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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia - -Author: Mariano Colagrossi - -Release Date: August 1, 2022 [eBook #68663] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANFITEATRO FLAVIO NEI SUOI -VENTI SECOLI DI STORIA *** - - -Questo ebook è stato creato per celebrare il ventesimo anniversario di -Distributed Proofreaders. - - - - - P. COLAGROSSI - - - L’ANFITEATRO FLAVIO - - NEI SUOI VENTI SECOLI DI STORIA - - - (_CON 16 ILLUSTRAZIONI E 6 TAVOLE_) - - - - FIRENZE - LIBRERIA EDITRICE FIORENTINA - ROMA - LIBRERIA «PROPAGANDA» QUIRICO CASTELLO - 1913 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - _Stabilimento Tipografico S. Giuseppe — Via Pandolfini 26, Firenze._ - - - - - AL R.mo P. PACIFICO MONZA - MINISTRO GENERALE DEI FRATI MINORI - QUEST’UMILE LAVORO - INTORNO AL GRANDE ANFITEATRO - IN CUI L’ILLUSTRE APOSTOLO MINORITA - LEONARDO DA PORTO MAURIZIO - MEDITÒ SOVENTE - ED INSEGNÒ A MEDITARE - LA PASSIONE DI CRISTO - - - - -INDICE GENERALE. - - - PREFAZIONE _Pag._ 1 - _Introduzione_ — Storia generale degli anfiteatri 3 - - PARTE I. - =Dalle origini al secolo VI dell’era volgare.= - - _Capitolo Primo._ — Edificazione — Dedicazione — Feste - inaugurali — Medaglie commemorative — Spese - approssimative — Epigrafi 31 - _Capitolo Secondo._ — Descrizione della parte esterna - dell’Anfiteatro Flavio — Dimensioni — Architettura — - Materiali usati nella costruzione — Statue — Clipei — Perni - e spranghe — Sezione 41 - _Capitolo Terzo._ — Descrizione dell’interno dell’Anfiteatro - Flavio — Arena — Ipogei — Portici sotterranei — Cavea — - Velario — Anemoscopio — Architetto 53 - _Capitolo Quarto._ — Spettacoli celebrati nell’Anfiteatro - Flavio dall’inaugurazione al secolo VI, ed abolizione dei - medesimi 103 - _Capitolo Quinto._ — L’anfiteatro Flavio danneggiato e - restaurato 125 - - PARTE II. - =Dal Secolo VI al Medio Evo.= - - _Capitolo Primo._ — Il Colosseo — Origine di questa voce 135 - _Capitolo Secondo._ — Il Colosseo nel suo abbandono e poscia - convertito in fortezza feudale 147 - _Capitolo Terzo._ — Il Colosseo nelle mani del Senato - Romano — Giostre in esso celebrate 158 - _Capitolo Quarto._ — Il Colosseo - danneggiato dal terremoto (a. 1349) — L’arciconfraternita - di «S. Sanctorum» nel Colosseo 163 - - PARTE III. - =Dal secolo XV ai tempi presenti.= - - _Capitolo Primo._ — Varie vicende del Colosseo nei secoli XV - e XVI — Travertini asportati — I Papi e il Colosseo — Drammi - sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa di S. Giacomo — Ospedale - — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il Colosseo — - Sisto V 171 - _Capitolo Secondo._ — Il Colosseo nel secolo XVII 213 - _Capitolo Terzo._ — Il Colosseo nel secolo XVIII 217 - _Capitolo Quarto_ (secolo XIX). — Il Colosseo restaurato e - fatti contemporanei ivi avvenuti 223 - _Capitolo Quinto._ — Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Flavio - dal 1810 sino ai nostri tempi 231 - - PARTE IV. - =Controversie sull’Anfiteatro Flavio.= - - _Capitolo Primo. Quest. 1ª._ — Nella dedicazione - dell’Anfiteatro Flavio, ove si celebrarono le naumachie? 245 - _Capitolo Secondo. Quest. 2ª._ — Quali soggetti erano - rappresentati nei clipei? — Come erano questi disposti? — - Quanti erano? 257 - _Capitolo Terzo. Quest. 3ª._ — L’Anfiteatro Flavio e i - Martiri 265 - _Capitolo Quarto. Quest. 4ª._ — L’iscrizione «Sic premia - servas» è genuina o falsa? 285 - - APPENDICI. - - I. — La flora del Colosseo 337 - II. — Iscrizioni e frammenti epigrafici 347 - - - - -PREFAZIONE. - - -La grandezza e magnificenza dell’antica Città dei Cesari risplendono -tuttora nei suoi maestosi ruderi; e gli avanzi del maraviglioso -ANFITEATRO FLAVIO, di cui m’accingo a trattare, ce ne sono una fulgida -prova. - -Gli incendî, i terremoti, i saccheggi, le fazioni medioevali, le -prepotenze dei baroni, la lontananza del Papa dalla sua sede, gli -sconvolgimenti politici, fecero disgraziatamente sparire un gran numero -di monumenti romani; ma la _venerabile mole_ dei Flavî resistè, almeno -in parte, alle ingiurie dei tempi e degli uomini; e come in altre -epoche il Colosseo fu l’oggetto nobile di profondi studî, così stimo -debba esserlo ai giorni nostri in cui si nota tanto risveglio per le -cose antiche. - -La prima lezione di archeologia pratica, io la ricevei nell’ANFITEATRO -FLAVIO, e, a dire il vero, rimasi tanto ammirato della sua storia e -grandiosità, che fin da quel momento sorse in me il desiderio di farlo -oggetto di un mio studio speciale, e di rendere un contributo a quella -mondiale maraviglia. E quel desiderio vago, concepito anni or sono, è -divenuto oggi una realtà. - -Onde evitare frequenti e forse inutili annotazioni nel corso dell’opera -(specialmente quando si tratterà delle varie parti che costituiscono -l’Anfiteatro Flavio e dei ludi ivi dati dagli Imperatori), m’è sembrato -conveniente far precedere allo studio sul Colosseo una storia sommaria -degli anfiteatri in genere e dei giuochi venatorî e gladiatorî in -ispecie. - -Relativamente alle memorie cristiane che sono connesse col nostro -monumento, io le tratterò con franchezza e lealtà; ed esporrò le mie -opinioni senza curarmi nè della _congiura_ «del silenzio» nè della -_taccia_ «d’ignorante ed ostinato», perchè tanto l’una che l’altra -sono armi ormai notissime di coloro i quali «tanto più dan vanto di -sapiente» ad uno scrittore, «quanto più (questi) si mostra audace nel -distruggere l’antico, nel rigettare la tradizione, ecc.»[1]. - -Onde poi la discussione delle principali controversie sórte in più -epoche sull’Anfiteatro Flavio, non interrompa il filo della narrazione, -e non distragga soverchiamente il lettore, ho creduto cosa utile -trattarle separatamente nella IV parte di questo studio. - -Le numerose piante, finalmente, o la famosa _flora del Colosseo_; -nonchè i frammenti epigrafici rinvenuti nel nostro Anfiteatro, -formeranno il soggetto di due rispettive appendici. - - - - -INTRODUZIONE - -STORIA GENERALE DEGLI ANFITEATRI. - - -«Il mondo vinto, scrisse Giovenale, si è vendicato dando a Roma tutti i -vizî». - -Triste ma incontestabile verità! Prima infatti che la romana Repubblica -soggiogasse l’Oriente, i costumi del suo popolo erano semplicissimi; la -guerra e l’agricoltura formavano la sua precipua occupazione, e spesse -volte gli stessi magistrati, i consoli, i dittatori, ecc., spirato il -tempo della loro carica, deponevano la toga e tornavano a coltivare -i loro poderetti. Ma eccoci alle guerre Puniche! Eccoci alle guerre -Macedoniche! Roma conquista progressivamente le province orientali; -e, a misura che essa s’avanza nelle conquiste, di pari passo degenera -la semplicità dei costumi del suo popolo. Colle nuove genti vengono in -Roma le ricchezze; colle ricchezze i vizî. - -Ma l’oro ed il lusso erano un privilegio dei soli nobili: di quei -nobili, che, inviati a governare le conquistate regioni, tornavano in -patria carichi di ricchezze e sfoggiando un eccessivo lusso orientale. -Il basso popolo, immiserito, cencioso, ozioso, a causa dei grandi -latifondi, addivenne la piaga di quel tempo. Alle oneste occupazioni -preferì tosto i divertimenti ed i passatempi; all’agricoltura la -_sphaeromachia_[2], la mora[3], gli scacchi[4], ecc.; e principiò -a maggiormente bramare gli spettacoli pubblici, ed a reclamarli con -esigenza, ritenendoli come istituzione sacra e di somma importanza. I -governanti accondiscesero alla brama popolare, ed i nobili ambiziosi -approfittarono, molto bene ed a loro pro, di questa congiuntura: i -primi si servirono degli spettacoli come _macchina della lor politica_, -ed i secondi per cattivarsi il favor popolare, carpire magistrature, -ricche province ed autorità sul popolo. - -Turbe immense accorrevano entusiaste agli spettacoli circensi, pei -quali nutrivano special predilezione; e gli stessi giovanetti prossimi -alla pubertà[5] abbandonavano volentieri il loro _turbo_ (trottola) -ed il _trochus_, o smettevano di gettare in aria la moneta sulla quale -eravi effigiata, per lo più, la testa di Giano in un lato, ed una nave -nell’altro[6], per recarsi al circo ad aprire la _pompa_. - -Giovenale ci descrive i costumi dei suoi tempi: nota in peculiar modo -questo sfrenato gusto del popolo romano, e dice che quelle stesse masse -le quali un dì affidavano il comando, i fasci, le legioni, restrinsero -poi i loro desideri al pane ed agli spettacoli circensi[7]. - -Ma se i romani trovarono nel circo il loro preferito diletto, non -trascurarono però le gare atletiche, il teatro, gli spettacoli -gladiatorî, nè, molto meno, le _venationes_, le quali, come in breve -vedremo, diedero origine agli anfiteatri. Di questi il più famoso è il -FLAVIO (oggetto, come dicemmo nella prefazione, di questo lavoro), le -cui _memorie storiche e monumentali, dalle origini ai tempi presenti_, -prenderemo ad esporre, dopo aver data una _nozione storica e sommaria_ -sugli anfiteatri in genere, sullo scopo della loro invenzione e sui -pubblici spettacoli che in essi si solevano dare. - - * - * * - -Fra gli edifizî destinati ai pubblici spettacoli, l’anfiteatro fu, -per ragione di tempo, l’ultimo. La voce _anfiteatro_ è di origine -greca, sebbene non i Greci ma i Romani ne siano stati gl’inventori. -Gli antichi si servirono dell’anfiteatro per i giuochi gladiatorî -e per le _venationes_; ma queste e non quelli furono la causa della -sua invenzione. Prima che gli anfiteatri esistessero, i gladiatori -davano già i loro spettacoli; e la costruzione del più celebre -degli ANFITEATRI fu intrapresa da un imperatore che non amava i -gladiatori[8]. Niuno pensò a Roma a tal sorta di edifizî, fino a che -la conquista di remoti paesi, la potenza e le ricchezze non eccitarono -nell’animo dei Romani il desiderio di possedere incognite belve e di -vederle ferocemente combattere. - -L’anno 502 d. R., L. Cecilio Metello, Proconsole e Pontefice, riportava -una clamorosa vittoria sui Cartaginesi. Palermo fu il teatro della -battaglia; e, nella disfatta, il vincitore s’impadronì di 142 elefanti, -i quali furono condotti in Roma ed introdotti nel Circo Massimo, a quei -tempi unico edifizio, tra i destinati agli spettacoli, men disadatto -degli altri per quella pericolosa e gigantesca rappresentazione. Gli -elefanti furono uccisi a colpi di strale; e se il fatto potè attrarre -l’attenzione pubblica, altro non fu, a mio parere, che per la novità -della cosa. Quello spettacolo, infatti, non fu una caccia, _venatio_, -ma un macello. I Romani, d’altra parte, volevano sbarazzarsi di tanto -peso: il nutrimento e la custodia di quelle bestie colossali gravavano -non lievemente l’erario pubblico; e vollero, inoltre, abituare la plebe -a vedere quelle moli, che sovente doveano combattere a campo aperto. -Questa circostanza fu nondimeno capace di muovere nell’animo del popolo -il trasporto per le _venationes_; e più tardi, nell’edilità di Claudio -_Pulcher_, secondo Plinio[9], o ai tempi di Pompeo, secondo Seneca[10] -ed Asconio[11], principiarono le _cacce elefantine_. - -La caccia di altre bestie fu introdotta dopo la seconda guerra -Punica[12]. Tito Livio[13] ci dice che lo spettacolo degli atleti e -la caccia dei leoni e delle pantere si videro in Roma, per la prima -volta, nell’anno 568; nei giuochi, cioè, dati da M. Fulvio Nobiliore -per un voto da questo fatto nella guerra contro gli Etoli. Da -allora in poi s’importarono dall’Africa innumerevoli belve le quali, -senza distinzione di specie, si dissero _africanae_[14]. Lo stesso -storico[15] ci narra le solenni feste celebrate nel 586 d. R. dagli -edili curuli Nasica e Lentulo. - -Frattanto erasi introdotto presso i Romani l’uso cartaginese di -esporre alle belve i disertori stranieri. Scipione Africano minore, -imitando Emilio Paolo, suo padre, diè giuochi, nei quali espose alle -belve disertori e fuggiaschi[16]; e questo fatto ci viene confermato -da Valerio Massimo[17]. Questa pena fu poscia estesa, nelle province, -anche ai cittadini romani[18]. - -La magnificenza delle _venationes_ andò progressivamente crescendo. -Quegli che dava uno spettacolo, ambiva sorpassare nella sontuosità -chi avealo dato precedentemente. Scevola, nella sua edilità, celebrò -per primo la caccia di molti leoni[19], i quali furono esposti nel -circo, legati; perchè, essendo questo per sua natura indifeso, la -ferocia di quelle belve poteva produrre funesti accidenti. Il primo -che diè mostra di leoni sciolti fu Silla nell’anno 660 d. R.[20]. È -da credersi nondimeno che a tutela degli spettatori si costruissero -provvisori ripari, dacchè sappiamo che quando Pompeo, per festeggiare -la dedicazione del suo teatro, diè un combattimento con elefanti, -questi furono esposti nel circo racchiusi entro cancelli di ferro: e -guai se così non si fosse fatto! Gli elefanti inaspriti per l’uccisione -di uno di loro, tentarono di erompere in massa con grande sgomento -e spavento di tutto il popolo[21]. Talchè Cesare, dieci anni dopo, -nell’inaugurazione del suo Foro, volendo dare _venationes_ ed un -combattimento cogli elefanti, a maggior difesa degli spettatori fece -scavare attorno al circo un _euripo_[22]. - -Nel 695 d. R. Scauro mostrò per la prima volta un ippopotamo e cinque -coccodrilli, pei quali fece scavare un canale a bella posta[23]. Nel -698 il suddetto Pompeo, a fine di festeggiare la dedicazione del suo -teatro, espose 500 leoni, i quali tutti rimasero uccisi. - -Essendo giunta tant’oltre la magnificenza di questi spettacoli, e -divenendo ogni dì più comuni; poichè gli edifici destinati ai giuochi, -come i circhi ed i teatri, non presentavano per le cacce l’opportuna -comodità, e d’altronde non offrivano la sicurezza necessaria agli -spettatori[24]; fu d’uopo immaginare un nuovo edifizio che unisse la -sicurezza e la comodità del teatro per gli spettatori all’ampiezza -ed alla vastità del circo per gli spettacoli; vastità che doveasi -anch’essa ridurre in modo che più circoscritta ne fosse l’_arena_. Fu -allora che Cesare, ispiratosi alla novità di Curione, assai per fermo -adatta allo scopo, uno ne costrusse di legno[25], l’anno 708 d. R. -allorchè fè celebrare varî giuochi onde solennizzare la dedicazione del -suo Foro e del tempio di Venere genitrice[26]. - -Volendo Curione[27] sorpassare Scauro nell’artifizio, giacchè -non poteva sorpassarlo nella sontuosità dei giuochi di recente -celebrati[28], costrusse due grandi teatri lignei, l’uno vicino -all’altro[29]. Terminate le rappresentazioni drammatiche e mimiche, -e tolte le scene, questi due teatri si facevano girare con tutti gli -spettatori, sopra i rispettivi cardini[30]: chiudevansi insieme, -ed unendosi ambedue gli emicicli, formavano un teatro circolare, -la cui arena presentava un vasto campo, attissimo a celebrarvi gli -spettacoli gladiatorî. Meccanismo maraviglioso! Plinio[31], non lontano -da quell’epoca, oltremodo meravigliato ed attonito, confessa di non -sapere se meritasse più ammirazione il genio dell’inventore o il -ritrovato; l’artista o chi lo eseguì; il coraggio di chi l’ordinò o -l’imperturbabilità del popolo Romano, il quale si sottomise ad un tanto -azzardato esperimento[32]. È inutile ricordare che questa macchina agì -per soli due giorni: il terzo dì non si osò farla di nuovo girare; e, -lasciati i due emicicli congiunti, si costruirono in mezzo ad essi -le scene temporanee, le quali poi si disfecero, restando fermi gli -_spettatori_. Questa novità di Curione, cui s’ispirò Cesare, questo -ligneo edificio diè l’idea primiera del _Teatro venatorio_[33] o Romano -ANFITEATRO. - - * - * * - -Il nome e la cosa ebbero origine ad un tempo. Calpurnio lo disse -_ovum_[34]; Strabone e Dionisio, ambedue dell’epoca augustea, lo -chiamarono _anfiteatro_; e di questa stessa voce si servì Vitruvio[35]. -Ovidio[36] scrisse: - - .... _structoque utrimque theatro_ - _Ut matutina cervus periturus arena._ - -Dione: _Theatrum venatorium quod et_ AMPHITHEATRUM _dictum est ex eo -quod sedes undique in orbem habeat sine ulla scena_[37]. E Cassiodoro: -_Cum theatrum quod est hemisphaerium, grecae dicatur_ AMPHITHEATRUM, -_quasi in unum juncta duo visoria, recte constat esse nominatum._ Ed -altrove: _Ovi speciem eius arena concludens_.... - -All’anfiteatro ligneo eretto da Cesare, ne seguì uno di pietra -edificato da T. Statilio Tauro[38] nel Campo Marzio; e successivamente -ne vennero edificati altri in Roma, nei municipî, nelle colonie -italiche ed in altre città dell’Impero[39]. Statilio Tauro eresse il -suo anfiteatro per suggerimento di Augusto, il quale avea progettato -l’edificazione di uno che fosse degno della metropoli del mondo, e -pensato di erigerlo _media urbe_[40]: progetto più tardi effettuato da -Fl. Vespasiano. In Roma, per molto tempo, vi fu il solo anfiteatro di -Statilio Tauro[41]. Caligola principiò a costruirne un altro, ma non lo -portò a compimento[42]. Nerone ne edificò uno di legno[43]. - -L’anfiteatro fu adunque un’invenzione del tutto romana[44]; e lo -scopo principale e primario di questo edificio fu la _venatio_; il -secondario, gli spettacoli gladiatorî[45]. - -Ed ora, prima di dare un cenno _sommario_ di questi spettacoli, -crediamo opportuno presentare ai lettori un quadro generale delle parti -costituenti un anfiteatro, riservandoci di parlarne più minutamente -allorquando tratteremo dell’ANFITEATRO FLAVIO. - - * - * * - -Le parti esterne di un anfiteatro consistevano nelle arcuazioni che -formavano i portici; questi poi servivano per la comoda comunicazione -tra le gradinate dei diversi piani, e per riparo agli spettatori in -caso di pioggia. I portici constavano: 1º di corridoi, _ambulacra_; 2º -di accessi in piano alle scale, _itinera_; 3º di scale, _scalae_. - -Le principali parti interne erano: l’_arena_ e la _cavea_. La prima -avea forma ovale, ed alle estremità dell’asse maggiore s’aprivano -grandi porte per l’introduzione delle fiere nella _mostra_ precedente -il periodo dei giuochi, pel solenne ingresso della _pompa gladiatoria_ -e per l’estrazione dei caduti nella lotta. - -L’arena degli anfiteatri era generalmente _pensile_, e nei sotterranei, -_hypogaea_, v’erano le _celle_ per le belve, e vi si facevano manovrare -le macchine, _pegmata_, per gli improvvisi spettacoli[46]. - -La _cavea_ era la parte ove sedevano gli spettatori. La sua forma era -concava o ad imbuto[47]. Nei maggiori anfiteatri la cavea dividevasi -in _podium_, _gradatio_[48] e _porticus_: in questi la _gradatio_ -era divisa in più ordini dalle _praecinctiones_, secondo l’altezza -dell’edificio; nei minori, in _podium_ e _gradatio indivisa_. - -Il _podium_ era il terrazzo che circoscriveva immediatamente l’arena; -ed essendo la parte più prossima allo spettacolo, era altresì la parte -più distinta. Elevavasi dall’arena tra i 7 e i 12 piedi; era fornito -di parapetto, e difeso dagli assalti delle fiere per mezzo di reti -metalliche e di altri artificiosi ordigni. - -L’Imperatore, la famiglia imperiale, i principali magistrati, le -vergini Vestali, il pretore e l’editore dei giuochi prendevan posto nel -_podium_ (_spectabant ad podium_), il quale era elegantemente ornato. - -Le _praecinctiones_, zone verticali, a piè delle quali girava un -viottolo, _iter_[49], dividevano la _gradatio_ in ordini diversi, -i quali a misura che s’allontanavano dal _podium_ divenivano meno -distinti, ed erano occupati con un certo ordine gerarchico. - -Prima della legge _Roscia_ tutti gli spettatori sedevano alla -rinfusa[50]. Plutarco dice che ai tempi di Silla anche le donne -sedettero miste cogli uomini, ma che poi Ottaviano le separò, e -volle che sedessero nel luogo più elevato[51], e quindi più appartato -dall’arena. - -_Vomitoria_ erano le aperture o porte per le quali il popolo sboccava -su i _gradus_ o sedili. - -_Scalaria_ venivano detti i piccoli gradini corrispondenti ai -_vomitoria_, pei quali gli spettatori poteano comodamente salire o -scendere, onde collocarsi sui rispettivi sedili: e poichè i _vomitoria_ -erano disposti a scacco, e lo spazio fra tre _scalaria_ costituiva un -_cuneus_, perciò si designò col nome di _cuneus_ ciascuna delle grandi -sezioni della cavea. - -I posti si distinguevano fra loro per una linea che trovavasi nei -sedili stessi, ed il luogo assegnato dicevasi _locus_. Per evitare -ogni possibile confusione, ciascuno spettatore dovea premunirsi di -una _tessera_ d’ingresso, la quale presentavasi ai _designatores_: a -quegli ufficiali, cioè, che si trovavano in ciascun _vomitorium_. Nella -_tessera_ indicavasi il _cuneus_, il _gradus_, ed il posto o i posti da -occuparsi; così, p. e., CVN. III. GRAD. IV. LOC. I. - -I falliti e coloro che aveano disperse le loro facoltà, venivano -confinati in luogo separato[52]. - -I sedili spettavano a coloro i quali li occupavano, purchè -appartenessero al rispettivo ordine gerarchico; ma lasciati, anche per -breve tempo, perdevansi. Ciò si deduce chiaramente dalle parole che -Augusto diresse ad un cavaliere romano. _Io_, disse questo Imperatore, -_quando voglio desinare, me ne vado a casa_. Il cavaliere rispose: _Tu -puoi farlo, perchè non temi ti venga da altri occupato il posto_[53]. - -Era severamente proibito ai graduati assistere agli spettacoli senza -indossare l’abito che noi diremmo di _etichetta_[54]. I semplici -cittadini doveano indossare la toga. Si riteneva per cosa indecente il -bere mentre celebravansi spettacoli anfiteatrali[55]; e Lampridio dice -di Commodo esser questo stato uno spudorato, precisamente perchè soleva -bere nell’anfiteatro. - -Gli spettatori sedevano su appositi assi lignei, stesi sui gradi di -pietra. Ai tempi di Caligola i Senatori usarono cuscini, onde non -sedere sulla nuda tavola[56]. Più tardi i Senatori sederono sulle -seggiole, e i loro cuscini passarono agli _Equites_. Augusto sedè su di -una sedia curule[57]: Tiberio e Seiano usarono sedie dorate[58]. - -La forma di queste _sellae_ si vede in molte medaglie; la materia ce -l’indica Orazio[59], il quale le dice «_curule ebur_», d’avorio; esse -competevano a varie dignità[60]. - -Seneca[61] rammenta che dal fondo dell’anfiteatro si facevano -salire fino alla cima liquidi odorosi, i quali schizzando in aria, -spargevansi a guisa di minutissima pioggia. Queste effusioni si dissero -_sparsiones_, o, come leggesi presso l’altro Seneca[62], _pioggia -profumata_. - -Gli spettatori venivano riparati dai raggi del sole da tende, _vela_; -e queste costituirono poi il famoso _velarium_, di cui ben presto -parleremo. - - * - * * - -Gli spettacoli che si celebravano nell’anfiteatro facevano parte, come -tutti gli spettacoli, della religione pagana; ed erano sacri: la caccia -a Diana[63], i combattimenti gladiatorî a Marte[64]. Prudenzio chiama i -ludi gladiatorî _triste sacrum._ - -Negli spettacoli venatorî i combattenti dicevansi _venatores_ e -_bestiarii_, e quegli che dava i giuochi appellavasi _editor_ o -_munerarius_ o _munerator_. I questori, i pretori, e specialmente gli -edili, nell’epoca della Repubblica, onde cattivarsi, come dicemmo, -la benevolenza del popolo e quindi poter ascendere più agevolmente a -più alte cariche, furono coloro che più particolarmente davano tali -spettacoli. Durante l’Impero furono celebrati dagli Imperatori e da -quei che venivano promossi al consolato. I magistrati tanto al tempo -della Repubblica che dell’Impero imponevano tasse alle province per -affrontare le spese dei giuochi che si celebravano in Roma. Cicerone -esimè l’Asia da questa tassa[65]. Non di rado i ricchi lasciarono in -testamento _legati_ per la celebrazione di cotesti spettacoli; e questi -_legati_ entravano nella categoria di quelli che dicevansi _ad honorem -civitatis_[66]. - -Tra le occasioni in cui davansi questi giuochi, alcune erano -_ordinarie_ o di data certa; _straordinarie_ o di data incerta altre. -Le prime erano: il natale dei Cesari[67] e l’anniversario di qualsiasi -fausto avvenimento[68]. Le seconde: l’assunzione all’Impero od al -Consolato; la dedicazione di un pubblico edifizio[69]; _pro salute -Caesaris_[70]; le nozze di questo[71]; la partenza dell’Imperatore -per la guerra; la vittoria, il trionfo, i funerali di un personaggio -ragguardevole, ecc. Opportuni AVVISI o EDITTI, notificavano al -popolo l’ordine dei giuochi, il motivo ed il giorno della loro -celebrazione[72]. - -Le belve per gli anfiteatrali spettacoli romani provenivano dalle -province dell’Impero, ed anche da paesi stranieri. Gli orsi si traevano -dai boschi della Caledonia e della Pannonia; i leoni e le pantere -dall’Africa[73], e specialmente dalla Numidia: la quale regione, al -dire di Plinio, non rendeva altra cosa di qualche importanza che il -marmo numidico e le belve[74]. Le tigri provenivano dalla Persia; -i _crocota_ (Κροκωτά) ed il rinoceronte dall’India; e dall’Egitto i -coccodrilli e gli ippopotami. - -La caccia delle belve facevala quei che aveva in animo di dare gli -spettacoli; ma poichè erano gli Imperatori coloro che soventemente -celebravano le _venationes_, questi stipendiavano a tal uopo un -gran numero di _venatores_, i quali dovevano curare di prendere -le belve senza danneggiarle. Prese che fossero, venivan consegnate -ai _mansuetarii_, i quali le conducevano in Roma, le domavano, le -custodivano ed ammaestravano. Una classica testimonianza di questi -ammaestramenti l’abbiamo in Marziale[75]: - - _Picto quod iuga delicata collo_ - _Pardus sustinet, improbaeque tigres_ - _Indulgent patientiam flagello:_ - _Mordent aurea, quod lupata cervi,_ - _Quod frenis libyci domantur ursi_ - _Et quantum Calydon tulisse fertur_ - _Turpes esseda, quod trahunt bisontes,_ - _Et molles dare iussa, quod choreas_ - _Nigro bellua nil negat magistro:_ - _Quis spectacula non putet deorum?_ - _Haec transit tamen, ut minora quisquis_ - _Venatus humiles videt leonum,_ - _Quos velox leporum timor fatigat,_ - _Dimittunt, repetunt, amantque captos_ - _Et securior est in ora praeda;_ - _Laxos cui dare perviosque rictus_ - _Gaudent et timidos tenere dentes;_ - _Mollem frangere dum pudet rapinam:_ - _Stratis cum modo venerint iuvencis._ - _Haec clementia non paratur arte,_ - _Sed norunt, cui serviant leones._ - -Da questi versi vediamo chiaramente quale accurata diligenza si ponesse -ai tempi di Domiziano nella celebrazione dei giuochi anfiteatrali; ed -inoltre vediamo (il che si legge in altri epigrammi di Marziale) che -non sempre, negli anfiteatri, si rappresentarono scene sanguinose. È -certo però che i custodi, _mansuetarii_, sapevano, con altri modi e -quando faceva d’uopo, far montare le fiere in furore[76]. - -Le belve si facevano pervenire in Roma in carri ed in barche, legate o -racchiuse in gabbie, secondo la loro fierezza[77]; e per pedaggio v’era -un dazio del 40%[78]. - -I Senatori erano esenti da questo dazio; e Simmaco[79] reclama e dice -che il dazio dovrebbe gravare i soli negozianti e speculatori. - -Nei graffiti scoperti il 1874 nell’Anfiteatro Flavio, come pure nel -bassorilievo Torlonia[80] ed in un musaico del Museo Gregoriano e negli -stucchi del sepolcro Pompeiano di Scauro, nonchè in diversi altri -monumenti, le belve sono rappresentate avvinte da una lunga e forte -corda, od attaccate ad un anello fissato in terra, o strette da una -duplice fascia, che cinge alle medesime il petto e la parte anteriore -del ventre. - -Il trasporto delle fiere si faceva in carri pubblici; e, se questi non -erano sufficienti, s’usavano pur anche carri privati[81]. - -Il già citato Claudiano ci riferisce la difficoltà che incontravasi -nell’imbarcare le fiere; difficoltà, però, chè abilmente superavasi -dagli agili _mansuetarii_. - -Gli elefanti ed i leoni si spaventavano con le fiaccole: anzi i -primi rimanevano atterriti udendo il grugnito del porco, ed i secondi -riconducevansi nella _cavea_ facendo velocemente voltar direzione alle -ruote di un curricolo[82]. - -Giunte le fiere alla loro destinazione, l’_editor_ era in dovere -di depositarle in luogo sicuro, od anche in casa sua[83]. In Roma -s’era costruito un recinto a questo scopo, e si disse _vivarium_[84], -perchè conteneva o racchiudeva belve vive. Il _vivarium_ era un ampio -recinto, con celle per le bestie feroci, e con campi e selve per il -nutrimento (pascolo) dei cervi, delle damme, delle lepri ecc.[85], -che doveano esibirsi nei giuochi. Il famoso e grande _vivarium_ romano -era presso la porta Prenestina[86], ed era custodito dai militi delle -coorti pretorie ed urbane. Ciò lo rileviamo da un’epigrafe scoperta in -Roma l’anno 1710, che porta la data consolare dell’anno 241 dell’età -nostra[87]. - -Le belve si trasportavano dal _vivarium_ all’anfiteatro racchiuse in -gabbie: il dì antecedente allo spettacolo si esponevano alla pubblica -vista, perchè il popolo traesse idea della fierezza, rarità e numero di -esse; e, al principiare dei giuochi, venivano introdotte colle stesse -gabbie nei sotterranei. - -Gli spettacoli venatorî rappresentavano punti molto variati: voli, -scene mitologiche, Orfeo attraente le belve, Prometeo al Caucaso, ecc.; -e talvolta l’_arena_ cangiavasi repentinamente in selva o sprofondavasi -in una voragine, donde uscivano fiere. Strabone parla di un ladro -siciliano, il quale, essendosi fatto chiamare _figlio dell’Etna_, fu -posto su di un’alta macchina raffigurante il monte _Etna_. Caduta ad -un tratto la macchina (_pegma_), il reo precipitò fra le gabbie delle -fiere, le quali _pareva covassero in quel monte_, e ne fu lacerato. - -Le _venationes_ non sempre, come già si disse, erano cruente. Spesso -bestie innocue, come lepri, cervi, damme ecc., lottavano tra di loro; -talvolta mettevansi insieme bestie di questa natura con quelle di un -istinto più fiero, come: leoni, tori, ecc.[88]; ma così ammaestrati a -non nuocere, che recava vera maraviglia agli spettatori. Marziale[89] -più volte ricorda il giuoco di una lepre che, inseguita da cani, -rifugiavasi nell’aperta gola di un leone, senza che questo le recasse -danno (?). I leoni s’avvezzavano a sostenere delicati gioghi sul collo; -le feroci tigri, i cervi e gli orsi della Libia s’assuefacevano al -freno ed al flagello, quasi fossero cavalli; i cignali della Caledonia -si lasciavano legare al collo ed alla bocca; i bisonti traevan carri, -e l’elefante ballava ai cenni del suo nero maestro[90]. Nerone, nei -giuochi che diede in onore di sua madre, fece venire _un elefante -funambolo, che s’innalzò fino al portico superiore del suo ligneo -anfiteatro; cioè a 25 tese, camminando in cadenza sulla corda, e -recando un uomo sulle spalle_[91]. - -Ma se questi spettacoli erano alle volte incruenti, non di rado -divenivano pur anche sanguinosi. Spesso, mentre le belve lottavano -fra loro, si facevano attaccare dagli uomini. In questo caso, i -_venatores_, ben armati ed istruiti dal loro _magister_, a piedi od -a cavallo, vestiti di sola tunica[92], col braccio sinistro difeso da -un panno che l’avvolgeva, inseguivano la belva; e con aste o spade, o -scoccando strali, davan mostra della loro arte e del loro coraggio[93]. - -La _venatio_ era ordinariamente un’intrapesa libera e volontaria; ma -spesso i padroni punivano i servi colpevoli, e la pubblica autorità i -delinquenti, facendoli discendere sull’arena e pugnare colle fiere; e -se essi erano rei di delitti gravissimi e capitali, venivano esposti -alle stesse fiere legati ed inermi. Così uno di essi fu, sotto le -sembianze di Laureolo, esposto ad essere sbranato da un orso; ed -un altro sotto quelle di Prometeo, fu esposto alla rapacità di un -avvoltoio. - -La caccia delle belve precedeva in ordine tutti gli altri spettacoli -anfiteatrali: quindi davasi ordinariamente il mattino[94]. Durante -la pugna, teneri garzoncelli rimovevano l’insanguinata sabbia sparsa -sull’arena: e Marziale[95] racconta che un giorno due di questi -fanciulli vennero divorati da un leone, _dimentico degli ammaestramenti -ricevuti_! - - _Nam duo de tenera puerilia corpora turba,_ - _Sanguineam rastris, quae renovabat humum,_ - _Saevus et infelix furiali dente peremit:_ - _Martia non vidit maius arena nefas!_ - -I cadaveri dei _venatores_ e dei gladiatori venivano condotti allo -_spoliarum_, facendoli uscire dalla _porta_ libitinaria. Così si -celebravano le _venationes_ fino all’epoca costantiniana; dopo quel -tempo si moderarono in guisa da bandire quanto sapesse di crudeltà: gli -spettacoli si ridussero a semplici apparenze e ad una caccia sicura, e -seguitarono a celebrarsi in questo modo fino al secolo VI[96]. - - * - * * - -Abbiamo detto che i Romani si servirono degli anfiteatri per celebrarvi -pur anche gli spettacoli gladiatorî. Diamo adunque pur di questi un -cenno _sommario_ e _generale_. - -L’uso dei sanguinosi e barbari combattimenti gladiatorî venne in -Italia dalla Lidia (Asia Minore). Ebbero origine dal crudele costume -di scannare i prigionieri sulle tombe dei defunti eroi. Nei funerali di -Patroclo furono uccisi dodici adolescenti troiani[97]; ed a placare le -anime degli Etruschi, quei di Tarquinia immolarono 307 soldati romani -caduti prigionieri[98]. - -Per temperare l’orrenda inumanità di quest’atto, si permise poscia -che i prigionieri combattessero fra loro presso la suddetta tomba -fino ad esalare su di essa il loro spirito. Ritenevasi ciò per un -dovere dei vivi verso i morti; perciò questa lotta si disse _munus_, e -l’editore _munerarius_: _munus dictum est ab officio . . . . officium -autem mortuis hoc spectaculo facere se veteres arbitrabantur_[99]. -L’asserzione di Tertulliano vien confermata da Servio[100]; ed è -perciò indiscutibile che presso i popoli s’immolassero gli uomini, non -soltanto agli dei, ma eziandio ai defunti. - -Nel 496 d. R. i due fratelli Bruti, per onorare la memoria del loro -padre, diedero, nei funerali di questo, siffatti spettacoli[101]. -Seguendo l’esempio dei Bruti, simili ludi cruenti si celebrarono poscia -per onorare la memoria di altri illustri personaggi, e man mano si -estesero anche ai funerali di persone private; e vi fu chi giunse a tal -estremo da lasciar per testamento agli eredi l’obbligo di dare questi -ludi. - -I giuochi gladiatorî si celebrarono anche per rappresentare l’uso -dell’armeggiare e di pugnare di altre nazioni o di un corpo militare; -ma finalmente si ridussero anch’essi a spettacoli di semplice -divertimento. La loro celebrazione fu allora affidata ai magistrati, -cioè: ai Pretori, agli Edili, e, all’epoca dell’Impero, ai Questori. -Anche i privati davanli sovente a proprie spese[102]. - -Anche i gladiatori come i _venatores_, spesso si dedicavano -volontariamente a tal mestiere[103], mediante patti particolari -concernenti il tempo del servizio e la retribuzione; e chi -gl’ingaggiava era in dovere di alimentarli con cibo abbondante, onde -potessero acquistare le forze necessarie all’arte loro, _dabantur in -saginam_[104]. Appositi maestri insegnavano ad essi i diversi generi di -combattimenti, _habebant doctores et magistros_, i quali erano per lo -più gladiatori emeriti, e venivan detti _lanistae_[105]: i discepoli -dicevansi bustuarii[106]. Oltre al _lanista_, in ogni collegio, -_ludus_[107], v’era il _procurator_ ed il _medicus_. - -Fra i gladiatori s’iscrissero eziandio persone libere e primarî -cittadini, i quali, o per aver dilapidato il loro patrimonio, o per -fare cosa grata ai principi, abbracciavano quella barbara professione. -Ricevevano essi un determinato salario, detto _auctoramentum_, laonde -furono soprannominati _auctorati_. - -Ma non tutti i gladiatori, ripeto, erano volontarî. Talvolta erano -disgraziati prigionieri, vilmente venduti a maestri di scherma; oppure -dati agli Imperatori allo scopo di esibirli in siffatti spettacoli; o, -finalmente, servi condannati alla pena di morte. - -I collegi (_ludi_) ove dimoravano i gladiatori erano edificî -rettangolari, con camere o celle separate e coll’ingresso verso -l’interno. Un peristilio della stessa forma avea nel mezzo descritta -un’area ovale circondata da sedili. Erano insomma edificati a foggia -di piccoli anfiteatri, i quali servivano evidentemente per gli esercizi -dei _bustuarii_. - -Negli ultimi tempi della Repubblica i ludi erano così vasti, che -Cicerone[108] scrisse ad Attico «Cesare a Capua avere raccolto -in un sol _ludo_ 5000 di quella classe di gladiatori appellati -_secutores_». Donde appare quali ingenti spese incontrassero i potenti -per stipendiare e mantenere una turba sì enorme; e qual pericolo -corresse la Repubblica, allorchè Spartaco, insieme con Crisso, Enomao -ed altri trenta; rotto il ludo gladiatorio di Lentulo, in Capua, ed -ingrossando man mano la turba di altri gladiatori, schiavi fuggiaschi -e scellerati di ogni sorta, pose a soqquadro l’Italia, scorrendola da -Capua a Modena, da Modena a Reggio, e minacciando seriamente Roma colla -disfatta subita dagli eserciti _pretori_ e _consolari_. - -Allorquando i gladiatori erano per esibirsi in un pubblico -combattimento, scrivevan essi il loro nome su tavolette, le quali -venivano poscia esposte alla pubblica vista[109]. Nel primo giorno -della pugna l’editore dello spettacolo gladiatorio formava le -coppie[110]: destinava, cioè, a ciascun gladiatore il suo rivale o -particolare avversario. Ciò fatto, prima che i gladiatori venissero -alla vera pugna, eseguivano la così detta _praelusio_[111], -vale a dire, schermivano nell’arena con spade lignee, _rudibus -batuebant_[112]. Ad un segno determinato i gladiatori impugnavano -l’arma vera, _remotis lusoriis armis_, e _ad decretoria veniebant_; -prendeva ciascuno la propria posizione, ed avendo lo sguardo fisso -alle mosse dell’avversario, s’assalivano a vicenda, _alter alterum -petens_, cercando di scansare possibilmente il colpo vibrato, _apta -corporis declinatione ictus exibat_. Lottando più coppie insieme[113], -non di rado accadeva che uno ferisse l’avversario attraverso il fianco -di un altro. Allora gridava: _habet!_ oppure _hoc habet!_ è ferito! A -questo punto il vinto deponeva le armi, ed alzava le dita della mano -destra chiedendo così al principe ed al popolo la _missio_, ossia il -favore di tornare a combattere dopo un giorno di riposo. Per lo più -avveniva che il ferito, abbassando le armi, portavasi all’estremità -dell’arena e scongiurava il popolo a volergli concedere la vita. Se -questo lo voleva salvo, _premebat pollicem_; al contrario, alzava il -pollice se volealo morto. Dietro una crudele negativa del popolo o -del Principe, il disgraziato gladiatore ferito, dovea, ad ogni costo, -riprendere le armi e proseguire intrepidamente la lotta. Combattendo -in tal guisa i due gladiatori Prisco e Vero, con sorte eguale, il -popolo, a grandi clamori, chiese per essi la _missio_. Ma l’Imperatore -non volle infrangere la legge: inviò agli spettatori varî doni, onde -attendessero con pazienza l’esito del certame; e questo procedè e -finì con ugual sorte; giacchè i due gladiatori pugnarono _pari_, e -_pari_ soccombettero: caddero, cioè, ambedue gravemente feriti. Cesare -mandò loro le _palme_ e le _rudi_, premio che, come in breve vedremo, -solevasi dare ai gladiatori emeriti[114]. - -I combattenti distinguevansi fra loro dalle armi e dalla maniera -di lottare. I _secutores_ avean per armi la _galea_ (elmetto), il -_clypeus_ (scudo) ed una spada (_gladius_)[115]. Il _secutor_ veniva -accoppiato al _reziario_[116], sicchè ciascun _secutore_ battevasi con -un _reziario_[117]. Questi portava in testa il _galerum_; e le sue armi -erano: una lancia a tre denti (_tridens_ o _fuscina_) ed una rete[118]. -Se gli riusciva di avviluppare nella rete il suo avversario, correva -tosto a trafiggerlo col _tridente_[119], mentre l’infelice _secutor_, -così miseramente avviluppato, procurava liberarsi e difendersi. - -I _Myrmillones_ aveano in capo un elmetto gallico, e, per cimiere, -l’effigie di un pesce. Per armi usavano uno scudo ed una spada gallica, -cioè, senza punta. I loro rivali erano i _Thraeces_, _Trhexes_ o -_Traces_[120]. Ebbero questo nome perchè usavano le stesse armi ed -arnesi dei nativi della Tracia, cioè, la _sica_ e la _parma_. La _sica_ -era un coltello a lama un po’ curva ed a punta acuta; la _parma_ -era il piccolo _scudo tracio_, quadrato nel contorno ma convesso -nella superficie[121]. Talvolta il _Mirmillone_ era contrapposto al -_reziario_[122], il quale, durante la pugna, non cessava di ripetere -cantando: «Non te peto, piscem peto; cur me fugis, Galle?». - -I _Samnites_[123] aveano per avversarî i _Provocatores_, detti anche -_Velites_. I primi si dissero eziandio _Hoplomachi_[124], forse -perchè, giusta l’uso dei soldati sanniti, aveano il petto difeso da -una spugna[125]; ed erano intieramente armati quasi come legionarî di -Roma. Avean per armi: uno scudo d’argento intagliato, ed una spada. -Nel braccio destro, che trovavasi indifeso, avevano un bracciale -(_manica_)[126]. Un gambale (_ocrea_) custodiva e difendeva loro -la gamba sinistra[127]: oltre a ciò usavano un cimiero ornato di -pennacchi, od un elmo chiuso, con ale (_pinnae_) ai lati[128], per cui -il loro avversario dicevasi _Pinnirapus_[129]. - -I gladiatori che, a guisa dei Brettoni, combattevano sui cocchî, _ex -essedis_[130], si dissero _essedarii_; quelli che cavalcavano bianchi -cavalli, ed avevano gli occhi bendati, _andabatae_[131]; se armati di -due spade, si dicevano _dymachaeri_[132]; quelli finalmente che con -un laccio accalappiavano, rovesciavano ed uccidevano l’avversario, -chiamavansi _laquearii_. - -I gladiatori mantenuti dagli Imperatori si dissero _fiscales_[133]; -coloro che rimpiazzavano gli stanchi od i vinti, _supposititii_; i -_meridiani_ erano i gladiatori e i _venatores_ superstiti dopo un -combattimento, i quali, sull’ora del mezzodì, senza usare arte o -difesa, doveano trucidarsi a vicenda[134]; ed i _cubicularii_ eran -quelli che lottavano durante i banchetti[135]. - -I cadaveri dei gladiatori si trasportavano allo _spoliarum_, -trascinandoli agganciati con adunchi uncini. Ivi stesso erano -condotti i feriti omai incapaci di battersi; i quali, se si vedeva -che non avrebbero potuto sopravvivere alle mortali ferite, venivano -irremissibilmente uccisi. - -I premî dei vincitori consistevano, per lo più, in palme, od in corone -di palma con nastri multicolori, _palma lemniscata_; alle volte poi -erano premiati con danaro od anche con una bacchetta di legno, _rudis_. - -I monumenti che ci mostrano i gladiatori, quali sono gli stucchi -pompeiani, i mosaici delle ville Albani e Borghese (oggi Umberto I), -i bassorilievi vaticani, quelli della villa Pamphili, ecc.; mentre ci -fanno conoscere la varietà delle armature e la ricchezza dei costumi, -ci addimostrano altresì la splendidezza di simili spettacoli, e, per -un momento almeno, ci distraggono dalla crudeltà e barbarie delle -descritte istituzioni. - -Questi cruenti spettacoli continuarono a celebrarsi legalmente -fino all’anno 325 dell’èra volgare, allorchè Costantino, da Beirout -(Berito), diresse a Massimo, prefetto del Pretorio, una legge con -data del 1º Ottobre, per la quale proibiva i giuochi gladiatorî; -ed ai delinquenti commutava la pena della pugna con quella delle -miniere[136]. - -Ma questa legge fu ben tosto violata; anzi nelle province orientali -forse non fu mai osservata: giacchè la legge seconda, dello stesso -titolo, diretta da Costanzo e Giuliano ad Orfito, prefetto di Roma, in -data del 16 Ottobre, mostra che nel 357 quei giuochi erano ancora in -vigore; e la terza legge sullo stesso oggetto, emanata da Arcadio ad -Onorio nel 397, non solo ci rende certi che gli spettacoli gladiatorî -continuavano, ma ci addimostra ben anche l’esistenza dei ludi. Ciò -stesso l’apprendiamo da S. Agostino[137] e da Prudenzio[138]: - - _Respice terrifici scelerata sacraria Ditis:_ - _Cui cadit infausta fusus gladiator arena._ - _Heu, male lustratae phlegetontia victima Romae!_ - _Nam quid vesani sibi vult ars impia ludi?_ - _Quid mortes iuvenum, quid sanguine pasta voluptas?_ - _Quid pulvis caveae semper funebris et illa_ - _Amphitheatralis spectacula tristia pompae?_ - -E sul finire dei poema, Prudenzio esorta Onorio a por fine a quei -cruenti spettacoli con queste parole: - - _Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari,_ - _Nullus in urbe cadat cuius sit poena voluptas:_ - _Nec sua virginitas oblectet caedibus ora,_ - _Iam solis contenta feris infamis arena,_ - _Nulla cruentatis homicidia ludat in armis._ - -E non tardò più guari una propizia occasione per abolire onninamente -quei giuochi. Narra Teodoreto[139], che regnando Onorio[140] un monaco -di nome Telemaco partì dall’Oriente alla volta d’Italia, col fine -di far cessare gli spettacoli gladiatorî. Giunto in Roma, discese -nell’arena e tentò di far deporre le armi ai gladiatori. Ma gli -spettatori, che erano pagani e che tanto diletto ritraevano da simili -combattimenti, insorsero contro di lui, e l’uccisero[141]. - -Allora Onorio abolì per sempre gli spettacoli gladiatorî. - - - - -L’ANFITEATRO FLAVIO - -NEI SUOI VENTI SECOLI DI STORIA. - - - - -PARTE I. - -DALLE ORIGINI AL SECOLO VI DELL’ERA VOLGARE. - - - - -CAPITOLO PRIMO. - -Edificazione — Dedicazione — Feste inaugurali — Medaglie commemorative -— Spese approssimative — Epigrafi. - - -Due furono gli anfiteatri stabili in Roma: quello di Statilio Tauro ed -il FLAVIO[142]. L’anfiteatro Taurense fu di piccole dimensioni[143], -e, fin dai primi tempi della sua costruzione, di pochissimo uso[144]; -la sua durata poi fu breve, giacché sotto l’Impero di Nerone, -s’incendiò[145]. - -«Gli avanzi di esso e il nome a questi rimasto, dice il Maffei[146], ne -avranno fatta far menzione a Vittore, non dovendosi già credere che gli -edifizî e le cose da lui nominate fossero a suo tempo ancora tutte in -essere e in uso». - -Augusto ideò di edificare un anfiteatro nel centro di Roma[147], -e precisamente fra i monti Palatino, Celio ed Esquilino; ma il suo -progetto non fu effettuato. L’attuazione di quell’idea era riservata -a Fl. Vespasiano il quale, nell’anno ottavo del suo consolato[148], -essendo già terminata la guerra giudaica[149], pose mano alla -grandiosa opera. Scelse allo scopo il sito prescelto da Augusto, _urbe -media_[150], sito detto _Ceriolense_[151], che Nerone avea ridotto a -foggia di lago o golfo, circondato da grandi edifizî[152], e che perciò -dicevasi _stagnum Neronis_. - -Marziale[153] ne conservò la memoria in quel distico: - - _Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri_ - _Erigitur moles STAGNA NERONIS erant._[154] - -Pietro Rossino[155] scrisse che il _Colosseo fu compiuto in quattro -mesi_ (_!!_), e che vi lavorarono 12,000 Ebrei condotti schiavi da -Tito. Nessuno storico ci ha tramandato quanto Rossino afferma. Anzi -Giuseppe Flavio (il quale trattandosi di un tanto lavoro eseguito dai -suoi connazionali, non avrebbe mancato di segnalarlo nelle sue opere) -non ne fa motto. Soltanto ci dice[156] che Tito trasportò in Italia, -pel suo trionfo in Roma, oltre i capi Simone e Giovanni, 700 uomini e -non più. Narra altresì[157] che le altre migliaia di Ebrei prigionieri -erano stati o venduti, o fatti morir d’inedia o trucidati o condannati -alle miniere d’Egitto o distribuiti nelle province, per esser consumati -dal ferro e dalle bestie[158]. - -Dopo due anni[159] l’edifizio era giunto al terzo _gradus_; ma -Vespasiano non ebbe la sorte di vederlo compiuto, perchè la morte -lo sorprese. Suo figlio Tito gli successe e nell’Impero e nel -proseguimento del lavoro del colossale Anfiteatro. Questi aggiunse -altri due _gradus_ ai tre già costruiti da suo padre[160]; e, nell’anno -80 dell’èra nostra, ne fece la solenne dedicazione. - -Eutropio e i cronologi Eusebio, Di S. Prospero e Cassiodoro, -attribuirono a Tito la maggior parte dell’opera del Flavio -Anfiteatro[161]. - -Neppur Tito compì del tutto l’opera: fu Domiziano, fratello e -successore di lui, quegli che, come ci dice il cronografo dell’anno -334[162], condusse l’opera dell’Anfiteatro _usque ad clypea_. Che cosa -si debba qui intendere per _clypea_, lo vedremo nel prossimo capitolo. -«Gli atti arvalici, dice il ch. Professor R. Lanciani[163] sono un -documento insigne per riconoscere a quale punto di perfezione fosse -stata condotta la fabbrica dell’Anfiteatro circa la metà dell’anno 80. -Questi atti parlano di tre _meniani_, che sono: il MAENIANVM PRIMUM -con un minimo di otto gradini marmorei, diviso in cunei; MAENIANUM -SECUNDUM anch’esso diviso in cunei, nella parte più alta del quale (M. -II. SVMMVM) gli Arvali, cioè i ministri inferiori del Collegio, avevano -ottenuto posto in quattro gradini marmorei: il MAENIANVM SVMMVM IN -LIGNEIS, diviso in tante tabulazioni, quanti erano gli intercolunnî -del portico (e gli archi da basso) con un minimo di undici sedili -di tavole. Siccome a queste tre zone principali di sedili marmorei -o lignei dobbiamo aggiungere per altre ragioni il podio dei senatori -(per non parlare dell’arena, del pulvinare imperiale, ecc.), e siccome -la divisione del terzo meniano in tabulazioni suppone la esistenza -del portico; se ne deduce la conseguenza che, nell’anno 80, quando fu -solennemente dedicata la fabbrica, essa era stata recata a compimento, -salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i quali saranno stati -perfezionati da Domiziano». - -Giustissima deduzione, che a me sembra confermata dai fatti. L’ordine -Composito, combinazione dell’Ionico col Corintio, fu invenzione dei -Romani. Esso fu usato, benchè vagamente, fin dagli ultimi tempi della -Repubblica[164]; ma dall’esempio più antico che possediamo[165], si -può fondatamente dedurre che questa combinazione fu ridotta ad ordine -architettonico ai tempi dei Flavî, e precisamente sotto il regno di -Domiziano, allorquando il Senato eresse in onore del DIVO TITO, l’arco -trionfale. - -Ora se Domiziano avesse aggiunto all’Anfiteatro Flavio l’ultimo piano, -forse noi non vi vedremmo ripetuto l’ordine Corintio, ma vi troveremmo -adoperato il Composito; ordine, direi quasi, Domizianeo. Anzi io -congetturo che la costituzione del nuovo ordine architettonico sia nata -appunto dalla ripetizione del Corintio fatta negli ultimi due piani -dell’Anfiteatro regnando Tito; e che questa ripetizione abbia fatto -pensare a Domiziano, o meglio ai suoi architetti, ad un quarto ordine -propriamente detto, da adoperarsi in avvenire ed in casi analoghi. - -Nè sembra far ostacolo a questo ragionamento l’ordine Composito -adoperato nel colonnato del portico del _sommo meniano in ligneis_: -giacchè convien riflettere che, se dall’iscrizione degli Arvali -dobbiamo necessariamente dedurre l’esistenza dell’ultimo piano -dell’Anfiteatro e del colonnato del meniano sommo; non possiamo però -da quella parimenti dedurre di qual materia fossero le colonne di -quel porticale al momento dell’inaugurazione dell’Anfiteatro. Pare -quindi potersi ragionevolmente opinare, che, portata sostanzialmente -a compimento la gigantesca mole colla costruzione del muraglione -esterno dell’ultimo piano, Tito, onde non protrarre più oltre la -bramata solennità, abbia fatto costruire provvisoriamente in legno -quel colonnato. E quest’ipotesi vien confermata dalla stessa lapide -dei Fratelli Arvali, nella quale, come dicemmo, si legge che i gradi -del meniano sommo erano di legno e divisi in cunei da lignei tavolati. -Morto Tito, Domiziano avrebbe compito l’opera del fratello sostituendo -alle colonne lignee, forse di ordine Corintio, le colonne di marmo -di ordine Composito[166], e perfezionandone l’ornamentazione. Se così -fosse, la mia supposizione metterebbe in concordanza il cronografo del -334 coll’iscrizione degli Arvali[167]. - - [Illustrazione: Fig. 1ª.] - -Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio[168], vero portento della -romana grandezza, e del quale Marziale[169] dice enfaticamente: - - _Omnis caesareo cedat labor amphitheatro_ - _Unum prae cunctis fama loquatur opus._ - -Tito fe’ celebrare straordinarie e sontuosissime feste; alle quali, se -vogliamo prestar fede alle parole dello stesso poeta, concorse gente -da ogni parte della terra[170]. Suetonio, nella vita di Tito, ci dice -che in quella solenne circostanza, oltre agli sceltissimi e ricchi -spettacoli gladiatorî e alle _venationes,_ ebbero luogo pur anche i -combattimenti navali[171] _in veteri naumachia._ Il passo di Suetonio, -che noi riportiamo in nota, come si legge è un po’ oscuro; e non è -facile comprendere ciò che quegli voglia intendere per quell’«_in -veteri naumachia_»[172], e con quell’«_uno die quinque millia -ferarum_». Cassiodoro[173] conviene con Suetonio relativamente al -numero delle fiere, e a G. B. Nolli non parve improbabile il racconto -di Suetonio[174]. - -Più chiara e particolareggiata è la descrizione che di quelle sontuose -feste inaugurali ci fa Dione. «Le gru, Egli dice[175], tra di loro -pugnarono[176], e quattro elefanti e novemila tra fiere e pecore, -furono uccise; le quali anche le donne, non però nobili, insieme cogli -uomini si diedero a ferire. Molti uomini pugnarono altresì alla foggia -dei gladiatori; molti ancora riuniti pedestri e navali combattimenti -eseguirono. Perciocchè riempiuto d’acqua di repente lo anfiteatro, in -esso introdotti furono cavalli e tori ed altri animali mansueti, che -addestrati erano a fare tutto quello che usi erano a fare in terra. -Uomini ancora introdusse Tito nelle navi, i quali divisi in Corciresi -e Corintii, colà pugnarono in costume navale. Altri ancora, fuori -della città, pugnarono nel bosco di Caio e Lucio[177], che Augusto -per quella cagione avea fatto scavare. Conciossiacchè colà il primo -giorno un combattimento di gladiatori si eseguì, e l’uccisione di molte -fiere, coperto essendosi con tavole il lago dalla parte che risguarda -le statue, e al di fuori tutto circondato ugualmente di un tavolato. -Il dì seguente celebrati furono i giuochi Circensi; il terzo giorno -si diede un combattimento navale di tremila uomini, che susseguito -fu da una pugna di fanti. Perciocchè gli Ateniesi, superato avendo -i Siracusani (giacchè sotto questo nome pugnato avevano), scesero -nell’isola, ed assalito avendo certo muro che intorno al monimento di -quel luogo era condotto, lo presero. Per cento giorni[178] durarono -quegli spettacoli atti a pascere la vista. Ma utile riuscì ancor questo -alla plebe, perchè Tito piccioli globi di legno da luogo eminente nel -teatro gettava, i quali tessere contenevano coll’indicazione di qualche -vivanda, di una veste, e di un vaso d’argento o d’oro, di cavalli, di -giumenti, di bestiami e di servi. Chiunque, alcuno di quei globetti -coglieva, portavalo al dispensatore de’ donativi, e la cosa che dentro -era scritta, conseguiva». - -Tito dedicò l’Anfiteatro in nome proprio e non in quello del padre; -ed a questa dedicazione, nonchè alle sontuose feste e giuochi in -quell’occasione celebrati, alludono due medaglie, portanti nella parte -dritta la figura di Tito, assisa sopra trofei ed in atto di presentare -un ramoscello d’olivo; e, sul rovescio, l’Anfiteatro con la Mèta -Sudante a sinistra[179], ed un portico a doppio ordine di colonne a -destra: prospetto che corrisponde alla parte dell’edificio che guarda -il Celio, il cui arco, prossimo al centrale del primo ordine esterno, -portava il numero I[180]. Che il _cono_ che osservasi a sinistra -dell’Anfiteatro rappresenti la _Mèta Sudante_, checchè ne dica il -Maffei[181], non v’ha ormai chi dubiti. Ma che cosa sia quel portico -a doppio ordine di colonne che si scorge a destra, è ancora molto -disputabile. Se col Guattani[182] e col Nibby[183] si volesse ritenere -che quel portico abbia comunicato col palazzo di Tito sull’Esquilino, -noi non ci sapremmo spiegare come esso si potesse vedere dal lato -opposto dell’Anfiteatro. Il prospetto dell’edificio rappresentato -nella medaglia corrisponde, come si è detto, alla parte che guarda -il Celio. Ma a destra di chi guarda l’arco centrale, prossimo al -fornice che portava il numero I, non v’è certamente l’Esquilino. Che -cosa adunque potrebbe rappresentare quel portico? Forse un _luogo -ove s’intrattenevano le persone di riguardo, allor chè i raggi del -sole eran troppo ardenti, facendovi combattere qualche coppia di -gladiatori?_[184] — Forse un luogo coperto destinato al _ritiro di chi -voleva sollevarsi un poco dall’incomodo di stare nell’Anfiteatro molto -tempo_ per tornarvi tosto, o per ristorarsi, _giacchè nell’Anfiteatro -era proibito il bere_, ecc.?[185] — Forse un _apoditerio_, o finalmente -un _propilèo_?[186]. - -Fra tante opinioni, anch’io mi permetto esprimere la mia. - -Sappiamo che l’Anfiteatro è opera dei Flavî: Vespasiano lo incominciò, -Tito proseguì l’edificio e lo dedicò, Domiziano lo portò a compimento. -Sappiamo inoltre che Tito costrusse presso l’Anfiteatro le sue Terme, -e che, finalmente, Domiziano _ristabilì la Mèta Sudante_, facendola -_assai bella e decorata_[187]. Non potremmo adunque congetturare che -in quelle medaglie si siano volute commemorare simultaneamente le tre -famose opere dei Flavî, vale a dire, l’Anfiteatro, le Terme e la Mèta -Sudante? E questa congettura non si rende ancor più verosimile se si -rifletta che solamente nelle medaglie dei Flavî vediamo effigiato il -portico a doppio ordine di colonne? Se così fosse, il portico di cui -parliamo sarebbe una parte delle _Thermae Titianae_[188]. Le ragioni -poi che ci spingono a ritenere le Terme di Tito verso il Laterano -piuttosto che sull’Esquilie, le esporremo a suo luogo[189]. - -La prima di queste medaglie ha l’iscrizione: - - IMP. T. CAES. VESP. AVG. P. M. TR. PPP. COS. VIII S. C.[190] - Anno 883/80 - -Tito fu console per l’ottava volta l’anno 80; i titoli corrispondono -a quelli di un Imperatore vivente. L’altra medaglia ci mostra Tito -già morto, poichè gli si dà in essa il titolo di DIVO.[191] Il Nibby -opina che Domiziano sia stato colui il quale fece coniare queste -due medaglie; e che, per conservare quest’imperatore la data della -dedicazione fatta dal fratello, abbia unito alla prima medaglia -i titoli di lui come ancor vivente; e, sull’altra, ne abbia fatta -l’apoteosi, dandogli il titolo di DIVO:[192] - - DIVO. AVG. T. DIVI VESP. F. VESPASIAN S. C. - - [Illustrazione: NUMMI COMMEMORATIVI RIPRODOTTI DAGLI ORIGINALI - CHE SI CONSERVANO NEL GABINETTO NUMISMATICO DELLA BIBLIOTECA - NAZIONALE DI PARIGI.] - -Il Donaldson[193] dà la riproduzione litografica di questa -medaglia, con l’annotazione delle varianti. Egli ritiene non essere -_ingiustificabile_ il supporre che l’Anfiteatro fosse eretto in -origine coll’attico rappresentato in questa medaglia, ma che dopo -le conflagrazioni e dilapidazioni alle quali andò soggetto in tre -secoli, si fosse ridotto l’attico ad un altezza maggiore; non potendo -persuadersi che nella medaglia si fosse fatto un attico tanto basso -per rappresentare un attico tanto alto quale noi lo vediamo, perchè -questo supererebbe la convenzionale licenza che si osserva comunemente -nelle medaglie. L’Eckel[194] opina che la suddetta medaglia sia -_falsa_, e basa la sua tesi principalmente sull’esecuzione, la quale, -dice, _non è d’arte romana ma d’arte moderna_. A questa obiezione il -Donaldson non risponde. Ma anche ammesso che il nummo di cui parliamo -non sia d’arte moderna ma romana, noi non potremmo mai dedurne che -originariamente l’Anfiteatro _non avesse quattro ordini quanti al -presente se ne ravvisano_[195] e quanti se ne riscontrano pur anche in -una forma di stucco di epoca posteriore, rinvenuta da A. Pellegrini al -V miglio della Via Portuense e mostrata in un’adunanza dell’_Istituto -di Corrispondenza Archeologica_[196]. Io ho esaminata la riproduzione -litografica del Donaldson[197]; ho pur studiate altre medaglie ed ho -dovuto convincermi che esse presentan tutte, _oltre ai tre ordini -di arcate, il quarto piano con pilastri, finestre e dischi_[198]; -ad eccezione delle medaglie di Severo Alessandro, le quali, pur -avendo finestre e dischi nel quarto piano, mancano di pilastri: ed ho -inoltre osservato che in tutte le medaglie d’età posteriore, l’attico -è rappresentato nella stessa proporzione relativamente agli ordini -arcuati, benchè a quell’epoca fosse tant’alto quanto al presente lo -vediamo[199]. - -Cassiodoro[200] attribuisce a Tito le ingenti spese e tutta la gloria -del nostro edificio, dicendoci che vi versò un fiume di ricchezze, e -che colla somma spesa si sarebbe potuto fabbricare una città capitale. - -Barthelemy ed il P. Jacquier[201], formando un calcolo approssimativo -delle spese (secondo i prezzi in vigore verso l’anno 1756) valutarono -_il solo muro esterno_ dell’Anfiteatro 2,218,065 scudi, ossia L. -11,825,349,37. Noi non giudicheremo sull’esattezza delle cifre esposte, -giacchè queste sono da calcolarsi giusta i prezzi della mano d’opera -in vigore al tempo dei citati scrittori: prezzi, del resto, che ai dì -nostri si sarebbero quasi triplicati. - -«L’erezione e la dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, dice, e -giustamente, il Ch.º R. Lanciani[202], debbono essere state ricordate -da grandi iscrizioni monumentali contemporanee. Hübner[203], -illustrando le iscrizioni dell’Anfiteatro note nel 1856, trascrive tre -frammenti di un epistilio di pietra tiburtina: _infixa muro exteriori -litteris aevo Titi vel Domitiani non indignis_. - - ESA VST - V M VRA - VI - (C. I, l. IV, _parte 4_, 32254). - -Questi frammenti potrebbero facilmente prestarsi al supplemento: - -_Imp. T. Ca_ESA_r divi f. Vespasianus Aug_ VST _us_; ma possono anche -convenire a qualunque altro predecessore di Sev. Alessandro, del quale -sappiamo esser stata restaurata quella parte più alta del Colosseo». - -Contemporanee all’edificazione del nostro Anfiteatro debbono anche -credersi alcune iscrizioni dipinte a pennello sui travertini delle -arcuazioni del secondo ambulacro interiore; e si trovano inseriti nel -c. I, l. VI, _parte 4_, 32254. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - - - -CAPITOLO SECONDO. - -Descrizione della parte esterna dell’Anfiteatro Flavio — Dimensioni — -Architettura — Materiali usati nella costruzione — Statue — Clipei — -Perni e spranghe — Sezione. - - -La forma dell’Anfiteatro Flavio è ovale, come ovali sono generalmente -tutti gli anfiteatrali edificî[204]. La lunghezza dell’asse maggiore di -questo grande ovale, compreso il primo gradino che circonda la mole, -è di m. 191,20; quella dell’asse minore è di m. 158,50. La periferia, -presa sempre sul ciglio del detto gradino, dà m. 546. L’altezza, dal -livello stradale alla sommità, è di metri 50[205]. - -Un’area lastricata di travertini, larga m. 17,60, attornia -l’Anfiteatro, secondandone la curva. È quella terminata da grossi cippi -di travertino, tagliati superiormente a semicerchio, alti m. 1,75, -larghi m. 0,76 e grossi m. 0,60[206]; distano l’uno dall’altro m. 3,40, -e nella loro faccia interna rimangon tracce dell’impernatura, forse -delle sbarre metalliche, che collegavano l’un cippo con l’altro. - -L’intiera mole sorge esternamente sopra due gradini, il primo dei -quali ha m. 0,425 di pedata e m. 0,20 di alzata; il secondo m. 0,18 di -alzata, e, dal ciglio al plinto della base della colonna, una pedata -di m. 1,02, la quale si unisce nel vuoto degli archi col pavimento del -portico. - -Consta l’edificio di quattro piani. I primi tre sono arcuati ed ornati -con colonne di mezzo rilievo, d’ordine rispettivamente Dorico, Jonico -e Corintio; il quarto piano non ha archi, ma finestre rettangolari; ed -anzichè da colonne, come i tre sottoposti, è decorato da pilastri con -capitelli Corintî: il che, secondo alcuni architetti, meglio asseconda -l’occhio in tanta altezza. - -Nei due primi piani le colonne sporgono dai pilastri degli archi per -due terzi del diametro, e nel terzo piano per la sola metà. Esse hanno -tutte egual diametro, e di eguale larghezza sono eziandio i pilastri -dell’ultimo piano. - -L’ordine del piano terreno è un Dorico non legittimo: non ha triglifi -nel fregio; il capitello in luogo dei tre listellini ha una gola, ed al -fusto della colonna è sottoposta una base, di un carattere differente -dalle quattro consuete. L’altezza di quest’ordine è di m. 10,50: gli -archi hanno m. 4,30 di larghezza e m. 7,10 di altezza. - -L’ordine del secondo piano è Jonico, ed è alto (compreso il -piedistallo) m. 11,85. La colonna ha la base attica. Gli archi hanno -m. 4,30 di larghezza e m. 6,50 di altezza. Essendo il pavimento del -portico di questo piano a livello della cimasa del piedistallo della -colonna, vi si dovette fare un parapetto dell’altezza di un metro. - -L’ordine del terzo piano è Corintio, ed è alto (compreso il -piedistallo) m. 11,60. La base della colonna è toscana: nella cornice -di quest’ordine è da notarsi che essa non ha gocciolatoio, ma i -modiglioni reggono immediatamente il listello sottoposto alla gola -finale. Gli archi sono larghi m. 4,30 ed alti m. 6,40. Anche qui, come -nel sottoposto piano, v’è, per la stessa ragione, un parapetto alto un -metro. - -I pilastri del quarto piano sono Corintî, hanno la base attica, e tutto -l’ordine, compreso il piedistallo ed un dado che è sottoposto alla -base, è alto m. 13,90. Il cornicione di quest’ultimo ordine è classico, -perchè (mentre mantiene le altezze dell’architrave, del fregio e della -cornice proporzionate al pilastro), per l’introduzione di robuste -mensole nel fregio e per la semplificazione della cornice (che, -decorata a guisa di architrave da tre fasce ed una cimasa, forma nel -suo assieme, senza esser pesante, un grandioso gocciolatoio), corona -stupendamente l’intiera mole. - -Questo piano, come già si disse, invece di archi ha finestre -rettangolari, le quali sono di due dimensioni, e si trovano disposte -negli intervalli fra i pilastri alternativamente. Le maggiori si -trovano nella parte superiore; hanno una dimensione di m. 1,72 × 2,57; -le minori di m. 1,30 × 0,90, e trovansi nel dado del basamento. - -Il Maffei[207] parlando dell’ordine di questo piano, dice che, essendo -il fregio ornato da modiglioni, questi, nonostante che i capitelli dei -pilastri siano Corintî, fanno divenire l’ordine Romano o Composito. -Anche il Serlio chiama quest’ordine così, ma non a ragione; giacchè la -caratteristica principale di un ordine architettonico è il capitello: -e bene a proposito il Desgodetz scrisse: «La somiglianza che hanno -gli ordini affini, come sono il Romano ed il Corintio, il Dorico ed il -Toscano, e qualche licenza che l’architetto si prenda, non deve farli -confondere fra loro». - -Il nostro edificio non ha intagli, e giustamente; perchè, a parer mio, -l’intagliar foglie, volute e cornici che doveano essere collocate a -tanta altezza ed in fabbrica cotanto gigantesca, sarebbe stato, più -che superfluo, sconvenevole; come, viceversa, sarebbe sconvenevole non -decorar con intagli ordini destinati a decorar una sala. - -D’altronde l’esecuzione dell’edificio in genere, e dei particolari in -ispecie, è trascurata assai. Una trascuratezza siffatta, per non aver -riscontro nelle fabbriche contemporanee, ci attesta la fretta con cui -fu eseguita la grandiosa opera dell’Anfiteatro Flavio. - -In ciascuno dei tre piani arcuati v’erano 80 fornici: quelli del piano -terreno erano numerati, ad eccezione di quei quattro che si trovavano -all’estremità dell’asse maggiore e minore, dei quali i primi due erano -i grandi ingressi all’arena, e i due secondi gli ingressi imperatorî; -sicchè ogni quadrante della periferia conteneva 19 fornici intieri e -due dimezzati. - -Gli archi caduti sono 47; i superstiti 33, portanti dalla parte esterna -incisi al di sopra degli archivolti, i seguenti numeri: - - XXIII XXIIII XXV _xxvi_ XXVII XXVIII XXVIIII XXX XXXI XXXII XXXIII - XXXIIII XXXV XXXVI XXXVII XXXVIII (segue un arco non numerato, - all’estremità orientale dell’asse minore) XXXVIIII XL XLI XLII - XLIII XLIIII XLV XLVI XLVII .... XLVIIII ... L LI LII LIII LIIII. - - (C. I, l. VI, Parte 4, 32263). - -I numeri servivano indubbiamente ad indicare a coloro che doveano -assistere agli spettacoli, qual fosse l’ingresso a loro più comodo -per portarsi al sito della scalinata assegnato alla rispettiva -condizione sociale. L’Agostini, nel quarto dei suoi dialoghi sulle -medaglie, osservò che ad ogni quattro archi corrispondeva una scalinata -interiore, la quale sboccava ad un vomitorio, ossia uscita alla grande -scalinata della cavea: e che anche sugli archi di questi vomitorî erano -scolpiti numeri onde evitare confusione. - -Il numero I trovavasi a destra di chi guarda l’Anfiteatro dalla parte -del Celio; il numero LXXVI a sinistra. Al lato opposto, l’arco senza -numero lo vediamo fra i numeri XXXVIII e XXXVIIII; e questo fornice -si fa rimarcare non solo per la mancanza del numero, ma pure per le -tracce di una speciale decorazione. Non lungi da esso si rinvennero, -e si veggon tuttora, due pezzi di colonna di marmo frigio e residui -di trabeazione di marmo bianco. I gradini che circondano esternamente -l’Anfiteatro, sono in quel punto interrotti, ed i massi di travertino -formano, nella parte centrale dell’arco, un rientramento. Il Marangoni -pensa che gli archi senza numero fossero destinati all’ingresso degli -Imperatori, della loro corte e di tutti coloro che doveano sedere al -podio. Ciò troverebbe una conferma, dice, nel fatto che, passati i due -portici, e dove principiano gli archi che sostenevano le gradinate -verso l’arena, v’ha come una spaziosa sala, illuminata da qualche -apertura corrispondente alla gradinata stessa. Quest’ambiente vedesi -adornato con lavori e figure di stucco, le quali, benchè danneggiate -dall’aria e dal tempo, appariscono di squisito lavoro[208]. E poichè -sull’arco mancante di numero manca eziandio l’intera cornice, sino al -piano dell’ordine superiore; si può pensare che esso fosse adornato da -qualche gruppo o bassorilievo od anche con iscrizioni[209]. - -Il Nibby[210] ed altri argomentano dalle medaglie che «dinanzi al -parapetto di ciascun arco vi dovea essere esteriormente un piedestallo -con una statua pedestre: fatto, aggiunge egli, confermato dagli ultimi -scavi, e che apparisce da qualche traccia superstite». Io stesso ho -veduto coi miei occhi queste tracce patentissime, e specialmente le ho -osservate nel parapetto che trovasi nel fornice del terzo piano e sopra -l’arco che porta il numero XXXIII, ove rimane il posto già occupato dal -piedistallo; ed ho osservato l’interruzione della cornice che serve di -finimento al parapetto stesso, perchè coperto dalla parte posteriore -del piedistallo (V. Fig. 2). - -Il Guazzesi[211] opina che le statue che si veggono incise nelle -medaglie ornassero effettivamente l’Anfiteatro Flavio; ma dice che -esse non furono stabili e di marmo, bensì d’altra materia e mobili, -da esporsi in mezzo agli archi giusta le circostanze e qualità degli -spettacoli da rappresentarsi nel nostro Anfiteatro. E basa la sua -opinione sul fatto (?) del non trovarsi nel mezzo di essi archi alcun -segno o vestigio di base o di piedistalli, che rivelino la cessata -esistenza di statue stabili e di marmo. - -Si vede che il Guazzesi esaminò molto superficialmente l’edificio! - -In ogni modo, le statue fossero o mobili od immobili, di marmo o di -gesso, di terracotta o lignee; se non vogliamo negar fede alle medaglie -ed ai fatti, l’Anfiteatro Flavio fu indiscutibilmente decorato con -statue. «Gli archi aperti del secondo e terzo piano, dice il ch. H. -Grisar[212] erano nell’ampio giro animati di statue di marmo e di -bronzo». - -Ciascuno dei tre ordini arcuati, come ho detto poc’anzi, consta di -80 fornici; le finestre maggiori però del 4º piano non sono che 40, -perchè s’alternano in modo che per ogni due archi v’è una finestra. -— Esaminando le medaglie, vediamo che in ogni spazio libero, tra un -finestrone e l’altro, vi fu scolpito un disco. Sarà stato questo un -capriccio dello scultore, o veramente in quegli spazî vi fu qualche -cosa? Vediamolo. - -Alcuni archeologi, tra i quali il Nibby[213], ritennero che i _clipei_ -dei quali ci parla il cronografo dell’anno 334[214], non furono -altro che quegli ornamenti rotondi che _sormontavano la cornice -dell’Anfiteatro, formando una specie di merlatura_. Rispetto il parere -di tali scrittori; ma siccome quella _specie di merlatura_ che si vede -accennata nelle medaglie, io dubito non sia altro che la serie delle -grossi travi del velario, rivestite probabilmente di bronzo e coronate -alla testata da un ornamento finale, così ho voluto intraprendere uno -studio speciale intorno a questo punto. Ecco il risultato delle mie -ricerche. - -Per _clypeus, clypeum e clupeus_ tutti gli scrittori antichi, in -relazione ad edificî, han voluto sempre significare quello scudo -rotondo, per lo più di bronzo, coll’effigie scolpita od a rilievo, di -una divinità o di un eroe o di qualche personaggio illustre[215]: scudo -che si soleva collocare sulle pareti esterne dei tempî[216], ed in -luoghi pubblici[217]. - -Ora, dicendoci il cronografo suddetto che Domiziano portò l’Anfiteatro -_usque ad clypea_, non potremmo noi congetturare che i clipei -non fossero _quegli ornamenti rotondi che sormontavano la cornice -dell’Anfiteatro_, ma bensì _veri scudi_ di bronzo, i quali, come si -rileva dalle medaglie, _sfolgoravano fra i pilastri esterni del quarto -piano_?[218]. - -Il Maffei[219], non potendo non prestar fede alle medaglie, dovè -conchiudere: «nel quarto piano del Coliseo veggiam finestre quadrate -alternatamente, nelle medaglie veggiamo gli spazî intermedî, non nudi -come son nella fabbrica, ma occupati da certi tondi, che paion clipei, -ed altro non possono rappresentare, che ornamenti posticci (?), quali -si ponessero e levassero». Osservando il monumento, m’avvidi che nel -mezzo degli spazî che si alternano colle grandi finestre del quarto -ordine dell’Anfiteatro, vi sono dei fori, nei quali evidentemente -furono fissati i perni degli scudi stessi. - -Questi fori da me veduti, e da non confondersi con quei buchi fatti, -come vedremo, ne’ bassi tempi per estrarre i perni metallici, li -troviamo negli spazî superstiti che sono a piombo degli archi portanti -i numeri: XIII XXV XXXI XXXIII XXXV XXXX XLII XLVIII L (Vedi Fig. 2). - -L’ordine con cui furono fatti questi fori ci dà chiaramente a vedere la -forma dell’oggetto ad essi raccomandato. Quattro sono disposti in modo -da poter per essi condurre una circonferenza, e due altri si trovano -laterali al più basso, formando con questo una linea orizzontale. - -Pertanto l’oggetto raccomandato a quei fori fu senza dubbio uno -scudo rotondo circondato da una corona di lauro con la tenia di -legamento accappiata nel basso. Da questi fori si può anche dedurre -approssimativamente il diametro del clipeo, perchè due dei quattro -fori pei quali si può condurre una circonferenza si trovano, come gli -spigoli degli stipiti delle finestre maggiori, a piombo del mezzo dei -due spazi interposti fra i tre mensoloni. - -Che nell’Anfiteatro Flavio vi siano stati clipei è indiscutibile. Il -cronografo ce lo dice chiaramente: che questi scudi o clipei siano -stati posti fra una finestra e l’altra del quarto ordine, ce lo -dimostrano evidentemente le medaglie e le vestigia che ne rimangono -nel monumento. — Ma chi si rappresentò in quegli scudi? Perchè non li -collocarono in tutti e singoli gli spazi liberi? Perchè procedono e si -alternano in una maniera sì strana? - -La risposta a questi quesiti non è certamente facile. Io, nondimeno, -nella IV parte — _Questione 2_. — di questo scritto presenterò il mio -umile giudizio; e sarei lietissimo se altri potessero dare ai quesiti -proposti soluzione più plausibile. - -Negli interpilastri, al piano degli architravi delle finestre, sporgono -dalla parete grandi modiglioni di travertino, aventi ciascuno un -incavo; e, corrispondenti a questi, nella cornice di coronamento, vi -sono altrettanti _vani_ o _fori_. Allorchè l’Anfiteatro Flavio era -ancora intiero, il numero dei modiglioni ascendeva a 240. - - [Illustrazione: _Fig. 2ª._] - -Questi servivano a sostenere (ed i vani a contenere) le travi -verticali, fasciate di bronzo, le quali a lor volta sostenevano il -velario, perchè gli spettatori fossero riparati dai cocenti raggi -solari[220]. - -La già citata cronaca dell’Anonimo, pubblicata dall’Eccardo, -e le medaglie ci rivelano, dice il Nibby[221], _che la sommità -dell’Anfiteatro era coronata intorno da una specie di merlatura di -scudi rotondi, che l’Anonimo_ sovrammenzionato chiama CLYPEA. Altri poi -disegnano questi _merli_ a foggia di piramidette sormontate da globi o -palle, ornamento trascurato da molti. - -Noi già abbiamo esposto il nostro parere circa il significato della -voce _clypeus_ o _clypeum_ ed abbiamo accennato che quella _specie di -merlatura_ e di _piramidette_ rappresentate nelle medaglie altro non fu -che l’insieme dei finimenti delle antenne che sorreggevano il velario. -Passiamo perciò ad altro. - -In tutto il recinto esterno dell’Anfiteatro, ed anche -internamente[222], il materiale usato nella costruzione è il -travertino. I massi, come è proprio dell’opera quadrata, sono commessi -senza malta; o al più come dice il Gori[223], furono assestati -con una leggera còlla di calce, ed erano collegati fra loro con -spranghe e perni di ferro, i quali rimangono tuttora entro alcuni -buchetti quadrati, profondi un dito circa. Tal modo di costruzione -è antichissimo; e ce lo dimostra un passo di Tucidide[224], il quale -afferma che nelle grosse mura, fabbricate per consiglio di Temistocle -dagli Ateniesi intorno al Pireo, non v’era _nè ghiaia, nè malta; ma -grosse pietre commesse insieme e tagliate in quadro, le esteriori delle -quali erano collegate fra loro con ferro e piombo_. «Arduo dovè essere -il lavoro di chi, in età men rimota, smantellò una parte del Colosseo!» -esclama il Fontana. - -L’Eschinardi[225] ci assicura d’aver visto grosse spranghe di ferro in -una colonna fra gli archi LII e LIII, e nell’arco XLVIII; e che il 12 -Agosto 1689, giorno in cui cadde un arco interno dell’Anfiteatro, vide -fra i materiali molte altre spranghe. Anche il Ficoroni[226] ci narra -che allorquando, nel 1703, a cagione del terremoto, cadde un’_ala_ -dello stesso Anfiteatro, trovò fra i travertini due spranghe, _una -di metallo ed una di ferro, le quali commettevano l’una coll’altra -pietra_. - -Eccettuati alcuni rari casi in cui a collegare i massi di pietra -quadrata s’usò il legno, fin da antichissimi tempi s’usò, come si è -detto, il metallo e specialmente il ferro. Vitruvio[227] prescrive -che nei monumenti composti di un nucleo di muratura rivestito di un -paramento di pietra quadrata, questo si colleghi con una controparete -interna di tufi squadrati, per mezzo di spranghe di ferro e piombo. -L’uso di concatenare in questa guisa le antiche fabbriche fu causa -che col tempo nascessero nei monumenti quei tanti buchi che anche -oggi vediamo, e che così orribilmente deturpano eziandio l’Anfiteatro -Flavio. Vi fu chi credè che quello sfregio fosse opera delle mani dei -barbari; altri poi l’attribuirono ai mercanti, i quali avrebbero fatto -quei fori per introdurvi i pali onde sostenere le tende in occasione di -fiere, ecc.[228]. Oggi però nessuno dubita che la maggior parte di quei -fori siano stati praticati collo scopo di estrarre i perni metallici -che stringevano le pietre fra di loro. In ogni parte dell’Anfiteatro -o furono asportate le _chiavarde_ o fu tentato estrarle. Nell’età di -mezzo il ferro addivenne un articolo un po’ raro, e quindi crebbe di -prezzo; l’abbandono, d’altra parte, della città fece sì che i custodi -degli armenti ed i pastori frequentassero quel rione; e questi poi, chi -per povertà, chi per speculazione e chi per passatempo, intrapresero -quella pessima occupazione. - -Alcuni opinano che quel latrocinio abbia avuto principio fin dai -tempi di Teodorico[229], giacchè questi riprese aspramente coloro che -_rubavano dai muri il metallo ed il piombo_. Altri invece, e con più -ragione, sostengono che Cassiodoro non parli dell’Anfiteatro Flavio, ma -bensì delle rovine del teatro di Pompeo e d’altre fabbriche. Laonde, -dicono, presero equivoco Flavio Biondo[230], Lucio Fauno[231], ed il -Martinelli[232], che dissero l’Anfiteatro già in rovina ai tempi di -Teodorico, la cui lettera (sulla quale questi scrittori fondano la -loro opinione) non parla delle rovine dell’Anfiteatro Flavio, in cui a -quell’epoca si rappresentavano ancora i giuochi, ma bensì delle rovine -dell’Anfiteatro di Catania. - -Dobbiamo confessare esser cosa ben difficile potere stabilire il tempo -preciso in cui ebbe principio questa deturpazione dei monumenti. Il -Nibby[233] ritiene che quei buchi siano stati fatti ai tempi in cui -i Frangipani abitarono il Colosseo. Il Fea[234] dice, invece, che, -osservando bene la fabbrica del Colosseo, ha notato che alcuni di quei -buchi si dovettero fare in tempi molto remoti, prima, cioè, che (come -vedremo a suo luogo) i Frangipani ne prendessero possesso: perchè, -dice, innanzi tutto è inverosimile che quei signori, sì ricchi e -potenti, abbiano potuto far compire per un vile guadagno quell’atto -vandalico; e neppure è credibile che abbiano lasciato il Colosseo, -in balìa di miserabili guastatori di monumenti, i quali facevano -professione di cercar piombo, ferro e metallo, per trarne utile colla -vendita: e secondariamente, perchè i buchi suddetti si trovano anche -in quei luoghi, su de’ quali i Frangipani fabbricarono o appoggiarono -muri da loro fatti per abitarvi. Altri buchi poi, soggiunge, furono -certamente fatti dopo che quella famiglia lasciò di possedere -l’Anfiteatro Flavio: nell’epoca, cioè, in cui i Papi trovavansi in -Avignone, e dopo la caduta di una gran parte del portico esteriore. -Si vedono infatti buchi praticati nei siti delle rovine, ove mai si -sarebbero potuti fare, se l’edifizio fosse stato nel suo essere: buchi, -che negli stessi luoghi e nella parte conservata non si osservano -davvero; vale a dire, nelle piante dei pilastri che corrispondono alle -vólte rovinate. - -È un fatto incontestato che fin dai tempi degli Imperatori, ed anche -prima, vi fosse gente iniqua, che, per capriccio o per far dispetto -a qualcuno, deturpasse i monumenti sepolcrali, e rompesse le statue -poste in pubblico, o le insudiciasse[235]; che vi fossero oziosi e -mal viventi, i quali rubassero i metalli di cui gli edifizî erano -esteriormente adorni, o fracassassero statue di metallo già dedicate -o esposte al pubblico[236], o che mandassero in rovina i sepolcri[237] -di coloro i quali (contravvenendo alle leggi)[238] si facevano tumulare -con gioie, oro, argento e vesti preziose[239]. - -Stabilitisi gli Imperatori in Costantinopoli, crebbero in Roma le -miserie e gli oziosi; e tosto si sospesero le relazioni commerciali con -quelle nazioni estere, donde s’importavano i metalli. Allora non mancò -chi si dedicasse a raccogliere il piombo, il ferro ed i bronzi dalle -fabbriche fatiscenti, ora con permesso ed ora colla semplice tolleranza -dei magistrati. Ammiano Marcellino[240] ce lo dice chiaramente, -allorquando ci riferisce che dovendo Lampadio[241], per suo ufficio, -restaurare varie fabbriche, ed ergerne delle nuove, inviava apparitori -in traccia dei raccoglitori dei metalli, sotto il pretesto di -comprarli; e che gli inviati, trovatili, li toglievan loro senza -pagamento, correndo in tal guisa serio rischio d’essere uccisi dai -defraudati. Dal codice Teodosiano[242] poi apprendiamo che non solo i -privati, ma pur anche i Prefetti ed altri Magistrati, o per avarizia o -per risparmio, tolsero gli ornamenti metallici dagli antichi monumenti, -sebbene fossero in bonissimo stato. La legge contro questo abuso fu -emanata dagli imperatori Arcadio ed Onorio nell’anno 398. In seguito -i barbari, non paghi di spogliare Roma del suo oro, del suo argento e -di qualsiasi opera artistica di metallo, giunsero perfino a tormentare -il suo popolo, onde obbligarlo a manifestare i supposti tesori[243]. -Allora crebbe più che mai il bisogno dei metalli, e principalmente -del bronzo, e la mania di estrarlo dai pubblici monumenti. Teodorico -permise, o piuttosto confermò l’uso di appropriarsi qualunque -pezzo di metallo che fosse caduto dagli edifizî, vietando, in pari -tempo, di toglierlo da monumenti, se ancora trovavasi al posto per -ornamento[244]. - -Malgrado queste disposizioni, la strage del bronzo e del piombo -cresceva smisuratamente: i metalli si toglievano dovunque si trovavano; -e di notte si rompevano anche le statue che ancora in gran numero -ornavano la città. Fu allora che Teodorico si vide nella necessità di -deputare un magistrato, detto _Comitiva Romana_[245], al quale diede -l’incombenza speciale d’invigilare sopra coloro che approfittavano -delle tenebre notturne onde perpetrare più impunemente quel vandalismo. - -Nelle calamità sopravvenute a Roma sul cadere del secolo VI, e nella -quasi totale indipendenza dai magistrati, dagli Imperatori e dai Sommi -Pontefici, della quale cominciavano a godere i suoi cittadini, accrebbe -la noncuranza dei monumenti; e le statue ed altri lavori artistici, -che erano sfuggiti alla rapacità dell’Imperatore Costantino III, -perirono quasi tutti prima del secolo X. Secoli di miseria universale, -di barbarie nelle arti, nelle lettere e nei costumi; secoli, in -cui la metropoli del mondo ad altro non pensava che a consumare e a -divorare se stessa! — A quei disgraziati secoli perciò, a mio parere, -dobbiamo riportare la _maggior parte_ di quei buchi che sì orribilmente -deturpano l’Anfiteatro Flavio. - -Nell’arco di Susa[246] s’osservano varî fori, simili a quelli fatti -nel nostro Anfiteatro. Ecco quanto a questo proposito scrive il -Maffei:[247] «Richiesto, quando fui sul luogo, che significassero -(quei buchi dell’arco), feci osservare come i buchi soprastanno sempre -al congiungimento di due pietre, e non si veggono oltre ad una certa -altezza. Ma perchè ognuno si rendea difficile a crederlo, mandato -in cerca di scalpelli, e fatto fare un simil buco in sito non ancor -tocco, apparve la chiave, qual levata, e portata meco conservo fra -le cose antiche da me raccolte. Il ferro, così perchè più tenacemente -legasse, come perchè fosse da ruggine difeso, è tutto circonvestito di -piombo, onde appare il riscontro e la verità dei passi di Tucidide e di -Vitruvio»[248]. - -Ma non tutti i buchi che s’osservano nelle pareti dell’Anfiteatro -Flavio, furono fatti allo scopo di asportarne i perni metallici. -Esaminando infatti la forma, il luogo e la disposizione simmetrica di -alcuni di essi, si scorge ad evidenza, dice il Fea[249], che _furono -fatti per appoggiarvi legni, onde sbarrare le arcate, o per difendersi, -come era solito farsi in tempi di guerre civili_, in cui si sbarravano -anche le case e le strade per combattervi[250]; _o per farvi divisioni -di camere, o per uso di qualche arte; e alcuni forse per uso antico di -giuochi, in occasione di essi: come può congetturarsi da altri simili -nell’Anfiteatro di Pola, che non può dirsi mai stato abitato nei bassi -tempi, come il Colosseo._ - - -Osservando attentamente il profilo o sezione delle pareti esterne -dell’Anfiteatro Flavio, si vedrà che la grossezza di esse pareti -diminuisce gradatamente verso l’interno, in guisa che il basamento del -piedistallo delle colonne del secondo piano cade a piombo del diametro -superiore delle colonne del primo piano; e così via dicendo[251]. -Questo non lo riscontriamo nell’anfiteatro di Verona. Il Serlio dice, -e con ragione, che il ritrarsi delle pareti verso l’interno _dà maggior -fortezza all’edificio_. - -Al Palladio piaceva opinare che i muri diminuissero piramidalmente -dall’una e dall’altra parte; ma dato che da una sola parte le pareti -dovessero diminuire, questa dovea essere l’esterna, giacchè l’interna -era resa solida dalle travature. E questa è forse la ragione per -cui tuttora rimane una buona parte dei portici esterni del nostro -Anfiteatro, mentre del Veronese rimane sì poca cosa! - -Quanto alla tinta di color di calcina, la quale sembra passata su -molti travertini, essa è un effetto del vento freddissimo di tramontana -dominante nell’inverno in Roma[252]. - -L’aspetto esterno del monumento, benchè deformato dalle ingiurie -degli uomini e degli elementi, è imponentissimo. Basta vederlo, per -non dimenticarlo mai più. La sveltezza di una mole così colossale è -dovuta alla sua forma curvilinea, che sfugge ed inganna l’occhio, -e sorprende lo spettatore. Il pittoresco che v’ha insensibilmente -introdotto il tempo colla sua opera di distruzione, l’ha reso sì vago -ed interessante, che molti giunsero a non desiderare la riedificazione -della parte diruta. - -Ma già è tempo di descrivere la parte interna del nostro Anfiteatro. . - - - - -CAPITOLO TERZO. - -Descrizione dell’interno dell’Anfiteatro Flavio — Arena — Ipogei — -Portici sotterranei — Cavea — Velario — Anemoscopio — Architetto. - - -L’arena dell’Anfiteatro Flavio era lunga metri 79 e larga 46. - -Non tutto lo spazio dell’arena era libero ai giuochi, ma attorno al -podio girava un’area, larga quanto l’altezza di questo toglieva di -visuale agli spettatori. Nell’anfiteatro di Pozzuoli questa zona è -larga m. 1,12 circa, ed è limitata da un _solco_, nel quale vi sono -due fori a distanza uguale, che trapassano la vôlta dell’ipogeo. -Lo Scherillo opina che in questi fori stessero fissate le aste -verticali che sostenevano la rete di bronzo. Nel nostro Anfiteatro -questa zona (diremo _morta_) sarebbe stata proporzionalmente larga m. -2,50 circa: ed appunto a questa distanza dal muro del podio vediamo -ricorrere nell’ipogeo una serie di pilastri di massi tufacei, disposti -regolarmente attorno attorno e a distanze uguali; ai quali massi furono -verosimilmente raccomandate le travi della grande rete, fin da quando -(dopo il regno di Domiziano) fu modificata l’arena[253]. Io congetturo -che precisamente in quest’epoca, a fine di dare un po’ di luce -all’ipogeo (il quale ne avea certamente bisogno), si lasciassero delle -aperture munite d’inferriate nel pavimento della zona _morta_[254]. - -Per comodità dei combattenti il suolo si ricopriva con strati di arena -comune, donde quell’area si ebbe il nome di arena[255]. Si fe’ pur uso -di polveri di vario colore, ma ciò potè accadere soltanto in occasione -di solenni rappresentazioni. Plinio[256] ci dice che nel Circo Massimo -s’adoperò a tal uso la raschiatura di _pietra specolare_. Caligola e -Nerone, in occasione di giuochi straordinarî, vi sparsero il _minio_ -e la _crisocolla_[257]; e da Lampridio apprendiamo che Eliogabalo -fe’ cospargere il portico di limatura di oro e d’argento, _dolente_ -di non avervi potuto spargere la limatura di _elettro_[258]. Questo -però non potè avvenire nel nostro Anfiteatro, perchè il restauro di -questa mole, grandemente danneggiata dal famoso incendio, non fu, come -vedremo, compiuto sotto Eliogabalo; ma se ai tempi di quest’Imperatore -si fossero potuti dare degli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio, anche -l’arena di questo sarebbe stata certamente coperta di un tanto prezioso -tappeto: sappiamo infatti che quel Principe ripetè una tal pazzia -spesso e dovunque: «_Idque frequenter quocumque fecit; iter pedibus -usque ad equum vel carpentum ut fit hodie de aurosa arena_»[259]. - -L’arena dell’Anfiteatro Flavio vide il pietoso spettacolo narratoci -da Marziale[260] e del quale noi già parlammo nell’_Introduzione_. Due -fanciulli mentre rimovevano col rastro la sabbia per coprire il sangue -di cui era inzuppata, furono sbranati da un leone. - -Nelle estremità dell’asse maggiore[261] v’erano due ingressi, pei quali -s’accedeva all’arena. L’ingresso rivolto a Sud-Est dovè essere la porta -chiamata libitinense, giacché appunto da quella parte estendevasi la -regione II celimontana, ove il _Curiosum_ e la _Notitia_ pongono lo -_spoliarium_, o luogo dove venivano strascinati i gladiatori uccisi -ed i mortalmente feriti, per essere finiti a colpi di maglio, se -boccheggianti, e poi tutti, spogliati delle loro armi e vesti non -appena divenuti cadaveri. Per questa porta fu messo fuori due volte -l’elmo di Commodo[262]; per essa si traevano via i caduti e le belve -uccise[263]; per essa erano introdotti gli elefanti, gli ippopotami, -i rinoceronti e tutti gli animali che per la loro grossa corporatura -non capivano nei _pozzi_; da quella porta finalmente entravano, a mio -parere, eziandio i gladiatori ed i bestiarî per combattere nell’arena. -Quest’ingresso era in una parola la _porta di servizio_. - -L’altro ingresso è a Nord-Ovest, rivolto cioè alla parte più -ragguardevole della Città (vale a dire il Palatino ed i Fori); fu -la porta principale, che potrebbe chiamarsi _pompae_, per la _pompa -gladiatoria_, che da quella usciva sull’arena prima che si desse -principio ai ludi. - -I gladiatori, vestiti di toga, muniti delle loro armi, e dopo studiate -evoluzioni, due per due andavano a presentarsi all’Imperatore, se -presiedeva, ovvero al magistrato da lui delegato a presiedere in -sua vece, se assente, acciocchè esaminasse le armi. Ora per potersi -eseguire quest’esame dall’Imperatore o dal magistrato, faceva d’uopo -che i gladiatori salissero fino al parapetto dei suggesti: era dunque -necessaria una scala. - -Nell’anfiteatro di Pozzuoli venne in luce una piccola scala addossata -al muro del podio, dinanzi al pulvinare imperiale. Il can. Giovanni -Scherillo, illustratore di quel monumento, opina che quella scala -fosse costruita appunto alla scopo indicato. La ragionevolezza della -cosa e la scoperta avvenuta nell’Anfiteatro Puteolano ci autorizzano -ad argomentare che anche nell’Anfiteatro Flavio vi fosse il mezzo di -salire dall’arena ai suggesti. - -V’è questione fra i dotti se l’arena primitiva dell’Anfiteatro Flavio -fosse o no _sostrutta_. Le ragioni dell’una e dell’altra opinione le -esporrò quando si parlerà degli scavi praticati nell’Anfiteatro[264]. -Noi vediamo oggi l’arena _sostrutta_, come _sostrutta_ la vediamo -negli anfiteatri di Capua, Pozzuoli e Siracusa. I sotterranei -(_hypogaea_) servirono per poter dare improvvisi spettacoli. Nelle -celle (_cubilia_)[265] si racchiudevano le belve destinate per lo -spettacolo, le quali, per mezzo di elevatori meccanici[266], si -facevano (al momento opportuno) sbucare dal pavimento dell’arena. -Quanto io asserisco ci è stato tramandato dagli antichi scrittori[267]; -e d’altronde così doveva essere, perchè con sicurezza si potessero -introdurre nell’arena le belve. Il pavimento dovè essere formato di -un tavolato appoggiato su grosse travi; soltanto immaginandolo di -tal fatta potremo darci ragione dei repentini cangiamenti di scena, -facendosi comparire sull’arena, come vedremo nel seguente capitolo, -fiere, monti, boschi artificiali, ecc. - -Io congetturo che per introdurre le fiere nelle cellette si facesse -così: si accostava la gabbia alla porticina della cella, e sollevato -il cancello scorritore della gabbia, la bestia sbucava nella celletta, -dove, appena entrata, si racchiudeva, facendo calare la saracinesca -di ferro; in tal guisa la belva restava stretta in modo da non potersi -muovere, posando sul pavimento mobile di legno, il quale, messo a suo -tempo in movimento, la sollevava quasi fino al piano dell’arena: tanto, -cioè, quanto bastava alla belva per uscirne fuori di un salto. Questa -particolarità me la persuade tanto il maggior effetto che avrebbe -prodotto l’impetuoso uscir delle fiere dal suolo, quanto il fatto di -quell’orso, che, destinato a sbranare Saturo legato sul ponte _de cavea -prodire noluit_. - -Il sollevamento ed abbassamento dei cancelli delle gabbie e delle -saracinesche delle cellette, si facevano comodamente dal _ballatoio_, -del quale in breve parleremo, che ricorreva in alto innanzi alle celle. - -Qui è necessario determinare che cosa s’intendesse dagli antichi del -basso Impero per _posticum_ e _portae posticiae_, allorquando essi -parlavano di anfiteatri. - -Il passo di Ammiano: «ut saepe faciunt amphitheatrales ferae, -diffractis tandem solutae posticis», ci fa conoscere chiaramente che -per _postica_ s’intendevano i luoghi dove erano racchiuse le fiere, e -donde queste sbucavano per dare spettacolo di sè nell’arena. Ci fa pur -conoscere che questi luoghi erano chiusi alla bocca da sportelli che si -disserravano: _diffractis posticis_; frase che noi troviamo pur usata -in una lapide Veliterna dei tempi di Valentiniano[268]: AMPHITHEATRUM -CUM PORTIS POSTICIIS ET OMNEM FABR.... ARENE (sic.). Questa lapide -mi sembra possa diradare la nebbia addensatasi attorno alle parole -portis posticiis, e ci fa conoscere che tra le riparazioni fatte in -quell’anfiteatro furono rinnovati eziandio gli sportelli lignei alle -bocche dei _postica_. Questi sportelli avevano non poca importanza, sia -per il meccanismo necessario a disserrarli e richiuderli con prestezza, -sia, e molto più, per il risalto e gradito effetto che acquistava -per essi lo spettacolo della _venatio_. Di questo gradito effetto -ce n’è prova un testo di Vopisco[269], il quale deplora l’immissione -nell’arena di cento leoni, fatta da Probo _una missione_, e la loro -_insipida_ uccisione per il mancato effetto del furioso slancio delle -fiere, che soleva avvenire quando (diremo con Ammiano) _diffractis -tandem solutae posticis_, balzavano sull’arena: ed io opino che questa -sia la ragione per cui siffatti sportelli li troviamo ricordati nelle -lapidi commemorative di restauri eseguiti negli Anfiteatri dopo il loro -deperimento nella decadenza dell’Impero, gloriandosi i restauratori di -avere con ciò rimessa l’arena nel suo perfetto essere. - -E qui è bene notare che le aperture dalle quali nei giuochi si -facevano uscire le belve, si dissero in ogni tempo _portae_. Le parole -di Plauto[270] son chiare: «_Citius a foro fugiunt, quam ex_ PORTA -_ludis cum emissus ut lepus_»; parola con cui dopo l’invenzione degli -anfiteatri furono chiamate anche le bocche delle cellette dalle quali -uscivano le fiere, e quindi anche gli sportelli che le chiudevano; -come accade anche adesso, che si dice _porta_ tanto il _vano_ che -l’_imposta_ che lo chiude. - -Conosciuto ciò che fossero negli anfiteatri i _postica_ e le _portae -posticiae_, vediamo dove quelli e queste fossero. - -Le _bocche_ dei _postica_ doveano comunicare coll’arena, se da essi -sbucavano le fiere. Negli anfiteatri non v’erano che due porte che -immettessero nell’arena, e queste due grandi porte si trovavano alle -estremità dell’asse maggiore: una era la principale, e potremmo dirla -_pompae_; l’altra era la _libitinensis_. A nessuno potrà cadere in -mente che da queste porte sbucassero le fiere propriamente dette. -Nella parete poi che attorniava l’arena e sosteneva il terrazzo del -podio, non v’erano nè potevano esservi porte a quel fine, perchè dietro -di quella parete girava un corridoio, il quale era destinato, come -in breve vedremo, ad uso delle persone ragguardevoli che occupavano -il ripiano del podio. Ma anche dato e non concesso che nella parete -attorno all’arena vi fossero state porte allo scopo suddetto, come -queste si sarebbero potute chiamare _posticae_ se stavano davanti?!... - -Ma dove adunque dovremo noi ricercare il luogo per il quale le fiere -sbucavano nell’arena? Non altrove che nell’ipogeo dell’arena stessa: -in quei pozzi stretti, oscuri e necessariamente coperti da sportelli di -legno. Se poi mi si domandasse la ragione per cui quei pozzi si fossero -potuti chiamare _postica_ (almeno dal sec. IV in poi, epoca degli -esempî che possediamo), risponderei: - -Il sostantivo neutro _posticum_ ha due significati: 1º _uscio di dietro -della casa_; 2º _bottino degli agiamenti_[271]. In questo secondo senso -gl’interpreti ed i lessicografi spiegano quell’_appositum posticum_ -di Lucilio[272]: _Pistrino appositum posticum — sella, culina._ — Ed -invero le cellette in cui si racchiudevano le fiere, per poi da esse -farle sbucare sull’arena, aveano la forma di _veri bottini_; cosicchè -non disse male Ammiano allorchè scrisse che Massimino era furibondo -come erano spesso le fiere anfiteatrali, quando uscivano finalmente -libere dai disserrati bottini. E qui si noti che nella lapide Veliterna -del IV secolo cadente, che noi già riportammo, non si legge _portis -posticis_, porte, cioè, della parte posteriore dell’anfiteatro -(espressione, d’altronde, da non potersi intendere, come saggiamente -osserva il ch. Lanciani[273], che relativamente a quegli anfiteatri -i quali stanno sul limite estremo di una città, ovvero in quelli che -avevano o uno o due o quattro soli ingressi, ovvero a metà incassati -sotterra), ma _portis posticiis_, con due _i_, ossia gli sportelli dei -_bottini_. Una porta appunto _posticia_ era quella che una leonessa -(per non offendere i ss. Taraco e compagni, tornatasene al bottino -donde era uscita, e trovatane chiusa la _bocca_) tentò di rompere coi -denti. - -Nell’Anfiteatro Flavio le celle per le fiere erano 72, disposte in -quattro corsie parallele all’asse maggiore[274]. - -Cinque ambulacri, tre rettilinei e due mistilinei, fiancheggiavano -le corsie che contenevano le celle. Parallelamente ai lati curvilinei -degli ultimi dei cinque ambulacri ne correvano altri due, comunicanti -tutti fra loro. Negli ambulacri venivano all’occorrenza disposte -le macchine (_pegmata_), le quali, fatte uscire dalle aperture del -pavimento dell’arena, andavano _crescendo_, e talora si elevavano ad -altezza considerevole[275]. Queste macchine, dal regno di Vespasiano -a quello di Adriano, si costruirono sulla _summa Sacra Via_, -nell’officina _summum choragium_. In Marziale[276] leggiamo: - - Inde sacro veneranda petes Palatia clivo, - Plurima qua summi fulget imago ducis. - Nec te detineat miri radiata Colossi. - Quae Rhodium moles vincere gaudet opus, - Flecte vias hac. . . . . . . . . . . - -E nel libro _Spectaculorum_, Epig. II, dice: - - Hic ubi sidereus proprius videt astra Colossus - Et crescunt media pegmata celsa via. - -Lo deduciamo pur anche dalle osservazioni che l’architetto Apollodoro -fece ad Adriano: «_quod sublime illud_ (il tempio di Venere e Roma) -_et vacuum fieri oportebat, ut ex loco superiori in Sacram Viam magis -conspicuum esset et in concavitate machinas exciperet, ita ut latenter -in eo compingi et ex occulto in theatrum duci possent_»[277]. - -Dopo l’edificazione del tempio di Venere e Roma, quell’officina fu -traslatata nella regione d’Iside e Serapide, e là ce la ricordano i -ragionarî del secolo IV; ma anche così distava poco dall’Anfiteatro. - -Nell’ambulacro centrale e nei due laterali v’erano, addossate alle -pareti, delle branche di scale, per le quali s’ascendeva ad un -ballatoio, che ricorreva in alto dinanzi alle celle delle fiere. - -I muri di _sostruzione_ dell’arena sono composti di grandi massi di -travertino, di tufo e di costruzione laterizia[278]. A m. 6,08 circa -dal piano dell’arena v’è un pavimento ad _opus spicatum_, nel quale, -oltre al canale per lo scolo delle acque, si veggono massi quadrati di -pietra tiburtina, con una bocchetta incavata nel mezzo. - -Dalla parte settentrionale s’apre sull’andamento dell’asse minore -una strada sotterranea o _cripto-portico_, larga m. 2,95, la quale si -dirige verso l’Esquilino. Un altro _cripto-portico_, con un accesso -della larghezza di m. 2,17 che poteva chiudersi con una saracinesca, -trovasi sull’andamento dell’asse maggiore, in direzione del Laterano. -Il pavimento di questo sotterraneo, è elevato sopra quello dell’ipogeo -dell’arena m. 1,50 circa, a cagione di uno _speco_, che corre sotto al -pavimento del corridoio, seguendone la direzione. - -Ai lati del _cripto-portico_ vi sono otto celle; con queste e con -quello comunicano per mezzo di scale due grandi stanze, lunghe m. -25, larghe m. 3,20; il pavimento delle quali si trova allo stesso -livello di quello dell’arena, e quindi più basso del pavimento del -_cripto-portico_ e delle celle laterali di m. 1,50 circa. Si conservano -tuttora sei massi quadrilateri di travertino, simili a quelli -dell’ambulacro curvilineo, ma aventi le bocchette munite di boccolari -metallici. — Altre bocchette, ma senza metallo, le vediamo nel suolo di -cinque delle otto celle che fiancheggiano il _cripto-portico_. Questi -massi e queste bocchette, la cui forma circolare suscita naturalmente -l’idea di assi verticali giranti, sono le tracce del grande movimento -dei meccanismi dell’ipogeo dell’arena. Da questo corridoio, per mezzo -di due scale, si ascende al piano del vestibolo ad esso soprapposto. -Le due scalette sboccano nel detto vestibolo in prossimità della porta -libitinense. - -Il _cripto-portico_ è spurgato per la lunghezza di m. 83,90; esso, -fino al portico esterno dell’Anfiteatro, ha le pareti composte -di grandi massi di travertino, dalle quali sporgono a distanze -pressochè uguali cinque pilastri, congiunti nella parte superiore -da _piattabande_ formate di grossi cunei di travertino. Il tratto -interno del _cripto-portico_ fu probabilmente coperto da soffitto -di legname. Questa strada sotterranea, uscita fuori dal perimetro -dell’Anfiteatro, ha le pareti e la volta di mattoni; e a m. 12 -circa dal perimetro stesso, lascia a destra un altro corridoio con -piano inclinato; cosicchè dopo un lungo percorso doveva sboccare -sopratterra. Quest’ultimo corridoio, il cui andamento seconda la -curva dell’Anfiteatro, a m. 6 circa dal punto ove si dirama dal -_cripto-portico_ è traversato da una porta, la quale ha un arco -laterizio e la soglia di travertino. - -Un terzo _cripto-portico_, uguale a quello ora descritto, si apriva -dalla parte opposta, seguendo sempre l’andamento dell’asse maggiore. -Già fu esso scoperto in gran parte negli scavi praticati dal Governo -Francese nei primi anni del secolo XIX[279]; ora rimane interrato, come -per la metà è pur interrato l’ipogeo dell’arena. - -Di un quarto _cripto-portico_, sull’andamento dell’asse minore, -incontro a quello che si dirige all’Esquilino, se ne ha un indizio in -un pozzo scoperto a Sud-Ovest dell’Anfiteatro, e precisamente dinanzi -all’arco mediano esterno, che dava accesso al pulvinare imperiale. - -Oltre a questi quattro _cripto-portici_, disposti simmetricamente -sull’andamento dei due assi maggiore e minore, ve n’è un quinto, il -quale, partendo dal _sottopodio_ presso il pulvinare imperiale (dal -quale vi si discendeva per una scala), ricorre sotto il cuneo V, -giusta la numerazione degli archi, ed a pochi metri dal perimetro -dell’Anfiteatro rivolge, ad angolo quasi retto, dalla parte del -Laterano. - -Il pavimento di questo corridoio era a mosaico; la volta era adorna -di stucchi, dei quali rimangon tracce; ed aveva di tanto in tanto, ora -a destra ora a sinistra, degli _abbaini_, dai quali prendeva luce; le -pareti erano dipinte, ma nel basso avevano uno zoccolo di marmo. Sembra -andasse con piano inclinato a riuscire sopratterra poco lungi da dove -sboccava il corridoio[280] testè descritto. Fu sgombrato dalle terre e -macerie per circa 37 metri. - -Si ritiene comunemente, e credo a ragione, che questo _cripto-portico_ -fosse quell’andito angusto ricordato da Dione[281], dove il congiurato -Claudio Pompeiano tentò di uccidere Commodo, allorchè questi per -quell’andito si recava all’Anfiteatro. Io ritengo con alcuni archeologi -che questo _cripto-portico_ fosse senz’altro opera di Commodo. - -Ma è già tempo di descrivere la cavea. La cavea del _nostro_ Anfiteatro -era divisa in cinque parti: il podio, tre ordini di gradi ed il -portico[282]. - -Il podio (determinato da una _praecinctio_ e dal rispettivo _iter_) -era composto di un ordine di sette gradi[283] ai quali si accedeva per -dodici vomitorî aperti nella _praecinctio_, e di un ripiano largo circa -due metri (dove venivan disposti i _subsellia_), il quale, girando a -piè della piccola gradinata, dava immediatamente sull’arena. Esso era -munito di un parapetto a _transenna_, ed aveva otto vomitorî proprî, -pei quali s’accedeva indipendentemente dalla gradinata. La larghezza -dello spazio occupato dall’_iter_ della _praecinctio_ dalla gradinata e -dal ripiano è (presa orizzontalmente) di m. 8 circa. Il muro del podio, -che faceva fronte sull’arena, era alto m. 5, compreso il parapetto a -_transenna_. - -Che il podio fosse formato come l’ho descritto, risulta dalle -espressioni degli antichi scrittori[284], confermate dall’esame dei -suoi ruderi. - -Sotto il ripiano dei _subsellia_ v’era un ambulacro, al quale -s’accedeva dal corridoio che girava a piè delle scale dei vomitorî -del detto ripiano. L’ambulacro aveva m. 1,80 circa di larghezza; e -nella parete opposta a quella che fronteggiava l’arena, aveva, in ogni -quarto dell’ovale, sei nicchie rettangolari, quattro delle quali della -larghezza di m. 2: le altre due erano di minor larghezza; tutte però -avevano una profondità uguale di un metro, e tutte ugualmente eran alte -m. 2 circa. — A proposito di questo corridoio, il Nibby[285] scrive: -«di marmo era inoltre fasciato il corridore sotto di esso (ripiano -del podio) che oggi è parte dell’arena, nel quale i riquadri allorchè -vennero scoperti conservavano tracce di essere stati ornati di stucchi -analoghi per lo stile a quelli della sala d’ingresso degl’Imperatori». -— Io congetturo che ivi fossero gli _agiamenti_ o cessi per i -personaggi che occupavano il ripiano del podio. Si vedono tuttora nel -basso delle nicchie le cloache coperte _a capanna_, e qualcuna ve n’è -anche nei piloni tra una nicchia e l’altra, al piano del pavimento. -Eran essi indispensabili, e specialmente in quei luoghi ove le persone -si trattenevano per lunghe ore e talvolta per una intiera giornata. -Suetonio scrisse di Augusto che nel circo «spectabat interdum e -pulvinari, et quidem cum coniuge ac liberis, sedens spectaculo plurimas -horas; aliquando totos dies aderat»[286]. Tal comodo dovette esservi -per tutti gli ordini della _gradatio_, e probabilmente furono ridotti -a tal uso i vuoti dei _sottoscala_. — Lo studiato sistema di chiaviche -nel _substrato_ dell’Anfiteatro servì a smaltire parimente le acque -piovane e le immondezze degli _agiamenti_. - -La forma del podio era ovale, e secondava il perimetro dell’arena; ma -i due grandi ingressi di questa lo interrompevano, facendogli formare -due _bracci_. Nel centro di ciascuno di essi v’erano i due suggesti; -dei quali quello a sud-ovest era il pulvinare imperiale; ce lo indicano -e la sua posizione ed il passaggio chiamato giustamente di Commodo, il -quale termina precisamente a quel suggesto. Ho detto la sua posizione, -perchè trovasi nella parte più nobile dell’Anfiteatro: parte che fu -sempre rappresentata sulle medaglie a preferenza delle altre, e che -è rivolta verso la _regia Palatina_. Ivi sedeva l’Imperatore, e di lì -presiedeva agli spettacoli. - -L’altro suggesto era di fronte al pulvinare, ed era destinato -principalmente al magistrato delegato dall’Imperatore a presedere -in sua vece ai giuochi. Si accedeva ai suggesti per i due ingressi -principali, rivolti l’uno al Celio e l’altro all’Esquilino[287]; e -si passava per due saloni, divisi ciascuno da diciotto pilastri di -travertino, con arcate e volte ornate di stucchi. «Prima del terremoto -del 422, scrive il ch. Lanciani[288], lungo l’orlo del suggesto più -basso della cavea (dove sedevano i personaggi _clarissimi_) al disopra -del podio correva una cornice marmorea, modinata a somiglianza delle -basi attiche[289], e questa cornice reggeva il parapetto o pluteo che -forse era di bronzo, forse di marmo. Lo scuotimento della terra avendo -rovesciato giù nell’arena cornice e parapetto, colui che condusse -i risarcimenti nell’Anfiteatro non volle o non potè riporre le cose -al luogo loro. I massi marmorei della cornice furono fatti girare di -90, di modochè la cornice che prima stava sulla fronte dei medesimi -si trovò sul piano di sopra, ed il piano di sotto, cioè il piano di -_posatura_ primitivo, divenne la fronte. Su di essa furono incise una -o più lunghissime leggende a lettere assai grandi, le quali leggende -vennero così a fare il giro di tutto il suggesto o di tutto il podio». - -Nel podio, come si disse, avevano il loro posto i personaggi più -illustri, e da prima i Senatori, ai quali (secondo il decreto emanato -da Augusto[290] e che a mio parere fu in vigore in ogni tempo) era -riservato il primo ordine dei _subsellia_: ordine che nell’Anfiteatro -Flavio fu probabilmente _primus et unicus_, e situato senza dubbio nel -ripiano del podio immediatamente prossimo all’arena. Dissi _primus et -unicus_, perchè lo spazio di due metri non potè essere capace che di un -solo ordine di _subsellia_, attesochè dietro di essi dovea rimanere lo -spazio sufficiente per il passaggio. - -Oltre ai Senatori, sedevano nei gradi del podio le persone investite -delle più alte dignità sacerdotali, i _clarissimi_ delle famiglie dei -Senatori, i _viri consulares_, i magistrati curuli e gli ambasciatori -esteri. Prudenzio ci attesta che avean posto nel podio eziandio -le Vestali, le quali nei pubblici giuochi furono sempre tenute -in considerazione[291]. Cicerone accenna al posto che esse aveano -nei giuochi gladiatorî: _nec si virgo vestalis, huius_ (L. Nattae) -_propinqua et necessaria, locum suum gladiatorium concessit huic_[292]. -Augusto, facendo eccezione alla disposizione data per le donne, assegnò -alle Vestali un posto ragguardevole nel teatro: «_Solis virginibus -vestalibus locum in theatro separatim et contra praetoris tribunal -dedit_»; e Prudenzio, come ora dicevamo, ce le indica sedute nel podio -del nostro Anfiteatro, anzi nella _miglior parte_ di esso: - - _An quoniam podii meliore in parte sedentes_[293]. - -Ora ci domandiamo: qual fu la _miglior parte_ del podio assegnata alle -Vestali? - -Non possiamo ritenere che esse sedessero nell’_ordo subselliorum_ -insieme coi Senatori, perchè, come osserva lo Hübner[294], non è noto -«che anche nell’anfiteatro e nel circo le Vestali avessero partecipato -ai posti dei Senatori». E poi, se vogliamo accettare come precisa -l’espressione di Prudenzio: «Podii MELIORE IN PARTE sedentes», noi -non dovremo ricercare le Vestali fra i Senatori, per la ragione che -nel podio v’era _qualcosa di meglio_ dell’ordine dei _subsellia_. -La miglior parte del podio erano indiscutibilmente i due suggesti. -Non mi sembra ammissibile che le Vestali sedessero nel _pulvinar_, -perchè questo suggesto era riservato all’Imperatore; ed ebbe il nome -di _pulvinar_ (nome proprio della _sedes_ o _lectisternium deorum_) -«quasi che (dice il Morcelli) in quel suggesto _imperatoris tamquam -numinis sedes esset_». Che ivi sedesse eziandio la famiglia imperiale -_masculini sexus_, lo possiamo dedurre dalle parole di Svetonio, il -quale narra che Augusto «spectabat interdum e pulvinari, et quidem -cum coniuge[295] ac liberis»: che vi sedessero talvolta anche le -persone estranee alla famiglia imperiale invitatevi dall’Imperatore, -ce ne fanno fede e il fatto di Tito, che invitò i due _patricii -generis convictos in affectatione imperii_ ad assistere al suo fianco -ai giuochi gladiatorî, ed ai quali patrizî _oblata sibi ornamenta -pugnantium inspicienda porrexit_[296]; e l’altro fatto di Domiziano, il -quale per tutto il tempo dello spettacolo gladiatorio aveva con sè il -fanciullo _portentoso parvoque capite, cum quo plurimum fabulabatur, -nonnunquam serio_[297]: ma che vi sedessero anche le Vestali, lo -ignoriamo. Anzi dai due decreti emanati nel regno di Augusto, e che -sono di questo tenore: 1.