriava, si vestiva di fronzoli, civettava, -cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un -furetto. -</p> - -<p> -Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti -le capitavano, tanti ne mandava in fumo. Aveva, per -quella mediocre vita plebea, lo stesso odio che il fratello -Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i genitori -minacciava di andarsene come lui, per vivere alla -ventura. -</p> - -<p> -Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una -sera la curiosità di rivedere i parenti e sapere qual effetto -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -avesse prodotta in famiglia la sua dichiarazione esplicita -in merito al fidanzamento. -</p> - -<p> -Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, -perchè a nessuno potesse mai accadere di vederlo bazzicare -in quel suburbio. Ora, nella sua casa, tutti avevano -in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso. -</p> - -<p> -Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, -messa da pochi mesi, rischiarava la piccola retrobottega, -e, per un’abitudine antica, pranzavano lì, sebbene avessero -al pian di sopra una saletta ben mobiliata. -</p> - -<p> -Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era -fatto un po’ dura d’orecchio, s’era presi certi malanni -reumatici che le davan noia. Come donna di casa valeva -molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano a saper preparare, -insieme con la domestica, certe minestre sostanziose -che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ -più curvo, un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli -mancavan ora due denti incisivi, il che dava al suo bigio -volto una malinconica espressione di vecchia bestia malata. -Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla corpulenza, -con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti -buoni e scialbi, le linee del volto precise come quelle del -fratello, ma un po’ inselvatichite. -</p> - -<p> -Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare -contrasto era la figurina leggiadra di Anna Laura, -con la sua torricella di capelli ben pettinati, con i suoi -abiti quasi eleganti e la squisita grazia di tutto il suo -corpo, che dava la fresca e odorosa impressione d’un bocciolo -di rosa. -</p> - -<p> -— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando. -</p> - -<p> -Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione -di sorpresa, pur senza interrompersi dal pranzare; tranne -Loretta, che s’era levata in piedi e gli era corsa incontro -buttandogli le braccia al collo e ridendo con un’allegrezza -infantile ma un po’ sguaiata. -</p> - -<p> -— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava. -</p> - -<p> -— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento -gocciolante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -</p> - -<p> -— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio -della sorella e tendendo l’altra mano al padre. — Veramente -bene. -</p> - -<p> -Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli. -</p> - -<p> -— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò -bonariamente, traducendo l’impressione spontanea che provava -nel guardarlo. -</p> - -<p> -— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran -che scomporsi. -</p> - -<p> -— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse -il padre quasi con vergogna. -</p> - -<p> -— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di -rimettersi a tavola gli farfalleggiava intorno, — ha proprio -bisogno dei nostri pastoni, lui! -</p> - -<p> -— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni -tanto si potrebbe anche degnare. -</p> - -<p> -— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; -ho fame, e la minestra manda buon odore. Su, presto, -una sedia e datemene una fondina. -</p> - -<p> -La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un -piccolo trambusto, per far posto al primogenito che sedeva -alla mensa familiare. Le facce dei due vecchi si -rischiararono. -</p> - -<p> -— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si -mise a servirlo ella stessa, con le sue manine svelte, ben -curate, che uscivano fuor dai pizzi d’una leggiadra -camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così pieno di -signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano -in quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un -amante. -</p> - -<p> -E il padre a dire: -</p> - -<p> -— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo -che non ti ricordi più di noi. -</p> - -<p> -— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi -in questo momento. Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, -dite pure. -</p> - -<p> -— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, -che le stava bene. Il fratello la guardò, la guardò -con il suo occhio esperto, che involontariamente pareva -quasi apprezzarne il valore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -</p> - -<p> -— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora -cosa desideri? -</p> - -<p> -— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi -promesso... -</p> - -<p> -Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto. -</p> - -<p> -— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico. -</p> - -<p> -La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece -l’involto, e veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, -per la gioia, le si fecer lustri e cominciò ad abbracciare -il fratello tra continui scoppi di riso. -</p> - -<p> -— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, -sentendo l’odor fresco delle sue guance. — Chi te l’ha -data? -</p> - -<p> -— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso -dal tondo, con un’aria di sottinteso. -</p> - -<p> -— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo -la sua voce. — Cosa vuoi dire? -</p> - -<p> -— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il -giorno in giro dai parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia -il naso contro le vetrine; non ha in mente che il suo -specchio. -</p> - -<p> -— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una -viperetta. E la sua faccia divenne cattiva. -</p> - -<p> -— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere -quel battibecco, — per te ho portata una pipa -di schiuma. Guarda se ti piace, se no te la cambio. -</p> - -<p> -Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, -con il bocchino d’ambra. -</p> - -<p> -— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando -cadere il cucchiaio. La guardò per ogni verso, la -tastò quasi con religione: — Maraviglia! — Poi la trasse -fuori dall’astuccio e la mostrò alla moglie. -</p> - -<p> -— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata! -</p> - -<p> -E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti. -</p> - -<p> -— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse -ridevolmente Loretta, che si provava il -suo collo di pizzo. Arrigo intanto mangiava ghiottamente, -a piene cucchiaiate. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p> -— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un -secolo che non avevo gustato qualcosa di simile! -</p> - -<p> -— Ti piace? — domandò Anna Laura con una -smorfia. -</p> - -<p> -— Per bacco! E datemene ancora! -</p> - -<p> -La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come -se le venisse da un estraneo, prese la fondina del figlio, -la riempì di nuovo e gliela porse. -</p> - -<p> -— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra -roba, — fece, come per iscusarsi. -</p> - -<p> -— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra -fatta in famiglia è ancora la cosa migliore. -</p> - -<p> -— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira -sempre su il naso! — intervenne Paolo. — Per lei ci -vogliono le pernici!... -</p> - -<p> -— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli -rispose con dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo -un bicchier di vino; un buon vinetto onesto, che sgorgava -dal fiasco a piccoli fiotti con uno scintillìo di rubini. -</p> - -<p> -— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi -vi trattate da principi! -</p> - -<p> -— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza -il padre, ch’era commosso per la sua pipa. -</p> - -<p> -— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? -Dopo tutto non sono forse in casa mia? -</p> - -<p> -Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare -in mezzo alla sua vita piena d’infingimenti e di scaltrezze. -</p> - -<p> -— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci -stai così poco tu, che deve parerti una casa di forestieri. -</p> - -<p> -La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, -portava in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo -lessato e certe costolette di maiale che ancor scricchiolavan -nel burro in cui s’eran cotte. In mezzo torreggiava -un gran mucchio di patate, messe male, ma appetitose. -Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se l’avessero -avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare -un pollo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -</p> - -<p> -Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre -o quattro volte il piatto, ed egli mangiò, mangiò con una -fame inconsueta, fino ad esserne obeso. Il gagliardo suo -stomaco plebeo si rifocillava di quella sana ed onesta -cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran -talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame. -</p> - -<p> -E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage -del suo focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava -dentro dell’antica origine, un sentimento incerto fra l’affetto -ed il benessere, fra la buona digestione e la tenerezza -filiale, fra la gioia del sentirsi il ventre pieno ed il -piacere di potersi abbandonare malamente, come il suo -padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, -i gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con -uno stecco, ed eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato -che aveva nel corpo satollo, e sentirsi con placidità salire -alle guancie quella vampa dilettosa che dà il buon -vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale -e più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, -distribuendo per ogni vena la sua fertile sostanza -di vita. -</p> - -<p> -Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò -la sottoveste che gli molestava il ventre, e per un attimo -si ritrovò con piacere ad essere il figlio dell’occhialaio, -il fratello di quel selvatico Paolo, che ora, nella sua -stessa positura, gli somigliava singolarmente. E parlò, e -parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva -nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo -che dà l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva -di poter con un pugno fiaccare le reni; parlò con -quella ironia piena di sale con cui l’uomo plebeo narra -dell’aristocratico, e per un momento gli piacque d’essere -nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli -odori della cucina, e vedendo per una scostatura della -tenda scintillar gli occhiali nella mostra illuminata. -</p> - -<p> -Ma questo non potè durare che il tempo della prima -digestione; poi tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si -vergognava della sua casa. Il padre, la madre, quel dissimile -fratello, non lo interessarono più. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -</p> - -<p> -Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; -Loretta che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta -di seta, con i capelli a riccioli e l’unghie pulite, che -sapeva di cipria fina e portava le scarpette a punta, scollate, -sotto una caviglia estremamente sottile. -</p> - -<p> -La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi -vuoti, ch’erano rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore -di tabacco ordinario che spandeva intorno la pipa del -padre, finirono con dargli ai nervi, ricacciandogli addosso -d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso anch’egli -dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora: -</p> - -<p> -— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito -nero perchè sono atteso a teatro. -</p> - -<p> -— Cosa vai a sentire? — domandò il padre. -</p> - -<p> -— Vado a sentire <i>Loute</i>, una «pochade». -</p> - -<p> -— Roba nuova? -</p> - -<p> -— Che nuova! L’avrò intesa venti volte. -</p> - -<p> -— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro? -</p> - -<p> -— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre. -</p> - -<p> -— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso -indulgente. — Ma non spendo nulla. -</p> - -<p> -— Come non spendi nulla? -</p> - -<p> -— Abbiamo un palco in parecchi amici. -</p> - -<p> -— E non vi costa niente? -</p> - -<p> -— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta -in principio di stagione. Non sapete cosa sia una -«barcaccia», santo Dio? Cadete sempre dalle nuvole, -voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, -fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di -lasciarmici andare per conto mio. -</p> - -<p> -— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie -d’odio. -</p> - -<p> -Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il -soprabito; poi, leggera, gli si appese al braccio ed entrarono -insieme nella bottega, come s’ella volesse confidargli -qualcosa. -</p> - -<p> -— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, -traendo un sospiro. — Con questa gente, è una vita -insopportabile! Io sono un po’ come te, sai... E proprio -non ne posso più! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -</p> - -<p> -Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello -sguardo da intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla -vetrina. Uno strano sorriso gli increspò la bocca. -</p> - -<p> -— Dunque vuoi andare a teatro, tu? -</p> - -<p> -Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di -fronte, con un gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, -gli accomodò la cravatta ch’era un po’ di sghembo. -</p> - -<p> -— Eh, sì, vorrei... — disse. -</p> - -<p> -— Bene, ti ci condurrò io. -</p> - -<p> -— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento -voglioso e triste. — Non ho abiti e non posso venire con -te, così... -</p> - -<p> -— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; -vienmi a trovare, combineremo. -</p> - -<p> -— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce. -</p> - -<p> -— Anche domani. -</p> - -<p> -E le diede un bacio su la bocca. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p> - -<h2>III</h2> -</div> - -<p> -Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, -steso tutto vestito sul letto. Riparava con quella -siesta pomeridiana ad una delle sue faticose veglie notturne. -Aveva dovuto rimanere al Circolo fino alle sei del mattino -per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato in -principio di sera. -</p> - -<p> -Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia -del fratello, senz’attendere che il domestico l’annunziasse, -e, vedutolo giacere, si fermò di botto qualche -passo oltre la soglia. -</p> - -<p> -— Come mai? Dormi? -</p> - -<p> -— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti. -</p> - -<p> -Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento -gelido in un cielo rosso. -</p> - -<p> -Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar -la sorella con gli occhi assonnati, tendendole una -mano. -</p> - -<p> -— Dunque? — fece. -</p> - -<p> -— Che hai? Non stai bene? -</p> - -<p> -— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo -ieri sera. Non sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora -tu vieni... ah, sì, per il teatro! -</p> - -<p> -— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere -con te. Se sapessi quanto m’annoio! Il vederti è -come una festa. -</p> - -<p> -Arrigo sorrise. -</p> - -<p> -— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino -da notte per prendere una sigaretta. -</p> - -<p> -— Cercami uno zolfanello, piccola. -</p> - -<p> -Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovata -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -la scatola, venne presso il letto e si chinò sul fratello -per accendere la sigaretta ch’egli teneva tra le labbra. -</p> - -<p> -Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte. -</p> - -<p> -— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda -del letto. -</p> - -<p> -— Fumi anche tu? -</p> - -<p> -— Sì, qualchevolta, di nascosto. -</p> - -<p> -— E non ti fa male? -</p> - -<p> -— Male? Tutt’altro! -</p> - -<p> -Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò -ad accenderla su la brage di quella che fumava il fratello, -accavallò le gambe una su l’altra e rimase a guardare -il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, le rannuvolava -intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di -frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una -grazia squisita. -</p> - -<p> -— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo -domestico mi ha guardata in un modo strano e quasi non -voleva lasciarmi passare. Certo mi ha presa per una tua -amante... Ne vengono molte qui? -</p> - -<p> -— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo. -</p> - -<p> -— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son -venuta avanti. Ma forse non mi ha creduto. Poco male! -</p> - -<p> -— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari -una tazza di tè; così farete conoscenza. -</p> - -<p> -Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, -dopo aver bussato cautamente all’uscio. -</p> - -<p> -— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro -s’avanzò, con una certa cautela, inchinandosi. -</p> - -<p> -— Vedi questa bella signorina? -</p> - -<p> -— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo -con un di que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono -il servo iniziato alle segrete galanterie del suo -padrone. -</p> - -<p> -— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare -una dozzina di «marrons glacés». È mia sorella. -</p> - -<p> -— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo -credere. Infatti, infatti le somiglia! -</p> - -<p> -— Eh, sì, come due gocce d’acqua! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<p> -Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor -nuovo d’intrigo e d’avventura galante, sebbene il protagonista -non fosse altri che suo fratello. -</p> - -<p> -Il domestico se ne andò. -</p> - -<p> -— Hai sonno ancora, forse? -</p> - -<p> -— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso -per pigrizia. -</p> - -<p> -— Aspetti gente? -</p> - -<p> -— Nessuno. -</p> - -<p> -— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento? -</p> - -<p> -— Certo. -</p> - -<p> -— Quante camere hai? -</p> - -<p> -— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però -dorme fuori. -</p> - -<p> -Loretta ebbe un colpo di tosse. -</p> - -<p> -— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via. -</p> - -<p> -— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo -ancor più. — È solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola. -</p> - -<p> -— Buttala via. -</p> - -<p> -— Sono turche? -</p> - -<p> -— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del -letto e finirai con scivolare giù. -</p> - -<p> -Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse -un po’ di fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e -non giunse più coi piedini a toccare lo scendiletto. -</p> - -<p> -— Che letto grande, hai, per bacco! -</p> - -<p> -— Si sta più comodi. -</p> - -<p> -— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo. -</p> - -<p> -— Cos’hai capito? -</p> - -<p> -— Mah!... -</p> - -<p> -E volse la testa per nascondere un certo rossore che -le saliva involontariamente al viso. -</p> - -<p> -— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole -una mano su le ginocchia. -</p> - -<p> -Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie -di stupore. -</p> - -<p> -Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al -ciuffo di capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto -il cappello di paglia rilucente come il grano. L’abito le -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -modellava il busto, non esiguo sebbene immaturo; le serrava -la vita, che poteva tutta chiudersi nel cerchio di due mani. -Teneva le gambe accavallate, il gomito destro appoggiato -sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava. -</p> - -<p> -La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e -di freschezza che dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, -d’un color nero splendente, parevano troppo grandi per -il suo viso fino. Nelle caviglie, nei polsi, nel collo, in -tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una straordinaria -pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per -tutta la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e -questo era pur nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera -che aveva d’appoggiarsi, di toccare, di sorridere, -nell’odore stesso di lei, che le viveva intorno come il -profumo colpevole della sua nudità. -</p> - -<p> -— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso. -</p> - -<p> -— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza. -</p> - -<p> -— Come «anche tu»? -</p> - -<p> -— Perchè me lo dicono spesso. -</p> - -<p> -— Davvero? E questo ti lusinga? -</p> - -<p> -— Un po’... un po’... certo! -</p> - -<p> -— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso. -</p> - -<p> -— Che c’è? -</p> - -<p> -— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro? -</p> - -<p> -— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio -dietro la schiena. -</p> - -<p> -— Fammi vedere. -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Via, lasciami vedere! -</p> - -<p> -E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella -volle resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di -lui, premendolo con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse -a prenderle il polso che aveva teso all’indietro. Ed -entrambi indugiarono in quella scherzosa lite, che li faceva -urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di sottilissimo -piacere. -</p> - -<p> -— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella. -</p> - -<p> -— Bene. -</p> - -<p> -Se lo tolse dal polso e glielo diede. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<p> -Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con -un fermaglio di brillantini. -</p> - -<p> -— Chi ti ha dato questo braccialetto? -</p> - -<p> -Ella rispose con una voce punto persuasiva: -</p> - -<p> -— Nessuno; me lo son comperato io. -</p> - -<p> -— Chi ti ha dato i denari allora? -</p> - -<p> -— Toh!... io. -</p> - -<p> -— Tu? Impossibile! -</p> - -<p> -— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna. -</p> - -<p> -— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa? -</p> - -<p> -Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda. -</p> - -<p> -— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò -con allegrezza. -</p> - -<p> -Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione -era minutissima. -</p> - -<p> -— <i>Honny soit qui mal y pense</i>... -</p> - -<p> -Arrigo si volse attonito a guardar la sorella. -</p> - -<p> -— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta -questa faccenda... -</p> - -<p> -— Ma non c’è nulla di spiegare: <i>Honny soit</i>... -</p> - -<p> -— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato? -</p> - -<p> -— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria -di derisione. -</p> - -<p> -— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa... -</p> - -<p> -— Di cosa? -</p> - -<p> -— Di galanteria, di regalino amoroso... -</p> - -<p> -— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria. -</p> - -<p> -— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo? -</p> - -<p> -— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata. -</p> - -<p> -— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? -Qualche innamorato che ti fa la corte? A me lo -puoi dire. -</p> - -<p> -— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un -sorriso provocante. -</p> - -<p> -— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un -certo impaccio, — io non mi metterei certo a farti la morale; -ma non vorrei nemmeno che tu ti lasciassi abbindolare -dal primo venuto. -</p> - -<p> -— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una -sottile scaltrezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -</p> - -<p> -— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. -Puoi bene aver fiducia in tuo fratello, tanto più -ch’io non sono severo e che ti voglio bene. -</p> - -<p> -Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente -angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè -un simile fatto gli cagionasse tanta irritazione. -</p> - -<p> -— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo -aver lungamente riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui -conosce te. -</p> - -<p> -— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito. -</p> - -<p> -— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. -Abbi fiducia in tua sorella: ti ripeto che non sono -sciocca, io... -</p> - -<p> -— Ma dimmi dunque chi è questo tale! -</p> - -<p> -— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato -con venirmi dietro per istrada; un giovine distinto, -con la faccia pallida; è alto quasi come te: molto -elegante. -</p> - -<p> -— Sì, e poi? -</p> - -<p> -— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; -mi aspettava ogni giorno. È timido. Poi ha cominciato -con salutarmi; una volta finalmente s’è fatto coraggio e -mi ha parlato. -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi -scrivere una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo -d’attorno, gli ho detto che mi scrivesse fermo posta -e gli ho dato un nome falso. Prima venne una lettera, -poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine. -</p> - -<p> -Entrò Filippo con il vassoio del tè. -</p> - -<p> -— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo. -</p> - -<p> -Il domestico obbedì in silenzio. -</p> - -<p> -— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! -Dunque vuol dire... -</p> - -<p> -— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, -poi ti racconto. Solo giurami di non tradire il mio piccolo -segreto. -</p> - -<p> -— Sì, sì, va bene. -</p> - -<p> -Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e -masticando riprese il racconto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi -trattava come se fossi chissà chi... -</p> - -<p> -— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me. -</p> - -<p> -— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi -«marrons»! -</p> - -<p> -— Mangia, mangia. -</p> - -<p> -— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto. -</p> - -<p> -— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere? -</p> - -<p> -— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, -che non viveva più, che mi chiedeva umilmente -di potermi parlare, che mi avrebbe rispettata sempre... -insomma, caro mio, una sera, perchè non venisse a scoprire -chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un appuntamento -per il giorno dopo. -</p> - -<p> -— Brava!... e dove? -</p> - -<p> -— Al Giardino Pubblico. -</p> - -<p> -Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile. -</p> - -<p> -— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche -sciocchezza con lui! -</p> - -<p> -— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non -voglio nasconderti niente. Anzi, mi piacerebbe che noi -due si fosse amici, molto amici, e che tu m’aiutassi, mi prendessi -un poco sotto la tua protezione, perchè, vedi, anch’io, -come te, mi sento attratta a vivere in ben altro modo... -</p> - -<p> -Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con -un gesto pieno di femminilità. -</p> - -<p> -— Va bene, Lora, va bene... -</p> - -<p> -Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, -di quel volto così vicino al suo. -</p> - -<p> -— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... -davvero? -</p> - -<p> -— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità. -</p> - -<p> -— Ossia?... -</p> - -<p> -— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi -vedere ogni giorno... -</p> - -<p> -— Ma chi è questo «lui»? -</p> - -<p> -— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un -appartamento, o in un albergo, perchè si fosse più nascosti. -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -Ho rifiutato. Allora cominciò con volermi condurre -fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva in qualche -alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti -i modi, ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito -forse, perchè veramente non mi piace. Ossia, da un lato -mi attrae, perchè è ben vestito, elegante, non brutto, e -dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi dice nulla! -non mi va! -</p> - -<p> -— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?... -</p> - -<p> -— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli -di gridare. -</p> - -<p> -— E allora ti lasciava? -</p> - -<p> -— Súbito. -</p> - -<p> -— Davvero? -</p> - -<p> -— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, -oppure si tace, ti pare? -</p> - -<p> -— E come andò a finire? -</p> - -<p> -— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto -me lo diede quindici giorni fa. E ci ha messo -quel motto per farmi comprendere le sue buone intenzioni. -Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente di -male...» Vero? -</p> - -<p> -Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso -della sorella. -</p> - -<p> -— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare -che dicesse «hónny». -</p> - -<p> -— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa. -</p> - -<p> -— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. -Del resto è naturale; avevi un’amante ch’era francese: -anzi eccola lì... — Segnava due grandi ritratti della Ruskaia, -uno sopra un tavolino, l’altro appeso al muro. -</p> - -<p> -— No, Loretta, quella era una russa. -</p> - -<p> -— E dov’è andata? -</p> - -<p> -— È partita già da un pezzo. Continua. -</p> - -<p> -— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva -certe idee tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi -pochi giorni fa, visto che non gli riusciva di condurmi -a’ suoi fini, è giunto a farmi una proposta esplicita... -Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me, che -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -non può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, -perchè se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, -se volessi esser buona con lui, potrei chiedergli, -prima e dopo, qualsiasi cosa: me la darebbe. -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e -tondo. Ma sono stata un poco in dubbio, per dire la verità. -Poi ho rifiutato, pensando che a mutar parere avrei -tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te parlo apertamente. -Si fosse trattato di cambiar vita una volta per -sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo -è grave, e non si può farlo che una volta sola. Ne ho -vedute ben altre, io! -</p> - -<p> -Egli trasse un lungo respiro: -</p> - -<p> -— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. -Brava! -</p> - -<p> -E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, -nell’udirla parlare così. Poi lo prese un impeto di amor -fraterno, si levò sopra un gomito e le diede un forte -bacio su la bocca ridente. -</p> - -<p> -— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito -non l’ho. Se mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, -via, pazienza! Ti confesso che domani, per un -tipo il quale m’andasse a genio, forse forse una sciocchezza -sarei capace di farla... Ma per lui no. -</p> - -<p> -— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere -chi è? -</p> - -<p> -— No, questo non te lo dico; mi secca. -</p> - -<p> -— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne -parli forse? Sei matta! -</p> - -<p> -— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne -bocca, mai, con anima viva. -</p> - -<p> -— È inteso. -</p> - -<p> -— No, dammi la tua parola d’onore. -</p> - -<p> -— Parola d’onore. -</p> - -<p> -— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta -pomposamente, con un certo orgoglio di sè. -</p> - -<p> -— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando -su. — Dunque il maggiore, Rafa? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<p> -— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che -lo conosci! -</p> - -<p> -— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. -È del mio Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... -Ma sai, Loretta, che tu, con una imprudenza, mi puoi -rovinare? -</p> - -<p> -— Cosa dici? -</p> - -<p> -— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia -sorella, sono perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! -Pensa un po’!... -</p> - -<p> -E prese minutamente a spiegarne le ragioni. -</p> - -<p> -— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella -disse dopo aver ascoltato. — Non conosce il -mio nome, ignora dove abito, cosa faccio, chi sono. Quanti -giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo a lasciargli -sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi -che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire -che non dubita nemmeno. -</p> - -<p> -— Che nome gli hai dato? -</p> - -<p> -— Un nome a caso: Montaldi. -</p> - -<p> -Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse: -</p> - -<p> -— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre -non c’è più. Sono due fratelli. -</p> - -<p> -Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di -un pensiero nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente: -</p> - -<p> -— Ricco e libero. -</p> - -<p> -— Che vuoi dire? — fece la sorella. -</p> - -<p> -— Cosa voglio dire non so... Rifletto. -</p> - -<p> -Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono. -</p> - -<p> -— Se Rafa... — diss’ella, esitando. -</p> - -<p> -— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla. -</p> - -<p> -— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche -darsi... -</p> - -<p> -— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa -nella vita bisogna credere con fermezza nelle possibilità -e nelle speranze più assurde. Però... -</p> - -<p> -Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano -queste parole. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<p> -— Però?... — fece. -</p> - -<p> -— Non lo credo capace di una vera passione, — disse -Arrigo, — ma di commettere qualsiasi sciocchezza per un -capriccio, sì. -</p> - -<p> -— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose -con una singolare freddezza. -</p> - -<p> -— Ah? -</p> - -<p> -— Te ne meravigli? -</p> - -<p> -— Un poco. -</p> - -<p> -— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con -la vita che fai? — Ella metteva nelle parole una squisita -ironia, ed i suoi occhi lo sogguardavan con malizia, facendo -battere le ciglia lucenti. -</p> - -<p> -Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, -fra loro aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle -parole che dicevano. -</p> - -<p> -— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per -lo meno è un affare che riguarda te sola. Ma siccome -dobbiamo parlarci chiaro, ti avverto che io non ti lascerò -divenire l’amante del Giuliani. -</p> - -<p> -— Ah?... E perchè? -</p> - -<p> -— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto... -</p> - -<p> -— Poi? -</p> - -<p> -— Poi, non credo che ti convenga. -</p> - -<p> -— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio. -</p> - -<p> -— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma -sopra tutto non così leggermente com’egli forse immagina. -</p> - -<p> -Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la -più scaltra donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi -pareva che tentasse di fasciarlo nell’insidia della sua femminilità. -</p> - -<p> -— Aiutami Rigo... — ella disse. -</p> - -<p> -— Io? -</p> - -<p> -— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da -fratello maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io -conosco la tua vita meglio che tu non creda; tu non conosci -nulla della mia, però ti rassomiglio. Vorrei, come te, -giungere lontano, il più lontano che sia possibile: per -quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi -comprendere con quanta forza non ne abbia voglia... -Senti: ho pensato qualchevolta di scapparmene via di -casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse bene. -</p> - -<p> -— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli -rispose, turbato. -</p> - -<p> -— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere -che anche a me, come a te, sorrida una vita più bella? -Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma potrebbe in altro -modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna. -</p> - -<p> -— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe -dire vendersi. -</p> - -<p> -— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma -quella sola parola chiudeva un infinito scherno; pareva -quasi domandargli: E tu? — Egli comprese l’ironia della -sorella, tuttavia scosse il capo. -</p> - -<p> -— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, -se vuoi far questo, non raccontarlo -a me. -</p> - -<p> -— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se -tu m’aiuti, Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza -che hai, mi sentirò sicura. E non ne saprebbe -nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso fra me e te, -fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento, -una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... -Nel venire qui tremavo un poco, perchè sapevo già che -t’avrei parlato di tutte queste cose... Ora che sono qui, mi -sembra quasi che tu abbia un altro nome, e che non sii tu... -</p> - -<p> -Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione -quasi ambigua, con tutta l’anima sul fiore della -bocca, nel desiderio d’essere intesa. -</p> - -<p> -— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè -sentisse il bisogno di fargli questa affermazione. — Non -mi piace, ma può essere molto prezioso per me, per -noi... Non credi? -</p> - -<p> -— Forse... — egli si lasciò sfuggire. -</p> - -<p> -— Per questo l’ho tenuto a bada. -</p> - -<p> -Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. -Ella interruppe un lungo silenzio con queste parole: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a -te. Quando in casa t’accusavano, io ti difendevo sempre. -Quando venivi, ero contenta. -</p> - -<p> -Egli si agitò come per un malessere. -</p> - -<p> -— Allora cosa vuoi? — disse. -</p> - -<p> -— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò. -</p> - -<p> -— Proprio? -</p> - -<p> -— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un -braccio. -</p> - -<p> -— Perchè vuoi questo? -</p> - -<p> -Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere. -</p> - -<p> -— Così... voglio essere la tua amica... -</p> - -<p> -— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male? -</p> - -<p> -— Non fa niente. Poi non sarà. -</p> - -<p> -Egli rise, d’un riso torbido. -</p> - -<p> -— Ne sei certa? -</p> - -<p> -— Oh, sì! -</p> - -<p> -Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata -penombra, e da quel chiuso, da quella coltre, da -quelle parole, saliva per entrambi un insopportabile calore. -</p> - -<p> -— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei -prima tentare che ti sposasse. Ma per questo non c’è -che un mezzo, quantunque ardito e pericoloso per me: -lasciargli appunto comprendere che sei mia sorella, senza -che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio. -</p> - -<p> -Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le -parve ammirevole. -</p> - -<p> -— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia. -</p> - -<p> -— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente -chi sei? -</p> - -<p> -— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli -credere tutto quello che voglio. -</p> - -<p> -— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova -passione, ma non immaginavo mai che fossi tu. -</p> - -<p> -Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero -Rafa!... -</p> - -<p> -— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo. -</p> - -<p> -— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; -imparo. Poi, non so... forse questa è la mia natura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -</p> - -<p> -— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo -tutto fra noi: quel che si deve dire o nascondere, -fare o non fare. Intanto potremo una sera andar a teatro -insieme. -</p> - -<p> -— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella -commozione che le stringeva la gola. -</p> - -<p> -— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito. -</p> - -<p> -— Non ne ho. -</p> - -<p> -— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare -qui, perchè a casa non conviene. -</p> - -<p> -Anna Laura non sapeva rispondere. -</p> - -<p> -— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. -Ci penserò io. Anzi verrò con te per sceglierli; me ne -intendo un poco. Le sere che andremo a teatro uscirai -di casa vestita come al solito, qui ti cambierai. C’è tutto: -pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non c’è, si compera. -</p> - -<p> -— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli -le braccia intorno al collo. — Come ti voglio bene! -</p> - -<p> -Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e -di protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una -piccola bimba. -</p> - -<p> -— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle -ma non vanno per sera. -</p> - -<p> -— Eh, lo so! -</p> - -<p> -— Falle fare. -</p> - -<p> -— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore -tra il viola e l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. -Piacciono anche a te? -</p> - -<p> -Agitava il suo piedino, parlando. -</p> - -<p> -— Sì, certo. -</p> - -<p> -— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda. -</p> - -<p> -Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba -fin su l’orlo del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra -la caviglia nervosa. Eran calze a traforo, di finissimo -filo, con la freccia che s’aguzzava su la rotondità -del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella caviglia, -sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della -sua nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta -fuor dalla balza di seta. Ma si trattenne come intimidito, -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -e nel silenzio che pendeva, dolcemente si sciolse da lei, -dolcemente la respinse. -</p> - -<p> -— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso -di fanciulla e di femmina. -</p> - -<p> -— Sì... ma vattene, Lora! È tardi. -</p> - -<p> -— Che ora è? -</p> - -<p> -La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua. -</p> - -<p> -— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi... -</p> - -<p> -— Vengo domani? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la -sorella era uscita. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span></p> - -<h2>IV</h2> -</div> - -<p> -Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come -la primavera nuova che fioriva di graste i davanzali. -</p> - -<p> -Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran -dimestichezza: -</p> - -<p> -— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco -di ieri; ma proprio non sapevo... -</p> - -<p> -— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene? -</p> - -<p> -— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei. -</p> - -<p> -— Dov’è Arrigo? -</p> - -<p> -— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad -avvertirlo. -</p> - -<p> -— Non importa, ci vado io. -</p> - -<p> -Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso -la camera del fratello, battè all’uscio due colpi leggeri. -</p> - -<p> -— Posso entrare? Son io, Loretta. -</p> - -<p> -— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi. -</p> - -<p> -— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena -entrata. — È questa l’ora di prendere il bagno? -Sono le tre del pomeriggio, pensa! -</p> - -<p> -— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi -tempo, — disse Arrigo. — Dunque, come va? -</p> - -<p> -— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso. -</p> - -<p> -— Ah, sì? -</p> - -<p> -— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; -non vi sono andata per venire da te. E stamane, alla Posta, -ecco súbito una sua lettera disperata. Non ho potuto -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -evitare di vederlo oggi. Però me ne sono liberata in fretta; -eccomi qui. -</p> - -<p> -Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, -e, con molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si -andava nettando le unghie, che a poco a poco rilucevano. -Aveva i capelli ancor tutti arruffati, umidi, e fumava, come -di consueto. -</p> - -<p> -— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella. -</p> - -<p> -— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È -buonissima. -</p> - -<p> -— Costa cara? -</p> - -<p> -— Cinque lire il vasetto. -</p> - -<p> -— Peuh, non c’è male! -</p> - -<p> -Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra -la spalla del fratello e si guardò nello specchio. Non -aveva messa veletta quel giorno; la sua pelle era fresca -e rosea, le sue labbra splendevano e sorridevano anche -quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò: -</p> - -<p> -— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra? -</p> - -<p> -Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda -rovesciata e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione -di rose rosa ed un nodo ampio di tulle. I suoi capelli -riempivano tutto il vuoto dell’ala con un bel disordine -di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio, sollevando -rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo -teneva intento. -</p> - -<p> -— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei -tu che stai molto bene con quel tuo cappello. -</p> - -<p> -— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice -semplice come questo: sessanta lire. Una rovina! -</p> - -<p> -Il fratello sorrise. -</p> - -<p> -— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con -certe signore che spendono per un cappello molte centinaia -di lire. Ma io, vedi, faccio miracoli! -</p> - -<p> -— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino -coi pochi denari che ti passano in casa? -</p> - -<p> -— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi -riesca facile. So io quel che debbo faticare! Ho un grosso -conto dalla sarta, uno dalla modista, un altro dal calzolaio, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -e mi faccio fare la biancheria per la metà di quel -che costerebbe, in un negozio dove sono amica della -padrona. -</p> - -<p> -— Ma come mai ti fanno credito? -</p> - -<p> -— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie -fornitrici son donne furbe; m’hanno guardata in faccia -ed hanno compreso bene che un giorno o l’altro pagherò. -</p> - -<p> -— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico. -</p> - -<p> -— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da -me; certi cappelli di anno in anno li rinfresco, li rinnovo -con poche lire; le sottane qualchevolta le dò a tingere... -Insomma è tutta un’arte che tu non puoi comprendere. -</p> - -<p> -Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre -gli errava un sorriso indefinibile su l’orlo della bocca. -</p> - -<p> -— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, -Loretta? -</p> - -<p> -— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei -buono, ma non voglio. Del resto non darti pensiero: c’è -tempo, e se qualcuno deve mettersi la mano in tasca, preferisco -sia Rafa. -</p> - -<p> -Così dicendo ella si mise a ridere. -</p> - -<p> -— Dunque ne riparleremo. -</p> - -<p> -Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava -i riccioli. -</p> - -<p> -— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo. -</p> - -<p> -Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta. -</p> - -<p> -— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. -Che birbante sei! Guarda... -</p> - -<p> -E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, -che depose con molti riguardi su la manica del suo -accappatoio. -</p> - -<p> -— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare -le mie spazzole! — osservò Arrigo. -</p> - -<p> -— Dammi un pettine, le ripasserò io. -</p> - -<p> -— Tu vuoi farlo? -</p> - -<p> -— Ma sì, che importa? -</p> - -<p> -Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a -ripulire la spazzola. -</p> - -<p> -— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -con una risata; e soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? -Sempre la stessa? -</p> - -<p> -— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso. -</p> - -<p> -— La vedova? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Dove tieni i suoi ritratti? -</p> - -<p> -— Nascosti, perchè vuole così. -</p> - -<p> -— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho -dimenticato il suo nome. -</p> - -<p> -— Clara. -</p> - -<p> -— E le vuoi bene? -</p> - -<p> -— Perchè me lo domandi? -</p> - -<p> -— Così; voglio sapere se sei innamorato. -</p> - -<p> -— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. -Forse un po’ noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa -tutto questo? -</p> - -<p> -— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di -certe cose almeno. Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato -innamorato? -</p> - -<p> -— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. -Ora è passato. -</p> - -<p> -— Perchè non la lasci allora? -</p> - -<p> -— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con -una signora, sia così facile staccarsene? Poi, qualche volta, -vi sono certe ragioni che tu non puoi capire. -</p> - -<p> -— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto. -</p> - -<p> -— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una -cosa che dura da parecchio tempo, e questa donna mi -vuol bene come poche amanti sanno voler bene. Qualche -volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un brutto -tipo, io! -</p> - -<p> -Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise -a ridere. -</p> - -<p> -— Tieni. La spazzola è pulita. -</p> - -<p> -Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese. -</p> - -<p> -— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento -fuori dalla finestra perchè mi debbo vestire. -</p> - -<p> -— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto. -</p> - -<p> -E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -a lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini -affusolati. -</p> - -<p> -— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa? -</p> - -<p> -Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere. -</p> - -<p> -— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata -la trama di un piccolo romanzo, che tu gli dovrai -raccontare dopo che ci avrà veduti insieme. Questa sarà -una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse paura. -</p> - -<p> -— Me lo immagino. -</p> - -<p> -— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi -vecchi dissensi col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, -un po’ bisbetico, il quale vorrebbe far vivere i suoi -figli lontano da quel ceto al quale appartengono. E gli -dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente, non posso -più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra -una grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi -tema, e accusati d’esser stata una ragazza dalle idee -troppo emancipate, la quale, forse per leggerezza, forse -per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a questo -punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un -passo più in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli -sappia recitare molto bene la commedia dell’amore; è uno -sciocco, avvezzo per solito a riuscire: bisogna che tu gli -appaia come l’amante necessaria, ma impossibile, bisogna -che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere... -M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la -strada verso il tuo letto è un’altra... Tutto questo forse -non riuscirà, ma val la pena d’essere tentato. Sopra tutto -assicúrati del suo silenzio e nascónditi bene quando gli -dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità! -</p> - -<p> -S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su -lei, guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, -raccolta e quasi rifugiata contro la persona del -fratello che le dava questi suggerimenti. Poi disse: -</p> - -<p> -— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci -questa illusione. -</p> - -<p> -— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche -volta l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altre -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -pazzie. Non mi dicevi che ha perduta la testa? non eri -persuasa di poter ottenere qualsiasi cosa da lui? -</p> - -<p> -— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio. -</p> - -<p> -— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che -sei anche disposta a.... -</p> - -<p> -Ella ebbe un piccolo moto nervoso: -</p> - -<p> -— Bah!... senti... una volta o l’altra.... -</p> - -<p> -— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità -profonda, investendo la sorella con uno sguardo ch’era -quasi un desiderio di lei. -</p> - -<p> -— Cosa dici, Rigo? -</p> - -<p> -— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, -in fondo, non vi sia nessun giudice migliore di te. -</p> - -<p> -Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione -quasi un veemente rancore. Anche la sua fisionomia -s’era un poco mutata. -</p> - -<p> -— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma, -ragiona: che avvenire ho io davanti a me, -nel quale mi sia lecito confidare onestamente? A parte -questo matrimonio, di cui parli ma nel quale non credo, -chi altro mi sposerà? Un signore dal quale possa attendermi -la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un bottegaio? -Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato -Luisa? Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a -vendere la cannella ed i pani di zucchero? Poi no, insomma! -Questi, per me, non son uomini, e piuttosto che -fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto -e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono -come i tuoi: tu non eri nato per startene in un negozio, -e neanch’io. A te piace vestirti bene, avere una bella casa, -poter spendere, andare a teatro, frequentare persone eleganti, -vivere insomma... e tutto questo piace anche a me. -Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta -a riuscirvi come potrò. -</p> - -<p> -Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava -ad allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun -impaccio fra loro. Eran davanti l’armadio a specchio e si -vedevan riflessi tra il contorno della camera. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<p> -— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi -pensato. — Io son del parere che ognuno debba cercare -nella vita la sua migliore felicità. Sopra tutto non ti posso -disapprovare io, che te ne ho dato l’esempio. Certo però, -come fratello, dovrei parlarti altrimenti. -</p> - -<p> -— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò -con una singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei -stato quasi mai, ed ero bambina quando c’eri. Se venivi -a trovarci, mi pareva che venisse un estraneo, del quale -ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che raccontavano -di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa, -poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco -forse quel che dico, ma quando vengo da te, certo non -penso di andare da mio fratello.... — Esitò ancora, poi -disse: — Mi sembra quasi d’andar a trovare un amante.... -</p> - -<p> -Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se -ne fece rossa e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi -della propria confusione. -</p> - -<p> -— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo -il viso, come per occuparsi d’altra cosa. -</p> - -<p> -Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe, -dicendole: -</p> - -<p> -— Bene, continua. -</p> - -<p> -Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso -e indugiò a ritrovar le parole. -</p> - -<p> -— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile -ch’io mi mariti, per cosa o per chi mi conserverei onesta? -</p> - -<p> -Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse: -</p> - -<p> -— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia -divenne aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta -ci si può conservare oneste anche per sè stesse. -</p> - -<p> -— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! -Bel tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! -Io, ti dirò, ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, -proprio non mi piacesse; altrimenti a quest’ora.... -</p> - -<p> -Allora il fratello si mise a ridere. -</p> - -<p> -— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane.... -</p> - -<p> -— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -te! Sei il solo che mi possa capire e quasi quasi mi diverto -nel dirti la verità. -</p> - -<p> -— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli -ripetè, sempre ridendone. -</p> - -<p> -— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste -cose non le dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, -e qualchevolta... -</p> - -<p> -Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, -con un atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. -Ma quella idea le ritornava e le martellava nel capo. Allor -si mise a riderne forte ed esclamò: -</p> - -<p> -— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu! -</p> - -<p> -— Io?... perchè? -</p> - -<p> -— Mi guardi con un’aria così maravigliata... -</p> - -<p> -— Pensavo a quello che hai detto. -</p> - -<p> -— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei -così. Meglio dunque valermi di questo mezzo per ottenere -ciò che mi piace. Anche tu, in fondo, per quanto ne so -io, devi press’a poco aver battuta la medesima strada... -</p> - -<p> -E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il -volto contro la spalla del fratello, che cercava ora una -sottoveste nell’armadio. -</p> - -<p> -— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?... -</p> - -<p> -— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è -Paolo, e c’è il Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. -Ma che buon profumo hai! Dámmene una goccia sul fazzoletto. -</p> - -<p> -Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto -minuscolo e due volte la capovolse. -</p> - -<p> -— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del -petto, su la mussola fina, che lasciava trasparir la sua -gola. Dalla giacchetta sbottonata il petto le fioriva rotondo, -come dal gonfio involucro la rosa muscosa che si apre -nel mese di Maggio. -</p> - -<p> -— Qui... — disse ancora. -</p> - -<p> -Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con -una leggera carezza le profumò la gola. -</p> - -<p> -— Ti piace? -</p> - -<p> -— È un profumo delizioso. Come si chiama? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi? -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Me ne prenderò un altro. -</p> - -<p> -— Grazie. -</p> - -<p> -Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di -certe lievi ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, -che piovono per l’aria, l’estate, quando il vento cade. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span></p> - -<h2>V</h2> -</div> - -<p> -Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò -a prendere Loretta per condurla a teatro. -</p> - -<p> -— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, -poi che seppe lo scopo della visita. E scoteva la sua testa -grigia con un atto d’indulgenza rassegnata. -</p> - -<p> -— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta -ha voglia di svagarsi; e lo si capisce: è la -sua età. -</p> - -<p> -Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava. -</p> - -<p> -— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, -questa figliola ne ha già da vendere, — disse il padre -con la sua voce mite. -</p> - -<p> -Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori -con Arrigo dopo il congedo brusco che ne aveva -ricevuto, non seppe frenare la sua maledetta lingua. -</p> - -<p> -— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che -bella improvvisata! -</p> - -<p> -Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di -botto: -</p> - -<p> -— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti? -</p> - -<p> -— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile. -</p> - -<p> -Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso. -</p> - -<p> -— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà -tardi, — egli suggerì alla sorella. -</p> - -<p> -— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E -tu la lasci andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio. -</p> - -<p> -— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di -scusa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -</p> - -<p> -— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo. -</p> - -<p> -E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, -parlandosi piano, ridendo. -</p> - -<p> -— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una -voce quanto mai sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar -corto: -</p> - -<p> -— Be’, facciamo la scopa? -</p> - -<p> -— Facciamola pure. -</p> - -<p> -Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... -vecchio mio!... se tu avessi avuto il polso più fermo, non -ti troveresti ora a far da burattino in casa tua! -</p> - -<p> -E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere -del suo parere. Difatti questi non se la intendeva per nulla -nè con Arrigo nè con Loretta; quasi mai apriva bocca se -il primogenito era presente, limitandosi a ribattere con -ironie un po’ grossolane tutti gli argomenti della sorella -minore. Nella casa di Stefano i vincoli familiari s’eran -andati assai rallentando; la figlia maritata vi bazzicava -di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; Arrigo, -da lungo tempo, non vi contava più se non come un -visitatore avventizio, che talvolta con la sua presenza -metteva un certo impaccio in tutti; Loretta, col suo carattere -imperioso e ribelle, stava per seguirne le tracce, -mal tollerando i freni della potestà familiare; Paolo invece -era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, -morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla -più. Egli peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di -far valere i suoi meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè -d’affetto non esuberava, rimanevan soli que’ due poveri -vecchi, ormai delusi nelle più care speranze, lui, stanco -d’una vita inutilmente operosa, lei, che ingrassava ed -insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna -ch’era stata in gioventù. -</p> - -<p> -Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro -tutti l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. -Ora la pigra Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava -al padre in un modo per lei deplorabile. Aveva -cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro ormai, e le -speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade. -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, -perchè la ragazza, in ogni senso, era un partito più che -appetibile. Ma ella certo non se ne faceva cattivo sangue; -era pigra, d’una pigrizia di marmotta; purchè non la facessero -faticare, tutto le andava bene. Aveva tanto dormito -in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano a -lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i -lavori femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva -insomma tutte le virtù d’una onesta massaia. Dopo -quel suo calamitoso amore per Arrigo, non si erano scatenate -altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì -vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, -però senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo -sdegno era solamente il padre, che aveva una settimana -d’umor bestiale ad ogni matrimonio del quale udisse parlare. -</p> - -<p> -Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava -ancora, lo amerebbe sempre... e però questo amore non -le dava alcun disturbo; era divenuto in lei come una malattia -cronica, una di quelle malattie che non si curano -più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le -capitava di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; -poi la sera, nel mettersi a letto, ne piangeva per -cinque minuti, s’addormentava. Il Riotti aveva finito -con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di «temperamento!» -</p> - -<p> -A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, -il farmacista dava insieme un senso patologico e letterario, -qualcosa di più anche: un senso erotico. E intanto -aveva messo gli occhi addosso a Paolo, benchè il ragazzotto, -nonostante le sue virtù, non gli finisse di piacere. -Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, -per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel -figlio minore del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. -Aver educata una figlia ed averla ornata come la -sua Eugenia per darla poi ad un Paolo qualsiasi gli faceva -un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un -vaso di terra cotta. -</p> - -<p> -Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor -cessava d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -Gliel’avrebbe data a braccia aperte, anche dopo -quella sua vita impudente, e nonostante le gherminelle -ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo come tutti i -piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia -con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura -non avrebbe forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza -si dimostrava ormai vana, e da quell’uomo pratico -ch’egli era, sapendo che il tempo ha le gambe leste, mentre -le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, umiliava la sua -smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel -sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante -come un bue. -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un -po’ storditi quella sera, come se andassero a commettere -un peccato. Era presto ancora, perchè in casa dell’occhialaio -si cenava di buon’ora. -</p> - -<p> -L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una -seggiola era uno scatolone contenente il cappello che aveva -comperato egli stesso per farle una improvvisata. C’erano -le scarpine, a piè del letto, piccolissime, di quel colore -viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da bambola, con -il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul -cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa -di velo a pagliuzze luccicanti. -</p> - -<p> -A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. -Entrarono al buio, ella tenendosi al suo braccio per non -urtare contro i mobili, in quella casa che non conosceva -bene. Quando furon giunti nella camera da letto ed Arrigo -ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, ch’era -lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto: -Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè -trattenersi dall’esclamare: -</p> - -<p> -— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e -mettergli le braccia al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza -era così grande che ne aveva le ciglia umide. -</p> - -<p> -— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una -mano su la guancia con un gesto di protezione e d’amore. -</p> - -<p> -— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la -punta de’ piedi per giungere alla sua bocca. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste -cose? -</p> - -<p> -— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti -ora, ch’è tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. -Se ti occorre qualcosa, chiámami. -</p> - -<p> -— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata. -</p> - -<p> -— Come vuoi tu... -</p> - -<p> -— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma -ti chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare -gli abiti? -</p> - -<p> -Egli sorrise. -</p> - -<p> -— Mi proverò. -</p> - -<p> -Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta -socchiusa. Da prima ella lo intese camminare, poi sedersi, -aprire un giornale. -</p> - -<p> -— Farò presto, sai... -</p> - -<p> -— Va bene; ma non ho fretta. -</p> - -<p> -— Hai pranzato, Rigo? -</p> - -<p> -— Non ancora. -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro. -</p> - -<p> -— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa -sera. -</p> - -<p> -— Dunque ceneremo, — egli disse. -</p> - -<p> -Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, -quel romore continuo, leggero, frusciante, che la -donna fa nel togliersi le vesti, quel romore che parla e -descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva immagine -di colei che si spoglia. -</p> - -<p> -L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; -gli spilloni avevano dato un suono metallico posando sul -cristallo della pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo -a braccia nude in un copribusto color di rosa. -Guardandosi nello specchio s’era lasciata scivolare giù dai -fianchi la sottana, che le aveva fatto intorno ai piedi un -cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori prestamente, -rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra -balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro -e fuori, per gli occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -</p> - -<p> -Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da -letto; l’aveva intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato -di veder l’acqua scorrere in veloci rivoli per le -sue braccia delicate. -</p> - -<p> -Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando -in su in giù, a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava -indietro dalla fronte i riccioli scomposti; s’era seduta davanti -alla specchiera, ed ora si pettinava. -</p> - -<p> -Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco -incomprensibile. Non gli era mai accaduto di provare un -turbamento così forte, nè di badare a queste minime cose. -Eppure aveva tante volte pazientato nel lungo abbigliarsi -d’altre donne. -</p> - -<p> -Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva -i nervi, dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata -d’affacciarsi all’uscio per guardare; doveva compiere -uno sforzo quanto mai violento per allontanare da -sè la tentazione. -</p> - -<p> -— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò. -</p> - -<p> -— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella -scatola d’argento. -</p> - -<p> -— No, voglio la tua. -</p> - -<p> -E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, -la gola, il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva -la sua pelle commisto a quell’odor di cipria. Buttò il giornale, -accavallò le gambe, si mise a martellarsi con le dita -i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira gelosa, pensando -a quel Rafa che la voleva. -</p> - -<p> -— Ti annoi, Rigo? -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Che fai laggiù? -</p> - -<p> -— Fumo. -</p> - -<p> -Ella esitò un momento, poi disse: -</p> - -<p> -— Vieni qui... tanto è lo stesso! -</p> - -<p> -Egli ebbe un piccolo tremito. -</p> - -<p> -— Sì? posso venire? -</p> - -<p> -Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi -fissi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -</p> - -<p> -— Come ti sei pettinata bene! — osservò. -</p> - -<p> -Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un -atto pieno di civetteria: -</p> - -<p> -— Ti piaccio? -</p> - -<p> -Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla. -</p> - -<p> -C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che -turba i sensi come un forte bacio. -</p> - -<p> -Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un -copribusto che le giungeva solo a mezzo il petto ed a -mezzo la schiena. Non gli era sembrata mai così bella. -Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non sapendo che -fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli -ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva -nel cavo delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi -di lui che la fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un -pudor naturale, abbassò le braccia, se le strinse al petto, -e si fece rossa. -</p> - -<p> -— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi -costringi ad arrossire... -</p> - -<p> -Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto -nervoso. -</p> - -<p> -— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti -guardo. -</p> - -<p> -Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti -su le ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata. -</p> - -<p> -— Sei in collera? — ella fece. -</p> - -<p> -— No, Lora, perchè? -</p> - -<p> -— Non mi parli... -</p> - -<p> -— Siccome non vuoi che ti guardi... -</p> - -<p> -— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo -il primo momento; adesso più. -</p> - -<p> -E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine. -</p> - -<p> -— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse -Loretta. — Non ti darei nessuna noia, ti lascerei -tutta la tua libertà. Cosa ne pensi? -</p> - -<p> -— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -</p> - -<p> -— Non vorresti avermi con te, Rigo? -</p> - -<p> -— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso... -</p> - -<p> -E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso -ambiguo delle sue parole. -</p> - -<p> -Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per -infilarsi le calze di seta. -</p> - -<p> -— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio! -</p> - -<p> -E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta. -</p> - -<p> -Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò: -</p> - -<p> -— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita. -</p> - -<p> -Egli l’andò a cercare; le disse: -</p> - -<p> -— Lascia fare a me; t’aiuterò io. -</p> - -<p> -Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella -sedeva; su l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba -semiscoverta e con delicatezza si mise a calzarla. -</p> - -<p> -— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo -averne l’abitudine. -</p> - -<p> -— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo -per nessuno... Mi credi? — E non si moveva di lì, battendole -il corno leggermente su la caviglia calzata di seta. -</p> - -<p> -— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È -più piccolo il mio o quello della tua amante? -</p> - -<p> -— Il tuo. -</p> - -<p> -— Ora ti sarai impolverato; álzati. -</p> - -<p> -Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che -si sentisse prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due -seni, troppo forti per la sua verginità, que’ due seni divisi -da un incavo profondo, che rompevano fuor dal busto -come pannocchie dal cartoccio; li vedeva, oscuri e gonfi, -traverso la scollatura del copribusto. E la sua tentazione -fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse -involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, -a mo’ di scusa: -</p> - -<p> -— Guarda, v’è un po’ di cipria... -</p> - -<p> -Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido -che le prendesse tutta la persona, si propagò, si moltiplicò -in lei. Con ebbrezza, in quell’attimo, si sarebbe lasciata -baciare. -</p> - -<p> -Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio -torbido i rintocchi parvero quasi un avvertimento. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -</p> - -<p> -— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa -presto, se ci tieni ad arrivare in principio. -</p> - -<p> -— Sì, passami l’abito. -</p> - -<p> -Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva -singolare in lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua -bella pettinatura e glielo fece passare sovra il capo senza -scomporle un ricciolo. -</p> - -<p> -— Vòlgiti, che t’allacci, Lora. -</p> - -<p> -E andarono davanti allo specchio. Era un abito color -di malva, con guarnizioni di color viola cupo, trasparente -intorno al collo. Non era che un velo, di quella garza morbida -e lieve che i francesi chiamano «crêpe de Chine»; -ma la fasciava strettamente, come una guaina, drappeggiandosi -appena intorno alla ricchezza del petto e nella -sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe -indosso, Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi -così bella, e tutta una vita nuova le si schiuse dinanzi, -con quell’abito nuovo. -</p> - -<p> -— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci -tu! Sapendosi vestire, non è difficile! -</p> - -<p> -Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo -biondo, in quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse -intera nella sua più scultoria bellezza. Egli la -guardava mutamente, con una ferma luce nelle intense -pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco d’un -desiderio contenuto. -</p> - -<p> -— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! -Si parlerà di te domani. -</p> - -<p> -— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, -specchiandosi per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo -pudore: -</p> - -<p> -— Ma, di’, non sono troppo... nuda? -</p> - -<p> -— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite -paiono più nude che in camicia. -</p> - -<p> -Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò -ancora, si fece scorrere lentamente su l’avambraccio i -guanti stretti, e ravvolta in un gran mantello che le scendeva -sin quasi ai piedi, esclamò allegramente: -</p> - -<p> -— Son pronta! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<p> -Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono. -</p> - -<p> -Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva -una sera tepida e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, -metteva tra le case fosche un tremolìo di stelle. La città -s’inoltrava nella notte con un grande respiro di sollievo, -mentre qualche coppia di innamorati, stretta e lenta, se -n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso -il fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con -occhi turbati quegli amanti senza nome che andavano in -cerca del buio. -</p> - -<p> -— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi? -</p> - -<p> -— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera. -</p> - -<p> -— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi... -</p> - -<p> -— È probabile: la gente pensa molto spesso il male. -</p> - -<p> -— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a -riflettere. — Tu credi che ci assomigliamo? — domandò -al fratello. -</p> - -<p> -— Non credo. -</p> - -<p> -Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal -trotto stanco del cavalluccio, che ogni tanto scalpitava -sotto una frustata. -</p> - -<p> -Era la prima della <i>Carmen</i> quella sera. Giunsero che -lo spettacolo era cominciato appena ed entrarono a teatro -semibuio nel palchetto di prima fila. Il senso enorme della -folla oppresse il cuore della fanciulla; per un momento -i suoi occhi non videro che un abbaglio meraviglioso. -Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva -di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di -fragrante come il fiore, di splendido come la bellezza, -d’inebbriante come la musica, di tormentoso come l’amore... -tutto per lei si radunava nella sala di quel teatro. Se nel -suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi aperti, -ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato -di respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del -vizio dissolvono qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco -la respirava; se aveva mai voluto splendere, ecco, e -splendeva. -</p> - -<p> -Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance -calde; sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -un’altra veste più rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo -cuor femineo la possibilità di piacere, quella possibilità -che racchiude ogni più squisita gioia per la donna, quella -consapevolezza che la inebbria come un liquore vivificante. -</p> - -<p> -Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; -dalle poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, -qualche canocchiale puntava su la bella sconosciuta -il fuoco delle sue lenti curiose. -</p> - -<p> -Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva -di bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, -pendevano dai palchi e gremivano la platea con un desiderio -manifesto d’essere adocchiate. Egli le conosceva -quasi tutte, le aveva frequentate, corteggiate, era stato -l’amante di alcuna. -</p> - -<p> -Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era -donna Claudia del Borgo, ancor bellissima in quella luce, -con la sua cuginetta romana, la piccola Isabella Ventamura, -che aveva di recente ottenuto l’annullamento d’un -matrimonio quadriennale con il suo grazioso e biondo -consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e -guelfa, questa piccola dama non amava che i grandi -prelati, e, dopo un Vicepapa Nero, si era scelta come -direttore spirituale un lussuoso Cardinale di Curia, che -il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato -al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si -dilettava di certe leggiadre usanze alemanne, le quali -avevano permesso di ritrovare nella piccola Isabella quella -«intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la buona Casa -di San Pietro. -</p> - -<p> -Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che -le modellava squisitamente il busto; aveva tra i capelli -un diadema, lucido e greve come una corona. C’era nel -palco Antonello Musatti, di cui donna Claudia s’era intenerita -il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il cavallo -in un concorso ippico. -</p> - -<p> -Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava -con molta eleganza: però don Antonino Vernazza e Max -della Chiesa le facevan la lor visita di dovere, per non -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -essere dimenticati a’ suoi pranzi trimestrali. Il palco degli -Altomarini era vuoto, e ciò si notava da tutti. Gli -Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore -in facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio -di suocere a ridosso, e tutto il parentorio nel buio. -</p> - -<p> -I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette -s’eran guadagnati di che comprarsi un marchesato -feudale, tenevan corte rumorosa; uomini e donne -troppo fiammanti ancora, con le sete i brillanti e gli sparati -che luccicavan oltre misura. -</p> - -<p> -C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi -nella città per casato, per bellezza e per censo; e v’era, -in un palco di terza fila, con la sua figlia giovinetta, -stranamente dissimile da lei, la soave Clara Michelis, -così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il gomito -nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra -che le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura -soavissima. Questa pareva potersi disciogliere per una -piccola scossa, come se un nodo solo, pur lieve, la tenesse -raccolta in quel gran volume. Aveva ella nei polsi, -nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto del suo -viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, -quasichè il suo corpo fosse uscito appena da un bagno -voluttuoso, che l’avesse oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe -ravvolta bene in un velo funebre; era di quelle -figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve -dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta -la sua bellezza era nelle pieghe del suo corpo, ne’ -suoi lenti movimenti, nelle sue fine ombre; pur quand’era -silenziosa, lasciava intendere che avrebbe una voce soave; -pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe camminato -senza romore. -</p> - -<p> -Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua -opaca d’uno stagno, nasce come per miracolo uno di -que’ meravigliosi fiori bianchi, irraggiungibili perchè navigan -col vento, che hanno in sè la solitudine, la tristezza, -la malattia delle cose circostanti; non li alimenta la terra -ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva essere, -nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli -oscuri. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -</p> - -<p> -Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente -i loro sguardi si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse -accompagnerò mia sorella in teatro una di queste sere,» — tuttavia -quello sguardo lo molestava singolarmente, quasi -ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi più nascosti -pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del -tutto giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava -in lui perdutamente l’ultima, l’unica passione della -sua vita. -</p> - -<p> -Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto -semioscuro, ella si dilettava di tormentare insidiosamente -la sua rabbia virile; non più come quando ella cercava -nell’amante uno svago alla sua lunga noia od una -scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per incuriosire -le chiacchiere mondane, per contenderlo ad -un’amica, per avere intorno alla propria sottana quella -furtiva e lasciva scaltrezza d’uno che la voglia slacciare; -ma perchè nel suo cuore di donna era nato l’estremo, il -più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la voglia -istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere -in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella -voglia inimitabilmente bella che dal suo profondo senso -materno la donna irradia talvolta, come un grande miracolo, -nell’amore. -</p> - -<p> -Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi -attenti; essi penetravan senza rimedio fin nei più nascosti -rifugi dell’anima sua. Nei giorni lieti, baldanzoso ed -oblioso, egli se ne stava lontano; ma nei giorni di tristezza, -una voce, buona per lui come nessun’altra voce -umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso -l’uscio vegliava sempre una dolce anima piena di perdono. -Quand’egli era percosso dagli altri, quelle mani -timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue ferite; -quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in -quella casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata -come il primo giorno, ch’egli vedeva impallidire della -sua più fredda carezza, c’era quasi una sorella e quasi -una madre che l’aspettavano per dirgli: «Dammi il tuo -dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo sorriso -che nasconde le mie lacrime...» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<p> -Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. -Ma l’atto finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte -le lampade simultaneamente un’ondata di luce si rovesciò -nella sala. Sopra il canto cessato corse il frastuono della -platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi di ventagli, -un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si -raggruppava. -</p> - -<p> -Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben -sapendo che gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi -anche de’ più lievi difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata -alle falde, si levavan su dalle comode poltrone per -adocchiare intorno; i galanti facevan visite, gli innamorati -guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso nelle -cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare. -</p> - -<p> -Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in -un bel paniere; non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, -che l’adornava meglio di cento collane. Dall’alto, -alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva scoperta, e súbito -se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella -nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame -con Clara Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; -dunque chi era mai? Forse una rottura? Chissà? -Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in fretta per -le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio -vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare -con uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno -che spiegasse qualcosa. Ma invano. Da tutte le parti -ora si guardava; i commenti eran visibili, quasi molesti; -e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel battesimo -del fuoco. -</p> - -<p> -Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata -come un pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ -suoi capelli a torre adorni di nastrini e con la bocca esageratamente -rossa. Sorrise al del Ferrante, poi offerse a -Loretta un mazzo di rose gialle. -</p> - -<p> -— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo -affabilmente. -</p> - -<p> -— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua -voce di falsetto, sprofondandosi in una riverenza da vecchia -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -maestra di ballo. E si ritrasse, lasciando lì un suo -benevolente sorriso, viscido come una lumacatura. -</p> - -<p> -— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta. -</p> - -<p> -— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto... -</p> - -<p> -— Povera donna! Deve guadagnar poco. -</p> - -<p> -— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo -biglietto da visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, -così fra dieci minuti tutto il teatro lo saprà. -</p> - -<p> -— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso -entro il mazzo di rose. -</p> - -<p> -Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei -camerini, dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, -si parlò della bella ragazza che stava con il del Ferrante -in un palco di prima fila. Nessuno immaginava chi -fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure alcuni l’avevan -qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, -infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare -questa notizia. -</p> - -<p> -Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani -affacciarsi dall’alto al parapetto del palco. -</p> - -<p> -— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare -lassù. -</p> - -<p> -Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli -amici. -</p> - -<p> -— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, -divertendosi. -</p> - -<p> -— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la -coda dell’occhio. — Adesso mi sembra che gli stiano parlando -di noi. -</p> - -<p> -Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene -l’avesse guardata con il canocchiale, per tutto l’atto non -la riconobbe, tanto era lontano dal poter supporre che -fosse lei. Quando, all’altro intermezzo, la sala ridivenne -chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima -cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del -viso e la bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e -tutta lei, che amava infinitamente... quando più non gli -rimase alcun dubbio, una grande meraviglia, piena d’impazienza -e d’incredulità, gli si dipinse nel viso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -</p> - -<p> -— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici. -</p> - -<p> -— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse. -</p> - -<p> -— Insomma la conosci o no? Chi è? -</p> - -<p> -Allora prese una risoluzione e disse: -</p> - -<p> -— L’ho veduta molte volte per istrada. -</p> - -<p> -L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva -tradire lei. -</p> - -<p> -— Non sai altro? -</p> - -<p> -— Non so altro. -</p> - -<p> -— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se -fosse la tua amante non ne saresti più sovreccitato. -</p> - -<p> -Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in -due o tre punti opposti del teatro, poi traversò la platea, -venne fin sotto il palco d’Arrigo, tutto acceso in volto e -così turbato che aveva un aspetto ridicolo. -</p> - -<p> -Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, -mentre il povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. -Sopra tutto non comprendeva come mai Loretta, che certo -l’aveva già veduto, rimanesse tanto calma. Si avvicinò di -nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di chiamar Arrigo -per nome, augurandogli la buona sera. -</p> - -<p> -— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma -finse tosto d’aver qualcosa a fare in fondo al palco e si -ritrasse. Loretta non si scompose; guardò per un attimo -il Giuliani, con un sorriso fuggevole, poi volse gli occhi -altrove. -</p> - -<p> -Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. -Ma non potè finire la sigaretta e tornò fra i suoi -amici mentre cominciava il terz’atto. -</p> - -<p> -— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli. -</p> - -<p> -— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi. -</p> - -<p> -— È la sorella di Arrigo. -</p> - -<p> -— Ma via! non dire sciocchezze! -</p> - -<p> -— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua -sorella, ti dico. Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli -stesso alla Clelia; ti basta? -</p> - -<p> -Rafa scrollò le spalle, ma timidamente. -</p> - -<p> -— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci -trovi di strano? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<p> -Rafa, mezzo intontito, non rispondeva. -</p> - -<p> -Un maligno avanzò: -</p> - -<p> -— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies -Bergère, per una signorina di buona famiglia? -</p> - -<p> -— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre! -</p> - -<p> -— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso -di malinconia. -</p> - -<p> -— Questa è bella davvero, per bacco! -</p> - -<p> -— Ha gli occhi tinti. -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Una bocca viziosa... -</p> - -<p> -— E il petto!... guarda un po’ che splendore! -</p> - -<p> -— Dev’essere una civetta. -</p> - -<p> -Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si -misero a celiare sul conto di Rafa. -</p> - -<p> -— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. -Forse l’ha incontrata per istrada e l’ha inseguita -come fa sempre. -</p> - -<p> -— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente. -</p> - -<p> -— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò -uno spudorato. -</p> - -<p> -Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero. -</p> - -<p> -— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei -quel tuo nuovo misterioso amore! -</p> - -<p> -— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, -volgendo la cosa in ridere. -</p> - -<p> -— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve -pur essere qualcosa. -</p> - -<p> -— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La -conosco appena di vista e non supponevo affatto che fosse -la sorella di Arrigo. Ne siete sicuri poi? -</p> - -<p> -— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei. -</p> - -<p> -Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe. -</p> - -<p> -Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire -quella sera che opera si desse. Ritto in fondo al palco, i -suoi occhi eran come affascinati dallo splendore di Loretta -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -e non poteva staccarli da lei. Ma nel suo buio cervello -passavano in torma le più fantastiche idee. Si sentiva nello -stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto in un -grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era -dunque divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli -aveva tutto nascosto, anche il suo vero nome, per apparirgli -davanti una sera, inattesamente, al fianco d’un fratello temibile, -affacciata sopra una platea che l’ammirava. Così -bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così desiderabile. -Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare, -tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, -se pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? -Cos’era questa fanciulla emancipata, che passeggiava sola, -che accettava convegni, che qualchevolta scivolava con -lui fin su l’orlo della colpa, volandone via con la grazia -d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il bianco -della sua cipria? -</p> - -<p> -Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel -mutamento di scena, non avrebbe voluto continuare più -nel suo gioco. Ma questo pensiero lo mordeva, lo atterriva, -perchè tutta la sua vita era momentaneamente presa -dal desiderio di lei. -</p> - -<p> -Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva -una vita del tutto sfaccendata; s’occupava delle -sue terre, amministrava il patrimonio familiare, si dilettava -di politica, forse per un’ambizione lontana. Pur -amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, -non ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; -solo era d’una debolezza quasi puerile con le donne -che a lui piacessero, e se n’accendeva sino a diventar ridicolo, -sino a dimagrar d’amore. Ma questo capriccio per -la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro accendimento. -</p> - -<p> -A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, -che preferì andarsene dal teatro per scriverle una concitata -lettera. Ma quando fu nella strada, pensò che lo spettacolo -stava per finire ed ebbe la tentazione di rivederla. Tornò -nell’atrio e attese. -</p> - -<p> -Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, -parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -volto; i suoi dentini scintillavano fra le labbra rosse. Quel -mantello di raso, con il cappuccio ed il fiocco, gettatole -sopra a guisa di scialle, raccolto, insieme con la gonna, -entro il suo pugno inguantato, le dava quel non so che di -voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria -i domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola -nera traghettava di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. -Per una invidia inspiegabile si nascose, per una -gelosia malsana li spiò. -</p> - -<p> -Salirono in vettura, scomparvero. -</p> - -<p> -Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, -e scelsero un ristorante fuor di mano, dove per lo più non -bazzicava gente conosciuta. -</p> - -<p> -Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che -raggelava nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, -come due timorosi amanti, si sentirono felici. Quella felicità -che invade il corpo e lo spirito quando comincia l’amore, -quella gioia che si propaga fino alle più piccole -cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini -che incendiano la fantasia. -</p> - -<p> -Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; -si era sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio -degli uomini come una ventata calda, e tutti avevano parlato -di lei, di lei che appariva per la prima volta. Quella -vita lussuosa e gioconda che aveva tante volte sognata -nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva cominciasse -con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, -intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole -cose. -</p> - -<p> -Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, -s’era sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, -d’un cappellino appena sopportabile... ora non più; -se aveva temuto qualchevolta ch’egli scoprisse in lei null’altro -che una piccola bottegaia... ora non più; se c’era -stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da quell’uomo, -il rammarico di non potergli mostrare una biancheria -tutta di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli -avesse potuto paragonare le sue calze, il suo busto, la -sua camicia, con quelle d’altre amanti raffinatissime... ora -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -tutto questo, che tutela sovente l’onestà d’una fanciulla, -poteva non essere più. Sapeva d’averlo abbagliato, e benchè -non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe -mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più -tenuta per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano -a frotte, in una caccia economica ed accanita, i donnaioli -della buona società. -</p> - -<p> -Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. -Ma c’era nella sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. -Lo stare con lui le dava un piacere singolare; -ch’egli la trovasse bella, che le dicesse una frase gentile, -questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, più che -l’omaggio di chicchessia. -</p> - -<p> -Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo -desiderio vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, -le dava quasi uno spasimo, quasi una voglia irragionevole -di abbandonarsi nelle sue braccia. Non le pareva più affatto -che fosse il suo fratello, l’Arrigo di cui si ricordava -bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora tornava, -trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle -alcove dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire -i gentiluomini; un altro, che le donne belle e ricche avevano -coperto di baci, lasciandogli su la bocca un profumo -che l’avvolgeva di tentazione. -</p> - -<p> -Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti -erano andate, ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo -turbamento; avrebbe voluto che, invece di Arrigo, -si chiamasse con un altro nome, per potergli dir come -loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza paura -e senza fine. -</p> - -<p> -Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. -Tutto il giorno stava pensando a lui, le ritornavan le sue -parole come un’eco ininterrotta, e rivedeva i suoi forti -occhi, un po’ accesi, tutte le notti, quando si coricava. Egli -era qualchevolta con lei dolce come un bimbo, qualchevolta -irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente in -un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva -il pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; -ma questo pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era -forse una forza oscura, invincibile fra loro?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<p> -— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta -con una voce insidiosa. -</p> - -<p> -— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace -più che ogni altra cosa. -</p> - -<p> -Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi -ch’ebbero parlato e riso e bevuto, si sovvennero di guardar -l’ora. Mancava un quarto alle due. -</p> - -<p> -— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che -voleva rimaner desta finchè fossi tornata!... -</p> - -<p> -— Dirai che lo spettacolo è finito tardi. -</p> - -<p> -Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse -ancora d’abiti. S’avviarono. -</p> - -<p> -La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa -tutte le sue collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto -il suo corpo immerso nella primavera, brillavano gioielli -d’inestinguibile splendore. Saliva dentro il cielo curvo il -respiro della città addormentata. -</p> - -<p> -E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là -tralucere da finestre chiuse, nelle case addormentate ove -brillavano i nascondigli dell’amore, e quel fantastico apparire -di coppie nottambule fuor dai vicoli oscuri, e quel profumo -d’invisibili giardini che soverchiava le muraglie, e il sonnolento -andare dei cavalli sui selciati sonori, e quel silenzio che -incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, tutto -questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola -poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto. -</p> - -<p> -Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che -imbiancava i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte -le vene diffusa la dolcezza del loro colpevole amore. Egli -la portava quasi, e la sentiva, tutta ebbra, tutta calda, -palpitare contro di sè. -</p> - -<p> -Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe -sepolto in una notte d’oblìo. -</p> - -<p> -Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed -entrambi amarono quel buio, quell’ombra in cui sentivano -d’essere vicini, avvinti alla divina colpa, senza riconoscersi -più. Egli la trattenne, si appoggiò con tutta la -persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido -corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno -come per stringerlo in una carezza sola. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -</p> - -<p> -— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe -dire che il suo nome, più volte, con una voce paurosa. -</p> - -<p> -Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, -li avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel -buio, tra quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come -nel tepore d’una coltre voluttuosa. -</p> - -<p> -Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto -un po’ troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro -il cervello qualcosa d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, -di continue farfalle, bianche e nere. La sua bella e -forte giovinezza era tutta un palpito di vita che soverchiava -il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, fremere, -intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un -soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi -la voglia ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e -rappacificante contro la gagliardìa d’un petto virile. Le -pareva che la musica d’un’orchestra pazza cantasse, cantasse -dentro di lei, senza tregua, una canzone scapigliata; -le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di respirare -tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere -una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano -densi turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi -e piccole, bianche e nere. -</p> - -<p> -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa -infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato. -</p> - -<p> -In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, -una di quelle sensazioni ambigue che attraversano lo spirito -come baleni, e pur vi lasciano un solco. Nel suo cuore -sensuale e forte, questa idea furtiva s’era infiltrata scivolando, -come una piccola donna fasciata di veli tra una -schiera d’uomini irti d’armature. -</p> - -<p> -La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, -senza lasciargli tempo di riflettere, come la sopraffazione -di un profumo voluttuoso, come l’ubbriachezza d’una bevanda -forte. A lui, ch’era consumato e cinico nelle scaltrezze -dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, certe -paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena -la possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. -Era il primo de’ suoi desiderii ch’egli non avesse osato -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -guardare in faccia, la prima frode che lo avesse impaurito. -</p> - -<p> -Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle -tenebra che li fasciava, rompere quel silenzio, distruggere -quella dolcezza mortale. -</p> - -<p> -S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, -accese. -</p> - -<p> -Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi. -</p> - -<p> -Egli disse, con una voce opaca: -</p> - -<p> -— Vatti a vestire, Loretta. -</p> - -<p> -E poich’ella indugiava, perplessa: -</p> - -<p> -— Fa presto, — soggiunse, — fa presto... -</p> - -<p> -Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era -mutata. -</p> - -<p> -— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano -per accarezzarlo. -</p> - -<p> -— Nulla; fa presto. -</p> - -<p> -Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù -dalla spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, -chinando il volto, a piccoli passi andò verso la camera. -Quando fu sul limitare, si volse, gli sorrise. Rideva in lei, -nel suo cuor femminile, l’orgoglio della seduzione che -sentiva di spargere intorno a sè. -</p> - -<p> -Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò -a camminare. Fischiettava piano piano, fra i denti, -come per mordere la sua canzone. Si guardava la punta -delle scarpe lucide che leggermente scricchiolavano sul -tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra chiusa, -ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e -stette a guardare. -</p> - -<p> -Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore -fantastico, gettando qualche lunga ombra da un comignolo -all’altro, balenando su le grondaie. -</p> - -<p> -— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè -stai lì? -</p> - -<p> -Egli non rispose. -</p> - -<p> -— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni -dunque! -</p> - -<p> -Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -Ella s’era cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era -messa la camicetta e stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe -nel mezzo, gli corse vicino e gli buttò le braccia al -collo. -</p> - -<p> -— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una -voce perfida, appoggiandosi contro di lui, come per fargli -sentire quanto il suo corpo fosse morbido e pieno di tentazione. -</p> - -<p> -Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, -gli molestava la faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli. -</p> - -<p> -— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, -ancor più. -</p> - -<p> -Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira. -</p> - -<p> -— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò -il collo per parlargli all’orecchio. -</p> - -<p> -Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio: -</p> - -<p> -— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te... -</p> - -<p> -Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. -Ella dette un piccolissimo grido, si scoverse con furia la -gola, si torse, tremò. -</p> - -<p> -— Sì, báciami!... tutta... tutta... -</p> - -<p> -Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il -collo, il petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo -con la bocca convulsa, velando gli occhi appassiti -come due viole mammole. -</p> - -<p> -Era scapigliata, piena di vampe, bellissima. -</p> - -<p> -— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente. -</p> - -<p> -— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi -nella febbre del suo tormento. — Báciami ancora, tutta... -</p> - -<p> -E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi -contro la sua persona, quando gli ebbe convulsamente -cacciate le mani entro i capelli, ferita la bocca, bevuto il -respiro, d’un tratto imbiancò, s’ammollì come un cencio, -rise, pianse, gli rimase tra le braccia, inerte. -</p> - -<p> -— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè -pareva ella non udisse. Quel desiderio veemente aveva -sopraffatto il suo, l’aveva quasi annientato. Allora la portò -sopra un divano, si mise a carezzarla piano piano, a toccarla -paurosamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<p> -Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero -destata da un profondo sogno, come se un’ubbriachezza -svanisse dal suo cervello, dalle sue vene, a poco a poco. -</p> - -<p> -— Dimmi... — ella mormorò. -</p> - -<p> -— Che vuoi? -</p> - -<p> -— Dimmi... -</p> - -<p> -Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma -non aveva più forza. -</p> - -<p> -Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per -addormentarla: -</p> - -<p> -— Taci... -</p> - -<p> -La sua verginità non era più che un brivido, una cosa -infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato. -</p> - -<p> -E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio -della casa paterna. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span></p> - -<h2>VI</h2> -</div> - -<p> -Rafa intanto non si era dato pace. Ma il giorno dopo -Lora stava male, e non andò alla Posta. Il doman l’altro -ancora se ne dimenticò. Se ne sovvenne il terzo giorno, -ed ecco v’erano tre lettere: la prima interrogatoria, l’altra -supplichevole, la terza disperata. Che almeno accettasse -di vederlo un’ultima volta, se non voleva ch’egli si risolvesse -a qualche grande imprudenza!... Loretta gli scrisse -di venire il domani, all’ora solita, nel solito giardino. -</p> - -<p> -Già cominciava il Maggio, il bel Maggio de’ fiori, e -le aiuole saltavano fuor dal verde come smalto vivo; -l’ombra, nelle boscaglie, si colorava del color del sole. -</p> - -<p> -Avevano scelto per i loro convegni un viale deserto, -che principiava in vicinanza d’una cascatella, poi tortuosamente -s’infoltava, per giungere ad un gabbione rugginoso, -dove stavano appollajati quattro fagiani decrepiti. -Li avevan messi lì, a consumare la loro triste vecchiaia, -per quella riconoscenza crudele che l’uomo ha talvolta -verso gli animali; li avevan messi lì, a nascondere le -tristi penne, a beccare qualche duro grano, invece d’accopparli -o di venderli ad un imbalsamatore, perchè in altri -tempi eran stati la delizia dei bimbi e delle bambinaie, -quando il lor pennaggio era lustro e la gente si fermava -in gran numero davanti alle lor gabbie spaziose. -</p> - -<p> -Loretta s’era preso Rafa in antipatia già dal primo -giorno che ne aveva parlato con Arrigo. Adesso poi lo -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -trovava quasi ridicolo, e volentieri glielo avrebbe detto, -se una ragione d’utilità troppo evidente non l’avesse persuasa -a continuare nel suo gioco. -</p> - -<p> -Venne, quel giorno, vestita come la primavera, di tinte -chiare; il suo labbro arcato, pieno d’impertinenza, sorrideva -già di lontano al giovine, che l’aspettava pazientemente -percorrendo il viale. -</p> - -<p> -Rafa era timido; questo implacabile persecutore di donne -era, sopra tutto nei primi momenti, d’una timidezza incredibile. -Si trovò dunque molto impacciato a cominciare il -discorso. -</p> - -<p> -— Vi ho veduta in teatro sere fa, — disse con esitazione. -</p> - -<p> -— Ah? davvero? — ella esclamò col suo più candido -sorriso. -</p> - -<p> -— Via, non burlatevi di me! Stavate molto bene. — E -cercò di prenderle un braccio. -</p> - -<p> -— Piano... — fece Loretta, respingendo la sua mano. — Dunque -stavo bene, voi dite? -</p> - -<p> -— Sì, molto bene, troppo bene; tanto che tutti ne parlavano. -</p> - -<p> -— Ah? -</p> - -<p> -— Ma voi, perchè avete finto di non vedermi? -</p> - -<p> -— Così! -</p> - -<p> -E roteò l’ombrellino di seta chiara, che le somigliava -un poco, tanto era fresco e frivolo d’apparenza. -</p> - -<p> -— Non mi volete rispondere, Loretta? -</p> - -<p> -— Ma, Dio buono! ho finto di non vedervi perchè non -potevo fare altrimenti... -</p> - -<p> -— Dunque il del Ferrante è proprio vostro fratello? -</p> - -<p> -— Già, è proprio mio fratello. Ve ne meravigliate? — ella -fece, con un certo sussiego. -</p> - -<p> -— Me ne meraviglio nel senso che vi ho finora conosciuta -sotto un altro nome. -</p> - -<p> -— E non trovate naturale che avessi le mie buone ragioni -per nascondervi la verità? -</p> - -<p> -— Quali, se è lecito? -</p> - -<p> -— Ma, Rafa, che domande mi fate! Il giorno in cui -aveste saputo chi ero, avrei dovuto per forza interrompere -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -la nostra conoscenza, non vi pare? Così ho preferito lasciarvi -credere che fossi un’altra, una ragazza qualsiasi, -una delle tante che s’incontrano per istrada... -</p> - -<p> -— Oh, Loretta, questo non l’ho pensato mai. -</p> - -<p> -— In ogni modo avete agito come se lo pensaste, e, -poichè la cosa mi divertiva, io v’ho lasciato fare. -</p> - -<p> -— Non dite così! Mi pare di avervi rispettata sempre. -</p> - -<p> -— Per forza, mio caro! -</p> - -<p> -— Sì, per forza... non dico di no; ma in ogni modo -v’ho rispettata, e se aveste avuta in me tanta fiducia da -confessarmi la verità, sarei stato ancora più paziente. -</p> - -<p> -— No, Rafa, non vi faccio alcun rimprovero. Voi, oggi, -avete il diritto di credermi una ragazza leggera: la colpa, -in caso, è tutta mia. Lo riconosco. Mi son lasciata fermare -per istrada, mi avete sempre veduta sola, e fino ad -un certo punto libera; ho anche accettato qualche vostro -ricordo, sicchè, ve lo ripeto, la colpa è mia. Però, però... -adesso che mi conoscete meglio, non dovete giudicarmi -solo dalle apparenze. Vi sono alle volte certe ragioni di -famiglia che non si ama raccontare agli estranei. Certo -io vivo in un modo un po’ singolare, ma questo proviene -da tante cause che voi non conoscete. -</p> - -<p> -E si fece compunta, seria, come Rafa non l’aveva mai -veduta. Rafa era un uomo di buona fede; queste parole -dell’amica lo impensierirono, quasi lo commossero. -</p> - -<p> -— Se potessi fare qualcosa per divenire più intimamente -il vostro amico!... — disse. — Con me non siete mai del -tutto sincera. -</p> - -<p> -Ed entrambi rimasero per qualche tempo in silenzio. -</p> - -<p> -Passò un bimbo che correva dietro un cerchio, passò -un soldato di fanteria che teneva per mano una domestica -rubiconda. Sopra un banco c’era un vecchio, il quale -portava un soprabito color nocciuola, i calzoni a quadrettini -e le ghette bianche; aveva disegnato nella sabbia, -con la punta della mazza, un complicatissimo arabesco, -ed ora leggeva il giornale scandendo le parole con le -labbra. -</p> - -<p> -— Mah... peccato! — esclamò finalmente Loretta con -un sospiro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -</p> - -<p> -— Peccato di che? -</p> - -<p> -— Sarebbe stato meglio se non aveste mai saputo chi -ero; perchè adesso... -</p> - -<p> -— Adesso? che? -</p> - -<p> -— Oh, capirete... non è più possibile che ci si veda. -</p> - -<p> -— Loretta! -</p> - -<p> -— Mio buon Rafa, lo dovreste comprendere da voi -senza che io ve lo dica. Potevo scherzare fin quando ero -una sconosciuta, o quasi, per voi. Ma ora che sapete a -quale famiglia appartengo... insomma no! sarei d’una -leggerezza imperdonabile. Non tanto per me... Io, ve lo -ripeto, sono un po’ eccentrica... Ma per mio fratello, che -voi conoscete, che frequentate quasi giornalmente... Insomma, -non si può! -</p> - -<p> -E parlando lo guardava di sotto le ciglia, con una malizia -ben dissimulata. Rafa era passato per tutte le alternative -del dolore, dell’impazienza e della collera. -</p> - -<p> -— Allora è per dirmi addio che siete venuta oggi? — domandò -con una voce quasi rauca. -</p> - -<p> -— Eh, sì... pur troppo! — fece Lora, con scoraggiamento. -</p> - -<p> -Egli si fermò di botto, e curvandosi un poco sopra di -lei, una luce cattiva, quasi violenta, gli trasfigurò il viso. -</p> - -<p> -— Ebbene, questo no! — proruppe. — Accada quel che -accada, ma rinunziare a voi, no! -</p> - -<p> -— Siate buono, Rafa; non fatemi ora una scena, — ella -disse con una voce piena di mansuetudine. -</p> - -<p> -— Non faccio scene, ma vi dico solo che non posso -rimanere senza vedervi, senza parlarvi qualchevolta. Insomma -sentite, Loretta: mi sono innamorato di voi, scioccamente -innamorato, perchè tutto questo non serve che a -farvi ridere... Tuttavia comprenderete che non si rinunzia -in un giorno alla cosa che ci è più cara. -</p> - -<p> -— Non ho mai riso di voi, Rafa, — ella disse con -soavità. -</p> - -<p> -— Sì, riso, riso, e non volete far altro che ridere!... -Ma non importa. Vi dico solamente questo, Loretta: non -pensate a ritogliermi quel pochissimo che m’avete concesso -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -finora, perchè in tal caso non so cosa potrebbe accadere. -</p> - -<p> -Quell’uomo timido aveva trovato un accento così pieno -d’energia, che Loretta ne fu meravigliata. -</p> - -<p> -— Via, Rafa, calmátevi, — disse. — Non prendete le -cose a questo modo e non guardatemi così, perchè mi -fate quasi paura. Vorrei che ragionaste invece, che pensaste -ad una cosa, ad una solamente: Se mio fratello -venisse a saperlo?... -</p> - -<p> -— Non lo saprà. -</p> - -<p> -— Oh, è presto detto! Voi non lo conoscete; quello è -capace... so io di cosa è capace! Insomma, sarei una ragazza -rovinata, e ciò vi basti. -</p> - -<p> -Rafa si calmò un poco dinanzi a tali ragioni. -</p> - -<p> -— Ebbene, aumenteremo le precauzioni; farò tutto quello -che vorrete. -</p> - -<p> -— Al mondo, mio caro, si viene a sapere ogni cosa, e -quando supponiamo d’essere ben nascosti, mille occhi ci -spiano. -</p> - -<p> -— Ma insomma questo pericolo c’era anche prima, eppure... -</p> - -<p> -— Appunto, appunto; è una cosa che non può più -durare. Sono stata leggera, molto leggera con voi, ma -non posso andar oltre. -</p> - -<p> -— Loretta, — egli disse dolcemente, con una voce -persuasiva, — pensa che ti voglio bene, pensa che tutto -il giorno mi stai nella mente, mi stai così forte nell’anima -che non posso rinunziare a te... Non essere così crudele, -te ne supplico! -</p> - -<p> -Egli le prese un braccio ed ella non cercò di allontanarlo. -</p> - -<p> -— Silenzio, Rafa... — mormorò, — silenzio! -</p> - -<p> -Ma egli riprese: -</p> - -<p> -— Ho tutto lasciato, per godere solo di questi pochi momenti -che mi dài. Vedi, non sono esigente, non insisto -più; mi accontento per ora di vederti, di parlarti qualchevolta... -Se dovevi un giorno interrompere così bruscamente -la dolcezza dell’amore che ho per te, meglio era non -permettere che t’avvicinassi mai. Ora è tardi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -</p> - -<p> -— Ma no, Rafa, tu... voi non capite! -</p> - -<p> -— Capisco benissimo; ti sono indifferente, ti ho divertita -un poco, adesso ne hai abbastanza; hai paura, e nulla -osi rischiare per me. -</p> - -<p> -— Non capite, vi dico. Se non avessi una famiglia, se -non avessi tante apparenze da salvaguardare, se insomma -fossi libera, sola... allora, forse... Ma invece, ripeto, guai, -guai se mio fratello avesse di ciò il minimo sospetto! -</p> - -<p> -— Si farà in modo che non sappia nulla. -</p> - -<p> -— No, Rafa. E poi c’è un altro pericolo... -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -— Oh Dio! c’è un altro pericolo, vi dico; non insistete. -</p> - -<p> -— Su, via, dimmelo! sii sincera una buona volta! -</p> - -<p> -Camminavano; ella si fermò; prese un’aria birichina: -</p> - -<p> -— Perchè mi date del tu, per esempio? Sapete bene -che non voglio. -</p> - -<p> -— Non fa nulla, continua: qual’è il pericolo?... -</p> - -<p> -— Insomma voi dite che rido, che rido... È facile dirlo! -Invece potrebbe darsi che, in fin dei conti, avessi anch’io -paura di non ridere più... -</p> - -<p> -— Come ti amo, Loretta! — egli esclamò ingenuamente, -serrandole con un braccio la vita. -</p> - -<p> -— State fermo... state fermo, via! — E riprese: — Naturalmente -anch’io non sono di cera n’è di stoppa... -Un giorno o l’altro, che so? trovandoci soli, per esempio, -con i discorsi che sempre mi fate... o per caso, o per -isbaglio, o per un’altra ragione qualsiasi, potrei magari perdere... -Insomma, si fa presto a commettere una sciocchezza! -</p> - -<p> -Roteò di nuovo l’ombrellino, lo ficcò profondo in una -siepe, soggiunse: — E poi?... -</p> - -<p> -Rafa volle rispondere, ma ella non gliene dette il tempo: -</p> - -<p> -— Già, voi uomini fate presto: buon giorno, buona -sera, e chi s’è visto s’è visto! Noi ragazze paghiamo per -tutt’e due. La leggerezza, il vapore d’un momento, può -costarci chissà qual prezzo, e voi dite che si ride? Naturalmente -si ride, si ride... fin chè si può... -</p> - -<p> -— Ma io sono un galantuomo, Loretta! — egli proclamò -sonoramente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -</p> - -<p> -— Benissimo. E perchè siete un galantuomo dovrei -darmi a voi? Non è una buona ragione, vi pare? Ma io, -carissimo Rafa, ho tutta la mia vita da vivere, e ci sono, -vi ripeto, certe ragioni mie proprie le quali mi vietano -il lusso di fare quello che forse piacerebbe anche a me. -Non sono certo una ragazza da strada e non ho, come -qualche altra, uno stemma e parecchi milioni che mi assicurino -l’impunità. Se mi trovassi in uno di questi due -casi, ebbene sì, io sarei forse tipo da dire ad uno, a voi -per esempio: «Mio caro Rafa, tu mi piaci; fa di me -quello che vuoi.» Ma nel mio caso questo vorrebbe dire -offrirvi l’intera mia vita, giocarmi tutto l’avvenire, materiale -e morale, per la sventatezza d’un momento... E questo -è un po’ troppo, non vi pare? -</p> - -<p> -Avendogli fatto questo bel discorso, ella pensò involontariamente -ad Arrigo, rammaricandosi ch’egli non potesse -udirla. Ebbe voglia di dirsi queste due parole, anzi se le -disse mentalmente: «Sei fina!» -</p> - -<p> -Rafa impiegava un certo tempo a cavarsi d’impaccio; -in quell’intervallo ripassarono entrambi davanti al vecchio -che monosillabava il giornale, e videro, traverso il verde, -per un altro viale, tornare il soldato di fanteria con la sua -domestica rubiconda. -</p> - -<p> -— Loretta, — egli disse, al termine di quel silenzio, — ti -ho già parlato una volta con molta chiarezza; ma tu, -certi discorsi, non li vuoi nemmeno udire. -</p> - -<p> -— So bene a che alludete!... — ella fece con sarcasmo. — Ormai -che se n’è parlato una volta si può anche riparlarne. -Ed io preferisco le situazioni chiare, le parole nette. -Mi avete offerto denaro... molto denaro!... -</p> - -<p> -— Non così, Loretta... — egli esclamò arrossendo. -</p> - -<p> -— Così, così! Che valgono le perifrasi? Questa è la -verità nuda e cruda. -</p> - -<p> -Ella fece una pausa, ch’egli non osò interrompere. -</p> - -<p> -— Ora, sentite, Rafa. Non so quale opinione abbiate -di me, anzi non me ne curo. Tutto può farvi credere ch’io -sia capace anche di vendermi... e questo non mi offende, -perchè una volta di più confesso che la colpa è stata -mia. Vedete che parlo apertamente, come non ho fatto -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -ancora. Però, se credete questo, v’ingannate. Non ho bisogno -di nulla: da casa mia ricevo tutto quanto m’occorre, potrei -ricevere molto più se volessi sottostare a certe discipline -familiari che son contrarie al mio carattere. Non siamo -ricchissimi, però vedete che mio fratello, per esempio, fa -una vita invidiabile. Se domani volessi maritarmi, potrei -scegliere, e scegliere bene, come ha fatto mia sorella, perchè -ho pure una sorella. Ma tutto questo non mi piace. Vi ho -già detto che sono una ragazza diversa dalle altre. Appunto -per le mie idee singolari, mi sono già messa in urto -con la mia famiglia; ho preteso ad una specie d’indipendenza, -ed avrei fatto anche di più, se non avessi paura -precisamente di mio fratello. -</p> - -<p> -In tutto questo si sentiva la zampa d’Arrigo, ma era -detto bene, con disinvoltura, con un certo calor naturale -che ne accresceva la persuasione. Riprese: -</p> - -<p> -— Che volete? Non mi sento nata per avere un marito -mediocre, molti bambini, e litigare con le serve come fa -mia sorella. Credo che nella vita ci sia di meglio, e, se -m’inganno, avrò il coraggio di non pentirmene. Sposarmi -o non sposarmi, questo forse non è l’essenziale. Voglio -amare, anzi tutto, ed essere amata, sopra tutto. Un giorno -o l’altro me ne andrò; farò probabilmente per qualcuno -quello che voi mi domandate ora; ma non per un uomo -il quale garbatamente mi offra un prezzo, dispostissimo -dopo, quando m’avesse innamorata e... sciupata, a lavarsene -le mani, continuando per la sua strada. Eh, mio caro, -ho vent’anni, ma conosco un po’ la vita! -</p> - -<p> -Rafa l’ascoltava e la guardava, sorpreso e perplesso, -come alcuno che per la prima volta si trovi davanti all’aspetto -vero d’una persona male conosciuta. -</p> - -<p> -— Ma io, — disse — non ho mai avute le intenzioni che -m’attribuisci, e quello che tu cerchi potrei appunto esser io. -</p> - -<p> -La ragazza si passò l’ombrellino dietro la schiena, e tenendolo -a guisa di sbarra nella piegatura delle due braccia, -inarcò la sua bella persona, dondolandosi con una specie -d’insidia e lasciandosi venire a fior di labbro un sorriso -pieno d’ironia: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -</p> - -<p> -— Tu?... — fece. — No! Voi non mi amate abbastanza -per questo. -</p> - -<p> -Nella gabbia rugginosa i quattro fagiani si spulciavano -le penne antiche, lasciando pendere le code mozze con -una inerzia piena di malinconia. -</p> - -<p> -Era il Maggio, il bel Maggio de’ fiori; le aiuole saltavano -fuor dal verde come smalto vivo; l’ombra, nelle -boscaglie, si colorava del color del sole. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span></p> - -<h2>VII</h2> -</div> - -<p> -Tutt’e due sapevano che vedersi ancora voleva dire -buttarsi ciecamente nella perdizione del peccato. S’eran -divisi, l’ultima sera, con una specie di spavento, e però, -toccandosi la mano fredda, scambiandosi l’ultimo bacio -sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa -fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perchè -nessuna parola avrebbe osata profferirla. -</p> - -<p> -— Quando?... — gli aveva ella domandato, serrandosi -contro di lui, tremandone come un’amante impaurita. Egli -voleva rispondere: «Mai più! mai più!» Ma sentì che -tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e le promise -un giorno prossimo, le suggerì di tacere. -</p> - -<p> -— Addio... scrivi, — ella disse. Poi scomparve nel buio -delle scale. -</p> - -<p> -Ma tutt’e due sentirono che il tormento cresceva, che -nessuna forza umana li avrebbe salvati più dal pericolo -meraviglioso nel quale si sentivano avvolti. -</p> - -<p> -Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si recò a prenderla, -mentre ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. -Per tutto il giorno Loretta era stata nervosa, -irritabile, insolente. Fin dal mattino aveva rimbeccata la -madre perchè questa si era permessa di osservarle: -</p> - -<p> -— Tuo padre ha ragione. Arrigo ti dà troppi vizii: -teatri, cene... Vi sei stata pochi giorni fa; che bisogno -c’era di tornarvi oggi? -</p> - -<p> -A colazione aveva coperto d’insolenze il fratello Paolo, -perchè questi, vedendo ch’ella non toccava cibo, si era -messo a borbottar sottovoce: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -</p> - -<p> -— La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono -le beccaccine e le lingue di pappagallo! -</p> - -<p> -Loretta diede una scrollata di spalle, poi s’irritò. E -l’altro, più scherzevole, ripeteva: — Sì, ha i vapori! ha -i vapori! -</p> - -<p> -Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, -con gli occhi divenuti più vasti e più lucenti; non -poteva star ferma; s’era pettinata male. Verso le quattro -del pomeriggio aveva cominciato a rivestirsi, piano piano, -con una infinità di cure; s’era tutta lavata, profumata, coltivata, -come un fiore prima di metterlo in vaso. Era stata -un’ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva -pure pensato ad annerirsi un po’ gli occhi, ma vedendo -che ciò le riusciva male, se li era nettati con un pannolino -umido. S’era messa la camicia più fina, le mutande più -adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima di vestirsi, -s’era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo brivido. -Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel -giorno non era del tutto bella, non le riusciva d’esser -bella come di consueto. -</p> - -<p> -Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero -torbido che le accendeva il sangue, facendola rivolger nel -letto e smaniare nelle dure pazienze della verginità. -</p> - -<p> -Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del -suo passo, ella temette di non potersi levare, dubitò che -ognuno vedesse il suo turbamento, poichè si era sentita -il sangue scorrer giù dalle vene del viso. -</p> - -<p> -Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, -non era franco, si moveva e parlava con un certo impaccio, -evitava di guardare Loretta. -</p> - -<p> -— Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se -vuoi... -</p> - -<p> -— Ben volentieri, — ella fece. -</p> - -<p> -Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo -osservò: -</p> - -<p> -— Sarebbe più semplice che rimanessi qui anche tu. -Una volta ogni tanto non ti farebbe male. -</p> - -<p> -— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose -con una certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, -che preferisco mangiare all’aperto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p> -— Bene, bene; dicevo per dire. -</p> - -<p> -Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto -davanti al suo tondo; aspettava. Padre e madre si tenevano -in piedi, un po’ irresoluti, come se ricevessero in casa -loro una visita inconsueta. -</p> - -<p> -— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò -Arrigo fugacemente, guardando i due poveri vecchi. -</p> - -<p> -E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una -sofferenza. -</p> - -<p> -— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta -si dà certe arie addirittura da principessa. Cerca, se -puoi, di non scaldarle la testa. -</p> - -<p> -Ella scattò su come una viperetta: -</p> - -<p> -— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! -Pensa tu piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai. -</p> - -<p> -— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la -mia casa è un inferno. Si sente sempre strillare. Che -brutta cosa! -</p> - -<p> -E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo -lamento. Arrigo, preso da non so quale tenerezza improvvisa, -gli andò vicino e gli pose una mano su la spalla: -</p> - -<p> -— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte -le famiglie; quando si vive insieme c’è sempre qualche -contrasto. -</p> - -<p> -— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se -voi ve ne andate, noi cominciamo a mangiare. -</p> - -<p> -La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava -nelle fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra -il fumo denso, che odorava, e cominciarono lentamente, -golosamente a mangiare. -</p> - -<p> -L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle -tre persone; i posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, -come se alcuno, che avrebbe dovuto esservi, ne -avesse disertato. Per primo se n’era andato il maggiore, -il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, -in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo -tempo la sua seggiola era rimasta lì, davanti al posto -vuoto, al tovagliolo di bucato chiuso nell’anello d’alluminio, -quasi ch’egli potesse tornare di pasto in pasto; e -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, a farsi -un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si -allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata -la casa de’ suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più -da vicino la giovinezza ed è come l’ultimo fiore d’un -albero laborioso, il più fragile ed il più bello. -</p> - -<p> -Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente -il cibo greve, con un figlio taciturno, che forse -rimaneva, solo perchè sentiva il possesso, l’eredità della -casa, scendere nelle sue mani tenaci. -</p> - -<p> - Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla -mente dei due vecchi, e rivedevano essi forse quella lor -stanza d’un tempo, quando intorno alla tavola quadrata -c’erano quattro testoline di bimbi, e bisognava gridare, -faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era molesto, -se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata -per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile -in cui trabocca l’istintivo amore. -</p> - -<p> -E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero -mutamente: «Sei stato tu! sei stato tu!» -</p> - -<p> -— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse -ad Arrigo. Ed il silenzio tornò nella stanza, rotto appena -dal rumore che i cucchiai facevano battendo le stoviglie -sonore. -</p> - -<p> -Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, -e si guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene -li soverchiò entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono -parlarsi a tutta prima. Loretta prese il braccio d’Arrigo e -s’avviarono lungo il marciapiede, fra la gente folta, a -passi frettolosi. Il rumore della contrada li stordiva; quello -stordimento era per entrambi delizioso. -</p> - -<p> -— Dove andiamo? — domandò infine Loretta. -</p> - -<p> -— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con -una voce assorta. -</p> - -<p> -La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. -Navigavano per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di -vapori biondi, che oscillavano vicino ai tetti e salivano alte -nello spazio, facendosi più rare, più tenui, fino alle prime -stelle. In quella vaporosa pigrizia dell’aria i vasti romori -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -delle cose parevano accrescersi d’una maggiore sonorità. -Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella -pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a -desiderare più in là di sè stesso. -</p> - -<p> -Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan -d’una luce quasi azzurra sotto il cielo ancora intenso di -trepidazione solare; alcune finestre chiuse raccoglievan -nelle vetrate i fuochi e le raggiere del tramonto. -</p> - -<p> -— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta -al fratello, serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava. -</p> - -<p> -— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste -due parole così brevi tutta la dolcezza che gli traboccava -dall’anima. -</p> - -<p> -— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa -continuò: — Sai?... ho tremato tutto il giorno.... -</p> - -<p> -— Perchè hai tremato? -</p> - -<p> -— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando -il viso. -</p> - -<p> -Egli ebbe un movimento nervoso e disse: -</p> - -<p> -— Era meglio dimenticare. -</p> - -<p> -— Ah, no! -</p> - -<p> -In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già -presi, avvinti l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una -gioia ch’era dolore. -</p> - -<p> -Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; -lui, con la sua persona elegante, con il suo passo franco. -Molta gente si voltava a guardarli. -</p> - -<p> -Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse: -</p> - -<p> -— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; -ma gli rimase vicina. -</p> - -<p> -Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, -si fermavano a guardare i negozi dalle mostre -scintillanti. Arrigo salutava molta gente. Loretta ogni volta -gli domandava: — Chi è? -</p> - -<p> -Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse -la persona, uno di quei riassunti schematici ed incisivi -che valgon meglio d’una lunga biografia. -</p> - -<p> -Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella -moglie, sua moglie ha un amante ricco, egli lo sa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -</p> - -<p> -Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a -teatro prende solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti -i palchi; la notte gioca, e vince sempre. -</p> - -<p> -Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa -cara, ma dicono che faccia anche l’usuraio, così riesce a -pagarne le spese. -</p> - -<p> -E via di séguito. -</p> - -<p> -Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, -provocanti. Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, -a sua volta, non salutò, ma sorrise. Restò dietro i loro -passi un lungo solco di forte profumo. Loretta si rivolse -a guardarle; domandò: -</p> - -<p> -— Le conosci? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Chi sono? -</p> - -<p> -— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta -da Rinaldo Bastìa, un fabbricante di cornici, padre di quel -Bastìa che s’è ammazzato pochi mesi or sono. L’altra è una -che vive di rendite... rendite giornaliere, quando ne trova. -</p> - -<p> -— Sono due belle donne. -</p> - -<p> -— Peuh, non c’è male! -</p> - -<p> -— Perchè ti hanno sorriso a quel modo? -</p> - -<p> -— Che modo? -</p> - -<p> -— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti. -</p> - -<p> -— Non saprei; per abitudine forse. -</p> - -<p> -— Sei stato amante anche di quelle? -</p> - -<p> -— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche -anno fa. -</p> - -<p> -Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse; -</p> - -<p> -— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne? -</p> - -<p> -Arrigo si mise a ridere. -</p> - -<p> -— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate -a cambiar d’abiti. -</p> - -<p> -La sorella non fece altri commenti. -</p> - -<p> -Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, -disse: -</p> - -<p> -— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto -gelosa. -</p> - -<p> -— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa -faresti? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -</p> - -<p> -— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo -prima, ti pare? -</p> - -<p> -Poi gli domandò ancora: -</p> - -<p> -— Le amanti che hai avute eran gelose di te? -</p> - -<p> -— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità. -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Io?.... -</p> - -<p> -Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, -poi le riprese il braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo -andava mano mano facendosi buia. Le confessò: -</p> - -<p> -— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, -veramente, non lo sono stato ancor mai. -</p> - -<p> -Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una -gioia visibile, pur tacendo. -</p> - -<p> -Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero -un’altra via. -</p> - -<p> -— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, -piano, chinando la faccia, per nascondere la bocca -che profferiva quelle parole. -</p> - -<p> -— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose. -</p> - -<p> -— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così. -</p> - -<p> -— Come dovrei dirlo? -</p> - -<p> -— Niente, non dire niente. -</p> - -<p> -Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella -sua voce tremava quasi un dolore. -</p> - -<p> -— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo. -</p> - -<p> -— Andiamo. -</p> - -<p> -— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori -di porta, in mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. -Vuoi? -</p> - -<p> -— Sì, Rigo. -</p> - -<p> -Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare -al vetturino, che, malcontento della corsa troppo -lunga, non cessava dal bestemmiare tra i denti. Piano -piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio cominciò a trottare. -</p> - -<p> -Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza -del cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa -d’ombre; lungo una strada fiancheggiata d’alberi li investì, -li ravvolse, li inebbriò, il profumo dei tigli che fiorivano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -</p> - -<p> -Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano -del fratello ed intrecciava le dita nervosamente nelle sue. -</p> - -<p> -— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una -voce tormentata. -</p> - -<p> -— Perchè, Lora? -</p> - -<p> -— Non so... non so; oppure non te lo posso dire... -</p> - -<p> -— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, -tentando con ogni sforzo di reprimere la sua commozione. -E le carezzò la mano. -</p> - -<p> -— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta? -</p> - -<p> -— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non -pensare ad altro. -</p> - -<p> -Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo -amore. -</p> - -<p> -— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, -tutta fremente, in un bisbiglio. — Ma invece questo non -può essere... È vero che non si può? -</p> - -<p> -Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non -aggiunse parola. -</p> - -<p> -— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè -io, che sono tua sorella, voglio bene a te? -</p> - -<p> -— Taci, non dire così. -</p> - -<p> -— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a -noi, essa non accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che -potrei sentire per un altro, per un estraneo, lo sento per -te. Mi fa male, molto male... -</p> - -<p> -— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione -paurosa. -</p> - -<p> -— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te. -</p> - -<p> -Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli -ravvolse il braccio con il suo braccio morbido. -</p> - -<p> -— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima -non lo sapevo. -</p> - -<p> -Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca -i riccioli della sua fronte bionda, e pregò sottovoce: -</p> - -<p> -— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno -vede... -</p> - -<p> -Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero -tutto il dolore del male che li struggeva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -</p> - -<p> -E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo -stanco, per corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli -tortuosi, penetrando nel dedalo della città crepuscolare -che or si costellava di lumi, come un immenso naviglio -fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di là dalle -barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, -parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da -quella grande ostile città che li teneva prigionieri, sottomessi -al divieto, e parve loro d’esser come due sconosciuti -per una terra quasi straniera, liberi finalmente dalle intollerabili -sorveglianze altrui. -</p> - -<p> -Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di -gente, uscita fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle -piccole decrepite case, per gremir la strada con tutte le -figliolanze, dopo le parche cene. Era vigilia di festa, -un sabato sera; le comitive inauguravan per ogni contrada -l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, -le taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan -di tavolini il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri -e dei balli suburbani s’addensava una baraonda irrequieta -levando alto il frastuono della sua tumultuosa ilarità. -</p> - -<p> -Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce -quasi violetta, gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, -dalla voce rauca, dalle maniere ciarlatanesche, alternavan -le lor grida strabilianti adescando la folla con manifesti -atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere del boia. -</p> - -<p> -Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, -un fonografo urlava la sua canzone asmática, un bambino -picchiato strillava da una portineria, come un’anima dannata. -</p> - -<p> -E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai -tepori della primavera, ugualmente stracco e rassegnato -nelle intemperie dell’inverno come nelle canicole dell’estate, -zoppiccava sul sasso nemico, piano piano, con -quella irremovibile filosofia che vien dopo la disperazione; -povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, -indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ -clienti, quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era -di camminare, a forza d’inciampi e di asma, piano, ma -camminare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -</p> - -<p> -La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche -odore agreste, e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta -in un’aria violacea, per le contrade laterali che non -erano più selciate. In una d’esse il vetturino svoltò. -</p> - -<p> -— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra -d’essere in campagna; senti che buon odore! -</p> - -<p> -Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi -dalla fienatura odoravano di fragranze vegetali nella sera -primaverile. Anche il ronzino, a quell’odor di maggengo -saporito, pareva sentirsi dilatare nei fianchi magri l’anima -ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si cacciò un -mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; -con la frusta schioccante accompagnava la sua monotona -cantilena. Questo fece ridere Loretta. -</p> - -<p> -— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, -con una piccola risata, che gli diede in faccia il -suo fresco respiro. -</p> - -<p> -Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione -mai conosciuta fasciava dolcemente il suo spirito -comunicandogli una stanchezza fisica, una specie di sensuale -abbattimento. Per una breve ora gli piaceva scordare -che la sua piccola compagna, colei della quale era dolce -sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, -fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo -che aveva data la vita, nutrita con lo stesso latte, -cullata nella medesima cuna: la figlia del suo padre e -della sua madre, la sorella germana. -</p> - -<p> -Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, -un orrore inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava -nondimeno la sua più forte voluttà. Gli piaceva udirla -parlare; quella voce, che gli pareva di non aver conosciuta -mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo del -cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. -Ch’ella dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo -amava, che il suo desiderio gli fosse così palese, così -pronto a lasciarsi cogliere, ch’ell’avesse un bisogno quasi -malato di fasciarsi intorno alla sua persona e fargli sentire -la trepidazione delle sue morbide membra ancor intatte, -ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -tutto questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva -nel suo cuor forte una pulsazione veemente, nelle sue vene -concitate un brivido quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi -una specie di tormento, del quale assaporava con lentezza -tutta la perversità. -</p> - -<p> -In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia -che non doveva conoscersi, era il delitto e la somma -voluttà. -</p> - -<p> -Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua -volta, risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la -sola che potrò mai amare... Tu muovi dentro di me una -gran tempesta che m’inebbria...» Ma di questo si vergognava, -e le parole che suonavan dentro gli parevano impossibili -a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, -a lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, -e tutto poteva dire. -</p> - -<p> -Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il -suo nome, egli metteva un infinito amore. Non era più -solamente il desiderio di lei, quel desiderio veemente che -l’aveva assalito, facendolo schiavo e torcendolo fino al dolore; -adesso era qualcosa di più, una specie di tristezza, -un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin -nell’intimo e lo feriva come una spina infittagli nel cuore. -</p> - -<p> -Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, -aveva ora paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era -fra lui e lei una forza indefinibile, ignota, che lo atterriva; -sopra il suo colpevole amore pendeva quasi una -minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non gli -riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi -occhi, senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era -pur lontano e distratto, ne aveva senza tregua l’immagine -fissa nella mente. Voleva pensare ad altre donne, ad altri -amori, ed ella furtivamente gli si annidava tra le braccia -con una promessa più forte; voleva respingerla da sè, -quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, -gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata -di voluttà. -</p> - -<p> -Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava -dal lavoro diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -segnata dalle siepi. Qualche filare di pioppi, traverso la -vaporosa pianura, s’allontanava a perdita d’occhio nella -notte bianca. Dietro loro si addensava la città, sovrastata -da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso -delle sue molte luci. -</p> - -<p> -Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; -s’era sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e -biancheggiando vi dormiva. Il cane accorse su la proda, -tutto ispido, ed abbaiò. -</p> - -<p> -— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda -come sono bianche e come dormono -vicine. -</p> - -<p> -Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di -bimba una tenerezza singolare. Soggiunse: -</p> - -<p> -— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle -città. Perchè non mi porti via, Rigo? -</p> - -<p> -— Portarti via? Ma dove? -</p> - -<p> -— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare -un piccolo viaggio con te, starti vicina sempre, giorno -e notte, non lasciarti mai, giorno e notte... Che felicità, -pensa! -</p> - -<p> -Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza -sul dosso delle mani, poi su le ginocchia. -</p> - -<p> -— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole. -</p> - -<p> -— Non si può. -</p> - -<p> -Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che -tornava in città cantando. Apparve di lontano un villaggio, -e, prima del villaggio, dietro una casa, un gruppo -d’alberi folti ove brillavano molti lumi. -</p> - -<p> -— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando -il chiarore. — Viene molta gente in estate perchè vi si -mangia bene. -</p> - -<p> -Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla -soglia incontro ai sopraggiunti. -</p> - -<p> -— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti -farò pranzare. -</p> - -<p> -L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa: -</p> - -<p> -— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo -a cambiare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -</p> - -<p> -Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale -stracco, potè la golosità del pranzo promessogli, e rispose -con aria di condiscendenza: -</p> - -<p> -— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli. -</p> - -<p> -Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate -chiassose, giunsero nel giardino e sedettero sotto il -pergolato. -</p> - -<p> -— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno. -</p> - -<p> -Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di -ferro, formavano una specie d’immenso padiglione, percorso -da un glicine tutto fiorito. Fra i densi grappoli turchini -i lampioni elettrici divampavan d’una luce intensa, -quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le farfalle -notturne. -</p> - -<p> -L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, -lo si assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella -fioritura che s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si -addentrava nel folto dei rami, correva per i pergolati, si -lanciava da un albero all’altro, dall’uno all’altro lampione, -assalendo la casa, le finestre, le ringhiere, parendo ne’ suoi -mille fiori non essere che un solo fiore, dava a quel rustico -giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo d’un -bosco incantato. -</p> - -<p> -Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre -che pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca -del suburbio, festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue -popolano, acceso dal vin forte, scoppiava in risate sonore; -i camerieri affaccendati passavano portando piatti fumanti; -i bicchieri e le posate mandavano un allegro tintinnire. -Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini -in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, -raccolti in gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano -della casa, in una sala che aveva le finestre aperte verso -il terrazzo, si danzava gaiamente al suono d’un pianoforte. -</p> - -<p> -Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè -ognuno può sovente annullare l’anima propria per ricevere -l’altrui, sopra tutto quella dei semplici, che sono i più comunicativi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -</p> - -<p> -Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale -per le campagne semibuie; avevan nel cuore e negli -occhi il fantasma della lor colpa imminente, soffrivano -entrambi il dolore dell’amore. Si erano sentiti per un momento -soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, sopra -una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed -ecco si trovavano in un giardino pieno di gente, di gente -un po’ triviale, che mangiava con robusta fame, parlando -e ridendo forte; la luce aveva abbagliato i loro occhi un -po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva solleticato i loro -stomaci sani, e la musica trascinante che veniva dal terrazzo, -e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le -finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi -il desiderio di allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben -forte, e buttarsi a cuor perduto in quel ballo, e non aver -più paura di quel loro amore che li faceva tremare. -</p> - -<p> -Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli -luccicava davanti, e disse: -</p> - -<p> -— Ho fame! -</p> - -<p> -Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare -il guanto che ancora le calzava la mano destra sino a -mezzo l’avambraccio, se lo fece scorrere in giù lentamente, -ne trasse fuori le dita ad una ad una, si guardò la mano, -sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo del piatto. -Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i suoi -due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce -obliqua li dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un -po’ stanca prendeva un bel colore, tutto da lei spirava -quella indefinibile seduzione che la donna comunica quando -ha molto pensato all’amore. -</p> - -<p> -Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i -loro vicini e riderne. -</p> - -<p> -Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava -l’ilarità di Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, -ov’eran molti bimbi che cicaleggiavano sbrodolandosi -il mento con le salse gocciolanti. E le mamme a rimbrottarli, -e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. La -grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una -seta a pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -bottegaia, che andava in bagordo, il sabato sera, con tutto -il parentado. -</p> - -<p> -— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza -per stasera, signor conte! Il sabato viene tanto -popolo che non si ha tempo di servire come si deve. Ma -nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. Poi, se volesse -telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto speciale. -</p> - -<p> -Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si -mise a correre fra i tavolini per acchiappare una farfalla -moribonda. Capitò vicino alla tavola d’Arrigo e il cameriere -lo frustò via col tovagliolo, quasi fosse un can randagio. -</p> - -<p> -Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e -della donna grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia -ch’era entrata in lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, -i suoi lineamenti si avvolgevano d’un contorno -quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan cadere una -leggera nube su la fronte. -</p> - -<p> -Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A -poco a poco furono lontani da quella gente, da quel frastuono, -si ritrassero in un mondo loro, temendo quasi che -alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per una onestà -inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così -perverso amore. -</p> - -<p> -Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa -riluttanza davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come -un’anima semplice che s’affacci sopra un grande peccato. -</p> - -<p> -Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato -fumava nelle tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia -qualche fior di glicine; alcune piccole zanzare, contorte -dall’agonia, si dibattevano fra le briciole, senza più volo. -</p> - -<p> -— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente. -</p> - -<p> -— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un -gesto vivace. — Non lo posso più soffrire! -</p> - -<p> -Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle: -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -Ella fece un gesto vago. -</p> - -<p> -— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può -comprendere il cuore d’una fanciulla. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -</p> - -<p> -— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo. -</p> - -<p> -— Perchè? ti faccio ridere? -</p> - -<p> -Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, -con un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo -sguardo, poi chinò la faccia nell’ombra del cappello. -</p> - -<p> -— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire... -</p> - -<p> -— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi -un poco verso di lei, come attratto dal respiro della -sua bocca. -</p> - -<p> -Ed ella gli sorrise dal volto chino. -</p> - -<p> -— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria -timida. -</p> - -<p> -— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che -mi fai male... -</p> - -<p> -Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca -rise, viva, invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli -occhi: non aveva pudore. -</p> - -<p> -— Ed allora perchè?... — fece con esitazione. -</p> - -<p> -— Cosa dici? -</p> - -<p> -— ... perchè non mi vuoi? -</p> - -<p> -La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. -L’altro nulla rispose; accese una sigaretta, quasi -volesse ubbriacarsi di fumo. -</p> - -<p> -Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta: -</p> - -<p> -— Perchè sei mia sorella, — disse. -</p> - -<p> -Ella si strinse nelle spalle, meditò. -</p> - -<p> -— Questo nome ti pare così terribile? -</p> - -<p> -— Sei una bambina, — egli osservò gravemente. -</p> - -<p> -— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, -piuttosto un’altra cosa, molto semplice: soffro e non -voglio più soffrire. Voglio bene a te, a te solo, e chiunque -tu sia, voglio bene a te! Infine, di cosa mi rimproveri? -Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. Forse -perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che -pure taci, non fai che pensare continuamente alla stessa -cosa? -</p> - -<p> -E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle -mani di lui, che non sapeva rispondere, che non osava più -guardarla. Poi divenne mansueta, persuadente, insistente: -</p> - -<p> -— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -avere tu, l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: -aiutami! V’è una certa paura in tutto questo, -è vero, ma bisognerà pur vincerla... -</p> - -<p> -Egli la guardò stupefatto. -</p> - -<p> -— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi -bisogna guarirne. -</p> - -<p> -— È dunque un male così grande? -</p> - -<p> -— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi -è male. -</p> - -<p> -— No, — ella disse con fermezza. — No! -</p> - -<p> -— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome -di sorella... Non senti come suona male su la mia bocca? -</p> - -<p> -— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece. -</p> - -<p> -— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude -il peccato più grande che vi sia nell’amore. -</p> - -<p> -Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso. -</p> - -<p> -— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per -tale; non sento affatto che tu sia mio fratello. Paolo è -mio fratello, tu no. È una cosa del tutto diversa. Non mi -ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri mio fratello, cioè -quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro. -</p> - -<p> -Fece una pausa, indi ricominciò: -</p> - -<p> -— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. -Tu hai avute tante altre amanti, sei stato carezzato, -baciato, adorato da tante... Quello che puoi avere -per me somiglia tutt’al più al desiderio che potresti avere -d’un’altra. Invece io... -</p> - -<p> -— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! -Ma dunque non vedi che faccio sopra me stesso -uno sforzo terribile per salvarti? -</p> - -<p> -— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio -essere salvata! A che scopo? Perchè un giorno magari -mi prenda Rafa, od un altro come Rafa? Io sono libera, -capisci? padrona di fare con me quello che voglio. E son -io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io lo -voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, -so quel che dico. Amo te, voglio esser tua; -solo questo mi piace. Voglio carezzarti, farmi carezzare, -viverti vicino, essere innamorata di te, gelosa di te... E -son io che voglio, non tu; io sola... ti basta? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -</p> - -<p> -Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, -che aveva un cálice così profondo e maturo, così -odoroso e perverso. Una specie di ammirazione tacita -nacque in lui, come se ne avesse paura. -</p> - -<p> -— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può -saper ancora cosa è bene e cosa è male, o per lo meno -qual è il male troppo grande. -</p> - -<p> -— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere -felici, — ella disse, inconsapevole forse delle sue -parole. -</p> - -<p> -Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che -imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, -così rosse di belletto e così eccentricamente vestite, -che molti, fra que’ satolli borghesi, ebber l’aria di -scandolezzarsene. Le due ragazze ciarliere, tenendosi al -braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi alti con un -passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni -tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i -timpani altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. -Eran gaudenti o nottambuli di basso ceto e donne di bassa -galanteria; adocchiaron passando la tavola d’Arrigo; un -d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, forse del tempo ch’egli -tavernava con una cricca di fannulloni equivoci per le -bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola -vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. -Arrigo, intuendo i loro discorsi, per la prima volta si doleva -che lo avessero sorpreso in quella trattoria campestre, -quasi clandestina per un giovine signore, e sorpresi -lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti -parer amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile -ombra del loro peccato. -</p> - -<p> -Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò: -</p> - -<p> -— Chi è quel tale che t’ha salutato? -</p> - -<p> -— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un -brutto tipo. -</p> - -<p> -— E quelle due ragazze? -</p> - -<p> -— Oh, non saprei! -</p> - -<p> -— Discorrono di noi -</p> - -<p> -— Me ne sono accorto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -</p> - -<p> -— Cosa posson dire? -</p> - -<p> -— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano -insieme, perchè il mondo certe cose le indovina, e Dio -sa come. -</p> - -<p> -— Credi? -</p> - -<p> -— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere -troppe volte insieme, qualche altro, chissà mai... -</p> - -<p> -— Bene, in séguito vi penseremo. -</p> - -<p> -Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; -chi aveva troppo mangiato lasciava che il proprio stomaco -operasse in pace la fatica della digestione; frattanto, nel -calor del vino, si tenevan propositi gai. Ai bimbi s’era -lasciata la briglia sul collo e scarrieravano con alti gridi -sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa di -ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso -vino, riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, -il pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli -amanti, gli innamorati pensavano alla notte vicina. -</p> - -<p> -Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa -traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni -tanto una ragazza vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli -in disordine, con un amator mellifluo che le stava intorno. -Respiravan una boccata d’aria, e via di nuovo, strettamente, -accanitamente, nel tramestìo della danza. -</p> - -<p> -Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga -ondata sul padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, -esuberanti e grevi come la più ricca vendemmia, spandevan -sopra il giardino un lungo e profumato brivido, lasciavan -cadere a scosse qualche fiore morto, che lungamente -strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, -con un prolungato fruscìo. -</p> - -<p> -Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si -misero a cantar serenate. -</p> - -<p> -Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più. -</p> - -<p> -La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, -tormentavan la tristezza del loro sogno nascosto. Volersi -bene era triste, desiderarsi era un grande peccato, rifiutarsi -l’uno all’altra era più che soffrire... -</p> - -<p> -Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -— Andiamo, camminiamo. -</p> - -<p> -Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna -imbiancata; i fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, -or folti or radi, segnavan nella purità della notte -certe immobili ombre, quasi violette. -</p> - -<p> -Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili -d’argento; un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava -un rumor così lieve che pareva esser solamente una -freschezza. -</p> - -<p> -Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste -li accompagnavan nel chiaro di luna. -</p> - -<p> -— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi -a lui. Egli sciolse il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, -se la strinse vicina, senza rispondere. -</p> - -<p> -Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi -d’una occulta vita notturna. -</p> - -<p> -Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca -su bocca, nel profumo della notte, nel tremore dei loro -sensi, follemente si baciarono. Quel bacio li percorse dalla -fronte alle caviglie come una molteplice carezza, li snervò, -li vinse, fece del loro amore un nodo strettissimo e doloroso. -</p> - -<p> -C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava -troppo forte. -</p> - -<p> -Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che -le vene battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata -felicità... Quel bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, -su la fronte, sul collo... su la bocca. -</p> - -<p> -Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere -così vicini, così soli, in una bianchissima notte, con la -viva primavera intorno, la primavera che soverchia e dà -la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe odorose che vampavano -come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; -un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, -già lontana; tra il fogliame, per la campagna rorida, i -gelsi torti, gli albicocchi tutti un fiore... -</p> - -<p> -Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno -di stelle. Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come -una pioggia, un turbine di minute scintille rosse... -</p> - -<p> -Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -non conosceva che il nome: egli era il più sperduto ed il -più ebbro, perchè del peccato godeva sino al fondo l’estenuante -malefizio. -</p> - -<p> -Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con -spine, logorava lentamente la sua tenace volontà. Già -stava presso a dimenticare, a vincere il nome insormontabile, -(un nome... — aveva ella detto, — cos’è un nome?...) -e già guardava con occhi limpidi nel peccato mortale. Voleva -esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, non -sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si -lasciava cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, -quasi per avvezzarsi a quel coraggio formidabile. -</p> - -<p> -Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola -più temuta, un rombo enorme saliva nella vastità del -suo spirito, e subitamente, quasi venisse chissà da qual -remota lontananza dell’essere, quasi risorgesse di sotto il -peso della sua volontà, quasi fossegli commista nel sangue, -indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, -malinconica, gli appariva nella mente. -</p> - -<p> -E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, -affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi -pallidi occhi, più dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, -guardarlo e ripetergli mutamente, come quando era uscito -dalla casa: «Sei stato tu! sei stato tu!...» -</p> - -<p> -Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato -più grande con la più piccola paura. Non aveva in -sè che una forza: quella del proprio desiderio; una sola -incoscienza: quella della propria femminilità. Nel suo turbato -cuore di vergine il senso della tragedia si disperdeva -in un sottile piacere. -</p> - -<p> -Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, -così le pareva naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, -se anche porto un nome che ti fa paura! Préndimi e stringimi, -per questo, più forte!» Poichè vicino a lui si sentiva -protetta, invaghita, sottomessa e piena di brivido, poich’egli -guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento di vergine, -l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che -ripudiabili ombre. -</p> - -<p> -E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -più temuta, perch’egli la conducesse via con sè, verso la -camera dove sarebbero stati soli, nel cuore della notte, -senza che sguardo umano li vedesse. -</p> - -<p> -E sognava egli pure quella camera, la camera dove -lentamente, paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, -con brividi, come si scopre un tesoro vietato. -</p> - -<p> -Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, -poi le tenui braccia odorose, con i polsi azzurri -di vene, che avrebbero fatto un nodo, un nodo forte nello -spasimo, intorno al suo collo, ed il seno ancora non baciato, -erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da -un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità... -</p> - -<p> -Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per -aver più coraggio, ma desiderò filtrasse un chiarore, una -penombra man mano più discernevole, forse dai lampioni -della contrada, forse da una lampada velata nella stanza -vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, quello stesso, -ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un -odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come -se nelle pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò -la freschezza di quella carne primaverile, immaginò -di carezzare la sua tonda spalla ignuda, insinuò la mano -brancolante nel tepor vellutato delle ascelle, si raccolse -nelle strette braccia il suo busto flessibile come un virgulto, -sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del suo -grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la -sua persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia -selvaggia di poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo -della verginità fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, -ridere nel dolore... poi la vide com’era, snella, arcata, forte -nella sua tenuità, impallidire un momento di quel pallore -ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella d’amore in -quell’odio esultante con cui la vergine si dà... -</p> - -<p> -Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, -come nella sua visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di -quello stesso pallore, s’era sentito afferrar le braccia dalle -sue mani convulse, poi, vedendola barcollare, l’aveva sorretta -contro di sè. -</p> - -<p> -— Che hai, Lora? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -</p> - -<p> -Non rispose; le battevano i denti; tremava. -</p> - -<p> -— Lora! Lora! che hai? -</p> - -<p> -— Nulla... — balbettò, — passa... -</p> - -<p> -Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. -Rifecero il cammino; egli la sorresse fino alla vettura. -</p> - -<p> -Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso -la città del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia -sdrucciolevole, la posta e la stalla. Di qua, di là dalle -due siepi, odorosa nella candida notte, la terra lavorata -coltivava grani e frutti per la città vorace; qualche grillo -innamorato della luna levava il suo canto stridulo, infinitamente -maggiore di sè. -</p> - -<p> -Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un -cerchio ferreo, che martellava. Per lenirsi quel dolore prese -una mano del fratello e se ne fasciò la fronte. -</p> - -<p> -— Soffri? -</p> - -<p> -— Sì, un poco. -</p> - -<p> -Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di -tanti piccoli baci. -</p> - -<p> -— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò. -</p> - -<p> -In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio -aprivano i lor càlici gonfi di primavera. -</p> - -<p> -— Ti senti ancor male? -</p> - -<p> -— Sì, un male dolce... -</p> - -<p> -Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta -nuvola sospesa nel firmamento, la vampa rossa della città. -Sopraggiunsero le prime case, con muraglie bianche di -luna. Ora i grilli eran cento, eran mille, perduti nel fieno -maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, pareva inseguirli -da presso lungo la siepe di biancospino. -</p> - -<p> -D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, -come se un principio di svenimento la soverchiasse. -</p> - -<p> -— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto. -</p> - -<p> -— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri -così? -</p> - -<p> -Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso -tutto bianco. -</p> - -<p> -— Stordita mi sento... non so... -</p> - -<p> -— Vuoi fermarti? Che vuoi fare? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -</p> - -<p> -— Nulla; ora passa... passa... Ti amo... -</p> - -<p> -Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del -grillo si disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. -Ma di fronte apparve il dazio monumentale, maestoso -come un arco di trionfo, sotto il cielo stellato. Le guardie -daziarie, sedute presso il casello, ridevano e fumavano, -ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di -bimbi alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore -ambulante; un divoratore di stoppa infiammata spalancava -davanti agli spettatori attoniti l’enorme sua bocca -fuligginosa. -</p> - -<p> -— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante -pallido. -</p> - -<p> -E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un -mantello di spine la loro carne disperata. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span></p> - -<h2>VIII</h2> -</div> - -<p> -Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora -della colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; -gli aveva scritto più volte senz’averne risposta, era stata -ripetutamente a casa sua, ma senza mai trovarlo. Non poteva -considerare come insolito il fatto che Arrigo la trascurasse; -però egli non s’era mai dimostrato noncurante -a quel segno. -</p> - -<p> -La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli -giunse. Fu il domestico a chiedergli per primo se avesse -già fatta colazione. -</p> - -<p> -Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, -dov’egli sedette con l’aria d’un uomo affranto. -</p> - -<p> -— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a -mo’ di scusa. — Perdonatemi di non essere venuto. -</p> - -<p> -Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della -sua presenza in quella casa; egli n’era divenuto un poco -il padrone, tutti sapevano per qual verso, ed ormai nessuno -più vi badava. Quel giorno la sua faccia era pallida, -concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue mani un po’ -irrequiete. -</p> - -<p> -— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse -cos’altro dire. -</p> - -<p> -Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette -a guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza -e di rassegnazione. Aveva un gran timore di lui -quando lo vedeva giungere a quel modo. Anch’ella era -sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, era venuta -a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. La -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ -logora; il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della -scollatura, aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, -qualche leggerissima ruga le si formava agli angoli -della bocca e presso gli archi de’ sopraccigli. Forse aveva -pianto nella notte insonne; gli occhi le si erano come smorzati -e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno d’angosciosa -dolcezza. -</p> - -<p> -Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni -fiorenti; ma quel signor Arrigo la impacciava -un po’, quando, invece di scherzare con lei come di consueto, -veniva con quella sua faccia da can mastino e la -guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli -d’un uccellaccio notturno. -</p> - -<p> -— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò -Clara finalmente, cercando che le sue parole avesser -un tono scherzoso. -</p> - -<p> -— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò. -</p> - -<p> -E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina: -</p> - -<p> -— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma -la sua faccia era contratta. -</p> - -<p> -— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi -pare invece che lei non stia molto bene. -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina? -</p> - -<p> -— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: -ecco la ragione. Poi mi duole un po’ il capo. -</p> - -<p> -— E non mangia? -</p> - -<p> -— Sì, mangio; ma ho poca fame. -</p> - -<p> -— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe -Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono. -</p> - -<p> -— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa. -</p> - -<p> -— Desiderate un brodo? un’ala di pollo? -</p> - -<p> -— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto. -</p> - -<p> -— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se -n’è rimasta in casa tutti questi giorni, — disse Lela con -una cert’aria di sottinteso e di malizia. -</p> - -<p> -— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente -Clara. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -</p> - -<p> -Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito. -</p> - -<p> -— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo. -</p> - -<p> -— Quello che faccio io non le può interessare: però, -se ci tiene... -</p> - -<p> -— Sicuro. -</p> - -<p> -— Ma sa che è molto brutto lei stamattina! -</p> - -<p> -— Vi pare? -</p> - -<p> -— Proprio! Si curi. -</p> - -<p> -— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la -madre sorridendo. -</p> - -<p> -— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che -mi raccontiate qualcosa. -</p> - -<p> -— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, -dove la mamma non è venuta perchè aveva l’emicrania, -come lei stamattina. Vi sono andata con la Miss. C’era -un piccolo ricevimento di signorine. -</p> - -<p> -— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità. -</p> - -<p> -— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola -affatto. Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso -dire, per esempio, che il suo amico Varni ha preso a -schiaffi l’altra sera un ufficiale, il tenente Maffei, quello -che fa la corte alla contessina Sala, per un litigio durante -una cena... È vero? -</p> - -<p> -— Si, è vero. -</p> - -<p> -— E si son battuti? -</p> - -<p> -— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini -hanno cercato di accomodare la cosa. -</p> - -<p> -— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto. -</p> - -<p> -— Esattissimo. E poi? -</p> - -<p> -— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina -Americana, molto bella, che balla la danza di Salomè a -piedi nudi... — ella narrò senza rossore, con una voce -piena di reticenze. -</p> - -<p> -— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò -la madre severamente. -</p> - -<p> -— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne -ho io? -</p> - -<p> -— Bene; e poi? — fece Arrigo. -</p> - -<p> -— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -fortissima, e che forse Missolungi vincerà il Gran Premio -di domenica. -</p> - -<p> -— Missolungi no; credo piuttosto Arianna. -</p> - -<p> -— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta -quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto -Malespini, suo proprietario, ha sempre la jettatura. -</p> - -<p> -— Può darsi. Andrete alle corse domenica? -</p> - -<p> -— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva -di cinque o sei signorine. -</p> - -<p> -— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara. -</p> - -<p> -— No; sapete bene che mi ci annoio. -</p> - -<p> -— Una volta non era così. -</p> - -<p> -— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con -una certa tristezza. -</p> - -<p> -— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi? -</p> - -<p> -— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo -noi le pettegole! -</p> - -<p> -Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per -un momento scintillò. -</p> - -<p> -— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, -il minore dei due, non quello che fa il letterato, -l’altro, il biondo? -</p> - -<p> -— Sì perchè? -</p> - -<p> -— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è -ubbriaco ne fa e ne dice di tutti i colori? -</p> - -<p> -— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono -più di lui. -</p> - -<p> -— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato -con una mia amica, la Nónaro, pensi!... -</p> - -<p> -— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede -sempre in carrozza con sua madre, dappertutto? -</p> - -<p> -— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non -sa pronunziare l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar -francese... noti, con una pronunzia deplorevole... Sì, -quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in casa De Vincenzi -non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale, ma -tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, -a tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi -piano e nascondersi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -</p> - -<p> -— Se è vero, gli farò i miei augurii. -</p> - -<p> -— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un -bel giovane, ma un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi -che schifo avere un marito il quale sappia sempre di vino -o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai? -</p> - -<p> -— Molto di rado, signorina... -</p> - -<p> -— Meno male! Ah, un’altra cosa... -</p> - -<p> -— Sentiamo. -</p> - -<p> -— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi -sgrida! — ella esclamò, guardando la madre con una occhiata -piena di civetteria. -</p> - -<p> -Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse: -</p> - -<p> -— Facciamo conto che la mamma non ci sia. -</p> - -<p> -— No, no... -</p> - -<p> -— Coraggio! -</p> - -<p> -— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina? -</p> - -<p> -— Di vista. -</p> - -<p> -— Lela!... — rimproverò la madre. -</p> - -<p> -— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato -il suo barone ed è scappata con un maestro di scherma. -</p> - -<p> -Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza -li divertiva; il domestico nascose la faccia nel vano del -saliscendi per dissimulare una risata. -</p> - -<p> -— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte -belle cose nei ricevimenti di signorine. -</p> - -<p> -— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello -che non le dico: il più bello... -</p> - -<p> -— Sentiamo, sentiamo! -</p> - -<p> -— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche -mie ne sanno più... più di lei! -</p> - -<p> -— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio. -</p> - -<p> -— Peuh... peuh! -</p> - -<p> -— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche -sul conto mio? -</p> - -<p> -— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città -non succede cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera -al mattino, senza che noi lo si sappia. Chissà per qual -verso, e però tutto arriva. Per esempio, — questo è un -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -altro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella -tanto carina? -</p> - -<p> -Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una -sottile angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano -all’intorno, si sentì a suo malgrado una leggera vampa -salire al viso. Egli era sotto lo sguardo vigile dell’amante, -e non seppe come dissimulare il proprio turbamento. -</p> - -<p> -L’altra continuava: -</p> - -<p> -— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento -con esattezza. Ma lei perchè non me ne ha mai parlato? -</p> - -<p> -— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli -spiegò, riafferrando la padronanza dei -propri nervi. -</p> - -<p> -— Quanti anni ha? -</p> - -<p> -— Venti e mezzo. -</p> - -<p> -— Non frequenta nessuna società? -</p> - -<p> -— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale. -</p> - -<p> -— Come si chiama? -</p> - -<p> -— Anna Laura, ma la si chiama Loretta. -</p> - -<p> -— È bionda, vero? -</p> - -<p> -— Sì, bionda. -</p> - -<p> -— Alta? -</p> - -<p> -— Un poco più di voi. -</p> - -<p> -— Mi piacerebbe vederla. -</p> - -<p> -— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere. -</p> - -<p> -La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire -la signorina che si preparasse alla sua lezione di pianoforte; -il professore verrebbe a momenti. Lela, con quella -istintiva indulgenza delle fanciulle verso le colpe materne, -comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò l’uno -e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò. -</p> - -<p> -Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella -prima inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun -tempo. Il caffè ancor tepido fumava lievemente nelle tazze -minuscole. Ella congiunse le sue mani lunghe, un po’ -scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette a guardarlo senza -dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima silenziosa. -Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava -con la miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -</p> - -<p> -— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò -finalmente Clara, con una voce timida. -</p> - -<p> -— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò -senza levare gli occhi. -</p> - -<p> -— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire. -</p> - -<p> -— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò -nervosamente. -</p> - -<p> -— Cosa ti ho fatto? -</p> - -<p> -— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli -divenendo aspro. -</p> - -<p> -Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque -a lungo. Poi osservò: -</p> - -<p> -— Potevi almeno scrivermi una parola. -</p> - -<p> -— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire -io stesso; ma ero così nervoso, così terribilmente nervoso... -</p> - -<p> -— Cos’è accaduto? -</p> - -<p> -— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla. -</p> - -<p> -Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia -di seta il suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e -con un atto dolce, che solo hanno le antiche dolorose -amanti, gli carezzò i capelli. -</p> - -<p> -— Sei triste? -</p> - -<p> -Egli non rispose. -</p> - -<p> -— Sei malato? -</p> - -<p> -Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo -fino al gomito fuor della manica larga, e lo baciò. -</p> - -<p> -Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle -stanze intime che la signora d’una casa adorna con amore -con leggiadria, perchè somiglino a lei stessa; e rimasero -in piedi, vicini, perplessi, come se ubbidissero entrambi -ad una specie d’esitazione. -</p> - -<p> -Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo, -scintillavan nella penombra; un buon odore di -mughetti freschi empiva la stanza. -</p> - -<p> -Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. -Dalla tenda pertugiava un vapor di sole color d’ambra. -</p> - -<p> -— Che hai dunque? — domandò con paura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -</p> - -<p> -— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza -guardarla. -</p> - -<p> -— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, -restò a fissarsi la punta della scarpina, che si agitava fuor -dalla balza della vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò -dalle ciglia per il viso bianco. -</p> - -<p> -— Stanotte? — gli domandò. -</p> - -<p> -— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli -spiegò sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da -entrambe le parti, angosciosa. -</p> - -<p> -— Molto? -</p> - -<p> -— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho -più nulla e devo ancora. -</p> - -<p> -— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi -avevi giurato... -</p> - -<p> -— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu -sapessi!... -</p> - -<p> -In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava -il suo viso. -</p> - -<p> -— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico -nulla. -</p> - -<p> -Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella -era quasi povera: s’era impoverita per lui. -</p> - -<p> -— Quanto devi? — domandò. -</p> - -<p> -— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le -parole aspramente come se gli ardessero la bocca. — Ne -ho pagate settantamila in tre giorni, ne devo quindici -ancora. -</p> - -<p> -Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un -gesto pieno di sconsolatezza, e disse fievolmente: -</p> - -<p> -— Sai bene che non posso più... -</p> - -<p> -— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, -scrollando le spalle. -</p> - -<p> -Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico -riso gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una -poltrona profonda, piegando il mento sul petto. -</p> - -<p> -— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi -le dita fra i capelli, premendosi forte le tempie -come per contenerne i battiti. Poi camminò verso di lui -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -quasi macchinalmente, s’inginocchiò sul tappeto come se -vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le ginocchia ruppe -in lacrime. -</p> - -<p> -Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse -il labbro, come per inghiottir qualcosa d’amaro che gli -salisse alla gola, e con una voce soffocata le disse appena: -</p> - -<p> -— Via, non piangere... -</p> - -<p> -Ma ella singhiozzava più forte. -</p> - -<p> -— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta -la fronte. -</p> - -<p> -Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo -e nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel -piangere lo baciava. -</p> - -<p> -Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le -note del cembalo, durante la lezione di Lela. -</p> - -<p> -Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, -dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, -come un amore che non dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; -la mano del maestro correggeva un accordo, rifaceva -una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela tornava -da capo. -</p> - -<p> -— Clara, non piangere... -</p> - -<p> -Fra le lacrime aveva già un sorriso. -</p> - -<p> -— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho -perduta la testa. Non so... forse mi volevo stordire. -Di cosa? Non ti saprei dire. Tre notti, quattro notti, senza -quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, perdo senza rimedio, -perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola poche ore -fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, -se non pago è la rovina. -</p> - -<p> -— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare. -</p> - -<p> -Lo carezzava, piano, come una madre. -</p> - -<p> -— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso -di scoramento. -</p> - -<p> -— Taci, non dire così. -</p> - -<p> -— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. -E tutti rideranno quando finalmente vi cadrò. -</p> - -<p> -— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire -queste cose. A tutto si rimedia. Io... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -</p> - -<p> -— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me. -</p> - -<p> -Ella trasse un profondo sospiro: -</p> - -<p> -— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi -ancora un po’ di bene!... -</p> - -<p> -— Te ne voglio, Clara, lo sai... -</p> - -<p> -— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una -rinunzia inconsolabile. -</p> - -<p> -— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu -sapessi quanto mi ha fatto bene venire qui. Ero come un -pazzo. Ma non piangere, via, non piangere! -</p> - -<p> -Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; -ma più li tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli -la baciò su la bocca, su gli occhi, su la fronte. Quella -bontà e quel dolore lo vincevano insieme, senza simulazione. -Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra i suoi capelli -folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe dita -sottili vi entravan come un pettine. -</p> - -<p> -— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. -Ma vedendo ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, -non sei stato tu: siamo stati un po’ noi, tutt’e due insieme... -Bisognerà mettere un sesto a tutte queste cose. Ho -molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti aiutarmi. -</p> - -<p> -— Sì, Clara, vi penseremo. -</p> - -<p> -— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello... -</p> - -<p> -— Non voglio, non voglio, Clara! -</p> - -<p> -Con una carezza ella gli impose di tacere. -</p> - -<p> -— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... -lo renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè -Lela non ci deve perder nulla, è vero? Ma anche tu non -devi soffrire. Io non posso vederti così. Va presto, va e -ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche ora. Io -telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una scenata... -ma non importa. -</p> - -<p> -— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso -più accettare! — egli esclamava con sincera veemenza. — Sono -venuto da te perchè mi sentivo solo e perduto... ma -non voglio rovinarti ancora. Potrò forse trovare altrove -quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno. -</p> - -<p> -Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia -deboli, sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<p> -— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; -vedi come sei stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. -Non pensarvi più. -</p> - -<p> -— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, -un poco tremando. E con un atto di vera ribellione contro -se stesso: -</p> - -<p> -— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò. -</p> - -<p> -— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va -e dormi. Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti -io, se vuoi... — Fece una pausa, le si gonfiaron un -po’ le vene del collo, gli occhi le brillarono; — Vuoi?... -</p> - -<p> -Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta -Lora... Una terribile ombra gli si addensò nella fronte. -</p> - -<p> -— Vuoi?... — fece ancora l’amante. -</p> - -<p> -— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la -guardò. -</p> - -<p> -Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, -dolce ma inguaribile, come un dolore che non -abbia fine, come un amore che non dia pace. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span></p> - -<h2>IX</h2> -</div> - -<p> -Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. -Un ippodromo sfavillante attendeva la maggior prova -dell’anno. Il prato, invaso da una moltitudine tumultuosa -come un mare, spariva sotto l’ondeggiare degli ombrellini -aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella vampa del -sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila le -vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava -e si agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie -vampanti gli scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla -d’una borsa gonfia di denaro, e dall’alto scanno dominavano -la folla come forsennati arringatori. -</p> - -<p> -Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi -alveari umani, gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; -maraviglia di colori tra il verdeggiare degli alberi, sotto -il limpidissimo cielo. -</p> - -<p> -Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere -l’ippodromo: gente latina, memore de’ suoi circhi romani, -applauditrice d’aurighi, amatrice di competizioni, partigiana -d’un colore. Dalla tribuna reale assisteva un Principe con la -sua corte; intorno a lui, dame e gentiluomini occupavano -le gradinate. Tra le rose rampicanti, che assalivano le -ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli di -belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera -nel viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa -può raccogliere insieme. -</p> - -<p> -Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi -frettoloso di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -l’abito grigio a lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale -a tracolla, radunati in crocchio a discutere animatamente; -bellimbusti e Mammagnúccoli, veri signori -della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda -inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da -mattina; giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, -al séguito d’una o di più nobildonne, dispensando -sorrisi, avanzando i loro pronostici raccogliticci, -offrendo di giocare in società; giovinottini di primo pelo, -incerti ancora se scegliere a modello della propria vita -Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in -giro a saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, -con la tessera di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo -enorme, e certe pose ancor dubbie fra il «dandy» -e l’allenatore; vecchi scapoli, dai calzoni a quadrettini -bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la tuba d’altri -tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un -po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, -quando non c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si -contavano a decine i tiri a quattro, i tiri a sei... -</p> - -<p> -Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo -tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, -contano denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori -o cavano l’oroscopo della corsa dopo averne escogitate -tutte le possibilità. Proprietari di scuderia che si -dànno un gran da fare; poi si lascian carpire qualche misteriosa -informazione da qualche bella signora, passeggiano -con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e -irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare -il muso del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. -Fantini amenissimi nella loro piccolezza, nutriti di carni -sanguigne, arsi dal wisky, cinti già dei loro colori, con -un soprabito cortissimo color nocciuola, simili un poco ai -pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e dipinti, -s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di -sigaro, fra un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno -far ridere. -</p> - -<p> -Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in -ogni altra occasione per innamorare una ragazza ricca o -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -debellare una bellezza restìa; negozianti arricchiti, venuti -con lucidi equipaggi, studiosi d’accedere per mezzo di lente -insidie ai chiusi olimpi mondani; cortigiane un po’ sciupate -dalla notte di vigilia del Gran Premio, notte in genere assai -clamorosa ed irrigata di Sciampagna; cortigianelle di -minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che han -rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate -un ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità -chi non vorrebbe affatto ricordarsi d’averle per -caso conosciute una sera. Cortigiane libere, venute sole, -con una certa spigliatezza di «sportswoman», in abito di -taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed -una matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne -di ricchi gioielli che portano con semplicità, noncuranti -di sciuparsi l’abito, passano e ripassano come palafrenieri -tra i cavalli sellati, giocano pacchi di biglietti, commentano -le partenze, salgono in piedi su le seggiole per seguire -la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, sanno -gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la -strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano -i crocchi di signore con una certa millanteria, contente -d’avere in comune con esse la medesima sarta e le stesse -avventure d’amore. -</p> - -<p> -Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne -fanno le spese: i cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere -puri sangue, cioè d’aver perduto a poco a poco, in -una lenta evoluzione, tutto quello che li faceva somigliare -ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor sottile -carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati -sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, -una piccola scimmia curva e leggera. -</p> - -<p> -Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava -insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola -cosa, domandandogli un’infinità di spiegazioni. Arrigo le -aveva scelto un abito ch’era un piccolo capolavoro di -grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, quel colore -che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la -luce d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe -rose, nell’aprirsi, fra il giallo della rosa tea e l’incarnato -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -della rosa di Francia; un colore che somigliava a lei, poich’era -voluttuoso, morbido e leggero. -</p> - -<p> -Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, -con l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, -dall’altro ripiegata spavaldamente alla carabiniera; portava -un ombrellino alto di manico, intonato con il colore -dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori la sua -personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di -naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, -che fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava -di qua, di là curiosamente; tutto la interessava, -ogni cosa le piaceva. -</p> - -<p> -Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di -quegli svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata -con una certa insolenza. La bottega paterna era già così -lontana da lei e dalla sua immaginazione, che le pareva -di non esserne mai stata prigioniera. Per un istinto femineo, -svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne eleganti -nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva -molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di -possedere nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un -valore inestimabile. -</p> - -<p> -Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; -e ciò le stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi -capelli sul lato che rimaneva scoperto per la rovesciatura -dell’ala, e così parevano più voluminosi ancora. -</p> - -<p> -Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, -quasi un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè -la sua bellezza insidiosamente lo pungeva, come una -rosa dallo stelo irto di spine. -</p> - -<p> -Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta -si velava di suoni torbidi nel parlare a lui, con lo -sguardo lieve de’ suoi occhi ridenti, che avevan di continuo -sotto le ciglia un fuoco nascosto; con la forma del suo -corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, troppo -desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini. -</p> - -<p> -Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, -vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, -e dietro le sue spalle ne parlassero, piano, ma -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -continuamente. Una specie di oscura gelosia cominciava a -nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava talvolta -gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante -sospettoso. -</p> - -<p> -Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa -nascosta, in una terra lontana, e là, forse, osare... osare -quel grande inconsumabile peccato. -</p> - -<p> -— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli? -</p> - -<p> -— Non vedi? Partono laggiù. -</p> - -<p> -Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. -Egli additò verso il fondo della dirittura i nastri -abbassati, là dove il giudice di partenza ordinava i competitori. -</p> - -<p> -— Come si chiama il nostro cavallo? -</p> - -<p> -— Dómino. -</p> - -<p> -— Lo abbiamo vincente o piazzato? -</p> - -<p> -— Uno e l’altro. -</p> - -<p> -— Che colori porta? -</p> - -<p> -— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo -steccato. -</p> - -<p> -— Dammi il canocchiale. -</p> - -<p> -Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo -braccio. -</p> - -<p> -— Non vuol star fermo, — disse. -</p> - -<p> -— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no... -</p> - -<p> -— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino -è davanti! -</p> - -<p> -— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare. -</p> - -<p> -Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un -rimbombo veloce; alla curva si piegarono come un sol -corpo su lo steccato. -</p> - -<p> -— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante. -</p> - -<p> -— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui -è ottima. -</p> - -<p> -Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, -un po’ di bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. -Comparvero lontani, all’ultima curva, già distanziati l’un -dall’altro, e bassi, appiattiti sul terreno, fra un saettar di -scudisci, sbucarono in dirittura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -</p> - -<p> -— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta. -</p> - -<p> -— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece -Arrigo, attento al canocchiale. -</p> - -<p> -Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, -qualche nome indistinto: -</p> - -<p> -— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!.... -</p> - -<p> -— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente -il braccio del fratello. -</p> - -<p> -Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla -pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo -per cui parteggiava. -</p> - -<p> -— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido. -</p> - -<p> -— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto. -</p> - -<p> -A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata -in giubba verde, era scattata fuori, per una corta incollatura, -e vinceva. -</p> - -<p> -— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. -E nell’aria oscillò quella specie di pausa che -segue le prolungate concitazioni, come avvien nel mare dopo -l’ondata. -</p> - -<p> -— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora? -</p> - -<p> -— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo -di vincere. -</p> - -<p> -— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo -un po’ rabbuiato. -</p> - -<p> -— Bah! sono sciocchezze! Andiamo. -</p> - -<p> -Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a -viso con Rafa. Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero -perplessi. -</p> - -<p> -— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente. -</p> - -<p> -— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, -levandosi il cappello con un saluto cerimonioso. -Loretta, ch’era più padrona di sè, gli mandò un rapido -sorriso. Arrigo fece atto di proseguir oltre, ma Rafa, superata -la prima confusione, mostrò di non volerli abbandonare. -Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior -espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta -dallo stesso fratello, e ne spiava l’occasione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -</p> - -<p> -— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò. -</p> - -<p> -Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, -ed impediva il passaggio. -</p> - -<p> -— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo -farne a meno. -</p> - -<p> -— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico. -</p> - -<p> -— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio -coprirmi sul cavallo francese. -</p> - -<p> -— Quale? Fontenay? -</p> - -<p> -— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto -i galoppi. -</p> - -<p> -Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta -nel cespo di rose che s’arrampicava su le colonne della -tribuna. Disegnava qualche arabesco nella ghiaia con la -punta dell’ombrellino ed ascoltava i discorsi dei due con -un’aria indifferente. -</p> - -<p> -— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella -fece d’un tratto, levando il viso, con l’aria più naturale -del mondo. -</p> - -<p> -— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, -con voce titubante, arrossendo un poco. -</p> - -<p> -Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente. -</p> - -<p> -— Volentieri, — disse. E fece la presentazione: -</p> - -<p> -— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura. -</p> - -<p> -Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore -tranquillità; egli s’inchinò profondamente, per nascondere -la commozione che lo turbava. -</p> - -<p> -In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido -e minaccioso. -</p> - -<p> -— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza. -</p> - -<p> -— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò -Rafa, che intanto le si era messo a lato. -</p> - -<p> -— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso -dire che questo cavallo possa vincere. -</p> - -<p> -— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo -favore; sopra tutto il peso — affermò il Giuliani. -</p> - -<p> -— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà -finito a mezzo il percorso. -</p> - -<p> -— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò -Rafa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -</p> - -<p> -— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. -Questa corsa è fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy -Boy. Li vedo arrivare in quest’ordine. -</p> - -<p> -— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete -spesso il rovescio di quello che poi accade. -</p> - -<p> -— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito? -</p> - -<p> -— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome -che mi piace di più, e, se guadagno, mi pagan molto. -</p> - -<p> -— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa -scegli allora? -</p> - -<p> -— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon. -</p> - -<p> -— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon. -</p> - -<p> -— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo. -</p> - -<p> -— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota. -</p> - -<p> -Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca -due biglietti da cento e li tese al «bookmaker». -</p> - -<p> -— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere -alcuni amici ch’erano intorno. -</p> - -<p> -— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose -lo scommettitore, firmando la tessera. -</p> - -<p> -E urlava: -</p> - -<p> -— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro -Bloomy Boy!.... -</p> - -<p> -— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre -giorni fa lo davano a cinque. -</p> - -<p> -— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato -a mezzo... — annunziava lo scommettitore. -</p> - -<p> -Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da -cinquecento in mano, e domandò piano allo scommettitore: -</p> - -<p> -— Bloomy pari piazzato? -</p> - -<p> -— Non posso. -</p> - -<p> -— Via!... cinquecento lire.... -</p> - -<p> -— Vanno! -</p> - -<p> -Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva -profittato per dirle: -</p> - -<p> -— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo -più... Cosa mai succede? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -</p> - -<p> -— Silenzio, silenzio, per carità! -</p> - -<p> -— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, -non mi scrivete.... -</p> - -<p> -— Per l’amore di Dio, Rafa... -</p> - -<p> -— Promettimi almeno che scriverai. -</p> - -<p> -— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse -forte: — Sarebbe una bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon! -</p> - -<p> -— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò -amorosamente, piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce -le disse: — Come sei bella! -</p> - -<p> -— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo -l’ombrellino a terra con súbita irritazione. -</p> - -<p> -Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il -fratello tornava. -</p> - -<p> -— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta. -</p> - -<p> -— Bloomy Boy piazzato. -</p> - -<p> -— E Gabriel? -</p> - -<p> -— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti -pare? -</p> - -<p> -— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, -intimidita di quel tono aspro. -</p> - -<p> -— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi -arriva, tanto peggio per me! -</p> - -<p> -— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose -Rafa. -</p> - -<p> -— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo. -</p> - -<p> -— Sì, volentieri: ho sete. -</p> - -<p> -— E allora beviamo. -</p> - -<p> -Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando -appoggiò la mano sovra il suo braccio, lo strinse -furtivamente. -</p> - -<p> -— Che hai? — gli domandò sottovoce. -</p> - -<p> -Egli scrollò il capo senza rispondere. -</p> - -<p> -Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che -nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla -irrequieta e mutevole. -</p> - -<p> -Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un -color di piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -oscurando il sole. Simili a grosse nari cariche, avanzavano -su per il cielo da più lati e cozzavano insieme, inglobandosi; -oppure il vento li divideva, li strappava a -fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi dell’ippodromo -cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che -come le mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava -tutta insieme a quella paura sorridente che dà, sotto il -cielo scoperto, l’imminenza d’un temporale. -</p> - -<p> -Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle -signore, minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece -volare in aria qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa -argentine delle investite squillare sopra il fragore della -moltitudine. -</p> - -<p> -— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala -della bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno. -</p> - -<p> -— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco. -</p> - -<p> -— Come siete venuti alle corse? -</p> - -<p> -— Col mio tilburi. -</p> - -<p> -— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può -chiudere. Se volete profittarne.... -</p> - -<p> -— Grazie, grazie; forse non pioverà. -</p> - -<p> -Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; -il vento infuriava negli alberi antichi. -</p> - -<p> -In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, -ch’era mesciuto con una scodella da un gran -vassoio, nel quale raggelava, misto a neve e spicchi di -frutte. -</p> - -<p> -— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse -Loretta. -</p> - -<p> -— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina? -</p> - -<p> -— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai -di rado. -</p> - -<p> -— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua. -</p> - -<p> -Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, -sorbendo con lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e -l’altro, mentr’erano così vicini, Loretta li osservava. -</p> - -<p> -Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una -persona meglio costrutta, e più agile, pur essendo più forte. -Il viso di Rafa, sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -parrucchieri e la moda riducono a parer quasi gli stessi, -contrastava e impallidiva davanti alla vivace bellezza di -Arrigo. Ella osservava il viso del fratello, intento a leggere: -i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato, accentuavano -la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi -nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere -freddo come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura -compatta, morbida, per cui solcava un’onda -lucentissima, il colorito sano, quell’espressione ch’egli -aveva insieme di virilità e di baldanza, erano in singolare -contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro, con i -suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo -ubbidienti al pettine. -</p> - -<p> -Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) -in tutta la persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno -precisi, nelle sue membra meno belle, v’era una delicatezza -che all’altro mancava, un segno di antica signorilità, -che il figlio dell’occhialaio aveva malamente potuto imitare. -Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si sentiva -attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il -suo corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la -forza imperiosa del maschio. -</p> - -<p> -— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse -Arrigo. -</p> - -<p> -— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò -Rafa cortesemente. -</p> - -<p> -— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite. -</p> - -<p> -— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato. -</p> - -<p> -Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran -stento trovaron posto in una delle prime gradinate. -</p> - -<p> -Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto -era una zona di sole. Il prato, spesso di gente come un -immenso mercato, brulicante come un formicaio, ondeggiava -di teste umane, levava un grande frastuono di voci -confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano grappoli -di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo -bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi -sui cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -i cavalli pazienti agitavan le code con un movimento -ritmico, per liberarsi dalle mosche importune. -</p> - -<p> -Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo -percorse la folla, si vide gente accorrere da ogni parte. -Le tribune, come immense finestre spalancate, riboccarono -di spettatori; gli steccati ed i cancelli parvero piegare sotto -il peso delle persone che vi poggiavan contro. -</p> - -<p> -Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore -di nuvole, accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. -I due giudici di partenza usciron nella pista, ed a -galoppo la risalirono per recarsi verso il mezzo della dirittura. -Un’altra campana squillò, ed i cavalli entraron in -campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata. -</p> - -<p> -Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, -quasi consci della solenne prova che stavano per -disputarsi; alcuni mansueti alla mano che li frenava, altri -impazienti, con le belle code al vento, il collo inarcato, -l’occhio irrequieto, già bianchi di schiuma. I fantini impassibili -parevano annoiarsi mortalmente di quella passeggiata. -</p> - -<p> -In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata -della velocità, curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, -in quegli occhi sempre attenti ad una meta, non era possibile -indovinare un turbamento qualsiasi. Erano la piccola -macchina umana, fragile e pur forte, su quel fascio di -muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa -che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; -e tuttavia non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, -che in una furia disperata di rivalità, per un più lungo -respiro, stupendamente vinceva. -</p> - -<p> -Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine. -</p> - -<p> -— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco -della sua compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo -è Moloch, veloce ma senza fondo; il terzo è Fontenay, -il quarto Gabriel. Un bel cavallo, il più bello di tutti. La -sesta è Samaritana, una bestia generosissima; può fare una -sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello -che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco -Bloomy Boy; lo monta Symson, il miglior fantino che sia -oggi in Italia. Ecco, vedi Arianna: è l’ultima. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -</p> - -<p> -Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità -anteriori, leggiadrissima e capricciosa in ogni sua -movenza, che saltellando s’arrabbiava con l’imboccatura e -con la mano di chi la conduceva. Nei salti, la criniera le -si sfioccava sul collo arcato, come una capigliatura di donna -bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere a tracolla, -incrociate. -</p> - -<p> -— È piccina, — disse Loretta. -</p> - -<p> -— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla -piccola; poi non vedi com’è fatta? -</p> - -<p> -— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa. -</p> - -<p> -— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a -pallottole rosse. -</p> - -<p> -— Quel nero? — domandò Loretta? -</p> - -<p> -— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo. -</p> - -<p> -— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta. -</p> - -<p> -— Per le vetture di piazza... non c’è male! -</p> - -<p> -— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho -tutta la mia fiducia in lui. -</p> - -<p> -Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno -si mettevano di galoppo per recarsi al palo di partenza. -La folla del prato man mano acclamava i suoi favoriti. -Quando Gabriel prese il galoppo, fu un clamore d’invidiosa -ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga -molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente -il più forte. -</p> - -<p> -— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo. -</p> - -<p> -— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè -Loretta. -</p> - -<p> -— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo -e caparbio. -</p> - -<p> -Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita -dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando -applausi d’ammirazione. -</p> - -<p> -Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan -di svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron -insieme, di scatto, fra uno scroscio d’applausi. -</p> - -<p> -— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò -Arrigo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -</p> - -<p> -— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi -va molto bene. -</p> - -<p> -— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli -interlocutori anonimi che si trovano sempre in mezzo -alla folla. -</p> - -<p> -— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico. -</p> - -<p> -— Ma certo! -</p> - -<p> -— Lo ha giocato? -</p> - -<p> -— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore. -</p> - -<p> -— Auguri allora! -</p> - -<p> -E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i -nastri di partenza. -</p> - -<p> -— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta -male. -</p> - -<p> -— Chi? -</p> - -<p> -— Arianna. -</p> - -<p> -Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso -i cavalli partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. -Ma ella, dopo avergli fatto qualche segno perchè smettesse, -deliberatamente gli volse le spalle, e, poggiatasi -contro il fratello, si sporse in fuori onde scorgere i cavalli. -</p> - -<p> -— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, -hanno strappato i nastri. Partenza falsa. Peccato! -Arianna partiva bene. -</p> - -<p> -— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, -senza scanno, schiacciato tra la folla, non poteva -puntare il suo binoccolo. -</p> - -<p> -— Missolungi anche, — rispose Arrigo. -</p> - -<p> -La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da -più parti un grido: Sono partiti! E il campanello squillò. -</p> - -<p> -— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli -si era poggiata sul braccio e guardava sopra la sua spalla. -</p> - -<p> -Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi -frumenti si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò -tutto il campo. Veniva, davanti al manipolo volante, per -la terra sonora, un rombo sordo. -</p> - -<p> -Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con -Missolungi in testa e Samaritana poi, i due francesi su -l’ala, Arianna allo steccato, Bloomy Boy in coda. Passarono -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -in quest’ordine alle tribune, senza che nessuno cedesse -d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò -tre posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. -Nel prato la gente correva inseguendo i cavalli; nelle tribune -era un gesticolar confuso, un vociare altissimo. Missolungi -era sempre in testa e galloppava con lena. Questo -nome già empiva l’aria. -</p> - -<p> -— Dov’è Arianna? — domandò Loretta. -</p> - -<p> -— È quinta; ma va bene. -</p> - -<p> -— Come la vedi? -</p> - -<p> -— La vedo; sta zitta. -</p> - -<p> -Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; -Bloomy Boy, che dalla coda era passato nel gruppo di -testa, non stava più che poche lunghezze dietro Gabriel. -Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza perdere -nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, -nel fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per -prima, con quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine -che parean confuse in una, mentre Samaritana stava già -per cedere. Bloomy Boy aveva sorpassato Arianna, ma i tre -primi, nella curva, li avevan un poco distanziati tutt’e due. -</p> - -<p> -— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante -perchè vedeva i due francesi prevalere. -</p> - -<p> -Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la -testa. -</p> - -<p> -— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare -dall’ultima curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel! -</p> - -<p> -— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, -incapace di estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie -di muraglia umana. -</p> - -<p> -Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in -testa nettamente, Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e -Versilia di paro. Si vide Versilia, sotto una tempesta di -scudisciate, buttarsi avanti, pareggiare Bloomy Boy, minacciare -il vincente. Fu un urlo discorde, assordante, di -due partiti che si combattevano: -</p> - -<p> -— Gabriel! Versilia! Versilia!.... -</p> - -<p> -C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori. -</p> - -<p> -Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -pareva ormai incapace di contendere la vittoria al più -robusto francese, benchè assillata dagli urli de’ suoi partigiani, -quando si vide Arianna, su cui nessuno più contava, -con una volata magnifica saettar fuori dal gruppo, -e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino, assalire -i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. -La folla, che improvvisamente cambia idoli, negli -ippodromi come nelle piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! -Arianna!.... -</p> - -<p> -— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, -al fratello che sentiva leggermente tremare. -</p> - -<p> -Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la -generosa bestia sfinita. -</p> - -<p> -Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, -credeva per sè la vittoria e quell’uscita era stata -così fulminea che s’era lasciato avvicinare alla sprovvista. -I due fantini battevano, battevano a forza di braccia, di -pugni, di sprone, per quel centimetro che li avrebbe fatti -vincere. -</p> - -<p> -Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava -ora con il muso al ventre di Gabriel, alla sua spalla, al -suo collo... era quasi con lui. -</p> - -<p> -La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. -Non erano più due cavalli, ma due razze, due paesi, due -patrie in gara. Tutto il cielo era ingombro di questo -nome d’Arianna, che in quel momento suonava come il -nome d’Italia. -</p> - -<p> -Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, -nobile come un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva -lottare disperatamente per quell’ultimo palmo di terreno. -</p> - -<p> -Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la -spinta di quelle centomila anime protese verso di lei, fu -la volontà tremenda, immensa, fisica, della moltitudine, -che le fece fare nell’ultimo metro il salto più lungo, che -le fece avere nell’estrema tensione il più lungo respiro, -e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, -col suo piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, -Arianna passò. -</p> - -<p> -Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre, -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -ballare, invadere la pista, scender giù dalle tribune -a precipizio, battendo le mani, gridando. -</p> - -<p> -Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo. -</p> - -<p> -E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava -un’età definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, -passava in mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel -palmo la bocca umida, il naso grondante, e rispondeva -con un semplice: «All right!» al suo rosso allenatore, -che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo -la bella saura balzana. -</p> - -<p> -Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi -fragili, rigati di sangue; il sudore le gocciolava dal ventre -come se le avessero buttato un secchio d’acqua su le reni; -le froge fumanti parevano fiatar sangue e tutta le sue -vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma, -quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la -piccola testa nervosa, allungava il muso candido, guardando -la folla co’ suoi grandi occhi di gazzella cerchiati -di nero. -</p> - -<p> -Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto -Missolungi. -</p> - -<p> -Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si -rallegrava della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di -lire, e domandava ad Arrigo senza tregua: -</p> - -<p> -— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a -veder scendere i fantini per passare il controllo della bilancia. -</p> - -<p> -Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella -lor natura di piccoli borghesi, tanto lei come il fratello -non sapevan nascondere il piacere che ad essi proveniva -dal denaro vinto. E Loretta molestava Rafa: -</p> - -<p> -— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon? -</p> - -<p> -— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o -l’altra le farò veder io quel che si vince scommettendo -su gli sfavoriti! -</p> - -<p> -— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, -spero che l’avrà giuocato per l’ultima volta! -Già, com’è possibile dare un nome simile ad un cavallo -da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo chiamerei.... -</p> - -<p> -— Come lo chiamerebbe, sentiamo? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<p> -— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto -non ne ho. -</p> - -<p> -— Bene, ci pensi. -</p> - -<p> -— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo -chiamerei Rafa!.... -</p> - -<p> -Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero -come atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella -con uno sguardo veloce. -</p> - -<p> -Ella non seppe come nascondere la sua confusione. -Poichè, infatti non avrebbe dovuto nè potuto sapere che il -conte Raffaele Giuliani da’ suoi amici era chiamato Rafa. -</p> - -<p> -Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa. -</p> - -<p> -— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò -con naturalezza. — Forse che per caso t’ho chiamato io -così? — soggiunse, rivolto al Giuliani. -</p> - -<p> -— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, -e questo mi ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella -rispose, cavandosi d’impaccio con una squisita -impertinenza. -</p> - -<p> -— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi -chiami pur Rafa, se vuole... Questo la divertirà! -</p> - -<p> -Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di -corda intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a -mano dal suo palafreniere. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span></p> - -<h2>X</h2> -</div> - -<p> -Ella incontrò Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il -Giuliani aveva talmente insistito per rivederla, ch’ella, temendo -qualche sua temerità, non seppe rifiutargli un altro -appuntamento. Arrigo non le parlava più di lui, anzi pareva -che volesse ad ogni costo evitare questo penoso discorso. -Ella indovinava l’oscura gelosia del fratello, ma, -per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare -in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, -che aveva costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, -era stata invece per lei un godimento sottile. Ora -la piaceva sentirsi avviluppata e contesa fra il desiderio -di due uomini, e ciò sopra tutto le piaceva, perchè nella -dura gelosia d’Arrigo vedeva più palese il suo violento -amore. Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, -l’altro il pericolo: due sensazioni che raramente vanno -disgiunte. Al ritorno dall’ippodromo Arrigo non le aveva -mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la benchè -minima parola intorno all’accaduto; s’era fatto solamente -un po’ scontroso, un po’ aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, -non osò parlarne con lui. -</p> - -<p> -Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la -sua malcerta situazione con Rafa. Ora che una passione -struggente l’aveva tutta pervasa, continuar quel gioco le -pareva inutile, più che inutile, sommamente dannoso. E -tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella sua mente -calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta senz’averne -conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -dietro le spalle una porta equivoca senz’aver prima guardato -al di là. -</p> - -<p> -Ora non pensava più di darsi a Rafa, nè per poco nè -per molto denaro. Quelle speciose teorie, que’ gravi discorsi, -che lì appunto, in quel giardino, gli aveva sciorinati -con amabile serietà, quasi per dilettarsi nel recitare -una commedia, si erano a poco a poco infiltrati nel suo -cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile -verità. Ma invece, quello che un giorno era stato appena -un sogno, un di que’ sogni assurdi che non giungon -nemmeno ad invogliare la nostra tentazione, tanto ci sembrano -lontani da noi, ora, che la sua fiducia in sè stessa -era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva più facile, -quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilità -remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. -Ella chiudeva in sè un torbido amore, ma sapeva che -questo amore non sarebbe la sua vita; sapeva che questa -sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre nascondersi, -vivere così profondamente rifugiata nel suo -spirito, che mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il -suo palpito. Ma, insieme, c’era tutta una vita da vivere, -tutta una conquista da tentare senza esitazione, fosse pure -a prezzo di qualsiasi frode. E in verità poteva darsi che -quel buono, quell’innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno -a commettere la più grande pazzia per lei, nè potendo -altrimenti averla si lasciasse trascinare fino ad offrirle il -matrimonio. Chissà mai? Ben altre, da una condizione minore -della sua, eran salite più in alto ancora. O, se questo -pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con Rafa -quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser -quasi scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, -nei vincoli d’un amore insoddisfatto, perchè, se caso -mai ella s’avesse a pentire della propria risoluzione, potesse -in ogni tempo ritrovarlo qual era: un uomo capace -di gettare a’ suoi piedi tutto quanto può sedurre un desiderio -femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente. -Voleva insomma non perderlo per sempre, -ma fargli tuttavia comprendere quanto vana era l’insistenza -de’ suoi tentativi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -</p> - -<p> -Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era -troppo giovine, troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa -di piaceri, perchè la famiglia, anche la più ricca, -potesse avere molto fascino sopra di lei. L’altra vita invece -la tentava, quella che nessuna legge severa governa, -nessuna immutabile fedeltà, quella che miete nel piacere -come una falce instancabile nei prati più folti, quella che -seduce il frivolo cuore della donna con più forti allettamenti. -</p> - -<p> -Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere -un’artista, libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ciò -non si era confidata con alcuno, forse per una timida gelosia -di fanciulla, ed anzi voleva tacere, finchè non le paresse -giunta l’ora propizia. -</p> - -<p> -Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l’uomo -che volesse aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era -stata sul punto di confidarsene con lui, ma s’era presto -avveduta che Arrigo non le avrebbe favorito quel disegno, -ed ogni giorno più smarriva il coraggio di parlarne con -lui a cuore aperto. -</p> - -<p> -Il solo che l’avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che -avrebbe potuto con ogni mezzo appianare la sua difficile -strada, era dunque Rafa, il suo devoto e ricchissimo Rafa; -perciò non lo voleva del tutto perdere, allontanandolo da -sè irremediabilmente. -</p> - -<p> -— Siete stato un poco temerario!... — ella disse per -prima cosa, quando s’incontrarono. -</p> - -<p> -— Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci -pensavo da tempo. Adesso che ti son stato presentato da -tuo fratello, tutto diventa più semplice. -</p> - -<p> -— Non vedo la semplificazione, — ella rispose con tono -canzonatorio, poichè quell’uomo aveva talvolta il dono -d’irritarla singolarmente. — So invece che a momenti ci -si tradiva, e mio fratello, dopo, m’ha tormentata un bel -pezzo per quel nome di Rafa! -</p> - -<p> -Egli si mise a ridere. -</p> - -<p> -— Dovevi stare più attenta. -</p> - -<p> -— Già, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l’abitudine -di recitare due parti in commedia. Meno male che non gli -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -è rimasto alcun sospetto. E sì che voi avete fatto il possibile -perchè se n’avvedesse! -</p> - -<p> -— Che ho fatto io? -</p> - -<p> -— Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo -non poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste -a bisbigliarmi sciocchezze. State all’erta, Rafa! perchè mio -fratello non è un uomo comodo... ve l’ho già detto. -</p> - -<p> -— Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta! -</p> - -<p> -— Ma io nulla per voi: ecco la differenza. -</p> - -<p> -— Davvero? -</p> - -<p> -— Proprio; e venivo a dirvelo. -</p> - -<p> -— Cioè? -</p> - -<p> -— Cioè debbo dirvi che a questo modo non è possibile -continuare. Ho paura; sento che corriamo incontro ad un -pericolo molto grave. -</p> - -<p> -Egli cercò di prenderle il braccio, amorosamente. -</p> - -<p> -— No, lasciatemi, — disse Loretta sciogliendosi da -lui. — Non posso far altre pazzie. Ho commessa una leggerezza -imperdonabile, ve lo ripeto, ma spero che sarete -così gentiluomo da non farne troppo ricadere il peso e la -vergogna sopra di me. -</p> - -<p> -— Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli -a questo modo? — egli esclamò con una voce dolorosa -ed umiliata. -</p> - -<p> -— Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io -stessa in una condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, -Rafa, oserei dire che vi voglio un poco di bene... -certo non vorrei parervi brusca... ma voi mi scrivete certe -cose, mi costringete a certe cose, che io non devo nè -ascoltare nè fare. Insomma, ragionate un poco: io sono -una signorina, dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo -sapete... Dunque il fatto solo che mi trovi qui, con voi, è già -un pericolo gravissimo; non vi pare? -</p> - -<p> -— In questo hai ragione. Ma perchè rifiuti allora tutte -l’altre mie proposte? Non vuoi vedermi altrove che in -questo giardino, forse per diffidenza, forse per paura.... -</p> - -<p> -— Certamente ho paura, non lo nego: paura. -</p> - -<p> -— Ebbene, fídati una buona volta! La tua paura è insensata! -Non sono certo un uomo capace di atti brutali. -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -Vieni almeno in un luogo dove si possa parlare; qui non -è possibile. -</p> - -<p> -— E dove allora? -</p> - -<p> -— Senti: ho l’automobile fuori dal giardino; vado avanti -e ti aspetto; andremo in un paesello dei dintorni. -</p> - -<p> -— Ma no, ma no! -</p> - -<p> -— Insomma, te ne prego! Per una volta, per l’ultima -volta... -</p> - -<p> -— Cos’avete a dirmi? -</p> - -<p> -— Tante cose. Vieni, sii buona. -</p> - -<p> -— Dov’è l’automobile? — ella fece perplessa. -</p> - -<p> -— Al cancello, dietro le cascate. -</p> - -<p> -— Bene, sentite: io verrò con voi, ma solo ad un patto... -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -— Che sia l’ultima volta, e poi non mi scriviate più, -non domandiate più di vedermi. -</p> - -<p> -— Loretta!... — egli fece, supplichevole. -</p> - -<p> -— No: assolutamente! -</p> - -<p> -— Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno -ferma nella tua decisione, ti prometto che farò -tutto quanto posso per riuscire a dimenticarti. Va bene? -</p> - -<p> -— Andate avanti, — ella disse, — vi seguirò. -</p> - -<p> -Il giovine svoltò per un viale che s’infoltava tra gli alberi; -ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, -nervosa; con l’ombrellino molestava l’erbe sul margine -dei prati. Si trovava in uno stato d’animo quanto mai -perplesso. Nonostante le sue lunghe riflessioni, ora non comprendeva -più sè stessa, nè il fratello, e non sapeva più -che farsi di questo Rafa così devoto e così ricco. In fondo -al cuore ella si sentiva anche triste; l’amore la struggeva, -la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole -una specie di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata -nella casa d’Arrigo, perchè non poteva più rimanere senza -vederlo; lo aveva trovato assorto e quasi ostile. Non l’aveva -baciata, non s’era lasciato baciare; aveva cercato -mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su -le spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; -le aveva detto ruvidamente: -</p> - -<p> -— Fanne quello che vuoi! Non m’interesso più di nulla. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, -gli aveva detto: -</p> - -<p> -— Lo dovrò vedere domani: dammi un buon consiglio. -</p> - -<p> -Allora egli s’era messo a ridere, d’un riso acre, malvagio, -di cui ella non poteva intendere il senso; poi si era -messo a camminare per la stanza, concitato, accigliato. -</p> - -<p> -— Lo vedrai domani? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Allora digli ch’è un imbecille! Al suo posto io t’avrei -già presa. -</p> - -<p> -— Perch’è parli così, Rigo? — ella gli aveva domandato -con le lacrime agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza -rispondere. Poi l’aveva pregata che se n’andasse, perchè -gli doleva il capo e voleva rimaner solo. Ma su l’uscio se -l’era presa in braccio, se l’era stretta fra le braccia, con -passione, e l’aveva spinta fuori. -</p> - -<p> -Più tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una -informazione al padre, era venuto a casa loro, forse per -vederla un momento, per sorriderle un attimo, dopo essere -stato così ruvido. -</p> - -<p> -E s’erano baciati ancora, di nascosto, con più ansia, nella -casa paterna. -</p> - -<p> -Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva -una sciocca gelosia di quest’uomo che in fondo ella derideva -e sul quale faceva un calcolo così diverso, così lontano -dall’amore. Ma ell’avrebbe rinunziato mille volte a Rafa, -s’egli le avesse detta una sola parola! E perchè non la -voleva? Perchè faceva sopportare ad entrambi, con tanta -ostinazione, una sofferenza così logorante? -</p> - -<p> -Dietro la cancellata vide l’automobile ferma; vi corse -rapida, vi entrò. Gli ordini eran già dati al meccanico: -partirono in fretta. -</p> - -<p> -Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: -la strada era sovrastata da una ferma nube di polvere: i -carri enormi, carichi di mobili o di mercanzie, trascinati -da molti cavalli in fila, ne ingombravan il mezzo e si scostavan -lenti, con un gran scricchiolare, ai segnali della -tromba. Quando un’altra automobile passava, rapida, con -urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s’annebbiava in -un folto polverìo, tutto: anche il sole. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -</p> - -<p> -Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella -cercava di respingerlo, ma debolmente; non era più nè -loquace nè gaia. -</p> - -<p> -— Vedete, — diceva, — non posso fidarmi di voi... -</p> - -<p> -Egli ubbidiva e ricominciava. -</p> - -<p> -— Andiamo lontano? -</p> - -<p> -— Non molto. -</p> - -<p> -— Ebbene, cos’avete a dirmi? -</p> - -<p> -— Non ora; parleremo dopo. -</p> - -<p> -— Ah, dopo... -</p> - -<p> -— Sei triste oggi? -</p> - -<p> -— Sì, un poco. -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Per tante cose... tante cose... -</p> - -<p> -— Raccóntami, Loretta. -</p> - -<p> -— No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza -molto leggera... Sono qui con voi... ne avete anche -il diritto! -</p> - -<p> -Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene -conto, l’astuzia con la sincerità. Il giovine si chinò -su lei, fin quasi a baciarla. -</p> - -<p> -— Non dire così, Loretta; sai bene che non è vero. -Per te sento anche un profondo rispetto: altrimenti non -ti amerei. -</p> - -<p> -— No, voi mi desiderate; questa è la parola giusta. Ma -quanto ad amarmi, è ben altra cosa; non mi fareste venire -qui. -</p> - -<p> -— Dammi ancora del tu, Loretta, come l’altre volte. -</p> - -<p> -— Non oggi, non oggi! -</p> - -<p> -— Allora non credi ch’io ti voglia bene? -</p> - -<p> -Ella scosse il capo, incredula, sorridendo. -</p> - -<p> -— Ne sei certa? -</p> - -<p> -— Certissima. -</p> - -<p> -Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, -che distendeva le sue case bianche nella grande -pianura, percorso intorno da un fossatello quasi arido, -con le due rive coperte di fiori gialli, tra l’erbe polverose. -</p> - -<p> -L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -monelli scamiciati accorse intorno saltellando sui ciottoli -a piedi scalzi. C’era un piccolo giardino pieno di frescura -e di pace a ridosso della chiesetta; una raggiera dorata -bruciava, percossa in pieno dal sole, sul frontone della -chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa parrocchiale, -dietro il verde, aveva le persiane delle due -finestre socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra -una camicia di percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio -di color fulvo annaspava lungo il muro. -</p> - -<p> -— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo -al villaggio: vi berremo il vin bianco. -</p> - -<p> -— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta. -</p> - -<p> -— In chiesa? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Bene, andiamo pure, se vuoi. -</p> - -<p> -Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono -la piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono -i quattro gradini del sagrato. Molti monelli rincorrevano -la macchina fragorosa. -</p> - -<p> -Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: -i fabbri martellare, i falegnami piallare, le tessitrici -muovere i telai. Un bambinotto vestito da chierico -leggeva un libro seduto all’ombra nel giardino. Li guardò -e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta maggiore -si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera, -ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; -dalle alte vetrate pioveva il sole scomposto in polvere -bionda. Solo una vecchia donna, confusa nell’ombra dei colonnati, -pregava col volto fra le mani; ma era così ferma, -così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa. -</p> - -<p> -La fanciulla intinse la mano nell’acquasantiera e si segnò, -piegando leggermente il ginocchio. Una goccia le -rimase su la fronte, nitida come una perla. Poi girarono -tutt’intorno all’abside guardando i quadri della Passione -di Cristo. -</p> - -<p> -L’aria fresca odorava d’incenso evaporato. -</p> - -<p> -— Perchè hai voluto entrare in questa chiesa? -</p> - -<p> -— Un capriccio. -</p> - -<p> -Ell’andava innanzi con un passo elastico, quasi per non -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -far rumore; la sua ombra s’allungava obliqua sul lucido -pavimento. Piegò di nuovo il ginocchio passando innanzi -all’altare, poi sedette sovra un banco, nell’ombra del colonnato, -e si raccolse la fronte nella mano. -</p> - -<p> -Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d’argento. -</p> - -<p> -— Ed ora che fai? — domandò Rafa. -</p> - -<p> -— Niente. Mi piace. -</p> - -<p> -Egli s’appoggiò alla colonna presso di lei, un po’ curvo. -</p> - -<p> -— Amo le chiese, — disse Loretta — e i canti e gli -organi delle chiese. -</p> - -<p> -Rafa la guardò a lungo, poi disse: -</p> - -<p> -— Come sei strana! -</p> - -<p> -Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, -in quella luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua -faccia, al suo sguardo, un’espressione spirituale. -</p> - -<p> -— Dimmi qualcosa... — ella mormorò come se fosse -turbata. -</p> - -<p> -Il giovine le sedette accanto. -</p> - -<p> -— Qui vuoi che ti parli? -</p> - -<p> -— Sì, mi piace. -</p> - -<p> -Egli le si mise vicino, così vicino che la toccava. -</p> - -<p> -— Senti... — prese a dirle; ma súbito esclamò: — Non -è possibile! Non posso parlarti di queste cose ora. -</p> - -<p> -— Perchè? — fece Loretta con un sorriso perverso. -</p> - -<p> -— Non posso. -</p> - -<p> -— Allora taci. -</p> - -<p> -E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani. -</p> - -<p> -Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto -gli piaceva di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, -la schiena divisa da un’infossatura profonda, il petto che -le fioriva tra le braccia piegate. E l’odore di lei lo stordiva -come il profumo di un incenso irreligioso. -</p> - -<p> -— Io ti voglio avere... — le disse piano, quasi non potesse -frenar quelle parole. E glielo ripetè vicino all’orecchio -minuscolo, che le appariva tra i capelli, come un -piccolissimo nido in un cespuglio. -</p> - -<p> -— Come? — domandò la fanciulla senza muoversi. -</p> - -<p> -— Tutta, tutta, in ogni modo!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -</p> - -<p> -Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi -ridenti. -</p> - -<p> -— È difficile!... — disse con ironia. E le mani congiunte, -concave, serbarono come impressa la forma della -sua fronte. -</p> - -<p> -— Lo so, — egli rispose, — ma non importa. -</p> - -<p> -Fece una pausa, poi soggiunse: -</p> - -<p> -— Dimmi: cos’è necessario ch’io faccia per averti? -</p> - -<p> -Ella rideva, la sua bocca era crudele. -</p> - -<p> -— Molte cose... — disse. E ripetè con una cantilena: — Molte -cose... -</p> - -<p> -— Per esempio? -</p> - -<p> -— Lo devi sapere tu. -</p> - -<p> -— No, dillo. -</p> - -<p> -— Io non dico nulla. -</p> - -<p> -E si nascose la faccia nelle mani congiunte. -</p> - -<p> -Un raggio di sole, dall’invetriata, cadde sull’organo, lo -illuminò. In quella chiesa era una pace così grande che -l’anima vi si riposava. Lento, accidioso, nel fondo, si udiva -il biascicare della vecchia inginocchiata. -</p> - -<p> -— So una storia... — mormorò la ragazza intrecciando -le dita. -</p> - -<p> -E rideva. -</p> - -<p> -— Ah, sì? -</p> - -<p> -— Una bella storia... -</p> - -<p> -— Ah, sì? -</p> - -<p> -— Ma non la racconto. -</p> - -<p> -— Allora perchè la sai? -</p> - -<p> -Ella si prese fra i denti minuti un de’ suoi labbri fini -e rossi: -</p> - -<p> -— La storia d’una bambina, che andava al mulino, per -prendere farina, tutte le mattine... una bella bambina. — E -cantilenava come se raccontasse una fiaba. -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... per istrada la vide un peccatore... -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... che le offerse di portarle il sacco, perchè la -strada saliva, saliva, e c’era un bosco a mezza via, tutto -verde, con un ruscello d’argento. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento -le toccava le mani, le braccia, la bocca, il mento, -la gola, senza darle pace. Ma la bambina disse: Non -stamattina. -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... anche domani disse: Non stamattina. -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... anche dopo domani disse: Non stamattina. -</p> - -<p> -— E poi? -</p> - -<p> -— ... poi, un giorno ch’erano seduti presso un ruscello -d’argento a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: -Portami un bell’anello se mi vuoi. -</p> - -<p> -— Allora? -</p> - -<p> -— Il peccatore venne il giorno dopo con una collana -di perle, con un fermaglio d’argento, con uno specchio -d’oro. Ma la bambina disse: Portami un bell’anello se mi -vuoi. -</p> - -<p> -— Allora? -</p> - -<p> -— Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un -castello, un giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le -promise molti cófani pieni di gioielli, molte guardarobe -piene di broccati, un letto d’oro, un’arpa d’oro, una scuderia -con cento cavalli... Ma la bambina disse al peccatore: -Portami un bell’anello se mi vuoi. -</p> - -<p> -— E come finì? -</p> - -<p> -— Andò a finire che al mese di Maggio se la prese il -mugnaio... per un fiore. -</p> - -<p> -Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della -sua fiaba improvvisata, e senza nascondere il rossore che -tuttavia le dava la sua temerità. Poi congiunse i palmi, -appoggiò le labbra nell’incavo dei due póllici, e parve assorta -in una lunga preghiera. -</p> - -<p> -Ma egli restò confuso e non seppe con quali parole rispondere -alla sua fiaba. Quell’allusione lo aveva un poco -sbalordito, se ne vergognava egli stesso più di lei. -</p> - -<p> -— Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere -farina, tutte le mattine... non è vero? — disse finalmente, -continuando la celia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -</p> - -<p> -— Io prego... — ella mormorò senza batter ciglio. -</p> - -<p> -— E il peccatore sarei dunque io, non è vero? -</p> - -<p> -— Prego... — ella ripetè, premendosi la bocca sui póllici -esigui. -</p> - -<p> -— Ma chi sarebbe il mugnaio? — domandò Rafa, più -forte. -</p> - -<p> -Ella si volse a lui, lo guardò, rise. -</p> - -<p> -— Ah?... chissà mai! — fece, interrompendo la preghiera. -</p> - -<p> -Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch’ella -se ne schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i -primi capelli eran tenui come biada nascente. -</p> - -<p> -Nell’alta chiesa l’organo di sette canne, avvolto in un -fascio di sole, mandava dal suo curvo metallo una musica -di fiamme. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span></p> - -<h2>XI</h2> -</div> - -<p> -Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi -cacciato innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria -lontana, aver studiati gli uomini, essere sceso a patti -con loro, averne adulati alcuni, dominati altri, essersi fatto -servire dai più; aver costrutto l’edificio della propria vita -con una pazienza ed una volontà instancabili, essere passato -in mezzo alle tentazioni con una magnifica spavalderia, -aver condotto il proprio cuore per mano come un -fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso -della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto -poteva insorgere nei duri istinti, nelle intime ribellioni -della sua focosa gioventù; aver sorseggiata con delizia -la coppa dei primi trionfi e mietuta con ilarità una larga -messe, già preparandosi le corone di pámpini della imminente -vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno -il cammino precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi -vittima e prigioniero di un agguato invisibile, tutto -questo per finir con distruggere lunghi anni di fatica in -un attimo solo... era cosa ben triste per colui che, su la -propria strada, non aveva incontrato ancora nè un ostacolo -insormontabile nè l’angoscia di una vera perplessità. -</p> - -<p> -Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a -salire, pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, -da un’ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra -quelli che vantavano il primato gentilizio, cui la ricchezza -ed il lusso erano retaggio inalienabile. Per giungere sino -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -a loro, qualsiasi frode gli era parsa lecita, e s’era mondata -la carne plebea in un bagno di signorilità. S’era cacciato -per strade oblique; nell’ombra s’era fatto il cammino. -Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che -lo potessero condur oltre; s’era piegato, s’era fatto agile, -scaltro, violento, audace qualche volta, qualche volta umile. -</p> - -<p> -Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua -maschia bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo -inaccessibile ad ogni altra passione, chiuso nella -sua funesta volontà, camminava guardingo, in attesa dell’ultimo -assalto, pronto a carpire la più bella sua preda -con l’audacia definitiva. -</p> - -<p> -Quand’ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, -spaventoso, lo fermava; un amore nefando e impossibile, -che trovava una specie di oscuro divieto nella -sua medesima volontà. E, cosa più terribile ancora, colei -ch’egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a braccia -aperte, piena d’incoscienza e di fremiti, offrendogli un -sorso di veleno con il sorriso più innocente. -</p> - -<p> -Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere -lacerata la stessa ferita, macchiata la stessa coltre; -aveva saziata alla stessa poppa la prima fame lamentosa. -</p> - -<p> -Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano -solamente nel suo pensiero. -</p> - -<p> -Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorchè il -fuggire? -</p> - -<p> -Egli pensò di fuggire; fece i bauli, s’apparecchiò. Ma -nell’ora della partenza, l’immagine di colei che amava gli -si mise davanti alla porta e così forte l’avvinse nel piacere -delle sue braccia colpevoli, che da lei non seppe disciogliersi, -ed il terrore della rinunzia lo assalì. -</p> - -<p> -— Badi, signore, lei perde il treno, — disse il domestico, -entrato nella camera per prendere il suo bagaglio. -</p> - -<p> -— Sì, va bene, — rispose Arrigo. — Lasciami stare. -</p> - -<p> -— Ma guardi l’ora... Lei perde il treno. -</p> - -<p> -— Non importa; lasciami stare. -</p> - -<p> -Il domestico, senza nulla comprendere, ubbidì. Arrigo -s’era sprofondato in una poltrona, e vi stava, piegato su -sè stesso, con una specie di sinistra immobilità. Come un -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -cane alla catena, avrebbe voluto assalire, mordere. Si vedeva, -lontano da lei, in un’altra città, in un albergo, fra la -gente, solo. S’immaginava il domani, il risveglio del domani, -se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: -non avere più lei vicina, rinunziare alla funesta inebbriante -gioia di rivederla, di respirare l’alito della sua bocca, di -toccarla, di camminarle presso, e curvarsi, pur disperatamente, -su la vertigine di quel peccato. Andare via così, di -nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno addio... -</p> - -<p> -Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima -del pranzo, come soleva; e non lo troverebbe più. Sarebbe -rimasta su la soglia, perplessa, un poco pallida; poi se ne -sarebbe tornata via, tacendo, a fronte china, con qualche -lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe forse pianto, -senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere -in alcun modo il suo distante rifugio. Chissà, forse avrebbe -anche pensato ch’egli non l’amasse più. -</p> - -<p> -Era una fanciulla nel primo fiore, con l’anima irrequieta -e gaudiosa, con un cuore lieve; la lontananza l’avrebbe -insensibilmente guarita: e questo egli non voleva. -</p> - -<p> -Ma invece, per guarire lui, nè il tempo nè lo spazio non -sarebbero mai bastati; quel fantasma l’avrebbe inseguito -come una presenza dappertutto visibile, per ogni strada -ove andasse in cerca di riposo e di oblìo. Mesi ed anni -non sarebbero bastati a guarirlo di quel male, tanto le -sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era già mesciuta, -commista, nelle sue profonde vene. -</p> - -<p> -Nè i mesi nè gli anni per guarire lui, e non la lontananza -e non gli svaghi e non più alcuna fra le cose che -un tempo erangli piaciute. Ora si mutava; un uomo dissimile -da quello ch’era stato veniva con questo male ad -abitare in lui. Cercava sè stesso e si ricordava di sè come -d’uno straniero. -</p> - -<p> -— Signore... — disse timidamente il domestico, avanzando -ancora il capo dietro l’uscio. -</p> - -<p> -— Che vuoi? -</p> - -<p> -— Parte forse ad un’altr’ora? -</p> - -<p> -— No, non parto! non parto più! — egli rispose impetuosamente. — Apri -quei bauli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -</p> - -<p> -— Riaprire i bauli? — fece il domestico, pieno di maraviglia, -senza osare alcuna domanda. — Va bene. -</p> - -<p> -Ed entrò nella camera per mettersi all’opera. -</p> - -<p> -— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse -domani. -</p> - -<p> -— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo -con una curiosità rispettosa. — Qui ci sono le chiavi. -</p> - -<p> -E le depose sopra un tavolino. -</p> - -<p> -— Che ora è, Filippo? -</p> - -<p> -— Sono le cinque meno un quarto. -</p> - -<p> -— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla -per oggi. -</p> - -<p> -— E non si cambia il signore? -</p> - -<p> -— No, questa sera non mi cambio. -</p> - -<p> -— Sta forse male il signore? -</p> - -<p> -— Sto benissimo; va pure. -</p> - -<p> -— Allora a rivederla, signor Arrigo. -</p> - -<p> -— A rivederci. -</p> - -<p> -Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo -d’un balzo fu ritto. -</p> - -<p> -— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente. -</p> - -<p> -Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera, -riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, -intese che diceva: -</p> - -<p> -— Parte? Voleva partire? Ma, come mai? -</p> - -<p> -Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli -chiusi, vide la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. -Per le cortine calate filtrava un giorno vaporoso; la strada -mandava rumore, i veicoli stridevano; dai quadri, dagli -specchi, da ogni cosa lucida saettava un polveroso riverbero. -</p> - -<p> -— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi. -</p> - -<p> -Il fratello non rispose. -</p> - -<p> -— Parti? -</p> - -<p> -— Forse. -</p> - -<p> -— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi -nulla? -</p> - -<p> -— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto -domani: ecco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -</p> - -<p> -La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e -tacque. -</p> - -<p> -— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno. -</p> - -<p> -L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella -non si chinò a raccoglierlo. Fece due passi per andargli -vicino, ma si fermò. -</p> - -<p> -— Allora... -</p> - -<p> -— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto. -</p> - -<p> -— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo -una lunga pausa, con la voce che le tremava. -</p> - -<p> -Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al -cuore la sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano -un gesto vago: -</p> - -<p> -— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare! -</p> - -<p> -— Ah... -</p> - -<p> -Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè: -</p> - -<p> -— Per respirare! -</p> - -<p> -Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere -sopra una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise -a camminare senza guardarla; ma quando le passava -presso aveva ogni volta la tentazione di afferrarla tra le -braccia. Ella era poggiata contro la spalliera, il viso raccolto -nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà inginocchiata. -Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella -greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo -gonna e gonnella facevan romore. Una mano le cadeva -lungo il fianco, stringendo un fazzolettino intriso di lagrime. -</p> - -<p> -La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua -casa, nella sua camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto -chinarsi e baciarla, dirle una parola d’amore, fra i baci, -e farla sorridere di nuovo. Era così facile far sorridere -quella sua bocca rossa! Avrebbe anche potuto svestirla, -prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa, -disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle -di carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore -nelle sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, -saziarsi di lei... Tante cose avrebbe potuto, e non osava. -Nessuno era fra loro, e pur non osava. Quale forza oscura -impediva il suo terribile amore? Quali abissi erano in lui, -che si colmavano di spavento? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -</p> - -<p> -E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, -non le diede neppure una carezza, e tuttavia si sentiva -felice ch’ella fosse lì, felice di non essere partito, di non -aver rinunziato ancora, per sempre, a quel tormento ineffabile. -</p> - -<p> -Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano -sui tavolini. Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le -mise in tasca, e suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, -si lasciò investire, avvolgere, dalle tende che un -soffio di vento gonfiava come pigre vele; passò vicino ad -un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che cadevano, -raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo -vi tuffò la bocca, vi morse. -</p> - -<p> -Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di -gente, or forte, or lieve, quel rumore incessante, confuso, -discorde, che sale dalla vita di tutti, mentre, dietro i muri -e nel silenzio, per le case degli uomini, passa talvolta la -tragedia senza mandare un grido. -</p> - -<p> -Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del -giorno; una lama di sole, entrando per la tenda gonfia, -colpiva uno specchio su la parete opposta rompendolo -nei colori del prisma. -</p> - -<p> -Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, -un singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della -gola. S’avvicinò a lui, esitante, lo prese per un braccio: -</p> - -<p> -— Davvero te ne vai? -</p> - -<p> -Egli chiuse gli occhi per non guardarla. -</p> - -<p> -— Sì, Loretta, vado via... -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Lo sai perchè. -</p> - -<p> -Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli -sentire su tutto il corpo la carezza della sua persona; gli -venne contro, gli nascose la faccia ancor umida contro la -spalla, e disse piano, ma con un singolare brivido: -</p> - -<p> -— Portami via con te. -</p> - -<p> -Egli ebbe un sussulto. -</p> - -<p> -— Con me?... -</p> - -<p> -La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa. -</p> - -<p> -— Sì, con te! dove tu vuoi... con te. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -</p> - -<p> -Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando -una fragile, fortissima catena. E così vicini, così -avvinti, guardarono per un momento la felicità che passava -nel loro impossibile sogno. -</p> - -<p> -Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, -che ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile, -scendere nel divino perdimento, con la sola -paura che fosse necessaria per goderne ancor più... Ed -ella, che ignorava il peccato, tremò, come se ne fosse già -tutta coverta. -</p> - -<p> -Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei. -</p> - -<p> -— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento -che uccide! -</p> - -<p> -Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le -sue mani brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella -stessa in tanta esasperazione che ormai non poteva essergli -vicina senza che una specie di svenimento le scendesse -per tutte le vene, soave come una morte che disánimi a -poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo -le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele. -</p> - -<p> -— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando -mi tocchi, quando mi guardi, mi sento così male, così -male... -</p> - -<p> -Egli ripetè sordamente: -</p> - -<p> -— Lásciami. -</p> - -<p> -— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non -riesco a levarmi dal letto. È come se mi avessero battuta. -Mi ammalerò. Tutto questo, perchè ti voglio bene. -Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti sopra una -poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi -sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... -Se tu sapessi come fa male! -</p> - -<p> -Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò: -</p> - -<p> -— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta -mi fai paura. -</p> - -<p> -Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche -lacrima tremò nella sua voce. -</p> - -<p> -— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, -conducimi via con te. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -</p> - -<p> -Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi -alla tentazione che lo assaliva. -</p> - -<p> -— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme... -</p> - -<p> -Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore -della sua calda anima, il dolore della gioia non -goduta. -</p> - -<p> -— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava. -</p> - -<p> -— Ho paura di me. -</p> - -<p> -— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo -qualcosa. Vuoi che ne divenga malata? Io ti starò vicina -coma fossi una piccola cosa tua; non ti accorgerai di me. -Qualche giorno soltanto... non dire di no! Farai di me -quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto -nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno -per noi due soli... -</p> - -<p> -Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie -della sua femminilità, con il calore che usciva da lei come -il profumo da un cálice, lo tentava con le sue braccia -avvinghianti, con la sua voce torbida. -</p> - -<p> -— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore... -</p> - -<p> -Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava -il miracolo di una lontana felicità. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span></p> - -<h2>XII</h2> -</div> - -<p> -La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli -soffrisse tutto l’abominio del suo peccato. -</p> - -<p> -Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di -star male, d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili -che vengono con la prima calura. Il fratello propose -allora di condurla seco a respirare un po’ d’aria salubre, -in qualche paese di collina o su le rive d’un lago tranquillo; -e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un -poco sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere -a quella partenza. -</p> - -<p> -L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che -dondolava su l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici -rosai; un giardino esuberante, che allora, sul finire del -Maggio lacustre, aveva più fiori che foglie, più ombre che -sole. L’albergo era quasi pieno, ma di que’ forestieri un -po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita, chiusi ermeticamente -in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i loro -bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di -adunare ne’ propri occhi la maggior confusione possibile -di cose vedute: son puntuali come l’orario, minuziosi come -la carta topografica, pieni di ricordi come un albo di cartoline -illustrate; delle cose altrui si curano poco, delle lor -proprie, sembrerebbe, ancor meno. -</p> - -<p> -E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose -davanti alla contemplazione de’ lor occhi senza colore; le -montagne, fasciate di vapori turchini, buie di foreste, bianche -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -di ville, drizzavano contro il cielo fiammeggiante i -loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a vigne, dorata -di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la magnificenza -del sole. -</p> - -<p> -Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la -famiglia non vedeva di buon grado quella inattesa partenza. -Certo nessun dubbio contaminava quelle anime -semplici; ma, forse un presentimento oscuro, un sospetto -senza precisione, generato anche dalla lor titubanza, persuadeva -i genitori a non favorire questa soverchia familiarità -del fratello con la sorella minore. -</p> - -<p> -Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo -singolare; le si leggeva nell’espressione del volto un non so -che d’ambiguo, d’insolito; ed era mutata proprio da quando -Arrigo aveva cominciato a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, -odiava questa sua famiglia, dalle idee grette, -severe, meschine, questa famiglia ch’era il solo inciampo alla -possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente lasciava -sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice -quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa -familiare, allontanarsi dalle mediocri loro abitudini. -</p> - -<p> -Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado -nella casa paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, -qualche volta stralunato, qualche volta con l’attitudine e con -il pretesto di colui che voglia nasconder la ragion vera -della sua visita. Non era stato mai tenero d’affetti familiari, -e queste sue più che fraterne attenzioni per la sorella -minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo -arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza -ne’ fatti suoi, or qualchevolta appariva titubante, quasi -umile, e si studiava di dare una ragione d’ogni suo passo; -talvolta guardava il suo vecchio padre, la sua vecchia -madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi -occhi non avevan mai saputo esprimere. -</p> - -<p> -Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, -dagli occhi un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella -un’antipatia irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, -non lesinava le sue ironie un po’ grossolane su -que’ due che se la facevano da signori, prendendo a prestito -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -le penne del pavone. E poi c’era quel terribile Riotti, -che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali -che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. -Non che la sua mente sobria potesse mai giungere a concepire -manco per sogno la possibilità d’un amore simile; -ma egli vedeva la cosa sotto un altro punto di vista, e cioè -vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio stava per divenire -in femmina ciò che il primogenito era stato in maschio. -E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona -lega insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro -meglio a scandalizzare la gente per bene. -</p> - -<p> -Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto -ben forte! «Ma sì! era proprio ad un uomo di quel -genere che dovevano confidare la loro ragazza! e una -ragazza — senza farle torto — che di serio non aveva -nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto -a diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini -e ciprie e gingilli e teatri e villeggiature! Anche le -villeggiature adesso! Ma sicuro, alla fine di Maggio, quando -ancora non fa gran caldo — anzi, la sera si sta meglio con -il soprabito che senza, ed è il momento migliore per la -città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare -a prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... -un viaggetto per i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare -altri capricci, come se non ne avesse abbastanza! -Ma, già, quando si è ricchi!... quando si può!... Il signor -Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande, viaggia, -tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè -allora non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere -un po’ di lago, che sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! -Invita la sorella invece; e perchè? Perchè ha le -«toilettes» eleganti, perchè va in giro come una farfalla, -perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace, si -sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse -con gli scandali, e pensasse una buona volta a riparare i -suoi malanni! O non cercasse almeno di corrompere anche -la sorella, che, scherzi a parte, ne sapeva già più di Bertoldo! -E lui, il vecchio, debole anche in questo, come in -tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi loro, -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui -non desiderava mettere il becco...» -</p> - -<p> -Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; -quando appena la contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando -che intendeva esser libera e vivere a modo suo. -Finissero di seccarla una buona volta per i suoi vestiti -troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi mantelli, -visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare -il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... -Quindi le facessero il santo piacere di non volersi mischiare -anche delle sue «toilettes», dal momento che non potevan -nemmeno rimproverarle di spender troppo, e ciò in grazia -del suo buon gusto, della sua grande abilità nel fare le compere. -Che se poi Arrigo di tempo in tempo le faceva qualche -regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di trovarvi -a ridire. E volevano saper la ragione per la quale -andavano così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! -Avevano gli stessi gusti, e dopo tutto eran fratello e sorella. -Inutile! non cercassero di far di lei una bottegaia, -perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato mai. La -lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei, -saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva -deciso: voleva studiare e diventar cantante. Questo le -avrebbe servito almeno ad esser libera. -</p> - -<p> -Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un -riso cattivo, insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, -il quale, appena la vide, cominciò con chiamarla Adelina -Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato racconto d’una serata -in cui aveva inteso la celebre cantante; criticò la scuola -moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le -grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti -che può incontrare una donna sul teatro. Ma -poi concluse che, alla fin fine, se questa era proprio la -immutabile sua vocazione, si mettesse almeno a studiare -seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le cose, si -riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il -denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a -fare un altro mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto -ci vuole per giungere a trovare l’intonazione giusta? E le -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -movenze? i gesti? la padronanza della scena? Aveva -dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che occorre -per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi -bisogna esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani... -</p> - -<p> -Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi. -</p> - -<p> -In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche -noia con Clara Michelis. -</p> - -<p> -Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi -nel suo cuore attento e geloso. Ella pure aveva notate -alcune circostanze fuggevoli, senza valore per sè stesse, che -potevano parer accidentali, ma che, legate insieme da quel -sottile intuito che ha la donna quando ama e quando si -sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una -strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo. -</p> - -<p> -Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura -che l’amante si prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava -strano che una ragazza di vent’anni ed un giovine come -lui se ne partissero insieme, senz’altro scopo nè altra -meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un -lago tranquillo. -</p> - -<p> -Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, -e da qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, -come se un funesto pensiero si agitasse dietro la -sua fredda impassibilità. Questi due fatti, il suo mutamento -e le sue premure fraterne, eran nati insieme. Le rare -volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, -gli occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in -faccia, s’eran fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme -di sospetto e di lampi. Nella casa dell’amante aveva -scoperta qualche traccia d’un’altra visitatrice; nel suo letto -stesso aveva sentito che quest’uomo non era più suo, non -era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto -amore. -</p> - -<p> -Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè -impedirgli di partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi -dubbi angosciosi, e rimase ad aspettarne il ritorno con il -perdono su le labbra, la morte nel cuore. -</p> - -<p> -Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza -vicina, questo ch’è forse il più terribile supplizio, -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -la più irrevocabile condanna per l’amore, le faceva comprendere -che ormai ella doveva solamente rassegnarsi e -perdonare e patire in silenzio, perchè lottare nè ribellarsi -non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella -sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: -l’ultimo ed il primo. -</p> - -<p> -Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. -Si sentiva sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva -più rigogliosa. Quest’uomo, che aveva prima lottato per -averla, ella poi lo aveva conteso, lo contendeva ad altre con -ogni mezzo, per tenerlo presso di sè. Da dominatrice era -diventata la sua schiava; perchè non si stancasse di lei gli -aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti i vizi; per -essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze, s’era -veduta male accolta in qualche sala della più severa società; -per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con -lui, per sedersi su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria -casa, quand’egli veniva a trovarla, non s’era quasi -curata dei testimoni domestici nè della bambina che intanto -cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era fatta più -povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che -pure amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, -pur di non perderlo, pur di riavere qualche volta i -suoi violenti baci. -</p> - -<p> -Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, -che aveva bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, -un uomo in balìa d’una sorte precaria, e gli perdonava -molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche volta per -giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano -insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di -piangere per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; -e pur avendone la certezza ella non osava ribellarsi nè -muovergli alcun rimprovero. Sapeva che i suoi amori -eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava talvolta per -capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente -aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri. -</p> - -<p> -Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse -a darle un bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche -volta restasse a tavola con lei, o venisse dopo il pranzo, -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -prima d’andare a teatro, senza nemmeno togliersi il soprabito, -senza ch’ella potesse baciarlo con piena libertà, per -non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare i suoi -capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche -volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo -triste o troppo innamorata... Per lo più non lo trovava. -Lo aspettava; metteva in ordine, guardava tutte le sue -cose; gli portava mazzi di fiori, glieli disponeva nei vasi. -Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava i suoi -vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio -con gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; -Filippo era un amico per lei. Spesso gli dava un -po’ di denaro o gli portava un regalo, e intanto, fra un -discorso e l’altro, cercava di far raccontare al domestico -tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone. -</p> - -<p> -Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella -non aveva più nulla da fare, si metteva in una poltrona, -al buio, ed aspettava. Era paziente; si sentiva -quasi felice. -</p> - -<p> -I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e -però le bastava di sapere ch’egli veramente non ne amasse -un’altra, che a lei rimanesse anche solo per abitudine o -per riconoscenza; le bastava che ogni tanto egli le sorridesse, -con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi -sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, -lui così forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla -forse, che l’amava, che l’amava, con quella stessa -voce che gli aveva udita nei primi giorni, quando non -era ancor sua. E le bastava che una volta ogni tanto ella -potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’ suoi baci -in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, -poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più -ardente che mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto -questo, ma ella non se ne lamentava; cercava di essere -buona, umile, per soverchiarlo con la propria dolcezza; -e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra tutto -l’amore che aveva per lui. -</p> - -<p> -Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; -le era parso d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -ne era ormai pressochè certa. Non più il gioco lo -distraeva da lei, non le amanti d’una notte, non le cene, -i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la sua -violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora -negli occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli -fra le braccia ella sentiva l’inimicizia, l’avversione, che -quest’uomo celava ora contro di lei. Dunque s’era innamorato, -dunque glielo avevano tolto; nel suo cuore insensibile -era nata una passione selvaggia... E per chi? per chi? -</p> - -<p> -Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando -nella sua vita con quella pazienza femminile che noi non -conosciamo; poi un barlume, un dubbio era balenato nella -sua mente, le si era infitto nel cuore, seducendo lei stessa, -mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda. -</p> - -<p> -Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche -bellissima, questo era forse nella sorte naturale delle -cose; le pareva che in tal caso avrebbe saputo comprenderlo, -perdonargli e rassegnarsi anche a questo nuovo -dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva -sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più -forte, con l’indulgenza sua più grande, infine con uno -qualsiasi tra que’ mezzi femminili che valgono a ricuperare -un possesso perduto. -</p> - -<p> -Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava -contro di lei la più inattesa e formidabile nemica. -Poich’egli non s’era innamorato d’una donna che fosse -bella o giovine soltanto, che potesse avere una bocca più -fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più voluttuoso; -non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse -meglio accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare -la sua vanità; non insomma d’una fra quelle tante che -son tutte destinate a perire, a passare, a conoscere anch’esse -il tormento della fine... Ma invece aveva scaldato in sè il -più divorante fuoco, s’era lasciato invadere da una rossa -demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il demone -della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto -avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, -quello dopo il quale tutti gli altri non hanno più sapore. -</p> - -<p> -Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -una sorella di vent’anni, ancora intatta, che forse, -che certo amava lui; una sorella che aveva in più di tutte -l’altre il dono d’essere il peccato, il dono di portare nel -suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e di -chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome -trasparente come la purità il significato più divino e più -terribile che sia nell’amore. -</p> - -<p> -Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie -di atmosfera malefica, di ambiguità quasi tangibile, per -la quale inevitabilmente giungono a farsi avvertire dalle -vigilanze altrui. Il primo giorno che questo dubbio era -balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva respinto, se -n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole -per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura -che l’aver pensata una tal cosa potesse rendere una tal -cosa verisimile. -</p> - -<p> -E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a -scoprire un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! -Se questo pensiero assiduo le martellava nel capo, ella -compiva uno sforzo quasi fisico per allontanarlo da sè. -</p> - -<p> -E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne -aveva; tornava, perchè noi ci somministriamo senza volerlo, -con una gioia crudele, tutte le immaginazioni che ci -dànno più tormento; perchè l’orrido ci attrae, perchè il -peccato, anche il peccato altrui, è la più grande suggestione -che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, -perchè pensando alla possibilità di questo amore, alle sue -gioie più che umane, ella sentiva nascere in sè le radici, -fremere in sè i tormenti di questo inconfessabile amore. -</p> - -<p> -E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, -ella cominciò a pensare quale sarebbe stata la sua tortura -se questo dubbio avesse presa la consistenza della verità. -L’onda sensuale di quella colpa ineffabile si frammise -alla sua paura, alla sua gelosia, corse in lei, facendole -intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se -veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove -che questo amore non fosse, in verità ella era tentata -e soggiogata dalla voluttuosa paura di scoprirne l’esistenza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -</p> - -<p> -Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, -poichè non credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui -stesso, qualche rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, -cosa che in addietro non accadeva mai. Gliel’aveva -descritta con frasi calde, ma vigilando insieme le proprie -parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva pure -mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare -in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una -frase innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran -venuti, nel modo più naturale, a parlarle di lui e di lei, -narrandole particolari futili, cose prive per sè stesse d’ogni -colpevolezza. -</p> - -<p> -Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle -corse, altrove; li avevan anche ammirati, perchè sembravano -volersi molto bene. C’era chi gliel’aveva descritta: -una bionda, ma d’un biondo color cenere, col visino fresco, -il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la bocca -sempre in sorriso, il corpo ammirevole. -</p> - -<p> -Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ -di scapatella, e così alcuni, da principio, avevano supposto -che fosse una sua piccola amante... Ecco, alle volte, com’è -facile ingannarsi!... -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel -pomeriggio di quel primo giorno. -</p> - -<p> -— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe -meglio attendere più tardi. -</p> - -<p> -— No, súbito, súbito! -</p> - -<p> -E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, -che le scopriva le caviglie, un cappellone di paglia piegato -sul viso, ella scendeva con ilarità per i viali del fragrante -giardino, che aveva tanti profumi e tanti colori -quanti ne può adunare insieme una primavera italiana. -</p> - -<p> -Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non -s’era forse mai trovata in un albergo elegante, ben di rado -aveva inteso parlare i linguaggi stranieri, non s’era mai -sentita così libera e così felice come in quel giorno. -</p> - -<p> -Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -e la camera d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, -ricoperto da una tenda a striscie bianche e turchine, -le avevan messo una seggiola a sdraio, di vimini, con molti -cuscini. Appena giunta vi si era distesa, un po’ stanca, e -s’era messa a guardar intorno, a sognare. -</p> - -<p> -Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, -con le sue rive dense di villaggi, sparse di campanili e -di torri, il lago solcato in ogni senso da uno sciame di -barche, leggere come petali di fiori sopra una fontana. -Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica -dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva -ogni tanto una sonagliera di cavalli squillare, lontanando -per il bianco scintillìo delle strade maestre; vedeva le automobili -passar veloci, fragorose, lasciandosi dietro una -gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere ad intervalli, -carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per -le scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo. -</p> - -<p> -E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel -cuore il senso della giovinezza; voleva in un giorno solo -tutto vedere, tutto godere. -</p> - -<p> -S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo -ne aveva tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. -Andavan ora verso la darsena per scender in una -barca ed allontanarsi dalla riva. -</p> - -<p> -Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un -senso di beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva -quasi che quel cielo così aperto fosse indulgente alla sua -colpa, ed in verità un più sano respiro dilatava il suo -petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla e pareva -scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si -compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come -si fa per un’amante. -</p> - -<p> -La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva -in quel sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori -esuberanti, con intorno la catena quasi glauca delle montagne, -tra l’odor vegetale dei prati maggenghi, nell’aria -limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che alcuno -sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose -della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -una qualche purità. Non voleva pensare più a nulla, ma -solamente godere con pieno abbandono quei giorni di oblìo. -</p> - -<p> -In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta -una semplice paura dell’opinione altrui. -</p> - -<p> -Scendevano verso la darsena per i viali del giardino -traboccante, mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora -del meriggio e traeva da tutte le cose un insostenibile fulgore. -Con il suo vestitino di tela bianca, la gonnella -corta, un velo azzurro su le spalle, il gran cappello di -paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche -anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una -bambina. -</p> - -<p> -Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava -sassolini per rompere lo specchio delle fontane, faceva -una piccola corsa, tornava. Era un po’ accaldata, gli occhi -le brillavano, il suo petto si gonfiava per respirare a lunghi -sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava, ed ogni -piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida -che i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla. -</p> - -<p> -Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un -profondo tremore d’anima e di amor carnale. Udendola -ridere, una grande allegrezza empiva il suo recesso cuore; -s’ella correva per il giardino, avrebbe voluto egli pure -mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le dava -godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava -per l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare -il senso della felicità. -</p> - -<p> -Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva -incapace d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio -non mandava nessuna chiarità; una parte religiosa -e recondita, che in lui pesava come su la terra un -feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava -con spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile. -</p> - -<p> -Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava -gioia, correva per entro le sue vene, scendeva in -lui come una musica divenuta piacere; quando la vedeva -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -muoversi, ridere, vivere, splendere, gli pareva che ogni -movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua perfetta -nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori -gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso -peccato... -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando -nella barca ed aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio. -</p> - -<p> -— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò -perduta l’abitudine. -</p> - -<p> -Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè -nessuna vigilanza importuna turbasse il loro intimo godimento. -Egli remò con lentezza finchè furono discosti dalla -riva, ed ella, cantando, reggeva il timone. Il lago era fermo, -senza un’onda nè una scìa. Nella sua limpidità, le alte -montagne propagavano una immobile ombra, che pareva -subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la -montagna, tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito. -</p> - -<p> -Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso -appoggiatoio contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi -per remare; la gonna corta erale un poco scivolata -in su, ed egli vedeva le sue fine caviglie uscire dalle -scarpette scollate, poi salire con ugual simmetrìa, come -fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella in un principio -d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere, -traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, -ogni tanto per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, -ridevano entrambi, senza parlarsi. -</p> - -<p> -In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo -della barca navigante, comprendevano come la più dolce -cosa fosse guardarsi e tacere. -</p> - -<p> -Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua -carne s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici -delle rose tee; la vellutatura della sua pelle brillava -minutamente, l’ombre ne parevano più scure. L’esaminò, -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella non aveva -la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida -e quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, -troppo rossa, troppo viva, una bocca di donna già molto -baciata, già esperta di tutte le lussurie che insegna l’amore. -E allentandosi nel colpo della remata, con il corpo -all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con -un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca -impura. -</p> - -<p> -Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, -lasciava ella pure che le palpebre le scendessero -a metà su gli occhi un po’ ebbri di luce; un senso di -stanchezza beata le si diffondeva per il viso, per tutto -il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. -Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino -saltellava tra i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma -un’altra, che aveva su la bocca il riso della donna perduta, -e pareva quasi addormentarsi dopo aver patito -un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava distesa -in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i -fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, -nuda e stanca in un letto d’amore, con il capo -vôlto da un lato fra i capelli semisciolti, la bocca umida, -gli occhi appassiti, scuri come le violette... -</p> - -<p> -Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva -s’allontanava, l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere -al sonno, sentirsi opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio -di sole. Passaron presso un pescatore, che aveva -la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano piano, -senza far romore, scivolaron oltre. -</p> - -<p> -Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le -due funicelle del timone; ma le due mani le riposavan -nel grembo, semiaperte, quasi addormentate, sicchè al più -leggero strappo del timone avrebber forse lasciati sfuggire -i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan un -po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come -la bocca, non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per -tutti i peccati, erano destinate ad infliggere carezze tormentose, -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -avevan nella lor forma innocente qualche segno -che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul viso caldo, su -la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal lungo -desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani -lascive, una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli -una voluttà piena di morte, dalle radici dei capelli -fino all’ultime sue vene. Allora lasciò i remi, si curvò -innanzi e la baciò. -</p> - -<p> -— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata. -</p> - -<p> -— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, -e guardandola negli occhi pieni di sole, tutto proteso -e curvo su di lei, con la bocca immersa nel suo vivo respiro. -Per scuotersi da quel torpore, ella si stirò con indolenza -sotto di lui che le pesava un poco adosso, e levate -le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele -strinse al collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo -gli occhi, beata. -</p> - -<p> -Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor -di luce il palpito delle loro anime innamorate. -</p> - -<p> -— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con -parole quella pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami -ancora una volta, come hai fatto prima... -così... così... -</p> - -<p> -Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, -come si sugge un favo di miele. Ed ella passava le dita -nella sua capigliatura, gli scopriva le tempie, la fronte, -pettinando piano piano i suoi capelli con una prolungata -carezza. -</p> - -<p> -— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro -la sua gola giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... -vorrei quasi cantare, sì, cantare di gioia!... -</p> - -<p> -E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, -e le parve di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore -che vedeva. -</p> - -<p> -Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza -negli occhi: -</p> - -<p> -— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -quasi con ira. E così forte la strinse nelle sue ruvide -braccia, ch’ella parve sentirne dolore. -</p> - -<p> -— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, -con un’ombra di paura. -</p> - -<p> -— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, -Loretta, ridi ancora! -</p> - -<p> -E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente -scesa quell’espressione di violenza e di tormento -che spesso lo contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente -agile si piegava, si distendeva, con impeto nello -sforzo di arrancar sui remi; lo snello battelletto correva; -l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni. -</p> - -<p> -— Che hai? Perchè ti stanchi così? -</p> - -<p> -Egli non rispose, anzi remò più forte. -</p> - -<p> -— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare -anch’io. -</p> - -<p> -E fece atto di levarsi. -</p> - -<p> -— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai. -</p> - -<p> -— Voglio remare anch’io; lascia che provi. -</p> - -<p> -— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi. -</p> - -<p> -— Come sei forte! Ora si correva! -</p> - -<p> -Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava -dalla fronte. -</p> - -<p> -— Allora vuoi remare? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu -verrai qui. -</p> - -<p> -Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le -tese una mano per sorreggerla mentre passava. Quando -fu seduta, la baciò ancora su la nuca e su la tempia, la -cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella premeva la -guancia contro il suo collo nudo; poi disse: -</p> - -<p> -— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo? -</p> - -<p> -— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli -rispose con una timidezza d’amante. -</p> - -<p> -— E non lo sai dunque? -</p> - -<p> -L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò -il braccio nella remata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -</p> - -<p> -— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so -remare anch’io? -</p> - -<p> -— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare -troppo il remo nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso -quando ti pieghi avanti, fletti la mano in basso quando -dái la remata... Così, va bene. -</p> - -<p> -Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che -non andavano insieme. -</p> - -<p> -— Perchè non si cammina? — fece, indispettita. -</p> - -<p> -— Si cammina adagio adagio. -</p> - -<p> -— Voglio fare come fai tu. -</p> - -<p> -— Abbi pazienza, ora t’aiuto. -</p> - -<p> -Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin -quando su le due rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, -cominciarono a suonar da lungi le campane di tutte le -chiese. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span></p> - -<h2>XIII</h2> -</div> - -<p> -S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato -nella sua camera ad allacciarle il vestito, poi era -mutamente rimasto a guardarla mentr’ella finiva di lustrarsi -l’unghie e di togliersi la cipria dal viso. Le dolevan -un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne -lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per -consolarla, egli le prese carezzevolmente le mani fra le -sue, dicendole: -</p> - -<p> -— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà. -</p> - -<p> -Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di -cose gaie, s’eran fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo -ed avevano comandato copiose vivande, perchè -una fame robusta li pungeva dopo quella giornata d’aria -libera. -</p> - -<p> -Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami -notturni, densi come polvere infuriata, ronzavano in larghi -túrbini assalendo i globi elettrici sospesi nella compattezza -del fogliame; saliva dietro la montagna dell’altra sponda -una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor pieno di crepuscolo. -</p> - -<p> -Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, -osservava l’un dopo l’altro que’ numerosi -commensali. Parlando, considerava i gioielli che vedeva -brillare indosso alle signore, poi sorrideva di certe scollature -ferocemente ossute, di certe pettinature strette e rade -come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso -tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -le quali, senz’essere compiutamente belle, pur avevano -in tutta la persona que’ robusti e gentili segni di -eleganza che formano la particolare bellezza di questa -nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze -a giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano -già, nei loro profili antichi e limpidi, quella -verace purezza di origine che in esse, figlie di mercanti, -consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano vestite con -amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le ammirava. -</p> - -<p> -— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di -perle, — disse al fratello con gelosia, toccandosi la gola -nuda, che portava la sua gioventù come una stupenda -collana. -</p> - -<p> -— Ti piacciono tanto le perle? -</p> - -<p> -— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco. -</p> - -<p> -E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto: -</p> - -<p> -— Com’è stupido esser poveri! -</p> - -<p> -— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi -diventar ricca ad ogni costo? -</p> - -<p> -— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, -il piacere del lusso, la smania di molte ambizioni -ancora insoddisfatte balenarono insieme nel suo volto. -</p> - -<p> -Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, -ed ella, senza dubitare che tali parole dovessero -farlo soffrire, aggiunse: -</p> - -<p> -— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. -Rafa mi potrebbe dare tutto quello che voglio. -</p> - -<p> -Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e -fissi, la sua bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse -alla finestra e guardò fuori, verso la riva notturna, verso -il lago pieno di stelle, che nella ferma sua limpidità si -copriva d’un lenzuolo d’argento. -</p> - -<p> -— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora. -</p> - -<p> -— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può -pagarti bene. -</p> - -<p> -Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si -sentiva ledere tuttavia da quella frase crudele. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -</p> - -<p> -Abbassò gli occhi e tacque. -</p> - -<p> -— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa. -</p> - -<p> -— Mi hai resa triste... che peccato! -</p> - -<p> -— Via Lora, non ti offendere!.... -</p> - -<p> -E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la -pace con lei. -</p> - -<p> -Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel -giorno aveva molta fame: dimenticò. -</p> - -<p> -— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come -la prima sera che abbiamo cenato insieme, -ti ricordi? -</p> - -<p> -— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella -rispose con tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò. -</p> - -<p> -Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i -suggelli, poi la ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo -bianchissimo, e la mise a raggelare in un secchio appannato, -che un treppiede reggeva presso la tavola. D’improvviso -ella fece una riflessione: -</p> - -<p> -— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi. -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia -di Sciampagna: -</p> - -<p> -— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente -non ho l’aria d’essere tua sorella, -nè tua moglie. -</p> - -<p> -E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo. -</p> - -<p> -— Scommetto — riprese — che mi credono magari una -«cocotte»! -</p> - -<p> -— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure. -</p> - -<p> -Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva -in un certo senso lusingarla e chiudere nella sua volgarità -un significato pieno di seduzione. -</p> - -<p> -Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi -d’abiti sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e -ballare nei carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella -sua casa profumata un gran letto d’amore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -</p> - -<p> -Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita -di piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un -uomo solo. Non albergavano in lei sogni di maternità e -di famiglia, ma il suo cuore volava impaziente in cerca -d’altre gioie meno tranquille. Quella bottiglia di Sciampagna, -che le metteva nel capo tanti pensieri giocondi, non -era per lei solamente un vino aggradevole al suo palato, -ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva -ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella -voleva essere desiderata, infondere il piacere, prodigare -la gioia, perchè la sua missione femminile non altra era -se non quella di tentare, di esasperare, d’infliggere con -il suo corpo voluttuoso il tormento e il gaudio che ardon -nell’essenza dell’amore. -</p> - -<p> -Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca -spuma e dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. -Ella v’intinse le labbra, golosamente, bevve d’un -fiato; egli sorseggiò il bicchiere con lentezza, guardandola; -poi si fece ricolmar la coppa e la bevve d’un sorso. -</p> - -<p> -Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «<i>Vedova -Allegra</i>»; dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano -confusamente i suonatori, seduti in cerchio sovra un palco -rotondo, illuminato a palloncini giapponesi, che di quando -in quando il vento faceva oscillare. -</p> - -<p> -I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida -ondate di buon odore. -</p> - -<p> -— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella -esclamò gioconda. — Ma tu non parli... Che hai? -</p> - -<p> -Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, -l’un dietro l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso -innaturale e disse: -</p> - -<p> -— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, -lo suonano dappertutto. -</p> - -<p> -— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo -con te. -</p> - -<p> -Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva -il ritmo della danza. Riempiron le coppe un’altra volta, -e furon vuote. Le saliva, da quel vino pungente, un calor -lieve alle gote; i suoi occhi brillavano fra le ciglia orlate -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo benessere -che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro -la spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva -come in un rapimento, in una estasi che le avvolgesse -tutto il corpo, tutto il suo morbido corpo desideroso. -</p> - -<p> -— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un -leggero tremito. -</p> - -<p> -Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia -si vestiva d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni -ramo un magnifico fiore. -</p> - -<p> -Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia -fra le mani: -</p> - -<p> -— Senti.... -</p> - -<p> -— Di’. -</p> - -<p> -— Vienmi vicino, più vicino.... -</p> - -<p> -Egli si sporse innanzi per udir le sue parole. -</p> - -<p> -— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura -questa notte, che c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, -con un brivido che la impallidì. -</p> - -<p> -Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse. -</p> - -<p> -— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere? -</p> - -<p> -— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò. -</p> - -<p> -Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù. -</p> - -<p> -Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava -il concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero -servire il caffè. Eran quasi nascosti da un grande cespo -di rosse azalee, che propagavan le lor vaste ombre su la -ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi non si poteva -discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua sciacquare -contro la riva. -</p> - -<p> -Egli disse alla sorella: -</p> - -<p> -— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare. -</p> - -<p> -— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. -Sto bene così. -</p> - -<p> -— Ti senti stanca per aver remato? -</p> - -<p> -— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa -vertigine.... -</p> - -<p> -L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie -di rosso mantello damascato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -</p> - -<p> -— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, -son io che ho paura di te. Sopra tutto quando non parli -e mi guardi. -</p> - -<p> -— No, Lora; io non ti farò mai alcun male. -</p> - -<p> -— Chissà? — ella rispose. -</p> - -<p> -— Perchè dici questo? -</p> - -<p> -— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. -Forse tu mi odii un poco.... -</p> - -<p> -— Io?.... -</p> - -<p> -Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua -d’una fontana sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si -levò, le pose un braccio sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron -per il giardino. Loretta s’impauriva dei piccoli rospi -verdi che saltavano traverso i sentieri. S’allacciaron l’uno -all’altra strettamente, perchè nell’ombra si sentivano più -sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per un -tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo -c’era una lunga fila di barche legate, che dondolavano. -</p> - -<p> -L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva -buttato sopra la luna. Veniva una tristezza indicibile da -quella chiara calma lacustre. S’appoggiarono alla ringhiera -del terrazzo, percorso da una spalliera di rose -vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava -in una specie di funesto incantamento. -</p> - -<p> -Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di -cadervi lentamente, insensibilmente, sprofondando in una -vacuità piena d’oblìo. Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, -il suo dannato amore finire in un urlo. -</p> - -<p> -Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran -castello su le rive d’un lago incantato, e di scendere in -una barca, la notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza -vele, pigramente, dolcemente, per dormire. E più andava, -più il lago si faceva buio, più diveniva nella notte una -immensa disperata solitudine; e man mano che s’allontanava -col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, -di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe -tornata mai più... Aveva paura e si stringeva a lui. -</p> - -<p> -Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando -come le barche legate in fila. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -</p> - -<p> -Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un -fanale rosso a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, -che cantava in coro, e si udivano le parole. -</p> - -<p> -Il ritornello diceva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> «Tela lina molto fina</p> -<p class="i01">che si mette ogni mattina</p> -<p class="i01">la mia bella al suo levar...</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> tutto quanto le darei</p> -<p class="i01">per far come fai con lei,</p> -<p class="i01">per saper quel che tu sai,</p> -<p class="i01">per star dove tu le stai...»</p> -</div></div> - -<p> -— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io -non lo sono più. -</p> - -<p> -Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> «Tutto quanto le darei</p> -<p class="i01">per far come fai con lei...»</p> -</div></div> - -<p> -— Vanno a pesca? — domandò Loretta. -</p> - -<p> -— Forse vanno solo per cantare. -</p> - -<p> -Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando -si toccavano, l’interiore fantasma s’impossessava del loro -turbamento. Era un male che cominciava col desiderio d’un -bacio, e passava dall’uno all’altra, come una catena che stringesse -le loro carni fraterne; poi girava, s’attorcigliava in -serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto l’oppressione -del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi nelle -sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di afferrarla -e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei -che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, -radicata nell’essere, una paura che li attraeva diversamente -e diversamente li separava. Eran come due sitibondi, -legati presso la medesima fontana, così che potesser -tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a sentirne -la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma -senza riuscire ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -e la fontana c’era quel póllice di spazio che non li lasciava -bere. -</p> - -<p> -— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho -dovuto amare! — esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse -un uomo che conosca tutte le anime e tutti i peccati, un -prete per esempio. Ma io non oso confessarmi di questo -peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san nulla; nessuno -sa nulla di tutto ciò. -</p> - -<p> -Questo accenno religioso della confessione spaventò la -fanciulla, come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, -l’ombra dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, -l’alito caldo che passa per la grata con il bisbiglio delle -parole colpevoli, e la rampogna, e la condanna, e la minaccia -di penitenze perpetue, le componessero nel cuore -sbigottito l’immagine del suo peccato mortale. -</p> - -<p> -— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. -E si strinse a lui, più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. -La barca dei cantori lontanava nella sera lunare, e -fievole si udiva di tratto in tratto il ritornello giocondo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> «Tela lina molto fina</p> -<p class="i01">che si mette ogni mattina...»</p> -</div></div> - -<p> -— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello -che avverrebbe se avessi una volta il coraggio, il terribile -coraggio che mi è mancato finora? -</p> - -<p> -— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, -o che il tuo cervello è malato. Se la nostra felicità -è in noi, perchè dobbiamo spaventarla con tante riflessioni? -Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo male. -Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso -desiderio, súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in -là mi sembrava inutile, mi sembra inutile ancora. -</p> - -<p> -— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta -leggerezza, conosci dunque il valore dell’offerta che mi fai? -Comprendi cosa vuol dire questa frase che ripeti senza -sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò significa -regalare, sacrificare a me tutta la tua vita? -</p> - -<p> -Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia -rispose a fior di labbro, senza convincimento: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -</p> - -<p> -— Sì, certo, lo comprendo. -</p> - -<p> -— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non -lo comprendi. Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse -non troppo lontano, nel quale diresti a tuo fratello: -«Réndimi ora la mia vita, perch’essa è mia, e voglio viverla.» -Ma pensi che allora io potrei cederti ad un altro? -Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente -ricominciare la strada per la quale si andava -prima? Tu sì, forse, perchè hai vent’anni ed un cuore -spensierato. Ma io? Dimmi, che farei allora? Conosci la -gelosia? Conosci quell’altro tormento, più grande, che si -chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza fondamentale: -tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non -conosci, e quasi non sai che sono tuo fratello... invece io -ti amo appunto, e più disperatamente, perchè so, perchè -so con profonda paura, che sei la mia sorella.... -</p> - -<p> -A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava -come una buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva -un rumore appena sensibile urtando contro il muro -della darsena, ella parve meditasse profondamente il senso -di quelle parole. -</p> - -<p> -— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al -suo braccio con una forza convulsa, — no! tu non sei -mio fratello. Non ho mai pensato per un attimo che tu fossi -mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te sento che mi desideri -come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello -che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e -mi troverà bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata -come un fascio di rose... Préndimi!... stríngimi fra le -tue braccia, come se fossi un gran fascio di rose... Ma -ridi! ridi!... perchè non posso più vederti così buio... Ridi -ancora una volta... ridi! -</p> - -<p> -La barca ripassava di lontano e si udiva cantare: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> «Tutto quanto le darei</p> -<p class="i01">per far come fai con lei...»</p> -</div></div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span></p> - -<h2>XIV</h2> -</div> - -<p> -— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè -dell’ascensore, forse perchè temeva di affrettare quella -imminente ora notturna. — Córicati presto e riposa bene. -</p> - -<p> -— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando. -</p> - -<p> -— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare -un’altra sigaretta. -</p> - -<p> -— Io pure non ho sonno... — ella fece. -</p> - -<p> -Ma egli la persuase con dolcezza: -</p> - -<p> -— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. -Va e dormi. -</p> - -<p> -Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi -scese di nuovo nel giardino, tornò verso il lago. Vide la -camera illuminata sul terrazzo del primo piano; quella -intensa luce lo affascinava, distogliendolo da ogni altro -pensiero. -</p> - -<p> -— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si -toglieva, ne sentì l’odore. -</p> - -<p> -Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva -dalla camicia di batista gli sbocciò nel pensiero come un -mazzo di fresche rose; i suoi piedini ancor calzati, li -vide che andavano qua e là, per la camera, con quella -irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si -spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese -il crepitìo del pettine di tartaruga nella treccia disciolta. -L’odore di quei capelli empì l’aria per dov’egli passava. -</p> - -<p> -La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò -che per una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, -prima di coricarsi. Quell’odor morbido della cipria e -della sua pelle profumata, commisto insieme, gli alitò -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide sedersi -vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia -dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra -per togliersi la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, -poi farsi scorrere lentamente, giù dal polpaccio, la finissima -calza nera, ed il piccolo piede uscirne, polito come un -gioiello d’avorio, inquieto nella sua forma sottile, nervoso -come una mano. Indugiare un poco a togliersi parimenti -l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello -sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, -poi levarsi, prendere di su la coltre una bella camicia -tutta pizzi e nastrini, prepararla con qualche movimento -carezzevole, slacciarsi quella che portava indosso e lasciarla -scivolare giù, come una guaina, con un sorriso -lento.... -</p> - -<p> -Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, -poi si coricava. -</p> - -<p> -Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, -come alcuno che bevesse a piccoli sorsi un veleno -soavissimo. La tepida notte lo fasciava di profumi troppo -forti; un indefinibile silenzio pieno d’agitazioni pendeva -tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si moltiplicava -intorno a lui, nell’ebbro giardino. -</p> - -<p> -Traverso il fogliame degli alberi guardava con una -specie di stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo -del primo piano. -</p> - -<p> -D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò -il giardino in fretta, e salì. -</p> - -<p> -Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente -nella poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando -nel miracolo della notte, ove tremava con una specie di -furiosa intensità la magnificenza delle stelle. -</p> - -<p> -— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata? -</p> - -<p> -Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui -le due braccia senza rispondere. -</p> - -<p> -— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora. -</p> - -<p> -— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un -po’ velata. -</p> - -<p> -Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; -nel suo viso batteva la bianchezza del raggio lunare. -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -— Fa umido la sera, — egli osservò; — non rimaner -fuori troppo a lungo. -</p> - -<p> -Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le -disse; — dormi bene. Addio. -</p> - -<p> -— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse -ancora sperduta nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà -nella sua femminile indolenza, ne’ suoi modi ambigui, -nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: -siéditi. -</p> - -<p> -Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. -Il calore di quel dolce corpo gli si propagò -nelle vene come un piacere avvelenato e lentissimo. Stava -curvo sopra il suo volto; le mani della fanciulla gli carezzavano -i capelli, la fronte. -</p> - -<p> -Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe -pause, con trepidazione. -</p> - -<p> -— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai -sento il bisogno di esserti vicina, molto vicina, perchè -sarebbe una vera malinconia mettere una parete, chiudere -un uscio, fra me e te... Non vedi che notte magnifica? -C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria -come una polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di -torpore, questa notte... Báciami!... Ho le mani calde, senti... -Mi fanno male... Brúciano. Voglio rimaner qui tutta la -notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto che rimaner -sola. -</p> - -<p> -Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte -si fa, nelle pellicce tepide, l’inverno. E continuava: -</p> - -<p> -— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, -che ne sono turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio -cuore v’è una gioia che ride, una specie di speranza inesprimibile... -Non lasciarmi sola. Od anche mi piacerebbe -fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo letto, -addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa -di veramente pericoloso... Anche una parola innocente, -se non vuoi dirmi altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... -perchè ho voglia che tu mi baci. Senti come la mia -bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua... tua... préndimi! -Non desidero altro che soffrire di te... per te... Fammi un -po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -</p> - -<p> -Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan -come la musica d’un soave malefizio, fasciavan i -suoi sensi dolorosi d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli -occhi egli s’irrigidiva per ascoltarla. Su la sua carne -fredda passava un gran brivido di piacere; una consumazione -insensibile, uno struggimento senza fine si propagava -in lui, sotto la carezza di quella voce. -</p> - -<p> -Ella disse ancora, snervata, spossata: -</p> - -<p> -— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, -báciami!... ho tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... -Ascolta: non c’è rumore, nessuno ci guarda... báciami! -</p> - -<p> -Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le -tempie, il collo, i polsi, le mani, con un roco ansito -nella gola soffocata, e la baciò per tutta la sua carne -profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi si levò -scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con -violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si -chiuse. -</p> - -<p> -Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il -flagello di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi -restò per qualche attimo quasi priva di vita. -</p> - -<p> -La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, -lontana dalle stelle. -</p> - -<p> -Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi -alle coltri, per dominare il tumulto che dentro lo -schiantava, e non udir quella voce sommessa che dietro -l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre nella terribile -possibilità di quell’ora. -</p> - -<p> -La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i -culmini del suo glorioso fulgore, disseminando nella curva -dell’infinito una più grande magnificenza di stelle. Il lago, -le rive, abitate dall’ombre notturne, invase dall’ambiguità -del silenzio, si vestivan di bianchi splendori nell’incantesimo -della notte. -</p> - -<p> -Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli -sembrò di comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. -Non più intese per il pavimento il rumore de’ suoi tacchi -sottili, ma il camminar soffice di due pianelle che andassero -frettolose; allora ebbe la tentazione d’accostarsi all’uscio -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -interno, che li divideva, e mettersi ad ascoltare. -Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, -ed ella entrò. -</p> - -<p> -Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. -Egli balzò giù dal letto, rimase attonito a guardarla. -</p> - -<p> -— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata. -</p> - -<p> -— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati -aveva una luce insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente -mutata. Qualcosa di aspro e di selvaggio era -pure in lei, nella sua bocca per solito così ridente. -</p> - -<p> -— Non dormirai stanotte? -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la -camera, senza passarle vicino, come se meditasse contro -lei qualche orribile cosa. -</p> - -<p> -Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo. -</p> - -<p> -Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, -come un turbine di coriandoli d’oro. -</p> - -<p> -Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non -la udì, e gli si appese al collo. Non aveva più busto, non -aveva più che una vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva -la camicia ricolma e la gonnella corta; il suo -corpo gli si fasciava intorno alla persona come una morbida -sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo -che la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti -da un pettine solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi -le ingombrarono la nuca. -</p> - -<p> -Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. -Ella sentì così vicino lo spasimo della dedizione che -s’attorcigliò a lui come un’edera, gli si avvinse intorno -come un nodo. -</p> - -<p> -La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava -per l’aria soffice, divampava dall’aperto giardino -come un incenso invisibile: ogni cosa per intorno pareva -esser pregna di quest’odore possente. Una fontana sola -dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili d’argento -nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, -un’ombra si mutava subitamente in splendore. -</p> - -<p> -Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -desiderio colpevole, si disperdeva come un fumo di -sterpi nella vertigine di quell’ora. Nulla più li divideva, -se non il terrore di quella immensa gioia; l’indugio stesso -che frammettevano al loro peccato era un peccato infinitamente -più grande. -</p> - -<p> -Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue -carezze molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido -felice di quel vertiginoso dolore. -</p> - -<p> -Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, -ed il suo peso non gli fece compiere che uno sforzo lieve. -Aperse l’uscio serrato, la portò nella sua camera. Il pettine -che le ratteneva i capelli, cadde sul pavimento, rimbalzò; -le belle trecce le si diffusero per le spalle seminude, -mentre si teneva strettamente al suo collo formando -con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli -battevano contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò -sul letto, e, curvatosi, immerse la bocca nel tepore della -sua gola palpitante, mentre la vedeva contorcersi e tremare -di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le sue -disperate labbra egli la baciava. -</p> - -<p> -Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si -sentiva rombar nelle tempie l’urlo della notte infinita; -perdeva la conoscenza d’ogni altra cosa che non fosse -quella carne viva. -</p> - -<p> -E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo -convulso, li strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato -piacere... -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; -nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto -l’aveva irrimediabilmente condannata a peccare; il suo -grembo di donna la condannava ad essere un delizioso -e temibile strumento di voluttà. -</p> - -<p> -Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della -carne possedevano già il suo corpo intatto. Gli dava da -bere il suo fiato, lo soffocava ne’ suoi capelli, si raccoglieva -i seni come due bei grappoli maturi e li offriva -crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -si torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia -nell’impazienza dello spasimo da cui voleva sentirsi -ferire. -</p> - -<p> -Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un -male opaco, denso come fumo, greve come piombo, traboccò -nelle sue vene, pervase il più profondo gorgo della sua -vita, la ruppe nelle giunture, le si strinse intorno alla -gola come un capestro soffocante. Ed in quel male torbido, -così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio virgineo -che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo -della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, -cercò di respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua -gola, torcendo la sua bocca umida, graffiandolo nel viso; -e mentre pativa il bisogno di sentir infranta per sempre -la disperata sua verginità, d’un tratto le forze l’abbandonarono, -la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo -grido. -</p> - -<p> -Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, -come nella trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia -grave del lor padre taciturno, aprire su quelle palpebre -chiuse i suoi dolorosi occhi pallidi, scavare in quelle piane -tempie le fosse delle sue tempie senili, e vide nella faccia -della sorella svenuta le scarne fattezze di lui, la fronte -carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che si -movevano per maledirlo... -</p> - -<p> -Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della -colpa non consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, -con più irte spine. Balzò indietro, come di fronte ad un -fantasma, e perdutamente fuggì. -</p> - -<p> -Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; -le stelle splendevano così vicino alle finestre, che pareva, -stendendo una mano, di poterle quasi toccare... -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se -avessero commesso un delitto. A lei dolevano tutte le -membra; i nervi esasperati le vibravano come funi troppo -tese; le alitava intorno alle narici un profumo voluttuoso -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -di baci. E sentiva solamente il bisogno di giacer -supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli -tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire -da lui quel maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente -risparmiato. Pur affranta com’era, le pareva che -mai le sue vene si fossero sentite così gonfie di vita, -che mai l’urto del suo sangue le avesse portato al cervello -una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi -malato di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il -suo corpo, con tutta l’anima sua, poich’egli portava in -sè il piacere inebbriante, e si sarebbe inginocchiata con -umiltà pur di goderne ancora la struggente inquietudine. -</p> - -<p> -Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che -una enorme paura. La paura di quegli occhi pallidi che -lo avevano guardato, la notte, d’improvviso, fra i baci. E -rivedeva la faccia grave del lor padre taciturno, la senile -bocca maledicente, su cui s’era trovato curvo nell’attimo -estremo, quando stava per impadronirsi di lei. -</p> - -<p> -Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella -immagine, velata di silenzio e di malinconia. Era il fantasma -che andava insieme col suo peccato, che gliene -avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. Tra -lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella -vampa stessa del suo desiderio quell’ombra passava come -una fredda minaccia. Su la bella bocca profanata vedeva -rinascere la memoria, il segno quasi, dei loro baci; ma -quando più la tentazione attanagliava il suo cuor maledetto, -ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida -faccia che appariva nel viso di lei. -</p> - -<p> -Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento -inesorabile ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, -e lo teneva prigioniero, trascinandolo, quasi alla catena, -come un cane sitibondo lungo la riva d’un fiume. Comprese -di non essere più padrone della propria volontà e -di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, -poichè fra lui ed il suo amore c’era tutta la potenza di -quella legge umana che le più forti anime talvolta non -riescono a sovvertire, c’era lo sgominio invincibile del -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, c’eran -le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la -forza terribile delle parole, che vieta di chiamare amante -una sorella e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare -della casa dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma -inviolabile del focolare, dove siede il nume domestico a -tutela della perpetua famiglia. -</p> - -<p> -Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura -le grandi anomalie della vita, un timido, che preferiva -languire sotto il flagello del suo male anzichè impadronirsi -d’una spietata felicità. -</p> - -<p> -Solamente una grande anima può essere capace d’un -grande peccato ed è molte volte più facile riscattarsi nel terrore -della colpa, che affrontarne con tutto l’animo la tragica -bellezza. Per concedere al proprio desiderio quella -stupenda e orrenda libertà, che non riconosce divieti, bisogna -disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che -ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la -vittima del suo fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna -guisa divenirne il padrone. Aveva guardato infatti con -occhi temerari verso le cime ove spazia l’anima dei veri -sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza dell’individuale -arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio -alla temerità del volo: una legge fortuita aveva -imprigionato in quest’uomo mediocre l’amore d’un dio. -</p> - -<p> -E però tentava liberarsene con ogni potere della sua -volontà, riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla -fiamma di una così grande passione. Ma colui che dice a -sè stesso: «Diméntica!» — non fa che insidiar la sua -colpa con una tentazione più forte, non fa che avvelenare -il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà. -</p> - -<p> -Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè -stesso, a prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era -uscito con un proposito fermo: quello di allontanarsi dalla -sorella, di non più rimanere un istante vicino a lei, perchè -solo nella fuga, nella lontananza, nel tempo, egli ancora -vedeva una remota salvezza. -</p> - -<p> -Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato -ad alcuna creatura del mondo, tanta era la dolcezza che -traboccava dalle sue parole. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -</p> - -<p> -Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra -tutto, e d’aver compreso che stavano per prepararsi entrambi, -con le lor proprie mani, una irremediabile rovina. -Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, mentr’egli non -avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E -nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia -più grande consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, -ma inevitabilmente verrebbe un giorno, e forse non lontano, -in cui se ne sarebbe troppo tardi pentita. Infatti, -quante aspirazioni, quante impazienze già non tormentavano -la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina -di vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così -torbido, non può essere che una ventata sentimentale, un -soffio di perverso ardore, che sfuma e passa e non lascia -memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla si può nascondere. -La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E -allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente -una tale vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti -come due cani lebbrosi, come due stregati, e non sarebbe -rimasta per loro nè famiglia, nè amici, nè avvenire, nè -pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur son necessari -ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava -quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero -all’avvenire, visto ch’entrambi s’eran scelta una -via diversa da quella ch’era segnata nel lor destino. Ricchi -forse, molto ricchi, avrebbero potuto fuggire in un paese -dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli mai, e -là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso -padre, per solo ricordarsi che si amavano. -</p> - -<p> -Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace -nella lor propria coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto -si può far tacere, tranne la voce inesorabile che si -alza dall’intimo del nostro cuore. Ed il rimorso, vedi, è il -nemico più terribile fra quanti ci riserba la vita.» -</p> - -<p> -Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se -mai dessero al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? -se di lor due, fratello e sorella, si generasse una -creatura infamata, esclusa da tutte le leggi umane, che -li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta pronunziasse con -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -la sua bocca infantile quelle prime parole che si balbettano: -«mamma, papà...» -</p> - -<p> -Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; -perch’era giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si -lasciava prendere senza riflessione dalla follìa del suo -amore, ch’era solamente «il suo primo amore...» -</p> - -<p> -Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed -ella ne sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto -il possibile per dimenticare, ma tutto questo non avrebbe -servito che a mescergli nelle vene più profondamente il suo -velenoso male. Per lei, senza dubbio, non era che un capriccio -lieve, una folata di vento, un’ondata impetuosa di calore -ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di no! Egli lo -sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. -Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo -rimasto fino allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè -gli si era scatenata nell’anima una buia tempesta, una di -quelle tempeste che travolgono e distruggono intera una -vita. Per quanto lottasse con ogni sua forza, ormai non v’era -più scampo; in lui era entrato subitamente un altr’uomo, -ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua -mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua -libera gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato -ad amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa -d’un sortilegio, non sapeva più dominarsi, era uscito di sè. -</p> - -<p> -Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non -trascinare anche lei nella propria rovina, bisognava che -le volesse un bene infinito, più che amore, un’adorazione -senza limiti, per venire a dirle quel che le diceva: -</p> - -<p> -— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano -a costo di morirne, devo rinunziare a te perchè tu -sia felice più tardi. Devo trovare nelle mie forze umane -la forza spietata di non prenderti, e andarmene, solo, a -rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non vivo -un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, -porterò nei sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e -più terribile di te... Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; -c’è tuo padre, nostro padre, che ti difende. Ogni volta -che le mie labbra volessero baciarti, ora lo vedrei. Stanotte, -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un -tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che -mi guardava con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è -confusa nella tua faccia. Ho inteso che nostro padre ci -malediva. Ed ora il suo fantasma non mi abbandona più. -Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?... -</p> - -<p> -«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far -nulla per trattenermi, non piangere, non ripetere che -avresti voluto esser mia. Invece tu devi odiarmi, perchè -questo amore che ho per te, ricórdati! è una cosa orrenda. -Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o -va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo -fugge, butta fuori dalla vita il suo cuore morto, per salvare -te, unicamente per salvare dalla rovina la sua sorella -che amava... -</p> - -<p> -«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia -colpa fu grande ho anche lottato quanto un uomo può -lottare per ribellarmi a questa colpa. E tu non dirmi -niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito, stamane, -fra un’ora...» -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -E partì. -</p> - -<hr> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span></p> - -<h2>I</h2> -</div> - -<p> -Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, -nello stupore, nello smarrimento. Quello che -succedeva era nuovo, inatteso, per lei. La rivelazione di -questo amor disperato, l’apparenza tragica di questa -passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia. -</p> - -<p> -Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore -non poteva essere che un viluppo romantico di sensazioni -tristi e gaie, di parole che vengono alle labbra -per tramutarsi in un bacio, di curiosità insoddisfatte, d’aspirazioni -veementi verso una contentezza fisica da lei -non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una -cosa gioconda. -</p> - -<p> -Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, -pungente: provava un senso di malessere davanti a questo -amore così tragico. S’era invaghita del fratello, ma senza -trovarvi un benchè minimo sapor d’incesto; lo aveva infatti -amato per istinto, senza pensare al suo nome, senza nemmeno -accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva incontrato, -quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed -ancor suggellato, ella provava un bisogno di dedizione -invincibile, avvolto nelle oscure lascivie che tormentano -il fuoco della verginità. Aveva da lui subíta la prima tentazione, -per lui s’era sentita nascere nel sangue la prima -ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di vergine, -così, non altrimenti, lo amava. -</p> - -<p> -Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che -poteva sentire puramente un amore incestuoso; il male -stava così nascosto in lei ch’ella non sapeva d’esserne contaminata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -</p> - -<p> -L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama -nondimeno interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; -la donna, che invece ha per natura uno spirito riflessivo, -quando una forte passione l’avvince non discute più e -lascia che il proprio desiderio vi si abbandoni senza ombra -di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole quanto -il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è -sempre con un grande rammarico che noi rinunziamo al -potere di noi stessi. -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso -di una sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto -il corpo, sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, -repentine vampe, tremiti freddi e ardenti, scoppi di -lacrime ch’ella non sapeva reprimere; la notte sopra tutto, -nell’incubo del dormiveglia, le avveniva di balzar dalla -coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo insane immagini -accendersi nell’oscurità. -</p> - -<p> -Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello -scomparso. -</p> - -<p> -Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, -ed era súbito ripartito per continuare il viaggio da solo. -Ma il pronunziar quel nome le faceva male, il pensare a -lui la colmava d’un singolare spavento. -</p> - -<p> -Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla -sola, dopo che insieme erano stati così presso alla felicità? -Quando sarebbe tornato?... Forse mai. Le pareva -che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in tutto il suo -corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, -per carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una -volta con quella sua voce torbida e singolarmente voluttuosa. -</p> - -<p> -Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che -fare, non sapendo con qual mezzo distrarre il suo snervamento, -pensò di recarsi alla Posta per vedere se, caso -mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non una ne trovò, -ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole, affrettavano -il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non -appena tornata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -</p> - -<p> -Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di -tristezza e la vita le pareva inutile. -</p> - -<p> -Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; -più volte giunse fino alla sua casa ed immutabilmente -la trovò chiusa. Egli non aveva nemmeno scritto a Filippo; -nessuno poteva darle notizia di lui. -</p> - -<p> -Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e -di malinconia! Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora -una specie di rancore sordo le si levava nell’anima contro -lo scomparso, che lontano da lei conduceva una vita -ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo del più -dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, -che l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli -occhi due grandi cerchi neri e nelle braccia e nelle -ginocchia e per tutto l’essere una infinita stanchezza. Si -doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte le speranze -ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il -cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, -condurla piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli -sogni. -</p> - -<p> -Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva -desiderato spezzare, con il triste peso nell’anima d’una -colpa non vinta nè consumata. Cos’eran quelle orribili parole -ch’egli le aveva dette? Cos’era mai quella improvvisa -tragedia nel loro sorridente amore? Spesso la memoria di -quella faccia sconvolta le incuteva paura; il pensiero stesso -di quell’unica notte le riviveva nella mente come la sensazione -d’un incubo angoscioso. -</p> - -<p> -Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non -avrebbe più potuto stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli -nel viso livido la disperazione di quel mattino. Ed -ora considerò anche il pericolo di cui egli le parlava, comprese -lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto, guardò -nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata. -</p> - -<p> -Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla. -</p> - -<p> -Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe -snervanti giornate, che la opprimevano di malinconia. Per -quell’estate imminente aveva pensato che la sua vita sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -ormai diversa, ed eccola invece di nuovo nella odiata -bottega, tra i vincoli mediocri della sua famiglia, più malcontenta, -più sola che mai. -</p> - -<p> -Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi -ombrosi, rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. -Si sentiva battere il cuore troppo giovine, aveva una gran -voglia di ridere, e non poteva. Camminando, trovava -qualche inseguitore; le dicevan cose provocanti, la tormentavano, -chi per il suo bel collo nudo, chi per il suo -piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò -che non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, -era di fermarsi davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato -su la spalla, un piede innanzi all’altro, in estasi. Che -bei cappellini di paglia usavano quell’anno!... -</p> - -<p> -Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia -d’innamorati che vedeva camminar sottobraccio per i viali -dei giardini. Era il momento che i tigli fiorivano ed i -lunghi rami dei lilla si sciorinavano sui prati. La sera, qualche -finestra rischiarata le metteva un brivido nel cuore; -qualche uomo, per la strada, nel passarle accanto, le faceva -sentire il bisogno di stringersi tutta in sè stessa, come -se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro -la snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire. -</p> - -<p> -Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle -radici de’ suoi capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma -egli le si mise appresso. Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, -su l’angolo d’una piazza, irresoluta, si fermò. -</p> - -<p> -Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, -e quand’egli la supplicò d’un convegno con le -più calde parole che sapeva, quando le propose lì per -lì d’entrare in una confetteria vicina, dove certo non sarebbero -veduti, a ber qualcosa e discorrere un poco... -senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo -seguì. -</p> - -<p> -Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione -indefinibile, divenne con lui meno severa che per -il passato. Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, -verso la gabbia dei vecchi fagiani, a correre in automobile -per i dintorni, a scendere nelle trattorie di campagna -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -per bere il fresco vinetto biondo che una paesanella -portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco -stagno, pieno di ammaccature. -</p> - -<p> -Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. -Trovarsi nei giardini, correre le strade maestre, scendere -nei villaggi, poteva tuttavia essere un rischio per lei... -Venisse per una breve ora nel suo piccolo appartamento: -era una casa tranquilla, sicura, lontana dalle vie frequentate; -si poteva, da un terrazzo del primo piano, sorvegliar -la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne, -mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, -ed egli prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto -maggior scrupolo quanto più ella mostrasse d’aver fiducia -in lui... -</p> - -<p> -Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò -persuadere. -</p> - -<p> -Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva -i tetti, le finestre delle case; pendeva su la città -scintillante una rossa cupola di fuoco. -</p> - -<p> -Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che -aveva conosciuto le prime volte nel recarsi a trovare il -fratello, e siccome il cuore le batteva troppo forte, sul -pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma egli era dietro -l’uscio e le venne incontro. -</p> - -<p> -— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando -la soglia. -</p> - -<p> -Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, -e vide, a ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato -d’un cuoio fosco. -</p> - -<p> -— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto -ed un accento pieni di solenne galanteria, mentre non -sapeva come nascondere la propria trepidazione. -</p> - -<p> -Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, -piene di fiori quel giorno; camere taciturne, ambigue, -pervase da una certa insidia, che pur tradivan nella squisita -leggiadria dell’arredo quella particolare freddezza, quella -imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli grávita -come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava -di fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -nei mesi d’estate, quando la sua famiglia era in campagna. -</p> - -<p> -Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza -un conoscitore di donne ed aveva, nel desiderarle, una -rara e difficile virtù: la pazienza. Si era spesso trovato -a debellare una caparbia onestà, un pudore astuto, sicchè -non aveva mai rinunziato a credere che anche Loretta -finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse -capiva ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro -che a lui, ma Rafa era tra quegli uomini avveduti che -non si perdono in queste distinzioni sottili. -</p> - -<p> -Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o -pericolosi gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere -le sartine per via, come un inseguitore stradaiolo, -quando, nelle sere d’inverno, sciamano dai laboratori nelle -contrade buie; stanco di adocchiare sui palcoscenici le -mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie che le -mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi -altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa -e più rara, che potesse in ugual modo appagare i suoi -sensi, la sua vanità e quel certo sentimento idillíaco non -ancor deluso dalla sua inveterata abitudine di donnaiuolo. -Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in tutto -conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare -da quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. -E Loretta era veramente colei che possedeva tutto il fascino, -tutte le femminili attraenze ch’egli poteva desiderare -nell’amante sognata; era fanciulla per di più, e la pericolosa -delicatezza di questo pregio lo tentava sommamente, -pur impaurendolo un poco. -</p> - -<p> -C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un -fratello intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, -tanto più grande lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde -provato a guarirsi di questo capriccio, ma non gli -riusciva, e nemmeno era più nel caso di riflettere, perchè -ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza, che -avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare -a lei. -</p> - -<p> -Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -fragile: qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero -innocente, poichè, sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva -di sentirla quanto mai debole contro la tentazione. Fra le -quattro mura di una stanza non disperava di lei. -</p> - -<p> -Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il -gran silenzio di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava -di fronte, gli sorrideva, un po’ incerta, un po’ confusa. -</p> - -<p> -Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne -sentiva commosso in modo singolare, si trovava impacciato, -quasi timido, e non sapeva che dirle. -</p> - -<p> -Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, -parlandole con serietà, per non far nascere in lei alcun -sospetto. Così le fece apprezzare un gran numero di quadri, -di stampe, di gingilli, di fotografie. -</p> - -<p> -Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto -vasto, chiuso da una cortina. -</p> - -<p> -— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella -sala e furon seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi. -</p> - -<p> -Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, -co’ suoi roghi di splendore; lì nella profonda sala, dietro -le persiane chiuse, dietro le stuoie calate, alitava una freschezza -riposante. -</p> - -<p> -Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una -specie d’insidia, la carezzò. -</p> - -<p> -— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre -avuta una certa paura di te. Su la tua bocca vedo così -spesso una specie di derisione... -</p> - -<p> -— Davvero? Che bizzarrìa! -</p> - -<p> -— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. -Gli uomini innamorati sono molto spesso ridicoli. -</p> - -<p> -— E le donne? — ella fece. -</p> - -<p> -— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai. -</p> - -<p> -— Che? grottesche? -</p> - -<p> -— No, innamorate. -</p> - -<p> -— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente. -</p> - -<p> -— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che -verrai spesso, che verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere -ogni giorno! Siamo talmente al sicuro qui... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -</p> - -<p> -— Ho sete, — ella rispose. -</p> - -<p> -Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava -il cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, -nel medesimo bicchiere. -</p> - -<p> -— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse -Rafa. — Il caldo mi fa male. Però quest’anno -mi è impossibile partire; l’idea di non vederti più mi -riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante -l’estate? -</p> - -<p> -— Ancora non so nulla; non dipende da me. -</p> - -<p> -— E da chi dipende? -</p> - -<p> -— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da -mio fratello. -</p> - -<p> -— E non da me in ogni modo? -</p> - -<p> -— Da voi? come da voi? -</p> - -<p> -— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La -mia famiglia m’annoia; verrà forse un giorno nel quale -sarò libera, interamente libera, perchè voglio cantare.» -Ti ricordi d’avermi detto questo? -</p> - -<p> -— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse -prossimo, nel quale sarò libera. -</p> - -<p> -— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un -sogno... ma così bello che non oso dirtelo. -</p> - -<p> -— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di -buono, che servono a raccontare le cose troppo difficili -a dirsi. -</p> - -<p> -— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un -sogno. Ch’io ti prendessi una villetta, non troppo lontana -da Villa Giuliani, piccola, per te sola. Una villetta nascosta, -con un bel giardino, un frutteto, una scuderia. Saresti -libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta, per non -rimaner sola, mi apriresti il cancello. -</p> - -<p> -— Ah... ed è questo il sogno? -</p> - -<p> -— Sì, è questo. -</p> - -<p> -Ella riflettè un momento, poi disse: -</p> - -<p> -— Continua. -</p> - -<p> -— Che vuol dire? -</p> - -<p> -— Dopo l’estate... -</p> - -<p> -— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -Nell’autunno, per esempio, un bel viaggio, una piccola -fuga, in automobile, se vuoi, anche all’estero, se vuoi... E -d’inverno la tua casa in città, una dama di compagnia per -salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il canto. -</p> - -<p> -— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome -l’anno rifiorisce, al posto di Lora se ne mette -un’altra, e tutto ricomincia: la stessa villa, il viaggio, la -casa di città... No, grazie! -</p> - -<p> -— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora -che ti amo, che ti amo da lunghi mesi, ogni giorno più -forte? che mi puoi far ubbidire come un bambino, e -tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho più?... -Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un -momento. Credi che non sappia a quali rischi vado incontro -facendoti questa proposta? Ebbene, che m’importa? -Non voglio, non posso più riflettere! Nessun pericolo mi -fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che vuoi, -ma dimmi di sì! -</p> - -<p> -— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi -vedere così previdente. -</p> - -<p> -— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti -alla sua poltrona, la ricinse con le braccia. -</p> - -<p> -— Che fai? che fai? -</p> - -<p> -— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di -bene, sii una volta buona con me! -</p> - -<p> -Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo -desiderio, con gli occhi appassionati, la voce supplichevole, -Rafa era quasi bello, ed ella lo guardò. -</p> - -<p> -— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa -molestia. -</p> - -<p> -Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un -poco addosso, le copriva l’abito, i polsi, di baci minuti. -</p> - -<p> -— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella -domandò subitamente. -</p> - -<p> -— Quante? Nessuna. -</p> - -<p> -— Eh, via! Te lo domando per curiosità. -</p> - -<p> -— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non -ricordo. Non erano amanti, non erano te. Se non ti -piace, cambieremo casa. Non ho avuto nessun amore, -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti -amo, ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei -bella. Hai una tal grazia indefinibile, che soffro nello starti -vicino. Sii buona con me, non ridere!... -</p> - -<p> -Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la -sua bocca, i suoi occhi, le sue mani, non erano più così -tranquille. -</p> - -<p> -— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti -prego... mi fai terribilmente male... -</p> - -<p> -Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose -la faccia nel grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia. -</p> - -<p> -Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di -respingere quella bocca molesta, ma non potendo vincere -la sua forza, con súbita ira gli cacciò le dita convulse -fra i capelli. -</p> - -<p> -Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse -gli occhi e si lasciò portare... -</p> - -<p> -Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte -sopra un lago bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; -un altr’uomo curvo su lei, che la copriva di carezze -e di baci. E si rivide in quel letto, e rivisse lo spasimo -di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo, ch’egli fosse -tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente come -allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti, -per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, -salisse fino alle sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di -voluttà e di spavento... -</p> - -<p> -Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza -in stanza, per la casa taciturna, subitamente s’intese il -grido della sua perduta verginità. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span></p> - -<h2>II</h2> -</div> - -<p> -Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò -al Circolo, e comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò -con indolenza sopra un divano di cuoio presso il tavolino -dove Gigi Saletta, di soprannome Saponetta, ed alcuni -altri giocavano al poker. -</p> - -<p> -Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata -con un fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò -la sottoveste, accese un sigaro e chiuse gli occhi -beatamente come per assopirsi. Ma faceva troppo caldo -per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe Cianella -chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore -verso di lui. -</p> - -<p> -Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente -sul divano, e con un senso di vera beatitudine -si provò a chiudere i suoi maliziosi occhi. -</p> - -<p> -— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero -sbadiglio. -</p> - -<p> -— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori. -</p> - -<p> -Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma -Gigi Saponetta, giocatore abilissimo, lo aveva costretto a -dichiarare il punto, e gli altri, facendone risa matte, si -beffavano del ciurmadore ciurmato. -</p> - -<p> -Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, -sbraitando contro i domestici perchè non trovava un giornale; -Lello Fornara, lo svenevole, scriveva in un angolo -la sua giornaliera lettera d’amore; per l’uscio aperto, che -dava nella sala del bigliardo, si udivan le biglie urtarsi -fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini e -del suo giovane allievo Leonardo Sergi. -</p> - -<p> -— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra uno -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -sbadiglio e l’altro Beppe Cianella, che non poteva prender -sonno. -</p> - -<p> -Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di -buon umore. -</p> - -<p> -— Allora dicevi? — domandò al Cianella. -</p> - -<p> -— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, -contento finalmente che qualcuno l’ascoltasse. -</p> - -<p> -— Chi? — domandò il Berni. -</p> - -<p> -— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella. -</p> - -<p> -— Ah, va bene. -</p> - -<p> -— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo -le carte. -</p> - -<p> -— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi -quant’era lungo e volgendo la faccia contro la spalliera -del divano. -</p> - -<p> -— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, -ch’era nervosissimo al giuoco. -</p> - -<p> -Il Cianella si levò sopra un gomito e disse: -</p> - -<p> -— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno -cento lire per sapere con chi. -</p> - -<p> -L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. -Lello Fornara che aveva finita la sua lettera, s’era accostato -alla tavola udendo que’ discorsi. -</p> - -<p> -— Io so con chi, — fece. -</p> - -<p> -— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo. -</p> - -<p> -— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano -la Virtuosa. -</p> - -<p> -Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse -lei; ma questi, con una mano, fece segno di no. E disse: -</p> - -<p> -— Meglio assai che una colonnellessa! -</p> - -<p> -— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni. -</p> - -<p> -— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna. -</p> - -<p> -— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». -Come? non la conosci? Rafa le faceva la corte. È lei? -</p> - -<p> -— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico. -</p> - -<p> -— Una signora dunque? -</p> - -<p> -— Ma?... -</p> - -<p> -E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -che dopo il fallimento del marito, per mandare -avanti la famiglia, occupava i suoi pomeriggi nelle case -di convegno. -</p> - -<p> -— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni -nome. Poi disse finalmente: -</p> - -<p> -— Una signorina! -</p> - -<p> -— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe. -</p> - -<p> -Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili -d’un qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, -e Lello Fornara, ch’era una persona per bene, se ne -scandalizzò. -</p> - -<p> -— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella. -</p> - -<p> -— Su, dillo! -</p> - -<p> -Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano -e prese un’aria trionfale: -</p> - -<p> -— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò -con enfasi. — È un pezzo che le correva dietro e finalmente -li ho veduti oggi in automobile insieme. -</p> - -<p> -— Che? la biondina? -</p> - -<p> -— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti! -</p> - -<p> -Se ne fece una chiassata. -</p> - -<p> -Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli -della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran -noti per la loro eleganza: don Antonino Vernazza, -che aveva la specialità delle sottovesti, delle cravatte e -delle calze, il marchese Minardi che, al paro di Camillo -Torretta, sul principio d’ogni stagione passava la Manica -per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti -sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze -giornate dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa -od alle volte si permetteva qualche innovazione ardita, -sul taglio delle tasche per esempio, sul numero degli occhielli -o su la larghezza dei rovesci. -</p> - -<p> -Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di -stoffa, da cui pendeva il cartello autentico della ditta inglese, -e consultando un fascio di figurini parlavano animatamente -col signor Gian Giorgio, proprietario della -sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti preferiti. -</p> - -<p> -I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -gli ultimi abiti per la stagione estiva, quegli -abiti che li avrebber fatti ammirare nelle stazioni climatiche -e nelle villeggiature d’acque termali. Solevano consultarsi -deferentemente l’un con l’altro, perchè ognuno -teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per -non cader nel rischio di portare in due la medesima foggia. -</p> - -<p> -Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; -or stava in dubbio tra un pantalone color «kaki» -ed un altro di color grigio perla, a tramatura diagonale. -Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale di complemento, -aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti premi -nei concorsi ippici, quando però non erano montati da -lui; egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding -breeches» e sceglieva distrattamente la stoffa per un -«morning-coat». -</p> - -<p> -Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva -scegliere un «tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto -fra un seta «shantung» di color paglia ad una tela rigata -bianco-avana, forse un po’ rigida. -</p> - -<p> -Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia -ed anzi con quel rispetto che al suo competitore deve un -uguale artefice. Inoltre avevano tutti e tre qualcosa da provare; -ma i tagliatori erano occupati in quel momento, e, dovendo -aspettare, si dilungarono a far quattro chiacchiere. -</p> - -<p> -«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, -ed il tenente Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta -la sua licenza in quei giorni; la signora Platania era già -partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il marito; donna -Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva -invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. -Egli non sapeva se partire già vestito in abito da -sera, con un soprabito, o portarsi l’occorrente in una valigia -e cambiarsi all’albergo. -</p> - -<p> -Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano -andavano a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore -Gigliuzzi non fosse ancor ufficiale, il contino Piaggi, -nipote del barone Silvestro, vi andava egli pure. Tre o -quattro ballerine avevano affittata insieme una villetta sul -lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe stato -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -allegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi -dar la scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio -in automobile con quel pazzo di Marietta, poi andava ad -Aix-les-Bains col suo banchiere, finalmente il Duca le aveva -presa una villeggiatura in collina, perchè vi si recasse a -far vendemmia...» -</p> - -<p> -Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta -e furia, dicendo al sarto che l’accompagnava: -</p> - -<p> -— Mi raccomando: per dopodomani! -</p> - -<p> -— Sarà servito, signor Conte. -</p> - -<p> -Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse -verso l’uscita. -</p> - -<p> -— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza. -</p> - -<p> -— Non posso, ho fretta, — quegli rispose. -</p> - -<p> -— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più! -</p> - -<p> -— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve. -</p> - -<p> -— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si -mise a dire Max della Chiesa. Da qualche tempo è -divenuto intrattabile. -</p> - -<p> -— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini. -</p> - -<p> -Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato -col gomito su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la -bocca da un sorriso discreto e misterioso. -</p> - -<p> -— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino. -</p> - -<p> -— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia -schermirsi dal raccontare una cosa delicata. -</p> - -<p> -— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi. -</p> - -<p> -— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice -d’eleganze, arrotolando il metro che gli pendeva -dal collo. -</p> - -<p> -— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, -ci racconti. -</p> - -<p> -— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser -vero, ed in ogni modo queste cose è meglio non divulgarle. -</p> - -<p> -— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! -Con noi... via! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -</p> - -<p> -— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma -sanno, io lo ripeto perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo -raccontava oggi in sala di prova... sarà, non sarà... -</p> - -<p> -— Dunque cosa pare? -</p> - -<p> -— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante -incredibile... -</p> - -<p> -— E sarebbe chi? -</p> - -<p> -— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso -proprio dire... -</p> - -<p> -— Coraggio! -</p> - -<p> -Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, -chinandosi, rimpicciolendosi fra i tre: -</p> - -<p> -— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del -Ferrante... -</p> - -<p> -Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse: -</p> - -<p> -— Impossibile! -</p> - -<p> -— Insomma è quello che si racconta; io credevo che -loro lo sapessero già. Li hanno scoperti che pranzavano -insieme; tutti ne parlano come d’una cosa certa e v’è -persino chi li ha veduti entrare in una certa loro casa... -</p> - -<p> -Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, -su le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti -che il conte Raffaele Giuliani era divenuto l’amante della -sorella di Arrigo del Ferrante. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></p> - -<h2>III</h2> -</div> - -<p> -Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta -troppo a lungo presso di sè. I genitori ed il fratello -Paolo finivano di cenare; una cena ch’era stata silenziosa -e quasi lugubre, perchè ognuno di essi, pur non -osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con -impazienza il ritorno. -</p> - -<p> -Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita -insolita; era sempre fuori di casa, mattina e sera, senza -dare alcun pretesto e non tollerava più che nessuno le -movesse rimproveri. Anche d’aspetto era mutata; ne’ suoi -occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua bocca rideva -una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un tempo -così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di -guasto e d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in -lei avesse potuto prendere una forma visibile nei suoi -lineamenti. -</p> - -<p> -Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno -arrivavano per lei pacchi ed involti col nome dei primi -negozi cittadini: abiti dalle sartorie più note, cappelli -dalle modiste più rovinose, scarpe e stivalini da’ calzolai -di lusso. -</p> - -<p> -La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un -estremo disordine vi regnava; ma ella da qualche tempo -aveva preteso che nessuno vi entrasse, anzi, nell’uscir di -casa, ne portava sempre la chiave con sè. -</p> - -<p> -Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola -era per dirle qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente -consigliato al padre di cacciarla fuori di casa, -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -e la sua faccia per solito mansueta si faceva stranamente -oscura quando parlavano di lei. -</p> - -<p> -Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come -in tutte l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia -perdersi, sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue -spalle curve sul desco d’occhialaio, ma nel cuore timido -ed angosciato non trovava la forza di porvi alcun riparo. -Per di più gli erano venuti addosso molti acciacchi; la -gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva un poco -d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, -per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa -di Luisa, la sua figlia maggiore, ch’era una brava moglie -ed anche una buona donna, benchè forse un pochettino -egoista. Per lei la casa del padre non era più la sua casa: -dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi fino -ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era -molto numerosa e ve l’avevano accolta come una vera -figlia. Inoltre aveva già due bimbi, uno di quattr’anni, -l’altro di trenta mesi; due bei maschietti grassi robusti e -floridi che le occupavan tutta la giornata. -</p> - -<p> -Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva -il più piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena -gli facesse male, si metteva a farlo ballare e cavalcare, -ripetendo le stesse cantilene che tanti anni addietro aveva -insegnate a’ suoi bimbi. -</p> - -<p> -Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i -malanni della sorella, e questa gli aveva detto: -</p> - -<p> -— Mándala qui da me; le parlerò io. -</p> - -<p> -Ella pareva contare immensamente su la propria autorità -di madre feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto -con la solita rassegnazione: -</p> - -<p> -— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella -nostra Loretta!... -</p> - -<p> -La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. -Ella non aveva mai presa troppo sul serio la sua missione -d’educatrice, ed ogni tanto, fra i suoi capelli grigi, risaltava -fuori quella donna ch’ella era stata una volta, capricciosa, -bizzarra e priva d’ogni senso morale. Que’ bei -vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -le donne che in gioventù son state disoneste, acquistava -con l’inoltrar degli anni un senso istintivo di ruffianeria. -Ella ritrovava in questa giovinezza della figlia la sua propria -giovinezza, scapata ed avventurosa, ov’erano dopo -tutto i più dolci ricordi della sua vita. Solamente l’annoiavano -i rimbrotti del marito, il quale, timido con tutti, con -lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non -cessava dal ripeterle senza misericordia: -</p> - -<p> -— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti! -</p> - -<p> -Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva -ancora una certa pretensione di bellezza e cercava di -nascondere con molta diligenza i segni del suo disfacimento. -Aveva raccolto man mano i capelli caduti, per -farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti -e già da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse -il denaro necessario per comperarsi una mezza dentiera. -</p> - -<p> -Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, -ora, negli ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; -la teneva molto a corto di quattrini e la trattava con -prepotenza, forse per vendicarsi dei lunghi anni durante -i quali aveva taciuto. -</p> - -<p> -Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era -già grandicella quando la madre ancora si concedeva gli -ultimi spassi, e così aveva imparato a compatirne gli -errori con una specie di disprezzo indulgente, che ora -prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione. -</p> - -<p> -In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; -però bastava che si mettesse a sorridere perchè -padre e madre le fossero ai piedi. -</p> - -<p> -Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, -non aveva per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle -faccende altrui. La famiglia dell’occhialaio era divenuta -un poco la sua propria famiglia, perchè a lui mancava -per l’appunto il focolare, quel dolce regno domestico nel -quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il tiranno. -In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe -stato magari felice; ma nella sua retrobottega un -po’ tetra non v’era che quella placida Eugenia, sempre -zitella, che da mattino a sera leggeva o ricamava, ricamava -o leggeva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -</p> - -<p> -Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa -con una certa longanimità e della sua perdizione -faceva risalire la colpa ad Arrigo. Secondo lui tutto quanto -succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di Arrigo. -</p> - -<p> -Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto -quella sera egli era da poco venuto nella retrobottega de’ -suoi vicini a centellinare il cálice consueto illustrando le -più gravi notizie lette nei giornali, quando finalmente Loretta -entrò, ansante come se avesse corso ed un po’ -scapigliata. -</p> - -<p> -Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di -rimprovero. -</p> - -<p> -— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi. -</p> - -<p> -— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, -ironico. — Sono le otto e mezzo, nientemeno! -</p> - -<p> -— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un -fare altezzoso. Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte -alla cintura e si mise davanti ad uno specchio per ravviarsi -i capelli. -</p> - -<p> -— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò -il Riotti, gonfiandosi di rabbia per quella risposta -provocante. E soggiunse con disprezzo: -</p> - -<p> -— Vestita come una ballerina! -</p> - -<p> -Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere -forte e disse: -</p> - -<p> -— Buona sera. -</p> - -<p> -— Dove vai? — le domandò il padre. -</p> - -<p> -— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze. -</p> - -<p> -— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho -fatto serbare il pranzo. -</p> - -<p> -Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi -il cappello, ma lentamente. -</p> - -<p> -— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò -nervosamente Paolo, che poggiato contro la tavola sorseggiava -un ultimo bicchier di vino. -</p> - -<p> -— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -</p> - -<p> -Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli -occhi si facevan malvagi, la sua bocca prendeva -un’espressione dura. -</p> - -<p> -— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che -ci spiegassimo una buona volta! Così non è possibile -andare avanti. -</p> - -<p> -— Giusto, — sentenziò il Riotti. -</p> - -<p> -— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete -poi. -</p> - -<p> -— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho -fame io. Se c’è da spiegarci, spieghiamoci pure; avanti! -</p> - -<p> -E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello. -</p> - -<p> -— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, -facendogli un segno energico. -</p> - -<p> -— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione -sua madre: lasciatela mangiare. -</p> - -<p> -— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi -ascolto. -</p> - -<p> -Seguì un lungo silenzio. -</p> - -<p> -— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che -sei tanto linguacciuto! -</p> - -<p> -— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello -squadrandola. -</p> - -<p> -— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto -lo so che mi odii... Dunque parla. -</p> - -<p> -L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino. -</p> - -<p> -— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il -Riotti, — tu fai una vita che disonora la tua famiglia! -</p> - -<p> -Ella si morse le labbra. -</p> - -<p> -— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la -prego di dare queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha -bisogno; non a me; perchè lei qua dentro è un seccatore -e nient’altro. -</p> - -<p> -Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce -gli gorgogliava nella gola e non poteva dir parola. -</p> - -<p> -Finalmente inveì: -</p> - -<p> -— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti -rispettare come tuo padre... -</p> - -<p> -— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si -calmi, signor Riotti. Anche lei l’ha offesa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -</p> - -<p> -— Macchè offesa! -</p> - -<p> -— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la -sua poca energia, — chi deve parlare sono io e non altri! -</p> - -<p> -La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma -la curiosità lo vinse e tornò a sedere. -</p> - -<p> -Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la -spalla, con l’altra gli carezzò il viso. -</p> - -<p> -— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio -poi di male? -</p> - -<p> -Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. -Era così bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla. -</p> - -<p> -Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza. -</p> - -<p> -— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. -Lei ti fa vedere quello che vuole. -</p> - -<p> -Fece una pausa, poi soggiunse: -</p> - -<p> -— E visto che tu non parli, parlerò io. -</p> - -<p> -Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare -minaccioso. -</p> - -<p> -— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico -nella stoffa della camicetta. — E questo? e questo? -e questo! — continuò con veemenza, segnando la sottana, -le scarpine, la pettinatura, i braccialetti. -</p> - -<p> -— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco. -</p> - -<p> -— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non -è vero! Tu non hai i denari, noi non abbiamo i denari -per comprarti questa roba! -</p> - -<p> -Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un -po’ grossolana gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò -a lui cautamente e lo tirò per una manica. -</p> - -<p> -— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole. -</p> - -<p> -— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, -senza badare a quel consiglio. — Cosa vuol dire che ti -vesti come una marionetta e peggio? che ti profumi? -che ogni momento portan roba per te? che vai, che vieni, -che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come -se fossimo i tuoi servi? Cos’è?... -</p> - -<p> -E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò -di averne un poco paura, perchè i suoi occhi si fecero -grandi, fermi, e s’accostò al padre che taceva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -</p> - -<p> -— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E -fai bene a vergognarti, perchè anche noi, tutti -noi, — disse con più forza — abbiamo vergogna di te! -</p> - -<p> -Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò -a sedere. Il petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva -parlato; si riempì di nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo -alle labbra, ma non bevve, e lo depose con forza. Alcune -goccie di vino macchiarono la tovaglia. -</p> - -<p> -— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva -mai fatto questo bel mestiere! -</p> - -<p> -Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra -tremavano un poco, e ansava. -</p> - -<p> -Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i -guanti rimasti su la credenza, e, mordendosi un labbro -nell’ira taciturna, s’avviò verso l’uscio. -</p> - -<p> -Ma su la soglia si rivolse: -</p> - -<p> -— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo -un poco di pazienza; fra qualche giorno me ne vado e -non darò più noia a nessuno. -</p> - -<p> -— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla -sedia a fatica. -</p> - -<p> -— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni -avrò ventun anni e nessuno me lo potrà impedire. -</p> - -<p> --Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una -voce amichevole. — Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, -guardando Paolo che aveva i due gomiti su la -tavola e fissava immobilmente il bicchiere. — Tu, Paolo, -sei stato un poco aspro, e tu Loretta... -</p> - -<p> -— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì -sbattendo l’uscio. -</p> - -<p> -Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro -come una sciarpa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span></p> - -<h2>IV</h2> -</div> - -<p> -Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non -dormiva la notte, il giorno era più che mai spossato non -trovava pace. Questo amore gli si era veramente confitto -nelle carni come un cilicio di rovi e di spini. -</p> - -<p> -Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; -aveva paura della solitudine, ma insieme odiava -la gente. Nel silenzio, udiva il rombo del suo proprio dolore; -nel frastuono, l’urlo del suo mondo interiore vinceva -la sopraffazione delle vite altrui. -</p> - -<p> -In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce -riudiva la sua voce; ogni passo di donna, ogni veste -femminile gli rammentava il passo, la figura di lei. Si -sentiva perduto; il suo démone interiore l’aveva curvato -su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare; -aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, -che non è lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, -lo riconducevano verso il peccato; nel fischio di ogni treno -partente sentiva urlare la sirena del ritorno. Ogni giorno, -cento volte in un giorno, pensava: — «Domani tornerò.» -</p> - -<p> -Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo -alla più lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: -«Ella mi ha lasciato partire, non s’è aggrappata alle -mie ginocchia per trattenermi, non mi ha detto: Resta; -non ha pianto.» -</p> - -<p> -No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, -senza dir nulla. Una sua parola, una sua lacrima -sarebber forse bastate per impedirgli di partire. Ma ella -non aveva pianto. E invece comprendeva di averle fatto -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le -ho fatto quasi orrore...» -</p> - -<p> -Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma -tutto questo in fondo non era che simulazione, od era, se -non altro, una scaltrezza involontaria ch’egli aveva usata -per meglio guardare nell’ombra dell’anima sua. -</p> - -<p> -E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto -vero quello che dici; ma non andartene via da me, non -lasciarmi. O, se vuoi che fuggiamo, prendimi teco, portami -via con te. Questo appunto io voglio darti: l’intera -mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in -tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, -portami via!...» -</p> - -<p> -Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, -spaurita. Quel silenzio lo persuadeva che non s’era -ingannato nel dirle: «Il tuo amore è un capriccio, una -folata di vento, un’ondata sentimentale nel calore dei -vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così. Questo -amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, -non poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola -sorella. Bisognava per ciò essere passati oltre tutte le -tentazioni e tutte le delusioni dell’amore, averne conosciuti -i vizî, averne consumate fino all’ultima le innumerevoli -frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo conoscitore -di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata -e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in -ogni bacio un sorso di lentissimo veleno. Ma invece ella -passava una crisi, una piccola crisi d’amore, poi sarebbe -tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso ad amare le -cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio -ismemorato col quale s’era offerta a lui. -</p> - -<p> -Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la -stessa lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca -d’un altro amante; avrebbe dati a lui quei baci tenaci -ch’ella sapeva dare. Un altro avrebbe tuffate le mani calde -ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in sè qualche raggio -di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che sapevano -d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza -d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -tra i seni colmi e già così profondi che potevano tra l’uno -e l’altro nascondere tutta una faccia, altre labbra sarebbero -passate, calde, struggenti, a prodigarle quelle carezze -ch’ella amava... Poich’ella era fatta per godere spensieratamente -il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la sua -persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, -il segno visibile d’una violenta sensualità. -</p> - -<p> -Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria -è corrotta. Non voglio più rivederla; devo cancellare -questa immagine dalla mia mente, strapparmi dal cuore -questa pianta velenosa che ha messo radici per tutte le -mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; -io stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala -meglio: forse non è bella. Vinci la tua perdizione: forse -non è temibile.» -</p> - -<p> -Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò -per lei tutto il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio -che non sia questo folle peccato; le cose che più mi tentarono, -se le guardo, mi sembran oggi del tutto lontane dalla -mia vita. Bisogna che ritorni ad essere l’uomo che fui.» -</p> - -<p> -E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, -senza trovar pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso -nel respiro della sua bocca, fra i suoi capelli, parlando -con lei. Le diceva parole piene di delirio, ed ella, -nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con esperte -lascivie, la sua bocca di peccatrice. -</p> - -<p> -Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni -strada. Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse -precisamente il suo volto; ma ciò che in lui durava era -l’impressione d’esserle stato vicino, il bisogno di tornarle -vicino, era quell’odor particolare che la sua pelle tramandava, -e certi suoni della sua voce, del suo ridere, certe -memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, -nel tempo in cui stava per nascere la timida loro complicità. -Non era più nemmeno la sua sorella che amava, -ma un’altra fatta come lei. -</p> - -<p> -E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, -la squallida faccia del padre non veniva nemmeno più a -minacciarlo silenziosamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -</p> - -<p> -Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli -fosse nato nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna -ragione palese. Era un uomo sano, equilibrato, che si era -sempre condotto nella vita con tenace fermezza; nè il suo -costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture, nè un -esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire -la possibilità di così fatti amori. -</p> - -<p> -Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia -un gran fiore perverso in un campo arido. -</p> - -<p> -Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo -avesse un’origine soprannaturale, fosse un castigo inflittogli -da Dio, e pensò alla chiesa, al prete, alla confessione. -</p> - -<p> -Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo -del sentimento religioso, che forse gli dormiva insospettato -nell’anima, come una profonda e miracolosa eredità. -</p> - -<p> -Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che -tutti respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase -per lunghe ore nell’ombra dei colonnati, presso gli altari -sfavillanti, aspettando la grazia, contaminando la preghiera -con la sua bocca non guaribile. Una volta s’inginocchiò nel -confessionale; ma una paura più forte gli suggellò nell’anima -il suo grande peccato. -</p> - -<p> -Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, -sotto la custodia dei simboli sacri, il suo fantasma -lo perseguitava. Stando a ginocchi tra le colonne, dove la -basilica era più deserta, pur tra la voce dell’organo che -talvolta par chiudere in sè la mistica gioia d’una purificazione -umana, egli sentiva il bacio di quella bocca vietata -risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante, -e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce -vaporosa, pur sotto l’ala misericorde che l’assolveva del -suo peccato, egli si coricava perdutamente, in una coltre -impura, vicino a lei... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span></p> - -<h2>V</h2> -</div> - -<p> -— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente -Loretta serrandogli un braccio. — Non così presto!... Ho -paura. -</p> - -<p> -La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto -la sferza del sole d’estate. L’automobile volava; la campagna -carica di messi d’oro mandava una luce abbagliante, -fin dove, all’estremo limite, la copriva il cielo. -</p> - -<p> -Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta -il capo in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, -splendere, ardere: ne sorrideva impaurita. L’automobile -era carica de’ suoi bauli; egli finalmente la conduceva -nella chiara villa preparata per lei. -</p> - -<p> -Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, -mandava nel cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi -opifici; le spirali gonfie si allargavan lentamente nello -spazio, come strani fiori fatti d’aria e di caligine che il -vento sfasciasse a poco a poco. Le prime colline apparivano -all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di giovini -praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza -del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio -una diga scintillante. -</p> - -<p> -La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva -diritta fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, -nella distanza, come un brillante sentiero. Tutto all’intorno -l’occhio spaziava: i campanili delle chiese, le finestre delle -fattorie mandavano di lontano un balenìo fermo, come se -dentro le consumasse un incendio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -</p> - -<p> -Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi -passò nel mezzo, disperdendole per ogni lato con un furioso -battere d’ali, così come il vento sperde una manata -di piume. La piccola guardiana scalza, che s’era insiepata, -strillò di paura. -</p> - -<p> -Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta -schiacciata; ma non vide che una nube di polvere, -gonfia come un lenzuolo pieno di vento, che saliva in -alto, vorticando. -</p> - -<p> -— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con -voce piena di compassione. — Corri troppo forte! -</p> - -<p> -Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno -della vettura si sporse avanti e rispose: -</p> - -<p> -— No, signora, nessuna: ho guardato io. -</p> - -<p> -Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, -compariva un villaggio e bisognò rallentare. -</p> - -<p> -— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene -come possano le automobili camminar da sole, — confessò -Loretta. -</p> - -<p> -— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi -ora, — disse Rafa sorridendo. -</p> - -<p> -Ella parve riflettere un istante, poi domandò: -</p> - -<p> -— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile? -</p> - -<p> -— Se vuoi. -</p> - -<p> -— E’ difficile? -</p> - -<p> -— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti. -</p> - -<p> -Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo -che s’era calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva. -</p> - -<p> -— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa. -</p> - -<p> -— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò -Loretta con un sorriso. -</p> - -<p> -— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; -altrimenti si prende una malattia d’occhi. -</p> - -<p> -— Davvero? -</p> - -<p> -— Certamente. -</p> - -<p> -Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un -paio d’occhiali e ridendo se li mise. -</p> - -<p> -— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -</p> - -<p> -Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa. -</p> - -<p> -— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali? -</p> - -<p> -— Sì, hai ragione. -</p> - -<p> -Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di -premere ogni tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, -divertendosi di quel fischio lungo e lamentoso. Ogni -volta che vedeva un carro di lontano, dava un colpo di -sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi a guardare, -guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di -cavalli. -</p> - -<p> -Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle -sottovoce: -</p> - -<p> -— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando -il capo. -</p> - -<p> -Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate -vestiva la campagna gonfia di profumi; qualche bianca -villa, sul vértice delle colline, si riposava nella pace degli -antichi boschi; nel piano le falci qua e là brillavano, -come lampi, ed i villani, arrampicati su le scale a piuoli, -caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era vissuta -nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo -spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il -cuore. -</p> - -<p> -— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un -palpito. — Ho voglia di correre nei prati, di vivere in -mezzo ai contadini, di stendermi sotto gli alberi, di buttarmi -sul fieno! -</p> - -<p> -Poi domandò con sommissione: -</p> - -<p> -— Potrò fare queste cose? -</p> - -<p> -— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che -ti piacerà. -</p> - -<p> -Ella ebbe un sussulto di gioia. -</p> - -<p> -— E tu verrai spesso a trovarmi? -</p> - -<p> -— Ogni giorno, Loretta. -</p> - -<p> -— Quanto è lontana la tua villa dalla mia? -</p> - -<p> -— Mezz’ora d’automobile. -</p> - -<p> -Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse: -</p> - -<p> -— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga -sola, è vero? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -</p> - -<p> -— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, -se mi vorrai. — E soggiunse: — Vorrai?.... -</p> - -<p> -— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore. -</p> - -<p> -— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con -te la tua domestica ed in fondo al giardino v’è la casa -del giardiniere, che vi abita con tutta la famiglia. Li conosco -da molti anni e son brava gente. -</p> - -<p> -Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite -senza fatica; il sole già pendeva sul culmine delle -montagne. Sorpassata un’altura su la quale torreggiavano -i ruderi d’un castello antico, subitamente un lago apparve -davanti a loro, placido in lontananza, come una bella turchese -incastonata fra le montagne. I battelli a vapore lo -solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo -fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli -di bimbi. Le barche disseminate non segnavano che un -punto nero nell’immobile splendore dell’acqua. -</p> - -<p> -— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il -braccio. -</p> - -<p> -— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose. -</p> - -<p> -Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon -su le alture, sempre più azzurro, sempre più vasto; poi -s’imboscaron per una strada forestale, giunsero al sommo -d’una tortuosa erta, e videro a’ lor piedi stendersi luminosamente -il lago, che il sole fregiava di ricami e d’istorie -come un immenso arazzo d’oro. -</p> - -<p> -La macchina si avventò per la china con un rimbombo -di congegni, svoltò nel serpeggiare del pendìo sotto il -morso dei freni potenti, e mentre le sue nubi di polvere -turbinavano ancora su l’alto della collina discesa, essa già -correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei giardini, -che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande -di gelsomini e di rose. -</p> - -<p> -A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan -d’un color viola, e più violento s’accendeva nel -mezzo del lago, saettato in giù dall’opposta montagna. -</p> - -<p> -Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, -e, correndo per quella riva fiorita, un altro lago le salì -nella memoria, più bello ancora e più dolce, dove i giardini -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -andavano a bagnarsi nella pianissima onda e c’erano -i rematori che cantavano, di sera, navigando sotto le -stelle... -</p> - -<p> -Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca -fragile, che ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo -ch’era con lei quel giorno, curvo sui remi, con gli -occhi pieni di luce, la fronte sudata. Si ricordò della -notte che poi era venuta, con tante stelle quante non -aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la -più terribile e la più dolce nella sua vita, quando un -profumo troppo forte di magnolie e di gelsomini entrava -con l’aria notturna a invadere la stanza, dov’ella, malata -d’amore di sogni e di primavera, quella notte non poteva -dormire... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span></p> - -<h2>VI</h2> -</div> - -<p> -Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo -fantasma non gli dava pace. Voleva rivederla, e poi forse -fuggire di nuovo, per sempre. Ma guardarla negli occhi -ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di lei dopo -quell’ora di commiato. -</p> - -<p> -Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, -le avventure in cui s’era freddamente involto per -cercare uno svago, erano state il calvario supremo del -suo disperato amore. La lontananza ed il tempo, che sono -per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non servivano -che a rendere più acerbo un amore come il suo. -</p> - -<p> -Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed -il suo spirito alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi -intimorito con tutte le minacce, battuto coi più duri flagelli -e persuaso che nessun rimedio, tranne forse il possesso, -lo avrebbe mai guarito di questo implacabile -amore. -</p> - -<p> -Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima -un fato mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che -sono maggiori della volontà umana, e non più sperava in -sè medesimo per la sua liberazione. -</p> - -<p> -Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; -era posseduto di lei, era smarrito nelle oblique vie di -questo amore come in un dedalo senza uscita. Perchè -tornasse uomo e ricuperasse nel suo senso esatto il valore -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -della vita, gli era necessario sacrificare al suo terribile -nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano prigioniero. -</p> - -<p> -Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo -s’era lasciato pervadere i sensi da una febbre -che lo transfigurava, ed il suo mondo interiore non era -più che una vicenda continua di allucinazioni, le quali -raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia -dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro -intorno a cui roteava il suo torbido universo. -</p> - -<p> -Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale -amore; il suo cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla -fatica eccessiva di questo continuo desiderio. Non più lei -sola egli amava, ma in lei sola tutto ciò che fin dai primi -anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale inquietudine, -la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco -ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, -il fuoco dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la -morte soave, il profumo che addormenta in un sogno di -voluttà paradisiaca. -</p> - -<p> -In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende -trascorse. Perchè non aveva egli osato impadronirsene -quand’ella si offriva a lui con tanta passione? Una volta -ella gli aveva pur detta semplicemente una verità profonda; -gli aveva detto: «Il male più grande è non avere -il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! -Ora certo non si troverebbe in quello stremo d’angoscia -e d’aberrazione. Perchè non aveva continuato ad essere, -secondo il suo principio, uno spavaldo mietitore d’allegrezze, -un vuotatore di calici colmi, un di que’ freddi e -temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura -del rimorso? -</p> - -<p> -A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe -a trovare in lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, -nel precario senso e nel disordine di tutte le cose umane, -la loro colpa non avrebbe avuta la coscienza di urtarsi ad -insuperabili divieti, così come nulla impediva che due rondini -della medesima covata formassero insieme il lor nido, -sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -levato dalle radici oscure del suo essere a vietargli questo -atto di libertà? Quale forza inconoscibile custodiva colei -che si chiamava sorella, contro il suo colpevole amore? -</p> - -<p> -V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una -legge sacra, non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che -malediva i connubî incestuosi e puniva con una morte -lenta colui che osasse per avventura spingere lo sguardo -sotto le coltri delle sorelle addormentate? -</p> - -<p> -Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, -così inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè -mai queste appunto potevano con tanta veemenza -parlare a’ suoi sensi? Perchè mai egli, ch’era stato per -l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor femminile, tremava -ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla -forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava -leggerissima nella piegatura del suo braccio, a quelle sue -fine caviglie, che irrequiete apparivano e sparivano tra il -muoversi della balza? Oh, se avesse potuto ricevere da -un’altra amante queste gioie tormentose! Ma no! ella era -piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era -sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile -su le corolle di certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza -prestigiosa di questo nome pareva ravvolgerla in -un velo che tradisse perversamente la sua scintillante -nudità. -</p> - -<p> -Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, -per fuggire da lei o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi -ai piedi o per rovesciarla brutalmente sotto la forza -delle sue dure braccia. Una sola cosa egli conosceva -esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano. -</p> - -<p> -Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca -gelosia, poichè sapeva che un altr’uomo le stava intorno, -scaltro e paziente, capace di offrirle tutto quello che a -lei potesse piacere. Ne avevano celiato insieme i primi -giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel coltivare -la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; -non di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un -oscuro pericolo, si lasciava prendere da tentazioni criminose. -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -Con la singolare preveggenza di chi ama, egli tornò -sopra tutto per impedire che da costui gli fosse tolta. -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo -d’estate, mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno -l’aveva oppressa ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo -nella ventilata ombra della sera. -</p> - -<p> -Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva -casa per casa, e ch’era stata il teatro delle sue temerarie -conquiste. Ed era contento che già fosse la sera, per poterla -traversare più facilmente senza incontrarsi con alcuno. -Lasciò i bauli alla stazione, e salito in vettura si fece condurre -alla casa del padre. -</p> - -<p> -Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in -giro; gli batteva il cuore. -</p> - -<p> -L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di -lì, per quelle strade, nella giornata. E la vedeva col suo -vestitino di tela chiara, il cappello di paglia che le metteva -ombra sul viso, forse un di que’ medesimi che aveva -portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato su la -spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine -bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, -con la sua vitina snella che riceveva elasticamente le -ondulazioni del passo; ogni tanto si fermava davanti ai -negozi; la gente la guardava. -</p> - -<p> -Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti -con febbre, in una specie d’ossessione. Tornò ad amare -la sua città, perch’ella vi abitava, e la vita gli parve -nuovamente bella; tutte le aspirazioni che si erano in lui -sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia di assaporare -lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una -cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo -del suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, -fece fermare ad una bottiglieria, vi discese. -</p> - -<p> -Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti -da sera, andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò -chiamandoli per nome, forte allegramente: essi risposero -al suo saluto, ma senza effusione e passarono in fretta. Ne -rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano, e, gli parve, -di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -</p> - -<p> -— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina! -</p> - -<p> -D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste -famiglie di piccoli borghesi passeggiavano per le strade -in cerca di frescura; i tavolini dei caffè, gremiti di gente, -ingombravano i marciapiedi; le tramvie, scorrendo su le -rotaie calde, levavan guizzi di scintille azzurre. -</p> - -<p> -Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa -paterna. Giunse. La bottega era già serrata; egli restò -qualche attimo davanti al portone per non apparir troppo -commosso, poi entrò per la corte e li vide seduti in crocchio: -il padre, la madre, Paolo, il Riotti, l’Eugenia, che -discorrevano prendendo il fresco. -</p> - -<p> -E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò. -</p> - -<p> -La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria -vi spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, -in alto, v’era gente affacciata: si udiva or una cantilena, -or un bisticcio, e qualche scoppio di risa. -</p> - -<p> -Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; -l’Eugenia lo riconobbe. -</p> - -<p> -— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al -sopraggiunto. Egli tese loro le mani, poichè non poteva -parlare. La madre gli venne incontro e l’abbracciò. -</p> - -<p> -— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi -di quel nome. -</p> - -<p> -Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; -nessuno rispose. Paolo gli strinse la mano con un mezzo -sorriso, il padre disse appena: -</p> - -<p> -— Bravo, sei tornato. Era un pezzo! -</p> - -<p> -Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta. -</p> - -<p> -Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, -declamò: -</p> - -<p> -— È sempre il benvenuto chi torna fra noi. -</p> - -<p> -— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente. -</p> - -<p> -Rispose Paolo: -</p> - -<p> -— Non c’è male, come vedi. -</p> - -<p> -E gli altri tacquero. -</p> - -<p> -Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, -avevano quasi l’aria di nascondere un penoso mistero. -</p> - -<p> -— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -</p> - -<p> -Dopo un silenzio Paolo rispose: -</p> - -<p> -— Non c’è. -</p> - -<p> -— Come non c’è? È fuori? -</p> - -<p> -— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata. -</p> - -<p> -E gli altri tacquero. -</p> - -<p> -— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò -il Riotti. -</p> - -<p> -Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia -erano rimasti in piedi. -</p> - -<p> -— Io? Di lontano... -</p> - -<p> -— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi -le mani. La ragazza intanto lo guardava co’ -suoi piccoli occhi attoniti, ed una commozione visibile -tremava sul fiore della sua placida inerzia femminile. -</p> - -<p> -— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò -la madre. — Ma ci si vede così male qui... -</p> - -<p> -— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È -il gran caldo. — Si girò intorno per nascondere una confusione -manifesta, poi disse: -</p> - -<p> -— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà? -</p> - -<p> -Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ -stupiti: supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro. -</p> - -<p> -— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano -le parti ironiche. — La signorina non ha ore -fisse! -</p> - -<p> -Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino. -</p> - -<p> -— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti. -</p> - -<p> -E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La -madre, Paolo, entraron dopo di loro. -</p> - -<p> -— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, -con la viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza -suggerì a sè stesso: -</p> - -<p> -— Finisco la mia pipa. -</p> - -<p> -— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la -madre, entrando nella stanza illuminata. — Figlio mio, -cosa t’è accaduto? Non sei più tu! -</p> - -<p> -Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli -occhi solo vivevano di una vita febbrile nella sua faccia -devastata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -</p> - -<p> -Egli cercò di sorridere: -</p> - -<p> -— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per -molti giorni. -</p> - -<p> -— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio! -</p> - -<p> -— No; ora sto bene. -</p> - -<p> -Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a -lui, con la bontà impacciata delle persone semplici. -</p> - -<p> -— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la -sua premura. -</p> - -<p> -— Grazie, Paolo, nulla. -</p> - -<p> -Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua -casa egli era più che mai un estraneo; perciò non osavan -troppo investigare nella sua vita misteriosa. -</p> - -<p> -V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata -condita con aglio odorava forte. -</p> - -<p> -— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre. -</p> - -<p> -— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è? -</p> - -<p> -— Loretta... -</p> - -<p> -— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a -lui con una faccia spettrale. -</p> - -<p> -— È via... è partita... è fuggita insomma... -</p> - -<p> -— Fuggita!?... -</p> - -<p> -Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi -un momento per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, -enormi. Tutti e tre allibirono del suo terrore. -</p> - -<p> -— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi -ancora come per soccorrerlo. -</p> - -<p> -— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese -con la voce strozzata. La madre corresse: -</p> - -<p> -— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha -detto prima... -</p> - -<p> -Arrigo radunò tutte le sue forze: -</p> - -<p> -— Ma dove?! — gridò con ira. -</p> - -<p> -— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre. -</p> - -<p> -— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena... -</p> - -<p> -Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le -mani in saccoccia. -</p> - -<p> -— Sai... è una sgualdrina... — disse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -</p> - -<p> -Arrigo scattò in piedi con un balzo. -</p> - -<p> -— Cos’hai detto!? -</p> - -<p> -L’altro fece con la mano un gesto vago. -</p> - -<p> -— Nulla... dicevo così per dire. -</p> - -<p> -Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo -quasi con paura. In lui saliva una orrenda collera, -i suoi occhi ne lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi. -</p> - -<p> -— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una -orribile voce. -</p> - -<p> -Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro -il muro, e girò su la sua famiglia uno sguardo minaccioso. -</p> - -<p> -— Non lo sapete?... -</p> - -<p> -Il padre rispose: -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Da quanti giorni è partita? -</p> - -<p> -— Saranno dieci giorni. -</p> - -<p> -— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo -pensiero il tempo da che s’eran lasciati. -</p> - -<p> -— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando -innanzi la mano come per insultarli. -</p> - -<p> -— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle. -</p> - -<p> -— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più -duramente, con una voce implacabile. -</p> - -<p> -La madre s’era messa a piangere in una poltrona; -Paolo s’era fermato contro un mobile e fissava Arrigo -con stupore. -</p> - -<p> -— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo -fare noi contro voialtri?... Ci ammazzate, e basta! -</p> - -<p> -Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; -piano piano si lasciò calare sopra una seggiola e continuò -a tossire. -</p> - -<p> -Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti. -</p> - -<p> -— Disturbo? — domandò con mansuetudine. -</p> - -<p> -— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza -muoversi. L’altro volse uno sguardo su quella scena e si -ritrasse a malincuore. -</p> - -<p> -Arrigo fissò il fratello: -</p> - -<p> -— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Non -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -ti occupi di nulla, tu? Non sai dov’è andata -tua sorella? -</p> - -<p> -L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche -parola fra i denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo -si vide oscillar sui piedi come se volesse affrontare il -fratello. -</p> - -<p> -Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi -che gli fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese -verso il figlio primogenito; il mento scarno gli tremava -nella commozione. -</p> - -<p> -Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per -accusare forse, intorno alla fronte di quell’uomo debole -che per tutta la sua vita non aveva sopportato se non ingiurie -e sventure, una certa solennità si cinse, come se -nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano la -sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse -veramente il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo -sul focolare semispento e può benedire come un santo -o maledire senza remissione i figli nati dalla sua virilità. -</p> - -<p> -— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare -tuo padre e tua madre? Tu, che nella tua casa -non hai portato altro che malanni? Tu, che ci hai lasciati -soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai fatto nella -famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato le -spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua -sorella, peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, -quello che aveva il dovere dell’esempio. Sei tu che -l’hai portata fuori di casa per il primo, che le hai insegnata -la via del vizio, e se oggi è perduta per noi, se oggi -si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè -sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai -che un uomo cattivo!... -</p> - -<p> -La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato -dalla tosse. -</p> - -<p> -Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un -religioso terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua -colpa da colui che non la conosceva, quando pensò che -accusavano lui di averla buttata nelle braccia d’un altro, -lui che si struggeva d’un amore insanabile, quando sentì -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -che la sua opera nel mondo era stata solamente quella di -corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel -suo perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver -quasi tradito il suo terribile segreto, una ribellione cieca -proruppe in lui, contro tutto e contro tutti, contro quel -padre istesso che ora l’accusava, quel padre taciturno -ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte d’amore. -</p> - -<p> -Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo -la sua bocca sinistra. -</p> - -<p> -— Va bene, — disse lentamente, — va bene! -</p> - -<p> -Poi continuò, scandendo le parole: -</p> - -<p> -— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo -rovinato e perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato -e perduto. -</p> - -<p> -Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca -una smorfia di dolore; indi riprese: -</p> - -<p> -— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, -fratello, dovevate impedire che partisse a costo di ucciderla. -Non lo avete fatto, e siete responsabili di tutto quello -che può succedere. Non dimenticatelo: voi tre! -</p> - -<p> -E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel -suo riso sinistro. -</p> - -<p> -Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi -intensi. Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, -duramente, con un atto di sfida. -</p> - -<p> -— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, -con un tono ambiguo. -</p> - -<p> -— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo. -</p> - -<p> -— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai? -</p> - -<p> -Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e -fece atto di rispondere; ma l’altro non gliene diede il -tempo, e riprese: -</p> - -<p> -— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali! -</p> - -<p> -Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la -madre dette un urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, -non si scompose. -</p> - -<p> -— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che -ti scacci io! -</p> - -<p> -Col braccio teso gli additava la porta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -</p> - -<p> -Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda -che lo vinse. Gli parve che avessero guardato nel -suo secreto, che mille bocche urlassero ad alta voce l’infamia -di cui s’era contaminato... -</p> - -<p> -Chinò la testa silenziosamente, ed uscì. -</p> - -<p> -La strada formicolava di gente; la strada gli parve -impetuosa, terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo -travolse nel suo flutto, come un naufrago in balìa della -fiumana. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span></p> - -<h2>VII</h2> -</div> - -<p> -Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. -Una specie di follìa calma e lugubre s’impadroniva del -suo spirito, ed egli entrava nella tragedia imminente con -una spaventosa lucidità. -</p> - -<p> -Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino -alla sua catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità -dilaga nel suo mondo interiore, come se tutta la potenza -dell’anima volesse per un istante riposarsi, prima di -affrontare, benchè invano, la battaglia definitiva. -</p> - -<p> -Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della -solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo -cuore uno smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla -sua casa, bandito come un essere immondo; gli pareva -che tutta la famiglia umana rifiutasse di considerarlo de’ -suoi, perchè aveva peccato contro la legge sacra delle parentele, -aveva nascosto nella cenere del suo focolare il -serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica. -</p> - -<p> -Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene -dal male, sentì in quell’ora tutte le colpe della sua vita -trascorsa. Aveva voluto vincere il proprio destino, arrampicarsi -con l’unghie e coi denti per un’erta che non era -la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte -le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura -conquista. Ed aveva neglette in quell’opera vana le qualità -che avrebbero potuto fare di lui un uomo rispettato ed -onesto, forse un uomo veramente superiore. -</p> - -<p> -Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -nell’ombra del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi -del suo lavoro paziente cadevano in polvere intorno -a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in paragone dell’altra -sciagura. -</p> - -<p> -Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo -male, rendendolo quasi dolce, quella che si era curvata -con lui, più volonterosa di lui, su l’orlo dell’abisso ineffabile, -caduta già nelle braccia d’un altro dimenticava il -peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli non -poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata -vincere dal ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso -di quell’amore ch’era stato fra loro, e con lieta indifferenza -si prodigava, nelle braccia d’un altro, il più spensierato -oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore, se ancora l’avesse -baciata come una volta, e di lui non poteva ella -provare che una pietà profonda. -</p> - -<p> -L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità -mortale. Ma una speranza tenue, una di quelle speranze -irragionevoli che nascono dalle somme disperazioni, ancor -balenava nella sua morte interiore. -</p> - -<p> -Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... -Come saperlo? -</p> - -<p> -Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, -davanti al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; -le scuderie eran chiuse; le finestre dei primi due piani similmente -chiuse; tutto il palazzo aveva quell’aria disabitata -che assumono le case patrizie al tempo delle villeggiature. -Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto -che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta -la famiglia. Era partito in automobile. -</p> - -<p> -— Da quando? — egli domandò. -</p> - -<p> -— Forse da una decina di giorni, o poco più. -</p> - -<p> -Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli -feriva dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva -che i muri delle case si chinassero su di lui. -</p> - -<p> -Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; -si vedeva davanti a Rafa, in una stanza chiusa, -laggiù, chissà dove, lor due soli. Gli pareva di sentirsi nelle -braccia una forza raddoppiata, e che l’altro ne tremasse. Gli -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -diceva (ma non era precisamente lui, e non era la sua propria -voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai fatto gridare -il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue -braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, -sentiva la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: -«T’uccido!... ma lentamente, non súbito, non d’un colpo: -devi patire.» -</p> - -<p> -S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, -piano piano... -</p> - -<p> -Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa -ed ilare; il fragore delle strade gli parve assordante. -</p> - -<p> -— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. -E poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava -nel suo cervello: — Forse non è con lui; forse -mi cerca.» -</p> - -<p> -Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche -per dirgli: — «Mai più»? -</p> - -<p> -Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, -passando, lo guardavano. Frattanto studiava il modo migliore -per ritrovar le tracce di Loretta; ma nel disordine -della sua mente le idee si disperdevan come fumo. Allora -pensò di rivedere i consueti amici, poichè, nell’interrogarli -destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia sul conto -di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria -dov’era solito fare una sosta prima della colazione. -</p> - -<p> -Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti -eran già partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua -e là, nei soggiorni estivi. -</p> - -<p> -Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore: -</p> - -<p> -— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta -cera! Cosa ti cápita? -</p> - -<p> -Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata -ironia. Egli rispose a casaccio, qualche breve parola. -Tutti gli parvero strani e mutati con lui. Scambiate appena -poche frasi di convenienza, i più con un pretesto o con -l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran stati alcuni -sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo -non accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene. -</p> - -<p> -Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -avvicinò. Quest’uomo era maligno e crudele come tutti -quelli che han molto a farsi perdonare dall’indulgenza -del prossimo. -</p> - -<p> -— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar -discorso. -</p> - -<p> -— Infatti. -</p> - -<p> -— Come mai? -</p> - -<p> -— Non stavo bene, non sto bene ancora. -</p> - -<p> -— Si vede. -</p> - -<p> -Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento. -</p> - -<p> -— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con -indifferenza: — È vero che vai a stabilirti via? -</p> - -<p> -— Io? Perchè? -</p> - -<p> -— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci! -</p> - -<p> -E se ne andò fischiettando. -</p> - -<p> -Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste, -quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? -Sapevano forse già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? -O forse, lei e Rafa, s’erano fatti vedere insieme? -</p> - -<p> -Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri -indizi. Ma non v’era quel giorno che una piccola tavolata -di gente con la quale non era affatto intimo e che lo salutò -appena. Si mise ad un tavolino da solo e vide che anche -i domestici bisbigliavan nel servirlo. -</p> - -<p> -Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si -recò nelle sale del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un -vecchio maggiordomo, quello che la sera levava le decime -dalle tavole di gioco, andava spolverando qualche mobile -con una pigra lentezza. -</p> - -<p> -— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza -interrompersi. Col servidorame Arrigo era sempre stato -largo di mance, ben sapendo che la fama d’un gentiluomo -è spesso in mano di costoro. -</p> - -<p> -— Come stai, Pietro? — gli domandò. -</p> - -<p> -— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un -po’ dimagrato. -</p> - -<p> -— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni? -</p> - -<p> -— Niente: un gran caldo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -</p> - -<p> -— E d’altro? -</p> - -<p> -— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie! -</p> - -<p> -Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo -compatimento di coloro che da venti o trent’anni, ogni -giorno, sbrigano le stesse faccende e vedono succedere le -stesse cose. -</p> - -<p> -— Baruffe? — domandò Arrigo. -</p> - -<p> -— No; son quasi tutti in campagna. -</p> - -<p> -— Pérdite forti? -</p> - -<p> -— Qualcuna. -</p> - -<p> -— Pettegolezzi? -</p> - -<p> -— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre! -</p> - -<p> -— Su chi? -</p> - -<p> -— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho -viste tante!... -</p> - -<p> -Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita -di dómino che in estate usavano fare ogni giorno, dopo -la colazione. Il primo finse di non vedere il Del Ferrante, -l’altro di lontano gli disse: -</p> - -<p> -— Addio, come va? -</p> - -<p> -E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò -la scatola del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese -parlar fra loro animatamente; s’avvicinò, studiandone le -fisionomie; ma l’uno e l’altro, con la fronte raccolta nella -mano, finsero d’essere occupatissimi al loro gioco. -</p> - -<p> -Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai -due giocatori. -</p> - -<p> -— Che novità? — fece. -</p> - -<p> -— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. -E disse allo Spada: — Da questa parte ti chiudo col -cinque: pesca! -</p> - -<p> -Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, -sempre mezzo assonnato, che occupò súbito il divano sul -quale usava ogni giorno fare la siesta; poco dopo entraron -Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con Totò Rígoli. -</p> - -<p> -— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò -quest’ultimo al Del Ferrante. — Mi avevano detto che ti -eri imbarcato per le Indie, partito per il Polo, andato in -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva già mettere -il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco! -</p> - -<p> -Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. -Il Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai -sopravvenuti e strinse le loro con affetto. -</p> - -<p> -Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a -quegli amici, che andavano tessendogli una corona di -spine. -</p> - -<p> -— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in -pochi. Tutti via, coi papà, con le mamme, con le sorelline... -in campagna! -</p> - -<p> -Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere -un riso discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che -alludevano quegli scherni velati? Non avevan dunque -nessuna pietà di lui? Non lo vedevano morire? -</p> - -<p> -— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono -alle cinque col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno -i figli legittimi alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che -vanno in Isvizzera con le ballerine e le inscrivono nei -registri degli alberghi sotto il proprio nome, — per esempio: -«Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, -qui da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, -che spendono un occhio della testa in biglietti di -andata e ritorno; ci sono gli spiantati che vanno ad Aix-les-Bains -od a Trouville, ed infine ci siamo noi, scapoli, -senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta l’estate -a soffiare dal caldo in città. -</p> - -<p> -— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i -tuoi sproloqui? — esclamò lo Spada che perdeva la -partita. -</p> - -<p> -— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. — I -misteriosi che non si sa dove vadano, nè -con chi vadano, nè perchè vadano dove appunto vanno... -</p> - -<p> -Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al -ciarlatore con un risolino pieno di malizia. -</p> - -<p> -— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è -lo Spronelli, detto Coditrémola, che ha passato la frontiera -col suo inseparabile e indispensabile amico Lulù Mattioli... -Anzi, la Clementina dice che sono in luna di miele. C’è il tenente -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -Calógero, che ha chiesto tre mesi di licenza, per fare, -lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti sanno -invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a -fare il Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto -Pigna che vanno a fare una «tournée» artistica nelle -bische francesi; Torretta che va ad imparare il «bridge» -in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante, che credevamo -scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra i -misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di -tutta la situazione estiva della nostra compagnia. -</p> - -<p> -— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un -altro misterioso... -</p> - -<p> -— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi -quasi me ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito -per ignota destinazione, e quello proprio nessuno sa -dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia tu... -</p> - -<p> -— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando -una risata. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span></p> - -<h2>VIII</h2> -</div> - -<p> -Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto. -</p> - -<p> -Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza -pace, non solo fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, -ma d’un colpo irreparabile aveva pure distrutta la paziente -opera della sua vita, mettendo alla gogna il loro -nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette pubbliche. -</p> - -<p> -Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello -scandalo palese l’odio e l’invidia lungamente contenute. -Il nome infamante, l’aspro epiteto di lenone, gli sibilava -nelle orecchie ronzanti, lo feriva nel mezzo del cuore, come -se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse dietro per -beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l’accusavano di aver -venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato -nell’ombra il mercato fraterno, forse di averne già riscosso -il prezzo. E la città lo sapeva; per ogni strada la notizia -correva di bocca in bocca, ad ogni limitare si parlava di -lui, di lei, dell’altro; era un bisbiglio continuo, súbdolo, -che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello esagitato -la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei, -che volava nelle risate della gente. -</p> - -<p> -Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in -cento a sbarrare il suo cammino; la fiamma nascosta sotto -la cenere avrebbe illuminato di un crudele rossore il suo -pubblico dileggio. Strappatagli di dosso la sua veste di -gentiluomo avventizio, anche i più benigni non avrebbero -ritrovato in lui che il fratello della mantenuta. -</p> - -<p> -E udiva rinchiudersi dietro di sè, con un sordo fragore, -le porte dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie -che aveva pazientemente forzate; facce avverse vedeva, -bocche orlate di scherno, occhi obliqui volgersi altrove -per non rispondere al suo saluto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -</p> - -<p> -Tanti anni spesi ad un lavoro ábile, tenace, assiduo, -eran ormai sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; -l’inviolabile signorìa si asserragliava novamente nel -suo cerchio di privilegi — e questa volta per sempre. -</p> - -<p> -Ecco il dono ch’ella gli aveva apparecchiato per il suo -ritorno ed in cambio dell’amore ond’egli si moriva per lei. -</p> - -<p> -Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua -disperata passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto -ella lo ferisse, non gli riusciva d’avere contro lei alcun -rancore. Dal fondo invece della sua coscienza risvegliata -una voce gli parlava, con le stesse parole del suo padre -accusatore: «Sei stato tu che l’hai portata fuori di casa -per il primo; se oggi si disonora la colpa non è nostra, -è tua! tua!... perchè sei stato un cattivo figlio e in tutta -la tua vita non sarai che un uomo cattivo!» -</p> - -<p> -Ed allora si ricordò di quel primo giorno ch’ella era -venuta nella sua casa, con un braccialetto d’oro al polso, -il braccialetto di Rafa, e ricordò tutto quello che avevan -discorso fra loro, stando egli supino sul letto, ella seduta -su la coltre, quando, fra quel calore, fra quell’odore che -veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua purezza -il primo sguardo colpevole. -</p> - -<p> -Invece di ammonirla s’era fatto il suo complice, per -farsi amare da lei; giorno per giorno l’aveva quasi ammaestrata -nella corruzione, le aveva scaldato nel grembo -il piccolo serpe della lussuria, che li aveva poi allacciati -insieme nel suo nodo convulso. -</p> - -<p> -Atterritamente sentì che una forza invincibile si era -drizzata contro la sua colpa e che più non eravi alcuna -ribellione da tentare, alcuno sforzo nel quale adergere -l’ultima volontà, l’estrema speranza. Il suo nemico non era -più solamente racchiuso nella sua coscienza; ora usciva, -lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest’uomo, che -si era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente -la sua battaglia, provò allora un infinito bisogno -di tutti, e si volse a cercare intorno a sè un amico, un -amico fraterno e buono in cui versar la sua pena, un tetto -soccorrevole sotto il quale trovar rifugio. -</p> - -<p> -Ed allora solamente si ricordò di una donna ch’egli -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -aveva oppressa e fatta piangere, una donna che lo aveva -sempre soccorso, ch’era pronta sempre a tendersi verso -di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli sapeva che -da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai -strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato -un sorriso. -</p> - -<p> -Camminò per i marciapiedi avvampati, lungo i muri -che gli gettavano in faccia una luce abbagliante; camminò, -vedendo solo fulgori e grandi circoli di sole, che gli roteavano -intorno come per allucinarlo. Tutti i rumori della -strada, anche i più comuni, gli parvero insoliti, e mutati -gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza -dell’enorme dolore che lo travagliava. Come se un’immensa -catastrofe, d’un tratto, fosse avvenuta in lui, l’anima -gli restò sepolta sotto le rovine del suo mondo -interiore, ed inerte come un automa egli ubbidì solamente -alla sua paura. -</p> - -<p> -Quando giunse nella contrada ove abitava l’amante, -quando rivide quella casa dall’aspetto un po’ tetro, ma -con un suo balconcello fiorito, col suo portone ampio e -scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli si aprì -di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, -la fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente -sorgere di lontano il tetto di una casa ospitale. -</p> - -<p> -Avviene talvolta che la più antica fra le nostre abitudini -ci sembri nuova, ed un luogo per il quale siamo le -cento volte passati riévochi subitamente in noi la dispersa -memoria d’un’anima che anticamente fu nostra. -</p> - -<p> -A nessuno è dato conoscere come un luogo, un oggetto, -un essere, siano veramente in sè stessi, fuori dalla nostra -sensibilità e svestito dall’immagine che noi gli attribuiamo. -È il nostro cuore che fa parlare le cose, e noi, attoniti -qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel salire le scale -della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno -un’onda di sensazioni confuse; guardava con una specie -di curiosità l’aspetto di que’ muri adorni d’antichi affreschi, -di quegli scalini larghi e lenti, che aveva tante volte -contati macchinalmente nel salirli, di quella ringhiera in -ferro istoriato, un po’ rugginosa, che portava nelle congiunture -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -de’ suoi fregi una incancellabile polvere; guardava -l’aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla -parete sul primo pianerottolo, dove c’era un cassabanco -in legno scolpito. -</p> - -<p> -E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia -di molti anni, la storia di tutte le cose ch’eran passate fra -loro, dai primi tempi, quando l’amava d’un capriccio forte, -agli ultimi, quand’ella era divenuta per lui un peso necessario, -anzi una indispensabile ma tediosa catena. La rivedeva, -qualche anno addietro, ancor bella e desiderata -da molti, co’ suoi lisci capelli neri che le facevan su la -nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui -gli occhi ardevano d’una vita spirituale; e quand’ella -gli si rifiutava con tutte le scaltrezze voluttuose della -donna che prevede l’imminenza del suo fallo, e poi le -lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia, tra -i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le -veloci sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la -tempia contro il violino, avvolto nel profumo della sua -carne pallida, curvo su lei, desiderosamente... -</p> - -<p> -E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, -quando già da un pezzo egli si sentiva amato, e già le -sue calde labbra si erano date a lui, di sera, nell’ombra, -con brivido, su l’orlo d’un pericolo meraviglioso. A quel -tempo era singolarmente bella, ravvolta in un colore di -poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua -semplicità era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della -sua persona somigliava singolarmente a certe materie fragili, -profumate, rare, come l’antico avorio, come l’ambra soave... -</p> - -<p> -Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante -lacrime le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto -aveva portate in quella casa, dove adesso tornava, -sopraffatto egli pure da una di quelle tempeste che soverchiano -il cuore... -</p> - -<p> -Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, -per onestà forse o forse per disattenzione. Ma egli -ne aveva rabbrividito qualche volta nel baciarla. E, se non -poteva nascondersi l’evidenza di quello sfiorire, il doverlo -sopportare in silenzio talvolta gli eccitava nello spirito un -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua bocca -un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano -di leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente -fini, e nel cavo degli occhi, sotto il mento, intorno -alle vertebre del collo, si raccoglieva talvolta una -indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che stanno per -mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. -Ma egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle -ombre, nè dirle che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino -all’orlo della bocca certi acutissimi scherni... -</p> - -<p> -Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue -braccia nude, nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare -quel nodo lento e forte che fanno le braccia delle amanti -giovini; ma il seno fiacco le s’inaridiva; la sua pelle, -fattasi quasi opaca, non tramandava più quell’odor lussurioso -che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo -fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare -un’altra carezza, un altro amore, anche di strada, -ma sul quale non fosse caduta la sottile cenere del tempo. -</p> - -<p> -E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido -bacio... non te, ma la giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo -nel calore d’un’altra e bevo su la bocca d’un’altra questa -voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile cosa? -</p> - -<p> -E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria -crudeltà, poichè in lei rimaneva la febbre, il desiderio più -giovine degli anni, la voglia inestinguibile in tutte le creature, -di piacere ad un’altra, di ricevere da un’altra il piacere. -In lei rimaneva il triste furore della passione, come -un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada sfiorendo; -e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte -chinata, ella pareva guardarlo con infinita malinconia. -</p> - -<p> -C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le -virtù che sono state o che potevan essere nel suo cuor -femminile par si radunino insieme per comporre una fedeltà -unica, una sola poesia. Ed è allora che nel suo amore -pénetra un senso vago di maternità, si fonde una tenerezza -sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di -porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse -insieme la casta misericordia d’una suora di carità. -</p> - -<p> -Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -si orna la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il -quale cerca di piacere. Nel suo commiato dell’amore, che -in fondo è per la donna tutta la storia della sua vita, ella -vuol essere più bella che può. -</p> - -<p> -Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua -fedele memoria — il più voluttuoso ed il più triste: quando -sentì per la prima volta il desiderio d’un uomo tremare -dietro il lieve muoversi della sua gonna, e quando, in un -bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che -non sarebbe amata mai più. -</p> - -<p> -— Clara! -</p> - -<p> -Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva -rumore. -</p> - -<p> -Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non -disse parola e restò perplessamente a guardarlo. -</p> - -<p> -Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura -aveva così travolta la sua vita? Non era più il medesimo, -quegli che tornava; non lo riconosceva più. -</p> - -<p> -Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo -solo. Talvolta, fra due che s’incontrano, vi son tante e così -terribili cose a dirsi, che le parole, tutte le parole, sembrano -quel che sono in verità: segni troppo incapaci di -esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si parla -solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la -confessione è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e -mutamente ha devastate le anime. -</p> - -<p> -Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione -così forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi -nel volto i loro inconfessabili pensieri. -</p> - -<p> -Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona. -</p> - -<p> -— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si -coverse la faccia. -</p> - -<p> -Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello -strazio che dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con -una mano gli carezzò i capelli come faceva di consueto. -</p> - -<p> -Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò. -</p> - -<p> -Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di -tormento, mai la dolcezza consolatrice d’una lacrima gli -era salita fino alle aride ciglia. E in quel momento, dal -suo più profondo essere, sotto la carezza di quella mano -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -timida, sentì qualcosa commuoversi dentro l’anima che -non era più disperazione, che non era più furore, ma una -voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi -di comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi -dirle: «Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, -vicino a te...» -</p> - -<p> -E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili. -</p> - -<p> -Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla -sua poltrona, mise la fronte contr’una sua spalla e rimase -ferma. Così lo ascoltava piangere, in silenzio, con una -specie di religione, trattenendo a forza le sue lacrime, -poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse -nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui. -</p> - -<p> -Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli -occhi la loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano -per sempre divisi da un ostacolo maggiore di tutte -le volontà, l’uno e l’altra provarono ancora il conforto di -affacciarsi uniti sopra quella vacuità incolmabile, di fondere -il loro spavento insieme, di guardare con occhi fraterni -la loro morte interiore. -</p> - -<p> -Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per -riconoscerlo, come per cancellarvi le traccie dei dolori -patiti; e lo guardava con gli occhi asciutti, fermi, ove -splendeva un’infinita bontà, una disperazione infinita. Ella -non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo veduto, bello -e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto -il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, -così lucidi, che parevano pieni di sole... -</p> - -<p> -— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando -intorno lo sguardo con smarrimento, forse per riconoscere -quella stanza, che gli era tuttavia familiare. -</p> - -<p> -— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella -rispose pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed -un bacio. -</p> - -<p> -— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente -ogni cosa? -</p> - -<p> -E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo -d’amore, che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono -di sorella e d’amante. -</p> - -<p> -— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -povero amico. Ed è forse troppo tardi perchè io possa fare -qualcosa per te. -</p> - -<p> -Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, -come fosser lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti -del suo cuore. -</p> - -<p> -— Ma quello che non so, — riprese, — è dove sei stato -finora, dove sei fuggito, che hai fatto? -</p> - -<p> -Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che -suscitò in quel silenzio un’eco sinistra, e parve il riso implacabile -d’un’anima gonfia d’odio contro sè stessa. Poi, -di scatto, sorse in piedi, spingendo indietro la poltrona, e, -fermo davanti a lei che rimaneva inginocchiata: -</p> - -<p> -— Non hai orrore di me? — chiese, fissandola. -</p> - -<p> -Clara gli sollevò nel viso gli occhi mansueti: -</p> - -<p> -— Povero mio amore... — gli rispose con dolcezza; e -si levò. -</p> - -<p> -— Non ti faccio orrore, dimmi? -</p> - -<p> -— Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sarò -sempre la tua amica e non ti devo giudicare, io. -</p> - -<p> -Egli abbassò la fronte, con vergogna. -</p> - -<p> -— L’ami? — ella fece, così piano che appena si udì. -</p> - -<p> -E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido -e non volle rispondere. -</p> - -<p> -— La mia vita è morta, — disse. — Ho tutto perduto -in un giorno; tutto. Vivo in una specie di vertigine. Son -venuto da te, perchè sei il mio ultimo rifugio. E pensavo -che anche tu mi avresti respinto. -</p> - -<p> -Poi gli salì un rimorso fuggevole dal fiore dell’anima: -</p> - -<p> -— T’ho fatto piangere molto, non è vero? -</p> - -<p> -Ella rispose: -</p> - -<p> -— Che importa? -</p> - -<p> -Allora si risovvenne d’essere donna, d’aver tuttavia -qualche grazia nella sua consumata persona, di potergli forse -dare un conforto parlandogli con la sua voce più morbida, -lasciandolo discorrere della sua pena; e gli si fece presso, -gli posò le mani su le spalle con un atto debole e dolce: -</p> - -<p> -— L’ami ancora? — domandò. — L’ami ancora molto? -</p> - -<p> -— Con furore! con furore! — gridò egli, senz’alcuna pietà. -</p> - -<p> -Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito -che l’assaliva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -</p> - -<p> -— Raccóntami... — fece, con la estrema curiosità del -suo tormento. — A me puoi dire tutto, se questo ti fa -bene. Io non sono più nulla, tranne che la tua amica... -Raccóntami... -</p> - -<p> -— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi? -</p> - -<p> -Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira: -</p> - -<p> -— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio. -</p> - -<p> -— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran -dolore che ne avrebbe. — Non è mai inutile raccontare -quello che ci fa male. -</p> - -<p> -— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò -cupamente, quasi parlando a sè medesimo. E disse tre -volte queste parole: «la mia sorella», come se trovasse -un’acre sapore nell’orribile nome. -</p> - -<p> -Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose: -</p> - -<p> -— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio -perchè fosse mia! Lo sapevi? -</p> - -<p> -— No, — ella rispose impallidendo. -</p> - -<p> -Il fratello di Loretta riprese: -</p> - -<p> -— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è -attorcigliata intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; -un giorno, senza che l’avessi pensato mai, la tentazione -mi si è presentata, nuda, folle, terribile, nello spirito, -e da questo fantasma non ho avuto più pace. Quando -passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore -della sua persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il -giorno, sempre, su tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi -la svestivano; quando mi coricavo, era fra le mie -braccia, nel mio letto, coricata. Questo male venne a poco -a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi -dal suo medesimo respiro. -</p> - -<p> -Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena -di nervi, piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra -questo cálice, in cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, -come si offre un sorso a chi abbia sete. Non volevo -cedere, ma sentivo che prima o poi questa orribile sete -mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è salita lenta, -inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve -condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per -combattere queste orrende passioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -</p> - -<p> -Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava -nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile -di sè. Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e -questo appunto m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci -sopra un pericolo; lei ridendo, io tremando; e c’era una -forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma una forza -invincibile. -</p> - -<p> -Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, -mi si offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè -me. Tutte le lascivie che non avevo immaginate per alcuna -donna, le pativo per lei nel mio nascosto pensiero. -Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi roteasse -tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè -vuoi che ti racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, -e súbito ricominciò: -</p> - -<p> -— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A -poco a poco son divenuto anche geloso, terribilmente geloso. -Non dipendeva che da me l’appagarmi, eppure non -potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore, qualcosa -fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì: -terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia -carne stessa, che non poteva contaminare la sua. Perchè?... -Lo sai tu il perchè? -</p> - -<p> -Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza -battere le ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata. -</p> - -<p> -— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava -osare. Adesso è troppo tardi; un altro me l’ha presa... -è tardi! Mi amava: non mi ama più. Si è data, con gioia -forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè sono stato -anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato -contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava -osare. Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le -mie braccia nelle braccia d’un altro. Li ho lasciati fuggire, -intendi? fuggire insieme... -</p> - -<p> -Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; -poi ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta -nella mia casa, e si è spogliata. Non dimenticherò mai -quella prima volta che vidi le sue spalle nude. Ed anche -una certa notte non dimenticherò, quando eravamo in un -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava -con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava, -si attorcigliava contro me con tutta la sua -gioia, con tutto lo spavento che può essere nel primo desiderio -d’un’amante. Ma, invece di prenderla, invece di -concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda, sai che ho -fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato indietro, -afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, -che vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io -viva: — mio padre. Sono fuggito lontano, all’impazzata, in -cerca d’una liberazione. Mi odiavo, sentivo di me lo spregio -che si può avere della bestia più immonda, ma non potevo -non amare lei. Questo desiderio mi veniva dietro, fischiando, -come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè -lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno -di rimorso, ne trabocco... e pure non posso vincere la mia -colpa, non so concepire altra passione al mondo che il desiderio -di possedere lei... -</p> - -<p> -Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un -uomo ferito nel petto, che voglia contenere la morte. Indi -ricominciò: -</p> - -<p> -— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: -«Sei mia.» Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. -Ormai tutti lo sanno e se ne parla fino per istrada. Ebbene, -che fa? Ne ridono... Che fa? Mi chiudono le porte in faccia -dappertutto, mi dileggiano, mi respingono... Che fa? Che -fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma l’amo ancora, -e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il -mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve -ancora chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di -rimorso, e forse ti faccio soffrire, ma lo dico a te per la -prima, a te sola... Farle male voglio, anche se grida!... -Berle tutto il fiato in un sorso, appagare il mio peccato -fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se questo -mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?... -</p> - -<p> -Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio -di sole si mise a scintillare sopra una scatola d’argento. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span></p> - -<h2>IX</h2> -</div> - -<p> -Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara -era uscita in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, -racchiuse in una prigione fatta col suo grembiule -riverso. -</p> - -<p> -Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia -come i suoi capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi -d’un colore di cenere spenta. -</p> - -<p> -— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate, -signora: splendono! -</p> - -<p> -Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni -su. -</p> - -<p> -Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta -selvatica, venne davanti alla sua signora e disse: -</p> - -<p> -— Guardate. -</p> - -<p> -Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, -volaron via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi -fatui, nella notte piena di stelle. -</p> - -<p> -Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo -carico di vanzianelle sopra il silenzio del giardino -fragrante di póllini maturi. -</p> - -<p> -Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; -torme di moscerini aliavano per intorno, bruciacchiandosi -le ali, seminando il chiaro tappeto d’innumerevoli agonie. -Loretta, per aver fresco, s’era messa una vestaglia scollata, -in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena solitaria, -non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i sentieri -dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre -per le strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite -messi cariche di frumento, al trotto dei due polledri sauri -che Rafa le aveva noleggiati presso un vetturale di que’ -dintorni. Ma invece, la sera dolce, inebriandola a poco a -poco, l’aveva lentamente addormentata su la poltrona di -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -vimini, presso il lume velato, fra i giornali d’illustrazioni e -di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine mentr’ella -si addormentava. -</p> - -<p> -Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano -entrambe a guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi -a poco a poco, nel buio, come lucígnoli deboli -sotto il vento. -</p> - -<p> -Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il -calor del giorno pareva esser rimasto sospeso come un -gonfio lenzuolo pressochè invisibile; tutto, a perdita d’occhio, -pareva sopraffatto ed esausto per la fatica enorme -dell’estate. -</p> - -<p> -A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, -nel villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, -dormivano con serena pace; non si udiva che la -cantilena lentissima d’una donna, la quale forse ninnava -il suo bimbo. -</p> - -<p> -Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un -cespuglio, Loretta disse a Lazzara: -</p> - -<p> -— Dove sei stata? -</p> - -<p> -— Nei campi. -</p> - -<p> -Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno. -</p> - -<p> -Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi -fuori dal cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè -Benedetto era un bel giovine e le faceva la corte. Ecco, -era tornata con le sue lucciole, co’ suoi capelli sempre -spettinati, ed alla cintura portava un garofano rosso che -prima era stato all’occhiello del suo galante. -</p> - -<p> -— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara. -</p> - -<p> -— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta -rispose. -</p> - -<p> -A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa -era costretto a rimanersene in famiglia, dove le sue troppo -frequenti assenze, le notti passate fuor di villa ed i mormorii -del vicinato avevano già fatto nascere qualche malumore. -</p> - -<p> -— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari -dopo la mezzanotte, come sabato scorso. -</p> - -<p> -— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo, -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -guardò con uno sguardo errante la fantastica -notte, simile quasi ad una bellissima donna ignuda, che -ricurva su lo specchio della terra si andasse lentamente -pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse d’una polvere -d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo -di stelle. -</p> - -<p> -Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, -poichè l’età le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile -cuore. Lazzara si occupava di governar la casa, ripuliva, -rassettava, ricuciva, dava di mano alla cuoca, faceva -un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse che -un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ -grembiuli fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, -una signorina molto strana. -</p> - -<p> -E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan -compagnia; discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, -lievi come le farfalle. -</p> - -<p> -Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, -nátale da un amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. -Costei beveva e la picchiava. Un giorno scomparve. -Dissero che fosse andata in città a prostituirsi nella -mala vita, e più da quel tempo non la si rivide. Allora -Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi -nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio -prete, ch’era venuto ai settant’anni senza mai peccare, se -l’era tolta seco per far opera di carità e voleva educarla -come una figlia; ma non potendola frenare, l’aveva messa -in convento. Dal convento era fuggita per un ismodato -amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè -un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva -d’aver fatto molto cammino, a piedi, solo per rivedere il -suo vecchio prete, che da qualche mese appunto avevano -condotto a sepoltura. -</p> - -<p> -Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, -e lavorava e le facevan la corte. -</p> - -<p> -— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo -che Lora, taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale -del terrazzo e guardava nella chiara notte, un -po’ ebbra di quella solitudine. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -</p> - -<p> -— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno. -</p> - -<p> -Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona -di vimini, presso il lume velato. -</p> - -<p> -Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; -le stelle rossastre parevano mandar su la terra un -disperato calore. -</p> - -<p> -— E tu hai sonno, Lazzara? -</p> - -<p> -— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i -sogni che faccio mi túrbano. -</p> - -<p> -— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni? -</p> - -<p> -— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta -sogno l’altro mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò -fare, assai lontano di qui. -</p> - -<p> -— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara? -</p> - -<p> -— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; -mi piace ogni cosa che va lontano. -</p> - -<p> -Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo -all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli -chiari le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora. -</p> - -<p> -— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla -fanciulla. -</p> - -<p> -— Sì, signora; più di quattro anni. -</p> - -<p> -— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto. -</p> - -<p> -— Sì, una bella notte che non dimenticherò. -</p> - -<p> -— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed -amo ascoltare i tuoi racconti. -</p> - -<p> -La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, -contro le ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un -bell’animale selvatico e docile. -</p> - -<p> -Poi si mise a raccontare... -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente -che intonano in coro le monache dalla voce cristallina, e -il fumo gonfio degli incensi tra gli altari bianchi di gigli, -nei mattini di primavera. E poi, quando il suo fervido -cuore, nella cella rigorosa, nei cortili pieni di sole, al di -là dalle nude muraglie, risognava l’aperta infinita campagna, -ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi -odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le -messi che ondeggiano, il vento e la libertà. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -</p> - -<p> -E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, -libera, sola, con il cuore che le cantava, in una notte del -mezzo Aprile. -</p> - -<p> -Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, -nel silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso -di ferro che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, -la guardava. Passavan nel cielo, davanti alla sua cella, -certe continue vampe di chiarità, quasi tangibili, come -fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra che sonava, -lontana continua, straziante allegra, come un dolore che -volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da -una finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile... -</p> - -<p> -E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano -come fantasmi enormi che non facesser rumore. -Poi vide nell’ombra due luci, due scintille di fosforo, -ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le colonne, -strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto, -si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin -sopra il ciglio del muro. E di là vide una fila di case -addormentate, con un fioco lume che pendeva da un fil di -rame, fra due muri, oscillando; poi vide la campagna, l’infinita -libera campagna, simile quasi ad un mare, in quelle -bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante -luna. -</p> - -<p> -Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si -fece il segno della croce, e si lasciò cadere... -</p> - -<p> -Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta -viva negli odori della notte primaverile, lasciandosi dietro -un solco nell’erba rugiadosa, bevendo il vento che le passava -tra i capelli e li scioglieva stupendamente, facendoli -nella corsa ondeggiare come una bella criniera. -</p> - -<p> -Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le -viti pendevano da un albero all’altro, quasi bianche di -grappoli in fiore. Passò prati, campi, orti, seminagioni, -frutteti; e come in sogno rivide allora fiorir le stagioni, -che da tanti anni non vedeva più; rivide la primavera -odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida -di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie -d’oro, dal cartoccio stridente, con le sue sterminate -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -messi un po’ curve per la ricchezza dei frumenti, -ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti, ed i bubbolìi -freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della -falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una -distruzione lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose -vendemmie, dell’inverno, con la sua squallida neve... -</p> - -<p> -Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva -con una musica lieve, inchinando l’erbe al suo passare, -giocando nel suo lesto correre con la scherzosa luna. E -le pareva che il ruscello cantasse, piano, per lei sola, una -bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte -senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco -la mia meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna -il chiaror della luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o -tu che vai per la notte senza conoscere la tua strada.» -</p> - -<p> -Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto -notturno; ella ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. -Era, nel mezzo Aprile, la notte più stellata. Pareva -che ogni stella avesse un’ala invisibile o che un vento -leggero, passando, le facesse tremare. E più ella fissava -nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva -nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: -era un mondo distrutto, un atomo di luce distrutto, non -appariva più. -</p> - -<p> -Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva -cascatelle, muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava -una strada, un podere, una casa; entrava nei prati, pareva -perdersi: ricominciava. Lontano, all’orizzonte, con -indistinte ombre ventose, apparivano le foreste. Ora cominciò -ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più lontano, -poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono -la notte serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano -apparenze umane; s’udivan strepiti nel buio, come di gente -che sbucasse dai rami, e le pareva di sentirsi ghermire. -Poi, nell’alto fogliame, intese un frastuono, quasi un tonfo, -come d’immense ali che calassero giù... Ed era un gufo, -o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare la -morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel -buio. Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -più tra le macchie, più tra le forre, toccata in faccia dal -vento di quelle ali enormi, perseguitata da quei canti funebri; -poi le piombarono tutti addosso, gufi e civette, per -ucciderla, per coprire il suo corpo morto con un lenzuolo -d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata, soffocata, -uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio, immobili, -senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e -stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano -come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità. -</p> - -<p> -Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava -su l’erba il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi -profumava la terra umida; le capinere del bosco trillavano -a voce spiegata... -</p> - -<hr class="tbs"> - -<p> -Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano -entrambe inteso un rumore. Ascoltarono. -</p> - -<p> -La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, -vuotava i suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri -traboccanti nella profonda immensità; erano collane favolose, -che si spezzavano e rotolavano per l’infinito, corrusco -di mille arcobaleni; eran diademi fatti con milioni d’astri, -che si rompevano in frantumi e scorrevano tra fiumane -di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, -disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava -in una conca scintillante. -</p> - -<p> -Ascoltarono, più attente. -</p> - -<p> -— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua. -</p> - -<p> -Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte -le ginocchia pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo -della notte d’estate, un sorriso appena visibile su le rosse -labbra, Lazzara ricominciò. -</p> - -<p> -... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria -imparata nel convento: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Date un pane, buona gente;</p> -<p class="i01">nel mio sacco non rimane</p> -<p class="i01">più niente...</p> -<p class="i01">Buona gente, chi mi fa</p> -<p class="i01">per l’amore del Signore</p> -<p class="i01">la carità?</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -</p> - -<p> -E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese -che stava sul declivio di montagne gigantesche, e brillava -di fiumi scintillanti, ed era tutto imbevuto di primavera -come un roseto in pieno fiore. -</p> - -<p> -Ad un casolare, certa donna le parlò: -</p> - -<p> -— Come ti chiami? -</p> - -<p> -— Lazzara. -</p> - -<p> -— E che hai fatto sinora? -</p> - -<p> -— Nulla: ho camminato. -</p> - -<p> -La donna stette un attimo pensierosa, poi disse: -</p> - -<p> -— Entra. -</p> - -<p> -Così la presero per il tempo della mietitura. -</p> - -<p> -Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava -sdraiata sopra un mucchio di fieno, tra due siepi cariche di -frutti rossi, all’ombra d’un gelso basso e contorto. Di là -dalla siepe correva la strada maestra, tutta polvere e sole, -tra le fratte arsicce che avvampavan di selci vive e di -ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il pastore, -che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una -vasta nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada -prima di posarsi dietro il lor passare; un cagnaccio di pel -fulvo, con la coda mozza, si lanciava ringhiosamente contro -quelle che disarmentavano. Cardo era un ragazzotto di -spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di capelli -nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. -Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio -gli uscivan le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, -opachi di polvere, si muscolavano con solidità nelle sue -dure caviglie di camminatore. -</p> - -<p> -Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul -fieno, fece una smorfia e rise forte. -</p> - -<p> -— Buon dì! -</p> - -<p> -— Buon dì. -</p> - -<p> -— Fa sole... -</p> - -<p> -— Che sole! -</p> - -<p> -Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a -merenda insieme. Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una -gatta snella e indolente. -</p> - -<p> -Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -formaggio, una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino -a lei. Si guardarono in faccia e risero. Entrambi, -senza saperne il perchè, risero. -</p> - -<p> -— Fa sole... -</p> - -<p> -— Che sole! -</p> - -<p> -— Già, e non piove... -</p> - -<p> -Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa -com’era se le portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno -le corse giù per il mento. Guardava lui, che la guardava. -Era scalza ella pure, con le braccia mezzo nude, con qualche -fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, che mandavan -riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco -profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava -un odor di selvatico. -</p> - -<p> -Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi -pungere da non so quale molestia, ogni tanto, poichè -stava prono, col dorso dei piedi scalzi batteva la terra, -ma forte. -</p> - -<p> -Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un -correre d’acque, non un tremar di foglie; non altro che -un gridìo di cicale, ma così tenace, fermo, continuo, che -pareva stranamente fondersi col silenzio ed essere il silenzio -stesso. -</p> - -<p> -Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La -gonnelletta corta, rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; -tra quel fieno, qualche fil di paglia la pungeva -nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, tondo — e se -ne rammentava. -</p> - -<p> -— Che avete, Carlo, a fissarmi così? -</p> - -<p> -Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più -presso, cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, -come chi fiutasse a lungo la fermentazione d’un -tino di mosto. -</p> - -<p> -Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, -rosso come una fucina rovente, per quel sole che -tutto lo incendiava. Ed ella si sentì, tra quel fieno, più nuda e -più supina che se fosse adagiata sopra la sua coltre. Sentendosi -bella, ebbe vergogna di sè. C’erano intorno sciami -di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la -stordivano così. -</p> - -<p> -Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, -ma d’un riso sciocco. Egli avanzò la mano. -</p> - -<p> -— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!... -</p> - -<p> -E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella -calda estate, avanzando il fiore floscio tra il mucchio della -fienatura. -</p> - -<p> -Cantavano, strillavano, le cicale. -</p> - -<p> -Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron -via. -</p> - -<p> -Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la -rapida corrente. Le avevan narrato di certi grandi velieri, -con antenne alte come una casa, e di più grandi navi -senza vela, in un porto immenso, davanti all’anfiteatro di -una città splendidissima. -</p> - -<p> -Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il -suo battello nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. -L’acqua scendeva, lenta e buia, con brividi luminosi, tra -i filari di pioppi dal fogliame d’argento. -</p> - -<p> -— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che -buttava un mucchio di cordami vecchi nel suo battello e -stava per saltarvi dentro. -</p> - -<p> -— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi. -</p> - -<p> -— E a piedi? -</p> - -<p> -— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e -si volse. -</p> - -<p> -— Io ci vado, — ella rispose con serenità. -</p> - -<p> -Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di -rame con qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio -di lana, che aveva preso il colore dell’acqua e del vento. -</p> - -<p> -— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. -Poi soggiunse: — Ma che ci vai a fare? -</p> - -<p> -— E tu? -</p> - -<p> -— Porto legna. -</p> - -<p> -— Sicchè fammi salire. -</p> - -<p> -Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, -e disse: — Tanto fa!... il battello è carico; sali pure. -</p> - -<p> -Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e -due, in silenzio, come vecchi amici. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -</p> - -<p> -Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela -quadrata, stese una copertaccia ruvida, lacera, sui duri -cordami, e sopra vi si coricò. Lazzara, piena di confidenza, -gli si distese vicino. La barra del timone era sopra -le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto s’afflosciava, -battendo contro l’antenna con un romor secco -come di cosa stracca. -</p> - -<p> -Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto -di luna che saliva su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con -rado stelle. -</p> - -<p> -— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un -vecchio pane da mettere sotto i denti? -</p> - -<p> -— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta. -</p> - -<p> -Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con -ingordigia. Fumando, il battelliere la osservava. -</p> - -<p> -— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, -che sei tanto lacera? -</p> - -<p> -Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba... -</p> - -<p> -Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne -accendeva sempre più, e il fiume che per ognuna mandava -cento splendori. Il battello scivolava piano piano, facendo -sciacquar l’acqua sotto la sua chiglia, lasciandosi -dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa tremantissima. -</p> - -<p> -— Come ti chiami tu? — fece il battelliere. -</p> - -<p> -— Io, Lazzara. E tu? -</p> - -<p> -— Benozzo; io, Benozzo. -</p> - -<p> -— Ah... -</p> - -<p> -Il battello scendeva senza prender vento, rompendo -l’acqua illuminata, che ricadeva in gocciole di stelle. -Dalle due rive i pioppi ogni tanto si scuotevano, svettavano, -come se li intirizzisse l’algido chiarore della luna, -spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga -nei boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, -riprendevano il sonno interrotto nella vaporosa quiete -della notte fluviale. -</p> - -<p> -— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola -per il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, -guarda... C’è qualcuno laggiù!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -</p> - -<p> -In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa -un’ombra nera; due volte, tre volte, visibilmente, s’era -mossa un’ombra nera. -</p> - -<p> -— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi -su la stuoia, ma un poco impaurita ella pure. — È forse -un gatto... forse il vento... -</p> - -<p> -— No, taci. -</p> - -<p> -L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, -buia nel buio; l’intesero che si moveva. -</p> - -<p> -Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò: -</p> - -<p> -— Chi può essere? Gli vado incontro, signora... -</p> - -<p> -In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore -del viale illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, -irriconoscibile, che fece qualche passo avanti, quasi barcollando, -e si fermò. Ma Lora dette un grido, e per non -vederlo si coverse la faccia. -</p> - -<p> -Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della -scalinata, volle parlare, forse gridare, ma non potè. -</p> - -<p> -Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto -minaccioso, gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i -pugni affondati nelle tasche, forse pronti sovra un’arma -invisibile. -</p> - -<p> -Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; -poi fece due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti -a loro. -</p> - -<p> -— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non -voglio che si gridi! -</p> - -<p> -Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, -fecero qualche passo indietro; urtaron contro il tavolino -di giunchi; la lampada si rovesciò, si spense. -</p> - -<p> -Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto -curvato innanzi, con una specie di oscillazione, di tremito, -nella sua persona sinistra. -</p> - -<p> -— Chi è? — bisbigliava Lazzara. -</p> - -<p> -— Taci... -</p> - -<p> -Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un -di que’ silenzi ambigui che l’anima più disperata frammette -come un indugio davanti al suo più disperato -coraggio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -</p> - -<p> -Ma súbito egli disse con asprezza: -</p> - -<p> -— Voglio rimanere solo con te. Mándala via. -</p> - -<p> -Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor -più vicine. Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto -da una specie di fascino; e, stando fermo, la investiva -con uno sguardo triste, insidioso, miserabile, la ricercava -per tutta la persona, quasi che ciò gli facesse un male -estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol per -averla un attimo veduta. -</p> - -<p> -— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora... -</p> - -<p> -Forse già era un’altra voce che pronunziava questo -nome, o forse, per quello sguardo pieno di miseria, ella -comprese di non doverlo ancor temere; sicchè d’un tratto, -abbassando il viso con una specie di obbedienza, disse -piano a Lazzara di andarsene via. -</p> - -<p> -Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. -Allora la ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come -alcuno che si ritraesse per mettersi a vigilare. -</p> - -<p> -Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura -e protese un braccio verso la porta ov’era scomparsa -Lazzara. -</p> - -<p> -— No, no... — balbettava — lásciami... -</p> - -<p> -E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, -s’andò a rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la -vetrata, come in un rifugio. -</p> - -<p> -Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto -insieme il più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima -umana contenere il palpito, fra quei due che si -erano a vicenda vietato il meraviglioso delitto, forse perchè -incapaci entrambi di sopportarne la tragica e disperante -felicità, non era più che uno spazio breve come il braccio, -lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto di -chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno -a loro un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi -forti come un narcotico, e c’era, lì accanto, una casa -pressochè deserta, piene di stanze vuote, profonde, capaci -di custodire nel lor silenzio così la più nera complicità -come la più efferata beatitudine. -</p> - -<p> -E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -visibili, roteava una notte quasi magnética, tanto era bella -e splendente, quasi inverosimile, tanto nella sua bellezza -era qualcosa di eccessivo e di assurdo, quasi di crudele, -poichè non dava il sonno, il riposo, la pace nè il dolcissimo -oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie, -un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la -tremante anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una -voluttà oltremortale. -</p> - -<p> -Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi -e così vinto? Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche -risoluzioni portava in sè? -</p> - -<p> -Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, -dileguato, come un fiocco di nebbia nel sole. Ora -le stava presso, e mutamente la guardava. -</p> - -<p> -La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, -quasi diafana, in quella notte calda; era pur lei, fra le -pieghe di quella vestaglia trasparente, che mal nascondeva -il suo petto florido, vasto, calmo, diviso nel mezzo da -un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra i due seni distanti, -lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle ginocchia -che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era -pur lei, con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena -cosparse d’una vellutatura bionda, con la sua gola sempre -un po’ turgida, come se vi tenesse raccolto uno scoppio -di riso, con la sua bocca di donna perduta, lei, con la sua -viva odorosa capigliatura bionda, splendente come l’avena -d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo, era -lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, -con le sue labbra, con le sue mani, con il calore umido -del suo corpo, con il fiato greve della sua bocca ansimante, -con la sua viscida saliva, con il suo rauco rantolo, -avesse ormai toccata e posseduta questa intangibile purità. -</p> - -<p> -Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua -sorella germana; era lì. -</p> - -<p> -«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve -suonasse nel rumore dell’infinito, nell’opaco fervore delle -sue vene gonfie di sonorità. -</p> - -<p> -E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella -muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -affondare l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire -quel bagnato, quel caldo che fa il sangue quando sprizza, -o di mordere forte, coi denti, lì, nella gola, dov’è la voce -che canta, che dice le parole d’amore, che rántola, nello -spasimo e nel piacere, istessamente... -</p> - -<p> -Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non -essere così forte ancora da poter compiere il suo disegno, -poichè, più che tutto, quel soave álito, quel dolce odor di -lei lo vinceva, lo stremava, era come una mollezza che -gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse la -voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, -per sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli -disciolti, su la bocca il bacio della sua bocca, e morire -in lei come in voluttuoso annegamento... poich’ella poteva, -ella sola, fargli attingere da questa inebbriata morte il -fervore del rinascimento. -</p> - -<p> -Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, -lo affaticavano, lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi -al lor funesto potere. -</p> - -<p> -— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di -scherno, poichè la vedeva tremare. — Non ancora. -</p> - -<p> -Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta -la sua persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare -un così grande imperio sovra di lui, e sommessamente, -quasi proditoriamente, lo chiamò per nome. Con la sua -propria fragilità, con la sua propria duplicità di femmina -quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino, indovinando -il dramma imminente. -</p> - -<p> -— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto -nelle braccia protese. -</p> - -<p> -Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di -quelle mani minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. -E questa viltà lo fece ridere, d’un riso straziante; -perch’egli forse avrebbe voluto che si buttasse innamorata -e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in lui quasi un -rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come -ad uno straniero. -</p> - -<p> -Allora egli le disse con violenza: -</p> - -<p> -— Guárdami! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -</p> - -<p> -Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente -il braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la -faccia. -</p> - -<p> -— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai -fatto di me? -</p> - -<p> -Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi -e le apparve dinanzi a fronte scoperta. -</p> - -<p> -— Mi riconosci? -</p> - -<p> -Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi -una dolcezza ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse -a balbettare una parola incomprensibile, forse di smarrimento, -forse di pietà. -</p> - -<p> -— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi -riconosci. Eppure sono ancora lo stesso. Intendi bene quel -che dico: ancora lo stesso! -</p> - -<p> -La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse -l’amaro d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con -uno sguardo pieno di avversione, come se odiasse ogni -cosa di quel luogo dov’ella si era venduta. Fiocamente -illuminata da un raggio di luna si vedeva per le due -porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, -piena di quei mobili raccogliticci, che arredano le -case d’affitto; mobili comperati a casaccio, collocati nel -peggior modo, per riempire un angolo, per soddisfare i -capricci d’un locatore estivo. -</p> - -<p> -E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra -oscurità. -</p> - -<p> -L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino -al limitare, forse per curiosità, forse per vedere se alcuno -li spiasse; poi si rivolse lentamente, a volto chino, parendo -reggere su le spalle il peso enorme della sua propria disperazione. -</p> - -<p> -Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non -s’era spezzata e la riaccese. Metteva in ogni gesto una -lentezza voluta, come se gli piacesse prolungare il silenzio -davanti alle parole inevitabili. -</p> - -<p> -Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente -sul terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -ella nell’angolo, sempre rintanata, con gli occhi attenti ad -ogni gesto di lui. -</p> - -<p> -Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi -con fatica la persona stanca. -</p> - -<p> -— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la -prima volta all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato -menomamente a quello ch’era stato fra noi? -</p> - -<p> -Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere -disse con forza, con ira: -</p> - -<p> -— No! -</p> - -<p> -Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla. -</p> - -<p> -— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa -vita un po’ pigra ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, -forse un po’ troppo... La vestaglia ti si dislaccia... Non -eri così quando ti conoscevo io. Forse Rafa ti fa star molto -coricata, e il letto ingrassa... bada! -</p> - -<p> -Prese uno sgabello e vi sedette. -</p> - -<p> -— Discorriamo. -</p> - -<p> -Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse -uno sforzo indicibile per continuare su quel tono di -burla. -</p> - -<p> -— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese -di Marzo, quando sei venuta a trovarmi nella mia casa -per la prima volta. Io dormivo. Allora eri quasi una bambina, -o parevi esserlo, e mi hai mostrato un braccialetto -d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per lo -meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si -evita di salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una -casa, e più bella e più ricca della mia, poichè Rafa spende -volentieri. Se però non ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, -ha in orrore le donne troppo grasse. Poi mi ricordo anche -d’una gita che si fece insieme, su le rive di un certo -lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse -la memoria frammezzo a tante cose. -</p> - -<p> -La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi -sinistri occhi. -</p> - -<p> -— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti -rimane più voce? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -</p> - -<p> -La sorella domandò con un accento fermo e semplice: -</p> - -<p> -— Perchè sei venuto? -</p> - -<p> -Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi: -</p> - -<p> -— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; -ebbi voglia di farti una visita. -</p> - -<p> -— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una -voce più profonda. -</p> - -<p> -— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi -già messo il cuore in pace? -</p> - -<p> -In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente -una malvagia e tetra collera. -</p> - -<p> -— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, -con piena certezza. -</p> - -<p> -— Tu? -</p> - -<p> -— Alcun male, — ribadì, più recisa. -</p> - -<p> -Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla. -</p> - -<p> -— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi -con entrambe le braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me -avresti potuto fare liberamente quello che ti piaceva... Non -dimenticartene! -</p> - -<p> -— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, -colpito in pieno da questa verità. -</p> - -<p> -— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando -venni per la prima volta nella tua casa, e dopo, e sempre, -fino al giorno in cui fuggisti, potevi fare di me quello -che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè lagnata, mai. -</p> - -<p> -Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso -di meraviglia. -</p> - -<p> -— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta. -</p> - -<p> -— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa -da nulla: per qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa? -</p> - -<p> -Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli -alberi fermi, verso le stelle agitate, verso la luminosa -ombra della notte cerulea. -</p> - -<p> -— Rispondi! -</p> - -<p> -— Non so. -</p> - -<p> -— Per amore? -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Per denaro? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -</p> - -<p> -— Neanche. -</p> - -<p> -— T’ha forse presa di violenza? -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— E allora? -</p> - -<p> -— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè -mi vuoi tormentare? -</p> - -<p> -— Rispondi: lo amavi? lo ami? -</p> - -<p> -— No. Ho detto di no. -</p> - -<p> -Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè -ancora una volta: -</p> - -<p> -— Nè prima, nè ora; non lo amo. -</p> - -<p> -Ed inoltre era pur vero. -</p> - -<p> -Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che -la fissava; un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, -increspò l’amara sua bocca. -</p> - -<p> -— Ed allora perchè hai fatto questo? -</p> - -<p> -— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È -stata una follìa, un momento di leggerezza, -una cosa impreveduta e facile, senza gravità ma quasi -necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti nemmeno -la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, -forse perchè ho commesso l’errore di salire una -scala... non so, non so! -</p> - -<p> -Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi -con dolcezza, riprendendo su le guance floride il suo bel -colore, passandosi una mano inanellata su la bianca tempia -e ravviandosi i capelli con un suo gesto abituale. -</p> - -<p> -— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto. -</p> - -<p> -— Tu? -</p> - -<p> -— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo -disperatamente per non farti male?... -</p> - -<p> -Ella esitò un poco, poi disse: -</p> - -<p> -— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno -quando ne piangevo, dunque... -</p> - -<p> -Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava -tutta quanta la logica del suo piccolo cuore di donna, -scioglieva il suo piccolo enigma femminile, dove l’amore -più folle non era stato in fondo che una torbida curiosità. -Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del suo -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu -non mi hai voluta, dunque...» -</p> - -<p> -Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche -sul tavolino di vimini, che oscillava. -</p> - -<p> -— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi -semplicemente bisogno che uno ti coricasse, forte, -con le spalle sovra un cuscino, che uno ti facesse dare -finalmente quel piccolo grido... Chi fosse costui, poco importava. -Io ti avevo molto martirizzata... hai detto martirizzata?... — bene, -sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un -uomo ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto -in cambio qualche abito, qualche gioiello, una casa che -finirà con divenir tua... ecco, e tutto questo lo hai! -</p> - -<p> -— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa -da quella che facevo: null’altro. Forse mi sono anche -ingannata. -</p> - -<p> -Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò -pensiero: -</p> - -<p> -— Perchè sei sola questa sera? -</p> - -<p> -— Sono molte volte sola, — ella rispose. -</p> - -<p> -Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. -Egli aspettava ch’ella parlasse; ella era in attesa delle -parole di lui. E si esaminavano attenti; l’uno cercava di -leggere nel cuore dell’altra. -</p> - -<p> -— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque -non hai nulla a dirmi? -</p> - -<p> -— Sì, molte cose... ma ho paura di te. -</p> - -<p> -— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto -a quell’ora in cui non si rispetta più nulla e nessuno, -in cui tutta una storia va incontro al suo pericolo definitivo. -Però t’ascolto, se devi dirmi qualcosa, e ti ascolto ancora -con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo stesso... ti -ripeto: ancora lo stesso. -</p> - -<p> -E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento -soave come una carezza. -</p> - -<p> -— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino. -</p> - -<p> -— No! — ella fece due volte, — no. -</p> - -<p> -— Hai paura? -</p> - -<p> -Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -una compassione quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse -l’anima in quel rifiuto. -</p> - -<p> -Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara -comparve, piena d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì -per recarle soccorso. -</p> - -<p> -L’uomo si volse a lei con una mossa repentina: -</p> - -<p> -— Che volete? — inveì. -</p> - -<p> -La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano -dall’uno all’altra, quasi per indovinare. -</p> - -<p> -Ma Loretta le disse: -</p> - -<p> -— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. -Fra poco mio fratello se ne andrà. -</p> - -<p> -— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, -senza poter credere a sè stessa per la maraviglia. -</p> - -<p> -— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente. -</p> - -<p> -Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel -buio. Indi a poco fra lo spessore dell’antica muraglia -scaturì un rumore d’acqua corrente, che nella risonanza -della notte riempiva di sonorità la casa profonda. Poi -tacque: le alte camere si addormentarono. -</p> - -<p> -— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto -a vederti per l’ultima volta, e non me ne andrò così presto. -</p> - -<p> -— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere -a lungo in questa casa. -</p> - -<p> -— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente -mi sono ingannato. -</p> - -<p> -Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, -gli domandò: -</p> - -<p> -— Allora che vuoi? -</p> - -<p> -— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... -dunque parla, e sinceramente, come parlavi con me una -volta, quando non avevi paura. -</p> - -<p> -Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente -una frase per esprimersi. -</p> - -<p> -Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, -in alto, per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada -velata ne riceveva i brividi; sotto il respiro del vento -la sua morbida luce impallidiva. -</p> - -<p> -— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -infine. — Che anche tu devi per sempre dimenticare i -giorni passati e perdonarmi se ti ho fatto male senz’alcuna -mia colpa. -</p> - -<p> -Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, -il colore della sua profonda morte. -</p> - -<p> -— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, -con un atto appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo -vuol dire che per tuo conto hai già dimenticato. -</p> - -<p> -Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel -dolore. -</p> - -<p> -— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno -vado facendo uno sforzo continuo per strappare da me -questa cosa che non doveva essere... Io sono morta per -tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto male. -</p> - -<p> -Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi -cercando nel suo volto un segno qualsiasi che gli permettesse -di non credere a quelle fredde parole. -</p> - -<p> -Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica. -</p> - -<p> -E di nuovo si levò: -</p> - -<p> -— Senti... -</p> - -<p> -Le venne più vicino, si curvò: -</p> - -<p> -— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; -ho sofferto tutto quello che un uomo può soffrire, e son -tornato per vederti, solo per vederti. Sono stato nella -casa di mio padre, dove tu, dove tu ed io, abbiamo portata -l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un cane. -Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti -han vôlto il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni -m’hanno insultato quasi apertamente, perchè mi accusano -di aver concluso il tuo mercato. Ma di questo non -ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli entrambi, -sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la -pena. Invece, se ho bene compreso il senso delle tue parole, -in questo momento nel quale una immensa rovina -si moltiplica intorno a me, tu che ne sei la causa non -trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e -ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così? -</p> - -<p> -Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come -se avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -</p> - -<p> -— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole -un polso. -</p> - -<p> -— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: -io voglio fare per te, per mio padre, per mia madre, -tutto quanto posso... Dítemi solo cosa debbo fare... dítemi... -</p> - -<p> -Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola -bimba cui si minacci un grave castigo. Egli comprese -d’avere davanti a sè l’ineluttabile dell’anima femminile, -quel vuoto, quel nulla, che sta in fondo a tanti -cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in cuor -suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; -cercò di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità -la sua speranza fuggente. -</p> - -<p> -— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non -gli appartieni per amore... Dimmi: è la verità? -</p> - -<p> -— Sì, è la verità. -</p> - -<p> -— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo -questo cammino, è vero? -</p> - -<p> -— Sì, è vero. -</p> - -<p> -— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, -esclude tutto. Ho mille rimorsi nel cuore, ma ormai non -temo neanche il rimorso. Bandito, rovinato, espulso: tutto -questo non mi dà un vero spavento. È forse orribile a -dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la -mia passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre -che tu mi dài, la tempesta che mi susciti nel cervello, nei -sensi, questo no, mai! mai!... -</p> - -<p> -Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e -si restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ -suoi propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li -divideva. Quelle parole, quel suo fiato caldo, quella passione -traboccante, quel viso contraffatto, e la minaccia di -sentirsi toccata, baciata, posseduta, le davan ormai un -invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più forte -che la stessa pietà. -</p> - -<p> -Ma egli, quasi ebbro, continuava: -</p> - -<p> -— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso -veramente scordare tutta la miseria di questi giorni. Se -tu vuoi, mi sento la forza di ricominciare un’altra volta -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -la vita, e lontano di qui, lontano da tutte queste memorie, -mi sento la forza di giungere ad ogni cosa che tu possa -desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua vita bella, -come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo -momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho -avuta paura della nostra colpa. Noi non abbiamo volontà -che basti per lottare contro queste cose immense; anzi -troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili davanti alla -felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se vuoi, -m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo -nelle braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso -la notte, via di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo -possa più conoscere il rifugio del nostro amore... -</p> - -<p> -E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine -del suo rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia -e tendere verso la fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, -quand’ella dette un grido soffocato, e, prima che -potesse toccarla, con un rapido movimento gli sfuggì. -</p> - -<p> -Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi -dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso -l’orlo della scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino. -</p> - -<p> -Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come -per arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la -guardò. Muto, attento, fermo, per un lungo attimo la guardò. -</p> - -<p> -Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, -e sotto la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere -le braccia quasi del tutto nude, la gola scoverta, il -seno visibile. Per un pudore istintivo cercò di raccogliere -la stoffa tenue sul candore di quella nudità. -</p> - -<p> -Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, -qualche tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme -buio, come talvolta l’amore nasconde un turpe vizio tra le -sue belle fiamme. -</p> - -<p> -Egli rimase dov’era, e parlò forte: -</p> - -<p> -— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più? -</p> - -<p> -Ella taceva. -</p> - -<p> -— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?... -</p> - -<p> -Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come -un singhiozzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -</p> - -<p> -— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e -per sempre? -</p> - -<p> -Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una -statua; si vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche -leggermente tremare. Una di quelle sperse lucciole, volando, -le si impigliò fra i capelli. Ma ella non sentì quel -peso, non si accorse di avere sopra la fronte quella piccola -stella. -</p> - -<p> -— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... -da te, dalla tua bocca! -</p> - -<p> -Un attimo ancora di silenzio: -</p> - -<p> -— Non mi amerai più?... -</p> - -<p> -Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò -sul primo gradino, rompendo in lagrime dirotte. -</p> - -<p> -La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle -intorno. -</p> - -<p> -Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur -esauste la raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, -ben forte, con tutta la mano, le tappò la bocca. -</p> - -<p> -Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si -guardò intorno, come un animale in cerca della tana. -</p> - -<p> -Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, -cercò di urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile -premuta su la sua bocca. Cercò di fargli male agitandosi -quanto potè; ma d’un tratto il peso ch’egli reggeva -su le braccia divenne assai più greve, come il peso -di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli -bava e sangue nel palmo che la premeva. -</p> - -<p> -Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel -raggio di luna che bagnava il terrazzo come un fascio di -bianca elettricità, e, traversata la soglia, giunto nel mezzo -della prima sala terrena, parve cercasse con gli occhi -sperduti un divano sul quale deporla. -</p> - -<p> -Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un -ebete, ad ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la -sonorità concava del silenzio vi gravitava immobile, come -nei claustri disabitati; la magnificenza del raggio lunare -traeva dalle ságome dei mobili qualche fulgore, simile a -bianchissimi arcobaleni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -</p> - -<p> -Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava, -morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, -la fronte, la faccia, quasi per riconoscere sè stesso. -</p> - -<p> -Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; -la sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto -scoverto quasi non respirava. Aveva le braccia lente lungo i -fianchi, le ginocchia unite, i piedi composti, come in una -bara; le sue belle treccie, quasi del tutto sciolte, bagnavano -il lembo spiovente nel raggio di luna. -</p> - -<p> -— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora -t’ucciderò.» -</p> - -<p> -E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, -la ripose. -</p> - -<p> -Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore -assordante, come di gente che sopravvenisse, urlando, per -impedire il suo delitto. Ascoltò: non sapeva ben distinguere -se questi rumori fossero nel suo cervello o fuori; -ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in torma, -dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui. -</p> - -<p> -Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori -acuti come lame gli trafiggevano la carne. Su la bella -bocca della donna coricata era impressa una traccia di sangue, -che la faceva parere un po’ tumida e le suggellava -intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, come -ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre -un dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se -quelle labbra respirassero; ma il rombo delle sue proprie -vene soverchiava quel leggero álito. -</p> - -<p> -— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.» -</p> - -<p> -Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo -metallo dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo -ordigno, su cui s’accendevano scintille come -sprazzi di fosforo. -</p> - -<p> -Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua -bella tempia, senza quasi rumore... Una scossa, una breve -scossa, a lui nel polso, a lei per tutta la persona giacente; -una specie di urto improvviso nelle due ginocchia... qualcosa, -come un fiotto d’anima nella gola gonfia... un battito, -uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il -peso d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza -visibile, tranne il senso di questa parola: morta. E un -filo di sangue, sottile come la più piccola delle sue vene, -giù dalla tempia, su la spalla, senza fiotto, piano piano, -senza farle male... -</p> - -<p> -Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa -lieve domanda: — «E poi?» -</p> - -<p> -Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche -l’enorme vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità -estrema d’ogni cosa, d’ogni possibilità, quando in lei -non fosse più respiro. Sì, uccidersi, ma placarsi prima, -concedere un sorso anche minimo alla sua rabida sete, per -chiudere con un possesso tremendo la sua vita inutile, per -non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia -insoddisfatta... -</p> - -<p> -Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un -sacrilegio, immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; -ma faceva piano, quasichè non volesse destarla. -N’ebbe una così grande gioia, che v’immerse la faccia, -ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si destava; il suo -tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano ed -intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura. -</p> - -<p> -— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra -poco, non darai più carezze, povera piccola mano...» -</p> - -<p> -E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura -del braccio, dove tutte le vene, passando, creavano -una specie d’oscurità. -</p> - -<p> -In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per -la finestra; si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, -dannosa, come un pipistrello. E batteva, e batteva, -per la stanza chiusa, in alto, in basso, cercando l’aria -stellata nella oscura prigione. Poi si calò sopra l’uomo -ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel brancolare -gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del -suo volo. -</p> - -<p> -Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza -quasi azzurra; solamente il raggio lunare saliva come una -materia tangibile dentro la bella capigliatura spiovente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -</p> - -<p> -E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, -che si era difeso contro la colpa con un eroismo tanto -accanito quanto inutile, ebbe allora la tentazione suprema -di possederla pur una volta prima di spegnere la vita in -quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno dal -quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una -molle pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere -ad una bocca d’amante il bacio della sua bocca soavissima. -</p> - -<p> -E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo -a possederla, quegli che le darebbe insieme, quasi nello -stesso attimo, le due pressochè simili agonìe del piacere -e della morte. Voleva tuttavia ferirla nella sua carne più -viva, con una forza malvagia, e, tenendola in possessione, -vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per -le vene la spasmodica voluttà di quella morte. -</p> - -<p> -Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva -capace d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto -perchè l’odiava, si compiaceva nel dirle, come per -ischerno, le più calde parole d’amore; appunto perch’era -sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel ripeterle cose -dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella era -perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando -la sua verginità null’altro era che un brivido, una cosa -infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato. -</p> - -<p> -Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice -l’ombra, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, -profondo come un letargo; aveva complice inoltre l’arma -vendicatrice, che teneva pronta per il suo primo sussulto. -</p> - -<p> -Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe -ore notturne trascorse a possederla inanemente, le voluttà -prodigiose di que’ sogni e la fatica enorme dei risvegli -logoranti. -</p> - -<p> -— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna -mai ebbe dall’amore d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza -numero di volte nella mia solitudine disperata, -come tu stessa non potresti concederti ad altr’uomo -che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so -il colore delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, -so come le tue ginocchia stringono e come fai quando -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -gridi... Ma tu stessa, ora che ti vedo, sei più bella ancora, -e, così addormentata, mi ricordo che passavi le tue notti -nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo toccarti: -ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al -collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al -collo. E, vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... -quasi nulla, un velo appena, e sento già come sei tepida, -come sei dolce... Ma perchè vestita?... spógliati... io ti spoglio. -Anche un semplice velo è di troppo. Sei bella abbastanza -perchè il mantello della morte ti avvolga nuda. -Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora -più candida sembrerai...» -</p> - -<p> -Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva -lentamente, con indugi febbrili, assaporando a poco -a poco il gaudio di vederla mirabilmente spogliata. E là -dove le vesti s’aprivano, il raggio della luna penetrava, -come per stendere una specie di velo glauco su la sua -carne scintillante. -</p> - -<p> -Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità -un po’ convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, -dal suo mezzo fin sotto le oscure ascelle, i due seni -robusti, erti, rigogliosi, pieni d’impudicizia e di splendore, -simili a due conocchie straordinarie gonfie di lana -da filare. -</p> - -<p> -Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè -fosse inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento -enorme, davanti a quella nudità che aveva osato guardare. -Il senso delle cose presenti gli tornava a quella -vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come un’eco -inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone -gli andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, -e falla morire.» -</p> - -<p> -Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, -si rammentava d’essere un uomo, un miserabile -uomo brancolante sopra una femmina seminuda, e questa -femmina essere la stessa ch’egli non poteva toccare, la sua -sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava -nel grembo l’inconsumabile amore. -</p> - -<p> -Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -occhi potevano aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la -fronte come da una mano d’acciaio, fredda e forte; si sentì -per tutto il corpo trafiggere come da molte lame che gli -recidessero i tendini, ad uno ad uno, per sfibrarlo. -</p> - -<p> -Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel -suo docile sonno profondo come un letargo, ma non poteva -toccarla. -</p> - -<p> -E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava -a doverla uccidere senza godere di lei? -</p> - -<p> -«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è -un nome?...» -</p> - -<p> -E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una -specie d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!» -</p> - -<p> -Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di -que’ seni rotondi, per suggerne il forte sapore; quella -orrenda lussuria lo istigò a conoscere dappertutto la sua -nudità indifesa, e nel baciarla si sentiva pervadere da -un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo fiaccato, arso, -rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro paradisiaco, -e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma -una inconsumabile voluttà. -</p> - -<p> -E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere -finalmente la sua preda sul limitare della morte, nè più -sapeva chi ella fosse, nè per qual modo su l’orlo della -tragedia inevitabile egli potesse conoscere il principio di -una così grande felicità. -</p> - -<p> -Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi -dispersa nel vortice del passato — quando parimenti -si era trovato curvo su quella amata bocca, pallida, -ma non così ferma... — e la baciò. -</p> - -<p> -La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge -un delizioso veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella -si agitasse un poco; udì un sommesso lamento, che gli -parve un lamento d’amore. Traverso il velo di quell’ebbrezza, -la memoria del mondo non gli sembrava più che -un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, -colma di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, -sui capelli e su gli occhi; e su la bocca e su gli occhi -della sorella addormentata balbettava in delirio le sue parole -d’amore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -</p> - -<p> -— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... -più forte... -</p> - -<p> -Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, -ma lo guardò. E quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra -le palpebre violette, sotto l’arco dei grandi sopraccigli, a -fissarlo inesorabilmente. -</p> - -<p> -Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta -su l’orlo del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, -tutta d’un colpo, infranta. E subitamente, nella faccia -della sorella svenuta come nello specchio d’un’acqua -senza fondo egli rivide salir la faccia del loro padre taciturno, -la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, -l’incancellabile sembianza del generatore che separava i -suoi figli. -</p> - -<p> -Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia -inerti si disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano -dov’ella era stesa, il fantasma del padre si alzava -più preciso contro di lui, divincolando a fatica da quel -sonno le sue membra cariche di squallore. -</p> - -<p> -E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, -questo bianco suo padre levarsi con una specie -di maestà, per minacciare il figlio primogenito che aveva -osato peccare contro la legge sacra delle famiglie e spingere -l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella addormentata. -</p> - -<p> -Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno -fantasma, vero di una tragica umanità, sorgere contro il -figlio maledetto, contro il violatore della bellezza ingaudibile, -per respingerlo indietro da lei, fuori dalla casa, -fuori dagli uomini, fuori dalla vita... -</p> - -<p> -L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, -la follìa latente scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli -quella specie di briaco terrore che invade la bestia -accerchiata da un pericolo senza scampo. La pazzìa liberatrice -finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che -aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore -maraviglioso d’un dio. -</p> - -<p> -E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò -per la notte d’estate, briaca e folle come una baccante, -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -che saliva per i culmini del cielo, tra un’apoteosi di -stelle... -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi -dell’aurora d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri -scendeva cantando per il declivio della collina, ciascuno -recando su l’ómero la gran falce lunata, che il sole nascente -incendiava di tremanti arcobaleni. -</p> - -<p> -Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva -risplendere di mattutina ilarità l’anima di quegli -adusti mietitori. -</p> - -<p> -A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare -sovra il quale indugino gli ultimi vapori della notte, i campi -non mietuti si stendevan nella immensa pianura, ed ogni -cosa pareva oscillasse in una dorata inquietudine solare, -prima che, nell’irrompere del giorno, tutto bruciasse d’aurora -e di fiamma sotto la furia dell’estate. -</p> - -<p> -Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, -come da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, -e gli uomini che andavano per falciare, d’improvviso, -lo salutarono col loro canto. -</p> - -<p> -Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra -onusta di raccolti, gli uomini e il sole. -</p> - -<p> -Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti -come un’esca, ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, -che fra i papaveri di campo sgranavano dal cartoccio rotto -un enorme riso giallo. -</p> - -<p> -Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e -di qua, di là, fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con -le lor falci si misero in fila. E cantavano sempre, nell’aurora -vittoriosa, l’inno colonico al sole onnipossente, alla -terra libera, fecondata, che dona i raccolti gloriosi, al vómero -tenace che spezza la gleba irta di radici, alla falce -nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso -la pazza estate, faticosa ed instancabile... -</p> - -<p> -Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava -in capo della fila si fermò di colpo. -</p> - -<p> -— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la -faccia tutta bianca, rimase incerto se avanzare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -</p> - -<p> -— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora -dietro la svolta. E si addossarono a lui, sollevando le brillanti -falci, spezzando nella ressa improvvisa qualche fusto -di grano. Ma quel che videro li fece inorridire. -</p> - -<p> -Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo -giaceva, immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra -un fianco, la faccia bruttata nella terra tutta molle di -sangue. Un grosso can da pagliaio, laido e col pelo irsuto, -forse un can sperso, di quelli che van la notte uggiolando -fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla fauce -intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro -zampe leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di -sangue rappresa nel terriccio, sotto la tempia ferita. -</p> - -<p> -— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al -gruppo. E raccolta una pietra, la scagliò contro il can -errático, dalle orecchie mozze, dagli occhi notturni ed -iniettati come quelli d’una jena. -</p> - -<p> -L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i -denti rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio -si mise a correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì. -</p> - -<p> -— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto -ancora. -</p> - -<p> -Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi. -</p> - -<p> -— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente -il più vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, -sacra di antico travaglio, si toccò la sua fronte rugosa. -</p> - -<p> -Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il -segno della croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si -avvicinarono. -</p> - -<p> -Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si -curvarono. Stretta nel pugno convulso, la sottile arma -luccicava, — il piccolo meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile -che aveva data la morte. Intorno alla tempia -bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli occhi, -uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante -quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse -morto in delirio. -</p> - -<p> -Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; -gli tastaron la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore -fermo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -</p> - -<p> -— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che -Gesù Cristo, nostro Signore, raccolga nella sua pace -l’anima di questo cristiano. -</p> - -<p> -E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono -la proda empia su cui giaceva un cadavere -insepolto. -</p> - -<p> -Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo -e con pietà lo distese come un sudario su quegli -occhi spenti. -</p> - -<p> -— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, -lì nel campo, raccolto un fiore. -</p> - -<p> -— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città. -</p> - -<p> -— È sempre la città che li ammazza... -</p> - -<p> -— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che -pretendono di saper godere la vita... -</p> - -<p> -— Così giovine! -</p> - -<p> -— Sì, una trentina d’anni. -</p> - -<p> -— Forse anche di più. -</p> - -<p> -— Trasportiamolo. -</p> - -<p> -— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna -prima che lo veda il Sindaco. -</p> - -<p> -E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva -sul mondo rifecero il cammino. -</p> - -<p class="end pad2"> -<span class="smcap">Richmond Hill</span> — <i>Agosto 1908</i>. -</p> - -<p class="end"> -<span class="smcap">Aix-les-Bains</span> — <i>Settembre 1909</i>. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine</span> -</p> - -<hr class="silver"> - -<div class="opere"> -<p class="title"> -<i>DELLO STESSO AUTORE:</i> -</p> - - -<p class="pad2"> -L’amore che torna — 1908<br> -<span class="small">Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - -<p> -Colei che non si deve amare — 1910<br> -<span class="small">Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - -<p> -La vita comincia domani — 1912<br> -<span class="small">Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - -<p> -Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914<br> -<span class="small">dal 41.º al 70.º migliaio. <i>Storia di una giornata</i></span> -</p> - -<p> -La donna che inventò l’amore — 1915<br> -<span class="small">Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - -<p> -Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1915<br> -<span class="small">Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - -<p> -Il libro del mio sogno errante — 1919<br> -<span class="small">Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio.</span> -</p> - -<p> -Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920<br> -<span class="small">Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio. <i>Romanzo</i></span> -</p> - - - - -<p class="center pad2"> -<i>Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne -vieta la ristampa.</i> -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">Nota degli Editori.</span> -</p> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div lang='en' xml:lang='en'> -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>COLEI CHE NON SI DEVE AMARE</span> ***</div> -<div style='text-align:left'> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg™ name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg™ License when -you share it without charge with others. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg™ work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work -on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the -phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: -</div> - -<blockquote> - <div style='display:block; margin:1em 0'> - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most - other parts of the world at no cost and with almost no restrictions - whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms - of the Project Gutenberg License included with this eBook or online - at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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If an individual Project Gutenberg™ electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg™ -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg™. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg™ License. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format -other than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg™ website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original “Plain -Vanilla ASCII” or other form. 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Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, “Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation.” - </div> - - <div style='text-indent:-0.7em'> - • You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™ - License. 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Despite these efforts, Project Gutenberg™ -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain “Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the “Right -of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. 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If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg™ -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any -Defect you cause. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s website -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. 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Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our website which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This website includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</div> -</div> -</body> -</html> diff --git a/old/69294-h/images/cover.jpg b/old/69294-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index c8a322d..0000000 --- a/old/69294-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