º _Faeminis ne gladiatores quidem, quos -promiscue spectari solemne olim erat, nisi ex superiore loco spectare -concessit. Solis virginibus vestalibus locum in theatro separatim -et contra praetoris tribunal dedit_[298]. 2.º[299] _Quoties Augusta -theatrum introisset, ut sedes inter vestalium consideret_[300], mi pare -potersi dedurre che le Vestali non sedessero insieme all’Imperatore -nel pulvinare. Io inoltre opino che il primo decreto destasse non -poco malumore nel popolo, giacchè _gladiatores promiscue spectari_ -SOLEMNE _olim erat_; ed in tal caso Augusto dovè non disprezzare il -pericoloso fermento, e cercare un mezzo opportuno onde calmare il -malcontento suscitatosi; e forse fu questa la ragione per cui emanò -un secondo decreto col quale stabiliva che neppure all’Imperatrice -fosse lecito di assistere agli spettacoli «_promiscue_», ossia, nel -caso suo, coll’Imperatore nel pulvinare; ed essa era in obbligo, -andando in teatro, assidersi fra le Vestali, mostrando così che _la -legge era uguale per tutti_[301]. Di qui apparisce chiaramente che le -Vestali non sedevano nel suggesto imperiale; e poichè occupavano _la -miglior parte del podio_, non ci rimane che assegnar loro il luogo -più distinto dopo il suggesto imperiale, vale a dire il suggesto che -era di fronte al pulvinare. Ivi, come dicemmo, sedeva il personaggio -delegato dall’Imperatore a presedere ai giuochi in sua vece; alla sua -destra, in separato scompartimento (_separatim_), le sei Vestali[302]; -alla sinistra, i consoli insieme al _munerator, editor_ o _dominus_, -alle cui spese si davano i giuochi, e che in quella circostanza aveva -le insegne e l’autorità di un magistrato. Severino Boezio ci mostra -l’_editor_ nel circo, assiso appunto tra i due consoli: «_Cum in -circo duorum medius consulum circumfusae multitudinis expectationem -triunphali largitione satiasti?_»[303]. - -Nè mi sembra di avere esagerato, assegnando alle Vestali anzichè ai -Consoli la parte destra; poichè sappiamo che questi, qualora si fossero -imbattuti con le sacerdotesse di Vesta, dovean ceder loro il passo; e -che, secondo il decreto del 776 d. R., tra le Vestali dovea avere il -suo seggio l’Augusta. - -Per completare la descrizione del podio, ci resta di parlare -dell’apparecchio di cui questo era munito onde gli spettatori fossero -sicuri dagli assalti delle fiere. Di quest’indispensabile apparecchio -se ne avea già una vaga notizia, e sapevasi che consisteva in una -serie continua di reti tessute di grossi fili metallici[304]: ma non -ci sarebbe stato certamente possibile farne una descrizione esatta, se -il poeta Calpurnio, vissuto ai tempi di Carino e Numeriano, non avesse -nei suoi versi così particolareggiatamente parlato della sua struttura -e magnificenza. Egli dice che al termine dell’arena dell’Anfiteatro -Flavio, verso il muro marmoreo del podio, era distesa tutt’attorno -un’ammirabile serie di rulli d’avorio, che, girando intorno ad assi, -rendevano impossibile alle fiere l’appigliarvisi con le unghie, -facendole, se vi si fossero provate, ricadere subito al basso. Aggiunge -che v’era una rete tessuta di _aurei fili_, insieme a molti denti di -elefante sporgenti in sull’arena, tutti d’egual grandezza e _lunghi più -ancor d’un aratro_[305]. - -Da questa descrizione mi sembra poter dedurre come fosse -nell’Anfiteatro Flavio disposta quest’opera di difesa. A breve distanza -dal muro del podio del nostro Anfiteatro, al termine della zona che -noi già dicemmo _morta_, sorgevano ad eguali intervalli delle travi -foderate di bronzo, in tutto o in parte dorate, collegate a due a due -da una trave orizzontale, formando così un dolce poligono inscritto -nell’ovale: poligono necessario per il movimento dei rulli, il quale -sarebbe stato impossibile ottenere su di una curva; — sull’alto delle -travi poi erano solidamente fissati i robusti assi rettilinei, intorno -ai quali giravano i rulli d’avorio. Negli specchi fra una trave e -l’altra erano tessute le reti, e dalle fronti delle travi sporgevano i -denti verso l’arena. - -Al podio seguiva immediatamente un ordine di dodici gradi, -determinato da una _praecinctio_, col suo _iter_ largo m. 3,50. Questa -straordinaria larghezza dell’_iter_ è dovuta ai quaranta _abbaini_, -fatti in esso per illuminare il sottoposto ambulacro. La gradinata -ha quattordici vomitorî aperti nella _praecinctio_, era destinata ai -quattordici ordini dei cavalieri, e costituiva la _prima cavea_. - -Segue quindi un terzo ordine di diciannove gradi, determinato esso -pure da una _praecinctio_ col suo _iter_. Quest’ordine ha trentadue -vomitorî, sedici dei quali sboccano alla metà della gradinata e -sedici dalla _praecinctio_. Questa era straordinariamente alta, ed -in essa, oltre le porte dei vomitorî, v’erano ventotto finestre, -dalle quali prendeva luce il corridoio posteriore. La serie delle -finestre era frammezzata con simmetria da trentasei nicchie con -statue. V’ha chi opinò che quei tripodi marmorei, con faccia piana -nella parte posteriore per addossarsi al muro, rinvenutisi negli -scavi dell’Anfiteatro (la loro non poca quantità ci fa argomentare ve -ne siano stati in buon numero), fossero collocati in quelle nicchie -per bruciarvi sostanze aromatiche. Ma collocando i tripodi in quegli -incavi ed in quella sola precinzione, mal si sarebbe provveduto al fine -cui essi erano destinati. A me sembra più ragionevole che i tripodi -fossero stati addossati esternamente alle pareti di ciascuna delle -_precinctiones_, ove le essenze odorifere avrebbero prodotto il loro -completo effetto, e tutto l’ambiente anfiteatrale sarebbe rimasto -egualmente profumato. - -Che quelle nicchie poi invece di tripodi contenessero statue, ce -lo fa argomentare ciò che si legge nelle _Memorie Enciclopediche -Romane_[306], «Si sono trovate negli scorsi giorni sull’alto -del Colosseo fra scarichi antichi di macerie, due torsi di donne -panneggiate assai bene, una delle quali si vede aver avuta la testa -incassata, cosa non rara nelle statue antiche; mancano ambedue di -testa, braccia e piedi; dovettero probabilmente ornare quel giro di -nicchie ancora esistenti che al di sopra della seconda precinzione -facevan prospetto all’Anfiteatro». - -Questa _praecinctio_ straordinaria, che, a guisa di grandiosa _fascia_, -cingeva l’immensa cavea, io congetturo che sia il _balteus_ di -Calpurnio, decorato probabilmente da intarsî di fine pietra e forse -anche da mosaici di smalto. - -La parola _balteus_, che vuol dire propriamente cingolo[307], s’adoperò -dagli oratori[308] e dai poeti come sinonimo di _praecinctio_, benchè -questa e non quella sia la voce tecnica per indicare le zone verticali -che dividevano in diversi ordini la _gradatio_ dei teatri, degli -anfiteatri e dei circhi. Questo terzo ordine costituiva la _media -cavea_. - -A quest’ordine ne seguiva un quarto, _summa cavea_, composto di sette -gradi, la cui _praecinctio_ formava zoccolo al basamento del portico. -Anche qui l’_iter_ girava al basso della gradinata ed ivi sboccavano -dodici vomitorî. - -La cavea era coronata da un portico di ottanta colonne di ordine -composito. La gradinata del portico, costruita da legname, si componeva -di undici gradi, ed era divisa da tavolati (_tabulationes_)[309]. - -La parte della cavea dalla _praecinctio_ della gradinata assegnata -ai quattordici ordini dei cavalieri a tutta la _summa cavea_ (ossia -la _media_ e la _summa cavea_), nonchè una buona parte del portico, -era destinata ai cittadini, _plebs_, la quale _plebs_ con ogni -verosimiglianza, era divisa secondo le tribù. - -I varî ordini di cittadini che vi avevano cunei propri, e dei quali -abbiamo particolar notizia, sono i seguenti: - -_a_) I TRIBUNI. Leggiamo in Dione[310] che fra gli onori decretati -a Giulio Cesare v’era: «ut semper sella curuli sederet, excepto per -ludos. Tum enim sessio ei in tribunicio subsellio inter eos qui quoque -anno Tribuni essent concedebatur». E similmente fra quelli decretati -ad Augusto: «ut in subselliis Tribunorum plebis sederet»[311]. In -Calpurnio leggiamo: - - «Nivei loca densavere Tribuni» - -Presso i Tribuni ebbero luogo speciale i loro _viatores_. Tacito[312] -scrive: «liberto et accusatori praemium operae, locus in theatro inter -viatores _tribunicios_ datur». - -_b_) I COLLEGI SACERDOTALI: eccettuate le persone costituite nei gradi -più alti del sacerdozio, le quali, come già si disse, sedevano nel -podio. Arnobio scrive: «Sedent in spectaculis publicis sacerdotum -omnium collegia». I collegi sacerdotali _officiali_ erano otto: -_Pontifices, VII viri epulones, XV viri sacris faciundis, augures, -fetiales, arvales, sodales Titii, Salii_. — I collegi semi-officiali -erano cinque: _Collegium Lupercorum, Collegium Mercurialium, Collegium -Capitolinorum, Collegium Veneris Genetricis, Collegium Minervae._ - -V’erano poi le _Sodalitates: sodales Matris magnae, Augustales, -Claudiales,_ ecc. - -I posti assegnati al collegio degli Arvali ce li ricorda con esattezza -la nota lapide[313], e la chiara notizia che questa ci porge ci potrà -servire di guida per investigare dove avessero avuto posto gli altri -collegi sacerdotali. - -_c_) I PATRES FAMILIAS. «Maritis e plebe proprios ordines -assignavit»[314]. Marziale[315] dice: - - «Sedere in equitum liceat an tibi scamnis, - Videbo Didyme: non licet maritorum». - -_d_) I PRAETEXTATI. _Pueri nobiliores et honestiores_, e vicini a -questi i _pedagogi_. Ce l’attesta Svetonio: «PRAETEXTATIS _cuneum -suum et proximum_ PEDAGOGIS». Di questi due cunei rimangon tracce -nell’Anfiteatro Flavio, in due gradi, nella fronte dei quali leggiamo -le lettere: - - ETEXT - VIIIS - (C. I, l. VI, parte 4, 32098c). - -E nella fronte dell’altro: - - (_paedagogis_) (_p_) VERO (_rum_) - (C. I, l. VI, parte 4, 32098d) - -_e)_ La MILIZIA. «Militem secrevit a populo» Svet. - -Alla classe meschina della cittadinanza fu assegnata la maggior parte -del portico. Suetonio ci dice che Augusto «sanxitque ne quis pullatorum -media cavea sederet», e noi per la testimonianza di Calpurnio dobbiam -dire che nell’Anfiteatro Flavio non solo quella classe non sedette -nella _media_ ma neppur nella _summa cavea_, e che ebbe il suo posto -unicamente nel portico: - - «Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste - Inter femineas spectabat turba cathedras. - Nam quocumque patent sub aperto libera coelo - Aut eques aut nivei loca densavere tribuni». - -Nel portico ebbero parimenti posto le donne: «inter femineas spectabat -turba cathedras». La legge augustea relativa al posto che le donne -doveano occupare nei pubblici spettacoli rimase sempre in vigore, ed io -opino (come già accennai) che riguardasse le donne tutte, di qualunque -grado si fossero, eccettuate le Vestali e l’Imperatrice. Le parole -usate da Suetonio «feminis» (termine generico) e «solis Vestalibus» -(contrapposto a «feminis») bastano da sè sole a provare l’universalità -della legge. Al passo di Suetonio s’aggiunga l’autorità di Calpurnio. -Questo poeta non è satirico, e quindi nelle frasi e nelle parole -di quel pastorale componimento in cui egli ci descrive l’Anfiteatro -Flavio, non ci è lecito sospettare nascosti sali mordaci. Ora dicendoci -il poeta che la «turba pulla» sedeva _inter femineas cathedras_; -sapendo che la _cathedra_ non era sedia per donne volgari, mi pare che -Calpurnio venga a confermarci che la legge colpì le donne tutte, non -escluse quelle di grado elevato. - -Sennonchè qual sarà stata la ragione per cui fu assegnato alle donne il -portico? Se questo provvedimento fosse stato determinato da soli motivi -di moralità, bastava che Augusto le avesse raccolte in cunei separati, -mantenendole nell’ordine corrispondente alla rispettiva casta!... La -ragione che mosse Augusto ad assegnare alle donne il portico, a me -sembra di poterla scorgere nella confusione grandissima che dovea -nascere allorquando una pioggia avesse interrotto lo spettacolo e -costretti gli spettatori a ricoverarsi nei portici, i quali, come -dice Vitruvio[316], si facevano appositamente a questo scopo: «Post -scenam porticus sunt constituendae, uti cum imbres repentini ludos -interpellaverint, habeat populus quo se recipiat ex theatro». - -La ressa per uscire dai vomitorî sotto la sferza di una pioggia -dirotta dovè essere stato qualche cosa di serio. Questo gravissimo -inconveniente fu forse il motivo precipuo che spinse Augusto ad -assegnare alle donne posto nel portico. In caso di pioggia esse non -sarebbero state costrette a muoversi; e su dai loro posti avrebbero -potuto tranquillamente godersi la fuga di quell’immensa moltitudine. -Spettacolo invero esilarante per chi non si trovava in mezzo a quel -parapiglia! — Senza questa provvida disposizione il _confusissimum -atque solutissimum morem spectandi_ non sarebbe stato sufficientemente -corretto. - -La legge di Augusto rimase in vigore per tutto il periodo imperiale. Ai -tempi di Carino e Numeriano[317] le donne sedevano ancora nella _parte -più alta_ dell’Anfiteatro, vale a dire nel portico. Nè poteva essere -altrimenti, perchè la causa determinante della legge era sempre viva; -e i teatri, gli anfiteatri ed i circhi rimasero in tutto il periodo -imperiale quali erano ai tempi di Augusto. - -Occorreva però un _temperamentum_ che rendesse alle donne nobili del -patriziato e alle doviziose della plebe meno dura l’impressione di -trovarsi (sebbene del tutto separate) sotto lo stesso tetto colla -parte più meschina della cittadinanza. Questo _temperamentum_ fu -opportunissimo; e nella nota lapide degli Arvali ve ne troviamo sicure -tracce. In essa leggiamo che ai detti _fratelli_, oltre agli VIII gradi -del meniano I ed ai IV nel II _sommo_, furono assegnati XI gradi nel -MENIANO SUMMO IN LIGNEIS alla _tabulatio_ LIII. Dunque nel portico, -tra la _turba pulla_, oltre le donne ebbero luogo anche gli Arvali; e -come ve l’ebbero gli Arvali, vi poterono aver luogo gli altri collegi -sacerdotali. Posto ciò, io credo di non essere troppo ardito, se, -basato su questi dati, espongo la mia opinione circa la disposizione -degli spettatori nel portico. - -Nei quattro punti del portico, corrispondenti alle estremità dell’asse -maggiore e minore, si destinarono alcuni intercolonnî per le donne; -e riterrei ragionevole, che alle estremità dell’asse minore (sulle -quali eranvi anche i due nobilissimi suggesti) sedessero le donne del -patriziato; e che alle estremità dell’asse maggiore fossero destinati -alcuni intercolonnî per quelle della plebe, escluse, ben inteso, le -_pullatae_. - -Il numero degl’intercolonnî dovette essere proporzionato alla quantità -delle donne dell’una e dell’altra classe; e poichè il numero delle -plebee superava indiscutibilmente quello delle patrizie, le prime -dovettero avere nel portico un numero maggiore d’intercolonnî. - -La _tabulatio_ assegnata agli Arvali è la LIII. Da quest’intercolonnio -a quello di mezzo ve ne sono altri quattro; sicchè, prendendone pure -quattro dalla parte opposta ed il mediano, alle donne plebee sarebbero -stati assegnati nove intercolonnî in ciascuna delle due estremità -dell’asse maggiore. Ragion vuole poi che la _tabulatio_ simmetrica a -quella degli Arvali (ossia la LXII) fosse stata assegnata ad un altro -collegio sacerdotale. - -Il provvedimento fu, come si disse, opportunissimo, perchè le donne -si videro onorate di potersi assidere fra la classe dei cittadini -più veneranda; e la plebe misera, che (già fin dai primi decreti di -separazione nell’assistere ai ludi, emanati, per testimonianza di -Livio, da Scipione Africano) aveva dimostrato forte risentimento, si -trovò fra la nobiltà, l’agiatezza ed il sacerdozio; in una parola, il -provvedimento fu tale, che lasciò tutti contenti e..... gabbati. - -Alle donne della plebe misera furono verosimilmente assegnate nel -mezzo della _turba pulla_ due _tabulationes_ nei quattro centri dei -quadranti dell’ovale fra le estremità degli assi maggiore e minore. -Le donne del patriziato e quelle dell’alta plebe sedettero (come si -deduce da Calpurnio) in cattedre più o meno ricche secondo il grado; le -_clarissimae_ forse ebbero cattedre mobili nella prima fila; le altre -l’ebbero probabilmente fisse nei gradi, nei quali ciascun dei posti fu -guarnito di una spalliera concava. - -I quattro gruppi d’intercolonnî destinati alle donne del patriziato e -dell’alta plebe dovettero esser decorati più che gli altri del restante -del portico, ed arricchiti di dorature. Ne abbiamo un cenno in una -lapide di Terni (Orell. 3279) che dice: - - OPVS. THEATRI. PERFECIT. IN. MVLIEBR. - AERAMENTIS. ADORNAVERE. - -Poste le cose in questa guisa, i versi di Calpurnio acquistano una -chiarezza che forse prima, almeno per me, non avevano. - - «Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste - INTER FEMINEAS SPECTABAT TURBA CATHEDRAS - . . . . . . . . . . . . . . . . . . - Balteus en gemmis EN ILLITA PORTICUS AURO - Certatim radiant.....». - -Sulle iscrizioni dei sedili e sulla distribuzione dei _loca_, abbiamo -uno studio interessante del ch.º R. Lanciani[318], il quale mi pregio -prendere per mio duce e maestro; ed egli permetterà che io usi, qui, -delle stesse sue dotte parole. - -«La divisione dei posti, _discrimina ordinum_[319], nell’Anfiteatro, a -tenore delle leggi già promulgate, dell’etichetta e delle precedenze -di corte, dei privilegi, dei diritti acquisiti, delle costumanze -invalse fra i varî ordini dei cittadini, fu fatta nell’anno stesso -della solenne dedicazione dell’Anfiteatro, e naturalmente prima che -questa avesse luogo, imperando Tito, consoli suffetti L. Elio Plauzio -Lamia, Q. Pattumeio Frontone. Se ne ha memoria negli atti arvalici -dell’anno stesso[320], dei quali sarà fatta più speciale menzione fra -poco. Non so spiegare per quale ragione lo Hübner sia stato indotto -a credere tale assegnamento di posti posteriore di un anno alla -dedicazione dell’Anfiteatro[321] poichè la testimonianza di quegli atti -e specialmente della frase _loca adsignata (fratribus arvalibus) in -amphit(h)eatro L. Aelio Plautio Lamia, Q. Pactumeio Fr(o)ntone cos_ non -ammette discussione. - -«L’ufficio di distribuire i posti, in questa solennissima contingenza, -fu affidato a Manio Laberio Massimo, procuratore della Giudea sotto -Vespasiano[322], prefetto dell’annona nell’anno 80[323], il quale è -stimato dal Cardinali[324], consenziente il Borghesi[325], la medesima -persona col Manio Liberio Massimo, legato della Mesia e console per la -seconda volta nell’anno 104. - -«Il Marini, il Guasco, il Torre, il Morcelli, lo Hübner hanno -interpretato in vario senso cotesta ingerenza di Laberio prefetto -dell’annona nella distribuzione dei sedili anfiteatrali. La frase _loca -adsignata...... ab Laberio Maximo procuratore praef. annonae..... -curatore Thyrso l._ è certamente oscura, e non trova riscontro -nell’epigrafia contemporanea. Una sola cosa è certa, ed è che quei due -individui ebbero la direzione nel gravissimo affare. - -«Rimangono documenti intorno ai posti assegnati ai senatori, ai -cavalieri, a varî collegi sacerdotali, agli ambasciatori ed agli -ospiti, ai pretestati, ai pedagoghi dei fanciulli, agli apparitori dei -magistrati, alla plebe, ai gregarî di stanza in Roma. - -«Per gli altri ordini, collegi, sacerdozî, corporazioni ecc., si può -supplire alla mancanza di documenti speciali con le notizie che si -hanno indirettamente intorno le precedenze gerarchico-amministrative di -ciascuno di essi. Prima di ragionare minutamente dei posti assegnati -ai singoli gruppi e delle memorie che ne rimangono, incise sui marmi -del Colosseo, mi è d’uopo stabilire due canoni fondamentali. In primo -luogo, benchè le notizie relative ai singoli gruppi, che trarrò dagli -scrittori e dai marmi, non si riferiscano tutte all’Anfiteatro, ma -talora ai teatri, talora al foro, scena antichissima di giuochi -gladiatorî, talora al circo, pure hanno uguale valore, uguale -significato anche per l’Anfiteatro: in quanto che Tito e Domiziano -inaugurandolo e distribuendone i sedili, non poterono in modo alcuno -derogare alle leggi promulgate sugli spettacoli, ed alle costumanze -già invalse. Intorno a questo canone abbiamo splendida testimonianza -nei marmi stessi dell’Anfiteatro, e sopratutto in quel sedile lungo -m. 1,50, alto m. 0,39 e largo m. 0,45, sulla cui fronte leggermente -ricurva sta scritto a caratteri del secol d’oro: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -sigle che lo Hübner interpreta e supplisce: [collegio..... orum qu]ib. -in theatr. lege pl[ebis] ve [scito..... sedere l]icet p. XII..... - -Il Fea crede che la voce theatrum stia qui a far la vece di -amphitheatrum: mentre è chiaro che tutt’intera la leggenda esprime -questo senso: _a tenore delle leggi, dei plebisciti, dei senatus -consulti vigenti, si assegna al collegio dei tali e tali quel dato -numero di piedi, quel dato posto, cui hanno diritto nel teatro_. -Del resto il senatus consulto di Augusto, cui accenna Suetonio si -riferiva[326] ad ogni genere di spettacoli, e noi vedremo fra poco -con quanta mirabile precisione le epigrafi dei sedili del Colosseo -corrispondano ai singoli paragrafi di quel senatusconsulto[327]. - -«Il secondo canone si riferisce alla cronologia delle iscrizioni -dei sedili. _A partire dall’anno 80, fino a tutto il secolo terzo si -incisero sui sedili soltanto i titoli dei varî ordini, corpi morali, -gruppi ecc. con cifre indicanti il numero dei piedi cui ciascun ordine -ecc. avea diritto di occupare: giammai si incisero nomi di individui._ - -«Nel secolo quarto incominciano ad apparire nomi senatori, individuali, -predominando però il caso plurale, il che significa che coteste prime -iscrizioni furono graffite per indicare il posto non di un individuo -ma di una famiglia. Nel secolo quarto scadente e nei successivi, ogni -senatore volle graffito il proprio nome nel sito ove la propria sedia e -il proprio cuscino eran collocati in occasione di spettacoli. E siccome -quest’uso ha durato per parecchie generazioni, così quelle pietre sono -state incise e scalpellate sin quattro volte. - -1. SENATORES «_Spectandi confusissimum ac solutissimum morem (Augustus) -correxit, motus iniuria senatoris, quem Puteolis per celeberrimos -ludos consessu frequenti, nemo receperat. Facto igitur decreto -patrum, ut, quoties quid spectaculi usquam publice ederetur primus -subselliorum ordo vacaret senatoribus_[328]. La origine antichissima -della confusione deve riconoscersi nel fatto che — prima del trionfo -di L. Mummio — cioè prima dell’introduzione dei sedili di legno, tutti -stavano in piedi nel circo o nel foro, pochissimi sedevano in terra o -sugli scanni recati espressamente dai servi. Un’assemblea di gente in -piedi non può non essere disordinata: pur tuttavia, la modestia e la -riverenza del popolo verso i padri coscritti era spontanea e profonda -abbastanza da lasciar loro i posti migliori. Narra Val. Massimo (4, 5, -1), che dalla fondazione di Roma fino all’anno 560, _promiscuus senatui -et populo spectandorum ludorum locus erat; nunquam tamen quisquam -ex plebe ante patres conscriptos in theatro spectare sustinuit; adeo -circumspecta nostrae civitatis verecundia fuit_. In quell’anno 560, nel -quale la supremazia del governo senatorio sul plebeo fu definitivamente -costituita, i senatori furono separati dalla plebe negli spettacoli. -_Per quingentos autem et quinquaginta octo_ (560) _annos senatus populo -mixtus spectaculo ludorum interfuit. Sed hunc morem Atilius Serranus et -L. Scribonius aediles, ludos matri deum facientes, superioris Africani -sententiam secuti, discretis senatus et populi locis solverunt_[329]; -e Livio conferma: _Censores Sex. Aelius Paetus et C. Cornelius -Cethegus...... gratiam quoque ingentem apud (senatores) pepererunt, -quod ludis romanis, aedilibus curulibus imperarunt, ut loca senatoria -secernerent a populo, nam antea in promiscuo spectabant_[330]. - -«Il Becker[331], crede che Augusto abbia semplicemente separato -senatori e cavalieri dalla plebe, senz’altra divisione fra le classi -più nobili: a me sembra poter dedurre dal passo di Suetonio che i -senatori fossero separati dai cavalieri, ed ai primi fosse attribuito -(nel circo) il _primus subselliorum ordo_, che è quanto dire il posto -d’onore. Ciò è confermato dal passo di Dione, relativo all’anno 5, τὰς -ἱπποδρομίας χωρὶς μὲν οί βουλευταὶ, χωρὶς δὲ οί ἱππεις άπό τοῦ λοιποῦ -πλήθους εἱδον, ὄ καὶ νῦν γίγνεται[332]. - -«Claudio fece qualche cosa di più: _circo vero maximo.... propria -senatoribus constituit loca, promiscue spedare solitis_[333]. Il -Becker interpreta questa notizia come una separazione dei senatori -dai cavalieri. Si oppone a questa teoria il passo parallelo di -Dione, dell’anno 41, così tradotto dallo Jordan[334], _antea in circo -spectabant senatores, equites, plebes urbana_, PRIVATIM SUO QUISQUE -LOCO, _nimirum ex quo tempore hic spectandi mos lege_ (_roscia, giulia -teatrale_ etc.) _sanctus est: neque vero certa loca attributa erant, -sed tum_ (a. 41) _Claudius senatoribus eam quam nunc tenent sedem -concessit_. Questo racconto di Dione può interpretarsi in tre maniere: - -1º che prima di Claudio, purchè senatori e cavalieri e plebe stessero -vicendevolmente divisi, potevano occupare quel posto che loro -talentava: e che Claudio abbia alle tre classi assegnato un posto -fisso. Ciò non è ammissibile, perchè molto tempo prima di Claudio ai -due ordini senatorio ed equestre, quel posto fisso era stato assegnato: - -2º che le leggi anteriori a Claudio abbiano voluto soltanto separare -la massa dei senatori e dei cavalieri della plebe, e che Claudio abbia -suddiviso il gruppo dei senatori per cariche, vale a dire in consolari, -pretori, edilici etc. Di una suddivisione generale per cariche e per -dignità al tempo dell’impero si ha indizio nel passo di Erodiano, ove -narra di un affronto fatto a Commodo nel teatro πληρωθέντος δὲ τοῦ -θεάτρον μετὰ πάσης εὐκοσμιας, τῶν τέ ἐν ἀξιώσεσιν ἐν ἐξαιρέτοις ἐδραις -καὶ ώς ἐκὰστοις διετέτακτο ἱδρυμένον etc.[335]. Della separazione dei -consolari dal restante ceto, abbiamo due documenti: il primo nel passo -di Arnobio _sedent in spectaculis publicis..... senatus_, CONSULATO -FUNCTI PATRES etc.[336]: il secondo nel seguente brano di iscrizione -scoperto negli scavi del 1874[337]: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -3º che Claudio abbia assegnato a ciascun senatore e sua famiglia un -posto determinato lungo tanti piedi nel tale o tal altro cuneo del -«primus subselliorum ordo»; conciossiachè sappiamo da Suetonio che -anche i posti senatorî eran divisi per cunei. Nel secondo giorno delle -feste settimonziali, Domiziano _omne genus rerum missilia sparsit, et -quia pars maior inter popularia deciderat, quinquagenas tesseras in -singulos cuneos equestris ac senatorii ordinis pronunciavit_[338]. - -«Questo assegnamento di posti personali, il quale mi sembra confermato -dal passo di Sparziano in Didio[339], _occupatis, omnium subselliis -populus geminavit convicia in Julianum_, — non deve credersi una -novità assoluta. Se ne hanno esempî anche ne’ tempi della repubblica -(benchè come eccezione alla regola) tanto nel foro per le monomachie, -quanto nel circo per le ippodromie[340]: SELLAE. CVRVLIS. LOCVS. IPSI. -POSTERISQUE. AD. MURCIAI. SPECTANDI. CAVSSA. DATVS. EST. _Sedecim eodem -tempore Aelii erant, quibus una domuncula erat...... inque maximo et -Flaminio spectaculo locus: quae quidem loca ob virtutem publice donata -possidebant._ Assai importante, fra tutti, è il passo di Cicerone: -_senatui piacere Sergio Sulpicio statuam in rostris statui, circumque -eam statuam locum ludis gladiatoribus liberos posterosque eius -quoquoversus quinque pedes habere_[341] equivalente a m. q. 2,187. Che -nelle assegnazioni di posti personali si tenesse conto, in generale, -perfino delle semiuncie e dei sicilici, lo sapevamo dagli atti arvalici -dell’anno 80; che poi di tal rigorosa parsimonia si facesse uso -anche verso chiarissimi personaggi di rango senatorio, è confermato -dal seguente brano di Cicerone[342]: _(Clodius) quaerit ex me, num -consuessem siculis locum gladiatoribus dare? Negavi; at ego, inquit,_ -NOVUS PATRONUS (?) _instituam sed soror quae tantum habet consularis -loci, unum mihi solum pedem dat._ - -«Come nel teatro i senatori ebbero il posto migliore -nell’orchestra[343] nella quale sedeva anche l’imperatore[344], così -nell’anfiteatro fu loro assegnato il podio[345] nel quale fu anco il -palco del sovrano, protetto da gelosie[346]. - -«Dalle dotte disquisizioni dello Hübner[347], è provato quanto sia -difficile ritrovare nel Colosseo il sito esatto nel quale sedevano -senatori e cavalieri; quanto sia difficile riconoscere la forma e la -disposizione del podio, e quanto sia oscura la stessa divisione in -meniani. - -«Ma che i senatori sedessero sul ripiano infimo che dominava -immediatamente l’arena, privi di sedili marmorei, ma capace di due o -tre file di seggiole, credo poterlo dimostrare così: - -«I massi marmorei scorniciati sui quali è incisa la grande iscrizione -di Placido Valentiniano, mentre servivano di coronamento al murello del -podio, servivano pure di base e sostegno alla ringhiera forse di marmo, -ma assai più probabilmente di bronzo, la quale formava parapetto. -Infatti tutti quei massi scorniciati conservano la incassatura del -parapetto a questo modo: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -«Ora le più antiche e perfette iscrizioni recanti i nomi di due, di -tre, di quattro _clarissimi viri_, sono incise precisamente su quella -lista che corrisponde al di fuori della ringhiera: la qual cosa -dimostra che i chiarissimi personaggi sedevano precisamente su quei -massi di marmo. Che poi questi stessero dove li ho collocati, cioè -sul ciglio dell’infimo suggesto o podio, è dimostrato dalla regolarità -somma con la quale sono caduti in fondo all’arena. I massi scoperti nel -1878 contenenti le prime parole dell’iscrizione di Valentiniano III, si -seguivano con regolarità e senza gravi lacune nel testo. Ora ciò non -potrebbe essere avvenuto se fossero precipitati dai baltei superiori. -Del resto è cosa nota che i nove decimi dei marmi di ogni specie -trovati nell’arena spettano al suggesto senatorio siccome quello che le -stava più vicino». - -2. EQUITES. «Dei cavalieri si può ripetere quello che si è detto dei -senatori. Assisterono promiscuamente agli spettacoli, misti alla -folla, prima dell’introduzione dei sedili: poi si saranno riuniti -in gruppo tenendosi fra i senatori e la plebe: e col tempo avranno -acquistato una specie di diritto e di privilegio a preceder questa in -tutte le rappresentazioni circensi, teatrali, gladiatorie. Nell’anno -687/87 L. Roscio Otone, tribuno della plebe, confermò con la sua _lex -roscia theatralis_ gli antichi privilegi dell’ordine, aggiungendone -forse dei nuovi e più speciali[348]. _L. Otho, vir fortis, meus -necessarius equestri ordini_ RESTITUIT _non solum dignitatem sed -etiam voluptatem. Itaque haec lex, quae ad ludos pertinet, est omnium -gratissima, quod honestissimo ordini cum splendore fructus quoque -iucunditatis est_ RESTITUTUS»[349]. Furono destinati ai cavalieri _in -theatro quatuordecim gradus proximi_[350] e che facevan giro attorno -l’orchestra dei senatori. Questa misura sollevò l’indignazione del -popolo al punto, che Cicerone dovette far ricorso a tutto l’artificio -della sua eloquenza per calmare gli spiriti esacerbati[351]: esacerbati -non tanto dal mero fatto dei XIV _ordines_, quanto dal riconoscimento -indiretto sì, ma solenne del ceto equestre (cioè del ceto -_capitalista_) come seconda autorità politica dello stato[352]. Del -resto queste lotte fra le varie classi dei cittadini pei posti negli -spettacoli non erano cosa nuova. « Ἔμελλεν ὁ δὴμος θεάσθαι μονομάχους -ἔν ἀγορᾷ καὶ τῶν ἀρχόντων οί πλεῖστοι θεωφητήρια κόκλῳ κατασκευάσαντες -ἐζεμίσθουν. Ταῦτα ὁ Γάιος ἐκέλευεν αὺτοὺς καθαιρεῖν, ὅπος οῖ πένητες ἐκ -τῶν τόπων ἑκείνων ἄμισθὶ θεάσασθαι δύνωνται»[353]. - -«Dalla legge roscia ebbero origine le frasi: _sedere in quatuordecim -ordinibus — in equite spectare — in equestribus, in pulvino equestri -sedere_, assai frequente presso gli scrittori[354]. _Quum autem -plerique equitum, attrito bellis civilibus patrimonio spectare ludos_ -E QUATUORDECIM _non auderent, metu poenae theatralis: pronunciavit, -non teneri ea, quibus ipsis parentibusve equester census unquam -fuisset_[355]. Non è questa la sola alterazione che le vicende dei -tempi avevano recato alla regolare osservanza della legge roscia. -_Quum spectaculo ludorum gregarium militem, in quatuordecim ordinibus -sedentem, excitari per apparitorem iussisset, rumore ab obrectatoribus -dilato, quasi eundem mox discruciatum necasset, minimum abfuit quin -periret concursu et indignatione turbae militaris_[356]. Benchè -Suetonio, nel notissimo paragrafo del c. 44, non faccia menzione di -ordinamenti speciali riguardo al ceto equestre, non v’ha dubbio che -Augusto si sia occupato anche di loro, come, del resto, dimostrano e il -paragrafo poco anzi citato dal c. 40, ed i testi già recati a proposito -dei senatori. - -«Nerone adottò pei cavalieri, e soltanto nel circo, un’altra misura, -la quale non è ben chiara. Ne parlano Tacito e Plinio. Il primo nel -libro 15, capo 32 degli annali riferisce, che nell’anno 65 l’imperatore -_equitum romanorum locos sedilibus plebeis_ ANTEPOSUIT _apud circum. -Namque ad eam diem indiscreti inibant, quia lex Roscia nihil nisi de -quatuordecim ordinibus sanxit._ Il secondo poi aggiunge aver Nerone -soppresso gli euripi che circondavano la lizza attribuendo ai cavalieri -il maggiore spazio così guadagnato. (Caesar dictator) _euripis harenam -circumdedit, quos Nero princeps sustutit, equiti loca addens_[357]. - -«Dal confronto di due testi sembra apparire che la legge roscia sia -stata rispettata nel solo teatro: e che nel circo (dove i 14 ordini -sarebbero stati esuberanti, eccessivi) i cavalieri avessero preso -posto, non appresso ai subselli senatorî, ma forse nelle gradinate -più alte, che erano veramente le migliori per godere tutto lo insieme -delle cose, e più lontane da quei nembi di polvere dei quali parla -Ovidio. Nerone li avrà fatti discendere nell’ordine più basso, e per -non togliere troppo posto alla plebe, avrà spinto in fuori i posti dei -senatori, nell’area già occupata dagli euripi, attribuendo ai cavalieri -lo spazio lasciato libero dai senatori. Si veggano i dotti commenti -dello Hübner[358] e dello Jordan[359]. Tito, ed il suo agente Manio -Laberio Massimo, dividendo i sedili del Colosseo, attribuirono ai -cavalieri gli ordini più bassi e più vicini ai senatorî, uniformandosi -se non alla lettera, allo spirito almeno della legge roscia. Domiziano -con editto promulgato forse quando ebbe recata a compimento la fabbrica -dell’Anfiteatro _licentiam theatralem promiscue spectandi_ IN EQUITE -_inhibuit_. Marziale lo chiama: _edictum quo subsellia certiora -fiunt_[360]. - -«Intorno ai posti dei cavalieri nel Colosseo, alle _scamna equitum_ -di Marziale (5, 41), abbiamo un documento contemporaneo alla sua prima -dedicazione. È un gradino marmoreo lungo m. 1,17, alto m. 0,72, largo -m. 0,40 sulla fronte del quale è scritto a lettere auree: - - EQVITI (_bus_) - (C. I, L. VI, _Pars._ 4, 32098). - -«Questi posti erano divisi per cunei, come risulta dalla testimonianza -di Suetonio[361] già allegato di sopra. Uno dei cunei[362] era chiamato -_IVNIORVM_[363]. _Equester ordo cuneum_ GERMANICI _appellavit, qui_ -IUNIORUM _dicebatur_. — Questo passo dimostra che i cavalieri, senza -avere forse posti _personali_, sedevano però distinti fra loro, per -cariche e per dignità. Le divisioni, delle quali ho contezza, sono -queste: - -_a_) _iuniores_, forse quelli che attualmente prestavano servizio nelle -turme equestri. Sedevano in un cuneo separato. - -_b_) _decoctores_, cavalieri decaduti nel censo. Sedevano nei due -ordini più alti e più lontani dall’orchestra e dall’arena. - -_c_) coloro che, di origine libertina, avevano raggranellato il censo -equestre. Sedevano c. s.[364]. - -_d_) i tribuni militari ed in genere gli ufficiali superiori delle -milizie stanziate in Roma[365]. - -_e_) i _decemviri litibus iudicandis_[366]. - -_f_) _Tribuni plebis_. Forse a questa classe va riferita la glossa di -Porfirio _ad Horat. Epod._ 4: _ex quattuor_ (_decim_) _autem ordinibus, -quos lege Roscius Otho tr. pl. in theatro equestri ordini dedit, duo -primi..... tribuniciis vacabant._ Le si riferisce senza dubbio il passo -di Dione 44,4 nel quale fra gli onori decretati in favore di Cesare -nell’anno 710/44 si registra: καὶ καθὲζεσθαι ἑπὶ τοῦ ἀρχικοῦ δίφρου -παντακῆ πλὴν ἐν ταῖς πανηγύρεσιν..... τότε γὰρ ἐπῒ τε τοῦ δημαρχικοῦ -βάθρου καὶ μετὰ τῶν ἀεὶ δημαρχούντων Θεὰσθαι ἔλαβεν. - -«A tutte queste classi di _magistratus ordinis equestris_ allude -Calpurnio nei ben noti versi della settima ecloga: _Venimus ad sedes -ubi pulla sordida veste, — Inter foemineas spectabat turba cathedras — -Nam quocumque patent sub aperto libera coelo. Aut eques aut nivei loca -densavere tribuni._ - -«I cavalieri, a differenza dei senatori, non graffiarono il nome nel -proprio loco, nemmeno in tempi di decadenza assoluta, forse perchè non -ebbero posti personali. Una sola leggenda conosco che possa applicarsi -agli ordini dei cavalieri: ed è incisa in un _gradino_ di marmo, -spettante ad uno scalare, a lettere di forma esilarante. Dice: - - ABINSTEIF. A[367] - (C. I, L. VI, part. 4, n. 32098). - -e lo attribuisco ai gradini equestri, perchè i senatori non sedettero -mai nel marmo. - -3. SACERDOTUM OMNIUM COLLEGIA. «Il testo principe intorno ai posti -sacerdotali è il lamento di Arnobio 4, 35 p. 151 Hild. _Sedent in -spectaculis publicis sacerdotum omnium collegia:_ - -_a) pontifices maximi_ - -_b) et maximi curiones_ - -_c) sedent quindecim viri laureati._ - -_d) et Diales cum apicibus flamines._ - -_e) sedent interpretes augures divinae mentis et voluntatis._ - -_f) nec non et castae virgines perpetui nutrices et conservatrices -ignis._ - -«È chiaro che Arnobio non parla rigorosamente, e che è d’uopo tener -conto la sua enfasi rettorica. Nondimeno tengo per certo che, nel -periodo di Augusto a Claudio, questi sacerdoti abbiano indistintamente -seduto _in senatu_ e che, dopo Claudio, abbiano ciascuno avuto la -propria sede distinta e determinata di tanti piedi nel tale o tal altro -cuneo, dell’ordine cui appartenevano. È certo parimenti che Arnobio non -mentova tutti i collegi sacerdotali che avevano diritto a sedere sul -podio. Abbiamo memoria e documenti per ciò che spetta _a_) agli arvali, -_b_) alle vestali, _c_) al flamine diale, _d_) ai sacerdoti augustali, -e, particolarmente ai soldati fluviali. - -_a) Fratelli Arvali_[368]. - -_b) Vergini vestali_[369]. - -_c)_ Flamine diale. «Di costui fanno parola Arnobio, nel passo -soprariferito, e, indirettamente, Suetonio[370] narrando aver -l’imperatore presieduto al _certamen quinquennale assidentibus Diale -sacerdote_ — cet.». - -_d) Sacerdoti Augustali._ Dei posti riservati agli augustali fa -menzione Tacito[371] narrando del senatus consulto per le onoranze -funebri a Germanico: _honores decreti....... ut sedes curules -sacerdotum augustalium locis, superque eas querceae coronae -statuerentur._ E nel senatus consulto per le onoranze a Druso si -ripete:[372] - - VTIQUE. OMNIBVS theATRIS _sellae curules habentes drusi_ - CAESARIS NOMINA I_nscripta locis augustalium ponerentur._ - -«Del collegio dei sodali fluviali, abbiamo indirettamente notizia da -Suetonio[373]. - -«_Paeanisti_ (?) — Ai LOCA del collegio dei peanisti[374] si è voluto -riferire[375] questo brano d’iscrizione trovata circa dieci anni or -sono[376] nel cimitero di s. Agnese, sulla via Nomentana: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -«Ed infatti quella cifra dei quattro piedi e la menzione dei _cunei -fenestrarum_ non disconverrebbero ad un rescritto di concessioni di -posti dell’anfiteatro. Ma prescindendo dalla difficoltà di spiegare -come i peanisti abbiano potuto _extruere_ cosa alcuna nell’anfiteatro, -il confronto del libello greco con il rescritto di Severo, benchè -ambedue mutili, mi induce a credere trattarsi piuttosto di qualche -contravvenzione alle leggi promulgate da Severo e Caracalla circa gli -edificî e le _insulae_ della città[377] — per es. la sporgenza abusiva -di un meniano in area pubblica: — contravvenzione per la quale sarà -stata richiesta e concessa la condonazione. - -4. LEGATI-HOSPITES. «La maggior parte delle memorie lasciate dagli -scrittori sui posti propri degli ambasciatori e rappresentanti -diplomatici si riferisce al teatro. _Romae legatos liberarum -sociarumque gentium vetuit in orchestra considere, quum quosdam etiam -libertini generis mitti deprehendisset_[378]. - -«A questa legge si fecero eccezioni continue. Claudio permise ai -legati dei Parti, degli Armeni e dei Germani di sedere _in senatu_ -cioè nell’orchestra[379]. Sotto Nerone avvenne qualche cosa di simile, -se pure Tacito non confonda i suoi due ambasciatori frisî Verrito -e Malorige con gli ambasciatori germani di Suetonio[380]: Traiano -τοὺς πρεσβευτὰς τοὺς παρὰ τῶν βασιλέων ἀφικρομένους ἐν τῷ βουλευτικῷ -θεάσασθαι ἐποίει[381]. - -«Anche nei giuochi gladiatorî ebbero ab antico sede onorevolissima. -Agli ambasciatori marsigliesi, venuti in Roma dopo l’incendio gallico -_locus spectaculorum in senatu datus_ (est)[382]. Finalmente sappiamo -l’istesso essere avvenuto nel circo _quodam autem muneris die Parthorum -obsides, tunc primum missos, per arenam mediam ad spectaculum induxit, -superque se subsellio secundo collocavit_[383]. A questa classe di -persone riferisco due epigrafi dei sedili del Colosseo. La prima, -appartenente al primo secolo, dice: - - _hos_]PITIB[_us_ - (C. I, L. VI, parte 4, 32098 (_e_)) - -«La seconda è ripetuta su due gradini, grezzi nella superficie, con -lettere dei tempi Severiani: - - _l_ GADITANORVM - _m_ GADITAN_orum_ - (C. I, L. _ib_.). - -«Ambedue questi sedili sono degni di osservazione, perchè conservano -la famosa linea di divisione. Nel primo è segnata 4 centimetri -all’infuori, cioè a sinistra, della lettera G: nel secondo 2 centimetri -_all’infuori_ della stessa lettera. - -5. PRETEXTATI. «Il _senatus consulto_ augusteo rilegò i pretestati in -un cuneo del teatro: _praetextatis cuneum suum assignavit_. Chi sa che -non sia questo il _cuneus iuniorum_ del quale abbiamo parlato di sopra. -Di questo gruppo è rimasto documento epigrafico nel Colosseo. Sulla -fronte di un sedile è scritto con lettere della buona epoca[384]: - - ETEXT - VIIIS - (C. I, L. VI, p. 4, 32098 _c_). - -6. PAEDAGOGI. «Questi due marmi, prosegue il ch.o Lanciani, confermano -egregiamente la sentenza, aver Tito o Domiziano seguito alla lettera i -regolamenti augustei nella divisione dei posti anfiteatrali. - - _paedagogis p_ VERO _um_ - (C. I. L, part. 4, 32098, _d_). - -7. APPARITORES MAGISTRATUUM PUBLICORUM POPULI ROMANI. «Dalla narrazione -di Tacito[385] riferibile all’anno 819/66 — _liberto et accusatori_ -(Publii Galli eq. r.) _locus in theatro inter viatores tribunicios -datur_ — con molta probabilità si può argomentare che gli _apparitores_ -dei diversi magistrati, cioè gli _scribae, lictores, viatores, -praecones_, secondo le loro rispettive decurie avessero posti fissi nel -teatro[386]. - -8. POPULARIA (loca). «La plebe fu divisa per tribù e per istato -civile. Della divisione per tribù negli spettacoli si hanno memorie -fino dagli antichissimi tempi di Roma. Essa fu fomentata dall’abuso -dell’_ambitus tribuarius_ e degli _spectacula tributim data_ per parte -di chi cercava, acquistare sul pubblico influenza all’approssimarsi -delle elezioni: _in circo totas tabernas tribulium causa comparare_. -Si consultino Cicerone, _Vatin._ 15, 37; _Mur._ 34, 72; Orelli, _Ind. -leg._ p. 286; _hanc autem_ (plebem) _tributim divisa loca occupasse -tempore Ciceronis et Dionysii, ipsorum verba sat certo testantur: -ad Severi usque tempora, an idem mos manserit, incertum est_[387]. -Io credo che il costume fosse serbato anche nei tempi imperiali: in -primo luogo perchè non v’era ragione di rinunciare ad una misura così -semplice e così opportuna a disciplinare quelle folle tremende: in -secondo luogo, perchè, della continuazione del costume, mi sembra -trovare documento nella _basis magna marmorea litteris magnis_ scoperta -sulla fine del quattrocento _in angulo circi maximi_ versus templum -Herculis victoris in foro Boario et Tiberim_ dedicata a Traiano, -nell’anno 103, dalle - - TRIBVS . [=XXXV] - QVOD . LIBERALITATE - OPTIMI . PRINCIPIS - COMMODA . EARVM . ETIAM - LOCORUM . ADIECTIONE - AMPLIATA . SINT - - (C. I. L. VI, 955). - -«Si sa in qual modo avvenisse cotesta _locorum adiectio_ dal c. 5 del -panegirico di Plinio. Poco prima dell’anno 100 Traiano fece demolire la -tribuna imperiale, cedendone l’area al popolo. Quest’area era capace -di cinquemila posti, dal che risulta che il _cubiculum principis_ era -vasto due volte più dei nostri teatri della Scala, di S. Carlo, ecc. La -plebe di ciascuna tribù fu suddivisa per istato civile; i coniugati da -una banda, le donne (e forse i celibi) dall’altra. - -_a_) _Maritis a plebe proprios ordines assignavit_[388], la quale -misura sembra allo Hübner essere conseguenza delle leggi _iulia de -adulteriis_ dell’anno 757/4, e _papia poppea_ dell’anno 762/9 e degli -editti contro il celibato, emessi dopo la vittoria di Azio[389]. Ho -già notato che cotesta separazione degli ammogliati dagli scapoli, -ebbe vigore soltanto _inter popularia_ non mai per gli ordini senatori -ed equestri. Gli ammogliati delle trentacinque tribù sedettero fra -l’ultima fila dei cavalieri ed il _maenianum summum in ligneis, ubi -pulla sordida veste — inter foemineas sedebat turba cathedras._ - -_b_) «Anticamente le donne sole non erano escluse dal consorzio comune: -_antiquitus solebant mulieres cum viris omnibus interesse spectaculis -indifferenter_ come dice lo scoliaste di Giovenale[390]. Il costume -durava al tempo di Silla[391], di Cicerone[392] e di Ovidio[393], -benchè da alcune frasi del poeta possa dedursi che le donne scompagnate -occupavano già per abitudine il portico in cima ai sedili: _Sic -ego marmorei respexi summa theatri. — Eligis e multis unde dolere -velis_[394]. Augusto rese obbligatorio e legittimo il loro isolamento: -_Foeminis ne gladiatores quidem, quos promiscue spectari solemne olim -erat, nisi ex superiore loco spectare concessit..... Athletarum vero -spectaculo;_ prosegue Suetonio: _muliebre sexus omne adeo summovit, -ut pontificalibus ludis pugilum par postulatum distulerit in sequentis -diei matutinum tempus, edixeritque — mulieres ante horam quintam venire -in theatrum non placere._ - -«L’usanza di Roma divenne generale, almeno nelle regioni italiche: -e gli altissimi sedili dei teatri furono chiamati _muliebri_. Cf. -l’iscrizione di Terni ap. Orelli 3279: OPVS . THEATRI . PERFECT . IN . -MVLIEBRIB . AERAMENTIS . ADORNAVER. - -_c_) «Dai citati versi di Calpurnio, sulla _sordida turba pulla veste_, -arguisco che anche gli scapoli debbono essere stati rilegati lassù; e -mi sembra che a questa speciale classe accennino gli scrittori, usando -la voce _pullati_. Stazio, _silv._ 1, 6, 43, parlando delle largizioni -di Domiziano, conferma indirettamente questa triplice divisione: _una -vescitur omnis ordo mensa: parvi, femina, plebes, eques, senatus._ - -9. MILITARI. «È ragionevole il credere che i gregarî dei corpi di -milizia stanziati in Roma, i pretoriani, gli urbani, i peregrini, -i vigili, i misenati, i ravennati, ecc. avessero posto fisso -nell’anfiteatro, come lo avevano senza dubbio negli altri luoghi di -spettacolo. Cf. il _militem secrevit a populo_ del regolamento di -Augusto. I _corporis custodes_, gli _equites singulares_ avranno forse -avuto una distinzione speciale. - -«Le epigrafi dei sedili fin qui citate sono quelle che possono con -probabilità o con certezza attribuirsi ad un dato ordine o gruppo di -spettatori, ma non sono tutte». Fin qui l’illustre Lanciani. - - -Le sigle ed i numeri, d’epoca buona, che si leggono sulla fronte di -altri gradini marmorei, li riporteremo nell’Appendice II. - - * - * * - -Il _Curiosum urbis_ ci assicura che nell’Anfiteatro Flavio v’erano -87,000 posti, _loca: Regio_ III. _Isis et Serapis. Continet Monetam, -Amphitheatrum qui continet loca [=LXXXVII]_. — Questo stesso leggesi -nel _De Regionibus_, il quale in altro non differisce dal _Curiosum_ -se non in questo: che nel primo il numero dei posti vien indicato in -cifre, mentre nel secondo s’indica in lettere. _Regio_ III. _Isis -et Serapis. Cont. Monetam. Anphit..... qui capit octoginta septem -millia._ — Pomponio Leto nel suo _Vittore_ ritiene la stessa cifra. -Fra gli scrittori moderni poi ve n’è chi diminuisce d’assai la capacità -dell’Anfiteatro. - -Fra questi noto Leon Home, il quale nel suo _Lexique de Topographie -Romaine_[395] scrive: «L’ensemble de la _cavea_ qui pouvait contener -de 50,000 a 55,000 personnes. Le chiffre des Regionales — 87,000 — -est évidemment très exagéré». L’Huelsen, prendendo occasione dalla -scoperta del Vaglieri, (la quale consiste in aver questi riconosciuto -che in alcuni luoghi, ove le tavole degli Arvali sono intiere ed hanno -il margine antico, il testo finora creduto intiero non lo è, perchè -la scrittura fu continuata sul margine di un’altra tavola attigua), -conchiude che il Colosseo non poteva contenere più di quaranta o -quarantacinque mila spettatori seduti; e dice che, calcolando che -gli spettatori _pullati_[396] fossero altri cinque mila, non si -oltrepasserebbe in nessun modo il numero di 50,000 persone. Però -osserva che, almeno nell’epoca buona, non fu assegnato nell’Anfiteatro -un posto _ad hominem_, ma che si assegnò alle corporazioni, ai -sodalizi, ai collegi sacerdotali, un certo numero di piedi di spazio -rispettivamente, lasciandosi ai singoli membri dei collegi stessi il -diritto di accordarsi fra loro sulla distribuzione di detto spazio. -Sicchè se su piedi 5-5/16, che erano degli Arvali[397], si fossero -voluti adagiare due soli sacerdoti, oppure starvi tre alla stretta, ciò -non riguardava affatto l’officiale incaricato della distribuzione dei -posti[398]. - -Ammessa l’opinione del ch.º Huelsen apparisce chiaro che se -(specialmente in caso di spettacoli straordinarî) la curiosità avesse -fatto occupare disagiatamente a due persone il posto designato per una, -si sarebbe raddoppiato il numero degli spettatori; ossia l’Anfiteatro -sarebbe stato materialmente capace di circa 100,000 persone. La cifra -pertanto indicata dai Regionarî non è assolutamente esagerata, molto -più se si rifletta che il Codice Vaticano _n._ 3227 del _Curiosum_, -invece di _loca_ [=LXXXVII] ha: _capet loca LXXVII_. - - -Dai portici del piano terreno dell’Anfiteatro si accedeva ai varî -ordini di gradi per passaggi e scale diverse[399]. In ogni quadrante -dell’ovale dal secondo giro (2) del portico esterno tre passaggi -(3) immettevano nell’ambulacro (6) sottoposto all’_iter_ della -_praecinctio_ della gradinata dei cavalieri: da quest’ambulacro, per -quattro scale (8), si saliva alla gradinata del podio, e per mezzo di -dodici passaggi si giungeva all’ambulacro (9), dal quale si ascendeva -al ripiano dei _subsellia_. - -Inoltre dallo stesso secondo giro (2) del portico esterno, quattro -scale (5) ad una branca conducevano all’ambulacro, nel quale s’aprivano -i vomitorî della gradinata dei cavalieri; ed altre cinque scale (4) -a due branche menavano ai piani superiori, vale a dire alla _media -cavea_, alla _summa_ ed al portico. Con tal sistema l’immensa folla -degli spettatori era ripartita in modo, che questa poteva discendere ed -uscire dall’Anfiteatro senza confusione e disordine. - - -Ora, a compire la descrizione dell’interno dell’Anfiteatro Flavio, mi -resta a parlare del velario. - -Lo scopo del velario già l’enunciammo[400]: esso serviva a riparare gli -spettatori dagli ardenti raggi solari. Plinio[401], dopo aver narrato -delle vele di vario colore adoperate nelle flotte di Alessandro Magno, -e di quelle purpuree che avea la nave con cui M. Antonio andò ad Azio -con Cleopatra, dice: «_Postea in theatris tantum umbram facere_»; le -quali parole c’insegnano che, abbandonato nelle navi l’uso di vele -colorate, passarono queste a far ombra ai teatri. Anche Lucrezio fa -menzione di siffatto lusso nei velarî: - - «Et vulgo faciunt id lutea intenta theatris - Per malos vulgata trabesque trementia flutant»[402]. - -Il primo che introdusse la tela da navi colorata nei teatri fu, -per testimonianza di Plinio[403], Q. Catulo, allorquando dedicò il -Campidoglio. Questa tela parve troppo rozza a Lentulo Spinter, e -nei giuochi apollinari, come scrive il citato autore, usò per primo -nel teatro vele di finissimo lino: «_Carbasina deinde vela primus in -theatro duxisse traditur Lentulus Spinter apollinaribus ludis_»[404]. -Ed infine lo stesso Plinio ci attesta che Nerone adornò le vele con -ricami d’oro: _Vela nuper colore caeli stellata per rudentes, terra -etiam in amphitheatris principis Neronis rubente_»[405]. - -Sembra che i velarî ordinariamente s’incominciassero a stendere in -primavera. L’apprendiamo da due AVVISI, scoperti in Pompei, scritti in -caratteri rossi, nel primo dei quali Numerio Popidio Rufo notificava -al pubblico che egli il 29 d’Ottobre avrebbe dato in quella città una -caccia, e che il 29 di Aprile l’anfiteatro sarebbe stato coperto con -velario. L’altro _avviso_ fu scoperto sulla _Via degli Augustali_[406]. - -Relativamente alla struttura del velario, non s’ha a credere che questa -sia una cosa tanto facile ad immaginarsi come comunemente si ritiene. -Fino a pensare che vi dovè essere un’armatura, probabilmente di -corde, costituita da duecento quaranta raggi, che partendo dalle travi -verticali andassero a rannodarsi ad un ovale centrale più o meno ampio, -non vi si trova difficoltà. Ma se si rifletta che il peso dei canapi, -delle carrucole, delle tende e delle corde che servivano per tirarle, -avrebbe fatto necessariamente calare, e non poco, l’ovale centrale, -e fatto rimanere il velario pendente in basso, producendo un pessimo -effetto ed una disgustosa soffocazione negli spettatori del _portico_; -siamo costretti a ricercar il modo con cui avranno gli antichi cercato -di evitare quello sconcio. - -Per ottenere lo scopo, si dovea far sì che l’ovale, e quindi i raggi -fossero, per quanto era fisicamente possibile, orizzontalmente tesi: -in questo caso le tende, attaccate per un capo all’ovale e fissato -per l’altro al disopra dell’attico del porticato, avrebbero formato un -dolce padiglione dall’alto in basso, producendo un gradevole effetto. - -Questa tensione (che dovea essere fortissima, a cagione del non -intercedere tra il piano delle _testate_ delle travi e quello -dell’attico del colonnato spazio maggiore di tre metri) non si sarebbe -potuta ottenere che per mezzo di verricelli, i quali agissero su -ciascuno dei duecento quaranta raggi. - -Il Canina saggiamente opinò che alle travi esterne ne corrispondessero -altre all’interno dell’edificio, onde ottenere maggiore resistenza. -Erano esse necessariamente collegate insieme per mezzo di traverse, -formando tutto un sistema. Ce l’assicura Calpurnio: «Vidimus in coelum -trabibus spectacula TEXTIS»: - - «Coronato di travi _in un conteste_ - Vidi il superbo Anfiteatro al cielo - Surgere. . . . . . . . . . . . . . » - -traduce il Biondi. - -Alle _testate_ delle travi interne erano fissate robuste carrucole, -a fin di mandare verticalmente le funi ad arrotolarsi ai verricelli -orizzontali, i sostegni dei quali poggiavano sul pavimento del -portico, ed erano assicurati con arpioni alla parete di perimetro -dell’Anfiteatro. - -È bene qui notare che le _testate_ delle travi che sostenevano il -soffitto del portico e il soprapposto pavimento, oltre ad essere -incassate nella cortina del muro di perimetro, poggiavano sopra solidi -mensoloni; e questo dimostra che quelle _testate_ dovevano sopportare -un peso maggiore di quello d’un soffitto e di un pavimento. - -Sorge una difficoltà, ed è che qualora si volesse supporre l’ovale -centrale non di altra materia che di canapo, sarebbe stata cosa ben -difficile fargli prendere e mantenere la sua forma regolare. - -A rimediare a quest’inconveniente, si potrebbe immaginare l’ovale -centrale formato di una zona orizzontale di piastra metallica, di -una sufficiente consistenza e del minor peso possibile; immaginandone -inoltre la periferia esterna non maggiore di quanto era necessario per -attaccarvi le duecento quaranta funi, e (perchè la sua massa fosse -relativamente minima) composta di due fasce riunite a traliccio. A -questa zona metallica si sarebbero fissati duecento quaranta anelli, -onde attaccarvi gli uncini legati ai capi dei canapi. Agli anelli -avrebbero fatto capo altre duecento quaranta corde che, discendendo in -dolce curva fin sopra l’attico del portico, avrebbero servito di guida -al distendimento e raccoglimento delle vele. - -Una corona di metallo dorato, dalla quale scendessero vele cerulee -ornate di auree stelle; padiglione degno dell’imponente cavea ove -tutto era splendore: «_sic undique fulgor percussit_»[407], sarebbe, -non v’ha dubbio, una brillante idea! Ma si sarebbe potuta attuare?... -La risposta la dovrebbe dare il calcolo, al quale nè io ho tempo di -consacrare, nè, credo, varrebbe la pena di consacrarvelo, restando la -cosa in ogni modo nel campo delle ipotesi. - - -L’operazione di tendere il velario si eseguiva sul terrazzo soprapposto -al portico, ed era affidata a’ soldati di marina. - -Lampridio[408] scrive: «_Sane quum illi saepe pugnanti, ut deo, -populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a militibus -classariis qui vela ducebant in amphitheatro interimi praeceperat_»; -e questi marinai furono certamente i Misenati, perchè essi avevano il -loro quartiere nella stessa regione dell’Anfiteatro. Nel _Curiosum_ -e nel _De Regionibus_ leggiamo: _III Regio.... Castra Misenatium_. -Preziosa indicazione topografica, la quale, mentre ci rende certi -della vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro, dà pur -anche valore alla scoperta di un frammento d’iscrizione, in cui si fa -menzione dei _Castra Misenatium_, rinvenuto dall’Henzen tra le schede -del Fea, nelle quali si attesta che il frammento _fu scoperto fuori -della parte semicircolare delle terme di Tito_[409], ossia poco lungi -dal nostro Anfiteatro. - -La situazione del quartiere dei marinai della flotta di Ravenna (in -Trastevere, presso la naumachia di Augusto, al servizio della quale -erano destinati quei militi) rafforza l’argomento desunto dalla -vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro Flavio, e prova che -essi appunto erano i _classarii_ destinati a tendere il velario. - -Nel 1776, alle radici dell’Esquilino verso il Colosseo, si rinvenne un -raro _anemoscopio_ di marmo, il quale fu trasportato al Museo Vaticano, -e tuttora si ammira sulla _Loggia del Belvedere._ Esso consiste in un -prisma dodecagonale, largo (da faccia a faccia) m. 0,555, e alto m. -0,30: gli spigoli, formati dalle facce laterali, sono adorni di un -risalto cilindrico di m. 0,03 di diametro; e sulla faccia superiore -(orizzontale), ai quattro punti cardinali, sono incisi in bella -paleografia le seguenti parole: - - MERIDIES — SEPTENTRIO — ORIENS — OCCIDENS. (V. _Fig. 3ª_). - - [Illustrazione: _Fig. 3.ª_] - -Nel centro v’è un foro circolare del diametro di m. 0,045: in esso fu -introdotta l’asta della banderuola, e tuttora si vede l’impiombatura -che la fissava. Dal residuo dell’asta che rimane incassato nel foro, -sappiamo che la grossezza di detta asta era di m. 0,025. (V. _Fig. -4ª_). - -Sulle facce laterali vi sono incisi in caratteri molto spontanei, ed -anche belli, i nomi dei venti (in greco ed in latino) in questo modo: - - ΖΕΦΙ - ΡΟΣ - - FAVO - NIVS - (V. _Fig. 5ª_) - -Questo raro istrumento trovato presso il Colosseo, appartenne alla -_Mole dei Flavî_? - - [Illustrazione: _Fig. 4.ª_] - -Non sarebbe certo irragionevole opinare, che, sull’alto -dell’Anfiteatro, vi fosse stato un _indice_ esatto dei venti per norma -del comandante dei Misenati; affinchè questi, conosciuta con certezza -la direzione del vento, potesse (qualora impetuoso) dar ordine o di -tendere le vele soltanto da quella parte in cui rimanevano a riparo, -ovvero, se già distese, ordinare di ritirare quelle che si trovavano -nella direzione del vento. La forma del velario richiedeva senza -dubbio una sorveglianza diligente: poichè la grande apertura centrale -lasciava libero adito ai venti; e questi, se si fossero introdotti -sotto il velario ed avessero invaso la parte che trovavasi di fronte, -avrebbero fatto sollevare violentemente le vele, le quali, agitandosi -soverchiamente, avrebbero recato non poca molestia agli spettatori -e causato gravi danni. Che il vento potesse danneggiare gli edificî -destinati ai pubblici spettacoli, si può ragionevolmente argomentare -dalla stessa loro _struttura a cielo aperto_: e che talora il vento -l’abbia realmente danneggiati, lo possiamo dedurre da Plauto, il -quale nella sua commedia «_Curcullio_»[410], fa narrare alla giovane -_Planesium_, ciò che a questa accadde allorquando, ancor fanciulletta, -assistè agli spettacoli dionisiaci, ove aveala condotta _Archestrata_ -sua nutrice. _Non appena questa avea adagiato la fanciulletta nel -teatro, levossi un_ VENTO _tanto_ TURBINOSO, _che pose a soqquadro -l’intiero edificio_[411]. - - [Illustrazione: _Fig 5.ª_] - -La forma dell’_anemoscopio_ rinvenuto presso il Colosseo è adattissima -per ottenere il fine sopra indicato. Occorreva infatti che il -comandante avesse sott’occhio e quasi direi, stando a tavolino, -la _Rosa dei venti_, e vedesse la direzione dei medesimi. Pertanto -sarebbe stato necessario che il prisma dodecagonale marmoreo stasse -sul terrazzo dell’Anfiteatro, nel senso del meridiano astronomico -locale, e sopra un piedistallo alto 90 centimetri circa: vale a dire, -collocato in modo, che, una persona in piedi, volendo, avesse potuto -vedere comodamente il piano superiore dell’istrumento e leggere -agevolmente i nomi dei venti incisi sulle facce laterali[412]. E -perchè, guardando la faccia superiore dell’istrumento, si potesse -vedere la precisa direzione del vento, io congetturo che la banderuola -fosse fissata ad un cannello metallico lungo quanto l’asta; che il -cannello fosse appoggiato liberamente sulla punta dell’asta, ed in -basso munito di un _indice_ orizzontale, il quale, secondando il -movimento della banderuola, avrebbe mostrato sul piano, la direzione -del vento. La banderuola poi, avrebbe dovuto superare l’altezza -dell’attico dell’Anfiteatro, affinchè potesse esser mossa liberamente -da ogni vento; e la grossezza dell’asta è tale, da potersi innalzare -con ogni solidità fin oltre a due metri; altezza che, aggiunta a quella -del piedestallo e del prisma soprappostogli, avrebbe permesso alla -banderuola di superare l’attico di un metro e mezzo almeno. - -La cura di evitare la violenza molesta del vento e i danni dei -quali spesso è causa, non è cosa nuova presso gli antichi. Vitruvio -prescrive che nell’edificazione di una nuova città, s’abbia riguardo -alla direzione dei venti; e vuole, che, costruita la cinta, nel centro -dell’area da questa racchiusa, _si descriva, sopra un levigato piano -di marmo_ (da lui chiamato «_marmoreum amussium_»), _orizzontalmente -disposto_ (_ovvero sul suolo stesso spianato a perfezione e -livellato_), _la Rosa dei venti; e ciò, a fin di stabilire la direzione -delle vie e delle piazze tra l’una e l’altra regione degli otto venti -principali; e per liberare da molestia i cittadini e da malanni la loro -salute_[413]. - -In conclusione: se in tutti gli antichi teatri ed anfiteatri era cosa -prudente prevenire i pericolosi effetti del vento, nell’Anfiteatro -Flavio era di necessità assoluta. Se quell’immenso velario, a -tant’altezza, si fosse lasciato senza sorveglianza e a discrezione dei -venti, si sarebbe facilmente potuto ivi verificare il fatto immaginato -da Plauto: «_Exoritur ventus: turbo: spectacula ibi ruunt_». Questa -necessità evidente, e la prudenza degli antichi, specialmente nelle -cose pubbliche, mi hanno indotto a congetturare che quell’_anemoscopio_ -rinvenuto in prossimità del Colosseo, sia appartenuto alla _Mole -Vespasianea_ per la sorveglianza del velario. E la mia congettura trova -appoggio nella bella paleografia delle quattro parole incise sulla -faccia superiore dell’_anemoscopio_; paleografia che, per la forma e -regolarità delle lettere, può convenire benissimo all’età dei Flavî. -Anche le lettere dei nomi dei venti, si potrebbero forse riportare a -quei tempi; perchè, quantunque siano state eseguite con minor cura e -con una paleografia che tende al corsivo, pur nondimeno sono di buona -forma. Chè se taluno volesse ritenere quei caratteri per un’opera -posteriore all’età dei Flavî, non credo che potrebbe farli discendere -più giù degli inizi del secolo terzo; ed in questo caso si dovrebbe -conchiudere, che i nomi dei venti furono incisi ai tempi dei grandi -restauri fatti da Eliogabalo e Severo Alessandro nel nostro Anfiteatro. - - * - * * - -Dopo d’aver contemplato così minutamente questa stupenda _mole_, -sorge spontaneo il desiderio di sapere chi ne fosse l’architetto. -Vana speranza: il nome di questo grande giace sepolto in un oblio -inesplicabile. Il silenzio dei classici e degli antichi scrittori reca -veramente maraviglia! Lo stesso Marziale, che tanti epigrammi dedicò al -Flavio Anfiteatro, non ne fa parola. - -Chi mai fu quell’ingegno sublime che diresse questa grandiosa e -sontuosa opera? È questa la domanda che in tutti i tempi, e sempre -indarno, si è fatta costantemente dai dotti; questo l’oggetto perenne -di congetture, questioni e dispute infruttuose. Non possediamo -documento certo; e finchè questo non apparisca, l’architetto del -Colosseo ci sarà sempre ignoto. Nondimeno, per ragione di storia, -riporteremo qui le differenti opinioni, lasciando a ciascheduno la -piena libertà di accettare quella che crederà più verisimile. - -Giuseppe Antonio Guattani[414] scrive: «Gli intendenti non lasciano -di censurare le parti di quest’edificio (del Colosseo), trovandovi -profili inesatti, modinature cangianti di altezza, di misure e -distanze non corrispondenti. Al Serlio piacquero sì poco tutte le -cornici, che le chiamò tedesche(!), deducendone che l’ARCHITETTO -_fu sicuramente un tedesco_». In nota poi aggiunge: «Marziale, ne fa -autore un certo Rabirio, architetto della casa di Domiziano, perchè -di tutta la fabbrica vorrebbe darne l’onore a quell’Augusto, il di -cui pane mangiava. Ma è a tutti noto il dolce stomachevole di quel suo -epigramma. Se ne fa generalmente autore un certo _Gaudenzio cristiano_, -in vigore di una iscrizione (che trovasi) nel sotterraneo di S. -Martina; oscura per altro, e che poco persuade». - -Dalle parole del Guattani rileviamo chiaramente che il preteso -architetto dell’Anfiteatro o fu un tedesco, o fu Rabirio, o, -finalmente, un cristiano di nome Gaudenzio. - -La prima opinione è del Serlio. Che Vespasiano si fosse servito di un -tedesco, non sarebbe cosa da recar maraviglia. Le province Germaniche -erano già soggette all’Impero, ed uno schiavo di quelle regioni, reso -libero, potè benissimo servire l’Imperatore in qualità di architetto. -L’opera di artisti liberti prestata ai reggitori dell’Impero non è una -novità per gli archeologi. Ma dedurre assolutamente la nazionalità -dell’architetto dalle modinature è un po’ troppo! Molto più che la -fretta con cui furono eseguiti i lavori dell’Anfiteatro, tradì il -pensiero dell’architetto. Forse un anacronismo trasse il Serlio a -quella conclusione, credendo di vedervi rispecchiate le goffe cornici -gotiche degli edifici settentrionali dell’epoca, come si suol dire, -_antico-moderna_. - -La seconda opinione ne fa architetto Rabirio. I sostenitori di questa -s’appoggiano al LV epigramma del lib. VII di Marziale, il quale dice: - - «Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri, - Parrhasiam mira qui struis ante _domum_; - Phidiaco si digna Jovi dare templa parabit - Has petat a nostro Pisa Tonante manus». - -Ma chi non vede che qui Marziale non parla dell’Anfiteatro, bensì della -costruzione di una _domum_ diretta da Rabirio, il quale era architetto -non di _Vespasiano_ ma di _Domiziano_? E chi ignora che quando -«nell’anno 80 fu solennemente dedicato (l’Anfiteatro) esso era stato -recato a compimento, salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i -quali saranno stati perfezionati dal Domiziano»?[415]. - -La terza opinione, finalmente, sostenuta dal Marangoni e da altri -scrittori, attribuisce la direzione del nostro augusto monumento ad un -cristiano di nome Gaudenzio. - -Il Nibby[416] dice che ai suoi tempi «i più s’inclinavano ad accettare -quest’opinione». I moderni però la rigettano unanimemente. - -Ciò che fece credere al Marangoni e a tutti i seguaci di quest’opinione -che fosse Gaudenzio l’architetto dell’Anfiteatro Flavio, fu una lapide -con iscrizione cristiana rinvenuta nel cimitero di S. Agnese[417]. -Riporto qui le parole del Bellori contemporaneo della scoperta: «Non -pigeat hic inscriptionem veterem advertere quae Amphitheatri Flavii -architecto adscribitur, elapsis annis reperta erutaque in coemeterio -divae Agnetis via Nomentana.... neque spuria reque recens, sed -orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem -indicant»[418]. - -La paleografia di questa lapide, la quale, come dice il Muratori, -_già esisteva presso Pietro da Cortona e schedis Ptolomaeis_, ci -riporterebbe (secondo il Nibby)[419] al secolo V dell’êra volgare; ed -il Nibby stesso aggiunge che l’iscrizione non dichiara che Gaudenzio -fosse l’architetto, ma che solo si può dedurre aver Gaudenzio lavorato -in quest’Anfiteatro. Detta epigrafe non è stata mai pubblicata conforme -all’originale. Il Marangoni, il Visconti, il Marucchi, ecc., ce la -presentano in caratteri comuni di stampa; e benchè l’abbiano riprodotta -esattamente riguardo alla disposizione delle parole, sono stati -inesatti riguardo ai segni, i quali dal Marangoni e dal Marucchi furono -espressi tondi, e dal Visconti in forma di lunghi apici. L’Aringhi, il -Venuti, il Nibby, il P. Scaglia ed i recenti Bollandisti la riproducono -altri in caratteri comuni di stampa (come il Nibby, il Venuti ed i -Bollandisti), altri in un _fac-simile_ arbitrario (come l’Aringhi ed il -P. Scaglia); ma tutti inesattamente in quanto alla disposizione delle -parole. Solo l’Aringhi ed il P. Scaglia esprimono con più verità degli -altri la forma degli apici. - - [Illustrazione: Fig. 6.ª] - -Ora avendo io fortunatamente saputo essersene testè fatto un calco dal -Sig. Attilio Menazzi (una copia del quale si conserva nell’Accademia -di S. Luca) ed avendone potuto avere una fotografia, posso presentare -l’iscrizione nella sua reale genuinità. (Vedi _Fig. 6ª_). - -Nel Gori[420] leggo: «Una lapide marmorea, rinvenuta nelle catacombe -di S. Agnese lungo la via Nomentana, parlando in nome di un Gaudenzio -costruttore di un teatro del crudele Vespasiano, e che in luogo di -essere premiato dalla città da lui nobilitata col detto monumento, fu -condannato a morte pella sua religione cristiana, indusse nel Marangoni -l’opinione che fosse costui l’architetto del Colosseo. Ma in primo -luogo la paleografia irregolare e scorretta di quest’iscrizione che ho -nuovamente copiata nel sotterraneo di S. Martina, indica chiaramente -che non è dell’epoca di Vespasiano o de’ suoi figli, ma sibbene del -V secolo riproduzione forse di qualche leggenda popolare contraria -alla _verità storica_ (sic); giacchè Vespasiano punì i giudei per -la loro ribellione, non perseguitò mai i cristiani, nemici naturali -degli ebrei. In secondo luogo in detta iscrizione si parla non -dell’Anfiteatro Flavio, ma di un _teatro_ costrutto da Vespasiano (?) -_non si sa_ in quale città». - -Il Marangoni[421], dal canto suo, ragiona così: «Ella è cosa di -riflessione, come, essendo l’opera di questo Anfiteatro così eccellente -per l’architettura, e di ammirabil lavoro, e giudicata da Marziale -molto più pregevole di tutte le più celebrate maraviglie del mondo, -nè egli nè altri scrittori di quel secolo e de’ susseguenti abbiano -fatta memoria del suo ingegnosissimo architetto. Marziale stesso, che -visse nei tempi di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, celebra con -elogio ben singolare quella di Rabirio, architetto di Domiziano, per -la fabbrica di un palagio sul Palatino, dicendo che avendola eretta -emulatrice del cielo conveniva dirsi che la di lui mente avesse -penetrato il cielo e compresa la nobiltà e bellezza degli astri, -avendo fabbricata una casa ad essi somigliantissima[422]. Or quanto -più degnamente, e con tutta giustizia, avrebbe dovuto immortalare il -nome e la memoria dell’architetto di questa grande ed ammirabile opera -dell’Anfiteatro, uomo senza dubbio a quei giorni celebratissimo, ed -anche da sè conosciuto. Siami pertanto lecito di attribuire questo -silenzio all’odio di questo ed altri scrittori Gentili di que’ secoli, -che alla cristiana religione portavano, invidiando sì bella gloria al -grande architetto dell’Anfiteatro, per essere egli Cristiano, e per tal -cagione ancora martire di Gesù Cristo. - -La congettura (prosegue) sembrami non mal fondata sopra un’antica -iscrizione in marmo, della lunghezza di sette palmi e poco più di uno -largo, che serbasi nella Confessione della chiesa di santa Martina alle -radici del Campidoglio.... - -Le lettere di questa lapide non sono di eccellente scultura, benchè -fatte in tempo di Vespasiano, in cui fiorivano in Roma le buone -arti; e molte parole di essa non sono staccate: ma ciò non dee recar -maraviglia, posciachè non poterono i fedeli, fra le loro angustie, -fare scolpire questa iscrizione da qualche eccellente maestro gentile; -e perciò anche quasi tutti i monumenti cimiteriali sono per lo più -di cattivi o non ben formati caratteri, quantunque siano de’ tempi -migliori. Di questa iscrizione non fece memoria Marsilio Onorato, -ecc....». - -Il tenore dell’epigrafe già noi l’abbiamo veduto. Qui basterà -riportarne la traduzione, che lo stesso Marangoni[423] fa nella nostra -_italiana favella_: - - «Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele? - Premiato sei colla morte, o Gaudenzio. - Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloria - Promise quegli, ma ogni premio ti dà Cristo - Che altro teatro ti preparò nel cielo». - -«Quivi (continua lo stesso Marangoni)[424], si pone la parola -_theatrum_ per contrapposto all’Anfiteatro, poichè ne’ teatri si -rappresentavano cose gioconde e dilettevoli, e negli Anfiteatri -spettacoli funesti e sanguinosi. Quindi è che questo Gaudenzio -potrebbe dirsi che, essendo cristiano, fosse in premio di aver eretta -questa gran fabbrica, con tanta gloria di Roma, da Vespasiano stesso -fatto morire. Potrebbesi però opporre che Vespasiano non incrudeli -contro i Cristiani; ma a ciò può rispondersi che anche sotto di lui -non mancarono martiri; poichè, sebbene non rinnovò editti contro di -essi, nulladimeno continuava la persecuzione di Nerone: imperciocchè, -per testimonianza del Martirologio Romano, si ha di S. Apollinare -vescovo di Ravenna: _22 Julii_. «_Qui sub Vespasiano Caesare gloriosum -martyrium consumavit_». Inoltre è certo ch’ei fece ricercare ed -uccidere tutti quelli ch’erano della stirpe di David[425], e che si -eccitò una grande strage e persecuzione contro gli Ebrei[426]; e non -v’ha dubbio che a quei tempi sotto il nome di Ebrei compresi erano -anche i Cristiani di Roma, come si ha dagli stessi scrittori Gentili; -e specialmente Domiziano, figliuolo di Vespasiano medesimo, fece morire -diversi, _qui in mores Judeorum transierant_[427], cioè che abbracciata -aveano la cristiana fede: quindi è che, stante l’addotta iscrizione, -potrebbe argomentarsi che Gaudenzio, perfetto cristiano, fosse stato -l’eccellente architetto dell’Anfiteatro Flavio....». - -Questa opinione del Marangoni piacque al Marini, e la disse -_elegans_[428]. Ma i moderni, ripeto, la rigettano unanimemente; -ritengono la lapide per falsa, e molti attribuiscono la falsificazione -a Pirro Ligorio. A dire il vero, quando comparve la lapide, Pirro -Ligorio era già morto da più di un mezzo secolo: sarebbe stato meglio -l’avessero questi attribuita ad _un redivivo Ligorio_, come si espresse -il De Rossi a riguardo delle poche lapidi cristiane falsificate. - -«Nunquam in Christianis epitaphiis acclamatio ad imperatorem apparet» -scrive il P. Sisto O. C. R.[429], nelle sue _Notiones Archaeologiae -Christianae_. La forma delle lettere, aggiunge il Mantechi, i segni -d’interpunzione, l’intiero testo, rivelano la falsità dell’iscrizione -(di Gaudenzio)»[430]. - -È certo che la paleografia di quest’epigrafe, come pure la sua -dicitura, non è affatto ordinaria; e nessuno potrà senza dubitarne -asserire, come fece il Marangoni, che quella lapide sia dei tempi -dei Flavî. Ma chi ne sarà stato l’autore? A quale scopo questa -falsificazione? Non forse per speculazione, come fanno gli odierni -_spacciatori di antichità_? Ovvero per ingannare i posteri?... Nell’uno -e nell’altro caso dobbiam dire che il falsificatore non si sarebbe -manifestato molto atto ed esperto nel suo vile officio. Difatti, o che -la lapide sia stata falsificata a scopo di lucro, o a fine d’ingannare; -in ambedue i casi il falsificatore avrebbe dovuto imitare un po’ meglio -la paleografia e lo stile dell’epoca. Oltre a questo perchè nasconderla -e sotterrarla nel cimitero di S. Agnese? - -A suo luogo[431] esamineremo particolareggiatamente tutte e singole le -opinioni, e vedremo il loro valore. Fin d’ora però dobbiamo dichiarare -arbitraria l’osservazione del Gori[432]; giacchè la lapide «SIC PREMIA -SERVAS» non può essere «una riproduzione di qualche leggenda popolare -contraria alla verità storica»; e non può essere per la semplicissima -ragione che la _verità storica_ circa l’architetto del Colosseo è -finora ignota a tutti. - - - - -CAPITOLO QUARTO. - -Spettacoli celebrati nell’Anfiteatro Flavio dall’inaugurazione al -secolo VI, ed abolizione dei medesimi. - - -Nel capo primo già descrivemmo le sontuosissime feste celebrate in -Roma, in occasione dell’inaugurazione dell’Anfiteatro fatta da Tito -nell’anno 80 dell’êra nostra. Ora passiamo a ricordare gli spettacoli -che vi diedero i suoi successori, fino al secolo VI. - -Domiziano (81-96), figlio di Vespasiano e fratello di Tito, -fece celebrare durante il suo impero, sontuosi spettacoli in -quell’Anfiteatro, che egli avea portato a perfetto compimento. Di -questi giuochi ce ne parla Suetonio[433]; e fra i varî spettacoli vi -fu pur data una pugna navale. Ma avvedutosi Domiziano che l’Anfiteatro -non si prestava ai grandi combattimenti navali, fè costruire presso -il Tevere una naumachia, il cui materiale fu poscia impiegato da -Traiano al risarcimento dei due fianchi del Circo Massimo, che s’erano -incendiati[434]. In questa naumachia si potevano azzuffare delle vere -flotte[435]; ma tali giuochi non son da confondersi con la pugna navale -che Domiziano diè nell’Anfiteatro Flavio. - -Domiziano amò assai le _venationes_ e gli spettacoli gladiatorî; e -talvolta, perfin di notte, alla luce delle faci, assisteva ai certami -esibiti non solo dagli uomini ma pur dalle donne; e per tutto il tempo -degli spettacoli intrattenevasi, talor seriamente, con un fanciullo, -_puerulus_, che gli stava ai piedi vestito di scarlatto, _coccinatus_, -e che era una maraviglia per la sua _portentosa_ sebben piccola -testa[436]. - -Io penso che questo fanciullo _portentoso parvoque capite_, prediletto -da Domiziano e col quale _fabulabatur nonnumquam serio_, possa essere -l’undicenne Q. Sulpicio Massimo coronato dallo stesso Domiziano in -Campidoglio, per avere, nel concorso poetico indetto nel terzo lustro -o certame dell’agone capitolino, riportato l’onore del primato sopra -cinquantadue competitori, grecamente poetando: il cui sepolcro venne in -luce nel 1871 nel demolire la torre destra della Porta Salaria[437]. - -Un dì, seduto sulle gradinate dell’Anfiteatro, trovavasi un padre di -famiglia, il quale, parlando, asserì che «un Trece o Mirmillone, non -poteva paragonarsi a quel gladiatore che allora dava uno spettacolo al -popolo». Risaputolo Domiziano ordinò che dai _gradus_ quegli passasse -tosto nell’arena, e divenisse preda dei cani. Dietro le spalle gli mise -la scritta: «Empiamente ha parlato questo parmulario», ossia fautore -dei Traci, i quali, come si disse nell’introduzione, erano armati di -_parma_[438]. - -Marziale[439] scrisse l’ultimo epigramma dopo la morte di Domiziano; -poichè dice di lui che più giovevole cosa sarebbe stata alla gente -Flavia il non avere avuto i due degnissimi Imperatori Vespasiano -e Tito, che l’aver sortito questo terzo Cesare, malvagio e -scelleratissimo. - -Domiziano fu uno dei più bravi arcieri[440]; talvolta prendeva di mira -la palma destra di un fanciullo, che, in lontananza, teneva stesa, e -vi dirigeva le frecce con tant’arte da farle passare innocue fra gli -intervalli delle dita[441]. - -Nell’anfiteatro della sua villa Albana fe’ combattere cogli strali, -da vicino e senza armatura, contro gli orsi della Numidia, Acilio -Glabrione, il quale fu console nell’anno 91 dell’êra volgare: - - _Profuit ergo nihil misero quod cominus ursos_ - _Figebat numidas albana nudus arena_[442]. - -Lo stesso Imperatore uccideva a centinaia le belve di vario genere, e -tra queste uccise un enorme leone africano[443]. - -Se giuochi tanto magnifici faceva celebrare in Albano, quanto più -sontuosi non li avrà dati nell’Anfiteatro Flavio? Marziale, che fu -il descrittore _ufficiale_ degli spettacoli celebrati sotto i Flavî -nel nostro Anfiteatro, ci dà una chiara idea della singolarità e -magnificenza dei suddetti spettacoli esibiti al popolo. «Una donna, -dice il poeta, vinse ed uccise un leone. Uno dei più grandi facinorosi -venne affisso ad una croce, ed esposto non ad un falso orso, come -nella commedia di Nevio il mimo ed attore Laureolo, sibbene ad un vero -orso della Caledonia, che lo sbranò[444]. Un condannato, che, come -Dedalo, dovea volare per isfuggire agli artigli di un orso, cadde -a terra, e fu lacerato dalla belva[445]. Un rinoceronte col corno -palleggiò un toro[446]. Un leone, che avea ferito il suo maestro o -_mansuetario_ mentre lo percuoteva, fu per ordine dell’Imperatore, -ucciso colle frecce[447]. Un orso, che, per difendere la testa dai -colpi del bestiario, se la copriva colle zampe anteriori, e, facendo -la ruota, fuggiva per la sanguinosa arena; fu costretto a fermarsi, -rimasto preso al vischio come un uccello[448]. Il bestiario Carpoforo -meritò di essere anteposto a Meleagro e ad Ercole, perchè, nello stesso -giorno e nello stesso spettacolo, uccise venti fiere: tra le quali due -giovenche, un bufalo, un bisonte, un orso ed un leone di gran mole, -insieme ad un velocissimo pardo[449]. Una macchina elevò in alto nel -mezzo dell’arena un toro, sul cui dorso era stata imposta l’effigie -di Domiziano camuffato da Ercole[450]. Simili macchine si lavoravano, -come abbiam detto, nell’officina _summum choragium_; ed erano composte -con tanta maestria, che da sè medesime si elevavano, mandando in alto i -varî piani in esse occultamente contenuti; variavano inoltre di forma, -o svolgendosi le parti che erano unite, o riunendosi per sè stesse -le dispiegate, od abbassandosi lentamente le elevate; e su di esse -apparivano talvolta i gladiatori, fuochi dilettevoli ed altre sorprese -di questo genere. Un elefante, dopo aver ucciso un toro, s’inginocchiò -innanzi a Domiziano[451]; una tigre riuscì a lacerare un leone (cosa -nuova e non mai prima avvenuta) e un toro, che, stimolato colle fiamme -per tutta l’arena, aveva colle corna alzato in aria molti fantocci, -_pilae,_ e che rimase in ultimo ucciso da un elefante, il quale lo -palleggiò alla sua volta colla proboscide[452]». - -Sotto lo stesso Domiziano venne accomodata l’arena del nostro -Anfiteatro in modo da rappresentare Rodope, nella cui sottoposta -pianura, come in un teatro, Orfeo cantava, e intorno a lui ballavano -scogli e selve con ogni genere di uccelli e di animali mansueti e -feroci. Orfeo era rappresentato da un reo, il quale rimase lacerato da -un ingrato orso[453]. I fanciulli si aggrappavano alle corna dei tori; -o, correndo essi sulle groppe dei medesimi, agitavano _tela, venabuli_ -ed aste, senza ricevere nocumento di sorta[454]. - -Altri spettacoli somiglianti ci ricorda lo stesso Marziale: spettacoli -magnifici e straordinarî, che noi, per brevità, tralasciamo di -riferire. - - -Traiano amò moltissimo gli spettacoli venatorî e gladiatorî[455] e ne -fece dare in gran copia e di magnifici. L’Henzen[456] scrisse: _Ipse -vero Traianus, ut vir bellicosus ac fortis, valde iis laetatus est, -triumphos suos venationibus ac gladiatorum muneribus magnificentissimis -ornavit_. Pel suo trionfo Dacico (a. 108) fece combattere -nell’Anfiteatro 11,000 belve feroci e 10,000 gladiatori[457]. «Questi -spettacoli, dice il Gori[458], ebbero luogo non solo nell’Anfiteatro -Flavio, ma anche in quello edificato da Traiano. Pausania infatti -scrive, che questo Imperatore costrusse un gran _teatro rotondo_[459], -ossia un anfiteatro,(?) posto, secondo Sparziano, nel Campo Marzio e -distrutto in seguito da Adriano contro il voto di tutti[460], non già -perchè Adriano fosse nemico degli spettacoli anfiteatrali, ma perchè -si era dichiarato rivale di Apollodoro, celebre architetto di cui -servivasi Traiano». - -Qual fosse le scopo prefissosi dal Gori, nel creare nuovi anfiteatri, -lo vedremo nella IV parte (quest. terza) di questo lavoro. Ora mi -limito a dire che Sparziano non usa la voce _amphitheatrum_, ma -_theatrum_: se uno scrittore greco usasse la parola θέατρον per -denotare un anfiteatro, non recherebbe maraviglia, giacchè sappiamo -che ai Greci poco piacque usare la voce _anfiteatro_; ma che uno -scrittore romano chiamasse teatro un _anfiteatro_, è incredibile. Il -Lanciani[461] dice: «Pausania registra fra le grandi opere di Traiano -in Roma..... _theatrum magnum undequaque rotundum_, cioè l’Anfiteatro -Flavio. È una _inesatta asserzione_ del geografo....». Il teatro -perciò fatto edificare da Traiano nel Campo Marzio non possiamo dirlo -anfiteatro; e se quest’Imperatore avesse dato, come vuole il Gori, -spettacoli nel suo teatro, questi al più sarebbero stati i gladiatorî; -non mai le _venationes_, le quali erano, direi impossibili in edificî -di tal natura, e che, come già si disse, dopo l’invenzione degli -anfiteatri si celebrarono constantemente in questi e si bandirono -financo dai circhi[462]. - - -Anche Adriano si dilettò di dar giuochi nel nostro Anfiteatro. Alle -volte egli stesso scendeva sull’arena; e una volta riuscì ad uccidere -di propria mano un leone. Durante gli spettacoli, imitando Tito nei 100 -giorni della dedicazione dell’Anfiteatro, gettava (separatamente agli -uomini e alle donne) globoli o palle con entro diversi donativi. In -Atene esibì nello stadio la caccia di 1000 fiere; in Roma fè uccidere -molte fiere, 100 leoni ed altrettante leonesse; e nell’anniversario del -suo natale, per 6 giorni continui, diè lo spettacolo di ludi gladiatorî -e la caccia di 1000 fiere[463]. - -Adriano ordinò: _Decoctores bonorum suorum, si suae auctoritatis -essent, catomidiari in amphitheatro, et dimitti iussit_[464]; questo -castigo fu ben descritto da Prudenzio[465]. - - -Solenni spettacoli fè celebrare Antonino Pio nell’Anfiteatro Flavio. -Mostrò tigri, elefanti, _crocute_[466], _strepsiceroti_[467], -_coccodrilli, ippopotami_ ed altri animali, ricercati in ogni parte -del mondo: in una sola giornata mostrò cento leoni: _Edita munera in -quibus elephantos et crocutas et strepsicerotas et crocodilos_ etiam -hippopotamos, et omnia ex toto orbe terrarum cum tigridibus exhibuit. -Centum etiam leones una missione edidit_[468]. - - -Nella guerra contro i Marcomanni[469] Marc’Aurelio arruolò moltissimi -gladiatori; e gli spettacoli che fe’ dare nell’Anfiteatro furono tanto -splendidi che in una sola _missione_ presentò insieme e fece uccidere -cogli strali 100 leoni[470]. - -Ma i ludi più superbi e più magnifici ebbero ivi luogo imperando -Commodo. - -Più crudele di Domiziano e più impuro di Nerone, provava egli -particolar diletto negli spettacoli sanguinarî. Se tal feroce -inclinazione fosse in lui perchè nato di adulterio commesso da Faustina -sua madre con un gladiatore, secondo alcuni; o perchè concepito, -come altri vogliono, dopo che Faustina si era lavata col sangue di -un gladiatore svenato, del quale s’era invaghita[471], lo ignoriamo: -certo, il fatto ci mostra che Commodo si manifestò piuttosto quale -figlio di un gladiatore, che principe generato dal filosofo M. Aurelio. - -Frequentò la _schola_ dei gladiatori, e sovente al par degli altri, -nudo o velate le spalle con un semplice panno purpureo, entrava -all’arena, brandiva il ferro, e comandava che i gladiatori pugnassero -con lui. Questi alla più leggiera ferita si dichiaravano vinti; e, -prostrati ai suoi piedi, qual trionfante lo veneravano. In tal guisa -vinse mille gladiatori; e per celebrare la sua valentia fece troncare -la testa al colosso del Sole, del quale a suo luogo parleremo, e in -luogo di quella ne fè porre un’altra che presentava le sue sembianze; -poi nella base della statua appose la scritta: - - MILLE GLADIATORVM VICTOR - (Lampridio) - -Ordinò che si registrassero i nomi di tutti i gladiatori da lui vinti; -si celebrassero i suoi trionfi nelle pubbliche memorie, e s’aggiungesse -che pugnò 635 volte. Nel nostro Anfiteatro uccise di propria mano, -con saette, molte fiere; scoccava l’arco con somma destrezza, e sempre -colpiva. Fè fabbricare una macchina, che si disse περιδρομος, intorno -alla quale egli girava per non essere offeso dalle bestie: e fu così -che potè uccidere una quantità di cervi, daini, tori, leoni, pantere, -ecc., senza essere obbligato a replicare il colpo. Una volta una -pantera si scagliò contro di un uomo. Commodo tende il suo arco, e le -assesta una frecciata sì opportuna, che la fiera cade ai piedi del -malcapitato. Lampridio racconta anche che una volta Commodo apparve -nell’Anfiteatro Flavio vestito in modo strano. Ecco come: egli amava -una sua donna, ed aveva il suo ritratto ov’era dipinta in forma di -Amazzone. Un bel giorno dunque si veste anche egli da amazzone, si -porta all’Anfiteatro e si fa acclamare col titolo di Amazzonio. - -Spesso assisteva agli spettacoli anfiteatrali vestito da donna: -durante i quali, e contro le leggi, beveva; ed una volta, credendosi -schernito dagli spettatori, i quali invece l’acclamavano qual dio, -ordinò ai soldati della marina, destinati a tendere il velario, che -uccidessero tutti gli accorsi all’Anfiteatro. Dicevasi Ercole, e diè -ordine d’incendiare Roma, come colonia sua; ma ciò non avvenne perchè -fu dissuaso da Leto, prefetto del Pretorio. Fra i nomi assunti da -Commodo vi fu quello di _Capo dei secutori_[472]: capo, cioè, di quei -gladiatori i quali, come vedemmo nell’introduzione, inseguivano i -reziarî, PALUS _primus Secutorum_ per la secentesima volta. - -Dal palazzo, o casa Commodiana Palatina, si trasferì alla casa -_Vectiliana_ sul Celio, adducendo a pretesto che in quello gli -spettri turbavano i suoi sonni. Contro ogni consuetudine, ordinò che -gli spettatori assistessero agli spettacoli non _togati_, ma vestiti -del gabbano (_paenula_) come nei funerali; ed egli stesso talvolta -presiedeva ai giuochi in veste di color bruno. Per due volte gli -cadde l’elmo alla porta _Libitinensis_, che era quella porta per la -quale negli anfiteatri si estraevano fuori dell’arena i cadaveri dei -gladiatori[473]. - -Poco prima che Commodo morisse, già da sè stesso erasi procacciati -auguri funesti. Erodiano narra che Lucilla, sorella di Commodo, tramò -la famosa congiura contro la vita del fratello. Quinziano faceva -parte di questa congiura: apparteneva all’ordine senatorio, ed era di -animo pronto ed audace. Un giorno questi si nascose in quell’oscuro -andito che noi già descrivemmo nel cap. terzo; e, veduto comparire -l’Imperatore, snudò improvvisamente il pugnale, e ad alta voce esclamò: -«il Senato ti manda questo!» Ma mentre così parlava e stoltamente -ostentava il nudo pugnale, venne arrestato dalle guardie, e condannato -a morte insieme cogli altri congiurati[474]. - -Mai s’era visto nè udito, dice lo stesso storico, che un Imperatore -sfidasse i più rinomati gladiatori, ed uccidesse di propria mano -tante fiere. Sicchè da ogni angolo d’Italia e dalle regioni finitime -accorrevano le genti in Roma, per assistere a quegli straordinarî -spettacoli. - -Nel giorno stabilito, il nostro Anfiteatro rigurgitava di gente. -Commodo scendeva sull’arena, e in destrezza superava i più eccellenti -tiratori di arco (i Parti) ed i più bravi lanciatori di giavelotti (i -Numidi). Dione, anch’esso ascritto all’ordine senatorio, racconta le -prodezze ed i combattimenti di Commodo[475]. Alle sue _Storie Romane_ -rimettiamo coloro che bramassero averne una contezza particolareggiata. -Noi, per non essere troppo prolissi, ci limitiamo a ricordare -sommariamente che Commodo, prima di portarsi all’Anfiteatro, soleva -indossare una _tunica serica_ con maniche, bianca e trinata di oro. -Dione e tutti i senatori lo salutavano ornato di quell’abito. Lungo -la via che conduceva all’Anfiteatro, si portava innanzi ad esso la -pelle di un leone e la _clava_. «Nel primo giorno (dice Dione) ei solo, -Commodo, uccise cento leoni, girando intorno alla banchina posta sotto -il podio. Tutto l’Anfiteatro era stato diviso da diametri connessi, -con tetto e peridromo[476], i quali tagliavano l’Anfiteatro in doppia -direzione[477] per potere con dardi più facilmente trafiggere le -belve». - -Racconta lo stesso storico che Commodo scese dal _luogo più elevato -al piano dell’Anfiteatro_; e qualunque bestia da macello che a lui -s’avvicinava, tosto l’uccideva; e che inoltre fece cadere una tigre, -un ippopotamo ed un elefante. Dopo il pranzo entrava nella pugna -gladiatoria....... Con esso pugnavano i maestri dei giuochi, ed anche -altri gladiatori.... dai quali in altro non differiva che in questo: -essi discendevano nell’arena per poche monete, mentre Commodo si -_contentava_ ogni giorno di venticinque miriadi![478] Simili spettacoli -durarono quattordici giorni; e mentre Commodo combatteva, noi Senatori -(prosegue Dione) ci raccoglievamo colà coi cavalieri..... Prorompevamo -con altissime grida, nelle solite acclamazioni; e talvolta esclamavamo: -«Signore sei tu, primo, felicissimo; vinci, a memoria di uomini, -Amazonio!» - -Molti del popolo neppure entravano nell’Anfiteatro: alcuni poi si -dipartivano dopo essersi arrestati un momento a guardare: chi _indotto -dalla vergogna delle cose che ivi si facevano, e chi per timore_. Erasi -infatti sparsa la voce che l’Imperatore avea stabilito di trafiggere -con saette gli spettatori: di fare, cioè, ciò che fece Ercole cogli -Stinfalidi. Il popolo, d’altra parte, avea ben donde di ritenere per -vera quella voce che circolava; giacchè non ignorava che quel mostro -una volta riunì in un luogo tutti gli storpi, gli zoppi, ecc.; ed -avendo loro circondato le ginocchia con figure di serpenti, e date -ad essi delle spugne perchè le lanciassero, quasi fossero pietre, e -considerandoli quali giganti, li percosse e li uccise. - -«Questo timore[479], era a tutti comune, nè più agli altri che a noi -stessi appartenenti; perciocchè anche a noi senatori tal giuoco fece -che per quella cagione certissimo eccidio avessimo ad aspettarci. -Conciossiachè ucciso avendo egli uno struzzo (Στρουδός), e tagliato ad -esso il capo, si accostò al luogo ove sedevamo; e quel capo stendendo -a noi colla sinistra, colla destra la spada sanguinosa, nulla disse in -vero; il capo suo soltanto crollò, sogghignando colla bocca, a fine -di mostrare che la stessa cosa avrebbe a noi fatta. Per la qual cosa -movendosi molti al riso, perchè quell’atto invece di timore il riso -aveva in noi eccitato, sarebbero stati essi con quella spada medesima -trucidati, se io masticate non avessi le foglie del lauro che nella -corona aveva; e persuaso non avessi agli altri tutti di fare lo stesso; -affinchè con un movimento continuato della bocca, celare potessimo -gli indizi del riso........ Nell’ultimo giorno de’ giuochi il di lui -elmo fu altrove recato per la porta per la quale sogliono fare uscire -i defunti. E da queste cose nacque in tutti l’opinione che la di lui -morte fosse assolutamente vicina». - -Sotto l’impero di Commodo, la professione di gladiatore, che prima era -infame per legge, addivenne tanto nobile, che si formò il collegio -_Silvano Aureliano_, il quale era composto di quattro decurie, ed -aveva a sua disposizione un tempio dedicato a Silvano[480]. Alla stessa -epoca probabilmente rimonta pur anche il _collegio_ degli _Arenarî_ o -_Bestiarî_, del quale fa menzione una lapide modenese[481]. - - -Settimio Severo, per celebrare il proprio ritorno, il decennio del -suo impero e le vittorie da lui riportate, diè nell’Anfiteatro Flavio -varî spettacoli. Dione[482] ce li descrive così: In quell’occasione -«sessanta cignali Plauziani[483], per disposizione fatta, tra di essi -pugnarono, ed uccise furono molte altre bestie, e principalmente un -elefante ed un corocota[484]. Questo è un animale indiano; e allora -per la prima volta che io sappia, fu portato in Roma. Il suo colore è -quello della lionessa, mescolato con quello della tigre; la sua figura -partecipa degli animali medesimi, ed anche di quella del cane e della -volpe per singolare radunamento. E formato essendo il ricettacolo -delle fiere nell’Anfiteatro a foggia di una nave, così che 400 fiere -racchiuder potesse[485] e mandare fuori in una volta; sciolta essendosi -quella nave all’improvviso, ne scapparono fuori orsi, lionesse, -pantere, lioni, struzzi, asini selvatici, bisonti, i quali sono una -specie di buoi barbara per natura ed all’aspetto. Adunque 700 fiere in -tutto e bestie da macello furono vedute scorrere, a vicenda; e quindi -rimanere uccise. Imperciocchè secondo il numero dei giorni delle feste, -che sette furono, sette centinaia di bestie furono ammazzate». - - -Caracalla si dilettò grandemente dei giuochi gladiatorî e delle -_venationes_[486]. Parecchi spettacoli fe’ celebrare nel nostro -Anfiteatro: colle proprie mani uccise un elefante, una tigre ed un -_ippotigre_[487]. Costrinse il famoso gladiatore Batone, da tutti -stimato invincibile, a battersi nello stesso giorno, ed uno dopo -l’altro, con altri tre gladiatori: Batone, già sfinito, rimase vittima -del terzo. - -Antonino Caracalla onorò il cadavere di Batone con pompose e magnifiche -esequie[488]; e, per compensare in qualche maniera quel suo atto -crudele, gli fece edificare un magnifico sepolcro. Il Fabbretti[489], -presso la Via Aurelia, nella villa Doria-Pamphili, ritrasse il disegno -del cippo, alto piedi 6, once 6, dedicato a questo famoso gladiatore: - - BA . TO . NI . - -Sotto il nome così punteggiato, si scorge una figura scolpita, barbata, -rappresentante Batone con fasce legate intorno al petto, avente sui -lombi una larga cintura, ed al collo una doppia catena, o collana, -adornata con due pallottole rotonde (_torques_). Colla destra stringe -un coltello; la sinistra è difesa dallo scudo, ed egli ha la testa -nuda. Il Winckelmann[490] pubblicò di nuovo questo bassorilievo, e su -di esso fece le seguenti osservazioni: «Egli non ha che un gambale -alla gamba sinistra, formato da una lastra, e legatovi dietro con -delle fasce...... Questa gamba, che mirasi così armata nelle figure di -Castore e Polluce, tanto rinomati pei giuochi ginnici, dipinte in un -vaso di terra cotta....; sì in due gladiatori impressi in una lucerna -anch’essa di terra cotta[491], fanno vedere quest’uso essere stato -proprio di coloro che combattevano nei giuochi pubblici. L’andar poi -eglino così armati ne fa supporre che i gladiatori, mettessero avanti -il piede sinistro, e ritirassero il destro; sebbene la destra gamba di -Batone non rimane senza difesa; vedendovisi legato sotto il ginocchio -un riparo per li colpi, che l’avversario avesse cercato di dargli in -quella parte». - -Regnando Macrino, un fulmine, come vedremo, appiccò il fuoco -all’Anfiteatro, che rimase perciò mutilo per qualche tempo; ed i -giuochi gladiatorî si diedero nello Stadio[492]. - - -Eliogabalo ne intraprese il restauro, e Severo Alessandro lo -portò a perfezione. Una medaglia di quest’imperatore (dell’a. -223) rappresenta il combattimento di un uomo con una belva[493] -nell’arena dell’Anfiteatro Flavio. Fuori di questo si scorge, su di un -piedistallo, un frammento di colonna, e l’imperatore in atto di entrare -nell’Anfiteatro, seguito da una guardia: dall’altra parte apparisce una -specie di portichetto con frontone[494]. La medaglia ha questa scritta: - - IMP . CAES . M . AVR . SEV . ALEXANDER AVG . - -e, nel rovescio: - - PONTIF . MAX . TR . P . II . COS . P . P . S . C .[495]. - -Solennissimi furono gli spettacoli che si celebrarono nell’Anfiteatro -Flavio sotto l’impero di Gordiano III[496]. - -Il Lanciani[497] dice: «È notissima la passione della famiglia di -Gordiano Giuniore e di lui stesso per le _venationes_, e la loro -munificenza nel celebrarle». Gordiano III, per festeggiare il suo -trionfo Persico[498], avea preparati in Roma 1000 paia di gladiatori -fiscali o di proprietà governativa; 22 elefanti, 10 alci, 10 tigri, -60 leoni mansuefatti, 10 _belbi_ ossia iene, un ippopotamo, un -rinoceronte, 10 arcoleonti o leoni di prim’ordine, 10 camelo-pardali, -20 onagri, 40 cavalli indomiti ed altre innumerevoli belve feroci. -Ma queste bestie furono esposte dal suo successore ed assassino, -Filippo, nei ludi secolari, quando, cioè, nel consolato _suo_ e di -_suo_ figlio, celebrò l’anno millesimo della fondazione di Roma[499]. -Pomponio Leto è di parere che questi ludi siano stati fatti nel -Circo Massimo e nel teatro di Pompeo. Il Muratori[500] dimostra che -si diedero nell’Anfiteatro. Nondimeno, come giustamente osserva il -Salmasio, essendo probabile che la distribuzione dei donativi, solita a -farsi dagli Imperatori al popolo, avesse luogo nell’Anfiteatro Flavio; -ed è da credersi che, oltre ai ludi celebrati nel Circo Massimo, se -ne celebrassero anche altri nell’Anfiteatro: molto più che Giulio -Capitolino pare che distingua i giuochi fatti nel Circo dai doni che si -distribuirono nell’Anfiteatro: _et muneribus atque circensibus_. - - -Anche Probo diede nell’Anfiteatro sontuose cacce nell’anno 281, in -cui celebrò il suo trionfo. Vopisco[501] riferisce che in questa -circostanza Probo fece uscire dagli ipogei del nostro Anfiteatro 100 -leoni di prim’ordine, _iubati_, colle loro giubbe sciolte, i quali coi -loro ruggiti facevano rimbombare la cavea a guisa di tuoni; e furono -tutti uccisi dai cacciatori. Si diè poscia la _venatio_ di 100 leopardi -africani e di 100 siriaci; di 100 leonesse, e 300 orsi insieme; il -quale spettacolo, dice il biografo, riuscì più grandioso che gradito: -_Magnum magis constat spectaculum fuisse quam gratum._ - -Alla _venatio_ fe’ seguito un ludo gladiatorio, nel quale lottarono -i prigionieri condotti in Roma pel trionfo: questi erano quasi tutti -africani, della tribù dei Blemî; e ad essi furono aggiunti alcuni -Germani, Sarmati e ladroni Isauri. In tutto, paia 300. - - -Quando, nel 274, Aureliano condusse sul Campidoglio, dietro al suo -carro ed avvinta con catene d’oro, la superba regina dei Palmireni, -Zenobia, e i due Tetrici; l’immensa processione fu preceduta da 20 -elefanti, 200 belve ammansite, della Libia e Palestina, da diversi -_camelo-pardali_, da alci, e da altre simili bestie forastiere[502]. -Succedevano a queste 800 paia di gladiatori e i prigionieri delle varie -barbare nazioni soggiogate, cioè: gli Alani, gli Arabi, gli Assomiti, -i Battriani, i Blemmî, i Persiani, i Goti, i Sarmati, i Franchi, gli -Svevi, i Germani, i Vandali, gl’Iberi, gli Eudemoni, i Palmireni e -gli Egiziani. I seguenti giorni furono impiegati in combattimenti -gladiatorî, in cacce di fiere ed in naumachie[503]: segno evidente che -in quei pubblici sollazzi si fecero massacrare i 1600 gladiatori ed i -prigionieri. - - -Imponentissimi spettacoli ebbero luogo nell’Anfiteatro Flavio ai -tempi di Caro, Carino e Numeriano (283). Calpurnio ce li descrive -particolareggiatamente; e la sua _Ecloga_ è tanto più interessante, -in quanto che fu egli teste oculare di ciò che narra. Calpurnio[504] -induce il pastore Coridone a descrivere ad un altro pastore, Licota, -gli spettacoli dati nel nostro Anfiteatro ai suoi giorni; ed in -pari tempo descrive l’anfiteatrale edificio. Noi riportiamo in nota -il testo, dando qui relegante traduzione del march. Luigi Biondi -pubblicata in Roma nel 1841. - - «Coronato di travi in un conteste - Vidi il superbo Anfiteatro al cielo - Surgere, quasi del Tarpeio colle - Sovrastando alla vetta; e vidi immenso - Ordin di gradi dolcemente acclivi. - Pervenni là dove la sozza plebe - In abbrunati vesti, avea suo loco - Infra le logge ove sedean le donne; - Perchè lo spazio, che non chiuso giace - Sotto l’aperto ciel, riempivan densi - I cavalieri e i candidi tribuni. - Appunto come questa valle in giro - Spazïoso dilatasi, ed i suoi - Fianchi inarcando, concava si curva - Per entro una catena di montagne - Incoronate di pendenti selve; - Così pur ivi flessuoso cerchio - Cinge lo spazio della curva arena: - E due gran moli torte in egual arco - Forman conesse insieme egual figura. - Come ridir potrò le cose tutte, - Se tutte contemplarle a parte a parte - Io medesimo non valsi? fulgor tanto - D’ogn’intorno la vista mi percosse! - . . . . . . . . . . . . . . . . - Coverto d’auro il portico, di gemme - Ricoverta del portico la fascia, - Splendevano a vicenda: e colà dove - Ha termine l’arena, e il vasto circo - Chiudesi di marmorea muraglia, - Eran d’avorio levigate ruote, - Il cui volubil perno delle fere, - Col volger pronto, l’adugnar fu vano, - E si avventan, le rovescia a terra. - Splendevan anco di fin auro attorte - Le reti che sporgeano inver l’arena - Per più denti disposti a ugual distanza: - Ed era (s’io pur merto fede alcuna, - La mi porgi, o Licota) era ogni dente - Assai più lungo d’un de’ nostri aratri. - Che mai per ordin potrei dirti? Io vidi - Ogni sorta di belve: i bianchi lepri; - I cinghiali col corno; e la manticora; - E persin l’alce trasportata insieme - Cogli alberi del bosco ov’ella nacque. - Vidi pur tauri moltiformi: alcuni - Squassan le giubbe per lo collo, e ad altri - Aspra la barba giù dal mento scende, - E setolosa la giocaia trema, - Nè solo io vidi le silvestre fere; - Ma vidi pur gli equorei vitelli - Affrontati con orsi: anco la belva - Vidi del nome del cavallo degna, - Se ben deforme, che in un fiume nasce.... - Quel fiume che trabocca e i colli irriga. - Oh quante volte trepidando scôrsi - Spalancarsi l’arena, e dall’aperta - Voragin della terra emerger belve! - E spesso fuor de le latebre istesse - Crebber piante che avean d’auro le fronde, - E le cortecce del color del croco»[505]. - -Contro il costume dei suoi antecessori, sembra che Diocleziano non -abbia dato nell’Anfiteatro Flavio solenni giuochi, neppure allorchè -venne in Roma per celebrarvi i vicennali. Il Muratori[506] dà di questo -fatto, quasi singolare, la spiegazione seguente: - -«Parla ancora (Lattanzio) di sontuosi conviti dati in questa occasione -da Diocleziano, ma non già dei solenni giuochi, siccome costumarono -i precedenti Augusti, perchè egli, studiando il più che potea il -risparmio, si rideva di Caro e d’altri suoi predecessori, che secondo -lui scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli. -Uscirono perciò contro di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo -egli soffrire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi -da Roma e di andarsene a Ravenna verso il fine dell’anno, senza voler -aspettare il primo dell’anno seguente, in cui egli doveva entrar -Console per la nona volta». - - -Ed ora eccoci ai Cesari cristiani. Costantino, nell’anno 325, che è -l’anno del Concilio Niceno[507], diresse da Berito (Beirut) a Massimo -una legge[508], colla quale proibiva universalmente gli spettacoli -gladiatorî, e li vietò non soltanto per aver letto i libri di Lattanzio -Firmiano[509], ma molto più perchè il cristianesimo fu mai sempre -nemico acerrimo della barbarie e d’ogni crudeltà. «Sono notissime, dice -il ch. Lanciani[510], le fasi della lotta lunga e pertinace sostenuta -dalla nascente civiltà cristiana e dal mitigarsi della fierezza degli -antichi costumi contro i giuochi gladiatorî». - -Già nel 315 Costantino ordinava ad Eumelio (il quale nell’anno seguente -diveniva vicario dell’Africa) di togliere l’uso di marcare in fronte -con ferro rovente i gladiatori condannati a morte; e ciò, _per non -disonorare il volto umano, in cui si traluce sempre qualche vestigio -della beltà celeste_[511]. Dalla stessa _Berito_ emana Costantino -un’altra legge, vietando assolutamente ai giudici di condannare i rei -alla condizione gladiatoria; e comanda che questa pena sia commutata -co’ lavori forzati alle miniere, affinchè, senza spargimento di sangue, -il reo subisca la pena dei suoi delitti: nell’ozio civile, e nella -domestica quiete non piacciono gli spettacoli sanguinosi[512]. - -Ma il popolo amava troppo i vietati divertimenti! Non era prudente -urtare soverchiamente la sua passione; e quindi fu mestieri tollerare -ancora gli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio. Ce n’è testimonio S. -Agostino[513], il quale narra che circa l’anno 390 venne in Roma -Alipio, il quale fu talmente violentato dai suoi amici a portarsi al -nostro Anfiteatro, onde assistere ai ludi gladiatorî, che finalmente -s’arrese. Alipio era cristiano; l’avea battezzato S. Ambrogio in -Milano; e, nell’accondiscendere ai suoi amici, fè proposito di -assistere ai giuochi cogli occhi chiusi. Resistè per molto tempo in -questa posizione; ma verso la fine dello spettacolo, il popolo, per una -singolare presa di gladiatori, proruppe in una grande acclamazione; -e il povero Alipio non potè più a lungo resistere: fu vinto dalla -curiosità, aprì gli occhi, e alla vista dello spettacolo rimase ferito -nel cuore: _spectavit, clamavit, exarsit, abstulit secum insaniam, qua -stimularetur redire et alias trahens_. - -Anche fuori di Roma si proseguì a dare qualche spettacolo gladiatorio. -Labanio Antiocheno[514] afferma che, solo quattr’anni dopo la legge -suddetta, il suo zio materno diede in Antiochia una meravigliosa -giostra di gladiatori. - -Nell’anno 357 l’Imperatore Costanzo ordinò ai _munerarii_, sotto multa -di 6 libbre d’oro, di non adescare col danaro i soldati; e proibì, in -pari tempo, a coloro che avessero una dignità palatina, di ascriversi -al detestabile ceto gladiatorio. Stabilì inoltre di rimettere ai -maestri dei cavalieri e dei pedoni, nonchè ai governatori di palazzo, -i militi e palatini che spontaneamente si presentassero al detto -_munerario_ per divenire gladiatori[515]. Nel Lanciani[516] leggiamo: -«Costanzo e Giuliano ai 16 di ottobre del 357 indirizzarono ad Orfito -pr. urb. altra costituzione sullo stesso argomento[517], confermata da -Arcadio e da Onorio nel 397. La mala usanza prevalse ad onta di tutti -quegli editti». - -Gl’Imperatori Valentiniano e Valente (a. 364) ordinarono a Simmaco, -Prefetto di Roma, che nessun cristiano, per qualsivoglia delitto, -venisse più condannato ai ludi gladiatorî[518]. - -Nell’anno 397 Arcadio ed Onorio proibirono ai Senatori di ricevere i -gladiatori al loro servizio; ed ordinarono che presentandosi essi a -questo scopo, si trasportassero nelle più remote solitudini[519]. - -Apprendiamo da Prudenzio[520] che sotto l’impero di Onorio si davano -ancora spettacoli gladiatorî. Il poeta ci descrive gli spettatori di -quei barbari ludi: - - _Respice terriferi scellerata sacraria ditis,_ - _Cui cedit infausta fusus gladiator harena;_ - -detesta quel crudele piacere: - - _Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?_ - _Quid pulvis caveae semper funebris, et illa_ - _Amphitheatralis spectacula tristia pompae?_ -e rivolgendo la parola all’Imperatore, lo scongiura perchè voglia una -buona volta abolire quelle scelleratezze: - - _Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,_ - _Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,_ - _Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli._ - -Onorio! prosegue Prudenzio, tuo padre (Teodosio il grande) vietò -di sacrificare agli idoli, e fece bene; ma tu maggior gloria -t’acquisteresti se vietassi il massacro umano, o i ludi gladiatorî, -permettendo le sole _venationes_: - - _Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:_ - _Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari._ - _Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,_ - _Nec sua virginitas oblectet coedibus ora._ - _Jam solis contenta feris infamis harenae,_ - _Nulla cruentatis homicidia ludat in armis_[521]. - -Nel 403 o 404, in seguito alla ben nota uccisione del monaco -Telemaco[522], della quale noi già trattammo nell’_Introduzione_, -ebbero fine i giuochi gladiatorî[523]. - -Le _venationes_ proseguirono a celebrarsi fino al secolo VI. Quantunque -la lotta degli uomini colle belve fosse pur essa sanguinosa, nondimeno -i principi e gli scrittori non la riguardarono molto dal lato -umanitario. Due, a mio parere, ne furono le ragioni: 1.º, perchè era -quasi impossibile l’intiera, simultanea e repentina abolizione degli -spettacoli gladiatorî e venatorî, pei quali, come è noto, i popoli -nutrivano tant’affetto; 2.º, perchè i bestiarî od arenarî erano quasi -tutti rei di delitti capitali, e quindi doveansi sottoporre all’estremo -supplizio; perciò si credè più opportuno ed umano che morissero uccisi -dalle belve, piuttosto che per mano de’ loro simili. - -Nel 399, per celebrare e solennizzare il consolato di Flavio Manlio -Teodoro, si diedero nell’Anfiteatro delle cacce; e Claudiano, nel -panegirico che pronunziò di quel console ed in quella occasione[524], -passò in rassegna le fiere che in quella _venatio_ dovean irrigare di -sangue l’arena. - -Essendo Imperatore Teodosio e Placido Valentiniano (a. 442), le -_venationes_ erano ancora in vigore, giacchè sappiamo che il Prefetto -Rufo Cecina Felice Lampadio, restituì, come vedremo nel seguente -capitolo, l’arena, il podio, ecc. A suo luogo riporteremo le lapidi che -ricordano questi restauri. - -Nel 519 Eutarico Cillica, sposo di Amalasunta, figlia di Teodorico, -si portò in Roma per celebrare, con elargizioni e sontuose feste, il -suo consolato. All’uopo si fecero venire dall’Africa belve feroci -e peregrine, le quali, per le loro strane forme, eccitarono gran -maraviglia negli spettatori[525]. - -Nell’anno 523 finalmente, assumendo il consolato Anicio Massimo, si -diedero nell’Anfiteatro Flavio gli ultimi spettacoli, dei quali rimanga -memoria. - -Calati in Italia i Goti col loro Re Witige (a. 537), assediarono -Roma. Belisario venne in soccorso dei Romani[526], e alla prigionia -di S. Silverio seguirono altre calamità. Roma ebbe allora ben altro a -pensare; e i giuochi anfiteatrali cessarono onninamente. E molto meno -si pensò ad essi in appresso, nel tempo che la capitale del mondo fu -oppressa dal duro giogo dei Goti e dei Longobardi, sino ai tempi di -Carlo Magno (see. VIII). - -Ed ora, prima di chiudere questo capitolo mi sia lecito presentare -in nota ai lettori il testo di una lettera che Teodorico inviò al -console Massimo[527]. In questa lettera il re gotico raccomanda a -Massimo di rimunerare con lauti premî i venatores, e di premiarli più -generosamente che i lottatori, i sonatori ed i cantanti; perchè quelli -(dice), ond’essere applauditi, si espongono nell’arena dell’Anfiteatro -Flavio a divenire preda certa delle feroci belve, ed a provare (prima -che lo spirito abbandoni le lacere membra) i più crudeli tormenti. -Detesta un tale spettacolo, inventato per onorare la Scitica Diana, la -quale dilettavasi dell’effusione del sangue. Dopo una breve descrizione -dell’Anfiteatro Flavio, Teodorico passa a narrare la maniera degli -inumani ludi; quindi raccomanda di nuovo al console di mostrarsi -liberale verso quegli uomini, che, per festeggiare il suo consolato, -sono invitati alla morte; e conchiude: «Ahi deplorevole errore degli -uomini! Se un lieve lume splendesse di ciò che richiede giustizia, di -tante ricchezze si userebbe a favore della vita dei mortali, piuttosto -che gittarle per procurarne la morte». - -«È singolare, conchiuderò col Gori[528], il modo di ragionare di -Teodorico. Giudica l’atto detestabile; ma, per non opporsi al fanatismo -popolare, non solo ordina di tollerarlo, ma anche di ricompensarlo con -molta liberalità!». - - - - -CAPITOLO QUINTO. - -L’Anfiteatro Flavio danneggiato e restaurato. - - -Capitolino, nella vita di Antonino Pio, ricorda un restauro fatto da -quest’Imperatore. Tale restauro si crede comunemente occasionato dal -grande incendio avvenuto in Roma sotto lo stesso imperatore, fondandosi -sul passo di quell’autore[529]: _Adversa eius temporibus[530] haec -provenerunt.... Romae incendium quod trecentas quadraginta insulas -vel domos absumpsit.... opera eius haec extant: Romae Graecostadium -post incendium restitutum, instauratum amphitheatrum_. Ma se al Ch. -Lanciani[531] sembrò un _mistero_ l’incendio dell’Anfiteatro Flavio, -prodotto da un fulmine (il che peraltro potè avvenire a cagione -delle molte parti lignee, che si trovavano internamente sulla sommità -dell’Anfiteatro), a me sembra, più che un mistero, un’impossibilità -fisica che un incendio avvenuto nelle vicinanze del Grecostadio, -_Graecostadium post incendium restitutum_, ed estesosi fin presso -l’Anfiteatro, avesse potuto colle sue vampe traversare un’area libera -che lo circondava: area che nel punto più stretto era di circa 25 -metri; ed abbia potuto danneggiare il colossale recinto esterno -di travertino, il quale, del resto, noi vediamo tuttora illeso, se -facciamo eccezione di tre o quattro archi del piano terreno, che, come -è noto, soffrirono il fuoco nel medio evo. - -Del restauro di Antonino Pio non se ne hanno documenti epigrafici, -lo che indica essere stata cosa di lieve momento. Il Mezzabarba, nel -suo volume delle medaglie, assicura trovarsene una coll’effigie di -Faustina, moglie di Antonino Pio, coniata dal Senato, colla scritta: - - PVELLAE FAVSTINIANAE S. C. - -e portante sul rovescio la figura di un edificio non dissimile -dal nostro Anfiteatro. Questa medaglia, prosegue il Mezzabarba, fu -conservata nel Museo Bassetti; e, secondo la descrizione trasmessagli -dal Noris, giudica che siffatto edificio rappresenti il restauro di -quest’Anfiteatro, eseguito da Antonino Pio in onore e memoria della sua -moglie Faustina. «Di qual sorta però fosse, dice il Marangoni[532], non -ne troviamo memoria». - - -Sotto il brevissimo impero di MACRINO[533], l’Anfiteatro Flavio -arse. Dione[534], che fu teste oculare, così parla[535]: «Il teatro -venatorio[536], percosso dal fulmine nello stesso giorno dei Vulcanali, -fu così incendiato, che rimasero incendiati tutti i gradini ed il -recinto superiore; e tutto il resto fu dal fuoco danneggiato. Nè giovò -l’aiuto umano, quantunque vi scorresse, per così dire tutta l’acqua di -Roma; nè potè arrestarlo la pioggia, che in grande copia e veemenza -cadeva; quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse -assorbita dalla forza dei lampi: e vi si aggiunse che per questo motivo -lo spettacolo dei gladiatori per molti anni si diede nel circo». - -Ma come mai il fulmine potè far ardere l’Anfiteatro? Il Ch. -Lanciani[537] dice a tal proposito: «per me è un mistero che il -Colosseo possa essere stato da un fulmine ridotto a così mal termine, -d’aver avuto bisogno di non men di sei anni per ripararlo. D’altronde -il fatto è provato dalla testimonianza di Dione, dalle monete di Severo -Alessandro e dai grandi restauri di quell’età». Ma se si rifletta -che la parte superiore dell’Anfiteatro era circondata da una grande -quantità di legname; che sul terrazzo del portico v’erano attorno -attorno arrotolate le voluminose tende di ciascun settore del velario e -l’immenso cordame per distenderle; che v’erano inoltre 240 verricelli -lignei, i quali erano necessarî per la giusta tensione dei canapi, -e che, verosimilmente erano incatramati e formavano l’ossatura del -velario stesso; non si rimarrà più tanto dubbiosi in ammettere che -un fulmine, investendo le travi esterne verticali foderate di bronzo, -abbia potuto produrre una tanto disastrosa catastrofe, e danneggiare -la parte marmorea del monumento. Sembra che in quell’occasione andò in -fiamme pur anche il pavimento o suolo ligneo dell’arena, del quale il -Lanciani[538] scrive: «L’arsione poi del pavimento o suolo dell’arena, -dimostrerà a coloro che non la vogliono intendere, che, almeno fino dal -principio del terzo secolo, l’arena lignea era pensile sulle proprie -costruzioni». - -Nell’anno stesso dell’incendio, ma prima che questo avvenisse, Macrino -avea già aboliti i giuochi volcanali; ma la rovina dell’Anfiteatro, -avvenuta ἐν ἀυτῆ τῶν Ἠφαιστείων ἡμέρα, cioè nel giorno stesso -nel quale avrebbero dovuto aver luogo i ludi aboliti, destò nel -popolo tal terrore superstizioso, che ne domandò e ne ottenne il -ripristinamento[539]. - -Sotto l’impero di Eliogabalo, s’iniziarono i restauri del nostro -edificio: _Et Amphitheatri instauratio post exustionem_[540]; e -nell’anno 223 Severo Alessandro li proseguì[541], ordinando che le -tasse sborsate dalle donne di male affare si destinassero ai restauri -dell’Anfiteatro, del teatro di Marcello, del circo e dell’erario: -_Lenonum vectigal, et meretricum, et exoletorum in sacrum aerarium -inferri vetuit, sed sumptibus publicis ad instaurationem theatri, -circi, amphitheatri et aerarii deputavit_[542]. Severo Alessandro -condusse a termine il restauro; e di questo risarcimento fa fede -quel nummo già da noi riportato al capitolo quarto, e che nel diritto -presenta la protome dell’Imperatore paludata, coll’epigrafe: - - IMP . CAES . M . AVR . SEV . ALEXANDER AVG . - -e nel rovescio, l’Anfiteatro con combattenti, e fuori di esso persone -togate, ed intorno la scritta: - - PONT . MAX . TR . P . II . COS . P . P . S . C .[543] - (a. 976/223). - -Il Maffei crede che l’ultima mano al restauro l’abbia data Gordiano -Pio (a. 238); e lo deduce da quell’insigne medaglione che egli riporta -nella tav. I della sua opera sull’anfiteatro di Verona. La medaglia -offre nel dritto la protome di Gordiano III, coll’epigrafe: - - IMP . GORDIANVS PIVS FELIX AVG .[544] - -e, nel rovescio, l’Anfiteatro avente a sinistra la Mèta ed il Colosso, -a destra una specie di portichetto arcuato, sostenuto da colonne ed -ornato di timpano il quale copre una statua stante; in mezzo all’arena -poi presenta un toro alle prese con un elefante, e nel dintorno -l’iscrizione: - - MVNIFICENTIA GORDIANI AVG. - -In basso si scorge l’Imperatore a cavallo, munito di scettro e -preceduto da una Vittoria; e dietro il cavallo, un soldato. Questa -medaglia o monumento numismatico non presenta una data positiva, ma -certo appartiene al periodo fra l’anno 238 dell’êra volgare (in cui -Gordiano ebbe il titolo d’Augusto) e l’anno 244, quando Gordiano rimase -estinto pel nero tradimento di Filippo[545]. Anche il Canina[546] è di -parere che Gordiano abbia aggiunte altre opere all’Anfiteatro. Ma il -Ch. Lanciani[547] dice che questa asserzione è gratuita; imperocchè di -Gordiano Giuniore _opera.... Romae nulla extant praeter quaedam nymfia_ -(sic) _et balneas_[548]. - - -Circa l’anno 259 o 260 l’Anfiteatro Flavio tornò a subire un nuovo -incendio; ma il danno fu lieve, e il monumento venne tosto restaurato -dall’Imperatore Decio[549]. Se di questo restauro ne fu lasciata -memoria in marmo, questa è perita. - -Una legge[550] emanata da Costantino in Sardica il 17 Dicembre, e -ricevuta gli otto marzo del 321, si riferisce alla consulta degli -aruspici, in caso che un fulmine colpisse un pubblico edificio. In -questa legge parlasi di un anfiteatro, e molti pensano che si alluda -all’Anfiteatro Flavio. Se così fosse, il danno prodotto dal fulmine -dovè essere di piccolissimo momento, giacchè nè gli storici nè i -cronografi ne fanno menzione. - -Nel 357 l’Anfiteatro era nella sua piena integrità. Ammiano[551] -ricorda la nostra grandiosa mole con maraviglia: _Inter alia, -Amphitheatri molem solidatam lapidis tiburtini compage, ad cuius -summitatem aegre visio humana conscendit_. - -Paolo Diacono narra che circa l’epoca dell’irruzione degli Unni nella -Tracia e nell’Illiria[552], Roma fu scossa da un violento terremoto, -il quale danneggiò e fe’ crollare molti insigni edificî: _Sub his fere -diebus tam terribili terraemotu Roma concussa est, ut plurimae aedes -eius et aedificia corruerunt_[553]. - -Fra gli edifici danneggiati vi fu probabilmente anche l’Anfiteatro -Flavio, giacchè, regnando Valentiniano III, negli anni cioè 425-455, -ebbero luogo in esso importantissimi restauri. Ci porge questa notizia -la epigrafe seguente: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -Quest’epigrafe, pubblicata dal Fea[554] e riprodotta dal Parker[555], -e incisa in un masso di «_marmo pantelico.... quadrato_ di circa 20 -palmi in lunghezza.... rotto, cadendo dall’alto, e di altezza 5 palmi, -once 7.... Ha servito prima questo masso a due altri usi. In principio -forse per pilastro o spalla a qualche edifizio grandioso, come quelli -dell’Arco di Tito: perchè vi si vede, nella faccia sotto l’iscrizione -per lungo, un festone simile di frondi e di animali, di assai buona -e grandiosa maniera.... Dove è l’attuale iscrizione prima ve ne era -un’altra in caratteri assai più grandi di bronzo, come si rileva -dagli incavi delle lettere ancora esistenti in molti punti di tutte -le linee: malgrado che siano state rasate le lettere per incidervi le -nuove.... È notabile il luogo ove si è trovato il marmo. Questo è nel -grande portico di mezzo.... poco avanti verso l’arena ai due piloni -di travertini, sopra una selciata grande salita, fattavi nei bassi -tempi.... E questa è la terza selciata che si è discoperta»[556]. - -Il marmoreo ricordo conservasi presso il luogo della scoperta. Le -lacune dell’iscrizione sono state così supplite: - - _Salvis_ [_dd_] _nn Theodosio et Placido V_[_alentiniano augg._] - _Ruf_[_us_] _Caecina Felix Lampadius v. c._ [_et inl. praef. urbi_] - _ha_[_re_]_nam amphitheatri a novo una cum po_[_dio et portis_] - _p_[_ost_]_icis, sed et reparatis spectaculi gradibus_ - [_restituit_] - -Noi già demmo il nostro giudizio nel supplemento di quest’epigrafe e -sulla frase: _Portae Posticae_ usata in questa lapide[557]. - - -V’ha un frammento epigrafico che dice: - - SALV( d. n.... VC ET [Illustration:ill-fogl.jpg] - TASIV - VM - (C. I. L. VI, p. 860, n. 83 _Addit._ 32099). - -Questo frammento è più oscuro dell’altro che troviamo nel C. I. L. p. -860, n. 95, il quale benchè si riferisca certamente ad un restauro, -nondimeno per essere troppo meschina cosa non possiamo giudicare della -qualità dei restauri stessi. Ecco il frammento: - - _salv_IS . DD _nn_ . _theodosio et_ - _placi_DO VA_lentiniano augg._ - _anici_VS AC_ilius Glabrio Faustus_ (?) - _v . c . et inl . praef . urbi restituit_ (?) - -«Negli anni 467-472, un _Messius Phoeb_..., probabilmente prefetto -della città, condusse nuovi restauri nell’Anfiteatro. Ne fan fede -quattro brani di epigrafe scoperti negli ultimi scavi: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -«I frammenti _a b_ sono editi nel C. I. L. VI, p. 860, 100: il -frammento _c_ è inedito: il frammento _d_ sta pure nel C. I. L. p. -860, n. 86. Mi sembra evidente trattarsi di due versioni dell’istessa -iscrizione, la quale ricorda restauri che non è possibile determinare -con precisione. Il nome dell’autore dei restauri si ritroverà -nell’iscrizione dei sedili. I frammenti sopra riferiti sembrano -chiamarlo _vir clarissimus et inlustris praefectus_ u(_rbi_) patricius -co(_ns_) ordinarius cet.»[558]. - -Un altro terremoto danneggiò l’Anfiteatro Flavio, essendo Prefetto -di Roma Decio Mario Venanzio Basilio; e questi lo restaurò _sumptu -proprio_, forse nell’anno 508. Tre iscrizioni rinvenute nell’Anfiteatro -ce ne fanno fede. - -La prima dice: - - VENANTI - [=VC] - [=COS] - DECIVS MARIVS VE - NANTIVS BASILIVS - [=VC] ET [=IN]L PRAEFECTVS - VRBI PATRICIVS CONS a 508 - ORDINARIVS ARENAM - ET PODIVM QVAE ABOMI - NANDI TERRAE MOTVS - RVINA PROSTRA - VIT SVMPTV PRoPRIo RESTITviT[559] - -«Nel 1810, nella prima arcata in fuori della parte Nord, a sinistra -dell’ingresso, sepolta da calcinacci»[560] si trovò una lapide -opistografa. Nella fronte si legge: - - _d. n. i_NVICTISSIMO - _m. au_RELIO. - _ca_RINO. PIO - _fel. i_NVICTO. AVG a. 284/85 - _chre_SIMVS TABVL. - _su_MMARVM RATIONVM - _cu_M PROXIMIS ET ADIV_tori_B - _nu_MINI EIVS DICA - TISSIMI - -Nel lato opposto: - - DECIVS MARIUS VENAN - TIVS BASILIVS [=VC] ET [=INL] PRAE - FECTVS [=VRB] PATRICIVS - CONSVL ORDINARIVS ARE - NAM ET PODIVM QVAE - ABONTINANDI TER - RAE MOTVS RVIN PROS - TRAVIT SVMPTV - PROPRIO RESTITVIT - -Il 23 agosto 1813 fu trovata questa iscrizione in pessimi caratteri -nell’Anfiteatro Flavio, benissimo conservata. Stava in origine sul -podio dalla parte settentrionale verso il tempio di Roma e Venere, poi -caduta giù nell’Arena»[561]. - - DECIVS MARIVS VENANTIVS (_sic_) - BASILIVS [=V] [=C] ET I[=N]L P[=RA]EF - [=VRB] PATRICIVS CONSVL - oRDINARIVS ARENAM ET - PODIVM qVAE ABoMI - NANDI TERRAE Mo - TVS RVINA PROS - TRAVIT SVMPTV PRO - PRIO RESTITVIT[562] - -Decio Marco Venanzio Basilio visse ai tempi di Teodorico[563], ed -alcuni cronografi fissano la prefettura di Basilio all’anno 508. I -restauri dell’arena e del podio si praticarono probabilmente dal -Prefetto della Città poco prima dei giuochi venatorî esibiti da -Cillica. - -Nel Marangoni[564] si legge: «Il sig. cav. Maffei[565] dice essere -stato scritto che mons. Ciampini possedesse un’iscrizione, in cui -facevasi memoria di un risarcimento del Colosseo fatto da . . . . . -Teodorico: ma che avendo egli pregato mons. Bianchini . . . . questa -iscrizione non si è potuta trovare»[566]. - -L’iscrizione era verosimilmente uno dei soliti sigilli figulini: - - ✠ REG. D. N. THEODERICO. FELIX. ROMA ovvero BONO. ROME[567] - - - - -PARTE II. - -DAL SECOLO VI AL MEDIO EVO. - - - - -CAPITOLO PRIMO. - -Il Colosseo — Origine di questa voce. - - -Sòrte le ostilità fra i Goti e l’Impero d’Oriente, Roma andò soggetta -per venti e più anni a gravissimi mali. Non pare perciò probabile -che in quel tempo il popolo romano pensasse ai giuochi ed ai pubblici -divertimenti. Svanì pian piano l’uso degli spettacoli anfiteatrali; -e la _grande_ e _venerabile mole_ dei Flavî rimase inutile e quasi -abbandonata: così principiò a soffrire gli insulti degli uomini e dei -tempi. - -Quando nell’anno 663 l’Imperatore Costantino III venne in Roma, -l’Anfiteatro Flavio conservavasi ancora intatto. Costantino depredò i -bronzi dei romani monumenti: «XII dies in civitate Romana perseverans -(Costantinus), omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis deposuit; -sed et ecclesiae sanctae Mariae ad Martyres quae de tigulis aereis -erant discoperuit et in regia urbe cum alia diversa quas deposuerat -direxit»[568]. - -Costantino III fu dunque causa della mancanza degli oggetti di bronzo -che si è verificata in quasi tutti gli scavi praticati nel nostro -Anfiteatro; e probabilmente fu pure ai tempi di quell’Imperatore che -scomparvero i clipei di bronzo e le coperture delle travi esterne del -velario: anzi, con ogni verosimiglianza, fu egli stesso il rapitore -della famosa statua colossale ricordata da Marziale, e che noi -scorgiamo raffigurata sulle medaglie di Gordiano III, posta sopra un -basamento, quasi di contro alla Mèta Sudante. È vero che lì presso, -come scrive Flaminio Vacca[569], fu rinvenuta una testa colossale di -bronzo[570], rappresentante, secondo il parere di alcuni, Commodo; ma -quel rinvenimento non può fare ostacolo alla supposizione accennata, -perchè quella testa, secondo il giudizio degli scultori, e come leggesi -nel Venuti[571], non corrisponde alle misure del _Colosso_ lasciateci -dagli scrittori antichi. - -Se la famosa _profezia_ attribuita al Ven. Beda fosse autentica, e -se l’interpretazione che ne dànno alcuni storici _antico-moderni_ -fosse giusta, noi potremmo ritenere che nel secolo VIII l’Anfiteatro -Flavio si conservasse ancora integro. Ma poichè oggi si dubita -dell’autenticità di quel passo[572], ed è ben diversa l’interpretazione -che varî storici contemporanei ci offrono di esso; non potrà -sentenziarsi sull’integrità dell’Anfiteatro nel secolo VIII, fino a che -sulla _profezia_ di Beda non si sparga nuova luce. Sappiamo nondimeno -che in quel secolo la celeberrima _mole dei Flavî_ incominciò ad esser -chiamata, anche da scrittori serî, indifferentemente _Amphitheatrum_ -e _Colosseum_. Nell’_Itinerario_ di Einsiedeln[573] leggiamo infatti: -«_Palatin traiani_. AMPHITHEATRUM»; nel Libro Pontificale invece[574] -troviamo: «COLOSSEUM». - -Si disputa fra i dotti se l’Anfiteatro Flavio abbia avuto il nome -di _Colosseo_ per la grandiosità della sua mole, ovvero se questa -voce abbia tratto origine dal vicino _Colosso di Nerone_[575]; o se -finalmente tal denominazione abbia avuto principio dalla posizione -topografica del monumento: vale a dire, se l’etimologia del Colosseo, -il quale «_trovavasi nella regione d’Iside e Serapide_», provenga -_dalla corruzione della voce Collis Isaeum_[576]. - -Riportiamo le ragioni dei singoli scrittori, ed esaminiamo le loro -sentenze. - -Il Donati, il Nardini, il Ficoroni, il Venuti e generalmente tutti i -topografi di Roma fino al Nibby, opinarono che «Colosseo» derivi dal -_Colosso di Nerone_, che sorgeva prossimo all’Anfiteatro Flavio, e che -quel nome sia stato usato per la prima volta nei _secoli barbari_. - -Questi archeologi vedevano tanto limpida detta derivazione, da crederne -inutile un’opportuna dimostrazione. — Che il _Colosso_ di Nerone fosse -celebre nell’antichità, ce l’attesta il ricordo che, con segni di vera -ammirazione, ce ne trasmisero gli storici ed i poeti; e più ancora -lo deduciamo dalla festa annua che ai 6 di Giugno celebravasi in suo -onore e che ci è stata tramandata dal Calendario Filocaliano colla -frase: _Colossus coronatus_. Questa festa fu probabilmente istituita -in memoria della dedicazione di quel _Colosso_ al _Sole_, allorquando -Vespasiano, _damnatis sceleribus illius principis_, cioè di Nerone, -lo coronò con sette raggi colossali[577]. Ma non sembra credibile che -quei dotti abbiano potuto opinare che l’Anfiteatro Flavio assumesse -il nome di Colosseo _nei secoli barbari_. Essi infatti dovean sapere -(o almeno dubitarne) che a quei tempi il _Colosso_ non più esisteva. -Io mi permetterei piuttosto congetturare che quegli scrittori -pensassero invece che quella voce fosse un’eco di un _modo volgare -antico_, venuto in uso ai tempi di Adriano, e precisamente allorquando -quel _celeberrimo Colosso Neroniano_ venne collocato a pochi passi -dall’Anfiteatro. - -Di questo trasporto, fatto dal suddetto Imperatore, ce ne trasmise -la memoria Sparziano[578]; e la somma difficoltà dell’impresa e la -sua felice attuazione dovettero senza dubbio lasciare nel volgo una -profonda impressione, la quale potè in seguito influir tanto da far -sostituire nel discorso volgare alla parola _Amphitheatrum_ la voce -_Colossus_. E ciò potè facilmente avvenire cambiando la frase _ire ad -amphitheatrum_, in: _ire ad colossum_; cangiamento il quale avrebbe -dato, in questo caso, origine alla frase (ora un po’ strana, ma forse -allora semplicissima): _ad Colossum eo_; espressione che, per una -naturale eufonia, potè divenire AD COLOSS’EO; e poichè nell’Anfiteatro -Flavio si davano continui spettacoli, e v’era quindi occasione -frequente di usare quella frase, pian piano l’Anfiteatro Flavio divenne -addirittura il Colosseo. - -Un caso non simile ma uguale è avvenuto ai tempi nostri. Il teatro -principale di Roma, detto di Apollo, sorse presso la _Torre di Nona_; -e sebbene questa torre non si possa affatto paragonare al famoso -_Colosso_ di Nerone, pur nondimeno essa diè il nome al teatro; e detta -denominazione fu usata da tutti indistintamente, anche dalle persone -di più alto ceto, in modo, che formatasi dalle due parole un’unica -voce, ognuno per dire: _vado al teatro_ di Apollo, diceva: _vado a -Tordinona_. Non pare adunque impossibile che anche gli antichi invece -di dire: _ad amphitheatrum eo_, dicessero: _ad colossum eo_ e poscia, -per eufonia, _ad Coloss’eo_[579]. - -Se poi si volesse ricercare nell’antichità un’origine più conforme -alla gravità di quei dotti, potremmo opinare che quel vocabolo si -principiasse ad usare subito dopo effettuato il trasporto del _Colosso_ -a pochi passi dell’Anfiteatro; e che, come da _Isis_ nacque _Isaeum_, -da Adriano _Adrianeum_, ecc.; così anche dal Colosso sia nata la voce -_Colosseum_. - -In ogni modo, che l’Anfiteatro Flavio sia stato chiamato dal volgo -_Colosseo_ prima del secolo VIII è un fatto certo; e una prova la -troviamo negli stessi documenti del secolo VIII, nei quali la parola -_Colosseo_ è usata come nome proprio dell’Anfiteatro a tutti cognito. - -Il Maffei, il Mazzocchi, il Nibby ed altri ritengono che l’Anfiteatro -Flavio non abbia preso il nome di _Colosseo_ per il Colosso, ma per la -sua colossale mole. Ecco le parole del Maffei[580]. - -«Questa mirabil mole chiamasi in Roma per tradizione immemorabile il -Coliseo; in latino si trova scritto _Coliseum_ o _Colosseum_. Il comune -consenso dei moderni scrittori ha già fissato da gran tempo, che così -si denominasse l’Anfiteatro dal popolo, perchè in poca distanza da -esso stesse il Colosso di Nerone: ma alcune considerazioni io proporrò, -perchè altri giudichi se così debba continuarsi a credere. Il Colosso -di Nerone[581] alto 120 piedi, opera di Zenodoro, fu collocato nel -vestibolo della sua Casa aurea. Abbiamo un epigramma di Marziale[582] -per cui si trova Tito d’aver restituita all’uso pubblico, e convertita -in benefizio comune quella grande parte di Roma che Nerone aveva -occupata con la sua casa. Vediamo in esso, come ov’era prima l’atrio, -Tito fece strada, in poca distanza dalla quale era il Colosso, e -vediamo come _la venerabil mole dell’Anfiteatro_ non fu alzata nel sito -dell’atrio, o sia del vestibolo, ma in quello delle peschiere (_stagna -Neronis erant_), che dovean certamente essere dal vestibolo assai -lontane. Presso all’Anfiteatro, ov’eran prima orti e passeggi, fece -Terme chiamate da Marziale veloci doni (_velocia munera_); la ragione -appar da Suetonio, che dice furono edificate in fretta (_celeriter -extrudis_). - -«Altre osservazioni ancora par che persuadano rimanesse in non piccola -distanza dall’Anfiteatro il Colosso di Nerone. Fu esso poi mosso dal -suo luogo, e fatto trasportare da Adriano: secondo Sparziano fu allora -dedicato al Sole; ma sappiam da Plinio[583], _damnatis sceleribus -illius principis_, che ciò era fatto fin dai suoi tempi, in odio alle -scelleraggini di Nerone, e però quando il fece ristorar Vespasiano, -di che parla Suetonio. Commodo poi lo tramutò di nuovo, fattagli -levar la testa con riporvi la sua. Ora dice Sparziano che nel sito -ov’era prima il Colosso, fu poi fatto il Tempio della _Dea Roma_ (_De -eo loco in quo nunc templum Urbis est_), quale non sarà certamente -stato a ridosso dell’Anfiteatro; anzi convien dire ne fosse assai -lontano, s’è il mentovato da Vittore in region diversa (_Templum urbis -Romae_). L’istesso autore mette pure in region diversa dall’Anfiteatro -un Colosso, distinto tra gli altri, e di consimil grandezza, che per -quello appunto di cui si parla, par si palesi dall’aver avuto sette -raggi intorno al capo, che lo denotavano sacro al Sole. Non potè -adunque denominarsi l’Anfiteatro da statua, che non gli era prossima, -nè attinente per nessun conto». - -La prima parte dell’argomentazione del Maffei si basa chiaramente -sopra un falso supposto. Egli infatti crede che il Colosso di Nerone -fosse assai lontano dall’Anfiteatro, mentre ormai nessuno dubita che -il tempio di Venere e Roma, ossia il _templum Urbis_ di Sparziano, -trovavasi immediatamente di fronte al Colosseo; e quindi sappiamo di -certo il posto ove Adriano collocò il Colosso. - -Sicchè è cosa positiva l’opposto di quanto opinava l’illustre storico -Veronese; e il Colosso di Nerone, dedicato al Sole, fu sempre vicino -all’Anfiteatro, e dopo il suo traslocamento trovavasi tanto prossimo -ad esso, che se avesse avute aperte le braccia, avrebbe potuto quasi -toccare colla mano i travertini del Colosseo. - -Ma prosegue il Maffei: «che se prossimo ancora fosse stato un colosso -a così vasto e dominante edifizio, anzi che dato il nome è assai più -credibile l’avesse preso: e n’abbiam chiaro l’esempio, ove riferisce -Plinio[584]: _vocatur Pompeianus a vicinitate theatri_, che un colosso -di Giove, grande come una torre, fatto porre nel Campo Marzio da -Claudio, per esser vicino al teatro di Pompeo, acquistò il nome di -Pompeiano». - -Il Colosso di Nerone sorse pur troppo vicinissimo all’Anfiteatro, -eppure non prese il nome di _Flavius_ o _Flavianus_! Nessuno degli -scrittori antichi ce lo ricorda infatti con questo appellativo. - -Gli ultimi due argomenti del Maffei sono i seguenti: - -«Che se altri mi richiede, donde adunque originata io pensi tal -denominazione, dirò che da null’altro, se non dal comparir questo -edifizio tra tutti gli altri, quel che era tra le statue un colosso, e -dall’uso antico di chiamar così tutto ciò che eccedesse in grandezza. -Vennemi questo pensiero gran tempo fa nel leggere in Suetonio, come a -tempo di Caligola Esio Proculo per l’insigne ampiezza e bella forma del -suo corpo veniva chiamato _Colossero_ o _Colosseo_; come forse in quel -luogo deve scriversi: _ob egregiam corporis amplitudinem et speciem -Colosserus dictus_[585]». - -Aggiunti altri esempî consimili, così prosegue; - -«Mi accertai del tutto scorrendo poi l’_Istoria_ d’Erchemperto Monaco -dell’edizione di Camillo Pellegrini, replicata ora nel tomo secondo -delle _Cose Italiche_; perchè due volte in essa chiamasi _colosso_ -(forse è da legger _Colosseo_) l’anfiteatro di Capua, dove non era -certamente il Colosso di Nerone. Appar però manifestamente, come si -dava tal nome agli anfiteatri dal popolo, per la loro maravigliosa -altezza». - -Tralascio gli esempî tolti dalla straordinaria grandezza dei corpi -umani, perchè appunto da questi esempî si fa manifesto che il nome -_colosso_ fu sempre proprio delle statue gigantesche, e che da queste -passò a significar coso di grande mole; e vengo all’ultimo argomento. - -Il monaco Erchemperto chiamò _colosso e forse Colosseo_ l’Anfiteatro -di Capua, _ove non era certamente il Colosso di Nerone_; ma lo chiamò -così quando l’Anfiteatro Flavio già da tempo dicevasi Colosseo; e se il -suddetto monaco chiamò con questo nome l’Anfiteatro di Capua, dovè così -chiamarlo come appunto un contadino (che io conobbi mentre egli era al -servizio di un mio amico) soleva chiamare _Via Appia_ qualunque antica -via lastricata di poligoni di lava basaltina[586]. - -Il Mazzocchi non aggiunge agli argomenti del Maffei che l’autorità di -Esichio. È vero che gli etimologisti greci fanno derivare la parola -κολοσσός dallo _sforzo_ che fa la vista per giungere ad una grande -altezza; ma è pur certo che questo vocabolo κολοσσός e dai Greci e dai -Latini fu costantemente usato ad indicare le statue di straordinaria -grandezza. - -Il Nibby finalmente dice di non poter ammettere che l’Anfiteatro Flavio -abbia preso il nome dal _Colosso di Nerone_, perchè nei _tempi barbari_ -questo non più esisteva. L’opinione del Nibby trova una risposta nella -spiegazione già da me enunciata, e che io immaginai per poterci rendere -ragione del come il Donati e gli altri dotti di sopra citati abbiano -potuto ritenere che l’Anfiteatro Flavio prendesse il nome di Colosseo -dal _Colosso di Nerone_. - -Rimane ad esaminare l’opinione del Corvisieri, il quale crede che la -voce _Coliseo_ abbia tratto origine da _Collis Isaeum_. Ecco le sue -parole: «.... Nel perdere il suo nome una contrada, quello talvolta -non dispariva del tutto ma rimaneva appiccato ad un monumento vicino; -come avvenne dell’Anfiteatro Flavio che prese nome di _Colliseo_ -da una vicina contrada così detta dall’Iseo sulle falde del colle -Esquilino.... È d’avvertirsi che sì l’una che l’altra lezione[587] -conservano chiare le forme del _Collis Ysaeum_, vocabolo poi convertito -per eufonia in _Collisaeum_, il quale, come da per sè suona, non -potè mai appartenere in origine all’_Anfiteatro Flavio_; ma bensì ad -un tempio della Dea Iside, detto dal _colle_ per la sua giacitura, -ed anche per distinguerlo da qualsifosse altro tempio dello stesso -titolo. L’anonimo Einsidlense, che si vuol vissuto tra l’VIII e il -IX secolo, ebbe occasione di nominare nel suo schema topografico -di Roma l’Anfiteatro Flavio, ma lo disse _Amphitheatrum_ e non già -_Collosaeum_, nè _Colisaeum_. Ho esaminato inoltre le leggende dei -SS. Martiri, utilissime a rischiarare la topografia di Roma nel -medio evo, come quelle che in buona parte, secondo la sana critica, -si reputano esercitazioni rettoriche della letteratura monastica -di quel tempo; e non ho mai trovato abbiano detto altrimenti che -Anfiteatro quel luogo, il quale, per essere stato destinato alla -morte di tanti campioni del cristianesimo, ebbero spesso il bisogno -di nominare. La terza regione di Roma fu appunto detta di Iside dal -tempio di questa Dea, che come principal monumento vi dovea figurare -prima dell’impero di Tito e di Nerone. La memoria di questo tempio fu -registrata nelle MIRABILIA ROMAE: _Coloseum fuit templum Solis, mire -magnitudinis et pulchritudinis, diversis camerulis adaptatum, quod -totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura, et -coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. -Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna que -quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero Phebus_ etc. — Ben -s’intende che il _Coloseo_ nell’età delle _Mirabilia_ più non esisteva, -poichè se ne parla come d’un monumento che fu; e quindi la descrizione -che se ne fa così impropria si deve credere basata sulla volgare -tradizione del popolo, il quale, lontano dai tempi dell’idolatria, -potè facilmente esser tratto a credere come indizio del tempio del -Sole qualche avanzo della sua decorazione che accennava ai misteriosi -simboli del culto Isiaco tra’ quali avean pur luogo il Sole, la Luna ed -altri segni celesti. Dobbiamo aver sempre presente che nel medio evo -si giudicò assai grossamente delle nostre antichità. Rari sono que’ -monumenti, anzi rarissimi, che restarono immuni da un travisamento. -Rispetto al _Coloseo_, poco ci caglia che non si scrivesse il giusto: -ma basti il vederlo indicato ben diverso dall’_Anfiteatro Flavio_, -com’è altresì questo del Coloseo. Forse fin dai tempi di Beda era già -crollato il _Coliseo_, secondo mi par di raccogliere dall’oscurissimo -contesto delle riferite parole; nelle quali con troppa serietà s’è -detto racchiudersi una giocosa predizione di quel pio scrittore. - -«Il Beda parla in quel punto della vana presunzione che ha l’uomo di -non errare, della facilità che ne ha, e della vergogna che gliene -deriva se ne venga convinto. A rafforzare la qual sentenza pare si -valesse di quel vaticinio, che, dato come infallibile e come tale -creduto, egli vedeva a’ suoi tempi smentito dal fatto. Il nome di -_Coliseo_ rimase per lungo tempo attribuito alla contrada, e scomparsi -gli avanzi di quel monumento, passò quindi a distinguere unicamente -il vicino Anfiteatro; e fu la colossale figura di questo, per cui -il popolo, ignaro della vera origine del vocabolo, lo _ammodò_ in -_Colosseo_. A suggellare ciò che ho detto, adduco la gravissima -testimonianza di Benedetto, canonico di S. Pietro (sec. XII), dalla -quale si conosce come a suo tempo fosse ancora distinto l’Anfiteatro -della contrada, che, come ho detto, prese il nome di _Colisseo_. -Descrivendo egli l’itinerario del Papa nel tornare il lunedì santo -dalla Basilica Vaticana al Laterano, dice che, giunto all’arco -trionfale di Costantino, divertiva a sinistra _ante Amphitheatrum et -per sanctam viam juxta Colliseum_[588]; e queste parole c’indicano -eziandio chiaramente la postura del _Colliseo_ sulle pendici -dell’Esquilino»[589]. - -L’argomentazione del Corvisieri si riduce a questo: A levante -dell’Anfiteatro v’è una lacinia dell’Esquilino, sulla quale (secondo il -ch. autore) esisteva un tempio Isiaco, creduto nel medio evo del Sole. -Questo tempio dalla sua elevata posizione, per distinguerlo dagli altri -d’Iside che erano in Roma, fu detto _Isaeum collis_, dal che _collis -Isaeum_ e finalmente _Colliseum_ e _Coliseum_; termine per lungo tempo -attribuito alla contrada, e che poi, dal popolo ignaro della vera -origine di quel vocabolo, fu applicato all’Anfiteatro Flavio, perchè -lo vedeva un colosso! La poca sodezza di questa argomentazione è -palpabile: con tutto ciò è bene dimostrarla. - -Ritenere che su quella parte dell’Oppio la quale guarda l’Anfiteatro -Flavio, sia esistito un tempio Isiaco, è un vero abbaglio. Non v’ha -infatti chi ignori che quel sito fu occupato primieramente dalla _Domus -aurea_ di Nerone, la quale estendevasi dalla _somma sacra via_ fin -oltre le Terme di Traiano, con tutte le sue parti sontuose, non esclusa -la termale e la magnifica piscina detta oggi le _Sette Sale_: posizione -determinata con chiarezza da Marziale e da Suetonio, e resa certa -dalle escavazioni fatte in quella zona. Poscia sorse su quell’altura -la casa di Tito; ed il rinvenimento del Laocoonte ricordato da Plinio, -_in Titi Imperatoris domo_[590], ce l’ha dimostrato fino all’evidenza. -Questa casa però non fu che la parte più nobile della _Domus aurea_, -assegnata da Vespasiano a Tito, ed estendevasi sull’Oppio. Finalmente -sopra una gran parte della _domus Titi_ furono erette le Terme di -Traiano, le quali si conservano ancora in parte, ma che nel secolo XVI -si trovavano in tanto eccellente stato di conservazione, che Palladio -potè lasciarcene i disegni[591]. Sappiamo inoltre che il tempio d’Iside -e Serapide della IIIª regione fu ben lungi da questa cima dell’Oppio; -e sebbene ad alcuni sembrò vederlo sull’estremo lembo orientale -del colle, pur tuttavia la grande maggioranza degli archeologi lo -ritiene sorto nella valle Merulana, presso la chiesa dei SS. Pietro -e Marcellino, dove in ogni tempo vennero in luce copiosi monumenti -Isiaci. Cade così la maggiore della argomentazione del Corvisieri, e -con essa la conseguenza. - -Tuttavia, se piacesse considerare per poco alcune prove addotte da -quell’autore a sostegno della sua tesi, si troverebbero vacillanti -assai. Ed invero, che dire del vaticinio così detto di Beda, e del -passo delle _Mirabilia_ riferiti dal Corvisieri al tempio d’Iside? Per -ciò che riguarda il primo, converrebbe immaginarci il tempio d’Iside -della III regione qualcosa di assai più celebre e grandioso del tempio -di Giove Capitolino o del Pantheon, se il _profeta_, chiunque si -fosse, fece dipendere da quel tempio le sorti di Roma e del mondo! -Relativamente poi al passo delle _Mirabilia_, fa di mestieri osservare -che questo è preso dalle _Mirabilia breviata et interpolata_[592] e -che nella prima edizione della _Mirabilia_[593] e nella _Graphia_[594] -è scritto: _ante Coleseum templum Solis_, e non _Coleseum fuit templum -Solis_. Leggendo adunque, colle prime edizioni, _ante Coleseum templum -Solis_, si rende chiaro che il _templum Solis_ (che per il Corvisieri -sarebbe lo stesso che _Isaeum_) non era nè poteva essere il _Coloseum_. -Se inoltre il passo delle _Mirabilia breviata et interpolata_ fosse -stato riportato per intero, si sarebbe veduto a colpo d’occhio che le -stesse _Mirabilia_ interpolate distinguono il Colosseo dal tempio. -Il passo infatti chiude con queste parole: _Ante vero Coliseum fuit -templum in quo fiebant cerimoniae praedicto simulacro_ (al Colosso del -Sole). Del resto, il rozzo e molto superficialmente erudito scrittore -ci dà senz’altro la descrizione dell’Anfiteatro Flavio attinta dai -classici. In quel _coopertum aereo celo et deaurato_ vi si scorge -l’esametro di Calpurnio: _Balteus en gemmis, en illita porticus auro. -Certatim radiant_....; nell’_ubi tonitrua, fulgura et coruscationes -fiebant_, apparisce il passo di Dione: «Il teatro venatorio percosso -dal fulmine.... quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti -venisse assorbita dalla forza dei lampi»; in quel _per subtilis -fistulas pluviae mittebantur_ si rileggono le parole di Seneca: -_Numquid dubitas, quin sparsio illa, quae ex fundamentis mediae arenae -crescens in summam amphitheatri altitudinem pervenit, cum intentione -aquae fiat_. - -Ma perchè andar più oltre colle osservazioni, se l’autore si basa su di -un falso supposto? - -Ecco come l’Adinolfi giudicò l’opinione del Corvisieri: «Vi è qualche -erudito che vorrebbe distinguere il _Coliseo_ da Anfiteatro, dicendo -che l’Anfiteatro fosse vicino al Colle Iseo, opinione che ha della -sofisticheria»[595]. - -Di fronte a queste disparate opinioni, il sagace e prudente lettore -sceglierà quella che gli parrà più verosimile. - - - - -CAPITOLO SECONDO. - -Il Colosseo nel suo abbandono e poscia convertito in fortezza feudale. - - -Dalla metà circa del secolo VI al secolo XI il Colosseo, a quanto -pare, rimase abbandonato. Nessuno scrittore di quel corso di secoli -fa menzione di esso; e perciò qui ci è impossibile colmare tant’ampia -lacuna. - -Sennonchè questa lacuna non è soltanto propria dell’Anfiteatro -Flavio, ma è comune a tutti i grandiosi monumenti pubblici di Roma; -come, ad esempio, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, quelle di -Diocleziano, ecc. Nè noi possiamo renderci ragione di un tal fatto, -se non opinando col Nibby che questi monumenti «non ostante che più -non servissero allo scopo a cui erano destinati, e per questo lasciati -dallo Stato in abbandono, tuttavia rimanendo di proprietà pubblica non -fosse stato permesso ai potenti privati di quei tempi di occuparli; -trovando così il perchè della mancanza per tre secoli e mezzo di -documenti pubblici e privati relativi a monumenti di questo genere: -sicchè non ci resta che contemplarne lo stato di completo abbandono in -cui si trovarono in questo periodo». - -Per quanto riguarda il Colosseo, possiamo ragionevolmente supporre che -fin dalla cessazione dei ludi gladiatorî la custodia dell’Anfiteatro -cominciasse ad essere trascurata, e che sempre più proseguisse -col rarefarsi degli spettacoli venatorî. A questa trascuranza, -d’altronde legittima conseguenza delle calamitose vicende di quei -tempi, e dello spopolarsi della città, attribuì Teodorico, sul finir -del secolo V, la ruina dei monumenti romani, come egli stesso dice -per bocca di Cassiodoro: _Facilis est aedificiorum ruina incolarum -subtracta custodia, et cito vetustatis decoctione resolvitur quod -hominum praesentia non tuetur_. La reale ruina però ebbe principio -dopo l’ultimo spettacolo dato da Anicio Massimo. Il Cancellieri[596] -scrisse: «Il popolo romano _chiese licenza a Teodorico_ di ristorare -le mura della città colle _pietre dei gradini_ (del Colosseo) che si -trovavano _smosse_». Questo fatto, il quale trova un fondamento nei -danni arrecati all’Anfiteatro dall’ABOMINANDO terremoto di cui parla -Venanzio, e nella giusta deduzione che quel magistrato (per lo scarso -numero degli abitanti di Roma a quel tempo, e per la mancanza di mezzi -proporzionati) abbia restaurato quanto era allora necessario, vale a -dire l’_arena_ ed il _podio_[597]; questo fatto, dico, non può esser -avvenuto che nell’ultimo triennio della vita di quel re, fra il 523 ed -il 526, dopo la lettera di sopra riferita, nella quale Teodorico mostra -la sua ripugnanza per i giuochi sanguinarî ed il desiderio di abolirli. -La quale lettera, e specialmente la sua chiusa, dovè persuadere -abbastanza il popolo romano del volere del re. - -Del completo abbandono dell’Anfiteatro a quel tempo, ce ne fa -testimonianza un _cimitero cristiano_ sviluppatosi appunto nei -primi decennî del secolo VI a pochi passi del Colosseo, di fronte -all’ingresso imperatorio che guarda l’Esquilino[598]. Questo -_cimitero_, da non confondersi coll’altro, più recente, di S. Giacomo, -situato a contatto del Colosseo dalla parte del Laterano, e che ha -salvato dalla distruzione i cinque cippi terminali dell’area esterna -dell’Anfiteatro, venne in luce negli scavi del 1895. Esso si trovava -allo stesso livello dell’Anfiteatro, ed avea le tombe coperte con -tegole improntate di bolli antichi, in nove delle quali si leggevano -_marchi_ dell’età di Teodorico. Una delle tombe, che dall’iscrizione -si potè giudicare del secolo VII circa, si rinvenne all’altezza di due -metri dall’antico piano dell’Anfiteatro, davanti all’ultimo pilastro -orientale del portico, scoperto a piè del colle. Questo cimitero, -storico documento, dopo tredici secoli di esistenza scomparve sotto il -piccone che sistemava l’attuale via, la quale rasenta il Colosseo. - -Lasciato l’Anfiteatro a discrezione del tempo, il primo che dovè -risentirne i danni fu senza dubbio il soffitto ligneo del portico -superiore, il quale pian piano dovè corrompersi, lasciando libere -a sè stesse le colonne che lo sostenevano; e queste, nel violento -terremoto che colpì l’Italia nell’aprile dell’anno 801, e recò a Roma -danni gravissimi (tra i quali la ruina della basilica di S. Paolo), -dovettero precipitare giù per la cavea, e sprofondare nell’ipogeo -dell’arena[599]. Dopo questa catastrofe più che mai trovarono alimento -alla vegetazione piante ed arbusti, che, come scrisse vivacemente il -Tournon: _plantant leurs racines dans les interstices des pierres, -avaient pris, sur les rampes ruinées, la place des spectateurs_: fu -questo senza dubbio il colmo della flora del Colosseo! - -Quelle caverne e quelle boscaglie dovettero dare, con ogni -verosimiglianza, comodo ricetto ad animali d’ogni sorta, non esclusi -i lupi, i quali, come leggesi in una bolla di Paolo II, fin all’anno -1466, ancor s’aggiravan di notte presso la basilica Vaticana in cerca -di preda. _Corpora fidelium quae humabantur in coemeterio dicti campi_ -(Teutonico) _saepe numero reperta fuissent a lupis exhumata_. - -Finalmente l’Anfiteatro uscì da questo stato di squallido abbandono, -entrando in una nuova fase. - -Sul finire del secolo XI l’Anfiteatro Flavio subì le medesime -vicissitudini che subirono gli altri grandiosi edifici di Roma antica. -Gli Orsini occuparono la Mole Adriana — già nel 985[600], stata -occupata da Crescenzio Nomentano — per molestare Papa Giovanni XVI; -ed il Teatro di Marcello. I Colonnesi presero possesso del Mausoleo -d’Augusto e delle Terme di Costantino sul Quirinale; ed il Settizonio -di Severo e l’_Anfiteatro Flavio_ vennero occupati dai Frangipani, -discendenti della nobile famiglia Anicia, secondo alcuni, od originarî -di Cori e discendenti dai _de Imperio, de Imperatore, de Imperato, -Imperii_, secondo altri[601]. - -E qui cade in acconcio rivolgerci una domanda: fu un utile, ovvero -fu un danno per gli antichi monumenti, l’esser passati nelle mani di -nobili famiglie romane? — Se consideriamo i pubblici monumenti come -cosa che dovea rimanere di pubblico dominio (dei quali, d’altronde, -l’autorità legittima in nome e ad utilità del popolo potea disporre); -e se osserviamo la cosa sotto l’aspetto che i monumenti, caduti nelle -mani dei privati, facilmente possono venir deturpati, modificati, -ed anche parzialmente distrutti; non possiamo lodare tali atti -d’impadronimento. Ma se si rifletta che soltanto i monumenti posseduti -dai nobili; che soltanto i materiali e le decorazioni dei monumenti -distrutti, trasferiti nei musei o adoperati in pubblici usi, nelle -chiese, ecc., si sono potuti sottrarre ai colpi del piccone demolitore, -o agli insulti della barbarie, o alla cieca cupidigia di chi tutto -sacrifica al guadagno; se si rifletta, dico, a tutto questo, dovremo -riconoscere che per i monumenti non fu un vero danno, ma piuttosto un -bene l’esser passati in possesso privato delle nobili famiglie. Che -rimarrebbe oggi della tomba di Cecilia Metella, del teatro di Marcello, -del Pantheon, ecc., se nella barbara età di mezzo non fossero stati -ridotti in fortezze o in case feudali, e l’ultimo in tempio cristiano? -La fine di tante statue colonne ed altri marmi, che ornarono tanti -magnifici edifizî, non sarebbe stata in una fornace?..... Mi si perdoni -questa digressione, e torniamo all’argomento. - -Noi abbiamo notizia di un Benedetto Frangipane, che nel secolo V, -essendo Patriarca d’Occidente, ebbe la sua dimora in Trastevere[602], -ove possedeva palazzi, case ed il ponte senatorio: e nella bandiera -del rione Trastevere campeggia ancora il leone degli Anicî. Sulla -pianta del Nolli poi, pubblicata nel 1748, la via che tuttora si chiama -ANICIA, viene denominata VIA FRANGIPANE. - -I discendenti di questa famiglia emigrarono successivamente in varî -luoghi; e quei che rimasero in Roma ebbero il loro centro principale -sul Palatino, là proprio dove un tempo dimorarono i Papi, e dove nel -secolo IX sorse l’episcopio di Giovanni VIII. Quest’edificio era a -poca distanza dell’Arco di Tito; ed appunto fra l’Arco e l’episcopio -i Frangipani innalzarono una torre, che i cronisti ricordano come il -luogo più sicuro della curia e della cancelleria ecclesiastica: _locus -tutissimus curiae_. Questa torre, detta perciò _Chartularia_, fu -innalzata su i resti di un antico edifizio, e trovavasi a sinistra di -chi dal Colosseo s’avanza verso l’Arco di Tito[603]. - -Oltre alla torre _Chartularia_, i Frangipani adoperarono a loro -fortezze gli archi di Tito e di Costantino. Ma la fortezza principale -dei Frangipani era presso il Colosseo; anzi era una parte stessa -di questo Anfiteatro, il quale fu posseduto da questa famiglia fin -dall’anno 1130; e possedevano inoltre in quel rione due _corpi_ di -case. Il primo era sulla piazza di S. Giacomo, il secondo trovavasi -presso l’Arco di Tito. Il Papa Innocenzo II[604], a fine di ripararsi -dalla fiera persecuzione dell’antipapa Anacleto II[605], si rifugiò -nelle fortezze dei Frangipani presso il Colosseo. Il card. d’Aragona, -nella vita di quel Pontefice, scrisse: _Ad tutas domos Frangipanum -de Laterano descendit, et apud S. Mariam novam et Chartulariam atque -Colossaeum_[606]. Tolomeo Lucchese dice: _Recollegit in domibus -Frangepaniorum quae in Coliseo erant_. F. Tolomeo, vescovo di Torcello, -contemporaneo, nella storia del suo tempo[607] scrive che nell’anno -1133 Innocenzo II _se recollegit in domibus Frangipanensium, quae erant -infra Colisaeum, quia dicta munitio fuit tota eorum_. I Frangipani -ebbero presso il Colosseo due case. In quale di esse il Pontefice -Innocenzo II si ricoverò? Qualche moderno scrittore opina che si -ricoverasse in quella del Colosseo, basando la sua opinione sulle -riferite parole di Tolomeo Lucchese, e dalla frase _infra Colisaeum_, -usata da altri scrittori. L’Adinolfi è di parere che la parola -«_infra_» _possa interpretarsi abbasso od innanzi al Colosseo; sicchè -il loro detto poco varrebbe a sciogliere il nodo della questione. Le -parole del Lucchese sono più chiare, e sembra indicare la casa che -corrispondeva alla piazza di S. Giacomo e che comunicava col Colosseo. -Ciò non ostante_, conchiude, _non è da stimare per certissima, non -essendo più case di essi addossate al Colosseo, ma una solamente_. - -Dalle parole del vescovo di Torcello si deduce che il Colosseo era -stato cangiato in vera fortezza (_munitio_), difesa da genti armate e -soldati, e che apparteneva alla famiglia dei Frangipani, _quia dicta -munitio fuit tota eorum_. - -La mole resistette agli attacchi della fazione parteggiante per -l’antipapa, il quale, furente ed acceso di collera, andò a saccheggiare -la Basilica Vaticana, il Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre -chiese di Roma, servendosi delle usurpate ricchezze per corrompere i -Romani, onde farsi da questi sostenere. - -Innocenzo II passò in Francia, e vi si trattenne fino alla morte -dell’ex ebreo Anacleto II. Al suo ritorno (il quale avvenne nel -1142), dovè con sommo suo dispiacere, assistere alla cerimonia -della ripristinazione del Senato Romano e della Repubblica, la quale -occupò il Colosseo e tutte le altre torri e fortezze dei Frangipani, -nonchè quelle tenute dagli altri baroni creduti avversi al governo -popolare[608]. - -«Spenta la persecuzione fatta da Pietro di Pier Leone (antipapa -Anacleto II), si accese nel popolo romano la brama di ridurre nel -proprio dominio Tivoli ed altre città del Lazio. In sulle prime -rimasero vincitori i Tivolesi, ma poi ebbero la vittoria i Romani, -sicchè quelli domandarono mercè al Pontefice, e l’ottennero. Dispiacque -la concessione ai Romani; e, indignatisi contro Innocenzo, posero in -vigore l’antico Senato. La famiglia Frangipani, che avea accolto nelle -sue fortezze il Pontefice, fu tenuta dal popolo come nemica, e la torre -_Chartularia ed il Colosseo_ caddero in sue mani»[609]. - -Ma la Repubblica e i partiti popolari sono non di rado violente -bufere che duran poco. Quando i popoli s’avveggono dell’inganno e del -lucroso mestiere dei suoi corifei, dànno un passo indietro e tornano -alla calma, tanto loro proficua e necessaria. Pochi anni dopo[610] -Alessandro III, veduta in fiamme la chiesa di S. Maria in Torre, e -la Basilica di S. Pietro nelle mani di Federico I; e, per le tante -insidie tesegli dall’esercito di quest’Imperatore, trovandosi nella -dura necessità di abbandonare il palazzo Lateranense; insieme ai -cardinali ed ai vescovi discese alle sicure case dei Frangipani presso -S. Maria Nuova, la Torre _Chartularia_ ed il Colosseo: e quivi ogni -giorno s’adunavano le Congregazioni, si trattavano cause e si davano -risposte[611]. - -«In quell’epoca, dice il Gori[612] il Colosseo divenne la fortezza -tutelare della libertà (sic) pontificia»; e dal Panvinio[613] -apprendiamo che in quell’epoca «il Colosseo comunicò il suo nome -ad una regione di Roma della quale i Frangipani erano i capitani, -ed i cui _bandonarii_ precedevano colle insegne il Papa nel dì -dell’incoronazione». - -Alessandro III scomunicò Federico I, e, forse nell’Agosto del 1167, -partì da Roma, per maggior sicurezza, nelle due galere o battelli -armati che aveagli mandato sul Tevere il re di Sicilia, Guglielmo[614]. - -Verso la fine del pontificato d’Innocenzo III (1216), Pietro Annibaldi, -nipote per parte di donna del suddetto papa Innocenzo III[615], -volle edificare una torre nelle vicinanze dell’Anfiteatro, onde poter -attaccare i Frangipani e far loro abbandonare il Colosseo. Le torri -degli Annibaldi erano sulla _sostruzione_ del tempio di Venere e Roma, -e se ne trova una traccia nella pianta di Leonardo Bufalino. - -Ma i Frangipani non rimasero inerti, e dalla torre di Naione[616] e -dallo stesso Colosseo procurarono mandare a vuoto il disegno degli -Annibaldi. Questi però non si scoraggirono, ed il desiderio d’occupare -il Colosseo era il loro sogno dorato[617]; ed ecco che si presenta -loro un’occasione propizia. Federico II si porta in Acquapendente: -si manifesta persecutore della Chiesa; rompe le relazioni con papa -Gregorio IX, e mette in iscompiglio la città di Roma. L’Imperatore -ebbe per un momento il sopravvento; e gli Annibaldeschi approfittarono -di questa congiuntura per ottenere che Federico II forzasse i -Frangipani, Enrico e Giacomo, a ceder loro la metà del Colosseo -coll’annesso palazzo, e a sanzionare la cessione con giuramento[618]. -Forse sull’altra metà aveva diritto il Senato Romano fin dai tempi di -Corrado, allorquando fu violentemente presa; e ciò per porre nelle mani -dei suoi favoreggiatori metà dell’ampio edificio. - -E per giungere a tale determinazione, debbon esser sopraggiunti dei -fatti che noi ignoriamo; poichè Federico II, all’epoca di Gregorio -IX, quando era in possesso di quella fortezza, fu da Pietro Frangipane -molto ben trattato. - -I Frangipani, alla lor volta, reclamarono presso Innocenzo IV, -domandandogli l’annullamento di quel trattato. Il papa annuì, e con -breve del 18 marzo 1244 dichiarò _nulla_ la cessione del Colosseo, per -non essere stata opportunamente chiesta dai Frangipani l’indispensabile -facoltà di poter cedere un luogo del quale essi non eran padroni, ma -semplici feudatarî del sovrano Pontefice; e dichiarò pur _nulla_ la -permuta degli altri beni, perchè fatta non con libertà, ma sotto la -violenza e le minacce di Federico II. Ecco il tenore della bolla: -«Quum sicut lecta coram nobis vestra petitio continebat, nuper -apud Aquapendentem in presentia Principis constituti, eidem ad suam -instantiam ipsius timore perterriti, MEDIETATEM COLISEI CUM PALATIO -EXTERIORE sibi adiacente et omnibus iuribus ad ipsam medietatem -pertinentibus dilecto filio Anibaldo civi romano titulo pignoris -obligata, quae ab Ecclesia Romana tenetis in feudum de facto cum -de iure nequiveretis, duxeritis concedenda, praestitis nihilominus -iuramentis vos contra concessionem huiusmodi non venturos, licet ex -hoc essetis non immerito puniendi, attendentes tamen, quod coacti -quodammodo terrore tanti principis id fecistis, concessionem huiusmodi -_nullam_ esse penitus nuntiantes praedicta ad vestrum et Ecclesiae -Romanae ius et proprietatem _auctoritate praedicta revocamus_: -iuramentis praedictis nihilominus relaxatis, eadem auctoritate -excomunicationis vinculo, ac poenae quinque millium marcharum argenti -omnes qui contravenire praesumserit supponentes»[619]. - -Il Sommo Pontefice (per impedire che il Colosseo andasse a cadere nelle -mani di Federico II, con grave danno di Roma) dichiarò formalmente -esser l’Anfiteatro di diretto dominio della Santa Sede; e per questa -pontificia dichiarazione si vennero a far manifeste le differenti -opinioni dei varî partiti; poichè alcuni credevano che il Colosseo -appartenesse alla Chiesa, mentre altri ritenevano appartenesse -all’Imperatore. - -Annullato il contratto, gli Annibaldeschi dovettero abbandonare il -Colosseo, ove in quel frattempo avevano abitato: _Annibaldenses quoque -Romani Proceres se munierunt, in Colossaeo, in eoque habitarunt, -quemadmodum antea Frangipanes_[620]; e i Frangipani tornarono nel loro -primitivo possesso. - -«E quanto alle abitazioni fatte dai Frangipani entro il Colosseo, -si riconoscono fino al presente le muraglie che occupano e dividono -fra gli archi esteriori e gli interiori sopra l’antiche scalinate, -al numero di 13 verso il Laterano, onde il circuito era molto -considerevole, ed è a credersi, che fossero anche similmente chiusi -quelli dell’ordine inferiore corrispondenti; ed in effetto nel -pavimento dei superiori si scorgono aperture fatte per poter discendere -con scale alle parti inferiori; ed anche si veggono nella stessa parte -superiore chiusi i pilastri dei due portici nel mezzo, e formano due -ambulacri, sino ove tagliato si vede tutto l’ordine dell’elevazione -esteriore»[621]. - -Sul declinare del secolo XIII e sugli esordî del XIV, gli Annibaldi, -malgrado la bolla pontificia, approfittando dei torbidi che agitarono -Roma, tornarono in possesso del Colosseo. Però nel 1312[622], dopo il -solenne banchetto tenuto in Roma dall’Imperatore Enrico VII, il quale -era venuto nell’alma Città per ricevere la corona imperiale dai legati -spediti da Avignone dal Papa Clemente V, lo stesso Imperatore costrinse -gli Annibaldi a rendere alla S. Sede i palazzi e le fortezze delle -Milizie, come pure la torre di S. Marco ed il Colosseo: _Annibaldumque -Militiarum palatia, munitionesque, ac turrim S. Marci et_ COLISAEUM, -_quorum possessor erat reddere cöegit_. «Non è a credere, dice -l’Adinolfi[623], che tutto l’edifizio anfiteatrale fosse da questi -abitato, benchè molte sue parti fossero state o chiuse o afforzate -da loro per guarentirlo dalle parti contrarie all’una od all’altra -famiglia. Occuparono fino al secondo piano dell’edifizio»[624]. - -Verso la metà del secolo XIV i Frangipani possedevano ancora un palazzo -presso il Colosseo. Nell’archivio Lateranense[625] v’è un istrumento in -data 22 Ottobre 1238, per il quale Pietro Riccardo Frangipane vendè ad -Orso Orsini _quartam partem Palatii magni et domorum junctorum Coliseo -et prope Coliseum_. - -I Legati Pontificî posero sotto la giurisdizione del Senato e del -Popolo Romano il Colosseo, il quale, come vedremo nel prossimo -capitolo, fu nuovamente destinato ai pubblici spettacoli. - - - - -CAPITOLO TERZO. - -Il Colosseo nelle mani del Senato Romano — Giostre in esso celebrate. - - -Sotto il pontificato di Clemente V Roma e l’Italia trovavansi -travagliate da gravi dissensioni. Il Papa, per riparare a tali mali -e per il buon governo dell’una e dell’altra, inviò da Avignone tre -Cardinali[626] i quali, come abbiam detto nel passato capitolo, posero -sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo. - -Ludovico Bonconte Monaldeschi, nei suoi _Frammenti delle cose accadute -dall’anno 1328 sino all’anno 1340_, riferisce che il giorno 3 Settembre -dell’anno 1332[627] il Senato Romano, in occasione della venuta -di Ludovico il Bavaro, volle celebrare nell’Anfiteatro Flavio una -_caccia di tori_. Questo racconto fu criticato e messo in dubbio da -Leone Allacci, ma ritenuto come storico dal Muratori, dal Manzi, dal -Nibby, dal Visconti, dall’Adinolfi, dal Lanciani, ecc. ed anche dal -Gregorovius, il quale nelle due prime edizioni della sua _Storia_ non -dubita punto della storicità del fatto, ma poi nella terza e quarta -edizione, benchè narri il racconto, nondimeno fa notare che la sorgente -di esso porta tutti i caratteri della _non autenticità_. - -Non v’ha dubbio che la _Historia Monaldesca_ contiene parecchie -cose che ci autorizzano a dichiararla qual lavoro di un falsario -e probabilmente del noto Ceccarelli condannato a morte da Gregorio -XIII per aver falsificato, come dice la sentenza, parecchi documenti -precipuamente della famiglia Anguillara, _ac etiam diversa Imperatorum -privilegia, genealogias et historias_. Ma il Fumi[628] (sostenitore -della falsità della _Cronaca_ e dell’opinione che le assegna per autore -il Ceccarelli) scrive: «Egli (il Ceccarelli) razzolò lungamente negli -archivî di Orvieto.... ed ebbe agio di consultare cronache e carte -di casa Monaldeschi per comporre la sua _Historia Monaldesca_, dove -seppe così bene mescolare cose VERE a cose false, da non poter scorger -di leggieri dove l’inganno sia nascosto». Ora, ammettendo quanto il -Fumi dichiara, non potremo noi opinare coi succitati autori, che il -fatto delle _giostre dei tori_ entri fra le cose VERE inserite nel -zibaldone Monaldeschiano? Ed invero, quel racconto nulla ha in sè che -lo renda sospetto, anzi trovasi in esso qualcosa che ci autorizza a -ritenerlo autentico; ed è, che i nomi proprî dei giostratori son tutti -convenienti all’epoca assegnata al fatto, mentre in altri racconti -della _Cronaca Monaldesca_ leggiamo, come osserva lo stesso Fumi, nomi -classici inusitati fino a tutto il secolo XIV. - -Nè ci è lecito dire essere impossibile che una _giostra di tori_ sia -avvenuta circa la metà del secolo XIV, perchè non possiamo asserire -con certezza che quel giuoco non sia stato assolutamente in uso prima -del secolo XV; e quanto io affermo, si deduce pur anche da queste -parole dello stesso Fumi: «(la giostra del toro) _assai_ VEROSIMILMENTE -introdotta non prima del secolo XV». - -Sicchè, seguendo io l’esempio dei suddetti autori, sotto ogni -aspetto rispettabili, m’accingo a narrare il fatto. Anzi reputandolo -interessantissimo tanto per la storia degli spettacoli celebrati -nell’Anfiteatro, quanto per la storia di Roma e delle sue famiglie -celebri, lo riproduco letteralmente. Ma siccome il codice donde il -Muratori ne estrasse la descrizione è poco corretto, noi trascriviamo -il racconto da un codice appartenente al barone P. E. Visconti e da lui -stesso pubblicato nel _Giornale Arcadico_[629]. Anche le annotazioni -sono dello stesso ch. Visconti. - -«Nello detto anno (1332) si fece il giuoco del toro al coloséo: che -avevano raccomodato tutto con ordine di tavoloni[630]. Fu gettato il -bando per tutto il contorno, acció ogni barone ci venisse. Racconteró -quelli giovani ci furono e chi ci morio[631]. - -«Questa festa, primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto -anno. Tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di -panno rosso. Ci era la bella Savella Orsina con due altre sue parenti. -Ci erano le donne Colonnesi; ma la giovane non ci poté venire, perché -si era rotto un piede al giardino della torre di Nerone[632]. Ci era -la bella Jacopa di Vico, alias Rovere; e tutte menarono le belle donne -di Roma. Perché a quella Rovere toccarono le donne di Trastevere; -all’Orsina tutte quelle di piazza Navona e di S. Pietro; alla Colonnese -tutte le altre che restavano, che arrivavano fino alli Monti e -alla piazza Montanara, e a San Girolamo vicino al palazzo Savello. -Finalmente, tutte le femmine nobili da una banda e le artigiane -dall’altra[633]. _Li nobili uomini da una banda: l’altri di mezza mano -dall’altra,_ e li combattenti dall’altra. E furono cavati a sorte dal -vecchio Pietro Jacopo Rosso da Sant’Angelo alla pescheria. Il primo -cavato fu un forastiere da Rimini, _chiamato Galeotto Malatesta_[634], -che comparse vestito di verde, collo spiedo in mano, e portava alla -cappelletta di ferro scritto: SOLO IO COME ORAZIO. Andó incontro al -toro, e lo ferì nell’occhio manco; ma il toro diede a fuggire. Allora -esso ci dette una botta alla natica; e il toro tirava un calcio al -ginocchio, e cascó; e il toro iva correndo ma non lo trovó. - -«Uscì allora tutto carrucciato Cecco della Valle, ch’era vestito mezzo -bianco e mezzo nero. Il motto che portava al cimiero era: IO SONO ENEA -PER LAVINIA. E questo lo fece perché Lavinia si chiamava la figlia di -messer Iunevale, ch’esso ne ardeva[635]. Combatteva valorosamente col -toro, quando uscí l’altro toro, e così _Meco Stallo_[636], forzuto -giovane, vestito di negro, che gli era morta la mogliera, e diceva il -motto: SCONSOLATO VIVO: e si portó bene col toro. - -«Uscì Caffarello, giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del -lione, e diceva suo motto: CHI LO PIÙ FORTE DI ME? - -«Uscì un forastiero di Ravenna, figlio di messer Lodovico della -Polenta, vestito di rosso e nero, e suo motto diceva: SE MORO ANNEGATO -NE LO SANGUE DOLCE MORTE. - -«Uscì Savello di Anagni, vestito di giallo, e diceva il suo motto: -OGNUNO SI GUARDI DALLA PAZZIA D’AMORE. - -«Uscì vestito di cenerino Giovanni Iacopo Capoccio, figlio di Giovanni -di Marzio[637], e il motto suo diceva così: SOTTO LA CENERE ARDO. - -«Poi uscì Cecco Conti, con un vestito di colore d’argento, e il motto -diceva: COSÌ BIANCA HO LA FEDE[638]. - -«Uscì Pietro Capoccio, vestito d’incarnato, e suo motto diceva: IO DI -LUCREZIA ROMANA SONO LO SCHIAVO. E voleva denotare, ch’era lo schiavo -della pudicizia di Lucrezia romana. - -«Uscì messer Agapito della Colonna, con un vestito di colore di ferro -e certe fiamme di foco, e portava alla cappelletta una colonna. V’era -scritto intorno: SE CASCO CASCATE VOI CHE VEDETE[639]. Voleva dire, che -la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che le altre erano -il sostegno del Papa. - -«Uscì poi Alderano della Colonna, vestito bianco e verde, e portava -una colonna al capo, col motto che diceva: QUANTO PIÙ GRANDE TANTO PIÙ -FORTE[640]. - -«Uscì un altro sbarbatello, figlio di Stefano senatore; si chiamava -Cola della Colonna, vestito color pardiglio, e con un motto: -MALINCONICO, MA FORTE. - -«Uscì un Paparese, vestito a scacchi bianchi e negri, col motto: PER -UNA DONNA MATTO. - -«Uscì Annibale degli Anniballi, giovanetto di prima barba, con un -vestito di color marino e giallo, e suo motto era: CHI NAVIGA PER AMORE -S’AMMATTISCE. - -«Quel giovanotto di Stalli andava vestito di bianco ma co’ legami -rossi: al cimiero il pennacchio col motto: SONO MEZZO PLACATO. E il -vicino suo, cioè Iacopo Altieri, era vestito di celeste colle stelle -gialle: il motto diceva: TANTO ALTO SI PUOTE. Il motto lo fece uno zio -suo letterato, donde cominciò la grandezza di questa casa che aspirava -alle stelle, e comprò la casa a Santa Maria de’ Stalli[641] e si -chiamava Piazza d’Altieri. - -«Uscì Evangelista d’Evangelista de’ Corsi, vestito di color celeste, e -portava al cimiero un cane legato, e il motto diceva: LA FEDE MI TIENE -E MANTIENE. - -«Uscì Iacopo Cencio, con un vestito bianco e lionato, e il motto -diceva: BONO COLLI BONI CATTIVO COLLI CATTIVI. - -«Uscì il figlio di Fusco, con un vestito verde e brache bianche[642]: -al cimiero v’era una colomba con le fronde d’oliva, e il motto era: -SEMPRE PORTO VITTORIA. - -«Uscì Franciotto de’ Mareri[643] vestito di verde come la donna smorta, -e il motto era: EBBI SPERANZA VIVA QUA MI MUORE. - -«E molti altri, che io mi stracco di raccontarli. Tutti assaltarono -il toro, e ne rimasero morti diciotto, e nove feriti. Delli tori ne -rimasero morti undici. Alli morti si fece grande onore, e ri portarono -a seppellire a santa Maria Maggiore e a Santo Giovanni Laterano. - -«Camillo Cencio, perchè il nipote ch’era un piccolino, nella folla -era cascato, e fattolo cadere il figlio della sorella del conte -dell’Anguillara, il Cencio gli diede in capo una stortata, che il -povero giovane morse subito. - -«La folla fu a santo Giovanni per vedere seppellire i morti al -giuoco»[644]. - - -Da questo racconto si deduce che il Colosseo, nei primi decennî del -secolo XIV era luogo pubblico, ma già in parte rovinato e mancante di -sedili, essendovisi dovuti fare per la descritta circostanza palchi di -legno onde far sedere le gentildonne. - -Dopo queste feste e deplorabili spettacoli dati nell’Anfiteatro -Flavio, non troviamo nella storia che ve ne siano stati posteriormente -celebrati altri; e lo stesso monumento non si nomina più nè come -fortezza nè come luogo di spettacoli: neppure nell’anno del tribunato -di Rienzo, in cui è fatta menzione di tante altre contrade di Roma. - - - - -CAPITOLO QUARTO. - -Il Colosseo danneggiato dal terremoto (a. 1349) — L’Arciconfraternita -di «S. Sanctorum» nel Colosseo. - - -Dalla fondazione dell’Anfiteatro Flavio alla cessazione dei giuochi, -Roma andò soggetta a parecchi terremoti, fra i quali quello ABOMINANDO, -ricordato nella lapide di Basilio. L’Anfiteatro, come tutti gli altri -edificî, ne risentì gli effetti; ma la sua solida struttura, la forma -curvilinea e gli opportuni restauri lo tennero saldo. - -Nel lungo periodo di abbandono, dal secolo VI al 1349, oltre alle -insidie latenti del lavorìo demolitore delle piante e degli arbusti, -o, come dice il chiarissimo Lanciani[645], «le _radici_ delle piante -arborescenti, le quali agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno -e sull’altro orlo della frattura....», il Colosseo ebbe a subire la -violenza di altri non pochi terremoti, e principalmente di quelli -avvenuti nei pontificati di Deodato (614-617), di Leone III (795-816), -di Leone IV (847-855), di Benedetto IX (1044-1073), di Gregorio -VII (1073-1085); ed anche, se si voglia, della brusca impressione -dell’incendio di Roberto Guiscardo. Tuttavia fino al 1349 il nostro -monumento, sebbene sconquassato, rimaneva integro. Così nel secolo -VIII ce lo mostra la notissima _profezia_ di Beda; e se, come alcuni -vogliono[646], quella _profezia_ fosse apocrifa (il che vuol dire -scritta in epoca posteriore), essa ci renderebbe certi dell’integrità -dell’Anfiteatro in tempi ancor posteriori al secolo VIII. - -Le contese dei Frangipani e degli Annibaldi (i quali fino al 1312 si -disputavano quella colossale fortezza) ci dicono pur esse che a quei -tempi il Colosseo era integro, giacchè se la metà circa della muraglia -esterna fosse già stata atterrata, non avrebbe certamente fatto gola a -quei potenti principotti. - -La prima breccia nel recinto dell’Anfiteatro fu aperta dal terremoto -del 1349: ce l’assicura il Petrarca nella lettera che egli scrisse -al suo _Socrate_[647], in cui descrisse i gravissimi danni causati da -quello scotimento tellurico. Compreso dall’enormità di quel flagello, -il Petrarca scrive che dalla fondazione di Roma per il corso di -duemila anni non era mai avvenuto un egual cataclisma: ed a prova -di ciò soggiunge immediatamente e con slancio oratorio: «_Cecidit -aedificiorum, veterum neglecta civibus stupenda peregrinis moles_; -cadde il Colosseo, quella mole, che sembrava dovesse vedere l’ultimo -giorno del mondo». Di qui si deduce (ed è comune deduzione degli -storici) che il Colosseo, rimasto integro fino al terremoto del 1349, -allora per la prima volta cominciò a rovinare. - -Che con la parola _moles_ il Petrarca abbia voluto indicare il -Colosseo, non se ne può dubitare; ce lo persuade l’espressione -enfatica: _moles aedificiorum veterum_, tra gli antichi edificî la mole -per eccellenza. Espressione che farebbe cadere nel ridicolo, come vi -cadde il Gori[648], colui il quale volesse intendere per quella parola -_moles_ la torre dei Conti, di cui si parla nel periodo che segue. -All’epoca del Petrarca la torre dei Conti contava dalla sua fondazione -485 anni, e 135 circa dall’ampliamento fattovi da Innocenzo III, per -il quale fu resa _toto urbe unica_. Ora chi di noi potrebbe, dico, -appellare la basilica di S. Pietro (riedificata da Giulio II circa 405 -anni fa) _moles aedificiorum veterum_? - -Ciascuno dei due edificî ha inoltre il suo proprio verbo che ne afferma -la subìta azione: la _moles aedificiorum veterum_, CECIDIT; la _turris -quae Comitum dicebatur, ingentibus rimis laxata_, DIFFLVIT. - -Finalmente l’avverbio _Denique_, col quale il Petrarca incomincia il -periodo seguente, decide senz’altro la questione. _Denique_, può ben -dirsi dopo il racconto della catastrofe di _due_ o più monumenti; ma -non mai dopo il racconto della catastrofe di un _solo_ monumento. - -La caduta di una parte del recinto del Colosseo, avvenuta per il -terremoto del 1349, è confermata, come giustamente opina il Nibby[649], -da due documenti della seconda metà del secolo XIV. Il primo di questi -documenti è una lettera colla data del 1362, scritta dal Vescovo di -Orvieto (allora Legato Pontificio in Roma) a papa Urbano V. In essa il -Vescovo si rammarica di non aver trovato altri compratori delle pietre -del Colosseo, da lui messe in vendita, che i Frangipani, i quali ne -volevano usare per la fabbrica di un loro palazzo[650]. — Il secondo -documento è contemporaneo alla lettera del suddetto Legato Pontificio; -e vi troviamo che i capi delle fazioni che allora laceravano Roma, -trattarono di dividere fra loro i travertini che si sarebbero -_scavati_ dal Colosseo. «Et praeterea si omnes concordarent de faciendo -tiburtinam, quod esset commune _id quod foderetur_[651]». - -In questo secondo documento vien confermata più esplicitamente che -nel primo, la caduta di una parte del recinto dell’Anfiteatro, già -avvenuta agl’inizî della seconda metà del secolo XIV. Leggiamo infatti -che i varî partiti si sarebbero divisi il prodotto di un’_escavazione_ -e non di una _demolizione: quod_ FODERETUR e non _quod_ DEMOLIRETUR; -si trattava adunque di un cumulo di massi caduti, della famosa _cosa -Colisei_. - -Il Lanciani[652] crede che per _cosa_ (espressione che troviamo in -un documento del «liber brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum», -e che a suo luogo riporteremo) s’intenda la _scarpata_, lo _sperone -prodotto dalla rovina dei due baltei esteriori dalla parte che guarda -il Celio_. In quanto poi alle cause e al tempo di questa rovina, così -parla: «È ignoto quando o come la rovina sia avvenuta, anzi è difficile -trovarne una ragione soddisfaciente. La mano dell’uomo nulla ha che -fare, in sul principio, con queste contingenze. Guardando il Colosseo -dalla parte dell’Oppio, dove si mostra intatto e di robustezza a tutta -prova, si escluderà anche il caso di caduta spontanea. Forse la prima -origine dei danni rimonta al terremoto del 442, che fece crollare -_plurimas aedes_ ed _aedificia_, e nel Colosseo stesso l’HARENA, -il PODIUM, gli SPECTACULI GRADUS, ecc. Supponendo, prosegue, si sia -manifestata una fenditura da cielo a terra, come quella che trovasi al -dorso del Pantheon dalla parte della via della Palombella, soltanto -con maggiore soluzione di continuità perchè si tratta di fabbrica a -grossi cubi di travertino e traforata da tre ordini di archi, e da un -giro di finestre, il resto è facilmente spiegabile. Una volta rotto -l’equilibrio della fabbrica e aperta la via alla caduta dei massi, la -rovina doveva fatalmente proseguire, tanto più che le radici delle -piante arborescenti agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e -sull’altro orlo della frattura. Questo processo di sgretolamento, -lento ma continuo, è illustrato graficamente da tutte le vedute e -vignette del Colosseo anteriori agli speroni di Pio VII, di Gregorio -XVI, e Pio IX, le quali mostrano i lembi del balteo anteriore fuori -di equilibrio ed in pericolo imminente di caduta. Basta poi osservare -lo stato della parte costruita da Pio VII verso lo stradone di S. -Giovanni per riconoscere che il più lieve scuotimento del suolo ne -avrebbe fatto precipitare tre o quattro arcate se non le avessero rette -in piedi, a tempo, con potenti incastellature. Le incastellature non -poterono essere tolte di posto, ma furono investite dallo sperone di -muro: tanto grave sovrastava il pericolo. — I documenti che ho raccolto -su questo capitolo della _Storia della rovina di Roma_ provano, che -allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si dovè aggiungere la -caduta istantanea di gran parte dei portici australi, la quale produsse -una montagna o _coscia_ di pietrame, vera miniera di materiale da -costruzione per il giro di quattro secoli. - -«La data di quest’avvenimento è stata ristretta fra il secolo VIII -(quando il Beda parla ecc.) e l’anno 1386, quando furono dipinti gli -stemmi della Compagnia di S. Sanctorum. Ma si può rinchiudere fra -limiti più angusti. L’anno 1332 il 3 Settembre fu celebrata la giostra; -l’anno 1362, i romani, il legato pontificio, i Frangipani già si -bisticciavano _de faciendo tiburtinam_, con le pietre del Colosseo. La -rovina dovrà adunque attribuirsi al _terremoto del Petrarca_, avvenuto -al principio del settembre dell’anno 1349». - -Benchè il Colosseo fin dal 1311 non fosse più fortezza, e fosse venuto -in possesso del Popolo Romano[653], libero allora di sè stesso per -l’assenza dei Papi dimoranti in Avignone; nondimeno non s’ha notizia di -asportazioni di travertini del recinto del Colosseo che dopo il 1349. — -_Nell’intervallo corso tra il 1311 ed il 1349 al più furono liberamente -asportati parte dei gradini del Colosseo per adattarli alle case della -Città_[654]. - -Essendo dunque il terremoto del 1349 stretto da limiti così vicini, mi -sembra non potersi negare aver esso aperto la prima breccia nel recinto -del Colosseo. - - -Durante il tristissimo periodo dell’assenza dei Pontefici da Roma, -il Colosseo ed i suoi dintorni addivennero nido di ladri e dimora di -malviventi. Il Senato ed il Popolo Romano, tristemente impensieriti, -cercavano il modo di far tornare l’antica quiete e libertà in quella -parte di Roma. Ma quanto era lodevole il pensiero, altrettanto ne era -difficile l’attuazione. - -Nondimeno la Compagnia dei nobili romani, detta del Ss.mo Salvatore _ad -Sancta Sanctorum_, ne prese l’impegno; e, mercè la diligente vigilanza -dei suoi _guardiani_, potè snidare dal Colosseo e da’ suoi dintorni -quelle bande di malviventi. - -In riconoscenza ed in premio di un’opera tanto vantaggiosa per -il pubblico bene, il _Senato ed il Popolo Romano, nell’anno 1381 -concedevano alla Confraternita suddetta ed ai suoi Guardiani l’ius -del vero e misto dominio sugli abitanti dell’Arco situato dietro la -cappella del Sancta Sanctorum e sui dimoranti nella piazza Lateranense, -via S. Clemente e dell’intiero rione Colosseo; donando ad essa in -proprietà la terza parte dell’Anfiteatro. Vi fu però una restrizione, -e questa riguardava qualche causa di morte la quale era di esclusiva -pertinenza e diritto del Senato Romano_[655]. - -Il Bonet ritiene invece che «il Senato di Roma prese questa -risoluzione, di cedere cioè una terza parte del Colosseo e farvi -un ospedale sotto il nome di S. Giacomo _ad Colosseum_, del quale -parleremo in breve, per il fatto funesto avvenuto nelle giostre del -1332; e perchè i Romani aveano finalmente riconosciuto che quel luogo -doveva venerarsi e rispettare perchè santificato dal sangue di tanti -martiri cristiani[656]». Se l’arena del Flavio Anfiteatro sia stata -o no bagnata dal sangue cristiano, noi lo vedremo nella PARTE IV di -questo lavoro. - -Il ch.º Adinolfi finalmente dice:[657] «..... la Compagnia del -Salvatore fino dal 1366, stando ancora il Papa in Avignone, incominciò -ad acquistare quella casa che gli Annibaldensi possedevano al Colosseo. -Leggendosi in uno strumento di quell’anno che questa Compagnia _comprò -una casa che fu di Cola Cecco di Giovanni (degli Annibaldi) nel Coliseo -pel prezzo di ducati 30_, e che poco prima del trasferimento della -Sedia Apostolica da Avignone in Roma, cioè nel 1369, _Giovanni ed -Andrea degli Annibaldi venderono alla medesima Compagnia l’intera metà -della stessa casa, che conteneva sale e camere, posta nel Coliseo, -unita con la metà dello spedale della prefata Compagnia ed a cui era -innanzi la piazza di S. Giacomo, e negli altri lati era attorneata -dall’edifizio del Coliseo pel prezzo di 30 fiorini d’oro_[658]. Dal -quale istromento conoscesi eziandio la forma di questa casa degli -Annibaldensi riguardante colla facciata quella piazza e che per tre -lati internavasi nello stesso monumento, non potendosi concepire -diversamente la sua positura. - -«Dagli acquisti di questa casa e dagli acquisti che avea fatto -di altre lungo la via Maggiore che conduce al Colosseo, la stessa -Società incominciò ad avere delle ragioni tanto sulla via medesima -che su questo orrevole edifizio; e da ciò ne discorse che volgendo il -1386, nell’antico diploma del Senato, trattandosi di quella strada, -fosse attribuita alli guardiani della Compagnia del Salvatore la -giurisdizione sopra gli abitanti di questa via. E con quelle vendite -fatte dagli Annibaldi anche il diritto sulla loro casa si aggiungesse -con quello sulla via Maggiore; diritto che venne esaminato meglio nel -1418, quando li guardiani della Compagnia medesima interpretarono, -riordinarono ed ampliarono quell’anzidetto diploma del 1386, e -determinato più apertamente da una patente spedita molti anni dopo, -cioè ai 29 di aprile del 1511, dalla quale senza alcuna dubbiezza -sappiamo che il Colosseo per due terze parti appartenesse alla Camera -Apostolica in forza di una bolla di Pio P. P. II, e per l’altra -terza parte allo spedale del _Sancta Sanctorum_. Determinazione presa -non solamente dietro la padronanza della Compagnia sulla casa degli -Annibaldi, ma eziandio perchè godeva altri diritti, siccome quello -del dominio di un solio termale o conca esistente dentro il Colosseo -lasciatale per donazione fra viventi da Niccolò Valentini del Rione -Monti[659], ma anche di una chiesetta nominata di _S. Salvatore de Rota -Colisei_, perchè edificata, per quanto ne è dato risapere, nell’interno -circuito dell’Anfiteatro.... Fo poco conto della padronanza che ebbe, -oltre alla predetta conca e chiesa di S. Salvatore anche di una grotta -detta in pari tempo casa, sulla quale stavano alcuni luoghi acconci -alla custodia dello strame che la prefata Società aveva dato ad affitto -ad un cotal Paolo di Stefano, correndo gli anni del Signore 1435»[660]. - -Dal 1386 al 1510, quei _capitoli_, ordinazioni e privilegi furono -costantemente confermati dai _Conservatori del Popolo Romano_. Dopo -quest’ultimo anno il Pontefice avocò a sè tutti i privilegi di _vero_ -e _misto_ governo, e commiseli ad ufficiali speciali, investendoli -della stessa giurisdizione fino allora avuta dai _guardiani_ della -Confraternita. Lasciò nondimeno ad essa la terza parte del Colosseo; e -il resto rimase in dominio del Senato Romano[661]. - -Donata che ebbe il Senato alla Confraternita la terza parte del -Colosseo, fu fatto dipingere sull’ingresso che è verso S. Giovanni lo -stemma del Senato Romano e quello della Confraternita. Quest’ultimo -stemma consiste in un’immagine del Salvatore, su di un altare, fra -due candelabri ardenti. Altri stemmi, e in pittura e in iscultura, -si posero nel prospetto che guarda S. Gregorio, cioè verso la _Mèta -sudante_: e poichè gli stemmi suddetti si trovano sulle volte della -terza arcata, si ritiene generalmente che a quell’epoca le due arcate -dei portici anteriori fossero state già demolite. - -Che due parti del Colosseo appartenessero in quei tempi al Senato -Romano e alla Camera Capitolina, ed una terza parte alla suddetta -Confraternita o Arcispedale, si rileva non solo come si disse, da -una bolla di Pio II, ma anche da scritture autentiche, esibite dai -_guardiani_ della stessa in occasione della vendita di alcune pietre -dell’Anfiteatro; nella qual vendita due parti della somma ritratta fu -presa dal Senato, ed una parte dall’Arciconfraternita[662]. - -Il 28 Giugno 1604 la stessa Confraternita donava al Popolo Romano «il -prezzo delle pietre impiegate nella fabbricazione del nuovo palazzo -Capitolino». Per quest’atto di generosità, i Conservatori di Roma -dichiararono novamente che la terza parte del Colosseo era di proprietà -dell’Arciconfraternita[663]. - - - - -PARTE III. - -DAL SECOLO XV AI TEMPI PRESENTI. - - - - -CAPITOLO PRIMO. - -Varie vicende del Colosseo nei secoli XV e XVI — Travertini asportati -— I Papi e il Colosseo — Drammi sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa -di S. Giacomo — Ospedale — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il -Colosseo — Sisto V. - - -Fra il 1431 ed il 1447 Poggio Fiorentino scriveva il suo trattato _De -varietate Fortunae_. Si narra in esso che a quei tempi il Colosseo -vedevasi nella sua maggior parte distrutto; e ciò, Ei dice, a motivo -della stoltezza dei Romani: «Atque _ob stultitiam Romanorum_ maiori ex -parte ad calcem deletum». - -Che all’epoca di quello scrittore (anzi da molto tempo prima) -l’Anfiteatro Flavio fosse _maiori ex parte ad calcem deletum_[664], non -ne dubito; ma che la causa di questa parziale distruzione sia stata la -_stoltezza dei Romani_, non posso ammetterlo. La cessazione dei ludi, -causa originale dello sfacelo, avvenne forse per la _stoltezza dei -Romani_? I barbari vennero a travagliare ed a impoverire l’Eterna Città -per la _stoltezza dei Romani_? E dei continui terremoti (specialmente -di quello del 1349, descritto dal Petrarca) che conquassarono quella -mole, ne fu causa la stoltezza dei Romani? - -Riteniamo pertanto come positivo il fatto della rovina della -maggior parte dell’Anfiteatro al periodo suddetto, ma rigettiamo -assolutamente l’accusa lanciata ai Romani da Poggio Fiorentino. È -indubitato nondimeno che i Romani (come avrebbero fatto e forse fecero -i Fiorentini degli antichi monumenti delle loro contrade; e come -facevasi da tutti i popoli di quell’epoca), si servirono dei massi -(caduti) del Colosseo. Il fatto è provato da un breve di Eugenio -IV, _datum Florentiae_, e forse motivato dalle lagnanze dello stesso -Poggio Fiorentino: lagnanze che riteniamo giuste ma soltanto nel senso -dell’asportazione che da parecchi anni andavasi facendo dei massi -caduti. - -Ridotto l’Anfiteatro Flavio in uno stato tanto deplorevole, le -sue rovine addivennero ben presto ricetto di malviventi. Scrive -il Vacca[665] che nel 1431 Eugenio IV fece con muri congiungere il -Colosseo al monastero di S. Maria Nuova, onde togliere l’occasione del -gran male che in quello facevasi. - -I monaci Olivetani ne godettero il possesso per molti anni; ma -finalmente il Popolo Romano atterrò quei muri, e divise il monumento -dal monastero col pretesto che una tale antichità non dovea stare -chiusa e nascosta, ma aperta e alla vista di tutti i forestieri[666]. -Questo fatto dovette avvenire circa il 1485, come si deduce tanto dalle -parole del Vacca (il quale dice che gli Olivetani «dopo la morte di -Eugenio», ossia dopo il 1446, lo godettero «per molti anni»), quanto -perchè nel 1490[667] s’incominciò a rappresentare nell’Anfiteatro la -passione del Gesù Cristo; e quindi era tornato in possesso del Popolo -Romano. Dopo i primi crolli della parete esterna del Colosseo, avvenuti -(come si disse) con tutta verosimiglianza nel terremoto del Settembre -del 1349, le parti adiacenti, come succede sempre negli edifici -semidiruti e non opportunamente restaurati, principiarono a sfasciarsi -e a gradatamente cadere. Essendo quasi impossibile il ripristinamento, -e prevedendosi che i massi di travertino andrebbero a finire, come -per il passato, in qualche fornace di calcina; si credè cosa più -utile usare i caduti materiali per altre fabbriche. Paolo II (a. -1416-1471) fe’ trasportare una parte di quei travertini, e gli impiegò -nella fabbrica del palazzo detto di Venezia, il quale poi addivenne -l’abitazione dei Papi. L’Adinolfi[668] dice che in quell’occasione il -Pontefice «die’ licenza ad alcuni suoi architetti di poter demolire -alquanti archi del Colosseo nella porzione spettante alla Camera, il -che die’ motivo alla principale e più grande rovina della fabbrica. Ed -in _nota_ aggiunge: «Dico più grande rovina, perchè all’età di Niccolò -PP. V alcuni travertini del Colosseo furono adoperati per la fabbrica -del palazzo apostolico al Vaticano». Ciò che l’Adinolfi afferma non -pare del tutto accettabile. Varî autori, come il Nibby ecc., assicurano -che Paolo II approfittò dei travertini _caduti_; nulla dicono nella -demolizione _di alquanti archi del Colosseo_. Già un secolo circa -avanti il pontificato di Paolo II, e molti anni prima del governo di -Nicolò V, l’Anfiteatro Flavio trovavasi privo della parte che _guarda -il Palatino ed il Celio_[669]. Il ch. Lanciani, tanto competente in -questa materia, sembra essere dello stesso parere, giacchè nel suo -pregevole lavoro sulle _Iscrizioni dell’Anfiteatro Flavio_[670] riporta -letteralmente le parole del Marangoni[671], le quali sono del seguente -tenore: - - ✠ S. P. q. R. - -«Confermasi ancora che circa la rovina di questi due portici australi -del Colosseo, fossero più anticamente di Paolo II atterrati, dal -vedersi negli avanzi interiori rimasti in piedi dipinte le armi -o stemmi del senato romano e della compagnia nobilissima del SS. -Salvatore _ad sancta Sanctorum_, di rozzissima maniera, e con lettere -gotiche espresso il titolo S. P. Q. R. nella targa, e questi, senza -dubbio, furono fatti formare circa l’anno 1386, allorchè il Senato -medesimo donò la terza parte del Colosseo alla stessa Compagnia.... Che -se a quel tempo vi fossero stati i due portici, queste armi sarebbero -state dipinte in fronte agli archi esteriori dei medesimi». L’Adinolfi -si oppose, come abbiam veduto[672], all’opinione del Marangoni, e -ritiene che gli stemmi non siano stati dipinti su gli archi interiori -prima del 1418. Io non intendo farmi arbitro di questa questione, ma -farò osservare che l’opinione dell’Adinolfi, del resto, non intacca la -deduzione del Marangoni; essendochè, dato pure che gli stemmi fossero -stati dipinti nel 1418 anzichè nel 1386, resta sempre vero che i due -portici australi del Colosseo erano già rovinati anteriormente a Paolo -II, e positivamente non meno di quarantasei anni avanti l’elezione -di quel Pontefice, la quale avvenne nel 1464. E se anche fosse certo -quanto l’Adinolfi afferma[673], io con lui stesso[674], concluderei: -«Se molti scrittori incolpano del misfatto il solo Paolo II, io -nol discolperò: imperocchè, segue, eglino non avvertono che niuno -dei parecchi ARCHITETTI che li servivano osò distorlo, siccome era -dovere, di commettere lo sconcio, quando colle loro magistrali ragioni -agevolmente avrebbero potuto persuaderlo a desistere di una faccenda -assai riprovevole, trattandosi di un bellissimo monumento costruito per -giuochi e spettacoli delli quali Paolo era oltremisura compiacente». -Mi permetto inoltre aggiungere che se Paolo II avesse realmente -data ai suoi architetti quella licenza, potè anche averlo fatto per -impedire una rovina maggiore, permettendo di demolire le arcuazioni -pericolanti, e lasciando con quel taglio la parete a sperone. Questo -pensiero me lo suggerisce il breve di Eugenio IV[675], col quale -si proibisce assolutamente «ut et MINIMUS dicti Colisei lapis seu -aliorum aedificiorum antiquorum deficiatur»; non potendomi persuadere -che un Papa il quale governò un trentennio appena dopo quella saggia -disposizione, l’abbia potuto derogare senza un ragionevole e plausibile -motivo. - -Il Cancellieri (p. 311) dice che lo stesso Pontefice Paolo II fe’ -abbellire coi travertini del Colosseo anche la chiesa di S. Marco, -contigua al palazzo. Il Vasari, nella vita di Giuliano di Majano[676], -aggiunge che una gran quantità di travertini fu scavata da lui stesso -_in certe vigne vicine all’Arco di Costantino, le quali venivano ad -essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo_. - -Nel 1480 il card. Riario approfittò degli stessi _caduti travertini_ -per la costruzione della Cancelleria Apostolica; e nel seguente secolo -i Farnesi con il materiale dell’Anfiteatro e di altri antichi edifici -romani, edificarono pur essi il loro palazzo. Contemporaneamente, -nel periodo che corre fra il 1480 ed il 1550, s’abbellirono con quei -materiali molti altri edifici romani, non esclusi come si legge nel -Ricci[677], i palazzi SENATORIO e dei CONSERVATORI di Roma. Più tardi -(sec. XVII), furono asportati i travertini di tre archi e mezzo (caduti -nel 1644) per l’edificazione del palazzo Barberini[678]. V’ha chi da -questi fatti prende pretesto per censurare i Papi; e, travisando la -storia, si sforza d’ingannare gli incauti e gli ignoranti, dando loro -ad intendere che essi, come tali, fecero abbattere la parte mancante -del Colosseo per fabbricar palazzi, ecc. Ciò è assolutamente falso. - -Nel capo quarto della _Parte II_ dimostrammo che il Colosseo, sebbene -gravemente _intronato_, rimase sostanzialmente integro fino al -terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini -del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà -del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un -centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che -essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran -parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa _coxa_ o -_cosa Colisei_, era ancora a loro disposizione. «La _cosa_ o _coscia -dell’Anfiteatro_, dice il Lanciani[679], _continuò a fornire travertini -per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo_». -Aggiunge che «_i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia -della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso, -del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di -portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, -vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro -secoli_». - -E finalmente: «_Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato -alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di -concessioni o di spese =per cauar asproni o teuertini a Culixeo=_». - -Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso -il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio -XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i -Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel -periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei -Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato -(1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis -seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione: -«Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et -totius Orbis excellentiam diminuere». - -Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si -pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo -dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano -degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse -la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della -Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro -Flavio d’aver ceduto i suoi massi. - -La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del -tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel -Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione -del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi -intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «_Vixisset_, scrisse il -Mabillon, _Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum -nunc haberemus_». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto; -giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del -nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni -allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il -purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni. - -Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli -circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto -del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran -Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme: -dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea -dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un -troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo -si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva -gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che -nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo -consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo -di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli -a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di -quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse -troncati la morte avvenuta in quello stesso anno. - -Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il -gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del -Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche -cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne -sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico, -che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo -Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle -edicole della _Via Crucis_, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che -dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il -consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si -decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente -rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose -più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione -del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera -arditissima ed ammirabile. - -D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono -continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro; -Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente -Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei -Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di -quello stupendo monumento. - -Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e -quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la -conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi -forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a -pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso -il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata, -difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e -ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore, -come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino. - -Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo -XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono -ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento. - -In uno spazio piano, che trovasi sopra gli archi delle antiche -scalinate ristretto con un’ala di muro di forma circolare, si costruì -una tribuna a guisa di teatro; ed in essa ogni anno, nel giorno del -Venerdì Santo, rappresentavasi la _Passione di Cristo_. - -Scelti i personaggi atti all’uopo, tanti di numero quanti ne ricorda il -Vangelo, rappresentavano essi ciò che in questo si legge relativamente -alla passione e resurrezione del Salvatore. Sulle scene v’erano -effigiati i varî luoghi della Palestina, come Gerusalemme, Betania, il -Cenacolo, l’orto di Getsemani, le case di Anna, di Caifa e di Erode, -il tempio di Gerusalemme, ecc. Le vette dei monti Oliveto e Calvario, -l’albero al quale s’impiccò Giuda, e forse il _pinnaculum templi_ erano -rappresentati al naturale. Nella scena del pretorio di Pilato eravi il -tribunale, ed un seggio che costò 40 ducati. - -Nella parte superiore della tribuna eravi una galleria, la quale, -dice l’Adinolfi[681] «facea mostra all’occorrenza delle nuvole -con angeli[682], quali nubi venivano ad oscurare nella morte del -Redentore». - -In quella stessa galleria v’era la musica, il coro dei Profeti, quello -delle Sibille, nonchè dei pastori e dei re[683]. I fratelli della -Compagnia del Gonfalone offrivano volentieri la loro opera, onde -costruire i palchi e provvedere il necessario per il buon esito della -rappresentazione; e poichè fra loro v’erano abili pittori, architetti, -letterati e mimi, ciascun di essi concorreva col suo lavoro personale: -così uno dirigeva la costruzione dei palchi, un altro dipingeva le -scene; chi componeva i drammi, e chi li recitava. Fra i pittori si -ricordano: Iacobello di Antonazzo, Savo, Antonio da Tivoli e Maestro -Francesco. Uno dei più valenti compositori di drammi fu Giuliano Dati, -fiorentino; e fra gli attori o coloro che nel 1500 recitarono nel -Colosseo i suddetti drammi, si conserva memoria di Gregorio _orefice_, -Mazzagattone, Mercurio, Tommaso _cartaro_[684], Pietro _cartaro_, -Tommaso _libraro_, Marcantonio di Caravaggio, Michelangelo _linaiuolo_, -il fattore della Compagnia _ser Agnolo_, Mariotto _a S. Pantaleo_, -Nardino e Marcello, il quale fece la parte di Erode. - -Turba immensa di popolo accorreva in quella circostanza al Colosseo; e -Pietro Felino Martire, il Panciroli ed altri scrittori ci asseriscono -che la quantità di gente uguagliava la quantità degli spettatori dei -ludi profani che vi si celebrarono ai tempi degli Imperatori. - -Nella biblioteca domestica del marchese Alessandro Capponi il -Marangoni[685] vide due esemplari di un opuscolo il quale aveva per -titolo: _Rappresentazione della Passione del N. S. Jesu Chiesto, la -quale si rappresenta il Venerdì Santo nel Coliseo di Roma, nuovamente -colle figure ristampata._ Questo opuscolo consisteva in un componimento -poetico in ottava rima; lo stile ne era rozzo e volgare; gli atti erano -intermezzati da _arie_, che certamente venivano cantate. In ambedue -gli esemplari, posseduti dal marchese Capponi, manca l’indicazione del -luogo, dell’anno e della tipografia in cui vennero stampati. Nondimeno, -noi, dai tipi, dal frontespizio e dalla figura di un angelo che in -questo è effigiato, possiamo ragionevolmente dedurre che siano stati -stampati a Firenze verso il 1550. - -Altri drammi furono scritti dal lodato Giuliano Dati, da Bernardo di -maestro Antonio Romano e da Mariano Particoppe. Nell’archivio della -Compagnia del Gonfalone se ne conservano tuttora due copie. La prima -incomincia: «Contempla la passion del Salvator, ecc.»; e termina con -quest’_avvertenza_: «Seguita poi la Madonna, colla deposizione della -croce, la musica di Joseph e Nicodemo, e la musica delle Marie». - -La seconda copia è del 1531, e principia: «Quel glorioso Iddio, ecc.». - -Poichè descrivemmo i varî ludi celebrati nell’Anfiteatro Flavio ai -tempi dell’Impero, e parlammo della _caccia dei tori_ ivi stesso -eseguita nel 1332; ci sia pur lecito di dare una notizia sommaria degli -attori e delle attrici, nonchè di fare un sunto del più antico _dramma -sacro_, conservato nell’archivio del Gonfalone; dramma che darà al -lettore, ne son certo, un’idea chiara del modo con cui si rappresentava -nel Colosseo la Passione di Cristo nei secoli XV e XVI. - -I principali attori di questo storico dramma erano: - -1. Il Redentore; 2. la Vergine sua Madre; 3. S. Giuseppe; 4. i ss. -Padri; 5. gli Apostoli; 6. Simone che invita a cena il Messia; 7. la -Maddalena; 8. le tre Marie; 9. la Veronica; 10. Giuda; 11. il Capo -de’ Farisei; 12. Caifa; 13. Erode[686]; 14. un Cavaliere con elmo e -corazza; 15. i due Ladroni; 16. Lucifero e Satana. - -Gli attori secondarî erano: - -1. La Vedova di Naim col suo figliuolo difunto; 2. lo Spiritato (sic) -condotto da alcuni Pontefici; 3. i Farisei coi loro ministri; 4. un -uomo portante un vaso con acqua; 5. gli Angeli; 6. le due _ancillae_ -che tentarono Pietro; 7. un individuo rappresentante _la Morte_, la -quale dovrà poi avvicinarsi all’albero donde penderà Giuda; 8. lo -storpio; 9. l’adultera; 10. varie Vedove; 11. il Cieco nato; 12. la -Cananea; 13. Nicodemo; 14. Giuseppe, _amico di Cristo_; 15. Beniamino, -_nemico del Messia_; 16. Dottori Ebrei; 17. Farfariello (sic); 18. varî -Discepoli; 19. Barabba; 20. il Centurione; 21. il Cirineo; 22. Longino; -23. Giuseppe d’Arimatea. - -Non appena gli attori eran pronti per l’esecuzione del dramma, -un addetto tirava il tendone, e migliaia di occhi erano fisi allo -scenario. - -Il dramma che siamo per brevemente riportare, trovasi, come dicemmo, -nell’archivio del Gonfalone: esso è intiero, in versi, e consta di -sette atti. - -Esce per primo il solito _nunzio_, il quale esordisce ricordando -compendiosamente le principali gesta di Cristo, durante gli ultimi tre -anni della sua vita mortale. Dopo il prologo incomincia il - - -ATTO PRIMO - -Apparisce l’_anima (!)_ di S. Giuseppe, la quale esorta gli spettatori -ad ascoltare attentamente quanto si è per dire nel dramma; e conchiude -dicendo che ella in quello stesso momento discende al limbo, onde -annunziare ai ss. Padri la venuta del Messia e quindi l’imminente loro -redenzione. - -Ciò detto, muta scena. Appare il limbo: i ss. Padri se ne stanno -tranquillamente aspettando Gesù. Dopo un momento questi viene; ed -appena i ss. Padri lo veggono, festosi e giulivi intonano ad alta voce -il _Te Deum_. - -Lucifero, Satana ed altri spiriti infernali, all’udire il canto -di quell’inno, escono precipitosamente dall’inferno..... I primi -(Satana e Lucifero) ragionano fra loro, e discutono sul modo migliore -d’impedire l’opera redentrice........ La discussione è breve, e tosto -credono d’avere trovato il mezzo..... Risolvono di seguir Cristo -al deserto..... Vi si portano effettivamente, e, trovatolo orando, -lo tentano, gli offrono pane e lo menano sulla sommità del tempio. -Coll’infelice esito di tutti gli inutili sforzi infernali, finisce il -primo atto[687]. - - -ATTO SECONDO - -In quell’atto il Redentore richiama a vita il figlio della vedova -di Naim. Il miracolo giunge a cognizione di Simone, il quale si fa -un dovere d’invitar Cristo alla sua mensa. Quivi la Maddalena unge i -piedi del Messia: e Giuda vien preso da ira e sdegno per il balsamo -che quella adopera. I Farisei risanno, a lor volta, la guarigione -dell’ossesso fatta da Cristo, e lo tentano colla famosa domanda -relativa al tributo di Cesare: il Redentore li confonde con sagge -risposte: torna poi dalla sua Madre; e coll’ordine che dà ai suoi -discepoli di preparare l’ultima cena si dà fine all’atto secondo. - - -ATTO TERZO - -Torna in iscena Giuda, il quale spiega il suo odio contro Cristo: mette -in esecuzione il suo tradimento: va alla casa di Caifa, onde accusare -il suo Maestro presso quel Pontefice: un servo ne porge avviso a Caifa. -Giuda entra nell’appartamento del Pontefice, e dice: - - «Padri coscritti, Scribi e Signori, - So ben che tutti siate di buona mente; - Aver seguito Cristo assai mi duole, - Prestando troppa fede a’ sue parole». - -Ciò detto, il traditore contratta col Capo dei Farisei la somma da -sborsarsi per la consegna della persona di Cristo: stabilisce la -maniera onde portare ad esecuzione il suo tradimento, e col mettersi -che egli fa in tasca i trenta danari, si chiude il terzo atto. - - -ATTO QUARTO - -Giuda, seguito dai Farisei, va in traccia di Cristo. Partiti questi, -apparisce nuovamente il Redentore coi suoi discepoli; e, dopo un -istante, la sua madre Maria. Gesù domanda ad Essa la benedizione, e le -soggiunge che «da Lei convien si parta». A queste parole, la Madonna -tramortisce dal dolore; e le tre Marie intonano il canto flebile che -incomincia: - - «Alta Regina del celeste regno»[688]. - -Finito questo canto, Maria ricupera i sensi; torna a parlare col -Figlio, il quale la benedice e se ne parte; e le tre Marie intonan di -nuovo l’inno. - -In questo punto l’atto cambia scena. - -Si presenta la sala del Cenacolo: v’entra Cristo coi suoi discepoli: -celebra l’ultima cena, dirigendo la sua parola ora a Pietro ora a -Giuda. Poscia lava i piedi agli Apostoli: torna alla mensa: comunica i -discepoli; e, dopo aver rese le dovute grazie all’Eterno Padre per la -Pasqua celebrata, prende seco Pietro, Giacomo e Giovanni, e si dirige -all’orto di Getsemani. Ivi si svolge quanto leggesi nel Vangelo, e -l’atto termina colle parole del Maestro: - - «Pietro, nella vagina riponi il coltello; - Chè chi di quel ferisce è a Dio rubello». - - -ATTO QUINTO - -Cristo trovasi nella casa del Pontefice Anna, il quale si fa a parlare: - - «Rispondi un poco a me, predicatore: - Con qual dottrina al popol hai insegnato?» - -Cristo risponde: - - «Predicato ho in palese, e ognun ha udito: - E lor ti sapran dir s’io t’ho fallito». - -Non appena pronunziate queste parole, un ministro del Pontefice dà uno -schiaffo al _predicatore_ della nuova dottrina. - -Frattanto Pietro, interrogato dalle _ancillae_, nega e rinnega di -conoscere il suo Maestro: il gallo canta: finalmente Pietro si ravvede, -e principia un _soliloquio_. — Un momento dopo ricambia la scena. -Cristo vien condotto da Caifa, dalla casa di Caifa, al Pretorio di -Pilato; dal pretorio vien presentato ad Erode, nella cui abitazione si -dà principio al - - -ATTO SESTO - -Cristo vien ora accusato e considerato qual seduttore. Il Re gli dirige -la parola, ma quegli tace. Allora Erode s’adira; lo fa vestire di -bianco, e trattandolo da pazzo, lo rinvia a Pilato. — Vedendo gli Ebrei -che quest’ultimo rimaneva perplesso e non avea coraggio di condannarlo, -schiamazzando dicono: - - «Exaudi Pontio Pilato nostre voci, - Chè costui merta più di mille croci». - -A queste parole Pilato si determina di interrogare il popolo se prima -della Pasqua vogliono liberare Cristo o Barabba. I Farisei domandano -la vita di quest’ultimo. Pilato chiama il _Cavaliere_, e gli ordina di -flagellare Gesù. Il _cavaliere_ compie il mandato; poi s’inginocchia -innanzi a Cristo, e gli dice: «O re dei Giudei»: dopo ciò il capo di -Gesù vien coronato di spine, e l’afflitto Signore esclama: - - «Popolo che di spine m’hai coronato, ecc.» - -Dopo ciò viene nuovamente menato innanzi a Pilato, il quale, vedendolo -così maltrattato, lo presenta ai Farisei, dice loro: «Perchè volete -crucifiggere il vostro re?» I Farisei, maggiormente sdegnati, domandano -la morte di Cristo. Pilato si lava le mani, e gli Ebrei gridando -dicono: - - «Venga, Signor, su’ sangue ed aspri doli - Sopra di noi ed i nostri figliuoli!» - -Giuda, dal suo canto, se ne sta triste tra i Farisei: prevede la -condanna dell’innocente: proferisce parole di pentimento: restituisce -i trenta danari, i quali vengono riposti in _corbonam_: narra le -gesta della sua vita fino a che divenne discepolo di Cristo: chiama -la _Morte_: questa non viene: apparisce invece la _Vita_, la quale -gli favella. Ma Giuda non l’ascolta, dispera e torna a chiamar la -_Morte_. Questa viene, e si dà principio un dialogo fra essa e Giuda: -dialogo che si prosegue fino all’impiccagione del traditore. Dopo -questo i Farisei dicono a Pilato che se non condanna Gesù sovverte _la -giustizia_. Allora Pilato, vinto dal timore, fa pubblicare la seguente - - SENTENZA: - -«Noi Pontio Pilato per volontà delli immortali idii e delli romani -principi e della senatoria autorità, presidente generale di tutta la -Judea costituito, desiderando noi la predicta provincia sotto nostra -fede et diligentia assegnata, quella di mali e perversi homini purgare: -come allo dovere di un grave judice se conviene: et con ogni forza et -industria servendo al suddetto popol romano: et volendo alla perpetua -quiete e pace provvedere: essendo menato dinanzi[689] al nostro -cospetto Jesu Nazareno e trovandolo uomo seditioso e seduttore, il -quale[690] fino al presente confidandosi nella sua temerità: habbia -havuto ardire contro il dovere e le imperiali[691] leggi attribuirsi il -regnio de’ Judei con denegare il tributo al grande imperatore Cesare -Augusto: sedendo adunque per tribunale per questa nostra sententia -Jesu Nazareno qui presente come uomo seduttore, factioso[692] et delli -buoni[693] costumi et vita e pace insidiatore, giudichiamo[694] et -sententiamo esser degno di morte; et acciocchè per suo esempio li altri -per avvenire[695] non ardiscano nè presumano far contra le imperiali -leggi, et considerando[696] che quelli che vergognosamente[697] et con -seditioni et factioni vergognosamente debbano essere puniti: pertanto -adunque[698] se ne commette ad voi cavalier di nostra corte che detto -Jesu Nazareno come uomo quasi di ladroni et factiosi[699] auctore et -principe allo loco solito dello monte calvario menar dobbiate[700] -et li tanto in la croce affiso in mezzo a doi ladroni tanto star -debba in fin che l’anima dal suo corpo si separi, ad esempio di ogni -et qualunque altro seditioso e malfattore contra alle[701] leggi -imperiali». - -Pubblicata la sentenza, i Farisei ne domandano al _Cavaliere_ -l’immediata esecuzione. Cristo vien caricato della croce: intraprende -il doloroso viaggio: s’imbatte nella Veronica, la quale gli porge un -panno e gli domanda perdono: nel panno resta impressa una figura, che -essa mostrandola al popolo, dice essere la figura del volto di Cristo. -Giunto al Calvario, il Redentore si rivolge al Padre, e lo prega ad -accettare il sacrifizio della sua vita: si distende sulla croce, e così -si chiude il sesto atto. - - -ATTO SETTIMO - -Apparisce l’evangelista Giovanni, il quale, afflitto per la prossima -morte del maestro, esclama: - - «Ohimè, che gli occhi suoi hanno velato, ecc.» - -Sopravviene la Madonna, e di fronte a quello spettacolo si sviene. -Il _Cavaliere_ ordina di alzare la croce; ed il popolo riunito -nell’Anfiteatro grida: «Misericordia ecc.». Il Capo de’ Farisei -dice: «Eccovi crocifisso il malfattore»: le vesti di Cristo vengono -sorteggiate: il Crocifisso prega per i suoi crocifissori. Sulla croce -si pone il titolo: - - «I . N . R . I» - -e i Farisei ripetono a Pilato che il loro re è Cesare Augusto, e non -Cristo: Pilato risponde: - - «Ciò che scrissi voglio che sia scritto, - Nè vo’ tornare indietro il (col) mio ditto». - -Torna la Madonna, la quale dice al _Cavaliere_: - - «O saggio cavalier, in cortesia, ecc.» - -ma questo, adirato, risponde: - - «Donna, se vuoi onor, non ti accostare, ecc.»; - -il _Cavaliere_ se ne parte, e Maria rimane a’ piè della Croce. - -Incomincia allora il noto colloquio fra i due ladroni; finito il quale -le Marie intonano il flebile canto: - - «Maestro caro, vedove ci lasci, ecc.» - -La Madonna dice al Figlio: - - «Ad un ladron non hai prima parlato, ecc.» - -Egli risponde: - - «Donna, veggiomi già condotto a morte, ecc.» - -E S. Giovanni segue: - - «Signor, farò quanto m’hai comandato, ecc.» - -Il Crocifisso dice: «Sitio Pater». Il _Cavaliere_ gli nega la bevanda: -poi muta consiglio e gli porge aceto e fiele. Cristo lo saporeggia e -dice: «Consumatum est». - -I Farisei lo dileggiano, _lo dicono falso e rio_, ecc. La Madonna -si lagna colle turbe: Cristo ad alta voce esclama: «Eloi eloi -lagma sabactani». I Farisei credono che Ei chiami Elia, e seguono a -dileggiarlo. Finalmente, giunto il momento di morire, Cristo si fa a -dire: - - «Altissimo mio Padre, onnipossente, ecc.» - -Compariscono gli Angeli, i quali dicono reverentemente: - - «Ecce Agnus Dei». - -Longino canta: - - «O cieca gente, o popolo perverso, ecc. - Misericordia, o sommo Creatore». - -Segue la deposizione di Cristo dalla croce «_con la musica_ di Giuseppe -di Arimatea, di Nicodemo e delle Marie». - - -Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente. -Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo: -«Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da -mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni -anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della -costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal -greco teatro aveano nell’_arenario_ le scene fisse ed in pieno, e non -dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della -tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga -partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia, -contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio». - -Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano -secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi -ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie -le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro -_Decretorum_[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione -nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò -non si perda la detta devozione». - -Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro -Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della -Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto: - -«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione -nel Colosseo, _attento periculo ob delationem armorum, cum esset -difficile sine scandalo transire posse_»[704]. - -A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento -in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la -brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta -di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano -i Romani a star continuamente in armi. - -(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di -riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse -le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con -arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il -rito antico e a fine di placare i _demoni avversi_!)[705]. - -Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si -ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la -rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero -occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno -Santo si faccia con ogni onorificenza». - -Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette -«rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde -evitare spese gravi»[707]. - -Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco -di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20 -ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708]. - -Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione -della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente -quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti -che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale, -malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde _perpetuare quella -devozione_, ne negò il permesso[710]. - -Leggiamo nel libro _Decretorum_ della Compagnia del Gonfalone: «Anno -1517, che si faccia la cappella nel Colosseo e vi si spendano 30 -ducati di oro di Camera»[711]. Questa deliberazione fu presa dietro -il consenso di Raffaele De’ Casali e di Luigi De’ Mattuzzi, guardiani -dell’Ospedale del Salvatore. Il progetto però non si eseguì che -nel 1519. Nello stesso libro _Decretorum_[712] si legge: «1519, 6 -Febbr. Che si faccia la cappella nel Colosseo». Allora i guardiani -dell’Ospedale del Salvatore rinnovarono il loro consenso, e permisero -alla Compagnia del Salvatore di poter cavare qualche pietra di -travertino per fare alcuni cunei e porte della stessa cappella, e -questo fu il _sacello_ detto di S. Maria della Pietà. - -Come risulta dalle date, la cappella venne fatta quando ancora -nel Colosseo si eseguivano le rappresentazioni della Passione del -Salvatore; poichè una di queste ve ne fu, come già dicemmo, nel -1519[713], e non cessarono che nel 1540. - -Cessati i sacri drammi nell’Anfiteatro, il palco scenico rimase -abbandonato, come pure abbandonato dovè rimanere l’intero edificio; -giacchè, non molti anni dopo, si giunse a tal eccesso da farlo divenire -campo di stregonerie notturne; ed il Cellini racconta nella sua vita -che una notte egli stesso vi assistette. - -La cappella della Pietà cadde pur essa in oblio, e vi rimase per -settanta anni circa: fino a che, nel 1622, l’Arciconfraternita del -Gonfalone risolvè ripararla e ridonarla al culto. Vi aggiunse essa -alcune stanze per un custode, e nell’alto del piccolo edificio collocò -una campana. La chiesuola fu consacrata da Mons. Giulio Sansedonio, già -vescovo di Grosseto[714]. A memoria del restauro, si pose la seguente -iscrizione: - - ARCHICONFRATERNITAS GONFALONIS - SACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVB - INVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATIS - VETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NE - TANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . IN - MELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR- - NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA- - TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIO - Q . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATII - MAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTA - CAMERARIO . - -Nell’opera del Fontana[715] sul Colosseo vi è una veduta dell’interno -dell’Anfiteatro qual’era agl’inizi del secolo XVIII. In essa si vede la -cappella suddetta col suo piccolo campanile e l’abitazione del custode; -dinanzi alla porta si scorge eretta una croce. - -Questa interessante veduta ci fa conoscere il sito preciso ove -sorgeva la cappella di S. Maria della Pietà: essa sorgeva presso -la porta libitinense, ricavata nei vani sotto la gradinata del -podio, ed ove si dispiegava il palco delle rappresentazioni della -Passione, della quale si distinguono gli avanzi. Ma poichè la cappella -rappresentata in quella veduta supera il piano del palco scenico, e -non potendosi ammettere che quello sconcio sia stato fatto all’epoca -delle rappresentazioni, dovrà dedursi che le stanze (delle quali si -veggono due finestre sulla porta del _sacello_) siano state aggiunte -nel restauro del 1622, e che prima del restauro la cappella fosse -intieramente sotto il palco delle rappresentazioni. - -Il ch. Armellini dice che la cappella di S. Maria della Pietà servì -anteriormente da guardaroba della Compagnia che rappresentava la -passione di N. S. Gesù Cristo. L’Adinolfi opina che il _sacello_ -della Pietà fosse la chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisaei_. A -me sembra che ambedue abbiano ragione, e che un’opinione non escluda -l’altra. L’Adinolfi fa derivare la denominazione _Rota Colisaei_ -dall’arena dell’Anfiteatro; l’Armellini dalla vasca rotonda della Mèta -Sudante. Più giusta tuttavia sembra essere l’opinione dell’Adinolfi, -poichè presso la Mèta Sudante v’era una chiesa dedicata a Maria SS. -detta _De Metrio_: denominazione che lo stesso Armellini giudica «una -corruttela della parola _de Meta_». Laonde farebbe mestieri ammettere -che la Mèta Sudante fosse chiamata contemporaneamente con due nomi: -cosa non facile a dimostrarsi. Che per _Rota Colisaei_ s’intendesse -invece l’arena, mi pare potersi dedurre da quel che si legge nel -_Catasto dei beni della Compagnia del Salvatore_[716]. Troviamo infatti -che nella _Ruota del Coliseo_, poco lungi dalla chiesa di S. Salvatore, -eravi _una grotta, detta anche casa, forno e luogo da conservare erbe -secche_. Ora, attorno all’arena si può assai bene trovare il posto per -questa grotta; ma attorno alla _vasca della Mèta Sudante_ no davvero! - -Che poi su questa chiesina si fosse potuto stendere il palco scenico, -e far divenire essa stessa _la guardaroba_ della Compagnia, si può -argomentare dal fatto dell’abbandono in cui cadde il detto _sacello_ -nel periodo che córse fra il pontificato di Pio II e quello d’Innocenzo -VIII; abbandono reso manifesto dal decreto di Pio II, col quale egli -toglieva le rendite alla chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisei_ e -le donava a S. Eustachio. - -Nè fa ostacolo la diversità del titolo della cappella, detta prima di -S. Salvatore e poi di S. Maria della Pietà, giacchè questa diversità è -più apparente che reale. - -La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua -primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo -antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il -Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce. - -Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed -il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella -cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica -ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo -britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire -opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la -morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente -ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce -e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per -antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni -si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto -scrisse il Martinelli nella sua _Roma ex etnica sacra_[717]: «S. -Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae. -Antiqua _Urbis mirabilia_ referunt hic fuisse imaginem _Salvatoris_ -quae dicebatur _Pietas_». - -Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur anche _S. -Maria de Stara_. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti -della _Basilica Lateranense_[718], nel quale è menzionata la chiesuola -con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro -che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè, -«S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto -abbreviato «_S. Maria de St[=ore]_» (e forse malamente scritto), abbia -potuto originarsi il titolo di _S. Maria de Stara_. - -Comunque sia è certo che l’origine di questo _sacello_ eretto -nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che -il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore, -detta di _Sancta Sanctorum_ (a. 1332), quella cappella già esisteva. -È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel -registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo -innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «_De Censibus_» di Cencio -Camerario: «_S. Salvatori de Rota Colisei VI den_». - -Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero -somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro -Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un -cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo, -appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del -Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in uno dei fornici -del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del -cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente -sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla -finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale, -tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi -fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro, -in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le -spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei -Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui -necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721]. - -Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella -dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro -del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette -dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco -delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la -cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che -dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato -nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore, -di poter cavare qualche travertino _per far cunei e per le porte_. - -Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra -zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci -ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima -antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato -dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722] -vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di -Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli -decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono di AVVIVARE -il ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!» - -Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi -Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una -chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo». -Ecco le parole colle quali il Mellini[724] tratta di questo _sacello_: -«Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa -di S. Giacomo detta _de Colosseo_ profanata quasi ai nostri giorni. -A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero -lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva -il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Era -adorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal -Guattani. Fra quelle v’era una _figura colossale di S. Giacomo apostolo -sedente, col bordone e un libro nelle mani_[725]. - -Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in -dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldi -_de Coliseo_, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro -l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie: - -Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la -metà di una casa appartenente a _Cola di Cecco di Giovanni Annibaldi_. -«Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta -all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel -medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando -Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del -Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter -rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della -passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani -dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e -assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine -glie la concedettero». - -Nel 1462 la parte della casa che guardava la piazza di S. Giacomo, era -diruta; la parte invece che internavasi nel Colosseo, era ancora in -buono stato di conservazione[727]. - -La suddetta chiesa di S. Giacomo _de Coliseo_ profanata e ridotta a -fienile, come dice il Mellini e come pur si ricava dal Martinelli[728], -il quale scrive: _S. Iacobi apud Colosseum erat ibi ubi est foenile -cum imagine B. Mariae V. in eius angulo; habebatque hospitale, quod -ad Lateranum traslatum est, et nunc dicitur ad Sancta Santorum_, venne -finalmente abbattuta nel 1815. - -Il Marangoni[729] aggiunge che l’amministrazione e la cura di -questa chiesa e di questo ospedale l’ebbe l’Arciconfraternita -de’ _Raccomandati del Ssmo Salvatore_ AD SANCTA SANCTORUM fino -all’anno 1470. Lo deduce dagli statuti rinnovati in quell’anno e -confermati nel 1513, nei quali i _guardiani_ dell’Arciconfraternita -s’obbligavano, _sub juramento_, di visitare una o due volte alla -settimana quell’ospedale. Lo stesso autore[730] assicura di aver letto, -ma non ricorda dove, che l’ospedale trovavasi negli archi superiori -dell’Anfiteatro, già chiusi dai Frangipani. «In effetto, dice, tutti -i sei archi chiusi della elevazione esteriore, sono anche murati -al di dentro fra i pilastri del secondo portico, sicchè formansi e -si dividono due lunghi corridoi quanti portano i sei archi, luogo -attissimo per l’ospedale». - -Il celebre letterato Francesco Valesio, senza però accennare alle -fonti, comunicò ad alcuni suoi amici che nei suddetti archi chiusi del -Colosseo vi era anticamente un monastero di monache[731]. - -Questo stesso asserisce il Bonet. Noi riportiamo la notizia soltanto -in ossequio alla ch. memoria del suddetto Valesio, ma siamo affatto -incerti della verità di essa. - -L’Adinolfi[732] combatte energicamente queste opinioni. «È veramente -triviale (dice), e non pertanto meno curiosa l’opinione del Marangoni, -che la Società del Salvatore avesse governo non pur di questo tempietto -ma eziandio dello spedale che li era ammesso fra gli archi stessi -del Colosseo, il quale spedale dopo molti anni fusse trasportato -al Laterano ove esiste; e dell’istessa natura è quella di Francesco -Valesio quando pretende nell’Anfiteatro Flavio anticamente venisse -aperto un monastero di monache. Rincrescendomi d’involgermi in certe -quistioni tra perchè la brevità del lavoro le rifiuta, e perchè -si concerta con scrittori di molto credito, non posso nondimeno -tralasciarle per la loro necessità e pel superchio rispetto all’altrui -sentenza, sapendo per prova che tutti gli uomini qualche fiata -rimangono in inganno. - -«A me dunque, che posi in disamina l’archivio della detta compagnia -anche coll’intendimento di veder meglio questa materia, pare la cosa -assai diversa e massime per due ragioni. La prima è che nell’archivio -suddetto non trovi menzionato alcun luogo dell’Anfiteatro rivolto -all’uno e all’altro uso. La seconda che questi pareri discendono dalla -falsa congiunzione di due idee, tra loro ben distinte. Nel trovar -scritto spedale e monistero del Colisseo s’intesero due fabbriche -non già vicine ma entro quella orrevole dell’Anfiteatro Flavio. Ora -partendo da un principio stabile e certo dirò che avanti e alquanto -dopo il mille come è sconosciuta la chiesa di S. Giacomo, così al -pari il suo spedale di donne, l’edificamento del quale non sembra -più antico di quello di S. Angelo, ma piuttosto da esso originato, -ed a lui assoggettato e dipendente[733]. Per avventura venne aperto -dai _Raccomandati_ per maggior comodo degli infermi[734], come meno -lontana dalla parte più popolata di Roma, e prova ne sia fra le -altre quella, che, ingrandito lo spedale al Laterano non fu chiuso -nè quello, nè l’altro assai più picciolo di S. Pietro e Marcellino -chiamato lo spedaletto, ma tutti e tre correndo gli anni di Cristo -1383, a benefizio del comune ricettavano malati[735].... Ma siccome -lo spedale.... fu aperto principalmente per donne[736], che ebbero -bisogno nelle loro malattie di essere servite da altre femmine, queste -incominciarono prima a nominarsi offerte, e costrette da necessità a -dimorare e convivere in quel luogo, tennero vita a seconda di qualche -regola; da queste dunque o da altre povere donne ivi raccolte, o come -par meglio, e dalle una e dalle altre, venne a formarsi una di quelle -devote unioni ne’ secoli di mezzo appellate case sante. - -«Le abitazioni di cotali donne, conchiude l’Adinolfi, erano contigue -alla chiesa di S. Giacomo che col suo spedale dispiccato dal Colosseo -erano separate affatto da questo edifizio. Conciossiacchè venendo -ampliamente dai guardiani Bernardo de’ Ricci e Paluzzo di Giovanni -Mattei negli anni cristiani 1472, costoro chiesero licenza ai maestri -delle strade di chiudere un luogo intraposto a quella chiesa e ad -alcune possessioni dello spedale[737], ed in questa concessione per -verun modo si fa ricordanza di quell’edifizio del Colosseo, nel quale -secondo Valesio, era contenuto il loro monastero». - - * - * * - -Oltre alla chiesa di S. Giacomo de Coliseo, erano molto prossime -all’Anfiteatro Flavio altre chiese, delle quali oggi non rimane alcun -vestigio. - -«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo -Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro -Flavio _per lo meno quattro altre chiesette_»[738]. - -Il Lanciani[739] opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei -moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre -a varie cappelle vi fossero pur’anche sette chiese. L’opinione -dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai -documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî -o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato -memoria di almeno otto chiese in quel dintorno. - -Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto -d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli. -Quest’oratorio fu scoperto nel 1812. - -Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817; -anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e -poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini, -il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed -illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture -e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da -molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul -motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima -martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie -congetture. - -Il De Rossi[741] propose la congettura che qui fosse la casa del marito -di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito -da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo -ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della -stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al -ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «_Alexandri olim domus -erat_». - -Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è -permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa -spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo -santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro. -Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche -difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui -non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita, -nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere -quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro -non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743]. - -Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed -i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma -anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e -dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si -avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori. -Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu -sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque -troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale (che -l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove -quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio. - -Altri opinano finalmente che questo luogo fosse la _custodia privata_, -ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo. -Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse, -e questo è il Foro di Marte: «_Postera namque die_, dicono gli atti, -_Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci_», e dopo essa ad -uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di -Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni -Foro ebbe la sua _privata custodia_, così l’ebbe pur anche il Foro di -Marte. - -In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura, -che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi. - -È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei -per esser puniti, e che anche i cristiani[744] furono là condotti, e -non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a -rinnegarla, che per ultimo supplicio[745]. - -È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un -luogo di _custodia_ per i rei destinati a subire il supplicio -nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo -all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava -all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la -porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena, -non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che -questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota -il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure -effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di -carcerieri «_Clavicularius carceris_». - -Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita -e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve -nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S. -Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando, -cioè, la plebe gridava: «_Christianos ad leones!_». Dopo la morte di -Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì -dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame; -la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar -l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del -momento: «_Christianos ad leones!_»[748]. Felicita ed i figli furono -tra le vittime designate. - -È vero che gli _atti_ tacciano su ciò; ma conviene osservare che questi -_atti_ sono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano -che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro -non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dico _forse non -ebbe seguito_, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore -per la loro compagna, matrona anch’essa «_Inlustris_»; e l’Imperatore -M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750] e di -Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse -la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova. -La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro -oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (_matronarum_)», come tutti -convengono, ce ne è una conferma. Quel _cultrix_, numero singolare, -non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto; -perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà, -e riferì quel _cultrix_ ad una _qualunque Felicitas_, devota della -Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «_votum solvit_», che non -gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione, -quel _cultrix_ esprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone -Romane. - -Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla -grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso, -liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno -di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare -l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti -diversi di Roma. «_Leur immolation_, scrisse l’Allard[753] parlando -dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano, -POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furent -_les martyrs_ proprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies -entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un -jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix -arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome». - -Il De Rossi[754] scrive che il graffito greco, ricordante un -_Alexandri_ δόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente -alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano -pure in graffito: «_Achillis vivas_» ed altri nomi, come: «_Cassidi, -Maxi..., Saeculari_....»; e sotto: «_in de_», che il De Rossi lesse: -«in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco -si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane. -E giustamente; poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio -cristiano ordinariamente significa _oratorio_, e le acclamazioni _Vivas -in Deo_ sono cristiane. - -Conchiudo: - -Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S. -Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De -Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi -figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di -quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio -di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare. - -E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si -disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere -nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti -noi troviamo qui una _domus Alexandri_; ed il vescovo Alessandro, -sepolto _ad Baccanas_, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in -sostanza veritieri)[755] esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così, -chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti -a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristiani -_damnati ad bestias_ nel Colosseo?.... - - -Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di -fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le -parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra -un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in -corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside -di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a -fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione -era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente -la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una -piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale -apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco. -Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle -braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e -veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che -fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine -poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di -color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con -corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in -questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere -un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la -Vergine. Il dipinto è contornato da riquadrature in rosso: sulla fascia -inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco. -La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al -secolo XIII o XIV. - -«Nel campo della pittura si leggono i seguenti nomi di visitatori -graffiti con una punta: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -Il Lanciani, pur dubitando, opina che questi avanzi di oratorio si -debbano attribuire alla chiesa di S. Maria de Ferrariis[757]; ma questa -chiesa, come vedremo quando di essa si parlerà, per documenti certi -conviene collocarla altrove. E poi, essendo la composizione e lo stile -del dipinto del secolo XIII o XIV, e non esistendo altri documenti -che dimostrino la preesistenza della chiesa (come tale) alle pitture -suddette, l’opinante ben fece a dubitare di quella congettura. È dunque -per me un incerto oratorio. La pittura è stata trasportata al Museo -Nazionale. - -Le chiese poi più vicine all’Anfiteatro Flavio, delle quali si ha -memoria, sono: - - 1.º SS. Quadraginta Colisaei. - 2.º S. Maria de Ferrariis. - 3.º S. Giacomo. - 4.º S. Salvatore de Insula. - 5.º S. Salvatore de Arcu Trasi. - 6.º S. Maria de Metriis. - 7.º S. Nicolò de Colosso e Colisaeo. - 8.º SS. Abdon e Sennen. - -I moderni Bollandisti[758] saltano a piè pari la questione intorno -a queste chiese, che, come vedremo, sono certamente esistite nelle -vicinanze del Colosseo; come pure tacciono degli oratorî, dei quali -parlammo di sopra, benchè quando essi scrissero fossero già scoperti. -Rivolgono le loro armi contro _S. Salvatore in Ludo_ od _in Tellure_, -e, contro _S. Maria de arcu aureo_, che nulla hanno a vedere col -Colosseo; e, costretti a parlare della chiesa dei Ss. Abdon e Sennen, -e non potendone negare resistenza, conchiudono con un «il est probable» -che la lettura degli atti abbia suggerito l’idea di erigere una chiesa -in loro onore in questo luogo. - -Del resto, la esistenza di queste _otto_ chiese e di questi oratorî -attorno al Colosseo serve a dimostrare la venerazione che, da secoli -e secoli, prima dell’epoca fissata dai Bollandisti per il culto di -questo monumento — secolo XVII — era prestata all’Anfiteatro, benchè -le chiese e gli oratorî niuna relazione diretta avessero coi martiri -che in esso patirono: giacchè appunto attorno a centri indubitabili di -grande venerazione noi vediamo verificarsi il fatto dell’aggruppamento -di chiese ed oratorî di vario titolo; come, ad esempio, attorno alle -basiliche Lateranense e Vaticana, ed a quella _Apostolorum_ sulla Via -Appia. Anzi questo fatto non solo si è verificato attorno a luoghi -sacri fin dalla loro origine, ma eziandio attorno a monumenti destinati -per loro natura ad uso profano, e divenuti poscia venerabili, presso -i cristiani, per qualche motivo speciale. Così attorno al grandioso -edifizio delle Terme di Diocleziano, sorsero le chiese di S. Salvatore -_in Thermis_, dei Ss. Papia e Mauro, e l’oratorio cristiano scoperto -nel 1876 sul _Monte della Giustizia_ (ove è ora la dogana); e ciò, -perchè gli altissimi muri di quella immensa mole erano stati cementati, -dirò così, dal venerando sudore di migliaia di confessori della fede. - - -I. Chiesa dei _Ss. Quadraginta Colisaei_[759]. - -Cinque furono in Roma le chiese sacre ai Quaranta Martiri di Sebaste. -Presso la chiesa di _S. Maria Antiqua_, scoperta a’ nostri giorni, -v’ha una cappella che il Wilpert considera come faciente parte della -chiesa stessa, per essere a questa assai vicina[760]. Nell’abside di -questa cappella sono dipinti i Ss. Quaranta Martiri; e la pittura è -giudicata dallo stesso ch.º autore[761] non posteriore al secolo VII. -Nella stessa cappella Adriano I fece dipingere nel secolo seguente _gli -stessi Santi in gloria_. - -Altra chiesa dedicata a questi Martiri fu sull’Esquilino, e -propriamente al Castro Pretorio. — Una terza ve n’era a breve -distanza dal luogo ove ora è la chiesa delle Stimmate, e si disse _Ss. -Quadraginta de Calcarario_, e poi _de Leis_. Un’altra ve ne fu, e v’è -tuttora, nel Trastevere, e finalmente viene la nostra. Da quest’elenco -mi sembra potersi ricavare l’origine e la posizione della nostra -chiesa. - -I _Quaranta Martiri_ furono soldati, e noi troviamo che le chiese -ricordate sono presso le caserme militari. La cappella di _S. Maria -antiqua_ fu eretta per la Coorte Palatina; la chiesa dell’Esquilino, -per i soldati Pretoriani; quella di Trastevere, nella celebre _Urbs -Ravennatium_, per i marinaî di Ravenna, quella situata a pochi passi -dal luogo ove ora sorge la chiesa delle Stimmate, per i militi dei -_Castra_ dedicati da Aureliano _in Campo Agrippae_[762]. La nostra -dunque, per i marinai di Miseno. Questo quanto all’origine: quanto alla -posizione poi, il quartiere dei marinai di Miseno fu tra S. Clemente -ed il Colosseo; ivi dunque dovremmo collocare la chiesa. E così è di -fatto. - -Il Lonigo la dice posta «lì attorno al Colosseo», fra la chiesa di S. -Giacomo e quella di S. Clemente. Dalla bolla di Eugenio IV[763], per -la quale questa chiesa e l’altra di S. Maria furono unite all’ospedale -di S. Giacomo, risulta, che era prossima a questo ospedale: «Sanctorum -Quadraginta.... nec non S. Mariae prope dictum hospitale consistentes». -Nel _Catasto_ dei beni dell’ospedale di _Sancta Sanctorum_ del -1462[764] si legge: «Item ecclesia _Sanctorum Quadraginta_ prope dictam -ecclesiam (di S. Giacomo) que remansit unita hospitali post cessum et -recessum domi Johannis de Cancellariis». Ora il fabbricato della chiesa -e dell’ospedale di S. Giacomo si estendeva fino al principio della via -di San Giovanni. Qui dunque fu la chiesa dei Ss. Quaranta: vale a dire, -di fronte al quartiere dei Misenati. - -Questa chiesa alla metà del secolo XV era in istato di totale -deperimento, e lo ricavo dalla citata bolla d’Eugenio IV (1433), nella -quale, parlandosi delle due chiese, di S. Maria de Ferrariis e dei -Ss. Quadraginta, leggiamo: «Etiam ruine deformitati supposite et fere -prorsus destructa». Però sotto il Pontificato di Pio IV (1559-1565) -esisteva ancora perchè è ricordata nel _catalogo delle chiese_, -redatto sotto questo Pontefice. L’Adinolfi[765] opina che «vivo Sisto -IV fosse fatto titolo di Cardinale ed avesselo Pietro Foscari; e -Pontefice Alessandro VI il Cardinale Domenico Grimano e mantennesi -tale trapassata anche l’età fra li due». Che questa chiesa esistesse, -_trapassata anche l’età fra li due_, è certo; perchè, come ho detto, -si trova ricordata nel _catalogo_ di Pio IV; ma che fosse elevata a -_Titolo_ ed assegnata ai Cardinali Foscari prima e poi Grimano, non so -come l’Adinolfi l’abbia potuto affermare: sappiamo infatti che i due -Cardinali suddetti ebbero a _titolo S. Nicolò de Colosso o Colisaei_, -che è lo stesso che _S. Nicolo inter imagines_[766]. Dalla seconda metà -del secolo XVI in poi, non si ha più memoria di questa chiesa[767]. - - -II. Chiesa di S. Maria _de Ferrariis_. - -Parlando dell’oratorio scoperto negli scavi del 1895, dissi esservi -alcuni i quali opinano, pur dubitando, che la chiesa di _S. Maria -de Ferrariis_ fosse situata nel luogo di quel rinvenimento. Non ci è -possibile accettare la loro opinione, giacchè la posizione di questa -chiesa viene esattamente indicata dall’_Ordo Romanus_ di Cencio -Camerario[768], e dalla bolla di Eugenio IV, più volte ricordata. -Nel primo si legge: «Et dehinc usque ad S. Nicolaum de Colosseo,.... -deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum -Sancti Clementis». — Nella seconda, come già vedemmo, è scritto: «Nec -non S. Marie prope dictum hospitale S. Jacobi consistentis». La chiesa -di S. Maria _de Ferrariis_ era dunque situata presso l’ospedale di -S. Giacomo, il quale terminava al principio della via attuale di S. -Giovanni; era prima della casa della favolosa Papessa Giovanna[769], -che trovavasi, per chi va al Laterano, prima di S. Clemente; era a -sinistra della via suddetta, perchè ricordata con fabbriche che sono da -questa parte: in conclusione la chiesa di _S. Maria de Ferrariis_ era -situata al principio della moderna via di S. Giovanni, e a sinistra di -chi va al Laterano. - -Il Lonigo la pone fra S. Giacomo e S. Clemente. - -La chiesa di cui parliamo è ricordata nel Catalogo del Camerario, nel -Codice di Torino e nel Catalogo del Signorili; poi scomparisce. - - -III. Chiesa di S. Giacomo. - -Di questa chiesa già s’è parlato abbastanza: solamente qui aggiungerò -che negli scavi del 1895 venne a luce il _cimitero_ dipendente da -questa chiesa. Ecco le parole che scrisse il ch.º Lanciani all’epoca -della scoperta: «Sembra che questo sepolcreto dipendente dalla chiesa -ed ospedale di S. Giacomo del Colosseo si estendesse per considerevole -spazio, almeno sino al n. 2 in via di S. Giovanni, dinanzi al quale, -il giorno 5 aprile, si trovarono altri avelli addossati a muri di -bella cortina[770]. Stavano a soli due metri di profondità». In nota -poi aggiunge: «Una parte delle fondamenta della chiesa di S. Giacomo -è stata troncata dagli odierni scavi: e corrisponde nei particolari -architettonici al prezioso disegno dell’anonimo di Stuttgart f. 88, -n. 237[771]. Ad essa ed al camposanto si deve la conservazione dei -cippi che chiudevano il marciapiede e balteo del Colosseo, largo ben -diecisette metri e mezzo». - - -IV. Chiesa di S. Salvatore _de Insula_. - -Questa chiesa è ricordata dal Camerario col nome di «_Salvatoris Insule -et Colosei_»; nel Codice di Torino è detta: «_S. Salvatoris de Insula, -habet 1. sacerdotem_»; e così pure vien chiamata nel _Catalogo_ del -Signorili. - -L’Armellini[772] dice che non si trova altra menzione di essa, e -la crede addossata all’Anfiteatro: «Tracce infatti (egli scrive) di -costruzione del medio evo restano ancora presso uno degli archi del -medesimo, dal canto della via che conduce alla basilica Lateranense». -Io però non posso convenire col ch.º scrittore: l’aggiunto «_Insule_» -del Camerario, e il «_de Insula_» del Codice di Torino esclude l’idea -di un addossamento della chiesa ad un edifizio. O fu dunque la chiesa -medesima per se isolata, e quindi «_Insule_» o «_de Insula_»; ovvero -fu inchiusa in uno di quei fabbricati, che, per essere affittato a più -famiglie nell’antichità, e forse anche nell’età di mezzo, eran detti -_Insulae_. - - -V. Chiesa di S. Salvatore _de Arcu Trasi_. - -Con tal titolo è ricordata questa chiesa nel Codice di Torino; il -Signorili poi la dice: «_ad Arcum Trasi_». Non può cader dubbio sulla -posizione di questa chiesa: essa fu presso l’Arco di Costantino, se non -forse a questo addossata. L’anonimo Magliabecchiano[773] dice: «Arcus -triumphalis marmoreus qui dicitur _de Trasi_ coram colosso in via per -quam itur ad sanctum Gregorium, fuit factus Costantino... et dicitur -_de Trasi_ quia in transitu viae est». Nella _Mesticanza_ di Paolo -Liello Petnene[774] si legge: «Voglio scrivere la vita di alcuno vostro -Romano, a quali si vorria fare un simil arco trionfale, che fu fatto a -Costantino... il quale si chiama _Arco de Trasi_ appresso a Coliseo». -Poggio Bracciolini, nella sua _silloge_, scrive: «De arcu Costantini, -qui hodie dicitur _de Traxo_». - -L’Armellini, piuttosto che dal transito sotto ai fornici dell’Arco, -opina si debba derivare il vocabolo _Trasi_ dalle statue dei Traci che -ne adornano l’attico[775]. - -La memoria di questa chiesa scomparse dopo il secolo XV. - - -VI. Chiesa di S. Nicolò _de Coliseo_. - -La chiesa di S. Nicolò, scrive l’Adinolfi[776], dicesi da qualche -moderno «esser stata demolita ed essere stata nell’aia sulla quale è un -locale, forse fabbrica dell’Arciconfraternita di _Sancta Sanctorum_, -lasciando sospesa la curiosità del ricercatore di essa se questo -locale stesse a destra o a sinistra della via Maggiore». Però Cencio -Camerario, nel ricordare i luoghi ove si facevano gli archi sotto ai -quali passava il Papa nella solennità del _presbiterio_, c’indica il -sito ove sorgeva questa chiesa. Dice infatti: «Et dehinc usque ad _S. -Nicolaum de Colisaeo_.... deinde usque ad S. Mariam de Ferrariis.... -deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum -Sancti Clementis»[777]. La chiesa di S. Nicolò stava dunque prima di -quella di S. Maria _de Ferrariis_; ed essendo, per quel che si è detto -sopra, noto il posto di quest’ultima chiesa, potremo con facilità -stabilire il sito della chiesa di S. Nicolò. Questa fu certamente -vicina al Colosseo, da cui tolse il nome; e perciò la collocherei a -sinistra della via attuale del Colosseo, dove verso il Laterano ha -termine l’edificio dell’Anfiteatro. Qui infatti, negli scavi del 1895, -si rinvenne un lungo tratto di strada medievale, la quale, come nota il -Gatti, era la via per cui si passava nelle solenni processioni papali, -e dove appunto si facevano gli archi ricordati dal Camerario. - -In questo luogo stesso e negli stessi scavi praticati nel 1895 si -rinvenne un grande masso rettangolare di travertino, sul quale era in -parte conservato l’intonaco primitivo dipinto. «Lo stile dell’affresco, -scrive il Gatti[778] conviene al secolo VIII in circa. Vi sono -rappresentati due santi, in piedi col nimbo circolare attorno al capo, -vestiti di lunga tunica adorna di croci quadrilatere, e coperti col -pallio. Ambedue tengono la mano destra sollevata all’altezza del petto; -e mentre la figura a dritta sostiene una corona, l’altro regge un libro -aperto, sul quale è scritto: - - INIT[=IV] SAPIENTI....... - -«Si volle ripetere la sentenza: _Initium sapientiae, timor -Domini_; mancato però lo spazio per le ultime parole, queste furono -rappresentate con piccole linee ondulate. La pittura è molto deperita; -e verso ambedue i margini laterali della pietra manca quasi la metà -delle due figure. In mezzo a queste è dipinta, nascente dal terreno, -una pianta con fiori simili a rose». - -Questa scoperta mi sembra sia una conferma della mia supposizione: -che qui, cioè, fosse la chiesa di S. Nicolò _de Colisaeo_. Fu chiesa -titolare; ed i due Cardinali Foscari e Grimano (i quali furono -insigniti di questo titolo) ce ne sono la prova. - -L’Armellini[779] afferma che questa chiesa era ancora in piedi sotto S. -Pio V. - - -VII. Chiesa di S. Maria _de Metrio_. - -Il Camerario, il Codice di Torino ed il Signorili ricordano questa -chiesa; ma dal secolo XVI in poi non se ne ha più memoria. Il Codice -di Torino la chiama «_Sellaria de Metrio_»; in una bolla di Urbano V è -detta S. Maria de _Metrio_[780]. I topografi non hanno saputo indicare -il luogo preciso di questa chiesa, e vi fu chi la collocò lontanissimo -dal Colosseo; il Codice di Torino però ce ne dà l’indicazione precisa, -e la pone fra S. Salvatore _de Arcu Trasi_ e la chiesa dei Ss. Abdon -e Sennen. Ora, conoscendosi il sito preciso della prima — _Arco di -Costantino_ — e dell’ultima — _Colosso di Nerone_, — è chiaro che S. -Maria _de Metrio_ fu alla Mèta Sudante o lì presso; e la voce _Metrio_ -(corruzione evidente di Mèta) ce ne è la conferma. - - -VIII. Chiesa de’ Ss. _Abdon e Sennen_. - -Questa chiesa fu eretta sul luogo ove furono gettate, dopo il martirio, -le salme dei gloriosi Martiri Persiani: vale a dire, _ante simulacrum -Solis_, ossia davanti al famoso Colosso Neroniano. Difatti, tra il -basamento del Colosso ed il tempio di Venere e Roma, al cadere del -secolo scorso, si trovò una gran quantità di ossa umane, le quali -vengono a dimostrarci la presenza di un cimitero svoltosi attorno a -questa chiesa. Essa è ricordata dal Camerario, dal Codice di Torino -(il quale, come dicemmo, la nomina dopo la chiesa di S. Maria _de -Metrio_), dal catalogo del Signorili e da quello di Pio V, ritrovato -dall’Armellini negli archivi secreti del Vaticano. Da questo catalogo -egli argomenta, e giustamente, che la nostra chiesa durante il -pontificato di Pio V non solo era intatta, ma vi si compievano ancora -gli atti di culto; poichè l’estensore del suddetto catalogo nota -esattamente lo stato materiale di ciascuna chiesa, e di quella dei -Ss. Abdon e Sennen nulla osserva[781]. Lo stesso chiarissimo scrittore -la suppone distrutta alla fine del secolo XVI o sugli inizî del XVII -secolo. - - -Ed ora, chiusa questa lunga parentesi, alla quale mi hanno condotto le -questioni sulle chiese di S. Salvatore _de Rota_ e S. Giacomo, torniamo -all’argomento. - -I Pontefici, nel prender possesso della loro suprema dignità colla -famosa e solenne cavalcata alla basilica Lateranense, solevano -ascendere il Campidoglio; poscia, attraversato il Foro, passavano -innanzi il Colosseo, e proseguivano per la via che conduce al Laterano. -Gli Ebrei erano in dovere di preparare i soliti apparati e di ornare la -strada dall’Arco di Tito fino all’Anfiteatro. S. Pio V, nel possesso -che prese il 23 Gennaio 1566, volle, con tutta la cavalcata, passare -per entro lo stesso Colosseo, come pure fece nella sua presa di -possesso Gregorio XIII[782]. - -Nel _libro dei decreti_ del 1574 si trova il seguente decreto del -Consiglio secreto del 15 Ottobre (f. 548): - -«Giovanni Battista Cecchini primo Conservatore propose: Perchè tutte -le opere cominciate deuono hauere il suo debito fine, però ce par -necessario che mancando ancora molta quantità di Trauertini per finire -la restaurazione del Ponte Santa Maria, et per adesso non se ne possono -far venire et per questo essendone detto che nel Coliseo ue ne è -gran quantità sotto le ruine dò sonno cascati et non sono in opera -quali si potrebbero far cauare per questo bisogno. Però l’habbiamo -uoluto esporre alle S.S. V.V. acciò possino sopra di ciò fare quelle -risoluzioni che gli parrà». - -«Decretum extitit omnium Patrum astantium assensu quod capiantur -et fodiantur expensis Po. Ro. omnes lapides mormorei et Tiburtini -existentes in ruinis amphitheatri Domitiani vulgo _detto il Coliseo_, -diruti et nullo pacto coniuncti et applicati dicto Amphitheatro, sed -etiam effodi possint in omnibus aliis locis publicis pro supplemento -operis Pontis Sanctae Mariae sine tamen praeiudicio aedificiorum -antiquorum pro quibus exequendis curam habere debeat magister Mathaeus -architectus. Quoque omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis -reperiantur sint ipsius Populi romani». - - -Il Sommo Pontefice Sisto V, fu uno dei Papi che più ricordi lasciò -nell’alma Città. «Costruì più Egli solo in cinque anni di pontificato, -dice giustamente il prof. R. Corsetti[783], che in più secoli la -maggior parte dei suoi successori» — Poteva dunque l’operosissimo -Sisto V trascurare l’Anfiteatro Flavio? Non era possibile: egli pensò -ben tosto di far ivi grandiosi lavori, onde conservarlo e renderlo -nuovamente, in pari tempo, di pubblica utilità; benchè con non lieve -danno dell’integrità archeologica di quelle monumentali reliquie, se -tali lavori fossero stati eseguiti. - -Ai tempi di Sisto V molti poveri di Roma non avean modo di vivere -colle loro fatiche: il lavoro scarseggiava; ed il provvido Pontefice -escogitò la maniera di sovvenire agli indigenti ed evitare che -andassero mendicando per la Città. Sul finire del secolo XVI, Sisto -V dava incarico a Domenico Fontana, perchè riducesse il Colosseo -ad abitazione e lanificio; giacchè l’arte di lavorare la lana era -allora in Roma molto negletta. Il suddetto architetto fece il disegno -dell’_edificio restituito nella sua originaria circonferenza_: quattro -porte od ingressi con altrettante scale immettevano al monumento. Nel -mezzo dell’antica arena dovea sorgere una fonte: altre fonti dovean -servire per il lavoro; e per le abitazioni degli operai si destinavano -i portici esterni, dando a ciascuno di quelli, gratuitamente, due -stanze. Gli altri portici dovean adattarsi a stanze e a laboratorî. Già -erasi intrapreso il lavoro: i commercianti di lana avevano già ricevuto -da Sisto V la somma di 15,000 scudi per la provvista della materia da -lavorarsi nel nuovo lanificio; quando la morte del Pontefice venne -a troncare l’attuazione di quell’opera[784]. «Se vivea un altr’anno -solo, dice il Fontana, il progetto sarebbe stato una realtà, con -immensa utilità pubblica e specialmente dei poveri». E il Mabillon[785] -aggiunge: «Vixisset Syxtus V et amphitheatrum, stupendum illud opus, -integratum nunc haberemus!» — Ma ascoltiamo le parole dello stesso -Fontana[786]: «Acciò, iui si facesse l’arte della lana, per utile della -città di Roma, volendo che á torno per la parte di dentro al piano -di terra vi fossero le loggie couerte, et disopra scouerte, con le -botteghe, e stanze per abitatione per li lavoratori di detta arte, e -che ogn’vno dovesse hauer vna bottegha con due camere e loggia scouerta -avanti à torno tutto il teatro, hauendo già dato ad alcuni mercatanti -scudi quindicimila acciò cominciassero ad introdur detta arte, -volendoci di più far condurre l’acqua per far fontane per comodità di -detta arte et per vso degli habitatori, e di già haueua cominciato a -far leuare tutta la terra che ni staua à torno et a spianar la strada -che viene da torre de Conti, et và al Coliseo, acciò fosse tutta -piana, come hoggi dì si vedono li vestigj di detto cauamento, et vi si -lauoraua con sessanta carrette di caualli, et con cento huomini, di -modo che se il Pontefice uiueva anco un anno, il Coliseo sarìa stato -ridotto in habitatione. La qual opera si faceva principalmente da N. -S. acciò tutti li poveri di Roma hauessero hauuto da trauagliare, et -da viuere senza andare per le strade mendicando; poi che non aueriano -pagato pigione alcuna di casa qual voleva fosse franca, il saria -stato di grand’vtile alla pouertà, et anco ai mercatanti di lana, che -haueriano smaltita la loro mercatantia in Roma, senza hauerla da mandar -fuori della città, con animo di fare che detta città fosse tutta piena -di artegiani di tutte le sorti». - -Nell’archivio Capitolino[787], negli atti di Girolamo Arconio, notaro -dei Conservatori, troviamo: «A dì 21 di marzo 1594 — hauendo (i -Conservatori) inteso che certi di questi che lavorano di carniccia -per fare la colla ceruona haueuano occupato alcuni archi di sopra -del teatro del Colosseo uerso Santo Clemente.... li mandarono a -farli mettere imprigioni, quali mostrarono che li Guardiani... della -compagnia del Confalone l’aueuano loro data licentia et affittato per -una libbra di cera l’anno». - -Termineremo questo capitolo col riferire alcune scoperte fatte presso -il Colosseo verso l’anno 1594, delle quali ci dà notizia il Vacca[788]: -«Accanto il Coliseo, dice quest’autore, verso SS. Gio. e Paolo vi -è una vigna, mi ricordo (circa l’anno 1594) vi fu trovata una gran -platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli Corintii; e -quando Pio IV le Terme Diocletiane restaurò, e dedicolle alla Madonna -degli Angeli, mancandogli un capitello nella nave principale, che per -antichità vi mancava, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca -di marmo da 40 palmi longa, et una Fontana molto adorna di marmi, -e credetemi, che aueua hauto più fuoco che acqua; et ancora molti -condotti di piombo». - - - - -CAPITOLO SECONDO. - -Il Colosseo nel secolo XVII. - - -Nell’archivio capitolino[789] troviamo che il 5 Agosto del 1639 «fu -data da’ ss. Conservatori licenza a Bramante Bassi di poter far cavare -e ricercare nel circuito del Colosseo ed altri antichi edifizî, colla -condizione ivi apposta, sopra la porzione tangente di quello che vi -si fosse trovato». Il risultato delle indagini fatte dal Bramante noi -l’ignoriamo: sappiamo invece[790] che circa cinque anni dopo (la notte -seguente al 21 Maggio dell’anno 1644) crollarono e caddero tre archi -e mezzo dell’Anfiteatro, e che coi materiali caduti Urbano VIII fece -edificare il famoso palazzo Barberini. - -Nell’anno 1671 si tornò all’idea di nuovamente servirsi dell’Anfiteatro -per darvi spettacoli pubblici, e specialmente la _caccia di tori_. -Ad ottenere lo scopo, faceva d’uopo il permesso del Card. Altieri -ed il consenso del Senato Romano. I signori Giuseppe Guicciardi e -Giambattista Galante si rivolsero officialmente a quegli e a questo, -e l’ottennero. Ecco quanto si legge in un _Memoriale_ dell’archivio -Capitolino[791]: «Anno 1671. Giugno. Registro di memoriale per la -concessione della facoltà richiesta da Giuseppe Guicciardi e Gio. -Battista Galante, di potere fare la caccia del toro dentro il Colosseo. -Fu dato da questi due il memoriale all’Eminentissimo Cardinale Altieri -padrone, da cui fu rimessa l’informazione a Monsignor Governatore di -Roma, dopo la quale ne seguì, che il Cardinale concedette la facoltà; -indi esposero altro memoriale ai ss. Conservatori del Popolo Romano -per l’esecuzione della grazia di far giuochi di tori ed altri animali -nell’Anfiteatro, promettendo di farvi risarcimento notabile e di grande -spesa, quando i detti signori avessero prestato il loro consenso. -Quindi l’Eccellenze loro, in conformità dell’esposta concessione -impetrata, e non altrimenti, concedettero agli oratori, che potessero -valersi per sei anni delle parti del Colosseo spettanti al Popolo -Romano, per potervi fare i giuochi espressi, con condizione però, -che non fosse impedito il transito, eccettuandone solo il tempo de’ -giuochi: e che per l’Eccellentissimo sig. Senatore, Conservatori, -Priore ed Ufficiali di Campidoglio, restasse palco e luogo capace di -20 persone, del quale potessero valersi senza pagamento alcuno; qual -decreto fu fatto e sottoscritto a’ 23 di Giugno del medesimo mese ed -anno». - -Era già per mettersi in esecuzione il decreto, quando Clemente X, ad -istanza del P. D. Carlo Tomassi, credè bene annullarlo. Ecco in qual -modo. - -Il lodato Tomassi pubblicò successivamente due opuscoli sull’Anfiteatro -Flavio. In essi l’autore cercò di dimostrare la santità del luogo, la -venerazione in cui dovea tenersi, ed il rispetto che i fedeli dovean -nutrire per quell’_Arena_, già santificata dal sangue cristiano. Gli -opuscoli del Tomassi produssero il loro effetto: l’Anfiteatro fu tosto -recinto da muri; s’allontanarono le profanazioni; si mise nella maggior -devozione possibile, e si principiarono gli opportuni preparativi per -solennizzare in esso la prossima ricorrenza dell’Anno Santo (1675). In -quella circostanza Clemente X fe’ dipingere nel Colosseo varî quadri -rappresentanti il martirio di alcuni eroi della Chiesa nascente. - -Terminate le feste giubilari, il sullodato Tomassi pubblicò un altro -opuscoletto col titolo: _Breve relazione dell’Anfiteatro, consacrato -col sangue prezioso d’innumerabili Martiri, serrato e dedicato ad -onore de’ medesimi l’anno del giubileo 1675_. In questo opuscolo, -l’autore, dopo aver trattato dell’uso che erasi fatto dell’Anfiteatro -nei passati tempi, riferisce quanto si progettò e si fece nel Colosseo -durante l’_Anno Santo_ (1675). Ecco le sue testuali parole: «È stato -poi questo luogo in grandissima venerazione, e vi si rappresentava -ogni anno la passione del Signore: qual uso durò sino al tempo di -Paolo III. Ed il b. Pio V soleva dire, che chi voleva reliquie andasse -a prendere la terra del Colosseo, ch’era impastata col sangue de’ -Martiri. Ed ai tempi nostri, sono io testimonio, che ogni qualvolta -sono ivi passato col signor cardinale Ulderico Carpegna, questo -piissimo signore ha sempre fatto fermare la carrozza con fare la -commemorazione de’ ss. Martiri, che ivi gloriosamente trionfarono: -e perciò sono stato sempre divotissimo di questo santo luogo: e gli -anni addietro con certa occasione feci una scrittura simile a questa, -colla quale ancora persuadevo i devoti volerlo serrare, per togliere -molti abusi che vi si facevano, e sacrarlo totalmente a’ ss. Martiri. -Ebbe allora la scrittura per divina misericordia il suo primario -inteso effetto: ed ora ultimamente il secondo, con modo affatto totale -della Divina Provvidenza, essendosi esibito a fare ciò spontaneamente -il signor principe Panfilio (fu questo il principe D. Gio. Battista -Panfilio, signore piissimo e liberalissimo in fare elemosine ed opere -di pietà) cosa da me non aspettata, sapendo che questo signore teneva -tanti impieghi ed impegni di elemosine giornaliere....... Consultatone -dunque il negozio col sig. cavalier Bernino, egli, colla sua somma -perizia e pari pietà, stimando che questa era un’opera degnissima e -necessaria, non solo per la devozione a’ ss. Martiri, ma anche per la -conservazione di una macchina, che come mostrava la grandezza di Roma, -così era anche l’idea dell’architettura di questa; e che perciò non -solo bisognava non toccare niente del vecchio, ma neanche nasconderlo, -deliberò che si serrassero solamente gli Archi con alcuni muri forati, -per potersi godere anco di fuori la parte interiore: e per renderlo a -tutti venerabile e santo si accomodassero due facciate, la maggiore -verso Roma di tre arcate, le prime tre inferiori per l’ingresso con -tre ferrate, e sopra quella di mezzo un’iscrizione, e ne’ tre archi -superiori si ergesse una gran croce, vessillo e trofeo de’ ss. Martiri; -e che una simil facciata si facesse anco d’una sola arcata, verso -s. Giov. in Laterano, designando parimenti nel centro del Colosseo, -ove prima era l’ara, o altare ove si sacrificava a Giove, un piccolo -tempio, per non impedire la gran macchina, in onore dei ss. Martiri. -Si diede conto di tutto al sig. Cardinale Altieri, il quale ne ricevè -contento grandissimo; e per la buona spedizione dell’opera, assegnò -al sig. Giacinto del Bufalo, signore per la gran pietà e prudenza -ragguardevole a tutta la città, e con effetto ed affetto grandissimo ha -ridotta l’opera quasi al fine con applauso e devozione di tutta Roma; -e molti non han lasciato, nè lasciano di trascrivere le iscrizioni che -sono le seguenti: - -_Nella facciata verso Occidente:_ - - AMPHITHEATRVM FLAVIVM - NON . TAM . OPERIS . MOLE . ET ARTIFICIO - AC . VETERVM . SPECTACVLORVM . MEMORIA - QVAM . SACRO . INNVMERABILIVM . MARTYRVM - CRVORE . ILLUSTRE - VENERABVNDVS . HOSPES . INGREDERE - ET . IN . AVGVSTO . MAGNITVDINIS . ROMANAE . MONVMENTO - EXECRATA . CAESARVM . SAEVITIA - HEROES . FORTITVDINIS . CHRISTIANAE . SVSCIPE - ANNO JVBILARI . ET . EXORA . MDCLXXV. - -_Nella facciata verso san Gio. in Laterano:_ - - AMPHITEATRVM . VVLGO . COLOSSAEVM - OB . NERONIS . COLOSSVM . ILLI . APPOSITVM - VERIVS . OB . INNVMERABILIVM . SS. MARTYRVM - IN . EO . CRVCIATORVM . MEMORIAM - CRVCIS . TROPHEVM - ANNO . JVBILARI . MDCLXXV. - -Fin qui il devoto Tomassi. - -Il progetto di erigere nel Colosseo un tempietto[792] non venne -attuato, sia per non ingombrare il centro dell’_arena_, sia perchè la -chiesuola, detta della _Pietà_ (e della quale già parlammo), trovavasi -ancora in istato di discreta conservazione. - -I cancelli di ferro, che dovean chiudere i due ingressi, furono -suppliti con porte di legno; e sopra le iscrizioni ed i dipinti -esterni, raffiguranti i Martiri, furono erette due grandi croci. Tutti -gli archi del primo ordine vennero murati, lasciando in essi piccole -feritoie, onde dai portici si potesse vedere l’interno dell’edificio; e -questa chiusura, attesa la grandezza dell’Anfiteatro, importò una spesa -non lieve. Sulla sommità dell’Anfiteatro venne eretta una grande croce -di legno, la quale varie volte fu atterrata dall’impeto dei venti e -successivamente rinnovata. - -Con questi progetti e con questi lavori finirono le vicende del -Colosseo nel secolo XVII. - - - - -CAPITOLO TERZO. - -Il Colosseo nel secolo XVIII. - - -Abbiam visto nel precedente capitolo che in occasione dell’Anno Santo -(1675) furono murati tutti gli archi interni dell’ordine inferiore -dell’Anfiteatro Flavio. Gli archi esterni però rimasero aperti, ed -i portici seguivano ad essere il ricettacolo dei malviventi. Onde -impedire un tanto male, il Papa Clemente XI[793] li fe’ chiudere: i -portici furono ridotti a deposito di letame, collo scopo di trarne il -salnitro per la vicina fabbrica di polvere; ed a questo ignobile uso -servirono fino all’anno 1811. - -Il 3 Febbraio del 1703 «per effetto del terremoto»[794] cadde un arco -dell’Anfiteatro[795]; e coi materiali caduti e con quelli rinvenuti -nella _fondamenta delle case dei Serlupi_, si costruì la scalinata del -porto di Ripetta. Il Valesio[796], il Fea[797], ed il Cancellieri[798] -descrivono la caduta di quest’arco; anzi quest’ultimo scrive che, -_essendo caduti tre archi del secondo recinto del lato del monte Celio, -e trattandosi di mettere in vendita i caduti travertini, il Papa credè -più espediente assegnarli per la scalinata di detto porto_. Il ch. -Lanciani[799] dice che «nei rogiti originali dei notarî della Camera -Apostolica[800] esiste un’apoca di appalto pel risarcimento della -strada carrozzabile che dall’arco di Settimio saliva alle stalle del -Senatore ed alla piazza del Campidoglio; nel qual contratto si permette -a _mastro Domenico Pontiano che debba valersi delli massicci o mura -cadute del Colosseo_». - -L’anno 1714 l’erudito mons. Bianchini domandava ed otteneva dal -papa Clemente XI il permesso di praticare uno scavo nell’_arena_ -dell’Anfiteatro, onde rinvenire il piano o livello primitivo di essa -arena. Il lavoro non fu ingente, giacchè alla profondità di 25 _palmi_ -tornò in luce l’antico pavimento formato di grosse ed ampie lastre di -travertino. - -Nonostante la chiusura degli archi, fatta nel 1675, e la diligenza -spiegata onde conservare le reliquie del nostro insigne monumento e -delle sue memorie; pur nondimeno, e per l’ingiuria dei tempi e per -la malizia degli uomini, pochi anni dopo, gran parte di quei muri di -chiusura erano a terra. La vastità dell’edificio ed i suoi nascondigli -furono nuovamente il richiamo della gente immorale e ladra; e non v’ha -chi ignori quanti e quanto gravi disordini, specialmente di notte, vi -si tornassero a perpetrare. - -Non lungi dal Colosseo eravi un ospizio eretto dal ven. P. Angelo -Paoli, carmelitano. Questi, fin dalla sua celletta, osservava -attentamente gli eccessi ed i disordini che si commettevano -nell’Anfiteatro, ed escogitava ogni mezzo onde eliminare tanto -scandalo. Si decise finalmente di darne relazione particolareggiata al -Pontefice Clemente XI, nella speranza che questi volesse rimediarvi. -Il desiderio del P. Paoli venne soddisfatto; verso l’anno 1714 ottenne -un sussidio pontificio; raggranellò anche altre elemosine; e con questo -danaro fe’ riparare i muri che chiudevano gli archi esterni; rinnovò i -cancelli degli ingressi secondarî, e ai due ingressi principali fece -mettere solidi portoni di legno[801]. Restaurò parimenti i muri di -chiusura degli archi interni, i quali erano stati danneggiati dalla -caduta di alcuni archi. Circa quest’epoca nella parte interna del -primo arco, presso l’ingresso occidentale dell’Anfiteatro, fu dipinto -un rozzo quadro della città di Gerusalemme e della crocifissione di -Cristo; ed intorno all’arena, in varî punti del podio, vennero erette -14 edicolette, sormontate da croci e con pitture rappresentanti i -notissimi misteri della _Via-Crucis_[802]. - -Il detestabile abuso che i malviventi facevano di un santo venerando -edificio, stimolò l’architetto Carlo Fontana[803] ad elaborare un -progetto il quale tendeva a rendere l’Anfiteatro un luogo assolutamente -sacro, edificandovi un tempio dedicato ai SS. Martiri. Il progetto -fu pubblicato all’Aia nel 1725, ma non fu messo in attuazione. Fra -le tavole dimostrative dell’opera del Fontana, ve n’è una (la V) che -rappresenta l’interno del Colosseo nello stato in cui trovavasi a -quei tempi. Nel fondo dell’arena, verso il Laterano, si vede una rozza -chiesuola innanzi alla quale sorge una croce[804]. - -Nel 1741 la custodia della piccola chiesa della Pietà era affidata a -Francesco Boufort (di Parigi), il quale se ne vivea tranquillamente -nell’attigua casetta. I dediti alla malavita ed i ladri non vedevano -nè potevano vedere di buon animo il Colosseo ben chiuso; e presto -tornarono a far pertugi sui muri di chiusura. La notte dell’11 -Febbraio dell’anno 1742 il disgraziato Boufort fu vittima degli audaci -malfattori. Varî di questi penetrarono nella sua abitazione: gli -assestarono sette pugnalate, e gli rubarono i suoi modesti risparmi. Lo -sventurato _romito_ sopravvisse miracolosamente alle ferite, ma rimase -impedito nella mano destra. - -Onde evitare la continuazione di simili eccessi, il generoso papa -Benedetto XIV sborsò nell’anno 1743 una vistosa somma; e con questa -furono restaurati (ancora una volta) i muri che chiudevano gli archi, e -fortificati gli ingressi principali e secondarî; e si restaurò inoltre -il piano superiore, sopra ed intorno alla chiesuola. - -Il sullodato Pontefice ordinò in pari tempo a Mons. Simonetti, -Governatore di Roma, la pubblicazione del seguente - - EDITTO. - - RANIERO SIMONETTI ARCIVESCOVO DI NICOSIA, DI ROMA E SUO DISTRETTO - GENERALE GOVERNATORE, E VICE-CAMERLENGO. - - «Invigilando sempre più con pia sollecitudine la Santità di N. S. - Benedetto XIV felicemente regnante a fare, che da quest’alma città - di Roma, che con il buon esempio deve servire di norma e di regola - a tutte le altre del mondo cristiano, venga rimossa ogni occasione - di offesa di Sua Divina Maestà e di pubblico grave scandalo, - ha considerato essere molto indecente, che l’antico Anfiteatro, - volgarmente detto il Colosseo, luogo degno di tutta la venerazione - per la memoria di tanti ss. Martiri, che in difesa della fede - cattolica, spargendo il proprio sangue, vi hanno gloriosamente - riportata la palma del martirio, venga profanato da taluni figli - d’iniquità, che prevalendosi dell’opportuno comodo che a lor - presentano e la solitudine del luogo e i molti nascondigli che in - esso sono, vi commettono gravi eccessi. Quindi è che, con ordine - datoci a bocca, ci ha comandato di pubblicare il presente Editto, - da durare a beneplacito suo e della Santa Sede Apostolica, con cui, - inerendo alle pie pontificie e supreme determinazioni, ordiniamo e - comandiamo, che in avvenire niuna persona di qualsivoglia stato, - condizione, grado e sesso, benchè Ecclesiastica, Claustrale e - Regolare, abbia ardire di trattenersi, sì di giorno che di notte, a - mal fine in detto Colosseo, sotto pena, se sarà uomo, di tre tratti - di corda da darglisi in pubblico: e se sarà donna, della pubblica - frusta, oltre le pene pecuniarie da imporsi all’uno ed all’altra - a nostro arbitrio; dichiarando, che per l’incorso di tali pene, - sarà sufficiente che siansi portati in tal luogo a mal fine, e così - possa legalmente presumersi da altre congetture, e dall’escludersi, - che vi siano portati per altra causa. - - «Ma se poi questo mal fine avrà avuto il suo pieno effetto, e - vi avranno commesso qualche eccesso e delitto, vogliamo che le - suddette pene possano estendersi a nostro arbitrio; rispetto agli - uomini, alla galera _ad tempus_, o perpetua, ed in quanto alle - donne, alla rilegazione a tempo, o perpetua, ed anche agli uni ed - alle altre a quella della vita, secondo la qualità e circostanze - de’ casi e dei delitti che avranno commessi. - - «E siccome per ovviare a simili inconvenienti, la San. Mem. di - Clemente XI fece cinger di muri li primi archi di detto Anfiteatro, - e munir di cancelli, quelli, che servir doveano per l’ingresso - delle carrette e bestiami che vi portano il letame per servizio - della fabbrica de’ salnitri, così la Santità di Nostro Signore, - dopo aver fatto riattare detti muri in quelle parti, ove o per - l’ingiuria dei tempi o per colpa di chi ha desiderato avervi - l’ingresso, erano devastati, ci ha ordinato di dover proibire, - come facciamo con il presente Editto, che in avvenire niuna - persona di qualsivoglia stato, grado, condizione e sesso, come - sopra, abbia ardire di rompere, disfare, anche in piccola parte, - per qualunque causa e fine detti muri, e che li carrettieri, - stabiaroli, conduttori di bestie, o qualunque altra persona, a cui - spetti l’aprire e richiudere i cancelli che vi sono, non possano - in alcun tempo, sì di giorno come di notte, tanto nell’entrare che - nell’uscire, lasciarli aperti, sotto pena in ambedue li casi di - tre tratti di corda, da darglisi in pubblico irremissibilmente, ed - altre pene, anche corporali più gravi a nostro arbitrio, secondo - la qualità e circostanze de’ casi che potessero darsi, o per causa - delle rotture di detti muri, o per li cancelli suddetti lasciati - aperti. - - «Avverta pertanto di prontamente ubbidire ciascuno a quanto - si dispone nel presente Editto, mentre contro li trasgressori - si procederà irremissibilmente alle imposizioni delle pene, - ancorchè non fossero presi _in fragranti_ dalla corte, ma _per - inquisitionem, ex officio_, ed in ogni altro modo; volendo, che il - presente Editto, pubblicato ed affisso ne’ luoghi soliti, obblighi - subito ciascuno, come se gli fosse stato personalmente intimato». - - Dato dal Palazzo della nostra solita residenza questo dì 8 Febbraio - 1744. - - R. SIMONETTI, _Arciv. di Nicosia_ - Governatore e Vice-Camarlengo. - - BERNARDINO ROSSETTI - Notaro per la Carità. - -Il 1750 non era già lontano; e i fedeli, volendo solennizzare con -qualche novità l’Anno Santo, stabilirono di fondare nel Colosseo una -Congregazione o _Compagnia laicale_, composta di soggetti civili. -Progettarono quindi di erigere sul piano restaurato da Benedetto XIV -un grandioso tempio, di rinnovare le 14 edicole della _Via Crucis_, -e restaurare le parti fatiscenti dei portici e delle scalinate -dell’Anfiteatro. Non tutti questi progetti si attuarono, ma la -devozione verso quel luogo andava nondimeno ogni dì più crescendo. -Nell’anno 1749 il Papa Benedetto XIV consacrò l’arena anfiteatrale alla -memoria della Passione di Cristo e dei suoi martiri. A perenne ricordo -dell’_Anno Santo_, fe’ incidere su marmo quell’iscrizione che già il -papa Clemente X aveva fatta imprimere sul bianco intonaco[805], e che -dice: - - ✠ - - ANPHITHEATRVM . FLAVIVM - TRIVMPHIS . SPECTACVLISQVE . INSIGNE - DIIS . GENTIVM . IMPIO . CVLTV . DICATVM - MARTYRVM . CRVORE . AB . IMPVRA . SVPERSTITIONE - EXPIATVM - NE . FORTITVDINIS . EORVM . EXCIDERET . MEMORIA - MONVMENTVM - A . CLEMENTE . X . P . M . - ANNO . IVB . MDCLXXV - PARIETINIS . DEALBATIS . DEPICTVM - TEMPORVM . INIVRIA . DELETVM - BENEDICTVS . XIV . P . M . - MARMOREVM . REDDI . CVRAVIT - ANNO . IVB . M . DCCL . PONT . X[806]. - -Rinnovate le 14 edicole della _Via-Crucis_ su i disegni di Paolo Posi, -senese; il Vicegerente mons. Ferdinando M. De Rossi, il 27 Dicembre -del 1749, fece la benedizione dei quadri, e nel centro dell’arena -si eresse una croce. S. Leonardo da Porto Maurizio, dell’Ordine dei -Minori, dimorante nel convento di S. Bonaventura al Palatino, diè tosto -principio all’esercizio della _Via-Crucis_. Il popolo accorse numeroso -al pio appello di S. Leonardo, e Benedetto XIV, con chirografo del dì -8 Gennaio 1752, donò al _Sodalizio degli Amanti di Gesù e Maria_, le -edicole suddette. - -In certi giorni stabiliti, l’Arciconfraternita recavasi -processionalmente al Colosseo per praticare l’esercizio della -_Via-Crucis_: la processione era preceduta dalla croce, la quale veniva -portata dal direttore del Sodalizio, che era sempre un Cardinale. - -Il 19 Settembre dell’anno 1756 il card. Guadagni, Vicario di Sua -Santità, celebrò la messa con comunione generale nell’Anfiteatro. Un -numero straordinario di sodali d’ambo i sessi e di altri fedeli si -accostò ai sacramenti: a tutti si diè una medaglia benedetta. - -Le comunioni così dette generali, si seguirono a fare nel Colosseo (ed -anche con maggior solennità) negli anni seguenti; e i Sommi Pontefici -Benedetto XIV e Clemente XIII annessero a quella pratica l’indulgenza -plenaria. - - -Ridotto il Colosseo a luogo sacro, potè meglio conservarsi; e a questo -fatto si deve se si salvarono dalla completa distruzione almeno le -reliquie di un edifizio che fu mai sempre l’oggetto dell’ammirazione -universale, ed un soggetto fecondo di profondi studî e ricerche di -famosi archeologi ed architetti, i quali, come è noto, ci lasciarono -interessanti lavori e saggi commenti. - - - - -CAPITOLO QUARTO. - -(Secolo XIX). Il Colosseo restaurato e fatti contemporanei ivi avvenuti. - - -Nell’anno 1805, il ch. Guattani[807] scriveva: «Qual’altra mole -teatrale vi potè essere più machinosa dell’Anfiteatro Flavio? E -qual vi è ora più superba ed imponente rovina? Basta vederla per non -iscordarla mai più. Il pittoresco che il tempo nel distruggerlo vi ha -insensibilmente introdotto, l’ha resa poi sì vaga ed interessante, -che si giunge da molti a non desiderarne il restauro. POTREBBERO -CONTENTARSI L’ETÀ FUTURE di vederlo nello stato presente; ma lo -sfacelo si avanza a gran passi: di qua ad _un secolo_ se ne anderà il -resto dell’interior tessitura, e farà d’uopo ai curiosi di ricorrere -al Serlio, al Desgodetz, al Fontana, al Overbek, al Piranesi, al -Marangoni, al Maffei, al Morcelli, al Carli, ecc.». - -Le previsioni del Guattani sarebbero oggi una triste realtà, se il -Colosseo non fosse stato diligentemente ed opportunamente restaurato -dai Papi del secolo XIX. Ai tempi infatti in cui egli scriveva -(a. 1805), la _venerabile mole dei Flavî_ trovavasi in uno stato -lamentevole. Non v’era chi non prevedesse la sua prossima rovina. La -caduta poi dell’intera _fascia esterna dell’angolo verso il Laterano_ -era inevitabile ed imminente. - -Pio VII, amante qual fu degli antichi monumenti, non potè trascurare la -più grandiosa reliquia della grandezza romana; e sollecitamente ordinò -l’edificazione del solido e grandioso _contrafforte_, il quale, fino -ad oggi, noi ammiriamo. Il portentoso ed opportuno lavoro reca giusta -maraviglia ad ogni intelligente visitatore, sia per la sua solidezza, -sia per l’indiscutibile difficoltà dell’impresa. Il colossale -_contrafforte_, tutto in opera laterizia, fu infatti costruito quando -le pietre ed i massi dell’edificio eran già slegati e prossimi a -cadere. Il lavoro riuscì, ripeto, solidissimo, ma l’urgenza impedì -all’illustre architetto di dargli (come più tardi si fece in un altro -_contrafforte_ o sperone) la forma primitiva dell’edificio. - -Poco dopo il ritorno di Pio VII dal triste esilio, e precisamente -nell’anno 1815, il pacifico Pontefice rivolse di nuovo i suoi sguardi -verso il Colosseo, ed ordinò che si restaurasse la sua parte interna. -Le cure avute dall’operoso Pontefice per le parti superstiti del nostro -Anfiteatro, ci vengono ricordate dalla seguente iscrizione marmorea: - - PIUS VII P. M. - - ANNO VII[808] - -L’esempio generoso di Pio VII fu imitato dal suo successore, il quale -nell’anno 1828 fe’ edificare un _contrafforte_ verso la Mèta Sudante. -Leone XII affidò la direzione di questo lavoro all’illustre architetto -romano Giuseppe Valadier, il quale fece ricostruire in opera laterizia -la metà dell’arco LV ed i due archi seguenti, dando ad essi, in pari -tempo, la forma e lo stile originale del monumento (V. _Fig._ 7ª). -A perpetua memoria di questo grandioso ed utile lavoro, fu affissa -l’epigrafe marmorea che dice: - - LEO XII PONT. MAX. - - ANN. III - -Anche il Sommo Pontefice Gregorio XVI ebbe cura dell’insigne monumento -dei Flavî. A questo Papa deve Roma la ricostruzione di sette arcate ed -il restauro del terzo portico (originariamente interno ed oggi esterno) -dell’Anfiteatro[809]. Il ricordo di quest’opera l’abbiamo nella -seguente iscrizione: - - GREGORIUS XVI - - PONT. MAX. - - ANNO XIV - - * - * * - -A pag. 22 dell’operetta intitolata «L’Arcicofraternita di S. Maria -dell’Orazione e Morte e le sue rappresentanze sacre»[810], scritta dal -sig. Augusto Bevignani, leggo: «Un caratteristico progetto ventilato -allora (nel 1832) e degno di essere ricordato fu d’adibire nientemeno -il Colosseo a cimitero provvisorio! Il card. Bernetti, segretario di -Stato, con lettera particolare e riservata in data 22 Aprile 1832, -al segretario di Consulta ne caldeggiò la proposta perchè molto -economica la sepoltura in quell’arena ed adiacenti ambulacri per -essere il monumento appartato e sacro alla religione[811]. Ma la sacra -Consulta _prescindendo da tutte le viste in linea d’arte_ rispose -in data 2 Maggio non potersi adibire quel monumento a tale scopo per -i sotterranei continuamente inondati dalle acque disperse o fluenti -dai colli circostanti, perciò d’ostacolo alla pronta decomposizione -dei cadaveri, e per la mancanza di ventilazione essendo circondato da -cinque colli i quali avrebbero impedito la dissipazione degli effluvî -che si sarebbero riversati sulla città attesi i venti meridionali che -vi dominano». - - [Illustrazione: _Fig. 7.ª_] - - * - * * - -Fortificata e resa sicura la parte superstite del vetusto edificio, -i Romani ed i visitatori nazionali e stranieri poterono tranquilli -aggirarsi a lor agio tra quegli imponenti avanzi; ed i fedeli accorsero -più copiosi a seguire i confratelli del Sodalizio dei devoti di Gesù -Cristo al Calvario, i quali praticavano ancora il pio esercizio della -_Via Crucis_ nell’interno del Colosseo. Questa commovente funzione ci -fu elegantemente descritta dal marchese Luigi Biondi[812], Presidente -della Pontificia Accademia Romana di archeologia. Incomincia così: - - «Ne l’arena del Flavio Anfiteatro, - Ove ai feri spettacoli frequente - Correva un tempo il popolo idolatro, - Adunata vid’io turba dolente - D’entrambi i sessi e di ciascuna etade, - La verde, la matura e la cadente». - -E chiude: - - «Santa Religïon! gli aspri costumi - Tu raddolcisci, e fai stille di pianto - Versar, dove correan di sangue fiumi. - Ed or, vestita in bianchissimo ammanto, - Del sacro loco sei fatta custode, - E mite siedi alla gran croce accanto. - E par che il guardo tuo quasi rannode - Le smosse pietre, e la gran mole i danni - Sprezza del tempo, ch’ogni cosa rode. - Da l’alta cima sua s’affaccian gli anni, - E in lustri uniti, e in più secoli accolti - Batton le pietre co’ lor ferrei vanni. - Ma son da la tua voce in fuga volti, - Che imperïosa questi accenti move: - Fino ai vostri odi, che già furon molti, - Ite, ch’or sacro è il loco, itene altrove». - -Mercè questi grandiosi restauri, poterono pei lor fini servirsi del -Colosseo i demagoghi della rivoluzione romana. L’Anfiteatro Flavio, -che nel corso di tanti secoli n’avea vedute d’ogni sorta entro il -suo recinto: lotte feroci e sanguinarie, vittime innocenti immolate, -assalti guerreschi, dolenti e devote rappresentazioni, infami gesta -di malviventi; una sola cosa non avea ancor veduta.... una _scena -comica_... e la vide. - -Il 23 di Marzo dell’anno 1848 il Colosseo fu teatro di una frenetica -adunanza popolare; ed ecco come la descrive Alfonso Balleydier[813]. -«Avvertito (il Popolo Romano) sino dal giorno innanzi che avrebbe -luogo al Coliseo una grande riunione popolare onde deliberare sui -mezzi di salvare la patria in pericolo, si reca in massa nell’arena -dei gladiatori e dei martiri. Era il 23 di Marzo. Sul cielo di Roma -rischiarato da bellissimo sole di primavera, non appariva un sol -nuvolo; sul volto dei Romani brillante d’entusiasmo non si vedeva segno -di mestizia; i soldati della guardia civica, i membri dei circoli, la -nobiltà, la borghesia, i principi, gli artigiani e i proletarî, erano -colà tutti in un gruppo disposto coll’istinto artistico degli Italiani: -qui il _domenicano_ colla veste bianca e il lungo mantello nero; lì -il _cappuccino_ colla barba lunga rinchiusa nel cappuccio di lana -scura; di quà l’_abate_ col piccolo manto corto ed elegante; di là gli -alunni dei collegi colle sottane turchine, rosse, violette, scarlatte -e bianche, formavano un mosaico umano, e accanto il _militare_, la -cui splendente uniforme facea contrasto col semplice e pittoresco -abbigliamento Trasteverino, e le donne di ogni ceto completavano il -quadro somigliante ad una decorazione o comparsa teatrale. Teatro -magnifico era infatti il Coliseo con le sue ruine, le grandi sue -rimembranze e folto uditorio ritto sotto alle bandiere. Superbo -spettacolo, momento solenne! Allora un uomo di alta statura, un prete -vestito da _Barnabita_ si avanza tra la folla che gli apre libero il -passo, e in atto drammatico si dirige verso il _pulpito sacro_, ove due -volte per settimana un povero frate di S. Bonaventura viene a narrare -con lagrime e singulti alla gente del volgo i patimenti dell’Uomo-Dio. -Questo prete, di andatura fiera è il principale personaggio del dramma -che si prepara, è un frate ambizioso, una meschina copia di Pietro -l’Eremita, è il P. Gavazzi. La parte che ha da fare gli addice e -l’abito che indossa accresce l’illusione della scena. Un lungo manto -nero, in cui si avvolge in atteggiamento artistico, gli copre la toga -nera, stretta alla vita da una larga cintura dello stesso colore. -Una croce verde, rossa e bianca gli appare sul petto; l’ampia fronte -è scoperta; ha sul viso tutti i segni di un’espressione maschile e -robusta; i lunghi capelli neri disciolti gli scendono sul collo; ha uno -sguardo da ispirato, gesto armonioso, voce sonora. Eccolo a predicare -la crociata dell’indipendenza italiana»...... - -Terminata l’entusiastica arringa del P. Gavazzi, sale il sacro pulpito, -divenuto tribuna politica, un contadino di nome Rosi; dopo il quale -parlarono il Masi, segretario del principe di Canino, poi un giovane -prete, il general Durando, un frate _Conventuale_ francese, di nome -Stefano Dumaine, il general Ferrari e finalmente lo Sterbini. Non è qui -il luogo di narrare tutti i colpi di scena che in quella giornata vide -svolgersi nella sua arena l’Anfiteatro Flavio. Bastami aver accennato -il fatto. - -Dopo il proprio consolidamento, il Colosseo incominciò ad offrire grato -spettacolo ai Romani ed ai forestieri colla fantastica illuminazione -delle sue rovine a fuochi di bengala. La prima volta, per quanto io -sappia, fu nel 1849, allorchè il 21 di Aprile, la Repubblica Romana, -per festeggiare il Natale di Roma, fece illuminare a bengala tutti i -monumenti, dal Campidoglio al Colosseo[814]. Questa festa fu descritta -dal cav. Pompili-Olivieri nell’opera «Il Senato Romano nelle sette -epoche di svariato governo, da Romolo fino a noi»[815], in questa -guisa: «Il governo fece illuminare il Foro Romano, gli archi trionfali -che vi esistono e tutti gli avanzi della basilica di Costantino -(creduta da alcuni il tempio della Pace) e dell’Anfiteatro Flavio. -Vi furono ancora copiosi fuochi di bengala, che ne’ magnifici archi, -specialmente del Colosseo, facevano un effetto veramente magnifico. Nel -mezzo dell’arena del Colosseo rallegravano la moltitudine i concerti -musicali, ed il canto degli inni patrî riscaldava mirabilmente lo -spirito del partito liberale, il cui grido di VIVA LA REPUBBLICA -eccheggiava sonoro nelle grandiose vôlte dell’immensa mole. Non -mancarono fra gli applausi oratori estemporanei che rammentavano -al popolo le vetuste glorie di Roma ed infervoravano al suo governo -repubblicano». - -La fantasmagorica scena del Colosseo, rischiarato da quella luce -variopinta, piacque tanto, che da allora invalse l’uso, e si conserva -tuttavia, di ripeterla in fauste circostanze, come, ad esempio, per -la venuta in Roma di Principi esteri o per una straordinaria affluenza -di forestieri nell’alma Città: talchè può dirsi non passi anno che il -Colosseo non venga illuminato a bengala. L’effetto dell’illuminazione, -contemplata specialmente dalla cavea, è mirabile: sembra di assistere -all’accensione di un cratere vulcanico. Molti però a questa viva luce, -preferiscono il pallido chiaror della luna, alternato dalle nere ombre -delle rotte vôlte e degli sfondi delle grandi arcate. - -«Nel 1852 Pio IX riparò l’ingresso (imperatorio) verso -l’Esquilino[816], davanti il quale vi fu in origine un portichetto -sorretto da colonne scanalate di marmo frigio; e restaurò in quella -stessa parte varie arcate del portico interno»[817], spingendo i -lavori fino al piano del porticale alla sommità della cavea. Di -questi grandi restauri parlò il Canina, che ne fu il direttore, nella -tornata della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, il 7 Aprile -1853; ed in questa occasione, scrive il Segretario P. E. Visconti, il -Canina rinnovò all’Accademia l’invito di voler accedere sul luogo per -osservarli, siccome fu in effetto deliberato che seguisse»[818]. - -Anche questo lavoro ci viene ricordato da una lapide, che dice: - - PIVS IX PONT. MAX. - - ANN. VII - -e dalla seguente epigrafe[819]: - - PIVS . IX . PONT . MAX . - QVVM . PARTEM . MEDIAM . AD . ESQVILIAS . CONVERSAM - VETVSTATE . FATISCENTEM - RESTITVENDVAM . ET . MVNIENDAM . CVRASSET - MEMORIAM . RENOVAVIT - ANNO . MDCCCLII . PONT . VII - -Dopo la breccia di Porta Pia (20 Settembre 1870) nell’interno -del Colosseo ebbe luogo un _meeting_, nel quale si scelsero i -rappresentanti della _Giunta provvisoria di governo_. - -Venuti i monumenti di Roma nelle mani della _R. Sopraintendenza agli -scavi delle Antichità_, il Comm. Pietro Rosa (a. 1871) fe’ togliere -dalle mura del Colosseo «il pittoresco (?) ammanto di verdura, con 420 -specie di piante, che da secoli lo ricopriva»[820], e che formerà il -soggetto della prima _Appendice_ di questo nostro lavoro. - -Nel carnevale del 1874 una società di _buontemponi_ ideò di -rappresentare o meglio parodiare nel Colosseo gli antichi giuochi. Ma -il Senatore Scialoja, Ministro di Pubblica Istruzione, non ne diè il -permesso. - -Dopo i restauri fatti dall’immortale Pio IX, il Colosseo non è stato -più riparato. Eppure la parte alta della muraglia esterna[821] è molto -meno sicura di quanto si creda!.... - - - - -CAPITOLO QUINTO. - -Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi. - - -Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti -nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e -singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi -direi _preistorico_, fatto nel secolo XV. - -Nell’«EXCERPTA _a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino -ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet_», il cui testo -genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822], -e divulgato negli _Studi e Documenti di Storia e Diritto_[823]; al -f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le -cloache che solcano in vario senso il _substrato_ dell’Anfiteatro, come -pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel -1895»[824]. - -Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato -dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni -successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni -circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto -romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile -regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di -Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre -pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era -formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due -ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri -centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano -quattro serie di _bottini_ o _pozzi_, come più piace chiamarli, che, -per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per -uno scopo determinato (V. _Fig. 8ª_). - - [Illustrazione: _Fig. 8.ª_] - -La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche -diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’_opera quadrata_ di -massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella -costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce -sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di -costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera, -furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti, -le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo -in fine il nostro parere. - -Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o -del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio. -Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente -opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro -nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del -III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte -archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi: - -1º Sulle regolarità dei _pozzi_, donde, dissero, uscivano le gabbie che -racchiudevano le belve. - -2º Sul fatto che il podio era munito di «macchine versatili, reti e -denti lunghissimi sporgenti sull’arena»[825]. - -3º Sul passo di Erodiano[826], nel quale leggesi: ἀναῤῥιπτέιν (_sursum -mittere, sursum iacere_). - -Il Bianchi prevenne l’obiezione che gli si potea facilmente rivolgere, -ricordandogli le naumachie narrateci da Suetonio e da Dione; e, -disprezzando soverchiamente e con poca equità la fama storica del -secondo, asserì che una sola naumachia ebbe luogo nell’Anfiteatro -Flavio; quella cioè che si diè ai tempi di Domiziano; ed aggiunse che, -anche ammettendo altri combattimenti navali, questi non osterebbero -alla sua opinione, _imperocchè_, dice, _quattro piedi d’acqua possono -sostenere qualunque barca; e con ripari provvisori si potè impedire che -l’acqua penetrasse negli ambulacri e nei portici_. - -Il difensore della seconda opinione fu l’avv. Fea[827], il quale asserì -ostinatamente che l’arena del Colosseo non fu giammai _sostrutta_, e -che le _sostruzioni_ che noi vediamo son opera dei _bassi tempi_, e -precisamente dell’epoca dei Frangipani. Il Fea procurò provare il suo -asserto coi seguenti argomenti: - -1º Il podio, ammessa l’arena sostrutta, sarebbe stato alto appena -dieci piedi. Malgrado dunque le _rotule_, i _denti_ e le _reti_, la sua -altezza era insufficiente a _salvare gl’Imperatori, i Pretori, ecc. dai -salti delle tigri e dalla proboscide degli elefanti_. - -2º Un’arena _sostrutta_ è affatto inadatta per le naumachie. - -3º Finalmente il _piano_ rinvenuto, disse, non può essere il vero e -primitivo livello dell’arena; ma questo _devesi ricercare in maggiore -profondità_. - -Il Masdeu[828] tentò di conciliare le due opposte opinioni: scrisse -a questo scopo 21 lettere, ma ricevè ai suoi scritti un’acre risposta -dall’avvocato Fea[829]. - -Il Nibby, nelle _Aggiunte_ al Nardini[830], propendè per l’opinione -difesa dal Fea; ma nella sua pregievolissima opera _Roma nell’Anno -MDCCCXXXVIII_ cambiò d’opinione, e scrisse: - -«Le testimonianze di Suetonio e di Dione apertamente dichiarano che -nell’Anfiteatro Flavio vi si diedero combattimenti navali sotto Tito -e sotto Domiziano. Stando.... ai fatti riconosciuti, e dando il peso -dovuto all’autorità degli antichi scrittori, parmi doversi stabilire, -che da principio, sotto Tito e Domiziano, quando vi si diedero giuochi -navali, l’arena era di livello più basso e non sostrutta; che Traiano -nel restauro fatto nell’Anfiteatro comprese ancora il lavoro di alzare -l’arena al piano attuale, per mezzo di sostruzioni regolari essendo -crollate pe’ terremoti avvenuti sotto Teodosio II e Valentiniano III -nel quinto secolo, e sotto Teodorico sul principio del sesto furono -risarcite secondo lo stile di quei tempi da Lampadio e da Basilio -prefetti di Roma; così si dà ragione della diversità delle costruzioni, -così pure si comprende HARENAM AMPHITHEATRI . . . . RESTITUIT, e -quella della lapide di Basilio: ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMINANDI -TERRAEMOTVS RVINA PROSTRAVIT . . . . RESTITVIT: così chiaramente -s’intendono i passi di Petronio, Erodiano e Calpurnio. Il primo nel -_Satyric._ c. IX dice: _non taces gladiator obscoene quem de_ RVINA -ARENA DIMISIT. Erodiano raccontando le cacce date da Commodo appunto in -quest’Anfiteatro, così si esprime: λεοντων δε ποτε εξ ὑπογαιων ἑκατον -αναρρ’ ιφδεντων, ισαριδμοις ακοντιοις παντας απεκτεινεν: _ed una volta -essendo stati lanciati su dai_ SOTTERRANEI _cento leoni con altrettanti -strali tutti li uccise_: finalmente Calpurnio, ecl. VII, v, 69, -esclama: - - _Ah trepidi quoties nos_ DESCENDENTIS ARENAE - _Vidimus in partes ruptaque voragine terrae_ - _Emersisse feras!_ - -Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal -principio del secolo III, l’arena lignea fosse _pensile sulle proprie -sostruzioni_; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ -§ 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα -κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale -inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio -di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali -non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che -Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione -gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua, -caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le -casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni -monumentali: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il -vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio, -forse all’_arcus divi Traiani_ della region prima, le spoglie del quale -servirono ad abbellire il vicino _Arco di Costantino_»[834]. - -Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli -ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro. - -Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia. - -La _sostruzione_ dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro, -che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale -caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza -gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato -senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si -svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra -plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto -erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena _sostrutta_. Poteva -per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in -pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, _media urbe_, ciò che ebbero fino -i _temporanei_ che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi -Neroniani, dice: «_non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena -dimisit?_» e poco dopo: «_ergo me non ruina terra potuit haurire . . . -. . . . . aufugi iudicium, arenae imposui_»[835]. - -Io opino adunque che l’arena fosse _sostrutta_ fin dal principio, e che -avesse un livello più basso di quello a cui fu poi elevata. - -Sennonchè, a cagione delle naumachie (le quali positivamente si -rappresentarono due volte nel nostro Anfiteatro), l’arena fu da prima -_sostrutta_ stabilmente con muri, oppure con un’armatura lignea da -potersi rimuovere all’occorrenza? La seconda ipotesi è inammissibile -per molte ragioni, che credo qui inutile addurre perchè gli scavi -decisero la questione. - -Nei muri degl’ipogei si sono rinvenuti avanzi tuttora al posto di -massi regolari di travertino e tufo, che sono la materia adoperata in -grandissima copia nella costruzione dell’Anfiteatro, e specialmente -nei siti ove richiedevasi maggior solidità. I due portici esterni -sono stati costruiti di pietra tiburtina, ed i muri che nel piano -terreno formano i cunei delle scale e dei passaggi, sono composti -d’intelaiature di massi di travertino, racchiudenti specchi in -parallelopipedi di tufo. Di questo parere fu eziandio Lorenzo Re, -il quale, nelle sua _Illustrazione e difesa delle Osservazioni -dell’architetto Pietro Bianchi sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro -Flavio_, dice: «Fig. 8, 9, 10. Porzioni delle sostruzioni dell’arena -in bellissima costruzione di grandi pietre rettangolari uniforme -perfettamente alla generale costruzione dell’Anfiteatro»[836]. - -Se le _sostruzioni_ dell’arena avessero potuto o no impedire -l’esecuzione delle naumachie, lo vedremo allorquando si parlerà di -queste. - -Gli scavi, oltre all’averci indicato negli avanzi dei muri primitivi -l’_originaria sostruzione stabile_ dell’arena, ci hanno pur anche -manifestato l’antico suo livello. - -Il muro di perimetro dell’ipogeo ha in ogni quadrante dell’ovale una -serie di otto grandi nicchie arcuate, a fondo piano, larghe m. 3 e -profonde oltre un metro[837]. Dalla fronte di ciascuno dei trentasei -piloni che sostengono gli archi, sporgono due mensoloni di travertino, -i quali si trovano 3 metri circa sotto il livello attuale dell’arena: -tra una mensola e l’altra, nella fronte del pilone, v’è un’incavatura -verticale, a piè della quale è murato un masso di travertino, lungo -quanto è grosso il pilone; l’incavatura poi sarebbe atta a ricevere una -trave (V. _Fig. 9ª_). - -Dall’imposta degli archi in su, per tutto il giro dell’ovale, vedesi -un taglio praticato nella fronte delle nicchie: taglio, che riduce alla -metà circa la profondità delle vôlte, la sommità delle quali è ripresa -(dove più dove meno, secondo che occorreva) con archi di mattoni. Nel -fondo di ciascuna nicchia, dal piano superiore delle mensole in giù, -v’è un’apertura rettangolare, a guisa di piccola finestra, addossata al -pilone, larga m. 0,70 circa, la quale ha un grosso architrave di pietra -tiburtina. - - [Illustrazione: _Fig. 9.ª_] - -Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per -tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate -volticelle a sesto _scemo_, terminate in fronte da archi. Le vôlte, -l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole, -otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte -nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del -fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea -all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi -_scemi_, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta -anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî. - -Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le -volticelle _sceme_ con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito -contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare -dietro di essi un passaggio. - -Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione -della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri, -ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di -massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia, -i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano -attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna -rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci -quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti, -che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le -mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo. - -Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni -fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi, -sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero -altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia -supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle -mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’_antica -rialzata_) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che -il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena -posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe -in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il -podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che -ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio -suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di -assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio -superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano -dell’arena di circa sette metri. - -Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati -su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena; -ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente -a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e -principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo -vedremo. - -Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le -mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere -le travi che sostenevano la grande rete. - -Un rozzo graffito antico (V. _Fig. 10ª_) rinvenuto negli scavi eseguiti -nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto -di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche -parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato -dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su -cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un -sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste -vi sono pure in graffito linee che formano una _transenna_ enorme -relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto -rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del -podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due -figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione -che presento a _Fig. 10ª_ è tratta dall’opera del Gori. - - [Illustrazione: _Fig. 10.ª_] - -Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente -rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni -certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano. -Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum -magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori, -basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata -da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera -quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a -brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la -cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione -che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia -nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano -dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere -completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano -favorire l’opinione di quei dotti. - -L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come -osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal -complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto -nel regno di Macrino già fosse rialzata. - -Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia -di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri -furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo -l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite -nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da -Teodorico sul principio del secolo VI. - -L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche -i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa -avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la _piazza del -castello_: ora perchè questa _piazza_ fosse ben livellata non occorreva -altro che interrar gl’ipogei!... - - -Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che -dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del -Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere, -dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto -di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con -quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini -di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore -Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica. - -Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il -Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il _passaggio di -Commodo_. - -Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel -Colosseo[841]. - -A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri -circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò -anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa -costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle -fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero -edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui -erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti» -(V. _Fig. 8ª_). - -Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia _giusto_ -il parere del Gori!... - -Alla profondità di circa tre metri apparvero 32 delle 72 mensole di -travertino, sporgenti dai piloni delle nicchie poc’anzi descritte (V. -_Fig. 9ª_). - -In questo stesso scavo tornarono in luce i cripto-portici, il -pavimento, le _bocchette_[843], le scale, ecc., di cui già parlammo nel -capit. III, Parte I, ed i residui seguenti: - -1º Varî rocchi marmorei, due dei quali di giallo antico. - -2º Fusti di colonne, basi e capitelli. - -3º Frammenti d’iscrizione, i quali riporteremo all’App. II di questo -lavoro[844]. - -4º Lucerne fittili, tra le quali una cristiana. L’Armellini[845] così -la descrive; «Fra la varia suppellettile tornata alla luce degli sterri -dell’arena nell’Anfiteatro Flavio, merita particolar attenzione una -lucernina cristiana adorna di storiche e pregevoli rappresentanze. -La lucerna, di cui io parlo, manca di circa una metà rimanendone -abbastanza conservato il disco sul quale si vedono effigiati i tre -giovani ebrei in atto di negare l’adorazione alla statua aurea di -Nabucco. Il concetto artistico è identico a quello che trovasi ripetuto -frequentemente nei sarcofagi cristiani ed anche in taluna delle -pitture delle romane catacombe. Più raro a trovarsi un tal soggetto è -nelle lucerne cristiane, ed è per questo che propongo all’attenzione -dei dotti cotesto non dispregevole cimelio, il quale può aggiungere -alcun lustro benchè assai tenue alle grandiose memorie cristiane del -Colosseo». - -5º Sei basi di statue ed un bassorilievo rappresentante un coniglio -agguantato da una zampa di leone scherzante. - -6º Nove teste di statue e sette lastre di marmo[846], le quali ultime -hanno uno speciale interesse per i _graffiti_ che in esse scorgiamo. -Nella prima di queste lastre si vedono a graffito le cinque arcate, le -inferriate e la transenna, ecc., di cui sopra parlammo (V. _Fig. 10ª_). - -Nel secondo _graffito_ vi sono tracciati due gladiatori; l’uno è munito -di scudo quadrilatero, l’altro armato di coltello e rete, ed ambedue -sono _galeati_. In questa scena è forse rappresentata la lotta fra -un _Trace_ od un _Mirmillone_ con un _Reziario_, giacchè si scorgono -assai chiaramente il tridente ed il _balteus_[847]. V’è poi una lepre -inseguita da un cane; e più in basso un toro avente sul dorso una -specie di _sella_: scena che ci ricorda il sarcofago rinvenuto nel -palazzo Fiano, negli scavi eseguiti nel 1874-75. - -In un terzo graffito è delineata la figura di un bestiario, avente -nella mano destra il _venabulo_ e nella sinistra la _mappa_. - -Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella -prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due -orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo -al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario, -appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con -la lancia un’altra belva fuggente. - -Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta -un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della -vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], _torques -gladatoria_, da cui pende un _ciondolo_[851] simile a quello che vedesi -nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER. -L’atleta è del tutto nudo, tranne il _subligaculum_, i calzari, ed -alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo: -ricordando il PINGIT ZOZZO della _Domus Gelatiana_, direi, col Prof. -Correra[852] che questa figura e le altre sono _scariphatae_. - -Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e -con frecce in mano. - -I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è -incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei -nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati -dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le -sigle [Illustration:ill-pe.jpg] che potrebbesi leggere PALMA VICTORI -FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853]. - -«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi, -le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli -rilievi»[854]. - -Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli -ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si -misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di -travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero -altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi -a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena -furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di -macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855]. - -Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe -travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto -scomparse. - -Nell’_Iconografia_ del suddetto Gori vediamo disegnate alcune -costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al -direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più -recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li -asportò dall’Anfiteatro»[856]. - -Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli, -s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma, -grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata -dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza -delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura. - -Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S. -Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente -all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati, -per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento. -Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè -tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già -parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina, -che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al -lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di -poligoni di lava basaltina. - -«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi -un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e -allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine -dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana. -A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon -laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di -travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con -cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle -cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui -costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda -metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse -maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (_quasi_) -all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858]. - -Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi -sappia, è stata intrapresa nel Colosseo. - - - - -PARTE IV. - -CONTROVERSIE SULL’ANFITEATRO FLAVIO. - - - - -CAPITOLO PRIMO. - -_Quest. 1.a_ — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si -celebrarono le naumachie? - - -Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le -varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere -che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro -Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e -vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV, -XXV, XXVI e XXVIII del libro _Spectaculorum_ di Marziale, e le parole -di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso, -diciamo: - -Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della -dedicazione della _venerabile mole dei Flavî_, l’arena anfiteatrale -fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla -narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro -venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti -spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello, -molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè -avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua, -v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a -fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra -e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono -divisi in Corintî e Corciresi»[862]. - -La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII -di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente -l’_Anfiteatro-naumachia_ dei Flavî, dicendoci che in questa _Mole_ si -fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel -Fucino nè negli _stagni neroniani_ si sarebbero potuti eseguire. Oltre -alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar -dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e -Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro -ignote: - - . . . . _vidit in undis_ - _Et Thetis ignotas et Galatea feras;_ - -le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali -mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano -assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione. - -Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro -scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi -sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da -Tito nell’_Anfiteatro_ in occasione delle feste inaugurali di quel -monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864] -sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella -dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella _vecchia -naumachia_; che l’_inondamento dell’Anfiteatro_ ed i giuochi, ivi -dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e -termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del -greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia -potuto riferire l’_ibidem_ di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo -stesso Dione ci attesta che, per dar nella _vecchia naumachia_ ludi -gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e -circoscritta da steccati di legno. - -Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce -che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene -e solamente nella _vecchia naumachia_. Impressionatosi egli della -piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che -in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale -descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia -tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel -nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta _non imitare_ ma rappresentare -_assolutamente al vero_ la summenzionata battaglia, viene a questa -conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio: -che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella -vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S. -Cosimato in Trastevere». - -Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato; -primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non -ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio -quell’aggettivo applicato a _munus_ in grado superlativo — -_largissimumque_ — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi -gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella -solennità una battaglia navale nel _Nemus Caesarum_, ossia nella -_vecchia naumachia_, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data -nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (_etiam_) _navale praelium in veteri -naumachia_ potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata -appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale -eseguitasi nella _vecchia naumachia_, ne fosse stata data un’altra -nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da -lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di -belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in -quella circostanza, escludono forse il _munus apparatissimum_ (almeno -gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio, -si diè nell’Anfiteatro? - -Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli -scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a -Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del -combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel -_Nemus Caesarum_ colla frase _in veteri naumachia_, giacchè ivi come -notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto -poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di -quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869]. - -In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di -Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni -verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a -ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro -Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie. - -Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa -circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce -l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque, -si celebrarono giuochi in acqua tanto nella _vecchia naumachia_ quanto -nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono, -se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella -naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro -Flavio: «_hanc unam norint saecula Naumachiam_». - -Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce -da Marziale, l’Anfiteatro dovette _fin dall’origine_ essere stato -costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!.... -Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo -sosterrà. - -Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro -Flavio fu stabilmente _sostrutta_ fin da principio, e che il suo -livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto -che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname -poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei -quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò -il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello -dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla -soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per -discendere nell’arena. - -Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano -fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio. -Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal -piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare -a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto -ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite -posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano -dell’ipogeo alla loro cima (V. _Fig. 9ª_). - -Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno _speco_ -(V. _Fig. 11ª_)[874], il quale è situato sotto il pavimento del -cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano -dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento -delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso -ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori -dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca -dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque -nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a -piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S. -Gregorio[876]. - -La semplice esposizione della struttura della parte infima -dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di -Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua _mole_ in modo che si -potesse a piacimento inondare. Lo _speco_ anzidetto, come lo persuade -la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei, -fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso -volume d’acqua, a tale scopo derivando dal castello di divisione, -situato sulla piazza della Navicella (per intero od in parte), la -quantità della Claudia condotta dal ramo celimontano, il cui _speco_ è -largo m. 0,716, alto m. 1,633 fino all’imposta della volticella, che ha -m. 0,445 di freccia[877]. - - [Illustrazione: _Fig. 11.ª_] - -Sul sito preciso di questo castello non può cader dubbio, avendolo il -Cassio individuato matematicamente con due coordinate — _90 passi dal -portone di S. Stefano Rotondo, e 30 dall’arco di Dolabella_. — Questo -dotto scrittore ragiona diffusamente del castello suddetto nella sua -opera _Corso delle acque antiche_[878]. Ecco le parole con cui intitola -il capitolo: «Degli archi, sui quali condusse Nerone la Claudia sul -Celio diramandone un rivo allo stagno dell’aurea sua casa. Questi -non furono opra di Claudio. Delli bassi; si mostra il Castello non -osservato da moderni antiquari». Di questo lungo capitolo recherò in -NOTA i tratti che più c’interessano[879]. - -Se il Cassio avesse potuto vedere quello che fortunatamente abbiam -veduto noi, lo sbocco, cioè, di quel sotterraneo condotto all’estremità -dell’asse maggiore dell’Anfiteatro dalla parte del Laterano, ad -un livello superiore al piano dell’ipogeo dell’arena; si sarebbe -risparmiato l’improbo lavoro della ricerca di pozzi e conserve -nell’altipiano artificiale dell’orto dei religiosi del convento de’ -Ss. Giovanni e Paolo, per l’inondazione dell’Anfiteatro Flavio; ed -avrebbe senza dubbio ritenuto con noi che Vespasiano, il quale risarcì -appunto il condotto della Claudia, si servì dello speco neroniano, che -prima conduceva quell’acqua allo _stagno_, per l’inondazione della sua -magnifica mole. - -Il Lanciani[880] giustamente nega che questo _speco_ fosse (come si -credè quando apparve negli scavi del 1874) l’emissario dei sotterranei -dell’arena; ed io convengo pienamente con lui, ed ammetto che le -acque vi dovettero correre «dal Celio verso il bacino del Colosseo». -Convengo eziandio col ch. archeologo che quello speco abbia servito -per uso dello stagno neroniano; ma credo in pari tempo che servisse -ancora alla condotta delle acque per l’inondazione dell’Anfiteatro; -imperocchè nell’edificazione della _Mole Vespasianea_ lo _speco_ -non venne distrutto: ciò che si sarebbe fatto, se più non serviva, a -fine di evitare il considerevole ed incomodo dislivello tra il piano -del criptoportico e quello delle due lunghe stanze adiacenti e del -rimanente degli ipogei. - -Quel che più poi mi conferma in questa opinione, si è l’orientamento -simmetrico di questo _speco_ rispetto all’Anfiteatro; la qual cosa -ci costringe a ritenere o che Vespasiano orientasse l’Anfiteatro -relativamente allo _speco_, o che, con un nuovo braccio, torcesse -l’antico andamento di questo per farlo riuscire come ora lo vediamo, -vale a dire all’estremità orientale dell’asse maggiore; restando sempre -comprovato da quel fatto che Vespasiano si servì dell’antico _speco_ -per l’inondazione dell’Anfiteatro. Anzi sarei di parere che appunto -lo _speco_ che conduceva la Claudia allo stagno di Nerone, dove si -designò d’erigere l’immensa mole, sia stato ii movente nella mente di -Vespasiano di un teatro-naumachia. - -Il piano del nostro _speco_ è alquanto più basso di quello degl’ipogei. -Penso che ciò sia stato fatto perchè con quel battente venisse moderato -l’impeto della corrente, impedendo così un urto violento della corrente -stessa contro le _sostruzioni_ dell’arena che le si paravan innanzi. - -In un tempo più o meno lungo[881] potevansi in tal guisa inondare -tutte le cavità dell’ipogeo e far giungere il livello dell’acqua fin -quasi a toccare il pavimento dell’arena, sul quale potevansi eseguire -liberamente i ludi, senza che gli spettatori s’accorgessero punto del -sotterraneo inondamento e potessero prevenire la sorpresa che era loro -preparata. Giunto il momento di cambiare scena, cessavano i ludi; -s’apriva di nuovo la saracinesca; l’acqua scendea precipitosamente -dal castello, e, non potendo salire sull’arena, perchè impedita dal -pavimento solidamente assicurato alle _sostruzioni_, rigurgitava dai -trentadue archi delle nicchie, riversandosi sull’arena ed allagandola -con un primo strato quasi in un attimo: _Amphitheatro de repente aqua -impleto_[882]. - -L’acqua andava man mano crescendo; e non s’arrestava il suo -sollevamento, se non quando era giunta all’altezza necessaria a -sostenere le _rates_. - -Le aperture poi che si vedono nel fondo di ciascuna delle trentadue -nicchie, (V. _Fig. 9ª_), furono evidentemente emissarî per far tornar -in secco, in breve tempo, il pavimento dell’arena. Marziale cantò: - - _Non credis? spectes, dum laxent aequora Martem_ - _Parva mora est, dices hic modo pontus erat._ - -Il grosso volume di acqua che inondava gl’ipogei veniva, per mezzo di -gore sotterranee, scaricato a comodo nella principale. Con tal sistema -potevasi far salire e discendere a piacimento il livello dell’acqua sul -piano dell’arena; il quale livello poteva variare da _zero_ a pressochè -due metri. - -L’inondazione di tutte le cavità dell’ipogeo rimuoveva il pericolo -dell’abbassamento del voluto livello dell’acqua sull’arena: -abbassamento che poteva probabilissimamente avvenire, se, come -opinò Lorenzo Re[883], si fosse introdotta l’acqua solamente sopra -il pavimento, _non giovando certo nè le saracinesche alle porte nè -il catrame alle moltissime commessure del tavolato ad impedire il -filtramento dell’acqua_. - -Potrebbesi pur anche immaginare con qualche fondamento che -l’inondazione sotterranea fosse stata limitata al solo primo ambulacro -curvilineo, nel quale si trovavano le nicchie; chiudendo allo scopo -_sigillatamente_ le quattro porte, che da quest’ambulacro mettevano -al secondo. La cosa sarebbe stata molto più semplice, meno dannosa; e -l’inondazione sotterranea si sarebbe eseguita in più breve tempo. Ma -in tal caso rimaneva il pericolo d’accidentale filtrazione dell’acqua -nella parte centrale del pavimento. Io ho preferito l’allagamento -totale, ma non posso asserire con certezza a qual dei due partiti si -saranno attenuti gli antichi. - -Un indizio dell’allagamento della parte infima dell’Anfiteatro -l’abbiamo nell’incastro che si vede negli stipiti di travertino della -porta che dall’ipogeo introduce nel cripto-portico meridionale. Anche -gli accessi degli altri tre cripto-portici dovettero avere avuto i loro -incastri, a fine d’impedire l’inondazione di quelle vie sotterranee. - -E qui è bene avvertire che nell’ingegnoso ritrovato per l’inondazione -dell’Anfiteatro, chiaramente manifestatoci dall’esame del monumento, -non occorreva munir d’incastri e saracinesche le due grandi porte che -immettevano nell’arena; poichè l’acqua saliva dolcemente su i piani -inclinati già ricordati, e, giunta al massimo livello, appena lambiva -la soglia delle due porte: donde si potevano con agio far discendere -nell’acqua bestie e i cocchî, e varare comodamente le barche. - -All’allagamento totale degl’ipogei e dell’arena potrebbesi obiettare il -danno che ne veniva alle parti lignee ed ai meccanismi; nonchè il tempo -e la spesa che occorreva per rimettere ogni cosa allo stato normale. - -Obiezione giustissima, ma che per altro conferma il fatto risultato -dallo studio del monumento e degli antichi scrittori. Io opino che -questa appunto sia stata la causa, se non unica almeno principale, -che fè determinare i successori di Domiziano ad abolire per sempre le -naumachie dall’Anfiteatro e a sollevare il livello dell’arena. - - -Verso la metà del secolo XVIII il Cassio s’interessò del calcolo circa -la quantità dell’acqua necessaria ad inondare l’arena dell’Anfiteatro -Flavio, per darvi naumachie. A questo scopo, dice egli[884], «stimossi -opportuno il ricorrere alla nota abilità del P. Boshovitz pubblico -lettore di tali scienze (_matematiche_) nel Collegio Romano. Egli -sapeva essere stato scritto in altre occasioni sopra lo spazio -ed estensione della medesima Cavea dal sig. Ab. Gaetano Ridolfi -espertissimo in geometria, aritmetica ed anco idraulica. Suggerì -perciò non potersi trovare di lui più idoneo per soddisfare al -proposto quesito. Si compiacque la di lui gentilezza di assumere -il laboriosissimo incarico, e dopo serî riflessi ne stese la dotta -operazione nel foglio che si aggiunge al § 7, pagina 134». - -In sostanza, il Ridolfi venne a questa conclusione: che per allagare -l’arena dell’Anfiteatro (ritenuta non _sostrutta_) all’altezza di 10 -palmi architettonici, pari a m. c. 2,23 (altezza abbondante perchè -possano galleggiare le barche, ma da lui supposta, perchè, come egli -scrive: «le navi e gli uomini che si sommergessero non avessero a -recare impedimento al libero andare dei naviganti)», occorreva un -volume d’acqua di barili 139784, pari a m. c. 8134,784. — Si deve -avvertire che il Ridolfi suppose l’arena, allora interrata, alquanto -più ampia di quella che realmente era. - -Lorenzo Re, il quale sostenne l’arena sostrutta fin da principio, e -la suppose inondata soltanto sopra al pavimento, disse che a sostenere -le barche erano sufficienti tre o al più quattro piedi d’acqua: vale a -dire m. 1,18 il massimo. - -Per noi (posta l’arena al piano dei mensoloni e stabilita la superficie -massima dell’acqua all’altezza di metri due dal piano del tavolato) -occorrerebbe un volume d’acqua di 6400 m. cubi. Ma non pare che vi sia -stato bisogno di tanta altezza nè di tanto volume. Le barche infatti -che dovevan solcare il piccolo mare anfiteatrale, non poterono essere -di grande mole nè cariche di molti uomini; ma sibbene di limitate -proporzioni, e, come bene osserva il Gori[885], non più lunghe _di 5 -metri_; nè forse ebbero più carico che di un otto uomini ciascuna fra -rematori e combattenti. - -La portata dello _speco_ è tale, che in pochissimi minuti l’acqua -potea raggiungere i due metri d’altezza sul pavimento dell’arena. Io -nondimeno credo che non vi se ne introducesse tutta quella quantità -di cui era capace; e congetturo inoltre che a bello studio ne venisse -introdotta minor quantità; che questa raggiungesse il livello sul piano -dell’arena di m. 1,70 circa, altezza, più che sufficiente a sostenere -le piccole barche Corintie e Corciresi; e che l’acqua si facesse -affluire in modo, che, per raggiungere questo livello, impiegasse -un’ora circa di tempo. Questo lo deduco dall’epigramma XXVIII[886] di -Marziale il quale in linguaggio poetico così cantò:..... «_Mentre che -Nereo apparecchia le sue onde a ricevere le truci navi, pe’ i feroci -combattimenti, permette di andare pedestramente nelle liquide acque. -Videro intanto Teti e Galatea guazzar nell’onde animali ad esse ignoti; -e nell’equorea polvere videro cocchi tratti da focosi destrieri che -Tritone stesso credette i cavalli del suo signore. La doviziosa onda -Cesarea t’offriva quanto nel Circo e nell’Anfiteatro s’ammira_». - -Le espressioni poetiche del poeta cesareo vengono a dichiararci che nel -tempo del lento sollevamento dell’acqua[887], e mentre questa trovavasi -in un conveniente livello[888], s’eseguivano in essa corse di cocchî e -giuochi di animali «assuefatti a fare nell’acqua quel che facevano in -terra». - -L’inondazione degl’ipogei poteva farsi a comodo; e quindi poco -c’importa di conoscere il volume dell’acqua necessaria a riempirli -ed il tempo che questa v’avrà impiegato. Contuttociò, poste le -_sostruzioni_ stabili, si può dedurre che il volume necessario fu circa -di un terzo minore di quello che sarebbe occorso a riempire l’intero -ipogeo vuoto all’altezza di m. 3,50; ossia occorreva un volume d’acqua -di m. c. 7467 circa, ed appena un’ora ed un quarto di tempo. - -Opino che simili inondazioni si facessero prima che gli spettatori -occupassero i gradi, acciocchè il rumore del grosso volume d’acqua, -che si scaricava nel sotterraneo, non tradisse il segreto che si voleva -serbare. - -E qui mi si permetta manifestare una mia idea circa i varî ludi dati -da Tito nell’Anfiteatro, allorquando lo dedicò, e dei quali parla -esplicitamente Dione. - -Alcuni scrittori opinarono essere impossibile il combattimento delle -gru; ed il Casaubono era tanto persuaso di questa _impossibilità_, -che corresse il testo di Sifilino, sostituendo alla gru (γεράυοις) -i germani (Γερμανοὺς). Il Reimaro s’oppose a questa correzione, ed -io non vedo l’assoluta impossibilità di quel combattimento. Chi di -noi non sa che i volatili e tutti gli animali s’azzuffano fra loro, -allorchè vengono a contrasto per una preda? Perchè dunque dovrà -sembrare impossibile che le gru, quei grossi uccelli, abbiano potuto -azzuffarsi fra loro, molto più se, come è possibile, fossero state -antecedentemente ammaestrate, e legate a lungo per una zampa? — Che -realmente si eseguisse questo strano combattimento, me lo persuade -inoltre lo stesso divisamento di Vespasiano, in voler dare nel suo -Anfiteatro giuochi in acqua: divisamento che potè far sorgere in Tito -l’idea di completare, direi quasi, la straordinaria rappresentazione, -dando un combattimento di nuovo genere; esibendo, cioè, nella solenne -dedicazione del nostro monumento, giuochi aerei, terrestri e marini. - -Concludiamo: - -L’esame del monumento ci ha fatto conoscere la verità della -narrazione di Dione; ha confermato il parere del Nibby relativamente -al passo di Suetonio, ed ha illustrato splendidamente l’epigramma -XXVIII[889] di Marziale, rivelandoci il vero senso di quei versi -oscuri. Ora in grazia di quest’esame, intendiamo come veramente nel -solo _Anfiteatro-Naumachia_ di Vespasiano _Nereus_ poteva concedere -di andare _pedester_ nelle liquide onde, potendo correre sul piano -inondato dell’arena (prima che le acque giungessero ad un livello -da sopportar le barche) i cocchî, camminare gli uomini e guazzare le -bestie; e vediamo come i versi di chiusa, che finora sembravano una -puerile _incensata_, non erano che l’espressione di un fatto vestito di -poetiche forme: - - _Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis,_ - _Hanc unam norint saecula Naumachiam._ - - - - -CAPITOLO SECONDO. - -_Quest. 2.ª_ — Quali soggetti erano rappresentati nei clipei? Come -erano questi disposti? Quanti erano? - - -Nel secondo capitolo della PARTE I dimostrammo che la voce _clypeum_, -usata dal cronografo dell’anno 334[890], significava _scudo rotondo_, -per lo più di bronzo, coll’effigie scolpita od a rilievo di una -divinità o di un eroe o di qualche personaggio illustre; ed aggiungemmo -che esso scudo solevasi collocare nelle pareti esterne dei tempî ed in -luoghi pubblici. Dimostrammo parimenti che questi clipei ornarono il -quarto ordine dell’Anfiteatro Flavio; dicemmo che tuttora si ravvisano -i fori nei quali erano fissati quegli scudi, e promettemmo finalmente -di dare il nostro umile giudizio circa i seguenti quesiti: - -1.º Chi si rappresentò in quei clipei? - -2.º Perchè questi non furono collocati in tutti e singoli gli spazi -liberi, ma procedeano e si alternavano in una maniera tanto strana? - -Eccoci adunque pronti ad esprimere il nostro parere: ma desideriamo che -questo nostro giudizio sia ritenuto del tutto _ipotetico_, e ripetiamo -ancora una volta di essere sommamente lieti, se altri potessero dare ai -quesiti proposti soluzione più plausibile. - -Negli scudi dunque, che anticamente decoravano i tempî e gli edificî -pubblici, eranvi rappresentate le effigie delle divinità, degli eroi e -dei personaggi illustri. Ora quali di questi soggetti erano effigiati -nei clipei del nostro Anfiteatro? - -Non pare probabile che in essi vi siano state le immagini delle -divinità pagane, tanto perchè gli anfiteatri non erano tempî, quanto -perchè, essendo quelle divinità così abbondanti in Roma gentile, -l’imperatore Domiziano avrebbe potuto scegliere quaranta di esse e -farle collocare in ciascuno dei quaranta spazî liberi del quarto ordine -dell’Anfiteatro stesso. Ma noi abbiamo spazî i quali furono certamente -privi di clipei! - -Oltre a ciò, nell’Anfiteatro Flavio v’erano 160 fornici, e tutti con -statue. Ora, se quell’imperatore avesse voluto decorare l’Anfiteatro -colle immagini della divinità, avrebbe prescelto al clipeo collocato -in alto, la statua posta in luogo più visibile, quali erano i fornici: -_contentando_, in questa guisa il maggior numero possibile della -sterminata serie dei Numi maggiori, minori e minimi. - -Ma a questi argomenti di convenienza noi possiamo aggiungerne uno di -fatto. Negli inizî del secolo XIX, in una escavazione praticata nelle -basse arcate del Colosseo, furono rinvenuti parecchi torsi di statue -panneggiate, nonchè una bellissima testa di Mercurio, la quale, come -leggesi nelle _Memorie enciclopediche Romane_[891], _servì a restituire -la famosa statua acefala_ di questa divinità, che allora ornava il -_Giardino Pontificio_, e che ora ognuno può vedere nel ricco _Museo -Chiaramonti_ al Vaticano[892]. Gli artisti esaminarono diligentemente -la qualità del marmo, le proporzioni, lo stile; e giudicarono che la -rinvenuta testa di Mercurio apparteneva alla statua suddetta[893]; ed -oggi, tanto per la sua integrità, quanto per la finezza dell’arte e -l’intelligenza dello scultore, quel simulacro forma uno dei principali -capi di quell’interessantissima collezione. Ora questo fatto non -conferma l’ipotesi che le immagini delle divinità non furono, nel -Colosseo, scolpite od a rilievo sui clipei, ma bensì statue marmoree -collocate nei fornici? - -Escluse le divinità, rimangono gli uomini illustri. Ma i personaggi più -illustri dell’Impero furono senza dubbio gl’Imperatori; e questi, a mio -parere, vi furono effettivamente effigiati. Io congetturo che Domiziano -abbia fatto incidere o fondere undici clipei, quanti cioè erano gli -Imperatori che avevano governato l’Impero da Augusto fino a Domiziano -stesso; e che poscia, li abbia egli fatti collocare negli spazî liberi -esterni del quarto ordine dell’Anfiteatro; curando, per quanto fu -possibile, una certa simmetria nella loro disposizione. Sennonchè, onde -ottenere questa simmetria, come avrà egli fatto? Se gli Imperatori, e -conseguentemente gli scudi, fossero stati dodici, era cosa facilissima -il disporli simmetricamente. Bastava fissare tre clipei in ciascuna -delle quattro parti corrispondenti ai quattro principali ingressi -dell’Anfiteatro. Ma gli Imperatori, e quindi i clipei erano soltanto -undici! Ed allora?.... - -I fori o le tracce superstiti mi sembra possano dare un indizio del -modo con cui Domiziano sarà riuscito a raggiungere, per quanto fu -possibile, questa simmetria. Secondo la nostra ipotesi, i clipei -sarebbero stati undici. Faceva dunque mestieri decorare uno degli -ingressi con due soli clipei. E poichè l’ingresso rivolto all’Esquilino -era, diremo così, meno nobile, conveniva lasciar questo (come infatti -si lasciò) con due soli clipei, anzichè gli altri ingressi dell’asse -maggiore e quello dell’asse minore, il quale fu indiscutibilmente -decorato, come apparisce dalle medaglie, di uno scudo centrale. -Noi dalla parte dell’Esquilino troviamo le tracce dei clipei in due -spazî liberi, egualmente distanti dall’ingresso centrale; e questi -spazî si trovano sui fornici corrispondenti ai numeri XXXV e XLII. La -disposizione di questi due degli undici clipei c’invita a congetturare -che dalla parte opposta ve ne siano stati collocati altri due, e alla -stessa maniera relativamente all’ingresso imperatorio. Anzi in quella -parte che guarda il Celio ve ne dovette essere un terzo, il quale, come -apparisce dalle medaglie dei Flavî, trovavasi nello spazio centrale (V. -_Fig. 12.ª_). - -Ora ragion vorrebbe che sugli altri due ingressi dell’asse maggiore -fossero stati collocati gli altri sei clipei: tre in ciascuna parte, -e allo stesso modo disposti. Ma se la presenza dei fori allo spazio -corrispondente al numero XXIII ce lo persuaderebbe, la mancanza -dei fori allo spazio LIIII della parte opposta ce ne dissuade -assolutamente; e ci spinge a ritenere che in queste due parti non vi -poterono essere più di due clipei. Dico _non più di due clipei_, perchè -immaginandone noi tre, l’uno tanto prossimo all’altro, ne sarebbe -venuta una disposizione troppo difforme da quella che avevano i tre -clipei nel centro della parte più nobile; mentre se noi ne immaginiamo -soltanto due, ai numeri LVI e LIX da una parte, XVIII e XXI dall’altra, -detti clipei sarebbero stati distanti fra loro in ciascuna parte, -quanto lo erano i tre situati sull’ingresso imperatorio. - -Manca ora di trovare il posto degli ultimi due. Io opino che, essendo -la parte dell’ingresso imperatorio la più nobile (come ce l’attestano -le medaglie, le quali sempre riproducono l’Anfiteatro dalla parte -suddetta), i clipei siano stati collocati nei punti intermedî fra i -numeri LIX e LXIII, e fra XVIII e IV. Ma non essendo stato possibile -collocarli ai numeri LXVI e XI, equidistanti da LIX e LXXIII, e da IV -e XVIII, perchè quegli spazî erano occupati dalle finestre; mi sembra -ragionevole ritenere che essi fossero stati collocati ai numeri LXVII -e X, anzichè agli altri LXV e XII; per la ragione che, collocando -ciascuno dei due clipei in quei dati punti intermedî da me prescelti, -essi (sebbene alquanto disugualmente distanti dai laterali) sarebbero -sembrati posti pressochè ad egual distanza dagli altri clipei, per -l’effetto ottico prodotto dall’ovale, più spiccato verso l’estremità -dell’asse maggiore e meno verso quella del minore. - - [Illustrazione: _Fig. 12.ª_] - -Ciò supposto, cerchiamo d’indagare qual ordine si sia potuto tenere -nel collocare le effigie di questi undici Imperatori. Io mi permetto -congetturare che siano stati disposti per ordine cronologico, ed in -questa guisa: al numero LXVII Augusto; al LIX Tiberio; al LVI Caligola; -al XLII Claudio; al XXXV Nerone; al XXI Galba; al XVIII Ottone; al -X Vitellio; al IV Vespasiano; sull’ingresso imperatorio, Tito; al -numero LXXIII Domiziano. Quest’ordine, che pone l’effigie d’Augusto -a destra del gruppo centrale, e fa coincidere i clipei dei tre Flavî -fondatori dell’Anfiteatro nell’ingresso imperatorio, parmi rafforzi la -ragionevolezza della supposta disposizione dei clipei (V. _Fig. 13ª_). - - [Illustrazione: _Fig. 13.ª_] - -Ma qui sorge spontaneamente una difficoltà. Oltre ai fori che vediamo -negli spazî liberi, corrispondenti alle arcate superstiti che portano -i numeri XXXV e XLII, e che hanno aperto la via alla soluzione del -problema propostomi, noi abbiamo altri spazî similmente con fori; -e questi spazî si trovano precisamente sopra gli archi portanti i -numeri XXIII, XXV, XXXI, XXXIII, XL, XLVIII, e L! Come spiegarci -questo fatto?... O noi dobbiam dire che questi secondi clipei furono -aggiunti _successivamente_, secondo che si succedevano gli Imperatori; -o dobbiam dire che furono aggiunti tutti in una volta. Nella prima -ipotesi, non essendovi tracce di clipei in tutti gli spazî liberi, -e d’altronde essendo il numero di questi molto inferiore a quello -degli Imperatori che succedettero a Domiziano; converrebbe affermare -che in un dato tempo si fosse cessato dal collocare nel quarto ordine -dell’Anfiteatro le effigie dei reggitori dell’Impero. — Io, non vedendo -ragione plausibile di questa cessazione, preferisco attenermi alla -seconda parte del dilemma; e trovando opportunissimo il tempo della -grande restaurazione dell’Anfiteatro, compiuta da Severo Alessandro, -opino che questo Cesare sia stato appunto colui il quale fe’ collocare -i clipei tutti in una volta, e, con ogni verosimiglianza, tanti quanti -furono gli Imperatori da Nerva (immediato successore di Domiziano) a -Severo Alessandro inclusivamente. Questi Imperatori furono quindici, -ma i periodi di regno furono solamente tredici, perchè Marco Aurelio e -Lucio Vero (161-180), Caracalla e Geta (198-217) regnarono insieme; e -ritengo probabile che nei clipei relativi a questi due periodi di regno -fossero i due rispettivi Cesari rappresentati insieme, come era solito -farsi nelle medaglie e nelle monete. Così vediamo accoppiate le teste -di Nerone e Agrippina, di M. Antonio e Cleopatra, di Postumo ed Ercole; -e quelle di M. Aurelio e L. Vero, di Caracalla e Geta, le quali nelle -medaglie le vediamo l’una di contro all’altra. - -Anche qui è necessario investigare il modo con cui Severo Alessandro -avrà distribuito i tredici clipei che egli (secondo la mia ipotesi) -aggiunse agli undici già posti da Domiziano. - -Nella parte superstite del recinto esterno dell’Anfiteatro (la quale -è poco meno della metà dell’intero recinto) noi, oltre alle tracce -di due dei clipei da me attribuiti a Domiziano, vediamo le tracce di -altri sette clipei. Ora, ammessa la mia ipotesi, nell’altra metà ve ne -dovettero essere stati altri sei. — Accingiamoci senz’altro ad indagare -il posto che essi poterono occupare. - -Mentre le medaglie dei Flavî ci mostrano il quarto piano -dell’Anfiteatro decorato da tre _tondi_ e quattro _rettangoli_, -una delle medaglie di Severo Alessandro ed una di Gordiano ce lo -rappresentano decorato da una serie di _tondi_, terminata da due -_rettangoli_. Ognuno vede che queste ultime medaglie ci attestano, -nel loro linguaggio convenzionale, un aumento di clipei nella parte -centrale (sull’ingresso imperatorio), dall’epoca di Severo Alessandro -in poi. Basato su questo fatto, colloco un clipeo al numero II ed un -altro al LXXV, i quali, aggiunti ai tre Domizianei, formano un numero -pressochè uguale a quello dei _tondi_ espressi nelle ultime delle -anzidette medaglie. — Le tracce esistenti ai numeri XLVIII e L, nella -parte superstite del quarto piano, mi fanno argomentare che altri -due clipei fossero stati aggiunti a quelli Domizianei (numeri LXVII e -X), occupando i numeri LXV e XII. Gli ultimi due clipei che mancano -per compire i sei, li colloco a piombo dei due ingressi posti alle -estremità dell’asse maggiore. - -Disposti in tal guisa i tredici clipei, ciascuna delle due parti -principali (quella, cioè, più nobile — dell’ingresso imperatorio — e -l’altra della porta principale, divenuta ai tempi di Severo Alessandro -ancora più ragguardevole che per l’innanzi, sì per il tempio di Venere -e Roma, sì per il famoso Colosso), quelle due parti, ripeto, sarebbero -state decorate con simmetria. - -Ci resta ora a vedere con qual ordine Severo Alessandro avrebbe -collocati gli Imperatori effigiati nei clipei. - -Mi par naturale che, potendolo egli fare, li debba aver disposti -cronologicamente, ponendo, cioè, nel primo posto dopo Domiziano Nerva, -immediato successore di lui; quindi Traiano, e così via dicendo, fino -allo stesso Severo Alessandro. Il fatto poi che questa disposizione dei -tredici clipei avrebbe fatto capitare Eliogabalo e Severo Alessandro -(i grandi restauratori dell’Anfiteatro) sull’ingresso imperatorio, fra -Vespasiano, Tito e Domiziano, mi conferma nella proposta opinione (V. -_Fig. 13ª_). - -Osservando la disposizione dei clipei nella parte superstite del quarto -piano dell’Anfiteatro, nasce spontaneamente la curiosità di sapere -perchè, potendosi disporre i sette clipei aggiunti ai due Domizianei, -colla stessa simmetria con cui sarebbero stati disposti i clipei dalla -parte opposta, (vale a dire sull’ingresso imperatorio); siano stati -invece disposti irregolarmente rispetto all’asse minore. - -In questo caso, purtroppo certo, noi non possiamo procedere altrimenti -che per _arzigogoli_; ed io propongo ciò che in questo momento mi passa -nella fantasia. - -Non si potrebbe opinare che Severo Alessandro abbia trascurata -la simmetria che con ogni certezza poteva ottenere sull’ingresso -rivolto all’Esquilino, affinchè i tre fondatori ed i due restauratori -dell’Anfiteatro non avessero riscontro sopra alcuno degli altri -ingressi, e perchè tutti e cinque quei Cesari occupassero la parte -più cospicua del recinto? Sennonchè Severo Alessandro pur ottenne, -secondo la mia opinione, e subordinatamente al principio propostosi, -una relativa simmetria nella parte meno nobile qual’era quella -dell’Esquilino. - -Difatti: nella parte caduta del recinto (giusta la disposizione da -noi immaginata), tra un gruppo di clipei e l’altro restano cinque -interpilastri, e cinque appunto ne restano dalla parte dell’Esquilino; -talchè potremmo congetturare che in questa parte si sia data agli scudi -quella disposizione, onde ottenere almeno la stessa distanza tra i varî -gruppi di clipei in tutto il recinto. - -Concludiamo: - -Che fra un finestrone e l’altro del quarto ordine dell’Anfiteatro -Flavio vi siano stati clipei fissi e non _posticci_, come opinò il -Maffei, è certo. Quali soggetti però vi siano stati effigiati, noi non -lo sappiamo con certezza; ma fino a che non si dia a questa questione -una soluzione più plausibile di quella da me presentata, io riterrò che -in quei clipei vi furono rappresentate le immagini degli Imperatori, da -Augusto a Severo Alessandro. - - - - -CAPITOLO TERZO. - -_Quest. 3ª._ — L’Anfiteatro Flavio e i Martiri. - - -Nell’_Introduzione_ di quest’opera facemmo notare che la _venatio_ fu, -fra i Romani, un’impresa ordinariamente libera e volontaria; dicemmo -che i padroni talvolta punivano i servi, e la pubblica autorità i -delinquenti, obbligandoli a discendere sull’arena e pugnare colle -fiere; ed aggiungemmo che se i suddetti delinquenti eran rei di delitti -gravissimi e capitali, venivan essi esposti alle fiere legati ed -inermi. - -È questa una cosa tanto nota, che non ha mestieri di dimostrazione. Gli -antichi scrittori, tanto storici che poeti, sì oratori che legisti, ce -l’attestano concordemente e ripetutamente. - -Ma non tutti i delitti si punivano con siffatte pene; e senza perderci -in inutili parole riportiamo le leggi romane riguardanti i delitti e le -pene di cui parliamo. Eccole[894]: - - 1. _Qui noctu manu facta praedandi ac depopulandi gratia templum - irrumpunt_, BESTIIS OBIICIUNTUR. - - 2. _Auctores seditionis et tumultus vel concitatores populi - pro qualitate dignitatis aut in crucem tolluntur aut_ BESTIIS - OBIICIUNTUR, _aut in insulam deportantur_. - - 3. _Lex Cornelia poenam deportationis infigit ei qui hominem - occideriti eiusve rei causa furtive facendi cum telo fuerit, quive - venenum hominis necandi causa habuerit, vendiverit, paraverit, - falsumque testimonium dixerit, quo quis periret, mortisve causam - praestiterit; quae omnia facinora in honestiores poena capitis - vindicari placuit; humiliores vero aut in crucem tolluntur, aut_ - BESTIIS OBIICIUNTUR. - - 4. _Qui sacra impia nocturnave ut quem obcantarent, defigerent, - obligarent, fecerint faciendave curaverint, aut cruci suffiguntur, - aut_ BESTIIS OBIICIUNTUR. - - 5. _Qui hominem immolaverint exve eius sanguine litaverint, fanum - templumve polluerint_, BESTIIS OBIICIUNTUR, _vel si honestiores - sint capite puniuntur_. - - 6. _Magicae artis conscios summo supplicio affici placuit, id est_ - BESTIIS OBIICI _aut cruci suffigi_. - - 7. _Qui patrem, matrem, avum, aviam, fratrem, sororem, - patronum, patronam occiderit, etsi antea insuti culleo in mari - praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel ad_ BESTIAS - DANTUR. - - 8. _Lege Julia maiestatis tenetur is, cuius ope, consilio adversus - imperatorem vel rempublicam arma mota sunt, exercitusve eius in - insidias deductus est; quive iniussu imperatoris bellum gesserit - delectumve habuerit exercitumve comparaverit, sollicitaveritve, - quo desereret imperatorem. Hi antea in perpetuum aqua et igni - interdicebantur; nunc vero humiliores_ BESTIIS OBIICIUNTUR, - _honestiores capite puniuntur_. - -Ora domandiamo: i pagani credettero di rinvenire nei Cristiani qualcuno -degli enumerati delitti? Ed in caso affermativo, furono essi _damnati -ad bestias_? E se in Roma furono effettivamente dati alle fiere, in -qual punto dell’alma Città eseguivasi la condanna? - - * - * * - -Tutti sappiamo che fino all’impero di Nerone nessuna legge colpì il -Cristianesimo; e non v’ha chi ignori che fino a quei giorni fu esso -ritenuto dai gentili per una setta del giudaismo. Giunto il funesto -momento dell’incendio di Roma, ordinato, come si legge in Plinio -sen., Stazio, Suetonio e Dione[895], dallo stesso Nerone; questi, -onde liberarsi dall’infamia di cui l’opinione pubblica giustamente -avealo marchiato[896], ne incolpò i giudei. Il volgo ritenne per vera -quella voce sparsa; e la calunnia si rese ancor più credibile, quando -potè accertarsi che l’incendio avea avuto principio dalle _taberne_ -giudaiche, site presso il Circo Massimo, e che i quartieri da loro -abitati[897] erano rimasti non tocchi dal fuoco. Ma i giudei ben -presto si liberarono da quel terribile incubo, poichè Poppea, seguace -dell’ebraismo, istigata dai suoi correligionari, perorò la loro causa. -Essa ripetè a Nerone le spudorate calunnie già disseminate dai giudei -contro i Cristiani; gli descrisse il cristianesimo quale setta empia -ed illegale; aggiunse che il Fondatore della nuova religione era -autore di una dottrina malefica, e che insegnava i delitti più empî -e nefandi[898], e concluse che l’imputazione dell’incendio di Roma -non dovesse ricadere sopra i giudei ma sopra i Cristiani, comunemente -ritenuti per una setta del giudaismo. - -La perorazione di Poppea produsse effetto favorevole per i giudei, -i quali, alla lor volta, riprodussero nei tribunali le più sfrontate -calunnie contro i Cristiani, accusandoli di seguire una religione nuova -e malefica; di usare sacrifizî umani, cibandosi delle carni dei bambini -e bevendo il lor sangue; di praticare adunanze tenebrose e turpi[899], -ecc. - -I seguaci di Cristo procurarono difendersi: addussero convincentissime -prove della loro innocenza e dell’onestà delle loro azioni, e -dimostrarono esser una spudorata calunnia quella del preteso -versamento del sangue dei bambini nei loro sacrifizî. Ma non poterono -discolparsene ancor meglio, giacchè la legge dell’arcano vietava -loro di manifestare i misteri della Fede e di _ponere margaritas -ante porcos_: e se poterono attestare solennemente l’insussistenza -delle azioni nefande nelle loro adunanze, non poterono però negare -di radunarsi in luoghi reconditi e sotterranei, e talvolta in ore -notturne; nè poterono negare i portenti che Iddio, per loro mezzo, -operava a conferma della verità della nuova religione. - -Le prove addotte dai Cristiani non valsero a distogliere i giudici -dal condannarli; e, guidati da principî erronei, basati sulle false -testimonianze dei giudei, violentati dalla volontà del tiranno, -conclusero in senso sfavorevole per il Cristianesimo; dichiararonlo -_religione nuova_ e _malefica_[900], affermarono che i suoi seguaci -facevano _sacrifizi empi_ e _tenebrosi_, ed aggiunsero che i cristiani -erano conoscitori dell’_arte magica, sediziosi_ e _concitatori dei -popoli_[901]. - -In seguito a questa dichiarazione, il nome cristiano fu proscritto; e -dai tribunali di Nerone in poi, bastava che il Cristiano confessasse di -esser tale perchè non potesse parlare in sua difesa; e l’esser seguace -di Cristo equivalse ad una sintesi di delitti. «Sed Christianis solis -nihil permittitur loqui quod causam purget, quod veritatem defendat, -quod iudicem non faciat iniustum, sed illum solum expectatur, quod odio -publico necessarium est, confessio nominis, non examinatio criminis -quando si de aliquo nocente cognoscitis, non statim confesso eo -nomine homicidae, vel sacrilegi, vel incesti, vel publici hostis (ut -de nostris eulogiis loquar) contenti sitis ad pronuntiandum, nisi et -consequentia exigatis qualitatem facti, locum, modum, tempus, conscios, -socios»[902]. - -A quei tempi S. Pietro esortava i fedeli alla costanza della -confessione della fede, e dalle sue parole apparisce chiaramente -che fin d’allora i cristiani venivano sottoposti alle pene stabilite -dalle citate leggi: «Nemo autem vestrum patiatur ut homicida, aut fur, -aut maledicus, aut alienorum appetitor. Si autem ut Christianus non -erubescat, glorificet autem Deum in isto nomine»[903]. - -Nella seconda metà del primo secolo Plinio giuniore interroga Traiano -circa il da farsi contro i Cristiani: «Nomen ipsum, gli dice, etiam -si flagitiis careat, an FLAGITIA COHERENTIA NOMINI puniantur?» Questa -domanda, come ognun vede, presuppone una legge, e questa fu lasciata -intatta da Traiano colla sua famosa risposta: «Conquirendi non sunt, si -deferantur et arguantur puniendi sunt»[904]. - -Adriano vietò che si continuasse la persecuzione dei Cristiani, per -aversi egli potuto accertare che eran essi innocenti dei delitti che a -quel nome ritenevansi annessi, e sentenziò: «Iniustum esse ut quisquam -sine crimine reus constitueretur»[905]. - -Lattanzio, Sulpizio Severo, Prudenzio ed Orosio, autori -rispettabilissimi, non certo coevi ai fatti, ma non più lontani da -quell’epoca funesta che di due o tre secoli al massimo (e quindi più -autorevoli di coloro i quali nel secolo nostro e nel passato osarono -negarlo), ci dicono pur essi che Nerone emanò decreti di proscrizione -del nome cristiano, e che i Fedeli, anche dopo la strage fatta da quel -tiranno per l’incendio di Roma, venivano tradotti innanzi ai tribunali -e condannati perchè seguaci di Cristo. - -È dunque indiscutibile che i Cristiani, in virtù degli editti di -proscrizione emanati da Nerone e mantenuti in vigore fino a Costantino -Magno[906], furono assoggettati alle pene comminate da quelle leggi -ai rei: e poichè fra queste non era ultima la _damnatio ad bestias_, -vediamo se i Cristiani siano stati talvolta dati alle fiere. - -Ulpiano (secondo Lattanzio) raccolse le leggi in vigore contro i -Cristiani: «Domitius, _De Officio Proconsolis, libro septimo_, -rescripta principum nefaria collegit, ut doceret quibus poenis -affici oporteret eos qui se cultores Dei confiterentur»[907]. «Questa -collezione di leggi, dice il ch. Lugari[908], noi ora non la troviamo -nel Digesto, nè potremmo trovarcela; poichè nel riordinamento della -legislazione romana fatto da Giustiniano, tutte le leggi emanate in -onta del Cristianesimo furono espulse. Per questa sola riflessione cade -la poco seria sentenza di alcuni moderni che ritengono aver errato -Lattanzio[909], senza pensare che Lattanzio, avendo vissuto sotto -Diocleziano, sarebbe stato testimonio _de auditu_ ed anche _de visu_ di -quel che diceva». - -Poste adunque le leggi, i contravventori alle stesse dovean esser -puniti; e perchè fossero puniti, dovean essere ricercati dalla pubblica -autorità, giacchè è dovere di ogni magistrato scovare i delinquenti, -onde purgarne la società. Nell’Impero romano non mancò nè potè mancare -questa doverosa vigilanza; chè ogni buon preside, dice Ulpiano, -«sacrilegos, latrones, plagiarios, fures conquidere debet, et prout -quisque deliquerit in eum animadvertere». Balduino[910] commentando un -passo di Cicerone, nell’orazione _pro Roscio Amerino_, esce in queste -parole: «Egli è peraltro vero che ai Romani piacque di comandare che -in mancanza di accusatori i magistrati stessi facessero la inquisizione -dei colpevoli, e fossero nel medesimo tempo accusatori e giudici». - -Quel «conquirendi non sunt» di Traiano a Plinio, è una bella -conferma della ricerca che facevasi dei rei; e una conferma ancor -più chiara la troviamo nella nota fuga dei Cristiani all’inasprirsi -delle persecuzioni: fuga di cui ci rendono certi Tertulliano[911], -Origene[912], S. Cipriano[913], e S. Giovanni Crisostomo[914]. - -Alla ricerca dei colpevoli fatta dalla pubblica autorità s’aggiunga -finalmente la schifosa genia dei _delatores_, sì pagani o giudei che -cristiani apostati e fratelli rinnegati; e questi ultimi poi erano, -come è chiaro, anche più pericolosi dei primi «periculis in falsis -fratribus», perchè potevan essi dare alle autorità gentili copiose -liste di nomi e minuti ragguagli sulla novella religione. - -Ora, presentati che fossero i Cristiani dinanzi ai tribunali; -confessato che questi avessero di essere seguaci di Cristo; potevano -per avventura evadere le pene comminate per quei delitti che si -ritenevano connessi col nome Cristiano? No, ma _si deferantur_, rispose -Traiano a Plinio, _et arguantur puniendi sunt_; e i delinquenti, se -_honestiores_, venivano per lo più o decapitati od esiliati; e gli -_humiliores_ (e talvolta anche gli _honestiores_) erano o crocifissi o -condannati _ad bestias_. - -Il popolo ritraeva grande sollazzo dall’assistere a quest’ultima pena, -e bramava tanto di vedere un tale spettacolo, che, come ce l’attesta -Tertulliano[915], per il più piccolo motivo domandava ai magistrati -che si gettassero i Cristiani alle fiere: «Si Tiberis ascendit in -moenia, si Nilus non descendit in arva, si coelum stetit, si terra -movit, si fames, si lues; statim Christianus ad leonem acclamatur». Il -popolo romano avea, a tale riguardo, privilegi speciali. Nel _Digesto_ -leggiamo: «Ad bestias damnatos favore populi praeses dimittere non -debet: sed si eius roboris vel artificii sint, ut digne populo romano -exhiberi possint, principem consulere debet»[916]. - -Ai tempi dell’Impero i cittadini romani erano esenti per legge dalla -_damnatio ad bestias_; i Cristiani però furono ben presto condannati a -quella pena, qualunque si fosse la loro condizione. Così, ad esempio, -in Lione nell’anno 177, _reclamante populo_, fu condannato _ad bestias_ -un Cristiano il quale era cittadino Romano. Gli stessi Imperatori -si dilettavano di siffatte condanne; e di Caligola si legge che un -giorno, non essendovi in pronto rei da darsi alle fiere, fè prendere -alcuni spettatori, e, sospintili nell’arena, diè compimento allo -spettacolo. E quanto più prendevan voga i giuochi anfiteatrali, tanto -più gli Imperatori cercarono di trovar materia onde più frequentemente -celebrarli; e fra i condannati _ad bestias_ vennero annoverati i -parricidi, i fratricidi e i rei di lesa maestà: «Etsi antea insuti -culleo in mari praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel _ad -bestias dantur_»; e dei rei di lesa maestà leggiamo: «Hi antea in -perpetuum aqua et igni interdicebantur; nunc vero humiliores _bestiis -obiiciuntur_, vel vivi exuruntur»[917]. - -Dagli scritti di Tertulliano e di altri scrittori apprendiamo che, -alla fine del secondo secolo, le pene da subirsi dai Cristiani erano -determinate dall’arbitrio dei magistrati; ma il fatto ci ha dimostrato -che fra quelle non era ultima la «damnatio ad bestias». Onde il -condannato venisse meglio dilaniato dalle belve, legavasi ad un palo; -e perchè gli spettatori meglio lo vedessero, il palo collocavasi -in un punto alquanto elevato. Così leggiamo di S. Policarpo, che -ricusò di essere legato (nel rogo) al palo[918]; di Saturo: _ad ursum -substrictum..... in ponte_[919]; di s. Blandina: _Blandina vero ad -palum suspensa bestiis obiecta est_[920]. Questo _pulpito_ o _ponte_ -vedesi rappresentato in varî cimelî; come, ad esempio, in una lampada -di Cartagine, illustrata dal P. Bruzza[921], nella quale vedesi il -disgraziato paziente legato ad un palo che sorge su di un ponte, mentre -un feroce leone lo assalisce per dilaniarlo. - -Non sempre le belve uccidevano la vittima, perchè per lo più, anzi -che di ultimo supplicio, quella condanna serviva per torturare e far -soffrire il paziente, usandosi in tali casi di belve ammaestrate[922]. -E questa fu forse la ragione per cui s. Ignazio scriveva ai romani che -nutriva la speranza di trovare nelle belve tale disposizione, che non -gli perdonassero la vita. - -È notissimo che i seguaci di Cristo si propagarono in un modo -straordinario; e non possiamo negare che il Cristianesimo, specialmente -in Roma, abbia avuto uno sviluppo rapido e trionfale. In una lettera, -che s. Paolo scrisse ai Romani nell’anno 58 di C., leggiamo il nome di -un gran numero di fedeli, ai quali in gran parte erano connesse intiere -famiglie. In quella lettera si ricordano infatti i coniugi Aquila e -Prisca _et domesticam Ecclesiam eorum_; Epitteto, Maria, Andronico, -Giunia, Ampliato, Urbano, Stachyn, Apelle; quei della casa di -Aristobolo; Erodione; quei della casa di Narcisso, Trifena e Trifosa, -Perside, Rufo, Asincrito, Flegonte, Erma, Patroba, Ermine, _et qui cum -eis sunt fratres_; Filologo, Giulia, Nereo e la sua sorella Olimpiade, -_et omnes qui cura eis sunt sanctos_[923]; e nella lettera ai Filippesi -S. Paolo fa menzione di coloro, _qui de Caesaris domo sunt_. Nell’anno -64 dell’êra nostra, al triste momento dell’incendio neroniano, -fu tradotta innanzi ai tribunali, secondo la frase di Tacito, una -_multitudo ingens_ di Cristiani: frase, dice l’Armellini[924] che -ha fatto _impazzire un povero scrittore straniero, Hochart P.[925], -il quale non sapendo, per odio al Cristianesimo, accettare questa -testimonianza, ha finito col sentenziare, Tacito essere non un autore -genuino, ma uno pseudonimo d’uno scrittore del medio evo!!_ - -Nè per la persecuzione la nuova fede perdè terreno; giacchè, secondo -la espressione di Tertulliano, _semen est sanguis Christianorum_; e -talmente s’ingrossarono le sue file, che poco mancò che nell’anno 80, -coi nipoti di Domiziano, il Cristianesimo non salisse al trono dei -Cesari. Esso combattè gloriosamente per due secoli ancora, e si propagò -in tal guisa, che secondo lo stesso Tertulliano, se i Cristiani, -ritenuti dai pagani per loro nemici, avessero emigrato in remote parti -dell’orbe, i gentili avrebbero avuti più nemici da combattere che -cittadini cui comandare[926]. - -Una prova materiale poi del gran progresso del Cristianesimo in Roma, -l’abbiamo finalmente nelle aree primitive e nei cimiteri sotterranei. -Nel solo raggio di cinque chilometri dal recinto di Servio Tullio, e -senza considerare le aree ed i cimiteri minori, noi troviamo circa 30 -cimiteri detti maggiori, i quali tutti furono iniziati non oltre il III -secolo _inclusive_. - -Da quanto fin qui si è detto, possiamo dedurre: - -1.º Che Nerone proscrisse la religione cristiana, e che colle sue leggi -si diè principio all’êra delle persecuzioni; - -2.º Che i delitti connessi col nome cristiano erano puniti da quelle -leggi con varie pene, e fra queste non era ultima la _damnatio ad -bestias_; - -3.º Che i Cristiani furono tradotti dinanzi ai tribunali, sia -perchè ricercati d’ufficio dai magistrati, sia perchè accusati dai -_delatores_, o pagani o ebrei o rinnegati fratelli; - -4.º Che i seguaci di Cristo furono realmente condannati _ad bestias_; -ed abbiamo addotto, _per incedens_, qualche esempio[927]; - -5.º Che essendo i Cristiani a quei tempi in gran numero, numerose pur -dovettero essere le vittime, nel mondo pagano in genere, e nella sua -capitale in ispecie. - - * - * * - -Ma se queste deduzioni sono generalmente ammesse dagli storici, non -così concordi sono essi nello stabilire il sito in cui nell’alma Città -de’ Cesari si gettavano i Cristiani alle fiere dopo l’edificazione -dell’Anfiteatro Flavio. - -Alcuni dicono non potersi assicurare che l’arena del Colosseo sia stata -bagnata dal sangue cristiano: ed appoggiano il loro argomento _sulla -mancanza di formali documenti_, i quali (dicono) sono necessarî, perchè -in Roma v’erano _circhi_ in cui egualmente s’eseguivano i combattimenti -colle fiere, e perchè v’erano almeno _due anfiteatri_. Rispondiamo: - -Dicemmo nell’_Introduzione_ che dopo l’invenzione degli anfiteatri, -le _venationes_ si eseguirono costantemente in questi; che il circo -non venne più usato a tal uopo, perchè poco adatto allo scopo; e -che se in qualche caso eccezionale tornò questo ad usarsi per i ludi -venatorî, ciò avvenne mentre l’anfiteatro veniva restaurato per danni -subiti e causati da incendî, terremoti, ecc. — Ora ci piace aggiungere -quanto a questo rispetto scrive il ch. P. Sisto Scaglia[928]: «Veteres -antiquitatum romanarum periti, non videntur satis distinxisse inter -_circum et anphitheatrum_, circa praefata spectacula. Ut sim brevis, -Demsteri dumtaxat verba citabo: _Quamvis autem theatra, circi et alia -huiusmodi loca singulares quaeque, ac proprios ludos haberent, et -exercitationes cuique loco accomodatas: tamen eadem saepe omnibus in -locis peracta sine discrimine fuerunt_[929]. Est scilicet in his verbis -cur quaeramus quomodo et ludi circenses in amphitheatro et tragoediae -vel gladiatorii ludi in circo fierent. Circus Romuli Maxentii, circo -Neronis multo inferior, cuius notabiles adhuc ruinae ad tertium -circiter milliarium Viae Appiae conspiciuntur, satis ad rem nostram -conferret. Sed quid dicendum de maioribus circis? Nemo non videt quam -parum eiusmodi hippodromi scenicis spectaculis ludisque gladiatoriis -aliisque id genus convenirent, cum exigua tantum pars spectatorum -possent ludis gaudere. E contrario in _amphitheatris_ omnes ad unum -ludos cernere satis, quocumque in arenae loco agerentur, poterant. -Quod autem omnem dirimit difficultatem illud est, quod NULLIBI IN -RUINIS HIPPODROMORUM inventae sint _caveae_ ubi belluae asservarentur; -eas vero in superstitibus amphitheatris recognoscere adhuc aliquando -licet». - -Relativamente poi alla seconda ragione che si adduce, e che consiste in -ammettere _almeno due anfiteatri_ in Roma, diciamo: - -A pag. 31 di questa _opera_ asserimmo che gli anfiteatri stabili -in Roma non furono che due: quello di Statilio Tauro ed il Flavio; -ed aggiungemmo che il Castrense, se potè chiamarsi nei catologhi -_anfiteatro_, non fu tale che per la forma e non già per la sua -destinazione a’ pubblici spettacoli, che mai non l’ebbe[930]. Se noi -infatti esaminiamo l’edifizio castrense; se esaminiamo, dico, le sue -dimensioni, la rozzezza dei suoi muri ed il sito ove sorgeva, vedremo -tosto che un tal edifizio non potè essere stato adibito a scopo di -pubblici spettacoli. - -Ho detto: le _sue dimensioni_; giacchè era esso tanto piccolo che -in nessuna maniera poteva servire ad accogliere in sè le tante -migliaia di spettatori che s’adunavano nell’anfiteatro in occasione -dei ludi gladiatorî; ed era assolutamente improporzionato ad una -città di pressochè un milione e mezzo d’abitanti, e alla quale in -quelle circostanze affluivano genti pur anche da remotissime regioni. -L’anfiteatro Castrense non ebbe che il podio ed una precinzione -composta di nove soli gradi; e di questo ce ne fa fede Palladio in un -disegno, già forse conosciuto dal Durand, ed ultimamente riprodotta -dal ch.º Lanciani[931], ove abbiamo le misure già prese dal famoso -architetto Vicentino. - -Ho aggiunto: _la rozzezza dei suoi muri_; poichè nella costruzione di -quell’edificio il materiale usato fu il laterizio, e quindi di ben poca -cosa in confronto coi muri degli anfiteatri Tauro e Flavio, che sono di -pietra tiburtina. - -Ho detto finalmente: _la posizione od il sito ove sorgeva_; imperocchè -non fu esso edificato _urbe media_, come il Flavio, o nel _Campo -Marzio_, come il Tauro; ma fuori delle mura della città, in un luogo di -poco conto e affatto incomodo per accedervi. - -I classici ricordano gli anfiteatri Taurino e Flavio, ma nessuna -menzione fanno del Castrense; e se lo troviamo nei cataloghi, -dobbiamo ciò ad Aureliano, il quale ebbe la bella idea di conservarlo, -innestandolo nelle sue mura. - -Io opino con il Lugari[932] che l’edifizio Castrense altro non fosse -che il _vivarium_, cioè il serraglio delle belve destinate ai giuochi, -e la _schola_ dei _venatores_. «Che questo edifizio fosse il vivario, -dice il testè citato autore, è reso evidente da un passo di Procopio -nella sua storia della guerra gotica dove questo scrittore narra -l’assalto dato da Vitige alle mura di Roma[933]. Dice pertanto Procopio -che — Vitige andò con molta gente nei dintorni della porta Prenestina -contro quella parte del recinto che i Romani chiamano _Vivario_, -dove le mura erano facilissime ad espugnarsi. — Nel capo poi seguente -aggiunge che — ivi il luogo era piano interamente e perciò soggetto -agli assalti dei nemici, e le muraglia talmente a mal termine da non -poter la cortina opporre gagliarda resistenza; che — v’era in quel -punto un muro sporgente per non lungo tratto dalla linea del recinto, -costrutto dai Romani dei tempi più antichi, non per sicurezza maggiore, -perchè non aveva nè la difesa di torri, nè vi erano stati fatti i -merli, nè altra cosa dalla quale si fosse potuto respingere un attacco -dei nemici contro il recinto, ma fatto per un piacere non bello, cioè -per tenervi custoditi leoni ed altre fiere, dal che questo edifizio fu -chiamato vivario, poichè così chiamano i Romani il luogo ove sogliono -nudrire bestie non mansuete. Ora essendo indisputabile che l’anfiteatro -Castrense si trovi nei dintorni della Porta Prenestina, che faccia -parte delle mura sporgendo fuori della linea del loro andamento, che -non abbia difesa di torri, non risultando dal suddetto disegno del -Palladio, aver avuto merli; vedendosi manifestamente le mura contigue -a questo edifizio dalla parte di Levante verso la porta Prenestina, -ove innanzi è pianura aver sofferto gravissimi danni, tanto d’essere -stato necessario in gran parte ricostruirle, e le mura che si attaccano -al Castrense dalla parte di Ponente verso l’Asinaria, ove il terreno -è scosceso mostrandocisi tuttora assai ben conservate, ed apparendo -nel mezzo del nostro edifizio tracce non dubbie di destruzione, -quali dovrebbero esservi state secondo la narrazione di Procopio, e -non trovandosi infine altra parte delle mura circostanti alla quale -accomodar si possano così bene i connotati lasciatici da Procopio, -ritengo d’aver còlto nel segno riconoscendo in questo edifizio il -_Vivarium_. A ritenere pel vivario il Castrense, prosegue il Lugari, -non può recarci ostacolo l’esser tal fabbrica di forma ovale, perchè -nessuna legge dettata dalla natura della cosa ha mai prescritto dover -essere il vivario rettangolare, quale comunemente se la immaginarono -gli archeologi: nè osta il suo tipo anfiteatrale, che parrebbe per sè -escludere affatto l’idea di celle per custodirvi le belve, avvegnachè -vi poterono queste nel caso trovar posto comodo ed abbondante[934]. -Anzi io stimo il tipo anfiteatrale essere acconcio assai per siffatto -edifizio. Infatti, dovettero i _venatores_ avere la loro scuola ove -addestrarsi alla caccia e dove ammaestrare le belve[935]; ma separare -il vivario dalla _schola_ dei _venatores_ sarebbe riuscita cosa -assai incomoda e pericolosa per il trasporto quotidiano delle belve -dal vivario all’arena e dall’arena al vivario qualora i due edifizî -fossero stati distinti; dunque dovette avere il vivario nel suo centro -l’arena, attorno alla quale, per sua natura di forma ovale, fosser -disposte le celle per le fiere. Confortano questa mia opinione le -escavazioni fatte dal P. Martignoni nell’anfiteatro Castrense durante -la prima metà del secolo XVIII, nelle quali fu scoperta, come dice il -Ficoroni che la vide, l’antica platea, ossia l’arena, e sotto questa -si rinvennero delle vaste stanze ripiene di stinchi e d’ossa di grossi -animali; ecco le sue parole: «portandomi colà, e veduto l’antico -piano, restai non poco maravigliato; ma più rimasi sorpreso, allorchè -avvisato dal detto P. Martignoni calai per una scala contigua al muro -di fuori sotto la platea, e vidi, che ve n’era un’altra più spaziosa -ripiena di stinchi, e d’ossa di grossi animali»[936]. Le espressioni -del Ficoroni ci fanno conoscere che quest’arena non fu di legno come -nell’Anfiteatro Flavio, ma stabile e di murazione; e che quelle vaste -stanze sotterranee non servirono per gli usi dei giuochi anfiteatrali, -ma per deposito di ossa di grossi animali. Questo fatto rannodato -all’altro, del non essersi, nell’escavazione degli ambulacri formati -dai muri di sostruzione dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, trovata -traccia di ossa di animali, mentre stando alla proporzione dei due -anfiteatri se ne sarebbero ivi dovute trovare in copia grandissima, ci -conduce a ragionevolmente pensare che le fiere uccise nell’Anfiteatro -Flavio venissero trasportate nel Castrense, dove date le carni in cibo -alle belve che là si custodivano, si gettasse in quei sotterranei il -carcame, forse regalìa dei _venatores_, i quali poi a lor vantaggio -avran fatto traffico di quelle ossa: chè fur queste sempre materia di -commercio, anche ai nostri tempi; ne’ quali di più a somma vergogna -della decantata civiltà del secolo XIX s’andò tant’oltre da far -traffico eziandio delle ossa umane su i campi di Crimea. So bene che -il Nardini seguito dagli archeologi fin quasi al dì d’oggi pensò fosse -stato il vivario in quello spazio rettangolare che trovasi a destra -della porta Maggiore lungo le mura esternamente[937]; ma dopo la -demolizione delle torri onoriane e d’altre costruzioni che deturpavano -il magnifico monumento delle due acque Claudia ed Aniene nuova, la -supposizione del Nardini non può più reggersi, avvegnachè il fornice -destro che egli stimò fosse la porta principale del vivario, si vide -aver servito a tutt’altro, al passaggio cioè della via Labicana come -al passaggio della via Prenestina serviva il sinistro. Inoltre la -serie dei monumenti sepolcrali rinvenuti presso il detto fornice sul -margine destro della Labicana rendono affatto impossibile il vivario in -quel posto; dacchè tra l’area occupata dai sepolcri e l’acquedotto di -Claudio, che in quel tratto fu incorporato alle mura, non resta che uno -strettissimo spazio. - -«Ancor peggiore di questa è l’altra opinione la quale fu in vigore -tra i secoli XV e XVI, che cioè nell’area del castro Pretorio vi -fosse stato eziandio il vivario[938], e questo, come si deduce dalle -espressioni di Lucio Fauno e dei suoi contemporanei, lo argomentarono -a quei tempi sia per la protuberanza che questo edifizio produceva -nelle mura, credendolo perciò il vivario accennato da Procopio, senza -badare alla località del tutto diversa in cui lo poneva lo storico, -sia per le celle che si vedevano attorno alle mura, le quali allor -si pensava fosser covili di fiere; così Lucio Fauno: _id ex eo etiam -perspici potest quod nonnullae caveae prope moenia videmus manufactae -ferarum antris ac lustris persimiles_. Il volgo poi appellava -quell’area vivariolo, come ci attestano concordemente gli scrittori di -quell’età[939], ad eccezione del Bufalini che nella sua pianta di Roma -lasciato l’appellativo _vivarium_ all’area del castro Pretorio applica -il nome di _vivariolum_ ad alcuni pochi ruderi posti nella vallata al -di fuori del suddetto castro[940]. - -«Siffatta opinione fu confutata dal Panvinio col riconoscere -assolutamente in quella grande area quadrata, detta fino a quel tempo -_castrum custodiae_ ed insieme vivario, il campo dei pretoriani e -conseguentemente in quelle celle le abitazioni dei militi. Fu allora -che alcuni pensarono il vivario ricordato da Procopio fosse sorto in -quel tratto di terreno che fiancheggia esternamente alle mura il lato -sud del castro Pretorio. Ma questa opinione riconosciuta erronea nei -suoi fondamenti, per non trovarsi quell’area nella località indicata -da Procopio, fu rigettata dal Nardini e dal Nibby, seguiti pressochè -da tutti gli archeologi posteriori. Taluno però ai nostri giorni -impressionatosi dalla presenza di due grossi muri posti ad angolo retto -tra loro nel tratto di terreno suddetto, segnatone uno dal Bufalini -nella sua pianta di Roma e l’altro dal Nolli nella sua, e dei quali si -potè vedere qualche resto fino al 1872, ha risollevato la vieta idea -del vivario in quel posto. Ma da quel che sono per dire si parrà chiaro -che quelle muraglie non possono in alcun modo convenire al recinto -del vivario ricordato da Procopio; e da prima la lor costruzione di -opera quadrata a grandi parallelepipedi di tufa; dico di tufa giacchè -ce lo attestano quei massi squadrati adoperati nei risarcimenti delle -mura in quel torno, fa rimontare quell’edifizio a tempo anteriore -assai alla introduzione dei giuochi anfiteatrali in Roma; e la forma -rettangolare di quell’area circoscritta da quei muri tufacei d’opera -quadrata fa nascer più che d’altro la idea di un antichissimo campo -d’arme in quella località, riconosciuta in tutti i tempi la più esposta -agli assalti dei nemici; fin dal tempo di Romolo del quale si legge di -aver costituiti due accampamenti attorno alla sua Roma e l’un dei quali -appunto su queste alture, e chi sa quell’area non sia propriamente -desso forse abbandonato quando fu costruito il famoso aggere serviano; -abbandono confermatoci dalla mancanza di un terzo muro che corresse -lungo la via, la quale usciva dalla porta Viminale dell’aggere di -Servio, e dal prostrarsi, a quanto sembra, di quel lato del claustro, -ricordato dal Nolli al di là della detta via, come il chiarissimo -Lanciani ha opinato, segnandolo con linee punteggiate nella _Forma -Urbis_; per le quali cose la via anzidetta avrebbe traversato contro -ragione l’area in discorso. - -«Ed è tanto spontanea la idea che destan quell’area e quei muri, di -un accampamento, che lo stesso Lanciani parlando di quella, che esso -ritiene pel vivario, esce in siffatte parole: _il vivario fu un lungo -rettangolo del tipo di un campo romano fabbricato di grandi blocchi di -pietra, simile alle baracche della seconda legione Partica ad Albano_. -Del resto fosse o no questo l’accampamento di Romolo, il certo è che -il claustro in questione è di tempo anteriore all’età dell’Impero, -e già a quest’epoca abbandonato, essendo che il castro Pretorio, per -quel che sopra si è detto di quei muri, ne occupò una parte; e di più -i ritrovamenti fatti presso gli avanzi di quelle antiche muraglie, -di capitelli marmorei di grandi dimensioni e di lastre di marmo -mischio[941] ci dicono che nel periodo imperiale altre fabbriche ancora -vi si ergevano. Inoltre trovandosi codesti muri del preteso vivarium in -condizioni tali da non potersi supporre lasciati in piedi da Aureliano, -è giuocoforza conchiudere che non siano queste le muraglie del vivario. -I muri in questione non fecer parte del recinto aurelianeo, chè le mura -in quel punto tagliandoli fuori si attaccano direttamente a quelle -del Castro Pretorio. Ora supporre che siano stati lasciati intatti -a lor posto grossi muri di qualche altezza a contatto del recinto, -è supporre un errore strategico madornale, che sebbene si volesse, -non si potrebbe supporre in Aureliano, il quale per essere rimasto il -circo di Eliogabalo a contatto delle mura lo fece appunto abbattere -per tal riguardo; dunque dovettero questi muri essere stati demoliti -da Aureliano, se pure a quel tempo erano in piedi, e perciò non furono -le muraglie del vivario. Nè per attestarcene la esistenza in pieno -essere ai tempi di Aureliano giova appellare alle piante iconografiche -ed alle prospettive del secolo XVI, chè per quanto uno voglia mettere -a lambicco il cervello per ritrovarveli non gli sarà mai dato. Vegga -chi lo desidera le piante iconografiche illustrate dal De Rossi, dallo -Stevenson, dal Müntz, dal Gnoli e dall’Hülsen, che se in talune vi -ha segnato qualche monumento estramuraneo, questo lo troverà fuor di -tutte altre porte che della Tiburtina. Di più la lunghezza di questi -muri è talmente grande da contrastare apertamente con quanto del muro -del vivario ci narra Procopio, vale a dire che era di breve lunghezza. -Oltre di che la espressione dello storico Greco, _un muro_, mal si -addirrebbe a due muri in isquadra. Ma quello che fa assolutamente -escludere la ipotesi, che l’area presso il Castro Pretorio fosse il -vivario, è la sua situazione. Il vivario, secondo narra Procopio, -si trovava nei dintorni della Porta Prenestina, sicchè non possiamo -cercarlo oltre la Tiburtina, ma quest’area è al di là e assai al di là -della Tiburtina, dunque essa evidentemente non fu il vivario. - -«Venendo ora alla seconda parte della mia sentenza, prosegue il -Lugari, dico che l’appellativo _Castrense_ dato dai cataloghi a questa -fabbrica di forma anfiteatrale ci apre la via a riconoscere in essa -la palestra dei _venatores_ e ci conferma eziandio nell’opinione che -fosse questo edifizio al tempo stesso il vivario. Ognun sa che la -parola castrense accenna a malizia: così era detto _peculium castrense_ -quel danaro che il figlio, ricavatolo dal militare, potea ritener come -suo. Suetonio dice che Caligola _cognomen castrensi ioco_, o loco -come leggono alcuni, _traxit, quia manipulario habitu inter milites -educabatur_[942]. Militari furono i giuochi appellati _ludi castrenses_ -e _munus castrense_; e similmente la _corona castrensis_ fu detta -così perchè premio dei militari. Quando dunque i cataloghi appellano -castrense questa fabbrica è sicuro indizio che essa appartenne a -soldati: a quale scopo poi loro appartenesse la forma anfiteatrale -cel dice chiaro, e tutti gli archeologi lo hanno riconosciuto, a scopo -di giuochi[943]. I _ludi castrenses_ ed il _munus castrense_, giuochi -venatorî[944] dati probabilmente dai Pretoriani[945], ci fan travedere -che furono essi i soldati ai quali questo edifizio appartenne; e come -a costoro veramente appartenesse ed a qual fine ecco in pronto ad -insinuarcelo alcune antiche testimonianze. - -«Da due lapidi, una dedicatoria rinvenuta sul principio dello scorso -secolo presso la porta Viminale[946], l’altra lusoria trovata nel -Castro Pretorio[947] apprendiamo che dei Pretoriani v’ebbe una classe -dominata dei venatores, il compito della quale era, come dall’assieme -dei fatti è lecito ragionevolmente dedurre, non solo di prodursi nelle -rappresentanze venatorie, che in date ricorrenze davansi nei loro -alloggiamenti[948], e talora in quelle apprestate nei luoghi destinati -ai pubblici spettacoli[949], ma eziandio di ammaestrar le fiere ed -addestrare alla lotta i bestiarî. Or questi Pretoriani _venatores_ -dovettero avere un luogo ove potessero comodamente esercitare sè -stessi a lottar colle fiere ed adempiere il loro magistero; ma come -non riconoscerlo e per la forma, e per la inettitudine a pubblici -spettacoli e per la pertinenza a giuochi militari, nell’anfiteatro -_Castrense_, situato appunto nella regione del Castro Pretorio? — -Inoltre questa palestra non avrebbe potuto trovare posto migliore -che nel centro dello stesso vivario, dove senza condurre in -giro quotidianamente le belve a fin di portarle alla _schola_ -dei _venatores_, le avesser questi avute belle e pronte ad ogni -concorrenza. - -«Questa ragionevole postura della palestra averla ben compresa gli -antichi lo dimostra il fatto, d’essere stato cioè affidato il vivario -alla custodia appunto dei Pretoriani, ed il monumento epigrafico che ce -lo attesta, col rappresentarci venatori esenti, _venatores immunes_, -far causa comune col custode del vivario, _cum custode vivarii_, ci -conforta a ritenere indivisa la palestra dal vivario. - -«Dunque l’applicazione di _Castrense_ data dai cataloghi a questo -edifizio di forma anfiteatrale ci è argomento a ritenere che questa -fosse la _schola_ dei _venatores_, e corrobora le deduzioni già fatte, -che fosse a un tempo il _vivario_». - -Fin qui il ch. Lugari. - - -Escluso l’Anfiteatro Castrense, non rimangono in Roma che due -anfiteatri stabili e destinati ai pubblici spettacoli: il Taurino ed il -Flavio. Ma l’anfiteatro di Statilio Tauro fu, fin dal principio e per -la sua scarsa capacità in poco uso. In occasione infatti della vittoria -Aziaca, della pretura di Druso, del natalizio di Augusto e della morte -di Agrippina, benchè l’anfiteatro di Tauro già fosse edificato, pur -nondimeno i solenni ludi non furono celebrati in esso, ma bensì o nel -Campo Marzio, entro steccati di legno, o nel Flaminio o finalmente -nei _Septi_; e l’anfiteatro di Tauro andò sempre maggiormente in -disuso. Caligola tentò di darvi nuovamente giuochi gladiatorî, ma se -ne indispettì per la sua piccolezza di quell’anfiteatro, e, come dice -Dione, lo disprezzò: τὸ γὰρ τόῦ Ταῦρου Θέατρον ὑπερεφρόνησε[950]. -Per i giuochi che egli diede nell’anno 38 dell’èra volgare, fece -chiudere con legnami un’area, e perchè questa fosse più spaziosa, -ordinò la demolizione di grandiosi edifizî. Nerone non si curò affatto -dell’anfiteatro Taurino, e ne fe’ costruire uno di legno nella regione -del Campo Marzio, il quale durò tutto il terzo anno del suo impero. -Nel regno di questo stesso Principe arse l’anfiteatro di Tauro[951], -e dopo l’edificazione del FLAVIO, non si pensò più a restaurarlo: -anzi la nuova e grandiosa mole fece dimenticare, come dice il Nibby, -l’anfiteatro Taurino, e d’allora in poi non venne più ricordato -dagli storici; e se lo troviamo nei cataloghi, è perchè nel secolo IV -ancora se ne conservavano considerevoli avanzi, i quali, secondo il -Maffei[952] — appoggiato ad un passo di Cassiodoro[953] — erano forse -ridotti ad altr’uso. E lo stesso Maffei opina inoltre che ai tempi di -Teodorico già fosse diroccato e passato da parecchio tempo addietro -in proprietà privata. Nè sarebbe questo un caso unico nei cataloghi, -poichè anche l’anfiteatro Castrense, tuttochè abbandonato e ridotto a -far parte delle mura, pur nondimeno se ne fa in essi menzione. - -Dunque non rimase in Roma che un solo anfiteatro stabile ed in pieno -uso per i pubblici e solenni spettacoli; e questo fu il FLAVIO. - -Gli antichi scrittori confermano questa conclusione. Essi infatti -non contraddistinguono mai l’Anfiteatro Flavio con aggettivi, ma ne -parlano costantemente in modo assoluto. Capitolino, narrando le opere -eseguite da M. Antonino Pio, così si esprime: _Romae haec extant: -Templum Hadriani, Graecostadium post incendium restitutum, instauratum_ -AMPHITHEATRVM. — Lampridio scrive: AMPHITHEATRVM _ab eo instauratum -post exustionem_; e Vopisco: _additit alia die_ in AMPHITHEATRO _una -missione centum iubatos leones_ etc. - -È questo il modo costante di esprimersi di tutti gli autori; talchè -il Maffei[954], in un capitolo della sua _Verona illustrata_, parlando -degli anfiteatri, dice: «Il perpetuo modo di parlare degli scrittori e -Cristiani e Gentili fa conoscere a bastanza, come in Roma un Anfiteatro -solo era d’uso, ed era in possesso di tal nome; poichè nol distinguono -essi con sopranome alcuno; e quando dicono, _fu ristorato l’anfiteatro, -fu condotto nell’anfiteatro, si fecero giuochi nell’anfiteatro_, -intendono senz’altro di quel di Tito, il che dimostra come era solo; -poichè non soleano a cagion d’esempio dire il _Teatro_ per significare -quel di Pompeo, benchè più sontuoso degli altri». - -Concludiamo: - - -Abbiam veduto che le _venationes_, dopo l’invenzione dell’anfiteatro, -si celebrarono ordinariamente e costantemente in questo, e raramente ed -eccezionalmente nei circhi. - -Abbiam veduto che l’unico anfiteatro, che in Roma era in pieno uso -dall’anno 80 d. C. in poi, fu il FLAVIO. - -Abbiam veduto che ove si celebravano le _venationes_, ivi eziandio si -gettavano alle fiere i rei, _veri_ o _presunti_ che fossero, di certi -delitti; e poichè i reati che si credevano connessi col nome cristiano -si punivano, come dicemmo, colla _damnatio ad bestias_, dobbiam -conchiudere che l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu bagnata dal sangue -cristiano; e che il numero dei Martiri ivi immolati non fu scarso, -giacchè la proscrizione del Cristianesimo, proclamata da Nerone, durò -fino alla promulgazione dell’editto di Costantino[955]. - -Ma se possiamo positivamente affermare (e di questo ne debbono essere -persuasi anche i più ipercritici) che l’arena del Flavio Anfiteatro -fu bagnata dal sangue cristiano, non così, dopo i — sebbene vacui — -sofismi dei moderni ipercritici[956], possiamo dare un elenco specifico -dei singoli Martiri. Farebbe mestieri accompagnarlo con un lungo e -laborioso studio critico sopra ciascuno di essi[957]. Io mi limito a -riprodurre i nomi di quei pochi Martiri, che fino al 1897 comunemente -si ritennero immolati nel Colosseo; lasciando ad altri il compito di -dimostrare l’autenticità di quest’elenco. - - S. Ignazio, - S. Eustachio e famiglia, - S. Taziana, - Ss. Abdon e Sennen, - S. Martina, - Ss. CCLXII soldati, - Ss. Vito e Modesto, - Ss. Sempronio e compagni. - -A quest’elenco del Marangoni aggiungerò col Martigny (_Dictionnaire des -antiq. chrétiennes_ s. v. COLYSÉE) e col Kraus (_Real-Encyclopaedie der -christlichen Alterthümer_, s. v. COLOSSEUM) S. Alessandro Vescovo, per -le ragioni accennate quando si parlò degli oratorî che circondavano il -Colosseo[958]. - - - - -CAPITOLO QUARTO. - -_Quest. 4ª_ — L’iscrizione «Sic premia servas» è genuina o falsa? - - -Il titolo di questa questione farà sogghignare parecchi archeologi -moderni. Oggi infatti quasi generalmente si ritiene che la lapide -di cui parliamo sia una falsificazione del secolo XVII. Io, a dire -il vero, non avrei voluto toccare questo tasto, e volentieri avrei -taciuto, se lo studio del Colosseo non mi avesse, quasi direi, -trascinato ad indagare l’origine di questa moderna persuasione, e a -pesare le ragioni per cui la nostra lapide venga annoverata fra le -false. Inoltre, se io avessi saltato a piè pari questa questione, il -lettore avrebbe avuto ogni diritto di notare nel mio lavoro una lacuna, -e giustamente avrebbe potuto fare delle osservazioni poco benevole a -mio riguardo. Non era dunque possibile tacere; e poichè in un’opera -di quest’indole, non sarebbe stato sufficiente limitarsi alla semplice -esposizione delle varie opinioni, e terminare (come a bello studio feci -altrove)[959] con un punto interrogativo, ma faceva d’uopo esaminare -criticamente gli argomenti dei dotti; perciò ho creduto conveniente -fare sulla nostra lapide uno studio speciale. - -Pertanto prego vivamente il lettore di non volersi decidere per la -genuinità o falsità della stessa, prima di aver letta per intero la mia -dissertazione. - -Contradittori non mancheranno certamente; e pensare di persuaderli -sarebbe (specialmente ai tempi nostri) pressochè un’utopia. Del -resto ricordiamoci che se gli scrittori del settecento non furono -infallibili, non lo sono neppure i contemporanei. - -Io appartengo al numero dei secondi, e quindi posso ingannarmi. -Nondimeno confesso con ogni lealtà che, specialmente nella presente -questione, non posso seguire ciecamente nè gli uni nè gli altri; ma -voglio studiare spassionatamente la lapide, e, senza preconcetti di -sorta, voglio esaminare le ragioni che generalmente s’adducono per -dimostrare la genuinità o meno della nostra epigrafe. - -Nè per questo pretendo dire che il mio studio riuscirà completo e sotto -ogni rispetto esauriente, no; m’auguro però che esso vorrà richiamare -nuovamente l’attenzione degli archeologi in genere e degli epigrafisti -in ispecie; affinchè essi, mossi dall’amore di quella scienza che è -loro propria, possano tornar sopra una questione che, secondo il mio -giudizio, è tutt’altro che risoluta. - -Presento nuovamente la riproduzione della lapide tratta dal calco -eseguito con ogni cura dal Sig. Attilio Menazzi sull’originale che -trovasi nei sotterranei di S. Martina. (V. _Fig. 14ª_). - - [Illustrazione: _Fig. 14.ª_] - -Non è mia intenzione fare una storia particolareggiata di questa lapide -sepolcrale. Sarebbe cosa superflua; giacchè gli archeologi già sanno -che la nostra epigrafe fu rinvenuta nel cimitero di S. Agnese sulla Via -Nomentana, negli scavi ivi eseguiti al principio del secolo XVII[960]. - -Sappiamo pur anche che questa lapide passò poscia nelle mani della -marchesa Felice Randanini, famosa raccoglitrice di memorie sacre; -che questi fatti ci vengono narrati da testimonî coevi e fededegni, -quali sono il Bellori[961] e l’Aringhi[962]; e che il primo di -questi scrittori fu un uomo integerrimo per costumi, dotto, e, per -quanto lo comportavano i suoi tempi, competentissimo in materie -archeologiche[963]. - -Nessuno ignora, finalmente, che la nostra lapide più tardi la possedè -Pietro Berrettini da Cortona[964]. Presso di lui si trovava quando il -Tolomeo la descrisse, il quale, allorchè costrusse il sotterraneo di S. -Martina, la fè fissare nelle pareti di quello stesso sotterraneo in cui -tuttora si conserva. - -Oltre ai citati autori, l’epigrafe «SIC PREMIA SERVAS» è ricordata -dal Reinesio[965], dal Bonada[966], dal Fleetwood[967], dal Lam[968], -dal Mamachi[969], dal Bianchini[970], dal Mabillon[971], dal -Marangoni[972], dal Venuti[973], dall’Orsi[974], dal Marini[975], dal -Mazzolari[976], dal Magnan[977], dal Terribilini[978], dal Fea[979], -dal Visconti[980], dal Nibby[981], dal Canina[982], dal Piale[983], dal -O’Reilly[984], dal Giampaoli[985], dal Gori[986], ecc. - -Sebbene tutti questi scrittori ammettano in genere l’autenticità della -lapide[987] (non escluso il Gori, il quale, come abbiamo visto a pag. -101, trattò di diminuire quanto più potè il valore della medesima), -pur nondimeno non tutti convengono circa l’_età_ e l’interpretazione -dell’epigrafe. Passiamo ora ai moderni e contemporanei. Essi sono: il -De Rossi[988], il Tomasetti[989], il Promis[990], l’Armellini[991], -i Bollandisti[992], il Mantechi[993], il P. Grisar[994], il -Rohrbacher[995], il Cinti[996], il P. Scaglia[997]. - -Tutti questi autori (eccettuati il Tomasetti[998] e il Rohrbacher) -ritengono la lapide per falsa[999]. - -Dalla lista considerevole di scrittori che trattarono la presente -questione si deduce chiaramente essere _tre_ le opinioni degli -archeologi intorno a questa lapide. Alcuni la dicono _genuina_, -e non posteriore alla seconda metà del secolo I; altri la dicono -pure genuina, ma non anteriore al secolo V dell’era volgare; altri -finalmente la credono una falsificazione perpetrata nel sec. XVII, o, -secondo qualcuno, nel secolo XIV. - -Esaminiamo una per una queste disparate opinioni, incominciando -dalla più grave: da quella, cioè, che ritiene l’epigrafe per una -falsificazione del secolo XVII. - -A qualcuno potrà sembrare che quest’opinione possa trovare appoggio -sulla sentenza del De Rossi[1000] il quale scrisse: «_Christiana res -epigraphica, quae corruptricis Ligorii manus effugerat, in redivivum -aliquem hac aetate Ligorium videtur incidisse, qui optimis illis -viris_ (Severano ed Aringhi) _fucum quandoque fecerit_. Ma applicare -la sentenza del De Rossi alla nostra lapide, sarebbe fare un oltraggio -alla sua scienza e alla sua autorità; giacchè da questa applicazione -ne risulterebbe una inverosimiglianza ed una impossibilità morale. -Difatti, se fosse vero che quell’ignoto falsario, quel redivivo -Ligorio, avesse fatta incidere la nostra iscrizione, egli, con la sua -astuzia, sarebbe giunto ad allucinare non solamente quegli ottimi -uomini del secolo XVII, quali furono il Severano e l’Aringhi, ma -eziandio un altro uomo eruditissimo e dottissimo dello stesso secolo; -_un uomo amato da personaggi i più distinti, stimato dagli eruditi, -encomiato dai Gronovi, dai Mabillon, dai Crescinbeni, onorato da tutti -i buoni_[1001], sarebbe giunto ad allucinare, dico, il Bellori, il -quale assicura che la lapide «_Sic premia servas_» è _neque_ SPURIA -NEQUE RECENS. Inoltre quel redivivo Ligorio, quell’_ignoto_ falsario, -sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini -dotti ed ottimi del secolo XVII or ora ricordati, ma anche quelli -del secolo seguente XVIII; e così avrebbe allucinato un Mamachi, un -Bianchini, un Mabillon, e tanti altri che con essi ritennero la lapide -per vera. - -Quell’_ignoto_ falsario, quel redivivo Ligorio, sarebbe giunto colla -sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini ottimi e dotti del -secolo XVII e XVIII, ma anche quelli del secolo XIX, quali furono il -Fea, il Nibby, il Visconti ed altri, poichè anche essi dissero che -quella lapide è sincera, genuina; e taluno giunse a dirla sincrona. Non -basta: sarebbe giunto ad allucinare il Marini, quel grande epigrafista, -che lo stesso De Rossi chiamò sommo; e sarebbe finalmente giunto ad -allucinare il Card. Mai, gloria della letteratura del secolo XIX; -giacchè anche questi approvò e confermò la sentenza del Marini, che -aveva detta _elegans_ la congettura del Marangoni[1002]. - -Ma che un falsario possa arrivare colle sue astuzie ad allucinare tutti -i dotti di tre secoli, non esclusi i contemporanei alla scoperta, -è cosa non solamente inverosimile ma anche moralmente impossibile. -Dunque, ripeto, se la lapide di Gaudenzio si dicesse falsa per la -sola sentenza del De Rossi, si farebbe un insulto alla logica, alla -scienza e all’autorità dell’illustre archeologo, il quale si protesta -che quella sua sentenza era quasi inapplicabile alle lapidi romane di -quel tempo, ed aggiunge: «Id interim satis sit significasse ROMANAS VIX -PAUCAS HOC SAECULO IN LUCEM EDITAS _vel chartis mandatas inscriptiones -in capitis iudicium fore vocandas_». - -Nè si dica che questa nostra lapide debba essere annoverata fra quelle -_vix paucas_, giacchè ciò potrà dirsi delle lapidi d’ignota origine, -non però della nostra, la cui storia conosciamo, e la quale testimonî -fededegni e contemporanei ci attestano aver veduto quasi direi, coi -proprî occhi estrarre da un cimitero sotterraneo (_elapsis annis-non -multis abhinc annis_); e dicono averla poscia posseduta la marchesa -Randanini, una delle prime raccoglitrici di lapidi; e precisamente -in tempi, in cui «_la gara di riunire le memorie cristiane non aveva -ancora aguzzato l’ingegno degli speculatori_»[1003]. Di fronte alle -egregie doti di quei testimonî, non si può dubitare della provenienza -della lapide; ed è innegabile che questa fu estratta da un Cimitero -nel quale, con tutta verosimiglianza, le escavazioni furono fatte a -cura appunto della Randanini e dell’Angelelli; il che si deduce anche -dal fatto che in una cripta trovata nel cimitero ostriano (?), vi sono -molti nomi di Signore che andarono a visitare il cimitero mentre si -scavava[1004]. - -Nè possiamo dire, finalmente, che la nostra lapide appartenga a quei -tempi, _in cui i negozianti di Roma non già inventarono nuove lapidi, -ma spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine -ed antiche_[1005]. - -Dunque non potremo neppur dire falsa la lapide per quella sentenza -scritta dal De Rossi. Più tardi esamineremo le altre ragioni che adduce -lo stesso De Rossi per dichiarare falsa la lapide di Gaudenzio. - -Ma andiamo innanzi nell’esame degli altri argomenti che si adducono in -favore della falsità della lapide. Innanzi tutto faccio avvertire al -lettore che le falsificazioni sono assai più comuni e si trovano più -facilmente nei codici e manoscritti in genere, che nelle lapidi. - -Faccio avvertire inoltre che se vi sono falsificazioni epigrafiche -antiche scolpite su marmo, queste erano quasi esclusivamente delle -lapidi pagane. Ho detto _quasi esclusivamente_, giacchè, come già -si disse, il vizio delle iscrizioni cristiane sospette, consiste -in essere riproduzioni più o meno fedeli di epigrafi _genuine_ -ed _antiche_[1006]: ora _riproduzione_ non è davvero sinonimo di -_falsificazione_! - -Da queste due avvertenze deduco che la sentenza di coloro i quali -dicono essere la nostra lapide una falsificazione del secolo XVII, è -per lo meno inverosimile; e quell’iscrizione sarebbe od il primo, e -finora caso unico, od un raro esempio di lapide cristiana esistente, -_totalmente falsa_. Ora per affermare una cosa simile, non basta una -semplice asserzione, ma è necessaria una piena, evidente e matematica -dimostrazione. - -Ma ammettiamo per un momento che si tratti di una falsificazione del -secolo XVII. Noi, come abbiam visto, conosciamo la storia della lapide. -Fu trovata nel cimitero di S. Agnese, e questo non può negarsi, perchè -testimonî fededegni ce l’attestano. - -Ora ciò che questi testimonî ci riferiscono viene confermato dai fatti. -Si sa con certezza che quando venne in luce la lapide, nel cimitero di -S. Agnese, furono eseguiti degli scavi. Questi dovettero restituire, -come l’esperienza c’insegna, epigrafi cristiane, le quali poi (per ciò -che si è detto di sopra) dovettero andare nelle mani dell’Angelelli e -della Randanini; e noi sappiamo, che precisamente nelle mani di questa -andò la nostra lapide. L’autenticità dunque dell’iscrizione «Sic premia -servas» non può essere contrastata logicamente. E se si ammettesse che -l’iscrizione fosse stata falsificata, si dovrebbe pure dimostrare che -il falsario, _ignoto_, ebbe tanto ardire da portarsi _per il primo_ in -un cimitero sotterraneo fino allora inesplorato, nonchè l’avvertenza, -forse singolare in quel tempo, di scrivere la lapide in questione -sopra un marmo di _forma cimiteriale_, perchè non s’avesse in seguito -a dubitare della sua autenticità; nasconderla in quel cimitero; e -tutto ciò poi senza alcun utile da parte sua, e senza sua gloria, -giacchè scoperta che fu ed estratta, i testimonî contemporanei _non -dànno lode ad alcuno_, nè dicono che alla Randanini _costasse_ molto -l’averla[1007]. Ma tutto ciò è inverosimile. L’origine dunque della -lapide fa giustamente argomentare che ella non sia falsa. - -Dal momento poi della scoperta fino ai giorni nostri la sua storia si -potrebbe scrivere senza difficoltà. - -Dal cimitero passò alla Randanini, da questa a Pietro da Cortona, -e questi, dopo poco tempo, la pose ove tuttora la vediamo. Di qual -monumento si conosce con maggior precisione, con più certezza -la storia? E questo è un altro argomento per negare la falsità -dell’epigrafe. - -Ma se la falsità non è probabile nè verosimile, è però possibile; -benchè, per quel che si è detto, nego che vi sia possibilità morale. - -Ma ammettiamo che vi sia: in questo caso non resta che esaminare -l’iscrizione giusta i canoni della critica lapidaria. Prima però che -io incominci questo esame, credo opportuno ripetere al lettore che la -sentenza che dice falsa la nostra lapide, ha contrario il parere di -uomini sommi. Nè intendo parlare degli antichi collettori epigrafici, -i quali poterono riunire, senza discernimento, lapidi genuine e false, -non altrimenti che i moderni compilatori, i quali ne annoverano fra -le lapidi false altre che forse un giorno la sana critica restituirà -alla loro vera fede e fra le lapidi sincere. Nè parlo di altri -scrittori sotto altro riguardo rispettabilissimi, ma che in materia -epigrafica, o in critica lapidaria, non hanno autorità decisiva, -come sono il Mamachi, l’Orsi, il Bianchini, il Mabillon, ecc.; nè di -quegli archeologi, i quali, sia per ragione di tempo sia per ragione -di studio, non potrebbero dare (come direbbero i moderni) adeguato -giudizio su antichità sacre, come, p. es., il Fea, il Nibby, il Venuti, -il Piale, ecc.; ma parlo di profondi conoscitori di epigrafia, e di -epigrafia cristiana, e di letterati, alla cui memoria si farebbe un -grave insulto, se si dicesse che eglino non seppero scernere il vero -dal falso in questione di epigrafia. Parlo del Marini. Questi la -ritenne per lapide genuina, l’annoverò fra le iscrizioni cristiane -sincere, e disse _elegans_ la congettura del Marangoni, già da noi -riportata al c. III, part. I di questo lavoro. È vero che il Marini -non ordinò nè rivide o corresse le sue schede per la gran collezione -epigrafica cristiana; ma è pur vero che la nostra epigrafe si trova in -quella parte del manoscritto che era la più disposta, direi quasi, per -la stampa. Ecco la ragione per cui il Mai la pubblicò senza difficoltà -di sorta. Ma in ogni modo è certo che la nostra lapide non fu, come -tante altre, trascritta dal Marini per soli suoi fini particolari, ma -fu da lui esaminata, studiata, riveduta: giacchè entra nel novero di -quelle poche, cui appose nota; e non una nota qualsiasi ma una nota, -che, nella sua brevità, rivela la competenza del sommo epigrafista che -era. - -Il Marini dunque, che nei suoi _Arvali_ (e quante volte ebbe occasione) -battè senza pietà il povero Ligorio, ed inveì sempre e veementemente -contro i falsarî, non pensò punto alla falsità della nostra lapide; -anzi la lodò e ne ammise l’autenticità. - -Parlo inoltre del Mai, il quale visse in tempi in cui l’archeologia -cristiana aveva già incominciato il suo sviluppo; che aveva ben veduta -nella raccolta Mariniana lo studio dell’illustre collettore, il quale, -eccezione fatta delle lapidi calaritane, tutte le altre ben aveva -riunite per pubblicarle; del Mai, dico, il quale non ebbe difficoltà di -riportare la nostra epigrafe e ritenerla per genuina e sincera. - -Parlo finalmente del Visconti. - -Egli nel 1827 dimostrò la genuinità e la sincerità della nostra -lapide e la ritenne come sincrona; nè mai ritrattò la sua sentenza -benchè cessasse di vivere nel 1875, quando la sacra archeologia aveva -raggiunto il suo pieno sviluppo ed era già ridotta a scienza. - -Ritenendo dunque come cosa indiscutibile la falsità della nostra -iscrizione s’andrebbe contro la notissima autorità di sommi uomini, -epigrafisti, letterati ed eruditi. - -Ma, a dire il vero, oggi a questo poco si bada; e solo fanno eco -e trovano appoggio facilmente quelle opinioni moderne che tendono -a distruggere una qualche tradizione. È vero che i progressi fatti -dall’archeologia sacra in questi ultimi anni, sono notevoli, ma è anche -vero che non hanno gettata _nuova luce sulla nostra questione_. - -Le cose si trovano allo stesso punto, e le difficoltà purtroppo sono -sempre le stesse! Non resta per tanto che esaminare criticamente la -lapide. - - * - * * - -Uno dei maestri della critica lapidaria, non v’ha chi l’ignori, è il -Maffei. - -È vero che oggi si ritiene che i suoi canoni siano applicabili alle -sole lapidi pagane, e si opina aver egli errato nello studio delle -lapidi cristiane. Ma se noi esaminiamo i suoi canoni, e con riserbo -facciamo qualche distinzione, mi sembra che essi possano anche -applicarsi alle lapidi cristiane. - -Infatti, nella sua _Arte critica lapidaria_[1008] il Maffei stabilisce -certi criterî, coi quali egli insegna il modo di distinguere le -iscrizioni vere dalle false; e dice che di due specie sono gli indizi -per i quali si possono riconoscere le une dalle altre: ALTERA PRACTICA, -_uti vocant, ab ipsa monumentorum inspectione petita_; INTERIORA ALTERA -_et ab iis quae continentur desumpta_. - -Gli indizî _estrinseci_, secondo lo stesso autore, sono: _genus, -facies, color_; e segue spiegando ciò che per essi s’intende. I secondi -poi, ossia gli intrinseci, sono: la _troppa_ antichità della lapide, la -singolarità delle formole, i punteggiamenti e cose simili. - -Ora è evidente che i primi, vale a dire, i canoni estrinseci, siano -applicabili anche alle lapidi cristiane. - -Un’iscrizione cristiana scolpita su di un marmo, la cui _facies et -color_ mostrino essere marmo moderno, si dirà giustamente falsa[1009]. -Lo stesso si dica di una lapide sepolcrale cristiana (il cui _genus_ -è cimiteriale), se questa per la paleografia si dovesse riportare ai -secoli VII e VIII. Viceversa: una lapide che per la sua iscrizione -dovremmo creder dell’epoca in cui i cimiterî sopratterra erano rari, -e di cui quindi il _genus_ dovrebbe essere cimiteriale; se essa -presentasse la forma ossia il _genus_ delle lapidi non cimiteriali, -non si potrà recisamente ripudiare, ma si potrà dubitare della sua -sincerità. - -Dunque questi dati estrinseci, che c’insegna il Maffei per distinguere -le lapidi vere dalle false, mi sembra possano applicarsi anche alle -lapidi cristiane. - -In quanto poi all’indizio intrinseco principale (la paleografia), -volendo il Maffei che si usi circa di esso somma cautela e che mai -sia disgiunto dagli indizî estrinseci, è indubitato che valga eziandio -(non certo assolutamente e disgiunto dagli altri) anche per le lapidi -cristiane. E il De Rossi[1010] c’insegna: «Egli è innegabile, ed anche -i più circospetti e peritosi epigrafisti lo confermano, che l’argomento -paleografico, adoprato con giudizio, ha molto valore». - -Dunque i dati estrinseci posti dal Maffei possono aver forza nell’esame -delle lapidi cristiane sospette. I dati intrinseci poi non sono tutti -egualmente ed assolutamente applicabili alle lapidi cristiane. - -Il Maffei dubita dell’autenticità di una lapide se questa presenta -un’antichità assai remota. Ma questo criterio non può applicarsi -alle epigrafi cristiane, delle quali ve ne sono molte che risalgono -fino ai tempi primitivi della Chiesa e alla stessa età Apostolica. -Dunque questo canone non è applicabile al caso nostro. Dubita ancora -di una lapide, se l’epigrafe si allontana, secondo la sua specie, -dalla comune formola e dizione. Ma questo canone, se è giusto per le -lapidi appartenenti a monumenti romani pubblici e privati, non è così -assolutamente applicabile alle lapidi cristiane, le quali, benchè -anch’esse avessero, secondo la diversità delle epoche, le loro formole -e dizioni, pure, per la singolarità delle circostanze, dei luoghi e -degli scrittori, poterono andar soggette, e vi andarono effettivamente, -ad eccezioni[1011]. Il Lupi[1012] scrive: «In omnibus facultatibus -habenda prae oculis est aurea illa sapientium virorum constitutio qua -iuris prudentes in legum oraculis intelligendis utuntur ut semper -exceptione aliqua restringenda putent effata veterum, quamtumlibet -absuluta, ne forte inopino aliquo casu queat eorum veritas labefactari; -omnis namque definitio in iure civili periculosa est, rarum est enim ut -non subverti possit quod quidem aliqua prudentes dictum, _prudentissime -dicitur ubi sermo est_ DE ANTIQUORUM EPITAPHIIS». - -Ciò posto, applichiamo alla nostra lapide tutti quei criterî che si -possono ad essa applicare. - -Il _marmoris color et facies_ è uno dei criterî estrinseci. Ora il -marmo della nostra lapide è evidentemente antico, essendo marmo greco, -ed è certamente antico, anche perchè sull’altra faccia della lapide -v’è scritta un’altra epigrafe indiscutibilmente antica, e che secondo -l’Aringhi, il Fletwood, il Marini ed altri, dice: - - AVRELIA AVGVRINA HIC EST[1013]. - -Ora questo laconismo, questa totale mancanza di simboli, questo nome -AUGURINA e questo gentilizio AURELIA scritto per intiero, ci fanno -necessariamente dire che il marmo su cui è scolpita l’iscrizione non è -posteriore al secolo II[1014]. - -Il marmo dunque su cui è l’epitaffio di Gaudenzio, per il suo colore, -per la sua qualità, ecc. può dirsi, senza timore d’essere contraddetti, -antico e antico assai, e certamente non posteriore al secolo II. - -Nemmeno si può dir falsa la lapide per il _marmoris genus_, giacchè ha -essa tutti i requisiti perchè sia lapide cimiteriale, al cui _genus_ -appartiene. L’altezza, la forma, il fatto incontestabile che essa -è stata estratta da un cimitero, ecc., son tutte cose le quali ci -dicono che essa appartiene indiscutibilmente alla classe delle lapidi -cimiteriali. - -Alla nostra lapide dunque non mancano i requisiti estrinseci perchè -essa sia ritenuta per genuina. - -Tralascio per ora la questione paleografica, perchè di essa ne parlerò -nell’esame della seconda opinione. - -Ma fin d’ora faccio notare che la paleografia è criterio fallace assai -se si separa dagli altri, come avvertono il Maffei, il Fabretti, il -Marini, il Morcelli, e lo stesso P. Scaglia[1015] il quale, appena -due anni fa, scriveva: «Criteria omnia ista sese invicem conplent -ac confirmant, paucis exceptis casibus, in quibus aut lapicidae -_imperitia_ aut alia de causa _exceptio_ datur». E a pag. 58, aggiunge: -«Non semper vero e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene -potuit etiam _saeculo primo_ lapicida quilibet, sive ex negligentia, -sive ex imperitia, litteras inelegantes describere, et viceversa etc.». -E quindi, riconosciuto che per la nostra lapide stanno gli altri canoni -citati, _s’userebbe l’argomento paleografico senza giudizio_[1016], se -per questa sola ragione si dicesse falsa. - -L’unico criterio intrinseco posto dal Maffei, applicabile alle -iscrizioni cristiane, è, come abbiamo veduto, la singolarità: e questa, -non si può negare, è veramente applicabile alla nostra. - -Se si riflette che l’iscrizione di Gaudenzio, ammesso che non sia -riproduzione o falsificazione, dovrebbe essere del tempo dei Flavî, -e considerata la specie cui dovrebbe appartenere, essa s’allontana -pur troppo da quella semplicità, da quel laconismo, da quelle -formole proprie della classe di epitaffi cimiteriali di quei tempi. -Ma in questo caso si può, innanzi tutto e con ragione, applicare -ad essa l’eccezione di cui parla il Lupi[1017]; e secondariamente -quest’epigrafe appartiene a quella specie d’iscrizioni _quarum vim ut -quis intelligat seiungere eas non oportet ab adiunctis loci, temporis, -ac personae quae epitaphium posuit_[1018]. - -Oltre a ciò, quest’iscrizione nulla ha che fare con quelle semplici -memorie che vediamo sui sepolcri di un fedele qualunque, od anche di un -martire; le quali presentano precisamente un laconismo e una semplicità -caratteristica; ma dobbiamo dirla un _elogio_, un _epitaffio_ di -una natura tutta sua propria. Dunque dai canoni estrinseci posti dal -Maffei per riconoscere la falsità della lapide, e che sono applicabili -alle lapidi cristiane, si deduce che la nostra non è falsa: il canone -intrinseco poi, perchè non applicabile a questa per le circostanze -della lapide, non può neppure convincerci della falsità della -iscrizione di Gaudenzio. Secondo la critica epigrafica dunque, non -possiamo dichiarare falsa l’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS». - -Ma lasciamo il Maffei, ed esaminiamo la cosa secondo i dettami del De -Rossi, le cui dichiarazioni, specialmente sulla presente questione, -tanto più valgono, in quantochè, come si legge nei suoi _Musaici_, egli -crede la nostra iscrizione una falsificazione dei tempi di Urbano VIII. -Ma anche di questo suo parere ci occuperemo tra breve. - -Il De Rossi adunque[1019] scrive: «Si distinguono SEMPRE le lapidi -incise con cura, secondo la regola dell’arte, da mano perita, del -mestiere; da quelle che appaiono tracciate in fretta, senza studio -di calligrafia epigrafica o da mano nuova ed inesperta dell’arte -lapidaria». Ora è evidente che la nostra epigrafe appartenga alla -seconda specie, cioè a quella delle iscrizioni _tracciate in fretta, -senza studio di calligrafia epigrafica_; e non a quella delle -lapidi _incise con cura e secondo le regole dell’arte_. Ma le lapidi -appartenenti a questa seconda classe, secondo il chiaro archeologo -«_niuna impronta hanno_ di tipo speciale e caratteristico (caso -assai raro), ovvero alle lettere dei manoscritti più che all’alfabeto -epigrafico ci si mostrano affini». - -Dunque la nostra lapide, come quella che _niuna impronta ha di tipo -speciale e caratteristico_, non può dirsi falsa per la sua paleografia -non regolare e non comune. Nel cimitero di Domitilla, in mezzo a -quattro epigrafi in caratteri bellissimi, il De Rossi ne trovò una -scritta in paleografia molto _trascurata_, perchè incisa _da mano -imperita_: eppure le giudicò tutte contemporanee[1020]. L’illustre -archeologo poi, nella sua memoria sul museo epigrafico cristiano -Pio-Lateranense, afferma che «il delicato fastidio degli umanisti -del quattrocento e dei dotti del cinquecento per l’umile e popolana -epigrafia dei primi cristiani, l’ha trovata quasi immune dalla lebbra -che tutta ne ha impestata e guasta la parte classica»[1021]. E se vi -furono lapidi della cui sincerità può dubitarsi, ciò non può dirsi che -di quelle le quali spettano al cadere del secolo XVII, quando cioè, -_differita l’esecuzione del nobilissimo disegno_ (ideato dal Boldetti -di un museo lapidario cristiano), _istituirono privati musei di lapidi -antiche segnatamente cristiane_, e si studiarono di derivare a loro -pro qualche parte di quanto iva in dispersione[1022], il _Carpegna, il -Bianchini, il Capponi, il Vettori, il Ficoroni, e tanti altri_. Ora la -nostra lapide era già nota, veduta e scritta, anzi stampata nella prima -metà del secolo XVII. - -Dunque non può essere compresa nel numero delle false suddette. - -Di più: _la gara di collettori di lapidi cristiane adescò i venditori a -falsare la merce_ (scrive il De-Rossi). - -Ma in che consiste questa falsificazione? Ascoltiamolo dal sommo -maestro: «I negozianti di Roma, ai quali solo si faceva capo da ogni -paese, spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi -_genuine_ ed _antiche_, ed ho trovato essere talvolta avvenuto, che -della medesima epigrafe, l’originale rimanesse in Roma, e che copie -moderne si fossero in pari tempo spedite una al museo di Catania e una -all’arcivescovile di Ravenna». - -Dunque la falsificazione, chiamiamola così se si vuole, consistette -nel copiare lapidi esistenti in Roma e spedirle fuori, come originali. -Ma la nostra, si trova proprio qui a Roma. Dunque, secondo la stessa -teoria del De Rossi, essa non cadrebbe nella classe delle falsificate, -e sarebbe, in ogni modo, originale. Non basta. È certo, e niuno potrà -negarlo (e questa vedo sia la ragione principale su cui si basa la -sentenza od opinione che discutiamo), che la nostra lapide è una -singolarità[1023]. Ora, considerato che gente fossero i falsarî od il -fine che essi si proponevano, il nostro marmo come potrà dirsi falso? - -I falsarî, l’ho detto poc’anzi colle parole del De Rossi, veduta la -gara dei collettori di lapidi cristiane, ingannarono specialmente i -lontani col formare esemplari _più o meno fedeli_ di lapidi _genuine e -sincere_. Non inventarono dunque nuove lapidi, ma soltanto copiarono -_più o meno fedelmente_ dagli originali. Ora la nostra lapide, non -essendo _copia più o meno fedele_, ma originale, non può dirsi falsa. -Ed il fatto di essere essa nella sua dicitura affatto singolare, -esclude l’ipotesi di una falsificazione. Lo scopo dei falsarî, è -notissimo, era il guadagno; e a questo fine, astutamente facevano -esemplari _più o meno fedeli_. E appunto per il lucro, dovettero -essi incidere le lapidi in modo che la loro merce fosse sicuramente -spacciata. E per spacciarla più facilmente mandavano _fuori di Roma_ -copie più o meno fedeli delle lapidi esistenti. Ma se anche avessero -inventato tutto di sana pianta i falsarî, avrebbero certamente -procurato di non allontanarsi troppo dalle formule esistenti e -conosciute; molto più che quegli esemplari si spedivano a raccoglitori -i quali spessissimo erano eruditi. E gli eruditi, ammaestrati forse -dall’accaduto ai raccoglitori delle lapidi pagane, dubitarono ancora -delle cristiane; ed una prova l’abbiamo appunto nella nostra lapide. -Il Bellori dice che quest’iscrizione è _neque_ SPURIA _neque recens_. -Si vede dunque che ai suoi giorni v’erano lapidi spurie e recenti, e -che gli eruditi l’esaminavano attentamente per non essere tratti in -inganno! Gli spacciatori dunque e i falsarî dovevano avere un interesse -speciale di formare le lapidi in modo che a prima vista non facessero -dubitare della loro sincerità. - -Ma se questo dubbio, di fronte a una lapide non comune, sorgeva lontano -da Roma, con quanta più ragione non sarebbe sorto in Roma se i falsarî -avessero voluto spacciare una lapide, la quale, come la nostra, è tutta -_propria, eccezionale, singolarissima_? Dunque, ripeto, il fine stesso -propostosi dai falsarî, e la singolarità della lapide, escludono la sua -falsità. - -Non mi pare infine verosimile che un falsario del secolo XVII, senza -avere dati di sorta, atti, ecc., potesse giungere a scrivere un -epitaffio così veemente, tanto espressivo, così significante, che -corrispondesse a qualche dato storico, quale è il nostro. A me pare, -per la ragione che son per esporre, che quello non possa essere -stato dettato se non da colui il quale si trovava presente ad un atto -sommamente indegno di chi lo commetteva, ed evidentemente ingiusto -verso di colui che lo riceveva. Infatti, qui lo scrittore rimprovera -Vespasiano, e lo rimprovera non con espressioni qualsiansi, ma con -queste parole: «SIC PREMIA SERVAS»; e a Gaudenzio dice; «PREMIATUS -ES MORTE». Si ponga mente alle espressioni suddette, e si vedrà la -ragionevolezza della mia asserzione. Sappiamo che Vespasiano diè premî -agli artisti, ai letterati, a tutti quei genî insomma, che facevano -qualcosa di pubblica utilità. Si legga Suetonio, e si troverà che -quell’imperatore (e non ricorda altri imperatori) premiò oratori greci -e latini, premiò poeti, premiò il ristauratore del Colosso di Nerone, -ed un meccanico per aver solamente progettato il trasporto d’ingenti -colonne al Campidoglio; premiò Apollinare il trageda, premiò Tarpejo e -Diodoro citaristi e via dicendo. - -Ora è verosimile che un falsario ignoto del secolo XVII, il quale -doveva essere certamente astuto, e che cercava non la sua gloria ma -soltanto il suo proprio interesse, fosse potuto giungere ad indicare -Vespasiano tanto sottilmente, e che (anche ammessa la sua sottigliezza -ed astuzia) avesse scritto una lapide, la quale, in fin dei conti, -non avrebbe potuto facilmente vendere, per la stessa ragione, che -allontanandosi dal solito formulario, l’avrebbero creduta inventata? -Inoltre: il presunto falsificatore della nostra lapide, fu un -letterato o fu un volgare idiota? Se letterato, come concepire tutti -quegli errori? Non avrebbe procurato, per meglio ingannare l’incauto -compratore, di adoperare lo stile classico del tempo dei Flavî? Se -idiota, come è che conosceva le opere di Suetonio? Ma v’ha di più: il -Baronio, nei suoi _Annali_, ha dimostrato ad evidenza che Vespasiano -pretese essere il Cristo, di cui sapeva parlarsi nelle sacre pagine. -Ciò posto, quanto non sono espressive quelle parole: «PROMISIT ISTE, -DAT KRISTUS OMNIA TIBI?». - -Egli volle dire: «PROMISIT ISTE _qui se dicit Christus, at Christus -verus_ OMNIA _tibi_ DAT». - -E chi può affermare senza dubitare, che la scienza, la sagacia di -un falsario settecentista giungesse a tanto? Questo è moralmente -impossibile. È dunque moralmente impossibile che la lapide sia una -falsificazione del sec. XVII. - - -Il P. Grisar[1024] dice che l’iscrizione di Gaudenzio fu _fabbricata -nel secolo_ XIV (1300). Meno male! Dal 1700 alla metà circa, del 1400, -già siamo tornati indietro di tre secoli! E le ragioni? Le stesse di -coloro che la dicono falsificata nel secolo XVII: _La paleografia, -lo stile dell’iscrizione_[1025]. E se si leggono tutti gli autori -moderni che parlano di questa lapide, tutti ci ripetono le stesse -cose. E quelli che la credono genuina, ma una riproduzione del secolo -V, od anche un’eco di una leggenda popolare dello stesso secolo, che -argomenti adducono? Gli stessi!!! Ma di questi ultimi ci occuperemo -dopo di avere esaminato quanto il De Rossi, l’Armellini, ecc., dicono -per dimostrare che la lapide è una falsificazione fatta sotto il -pontificato di Urbano VIII. - -Il De Rossi ragiona così: - -«Poco prima che Urbano VIII facesse erigere dal Bernini il tabernacolo -di bronzo sulla _Confessione Vaticana_, il Salvatore in musaico della -sua nicchia fu delineato dal Grimaldi (nel codice Barberiniano XXXIV, -50, p. 250); e l’iscrizione del libro in quell’immagine è assai diversa -dalla forma, che ora vediamo e che è fornita di punti sugli I.... -L’iscrizione adunque, dopo il disegno fattone dal Grimaldi[1026] fu -tutta arbitrariamente rifatta: e ciò deve essere avvenuto[1027] quando -Urbano VIII fece eseguire l’opera tutta nuova in musaico ai lati della -nicchia le immagini dei principi degli Apostoli e risarcire quella -antica del Salvatore. - -«Nell’epigrafia cristiana però VERI PUNTI ROTONDI _su tutti_ gli I (non -su quelli soltanto sui quali poteva cadere l’accento) si veggono in due -lapidi della penisola Iberica, una del 589 nella Spagna, una del secolo -incirca VII nel Portogallo. - -«In tutta la rimanente epigrafia cristiana[1028], ed in ispecie in -quella di Roma e dei suoi musaici, giammai appare il punto sull’I, -eccetto in due iscrizioni che oggi si giudicano[1029], e con piena -ragione, falsificate ai tempi incirca di Urbano VIII. Una è quella -del preteso architetto dell’Anfiteatro Flavio che dal museo della -Marchesa Felice Randanini passò all’ipogeo di S. Martina ove tuttora -si vede. L’Aringhi, suo primo editore, e quanti dopo di lui la -pubblicarono neglessero i punti sugli I[1030]. Pietro Ercole Visconti -li notò e ne fece grande caso, stimandoli accenti. Ma non è così; non -potendo l’accento cadere costantemente su tutti gli I[1031]. L’altro -esempio, e di fattura contemporanea al precedente, è l’iscrizione del -martire Primitivo data ai tempi di Urbano VIII alla predetta marchesa -Randanini, e da lei inviata poi a Faenza». - -Qui si nota tosto una petizione di principio. L’iscrizione del libro -in musaico _dovè essere_ rifatta arbitrariamente ai tempi di Urbano -VIII, perchè ha i punti sull’I come le iscrizioni di Gaudenzio e di -Primitivo. Le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo furono fatte ai -tempi di Urbano VIII, perchè hanno i punti sull’I come l’iscrizione in -musaico del vaticano. - -Ma, anche ammesso che il disegno del Grimaldi fosse esatto e che -prima non vi fossero i punti sull’I, non è logico da ciò dedurne la -falsificazione della nostra lapide. Perchè non dice altrettanto delle -due lapidi dell’isola Iberica? Perchè in Ispagna ed in Portogallo, -prima di Urbano VIII, si poterono usare i punti sull’I, e in Italia no? -E la lapide di Gaudenzio, non l’avrebbe potuto incidere uno spagnuolo. - -E lo stesso nome _Gaudentius_, non potrebbe essere, come _Laurentius_ -spagnuolo? E se quei _punti triangolari_ che vediamo sugli I della -lapide dell’ipogeo di S. Martina fossero stati aggiunti da mano -moderna[1032], per questo solo noi dovremmo ritenerla per falsa? - - * - * * - -Il De Rossi scrive che «quegli apici si trovano talvolta sovrapposti, -non come accenti, ma veri punti complementari della vocale _i_, nei -documenti diplomatici e manoscritti fino dal secolo in circa XII, -oggi è consentito dai più autorevoli paleografi. Ma ciò spetta alla -scrittura minuscola, nè vale per la maiuscola segnatamente delle -epigrafi incise in pietra od effigiate a musaico. In quanto alla -paleografia epigrafica classica l’Hübner sentenzia: _quod puncta -litterae superimponuntur, in universum ab antiqua consuetudine prorsus -abhorrere et nocivi usus esse creditur, recte_». - -Che nell’epigrafia classica non siano stati usati i punti, è certo; -ma che per via eccezionale, ed in lapidi volgari, non si usino, non -punti, ma apici (come si veggono nella nostra), è anche certo, e noi -abbiamo esempî, sempre eccezionali, anche antichissimi. Fra migliaia -d’iscrizioni pompeiane noi ne abbiamo qualcuno che ha gli apici. Si -veda, il C. I. L., vol. IV, i n.i 1186, 1068, 1189, 1190 ecc., e si -troveranno gli apici sulle parole: - - IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS, - ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc. - -Si dirà che questi sono accenti? Ma accenti anche su quel VENATIÓ, -SEXTÁS, AMNÓS, SATRIÓ, MV´NIFICO? S’aggiungerà che non sono sulla -vocale I? Ma l’abbiano in quel SÍRICVM, FADÍVM. - -Ma lasciamo questi esempî pompeiani e adduciamone altri più a -proposito per la nostra lapide, nella quale gli apici potrebbero essere -d’altronde, _tante altre gagliofferie che in questa stessa lapide fece -l’ignorantissimo scalpellino_[1033]. Lapidi adunque con gli apici -sull’I, ve ne sono e ne vediamo una nel _Museo Veronese_[1034], un -titoletto riportato dal Lupi[1035], che è del tempo di Domiziano, ossia -dell’epoca della nostra. Un’altra fu riportata dal Chimentelli[1036]; -v’è inoltre quella di C. Livio Clemente riferita da Zaccaria[1037], -e per finire dirò che v’è la famosa lapide di Furfone[1038] (V. pag. -303). - - (_litt, maior._) a. u. 696. - - [Illustrazione: Iscrizione] - -Il Garrucci[1039] descrisse questa lapide e ne fece fare un calco -in carta. Un altro calco, pure in carta, fu fatto dal Bormann, e il -Ritschel ne fece fare un disegno e lo pubblicò. Ma non ostante che -gli apici fossero 36 e bene incisi sul marmo, pure, come dice il -P. Garrucci[1040], _legere non noverunt neque animadverterunt_. E -mentre il Mommsen faceva strani ghigni e versacci quando vedeva le -riproduzioni del Ritschel ed assicurava che questi prendeva facilmente -degli abbagli, pure, quando si trattò di contradire il Garrucci, -ricorse tosto ai calchi del Ritschel che erano privi di apici, e negò -che vi fossero: ed il Mommsen, a colui che, a suo parere, prendeva -sempre abbagli (il Ritschel), questa volta (che in realtà l’aveva -preso) diè ragione, dichiarando il Garrucci l’_allucinato_. Ma il dotto -gesuita fece fare un accurato calco in gesso della lapide e ne pubblicò -un’esatta riproduzione in una dissertazione archeologica[1041]. - -Gli apici c’erano purtroppo, e tutti sull’I; il granchio l’aveva preso -il Mommsen; il quale, non sapendo che rispondere, cercò una scappatoia -e disse: i punti sono stati aggiunti da mano moderna!!! Bravo! - -Come si fa presto a levarsi dagli imbarazzi! - -Siamo dunque leali. Il Garrucci diceva: i punti vi sono; non so che -significhino, ma vi sono. Ed io dico: iscrizioni con apici, o punti -vi sono. Saranno eccezioni, ma vi sono; e non è lecito dire che una -lapide, specialmente se è nota la sua storia, sia falsificazione -del secolo XVII, solo perchè ha i punti. Anzi aggiungo che i punti -triangolari od apici sull’I, sono anch’essi una prova dell’autenticità -della lapide; perchè essendo quelli cosa eccezionalissima -nell’epigrafia, il falsario si sarebbe bene guardato dal metterli; -volendo falsificarla, egli avrebbe data ad essa ogni apparenza di -genuinità, omettendo cioè tutto ciò che poteva renderla sospetta. -Avrebbe, dico, fatta l’iscrizione imitando la paleografia dell’epoca -cui voleva riportarla, ed avrebbe tralasciato di mettere gli apici -sull’I per meglio ingannare il compratore[1042]. Ma poi, che bisogno -aveva un falsario del secolo XVII, di fare quell’iscrizione, se lui, -con quella lapide stessa, poteva ottenere il suo scopo senza incidervi -«_Sic premia servas_» essendovi (nell’altra parte) l’iscrizione di -_Augurina Aurelia_ che è certamente genuina e antica? Sarebbe bastato -darla al compratore come si trovava! Il guadagno l’avrebbe avuto lo -stesso, e vendendo una cosa autentica! - -Inoltre il De Rossi (come s’è detto) fa questo ragionamento: il -Grimaldi fece il disegno dell’iscrizione in musaico del Vaticano, ed in -esso (disegno) non vi sono punti sull’I. Dunque in origine non v’erano, -e furono aggiunti sotto Urbano VIII quando fu tutta arbitrariamente -rifatta. Ed io potrei argomentare lo stesso: l’Aringhi, il primo -editore della lapide _Sic premia servas_, e quanti dopo di lui la -pubblicarono, la pubblicarono senza i punti sugli I. Più tardi poi -la vediamo pubblicata con punti rotondi ed altre volte triangolari. -Dunque, in origine, quando fu scoperta nel cimitero di S. Agnese, era -senza punti. Più tardi furono aggiunti. Che ti sembra, o lettore, di -questo ragionamento? Io non avrei difficoltà in ammetterlo, perchè _non -impedirebbe_ ma confermerebbe la genuità della lapide. Ma bisognerebbe -dimostrarlo, e non basta l’esempio del Grimaldi, il quale avrebbe -potuto anch’egli neglettere, come l’Aringhi, i punti sull’I[1043]. -Ma se tanta era la mania di mettere i punti triangolari sull’I, in -lapidi esistenti, come vorrebbe il Mommsen relativamente alla lapide -Furfonense, anche noi, se così vogliono gli archeologi moderni, -diremo, che furono aggiunti _arbitrariamente_ ai tempi di Urbano VIII, -benchè, come nella lapide di Furfone, non vi sia ragione di sorta per -asserirlo[1044]. - -E qui aggiungerò quanto il Garrucci[1045] dice intorno alla forma -dei segni che noi vediamo appunto nella lapide di Gaudenzio: «una -proposizione finalmente (così Egli) parmi degna di nota, quella dico, -del Ch. Ritschel, il quale scrive che l’apice posto sopra le lettere -non ebbe mai la figura di punto: _puncti figuram apex ne habuit quidem -unquam_. All’apice sia che si consideri come distintivo della quantità, -sia che dell’accento acuto insieme e della quantità, trovasi surrogato -il PUNTO in ALBINA BRVˆTI F. e in FÂTV della beneventana epigrafe già -da me citata.... Ma inoltre di esso punto è marcato l’I lungo, e non -alla maniera singolare al certo, delle lapidi di Furfone e di Fiume. -Siano esempio PÎSO, così scritto in due nitidissimi esemplari del Museo -Vaticano.... il che fa salire l’uso del punto sugli I un quindici anni -avanti ai primi esempii di punti impressi sugli V, che non precedono -il 680, laddove il danaro di Lucio Pisone dimostrato dal Cavedoni -coll’assentimento del Borghesi, battuto circa il 665[1046]. Un esempio -forse più remoto, di tal paleografia erasi citato dal Borghesi[1047], e -fu da me richiamato nella dissertazione medesima: leggesi inciso in un -bollo di mattone così scritto: M. ALFÎSI. F. Laonde fa maraviglia come -il ch.º Ritschel abbia potuto asserire _puncti figuram apex ne habuit -quidem unquam_». - -A quest’esempio si può aggiungere un altro, trovato parimenti in bollo -figulino dei tempi degli Antonini, bollo che io stesso ho veduto co’ -miei occhi, e che ognuno può vedere nel monumento, al suo posto (od -anche nell’opera pubblicata da Gio. Battista Lugari)[1048], in cui -sull’I di FELICISSIMO è manifesto il punto rotondo, e mostra esser -questo l’uso volgare di scrivere. - - OPVS DOLIARE. NEGOTIAN || TE AVR FEiCISSM - - (_delfino_) - -I punti od apici dunque che troviamo sull’I della lapide di Gaudenzio -non sono sufficienti per farla dichiarare falsificazione dei tempi di -Urbano VIII. - - * - * * - -Ma è già tempo di esaminare la seconda opinione, la quale ci darà -motivo di studiare la nostra lapide più particolareggiatamente sotto -l’aspetto paleografico. - -I seguaci di quest’opinione ritengono che l’iscrizione «SIC PREMIA -SERVAS» sia stata incisa nel secolo V. Il Bellori non le assegna -un’epoca precisa, ma dopo aver detto che la lapide è _neque spuria -neque recens_, aggiunge che la ortografia e la forma dei caratteri -indicano essere molto posteriore ai tempi Vespasianei: _sed -orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem -indicant_. Il Nibby, già da noi altre volte citato, è più esplicito -nell’esprimere la sua opinione, e dice che lo _stile della lapide_ in -questione, _presenta tutta l’apparenza del secolo V_. - -Io non so comprendere come nel secolo V, quando per certo non si -pensava a falsificazioni, si volesse formare un epitaffio, che, per -lo scritto, dovrebbe riferirsi a Vespasiano. È vero che il Gori, come -dicemmo, con maravigliosa disinvoltura afferma che quell’epitaffio _è -una riproduzione di qualche leggenda popolare_: ma, di grazia, _una -riproduzione_ in marmo, di _una leggenda popolare_ intorno ad un fatto -accaduto circa trecento anni indietro, non ci farebbe dir vero il -fatto che in esso marmo è scritto? Ignora forse i carmi di Damaso i -quali si riferiscono a fatti di molto anteriori a quel Papa, v. g. _Hic -habitasse prius_ ed altri? - -Ma lasciamo questo punto per sè chiarissimo, e studiamo la cosa secondo -i canoni della scienza archeologica cristiana. - -Verso la fine del secolo IV, la sepoltura nei cimiteri sotterranei -addivenne più rara, e agli esordî del secolo V, e precisamente dal -sesto all’ottavo anno di questo secolo, secondo il De Rossi[1049], o -l’anno 426 secondo l’Armellini[1050], cessò. Ora la nostra lapide è -cimiteriale, anzi, come vedemmo, fu estratta da un cimitero. Dunque -dovrebbe essere stata scritta nel primo decennio[1051] del secolo V. Ma -se ciò è possibile per sè, è però impossibile dimostrarlo. - -Dire poi che nelle _catacombe_ si scrivessero lapidi per ingannare i -posteri, o si riproducessero _leggende popolari contrarie alla verità -storica_, come piacque di asserire al Gori, è ardito ed inverosimile; -e il marmo stesso, per sua natura cimiteriale, esclude questa ridicola -asserzione. È vero nondimeno che nel secolo V furono usate molte lapidi -cimiteriali per chiudere _formae_ e coprire sarcofagi che si trovavano -nei cimiterî sopratterra, e che nel rovescio di quelle lapidi furono -scritti epitaffi in memoria dei defunti deposti sopratterra; ma è -ridicolo pensare che nel secolo V fosse deposto sopratterra un defunto, -il quale, secondo l’iscrizione, morì sotto Vespasiano. - -Ma poi è inutile insistere. - -La lapide fu trovata in un cimitero sotterraneo e non sopratterra, e -questo basta per dimostrare che è cimiteriale e quindi anteriore almeno -ai primi anni del secolo V. Vediamo piuttosto quali ragioni abbiano -spinto il Bellori e il Nibby a credere la nostra iscrizione opera -antica sì, ma di molto posteriore a Vespasiano o perchè abbia tutta -l’apparenza del secolo V. - -Due sono le ragioni addotte dal Bellori: 1º _orthographia et -caractheres_; 2º _in ipsa non amphitheatri sed theatri mentio habetur_. - -Già feci notare che il criterio paleografico è poco dimostrativo se si -trova disgiunto dagli altri criterî, dei quali è mestieri sempre tener -conto allorchè si tratta della sentenza capitale di una lapide. Ora s’è -visto già che gli altri criterî s’addicono, e molto bene, alla nostra -iscrizione. Dunque dalla sola paleografia non può trarsi argomento -sicuro, e se ciò si tentasse, sarebbe far uso di essa _senza giudizio_, -come dice il De Rossi. - -Di più: l’argomento tratto dalla paleografia ha forza quando si tratta -di lapidi appartenenti a monumenti pubblici e solenni, ed anche -parlandosi di epitaffi cimiteriali incisi da mano perita e secondo -le regole dell’arte. Allora giovano certamente a farci distinguere -le diverse epoche; ma non già quando si tratta di lapidi private, -di epitaffi cimiteriali incisi da mano inesperta, con fretta o con -caratteri trascurati. In questo caso non si può trarre prova di sorta; -e fallace assai sarà il giudizio dedotto da questo solo argomento, -perchè: _Non semper e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam -bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sine ex negligentia, -sive ex imperitia, litteras inelegantes describere_[1052]. - -L’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS» trovasi precisamente nel numero di -queste seconde lapidi, e dalla sua paleografia non si può dedurre -essere del sec. V. Il Fabbretti[1053] d’altronde già aveva insegnato -quanto fosse fallace il giudizio d’una lapide basato su i soli -caratteri: «Incertum et fallax esse probationis genus ex caractherum -conformatione tempora distinguere». Il Maffei[1054]. aggiunge: «Satis -profecto colligi iam posse arbitror quam _fallax_ et _ambigua_ -scripturae coniectura sit, dies enim in re deficeret, ubi singula -quae in hanc rem animadverti proferre velim.... _infirmum_ ergo in -litterarum exaratione argumentum est ad aetatem lapidum eruendam. -Scripturae argumentum generatim _minime certum est, indubitatum esse -ita ut ex eo tantum de sinceritate lapidum possimus decernere_, nam -ea quidem quandoque est in lapidibus scriptum facies ut validum aut -vetustatis aut novitatis iudicium faciat, at _saepissime_ ita ambigua -est, ut ARGUI NIHIL POSSIT. Secundo _haberi pro certo velim aberrare -toto coelo_ qui e litteris num sub Traiano an sub Commodo, num secundo -vel tertio vel alio quopiam saeculo.... inscripti lapides fuerint -decidi posse opinantur». - -Il maestro finalmente dell’arte lapidaria[1055], scrisse: «Neque a -Maffeio dissentio, quem verissime scripsisse puto.... ut ii _omnino -fallantur qui_ PLERUMQUE.... AETATEM INSCRIPTIONUM CERTE _se nosse -dictitant_». Si dice che questi _finiscono_ poi _quasi con disdirsi_; -e che _in pratica sovente affermano, questa o quella lapide offerire -lettere di questo o quel secolo_. - -Questa è un’ingiuria che si fa a questi uomini dotti e maestri -dell’arte lapidaria; ma dato pure che si siano serviti del criterio -paleografico più spesso di quello che in realtà fu, non possiamo però -dire che nel determinar essi l’epoca ad una lapide, abbiano trascurato -gli altri canoni da loro stessi posti; e se, scrivendo, si contentarono -di accennare una delle ragioni della loro affermazione, dovettero -però sottintendere le altre, dalle quali la paleografia non deve andar -disgiunta. - -Del resto, noi non dobbiamo guardare alle azioni degli uomini i quali -tutti _humana patiuntur_, ma alle loro dottrine: e se queste sono -ragionevoli, giuste e rette, dobbiamo aderire ad esse senza punto -badare alle loro azioni individuali opposte ai principî retti e alle -dottrine sane e vere che essi stessi dettarono; e ciò che essi non -fecero per qualche ragione speciale, dobbiamo farlo noi seguendo i loro -dettati. - -Quando poi si desiderasse una dimostrazione pratica, e quindi -convincente, della veracità, rettitudine e ragionevolezza dei principî -posti da quei sommi uomini; quando, cioè, si volesse vedere che basare -il giudizio di una lapide sopra la paleografia, sarebbe un giudizio -assai fallace, ambiguo ed erroneo, si confronti per poco questa nostra -lapide con epigrafi antichissime di età certa, e se ne troverà un -confronto nei bronzi, nei graffiti, nelle pitture, nei marmi di grossa -e piccola mole, e nelle lapidi anche di epoca molto antica e dei secoli -migliori. - -Così, per es., l’A nel nostro marmo ha qualche volta la sbarra ad -angolo; e tutti sappiamo che questa forma fu comune e molto usata -appunto nel secolo V e nei secoli posteriori. Ma sappiamo altresì -che questa forma di A, si trova pur anche usata innanzi alla prima -guerra punica, nelle monete della metà del secolo VI di Roma, ed in -altre dell’èra repubblicana[1056]. Nei marmi dei secoli anteriori -all’Impero[1057], e parimenti in quelli del secolo I dell’Impero -troviamo l’A della forma citata. Così nel _C. D. R. N._ pag. 113, -n. 220, leggiamo una lapide pompeiana con l’A di tal forma; e il -Xengeimester (_Inscript. pariet._ Pomp. Vol. IV), c’insegna che questa -forma di A fu usata nelle iscrizioni delle pareti di Pompei, le quali -non possono essere posteriori all’anno 80 dell’êra volgare, vale a dire -all’età a cui dovrebbe riportarsi la nostra lapide. - -Un esempio poi ugualissimo al nostro, e dell’epoca appunto dei Flavî, -lo troviamo fra i marmi grezzi di _Marmorata_, ove, sopra un masso di -africano, si legge: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -Queste lettere furono incise da un marmista idiota, che, per il nome -del servo _Laetus_ deve riferirsi all’anno 80 dell’era nostra[1058]. - -Un altro esempio più recente è poi quella lapide cristiana del cimitero -Ostriano nella quale si vede nei due A la sbarra ad angolo: e questo -marmo, come avverte il ch.º Armellini, è di data antichissima. - -Da quanto si è detto si deduce che dalla sola paleografia non si può -trarre argomento per dimostrare che l’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS» -sia del secolo V, e si deduce esser purtroppo vero il canone di -quei sommi maestri i quali dissero che la paleografia _plerumque_ e -_generatim_ è assai fallace e non ha valore demostrativo. - -Vediamo ora se dall’ortografia si possa o no argomentare che la nostra -lapide è posteriore a Vespasiano e precisamente del secolo V. È questa -la seconda parte della prima ragione che adduce il Bellori per dubitare -dell’_età_ di quest’iscrizione. E senza dimorarmi di più, dico subito: -neppure dall’ortografia si può trarre argomento, e lo provo prima -coll’autorità e poi col fatto. - -L’Oderici[1059] scrive: «le leggi della chiarezza e della _grammatica -non furono sempre le più religiosamente osservate nelle iscrizioni: -mille esempi se ne mostrano tutto giorno_». Il De Rossi[1060] dice: -«quod si ne his epitaphiis, _scriptura, dictio, sermo_ non modo ab -elegantia sed ab ipsis quoque _gramaticis legibus non semel abhorrent_, -id ab auctorum rusticitate et vernaculae linguae ac pronunciationis -specie, magis _quam a saeculi barbarie esse repetendum satis -intelligitur_». - -Dalle autorità passiamo ai fatti. Gli errori ortografici della nostra -lapide sono: 1º la mancanza del dittongo _ae_. - -2º La _m_ usata invece della _d_ nella parola ALIUM. - -3º La mancanza della _c_ nella parola AUTORI. - -4º Il segno d’abbreviazione sull’V, nella voce THEATR[=V] il quale -veramente non si potrebbe dire come a suo luogo vedremo, errore -ortografico. - -Per quel che riguarda la mancanza del dittongo _ae_, lo Scaligero[1061] -insegna che la _e_ si trova frequentemente usato dagli antichi invece -del dittongo _ae_; ed il Fon[1062] pretende che ciò si debba ascrivere -alla grande quantità di schiavi greci ed asiatici che erano in Roma, -e quindi all’influenza dei nomi grecanici. Sia però questa od altra la -ragione, è certo che fu spesso ed in ogni età tralasciato. - -Così il Noris, nei suoi _Cenotafi Pisani_[1063] assicura che la parola -_caetera_, ai tempi di Augusto, si scriveva senza il dittongo _ae_. - - -Ed il Lupi, parlando della mancanza di questa _a_[1064] dice: «Quod -si ad inscriptiones provoces plenae sunt rei notissimae exemplis -collectiones, Manutii, Lipsii, Gruterii, Bosii, Aringhii, Reinesii, -Sponii, Fabretti, Malvasiae, Vignolii, Boldetti, Donii, Gorii, -aliorumque». E prosegue[1065]: «Neque haec barbaries et neglectus -ortographiae quod attinet ad diphtongos in _christianis lapidibus -tantum observatur_. - - _Non solum tangit Atridas_ - _Iste dolor._ - -Etiam Ethnici epitaphiographi: licet ut plurimum diligentiores -epigrammatis suis, leges tamen exacte scribendi saepe sunt -praetergressi». - -E lo Zaccaria[1066] dice: «Questi (dittonghi) spesse fiate da -negligenti scalpellini si tralasciavano». - -Difatti, iscrizioni d’ogni età, d’ogni sorta, pagane e cristiane, hanno -questa mancanza[1067]. - -Il difetto della _c_ nella parola AVTORI, secondo, l’Heinrichio, -il Ballhornio e il Bejero, non sarebbe un errore ma un’esattezza -ortografica. - -Ma questa è un’opinione loro speciale; io però che non ritengo il -nostro quadratario per un dottore in filologia, seguo l’opinione più -comune ed ammetto che la voce _auctor_ s’abbia a scrivere con la _c_; -anzi aggiungo che la mancanza di questa consonante in quel vocabolo è -un errore. - -Ma questa scorrezione è confacentissima al caso nostro; al caso, -cioè, di un uomo del volgo, forse di un marmista che lavorava -nell’Anfiteatro, il quale a sfogo dello sdegno da cui fu preso nel -vedere condannato a morte il suo, dirò così, _principale_, mentre -era degno di premio e di lode, scolpì sul marmo i suoi sentimenti -nell’impeto dello sdegno, con quei modi e con quelle parole che erano -usate comunemente dal volgo, come noi stessi spesso leggiamo negli -scritti di gente idiota, gli stessi errori che pronunziano parlando. E -questo fatto lo vediamo verificarsi anche a’ giorni nostri, e possiamo -essere sicuri che ciò avvenne in tutti i tempi, non esclusi i più -remoti, come ce l’insegna il Padre Marchi[1068] di ch. memoria. - -L’altro errore, quello della _m_ invece della _d_, può essere un errore -grammaticale od anche di ortografia. Se grammaticale, non è questo il -primo esempio del mascolino usato in luogo del neutro. Troviamo per -es.: _monumentus hic est_[1069] e _hic monumentus_ per _hoc monumentum_ -in lapidi antiche[1070]: _collegius_[1071], _cubiculus, eum sepulchrum, -hunc aedificium_[1072]. Onde nel caso nostro, se si fosse usato il -mascolino per il neutro non sarebbe cosa nuova, e non indicherebbe che -la lapide è di tarda età. - -Se poi si volesse considerare come errore ortografico, esempî di -cambiamenti di lettere nelle lapidi antiche sono frequentissimi, senza -che queste perdano punto della loro antichità. Chi di noi non sa, a mo’ -d’esempio, quanto sia comune nelle lapidi la _B_ in luogo della _V_, -scambio che noi troviamo nelle lapidi non solo arcaiche ma anche in -quelle dell’alto impero? - -Parimenti fu uso comunissimo quello di usare la _b_ per la _p_ -e viceversa. Così si legge _pleps_ per _plebs_; _collabsum_ per -_collapsum_, _sup_ per _sub_, ecc. Lo stesso si dica della _d_ per -la _t_, come _v. g._ si vede nei cenotafi pisani che sono dell’età -augustea, e in lapidi dell’epoca degli Antonini; la _e_ per la _i_ e -la _i_ per la _e_; la _m_ per la _n_; la _q_ per la _c_ (specialmente -nelle lapidi napoletane); e così troviamo pure _at fines_ per _ad -fines_, _set_ per _sed_, ed anche _qui_ per _quo_, ecc. - -Il segno d’abbrevazione sulla V, non può dirsi un errore, ma piuttosto -un’eccezione ortografica: la quale però non basta a far dichiarare una -lapide falsa o di _bassa età_. - -Infatti, questo segno non è che un ripiego del quadratario, il -quale, o lo fece perchè l’ultimo verso rimanga nel mezzo, o, e più -probabilmente, perchè dimenticatosi d’incidere la M, e avvertitolo dopo -aver inciso il resto, ricorse alla correzione solita a farsi in questi -casi. E che questa correzione sia stata usata nelle epigrafi antiche ed -in quelle _d’età non bassa_, lo deduco dalle parole del Morcelli[1073], -sommo maestro in arte lapidaria. Egli dice che «caeterum haec -emendationis causa assegnaveris ne mendum a scriptore ipso prodiis -videatur». E che gli antichi, prima della decadenza, usassero questo -segno lo vediamo in molte lapidi, e troviamo che precisamente sta in -luogo della M. Così ad es. _in honore, Deor[=u], Oll[=a], Eor[=u], -Foeb[=u], libert[=u], agn[=e], memori[=a], parent[=u], malor[=u]_, -ecc., ecc., che si trovano nelle lapidi già riportate dal Gruterio, -Fabretti, Marini, registrate in varie collezioni epigrafiche, e che -ora si trovano quasi tutte riunite nel C. I. L., le quali ognuno può -facilmente vedere. Nondimeno credo opportuno aggiungere quanto il -Garrucci, nella sua bella opera sui segni delle lapidi,[1074] scrive: -«Riscontransi.... dei segni così fatti nelle lapidi, ed il Marini, -colla usata sua dottrina e diligenza ne ha raccolto un buon numero di -esempî[1075]. - -«Ma essi dimostrano l’assenza di una consonante o di una sillaba e -meritano perciò il nome di _notae scripturarum_ dato da S. Isidoro a -simili segni[1076]. Nè sono essi di uso sì recente che non rimontino ai -tempi medesimi di Augusto, siccome in PR[=O]NI dei cenotafi _pisani_ -invece di PATRONI, in C[=ERIA] nel graffito pompeiano, che porta -la data dell’anno 717, in luogo di CENTURIA; in SINCER[=V] d’altro -graffito pure pompeiano[1077], ed in I[=TE][1078], ed in OLL[=A][1079], -adoperato ad esprimere l’assenza di un M, ecc.». - -Conchiuderò queste osservazioni alla prima parte delle obiezioni del -Bellori, colle parole del Maffei[1080]: «nulla fere est informium -litterarum, nulla distortae, inaequalis, tremulae, oblongae, confusae, -connexae, scripturae facies cuius specimen vel in milliaris cippo, vel -in funereis paganorum tabellis aliquando non viderim». - -Ed aggiungerò le parole di un illustre archeologo, il quale trattando -del ragionamento letto dal sig. De Petri sopra le _tavolette cerate di -Pompei_[1081], finisce così il suo discorso: «Quanto alle quistioni -grammaticali crediamo che serviranno queste scritture per aprir gli -occhi, se è possibile, a coloro i quali si OSTINANO A DETERMINAR LE -EPOCHE CO’ DATI DELL’ORTOGRAFIA. - -«Lasciando stare gli errori, noi vediamo che i Pompeiani tuttavia -ritenevano nella pronunzia, la quale ci si manifesta nella scrittura -privata, di sopprimere l’aspirata in _Chirographum, Amaranti, -Nimpodoti, Agatomeni, Agatoclis, Cryseroti, Ienurnae, Pospori, Pronimi, -Palepati_; di adoperare la V in luogo della Y in _Lampuris_; in -_Hupsaeo_, che del resto trovansi in generale scritti anche col _h_ e -coll’_y_; di porre il _qu_ in luogo del _cu_ in _pasquon_, e l’inserire -una vocale in _Ichimas, Lanisisticis_, invece di Ichmas, ossia Icmas, -lanisticis; l’_s_ prende il posto dell’_x_ in _Sexcentos_, la _f_ per -_ph_ in _Alfei_, in _Fatiscus_; l’_xs_ sta _x_ in _Maxsimus, Axsiochus, -dixsit, Sexs, Alexsandrini, Sexsaginta_. Finalmente _Giovianus_ è così -scritto invece del comunissimo _Jovianus_, della quale ortografia non -so altro, se non stupire, dovendo ammettere che la pronunzia del _Gi_ e -_Ge_ per _J_ si abbia da far rimontare ad un’epoca sì remota alla quale -finora non si ardiva di portare il _Geronymus_, il _Genuarius_, il -_Gerusalem_, delle antiche scritture». - -La paleografia dunque e l’ortografia non sono ragioni sufficienti -perchè questa lapide si dica del secolo V. - -A queste ragioni del Bellori ne aggiunge un’altra il Nibby, dicendo -che la _lapide per lo stile presenta tutta l’apparenza del secolo V_. -La difficoltà del Nibby poteva aver forza quaranta o cinquant’anni fa; -ma ora, che si sa positivamente che la sepoltura cimiteriale cessò -nei primi anni del secolo V, e per quello che fin qui s’è detto, la -difficoltà del Nibby rimane priva quasi di ogni valore. Del resto -trattandosi di stile, potremo vedere se vi siano lapidi d’epoca più -antica, e che possano confrontarsi colla nostra. - -Leggiamo in Plinio[1082] che sulle pareti del tempio di Ardea si -leggeva quanto segue: - - «_Dignis digna loca picturis condecoravit_ - Reginae Junionis Supremae coniugis templum, - Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundus - Quem nunc et post semper ob ostem - Nunc Ardea laudat». - -È innegabile che quest’epitaffio abbia molta somiglianza col nostro. -Ora, se all’epoca classica della latinità, ossia ai tempi Augustei, -furono scritti sulle pareti di un tempio versi tali da far dire al -Tiraboschi[1083]: «Se io non gli avessi trovati in Plinio, gli crederei -fatti ne’ nostri secoli bassi; così sono essi composti in uno stile -barbaro a un tempo e moderno»; con più ragione, ai tempi di Vespasiano -e nell’oscurità delle catacombe, si poterono scrivere i nostri versi da -un quadratario idiota nell’impeto dello sdegno; senza che per questo -lo stile si debba dire barbaro e basso. Dissi _versi_, giacchè, se -bene si pone mente, quell’iscrizione ci ricorda i versi saturnî come -quelli riportati da Plinio, e dei quali ha trattato magistralmente il -P. Garrucci nella sua _Sylloge Inscriptionum_[1084], alla quale rinvio -il lettore perchè giudichi se io abbia o no errato in chiamarli così. -Dunque anche la difficoltà dello stile, come quelle della paleografia e -dell’ortografia, non ha qui forza. - -Ma un’altra difficoltà ci presenta il Canina[1085]. Egli dice che il -_nome_ ed il _modo_ con cui viene designato Gaudenzio fa riportare -questa lapide ad _età tarda_. Riguardo al _modo_, confesso che non so -che rispondergli, perchè non capisco che cosa egli voglia intendere -con questa parola generica. Ma se per _modo_ vuol intendere lo _stile_ -della lapide, la questione l’ho or ora risolta. - -Se poi per _modo_ voglia significare l’espressione della lapide, non so -come questa si possa dire di molto posteriore a Vespasiano quando i due -protagonisti della lapide stessa sono appunto Gaudenzio e Vespasiano. - -Relativamente al _nome_, non nego che questo possa fare una tal quale -obiezione, giacchè la desinenza in _entius_ fu frequentissima nei tempi -tardi, ma però non fu _esclusivamente_ propria di quell’età. - -Infatti, o Gaudenzio appartenne a famiglia libera o fu servo o fu -liberto. Se appartenne a famiglia libera (ciò che non pare probabile), -anche fra le famiglie libere (ed in tempi remotissimi) si ricordano -nomi che hanno la desinenza in _entius_, come _Mexentius[1086], -Placentius[1087], Eventius, Dentius_; e nella epoca repubblicana -e dell’alto impero, abbiamo varî Terenzî, ecc., per esempio: -_Terentius_ (console), _Terentius_ (scrittore), _Terentius_ -(comico); abbiamo: _Juventius_ (console), _Juventius_ (comico)[1088], -_Juventius_ (giureconsulto); _Placentius_[1089], _Calventius_[1090], -_Gentius_[1091], _Cosentius_, ecc.: e tra i nomi femminili, s’ha: -_Gentia_[1092], _Calventia_[1093], ecc. Onde non sarebbe strano se ai -tempi de’ Flavî vi fosse stato un _Gaudentius_; e a questo riguardo -(desinenze in _antius, entius, ontius_) il De Rossi[1094], scrive: -«inde tamen _minime colliges_ illarum appellationem quae saeculo -praesertim quarto viguere, ne primas quidem origines ab antiquiore -aetate esse repetendas». - -Se si dica poi che il nostro Gaudenzio fu o servo o liberto (come -sembra più verosimile); allora, attese le circostanze ed i tempi, -atteso che il cristianesimo fu estesissimo nella famiglia de’ Flavî; -che fu uso dei padroni servirsi dei liberti nelle opere loro, -l’obiezione cade da sè. Difatti: fra l’immensa serie di nomi dei -liberti e servi, per la maggior parte a noi sconosciuti, chi potrà -con serietà affermare non esservene stato a quei tempi neppur uno che -avesse la desinenza in _entius_? - -Esaminiamo ora le altre difficoltà, incominciando da quella già -proposta dall’Aringhi due secoli e mezzo fa, e riprodotta nuovamente -dal Gori nell’anno 1875. Questa lapide, dicono, non può essere -dei tempi di Vespasiano, perchè sotto quest’imperatore non vi fu -persecuzione. - -Rispondo: - -Sebbene sotto l’impero di Vespasiano non avesse luogo una persecuzione, -pure non v’ha difficoltà per opinare plausibilmente che Gaudenzio -(appunto perchè cristiano) potesse esser vittima di quell’imperatore. -Infatti: - -Se Gaudenzio, divenuto cristiano, si fosse ricusato di prestare più -oltre la sua opera nella costruzione di un luogo che sarebbe stato poi -il teatro del sangue umano[1095]: o se[1096] invitato da Vespasiano a -costruire una naumachia[1097], egli ne avesse accettato l’incarico; -ma che poi, mutata l’idea della naumachia e stabilito di ridurre -l’edificio a luogo di spettacoli gladiatorî (tanto aborriti dai -cristiani) avesse voluto declinare dall’incarico preso: o finalmente -che si fosse ricusato di costruire l’_ara_, ecc.; non sarebbero stati -motivi sufficienti per un Imperatore pagano, benchè non persecutore del -cristianesimo, per fargli mettere in esecuzione la legge neroniana, a -quei tempi purtroppo vigente, per far uccidere Gaudenzio? E non furono -questi i motivi per cui i Quattro Santi Coronati, scultori di opere -notevoli (per essersi, cioè, ricusati di scolpire una divinità), furono -barbaramente uccisi? - -Del resto ancorchè la Chiesa sotto alcuni Imperatori godè di pace, pur -nondimeno, come tutti sappiamo, non mancarono mai qua e là martiri; e -chi ignora che sotto lo stesso Vespasiano, per es., fu ucciso il santo -Vescovo di Ravenna, Apollinare? - -Ma a quest’obiezione dell’Aringhi avean già risposto trionfalmente -il Marangoni[1098] ed il Piale[1099], alle opere dei quali rinvio il -lettore. - -Infine Dione Cassio[1100] ci dice che Vespasiano fe’ morire varî -_qui in mores Judaeorum transierunt_; e questo passo non si spiega -altrimenti (attesa la nota confusione che fu fatta a quei primi tempi -tra il cristianesimo e giudaismo) che coll’aver fatto, Vespasiano, -uccidere varie persone convertite al cristianesimo; religione che gli -Imperatori e i gentili in genere, credettero fosse la stessa, o almeno -una setta del giudaismo. - -Dunque benchè Vespasiano non movesse persecuzione contro il -cristianesimo, pur nondimeno Gaudenzio potè essere martirizzato sotto -quell’imperatore, sia perchè, essendo quegli cristiano, potè ricusarsi -di proseguire l’opera affidatagli; sia perchè anche sotto Vespasiano -vi furono martiri; e sia finalmente perchè, per testimonianza dello -storico pagano già citato, Vespasiano fe’ realmente uccidere varî, i -quali, verosimilmente, furono quelli che abbracciarono la religione di -Cristo, e furono scoperti come tali. - - * - * * - -Siamo giunti finalmente a poter dire con certezza morale che la lapide -«SIC PREMIA SERVAS», risale all’età Vespasianea, e che per conseguenza -il Gaudenzio in essa ricordato, visse in quegli stessi tempi. Ma chi fu -questo Gaudenzio? Perchè Vespasiano lo fece uccidere? Per rispondere a -questi quesiti basta mettersi sott’occhio la lapide e spiegarla: dalla -semplice lettura di essa, tutto appariva chiaro. - - «Sic premia servas, Vespasiane dire, - Civitas ubi gloriae tue autori - Premiatus es morte Gaudenti letare - Promisit iste, dat Kristus omnia tibi - Qui alium paravit theatr[=u] in coelo». - -La disposizione dei versetti (a due _coppie_, con uno spazio frapposto -in mezzo, forse per la forma bislunga del marmo) indica che la nostra -lapide si debba leggere a _colonna_. Laonde non so spiegarmi la ragione -per cui il Marangoni ed il Fea ne abbian fatto la versione letterale -leggendola _continuatamente_, senza far conto di quello spazio, che -pur v’è; e così avvenne che quella traduzione poco concordasse colla -versione libera che poi ne fecero. - -Fatta questa osservazione necessaria, ecco la versione letterale della -lapide: - - _Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?_ - _O Città, dove all’autor della tua gloria_.... - _Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati._ - _Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,_ - _Che altro teatro preparò nel cielo._ - -In versione più libera, può suonar così: - -_Così serbi la fede dei premî promessi, o crudel Vespasiano? e dove, o -Roma, riserbi i dovuti premi all’autore della tua gloria? La morte fu -il tuo premio, o Gaudenzio, ti rallegra; Vespasiano promise, ma Cristo -ti dà tutto, preparandoti nel cielo miglior teatro._ - -Non credo necessario giustificare quelle poche supposizioni che si -troveranno in questa spiegazione, giacchè esse sorgono spontaneamente -come si dimostra dalla concordanza perfetta delle due versioni. - -Dall’esame analitico di questa lapide si può ricavare: - -1º Che il nostro Gaudenzio fu cristiano: _Kristus dat omnia tibi. Qui -alium paravit theatr[=u], in celo_[1101]. - -2.º Che fu martire: _Premiatus es morte_. Un cristiano il quale fu -fatto uccidere dall’Imperatore, e che per questa ragione ricevè da -Cristo la gloria del Paradiso, non dovrà dirsi martire? - -3.º Che fu martirizzato sotto Vespasiano: _Vespasiane dire_. - -Ma qui si potrebbe obiettare: - -Quel Vespasiano, invece dell’Imperatore, non potrebbe esser un altro -qualunque che avesse lo stesso nome? - -No. Infatti, se questo Vespasiano invece di premiare fece uccidere -Gaudenzio, dobbiam dire che quegli avesse nelle sue mani il potere -di premiare e di punire colla morte; avesse, cioè, quel potere che i -giuristi chiamano _merum imperium_. - -Ora apprendiamo dalle _Pandette_ e dal _Codice_ di Giustiniano (e tutti -gli interpreti del diritto romano, come Cuiacio, Donnello, Averano, -Roet, Brunemann, Perezio, ecc. sono concordi), che questo potere -competeva all’Imperatore, direi, _per natura_; e, per delegazione, al -Prefetto della Città e a quello del Pretorio. Si deduce questo anche -dalle famose parole dette da Traiano al Prefetto del Pretorio[1102]: -«Accipe gladium, quem pro me, si bene atque ratione imperavero, -distringes: sin minus, eo ad interitum meum utere». Nè si può supporre -che, all’infuori del fondatore della famiglia imperiale dei Flavî, -vi siano stati altri imperatori di nome Vespasiano. Nè questo nome -apparisce nei cataloghi dei Prefetti del Pretorio o in quello della -Città[1103]. - -Quindi se il nostro Gaudenzio fu ucciso da un Vespasiano il quale -avesse il potere di uccidere, questi non potè essere che l’Imperatore. - -4.º Finalmente, che fu _martire in Roma_: «_Civitas, ubi glorie tue -autori_». Ho detto _martire in Roma_, e lo deduco dal fatto che la -lapide fu trovata scavando un cimitero cristiano romano. E la sana -critica c’insegna che, usandosi in un discorso un nome generico, questo -si deve riferire a quella cosa che gli è vicina e non lontana; e ora la -lapide fu trovata a Roma: dunque la città cui si riferisce il discorso, -è Roma. - -Nè vale obiettare che in questo caso si sarebbe dovuta usare la voce -_Urbs_ e non _Civitas_; giacchè qui il discorso non è rivolto alla -città materiale, ossia alle mura, ma ai cittadini; e tutti sanno che i -latini usarono la voce _civitas_ per indicare il _formale_, e _Urbs_ il -_materiale_ della città. E nel caso nostro si dovè dire, come fu detto, -_civitas_, e non altrimenti. - -Di più: in quella lapide si fa allusione ad un teatro, e ad un teatro -dei tempi di Vespasiano, a cui pure è rivolto il discorso. Ma, ad -eccezione dell’Anfiteatro Flavio, non s’ha memoria che Vespasiano abbia -eretto altri edifizî per darvi spettacoli pubblici. - -Se dunque la città a cui qui si rivolge il discorso è Roma, se il -marmo fu trovato in un cimitero cristiano di Roma (e questo indica che -il martire fu deposto in Roma), dobbiam pur dire che Gaudenzio è un -martire romano. - - -Fin qui l’iscrizione ci dice che Gaudenzio fu cristiano, che fu -martire, che subì il martirio sotto Vespasiano, e che lo subì in Roma. -Ma chi fu questo Gaudenzio? Nulla si potrà dedurre dalla lapide? -Il Nibby, il Canina e il Gori, pur trovando difficoltà intorno -a quest’iscrizione, concedono nondimeno che il Gaudenzio in essa -ricordato abbia relazione con un luogo di spettacoli fatto edificare da -Vespasiano. E questo è innegabile, ed è chiaro anche per quel relativo -_alium_ che si riferisce a _Theatrum_. Ora sotto l’impero di Vespasiano -e per suo ordine fu edificato in Roma quel luogo di spettacoli che -formò la _gloria_ di Roma, una vera maraviglia del mondo, il Colosseo, -di cui Marziale: - - «_Barbara pyramidum sileant miracula Memphis_». - -Se dunque si parla in questa lapide di un luogo di spettacoli costruito -sotto Vespasiano; se in essa si rimprovera Roma, perchè, ingrata, -anzichè premiare, lasciò uccidere colui il quale fu l’autore della -gloria sua; non essendovi memoria di sorta, la quale ricordi che -Vespasiano abbia eretto altri edifizî da spettacoli in Roma, come or -ora dicemmo; e molto meno, che sotto Vespasiano siano sôrti in Roma -tali edifizî da potersi dire «gloria della Città», se si eccettui il -Colosseo: credo non si possa dubitare che quel luogo di spettacoli -non fosse l’Anfiteatro Flavio, e quindi che questo abbia relazione col -nostro Gaudenzio. - -Ma in che consiste questa relazione? Non si può dire che Gaudenzio -fosse uno dei famosi gladiatori dei quali qualche città andava -stoltamente superba, perchè quest’ipotesi viene esclusa dalla natura -della lapide, che è cristiana, e dal fatto: giacchè se Gaudenzio fu -ucciso sotto Vespasiano, non potè certamente presentarsi sull’arena -dell’Anfiteatro Flavio, perchè questo fu dedicato da Tito. - -Diremo forse col Nibby[1104], che Gaudenzio sia stato un artista -che pose in quel _colosso_ l’opera sua? Ma le singole parti e la -scultura di quest’Anfiteatro non sono certamente tali da poter far -chiamare l’esecutore autore della _gloria di Roma_! Di più quella -voce THEATR[=V] non vuol dire un capitello, un ornato, una statua; ma -significa, in senso comune, il corpo intiero della fabbrica. - -Che resta dunque, se non che Gaudenzio sia stato l’inventore, l’autore -insomma l’architetto del Colosseo? - -Ecco dunque che dalla lapide si deduce pur anche chi fosse Gaudenzio. -Ma se a questo noi aggiungiamo l’argomento di cui si serve il -Marangoni[1105] per manifestare quella sua ormai famosa opinione, che -il Marini dice _elegans_; l’argomento, dico, tratto dal silenzio degli -scrittori antichi sull’architetto del Colosseo, ci convinceremo ancor -meglio della verosimiglianza del nostro asserto. - -Non v’ha, direi quasi, scrittore pagano il quale parli di fabbriche -di qualche fama, che non rammenti l’autore della fabbrica stessa. -Si parla del celebre tempio di Giove Olimpico, e se ne ricordano gli -architetti[1106]; si nomina il celebratissimo tempio di Diana in Efeso, -ed ecco insieme il nome de’ suoi architetti, Ctesifonte, Demetrio e -Teonio[1107]; si nominano i _Propilei_ d’Atene e nel medesimo tempo ci -si fa sapere che ne fu architetto Mnesicle. Plinio[1108] ricorda il -celebre Arsenale Ateniese, e ci dice che l’architetto ne fu Filone; -fa menzione del famoso _Laberinto_ di Lesurnio, e fra gli architetti -nomina Teodoro[1109]. Sostrato si nomina quando si parla del Foro -d’Alessandria[1110]. Si fa menzione del Foro Traiano, e si ricorda -Apollodoro[1111]; si rammenta il tempio dell’_Onore e della Virtù_, ed -ecco dirsene l’autore Muzio[1112]. - -Demetriano e Detriano sono ricordati in occasione del tempio della dea -Bona e del trasferimento della sua statua[1113]. - -Ricordano Prisciano[1114] e Cornelio Nipote il tempio di Marte al Circo -Flaminio, e dicono che Edmodono ne fu l’autore. - -Plinio Giuniore[1115] dice che Mustio fu l’architetto del tempio di -Cerere e de’ Portici. Narrasi che nei giuochi di Libone per la prima -volta si coprì il teatro, e se ne dice autore Valerio Ostiense[1116]. -Così pure non si nomina il Portico di Ottavia, senza che si ricordi -Batraco; il tempio di Venere e Roma, senza che si nomini Adriano; e via -via. - -Ora, come mai quello stesso Marziale, che tanto lodò Rabirio[1117] per -una fabbrica che non si può certamente paragonare col Colosseo, non -nominò, non lodò, anzi come mai non scrisse, non dico un epigramma, ma -nemmeno una parola in lode di colui che architettò ed edificò quella -maraviglia mondiale, alla quale egli stesso dedicò ben 28 epigrammi, un -libro intiero? - -Dicemmo che Suetonio, nella vita di Vespasiano, narra che -quest’Imperatore usò premiare quegli artisti che lo servivano: e -questa fu una proprietà speciale di Vespasiano, giacchè quest’atto di -liberalità Suetonio non lo attribuisce a nessun altro Imperatore. Ora -se dice che donò premi ed onori ai retori greci e latini, ai poeti, -al restauratore del Colosso di Nerone, ad un meccanico per aver fatto -il semplice progetto del trasporto d’ingenti colonne al Campidoglio, -al trageda Apollinare, ai citaristi Tarpeio e Diodoro; perchè nulla -ci dice del premio che, meritamente e con più ragione che agli altri, -si sarebbe dovuto dare dal liberale Imperatore all’architetto della -fabbrica più grandiosa della sua epoca: all’autore, dico, di quella -maraviglia mondiale? - -È questo un problema storico, il quale, come ben dice l’O’Reilly[1118] -è di facile e chiara soluzione, se il silenzio degli storici pagani -s’attribuisca all’odio che essi nutrivano verso i cristiani, e -all’astio che avevano di vedere che un’opera così stupenda e così -celebre fosse stata architettata da un cristiano: ma il problema -è altrettanto oscuro e di difficile soluzione se si tentino altre -spiegazioni. - -Finalmente conferma ciò che si è finora detto, il consenso universale. -Appena questo nostro epitaffio rivide la luce, tosto fu appropriato -all’architetto del Colosseo; e le parole del Bellori: _elapsis annis -reperta.... quae amphitheatri Flavii Architecto adscribitur_, ne sono -una prova. - -A quell’epoca non v’era certamente ragione di partito, d’interesse, o -di altro, perchè si desse a questa lapide una simile interpretazione. -In quell’epoca (secolo XVII), il Colosseo, come abbiam visto, era -abbandonato; non era ancora stato solennemente dedicato al culto; -anzi poco tempo dopo, era addivenuto un ricovero di malandrini, ecc. -E nessuno si sarebbe presa certamente la briga di cercare il nome -dell’architetto di quella fabbrica, in tempi in cui il monumento -era purtroppo trascurato; quando nessuno aveva fatto in proposito la -minima questione; e molto meno poi si sarebbe cercato l’architetto di -quell’edificio pagano e destinato a’ giuochi tanto odiati dai fedeli, -in un cimitero sotterraneo cristiano; e se il volgo e i dotti diedero -a quella lapide (venuta allora alla luce, e trovata al posto, murata -in un _loculo_) l’interpretazione esposta, fu perchè questa risulta -chiaramente dalla lapide stessa. Nè si dica doversi ciò attribuire -all’ignoranza dei tempi e a persuasione erronea; poichè non è -verisimile che l’errore e l’ignoranza trionfino lungamente, e trionfino -su persone di ogni sorta, tanto dotte che ignoranti. Ben presto -l’ignoranza viene illuminata, l’errore vinto, l’inganno smascherato. - -Ora quest’interpretazione data alla nostra lapide, non pur da anni, ma -da tre secoli, dura; e non solo è ritenuta vera tenacemente dal volgo, -ma eziandio dai dotti da noi citati, ed anche da altri contemporanei, -i quali, se non hanno scritto intorno a questa lapide, pure da me -consultati hanno risposto essere dello stesso parere mio[1119], -ad eccezione di alcuni i quali, o dubitano, o negano recisamente, -adducendo però argomenti puramente negativi. - -Dunque quest’interpretazione si può dire costante e generale, la quale, -appunto perchè tale e perchè spontanea, è vera, e forma uno di quei -criterî filosofici di verità, i quali ci rendono moralmente certi di -una cosa. - -E qui potrei conchiudere, ma prima voglio rispondere ad alcune -difficoltà che si presentano. - -Il Bellori dubita che il nostro Gaudenzio possa essere stato -l’architetto del Colosseo perchè _in ipso_ (marmore), così egli, _non -Amphitheatri sed theatri mentio habetur_. - -Rispondo innanzi tutto, che: - - _Pictoribus atque poetis_ - _Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas._ - -Ora, essendo l’iscrizione di Gaudenzio un epitaffio che l’autore -ha voluto scrivere con un certo ritmo, è perdonabile che egli abbia -detto «teatro» invece di «anfiteatro», giacchè usando quest’ultima -voce, l’ultimo verso avrebbe sonato molto male. Di più, non può -fare difficoltà che in un epitaffio di questa natura si sia usato il -genere per la specie. Ora è certo che la voce «teatro» potè usarsi, -e si usò effettivamente anche dai classici, per indicare in genere -qualunque edificio o luogo atto a celebrarvi spettacoli[1120]. Dunque -lo scrittore del nostro epitaffio avrebbe potuto usare questa voce, -anche se fosse stato un letterato. E ciò è così vero, che la legge -che riguardava gli spettacoli, fu detta dagli antichi _lex theatri_: -e senza perder tempo in cercar prove per dimostrarlo, valga per tutte -quell’iscrizione appartenente appunto all’Anfiteatro Flavio, incisa su -di uno dei _gradi_, ove leggesi: - - IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IA - ICET. P.. X I I R - - (C. I. L. 6. _Pars._ 4ª _add._ 32098). - -E questo vuol dire che, secondo la legge degli spettacoli, _lex -theatri_, nell’anfiteatro si assegnavano tanti posti ad una data -associazione, ecc. - -Del resto, la voce _theatrum_ usata in quest’iscrizione, per la ragione -già detta, non potea dar luogo ad equivoci, e dovea necessariamente -interpretarsi per _Amphitheatrum_, anche perchè l’opera massima fatta -da Vespasiano per gli spettacoli, non fu un «teatro», ma l’Anfiteatro -nostro. - -Quindi non pare che questa difficoltà possa veramente fare ostacolo. - -Un’altra obiezione è tratta dalla qualità della persona di Gaudenzio. -Se questi fu cristiano, si dice, non potè essere architetto -dell’Anfiteatro Flavio, perchè un cristiano non avrebbe osato -architettare un edificio per un genere di spettacoli, nei quali (senza -dire che tutti e sempre gli spettacoli furono con ragione aborriti -dai cristiani) lo spargimento del sangue umano era l’oggetto del -divertimento e del plauso del popolo; e tali appunto erano quelli che -si davano negli anfiteatri. - -E questo va benissimo; ma io già previdi questa difficoltà e -l’accennai quando dissi che la prima idea di erigere _media urbe_ -(e precisamente ove erano gli _stagna Neronis_) un edificio, non fu -quella che l’edificio stesso servisse per darvi spettacoli gladiatorî -e venatorî, ma per farvi giuochi navali ed incruenti. Si dovea, cioè, -edificare una _naumachia_, della quale, come dissi, parla Marziale. E -che la primitiva disposizione dell’Anfiteatro Flavio fosse stata per -_naumachia_, l’ho già dimostrato nel corso dell’opera. - -Inoltre i cristiani non correvano certamente, senza una speciale -ispirazione, incontro alla morte; ma se erano perseguitati fuggivano, -secondo l’insegnamento del Maestro, _in aliam terram_. - -E non solo _materialmente_, ma evitavano la morte anche con mezzi -leciti ed onesti, dei quali potevano usare senza offendere la -loro fede. Ora se noi supponiamo che Gaudenzio fosse liberto di -Vespasiano[1121], ciò che è assai verosimile, e che fosse stato -costretto a prestare la sua opera al _Patrono_, cui, per la libertà -ricevuta, era in dovere d’ubbidire; io non vedo la ragione per cui -Gaudenzio, benchè cristiano, si fosse potuto ricusare di servire il suo -_Patrono_ nella costruzione di una fabbrica, lo scopo della quale (per -sè e riguardo alla costruzione materiale, che spetta all’architetto) è -del tutto indifferente, colla certezza di esser ucciso. - -Ma anche ammesso che l’Anfiteatro Flavio fosse stato fin dalla prima -idea costruito per darvi giuochi cruenti; dato che Gaudenzio non -fosse stato liberto di Vespasiano; allora dirò col Piale[1122], che, -appunto per questo, fu fatto uccidere da Vespasiano; perchè, cioè, -fattosi poi cristiano, si ricusò di prestare più oltre l’opera sua -in quell’edificio. Dunque quest’obiezione o non nuoce o conferma -l’asserto. - -Sennonchè questa soluzione è causa di una nuova difficoltà. Se il -nostro Gaudenzio fu un personaggio cotanto celebre e martire della -Chiesa nascente perchè non se ne fa menzione nei martirologî, nei -calendarî, negli indici, nei fasti della Chiesa Romana? Come è che -si ricordano un Gaudenzio martire in Africa, un Gaudenzio di Novara, -un Gaudenzio di Rimini, un Gaudenzio di Arezzo, ecc.; e del nostro -Gaudenzio non si fa nessuna menzione? - -Rispondo: - -I nomi dei martiri non erano registrati nei calendarî, nei martirologî, -negli indici, ecc., se non dopo praticata la così detta _vindicatio_. -Ora questo processo di riconoscimento vi sarà stato relativamente al -martirio di Gaudenzio? Dalla lapide si rileva che egli fu martire, -_premiatus es morte_, ecc.; ma noi non sappiamo positivamente se sia -stato o no _vindicatus_. E se la Chiesa non dichiarò che Gaudenzio -sparse il suo sangue per la fede, non potè essere venerato dai fedeli. -Mancando dunque il dato positivo della _vindicatio_, non v’ha ragione -di maravigliarci se nei cataloghi, nei martirologî, ecc., non si -trova il nome di Gaudenzio; e dalla mancanza di questo nome non si può -dedurre, come è chiaro, che egli non fosse vero martire[1123], e, molto -meno, architetto del Colosseo. - -Ma del resto questo è un argomento negativo, il quale di fronte a tanti -argomenti positivi e diretti, non ha valore; e dal quale si potrebbe -solamente dedurre che nessuna memoria _si conosce_ di questo martire -romano; mai però che questa memoria _non sia esistita_, o che un dì -non possa (come tante altre memorie) tornare a luce. Anzi, se non -m’inganno, a me sembra di trovare questa memoria nel martirologio di -Usuardo, codice di Brussels, e precisamente al giorno 7 Maggio. - -Dopo la memoria di Flavia Domitilla e di S. Giovenale, si legge: _Ad -radicem Montis Septimi passio_ S. GAUDENTII MARTYRIS. Il Martirologio -di Usuardo è d’epoca tarda, tardissimo è il codice di Brussels, -e la sua autorità è assai debole; ma tutte le memorie dei codici -martirologici sono sempre preziose per le ricerche archeologiche, -massime quelle che mostrano un certo classicismo ed una certa -antichità, da qualunque fonte esse provengano. Non disprezziamo -dunque questa notizia isolata, e maturiamola con calcolo per la nostra -ricerca. - -È certo che il Gaudenzio ricordato in quell’inciso non è tra quelli -finora conosciuti: _quis hic Gaudentius sit, fateor me ignorare_, -scrisse il Sollier[1124]. - -È anche certo che il dettato di quest’inciso non ci costringe a dire -che il Gaudenzio in esso ricordato sia dell’età di mezzo, giacchè -l’aggiunto _martyris_ ci fa escludere ciò, direi quasi, per natura; -ed il nome Gaudenzio non è dell’età di mezzo, ma antico e non raro -nei cimiterî romani, ed abbonda, dirò così, nei cimiterî della Via -Nomentana, dai quali appunto uscì fuori la lapide di quel Gaudenzio di -cui parliamo. - -È certo eziandio ed innegabile che quest’inciso è dettato con tale -laconismo e semplicità, che ci ricorda gli incisi dei martirologî -più antichi, il dato caratteristico dei quali è appunto la semplice -indicazione topografica, il nome del Santo e il suo aggiunto -distintivo. - -Ora tale è il nostro inciso (_ad radicem montis Septimi_. GAUDENTII -_martyris_)[1125]. Dunque quest’inciso è un brano perduto di un -martirologio antichissimo, ma che, per fortuna, fu conservato dal -codice di Brussels del Martirologio d’Usuardo. Esaminiamo ora questo -prezioso inciso, e cerchiamo chi sia il Gaudenzio in esso ricordato. - -Che questo Gaudenzio sia un martire romano me lo dice l’indicazione -topografica: _ad radicem montis Septimi_. - -In nessuna geografia, sia antica che moderna, ho potuto trovare -un monte di questo nome. Soltanto Varrone[1126], allorchè parla -dell’Esquilino, dice: SEPTIMIUS _mons quinticepsos lucum Petilium_. - -Questa è la lezione della maggior parte dei codici e ritenuta dai -migliori interpreti, non ostante lo _Sceptius_ dello Sprengel, -che non è alla fine che una scorrezione ed abbreviazione di -_Septimius_ malamente letto e peggio interpretato. I moderni leggono -_Cespius_[1127], ma la questione di questo passo Varroniano è questione -di fatto. - -Qual’è la vera lezione, l’antica o la moderna? Fino alla metà circa -del secolo scorso si ritenne per vera la lezione da me seguita. -Lo Scaligero, il Turnebo, l’Agostini lessero _Septimius mons -quinticepsos_, e su questa lezione fecero i loro lavori[1128]. Il testo -seguito dallo Scaligero è anche più antico di quello da me e da altri -finora ritenuto, ma similissimo; ed io ho seguito l’edizione pubblicata -(dopo quella della fine del secolo XVI) in Roma. - -I topografi, come ad es. il Nardini e il Brocchi, seguirono -quest’edizione fino alla metà del secolo scorso; il Nibby[1129] poi -s’attenne a questa stessa edizione nonostante conoscesse quella del -Müller e le varianti accettate e preferite dai moderni. - -Come è dunque che i recenti hanno pubblicato un’edizione così diversa -da quella, e, per aggiunta, mutila? - -Forse han veduto e seguito un codice più imperfetto di quello veduto -e seguito degli antichi, o, seguendo l’andazzo dei nostri tempi, hanno -corretto il testo secondo le loro opinioni? - -Lo Stara-Tedde[1130] scrive: «Nel documento degli Argei (quale la -presentano e seguono i moderni) manca l’indicazione del secondo -sacello, giacchè dal _princeps_ si passa al _terticeps_, omettendo il -_biceps_.... omissione che certo non dovea originariamente trovarsi -nel documento[1131], ma da attribuirsi allo stato lacunoso in cui -ci è pervenuto il testo varroniano». E perchè non seguire il testo -Varroniano che ha l’indicazione del secondo sacello? - -Nel testo ritenuto e seguito dai moderni manca parimenti -quell’_Esquiliae duo montes habiti, quod pars Cispius mons suo antiquo -nomine etiam nunc in sacreis appellatur_. - -Varrone[1132] divide l’Esquilino in due prominenze principali: -_Esquiliae duo montes habiti quod pars Oppius_ (così legge il Müller), -_pars Cespius mons suo antiquo nomine_. Tanto l’Oppio che il Cispio ci -sono noti: gli archeologi ritengono concordemente che il primo risponde -a quella sommità dell’Esquilino ov’è S. Pietro in Vincoli; il secondo -all’altro ov’è S. Maria Maggiore. L’_Oppius_ è diviso da Varrone[1133] -in più località, ognuna delle quali aveva il suo nome speciale. Così: -_Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum fagutalem quae sub moerum -est. Oppius mons bicepsos simplex. Oppius mons tercicepsos lucum -Esquilinum dexterior via in Tabernola est. Oppius mons quadricepsos -lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Septimius mons -quinticepsos lucum Petilium. Esquilinus._ A suo luogo esamineremo una -per una queste località dell’Esquilino. Che il _Settimio_ si debba -collocare nell’Oppio e non nel Cispio ce l’indica, la topografia del -monte. - -Noi abbiamo fra questo e quello una gola che separa le due località -dell’Esquilino, e senza perderci in inutili parole, metto sotto gli -occhi del lettore la pianta altimetrica dell’ingegnere Francesco Degli -Abbati[1134], fatta da noi parzialmente ma fedelmente riprodurre (V. -_Fig. 15ª_). - -Quindi non si può cambiare, come fanno i moderni, il _Septimius_ in -_Cispius_, perchè quella prominenza non si trova situata sul Cispio ma -sull’Oppio. - -Il nome _Septimius_ deriva, a mio modo di vedere, dai sacrifici che si -facevano in occasione del _Septimontium_, i quali, al dire di Festo, -si celebravano (per ciò che riguardava il monte Esquilino) in quella -parte del monte che si chiamava _Oppio_. Ed io congetturo che detto -sacrificio si celebrasse precisamente in quella cima dell’Oppio che era -più prossima al Palatino, centro del _Septimontium_, e che prendesse -il nome di _Septimius_ per specificarla dalle altre cime dell’Oppio -stesso. Questo viene confermato dalle parole del lodato Varrone, il -quale soltanto a questa e non ad altre prominenze dell’Oppio dà un nome -proprio: _Oppius mons, princeps; Oppius mons, bicepsos; Oppius mons, -tercicepsos; Oppius mons quadricepsos;_ SEPTIMIUS _mons quinticepsos_, -ecc.[1135]. - - [Illustrazione: (_Fig. 15.ª_)] - -È vero che ivi negli Argei si legge anche _Esquilinus sexticepsos_; -ma ciò si spiega benissimo, perchè, la sesta cima era su quella parte -dell’Oppio che, per antonomasia, era chiamata Esquilino, essendovi là -il _Forum Esquilinum_, il _Campus Esquilinus_, etc. - -Esaminiamo ora una per una le località suddette. - -1.º _Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum Fagutalem sinixtra -quae sub moerum est._ Quel _lucum Esquilinum_ ci fa necessariamente -collocare questa parte dei monte in vicinanza alla spianata di esso -monte; imperocchè è la parte che più propriamente si dice _Esquilinus_. -Ivi è ricordata la _porta Esquilina_, ivi il _campus Esquilinus_, ivi -il _forum Esquilinum_: in una parola, la denominazione _Esquilinus_ -competeva più propriamente a quella parte che alle altre. Dunque -l’_Oppius mons princeps_ era quella parte del monte che è presso la -già villa Caserta (ora chiesa di S. Alfonso all’Esquilino), ove anni -indietro venne in luce il muro antichissimo della città, _sinistra quae -sub moerum est_. - -2.º _Oppius mons bicepsos simplex._ Questa località (senz’altro -aggiunto, perchè non se ne fa menzione veruna) mi sembra che sia quella -parte del monte, alla quale più propriamente fu dato, e che tuttora -conserva, il nome di _Oppio_; ossia quella parte che è in prossimità, -come si è detto, della Chiesa di S. Pietro in Vincoli. - -3.º _Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in -tabernula est._ Questa, per quel _lucum Esquilinum_, non potremo -separarla dalla prima; ma per quel _dexterior via in tabernula est_, -la dovremo dire rivolta al Celio, perchè la _tabernula_ era nel -_Ceriolense, qua itur Coelium_; e quindi è quella parte dell’Oppio -che ha a sinistra l’_Esquilino_ propriamente detto, e che è rivolta al -Celio. - -4.º _Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in -figlineis est._ Per quel _lucum Esquilinum_ non si può disgiungere -dalle antecedenti; per quel _dexterior_ poi, conviene situarla da -quella parte stessa che guarda il Celio; e quindi la collocherei nella -parte sovrastante alle _velocia munera_[1136], le quali sorsero in -quel luogo già occupato, fino ai tempi di Nerone, da meschini abituri, -probabilmente di _figlini_, come c’insegna Marziale: - - «Hic ubi miramur velocia munera thermas, - Abstulerat miseris tecta superbus ager». - -5.º _Esquilinus._ Ultimo punto dell’Oppio, a Nord, ricordato da -Varrone. Per la sua denominazione assoluta (_Esquilinus_), e per la -mancanza dell’aggiunto: _mons_ (benchè non si ricordi alcun bosco), -credo sia propriamente quella parte cui si diè e si dà tuttora il nome -di Esquilino. - -Per il _Septimius mons quinticepsos lucum Petilium_, situato, secondo -Varrone, fra il _quarticepsos_ e l’_Esquilinus_, non rimane dunque -altra sommità dell’Oppio che quella in cui vi sono i grandi ruderi -delle Terme e della _Domus Titi_, incontro all’Anfiteatro Flavio. E -qui appunto il Nibby[1137] colloca il _mons Septimius_. L’autorità del -Nibby è sempre grande; ma in questo caso è maggiore, perchè egli qui, -non sostiene una sua opinione particolare, non difende l’autenticità -di una località da lui già ammessa e da altri contrastata; ma ciò che -scrisse lo scrisse senza prevenzione alcuna, e soltanto per effetto -della sua scienza topografica, della conoscenza che egli aveva della -topografia di Roma. - -Insomma: il Cispio era la sommità ove è S. Maria Maggiore: l’Oppio era -diviso in più parti, delle quali l’_Oppius simplex_ era quello ove -è S. Pietro in Vincoli; _Esquilinus_, ov’era il _campus Esquilinus_ -propriamente detto: l’_Oppius princeps_, l’_Oppius tercicepsos_ e -l’_Oppius quadricepsos_ (per il _lucum Esquilinum_ a tutti e tre -comuni) si debbono collocare in modo, che più s’avvicinino a quella -parte che era detta per antonomasia _Esquilinus_, e che siano ben -distinte le due parti; il _princeps_ (per quel _sinistra quae sub -moerum est_) sotto la già Villa Caserta; il _tercicepsos_ (per quel -_dexterior via in tabernola est_) deve collocarsi rivolto al Celio, ma -non più in là delle Terme, perchè ivi (per l’aggiunto in _figlineis_) -v’era il _quadricepsos_; e per il _Septimius, quinticepsos_, non resta -che quella parte che sovrasta il Colosseo. - -E questa denominazione era ancor vigente nel secolo VIII, giacchè nel -_Liber Pontificalis (in Leone III)_ si fa menzione di una basilica -dedicata a S. Michele Arcangelo: _S. Arcangeli in Septimo_; basilica -che qualcuno credè situata _in milliario septimo_ della Via Salaria. - -Ma vi sono molte ragioni per non dare a quel passo una simile -interpretazione. - -E primieramente, perchè quelle basiliche _extramuranee_, ricordate -nella vita di quel Pontefice, sono basiliche cimiteriali, edificate su -qualche memoria di martiri e santi celebri, e non in onore di Angeli -e di Arcangeli.[1138]. Secondariamente poi, perchè manca l’indicazione -della via. Dice _in Septimo_ ma di qual via? - -Al contrario, quando nella stessa vita (di Leone III) si parla di -chiese _extramuranee_, si dice: _B. Stephani primi martyris constituta -via latina milliario tertio. — S. Cyriaci posita via Ostiensi. — S. -Valentini in Flaminia. — B. Andreae Apostoli sita in tricesimo via -Appia_. - -Relativamente a quel _S. Marcelli sitam in quartodecimo_, siccome -immediatamente prima s’era parlato di _S. Aurea in Ostia_, potrebbe -intendersi che fosse situata _in via Ostiensi_. - -Ma la nostra basilica è posta fra due _intramuranee_, come or ora -vedremo, e non fra le _extramuranee_. Infine, lo scrittore della vita -di Leone III non segue già un ordine topografico nell’enumerazione -delle chiese arricchite dai doni di quel Pontefice; e se anche avesse -voluto non avrebbe potuto. È nondimeno certo e incontestabile che, -generalmente parlando, le chiese di una regione o di una località sono -aggruppate insieme. Così leggiamo che Leone III fece dei donativi alla -_Diaconia Beati Hadriani, et in ecclesia beatae Martinae....., et in -Diaconia antiqua. — Immo et in Diaconia S. Theodori..... et in Diaconia -Sanctorum Cosmae et Damiani..... et in Diaconia S. Adriani. — Et in -Diaconia S. Luciae, quae ponitur in Orphea[1139]....... et in Diaconia -Beati Viti Martyris quae ponitur in Marcello_. E così di altre. Ora -la nostra basilica è ricordata fra S. Agata[1140] e S. Agapito _in -Vincula_, ossia fra due chiese situate nella località varroniana -dell’Esquilino. Quindi diremo che la basilica _S. Arcangeli quae -ponitur in Septimo_ non è la basilica _extramuranea_ situata al settimo -miglio, o sesto secondo il Martirologio Geronimiano (codice di Berna), -passo d’altronde un po’ confuso, ma una basilica _intramuranea_, citata -cioè nella stessa guisa con cui si cita il _monasterium Sancti Iohannis -qui ponitur in Appentino_, ossia _in Aventino monte_[1141]. - -Nello stesso _Libro Pontificale_[1142] in Simmaco, leggiamo: «Intra -civitatem Romanam, basilicam Sanctorum Silvestri et Martini a -fundamentis construxit. .... Ad beatum Iohannem et Paulum fecit gradus -post absidam. Item ad Archangelum Michael basilicam ampliavit et gradus -fecit et introduxit aquam. Item ad Sanctam Mariam, oratorium sanctorum -Cosmae et Damiani a fundamentis construxit». - -Il Duchesne[1143] dice che la Chiesa di S. Michele ricordata in questo -passo non può essere quella situata al settimo miglio della Salaria, -perchè qui è scritto: «_intra civitatem Romanam_» ed ivi si fa menzione -di lavori eseguiti a cura di Simmaco alle chiese di S. Martino, dei Ss. -Giovanni e Paolo, di S. Michele e di S. Maria Maggiore. - -E questo significa che il Duchesne ritiene che nell’interno della città -esistè una chiesa dedicata a S. Michele, situata nella stessa località -ricordata nella vita di Leone III, quando si parla di S. Michele _in -Septimo_, fra la chiesa di S. Agapito, _qui ponitur ad Vinculam_, e -quella dei santi Silvestro e Martino. Lo stesso Duchesne[1144] scrive -che la chiesa di S. Agapito è quella stessa che più tardi fu detta _S. -Maria_ (_ante titulum Eudoxiae_) ossia il monastero (_S. Mariae_) _ad -S. Petrum in Vincula_. - -Dice inoltre che _S. Maria in Monasterio_ era situata _dietro_ la -chiesa di S. Pietro _in Vinculis_; vale a dire più su quella cima -dell’Oppio detta _Esquilinus_ che sul _Septimius_. A pag. 61, n. 63, -tomo II, aggiunge però che, da un documento del 1014 la chiesa di _S. -Maria in Monasterio_ è detta ANTE _Titulum Eudoxiae_. L’Armellini, il -quale pubblicò la seconda edizione delle «Chiese di Roma» alcuni anni -dopo dell’edizione duchesniana del _Liber Pontificalis_, dimostrò ad -evidenza che la chiesa di _S. Maria in Monasterio_, cioè S. Agapito, -era di fronte alla Chiesa di S. Pietro _in Vinculis_, che è quanto dire -sul Settimio. - -La Chiesa di S. Michele _in Septimo_, ricordata fra quelle di S. Pietro -_in Vinculis_ e S. Agapito, sorgeva dunque su quella parte dell’Oppio -che si disse _Septimius_, cangiato poi in _Septimus_ o per una delle -solite alterazioni causate dal tempo e dagli uomini, od anche, e più -verosimilmente, perchè il copista tralasciò una _i_; ed in questo caso -noi dovremmo leggere senz’altro: _Basilica S. Arcangeli_ IN SEPTIMIO -(_monte_). - -Nè fa ostacolo la sentenza del Nardini, il quale, a motivo di quel -_Petilium lucum_ aggiunto al Settimio, cerca questo nell’Esquilino sì, -ma verso il Viminale; e lo deduce da quel _Petilinum lucum_ di Livio. -Ma innanzi tutto _Petilium_ o _Poetelium_ e _Petilinum_ o _Poetelinum_ -sono nomi ben diversi; eppoi, quel _Lucus Petelinus_ menzionato -da Livio e da Plutarco, a proposito del giudizio contro M. Manlio, -trovavasi _extra portam Flumentanam_ (così leggono ormai quasi tutti -i critici, invece di _frumentariam_); e questa porta i topografi la -collocano presso il _Forum Olitorium_, e cioè tra l’odierno Ponte Rotto -e il Ponte Quattro Capi, presso a poco ove ora è la Via o Vicolo del -Ricovero[1145]. - -Nemmeno fa ostacolo l’opinione del Corvisieri, il quale crede che -questa parte dell’Oppio fosse detta _Coliseo_[1146]. Imperocchè, pur -concedendo che tal nome fosse stato dato a quella collina, sarebbe -sempre il nome volgare, (_il nome dato al tempio d’Iside_, come egli -dice, _situato in quel colle (!) per distinguerlo forse da qualche -altro tempio dello stesso nome_); ma il nome classico, il vero nome, -il nome proprio sarebbe stato sempre quello di _Septimius_ in tempi -remoti, e di _Septimus_ (se così si voglia leggere) in tempi meno -antichi: e così qui verrebbe a proposito il detto del medesimo autore: -che, cioè, nella stessa città _s’incontrano contrade e monumenti più -conosciuti per un nome di volgare capriccio che per il vero dato loro -in origine_. - -Questa soluzione però gioverebbe se vi fosse difficoltà, ma per me -questa difficoltà non esiste. Imperocchè il tempio d’Iside della III -regione non fu (nè deve quindi supporsi collocato) sulla collina che -sovrasta all’Anfiteatro. Noi già confutammo l’opinione del Corvisieri -nella Parte II, cap. I di questo studio; riputiamo quindi inutile -ripetere quanto allora dicemmo. - -Pertanto, conchiudendo, diremo che nessuna località geografica è -conosciuta col nome di mons _Septimius_; e soltanto, per testimonianza -di Varrone e del Libro Pontificale, si ricorda in Roma una parte -dell’Esquilino così denominata. - -Dunque il martire che si legge nell’inciso del codice di Brussels è un -martire romano. - -Ma nessun martire di nome Gaudenzio è conosciuto in Roma, ad eccezione -di quello di cui si parla nella lapide che ha motivato questa lunga -dissertazione. Dunque probabilmente è questo il martire ricordato -nell’inciso del Martirologio d’Usuardo, codice di Brussels. - -Quanto non sarebbe eloquente per la storia del nostro Gaudenzio questa -località, designata dal Martirologio Brusellense, con quelle parole: -«Ad radicem montis Septimi [i] passio S. Gaudentii martyris»?..... Ci -direbbe insomma che Gaudenzio, liberto di Vespasiano, fu fatto uccidere -nella casa del suo padrone, dinanzi alla fabbrica da lui edificata, ove -appunto fu scoperto uno degli oratorî che attorniavano il Colosseo; -unico oratorio (come dicemmo quando parlammo delle chiese ed oratorî -che circondarono l’Anfiteatro Flavio) rimasto senza nome. - -Ma, ripeto, questa non è che una mia congettura, della quale, se a -qualcuno piacesse potrà servirsene per dire chi sia quel Gaudenzio -che il Sollier confessava di non sapere, _fateor me ignorare_; -e rimarrebbero soddisfatti anche coloro, i quali, col Muratori, -s’auguravano che un giorno gli studiosi avrebbero fatto un po’ di luce -su quel Gaudenzio ignoto. - -Riassumiamo. Abbiamo visto: - -1º che la lapide di Gaudenzio fu rinvenuta negli scavi praticati nel -secolo XVII nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana; - -2º che alla marchesa Randanini non costò l’acquistarla, e che non si -può supporre una falsificazione fatta a scopo di lucro; - -3º che a nessuno degli scopritori si dà lode dagli autori coevi al -rinvenimento, perchè essa fu trovata a caso inaspettatamente, invece di -essere stata studiosamente cercata; - -4º che a quell’epoca non v’era questione di sorta sull’architetto del -Colosseo; e quindi non vi potè essere chi, per far trionfare la propria -opinione, avesse motivo di nascondere quella lapide sotto le frane di -un cimitero sotterraneo; - -5º che non fanno ostacolo all’autenticità della stessa lapide la -paleografia, gli apici e la dicitura; - -6º che anche ai tempi di Vespasiano vi poterono essere martiri, e che -vi furono effettivamente; ed abbiamo addotte le ragioni plausibili per -ammettere che Gaudenzio potesse essere l’architetto del Colosseo; - -7º abbiamo veduto, finalmente, che il _Gaudentius_ menzionato nel -Martirologio di Usuardo è probabilmente il nostro. - -Non è dunque ormai ragionevole negare recisamente l’autenticità della -lapide «_Sic premia servas_», basandosi soltanto sugli argomenti -negativi generalmente addotti e da noi sfatati. Ed io son certo che -ogni uomo di buona volontà dovrà convenire che, se i miei argomenti -non sono del tutto atti a dimostrare _apoditticamente_ la genuinità di -quella lapide, sono almeno atti a suscitare dei dubbi, i quali faranno -sì che i dotti, col loro studio, tornino sopra una tanto scabrosa -questione. - - - - -APPENDICI. - - - - -I. - -LA FLORA DEL COLOSSEO. - - «Colosseo, mirabile reliquia - Del romano poter. Le folte PIANTE - Lungo que’ ruinati archi cresciute, - Piegavano, ondulando, i freschi rami - Sul cupo azzurro della notte....» - LORD BYRON, _Manfredo_ (Trad. del Maffei). - - -L’anfiteatro Flavio fu e sarà sempre l’oggetto di universale -ammirazione, ed uno dei più fecondi nuclei di serî studî ed accurate -ricerche. Poeti e storici, architetti ed archeologi, numismatici ed -epigrafisti gareggiarono per descriverlo ed illustrarlo; tutti, con -vero amore ed entusiasmo, offrirono alla _venerabile mole_ dei Flavî -il contributo del loro ingegno. E come appunto il Fontana[1147], -il Marangoni[1148], il Nibby[1149], il Tocco[1150], il Gori[1151], -ecc., parlarono del Colosseo in una maniera più o meno completa; il -Lipsio[1152], il Maffei[1153], il Barthelémy[1154], l’Alonio[1155], -il Canina[1156], ecc., lo descrissero ora considerandolo isolatamente, -ora confrontandolo con altri anfiteatri; come, dico, il Marini[1157], -il Fea[1158] l’Uggeri[1159], lo Hübner[1160], il Mommsen[1161], il -Lanciani[1162], ecc., pubblicarono pregevoli monografie illustrando -respettivamente il podio, i sedili, gli scavi, le epigrafi, ecc.; -e come, finalmente il Morcelli[1163] trattò delle _tessere e degli -spettacoli_; il Donaldson[1164] delle _medaglie_, e Mons. Lugari -procurò rivendicare ai Martiri l’arena dell’Anfiteatro Flavio[1165]; -così non mancarono studiosi i quali prendessero ad esaminare la -_flora_ e le piante, che in tempi men remoti spontaneamente nascevano -e vegetavano sull’arena, sui semidiruti gradi e sulle fatiscenti pareti -dell’abbandonato Anfiteatro. - -L’anno 1815 un botanico romano[1166] pubblicava uno studio sulle 260 -specie di piante che allora ricoprivano l’Anfiteatro[1167]. Più tardi, -nel 1873, il ch. Richard Deakin[1168] pubblicava un’opera ancor più -completa sulla «Flora of the Colosseum», facendola ascendere a 420 -specie di piante. - -Ed ora, perchè questo nostro lavoro riesca _più completo che sia -possibile_ crediamo opportuno occuparci anche noi di quel _pittoresco -ammanto di verdura fatto togliere nel 1871 dal comm. Pietro Rosa_[1169] -e seguendo la scorta del suddetto Prof. R. Deakin, passiamo senz’altro -ad indicare quelle piante che già costituirono la FLORA DEL COLOSSEO. - - -La Flora del Colosseo. - - ORD. NAT. GENERE SPECIE - - I. - =Ranunculaceae= - - _Clematis_, Linn. Clematite Ital. C. Flammula, Linn. - _Anemone_, Linn. Anemone Ital. A. Hortensis, Linn. - _Ranunculus_, Linn. Ranuncolo Ital. R. repens, Linn. - _Delphinum_, Linn. Speronella Ital. D. peregrinum, Linn. - - II. - =Malvaceae= - (Iuss.) - - _Malva_, Linn. Malva Ital. M. Sylvestris, Linn. - _Malva_, Linn. Malva Ital. M. Rotundifolia, Linn. - - III. - =Crassulaceae= - (De Cand.) - - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. cepaea, Linn. - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. gallioides, All. - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. album, Linn. - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. acre, Linn. - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. reflexum, Linn. - _Sedum_, Linn. Sempreviva Ital. S. anopetalum, De Cand. - _Umbilicus_, Scodellina o erba U. pendulinus, De Cand. - De Cand. bellica - - IV. - =Rosaceae= - (Iuss.) - - _Prunus_, Linn. Ciriegia Ital. P. avium, Linn. - _Pyrus_, Linn. Pero Ital. P. communis, Linn. - _Geum_, Linn. Erba benedetta G. urbanum, Linn. - Ital. - _Potentilla_, Linn. Cinquefoglio Ital. P. recta, Linn. - _Potentilla_, Linn. Cinquefoglio Ital. P. reptans, Linn. - _Fragaria_, Linn. Fragole Ital. F. vesca, Linn. - _Rubus_, Linn. Rogo Ital. R. corylifolius, Smith. - _Poterium_, Linn. Pimpinella Ital. P. sanguisorbia, Linn. - _Agrimonia_, Linn. Agrimonia Ital. A. eupatoria, Linn. - _Rosa_, Linn. Rosa Ital. R. sempervirens, Linn. - - V. - =Vitaceae= - (Lind.) - - _Vitis_, Linn. Vite Ital. V. vinifera, Linn. - - VI. - =Celastrineae= - (R. Browil) - - _Euonymus_, Linn. Fusano Ital. E. europaeus, Linn. - - VII. - =Paronychieae= - (St. Hil.) - - _Polycarpon_, Linn. Correggiola Ital. P. tetraphillum, Linn. - - VIII. - =Carophilleae= - (Iuss.) - - _Sileneae_ - _Tunica_, Scop. Tunica Ital. T. saxifraga, Scop. - _Dianthus_, Linn. Garofano Ital. D. profifer, Linn. - _Silene_, Linn. Garofano Ital. S. inflata, Smith. - _Silene_, Linn. Garofano Ital. S. gallica, Linn. - _Silene_, Linn. Garofano Ital. S. quinquevulnera, Linn. - _Silene_, Linn. Garofano Ital. S. armeria, Linn. - _Silene_, Linn. Garofano Ital. S. italica, Pers. - - _Alsineae_ - _Sagina_, Linn. S. procumbens, Linn. - _Sagina_, Linn. S. Apetala, Linn. - _Alsine_, Wahl. Alsine Ital. - _Alsine_, Wahl. Alsine Ital. A. rubra, Wahl. - _Alsine_, Wahl. Alsine Ital. A. tenuifolia, Wahl. - _Arenaria_, Linn. Arenaria Ital. A. serpyllifolia, Linn. - _Stellaria_, Stellaria Ital. S. media, Whiter - Linn. - _Cerastium_, Cerazia Ital. C. vulgatum, Linn. - Linn. - _Cerastium_, Cerazia Ital. C. campanulatum, Vir. - Linn. - _Cerastium_, Cerazia Ital. C. viscosum, Linn. - Linn. - _Mochringia_, M. trinervia, Clair. - Linn. - - IX. - =Lineae= - (De Cand.) - - _Linum_, Linn. Lino Ital. L. strictum, Linn. - _Linum_, Linn. Lino Ital. L. catharticum, Linn. - - X. - =Cruciferae= - (Iuss.) - - _Cherianthus_, Leucoio Ital. C. cheiri, Linn. - Linn. - _Arabis_, Linn. A. hirsuta, Brown. - _Cardamine_, Linn. Cardamino Ital. C. hirsuta, Linn. - _Cardamine_, Linn. C. impatiens, Linn. - _Sisymbrium_, Linn. Sisimbrio Ital. S. officinalis, Scop. - _Sisymbrium_, Linn. Sisimbrio Ital. S. policeratium, Linn. - _Sisymbrium_, Linn. Sisimbrio Ital. S. irio, Linn. - _Sisymbrium_, Linn. Sisimbrio Ital. S. Thalianum, Gand - _Diplotaxis_, D. tenuifolia, De Cand. - De Cand. - _Diplotaxis_, D. verna, Linn. - De Cand. - _Diplotaxis_, D. muralis, Linn. - De Cand. - _Iberis_, Linn. Iberide Ital. I. pinnata, Linn. - _Lepidium_, Linn. Lepidio Ital. L. granifolium, Linn. - _Capsella_, Borsa di pastore C. bursa pastoris, - De Cand. Ital. De Cand. - _Senebriera_, Poir S. coronopus, Poir - _Biscutella_, Linn. B. hispida, De Cand. - _Bunias_, Linn. Bunnio Ital. B. erocago, Linn. - - XI. - =Cystineae= - (A. Brogn.) - - _Cystinus_, Linn. Imbrentina Ital. C. hypocistus, Linn. - - XII. - =Geraniaceae= - (Iuss.) - - _Geranium_, Linn. Geranio Ital. G. molle, Linn. - _Geranium_, Linn. Geranio Ital. G. robertianum, Linn. - _Geranium_, Linn. Geranio Ital. G. rotundifolium, Linn. - _Geranium_, Linn. Geranio Ital. G. dissectum, Linn. - _Erodium_, Linn. E. cicutarium, L. Herit. - _Erodium_, Linn. E. moscatum, Sm. - _Erodium_, Linn. E. romanum, Willd. - _Erodium_, Linn. E. melacoides, Willd. - - XIII. - =Rutaceae= - (Iuss.) - - _Ruta_, Linn. Ruta Ital. R. bracteosa, De Cand. - - XIV. - =Oxalideae= - (De Cand.) - - _Oxalis_, Linn. Alleluia Ital. O. Corniculata, Linn. - - XV. - =Saxifrageae= - (Linn.) - - _Saxifraga_, Linn. Sassifraga Ital. S. granulata, Linn. - _Saxifraga_, Linn. Sassifraga Ital. S. tridactylites, Linn. - - XVI. - =Hypericineae= - (De Cand.) - - _Hypericum_, Linn. Pilatro Ital. H. perforatum, Linn. - - XVII. - =Papaveraceae= - (Iuss.) - - _Papaver_, Linn. Papavero Ital. P. rhaeas, Linn. - _Papaver_, Linn. Papavero Ital. P. dubium, Linn. - _Chelidonium_, Celidonia Ital. C. mayus, Linn. - Linn. - - XVIII. - =Capparideae= - (Iuss.) - - _Capparis_, Linn. Capperi Ital. C. spinosa, Linn. - - XIX. - =Cistineae= - (Dunal) - - _Helianthemum_, H. gattatum - Tourn. - _Cistus_, Linn. Cistio Ital. C. salvifolius, Linn. - - XX. - =Resediaceae= - (De Cand.) - - _Reseda_, Linn. Reseda Ital. R. alba, Linn. - _Reseda_, Linn. Reseda Ital. R. phituma, Linn. - - XXI. - =Terebinthaceae= - (De Cand.) - - _Pistacia_, Linn. Lentischio Ital. P. Terebinthus, Linn. - _Pistacia_, Linn. Lentischio Ital. P. Lentiscus, Linn. - - XXII. - =Violaceae= - (Lind.) - - _Viola_, Linn. Viola Ital. V. odorata, Linn. - _Viola_, Linn. Viola Ital. V. canina Linn. - - XXIII. - =Fumariaceae= - (De Cand.) - - _Fumaria_, Linn. Fummosturno Ital. F. capreolata, Linn. - _Fumaria_, Linn. Fummosturno Ital. F. officinalis, Linn. - _Fumaria_, Linn. Fummosturno Ital. F. parviflora, Linn. - - XXIV. - =Poligaleae= - (Iuss.) - - _Poligala_, Linn. Poligala Ital. P. monspeliaca, Linn. - - XXV. - =Leguminoseae= - (Iuss.) - - _Loteae_, De Cand. - _Spartium_, Sparzio Ital. S. junceum, Linn. - De Cand. - _Cytisus_, Citiso Ital. C. laburnum, Linn. - De Cand. - _Anthyllis_, Antillide Ital. A. vulneraria, Linn. - De Cand. - _Onosis_, Onomide Ital. O. spinosa, Linn. - De Cand. - _Onosis_, Onomide Ital. O. arvensis, Linn. - De Cand. - _Melilotus_, Meliloto Ital. M. italica, All. - Linn. - _Melilotus_, Meliloto Ital. M. indica, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. pratensis, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. ocroleucum, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. stellatum, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. scabrum, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. arvensis, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. repens, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. nigresicus, Vivian. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. hybridum, Savi - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. procumbens, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. filiforme, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. tomentosum, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. resupinatum, Linn. - Linn. - _Trifolium_, Trifoglio Ital. T. subterraneum, Linn. - Linn. - _Lotus_, Linn. Mullaghera Ital. L. corniculatus, Linn. - _Lotus_, Linn. Mullaghera Ital. L. ornithopodiodes, Linn. - _Trigonella_, Fienogreco Ital. T. corniculata, Linn. - Linn. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. lupulina, Linn. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. orbicularis, Allel. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. minima, Linn. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. maculata, Sibth. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. denticulata, Willd. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. terebellum, Willd. - _Medicago_, Linn. Medica Ital. M. tribuloide, Lam. - - _Viceae_, De Cand. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. onobrychoides, Linn. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. cracca, Linn. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. gracilis, Lois - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. uniflora - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. sativa, Linn. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. angustifolia, Sibth. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. lutea, Linn. - _Vicia_, De Cand. Veccie Ital. V. hybrida, Linn. - _Lathyrus_, Linn. Latiro Ital. L. aphaca, Linn. - _Lathyrus_, Linn. Latiro Ital. L. sativa, Linn. - _Lathyrus_, Linn. Latiro Ital. L. pratensis, Linn. - _Lathyrus_, Linn. Latiro Ital. L. sylvestris, Linn. - - XXVI. - =Umbelliferae= - (Iuss.) - - _Hedysareae_, - De Cand. - _Scorpiurus_, Scorpioides Ital. S. subvillosa, Linn. - Linn. - _Coronella_, Coronilla Ital. C. varia - Linn. - _Ornithopus_, Piede d’uccello O. scorpioides, Linn. - Linn. Ital. - _Securigera_, S. coronilla, De Cand. - De Cand. - - _Sanicula_, Linn. Sanicula Ital. S. Europaea, Linn. - _Eryngium_, Linn. Eringo Ital. E. campestris, Linn. - _Agopodium_, Linn. Podagraria Ital. O. podagraria, Linn. - _Bupleurum_, Linn. Bupleuro Ital. B. aristotatum, Bartb. - _Bupleurum_, Linn. Bupleuro Ital. B. odontites, Linn. - _Bupleurum_, Linn. Bupleuro Ital. B. rotundifolia, Linn. - _Oenanthe_, Linn. Enante Ital. Oe. peucedanifolia, Poll. - _Foeniculum_, Finocchiella Ital. F. vulgare, Gartn. - Hoffm. - _Ferula_, Linn. Ferula Ital. F. communis, Linn. - _Daucus_, Linn. Carota Ital. D. muricatus, Linn. - _Caucalis_, Linn. Caucali Ital. C. daucoides, Linn. - _Torilis_, Adanson T. infesta, Spreng. - _Torilis_, Adanson T. nodosa, Gartn. - _Scandix_, Linn. Cefolio Ital. S. Pecten-Veneris, Linn. - _Cheraphillum_, C. Temulentum, Linn. - Linn. - _Smyrnium_, Linn. Macerone Ital. S. olosatrum, Linn. - - XXVII. - =Ramneae= - (Iuss.) - - _Ramnus_, Linn. Ramio Ital. R. alternatus, Linn. - _Paliurus_, Tourn. Paliuro Ital. P. aculeatus, Tourn. - - XXVIII. - =Arailaeae= - (Iuss.) - - _Hedera_, Linn. Edera Ital. H. Helix, Linn. - - XXIX. - =Onograriae= - (Iuss.) - - _Circaea_, Linn. Circea Ital. C. Lutetiana, Linn. - _Epilobium_, Linn. Epilobio Ital. E. hirsutum, Linn. - _Epilobium_, Linn. Epilobio Ital. E. montanum, Linn. - - XXX. - =Valerianeae= - (De Cand.) - - _Cantranthus_, C. ruber, De Cand. - De Cand. - _Valerianella_, V. Carinata, Loisel - Moerich. - - XXXI. - =Compositae= - (Iuss.) - - 1.º _Conymbifereae_ - _Tussilago_, Tossilaggine Ital. T. farfara, Linn. - Linn. - _Erigeron_, Linn. E. canadensis, Linn. - _Senecio_, Linn. Erba calderina S. vulgaris, Linn. - Ital. - _Inula_, Linn. Enula Ital. I. odora, Linn. - _Inula_, Linn. Enula Ital. I. conyza, De Cand. - _Inula_, Linn. Enula Ital. I. sordida, De Cand. - _Solidago_, Linn. Verga d’oro Ital. S. virgaurea, Linn. - _Pulicaria_, P. dysenterica, Cass. - Linn. - _Bellis_, Linn. Margheritina Ital. B. perennis, Linn. - _Bellis_, Linn. Margheritina Ital. B. sylvestris, Cyrill. - _Bellium_, Linn. B. minutum, Linn. - _Crhysanthemum_, Crisantemo Ital. C. leucanthemum, Linn. - Linn. - _Matricaria_, Matricaria Ital. M. chamomile, Linn. - Linn. - _Anthemis_, Linn. La Camomilla Ital. A. cotula, Linn. - _Anthemis_, Linn. La Camomilla Ital. A. mixta, Linn. - _Anthemis_, Linn. La Camomilla Ital. A. tinctoria, Linn. - _Bidens_, Linn. Bidente Ital. B. tripartita, Linn. - _Achillea_, Linn. Achillea Ital. A. agaratum, Linn. - _Eupatorium_, Eupatorio Ital. E. cannabium, Linn. - Linn. - _Chrysocoma_, Criso-coma Ital. C. Linosyris, Linn. - Linn. - _Artemisia_, Assenzio Ital. A. vulgaris, Linn. - Linn. - _Artemisia_, Assenzio Ital. A. argentea, Willd. - Linn. - _Filago_, Linn. Filago Ital. F. gallica, Linn. - _Filago_, Linn. Filago Ital. F. minima, Fries. - _Filago_, Linn. Filago Ital. F. germanica, Linn. - _Calendula_, Calendula Ital. C. arvensis, Linn. - Linn. - - 2.º _Cynarocephaleae_ - _Carlina_, Linn. Carlina Ital. C. corymbosa, Linn. - _Cardus_, Linn. Cardo Ital. C. pycnocephalus, Iacq. - _Cardus_, Linn. Cardo Ital. C. leocrographus, Linn. - _Cardus_, Linn. Cardo Ital. C. marianus, Linn. - _Lappa_, Tourn. Lappone Ital. L. mayor, Gart. - _Centaurea_ Linn. Centaurea Ital. C. nigra, Linn. - _Centaurea_ Linn. Centaurea Ital. C. cyanus, Linn. - _Centaurea_ Linn. Centaurea Ital. C. calcitrapa, Linn. - _Centaurea_ Linn. Centaurea Ital. C. solstitialis, Linn. - - 3.º _Cichoraceae_ - _Hypochaeris_, H. radicata, Linn. - Linn. - _Chondrilla_, C. jucca, Linn. - Linn. - _Picus_, Linn. P. hieracioides, Linn. - _Taraxacum_ Juss. Dente di leone T. officinalis, Wigg. - o soffione - _Taraxacum_ Juss. T. dens leonis - (Flora Rom.) - _Taraxacum_ Juss. T. hirta, De Cand. - _Cichorium_, Cicoria Ital. C. intybus, Linn. - Linn. - _Lactuca_, Linn. Lattuga Ital. L. muralis, De Cand. - _Lactuca_, Linn. Lattuga Ital. L. saligna, Linn. - _Lactuca_, Linn. Lattuga Ital. L. scariola, Linn. - _Sonchus_, Linn. S. oleraceus, Linn. - _Sonchus_, Linn. S. tenerrimus, Linn. - _Crepis_, Linn. C. biennis, Linn. - _Crepis_, Linn. C. pulcher, Linn. - _Hieracium_, Feracia Ital. H. murorum, Linn. - Linn. - _Hieracium_, Feracia Ital. H. Nestleri, Vill. - Linn. - _Hieracium_, Feracia Ital. H. Pilosella, Linn. - Linn. - _Lapsana_, Linn. Lampsana Ital. L. communis, Linn. - _Zacintha_, Z. verrucosa, Gart. - Tourn. - - XXXII. - =Dipsaceae= - (De Cand.) - - _Knautia_, Linn. K. arvensis, Coult - _Scabiosa_, Linn. Scabbiosa Ital. S. columbaria, Linn. - - XXXIII. - =Cucurbitaceae= - (Iuss.) - - _Bryonia_, Linn. Brionia Ital. B. dioica, Iacq. - _Momordica_, Linn. Momordica Ital. M. elaterium, Linn. - - XXXIV. - =Campanulaceae= - (Iuss.) - - _Campanula_, Linn. Campanella Ital. C. rotundifolia, Linn. - _Wahlenbercia_, W. erinus, Link. - Schrad. - _Wahlenbercia_, W. hederacea, Reich. - Schrad. - _Wahlenbercia_, (Campanula hederacea, - Schrad. Linn.) - _Iasione_, Linn. I. montana, Linn. - _Prismatocarpus_, P. speculum, L’Herit. - L’Heritier - - XXXV. - =Stellatae= - (Linn.) - - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. verum, Linn. - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. cruciatum, With. - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. mollugo, Linn. - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. parisiense, Linn. - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. anglicum, Linn. - _Gallium_, Linn. Gaglio Ital. G. aparine, Linn. - _Vaillantia_, V. muralis, Linn. - De Cand. - _Rubia_, Linn. Robbia Ital. R. tinctorum, Linn. - _Sherardia_, Linn. S. arvensis, Linn. - _Asperula_, Linn. Stellina odorosa A. odorata, Linn. - - XXXVI. - =Caprifoliaceae= - (Iuss.) - - _Sambucus_, Linn. Sambuco Ital. S. Ebulus, Linn. - _Viburnum_, Linn. Tino V. tinus, Linn. - _Lonicera_, Linn. Madreselva Ital. L. caprifolium, Linn. - - XXXVII. - =Labiateae= - (Iuss.) - - _Lycopus_, Linn. Licopo Ital. L. europaeus, Linn. - _Lycopus_, Linn. Licopo Ital. L. exaltatus, Linn. - _Salvia_, Linn. Salvia Ital. S. verbanica, Linn. - _Salvia_, Linn. Salvia Ital. S. clandestina, Linn. - _Rosmarinus_, Linn. Rosmarino Ital. R. officinalis, Linn. - _Calminthia_, Calaminta Ital. C. nepeta, Clar - Moench. - _Nepeta_, Linn. Ellera terrestre N. glechoma, Benth. - Ital. - _Mentha_, Linn. Menta Ital. M. rotundifolia, Linn. - _Thymus_, Linn. Popolino Ital. T. serpyllum, Linn. - _Origanum_, Linn. Maggiorana Ital. O. vulgare, Linn. - _Saturneia_, Linn. Santoreggia Ital. S. graeca, Linn. - _Sideritis_, Linn. S. romana, Linn. - _Teucrium_, Linn. Camedrio Ital. T. flavum, Linn. - _Prunella_, Linn. Brunella Ital. P. vulgaris, Linn. - _Prunella_, Linn. Brunella Ital. P. laciniata, Linn. - _Prasium_, Linn. P. majus, Linn. - _Lamium_, Linn. Milzadella Ital. L. vulgatum, Benth. - L. album, Benth. - L. maculatum, Benth. - _Stachys_, Linn. Stachi Ital. S. selvatica, Linn. - _Ballota_, Linn. Marrobia Ital. B. nigra, Linn. - _Ballota_, Linn. Marrobia Ital. B. alba, Linn. - - XXXVIII. - =Scrophulariaceae= - (Iuss.) - - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. beccabunga, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. chamadrys, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. officinalis, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. arvensis, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. agrestis, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. polita, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. buxabaumii, Ten. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. hederifolia, Linn. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. cymbalaria, Bodard. - _Veronica_, Linn. Veronica Ital. V. acinifolia, Linn. - _Rhinanthus_, Linn. Cresta di gallo R. crista galli, Linn. - Ital. - _Euphrasia_, Linn. Eufrasia Ital. E. seroscrotina, Lam. - _Euphrasia_, Linn. Eufrasia Ital. E. lutea, Linn. - _Trixago_, Link. T. latifolia, Reich. - _Linaria_, Iuss. Linaiola Ital. L. cymbalaria, Mill. - _Linaria_, Iuss. Linaiola Ital. L. vulgaris, Mill. - _Antirrhinum_, Bocca di leone A. majus, Linn. - Linn. Ital. - _Antirrhinum_, Bocca di leone A. orontium, Linn. - Linn. Ital. - _Scrophularia_, Scrofolaria Ital. S. peregrina, Linn. - Linn. - - XXXIX. - =Oleaceae= - (Linn.) - - _Olea_, Linn. Olivo Ital. O. europaea, Linn. - _Phillyrea_, Linn. Ph. media, Linn. - _Ligustrum_, Linn. Ligustro Ital. L. vulgare, Linn. - - XL. - =Plantagineae= - (Iuss.) - - _Plantago_, Linn. Petacciuola Ital. P. major, Linn. - _Plantago_, Linn. P. lanceolatum, Linn. - _Plantago_, Linn. P. psyllium, Linn. - - XLI. - =Verbenaceae= - (Iuss.) - - _Verbena_, Linn. Verbena Ital. V. officinalis, Linn. - - XLII. - =Orobancheae= - (Iuss.) - - _Orobanche_, Linn. Orobanche Ital. O. minor, Sutt. - _Orobanche_, Linn. Orobanche Ital. O. ramosa, Linn. - - XLIII. - =Acantaceae= - (Iuss.) - - _Acanthus_, Linn. Acanto Ital. A. mollis, Linn. - - XLIV. - =Borragineae= - (Iuss.) - - _Echium_, Linn. Echio Ital. E. vulgare, Linn. - _Echium_, Linn. Echio Ital. E. italicum, Linn. - _Cerinthe_, Linn. Cerinte Ital. C. aspera, Roth. - _Heliotropium_, Eliotropio Ital. H. europaeum, Linn. - Linn. - _Lithospermum_, L. arvensis, Linn. - Linn. - _Lithospermum_, L. purpureo-coeruleum, - Linn. Linn. - _Symphytum_, Linn. Consolida Ital. S. tuberosum, Linn. - _Borrago_ Borragine Ital. B. officinalis, Linn. - _Myosotis_ Orecchio di topo M. arvensis, Hoffm. - Ital. - _Cynoglossum_ Cinoglossa Ital. C. pictum, Ail. - _Anchusa_ Ancusa Ital. A. italica, Retz. - - XLV. - =Primulaceae= - (Vent.) - - _Anagallis_, Linn. Mordigallina Ital. A. arvensis, Linn. - _Anagallis_, Linn. Mordigallina Ital. A. coerulea, Linn. - _Cyclamen_, Linn. Pan porcino Ital. C. hederifolium, Willd. - _Cyclamen_, Linn. Pan porcino Ital. C. europaeum, Linn. - _Cyclamen_, Linn. Pan porcino Ital. C. neapolitanum, Ten. - - XLVI. - =Convolvulaceae= - (Iuss.) - - _Convolvulus_, Il vilucchio Ital. C. arvensis, Linn. - Linn. - _Convolvulus_, Il vilucchio Ital. C. sepium, Linn. - Linn. - - XLVII. - =Selaneae= - (Iuss.) - - _Hyoscyamus_, Linn. Giusquiamo Ital. H. albus, Linn. - _Verbascum_, Linn. Tasso-barbasso V. sinuatum, Linn. - Ital. - _Verbascum_, Linn. Tasso-barbasso V. blattaria, Linn. - Ital. - _Solanum_, Linn. Solatro-nero Ital. S. dulcamara, Linn. - _Solanum_, Linn. Solatro-nero Ital. S. nigrum, Linn. - _Solanum_, Linn. Solatro-nero Ital. S. villosum, Lam. - - XLVIII. - =Gentianeae= - (Iuss.) - - _Chilora_, Linn. Ch. perfoliata, Lam. - _Erythraea_, Ren. Centaurea Minore E. centaurium, Pers. - _Erythraea_, Ren. E. lutea, Bertol. - - XLIX. - =Ericaceae= - (Desv.) - - _Arbutus_, Linn. Corbezzolo Ital. A. unedo, Linn. - _Erica_, Linn. Scopa Ital. E. arborea, Linn. - - L. - =Amaranthaceae= - (Iuss.) - - _Amaranthus_, Linn. Amaranto Ital. A. clitum, Linn. - _Amaranthus_, Linn. Amaranto Ital. A. retroflexum, Linn. - - LI. - =Santalaceae= - (Browon) - - _Osiris_, Linn. O. alba, Linn. - - LII. - =Euphoribiaceae= - (Iuss.) - - _Euphorbia_ Euforbia Ital. E. peplus, Linn. - _Euphorbia_ Euforbia Ital. E. chamaesyae, Linn. - _Euphorbia_ Euforbia Ital. E. helioscopia, Linn. - _Euphorbia_ Euforbia Ital. E. exigua, Linn. - _Mercurialis_ Mercorella Ital. M. perennis, Linn. - _Mercurialis_ Mercorella Ital. M. annua, Linn. - - LIII. - =Poligoneae= - (Iuss.) - - _Rumex_, Linn. Acetosa Ital. R. pulcher, Linn. - _Rumex_, Linn. Acetosa Ital. R. acetosella, Linn. - _Polygonum_, Linn. Persicaria Ital. P. Persicaria, Linn. - _Polygonum_, Linn. Persicaria Ital. P. mite, Sckrank. - _Polygonum_, Linn. Persicaria Ital. P. aviculare, Linn. - _Polygonum_, Linn. Persicaria Ital. P. dumetorum, Linn. - - LIV. - =Urticaceae= - (Iuss.) - - _Parietaria_, Linn. Erba vetriuola P. officinalis, Linn. - Ital. - _Urtica_, Linn. Ortica Ital. U. pillulifera, Linn. - _Urtica_, Linn. Ortica Ital. U. ureus, Linn. - _Urtica_, Linn. Ortica Ital. U. dioica, Linn. - _Urtica_, Linn. Ortica Ital. U. membranacea, Wild. - _Ulmus_, Linn. Olmo Ital. U. campestris, Linn. - _Ficus_, Linn. Fico selvatico F. carica, Linn. - Ital. - - LV. - =Chenopodiaceae= - (Lind.) - - _Chenopodium_, C. polysmermum, Linn. - Linn. - _Chenopodium_, C. ambrosioides, Linn. - Linn. - _Chenopodium_, C. vulvaria, Linn. - Linn. - _Chenopodium_, C. album, Linn. - Linn. - _Chenopodium_, C. muralis, Linn. - Linn. - _Chenopodium_, C. hybridum, Linn. - Linn. - _Atriplex_, Linn. Bietolone Ital. A. patula, Linn. - - LVI. - =Ambrosiaceae= - (Link.) - - _Xanthium_, Link. X. spinosum, Linn. - _Xanthium_, Link. X. strumarium, Linn. - - LVII. - =Phitolaceae= - (Brown.) - - _Phitolacea_, Linn. Pianta lacea Ital. P. decandra, Linn. - - LVIII. - =Orchideae= - (Iuss.) - - _Orchis_, Linn. O. pyramidalis, Linn. - _Orchis_, Linn. O. papilionacea, Linn. - _Ophrys_, Linn. O. arinifera, Huds. - - LIX. - =Irideae= - (Iuss.) - - _Crocus_, Linn. C. minimus, Red. - _Triconema_, Ker. T. columna, R. - - LX. - =Amaryllideae= - (Browin) - - _Narcissus_, Linn. Narciso N. poeticus, Linn. - - LXI. - =Liliaceae= - (Linn.) - - _Muscaria_, Tourn. Il giacinto Ital. M. racemosum, Mill. - _Muscaria_, Tourn. Il giacinto Ital. M. comosum, Mill. - _Allium_, Linn. Aglio Ital. A. ampeloprasum, Linn. - _Allium_, Linn. Aglio Ital. A. roseum, Linn. - _Allium_, Linn. Aglio Ital. A. vineale, Linn. - _Allium_, Linn. Aglio Ital. A. subhirsutum, Linn. - _Allium_, Linn. Aglio Ital. A. album - _Ornithogalum_, Latte di gallina O. umbellatum, Linn. - Linn. Ital. - _Ornithogalum_, Latte di gallina O. narbonense, Linn. - Linn. Ital. - _Asphodelus_, Linn. Asfodelo Ital. A. fistolosus, Linn. - _Asparagus_, Linn. Sparagio Ital. A. acutifolia, Linn. - _Ruscus_, Linn. Pungitopo Ital. R. aculeatus, Linn. - _Smilax_, Linn. Smilace Ital. S. aspera, Linn. - - LXII. - =Cyperus= - (Linn.) - - _Cyperus_, Linn. C. longus, Linn. - _Cyperus_, Linn. C. fuscus, Linn. - _Carex_, Linn. C. depauperata, Linn. - - LXIII. - =Gramineae= - (Iuss.) - - 1.º _Phalarideae_ - _Anthroxantum_, A. odoratum, Linn. - Linn. - _Phalaris_, Linn. Falari Ital. Ph. aquatica, Linn. - _Phalaris_, Linn. Falari Ital. Ph. paradoxa, Linn. - 2.º _Phleineae_ - _Alopecurus_, Alepecuro Ital. A. agrestis, Linn. - Linn. - _Alopecurus_, Alepecuro Ital. A. utriculatus, Linn. - Linn. - _Phleum_, All. Ph. michelii, All. - 3.º _Agrostideae_ - _Agrostis_, With. A. vulgaris, With. - _Piptatherum_, P. multiflorum, Beau - Beau - 4.º _Avenineae_ - _Lagurus_, Linn. L. ovatus, Linn. - _Koeleria_, Pers. K. pheoides, Pers. - _Koeleria_, Pers. K. cristata, Pers. - _Avena_ Avena Ital. A. sterilis, Linn. - _Avena_ Avena Ital. A. fatua, Linn. - _Avena_ Avena Ital. A. hirsuta, Linn. - _Avena_ Avena Ital. A. caryophylia, Wigg. - _Avena_ Avena Ital. (avia caryophylla — - Flor. Rom.) - 5.º _Festucineae_ - _Briza_, Linn. Briza Ital. B. maxima, Linn. - _Briza_, Linn. Briza Ital. B. media, Linn. - _Briza_, Linn. Briza Ital. B. minor, Linn. - _Melica_, Linn. Meliga Ital. M. pyramidalis, Roem. - _Poa_, Linn. Poa Ital. P. bulbosa, Linn. - _Poa_, Linn. Poa Ital. P. trivialis, Linn. - _Poa_, Linn. Poa Ital. P. compressa, Linn. - _Poa_, Linn. Poa Ital. P. annua, Linn. - _Eragrostis_, E. pilosa, Beau - Beau (Poa pilosa, Linn.) - _Cynosurus_, C. cristatus, Linn. - Linn. - _Cynosurus_, C. echinatus, Linn. - Linn. - _Dactylis_ D. glomerata, Linn. - _Bromus_ B. racemosus, Linn. - _Bromus_ B. mollis, Linn. - _Bromus_ B. arvensis, Linn. - _Bromus_ B. aspera, Murr. - _Bromus_ B. sterilis, Linn. - _Bromus_ B. madritensis, Linn. - _Bromus_ B. maximus, Deff. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. rigida, Linn. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. myurus, Linn. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. (F. myurus minor, - Flor. rom.) - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. pseudo-myurus, - Soyer. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. romana, Deak. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. ovina, Linn. - _Festuca_, Linn. Festuca Ital. F. segetum, Savi. - 6.º _Hordenieae_ - _Elymus_, Linn. E. europaeus, Linn. - _Hordeum_, Linn. Orzo Ital. H. murinum, Linn. - _Hordeum_, Linn. Orzo Ital. H. pratense, Hudo. - _Gaudinia_, Beau Gaudinia Ital. G. frugalis, Beau - _Triticum_, Linn. Grano Ital. T. villosum, March. - _Triticum_, Linn. Grano Ital. T. repens, Linn. - _Brachypodium_, B. sylvaticum, Beau - Beau - _Brachypodium_, B. distachyon, Boem. - Beau - _Brachypodium_, (Bromus distachyon, - Beau Flor. rom.) - _Aegilops_, Linn. Egilope Ital. Ae. ovata, Linn. - _Lolium_, Linn. Loglierella Ital. L. perenne, Linn. - _Lolium_, Linn. Loglierella Ital. L. multiflora, Linn. - 7.º _Paniceae_ - _Tragus_, T. racemosus, Desf. - Desfont. - _Setaria_, Beau S. vetticellata, Beau - _Setaria_, Beau S. viridis, Beau - 8.º _Clorideae_ - _Cynodon_, Rich. C. dactylon, Pers. - - LXIV. - =Filices= - - _Polypodium_, Linn. Polipodio Ital. P. vulgare, Linn. - _Adiantum_, Linn. Capelvenere Ital. A. capillus veneris, - Linn. - _Asplenium_, Linn. Asplenio Ital. A. trichomanes, Linn. - - LXV. - =Iuncaceae= - - _Iuncus_, Linn. Giunco I. Bufonius, Linn. - - LXVI. - =Arauceae= - - _Arum_, Linn. Gigaro Ital. A. italicum, Mill. - - - - -II. - -ISCRIZIONI E FRAMMENTI EPIGRAFICI. - - -Riputiamo far cosa grata ed utile al lettore dedicando quest’appendice -alle iscrizioni e frammenti epigrafici rinvenuti nei varî scavi -praticati nell’Anfiteatro Flavio; e già pubblicate nel C. I. L. VI, -dallo Hübner[1170], dal Lanciani[1171], e più recentemente da Cristiano -Huelsen[1172]. - -Fra i frammenti che siamo per trascrivere ve ne sono parecchi che -ricordano personaggi illustri appartenenti all’ordine senatorio, ed -il nome di _clarissimi viri_, i quali, come è noto, avean diritto di -sedere in posti determinati. - -Ma prima di trascriverli, mi sia lecito fare osservare che queste -iscrizioni si dividono in due gruppi cronologici; e che il primo -di essi appartiene ad un periodo anteriore alla rovina del vetusto -podio, e quindi all’iscrizione che ricorda i restauri di Valentiniano. -Ignoriamo il tempo preciso in cui ebbe principio l’uso di graffiare i -nomi del titolare di ciascun _locus_ e che costituiscono il secondo -gruppo; ma la paleografia delle iscrizioni più antiche, incise -sull’orlo dei massi della cornice, al difuori della ringhiera, indica -che possan esse appartenere agli inizi del secolo IV. - -«Il primo gruppo è inciso su massi, i quali recano dall’altra -faccia la nota iscrizione di Valentiano. Dominano in quello le sigle -indicanti gruppi di più chiarissimi personaggi, il che indica essersi -incominciato a segnare non tanto il posto individuale, quanto quello -delle famiglie. - -«Tutte le incisioni di questo gruppo sono incise da tre mani: la prima -relativamente buona; la seconda mediocre; la terza infelice assai: -questa progressione di peggioramento sta in ragione diretta delle -distanze delle epigrafi dall’orlo del masso. - -«Le abrasioni, finalmente, e cancellature sono rarissime nelle epigrafi -più vicine all’orlo; più frequenti nelle altre. Il marmo tuttavia -è stato scalpellato una volta sola, mentre nel gruppo posteriore -al terremoto lo scalpello ha lavorato tre o quattro volte»[1173]. -Le leggende scalpellate, ma pure riconoscibili sono indicate con un -_punto_ (.). - - -Inscriptiones in Amphitheatro Flavio, repertae — a. 1874-75, a. -1879-80, et a. 1895. (C. I. L. VI, pars 4, pag. 3199 et segg.).[1174] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione (1)] - -(1) Una buona metà dello spessore del marmo è consunto perchè i nomi -incisi sul piano orizzontale della cornice furono poi cancellati. La -cornice che in origine presentava questo profilo: - - __________ - | - | - -ora è scalpellato in questo modo: - - (a) - (b) ____ - _____| - | - -Nel trascrivere a suo luogo le leggende, divideremo per mezzo di -due linee orizzontali quelle che si trovano presso l’orlo _a_ della -cornice, da quelle poste dentro la cassa delle cancellature _b_, che -sono meno antiche. Le leggende cancellate e quindi più antiche e appena -riconoscibili, le contradistingueremo mettendo sotto le lettere stesse -un puntino, così per es.: P. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione (1)] - -(1) Cf. p. 350, nota. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione (1)] - -(1) Sotto le lettere IS v’è V, e sotto C O si vede S. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione (1)] - -(1) Fragmentum _f_ Huelsen non reperiit. Cf. _Notizie degli scavi_, -GATTI, 1895, p. 204. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione (1)] - -(1) Frammenti di base. - - [Illustrazione: Iscrizione] - - [Illustrazione: Iscrizione] - -I frammenti che secondo il Lanciani[1175] sarebbero stati pubblicati -ed illustrati dal Bruzza, _neque publici iuris facta sunt neque extant -inter schedas Bruzzae e Dresselis examinatas_[1176]. - - - - -INDICE ANALITICO DELLE PERSONE E DELLE COSE PRINCIPALI CONTENUTE NEL -VOLUME - - -A - -Abaini 68. - -Abdon e Sennen (Ss.) 283. - -Abito di etichetta 11. - -Accademia di S. Luca 98, 294. - -Accademia Pont. Romana di Archeologia 321. - -Acqua, donde si traesse per inondare l’Anfiteatro Flavio 250; in quanto -tempo si potesse inondare l’arena per le naumachie 252; che quantità si -richiedesse 254. - -Adinolfi 146, 157, 167, 172, 191, 193, 204, 206. - -Adriano dà gli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio 107; castigo che -infliggeva ai falliti 107; trasporta il Colosso di Nerone 137; fa -edificare il tempio di Venere e Roma 320. - -Agnello Anastasio 151, 152. - -Agostini 325. - -Agostino (S.) 118, 26. - -Agrippina (morte di) 28. - -Alani 115. - -Albini Giorgio, notaro, 192. - -Alessandro III, 151; parte da Roma 152; scomunica Federico II, _ivi_. - -Alessandro VI, 204. - -_Alexandri domus_ (graffito nell’oratorio di S. Felicita) 195. - -Alipio 118. - -Allacci Leone 157. - -Alonio 335. - -Altieri (Card.) 215. - -Altieri Iacopo, giostratore 160. - -Ambrogio (S.) 67. - -Ambulacri dell’Anf. 9, 60; sotterranei 61. - -Ammiano ricorda l’A. F. con maraviglia 3, 10, 41, 128. - -Anacleto II (antipapa) 150; saccheggia la Basilica Vaticana, il -Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre Chiese 151. - -Andito oscuro in cui fu tentata la vita di Commodo 62. - -Anemoscopio 91. - -Anfiteatro 8; chi ne fosse l’inventore 4, 9; progettato d’Augusto 8; -incominciato da Caligola ma non terminato 8; di legno edificato da -Nerone 8, 281; detto _ovum_ 8. - -Anfiteatro d’Arezzo 9. - -Anfiteatro di Capua 8, 21. - -Anfiteatro Castrense 30, 274, 275, 279. - -Anfiteatro FLAVIO 29 e seg. - -Anfiteatro Nimes 8. - -Anfiteatro di Pozzuoli 55. - -Anfiteatro di Statilio Tauro 8, 91, 274, 275, 281. - -Anfiteatro di Sutri 9. - -Anicio Acilio Glab. Fausto 130. - -Anicio Massimo 121. - -Annali dell’Istituto 40, 74, 91. - -Annibaldi edifica una fortezza presso il Colosseo 152; lotta contro -i Frangipani ivi; in possesso del Colosseo 153; varie vicende degli -Annibaldeschi 154; Case degli Annibaldi presso il Colosseo 191. - -Anniballi Annibale, giostratore 160. - -Anno Santo (1675) 214; (1750) 221. - -Anonimo Magliabecchiano 206. - -Anonimo di Stuttgart 205. - -Antonino Pio dà spettacoli nell’Anf. Flavio 107; lo restaura 125. - -Apollinare (S.) vesc. di Ravenna 100, 316. - -Apollinare (trageda) 299, 321. - -Apollodoro 60, 320. - -Apuleio 17. - -Arabi 115. - -Arcadio e Onorio 119. - -Architetto del Colosseo 96, 819 e segg. - -Archivio Capitolino 210, 213, 232. - -Archivio Lateranense 153. - -Archivio di Stato 13, 167, 168, 194. - -Archivio Vaticano 193; secreto Vaticano 208. - -Arciconfraternita dei Raccomandati del Ss.mo Salvatore _ad Sancta -Sanctorum_ 192. - -Arco di Costantino 150. - -Arco di Tito 150. - -Ardea (iscrizione che era sulle pareti del tempio di) 313. - -Area lastricata all’Est dell’Anfiteatro Flavio 41. - -Arena 9; dell’Anf. Flavio 53; sostruzione dell’arena 55, 235. - -Argei (documento degli) 326. - -Aringhi 97, 98, 286, 288, 295, 300. - -Aristotele 117. - -Arnobio 77. - -Armellini Mariano 143, 191, 195, 206, 207, 208, 286, 288, 295, 306, 331. - -Artemidoro 24, 25. - -Arvali 33, 70, 72. - -Ascensori romani (antichi) 55. - -Asconio 5. - -Asse maggiore 11, 54. - -Assomiti 115. - -_Athletarum certamen_ 56. - -Atti della Pont. Accademia Romana di Archeologia 229. - -_Augures_ 70. - -Augusto progetta l’edificazione d’un anfiteatro 31. - -Aurelia Augurina (iscrizione di) 294, 304. - -Aureliano 114. - -Averano 317. - -Avviso o Editto 14. - - -B - -Babelon (direttore del museo Numismatico di Parigi) 38, 113. - -Babucke Heinrich 130, 138, 171. - -Baccelli Prof. Guido 243. - -Bacci 294. - -Ballhornio 310. - -Balteus 69. - -Baluzio Stefano 152. - -Baronio 27, 114, 121, 149, 299. - -Barthelémy 335. - -Bartoli Sante 18. - -Bartolini 286. - -Basilica di S. Michele Arcangelo _in septimo_ 329. - -Bassorilievi 16. - -Batone, famoso gladiatore 112. - -Batraco 320. - -Battriani 115. - -Baudard Ferdinando 191. - -Becker 76. - -Beda 136, 164. - -Bejero 310. - -Belleydier (Alfonso) descrive la frenetica adunanza popolare che ebbe -luogo nel Colosseo il 23 Marzo 1848, pag. 227. - -Bellori 97, 113, 210, 286, 297, 306, 307, 321. - -Belve Africane 5; donde si traevano 15. - -Benedetto XIV, 176, 219, 222. - -Bere (vietato di) durante gli spettacoli 11. - -Bernini 215. - -Bestiari 11, 13. - -Bevignani Augusto 225. - -Bianchi Pietro 233. - -Bianchini (mons.) pratica scavi nell’Anf. Flavio 218, 297. - -Biondi Luigi 90; descrive la _Via Crucis_ che facevasi nel Colosseo 226. - -Biondo da Forlì 136. - -Boezio 67. - -Boldetti 297. - -Bollandisti 98, 194, 199, 288. - -Bonada 287. - -Bonet 193. - -Borghesi 74, 305. - -Bormann 302. - -Boshovitz 250. - -Bossi 36, 110, 111. - -Bonfort (Francesco) romito nel Colosseo, vittima dei malfattori 219. - -Bramante Bassi 213. - -Brettoni 24. - -Brocchi 325. - -Brunemann 317. - -Buchi fatti nell’Anfiteatro Flavio 32. - -Bulenger 19, 100. - -Bullettino dell’Istituto 39, 315. - -Bullettino Arch. Comunale di Roma 40, 41, 64, 74, 88, 127, 148, 198, -207. - -Bullettino di Arch. sacra 198, 289, 297. - -Buonarroti (Il), periodico, 7, 142. - -Bustuarî 20. - - -C - -Cabrol 288, 304. - -Cacce degli elefanti 5; d’altre bestie (_ivi_); di tori (a. 1332) pag. -157 e segg. - -Caffarello (giostratore) 159. - -Calendario Filocaliano 137. - -Caligola 8, 23, 279, 281. - -Calpurnio 8, 56, 66, 72, 90, 91, 115, 233: descrive i ludi esibiti da -Caro, Carino e Numeriano 115. - -Camerario Cencio 205, 206, 207. - -Campo d’Agrippa (situazione del) 201 e segg. - -Cancelleria Apostolica e i travertini del Colosseo 174. - -Cancellieri 147, 166, 208. - -Canina 21, 33, 90, 128, 195, 228, 235, 287, 314. - -Capitelli 35; esistenti nell’Anfiteatro 34. - -Capitolino 9, 108, 113, 114, 125, 128, 197. - -Capitone (Sinnio) 13. - -Capoccio Giovanni Iacopo (giostratore) 159. - -Capoccio Pietro 160. - -Capponi 297. - -Capua (anfiteatro di) 8, 21. - -Caracalla 83; fa celebrare spettacoli nell’Anfiteatro Flavio 112. - -Cardella 204. - -Cardinali Luigi 74. - -Carino e Caro (spettacoli dati da) 115. - -Carpegna 297. - -Carpoforo (bestiario) 105. - -Casa Commodiana 109. - -Casa Vectiliana 109. - -Casaubono 36, 58, 255. - -Cassio 250 e segg. - -Cassiodoro 8, 19, 31, 32, 36, 40, 49, 51, 121, 122. - -Castel S. Angelo (mausoleo d’Adriano) nelle mani degli Orsini 149. - -Castellini (Gualtiero) 140. - -Cavalcata solenne nella presa di possesso del Pontificato (i papi -passavano innanzi al Colosseo) 208. - -Cavalieri (XIV ordine dei) pag. 68, 81, 82. - -Cavea 9, 10, 63. - -Cavea (I) 68, 89. - -Cavea media 69. - -Cavea summa 69. - -Ceccarelli noto falsificatore di documenti 157. - -Cecilio Metella 5. - -Cecina F. Lampadio restaura l’Anf. Flavio 57. - -Cecco della Valle (giostratore) 159. - -Cecchini (G. Battista) 209. - -Celle per le belve 9, 56, 60. - -Cencio Iacopo (giostratore) 160. - -Cencio Camerario 205. - -Ceriolense 32. - -Cesare 8. - -Cessi 63. - -Charisius 38. - -Chiesa dei Ss. Abdon e Sennen 199, 208. - -Chiesa dei Ss. XII Apostoli (lapidi del sotterraneo della) 293. - -Chiesa dei Ss. Quadraginta Colisaei 200 e segg. - -Chiesa dei Ss. Quadraginta de Calcacario o de Leis 200 e segg. - -Chiesa dei Ss. Quadraginta in Trastevere 200 e segg. - -Chiesa dei Ss. Quadraginta sull’Esquilino 200 e segg. - -Chiesa di S. Giacomo 190. - -Chiesa di S. Maria de Ferraris 204. - -Chiesa di S. Maria de Metrio 207; detta dal codice di Torino _Sellaria -de Metrio_ 208; da una bolla di Urbano V. _S. Maria de_ Metrio 208. - -Chiesa di S. Maria degli Angeli 211. - -Chiesa di S. Maria Nuova 171. - -Chiesa di S. Maria in Torre 152. - -Chiesa di S. Martina 98, 287 e segg. - -Chiesa di S. Niccolò de Coliseo 207. - -Chiesa di S. Pietro (la basilica di) nelle mani di Federico I, 152. - -Chiesa di S. Salvatore de Arcu Trasi 206. - -Chiesa di S. Salvatore de Insula 205. - -Chiesa di S. Salvatore de Rota Colisei 168. - -Chiesa di S. Salvatore _in Ludo_ od in _Tellure_ 199. - -Chiese che attorniarono l’Anf. Flavio 199. - -Chiese più vicine all’Anf. Flavio 199; motivo della loro erezione 200. - -Chimentelli 302. - -_Christianos ad leones!_ grido della plebe 196. - -Cicerone 11, 14, 21, 22, 23, 50, 65, 79, 271. - -Cimiere 24. - -Cimitero di S. Agnese 98, 286, 290. - -Cimitero di Domitilla 297. - -Cimitero cristiano degli inizi del secolo VI presso il Colosseo 148, -205. - -Cimitero Ostriano 309. - -Cimiteri cristiani in Roma 272. - -Cinti 288. - -Ciofi L. 104. - -Cippi di travertino 41. - -Cippi del campo di Agrippa 201. - -Cipriano (S.) 16, 270. - -Circo 6. - -Cittadinanza (classe meschina della) ove sedesse negli spettacoli 71. - -Civiltà Cattolica (periodico) 313. - -Claudiano 16. - -Clemente V 154; invia da Avignone tre Cardinali 157. - -Clemente X, 176, 214. - -Clemente XIII 222. - -Clipei 45; ove fossero collocati 46; chi vi fosse rappresentato 257; -come fossero disposti 259 e segg. - -Clypeus (scudo dei glad.) 22. - -Cloache 231, 248. - -Codice Barberiniano 300. - -Codice di Brussels 324. - -Codice di Einsiedeln 304. - -Codice Marciano, latino, 321. - -Codice Teodosiano 26, 50, 118, 119, 128. - -Codice Torinese 205, 206, 207, 208. - -Cohen 38, 39, 113, 127, 128. - -Colonne (pezzi di marmo frigio) 44. - -Collegi ufficiali 70. - -Collegi semi ufficiali 70. - -Collegi sacerdotali 82. - -Collegi dei Sodali Fluviali 83. - -Collegio Silvano Aureliano formato da Commodo 111. - -Collegio degli arenarî, ivi. - -Collettori (gara dei) delle lapidi cristiane 297. - -Colonnesi (donne) assistono alla giostra dei tori (nel 1332) 157. - -Colonnesi presero possesso del mausoleo d’Augusto e delle terme di -Costantino 149. - -Colonna (Della) Agapito (giostratore) 160. - -Colonna (Della) Aldeiano 160. - -Colonna (Della) Cola 160. - -Colosseo restituito alla S. Sede 154. - -Colosseo posto sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano -155. - -Colosseo (cade una parte del) 164. - -Colosseo nido di ladri 166, 217, 218. - -Colosseo in rovina 171. - -Colosseo (origine di questa voce) 135 e segg. - -Colosseo abbandonato (ivi) 146. - -Colosseo fortezza feudale 146. - -Colosseo nelle mani dei Frangipani 149. - -Colosseo (progetto di adibire il) a cimitero provvisorio 225. - -Colosseo illuminato a fuoco di bengala 228. - -Colosso di Nerone 136, 137, 138. - -Colossus coronatus 137, 208. - -Comitato romano contro il vandalismo 51. - -Commodiana (casa) 109. - -Commodo 22; gladiatore 108; sue stranezze 108, 111; capo dei -_secutores_ 110. - -Comolli 286, 289. - -Compilatori del _Corpus Inscript._ 201. - -Composito (ordine archit. inv. dai romani) 33. - -Contelori 318. - -Conti Cecco (giostratore) 159. - -Controversie sull’Anf. Flavio 245. - -Cornelio Nipote 320. - -_Corpus inscript. lat._ 12, 33, 35, 40, 43, 45, 57, 73, 77, 81, 83, 84, -85, 86, 129, 130, 131, 132, 312, 323. - -Correra 243. - -Corsetti (prof. P. Raffaele) 209. - -Corsi (De’) Evangelista (giostratore) 160. - -Corsini 318. - -Corvisieri, sua strana opinione circa la voce _Colosseo_, 141, 331. - -_Cosa o coscia Colisaei_, che cosa fosse 165, 175. - -Costantino I vieta i ludi 26, 118; proibisce l’uso di marcare in fronte -(ivi); sua lettera intorno alla consulta degli aruspici 128. - -Costantino III depreda i bronzi 51, 135. - -Costanzo ordina di non adescare i soldati col denaro 119; proibisce di -ascriversi ai collegi glad. (ivi). - -Costruzione degli Ipogei (a qual epoca rimonti) 233. - -Costumi romani 3. - -Crescimbene 288. - -Crisocolla 54. - -Crisso 21. - -Cristiani calunniati dai giudei 267; _damnati ad bestias_ 269. - -Criterî per distinguere le lapidi vere dalle false 293. - -Croce eretta sull’Anfiteatro 216. - -Crocuta, che bestia sia, 107. - -Cronografo 45, 201. - -Cronologi 32. - -Cuiacio 317. - -Ctesifonte 220. - -Cuneus 11. - -Curione 7, 8. - -_Curiosum Urbis_ 87, 88. - - -D - -Daru (Barone) 231. - -Dazio 16. - -Deakin (Richard) 336. - -Decio restaura l’Anf. Flavio 128. - -Decio Mario Venanzio Basilio restaura l’Anfiteatro 131; epigrafi che -ricordano il restauro 131, 132. - -Decreti (libro dei) 209. - -De-Crosat 44. - -Dedicaz. dell’Anf. Flavio 32. - -Degli Abati (Ing. Francesco) e la sua pianta altimetrica 326, 327. - -Delehaye (P.) 101, 190, 283. - -Deletum (ad calcem), qual sia il vero significato di questa frase 171. - -Delinquenti puniti col farli discendere nell’arena 19. - -Demagoghi della Rivoluzione Romana (1848) nel Colosseo 226. - -Demetriano 320. - -Demetrio 320. - -Demstero 3. - -Dennis 9. - -De Petri 312. - -De Rossi 83, 118, 120, 129, 132, 195, 196, 197, 198, 279, 287, 288, -290, 293, 295, 296, 300, 306, 309, 311, 314, 324. - -De Rossi (mons. Ferdinando M. Vicegerente) benedice i quadri della V. -Crucis 222. - -De Ruggeri, _Diz. Epig._, 9. - -De Sade 163. - -Desgodetz 62. - -Designatores 11. - -Desinenza (la) in _entius_ non fa ostacolo all’antichità del nome -_Gaudentius_ 314. - -Detriano 320. - -Dimensione dell’Anf. Fl. 41. - -Diocleziano 117. - -Diodoro (citarista) 299, 321. - -Dione 4, 7, 8, 12, 14, 18, 25, 31, 36, 61, 62, 69, 70, 76, 77. - -Dione descrive le feste inaugurali 36. - -Dione descrive gli spettacoli dati da Commodo 110 e segg.; 84, 105, -106, 109, 111, 112, 113, 126, 127, 197, 201, 245, 266, 281, 316. - -Dionisio d’Alicarnasso 4, 67. - -Di Prospero 32. - -Diribitorio 201. - -Disertori esposti alle belve 6. - -Divisione dei posti (_discrimina ordinum_) 73. - -Domiziano termina l’Anf. Fl. 33; editto di Domiziano 80; dà giuochi -sontuosi 103; assiste agli spettacoli di notte (ivi); conversa -seriamente con un fanciullo (ivi); forse con Q. Sulpicio Massimo -104; fa uccidere un fautore dei Traci 104; uomo malvagio (ivi); bravo -arciere (ivi); in Albano (ivi); 272. - -Domus Aurea 143. - -Domus Alexandri 195, 198. - -Donato Grammatico 3. - -Donalson 39, 113. - -Donne ove sedessero negli spettacoli 71. - -Donnello 317. - -Druso (pretura di) 281. - -Duchesne (mons. Luigi) 136, 163, 329. - -Dumaine (P. Stefano) 227. - -Durand 274. - -Durando (General) nel Colosseo 227. - - -E - -Ebrei condotti a Roma da Tito 32. - -Eccardo 52. - -Eckel 39. - -Editor 13, 17. - -Edifici antichi trascurati 147. - -Edili 13, 20. - -Edmodono 320. - -Egloca di Calpurnio 116. - -Egiziani 115. - -Elefanti 5; nel circo 6; come si spaventassero 17; funamboli 18; -s’inginocchiano davanti a Domiziano 106. - -Elettro 54. - -Elevatori meccanici 55. - -Eliogabalo restaura l’Anf. Fl. 113, 127. - -Emilio Paolo 6. - -Encicl. _Pascendi_, Pref. - -Enomao 21. - -Enrico VII 154. - -Epitteto 271. - -Epitome _libri de locis_ 329. - -Epulones (VII viri) ove sedessero nell’Anfiteatro 70. - -Erchemperto, monaco, 140. - -Equites 79. - -Erasmo 58. - -Erma 272. - -Ermete, terribile gladiatore 23. - -Ermine 272. - -Erodiano 77, 109, 197, 233. - -Erodione 272. - -Errori ortografici nella lapide di Gaudenzio 310. - -Esame delle armi 55. - -Esquilino (varie località dell’) 327. - -Eugenio IV (Bulla _Unionis Ecclesiarum Ss. Quadraginta_ etc.) 193. - -Eschinardi 48. - -Esposizione delle fiere 17. - -Etruschi 19. - -Entarico Cillica 121. - -Essedarî 24. - -Eudemoni 115. - -Eugenio IV vieta con un breve l’asportazione dei trav. dal Colos, ecc. -171: testo della bolla 174, 175, 203. - -Eumelio 118. - -Eusebio 32. - -Eustachio (S. e famiglia) 283. - -Eutropio 32. - - -F - -Fabbretti 112, 307, 314. - -Falliti (ove sedessero) 11. - -Falsarî di Lapidi 298. - -Fanciulli incaricati di remuovere l’arena 19. - -Faustina madre di Commodo 108; moglie di Ant. Pio 125. - -Fea (C) 49, 75, 129, 131, 132, 233, oppugna il progetto della ricerca -dell’antica cloaca 240, 286, 287. - -Federico II. perseguita la Chiesa 153. - -Felicita (S.) e figli (oratorio di) 195 e segg.; loro sepolcri (ivi). - -Felicitas _Cultrix Romanarum_ (_matronarum_) 197. - -_Feminae clarissimae_ 73. - -Ferrari (General) nel Colosseo 227. - -Festo 77. - -Fetiales 70. - -Ficoroni 48, 54, 276, 297. - -Fiere (trasporto di) 16: difficoltà d’imbarcarle 16; trasportate in -carri pubblici e privati 18. - -Figlio dell’Etna — ladro ecc. 17. - -Filippo (spettacoli dati da) 114. - -Filologo 272. - -Filone 320. - -Flavio M. Teod. (nel consolato di) si celeb. le _venationes_ 121. - -Flavio Biondo 49. - -Flegonte 272. - -Fletwood 287. - -Flora dell’Anf. Fl. 335. - -Fon 310. - -Fontana (Domenico) riceve l’incarico di ridurre l’A. Fl. ad abitazione -e lanificio 209; descrive i lavori iniziati 210. - -Fontana (Carlo) progetta l’erezione di un tempietto nel Col. 216, 218, -335. - -Forcellini 322. - -Forma dell’Anf. Flavio. 41. - -Forma Urbis 278. - -Foro 7. - -Foro d’Alessandria 320. - -Foro di Marte 196. - -Foro Traiano 320. - -Fortezza feudale (il Colosseo convertito in) 147. - -Foscari (Card. Pietro) 204. - -Franchi 115. - -Franchi dei Cavalieri e il testamento di Melazio 204. - -Frangipane 49; prende possesso del Colosseo e del Settizonio di Severo -149; (case dei) presso il Colosseo 150, 155; capitani 152; in lotta -cogli Annibaldi 152; fanno delle costruzioni nei portici dell’Anf. -Fl. 154; in contesa cogli Annibaldi 164; non fecero lavori nell’ipogeo -dell’Anf. 240. - -Fratricidî (condannati _ad bestias_) 271. - -Frich 32, 33. - -Frisigense (Ott.) 152. - -Fulmine (un) incendia l’Anf. Fl. 113, 126. - -Fumi 157. - -Fuscina 23. - -Fusco (giostratore) 161. - - -G - -Gabbie delle belve 56. - -Gaetani 150. - -Gara di riunire memorie sacre 289. - -Garucci 195, 197, 302, 305, 308, 314. - -Gatti (Giuseppe) 144, 190, 198, 207, 244. - -Gaudenzio (lapide di Gaudenzio) 98; studio critico 285 e segg. - -Gaudenzio (S.) martire in Africa 323. - -Gaudenzio (S.) di Novara 323. - -Gaudenzio (S.) di Rimini 323. - -Gaudenzio (S.) di Arezzo 323. - -Gavazzi (P.) nel Colosseo 227. - -Gellio 17. - -Germani 115. - -Geronimo (S.) 25, 50, 128. - -Gerusalemme (dipinto che rappresenta) nel Colosseo 218. - -Giampaoli 287. - -Giostra di tori nell’Anf. Fl. (anno 1332) pag. 157 e segg. - -Giovanni Crisostomo (S.) 270. - -Giovanna (favolosa Papessa) 205. - -Giovanni VII (casa di) 194. - -Giovanni VIII (episcopio di) 150. - -Giovanni Saresberiense 3. - -Giovanni da Udine 44. - -Giulia 272. - -Giunia 271. - -Giuochi Anf. 15; gladiatorî e venatorî 5. - -Giuochi dati dagli Imp. 13; cessano del tutto 122. - -Giuseppe Flavio 25, 32, 74, 78. - -Gladiatori emeriti 15. - -Gladiatori volontarî 20. - -Gladiatori (salario dei) 21. - -Gladiatori (nome dei) scritti su tavolette 21. - -Gladiat. vinti deponevano le armi 22; (premî dei) vincitori 22; -_damnati ad gladium_ 22: _ad ludum_; ib.; consacravano le loro armi a -Ercole 22. - -Gladiat. Andabatae 25. - -Gladiat. catervarii ib. (nota). - -Gladiat. caesariani, ib. - -Gladiat. cubicularii, ib. - -Gladiat. dimachaeri, ib. - -Gladiat. fiscales, ib. - -Gladiat. laquearii, ib. - -Gladiat. meridiani, ib. - -Gladiat. pegmares, ib. - -Gladiat. Postulaticii, ib. - -Gladiat. supposititii, ib. - -Gladiat. (Monumenti dei) 26. - -Gnoli 279. - -Gordiano III (spett. dati da) 113. - -Gori Fabio 36, 39, 48, 52, 83, 101, 106, 110, 118, 120, 123, 152, 154, -163, 171, 190, 287, 306. - -Goti 115, 121. - -Gradatio 10. - -Gradini esterni dell’Anf. 41. - -Graffiti 16. - -Graffiti sui gradini 75; nell’oratorio di S. Felicita 197; in un altro -Oratorio 199. - -Graffito rinvenuto nel Colosseo negli scavi del 1874, pag. 239; altri -graffiti 242. - -Gregorio IX 133. - -Gregorio XIII condanna a morte Ceccarelli falsificatore di documenti -157. - -Gregorio XVI 165; fa costruire sette arcate e restaura il terzo portico -224. - -Gregorovius 157. - -Grimaldi 301, 304, 330. - -Grimano (card. Domenico) 204. - -Grisar (P.) 45, 46, 120, 121, 133, 148, 190, 273, 282, 283, 288, 299. - -Gronow 288. - -Gruter 311. - -Guarini 8. - -Guattani 9, 13, 32, 37, 41, 44, 96, 191, 222. - -Guazzesi 9, 45. - -Guerre Puniche 3. - -Guerre Macedoniche 3. - -Guiscardo (Roberto) 163. - - -H - -Heinrichio 310. - -Henzen 21, 23, 24, 25, 33, 74, 104, 106. - -Hipogaea 9, 55. - -Hochart (P.) 272. - -Home (Leon) 88. - -Hoplomachi 23. - -Huelsen 60, 88, 130, 131, 201, 279, 330. - -Hübner 33, 40, 65, 75, 78, 81, 82, 85. - - -I - -Iansoni 318. - -Iberi 115. - -Ignazio (S.) martire 271, 283. - -Incavature nella fronte dei piloni fra le mensole dell’arena 239. - -Incendio nell’Anf. Fl. 126, 128. - -Ingressi dell’Anf. Fl. 9, 54. - -Innocenzo II 150, 151. - -Innocenzo III 152. - -Innocenzo IV 153. - -Intagli (l’Anf. è privo d’) 43. - -Ipogei dell’arena 55, 231; costruzione 233 (varie opinioni sull’epoca -della), ivi. - -Iscrizioni messe nell’esterno dell’Anf. (a. 1675) 221. - -Iscrizioni a musaico nella Confessione Vaticana 300, 304. - -Isidoro 22, 23, 24, 25, 312. - -Itinera 9, 68. - -Itinerario d’Einsiedeln 136. - - -J - -Jacquier (P.) 40. - -Jordan 80, 85, 136, 235, 325. - - -K - -Kaibel 144. - -Kirchmann 50. - -Kraus 283. - -Kaufmann 294. - - -L - -Labanio Antiocheno 119. - -Laberinto di Lesurnio 320. - -Laerzio 23. - -Lam 287. - -Lampadio (restauri di) 121. - -Lampridio 24, 54, 91, 109, 127, 282. - -Lanciani R. 35, 40, 60, 64, 67, 82, 101, 107, 113, 118, 119, 125, 126, -128, 131, 144, 145, 157, 164, 165, 173, 175, 194, 199, 201, 205, 232, -235, 248, 251, 274, 276, 278. - -Lanistae 21. - -Laocoonte 143. - -Lapidi pompeiane 14; con apici 301. - -Lapide modenese 111. - -Lapide dedicatoria 280. - -Lapide di Furfone 302; con apici sugli I come quella di Gaudenzio 303. - -Lapide veliterna 57. - -Lattanzio Firmano 118, 269. - -Laureolo 19. - -Legati 14. - -Legato Pont. (vescovo d’Orvieto) scrive a Urbano V 164. - -Legge roscia 11, 79, 80. - -Leggi riguardanti i delitti e la pena di pugnare colle fiere 265. - -Legione partica ad Albano 228. - -Lentulo 5, 21. - -Leonardo (S.) da Porto Maurizio 222. - -Leone XII p. 176; fa edificare un contrafforte nel Colos. 224. - -Leoni 18. - -Libro Pont. (Ed. Duchesne) 135, 136, 329, 230. - -Ligorio (Pirro) 100, 131, 288; criticato dal Marini 292. - -Lipsio 10, 13, 25, 31, 32, 53. - -Locus 11. - -Lodovico della Polenta di Ravenna (giostratore) 159. - -Lonigo 205. - -Lübker 320. - -Lucilla sorella di Commodo trama la congiura contro il fratello 109. - -Lucillo 59. - -Lucio Fauno 49, 277. - -Lucrezio 89. - -Ludi (collegi) loro vastità 21; principali di Roma 21. - -Ludi Castrensi 279. - -Lugari (G. B. Card.) 143, 274, 275, 305, 321. - -Lugari (Cav. Bernardo) 321. - -Lupi, suo giudizio intorno alle lapidi 294, 293, 310. - -Lupi al campo Teutonico 149. - - -M - -Mabillon 207, 210, 287, 288. - -Macchine 9, 105. - -Macrino 126. - -Maestri di glad. 20. - -Maffei 10, 31, 37, 38, 39, 43, 46, 51, 68, 112, 113, 132; sua opinione -circa la voce «Colosseo» 138; 281, 282, 292, 307, 312. - -Magnan 287. - -Magnificenza degli spett. 6. - -Mai (Card.) 195, 289, 292. - -Mamachi 287. - -Manica (bracciale) 24. - -Mansuetarii 15, 16. - -Manzi 157. - -Marangoni 36, 97, 98, 99, 126, 132, 154, 167, 168, 191, 287, 289, 311. - -Marco Aurelio dà spettacoli 108, 197. - -Marco F. Nobiliore 5. - -Marchi (P. G.) 311. - -Mareri (De) Franciotto (giostratore) 161. - -Maria 271. - -Marini 24, 33, 82, 100, 132, 287, 289; sue schede 292, 312. - -Marliani 277. - -Marmorata (marmi grezzi di) 309. - -Marquardt 78. - -Marsilio Onorato 99. - -Martignoni 276. - -Martino (S.) 283. - -Martinelli 49, 192. - -Martiri (l’Anf. Fl. e i) 265 e segg. - -Martirologio d’Usuardo 324. - -Martirologio Geronimiano 329. - -Martigny 283, 288. - -Marucchi (O.) 98, 101, 195, 288, 293, 329. - -Marziale descrive gli spettacoli dati sotto Domiziano nell’Anf. Flavio -11, 12, 15, 16, 18, 19, 23, 32, 35, 36, 54, 60, 70, 80, 81, 86, 97, -103, 104, 105, 106, 138, 143, 245, 315, 320. - -Masciano 50. - -Masdeu 234. - -Massimo 156. - -Mazzolari 287. - -Mazzucchelli 286. - -Medaglie 37 e segg.; di Sev. Alessandro 113, 127; di Faustina 125; di -Gord. Pio 128, 262. - -Medicus 21. - -Meeting, nel Colosseo (1870) 229. - -Meier 242. - -Mellini (Benedetto) 190, 192, 194. - -Memorie enciclopediche romane 69. - -Menazzi (Attilio) 98, 286. - -Meniani dell’Anf. Fl. 33. - -Mercurio (testa di) nel museo Chiaramonti (Vaticano) 258. - -Messius 130. - -Mèta Sud. 37, 208. - -Migne 324. - -Milizia 71. - -Mimo 54. - -_Mirabilia_ (libro delle) 145. - -Myrmillones 23. - -Minuzio 13. - -Miseria del popolo romano 3. - -_Missio_ 22. - -Mnesicle 320. - -Modena 21. - -Modesto e Vito (Ss.) 283. - -Modiglioni 47. - -Mommsen 33, 79, 301, 302, 304. - -Monache (monastero di) nel Colosseo, parere degli scrittori 193. - -Monaldeschi (giudizio sulla sua _Historia_) 157. - -Monte _Settimio_ 324; era sull’Oppio e non nel Cispio 326. - -Monumenti deturpati 49, 50 (noncuranza dei) 51. - -Monumenti dell’Ist. di Corrisp. Archeol. 16. - -Mora (giuoco della) 3. - -Morcelli 13, 195, 308, 312. - -Moroni 167, 213. - -Morti nelle giostre dei tori (a. 1332) pag. 161. - -Motivi per cui si falsificavano le lapidi 291. - -Munerarius 13, 20. - -Müller 67, 325. - -Müntz 279. - -Munus 20. - -Munus castrense 279, 280. - -Muratori 17, 24, 25, 52, 97, 114, 117, 129, 152, 157, 206, 312. - -_Musaici_ del Museo Gregoriano 16; della Villa Borg. (Umberto I) 26; -Albani, ib., Pamphili, ib. - -Museo epigrafico Pio Lateranense 297. - -Museo di Catania 297. - -Museo di Ravenna (arcivescovile) 297. - -Museo di Verona 302. - -Mussato (A.) 52, 154, 166. - -Muzio 320. - - -N - -Nardini 277, 278, 280, 325, 331. - -Narcisso 272. - -Nasica 5. - -Naumachia 9, 36; nell’Anf. Fl. si celebrarono 245; gli scavi l’han -confermato 248. - -Nereo 272. - -Nerone proscrive il cristianesimo 266, 272; fa incendiare Roma (ivi), -268. - -Nibby 19, 31, 37, 38, 39, 44, 45, 47; sua opinione circa la voce -_Colosseo_ 140; 49, 63, 97, 98, 120, 128, 157, 164, 173, 195, 234, 278, -280, 287, 306, 307, 314, 325, 328. - -Niccolò V trasporta i travertini 173. - -Nicchie arcuate nel perimetro dell’Ipogeo 236. - -Nimes 8. - -Nispi-Landi 9. - -Nolli 36, 278. - -Noris 310. - -Numeriano 115. - - -O - -Ocrea 24. - -Oderici 309. - -Olivetani (monaci) 172. - -Olimpiade ricordata da S. Paolo 272. - -Olivieri 152. - -Omero 19. - -Onorio e Arcadio 119. - -_Opus spicatum_ 61. - -Oratorio di S. Felicita 195, motivo dell’erezione 195. - -Oratorî (altri) vicini all’Anf. Fl. 198. - -Orazio 79. - -O’Reilly 287, 321. - -Orelli 24. - -Orfeo 106. - -Origene 270. - -Orsi 287. - -Orsi della Dalmazia 16; della Libia 18. - -Orsini (gli) nel mausoleo di Adriano e nel teatro di Marcello 149. - -Orosio 269. - -Orti Largiani 202. - -Ospedale di S. Giacomo ad Colossaeum 167. - -Ospedale Ss. Quad. 204. - -Ovidio 8, 81, 86. - -_Ovum_ (l’Anf. detto) 8. - - -P - -Padri di Cappadocia (testimonianza dei) intorno ai Ss. Quaranta Martiri -di Sebaste 204. - -Palazzo Barberini e i trav. del Colosseo 174. - -Palermo 5. - -Palladio 274. - -Palma 22, _lemniscata_ 25. - -Palmireni 115. - -Pandette e codice di Giustiniano 317. - -Panvinio 150, 152, 153, 277, 318. - -Paoli (P. Angelo) 218. - -Paolo (S.) 271. - -Paolo Diacono 129. - -Paolo Giuric. 14, 50, 265. - -Paolo II e i trav. del Colosseo 173, 174. - -Paparese, giostratore, 160. - -Papi in Avignone 249. - -Parcker (E.) 104, 129. - -Parisotti 136. - -Parma 23, Fig. illustrata dal Rich. 3. - -Parricidî (condannati _ad bestias_) 271. - -Pasquali (P.) 149. - -_Passio S. Perpetuae_ 271. - -_Passio S. Pionii_ (ivi). - -Patroba 272. - -Patroclo 19. - -Pausania 106, 107, 117. - -Pegma (macchina) 17, 60. - -Perezio 317. - -Peridromo, cosa fosse 108. - -Perni metallici 48. - -Perni di legno, ib. - -Perni derubati 49. - -Perni (proibizione di togliere i) 50. - -Persiani 115. - -Perside 272. - -Petnene (Paolo Liello) 206. - -Petrarca 163. - -Petronio 20, 56. - -Piale 195, 196, 287. - -Piani dell’Anf. Fl. 42. - -Pietra specolare 58. - -Pietre tolte dagli edifici esistenti ed usate nelle nuove fabbriche 35. - -Pietre (cadute) del Colosseo messe in vendita 164. - -Pietro (S.) esorta i nuovi cristiani alla costanza della fede nella -persecuzione neroniana 268. - -Pietro Berrettini da Cortona 287. - -Pighio 131. - -Pinelli (card.) 273. - -Pinnirapus 24. - -Pio II, 168. - -Pio IV 204, 211. - -Pio V (S.) 208. - -Pio VII 165, 176; ordina l’edificazione del _contrafforte_ 223; -restaura l’interno 224. - -Pio IX, 165, 176; restaura l’ingresso imperatorio 228. - -Pizzamiglio 308. - -Planesium 93. - -Placido e Valentiniano 121, 129. - -Plauto 59, 93. - -Plebs, ove sedesse nell’Anf. 69. - -Plinio 5, 6, 7, 14, 53, 67, 79, 89, 106, 117, 138, 139, 143, 266. - -Plinio giun. interroga Traiano 268. - -Podio 63 (parapetto del) ivi; forma 64. - -Poggio Fiorentino 171. - -Poggio Braccioli 206. - -Policarpo (S.) 271. - -Pollici alzati e abbassati dal popolo 22. - -Pollione 6. - -Pompeo 6. - -Pompili Olivieri 228. - -Pomponio Leto 277. - -Ponte di S. Maria restaurato coi materiali, caduti, dell’Anf. Fl. 209. - -Pontifices ove sedessero nell’Anf. Fl. 70. - -Porticus 10, 69. - -Portico dell’Anf. convertito in deposito di letame per trarne salnitro -217. - -Portico d’Ottavia 320. - -Porta libitinense 19, 54. - -Porte Anfiteatrali 9. - -Porte _posticiae_ e non _posticae_ 56. - -Posi (Paolo) rinnova le edicole della V. Crucis 221. - -Posti (distribuzione dei) 74. - -Posti personali 77. - -Pothier 269. - -_Praecinctiones_ 11, 63, 68. - -_Praelusio_ 22. - -Pozzuoli (anfit. di) 55. - -Pretestati 70. - -Pretori 13. - -Prigionieri venduti a maestri di scherma 21. - -Primitivo (iscrizione del martire) 300. - -Prisca ed Aquila 271. - -Prisciano 320. - -Prisco 22. - -Probo (spett. dati da) 114. - -Procopio 17, 275. - -_Procurator_ 21. - -Profumo Prof. Attilio 266. - -Promoteo 19. - -Promis 288. - -Properzio 8. - -Propilei di Atene 220. - -_Provocatores_ 28. - -Prudenzio 13, 65, 107; parla delle venationes 26; descrive gli spett. -119, 269. - - -Q - -Quattro Santi Coronati 315. - -Questori 13, 20. - -Quintiliano 11, 12. - -Quintilio Sulpicio Massimo 104. - -Quinziano tenta la vita a Commodo 109. - - -R - -Rabirio non fu l’architetto del Colosseo 97; lodato da Marziale 320. - -Rainaldo 153, 157, 165. - -Randanini (marchesa Felice) 286, 300. - -Re (Prof. Lorenzo) 233, 254. - -Reggio 21. - -_Regionarii_ 88, 145. - -Reimaro 255. - -Rei di lesa maestà (condannati _ad bestias_) 271. - -Reinesio 287. - -Rete 23 (di fili d’oro) 67; come difendesse gli spettatori dagli -assalti delle fiere 68. - -Reziario 22. - -Riario (card.) e i trav. del Colosseo 174. - -Ricchezze dei nobili 3. - -Rich 23. - -Ridolfi ab. Gaetano 253. - -Rigaltius 24. - -Ringhiera di bronzo 78. - -Ripetta (ponte di) restaurato coi materiali, caduti, dell’Anf. Fl. 217. - -Ritschel 79, 302, 305. - -Robinson (Arm.) 271. - -Rodope 106. - -Roet 317. - -Rohrbacher 288. - -Roma, sue conquiste 3; disfatta subita dai suoi eserciti pretorî e -consolari 21. - -Roma e l’Italia travagliate da dissensioni 157. - -Romanelli 89. - -Romani (cittadini) prima esenti per legge dalla pena della _damnatio ad -bestias_ 270. Più tardi anche essi condannati a quella pena 270. - -Rosa (Comm. Pietro) fa togliere le piante che ricoprivano il Colosseo -229. - -Rosini 3. - -Rossino (Pietro) 32. - -Rovere (matrona) 157. - -_Rudes_ 22, 15. - -Rudiarii 22. - -Rufo Cecina Felice Lampadio restaura l’Anf. Fl. 129, epigrafe (ivi). - -Rufo ricordato da S. Paolo 272. - -Ruinart 271. - -Rulli d’avorio 67. - - -S - -Sabatici 242. - -Sabatini (F.) 151. - -Sacerdotali (dignità) ove sedessero nell’Anf. 65, 70. - -Sadeler (Marco) 150. - -Sancta Sanctorum (compagnia di) al Colosseo 166; dona al Pop. Romano il -prezzo di certe pietre ecc. 169. - -Sarmati 115. - -Savella Orsina assiste alla giostra di tori (a. 1332) 168. - -Savello (d’Anagni) giostratore 159. - -Scacchi 3. - -Scaglia (P. Sisto) 98, 100, 273, 288, 295, 307, 313. - -Scalaria 11. - -Scale 9. - -Scale dei suggesti 55, 61. - -Scaligero 310, 325. - -Scauro 6, 7 (teatro di) 7. - -Scavi (gli) eseguiti nell’Anf. Fl. 231; hanno rivelato essere l’arena -_sostrutta_ e l’antico livello 236; oggetti rinvenuti nel 1874, pag. -241. - -Scevola 50. - -Scialoja (Senatore) 229. - -Scipione Africano 6. - -_Schola dei venatores_ 281. - -Scoperta importante a Nord dell’Anfiteatro Flavio sul declivio -dell’Oppio 244. - -Scudo d’argento 24. - -Scutillo (Gius.) 111. - -Sebastiani (Antonio) 336. - -_Secutores_ 22. - -Sedili 11, 76; a chi spettassero (ivi); come si perdesse il diritto di -occuparli (ivi). - -Seggiole 12, _curuli_ 12. - -Segno d’abbrevazione sulle lettere 312. - -Sempronio e compagni (Ss.) 283. - -Senatori, ove sedessero 65, 76. - -Seneca 3, 5, 6, 12, 19, 23, 25, 37, 60. - -Sepolcro Apostolico dell’Appia (iscrizione damasiana) 304. - -Septi 281. - -Serlio 96. - -Servio 20, 21. - -Settimio (monte) 324. - -Settimio Severo fa celebrare spettacoli 111. - -Settizonio di Severo nelle mani dei Frangipani 149. - -Severano 288. - -Severo Ales. restaura l’Anf. 113. - -Sezione dell’Anf. Fl. 52. - -_Sica_ 23. - -Sifilino 255. - -Signore (nomi delle) che visitarono gli scavi del cim. di S. Agnese 290. - -Signorili Niccolò 194, 205, 207, 208. - -Silla 6. - -Silloge di Closterneubourg 272. - -Silloge di Göttwel 272. - -Silloge (mariniana) 133. - -Silloge di Tours 272. - -Silverio (S.) 121. - -Simmaco 16. - -Simonetti Mons. Raniero pubblica un editto per ordine di Benedetto XIV. -219. - -Sisto III 272. - -Sisto IV 204. - -Sisto V 175; progetta grandiosi lavori nell’Anf. Fl. 209. - -Sodalizio degli Amanti di Gesù e Maria nel Colosseo 222. - -Soldati (Ss.) CCLXII 283. - -Sollier 324. - -Sotterranei dell’Anf. Fl. 55, 231. - -Spagna e Portogallo (iscrizioni della) hanno i punti sugli I. 300. - -_Sphaeromachia_ 3. - -_Sparsiones_ 12. - -Spartaco 21. - -Sparziano 106, 107, 137, 320. - -Speco nell’Anf. 284, 251. - -Spese (somme) nell’edificazione dell’A. F. 40. - -Spettacoli bramati dal popolo 34; dati nell’Anf. Flav. -dall’inaugurazione al secolo VI 103. - -Spettacoli circensi 4. - -Spettacoli gladiat. 4, 5, 19, 20. - -Spettacoli sacri agli dei 12; occasione in cui si celebravano 14; -proibiti da Costantino 26; da Arcadio 26; cessazione (ivi). - -Spettacoli (ultimi) dati nell’Anf. 147. - -Soliarum 19, 25. - -Sprengel 325. - -Spugna 23. - -Stachyn 271. - -_Stagna Neronis_ 32, 138. - -Stalli (giostratore) 160. - -Stara-Tedde 326, 331. - -Statue 44; di bronzo raffigurate sulle medaglie di Gordiano 135; nella -cavea 68. - -Stazio 266. - -Stemma del Senato e della Confr. di _Sancta Sanctorum_ 168. - -Sterbini nel Colosseo 227. - -Stevenson 279. - -Strabone 23. - -Strepsicerota, che bestia sia 107. - -Stucchi del sepolcro pomp. di Scauro 16. - -Stucchi disegnati da Giovanni da Udine 44. - -Suarez 154. - -Subsellia 63. - -Suggesti 64; divisi per cunei 77; separati dalla cavea 76. - -_Summa cavea_ 69. - -_Summum choragium_ 60, 105. - -Suetonio 4, 6, 8, 9, 11, 12, 13, 14, 19, 21, 22, 25, 31, 32, 36, 45, -54, 63, 64, 65, 66, 70, 75, 76, 77, 78, 80, 81, 82, 83, 84, 86, 103, -104, 138, 140, 143, 266, 279, 280, 299, 320. - -Sulpizio Severo 269. - -Suppositizî (gladiatori) 23. - -Svevi 115. - - -T - -Tabernacolo (di bronzo sulla confessione di S. Pietro) 300. - -_Tabulationes_ 69. - -Tacito 8, 12, 45, 66, 70, 73, 81, 83, 84, 85, 266, 272. - -Tarquinia (soldati di) 19. - -Tarpeio (citarista) 299, 321. - -Tasse 13, 127. - -Taziana (S.) 283. - -Teatro ligneo 7. - -Teatro circolare 7. - -Teatro di Scauro 7. - -Teatro di Marcello nelle mani degli Orsini 149. - -Telemaco (monaco) ucciso in Roma nell’Anf. Fl. 27, 120. - -Temistocle 48. - -Tempio di Cerere 320. - -Tempio di Diana in Efeso 320. - -Tempio di Giove Olimpico 320. - -Tempio Isiaco 142, 332. - -Tempio di Marte al Circo Flaminio 320. - -Tempio dell’Onore e della Virtù 320. - -Tempio di Piazza di Pietra, se fosse dedicato a Nettuno 302. - -Tempio di Venere e Roma 60, 320. - -Teodoreto 26, 120. - -Teodorico 122, sua lettera diretta al console Massimo (ivi). - -Teodoro (architetto) 320. - -Teodosio 121, 129, 132, 133. - -Teonio 220. - -Terme di Tito e di Traiano 175. - -Terme di Tito 143; differenza fra le Terme di Tito (private) e le -_velocia munera_ di cui parla Suetonio 143. - -Terremoto 57, 129, 148, 163, 165, 217. - -Terribilini 287. - -Tertulliano 10, 12, 13, 20, 23, 25, 196, 270, 271, 272. - -Teti e Galatea (dee marine) 246, 254, 255. - -Thermae Titianae 38. - -Tillemont 27, 120. - -Tigri 18. - -Tiraboschi 286, 314. - -Tito inaugura l’Anf. Fl. 32. - -Tito Livio 5, 6, 19, 24, 45, 77, 79. - -Tivoli 151. - -Tocco 335. - -Toga 11. - -Tolomeo 287. - -Tolomeo (F.) vescovo di Torcello 150. - -Tomassi (P. Carlo) 214. - -Tomasetti 205, 287, 288. - -Torre _Chartularia_ 150, 151. - -Traci 23. - -Traiano dà spettacoli grandiosi nell’Anf. Fl. 106. - -Traiano edifica un teatro non un anfiteatro 107; sue parole al Prefetto -del Preterio 318. - -Travertini asportati 166, 48. - -Travertini scavati 164, 165. - -Travi della rete di bronzo 53. - -Trebell. 45. - -Triboniano 15. - -Tribuni, ove sedessero 69. - -Tripodi per bruciare essenze odorose 68. - -Tridente 23. - -Trifena 272. - -Trifosa (ivi). - -Trionfo di C. Metello su Cartagine 5. - -Trochus 4. - -Tucidide 48. - -_Turba pulla_ (ove sedesse) 72. - -Turbo (trottola) 4. - -Turnebo 325. - - -U - -Uggeri 335. - -Ulderico Card. Carpegna 214. - -Ulpiano 22, 50, 269. - -Unni 129. - -Uomini immolati ai defunti 20. - -Urbano ricordato da S. Paolo 271. - -Urbano VIII 174, 300. - -Urlichs 136, 145, 201, 206. - -Usuardo (martirologio di) 324. - - -V - -Vacca Flaminio 135, 172, 210. - -Vaglieri 88. - -Valadier 231. - -Valentiniano e Valente, vietano che si condannino i cristiani ai ludi -glad. 119. - -Valentiniano III, 129; restauri avvenuti sotto il suo impero (ivi). - -Valerio Massimo 6, 11, 20, 76. - -Valerio Ostiense 320. - -Valesio Francesco 193. - -Vandali 115. - -Varrone 24, 32, 69, 314, 325. - -Vasari 44. - -Velario 12, 47, 89 (antenne del) 47. - -Velletri (lapide di) 57. - -_Velocia munera_ 138. - -_Venationes_ 4, 15; varietà degli spettacoli venatorî 17. - -_Venatio_, intrapresa ordinariamente libera 19, 265. - -Venatores 18; loro coraggio (ivi). - -Venatores (_magistri_ dei) 18. - -Venationes (cessazione delle) 127. - -Vendettini 151. - -Venuleio 50. - -Venuti 13, 97, 98, 136, 287; Venuti-Piale 316. - -Vero (L.) 22. - -Verona (Anf. di) 8. - -Versione letterale dell’iscrizione di Gaudenzio 317; libera (ivi). - -Vespasiano attua il progetto d’Augusto 8, 32, 299. - -Vestali (ove sedessero) 65. - -Vettori 297. - -Via Sacra 61. - -Via Lata 202. - -_Via crucis_ nel Colosseo 176; edicole della via crucis 218, 221; -quando furono abbattute 243. - -Vico (Iacopa di) assiste alla giostra di tori nel 1332 158. - -Vipsania Pola (portico di) 201. - -Viri clarissimi ove sedessero 65; consulares (ivi). - -Visconti (C. Ludovico) 98, 105, 157. - -Visconti P. E. segret. dell’Accademia di arch. romana, invita gli -accademici al Colosseo per vedere i restauri 229, 242, 287, 292, 300. - -Viri (VII _epulones_) 70. - -Viri XIV (_sacris faciundis_) 70. - -Vito e Modesto (Ss.) 283. - -Vitruvio 8, 10, 11, 33, 48, 63, 71, 95, 320. - -Vittoria Aziaca 281. - -Vivarium 17; lapide in cui è ricordato (ivi); 277, 278. - -Vizio delle iscrizioni cristiane sospette 290. - -Volcanali (ludi) 127. - -Volticelle a sesto _scemo_ 238. - -Vomitorî 63. - -Vopisco 58, 114, 115, 282. - - -W - -Wilpert 200. - -Winckelmann 49, 52, 112. - -Witige re dei goti assedia Roma 121, 275. - - -X - -Xengeimester 309. - -_Xiphilinus e Dione_ 22, 318, 320. - - -Z - -Zaccaria 302, 310, 314. - -Zenobia regina dei Palmireni 114. - - - - -ERRATA-CORRIGE. - - - Pag. linea leggi - - 10 (Nota) 1 aremam arenam. - 24 (Nota) 16 Varrone, L., 1. Varrone, L. L. V. - 26 32 Fulla Nulla. - 46 10 levassero» osservando levassero». Osservando - 54 10 inter iter - 60 41 (2) (3) e viceversa. - 60 25 sincere vincere - 61 17 Esquilo Esquilino - 64 (Nota 2) V. Tav. II Tav. I. - 70 2 Tribonorum Tribunorum - 73 (Nota) 8 1002 1902 - 75 (Nota 1) Otc. Oct. - 115 (Nota 2) 17 ex gemmis. on gemmis - 128 (Nota 6) chion. chron. - 129 15 e è - 150 9 dimostrarono dimorarono - 150 19 possedevamo possedevano - 152 18 costruzione sostruzione - 171 7 oratori oratorî - 174 23 Senotorio Senatorio - 204 (Nota 4) 4 Franco Franchi - 252 16 impteto impleto - 274 5 ciciter circiter - 285 27 genuità genuinità - 292 22 » » - 333 14 » » - 313 (Nota) 3 idiotimis idiotismis - 318 (Nota) 2 quella quello. - 325 16 interpretati interpreti. - - - - - FR. PACIFICUS MONZA - - TOTIUS ORDINIS FRATRUM MINORUM MINISTER GENERALIS - ET HUMILIS IN DOMINO SERVUS - - DECRETO - - Avendo Noi da persone competenti fatta esaminare l’Opera - «L’Anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia» scritta - dal R. P. Mariano Colagrossi della nostra Provincia di S. Maria - in Aracoeli, ed avendola i censori riputata degna di singolare - encomio; quanto è da Noi, non solo permettiamo che possa essere - data alle stampe, ma ci congratuliamo altresì coll’Autore, lo - incoraggiamo nei prediletti suoi Studii e facciamo voti, perchè - le sue fatiche abbiano da conseguire sempre un prospero e felice - successo, - - Roma, dal Nostro Collegio di S. Antonio, il dì 8 Gennaio 1912. - - L. S. - - FR. PACIFICO _Min. Gen._ - - Per comando di S. Paternità Rev.ma - FR. MARCO DELLA PIETRA _Secr. Gen. dell’Ord._ - - * - - _NIHIL OBSTAT_ - - D. FID. TARANI, Ord. Vallisumbrosae - Abb G.lis, _Censor_. - - * - - _IMPRIMATUR_ - _Florentiae, die 4 Octobris 1912._ - - A. Can. CASSULO, _Vic. Gen._ - - - - -NOTE: - - -[1] _Enc. Pascendi._ - -[2] Attento a non fare oltrepassare il prefisso termine al _trigon_, -alla _pila velox_, alla _pila paganica_, all’_harpastum_ ecc. - -[3] Dal greco μωρόν, idest _stultorum lusus_ (_Micare digitis_). - -[4] _Latrunculorum ludus._ Dal tedesco _Scach_; _latro_. — Cf. -_Antiquitatum Rom._ l. V, p. 306. Iohannis Rosini, _cum notis -doctissimis et locuplentissimis_ THOMAE DEMSTERI I. C. ecc. _Pyrrhus -Epirota stratagematum peritissimus, primus, quemadmodum ea disciplina -traderetur per calculos ostendit in tabula._ (DONATUS GRAMMATICUS in -P. Terentii Eunuchi, act. 4, sc. 7, ad illud: _Idem hoc iam Pyrrhus -factitavit_). — AMMIAN. MARC., (l. XXIV) e L. SENECA, (_De ira_, c. -XIV) attribuirono l’invenzione del giuoco dei scacchi a Chilone. -GIOVANNI SARESBERIENSE (_Poligraf._, l. VI) ad Attico Asiatico. -Ma più probabilmente ne fu l’inventore Palamede, figlio di Nauplo, -nell’assedio di Troia, come dimostra l’autore _Antiq. Rom._ già citato. - -[5] DIONISIO D’ALICARNASSO, l. VII, c. LXXII. - -[6] Mentre la moneta era in aria, _pueri exclamabant_: — «Capita!» aut -«Navim!». - -[7] GIOV., _Sat._ X, v. 81 et seg. - - . . . . . . . . . . . . . . _Nam qui dabat olim_ - _Imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se_ - _Continet atque duas tantum res anxius optat:_ - PANEM ET CIRCENSES. - -Era tanta la passione del popolo romano per i pubblici spettacoli, che, -fin dalla mezzanotte precedente ai giuochi, incominciava ad occupare i -posti gratuiti (SUETONIO, in _Calig._ 26). - -[8] DIO., 66, 25. - -[9] PLINIO, l. VIII, c. VII. - -[10] SENECA, _De brev. vitae_, c. XIII. - -[11] ASCON., _In Pisonian._ - -[12] DIO., l. XXXXIII. - -[13] TITO LIVIO, l. XXXIX, c. XXII. _Athletarum quoque certamen tum -primo Romanis spectaculo fuit, et venatio data leonum et pantherarum._ - -[14] Id., l. XLIV, c. XVIII. - -[15] Loc. cit. _Et iam magnificentia crescente notatum est ludis -circensibus, L. Cornelii Scipionis Nasicae et P. Lentuli edilium -curulium sexaginta tres africanas et quinquaginta ursos et elephantos -lusisse._ - -[16] _Epist._ di Liv., l. XXI. - -[17] L. II, c. VII, § 13-14. - -[18] _Lett._ di Pollion. a Cic., a. 710 d. R. XXXII, l. X _delle -famigliari_. - -[19] PLINIO, l. VIII, c. XVI, § 20. - -[20] SEN., _De brev. vitae_, c. XIII. _Primus L. Sulla in circo -edidit solutos, quum alioquin alligata darentur, ad conficiendos eos -missis a rege Bocco iaculatoribus._ — De Pompeii ludis. Cf. DIO., c. -XXXVIII-XXXIX. PLIN., _Hist. Nat._ VIII, 23. - -[21] PLIN., _Hist. Nat._, l. VIII, c. VII. - -[22] SUET., _In Caes._, c. XXXIX, PLINIO, loc. cit. - -[23] PLINIO, loc. cit., c. XVII, § 24. - -[24] Nel circo la visuale era impedita non solo dalla sua forma -eccessivamente prolungata, ma anche dalle méte, dagli obelischi e da -tutto ciò che sorgeva sulla spina, ingombrando buona parte del circo -stesso. - -[25] DIO., 43-22. - -[26] Id. 43-23. - -[27] A. d. R. 701. - -[28] Il teatro di Scauro, per quanto fosse provvisorio, pure pareva -(dice Plinio) dovesse sfidare i secoli. Aveva 360 colonne in tre ordini -soprapposti: il primo di marmo, il secondo di vetro, il terzo di legno -dorato; la sua capacità fu di 80.000 spettatori. (Cf. «Il Buonarroti» -Serie II, vol. V, Marzo 1870. — _Anfit. Flavio_ per l’architetto L. -Tocco). - -[29] PLINIO, _Hist. Nat._, l. XXXVI, c. XV. - -[30] Coll’aiuto, forse, di ruote, rulli e palle metalliche. Ecco le -parole di PLINIO (_Hist. Nat._, l. XXXVI, c. XXIV): - -_C. Curio, qui bello civili in Caesarianis partibus obiit, funebri -patris munere, cum opibus aparatuque non posset superare Scaurum.... -Ingenio ergo utendum fuit, operae pretium est scire quid invenerit, et -gaudere moribus nostris, ac nostro modo nos vocare maiores. Theatra duo -iuxta fecit amplissima e ligno, cardinum singulorum versatili suspensa -libramento, in quibus utrisque antemeridiano ludorum spectaculo -edito inter se se aversis, ne invicem obstreperent scenae; repente -circumactis ut contra starent, postremo iam die discendentibus tabulis -et cornibus in se coeuntibus faciebat_ AMPHITHEATRUM, _et gladiatorum -spectacula edebat ipsum magis auctoratum populum Romanum circumferens._ - -[31] Loc. cit. - -[32] _Questa maraviglia oggi a noi sarebbe incredibile se, oltre ad -altri autori, non l’accertasse Cicerone, che forse fu nel numero degli -spettatori; in quel teatro, dice Plinio, tutto il popolo Romano fu -esposto a poter perire come dentro una gran nave in mare._ (Dal Period. -«Il Buonarroti» loc. cit.). - -[33] DIO., XLIII, 22. Fino agli ultimi tempi della Repubblica in Roma -gli anfiteatri erano di legno. (VITR., 10, pref. 3; DIO., 37, 88.) -Innalzati nel Foro, CIC., _Pro Sest._ 58. — PROP., 4, 8, 76; LIVIO, 23, -30; 31, 50. — VITR., 5, 1; PLUT., _C. Grac._, l. II, etc. - -[34] _In Bucolico de venat. Carini. Et geminis medium se molibus -alligat ovum._ — Due teatri uniti insieme dànno appunto la figura di un -uovo. - -[35] L. I, c. 7. - -[36] _In met._ 11, 25. - -[37] Loc. cit. - -[38] DIO., 51, 23; SUET., _Aug._ 29. - -[39] I più famosi, dopo il _Flavio_, furono quelli di Verona, Capua, -Nimes, etc. - -[40] SUET., _in Vesp._, c. IX. - -[41] V. GUARINI, _Fasti duumvir._, p. 32. - -[42] SUET., _Calig._, 21. - -[43] TAC., _Ann._ XIII, 31. SUET., _Ner._, 12. - -[44] Nel _Dizionario epigrafico_ del DE RUGGIERI leggesi: «Nella -Campania gli anfiteatri esistettero prima che in Roma. In Pompei si -costrusse nel 684 d. R.». (_Lett._ A. Roma 1895). Allude senza dubbio -agli anfiteatri _stabili_. Il GUAZZESI, in una dissertazione tenuta -in Cortona _sugli anfiteatri etruschi e particolarmente su quello di -Arezzo_, cercò dimostrare che i Romani appresero dagli etruschi l’idea -ed il modello per fabbricare anfiteatri. (Cf. _Saggi di dissertazioni -accademiche lette nell’accademia di Cortona_. Roma 1738, p. 9). Ma -il suo lavoro incontrò molte critiche, alle quali egli rispose con un -_Supplemento alla dissertazione degli anfiteatri toscani_ ecc. Venezia -1739. (Cf. _Raccolta di opuscoli scientifici e filologici_. Tom. XX, -p. 427). Il GUATTANI (_Roma descritta ed illustrata_. Tom. II, p. 2) -crede che i Romani apprendessero dagli Etruschi l’uso e la forma tanto -dei teatri quanto degli anfiteatri. — Similmente e più recentemente, -il NISPI-LANDI (_Storia dell’ant. città di Sutri_, p. 527, Roma -1887), seguendo l’opinione del Dennis, scrisse di ritenere come _molto -probabile che gli anfiteatri sorti a Roma si modellassero massimamente -su quello di Sutri_, come più vicino. Noi siamo intimamente persuasi di -quanto affermiamo nel testo. - -[45] Le _naumachie_ si diedero nell’anfiteatro rarissimamente e come -spettacoli straordinarî. A suo luogo parleremo diffusamente di questi -navali combattimenti. - -[46] Talvolta il volgo chiamò l’anfiteatro _arena_, ed anche, come -vedremo, _cavea_. Tacito scrisse: _Spectacula gladiatorum idem ille -annue habuit, pari magnificentia ac priora: sed faeminarum Senatorumque -illustrium plures per_ ARENAM _faedati sunt_. — Giovenale: - - . . . . _et municipalis_ ARENAE - _Perpetui comites._ - -In Suetonio leggiamo: _Equestrem ordinem ut scenae_ ARENAEQUE -_devotum assidue procedit_. In Capitolino: _Multus qui secum in_ ARENA -_pugnassent, se Praetores videre_. E nell’editto degli Edili: _Quive -in_ ARENAM _depugnandi caussa ad bestias intromissus fuerit_. — E qui -ci domandiamo: Perchè l’anfiteatro si disse pur anche _arena_? Non -v’erano per avventura strati d’arena anche sul suolo degli stadî, ecc.? -Una sagace risposta ce l’offre Lipsio (_De Amph._ lib. III): _Strata: -sed non admissa, cave credas, quotiensque damnari in arenam, arena -mitti, taliaque in Iurisconsultis sive historicis legis? caute accipias -de ferro tantum, aut cultro, idest, gladiatoribus: aut_ VENATIONE, -_et magis pro ista. Imperator quidem clare discriminat ecce a circo_. -(_Lege_ VIII, Cap. _de repudiis_): _Nec ullo modo uxorem expellet -nisi adulteram, vel circensibus, vel theatralibus, vel_ ARENARUM -_spectaculis se prohibente gaudentem_. Anche il circo, benchè più -raramente, si disse _arena_ (v. MAFFEI, loc. cit., p. 98). - -[47] Eziandio la voce _cavea_ fu usata in luogo di anfiteatro. -In Ammiano (l. XXIX) leggesi: _Alter in amphitheatrali_ CAVEA, -_cum adfuturus spectaculis introiret_. In Tertulliano: (_Contra -Marcion._): _Quid? non in omnem libidinem ebullis? non frequentas -solemnes voluptates circi furentis et_ CAVEAE _saevientis, et scenae -lascivientis?_ Salviano scrive: _Quidquid immoderationis in circo, -quidquid furoris in caveis._ G. Firmico: _Nati subsidere caniculae, -erunt venatores, arenarii, parabularii, et qui sub conspectu populi in_ -CAVEIS _cum feris pugnent_. E Prudenzio: - - _Quid pulvis_ CAVEAE _semper funebris et illa_ - _Amphitheatralis spectacula tristia pompae?_ - -Alle Vestali poi, che si portavano ad assistere ai gladiatorî -spettacoli, rivolge queste parole: - - _Inde ad consessum_ CAVEAE _pudor almus et expers_ - _Sanguinis et pietas._ - -Apuleio dice: _Dies ecce muneri destinatus aderat, et ad conseptum_ -CAVEAE, _prosequente populo, pompatico favore deducor_. Tertulliano -finalmente: _si lectio recta est_ (dice Lipsio, loc. cit., c. II) -CAULAM _etiam in libello_ DE SPECTACULIS _dixit, nove magis quam -improprie: ceterum qualia illa sunt quae nec oculus vidit, nec auris -audivit? credo circo et omni stadio gratiora. Ubi ea voce includit -etiam Theatrum nisi sit legendum cavea._ - -[48] L’uso della voce _gradatio_ per indicare il complesso dei gradi -di un teatro non è mio ma di Vitruvio, il quale, parlando del teatro -(l. V, c. III), dice: _Insuper fundamenta lapideis et marmoreis copiis_ -GRADATIONES _ab substractione fieri debent._ E al l. V, c. VI: _Tectum -porticus quod futurum est in summa_ GRADATIONE _cum scenae altitudine -libramentum perficiatur_. Ora essendo il complesso dei _gradi_ di un -teatro e di un anfiteatro della stessa natura, ho creduto di poter -rettamente adoperare quella parola. - -[49] VITRUV., l. V, c. III, (_Praecinctiones_) _neque altiores quam -quanta_ PRAECINCTIONIS ITINERIS _sit latitudo_. - -[50] VAL. MAX., V, 51. - -[51] SUET., _in Aug._, c. XLIV. - -[52] CIC., _Phil._ 2. - -[53] QUINT., l. VI, c. III. - -[54] Cf. MARTIAL., IV, 2; CIC., _in Pison._ Ap. Lips. Sat. I, 13. - -[55] QUINT., l. VI, c. II. - -[56] DIO., l. LIX. - -[57] SUET., c. XLIII. — _Commissione ludorum quibus Theatrum Marcelli -dedicabat, evenit ut laxatis_ SELLAE CURULIS _compagibus_ (Augustus) -_caderet supinus_. - -[58] DIO., l. IILX. - -[59] L. I, Ep. 6. - -[60] Leggesi in Dione che fra gli onori decretati a Giulio Cesare -v’era: «Deinde ut semper _curuli sella_ sederet, esceptis ludis» (DIO., -c. XLIIII). A quei tempi era dunque proibito agli spettatori l’uso di -dette _sellae_. Più tardi però si collocarono queste nei luoghi dei -pubblici spettacoli anche per onorare personaggi assenti, nonchè la -memoria dei defunti (v. LIPS., _De Amph. lib._, c. XI). Tacito (2, 83) -narrando del S. C. per le onoranze funebri a Germanico dice: «honores -decreti.... ut sedes curules sacerdotum augustalium locis, superque eas -querceae coronae statuerentur». — V. etiam il _framm. epigr._ VTIQVE -etc. (c. I. l. VI, 912). - -[61] _Nat. Quint._, l. II, c. IX, ep. 90. - -[62] _Contr._, l. V. - -[63] Marziale usa la voce _Diana_ per _Venatio_: _Inter Caesareae -discrimina saeva_ DIANAE. La caccia era pur dedicata a Giove, tanto -_Laziale_ quanto _Stygio_ o _Infernale_. Del primo ce ne parla -Tertulliano (_Apolog._): _Ecce in illa religiosissima Aeneadarum urbe -est Iupiter quidam, quem ludis suis humano sanguine proluunt. Sed -bestiariorum, inquitis, opinor hoc minus quam hominum_. — Ed altrove -(_Adv. Gnost._) dice: _Sed enim Scytharum Dianam, Gallorum Mercurium, -Afrorum Saturnum, victima humana placari apud saeculum licuit. Et -Latio ad hodiernum Iovi media in urbe humanus sanguis ingustatur_. F. -Minuzio aggiunge: _Iupiter cum Hammon dicitur, habet cornua: et cum -Capitolinus, tunc gerit fulmina, et cum Latiaris cruore perfunditur_. — -Di _Giove Stygio_ o _infernale_ ce ne parla Prudenzio: - - _Quid pulvis Caveae semper funebris? et illa_ - _Amphitheatralis spectacula tristia pompae?_ - _Hae sunt deliciae IOVIS INFERNALIS, in istis_ - _Arbiter obscuri placidus requescit Averni._ - -Il sullodato Minuzio dice pur anche: _Hodieque a Romanis Latiaris -Iupiter homicidio colitur, et, quod Saturni filio dignum est, mali et -noxii hominis sanguine saginatur_. Per _mali et noxii_ uomini il Lipsio -(loc. cit., c. IV) intende i bestiarî, appoggiato in Tertulliano, il -quale, come si è detto, opina che i bestiarî si debbano considerare -_minus quam homines_. Per quanto sembra, anche a Saturno facevasi -prender parte alla tutela degli anfiteatrali spettacoli. Lattanzio -lo afferma, adducendo la sentenza di Sinnio Capitone: _venationes et -quae vocantur munera_ SATURNO _attributa sunt: ludi scenici Libero: -circenses Neptuno_. - -[64] MARTEM _et Dianam utriusque ludi praesides novimus_ (TERT., _De -spect_.). Lo conferma Claudiano nel panegirico scritto pel consolato di -Manlio Teodoro: - - _Amphitheatrali faveat Latonia pompae:_ - _Audaces legat ipsa viros qui colla ferarum_ - _Arte ligent, certoque premant venabula nisu._ - -Il LIPSIO (_De Amphith._, c. IV) crede che, oltre agli spettacoli, -anche l’anfiteatrale edificio fosse dedicato a Diana; e dai versi del -poeta cristiano: - - _Funditur humanus Latiari in munere sanguis_ - _Confessusque ille spectantem solvit ad ARAM_ - PLUTONIS _fera vota sui; quid sanctius ARA_ - _Qua bibit egestum per mistica tela cruorem?_ - -deduce che negli anfiteatri eravi eziandio l’_ara_. Dello stesso parere -sono molti archeologi, e fra essi il GUATTANI (_Roma descritta ed -ill._, Tom. II, p. IX), il quale cita GIUSEPPE FL., (_Antich. Giud._, -l. XIX, c. II); il VENUTI (_Roma ant._, part. I, p. 28); il MORCELLI -(de _Stilo inscript. lat._ p. 101); ecc. - -[65] _Epist. ad Quint. fratrem_, I, 9. - -[66] PAOLO GIURIC. _De legatis_, I, 122. - -[67] DIO., 54, 34; TACITO, _Hist._ II, 95. - -[68] _Mors Sciani ut quotannis venationibus celebraretur decrevit -Senatus_ (DIO., 52, 12). - -[69] Cf. _De foro Caesaris_ (DIO., 43, 22); _De templo Qirini ab -Augusto dedicato_, DIO., 51, 19; _Augusti a Calig._ DIO., 59, 7. Huic -pertinet inscriptio in thermis reperta pubblici iuris facta in Mus. -Borb. — Tom. II, relaz. degli scavi. Cf. c. I, l. IV, 1180. - -[70] DIO., 44, 6. — _Pro salute Caligulae Atanius secundus eques -tamquam gladiatorem se pugnaturum voverat_ (SUET., _Cal._ 27); -_Claudius proetoribus gladiatores dare vetuit nisi_ pro ipsius salute -(DIO., 69, 8). — Cfr. Inscript. apud Murat., 612, 3; 614, 4; — _Pro -salute domus Augustae_, GUARINI, _Fasti decemvirali_, cet. p. 172, 7; -_Bull. dell’Istit. archeol._ 1831, p. 12; GRUTER., p. 475, 3, c. I, l. -IV, 1180. - -[71] SUET., _Nero_ 7. - -[72] Abbiamo alcune iscrizioni pompeiane che ci rendono certi di questi -_editti_. - -1ª - - A . SVETTI . CERTI - - AEDILIS . FAMILIA . GLADIATORIA . PUGNABIT . POMPEIS - PR . K . IVNIAS . VENATIO . ET . VÉLA . ERUNT - OMNIBUS NERO ERIBVS. FELICITER - (c. I, l. IV, n.º 1190). - -2ª - - PRO SALVTE - - CAESARIS . AVGV ... LIB .. RVMQV - DEDICATIONEM . ARAE CN EI NIGIDI MA - FLAMI .... CAESARIS . AVGVSTI . PVG . POMPEIS SINE VLLA DILATATIONE - IIII . NON . IVL . VENATIO VELA ERVNT - (c. I, l. IV, n.º 1180). - -V. anche i numeri 1183, 1186, 1187, 1189 ecc., vol. IV, dello stesso C. -I. L. - -Oltre ai pubblici _editti_ fissati sui muri, l’_editor_, il dì che -precedeva lo spettacolo, faceva circolare dei _libelli_, coi quali -rendeva di pubblica notizia il numero ed i nomi dei _gladiatores_ -e _venatores_. Quest’atto dicevasi _pronuntiare munus_. Suetonio -(_In Iulio_) scrive: _Munus populo pronuntiavit in filiae memoriam_. -Dicevasi pur anche _ostendere munus_. Cicerone: _Etsi munus flagitare, -quamvis quis ostenderit, ne populus quidem sol et nisi concitatus_ -(Cfr. LIPS., _De Sat._, l. II, c. XVIII). Se fra i gladiatori che -doveano esibirsi alla pugna v’era qualcuno famoso, il suo nome veniva -accompagnato da una _laudatoria_ (TREBON. POLLIO, _Claudio_, V. p. -361); e presentavasi eziandio il suo ritratto in atteggiamento di -pugnare coll’avversario, dipinto o lineato con carbone (HORAT., _Sat._ -II, 7, 95). - -[73] PLINIO, l. VIII. - -[74] Loc. cit. — _Nec praeter marmoris numidici ferarumque proventum -aliud insigne_. - -[75] Epigram, CV, l. I. - -[76] MART., _De spect._, Epig. XIX, l. XXII; S. CIPR., Ep. CIII, ed -altri. - -[77] CLAUDIANO, Secund. Cons. _Stilichonis_, v. 322 e segg.: - - _Haec laqueis innexa gemunt haec clausa feruntur_ - _Ilignis domibus. Fabri nec tigna polire_ - _Sufficiunt: rudibus fagis texuntur et ornis_ - _Frondentes caveae. Ratibus pars ibat onustis_ - _Per freta, per fluvios. Exanguis dextera torpet_ - _Remigis, et propriam metuebat navita mercem._ - _Per terram pars ducta rotis, longeque morantur_ - _Ordine plaustra vias, montani plena triumphi:_ - _Et fera sollicitis vehitur captiva iuvencis,_ - _Explebat quibus ante famem; quotiesque reflexi_ - _Conspexere boves, pavidi temone recedunt._ - -[78] SIMM. a Paterno, _Lett._ LXV: _Quadragesimae portorium sive -vectigal non recte poscitur a senatoribus candidatis.... Quaeso igitur -ut humanitatem.... nostri ordinis editoribus dignanter impertias, et -ursorum transvectionem cupiditati mancipium subtrahas._ - -[79] Loc. cit. - -[80] _Monum. dell’Ist. di corrisp. archeol._ 1842. - -[81] SIMM., Epist. XIX, l. X: _Plures de Dalmatia ursos in apparatum -domus nostrae proxime venturos fides asserit nunciorum: quorum -subvectionem dispositis vehiculis etiam privatim debemus instruere._ - -[82] HORUS., l. XII; SEN., _de ira_. - -[83] APULEIO, _Met._ l. IV. - -[84] GELLIO, _Noct. attic._ - -[85] MURAT., p. 654, I; VOP., _Prob._ 19. - -[86] PROCOP., _Guerra Gotica_, l. I, c. XXII. - -[87] La lapide dice: - - PRO S . IMP . M . ANTONII . GORDIANI . PII - FELICIS AVG . ET TRANQVILLINAE SABI - NAE AVG . VENATORES IMMVNES . CVM CV - STODE . VIVARI . PONT . VERVS . MIL . COH . - VI PRAE . CAMPANIVS VERAX . MIL . COH . VI - PR . FVSCIVS . CRESCENTIO ORD . CVSTOS - VIVARI . COHH . PRAETT . ET VRBB . - DIANA AVG . D . S . EX . V . P . - DEDICATA XII . KAL . NOV . - IMP . D . N . GORDIANO . AVG . ET PONPEIANO . COS . - (c. I, l. VI, 130). - -[88] _Elephanti et tauri_, MART. in _Amphith. 17. rhinoceros et tauros, -9; et ursus 19_. - -[89] L. I, epig. XV, XXIII, XLII, et LXXXVI. - -[90] MART., _Epig._, XV, XXIII: XLII et LXXXVI. - -[91] _Elephas introductus in theatrum, in summum eius fornicem -conscendit, atque inde vehens hominem in fune ambulavit_. — XIPH. -e DIONE, p. 511. _Basileae apud Ioannem Oporinum_. — Cf. _L’Italia -descritta e dipinta_. Tomo III, p. 65. Roma. - -[92] Talvolta i _venatores_ indossavano _galea, scudo_ e _lorica_. Cf. -SANTE BARTOLI, _Pitt. ant. delle grotte di Roma_, II, 27, 28. Cf. la -moneta in cui è rappresentata la _venatio_ e col nome di L. Regolo, -ecc. - -[93] MART., loc. cit., VII. — Cassiodoro tratta diffusamente di queste -lotte: ecco le sue parole: «Primus fragili ligno confisus currit ad ora -belluarum, et illud, quod cupit evadere magno impetu videtur appetere. -Pari in se cursu festinat et praedator et praeda, nec alter tutus esse -potest, nisi huic, quem evitare cupit, occurrerit. Tunc in aëre saltu -corporis elevato quasi vestes levissimae supinata membra iaciuntur, -et quidam arcus corporeus supra belluam libratus, dum moras descendi -facit, sub ipso velocitas ferina descendit. Sic accidit ut ille magis -possit mitior videri, qui probatur illudi. Alter angulis in quadriferia -mundi distributione compositis rotabili facilitate praesumens -non discedendo fugit, non se longius faciendo discedit; sequitur -insequentem, poplitibus se reddens proximum, ut ora vitet ursorum. -Ille in tenuem regulam ventre suspensus irritat exitialem feram. Alter -se gestibili muro cannarum contra saevissimum animal ericii exemplo -receptatus includit . . . . . sic iste consutili crate praecinctus -munitior redditur fragilitate cannarum. Alter labenti rota feris -offertur eadem alter erigitur, ut periculis auferatur. Alii tribus, -ut ita dixerim, dispositis ostialis, paratam in se rabiem provocare -praesumunt, in patenti area cancellonis se fortibus occulentes, modo -facies, modo terga monstrantes, ut mirum sit evadere, quos ita respicis -per leonum ungues dentesque volitare». CASS., _Variar._, 42. - -[94] Cf. SUET., _Claud._ 34; OVID., _Metam._, XI, 26; SEN., _ad Lucil._ -8; Cf. etiam BULENGER, _De venat. circi_. - -[95] Lib. II, Epig. LXXV. - -[96] Cassiodoro fa menzione delle cacce date nell’anfiteatro Flavio -l’anno 519 e 523 dell’era volgare, _gli ultimi che siano ricordati -nella storia_. — V. NIBBY, _Roma nel 1839, parte ant._, p. 389. - -[97] OMERO, _Iliad._ 23, 175, 176. - -[98] TITO LIVIO, VII, 15. Cf. _Aen._, l. XI, v. 81 et segg. - -[99] TERT., _de spect._ XII. - -[100] SERV., _ad Virg. Aen._ X, 519: _Sane mos erat in sepulchris -virorum fortium captivos necari, quod postquam crudele visum est, -placuit gladiatores ante sepulchra dimicare, qui a bustis bustuarii -dicti sunt._ - -[101] _Gladiatorum munus primum Romae datum est in Foro Boario Ap. -Claudio, M. Fulvio coss. — Dederunt M. et D. Bruti funebrii memoria -patris cineres honorando_ (VAL. MASS., l. II, c. V; T. LIVIO, Ep. l. -XVI.) - -[102] In origine, come è noto, gli spettacoli gladiatorî erano privati. -Divenuti pubblici, si eseguirono nei fori, nei circhi, nei teatri, -ecc.: e finalmente negli anfiteatri, i quali come si disse, sono, per -ragion di età, gli ultimi edificati pei pubblici spettacoli. - -[103] Invaghiti, senza dubbio, dalla gloria passeggiera di vedersi -applauditi dagli innumerevoli spettatori. Questa gloria effimera, non -poche volte, chiamò nel numero dei gladiatori anche, come dicemmo, -uomini liberi, senatori, patrizî, magistrati, e finanche qualche donna; -e, finalmente, pure qualche imperatore, come, per es., Commodo. - -[104] I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento -speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè -questi ordinasse la loro uccisione. Una formola di questo giuramento la -trovo nel _Satyricon_ (cap. CXVII) di Petronio. Eccola: «_Uri, vinciri, -verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus iussisset, -tamquam legitimi gladiatores, domino corpora, animisque religiosissime -addicimus_». - -[105] SUET., _Iul._ 26; CIC., _pro Roscio Amer._ 40; IUV., VI, 16; XI, -8. I _lanistae_ facevano esercitare i loro discepoli (_familiae_ di -gladiatori. SUET., _Aug._ 42) con spade lignee (rudes). SUET., _Calig._ -32, 54. - -[106] SERV., _ad Virg. Aen._ X, 519. — L’Henzen dice che tutti i -gladiatori che pugnavano _ad sepulchra_ si chiamarono _bustuarii_; loc. -cit., p. II. - -[107] In Roma i principali collegî gladiatorî erano: il _Matutinus_, -il _Gallicus_, il _Dacicus_, ed il _Magnus_. Di quest’ultimo _ludus_ -si conserva il disegno nella pianta marmorea di Roma, che trovasi in -Campidoglio. V. CANINA, _Arch. Rom._, Tav. CXXXIV. - -[108] L. VII, _Epist._ XIV. - -[109] Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla frase -_proponere, pronunciare, ostendere munus_. - -[110] _Componebat, comparabat, committebat gladiatores._ - -[111] CIC., _De orat._ 11, 78, 80; OVID., _Ars Am._ III, 515. SEN., -_Ep._ 117. - -[112] Di qui, a quanto pare, nacque la voce _battaglia_. - -[113] Ed allora i gladiatori si dicevano _Catervarii_. SUET., _Cal._ 30. - -[114] Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannati _ad gladium_, -e fra quelli condannati _ad ludum_. «_Nam_, dice, _ad gladium dannati, -confestim consumuntur, vel certe intra annum debent consumi; enimvero -qui in ludum damnantur, non utique consumuntur, sed etiam pilleari et -rudem accipere possunt post intervallum. Siquidem post_ QUINQUENNIUM -_pilleari: post_ TRIENNIUM _autem rudem induere iis permittere_». I -_Rudiarii_ (ossia i gladiatori che avevano riacquistato la libertà) -non tornavano a pugnare _nisi pretio aut sponte inducti_; ed eran -soliti di consacrare le loro armi (e talvolta anche i premî) a Ercole -_gymnasiorum deo_. - -[115] XIPHIL., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva -Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra i _secutores_, e di -aver ucciso molti _reziarî_ (LAMPR., _in Comm._ XV). - -[116] ISID., _Orig._ XVIII, 52; Cf. _Artemid. Oneicr._ II, 33. - -[117] IUV., VIII, 210; SUET., _Calig._ 30. - -[118] IS., _Or._ XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe -origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e -Strabone (l. XXIII). Essendo Pittaco capitano dei Mitilenei combattè -col capitano degli Ateniesi in figura di pescatore; e, dopo aver -avvolto l’avversario nella rete che seco avea portata nascosta, lo -ferì col _tridente_ e col coltello. In un medaglione di Gordiano Pio, -illustrato dal Bonarroti, si ha l’effigie di un reziario che tira a -sè il competitore, il quale ha il capo avvolto in una rete. Questo -stesso s’osserva in un bassorilievo affisso presso la tomba di Cecilia -Metella. - -[119] Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. -Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, dei _Sanniti_, dei -_Reziarî_, degli _Andabati_; e non avea bisogno di suppositizi, ossia -di gladiatori che supplissero a lui stanco o ferito (Mart. lib. V, -Epig. LII). Il _tridente_ era un’arme micidialissima. Una volta cinque -reziarî restarono soccombenti ad altrettanti _secutori_, ma al momento -di esser trafitti, uno di essi, ripreso il _tridente_, uccise con -questo tutti i vincitori. Lo stesso Caligola deplorò la fierezza di -quell’atto (SUET., _Cal._ 30). Ad Arnobio, quando vedeva l’immagine di -Nettuno col _tridente_ in mano, sembrava di vedere un gladiatore (l. -6). - -[120] SEN., Q. N. IV, 1. - -[121] Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dal RICH. -(_Dictionary of Roman and Greek antiquities._ London 1860, v. Thrax.). - -[122] _Retiarii_, dice l’Henzen, _committebantur cum omnibus... -gladiatoribus, praeter Threcem, de cuius certamine contra eum certe -mihi notum non est_. Cf. _Explicatio Musivi in villa Burgh. asserv._, -Parte II. - -[123] CIC., _Sent._ 64. - -[124] MART., VIII, 24. - -[125] TERTULLIANO ci parla di questa spugna: «poterit et de -misericordia _moveri_ defixus in morsus ursorum et spongias -retiariorum» (_De Spect._, lib. c. X, _De munere_). Questo passo, -dice il Maffei (loc. cit., pag. 147) «indica, che ne’ reziarî così -chiamavasi qualche arme da offesa, non da difesa;.... leggo _moneri_ -e non _moveri_, com’hanno le stampe..... perchè non fa senso. Ora -una coperta del petto non sarebbe tanto a pietà opposta nè ben -corrisponderebbe al morso degli orsi. I reziarî inoltre combatteano -senza armatura, ed in tunica, e senza ascondere in celata la -fronte come si legge in Giovenale (_Sat._ 8). Potea darsi per certa -somiglianza alla rete, e poteva alla corta spada ancora, forse perchè -il suo manico traforato fosse e lavorato a guisa di spugna. Inclino a -credere questo per quel motto d’Augusto riferito da Suetonio (c. 26): -_Aiacem suum in spongiam incubuisse_. Era questa una tragedia da lui -cominciata, che non riuscendogli a suo modo, l’annullò cancellandola, -al quale ufizio serviva presso gli antichi la spugna. Ma fredda -facezia sarebbe stata quella d’Augusto, intendendo semplicemente, come -Casaubono e tutti gli altri hanno fatto (fra i moderni V. _Manuale -della letteratura latina_, G. VITELLI e G. MAZZONI, p. 301. Editore -Barbera, 1907) senza che _doppio senso_ potesse avere quella voce, -l’istrumento da cancellare, per cui dovesse acquistar grazia tal detto. -Parmi però potersene ricavar con certezza ch’anco alcune armi da punta -portasse il nome di _spugna_, per lo che si venisse ad intendere, aver -la tragedia avuto simil fine ad Aiace stesso che si diede la morte -abbandonandosi sopra una spada». - -[126] GIOV., VI, 256. Queste particolarità si riscontrano anche in un -bassorilievo di stucco, rinvenuto in Pompei ed illustrato dal Mazois. - -[127] TITO LIVIO, IX, 40. - -[128] VARRONE L., l. V, 142. - -[129] Ecco quanto l’HENZEN, (_Expl. Musivi_ etc. Tip. della Rev. -Cam. Apost., 1852, p. II) scrive relativamente ai _velites_ o -_provocatores_: «De velitibus ac provocatoribus Maffei sententiam -sequendam esse putaverim, quippe qui pro iisdem fere eos habeat. -Velitum pugna erat ut ultro citoque tela obiectarent (ISID., _Orig._ -XIII, 54): et quum in re militari velites ad proelia incipienda -adhiberentur, eundem in arena eorum usum fuisse probabile est, qua cum -dimicandi ratione optime congruit provocatorum nomen. Quod praeterea -Artemidorus (_Oneicron_, II, 33), ubi emendatio vocabuli προβακτωρ in -προβοκάτωρ certissima est, dicit significari somnio de provocatore, -coniugem εὔμορφον μὲν καὶ χαρίεσσαν, λαμυράν δὲ καὶ ἒρωτικήν, ad -eandem certaminis rationem spectare videtur, quae _varia erat, -spectantibus vero gratior_ quam _reliquae_ (ISID., _Orig._ XVIII, 54). -Levem certe armaturam provocatorum quoque fuisse iam Ciceronis loco -apparet, qui Clodium narrat servos ex ergastulis emptos, sortito alios -samnites, alios provocatores fecisse, ita puto, duo genera maxime -diversa indicans, ut hominis negligentiam ac levitatem eo severius -perstringeret. Nomine provocatoris loco, quod apud Ciceronem legitur -ceterae inscriptiones omnes nihil nisi PROVOK (Orell. 2508) vel PROV -(Orell. 2566, ex Marin inscript. Alb. p. 12) exhibent. Velites inter -gladiatores, fuisse negavit Fabr. inscript. 203, p. 39: VEL. velarios -interpretatus sed velarii ipsi non erant gladiatores sed milites -plerunque navales (Lamp. _Comm._ 15), neque eos inter gladiatores -recenseri credere possum. Praeterea habemus Isidori testimonium -haud dubium, et si recte emendaverit Rigaltius (in notis ad Artemid. -_Oneicr._ II, 38); ibi quoque pro vocabulo ὀρβήλος, quod nullum est, -οὐήλης legimus». - -[130] GIOV., _Iorn._ c. II; CIC., _ad Georg._ l. III. In un’iscrizione -si legge: _assidarium_. V. MURATORI, 613, 3. - -[131] Un esempio degli _Andabatae_ l’abbiamo nel monumento di Scauro. -Cf. HENZEN, loc. cit. L’Andabata usava l’_hasta_ e la _parma rotunda_. -Portava un elmo dorato (ISID., _Orig._ XVIII, 50), senza apertura nella -visiera (HIERON., _ad Iov._ I, 36). - -[132] Se ne fa menzione da Artemidoro (ONEIC. II, 33) e nell’iscrizione -603, 3 riportata dal Muratori. _Dymachaeri_ sono queste due statue del -Museo Borbonico rappresentanti due uomini morenti, che impugnano una -spada per mano. - -[133] I gladiatores _fiscales_ si chiamarono anche _Caesariani_; e -poichè eran essi «_eximii viribus, arte, ornatu_ (LIPS., _Sat._, l. -II, p. 959) e spesso il popolo domandava agli Imperatori il favore di -vederli combattere nell’arena, furon detti eziandio _Postulaticii_. -SENECA (_Epist._ VII) scrisse: «_Hos plerique ordinariis et -postulaticiis paribus praeferunt_». - -[134] SENECA, _Epist. ad Lucil._ 8; cf. 96; TERT., _Apol._ 15. — Dione -Cassio biasima quegli inumani spettatori, i quali mentre pranzavano, -_summo studio_, assistevano a quella orrenda carneficina. DIO., 60; -SUET., 34. - -[135] V’era pur anche una classe di gladiatori detta _Catervarii, «a -modo pugnae, scilicet cum non singuli cum singulis, ut moris, sed -confusi mixtique pugnant per catervas»_ (LIPS., _Saturn._ Serm. l. -II, p. 960). In GIUSEPPE FLAVIO (_De Antiq._ l. VII) leggiamo: che -Tito «_Multis e captivis illic consumpti, aliis bestiis obiecti, alii -catervatim, et plures, more hostium, depugnare inter se iussit_». -Questo spettacolo fu dato da Tito in Cesarea. - -I _Pegmares_ (_Pegmatici_ o _Pegmatarii,_ come più piace chiamarli) -erano quei gladiatori i quali «_pegmatis impositi depugnabant_» (LIPS., -loc. cit.). Suetonio dice: _Gladiatorio munere reductis interdum -flagrantissimo Sole velis, emitti quenquam vetabat, remotoque ordinario -apparatu, rapidis feris vilissimos senioque confectos, gladiatores -quoque_ PEGMARES, _patreffamiliarum notos, sed insignes debilitate -aliqua corporis subiiciebat_» (SUET., _in Calig._ XVI). Il LIPSIO -(loc. cit.) crede doversi leggere «_gladiatoribus quoque pegmares_», -in questo senso: «_Rabidis feris bestiarios viles, invalidosque: et -gladiatoribus operas pegmares fabrosque subiiciebat_». Secondo altri -avrebbero preso questo nome da _pegma, specie di torre, che veniva -eretta nel mezzo dell’Anfiteatro_. La sommità della torre sarebbe stata -ricoperta di scudi, elmi ed armi, da darsi in premio ai vincitori. -I gladiatori, divisi in due schiere, dovevano chi attaccare e chi -difendere la torre. Sarebbe stata una rappresentazione dell’assalto ad -una fortezza. - -[136] Cod. Teodos., Lib. XV. Tit. XII; l. 1; _Quapropter, qui omnino -gladiatores esse prohibemus; eos qui forte delictorum caussa hanc -conditionem, atque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies -inservire, ut sine sanguine suorum scelerum paenas agnoscant_. - -[137] _Conf._, VIII. - -[138] _Contra Symm._, l. I, v. 379 e segg. - -[139] Lib. V, cap. XXVI. - -[140] A. 403, secondo Tillemont, 404 secondo altri. - -[141] V. nota quasi alla fine del Capitolo IV, Parte I, di questo -lavoro. — V’ha chi crede che questo monaco di nome Telemaco sia quello -stesso che dal Martirologio Romano (v. I Ian. colle note del Baronio) -vien detto Almachio. Tillemont (_Empereurs, Honoré_, art. 20, p. 533 -sgg.) fa queste osservazioni: «Il est difficile de ne pas reconnaître -que tout ce qu’on dit de s. Almaque est ou faux ou très altéré». - -[142] Nei Cataloghi s’aggiunge il _Castrense_, ma questo, come vedremo -nella PARTE IV, _Quest._ 3ª, fu un _anfiteatro privato_, non destinato, -cioè, ai pubblici spettacoli. - -[143] _Parvum lapideum condidit_. ISID. - -[144] Cf. PARTE IV. _Quest._ 3ª. - -[145] DIO., p. 709. Ed. _Leunel_. - -[146] _Verona illust._, Parte IV, l. I, p. 50. Verona MDCCXXXI. - -[147] SUET., in _Vesp._ c. IX. - -[148] «Struxit autem Vespasianus in consulato suo octavo: idest, vix -biennio, ante vitae finem» (LIPS., _De Amphith._, c. VI). Vespasiano -morì l’anno 79 d. C. - -[149] I trionfi della _Guerra Giudaica_ furono celebrati colla -dedicazione del vicino Arco di Tito, sulla Via Sacra (CASS., _Variar._ -l. V, epist. XLII). - -[150] SUET., in _Vesp._ c. IX. - -[151] VARR., _de L. Lat._, l. IV, c. VIII. — V. GUATTANI, Tom. II, p. 3. - -[152] SUET., in _Ner._ 31. _Stagnum maris instar circumseptum -aedificiis ad urbium speciem_. - -[153] Epig. 2. - -[154] Facevan capo a questo centralissimo luogo, oltre al _Vico -Sandalario_, le tre celebri e frequentate vie: la _Saburra_, la -_Salaria_ e la _Trionfale_ detta anche _Nuova_ perchè rinnovata da -Caracalla, allorchè edificò le Terme. - -[155] _Mercurio volante_, p. 153. - -[156] _De Bello lud._, l. VII, c. XXIV (Coloniae Alobrog. MDCXI. Ex -Typ. Iacobi Stoer). - -[157] Loc. cit., l. VII, c. XVI. - -[158] Non è però improbabile che vi lavorassero, attesa la grandiosità -dell’opera ed il tempo, relativamente breve, in cui fu portata a -compimento, molte migliaia di schiavi; ma non è possibile assicurarne, -come fa il Rossino, il numero preciso e, molto meno, accertare che essi -fossero tutti Ebrei. - -[159] _Vix biennio_. Cf. LIPS., loc. cit. - -[160] _Chronicon_ A. 334. _A tribus gradibus patris sui duos adiecit_. -(Cf. FRICK, _Chronica minora_, Lips. 1892. Vol. I, p. 116). - -[161] LIPS., (loc. cit.) dice a questo proposito: «non male S. Rufus -ambigue inscripsit, _Flavii Amphitheatrum_, etsi fama et vulgus _Tito_ -magis adiudicavit: sive favore quodam in illum, sive potius _ex romano -ritu, quo receptum opera censeri a dedicante_». - -[162] FRICK, loc. cit. p. 117: — _Domitianus Imp...... Amphitheatrum -usque ad clypea_. - -[163] _Bull. della Comm. arch. comun. di Roma_, p. 272 e sgg. Anno -VIII, serie seconda, 1880. Sui _loca adsignata in amphitheatro_ ai -fratelli Arvali, nella prima assegnazione dell’anno 80 fatta da Tito, -abbiamo uno splendido documento negli atti del Collegio dell’anno -medesimo. V. MARINI, _Arvali_ p. 224; CANINA, _Edif._ 3, 26; HÜBNER, -_Ann. Inst._ 1856, 62 sg.; MOMMSEN, _Ann. Inst._ 1859, 125; HENZEN, -_Arv._, p. 106 et sg.; C. I. L. VI, p. 506. — Ecco l’importantissimo -documento, inciso, disgraziatamente, da uno scalpellino idiota o poco -meno: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -[164] VITRUV., _De arch._, l. IV, c. V, 12: _Sunt autem, quae iisdem -columnis imponuntur capitulorum genera, variis vocabulis nominata: -quorum nec proprietates symmetriarum, nec columnarum genus aliud -nominare possumus, sed ipsorum vocabula traducta et commutata ea -Corinthiis et pulvinatis et Doricis videmus, quorum symmetriae sunt in -novarum scalpturarum translatae subtilitatem_. - -[165] L’Arco trionfale di Tito sulla Via Sacra. V. NIBBY, _Roma Ant_. -Part. I, p. 295. - -[166] Nell’interno dell’Anfiteatro si veggono tuttora 26 capitelli -di quest’ordine. Essi sono semplici, senza intagli, ma di discreta -proporzione e di una ben intesa esecuzione. E se _alcune parti -secondarie_ di questi capitelli furono lasciate in _abbozzo_, fu -senza dubbio in considerazione della grande altezza in cui si dovean -collocare, e della vastità dell’edificio. Presento al lettore la -riproduzione di un capitello tratta dalla fotografia che io stesso ho -fatto fare. (Vedi _Fig. 1ª_). - -[167] E qui sorge una difficoltà. Uno dei capitelli marmorei del -colonnato del _sommo meniano_ è ricavato da un blocco di marmo che ha -incisi i residui di un’iscrizione monumentale. Come spiegare questo -fatto? — I restauri ingenti fatti da Eliogabalo e da Severo Alessandro -nell’ultimo piano dell’Anfiteatro (ove la parete di travertini è -internamente rivestita di una cortina laterizia dell’epoca di quei -Cesari) mi pare possano far dileguare questa difficoltà. In quella -vasta riparazione (resa necessaria dai danni causati dall’incendio del -217), alcuni dei capitelli furono certamente rinnovati. D’altra parte, -l’uso comune in quell’epoca, di adoperare pietre appartenute ad altri -edifizî, è a tutti noto; e il timpano, a mo’ d’esempio, del Portico -d’Ottavia, nonchè alcuni punti della muraglia di travertini dell’ultimo -piano dello stesso Anfiteatro Flavio ce ne sono una prova patente. — -D’altronde quel capitello, coi residui della monumentale iscrizione, -potrebbe anch’essere dell’epoca Domizianea; giacchè una parte dei -materiali appartenuti ai distrutti edificî neroniani furono senza -dubbio adoperati nell’edificazione dell’Anfiteatro. — Il frammento -d’iscrizione rimasto sulla faccia superiore del capitello, ha (tra le -poche parole tronche) queste tre lettere: NER (Nero?). Generalmente si -supplisce NER (_vae?_). V. LANC., loc. cit., p. 217; c. I, l. VI, part. -4ª, n. 32255. Ma del resto si presta pur anche al supplemento da me -proposto. Vicino a questo capitello ve n’è un altro con quattro testine -rappresentanti _Medusa_. - -[168] Nell’anno 80 d. C., Tito occupava il consolato per l’ottava -volta, insieme a Domiziano, il quale era console per la settima volta. - -[169] _De Spect._, Epig. I. - -[170] Loc. cit. Epig. III. - -[171] SUET., _in Tito_ c. VII: _Amphitheatro dedicato, thermisque iuxta -celeriter extructis, munus edidit apparatissimum, largissimumque. Dedit -et navale praelium in veteri naumachia; ibidem et gladiatores: atque -uno die quinque millia omne genus ferarum_. - -[172] Noi tratteremo questa questione nella Parte IV, _Quest_. I. - -[173] _Chron._ - -[174] Ecco come ragiona Nolli: «L’arena, nel suo maggior diametro, era -lunga palmi architettonici 450 per 305. Tutta l’area dell’arena sarebbe -107,795 palmi quadrati; e sulla supposizione che il sito occupato da -un orso o leone o tigre ben grande sia di palmi quadrati 16, l’arena -risulterebbe capace di 6737 fiere. Ma poichè non tutte le fiere hanno -la stessa grandezza, così, calcolando a ciascuna fiera 10 palmi quadr., -l’arena sarebbe capace di 10,779 fiere. — Il numero dunque di 5000 -esposte da Tito, e di 9000 esposte da Probo, non è esagerato. Ma, -s’intenda, non per farle giuocare tutte uno die nell’Anfiteatro, ma -per _mostrarle tutte_ UNO DIE al popolo». (Cf. MARANGONI, _Anf. Fl._ p. -50). - -[175] DIO., l. XVI, 25, Trad. del Bossi, Milano 1823. - -[176] Il Casaubono corresse il testo di Sifilino, sostituendo alle gru, -«Γεράνοις», i germani, «Γερμανος». — Il Reimaro si oppose a questa -correzione. — Il GORI (_Memorie storiche_ ecc., Roma 1875), ed altri -dicono che, come è favoloso il combattimento delle gru coi pigmei, così -è inconcepibile che quelle combattessero fra di loro. - -[177] Detto _Nemus Caesarum_. - -[178] ἐφ’ ἑκατον ἡμἐρας ἑγἐνετο. - -[179] La Mèta Sudante era una «fontana celebre, esistente in Roma -prima dell’Anfiteatro Flavio» (NIBBY, _Del Foro Rom._ p. 245). In -Seneca leggiamo: _Essedas transcurrentes pono, et fabrum inquilinum, -et serrarium vicinum, aut hunc, qui ad Metam Sudantem tubas experimur -et tibias; nec cantat sed exclamat_ (Ep. LVII). «Domiziano, prosegue il -Nibby (loc. cit.) la ristabilì, forse perchè Nerone l’aveva distrutta, -e questa seconda Mèta Sudante fu assai bella e decorata». - -[180] Cf. NIBBY, loc. cit., p. 402. - -[181] Loc. cit., p. 43. - -[182] _Roma descritta ed illustrata_, Tom. II, p. 5. - -[183] _Del Foro Romano_, p. 239: «Tra il numero XXXVIII e XXXVIIII è -l’ingresso imperiale, quindi l’arco ivi è più grande degli altri (?) -e non ha numero.... Questo luogo, riservato alla famiglia imperiale, -si trova affatto separato dal resto, e forse quest’ingresso era più -decorato degli altri, _e v’ha chi suppone che di là cominciasse -un portico di colonne che andava a finire al palazzo di Tito -sull’Esquilie; ma di ciò non può darsi altra prova_, se non che negli -ultimi scavi si sono in questo luogo trovati frammenti di colonne -scanalate di marmo frigio, che ivi ancora si veggono, e sopra l’arco -manca il cornicione con tutti gli ornati, _e nelle medaglie si vede -indicato un tal portico_». - -[184] MAFFEI, loc. cit., l. I, p. 45. - -[185] Id., _ibid._, p. 45. - -[186] Id., _ibid._, p. 45. - -[187] NIBBY, _Del Foro Romano_, p. 245. - -[188] Cf. CHARISIUS, I, 73: «Titus ut lupus. Thermas Titinas, ut pelles -lupinas non dicimus, sed _Titianas_». - -[189] V. la nota verso la fine del Capitolo I, Parte II, di questo -lavoro. - -[190] COHEN, II ediz., _Titus_, Vol. I, p. 461, n. 400. - -[191] Id., _Ibid._, n. 399. - -[192] _Roma antica_ I, 403. - -[193] _Archit. Numism. or, architectural models of classic antiquity_, -London 1859 n. 79, pag. 294. - -[194] Vol. III, pag. 340. - -[195] F. GORI, _Mem. storiche, i giuochi_ ecc. Roma 1875. - -[196] «Bull. della Ist.» 1861, p. 33. - -[197] La medaglia illustrata dal Donaldson e da lui detta _grande -bronzo_, conservasi nel Museo Britannico. - -[198] V. MAFFEI, loc. cit., Tav. I. - -[199] Nell’anno 80 di C. furono battute altre medaglie, come ad es., -quella in cui è rappresentato Vespasiano in _quadriga_ e recante (nel -dritto) l’iscrizione: DIVO AVG. VESP. S. P. Q. R. (Cf. COHEN, loc. -cit.); ma poichè non è certo che siano commemorative, tralascio di -riportarle. - -[200] _Variar_. l. V, Epist. XLII: _Hoc Titi potentia principalis -divitiarum profuso flumine cogitavit aedificium fieri, unde caput -urbium potuisset_ etc. - -[201] _Voyage en Italie_, Paris 1801, p. 385 e sgg. - -[202] «Bull. Comm.» loc cit. p. 215. - -[203] «Ann. dell’Ist.» 1850, p. 68-71, Tav. XII. - -[204] Il GUATTANI (_Roma descritta ed illustrata_. Tom. II, pag. 3) -si domanda: «Perchè non dare agli anfiteatri una forma perfettamente -sferica? Due, a mio credere, prosegue egli, ne furono le ragioni. Una -la trovo nel vantaggio di accorciare la visuale degli spettatori, in -guisa che, o empiendosi l’anfiteatro la maggior parte, o non empiendosi -tutto, il popolo vedeva più comodamente lo spettacolo; tanto più che -essendovi la necessità di coprirlo, illanguidivasi necessariamente la -luce. Inoltre la forma elittica riesce appunto più facile a coprirsi, -restando la lunghezza del maggior numero delle tele e delle gomene -dalla linea circolare interiore all’esteriore più corta». - -[205] AMM., l. XVI, c. XVI, scrisse: _Amphitheatri molem solidatam -lapidis tiburtini compage, ad cuius summitatem aegre visio humana -conscendit._ — Non v’ha dubbio che la _venerabile mole_ dei Flavî, -veduta da vicino e dal piano antico, sia sommamente imponente. - -[206] Cinque di questi cippi furono scoperti nel 1895 all’Est -dell’Anfiteatro, di contro alle arcate XXIII, XXIIII e XXV («Bull. -Comm.» 1895, n. 3, p. 117 e segg.). - -[207] _Verona illust._ p. 186. - -[208] Questi stucchi furono disegnati da Giovanni da Udine ed incisi -nella _Raccolta_ di De-Crosat. (VASARI, _Vita de’ Pittori_ p. 30, part. -3, q. 2). - -[209] Dalle medaglie apparisce che su gli archi che trovavansi nei -grandi ingressi v’erano delle quadrighe. Il GUATTANI (loc. cit. -Tom. II, p. 5), invece scrive: «Nella parte settentrionale verso -l’Esquilino, fra gli archi corrispondenti al mezzo dell’ovale, ve n’è -uno che non ha numero fra il XXXV e il XXXVIII (?). Ivi da un capitello -all’altro delle colonne, manca tutto il cornicione sino al piano del -portico superiore. Tal mancanza _indica a maraviglia l’attacco di un -ponte_ che dava il passaggio all’Imperatore dal suo palazzo e terme -sull’Esquilie all’Anfiteatro». A p. 16 (_nota_) il Guattani principia -a dubitare di questa sua asserzione, e scrive: «Questa quadriga non si -vede affatto (?) in nessuna medaglia a mia notizia; bensì impresso in -tutte, e chiarissimamente visibile in quella di Gordiano, sta l’attacco -del _ponte_, seppure, _in vece di ponte non fosse un vestibolo -dell’Anfiteatro_». È evidente che al Guattani non eran note le medaglie -di Domiziano, ecc. - -[210] Loc. cit. pag. 424. - -[211] Opusc. _De Amphith._ - -[212] _Roma alla fine del mondo antico_, p. 174. - -[213] _Roma ant. Tom._ I, p. 425. - -[214] _Domitianus Imp.... Amphitheatrum usque ad clypea_. - -[215] TAC., _Ann._ 2, 83; SUET., _Calig._ 16; _Dom._ 23. — TREBELL., -_Claud. Goth._ 3; LIV., 25, 39; 35, 10; c. I, l. XIV, 2794. - -[216] C. I, l. XI, 6481 — c. I, l. XIV, 2410. - -[217] C. I, l. V, 1829 — c. I, l. IX, 5177 — _Ib._, XIV, 2215. - -[218] V. P. GRISAR, _Roma alla fine del mondo antico_, p. 174, Roma -1908. - -[219] Loc. cit., p. 222. - -[220] Nella descrizione che faremo dell’interno dell’Anfiteatro, -vedremo che cosa fosse il velario, e come fosse disposto. - -[221] Loc. cit., pag. 425. - -[222] Almeno in gran parte. - -[223] _Memorie storiche del Colosseo_, p. 124, Roma 1875. - -[224] L. I. - -[225] _Agro Romano_, p. 162. - -[226] _Vestigia e rarità di Roma_, p. 39. - -[227] _Arch._ l. II, c. VIII. - -[228] Altre opinioni sull’origine di questi buchi, non credo necessario -riportarle perchè del tutto inammissibili. - -[229] CASSIOD., _Variar._ l. III, 31. - -[230] _Rom. istit._, l. III, c. V, p. 261. - -[231] _Antiq. Rom._, l. III, c. XII. - -[232] _Roma ricerc. nel suo sito_. - -[233] Loc. cit., p. 412. - -[234] Ap. WINCKELMANN, p. 496 e sgg. - -[235] CICERONE, _in Ant. Philip._ 9 ed in _Pison._ c. 38, n. 93; PAOLO, -l. _Si statua_, 27, ff. _De iniur._; ULPIANO, l. _Si sepulchrum_, 2, -ff. _De sepulcri viol._ - -[236] SCEVOLA, l. _Cuiusque_ 4 § _Hoc crimen_, ff. _ad leg. Jul. -Maiest._; MASCIANO, l. _Non contrahit_, 5; VENULEIO, l. _Qui statuas_, -6. - -[237] ULPIANO, l. _Raetor. ait._ 3 ff. _De sep. viol._; PAOLO, l. _ult. -cod._ - -[238] V. il KIRCHMANN, _De funer. Rom._ lib. 3, c. 14. - -[239] SCEVOLA, l. _Medico_ 40. Cf. _Mulier_ 2, ff. _De auro, arg._ etc. - -[240] L. XXVII, c. III. - -[241] Prefetto di Roma nell’anno 367. - -[242] L. XV, tit. I, leg. 37. - -[243] S. GIROLAMO, _Epist._ 1-7, ad _Principiam virg. op._ Tom. I, col. -954, n. 13. - -[244] CASSIOD., l. II, _epist._ 7. - -[245] Dico _deputare_ e non _creare_, perchè pare dalla formola che già -vi fosse prima. La formola d’investitura, che a tal uopo fu spedita a -quel magistrato, ce l’ha conservata Cassiodoro, lib. 7, form. 13. - -[246] Come pure nell’anfiteatro di Verona, in quello di Pola, Nîmes, -etc. - -[247] Loc. cit., l. II, p. 195. - -[248] I perni di solo ferro, come è noto, non sono di lunga durata, -ma presa questa precauzione, rivestendoli cioè di piombo, questo li -preserva dalla ruggine, e così dànno un ottimo risultato. Prima di -mettere una pietra sopra l’altra, lasciavano abilmente nella pietra di -sotto un piccolo canale, per potervi infondere il piombo e saldare il -perno. - -[249] Ap. WINCKELMANN, Tom. XI, p. 494. Prato MDCCCXXXII - -[250] V. A. MUSATO, _De gest. Henr. VII Imp._ l. 8, rubr. 4, col. 455; -_la vita di Cola di Rienzo_ l. II, c. XIV. Presso il MURAT., _Ant. -med. aevi_, Tom. II, col. 1867; l’_Infessura_ dell’anno 1404; presso -l’ECCARDO, _Tom._ II, col. 1867; e presso il suddetto MURAT., Tom. III, -part. 2, col. 1116. - -[251] Vedi Tav. II. - -[252] GORI, loc. cit., p. 125 - -[253] Cf. Parte III, c. V. - -[254] Prima che l’arena venisse trasformata, l’ipogeo, come in breve -vedremo, riceveva luce in altro modo. - -[255] Cf. LIPS., _De Amph._, c. III. - -[256] PLINIO, H. N. l. XXXVI: _Invenere et alium usum_ (SPECULARIS -LAPIDIS) _in ramentis quoque Circum Maximum ludis circensibus -sternendi, ut sit in commendatione candor_. - -[257] SUET., in _Calig._ XVIII: _Edidit et circenses.... et quosdam -praecipuos, minio et chrysocolla constrato circo_. PLINIO (_Hist. Nat._ -l. XXXIII) scrive: _Visumque iam est Neronis principis spectaculis -arenam Circi chrysocolla sterni, cum ipse concolori panno aurigaturus -esset_. È noto che per _chrysocolla_ intendevasi la _borrace_, quel -nitro fossile cioè che proveniva dall’Armenia, dalla Macedonia e da -Cipro. - -[258] LAMPRID., in _Heliog.: Scobe auri porticum stravit et argenti, -dolens quod non posset et electri. L’electrum_ non era se non quella -qualità di oro naturale che conteneva una quinta parte d’argento. _Omni -auro_, dice PLINIO (_Hist. Nat._, l. XXXIII, c. IV) _inest argentum -vario pondere.... Ubicumque quinta argenti portio est_, ELECTRUM -_vocatur_. Lo stesso Plinio (loc. cit.) ci assicura che l’_electrum_ si -componeva anche artificialmente, facendo che il _composto_ contenesse i -due metalli in quella stessa proporzione in cui trovavansi nell’elettro -naturale. - -[259] LAMPRID., ib. - -[260] Epig. l. II, ep. LXXV. - -[261] V. Tav. I, lett. A-Y. - -[262] LAMPRID., _in Comm._ 16; DIO., cap. XXI. - -[263] Queste si regalavano quasi intieramente ai bestiarî, i quali, -dopo averle trasportate al _Castrense_, si dividevano fra loro le carni -mangiabili, le pelli di lor pertinenza (quelle cioè di minor conto), e -le ossa, delle quali, fattele seccare nei sotterranei dell’edificio, -ne facevano traffico. Negli scavi ivi eseguiti nella prima metà del -secolo XVIII (V. FICORONI, _Le Vestigia di Roma antica_, p. 121) se ne -trovarono una gran quantità. - -[264] Parte III, c. V. - -[265] Vedi Tavola IV. - -[266] Nel giornale «L’Osservatore Romano» (11 Settembre 1909) leggo: -«GLI ANTICHI ASCENSORI ROMANI. Neppure l’ascensore, entrato da non -molto tempo negli usi della vita moderna, è una novità. Fin dai -tempi di Giulio Cesare i Romani avevano costruito dei solidi e forti -elevatori verticali per uso degli spettacoli. Questa scoperta dovuta al -prof. Boni, direttore degli scavi del Foro, è importantissima. Dodici -erano gli ascensori in azione nell’ultimo periodo della Repubblica. -Essi servivano per elevare dai sotterranei alla superficie del foro -i gladiatori e le belve. Una galleria longitudinale sotterranea -moveva dai rostri di Cesare in direzione del tempio dedicato a questo -dittatore, e aveva nel suo percorso (come anche oggi è dato vedere) -quattro minori gallerie traversali, in ciascuna delle quali erano tre -camere per gli argani e altrettante camerette di comando per la manovra -degli ascensori. In ciascuna delle dodici camere si vedono i dadi di -travertino su cui erano infitte le aste, e dal logoramento della buca -circolare si conosce la direzione del tiro di ogni argano. Si calcola -che sopra ogni elevatore potessero stare comodamente cinque o sei -persone, in modo che, essendo dodici gli elevatori, oltre settanta -persone venivano innalzate in un tempo solo alla superficie del Foro. -Di quanto si conosce», prosegue l’«Osservatore Romano», «l’invenzione -dei Romani della Repubblica non ebbe seguito sotto l’Impero (?).... -I primi tentativi dei Romani contemporanei di Cesare rimasero sepolti -per venti secoli nel sottosuolo del Foro, e per singolare coincidenza -vengono in luce oggi che l’ascensore è alla sua più perfetta -applicazione». Così LA CASA. Ci rallegriamo di cuore coll’illustre -direttore degli scavi del Foro, ma facciamo osservare al ch.º scrittore -dell’articolo, che gli _elevatori_ s’usarono costantemente negli -anfiteatri per elevare dagli ipogei dell’arena belve, gladiatori -e quant’altro era opportuno a render variato lo spettacolo. Non è -esatto perciò asserire che quest’invenzione, _sotto l’Impero non ebbe -seguito_. Oltre all’attestarci questo fatto gli antichi scrittori, ne -rimangono tuttora chiarissime tracce nell’Anfiteatro Flavio e negli -anfiteatri di Capua, Pozzuoli e Siracusa. - -[267] PETRONIO, _Satyr._ c. IX. CALPURNIO, _Eclog._ VII, c. 69. - -[268] - - DD NN VALENTINIANO ET VALENTE SEMPER AV - LOLCYRIVS PRINC CVR ET ERITOR DVODENA DE PROPRIO / V / - VETVSTATEM CONLAPSVM AT STATUM PRISTINUM RED //// - AMPHITHEATRVM CVM PORTIS POSTICIIS ET HOMNEM FABR //// - ARENE NEPVS LOLCYRI PRINC CVR ET ANTE ERETORIS FILIVS - CLAVDI PRIC ET PATRONI CURIAE PRONEPOS MESSIGOR - PRINC FELICITER - -L’epigrafe da noi riportata trovasi nel Museo comunale di Velletri -mia città natale. Fu già trascritta dal Fabbretti, dal Fea, ecc., ma -poco correttamente. Con più diligenza fu ripubblicata dal Mommsen, -e trovasi inserita nel vol. X, 6565, del _Corpus_. Io l’ho copiata -sull’originale, e la presento senza correzioni e supplementi. - -Nel vestibolo dell’Anfiteatro Flavio (_Ingresso Ovest_) vi sono i -frammenti della seguente iscrizione: - - [Illustrazione: Iscrizione] - -Nel capitolo V, Parte I, di questo lavoro riporteremo l’illustrazione -di quest’epigrafe, ed il supplemento che generalmente ne dánno gli -archeologi. - -Io leggerei le ultime due linee così: - - HA(_re_)NAM AMPHITEATRI A NOVO UNA CUM PO(_rtis, instauratis_) - P[_ost_]ICIS SED ET REPARATIS SPECTACULI GRADIBUS (_restituit_). - -Quell’_arenam a novo restituit_ non può intendersi della _sostruzione_ -dell’arena, perchè ancora vi vediamo tracce delle primitive, restauri -dell’epoca di Eliogabalo e Severo Alessandro, ed alcune riparazioni dei -secoli posteriori. Opino quindi che quell’_arenam a novo_ si riferisca -al pavimento ligneo con gli sportelli dei _postica_, ai quali _postica_ -furono fatte delle riparazioni: sarebbe insomma una _seconda edizione_ -dell’epigrafe Veliterna: _Amphitheatrum ad statum pristinum cum portis -posticiis et omnem fabr(icam) arene_ (sic).... I pavimenti di legno -erano infatti quelli che più d’ogni altra cosa doveano andare in -deperimento. - -Nella riparazione poi fatta _spectaculis gradibus_ potrebbe esser -compreso il rinnovamento del parapetto a transenna del podio, abbattuto -forse dalla caduta di statue o d’altro, e fatto precipitare giù per -la cavea dal terremoto del 422. Dico il solo _parapetto_, perchè non è -ammissibile che il terremoto avesse fatto cadere il muro di fronte del -podio: muro situato nella parte infima dell’Anfiteatro, non più alto -di metri 3,50, di forma curvilinea concava, dello spessore di un metro -circa, collegato col muro interno per mezzo di un soffitto sostenuto da -robuste travi; e credo che nessuno possa coscenziosamente applicare al -muro del podio che fronteggia l’arena la frase A NOVO dell’epigrafe di -R. Cecina Felice Lampadio. Le altre osservazioni su di questa lapide le -faremo al capo quinto, Parte I, di questo lavoro. - -[269] FLAVII VOPISCI SIRACUS. _in Probo. Vitae Caes._ Basileae MDXLVI, -p. 303. _Additit alia die in amphitheatro una missione centum iubatos -leones, qui rugitibus suis tonitrua excitabant: qui omnes contificiis -interempti sunt, non magnum praebentes spectaculum cum occidebantur. -Neque enim erat bestiarum impetus ille, qui esse ab eis egredientibus -solet. Occisi sunt praeterea multi, qui diripere volebant, sagittis. -Editi deinde centum leopardi Libyci, centum deinde Syriaci, centum -laenae, et ursi simul trecenti: quarum omnium ferarum magnum magis -constat spectaculum fuisse quam gratum._ - -La maggioranza dei dotti del rinascimento, come Erasmo, Egnazio, -Casaubono, ecc. lessero _contificiis_ e _contifigiis_. Salmasio fu -l’unico che, appoggiandosi al manoscritto Palatino, lesse e posticis. -La grave autorità di quegli scrittori imporrebbe la loro lezione, ed -in tal caso il passo di Vopisco non avrebbe influenza sulla nostra -questione. Se poi si volesse ammettere la variante del Salmasio, -allora il passo favorirebbe la mia opinione, perchè confermerebbe -che nella decadenza dell’Impero le cellette dalle quali si facevano -sbucare le fiere sull’arena, si dicevano postica: _omnis e posticis -interempti sunt.... Neque enim erat bestiarum impetus ille qui esse_ -AB EIS _egredientibus solet_; vale a dire: _qui esse solet bestiis -egredientibus ab eis posticis._ L’uccisione di cento leoni, in tale -ipotesi, si sarebbe voluta effettuare per mezzo di uomini nascosti -nelle cellette, i quali, con _venaboli_ o lance spinte fuori per una -fessura lasciata fra i due sportelli, dovevano trafiggere le fiere -allorchè passavano incautamente sulla _postica_. Ed invero, quelle -povere bestie non avrebbero trovato scampo, giacchè si aggiravano -in un campo irto di settantadue lance, quante cioè erano le cellette -nell’ipogeo dell’Anfiteatro Flavio. Questo spiegherebbe come molti dei -leoni fossero stati uccisi con le saette, perchè per uscir fuori da -quel terribile agguato tentarono di aprirsi un varco, forse nelle reti -che difendevano il podio. Il Maffei (loc. cit. pag. 244) sul citato -testo di Vopisco osserva quanto segue: «La falsa prevenzione intorno -alla struttura degli anfiteatri, fece che il Salmasio sopra Vopisco -disse significarsi con questa voce _le porte da cui da’ lor sotterranei -uscivan nell’arena le bestie,_ e pretese di emendar un oscuro passo -dell’autor suo riponendovi tal voce nell’istesso senso. Della medesima -opinione fu il Valesio sopra Ammiano.... per _Postice_ non altro si -può intendere, se non le porte delle lor gabbie, quali alcuna volta -riusciva alle bestie di rompere. Forse si dicean _Postice_ per usarsi -di farle non nella fronte ma nella parte posteriore». Ma la lapide -Veliterna getta giù di un tratto l’opinione del Maffei, il quale si -vide nella necessità di ricorrere ad altro, e scrisse: AMPHITHEATRVM -CVM PORTIS POSTICIIS etc. Par (!) si parli di restaurazioni; e se -il marmo dice veramente _Amphitheatrum_, le porte _posticae_ non -possono qui intendersi di quelle delle gabbie». E conchiude: «la voce -_posticcio_ in lingua volgare esprime ciò che non è fisso.... e viene -indubitamente da _posticus_, che avrà però avuto anche tal significato -in latino. Credibil da ciò si rende, che così si chiamassero -nell’anfiteatro le porte che tenean serrati gli archi esteriori -d’ingresso, le quali.... non eran fisse, ma si levavano i giorni di -spettacolo, onde venivano ad esser _posticcie_ (!). Queste adunque può -credersi fosser rifatte da colui di cui parla la lapide». L’opinione -del Maffei non ci soddisfa affatto. Ciò che si è detto nel _Testo_ e -nelle _Note_, e ciò che siam per dire ci sembra che sia per annullare -qualsiasi altra congettura. - -[270] _Pers._ 3, 3, 30. - -[271] _O cessi_. - -[272] _Sat._ lib. VIII. - -[273] LANCIANI, loc. cit., p. 222. «Non s’intende che cosa abbiano -a fare col Colosseo (_le portae posticae_), cioè con un monumento -il quale non aveva nè fronte nè schiena, ma che invece era uniforme -in tutto il perimetro, e contava 80 archi d’ingresso.... Le _portae -posticae_ si possono immaginare facilmente in quegli anfiteatri i quali -stanno sul limite estremo di una città, come il pompeiano; ovvero -a metà incassati sotterra, come il tuscolano; ovvero in quelli che, -come il tuscolano ed il pompeiano avevano o uno o due o quattro soli -ingressi. Le sigle dell’iscrizione romana (che parla dei restauri -fatti da R. Cecina Felice Lampadio) si prestano del resto, ad altri -supplementi come sarebbe, per esempio PublICIS etc.». Il parere del -ch.º Huelsen lo riporteremo al c. V, parte I. - -[274] SENECA, _Epist._ 61. - -[275] V. la Tavola IV _fuori testo_. - -[276] _Epig._ LXXI, l. I. - -[277] DIO., in _Adr._ - -[278] Le varie opinioni degli archeologi sull’epoca di queste -costruzioni le esporremo alla parte III, c. V. - -[279] Cf. _Supplemento all’opera del Desgodetz_, Part. I, c. XXI. — -L’_Anfiteatro Flavio_, p. 60. — Tav. VI. - -[280] Similmente a piano inclinato. - -[281] L. LXXII, c. IV. - -[282] V. Tav. II fuori testo. - -[283] I gradi dovean essere talmente larghi da potervisi assidere una -persona, e posarvi i piedi l’altro che sedeva nel grado superiore. -La misura prescritta da Vitruvio soddisfa pienamente allo scopo. -Egli vuole che i «gradus ne minus alti sint palmopede ne plus pede et -digitis sex: latitudines eorum ne plus pedes duo semis ne minus pedes -duo constituantur». In misura metrica equivarrebbe, poco più poco meno, -a dire: i gradi siano non meno alti di m. 0,37, nè più di m. 0,41; -e larghi non più di m. 0,75, nè meno di m. 0,60. Le misure dei gradi -dell’Anfiteatro Flavio, prese su quei pochi residui che sfuggirono alla -devastazione, sono le seguenti: altezza m. 0,40 — larghezza 0,72. - -[284] Nel podio vi dovette essere l’_ordo subselliorum_ per i Senatori, -giusta la legge di Augusto (SUET., _in Aug._ XLIV); e vi fu anche una -gradinata, giacchè Suetonio dice che Domiziano _quingenas tesseras in -singulos cuneos equestres et_ SENATORII ORDINIS _pronunciavit_ (SUET., -_in Dom._ IV). - -[285] _Roma ant._, p. I, pag. 427. - -[286] SUET., _in Aug._, XLV. - -[287] V. Tav. I, lett. V-X. - -[288] Loc. cit. pag. 423-424. - -[289] V. Tav. 21-22, fig. 2, del «Bull. Comm.» ann. VIII, serie 2. 1880. - -[290] SUET., _in Aug._ XLIV — _Facto igitur decreto patrum ut quoties -quid spectandi usquam publice ederetur primus subselliorum ordo vacant -senatoribus_. - -[291] Alle Vestali non era lecito di assistere a tutti i giuochi. Esse -entrarono manifestamente nel divieto imposto alle donne di assistere ai -giuochi atletici. Le parole che Suetonio fa immediatamente seguire al -racconto della disposizione data da Augusto circa il posto che doveano -occupare le donne nell’assistere ai ludi, ed il luogo speciale concesso -alle Vestali, non lasciano dubbio di sorta. «Athletarum vero spectaculo -(dice) _muliebrem sexum_ OMNEM adeo summovit.... edixeritque mulieres -ante horam quintam venire in theatrum non placere». Suetonio (come bene -osserva il ch. Lanciani) ricorda come una singolarità di Nerone l’aver -egli invitate _ad athletarum spectaculum et virgines vestales, quia -Olympiae quoque Cereris sacerdotibus spectare conceditur_ (cap. XII). - -[292] CIC., _pro Mur._ 35, 73. - -[293] PRUD., _Contr. Symm._ II, v. 1109. - -[294] HÜBNER, _Ann. delle Ist._ p. 59. - -[295] Più tardi, come vedremo, anche l’Imperatrice fu esclusa dal -pulvinare. - -[296] SUET., _in Tito_, IX. - -[297] SUET., _in Domit._ IV. - -[298] Id. _in Aug._ XLIV. - -[299] Questo decreto fu emanato nell’anno 776 d. R. - -[300] TACIT., _Annal._ IV, 16. - -[301] Tra breve procurerò dimostrare che la legge Augustea non colpì -soltanto le plebee, ecc.; ma tutte indistintamente le donne. - -[302] «Il rito fu ordinato nei primi anni di Roma con quattro sole -sacerdotesse. Tarquinio Prisco (v. DIONISIO, III, 67) o Servio Tullio -(Plut. 10) accrebbero il numero delle Vestali fino a sei, e questa -cifra si mantenne costante fino al secolo IV dell’era volgare. -Nell’ultimo periodo del paganesimo si ha notizia di sette Vestali -(Cf. AMBROSII, _epp. ed. Parei_ p. 477; MÜLLER, _Geog. gr. min._ II, -525); ma è incerto quando e perchè sia stata in tal guisa cambiata -la consuetudine antica del numero senario». LANCIANI, _Notizie degli -Scavi_, C. I, _Delle Vergini Vestali_, pag. 436. - -[303] BÖETIUS, _De consolatione philosophiae_, lib. II, prosa III. - -[304] PLINIO, _Hist. Nat._ XXXVII, c. III, 43 — «DC. fere M. passuum a -Carnunto Pannoniae abest littus Germaniae ex quo invehitur (succinum) -percognitum nuper. Vidit enim eques Romanus missus ad id comparandum -a Juliano curante gladiatorium munus Neronis principis, qui haec -commercia et littora peragravit, tanta copia invecta, ut retia arcendis -feris podium protegentia succinis nodarentur» — (_per ornamento_). - -[305] CALPURN., _Eclog._ VII. - - «...... Nec non ubi finis arenae - Proscina marmoreo peragit spectacula muro - Sternitur adiunctis ebur admirabile truncis, - Et coit in rutulum, texti qua lubricus axe - Impositos subita vertigine falleret ungues, - Excuteretque feras. Auro quoque torta refulgent - Retia quae totis in arenam dentibus extant, - Dentibus aequatis, et erat (mihi crede Lycota, - Si qua fides) nostro dans longior omnis aratro». - -[306] Tom. I, pag. 4. - -[307] VARR., _De L. L._ 4, 24. _Quod cingulum e corio habebant bullatum -balteum dictum_. - -[308] TERT., (_De Spect._ 3) chiamò _cardines balteorum_ i vomitorî -aperti nelle _praecinctiones_. - -[309] La numerazione delle _tabulationes_ doveva seguire quella delle -arcate terrene. - -[310] Lib. XLIV. - -[311] DIO., l. XLIX. - -[312] _Ann._ l. XVI, c. 12. - -[313] V. p. 33. - -[314] SUET., _in Augusto_. - -[315] V. XLII. - -[316] _De arch._, l. V, c. IX. - -[317] CALPURNIO, loc. cit. - -[318] «Bull. della Commissione Archeol. Com. di Roma» 1880, p. -236 e sgg. Anno VIII, serie seconda. Tutti i frammenti epigrafici -rinvenuti nei diversi scavi fatti nell’Anfiteatro Flavio sono stati -più recentemente (anno 1902) pubblicati e con molta cura dall’HUELSEN, -_Inscriptiones Urbis Romae Latinae_. Partis quartae, fasciculus -posterior. — Additamenta, pp. 3199 e sgg. Berolini, apud Georgium -Reimerum, MCMII. — Noi li riporteremo alla II Appendice. E questo -volume del _Corpus_ è quello che citiamo in quest’opera. - -[319] TACITO, _Ann._ 13, 54. - -[320] Ap. HENZEN, _Arv._ p. CVI. - -[321] _Ann. Inst._ 1856, p. 62. - -[322] IOSEPH., _Iud._ 7, 7. - -[323] HENZEN, _Arv._ CVI, 8. - -[324] _Diplomi_ 153. - -[325] _Oeuvres_, 3, 69. - -[326] Oct. 44. - -[327] Lo Hübner nega che il _senatusconsulto_ di Augusto si riferisca -ad ogni genere di spettacoli, perchè in quello si nomina fra le altre -cose il _cuneus praetextatorum_, che è divisione non ammissibile nel -circo privo di cunei. «Questo fatto» egli dice «può servire per nuova -prova, i regolamenti di Augusto non essere stati generali per tutti e -tre i generi di spettacoli». Ora se Augusto giudicò utile, opportuno, -morale dividere i pretestati dalla restante folla nel teatro, -identiche considerazioni di moralità, di opportunità, di convenienza -avranno fatto adottare uguale misura pel circo. Sarebbe stato puerile -rinunciarvi per la sola ragione che nel circo non c’era divisione per -cunei. - -[328] SUET., _Octav._ 44. - -[329] VAL. MAX., 2, 4, 3. - -[330] _Röm. Alterth._ 2 l., 282. - -[331] 33, 44. - -[332] 55, 22, 4. - -[333] SUET., _Claud._ 21. - -[334] DIO., 60, 3 e JORDAN, _Forma_ p. 18. - -[335] 1, 9. - -[336] 4, 35, p. 151 _Hild._ - -[337] C. I, l. p. 860 n. 78. - -[338] _Domit._ 4, cf. DIONE, 66, 25. - -[339] Cf. LIVIO, 2, 31; FESTO, p. 344 MUELL. - -[340] Cf. l’elogio di Manio Valerio Massimo dittatore ap. c. I, l. I, -p. 284. - -[341] _Phil._, 9, 7, 16, cf. MARQUARDT, _Staatsw._, 3, 471. - -[342] _Ad Att._ 2, 1, 4. - -[343] SUET., _oct._ 35, GIOVENAL., 2, 178. - -[344] Id. _Caes._ 76. _Claud._ 25, 76. _Nero_ 12; JOSEPH, _Jud._ 19, 13. - -[345] PLIN., H. N. 37, 3, 11, 2; GIOVEN., 2, 144. - -[346] Cf. il _parvis foraminibus spectare_, SUET., _Nero_ 12. - -[347] Loc. cit. p. 63. - -[348] Cf. RITSCHL, _Parerga_, v. I, p. 227. - -[349] CIC., _pro Mur._ 19. - -[350] LIV., _Epist._ XCIX. - -[351] PLUT., _Cic._ 13; PLINIO, H. N. 7, 31. - -[352] Cf. MOMMSEN, _Röm. Gesch._ 3, 97. - -[353] PLUT., _C. Gracch._ 12, 3. - -[354] CIC., _Phil._ 2, 18; GIOVENAL., 3, 153; ORAZIO, _Epod._ 4, 16. - -[355] Cf. SUET., _Oct._ 40. - -[356] Id. _ibid._ 14. - -[357] _H. N._ 8, 21. - -[358] Loc. cit. - -[359] _Forma_ p. 18. - -[360] Cf. MARZIALE, 6, 8. - -[361] _Domit._ 4. - -[362] Dei XIV ordini. - -[363] Cf. TAC. _Ann._ 2, 82. - -[364] Cf. OVIDIO, _Fasti_ 4, 381. - -[365] Cf. HÜBNER _l. c._ p. 56 _a_. - -[366] Id. _l. c._ p. 56, 2. - -[367] HÜBNER _l. c._ p. 68, n. 8. - -[368] Cf. cap. I, pag. 33. Solamente farò qui notare collo stesso -ch. Lanciani «che tutti i posti accennati nell’iscrizione arvalica -spettavano ai ministri inferiori del collegio, e non agli arvali -stessi, ai quali, siccome _al più bel fiore della nobiltà_ (Marini, -153), competeva il posto senatorio». - -[369] Cf. pag. 65 di questo capitolo. - -[370] _Domit._ 4. - -[371] _Ann._ 2, 83-4, 9. - -[372] C. I. L. VI. 912. - -[373] _Dom._ 4. - -[374] SUET. _Nero_, 20; C. I, Gr. 5898; Ignarra, _De palestr. neap._ 23. - -[375] GORI, _Colosseo_ p. 131. - -[376] Il Lanciani scriveva queste parole nel 1880. - -[377] C. I. L. VI, 1682; DE ROSSI, _Piante_ 53. - -[378] SUET. _Octav._ 44. - -[379] SUET. _Claud._ 25. - -[380] TACITO, _Ann._ 13, 54. - -[381] DIONE, _fragm._ 68, 15. - -[382] Cf. JUSTIN. 43, 5, 10. - -[383] Suet. _Octav._ 43. - -[384] Cf. pag. 70 di questo lavoro. - -[385] _Ann._ 16, 12. - -[386] HÜBNER, _loc. cit._ 61. - -[387] JORDAN, _Forma_ 19. - -[388] SUET. _Octav._ 44. - -[389] Cf. _Scamna maritorum_ di MARZIALE 5, 41. - -[390] SAT. 11, 202. - -[391] PLUT. _Silla_ 24. - -[392] _De har. resp._ 12, 24. - -[393] _Amores_ l. 3, el. 2, v. 40; _De art. am._ 1, 135 sg. - -[394] _Am._ 2, 7, 3 sg. - -[395] Paris 1900, pag. 15. - -[396] I quali, come dicemmo, guardavano gli spettacoli dall’alto del -portico. - -[397] Sui gradini del meniano primo. - -[398] V. _Bull. di Arch. Com._ Anno XXII, p. 312-324. - -[399] Cf. Tav. I. - -[400] Cf. Introd., p. 12. - -[401] _Hist. Nat._, l. XIX, c. I. - -[402] Lib. IV, v. 73. - -[403] Loc. cit. - -[404] Loc. cit. - -[405] Loc. cit. - -[406] ROMANELLI, _Viaggio a Pompei_, ecc. Napoli 1811, p. 47. (Cf. le -epigr. da me riportate nell’Introd., p. 14). - -[407] CALP., loc. cit. - -[408] _In Comm._ - -[409] Di Traiano. _Ann. dell’Istit._ 1862, p. 64. - -[410] 5, 2, 47. - -[411] Questo fatto fu inventato da Plauto, ma verisimile; nè può dirsi -cosa che non potè accadere, o che non fosse mai accaduta. - -[412] Cosa peraltro non necessaria ad un nocchiero, cui (posti -i quattro punti cardinali) bastava vedere l’_indice_ fermato -in uno qualsiasi dei lati della faccia dodecagogana superiore -dell’_anemoscopio_, per sapere quale dei dodici venti soffiasse; e -neppure gli era necessaria per raggiungere lo scopo suddetto, giacchè -bastava che egli conoscesse la direzione del vento (qualunque esso si -fosse) per dare gli ordini opportuni. - -[413] VITRUV. _De arch._ lib. I, cap. VI, 55. _Tum per angulos inter -duas ventorum regiones, et platearum et angiportorum videntur debere -dirigi descriptiones. His enim rationibus et ea divisione exclusa -erit ex habitationibus et vicis ventorum vis molesta. Cum enim -plateae contra directos ventos erunt conformatae, ex aperto coeli -spatio impetus ac flatus frequens conclusus in faucibus angiportorum -vehementioribus viribus pervagabitur._ - -[414] Loc. cit., Tom. II, p. 7. - -[415] Cfr. LANCIANI, loc. cit., p. 274. - -[416] Loc. cit., p. 400. - -[417] V. ARINGHI, _Rom. Sott._ Tom. IV, p. 1878, n. 4. — MARANGONI, -_Memorie storiche dell’Anf. Flavio_, p. 27. — VENUTI, ecc. - -[418] BELLORI, _Vestigia Vet. Rom._ Tav. XXVIII. - -[419] Loc. cit. - -[420] Loc. cit., p. 11. - -[421] Loc. cit., p. 25. - -[422] Epig. già citato. - -[423] Loc. cit. - -[424] Loc. cit., p. 28. - -[425] EUSEB., _Hist. Eccl._, l. 3, c. 15. - -[426] BAR., _Ad Ann._, 74. - -[427] DIO., l. 67. - -[428] MARINI, _Apud Mai, Script. vet. nov. coll._ Tom. V, p. 380. - -[429] Vol. I, _pars prior_, p. 418. - -[430] _Elém. d’archéol. chrétienne_, vol. I, p. 20. Cf. DELEHAYE, -_L’amphithéâtre Flavien_, etc. ap. _Analecta Bollandiana_, t. XVI, -1897, p. 216. - -[431] PARTE IV, _Questione_ 4. - -[432] Loc. cit. - -[433] _In Domit._, c. IV. - -[434] SUET. _in Dom._ c. V. - -[435] SUET., loc. cit.; MART. _De spect._ ep. IV, XXII. - -[436] SUET. _in Domit._ 4. «Spectacula assidue magnifica et sumptuosa -edidit non in Amphitheatro modo, verum et in circo; ubi praeter -solemnes bigarum quadrigarumque cursus praelium etiam duplex, equestre -ac pedestre commisit; at in Amphitheatro navali quoque. Nam venationes -gladiatoresque et noctibus ad lychnuchos; nec virorum modo pugnas sed -et feminarum..... Ac per omne gladiatorum spectaculum ante pedes eius -stabat puerulus coccinatus portentoso parvoque capite, cum quo plurimum -fabulabatur, nonnumquam serio.... Edidit navales pugnas paene iustarum -classium, effosso et circumstructo iuxta Tiberim lacu, atque inter -maximos imbres perspectavit». - -[437] Cf. VISCONTI C. LUDOVICO. _Il sepolcro del fanciullo Q. Sulpicio -Massimo_. — G. HENZEN, _Sepolcri antichi rinvenuti alla Porta Salaria._ -«Bull. dell’Ist.» 1871, p. 98. — L. CIOFI, _Inscript. Lat. et Graec. -cum carmine graeco extemporali Q. Sulpicii Maximi_, Roma 1871. — E. -PARKER, _Tombs in and near Rome_, Oxford, 1877, p. X. — LANCIANI, -_Pagan and Christian Rome_. - -[438] SUET. ibid., 10. — «Patrem familias, quod Threcem Myrmilloni -parem munerario imparem dixerat, detractum spectaculis in arenam, -canibus obiecit, cum hoc titulo: _Impie locutus parmularius_». - -[439] Se pure fu egli che lo scrisse. - -[440] SUET., loc. cit. - -[441] SUET., _in Dom._ 19: «Armorum nullo, sagittarum vel praecipuo -studio tenebatur. Centenas varii generis feras saepe in Albano -secessu conficientem spectavere plerique; atque etiam ex industria ita -quarumdam capita figentem ut duobus ictibus quasi cornua efficeret. -Nonnumquam in pueri procul stantis, praebentisque pro scopo dispensam -dextrae manus palmam, sagittas tanta arte direxit, ut omnes per -intervalla digitorum innocue evaderent». - -[442] IOV., _Sat._ IV, V. 99, et segg. — Secondo Dione (l. LVII, 14) -Acilio trafiggeva i leoni. - -[443] MART., l. VIII, ep. LIII. - -[444] MART., l. VIII, ep. VI. - -[445] _Epig._ VII. - -[446] _Epig._ VIII. - -[447] _Epig._ IX. - -[448] Ibid., ep. X. - -[449] Ibid., ep. XIV, XXII et XXV. - -[450] Ibid., ep. XV. - -[451] Ibid., ep. XVI. - -[452] Ibid., ep. XVIII. - -[453] Ibid., ep. XX. - -[454] Ibid., l. v., ep. XXXII. - -[455] PLINIO, _Paneg._ 33, 34; DIO., 68, 10. - -[456] _Dissert. della Pont. Acc. d’Archeol._ Tom. XI, p. 80. - -[457] DIO., l. LXVIII, 15. - -[458] Loc. cit. p. 25. - -[459] PAUSANIA, _Descriz. della Grecia_, lib. V, c. XII: καὶ θέατρον -μέγα κυκλοτερὲς παυτακόθευ. - -[460] SPART., _Script. Hist. Aug._ Edit. Iord. Berolini 1864, -in _Hadriano_, 9: _in Campo Martio posuerat, contra omnium vota -destruxit_. - -[461] Loc. cit. p. 217. - -[462] Salvo in qualche caso eccezionale, come ad es. mentre -l’Anfiteatro veniva restaurato per danni subiti e causati da incendi, -fulmini, terremoti, ecc. - -[463] SPART., in _Hadr._ VII et XIX; DIO., l. LXIX, 8. - -[464] SPART., ibid. XVIII. - -[465] περιστεφ., 10, 696. - -[466] _Hyaena crocuta_, è la _iena macchiata_ dei naturalisti, più -piccola della _hyena striata_. - -[467] Sorta di gazzelle avente le corna in forma di lira. - -[468] In _Anton. Pio_ c. X, - -[469] A. d. C. 170. - -[470] In _Marco Aur._ l. XVII. - -[471] Ibid., c. XIX. - -[472] LAMPRID. in _Comm._ XV. _Spectator gladiatoria sumpsit arma: -panno purpureo nudos humeros advelans.... Sane cum illi saepe pugnanti, -ut Deo, populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a -militibus classiariis, qui vela ducebant, in amphitheatro interimi -praeceperat. Urbem incendi iusserat utpote coloniam suam: quod factum -esset nisi Laetus praefectus praetorio Commodum deteruisset. Appellatus -est sane, inter cetera triumphalia nomina, etiam sexcenties vices Palus -primus Secutorum._ - -[473] LAMPRID. in _Comm._ XVI: _De palatio ipse ad Coelium montem in -Vectilianas aedes migravit, negans se in palatio posse dormire..... -Ipse autem prodigium non leve sibi fecit: nam cum in gladiatoris occisi -vulnus manus misisset, ad caput sibi detersit: et contra consuetudinem -penulatos iussit spectatores, non togatos, ad munus convenire, quod -funebribus solebat: ipse in pullis vestimentis praesidens. Galea eius -bis per portam Libitinensem elata est._ - -[474] _Hist._, l. I, c. VIII. Ed. Bekker Lips. 1855, p. 15. — DIONE -CASSIO (l. LXXII c. IV, _delle storie romane_ compendiate da G. -Sifilino) dice, che il congiurato chiamavasi Claudio Pompeiano. - -[475] Cap. XVII e segg. - -[476] _Sotto il nome di diametro vogliono indicarsi linee, o piuttosto -i corridoi diagonali coperti ed accessibili: il che in questo luogo -significa la parola_ PERIDROMO, _formata da_ INTORNO _e da_ CORSO, _e -mal intesa talvolta dagli architetti_. BOSSI. - -[477] _Cioè s’incrocicchiavano ad angolo retto, tagliando in quattro -parti l’anfiteatro a modo di croce._ GORI. - -[478] Il Bulanger stima che questa somma equivalga a 3000 zecchini -incirca. - -[479] DIO., c. XXI. — Trad. del Bossi. - -[480] IOSEPHI SCUTILLI. _De Colleg. Gladiat. seu in geminas -inscriptiones gladiatorias nuperrime effossas commentarius._ Romae -1756. - -[481] V. MURATORI, _Thes. Inscript._ p. DXI, 3. - -[482] LXXVI, 1. - -[483] Traduzione dello stesso Bossi. - -[484] Il Bossi crede che questa bestia fosse una rarissima specie -indiana di cignale. - -[485] Il MAFFEI (_Verona illust._ l. I, p. 35) scrive: «Credo doversi -leggere quaranta in Sifilino, perchè segue che se n’uccisero in tutto -cento al giorno, onde non quattrocento in un solo. Si rappresenta -quella nave in una medaglia di Severo riferita dal Mezzabarba». In -questa medaglia si legge: LAETITIA TEMPORVM. - -[486] DIO., l. LXXVII, 6. - -[487] Questo _cavallo-tigre_ è a noi incognito. - -[488] DIO., l. LXXVII, 6. - -[489] _De Columna Traiani_, Romae 1683, c. 8, p. 258. - -[490] _Monum. ined._ Roma 1821, tom. II, p. IV, § 2, p. 260 e n. 199. - -[491] BELLORI, _Lucern._ p. I, tav. 21. - -[492] DIO., lib. LXXVIII, 25. - -[493] Forse è un ippopotamo od un rinoceronte. - -[494] DONALDSON, _Arch. numismat._ n. 79; MAFFEI, Tav. I, n. III; -COHEN, _Alex. Sev._ IV, pag. 447, n. 468 Ediz. II. — Cf. pag. 38 -di questo lavoro. Quelle medaglie sono state riprodotte dai calchi -gentilmente inviatimi dal Sig. E. Babelon, Direttore del Gabinetto -Numismatico della Biblioteca Nazionale di Parigi, cui porgo i miei più -sinceri ringraziamenti. - -[495] L’iscrizione PONT . MAX . etc., prova che gli spettacoli si -fecero effettivamente l’anno 223; quando, cioè, cadde la seconda -potestà tribunizia, marcata in questa moneta. - -[496] V. CAPIT. in _Gord._ - -[497] Loc. cit. - -[498] In _Gordiano_, III, 38. - -[499] Secondo il Baronio sarebbe accaduto l’anno 249 di Cristo. — Il -Nibby crede esser avvenuto il 248. - -[500] _Ann._ - -[501] Cap. XIX. - -[502] VOP., in _Aurelian._ XXXIII. - -[503] VOP., loc. cit. - -[504] CALPURNIO, _Eclog._ VII (_Poetae Latini Minores._ — Ed. -Wernsdorf, tom. 2, p. 166, V. 33 et seqq). - - «Vidimus in coelum trabibus spectacula textis - Surgere, Tarpejum prope despectantia culmen, - Immensosque gradus et clivos lene jacentes - Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste - Inter femineas spectabat turba cathedras. - Nam quaecumque patent sub aperto libera coelo - Aut eques aut nivei loca densavere tribuni. - Qualiter haec patulum contendit vallis in orbem - Et situata latus resupinis undique sylvis - Inter continuos curvatur concava montes: - Sic tibi planitiem curvae sinus ambit arenae. - Et gemmis medium se molibus alligat ovum. - Quid tibi nuc referam, quae vix suffecimus ipsi - Per partes spectare suas? sic undique fulgor - Percussit. Stabam defixus et ore patenti, - Cunctaque mirabar, nec dum bona singula noram. - . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - Balteus ex gemmis, en illita porticus auro - Certatim radiant. Nec non ubi finis arenae - Proxima marmoreo peragit spectacula muro, - Sternitur adjunctis ebur admirabile truncis, - Et coit in rotundum, tereti qua lubricus axe. - Impositos subita vertigine falleret ungues, - Excuteretque feras. Auro quoque torta refulgent - Retis quae totis in arenam dentibus extant, - Dentibus aequatis, et erat (mihi crede, Lycota, - Si qua fides) nostro dens longior omnis aratro. - Ordine quid referam? vidi genus omne ferarum - Hic niveos lepores et non sine cornibus apros, - Manticorum, sylvis etiam quibus editur alcen - Vidimus, et tauros quibus aut cervice levata - Deformis scapulis torus eminet, aut quibus hirtae - - Jactatur per colla jubae, quibus aspera mento - Barba jacet, tremulisque rigant palearia setis. - Non solum nobis sylvestria cernere monstra - Contigit: aequoreos ego cum certantibus ursis - Spectavi vitulos, et equorum nomine dignum - Sed deforme pecus quod in illo nascitur amni. - Qui sata riparum venientibus irrigat undis. - Ah! trepidi quoties nos descendentis arenae - Vidimus in partes, ruptaque voragine terrae - Emersisse feras: et eisdem saepe latebris - Aurea cum croceo creverunt arbuta libro». - -[505] Circa gli animali descritti da Calpurnio, è da notarsi quanto -segue: I _candidi lepri_ sono rari. Plinio (H. N. l. VIII, 55) -riferisce che si erano visti sulle Alpi. Il medesimo scrive (l. VIII, -32) che i _cinghiali cornuti_ trovansi nell’India. La _Manticora_ o -_Mantichora_ fu descritta da ARISTOTELE (_Dell’Anima_, l. II, c. 11), -da PLINIO (VIII, 21), da ELIANO (IV, 21) e da PAUSANIA (_Boet._ c. -21), il quale sostiene che era una specie di tigre, e che molte cose -le quali narravansi di essa erano favolose. L’alce venne descritta -da CESARE (_Bell. Gall._ VI, 27), da PLINIO (VIII, 15) e da PAUSANIA -(loc. cit.). I tori _multiformi_ sono i tori siriaci e carici, dei -quali parla PLINIO (VIII, 45), che descrive ancora (VIII, 15) i bisonti -colle folte giubbe. I _vitelli marini_ sono le _foche_ (PLINIO, IX, -13; Aelian. IX, 9 et 50). — Il _cavallo marino_ è l’ippopotamo del Nilo -(PLINIO, VIII, 25; _Solinus_ c. 31 et 36). Dal GORI, loc. cit. p. 52. - -[506] _Ann. d’Italia_, Tom. II, part. I, Roma 1786, p. 297. - -[507] DE ROSSI, B. A. C. 1867, pag. 86. - -[508] _Cod. Theod._ 15, 12, 1. - -[509] _Istit. Divini._ l. VI, c. 20. - -[510] Loc. cit. p. 220. - -[511] GORI, loc. cit. p. 74. - -[512] _Cod. Theod._ l. XV, t. XII, _De Glad._ l. I. - -«Imperator Costantinus A. MAXIMO P. E. P. Cruenta spectacula in -otio civili et domestica quiete non placent. Quapropter, qui omnino -gladiatores esse prohibemus, eos qui forte delictorum causa hanc -condicionem adque sententiam mereri consueverant, metallo magis facis -inservire, ut sine sanguine, suorum scelerum poenas agnoscant. P.P. -Beryto, Kalend. Octobr. Paulino et Juliano Coss.» - -[513] _Conf._ c. 8. l. VI. - -[514] _Nella sua vita_, p. 3. - -[515] _Codex Theod._ l. XV, t. XII, _De Gladiat._ 1-2. - -[516] Loc. cit. p. 220. - -[517] Allude alla costituzione costantiniana del 325. - -[518] Ibid. l. IX, _De poenis_ 1, 8. et 11. Di qui si deduce che -prima di quell’epoca i cristiani si condannavano agli spettacoli -anfiteatrali. Ma di questo tratteremo alla parte IV, quest. 3. - -[519] _Cod. Theod._, l. XV, t. XII, _De Gladiat._ - -[520] PRUD., l. II, _contra Symmach._ — Edit. Dressel. Lipsiae 1860 v. -1109 e seg. - -[521] Non certo perchè a Prudenzio piacessero le _venationes_, nelle -quali v’era sempre pericolo di spargere sangue umano, ma perchè egli -comprese che sarebbe stato inutile esigere in quel tempo l’abolizione -di tutti gli spettacoli anfiteatrali. - -[522] TEODORETO, 5, 26. - -[523] Cf. TILLEMONT, _Hist. des Emp._ 5, 533, seg.; il NIBBY, _Roma -ant._, I, 88; il DE ROSSI, _Bull. Arch. crist._ 1868, p. 84. — V’ha -chi dice (Gori loc. cit. p. 78) _essere molto difficile_ che Onorio si -facesse convincere dagli argomenti di Prudenzio; e che non ha ombra di -_storica verità_ il racconto del monaco Telemaco, _inventato_ (sic) da -Teodoreto. Per potere asserire ciò, fa di mestieri provare che i _ludi -gladiatorî_ non ebbero fine sotto «QUEL PRINCIPE RELIGIOSISSIMO», e -l’assoluta insussistenza dell’uccisione di Telemaco; e che Teodoreto, -scrittore del V secolo, e quindi coevo al fatto da lui narrato, fosse o -un ignorante o un falsario, o ambedue le cose insieme. In ogni modo le -ragioni addotte dai contradittori non mi persuadono. Qualche argomento -negativo, i punti esclamativi, le ironiche espressioni e qualche -invettiva, se sono sufficienti per far prorompere in applausi coloro -che non vissero IN TEMPI DI ECCESSIVA CREDULITÀ, sono argomenti affatto -invalidi per una mente sana e non preoccupata, benchè pensante in tempi -di _eccessiva incredulità_. - -Il ch. P. H. GRISAR (_Roma alla fine del mondo antico_, p. 33, Roma -1908) è dello stesso mio parere. Ecco le sue testuali parole: «Tuttavia -sì barbaro sollazzo doveva sotto Onorio essere l’ultimo in Roma. -Un pio monaco messosi per entro la calca del popolo era penetrato -nel Colosseo. Gli spettatori, intenti ai certami, avran fatto poca -attenzione ad un semplice asceta, forestiero, ignoto e comparso là in -quelle sue grosse e povere vesti. Or mentre ferve la pugna ed il sangue -comincia a scorrere, lanciasi d’improvviso il monaco sul parapetto, -e corre difilato a separare i combattenti. Tutti collo sguardo si -rivolgono a lui solo, che a gran voce in nome di Gesù Cristo ingiunge -di desistere ed appella ai diritti della religione, che vuole bandita -tanta crudeltà. Era da prevedersi che subito dopo il primo stupore la -vampa degli animi accesi si sarebbe rivolta contra di lui. Il magnanimo -diviene incontanente bersaglio al furore non meno degli spettatori che -dei lottatori. Egli cade trafitto in mezzo a coloro che voleva salvi. -Il sacrificio della sua vita suggella in tal guisa i suoi ammonimenti. -— Non sappiamo, prosegue, se lo spettacolo finisse tosto che il -cadavere fu trascinato fuori dell’arena; ma possiamo credere, che -quando al delirio della passione, onde era stata invasa la radunanza, -successe la tranquillità e la riflessione, si cominciò a sentire -pietà dell’animoso pellegrino. Fatta indagine, si scoprì che il monaco -trucidato, il quale, a quanto pare, chiamavasi Telemaco, abbandonata -la sua patria in Oriente, avea pellegrinato a Roma, guidato dall’idea -di levarsi contro i giuochi de’ gladiatori, sperando che, ove fossero -tolti in Roma, sarebbero senza dubbio aboliti nel resto del mondo -cristiano. Il suo scopo fu raggiunto: l’imperatore, tutto commosso per -un atto sì eroico, emanò severissima legge che _proibiva per sempre -tali giuochi_ in Roma». - -In _nota_ poi aggiunge: «La narrazione è presso lo storico Teodoreto il -quale scrisse circa l’a. 450. _Hist. eccl._ 5. c. 26, ed. L. Schultze, -p. 1067 — _Acta SS. Boll._ 1 Jan. 1.31 — _Analecta Boll._ 1897 p. 252, -_ove senza fondamento viene messa in dubbio l’identità dello_ στάδιον -di Teodoreto col Colosseo». - -[524] _De Consul. Manlii Theod._ - -[525] CASSIOD. _Variar._ l. V. Epist. 142: _Muneribus Amphitheatralibus -diversi generis feras, quas praesens aetas pro novitate miraretur -exhibuit, cuius spectaculi voluptates etiam exquisitas Africa sub -devotione transmisit._ - -[526] BARONIO, _ad. ann._ 538. - -[527] CASSIOD., _Variar._ l. V. epist. 42. — «Maximo Viro Illustri, -Consuli Theodoricus rex. - -«Si Consularem munificentiam provocant qui peruncta corporum -flexibilitate luctantur, si organo canentibus redditur vicissitudo -praemiorum: si venit ad pretium delectabilis cantilena; quo munere -venator explendus est, qui ut spectantibus placeat, suis mortibus -elaborat? Voluptatem praestat sanguine suo, et infelici sorte -constrictus festinat populo placere qui eum non optat evadere. Actus -detestabilis, certamen infelix cum feris vel contendere quas fortiores -se non dubitat invenire. Sola est ergo in fallendo praesumptio, -unicum in deceptione solatium. Qui si feram non mercatur effugere, -interdum nec sepulturam poterit invenire. Adhuc superstite homine -perit corpus; et antequam cadaver efficiatur, truculenter absumitur. -Captus esca fit hosti suo et illum (proh dolor!) satiat quem se -perimere posse suspirat. Spectaculum tantum fabricis clarum, sed -actione deterrimum, in honore Scythicae Dianae repertum quae sanguinis -effusione gaudebat.... Hoc Titi potentia principalis divitiarum profuso -flumine cogitavit aedificium fieri, unde caput urbium potuisset. Cum -theatrum quod est hemisphaerium, grecae dicatur Amphitheatrum, quasi -in uno juncta duo visoria, recte constat esse nominatum: ovi specie -eius arenam concludens, ut concurrentibus actum daretur spatium; et -spectantes omnia facilius viderent, dum quaedam prolixa rutunditas -universa collegerat. Itur ergo ad talia quae refugere deberet -humanitas. Primus fragili ligno confisus currit ad ora belluarum; et -illud quod cupit evadere, magno impetu videtur appetere. Pari in re -cursu festinat et praedator et praeda; nec aliter tutus esse potest, -nisi huic quem vitare cupit, occurrerit. Tunc in aëre saltu corporis -elevato quasi vestes levissimae supinata membra iaciuntur, et quidam -arcus corporeus supra belluam libratus, dum moras discedenti facit, -sub ipso velocitas ferina discedit. Sic accidit ut ille magis possit -mirior videri qui probatur illudi: alter angulis in quadrifaria -mundi distributione compositis, rotabili facilitate praesumens, -non discedendo fugit, non se longius faciendo discedit, sequitur -insequentem, poplitibus se reddens proximum ut ora videt ursorum; -ille in tenuem regulam ventre suspensus invitat exitiabilem feram; et -nisi periclitatus fuerit, nil unde vivere possit acquirit: alter se -gestabili muro cannarum contra saevissimum animal, ericii exemplo, -receptatus includit, qui subito in tergus suum refugiens, intra se -collectus absconditur; et cum nusquam discesserit, eius corpusculum -non videtur. Nam sicut ille veniente contrario revolutus in sphaeram -naturalibus defensatur aculeis: sic iste consutili crate praecinctus, -munitior redditur fragilitate cannarum: alii tribus, ut ita dixerim, -dispositis ostiolis paratam in se rabiem provocare praesumunt: in -patenti area cancellosis se postibus occulentes, modo facies, modo -terga monstrantes, ut mirum sit evadere quos ita respicis per leonum -ungues dentesque volitare: alter labenti rota feris offertur: eadem -alter erigitur ut periculis auferatur». - -[528] Loc. cit., p. 85. - -[529] Cap. VIII. - -[530] _Ant. Pii._ - -[531] _Ancient Rome_ p. 219. - -[532] Loc. cit. pag. 56. - -[533] Ai 23 d’Agosto dell’anno 217. - -[534] Lib. LXXVIII e XXV; _Cronicon._ ann. 334. - -[535] Τό τε θέατρόν τὸ κυνηγετικὸν κεραυνοἷς ἔν αὔτᾗ τῶν Ἡφαιστείον -ἡμέρᾳ βλαδέν, οῦτω κατεφλέχθη, ὥστε τήν τε ἂνω περιβολὴν αὑτοῦ πᾶσαν, -καὶ τὰ ἔν τᾧ τοῦ κύκλου ἑδάφει πάντα κατακαυθῆναι, κἅκ τούτου τὰ λοιπὰ -πυρωθέντα θραυσθῆναι. ὄυδὲ ἐπήρκεσεν αὔτᾦ οῦτε ἀνθρωπίνη ἡ πικουρία, -καίπερ παντὸς, ὥς εἴπεῖν, ὔδατος ῥέοντος, οὔθ’ ἤ τοῦ οὔρανίου ἐπιῤῤοια, -πλείστη τε καί σφοδροτάτη γενομένη, ἥ δυνάμεως ἁνηλίσκετο. καί ἔν μέρει -καί ἀυτὸ τοῦτο περιεγένετο, ὅθεν ἤ θεὰτῶν μονομάχῶν ἔν τᾦ σταδιᾥ ἐπί -πολλά ἐτη ἐτελέσθη. - -[536] Traduzione del NIBBY; Roma nell’anno MDCCCXXXVIII. Parte I, -Antica p. 405. Roma, Tipografia delle Belle arti, 1838. - -[537] «Ancient Rome» p. 219. - -[538] «Bull. Com.» loc. cit., p. 218. - -[539] Cf. DIO., loc. cit.; _Hieron. in Chron._ ad a. 218; C. I. L. I, -p. 400. - -[540] LAMPRID., in _Heliog._ c. 17. - -[541] LAMPRID., in _Alex. Sev._ c. 28. - -[542] LAMP., in _Alex. Sev._ c. 4. — Anche nel nostro Anfiteatro -v’erano luoghi d’infamia. Lampridio descrive l’immoralità di Caracalla, -e dice: _Fertur una die, ad omnes Circi et Theatri et_ AMPHITHEATRI -_et omnium urbis locorum meretrices tectus cucullione mullonico, ne -agnosceretur, ingressus_. - -[543] COHEN, _Alex. Sev._ IV, p. 447, n. 468-469, ediz. II. — V. la -riproduzione n. 2, p. 38 di quest’opera. - -[544] COHEN, _Gord. Pio_, V, p. 37, n. 165-166. Ed. II, V. n. 3, p. 38, -di quest’opera. - -[545] NIBBY, loc. cit. p. 420. - -[546] _Edifizii_ 3, 24. - -[547] Loc. cit. p. 220. - -[548] CAPIT., _Gordian._ 32. - -[549] HIERON. _Chron_, edit. Roncalle, p. 475. - -[550] _Cod. Theod._ l. XVI, tit. VIII, l. I. - -[551] L. XVI, c. X. - -[552] Il Muratori, nei suoi _Annali_, fissa quest’irruzione nell’anno -442. - -[553] _De gestis Longob._ 4, 47. Cf. De Rossi, _Ann. Inst._ 1849, 338. - -[554] _Notizie degli scavi anf. fl._ R. 1813, p. 5; c. I. l. 6, 1763. - -[555] Nella tav. fotogr. n. 1337. - -[556] FEA, loc. cit. p. 3, segg. - -[557] Cf. Part. I, c. III. Altri archeologi, fra i quali il ch. Huelsen -(_Inscript. Urb. Romae, Part. quartae fasc. post. add._, pag. 32214, -n. 32089), basandosi sul passo di Vopisco, _in Probo_, da noi già -riportato, sostengono (contro il Lanciani) che nell’Anfiteatro Flavio -vi furono _portae posticae_. Sotto un aspetto hanno ragione i primi, -sotto l’altro il Lanciani; e a me sembra che la mia opinione concilii -le due opposte sentenze. Le porte dei _postica_, v’erano certamente: -le _portae posticae_, nel senso di _portae posterulae_, no; tanto per -la ragione addotta dal ch. Lanciani, quanto, perchè (come ho già fatto -notare) non si possono chiamare _posticae_ (_posterulae_) quelle porte -che sono davanti. - -Nella sezione dell’Anfiteatro Flavio pubblicata da varî archeologi -e riprodotta nell’anno 1899 dal Dr. Heinrich Babucke (_Geschichte -des Kolosseums_, Königsberg. Ostpr.), si vede disegnata (nel muro -del podio) una porta coll’indicazione: _Portae posticae_. È una loro -supposizione. Che cosa vi fosse sotto il ripiano del podio, già lo -dicemmo a pag. 63. - -[558] Dal LANCIANI, «Bull. comm.» loc. cit., p. 229. Quando scriveva il -Lanciani il frammento _c_ era inedito, ma nell’anno 1902 questo e tutti -i frammenti inediti furono pubblicati dall’HUELSEN, C. I. L. pars. 4, -_Additamenta_, pag. 3203. - -[559] PIGHIO, _cod. Berl._ 121. _Nel Coliseo_, LIGORIO; _cod. Nap._ I, -34, p. 156; L. I. L. VI, 1716; ADDIT., n. 32094 - -[560] FEA, _Fasti_, LXV; C. I. L. VI, 1716 c, 1115. - -[561] FEA, _Fasti_, XLV; C. I. L. VI, 1716 _b_. - -[562] C. I. L., v. 2, VC; v. 5 ABO: v. 6 MO: [Illustrazione: foglia] -v. 9 RE. - -[563] MARINI, _Difesa_, 157; cf. il FEA: _Ammonizioni_, 31; il DE -ROSSI, _Ann. Inst._, 1849, 340 etc. - -[564] Loc. cit., p. 44, n. XLV. - -[565] Lib. I, c. V. - -[566] Il ch. GRISAR (_Roma alla fine del mondo antico_, Roma 1908, pag. -466) scrive: Nell’anno 508 Teoderico fa riparare il Colosseo, che da un -terremoto aveva patito dei guasti». - -[567] Cf. la _Silloge mariniana_, n. 149 e seg. - -[568] _Lib. Pont._ edit. DUCHESNE, _in Vitaliano_, p. 343. - -[569] «Quella testa di bronzo, d’Augusto, e la gran mano che tiene la -palla, mi fu detto essersi trovata avanti il Colosseo appresso la Mòta -Sudante». VACCA, _Memorie_ n. 71. - -[570] Si conserva nel Campidoglio. Nel 1440, per testimonianza di -Biondo da Forlì, trovavasi nel Laterano. - -[571] _Descriz. topog. delle antichità di Roma_, part. I, c. 1, p. 45. - -[572] DUCHESNE, _Lib. Pont._ tom. I, _in vita Stephani_ III, nota 23, -p. 482: «_Colosseo_ — La primière mention du Colisée sous ce nom, si -toutefois, le biographe a voulu parler de l’amphithéâtre, lui-même et -non pas du colosse voisin, d’où il tire son nom. L’ouvrage de Bèda, -d’où l’on cite (NIBBY, _Roma antica_ part. I, p. 410) une prophétie sur -la durée du Colisée, de Rome et du monde, est manifestement apocryphe: -_Quandiu stat Colisaeus, stat et Roma; Quando cadet Colisaeus, cadet et -Roma: Quando cadet Roma, cadet et mundus_, (MIGNE, P. L. tom. XCIV, p. -543)». - -[573] URLICHS, _Codex Urbis Romae, topog._ p 74. - -[574] _In vita Steph._, III, Edit. DUCHESNE, p. 472. - -[575] Cf. JORDAN, _Topogr._ 2, p. 510. - -[576] Cf. PARISOTTI, _Del culto d’Iside e Serapide in Roma_, Tip. Vat. -1888; CORVISIERI, ap. «Il Buonarroti» serie II, vol. V, Marzo 1870, p. -68 e segg. - -[577] Ciascuno di quei raggi era lungo 12 piedi e mezzo. - -[578] «Transtulit (Adrianus) et colossum stantem atque suspensum per -Decianum (altri leggono _Detrianum_ o _Demetrianum_) architectum de -eo loco in quo nunc templum Urbis est, ingenti molimine, ita ut operi -etiam elephantes vigint. quatuor exhiberet». - -[579] Tralascio di riportare le leggende ridicole del medio evo -sull’origine della parola Colosseo. Il lettore le potrà trovare -nell’opuscolo «_Geschichte des Kolosseums_» pag. 41. del Dr. HEINRICH -BABUCKE; Königsberg Ostpr. 1899. - -[580] _Verona Illust._ vol. V, p. 29. - -[581] SUET., _Nero._ cap. 13; PLIN. l. 34, cap. 7. - -[582] _Epig._ 2. - -[583] Lib. XXXIV, c. VII. - -[584] Lib. XXXIV, c. VII. - -[585] SUET., _Calig._ c. XXXV. - -[586] Un esempio recente e che corrisponde a capello a quanto -io asserisco, lo trovo in un articolo scritto dal ch. Gualtiero -Castellini nel periodico «Il Secolo XX» (Giugno 1910, pag. 478). Questo -scrittore narra che vedendo in Tunisia l’anfiteatro d’El Giem (già -appartenente all’antica città di _Thysdrus_), esclamò: «Il Colosseo!» -E prosegue: «Questo _Colosseo_ maestoso, di grandezza poco inferiore -a quella dell’Anfiteatro Flavio di Roma, conteneva circa settantamila -spettatori: è lecito dedurre da questa cifra l’importanza che Thysdrus -doveva avere, l’importanza che tutta l’Africa romana doveva aver -conseguito negli ultimi secoli dell’impero.... Il sole brillava su i -grandi archi maestosi, che luccicavano per una tinta dorata superba. -È la pietra africana, è il sole che dà a questo _Colosseo_ un aspetto -aureo così glorioso?» — A pag. 481 poi, a piè della riproduzione -dell’interno del suddetto anfiteatro romano, leggesi: «_Interno del_ -COLOSSEO _d’El Giem_». - -[587] Si riferisce al passo di Beda ed al brano del _Liber Pont._ già -da noi citati. - -[588] Cf. MABILLON, _Mus. Ital._, Tom. II, p. 144. - -[589] Dal Periodico «Il Buonarroti» Serie II, vol. V, Marzo 1870, p. -68-69. - -[590] _Hist. Nat._, XXXVI, 37. - -[591] Fra gli edificî che sorsero sulla parte dell’Oppio che guarda -l’Anfiteatro, non ho ricordato le Terme di Tito, perchè, secondo il -mio umile modo di vedere, credo si debbano queste ricercare, giusta -l’opinione del Piale, non sul colle ma nel basso, nell’area occupata -dai giardini di Nerone. E per verità, se ben si legge l’epigramma 2º -di Marziale (_De Spect._), apparirà chiara la situazione di quelle -Terme. Marziale esordisce in quell’epigramma, indicandoci l’atrio della -_Domus aurea_, il sito appunto ove sorgeva il _Colosso Neroniano_, -vale a dire sull’altipiano della _summa sacra via_ (Cf. anche l’ep. -LXXI _ad librum_); e descritta con enfatico fraseggiamento l’immensità -dell’edificio: - -_Unaque iam tota stabat in urbe domus_, ne dà nel penultimo distico -il termine, dicendo: _che là, ove al tramonto si distendevano le ombre -allungate del Claudio portico, erano le ultime lacinie incompiute dello -sterminato edificio_: - - _Claudia diffusas ubi porticus explicat umbras,_ - _Ultima pars aulae deficientis erat._ - -Determinata così la posizione dell’immenso fabbricato, passa ad -insegnarci il luogo dello _Stagno di Nerone_: - - _Hic ubi conspicui venerabilis amphitheatri_ - _Erigitur moles, stagna Neronis erant._ - -E segue immediatamente: - - _Hic ubi miramur velocia munera thermas,_ - _Abstulerat miseris tecta superbus ager._ - -Le Terme di Tito, prossime all’Anfiteatro, _Amphitheatro dedicato, -thermisque_ IUXTA _celeriter extructis_ (SUET. _in Tito_), noi dobbiam -dunque ricercarle non sul colle, ove positivamente sorgeva il vasto -fabbricato, ma nel basso ove dispiegavasi il _superbus ager_. - -Sennonchè si presenta una difficoltà: la mancanza, cioè, di ruderi -in quel tratto della pianura che si distende a levante del Colosseo. -Ma questa difficoltà è più apparente che reale. Nella «Cronachetta» -dell’Armellini (Fase. II, an. 1885) leggo una comunicazione del -Lugari intorno ad alcuni ritrovamenti fatti all’angolo della «Via -di S. Giovanni in Laterano» e della «Via Ostilia» mentre innalzavasi -in quel sito una fabbrica dal sig. Gioacchino Costa. Ecco le parole -del Lugari: «Sotto il piccolo fabbricato che esisteva nella località -suddetta, io vidi alcuni anni indietro i resti di una fabbrica antica -tuttora ben conservati, fra i quali una piccola stanza, la cui parete -orientale correva parallela alla via di S. Giovanni. In questa s’apriva -un vano interrato fino all’imposta dell’arco, che ricordo essere di -bella costruzione. Ora cavandosi i fondamenti del nuovo fabbricato si -rinvennero altri muri contemporanei ai già descritti, con restauri -di età più tarda.... In un cavo apparve una parte di fascia di un -pavimento a mosaico semplice bianco e nero. Tra le terre venne fuori un -frammento d’iscrizione in caratteri dell’età degli Antonini. La lastra -è grossa 0,06. Questo frammento di lapide, che il Sig. Costa mise -gentilmente a mia disposizione perchè ne potessi prendere il calco, -dice così: - - . . . . . . . . CI . COMI . . . . . . - . . . . NINI . AVG . SEI . . . . . . - . . . . VLANVS . ET . SOD . . . . . . - . . . . . LENDIDISSIMAM . . . . . . . . - -Il Lugari giudicò quei muri dell’età degli Antonini; con tutto ciò, -ritenendo col Piale che ivi fossero le Terme di Tito, pensò che la -_splendidissima_ donazione fatta ad un Sodalizio da uno degli Antonini, -non fosse altro che la donazione delle Terme stesse, _rese ormai -inutili e per la lor piccolezza e per le vicine Terme di Traiano, e -forse anche per l’erezione delle Commodiane_; facendovi, il donatore, -delle nuove opere onde ridurle ad uso di quel Sodalizio. Non v’ha -dubbio che la scoperta di _un ampio piazzale_ avanti all’Anfiteatro, -dalla parte del Laterano, _analogo a quello del lato opposto ove avea -origine la Via Sacra_ (GATTI, _Bull. Arch. Com._ 1893, p. 117), ci -fa ragionevolmente opinare che in quella parte sorgesse un importante -edificio. Lo spazio poi che v’è fra le vie _Maior_ e _Merulana_ è tale, -da poter contenere una fabbrica eguale a quella detta oggi comunemente -le _Terme di Tito_. Non intendo con ciò dire che le terme disegnate dal -Palladio, e da lui dette di Vespasiano, siano da adattarsi qui: no; la -scala monumentale espressa in quel disegno, per la quale si ascendeva -dalla pianura alla spianata che aprivasi dinanzi alla Terma, stabilisce -quell’edificio indubitabilmente sul colle. Soltanto mi limito ad -asserire che nell’area da me indicata, v’era lo spazio sufficiente -per una _Terma_ di limitate proporzioni, eguale a quella detta dal -Palladio «_di Vespasiano_». Se poi fosse certo che il sito dei _Castra -Misenatium_ fu ove li ha collocati il ch. Lanciani nella _Forma Urbis_, -dovremmo, per l’indicazione ΠΑΡΑ ΤΑΣ ΤΙΤΙΑΝΑΣ (KAIBEL, _Inscript. Gr. -sic._ 956, B. 15), ritenere le Terme di Tito sorte senz’altro in quel -posto. E lì appunto ce lo indicherebbero e la medaglia di Domiziano e -quella fatta coniare da lui stesso in onore di Tito e di Vespasiano, -se fosse plausibile la mia idea di sopra accennata, e che consiste -in credere che il portico a doppio ordine di colonne rappresentato in -quei monumenti numismatici raffiguri le _velocia munera_. Più ragioni -m’inducono a ravvisare in quel portico le Terme di Tito. E queste -ragioni sono: 1.º Perchè in quello non posso riconoscere col Donaldson -un passaggio che congiungeva il Palatino coll’Anfiteatro, poichè -quel portico trovasi in tutt’altra posizione; dalla parte, cioè, del -Laterano. 2.º Perchè non si può ammettere col Guattani e col Nibby che -fosse quello un porticato che salisse alla casa di Tito sull’Esquilie; -giacchè l’Anfiteatro, veduto com’è inciso sulle medaglie, guarda il -Celio, e quindi, avrebbe esso impedito assolutamente la veduta di quel -portico. 3.º Perchè nessuno degli antichi scrittori ricorda ivi alcun -edificio _non termale_, la cui esistenza escluderebbe senz’altro da -quel posto le Terme di Tito. Oltre a ciò, l’essere stato preferito -nelle medaglie il prospetto dell’Anfiteatro che guarda il Celio, ci -dice che quella scelta dovè aver avuto uno scopo. Ecco la ragione per -cui io accennai l’opinione che in quei bronzi commemorativi si siano -volute esprimere, nella loro reale positura, le tre opere dei Flavî: la -_Mèta Sudante_, riedificata sontuosamente da Domiziano, la _venerabil -mole_ di Vespasiano e le _velocia munera_ di Tito. Finalmente il -non vedersi più quel portico nelle medaglie di Severo Alessandro e -di Gordiano, dimostra che a questi Imperatori non più interessava -quell’edificio, il quale, per aggiunta, fu ridotto ad altro uso (come -v’è fondamento di credere) fin dai tempi di Commodo. - -Ma che sono adunque le terme designate dal Palladio e che positivamente -si trovano sul colle? Io opino che siano la _parte termale_ della -_Domus aurea_, divenuta poi _domus Titi Imperatoris_. Difatti la -parete esterna dell’_abside_ della sala maggiore (i ruderi della quale -_abside_ si vedono tuttora dietro la caserma delle _Guardie di Pubblica -Sicurezza_) è parallela ai muri della _Domus aurea_, scoperti sotto -le Terme di Traiano, e la sua cortina presenta caratteri di un’epoca -anteriore ai Flavî, come pure a questa stessa epoca ci riportano gli -avanzi del portico a pie’ della scala. - -Giustamente nota il Lanciani che, a fine di dare _significato pratico -e materiale all’indicazione dei Cataloghi_: THERMAE TITIANAE ET -TRAIANAE, convien supporre che quell’edificio fosse stato unito alle -Terme di Traiano con _qualche braccio di porticato o almeno di passaggi -sotterranei_ (LANCIANI, _Bull. Arch. Com._ anno 1895, p. 112). Ma, -a parer mio, con quel _Thermae Titianae_ si alluse dai _Regionarî_ -alle _Terme private_ della _Domus Titi_, forse allora rese pubbliche, -facendole divenire con quel congiungimento un’appendice delle Traiane; -e non già si volle alludere alle _velocia munera_, che verosimilmente -nel IV secolo non più esistevano. - -[592] URLICHS, _Codex Urb. Rom. Topogr._ p. 136. - -[593] Loc. cit., p. 110. - -[594] Ibid. p. 121. - -[595] ADINOLFI, _Roma nell’età di mezzo_. Tom. I, p. 356, nota 4.ª - -[596] _Possessi_, p. 97, nota 4. - -[597] Cf. GRISAR, _Histoire de Rome et des Papes_, l. II, c. II, p. 23. - -[598] _Bull. Com. arch. Comun._ An. XXIII, p. 121. - -[599] I tronchi di colonne ed i capitelli di quel portico, rinvenuti -nel basso dell’Anfiteatro, ne sono una chiarissima prova. - -[600] BARONIO, _Ann._ - -[601] Cf. PASQUALI, _S. Maria in Portico_. Roma 1902. Introd. p. 35. - -[602] PANV. _De Gente Frang._, l. I, c. IV; GAETANI, _Vita di Gelasio -II_, p. XI; MASSIMO, _Mem. stor. della Chiesa di S. Benedetto in -Piscinula_, 7. - -[603] Vi fu chi credè che questa torre si elevasse sopra l’Arco di -Tito; ma in una stampa di Marco Sadeler, pubblicata in Praga nel 1606, -osserviamo detta torre diroccata, benchè ancor visibile per poterne -precisare il posto. La torre _Chartularia_ era sul pendio del colle -Palatino (ms. della _Bibl. Angelica_, segn. D. V, 13), e riunita -all’Arco di Tito per mezzo di un muro. L’Arco era fortificato anch’esso -e congiunto con altro muro alla Chiesa di S. M. Nuova. - -[604] I fratelli del Papa erano i _Guidoni Papareschi_, nobili di -Trastevere. - -[605] Di nome Pietro, figlio di Pier Leone e discendente d’Ebrei; il -quale, dopo la morte di Callisto II, avea rialzata la testa. - -[606] Apud MURAT., _De script. Rerum Ital._ Tom. 3. - -[607] Tomo II. - -[608] V. AGNELLO ANAST., _Ist. degli ant._ Tom. II, p. 35; CORTI, _De -Sen. Rom._, l. VII, c. 9, § 168; VENDETTINI, _De Sen. Rom._, l. II, c. -1, n. 2, p. 120. - -[609] V. F. SABATINI, _La fam. e le torri dei Frang. in Roma_ 1907, p. -24, Roma 1907. - -[610] Nel 1165, secondo il GORI, (loc. cit.), o nel 1166 secondo il -BARONIO ed altri. - -[611] OTT. FRISIGENSE, _De gestis Frid._ I. l. I, c. 28 al brano della -lettera scritta dal Senato Romano a Corrado, ove dice: _nam pacem et -justitiam_. «Questo fatto di guerresca occupazione, osserva l’Adinolfi -(_Roma, nella età di mezzo_ I, 365), comechè ingiustissimo, pare esser -stata la cagione per cui nella vita di Alessandro III, (MURATORI, R. I. -S., t. III, part. I, p. 459) vien presupposto il _Colosseo_ in dominio -dei Frangipani, dicendovisi che Alessandro, presso S. Maria Nuova, la -torre _Chartularia_ ed il _Colosseo_ si fosse rifugiato alla sicura». - -[612] Loc. cit., p. 88. - -[613] _De Gent. Frang._ - -[614] AGNELLO ANAST., Tom. II, p. 73 e 74. - -[615] _Vita d’Inn. III, raccolta_ da STEFANO BALUZIO, _Apud_ MURAT., t. -III, p. 566, n. 140. - -[616] Il Marangoni crede che una parte di questa torre fosse quella -che ai suoi tempi vedevasi nella prima vigna, passato il Colosseo, per -andare ai ss. Quattro, alla quale potevano giungere i sassi e le saette -scoccate dall’Anfiteatro. - -[617] Petrus Annibaldi, sororius D. Papae, pontes omnes juxta -Colisaeum et turrim ex opposito caepit construere, prohibentibus Jacobo -Frajapane, et Relicta Najonis, Frajapanis impedientibus ut poterant, -per Colisaeum et turrim Najonis, lapidibus et sagittis emissis: sed -(Annibaldi) per dictas oppositiones ab aedificio non cessabat. — Cf. -BALUZIO, _Vita d’Innocenzio III_. — MURAT., R. I, S., part. I, p. 459. -— OLIVIERI, _Sen. Rom._, p. 206. - -[618] Giacomo Frangipane era partigiano di Giovanni Capocci. Nel 1228 -Giovanni Frangipane diè in enfiteusi vitalizia _cryptam positam sub -Amphitheatro Colisei_ a Pietro Salincontra (_Strum._ in atti di Iacopo -Scrivario). V. ADINOLFI, loc. cit. - -[619] PANV., _De Gente Frangep._; RAINALD., _Ann._ an. 1244, n. 19. - -[620] SUAREZ, _in Diatriba_. - -[621] MARANGONI, loc. cit., p. 78. - -[622] Il GORI (loc. cit.) vuole nell’anno 1311. Cf. ALBERTINO MUSSATO, -_Hist. Aug._ l. V. — Apud MURATORI R. I. S. Tomo X, 454. - -[623] Loc. cit., p. 356 e segg. - -[624] Nel medio evo vedevasi nell’arena dell’Anfiteatro un _solio -termale_, il quale fu, con ogni verosimiglianza, là collocato dai -Frangipani o dagli Annibaldi per uso domestico più che per semplice -ornamento. In seguito per donazione _inter vivos_ fatta da Nicolò -Valentini del Rione Monti (V. _Archiv. di Stato di Roma_, posizione -«_Arciconf. del Salv._ Catast. del 1419, n. 19»), il suddetto _solio_ -appartenne all’ospedale di _Sancta Sanctorum_. - -[625] III, n. 2. - -[626] RAINALDO, _Ann._ - -[627] L’Adinolfi, (loc. cit.) vuole che sia ciò accaduto nel 1328. - -[628] FUMI, _Codice diplomatico della città di Orvieto_. Firenze 1884, -pagg. V-VII. - -[629] Tom. CXLVIII. - -[630] «La stampa ha: _che avevano raccomandato tutto con ordine di -tavolini_». - -[631] «_Ed io racconteró quali giovani giocorno e quali morirono_, si -legge nella stampa». - -[632] Il Visconti opina che la _torre di Nerone_ fosse quella -sovrastante al monastero delle Domenicane in via Magnanapoli. Il Gori -peró, nel tomo CLVIII, p. 35 del _Giornale Arcadico_, sostiene che -_per torre di Nerone era detta l’antica Torre Mesa, già esistente nel -Giardino Colonna_, e disegnata dallo Scamozzi prima che fosse distrutta -nel secolo XVI. - -[633] «_E le altre di minor sfera dell’altra_, sta nella stampa, nella -quale è omesso quel che segue distinto di carattere corsivo». - -[634] Questo nome non è nel manoscritto del Visconti. - -[635] «_E lui n’era fieramente innamorato_, ha la stampa». - -[636] «Cioè Domenico Astalli, di famiglia illustre romana, oggi -estinta. _Mezzo Stallo_ ha la stampa». - -[637] «La stampa ha: _figlio di Giovanni Mario_». - -[638] «COSÌ BIANCA È LA FEDE, si legge nella stampa, togliendo il -concetto dalla persona, ond’è particolare, per recarlo alla cosa, di -che perde tutto quell’acume che si cercava in questi motti e nelle -allusioni di essi all’indole e ai pensieri di chi voleva più o meno -chiusamente dimostrarli con essi». - -[639] «Ad Agapito Colonna la stampa fa portare _una collana di cera al -cappello_. Oh! diamine! direbbe il Cesari, e come questo? L’errore del -copista si conosce facilmente, fu nel testo: _una colonna c’era_, ecc. -Mutata la _colonna_ scritta forse da taluno _collonna_ in _collana_ il -_c’era_ divenne _cera_, il _di_ parve necessario, e la collana di cera -fu fatta». - -[640] «Qui pure il testo stampato ha _collana_». - -[641] «Nella stampa si legge _a san Marcello de’ Stalli_, chiesa che -non ha riscontro alcuno con quelle esistenti o esistente già in Roma. -Ben l’ha santa Mariella, come è nel testo a penna del sig. Visconti. -La ricordò Fioravante Martinelli nel trattare _de templis sanctorum -obsoletis_ al capo XII della sua _Roma ex ethnica sacra_, in queste -parole: _sancta Maria, sive de strada, nunc domini Jesus_. Quella -piccola Chiesa fu in fatto compresa nel grande edificio della Chiesa -del Gesù, e notissimo è quivi lo splendido palazzo Altieri». GORI, loc. -cit., pag. 95 n. 1. - -[642] «_E li calzoni a brache bianche_, sta nella stampa». - -[643] «Franciotto Mareri personaggio di potente famiglia intorno alla -quale si ha nel codice stesso manoscritto degli annali del Monaldeschi -un bel consenso di memorie, venne mutato nella stampa in Franciotto di -Mansini». - -[644] L’Adinolfi (loc. cit. p. 360 e segg.) scrive: «I personaggi che -diedero gli spettacoli nel 1328 (?) sembra indossassero _farsetto_ -e _brache_ dello stesso colore. Ma il colore delle vesti di uno era -diverso da quello delle vesti dell’altro. Avevano una cintura dalla -quale pendeva uno spiedo, ed in testa un cappello di ferro o cimiero -con pennacchio.... Vi furono 18 morti e 9 feriti. Uccisero 11 tori. Nè -tanta fu la strage umana che si vide nel Colosseo come si vorrebbe far -credere. Molto sangue nondimeno si sparse, e questa fu la ragione per -cui nell’età di mezzo si tralasciarono simili spettacoli». - -[645] _Notizie inedite_ ecc. _Rend. della R. Accad. dei Lincei_, 1896. - -[646] V. DUCHESNE, _L. Pont._ tom. I. p. 482, not. 23. - -[647] DE SADE, _Mém. pour la vie de François Petrarche_, Tom. III, l. -4, p. 35 e segg. — «Ecce Roma ipsa insolito tremore concussa est: tam -graviter ut ab eadem Urbe condita supra duo annorum millia tale _nihil -acciderit. Cecidit aedificiorum veterum neglecta civibus, stupenda -peregrinis moles_. — Turris illa toto orbe unica, quae _comitum_ -dicebatur, ingentibus rimis laxata diffluit, et nunc velut trunca -caput superbi verticis horrorem solo effusum despicit. Denique ut irae -coelestis argumenta non desint, multorum species templorum, atque -in primis Paulo Apostolo dicatae aedis bona pars humi collapsa, et -Lateranensis ecclesiae deiectus apex, Jubilaei ardorem gelido horrore -contristant». - -[648] _Le mem. storiche dell’Anf. Flavio_ p. 96. - -[649] _Roma antica_, Part. I, p. 417. - -[650] V. RAINALDO, _an._ 1365 n. 9. tom. XXVI, p. 114. - -[651] _Mém. sur les anciens monum. de Rome, Acad. des Inscript._ Tom. -XXVIII, p. 585. - -[652] Loc. cit. _Not. ined._ p. 4. - -[653] V. ALBERTINUS MUSSATUS, _Hist. Aug._ ap. MURAT. _Rer. Ital. -script._ Tom. X, c. 454. - -[654] V. CANCELLIERI, _Stor. dei solenni promessi_ p. 311, not. 2.ª - -[655] V. MARANGONI, loc. cit. il quale assicura aver desunte queste -notizie dall’Archivio di _Sancta Sanctorum_ (Armad. I, mazzo III, n. -15). - -[656] V. ap. MORONI, _Diz._ ecc. _voce Colosseo_. - -[657] ADINOLFI, _Roma nell’età di mezzo_ Tom. I, p. 374 e sgg. — Roma -1881. - -[658] V. _Archivio di Stato_ (Roma) — Posiz. _Arciconf. del Salvat._ - -[659] V. _Archivio di Stato_ (Roma), Posiz. _Arciconf. del Salvat. -catasto del 1419_, n. 59. - -[660] Ibid., _cat. de’ beni del 1435_, p. 59. - -[661] V. MARANGONI, loc. cit. - -[662] Pergamena datata al 29 Aprile 1531. - -[663] Dai documenti dell’Archivio di _Sancta Sanctorum_, comunicati dal -Sig. Ab. COLOMANNO HAMERANI al ch. Marangoni. - -[664] _Ad calcem deletum_, distrutto fino a terra, e non distrutto -PER FAR CALCE, come tradusse il Gori (_Memorie storiche del Colosseo_, -p. 98). Altri, come H. BABUCKE (_Geschichte des Kolosseums_, p. 32), -han voluto dare a queste parole lo stesso significato; ma avvertito -l’errore, cosa han fatto? Hanno cambiato arbitrariamente il testo -originale, e la frase «_ad calcem deletum_» è divenuta «_ad calcem -redactum!_». - -[665] VACCA, _Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi -della Città di Roma_, N. 72. - -[666] Ecco le parole del Vacca: «Mi ricordo aver sentito dire da certi -frati di S. Maria Nova (ora S. Francesca Romana) che Papa Eugenio IV -(a. d. 1431) aveva tirati due muri che racchiudevano il Coliseo nel -loro monastero; e che non ad altro fine era stato concesso al detto -monastero, se non per levare l’occasione del gran male che in quel -luogo si faceva; e che dopo la morte di Eugenio, avendolo goduto -per molti anni il monastero, finalmente i Romani fecero risentimento -che così degna memoria non doveva restare occulta, e a dispetto de’ -frati andarono a furor di popolo a gettar le mura che lo chiudevano, -facendolo comune, come al presente si vede. Ma i detti frati dicono -aver tutte le ragioni in carta pergamena; e mi dissero che se veniva -un Papa della loro, si farebbero confermare il donativo, e vivono con -questa speranza». - -[667] ADINOLFI, loc. cit., p. 379. - -[668] _Roma nell’età di mezzo_, p. 376. Tom. I, Roma, Fratelli Bocca e -C. 1881. - -[669] NIBBY, loc. cit., p. 417. - -[670] Loc. cit. p. 236. - -[671] Loc. cit. p. 60, n. XLVIII. Il Lanciani infatti non fa -osservazioni contrarie. - -[672] Part. II, c. 4. - -[673] Aver cioè Paolo II «dato licenza ad alcuni suoi architetti di -poter demolire alquanti archi del Colosseo». - -[674] Loc. cit. p. 376. - -[675] «Dilectis filiis etc. Non potuimus non turbari audientes sive ab -altero vestrum sive ab aliis nostris offitialibus concessum fuisse ut -quidam Colisei pars que Cosa vulgariter noncupatur pro restauratione -quorundam domorum deiiciatur. Nam demoliri Urbis monumenta nihil -aliud est quam ipsius Urbis et totius orbis excellentiam diminuere. -Itaque vobis harum serie iniungimus et sub indignationis nostre -pena precipiendo mandamus, ut si quid huiusmodi sive a nobis sive -a quibus aliis concessum extitit penitus revocetis nec quovis modo -permittatis ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum edificiorum -antiquorum deiiciatur: super quibus detis talem ordinem ut huiusmodi -mandatum inviolabiliter observetur, contenti tamen sumus ut ille cui -forsan talis concessio facta extitit, de locis subterraneis a Coliseo -distantibus lapides evellere possit. Datum Florentiae etc.». (_Lib. -brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum. Archiv. Vatic._ Arm. XXXIX, -tom. VII, c. 341, n. 319. Cf. LANCIANI, _Storia degli Scavi di Roma_, -vol. I, p. 51). - -[676] Architetto del palazzo di S. Marco o di Venezia, forse in -compagnia di Giacomo da Pietrasanta. - -[677] _Notizie della Famiglia Boccapaduli_, p. 132. - -[678] Col permesso di Urbano VIII. - -[679] _Not. ined._, loc. cit. - -[680] V. ADINOLFI, loc. cit., p. 379. - -[681] ADINOLFI, loc. cit. p. 371. - -[682] Probabilmente erano fanciulli che rappresentavano la scena _al -vero_; giacchè nel dramma recitato nel 1531 si legge: «Spirato il -Redentore s’apre il cielo con folgori e tuoni e risuscitamento di -morti; s’apre il velo del tempio e gli Angeli vengono alla Croce e -dicono _in musica_: Ecce Agnus Dei». - -[683] _Arch. del Gonf._ mazzo XII. Oggi nell’Arch. di Stato (Roma). - -[684] Questi era solito fare la parte di Cristo. - -[685] Loc. cit., p. 87. - -[686] Il Redentore vestiva tunica e mantello; la Vergine indossava -quegli stessi indumenti, coi quali, anche ai tempi nostri, la sogliono -i pittori raffigurare. Gli altri attori poi vestivano alla foggia -antica, ed avevano abiti di costume orientale o romano, secondo la -parte che rappresentavano. - -[687] Fra un atto e l’altro v’era sempre il canto di due cori. - -[688] L’autore tralascia il resto, forse perchè notissimo. - -[689] L’autografo dice: _dinanti_. - -[690] L’autografo ha: _quale_ e non _il quale_. - -[691] L’autografo ha: Imperiale legge. - -[692] L’autografo ha: factionoso. - -[693] L’autografo ha: boni. - -[694] L’autografo ha: iudicamo. - -[695] L’autografo ha: advenire. - -[696] L’autografo ha: considerato. - -[697] L’autografo ha: vergogniosamente. - -[698] L’autografo ha: adonque. - -[699] L’autografo ha: _factionosi_. - -[700] L’autografo ha: _dobiate_. - -[701] L’autografo ha: _alle legie imperiale_. - -[702] _Loc. cit._ pag. 388. - -[703] _Arch. del Gonf._ A, foglio 138, anno 1519, 6 Febbraio. (Arch. di -Stato, Roma). - -[704] _Ex. lib. Decr._ A. foglio 161. - -[705] V. LANCIANI, _Storia degli Scavi_, vol. I, p. 214. - -[706] _Ex lib. Decret._ A, 182, 25 Marzo. - -[707] Ibid. A, 185. - -[708] Ibid. A, foglio 32. - -[709] V. il _Rubricellone dell’Archivio_, p. 70. - -[710] In quella circostanza si formò una specie di comitato, dal -quale, per ottenere più facilmente la licenza, furono inviati al Papa -i seguenti rappresentanti: «D. Antonius Puteus, d. Vicentius Pacetius, -d. Antonius de Jacobatiis, d. Michael de Valeriis, d. Petrus Paulus de -Attavantis, d. Gaspar de Scappucciis, d. Stephanus Medicus, d. Antonius -Albertinus, d. Pirrus, d. Jordanus Buccabella, R. d. Bartholomaeus -Cirillus, d. Franciscus Pallavicinus» (V. _Lib. Decret._, foglio 126). - -[711] A, foglio 126. - -[712] A, foglio 138. - -[713] _Lib. Decret._, A. f. 138. - -[714] Sotto lo stesso titolo di S. Maria della Pietà. - -[715] _L’Anfiteatro Flavio_, l. I, p. 49. - -[716] Anno 1435, p. 59. - -[717] Pag. 391. - -[718] Questo registro fu scritto da Niccolò Frangipane ai tempi di -Bonifacio VIII. V. CRESCIMBENE, _Storia di S. Giovanni avanti porta -Latina_, p. 212. - -[719] V. Parte IV. Questione III. - -[720] _B. A. C._ a. 1895, n. 122. GATTI. - -[721] _Histoire de Rome et des Papes au Moyen âge_, l. IV, c. IV, p. -232. - -[722] F. GORI, _Le memorie storiche, i giuochi e gli scavi -dell’Anfiteatro Flavio ed i pretes, martiri Cristiani del Colosseo_, C. -II, p. 54 e segg. — P. DELEHAYE, _Analecta Boll._ T. XVIi 1897, p. 209 -e segg. - -[723] _Roma alla fine del mondo antico_, p. 175. - -[724] BENEDETTO MELLINI, _Delle Antichità di Roma_. - -[725] V. ARMELLINI, _Le Chiese di Roma_, 2. ediz. p. 140-41. - -[726] _Laterano e Via Maggiore_, p. 120. Roma 1857. - -[727] Cf. Il Catasto del 1462. Le surriferite notizie sono state tratte -dall’archivio di _Sancta Sanctorum_, dal citato catasto: e da uno -strumento _in dominum_, estratto dai protocolli di Giorgio di Albino -di Castiglione, notaio, datato ai 17 Marzo 1490, il quale è del tenore -seguente: - -«Recognitio facta per Guardianos Confalonis domorum de Coliseo. - -«Indictione VIII. mens. martii die 17. 1490. - -«Eisdem indictione mense et die quibus supra. - -«In praesentia nostrorum notariorum etc. Discreti viri Mariani -Scalibastri et mei Georgii Albini et cuiuslibet nostrorum in -solidum. Cum hoc fuerit et sit, quod Venerabile hospitale Societatis -Sanctissimi Salvatoris ad Sancta Sanctorum de Urbe, cum spatio 120 -annorum vel circa tenuerit et possiderit pacifice et quiete, nemine -contradicente, certas domos, et accasamenta positas et posita in -Amphitheatro Colisei, quae fuerunt quondam nobilium de Anniballis de -Coliseo, qui illas Guardianis dicti hospitalis vendiderunt ut constat -pubblico instrumento; et nunc nobiles viri Ludovicus de Marganis -et Altus de Nigris Guardiani dicti hospitalis Salvatoris teneant et -possideant; et nobiles viri Joannes de Branca et Marcus quondam Pauli -Columne Sebastiani Guardiani Societatis confalonis de Urbe dixerint et -exposuerint eisdem Guardianis hospitalis Salvatoris per Sanctissimum -Dominum nostrum Papam Innocentium fuisse et esse eis concessum, posse -in dicto Coliseo facere representationes et devotiones Christi, et -Sanctorum suorum; et quod ipsi Guardiani Confalonis egent dictis -domibus et accasamentis et dicta parte Amphitheatri, ubi dictae domus -apparent edificatae et constructae; et quod sine ipsis, ipsi Guardiani -non possent dictas representationes facere, et pro aptitudine loci -et conservatione rerum ad dicta festa necessaria. Conservatores -requisiverint prefatos Guardianos Salvatoris, ut velint consentire, -ut dictis domibus et accasamentis ut valeant et possint pro dictis -representationibus et festis tantum, et non ad alium usum. Hinc est -quod prefati Ludovicus de Marganis et Altus de Nigris Guardiani prefati -hospitalis Salvatoris, sponte et ex certa eorum scientia, et non per -errorem quoad suprascripta et infrascripta, dederunt et concesserunt -eisdem Guardianis Confalonis, presentibus, recipientibus vice et nomine -dicte Societatis Confalonis, et nobis Notariis, plenam licentiam et -omnimodam facultatem, et potestatem, posse in dicto palatio dictas -devotiones et representationes facere, et illud reparare ad dictum -usum tantum, et non aliter, citra tamen prejudicium aliorum jurium et -privilegiorum utriusque partis si qua (sic) habent, et cum licentia -et auctoritate dictorum conservatorum alme urbis et Lelii de Fabris, -Francisci Teuli, et Simeonis de Cecchinis; et convenerunt Guardiani -Confalonis et ita promiserunt eisdem Guardianis Salvatoris, quod dato -quod tractu temporis et quandocumque dicti Guardiani et Societas -hospitalis Salvatoris vellent rehabere dictas domos et accasamenta -et illis egerent pro eorum usu, quod tunc dicti Guardiani et Societas -Confalonis teneantur illico dictum palatium seu domos dicto hospitali -et illius Guardianis libere dimittere et relaxare, absque aliqua -exceptione: quas domos et accasamenta costituerunt et recognoverunt -sese tenere et possidere nomine dicti hospitalis et Guardianorum -eiusdem, et liceat Guardianis dicti hospitalis et Societatis eiusdem -hospitalis Salvatoris dictam Societatem Confalonis et illius Guardianos -inde expellere, promittentes plenarie partes una alteri et altera -alteri cum juramento, predicta omnia et singula inviolabiliter perpetuo -observare, et rata et grata tenere et habere contra non facere, dicere -vel venire, aliqua ratione, jure, modo, titulo, sive causa pro quibus -omnibus et singulis observandis et plenarie adimplendis, dicte partes -hinc inde singula singulis congrue referendo, obligarunt omnia et -singula bona dictorum hospitalium et societatis (sic) et voluerunt pro -prefatis posse cogi etc. et renuntiaverunt etc. et juraverunt etc. - -«Actum in Palatio Conservatorum alme Urbis presentibus etc. iis -testibus etc. nobilibus viris Joanne de Palonibus regionis Arenule -et Dominico quondam Joannis de Maldosso Regionis Trivii ad premissa -vocatis habitis et rogatis. - -«Ex protocollo Instrumentorum Georgii Albini de Castiglione Notarii -pubblici et Venerabilis hospitalis Sanctissime Imaginis Salvatoris». - -[728] _Roma ex ethn. sac._ C. 12, p. 361. - -[729] Loc. cit. p. 83. - -[730] Ibid. - -[731] Ap. MARANG. loc. cit. - -[732] _Laterano e via Maggiore_, p. 116. - -[733] L’asserto dell’Adinolfi è basato sulla _Bulla Unionis Ecclesiarum -Ss. Quadraginta et S. Mariae Hospitali S. Jacobi prope Colisaeum_, -emanata dal Papa Eugenio IV, ai 18 gennaio del 1433, nella quale -leggiamo: «.... hospitali S. Jacobi prope Coliseum etiam de Urbe -ab eodem hospitali S. Angeli dependens et per illius Guardianos et -confratres huiusmodi gubernari solitum etc.». - -[734] _Ex eadem Bulla._ - -[735] «Guardianis, custodibus et officialibus antepositis societatis -Raccomandatorum imaginis Salvatoris ad Sancta Sanctorum ac pauperum -hospitalis S. Angeli et hospitalis S. Jacobi et hospitalis Ss. Petri et -Marcellini. (_Da una Pergamena dell’Arch. S. Sanctorum_). - -[736] Il lodato Mellini è dello stesso parere: «Contiguo alla chiesa di -S. Giacomo (dice) v’era un ospedale per le donne, come viene scritto -nel catalogo 2º della medesima compagnia sotto l’anno 1466 da Niccolò -Signorili, benchè questo dica che l’ospedale fosse costrutto _pro -militibus_. (_Arch. Vat. Mss. dell’antichità di Roma arm._ VI, n. 38). - -[737] Questa notizia l’attinse l’autore da una _Licentia Magistrorum -Stratorum Guardianis Societatis Ss. Salvatoris concessa_. - -[738] ADINOLFI, _Lat. e Via Maggiore_ p. 112. - -[739] _Pagan and Christian Rome_, p. 161. - -[740] _Analecta Bolland._ Tom. XVI, p. 248 e segg. - -[741] _Bull. A. C._ Ser. IV, an. III, p. 157 e segg. - -[742] _Storia di Roma e dei Papi nel medio evo_, l. I, c. V, _ediz. -francese_, p. 177. - -[743] CANINA, _Indicazione antiquaria di Roma Antica_, p. 102. - -[744] V. Questione III, Parte IV. - -[745] Ibid. - -[746] PIALE, _Memorie Enciclopediche_, 1817, p. 154. - -[747] Loc. cit. p. 159. - -[748] TERTUL. _Ad. Nat._ I, 9; _Apol._ 40. - -[749] LXXI, 29. - -[750] _Ant. Phil._ 4, 11, 12, 15, 23. - -[751] V. 2. - -[752] _Histoire des persecutions_, tom. I, p. 355 e seg. - -[753] Loc. cit. p. 357. - -[754] _Bull. A. C._ loc. cit., p. 165. - -[755] V. De Rossi, «Bull. A. C.» serie II, an. IV, p. 147 e segg. - -[756] «Bull. A. Com.» Ann. XXIII, pp. 124-125. - -[757] LANCIANI, _Forma Urbis_. - -[758] _Analecta Bolland._ Tom. XVI, p. 248 e seg. - -[759] Prima di parlare di quelle chiese che più direttamente -manifestano la venerazione dei fedeli verso il Colosseo (venerazione -che fu causa dell’aggruppamento delle stesse in quella zona), ho -creduto conveniente occuparmi della chiesa dei _Ss. Quadraginta -Colisaei_; sia perchè anch’essa in qualche modo fa parte di detto -aggruppamento, sia perchè fu eretta per i _Misenati_, i quali, come è -noto, erano al servizio dell’Anfiteatro. - -[760] V. WILPERT, _S. Maria Antiqua_, p. 14. - -[761] Loc. cit. p. 18. - -[762] Varie sono le opinioni degli archeologi circa la situazione -precisa del _Campus Agrippae_. Il Nardini, ad es., fra gli antichi, ed -i _Compilatori_ del _Corpus Inscriptionum_ fra i moderni, ritengono che -il _Campus Agrippae_ occupasse lo spazio compreso fra l’attuale Corso -Umberto e le _Thermae Agrippianae_, da un lato, e la Via del Seminario -e la Piazza S. Marco dall’altro. Il Lanciani e l’Huelsen lo collocano -invece altrove, e precisamente ad Est della Via Flaminia, tra il -suddetto Corso Umberto e la Via della Stamperia, in un senso, e le Vie -Minghetti e del Pozzetto nell’altro. - -Per giudicare quale delle due opinioni sia più probabile, il miglior -partito è di esaminare i passi di quegli autori antichi che parlano -del _Campus Agrippae_, e vedere se vi sia qualche monumento che possa -gittar luce sulla questione. - -Gli antichi scrittori che parlano del _Campus Agrippae_, sono: Dione -Cassio (Lib. LV), Aulo Gellio (_Noctes Atticae_ l. XIIII c. V), -ed il Cronografo del 354 (URLICHS, _Codex Top._, p. 191, 25). Aulo -Gellio ed il Cronografo nominano il _Campus Agrippae_; ma dalle loro -parole null’altro può dedursi che la sua esistenza. Il primo scrive: -«_Defessus ego quondam ex diutina commentatione, laxandi levandique -animi gratia, in_ AGRIPPAE CAMPO _deambulabam, atque ibi duos forte -grammaticos conspicatus_, etc.». Nel secondo si legge: «Aurelianus -Imp. ann. V. m. IIII. d. XX _congiarium dedit_ XD. — _Hic muro urbem -cinxit, templum Solis et castra in_ CAMPO AGRIPPAE _dedicavit_, etc.». -— Dal passo di Dione però, oltre all’esistenza, se ne deduce pur anche -(e molto fondatamente) la situazione. Lo storico greco ci dice infatti -che Augusto, dopo la morte di Agrippa, dedicò il di lui _Campo_, -eccettuato il _portico_ (il quale, da quanto si dice appresso, fu -quello incominciato ad erigere nel _Campo_ da Vipsania Pola, sorella -di Agrippa), nonchè il Diribitorio, lasciato incompleto da Agrippa -e terminato da Augusto prima della dedicazione, rendendo egli ogni -cosa di pubblico diritto. In quella circostanza si diè un _funebre -munus gladiatorium, in Septis_, sia (dice Dione) per rendere onore ad -Agrippa, sia per l’avvenuto incendio di molti edifici attorno al foro. - -Ora il sito del _Porticus Septorum_ e dei _Septa_ è da tutti -riconosciuto ad Ovest del primo tratto della Via Flaminia chiamato _Via -Lata_. Posto questo caposaldo, l’essersi dato il _munus gladiatorium_ -per onorare la memoria di Agrippa _in Septis_, anzichè nel Foro od -altrove, e l’esser ciò avvenuto nel giorno della dedicazione del Campo -dello stesso Agrippa, son due cose che ci spingono a ritenere che -quelli si trovassero in questo Campo; e che si fosse scelto quel luogo -per fare, quasi direi, prender possesso al Popolo Romano del Campo -suddetto, fin dal giorno della sua dedicazione. - -L’esame poi dei monumenti che Dione c’indica esistenti nel Campo -d’Agrippa, quali sono il _Diribitorium_ e il portico di Pola, c’induce -anch’esso a ritenere il _Campus Agrippae_ sito ad Ovest della _Via -Lata_. Su ciò invito il lettore a leggere la dotta discussione fattane -dal Nardini (_Roma Antica_ l. IV, c. X). - -Oltre a questo, nell’anno 1592, costruendosi il palazzo -Serlupi-Crescenzi (Via del Seminario), fu ritrovato un cippo enorme di -travertino, alto tre metri circa, sul quale era scritto: - - ID . QVOD . INTRA - CIPPOS . AD . CAMP . VERSVS - SOLI . EST . CAESAR . AVGVST - REDENTVM . A . PRIVATO - PVBLICAVIT - - (C. I. L. VI, 874) - -Gli editori del _Corpus_ opinano che questi cippi augustei di Via del -Seminario appartengano al Campo di Agrippa; e giustamente, poichè, come -appunto noi siamo certi (per la testimonianza di Dione) che Augusto -donò al Popolo Romano il Campo di Agrippa, così non possiamo esser -certi che il _Campo detto dai Cataloghi Marzio, con denominazione -generale della pianura fra il Pincio ed il Tevere_ («Bull. Com.» ann. -XI, Sez. 2ª, p. 11), ed a cui il Lanciani opina s’alluda nei cippi, sia -stato mai _a privato redemptum_ da Augusto e donato al Popolo Romano. -E non possiamo esserne certi, perchè nessun documento ci è pervenuto -finora, e finchè esso non apparisca, dovremo ritenere con gli Editori -del _Corpus_, che quei cippi si riferiscono al _Campus Agrippae_, e che -ne costituivano il limite del lato Nord. Nè si obietti che quei cippi -si trovano _in piena regione_ VIIII, perchè noi non conosciamo i limiti -delle due regioni con precisione tale, da non poter supporre che nella -regione VII vi fosse una zona di terreno ad Ovest della _Via Lata_. -Cosa anzi che possiamo con grande fondamento ritener vera per l’eponimo -stesso della regione (_Via Lata_): via detta appunto _Lata_, perchè -il suo margine occidentale era coperto dal _Porticus Septorum_ in -modo da formare una larga via, in parte coperta ed in parte scoperta. -E questo portico, formando un tutto con i _Septa_, dovette con ogni -ragione appartenere, insieme a quell’area contigua, alla regione VII -(_Via Lata_), e non alla VIIII. Qui è inoltre necessario notare che -nella divisione di Roma in quattordici regioni (la quale avvenne, -per testimonianza di Dione dopo la dedicazione del _Campus Agrippae_, -e probabilmente dopo la erezione del tempio d’Iside e Serapide), il -nome di _Campus Agrippae_ rimase alla parte _non fabbricata_ del Campo -stesso, ossia all’area contigua al _Porticus Septorum_; la quale area, -per la ragione anzidetta, dovè nella divisione entrare nella regione -VII. - -A conferma di quanto si è detto fin qui, è bene osservare che il -posto assegnato dal Lanciani e dall’Huelsen al _Campus Agrippae_, -è inaccettabile per più ragioni. Primieramente quella località si -trova del tutto separata dalla zona dove Agrippa sviluppò il suo -grandioso piano edilizio: cosa riconosciuta dallo stesso Lanciani, -il quale, per attenuare questa difficoltà, escogitò un qualche modo -d’attacco tra le due aree, supponendo che il grandioso portico (di cui -rimangono non pochi avanzi ad Est della Via Flaminia, nel sottosuolo -dello sterrato di Piazza Colonna, e che da lui è ritenuto per il -_Porticus Vipsaniae_) fosse stato eretto da Agrippa quasi a far séguito -al _Porticus Septorum_, che sorgeva dalla banda opposta della Via -Flaminia, incominciando dalla Via di S. Ignazio e terminando a Piazza -Venezia; congiungendo così (il Lanciani) la zona dei grandiosi lavori -agrippiniani col _Campus Agrippae_ da lui supposto, per il vertice di -un angolo! - -Secondariamente poi perchè come asserisce lo stesso ch.º autore (V. -«Bull. Com.» ann. XX, serie 4.ª p. 277, quell’area è priva affatto di -ruderi monumentali dei tempi augustei). Ecco le sue parole: «La zona -confinante col portico e l’acquedotto, cioè la zona fra S. Claudio -e il Trivio è affatto priva di ruderi monumentali, nè, per quanto io -sappia, tali ruderi sono stati visti o descritti nei tempi andati». — -Eppure i residui della vastissima sala del Diribitorio, che, con ogni -verosimiglianza (come osserva il Nardini, interpretando le espressioni -di Dione Cassio), dovè sorgere nel Campo in questione vi dovrebbero -essere! È difficile poter supporre che quell’edificio sia stato abraso -fin dal piano dei fondamenti! - -Perchè, finalmente, quest’area si trova in quella zona che è l’unico -sito della limitatissima regione VII, in cui si possono collocare -(come bene scrisse il Nibby) gli Orti Largiani: orti appartenuti -probabilmente al celebre Caio Cecina Largo, console ordinario -nell’anno 795 d. R., ed autore del _Senatus Consultum Largianum_ sulla -successione dei liberti. Ed appunto in quella località a me sembra che -vi siano tracce degli orti suddetti. Quel muro, della lunghezza di m. -63, tornato in luce negli ultimi mesi del 1890 nella Via Poli (lungo -il fianco della chiesa di S. Maria in Trivio, V. il «Bull. Com. ann. -XX,» serie 4.ª, p. 278), come pure gli altri residui di muri a quello -coordinati (Lanciani, _Forma Urbis_), rinvenuti fra Piazza Poli e la -Via del Bufalo, non potrebbero essere i resti di un edificio edificato -nel III secolo in quella _lacinia_ degli antichi orti Largiani, ridotto -poi, da Belisario, o tutto o in parte, a Xenodochio? Gli orti Largiani -(osserva il Nibby) dovettero essere in istato di floridezza fin quasi -al IV secolo; giacchè essi sono ricordati, a preferenza di tanti altri, -nei cataloghi di quei tempi. - -Un altro indizio di questi orti è per me la grande _piscina_ alle falde -del Quirinale, presso il così detto _Lavatore del Papa_. - -Il portico poi che decorava il lato Est del largo della Via Flaminia -(ove più tardi fu eretta la colonna coclide), e che dovè, al pari -del largo che adornava, far parte, per ragione di concomitanza, della -regione VIIII e non della VII (il limite delle quali, in quel tratto, -era segnato dalla via che correva dietro al portico, e che lo separava -dagli orti Largiani), io lo crederei il _Porticus Argonautarum_; -perchè, oltre ad essere un vero _porticus_, la sua costruzione è molto -simile a quella del _Porticus Septorum_, e quindi più propria dei tempi -di Agrippa. — Non così possiam dire invece del tempio di Piazza di -Pietra, e del suo recinto, perchè essi presentano tali caratteri, da -non potersi (come pur anche ritenne il Nibby), portar più oltre i tempi -di M. Aurelio Antonino. Tutto ciò poi che è rappresentato nel basamento -di quell’edificio nulla ha che vedere con _Nettuno_; ed aggiungerò -che, per la sua forma spiccata di tempio, non potè essere da un autore -antico (quale fu Sparziano) chiamato _Basilica_. - -Veduto come l’opinione più plausibile circa il posto occupato dal -_Campus Agrippae_ sia quella proposta dal Nardini ed accettata dai -compilatori del _Corpus_, cerchiamo ora di rintracciare il sito dei -_Castra_ dedicati da Aureliano in _Campo Agrippae_. Io opino (e non -credo di esser lungi dal vero) che Aureliano riducesse a caserma il -_Porticus Septorum_. E ciò lo ritengo per due ragioni: 1.º perchè -non si trova più memoria di quel portico dopo il regno di Severo -Alessandro; 2.º perchè quantunque esso fosse celebre quanto gli altri -portici e forse anche più, non fu notato negli elenchi dei _Regionarî_ -del IV secolo, nè nella regione VIIII nè nella VII: fatti, che -manifestano una trasformazione venuta in quel portico al cadere del -secolo III, rimanendo notato però negli elenchi, sotto il nuovo nome -venutogli da quella, nella regione VII. Ammettere la riduzione di un -portico della forma del _Porticus Septorum_, a caserma, non è cosa che -possa recar maraviglia, se si rifletta che quella forma si prestava -molto a tale riduzione, e che questa veniva suggerita anche dall’uso -che costantemente si faceva di simili portici per l’_attendamento -provvisorio_ delle milizie, allorchè queste eran chiamate in città -per qualche fatto straordinario. Così avvenne, ad es., nell’eccidio -di Galba. Chi non sa che in quel frangente la legione _Illirica_ -trovavasi _attendata_ nel _Porticus Vipsania_? _Missus et Celsus Marius -ad electos Illyrici exercitus, Vipsanii in Porticu tendentes_ (TAC. -_Hist._ l. I, c. 31). - -La chiesa pertanto «_SS. Quadraginta de Calcarario_» si trovava a breve -distanza dai _Castra Urbana_ di Aureliano. - -Del resto, il fatto dell’esistenza di quattro chiese dedicate -ai Quaranta Martiri di Sebaste, situate indiscutibilmente presso -alloggiamenti militari, sarebbe bastato da sè solo a far congetturare -che, in prossimità della chiesa dei _SS. Quadraginta de Calcarario_, -stessero i _Castra Urbana_. - -[763] _Bulla, Intenta igitur_, 1433 — Pont. Eug. anno III. - -[764] Pag. 160 b. - -[765] _Roma nell’età di mezzo_, Tom. I, p. 320. - -[766] V. CARDELLA, _Memorie Storiche dei Cardinali_. Tom. III, p. 208 e -264. - -[767] Le cinque chiese dedicate in Roma ai _Quaranta Martiri_ di -Sebaste, tutte edificate presso cinque alloggiamenti di soldati, -dimostrano quanto sia vera la testimonianza tradizionale dei Padri -di Cappadocia (contemporanei al fatto con S. Basilio Magno alla -testa), che ce li mostra _soldati_ in senso proprio; e quanto male si -apponga il ch.º Franchi dei Cavalieri, il quale, dubitando di quella -testimonianza, e basandosi invece sul famoso testamento (ritenuto -autentico dai moderni ipercritici) asserisce, che quei martiri non si -possono dire soldati che in senso figurato. Il testamento fu scritto -(secondo il documento) da Melazio a nome di tutti; ma basta leggerlo -per dichiararlo apocrifo. Fra le altre _bellezze_, in esso parlano -i morti! È proprio giunto il tempo predetto da S. Paolo: _Erit enim -tempus cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desideria -coacervabunt sibi magistros prurientes auribus; et a veritate quidem -auditum avertent_, ad fabulas autem _convertentur_. (Epist. II ad -Timoth. 3-4). - -[768] V. MABILLON, _Musaeum Ital._ Tom. II, p. 190. - -[769] Sulla favola della Papessa Giovanna vedasi il dotto lavoro del -Ch.º Prof. TOMASSETTI, _La Storia della Papessa Giovanna_ — «Bull. -Arch. Com.» — an. XXXV, p. 82 e segg. - -[770] Muri probabilmente delle _Tiziane_. - -[771] Pag. 19 nella descrizione del Fabrizi. - -[772] _Le Chiese di Roma_ 2.ª Ediz. p. 521. - -[773] URLICHS, _Codex Topographicus_ p. 153. - -[774] V. MURATORI _Scriptt._ XXIV, col. 1113 (an. 1438). - -[775] V. ARMELL., _Le Chiese di Roma_, ediz. 2.ª p. 521. - -[776] _Roma nell’età di Mezzo_, Tom. I, p. 320. - -[777] MABILLON, loc. cit. p. 190. - -[778] «Bull. A. Com.» an. XXIII, p. 124. - -[779] _Chiese_, ecc., loc. cit., p. 139. - -[780] _Archiv. secr. S.S. Reg. Urb. V_, Tom. VIII, fol. 160. - -[781] ARMELL., loc. cit. p. 523. - -[782] CANCELLIERI, _Possessi_, p. 121. - -[783] _Il passato topografico e storico dell’Istit. Massimo alle -Terme_, p. 43 — Roma 1898. - -[784] V. BELLORI, _Vita di D. Fontana_, e lo stesso FONTANA — -_Dell’Obelisco Vaticano_ l. II, p. 18. - -[785] _Iter. Ital._ p. 76, n. 29. - -[786] _Di alcune fabb. fatte in Roma ed in Napoli_, lib. II, Roma 1590, -p. 18 — tav. 19. - -[787] Credenz. IV, vol. 104, f. 11. - -[788] Loc. cit. 22. - -[789] Arm. VI, Tom. 52, p. 65. - -[790] Questa notizia ce la porge il _diarista Gigli_. Cf. MORONI, _Diz. -di erud. voc. Colosseo_. - -[791] Armadio XI, tom. 22, p. 222. - -[792] Il disegno di questo tempietto era stato già fatto dal cav. C. -Fontana. - -[793] Nell’anno 1700. - -[794] R. LANCIANI, _Not. inedite dell’Anf. Flavio_. Rend. della _R. -Acc. dei Lincei_ 1896. Serie V, vol. V. - -[795] Uno degli archi che guardano _Ovest_. - -[796] _Diarii._ - -[797] _Dissert._ apud. Winck. p. 399, vol. III. - -[798] _Mercato_, p. 163. - -[799] _Notizie inedite_, loc. cit. - -[800] Anno 1689-1700, foglio 756. - -[801] «Anno 1714, 10 Dicembre. Decreto sopra la deputazione del sig. -D. Girolamo Colonna, in sopraintendente e custode delle chiavi del -nuovo recinto fatto nel Colosseo. Credenz. 1, Tom. 39, p. 14. Ma -susseguentemente a’ 10 di Gennaio del 1715 ritrovasi la relazione della -non inclinante volontà del Pontefice Clemente XI di concedere al Popolo -Romano le chiavi del suddetto nuovo recinto. Cred. 1. Tom. 39, pag. -14». V. MARANGONI, loc. cit., pag. 105. - -[802] MARANGONI, loc. cit. pag. 98. - -[803] Visse ai tempi di Benedetto XIII. - -[804] «Anno 1723, 10 Luglio. Memoriale presentato all’Eccellentissima -Congregazione dall’Eremita del Colosseo, e rescritto grazioso -facultativo di poter fare una muraglia di clausura dietro la cappella -di detto eremitorio. Credenz. I. t. 45, p. 322». V. MARANGONI, loc. -cit. p. 105. — «Anno 1727. 12 Novembre. Istromento di concessione d’un -arco chiuso contiguo e dietro alla suddetta chiesuola o cappelluccia, -posta dentro al circuito del medesimo Colosseo, Pietro Doye eremita -dello stesso Anfiteatro. Credenz. 4, tom. 101, p. 291». _Ibid._ - -[805] V. pag. 215. - -[806] Una copia di questa epigrafe trovasi affissa sul muro del -grandioso _contrafforte_ che si erge dal lato Nord. - -[807] _Roma descritta ed illustr._ tom. II, p. 2, Roma Stamp. -Pagliarini. - -[808] Oltre a questo ricordo marmoreo, abbiamo una pittura fatta -dal Veith nell’alto dell’ultima lunetta (a destra) del XXX riquadro -del Museo Chiaramonti al Vaticano. La pittura «indica il colossale -e magnifico sperone fatto innalzare dal Pontefice Pio VII per la -conservazione della parte meridionale dell’Anfiteatro Flavio o -Colosseo, sotto la direzione dell’architetto Valadier. Nel mezzo è -figurata la Religione che sostiene la palma e la croce simboli del -martirio, e dinanzi un pellegrino genuflesso». _Cav._ E. G. MASSI: -_Descrizione compendiosa dei Musei...... nel palazzo Vaticano_. Roma, -1887, p. 157, terza edizione. - -[809] Questo restauro fu fatto in quella parte del Colosseo che guarda -Ovest, tra l’Arco di Costantino e la Via Claudia. - -[810] _Roma. A cura della R. Società Romana di storia patria_, 1910. - -[811] _Cf. documento_ XXXII. - -[812] _Poesie di autori Italiani del sec. XIX_, Roma 1845. - -[813] _Storia della rivoluzione di Roma 1848-1850_, Livorno 1851. - -[814] SPADA, _Storia della rivoluzione di Roma_, vol. III, p. 396. - -[815] Vol. II, p. 260. - -[816] Nella costruzione degli «speroni di Pio VII, Gregorio XVI e -Pio IX furono messi in opera gli ultimi massi» dei caduti materiali o -travertini. Cf. _Notizie e inedite_ del Ch. LANCIANI. _Rendiconto della -R. Accad. dei Lincei_, 1896, serie V, Vol. quinto. - -[817] V. GORI, loc. cit., p. 112. - -[818] _Atti della Pont. Acc. Rom. di Arch._ Tom. XV, p. XXXI. - -[819] Quest’iscrizione trovasi a piè di quella di cui parlammo a p. 221. - -[820] GORI, loc. cit. p. 113. - -[821] Fra i due restauri di Leone XII e di Pio IX. - -[822] X n. 196. - -[823] Anno III, 1882, p. 49 e segg. - -[824] Cf. LANCIANI _Storia degli scavi_, vol. II, p. 83. Anche nel -1639 furono fatte alcune ricerche «nel circuito del Colosseo». (_Arch. -Capit._ Cred. VI. Tom. 52, p. 65). - -[825] CALP. Eclog. 7, v. 48 e segg. — Cf. _Osservazioni sull’Arena e -sul Podio dell’Anf. Flavio fatte dal Sig._ PIETRO BIANCHI, _di Lugano, -Prof. di arch._ ecc.... _nella sessione dell’Accad. di Arch. li 17 -Dicembre 1812_. - -[826] In vita _Commodi_. - -[827] _Osservazioni sull’Arena e sul Podio dell’Anfiteatro Flavio. -Notizie degli scavi_. — Roma 1813. - -[828] _Riflessioni pacifiche_ ecc., Roma 1813. - -[829] _Ammonizioni critico-antiquarie a varii scrittori del giorno._ -Roma 1813. - -[830] _Roma Ant._ Tomo I, app. I, p. 233. Roma 1819. - -[831] Loc. cit. p. 217. - -[832] _Theatrum magnum undequaque rotundum._ - -[833] Cf. JORDAN: Forma 17 b. - -[834] La mia opinione su questo capitello la manifestai a pag. 35. - -[835] Cf. PETR. _Satyric._ cap. IX. - -[836] Per brevità tralasciamo quanto il Re dice nella sua -dissertazione, sembrandoci sufficiente aver riferito le parole che egli -applica alle figure 8, 9 e 10 della sua _tavola illustrativa di alcune -parti della sostruzione in opera quadrata_. - -[837] Di materia solida e stabile. - -[838] Il pavimento dell’ipogeo _in opus spicatum_ si trova a m. 6,08 -dal piano attuale dell’arena. - -[839] Loc. cit. - -[840] _Nuove osservazioni intorno all’Arena dell’Anf. Flavio e -all’acqua che ora la ricopre._ Roma 1814. - -[841] La stampa universale disapprovò queste nuove escavazioni, -affermando che gli scavi antecedentemente fatti _avean già messo al -nudo ogni cosa_. - -[842] Loc. cit. p. 114. - -[843] In una di queste _buche_ si veggono tuttora residui di legno -carbonizzato; delle travi, cioè, che facevan parte delle famose -macchine anfiteatrali. - -[844] Settantasette di questi frammenti furono editi ed illustrati dal -ch. Henzen, (V. c. I, l. VI, p. 856 e segg.). - -[845] _Cronach. mens._ serie II, Tom. I, p. 46. - -[846] Qualcuna di queste lastre è di un bel cipollino. - -[847] Cf. MEIER, _De Gladiat. Rom. quaest. selectae Bonnae_ 1881 p. 14 -e segg. - -[848] In un masso di cipollino. - -[849] V. SUET., _Calig._ 32. CIC., _Pro Roscio Amer._ 6. FABRETTI, _R. -De columna Traiana_. Roma 1863, p. 151. SABATIER, _Description Générale -des Medaillons contorniates_. Paris 1860, p. 46. In quest’opera -il Sabatier pubblica la medaglia di un VRSE, e nella palma vuol -riconoscere un _flabellum_. A me sembra una palma. - -[850] CAP. _in Pert._, VIII. - -[851] E. Q. VISCONTI, _Monum. scelti Borghesiani, Tom._ I, Tav. I e -II, opina che il _ciondolo_ rotondo sia qui una tessera gladiatoria. -Ma queste non erano rotonde, sibbene quadrilatere. Il Prof. CORRERA (B. -C. A. Com. di Roma, Anno XXIII, Serie 4, Fasc. 3) crede quel _ciondolo_ -una medaglia; ed aggiunge non poter essere una _bulla_, perchè trattasi -di un atleta. - -[852] Loc. cit. - -[853] CORRERA, loc. cit. p. 201. - -[854] GORI, loc. cit. - -[855] F. GORI, loc. cit. p. 122. - -[856] GORI, ib. Fu anche in questo sterro diretto dal Rosa che -si rimosse la croce dal centro del Colosseo e furono abbattute le -edicole della _Via-Crucis_. Varî giornali stimatizzarono quel fatto; e -nessuno arrise al progetto ridicolo del GORI, loc. cit. p. 5, il quale -consisteva in voler sostituire alla croce _la statua della Libertà_. - -[857] Cf. _B. della Commis. Arch. Com. serie 4, fase. p. 118 e seg. -ann. 1895_. - -[858] G. GATTI, Cf. il cit. _Bull. Com._ p. 118. - -[859] _In Dom._ 4. - -[860] _Spectacula assidue magnifica et sumptuosa edidit non in -amphitheatro modo, verum et in circo.... at in amphitheatro NAVALE -quoque._ - -[861] Lib. 67, c. 25. - -[862] Trad. del Nibby, _Roma ant._ pag. 401-402. - -[863] _De Naumachia. — lib. Spect._ - -[864] MARANG. _Delle memorie sacre e profane dell’Anfiteatro Flavio_, -p. 62. - -[865] _Dedit et navale praelium in veteri naumachia:_ IBIDEM _et -gladiatores_ etc. (SUET. _in Tito_, cap. VII). - -[866] Indica perfino qual parte: quella, cioè, che _riguarda le statue_. - -[867] _Memorie storiche del Colosseo_, p. 141. - -[868] Loc. cit. p. 402. - -[869] Lib. I, cap. XXIX. - -[870] _Epigramma XXVIII del lib. Spect._ - -[871] Dopo il regno di Domiziano. - -[872] _Pompae e Libitinensis._ - -[873] Muniti d’inferriate. - -[874] Si trova dalla parte del Laterano. Nella Tav. V, le cloache sono -segnate in colore _bleu_. - -[875] Un tratto di questa cloaca fu scoperto negli scavi del 1874. — -È larga m. 0,63 ed alta m. 1,95. — Si dice che pel restauro di questa -cloaca furono spese lire 200,000. - -[876] V. LANCIANI, _Ancient Rome_ p. 55. - -[877] LANCIANI, _Commentarî di Frontino_ p. 153. - -[878] Parte II, cap. VII. - -[879] V. CASSIO p. 73, ove parlando degli archi neroniani scrive: § -10 — «A canto alla strada, continuavano, e ancora ben si distingue -essere in piedi un solo, e in qualche distanza altri XIII dei quali -nel piegar della strada essendone alcuni rovinati, e perciò interrotta -la loro concatenazione, la riassumono VIII intersecata a sinistra la -stessa via terminando il loro filo al portone esteriore del vestibolo -di S. Stefano (_Rotondo_) distante dalla porta ed atrio del tempio 82 -passi andanti. E qui conviene positivamente avvertire, come più volte -si è da me osservato, che degli VIII archi gli ultimi IV più vicini -al vestibolo o portone, avevano archi sopr’archi, o dir si voglia -sesto col quale grado grado l’un dopo l’altro andavano dolcemente -abbassandosi per retta linea verso un grosso pilastro isolato, lontano -dal già detto portone e ultimo arco 90 simili passi. Egli è però sicuro -(e sarebbe di gran vantaggio l’opposto, perchè gioverebbe al nostro -intento senza ulteriori ispezioni) che il numerato spazio di distanza, -o per nuove aggiunte di costruzioni, o per la mutazione della faccia -del luogo cambiata in orto e vigneto con recinto di nuovi muri è così -deformato, che non lascia segni sensibili d’inclinazione degli archi -sino al castello, che stava e sta al lato settentrionale dell’isolato -pilastro, dove non è da porsi in dubbio che avessero li descritti -archi il lor termine; benchè nella metà del già detto recinto vi si -vegga altro pilastro verso al quale forse continuavano gli archi la -lor dirittura; ma per essere sformato e senza segni di appoggio o -incastro d’archi, non mi permette farne certa assertiva, benchè io -la stimi assai verosimile. Il pilastro isolato che sta eminente nel -fine della piazza tra il circondario di S. Stefano e di S. Maria _in -Domnica_, o modernamente Navicella, è di larghezza 14 palmi nel fianco -settentrionale, nell’altezza eguaglia la torre che dicessimo delli -Consoli, alla quale corrisponde lo speco che sulla cima di questo e -di quello si scopre, a livello d’altro dei VII archi posteriormente -piantati oltre alla torre sul limite degli orti o vigneti dei Ss. -Gio. e Paolo, conceduti dal Pontefice Clemente XI alli PP. Missionari. -Nella metà dello stesso pilastro appariscono ad oriente vernale, e a -ponente gl’incastri degli archi rovinati. A settentrione, siccome sopra -accennammo, v’è un sito riquadrato di larghezza uniforme al pilastro, -nel quale senza dubbio era alzato il ricettacolo o fosse castello, in -cui separatamente calavano le acque portate dagli archi provenienti -dal vestibolo di S. Stefano, e si distribuivano con tubi in diverse -parti del quadrivio di quella piazza (de’ quali tra poco) perchè vi -sta il chiusino a volta con telaro di bianco marmo per sostenere la -quadrata consimile pietra: indizio che nella chiavica interiore vi si -custodissero li tubi e fistole o di piombo o di creta.......» - -A p. 68 scrive: «Scorsi 43 anni, cioè nel 762 corrispondente al 9 -dell’e. v. eletti consoli P. Dolabella e C. Junio Silano trovati fatti -gli acquedotti di queste due acque da M. Agrippa oppur risarciti, per -risoluzione del Senato condussero dall’antica porta Esquilina (o forse -dal sito in cui si vede oggi la Taurina ossia di S. Lorenzo) al monte -Celio, e di colà all’Aventino l’acqua Marcia e al Palatino; e per farne -alli nominati colli la divisione, in distanza del castello (che tuttora -si vede sul quadrivio della piazza della Navicella non più di 30 passi -andanti) piantarono un arco composto di tivertini (sic) accanto al sito -in cui fu poscia eretto lo spedale e chiesa di S. Tommaso apostolo, -denominato per le molte forme o condotti che vi passavano, _S. Tommaso -in Formis_......» - -A p. 76 § 14 prosegue: «Più ancora si assicura l’esistenza di questo -castello sin dal tempo di Nerone, che per formar l’ampio stagno o -piscina al fianco orientale dell’aurea sua casa, seccato ed atterrato -da Vespasiano per erigervi l’ammirabile Anfiteatro..... vi condusse un -grosso rivo dell’acqua Claudia, della quale si vede tuttavia il gran -condotto sotterraneo che scende sotto al chiusino per retta linea nella -strada per cui si va al lato orientale dell’Anfiteatro, nella di cui -vicinanza dove ha principio lo stradone che guida a S. Gio. Laterano -apparisce la superficie della volta dello stesso condotto, che poco più -oltre andava a sboccare nello stagno. Tal condotto fu pure ammirato dal -nuovissimo autore delle memorie del medesimo Anfiteatro (Marangoni), ma -non capito, perchè non salì sul quadrivio del Celio a vederne l’origine -e il suo progresso». - -[880] _Commentarî di Frontino_, p. 158. - -[881] Secondo la quantità d’acqua che vi avranno fatto affluire. - -[882] XIPHIL. e DIONE — p. 542 ed. Basileae. - -[883] _Osservazioni sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro Flavio -fatte dal sig. Pietro Bianchi di Lugano architetto..... illustrate e -difese da_ LORENZO RE _romano..... nella sessione dell’Accademia di -Archeologia li 17 Decembre 1812_. - -[884] Loc. cit., p. 130, § 2. - -[885] Loc. cit. p. 141. - -[886] _De Naumachia._ - - «Augusti laudes fuerant committere classes, - Et freta navali solicitari tuba; - Caesaris haec nostri pars est quota? vidit in undis - Et Thetis ignotas et Galatea feras. - Vidit in aequoreo ferventis pulvere currus, - Er domini Triton ipse putavit equos. - Dumque parat saevis ratibus fera praelia Nereus, - Abnuit in liquidis ire pedester aquis. - Quidquid et in Circo spectatur et in Amphitheatro, - Dives Caesarea praestitit unda tibi. - Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis - Hanc norint unam saecula Naumachiam». - -[887] Fino all’altezza di m. 1,70 circa, quantità necessaria a -sostenere le barche. - -[888] Il quale, chiudendo lo _speco_, potevasi mantenere sul pavimento -dell’arena inondato, per quel tempo che si voleva. - -[889] _De Naumachia._ - -[890] _Domitianus Imp... Amphitheatrum usque ad clypea._ - -[891] Tom. II, p. 49. - -[892] In questo stesso Museo (Iº Riquadro n.º 2) si conserva «Apollo -sedente, figura di bello stile, trovata al Colosseo nel 1805». Cf. -_Descriz. compendiosa_ dei Musei.... nel Palazzo Vaticano.... E. G. -MASI, 1887. - -[893] «Il modo d’indossare la penula che lascia libera l’azione delle -braccia e della persona, propria perciò de’ viaggiatori e degli araldi, -vi fe’ riconoscere un’imagine di Mercurio. Per tale fu restaurata -coll’adattarvi una testa rinvenuta nel Colosseo nell’anno 1803, -aggiungendovi il braccio sinistro col caduceo». E. G. MASI, loc. cit. -p. 111. - -[894] Queste leggi sono state estratte dalle Sentenze di Paolo. - -[895] Cf. le opere del prof. A. PROFUMO, e specialmente il suo -recentissimo opuscolo _L’incendio di Roma dell’anno 64_ (Feltre, Tip. -Panfilo Castaldi, 1909). — Tacito dichiara l’incendio «_forte an dolo -Principis incertum_». Il ch. Profumo (loc. cit. pag. 20 e segg.) tratta -magistralmente questa questione. - -[896] «_Abolendo rumori subditit reos et quaesitissimus poenis affecit -quos per flagitia invisos vulgus Chrestianos (sic) appellabat_». TAC. -(Ann. 15, 38-44). Il lodato Profumo (loc. cit.) prova ad evidenza -che «le ipotesi che alcuni critici sogliono proporre in sostituzione -per l’_auctor_ (di Cristiani, di Ebrei, ecc. ecc.), sono: dal lato -_documentario_, campate in aria; — dal lato _critico_, nulle, poichè -fuori delle sole due _versioni_ (_forte an dolo Principis_) che l’evo -ha conosciuto. Mi duole, soggiunge, che ricada in questa categoria la -ipotesi subordinata dell’Hülsen; quella di una comparticipazione di -Cristiani con gli uomini che attizzavano in qualche modo l’Incendio. -Le nostre cinque fonti (Plinio, Stazio, Suetonio, Tacito e Dione) -non ne fanno motto; gli apologisti Cristiani posteriori non debbono -mai difendersi, fra le tante e tante, da una simile anche parziale -accusa, che sarebbe riuscita nell’Evo, per concetto della sacra Roma, -gravissima; nè ve n’è traccia neppur minima nei frammenti anticristiani -a noi giunti: quel silenzio generale e costante, adunque, che -caratterizza la non rispondenza dell’ipotesi col pensiero dell’evo, -e pagano e cristiano. Resterebbe il famoso XV, 44, di Tacito su quel -primo gran processo o gruppo di processi ai Cristiani, ch’è dallo -storico collegato all’incendio. Esso è molto oscuro. Nel mio lavoro -(_Le fonti ecc._) ne ho proposta una soluzione: — assenza totale -di processi ad _incendiari_, e pagani e cristiani; gran processo, o -processi, d’indole politico-morale ai Giudaici «_quos per flagitia -invisos vulgos Christianos appellabat_», poichè per questa attiva -propaganda ebraica (Cfr., p. es., FLAVIO GIUS., in _Guerra Giud._, -I, pr. 2) ormai la questione Giudaica preoccupava l’animo romano per -la sicurezza delle Provincie dell’Oriente; ed infatti, l’anno dopo, -il 66, s’inizia la definitiva campagna militare, con la distruzione -di Gerusalemme a supremo intento. Un processo a dei Giudaici malvisi -in Roma dal _volgo_, detti Cristiani, era quanto di meglio si potesse -escogitare in quei giorni, ad _abolendo rumori_ sul _dolus Principis_». - -[897] Il Trastevere e la Porta Capena. - -[898] S. GIUSTINO il Filos. _Dial. con Trifone_ II. 17. - -[899] ORIGENE, _Contr. Cels._ lib. VI, n. 27. - -[900] SUET. _in Nerone_, c. XVI. - -[901] TAC. _Ann._, XV, 44. - -[902] TERT., _Apol._ cap. I, _in fine_. Tertulliano chiama Nerone -_dedicatore damnationis nostrae_. - -[903] _Epist. prima._ - -[904] PLIN. secund. Epist. lib. X. - -[905] Cf. SULPIZ. SEV. - -[906] Sebbene talvolta sotto qualche Imperatore, o per il suo carattere -naturalmente mite, od anche per noncuranza, quegli _editti_ siano stati -applicati meno frequentemente. - -[907] Ap. LACTANT. _Divinae institutiones_ l. V, c. XI. - -[908] L’_Anf. Flavio rivendicato ai Martiri_, p. 27. - -[909] Lattanzio visse un secolo prima del riordinamento della -legislazione romana, fatto da Giustiniano. - -[910] Cf. POTHIER. _Le Pandette di Giustiniano riordinate_, Vol. I, -Venezia 1833, pag. 103, numero 2. - -[911] _De fuga in persecutione_ c. IV, XII, XIII. — _Ad uxorem_ l. I, -c. 3. - -[912] _Contra Celsum_, l. VIII, ed. Cantabr. p. 406. - -[913] _Epist._ l. IV, _ad Cornelium_, § 4. - -[914] _De Ss. Martyribus Bernice, Prosdoce_, § 4. Cfr. il _Processo -Verbale_ del 17 Luglio 180, scoperto nel 1890. — _Apologisti -Cristiani._ Casa editrice Dott. F. Vallardi, Milano 1907. - -[915] _Apolog._ cap. XXXIX. - -[916] _Dig._ l. XLVIII, tit. XIX, l. 31. - -[917] _Dig._ l. XLVIII. Tit. IX-XIX. Cf. CIC. _Orat. pro Roscio_ 26. - -[918] _Passio S. Pionii 21 acta sincera_, RUINART, n. 4, p. 136 et seqq. - -[919] _Passio S. Perpetuae 19. Edit._ ARM. ROBINSON, Cambridge 1891, -pp. 89-90. - -[920] RUINART, _Acta sincera_. - -[921] _Bull. di Arch. sacra_ 1879, p. 21. - -[922] _Acta_ § 6 apud _Acta sanctor._ Ianuar. tom. I, p. 569. - -[923] S. Paolo _ad Rom._ c. XVI, dal v. 3 al v. 15. - -[924] _Lez. di Arch. Crist._ p. 6. - -[925] _De l’authenticité des Annales et des histoires de Tacite_, -Bordeaux 1890. - -[926] _Apol._ c. XXXVII. - -[927] Le sillogi epigrafiche di Tours, di Closterneubourg e di Göttwel -ci hanno conservato un’iscrizione preziosa degli inizi del secolo V; -la quale, mentre ci ricorda i grandiosi restauri fatti da Sisto III -(432-440) nella basilica Liberiana, fa pur menzione di cinque martiri -(V. GRISAR, _Roma alla fine del mondo antico_ pag. 303 nota 2ª) e -dei cinque simboli del genere di morte da essi subìta. Il terzo di -questi simboli è precisamente la _damnatio ad bestias_. Ecco il testo -dell’iscrizione: - - VIRGO MARIA TIBI SIXTVS (sic) NOVA TEMPLA DICAVI - DIGNA SALVTIFERO MVNERA VENTRE TVO - TE GENITRIX IGNARA VIRI TE DENIQVE FETA - VISCERIBVS SALVIS EDITA NOSTRA SALVS - ECCE TVI TESTES VTERI SIBI PREMIA PORTANT - SVB PEDIBVS IACET PASSIO CVIQUE SVA - FERRVM FLAMMA FERE (sic) FLVVIVS SAEVVMQVE VENENVM - TOT TAMEN HAS MORTES VNA CORONA MANET - -«Di tale prezioso carme rimase superstite soltanto il primo verso fino -al sec. XVII; e questa reliquia pure venne cancellata in seguito agli -inconsulti restauri eseguiti a spese del card. Pinelli». P. SISTO -SCAGLIA, _Mosaici antichi della bas. di S. Maria Maggiore in Roma._ -Roma, F. Pustet, Editore, 1910. - -[928] _Notiones Archaeolog. Christ._ Cap. II, p. 176, Romae 1908. - -[929] _Corpus antiq. rom. absolutissimum_ p. 440. - -[930] Cf. G. B. LUGARI, loc. cit. p. 9. - -[931] _The ruins and excavations of ancient Rome_ p. 283. - -[932] Loc. cit. p. 10. - -[933] PROC. _Della Guerra Gotica_ l. I, c. XXII, XXIII. - -[934] Qui il LUGARI (loc. cit. p. 11 dell’estratto o p. 113 delle -_Dissert. della Pont. Accad. Rom. di Arch._ serie II, Tom. VII) in -una lunga _nota_ dimostra che l’anfiteatro Castrense era capace di -contenere il numero sufficiente di belve per gli spettacoli ordinarî; -ed indica il sito ove poterono esservi le abitazioni per i militi del -vivario e per i serventi. - -[935] LANCIANI, _The ruins and excavations of ancient Rome_, p. 388. - -[936] FICORONI, _Le vestigia di Roma antica_, p. 121. - -[937] NARDINI, _Roma antica_, tom. II pag. 17 _ediz. de Romanis_. - -[938] LUCIUS FAUNUS, _De antiq. urb. Romae_, lib. I, p. 13 — POMP. LET. -_De antiq. urb. Romae_, lib. VII, pagg. 234, 235 — MARLIANI, _Urb. Rom. -Topogr._ lib. VII, p. 134. - -[939] Id., loc. cit., POMP. LETUS, loc. cit., MARLIANI, loc. cit. - -[940] BUFALINI, _La pianta di Roma_, tav. A, 2 ediz. 1879. - -[941] Nota di ruderi e monumenti antichi per la pianta del Nolli, edita -dal De Rossi, p. 19. - -[942] SUET. in _Calig._ cap. IX. - -[943] V. NARDINI, _Rom. ant._ l. IV, c. II, p. 15; Nibby, Roma, _parte_ -I _ant._ p. 397. - -[944] SUET., _in Tib._ c. LXXII. - -[945] ID., _in Claud._ c. XXI. - -[946] - - PRO S. M. ANTONII. GORDIANI. PII - FELICIS. AVG. ET TRANQVILLINAE. SABI - NAE AVG. VENATORES IMMVNES. CVM CV - STODE VIVARI. PONT. VERVS. MIL. COH. - VI. PRAE. CAMPANIVS. VERAX. MIL. COH. VI - PR. FVSCIVS. CRESCENTIO. ORD. CVSTOS - VIVARI. COHH PRAETT. ET. VRBB. - DIANA. AVG. D. S. EX. V. P. - DEDICATA XII KAL. NOV. - IMP. D. N. GORDIANO. AVG. ET. POMPEIANO. CS. - _Corpus_, I L. VI, 130. - -[947] - - [Illustrazione: Iscrizione] - -[948] SUET., _in Claud._ c. XXI. - -[949] Id., _in Claud_. loc. cit. - -[950] DIO. LIX, cap. X. - -[951] DIO. p. 709, Ed. Leunel. - -[952] V. _Verona illustr._ Milano 1826, p. 49. - -[953] _Variar._ l. 4.42. - -[954] loc. cit. lib I, cap. IV. - -[955] Di qui si vede con quanta saggezza il ch.º H. Grisar (_Roma alla -fine del mondo antico_ p. 174) abbia scritto: «È certamente fuor di -questione che l’ANFITEATRO FU SPETTATORE DI MOLTI MARTIRII». - -[956] Cf. P. DELHAYE, _Anacleta Bolland._ tom. XVI pagg. 209 e segg. -ann. 1897. - -[957] Il Grisar (loc. cit.) dice a questo rispetto: «Testimonianze -sufficientemente sicure comprovano che quest’edificio (il Colosseo) -fu spettatore della passione di S. Ignazio antiocheno, ma se si -tratta di enumerare altri determinati campioni della fede che a lui -dovrebbersi unire nella storia delle persecuzioni, allora il giudizio -dello storico soggiace a molte difficoltà, la principale delle quali è -che gli _Atti_ ove parlasi di tali martirii romani, non sono relazioni -genuine del tempo delle persecuzioni, ma pie leggende messe assieme nel -quinto e sesto secolo, se non più tardi, le quali di solito contengono -anacronismi ed inverosimiglianze..... _Talora però nei prefati -documenti il martirio avvenuto_ IN QUESTO LUOGO _è ricordato_ CON TALI -CIRCOSTANZE DA DIMOSTRARE _che quel dettaglio fu tramandato_ IN FORMA -SICURA». - -[958] V. Parte III, cap. 1º. - -[959] Cfr. p. 98. - -[960] FEA, Miscell., Tom. I; BARTOLINI, _Sugli Atti di S. Agnese_, p. -110; M. ARMELLINI, _Il Cimitero dì S. Agnese_, p. 10. - -[961] BELLORI, _Vestigia Vet. Rom._ Tab. XXVIII. - -[962] _Roma Subterr._ l. III, c. XXII, p. 602. - -[963] Cf. MAZZUCCHELLI, _Scritt. Ital._ Tom. II, part. II, p. 703. — -TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_. Tom. VIII, l. 3, p. -289. Ed. Rom. — COMOLLI, _Bibl. architettonica_, vol. II, p. I, clas. -I, pp. 58-59-60-61. - -[964] _Apud Petrum de Cortona e schedis Ptolomei_, MURATORI, Tom. IV, -p. 1878, n. 4. - -[965] REINESIO, Col. XX, p. 249. - -[966] BONADA, _Col._ X, n. 36. - -[967] FLEETWOOD, p. 351. - -[968] LAM, _De E. A._ p. 203. - -[969] MAMACHI, Tom. I, pp. 415-421-422. - -[970] BIANCHINI, _Hist. Eccl._ Tom. II, saec. I. - -[971] MABILLON, _Musaeum Ital._ Tav. I, n. 54-213-418. - -[972] MARANGONI, _Mem. sacre e profane dell’Anf. Flav._, ed. 2, p. 271. - -[973] VENUTI, _Accurata e succinta descriz. delle antich. di Roma_, -part. I, c. I, p. 51. - -[974] ORSI, _Storia Eccles. ediz. rom._ 1835, Tom. I, p. 22. - -[975] _Apud Mai Script. Vet. Nov. Coll._ Tom. V, p. 380. - -[976] MAZZOLARI, _Sacre Basiliche_, p. 300. - -[977] MAGNAN, _Le Ville de Rome_, Tom. IV, col. 16. - -[978] TERRIBILINI, _Mss. Cas._ XX, XI, Tom. VIII, p. 371. - -[979] Loc. cit. - -[980] VISCONTI, _Sposizione d’alcune antiche iscrizioni crist._ Atti -dell’Acc. Rom. di Arch. 1823, Tom. II, p. 629. - -[981] NIBBY, _Rom. ant. e mod._ part. I, Tom. I, p. 101. - -[982] CANINA, _L’Architettura Romana_, part. III, p. 148. - -[983] _Note al Venuti sull’op. cit._, p. 59. - -[984] O’ REILLY, _I Martiri del Colosseo_, p. 41. - -[985] GIAMPAOLI, _Rel. storica del nuovo prosp. di S. Pudenziana_, p. -21. - -[986] FABIO GORI, loc. cit. p. 11. - -[987] Eccettuato il Giampaoli, il quale nella sua opera: _Memorie -delle catene di S. Pietro_, p. 25 mutò di parere, e si unì a quelli che -dichiararono falsa la lapide. - -[988] DE ROSSI, _Musaici cristiani_, fasc. XXIII (_Musaico della -nicchia della Confessione Vaticana_). - -[989] TOMASETTI, _Breve itin. di Roma_, p. 86. - -[990] PROMIS., _Gli Architetti e l’Architettura presso i romani_, Mem. -storiche, Serie III, Tom. 27. p. 146. - -[991] ARMELLINI, _La Chiesa di Roma_, ediz. 2, p. 161. - -[992] _Analecta Bolland._ Tom. XVI. p. 216. - -[993] O. MARUCCHI, _Elements d’Archeologie_, Tom. III, p. 285. Id. _La -Forum Romaine_ 1903, pag. 259. - -[994] _Histoire de Rome_ etc., Vol. I, p. 182. - -[995] _Storia universale della Chiesa_, ed. XI, Torino 1904, vol. II, -p. 790. - -[996] _Historia critica_, Ecclesiae Cattolicae, vol. I, p. 635. - -[997] P. SCAGLIA, _Notiones Archaeol._ vol. I, _pars-prior_. p. 418. - -[998] _Nel sotterraneo di questa (Chiesa), e precisamente nella -crociera a mano dritta, v’è l’iscrizione cristiana, dalla quale può -rilevarsi che Gaudentius, un cristiano, fu l’architetto dell’Anfiteatro -Flavio e che fu martirizzato._ TOMASETTI, loc. cit. - -[999] Lo stesso si dica del MARTIGNY e del CABROL. V. i loro rispettivi -_Dizionarî_, v. _Colisée_ e _Amph. Flav._ - -[1000] _Inscript. Christ._ Tom. I, p. 26. - -[1001] COMOLLI, _Bibl._ vol. II, p. I, class. I, p. 51. - -[1002] Vedi P. I, c. III, di questo lavoro. - -[1003] Cf. _Bull._ Serie III, an. I, p. 135. - -[1004] M. ARMELLINI, _Scoperta della cripta S. Emerenziana_, ecc. p. -109. - -_Qui furono le signore: Portia Gabrielli, Maddalena Tassi Varesi, -Caterina, Giulia et Lavinia suoi figli il Venerdì Santo l’anno 1635. -Cavando Evangelista Bucci._ Vi sono anche altri nomi e date degli anni -1634 e 1670. - -[1005] DE ROSSI, _Bull. di A. S._ Serie III, an. I, p. 136. - -[1006] Id., loc. cit. - -[1007] Un falsificatore può determinarsi a far incidere una lapide, -1º per esser lodato quale scopritore fortunato di un’iscrizione -interessante; 2º per far trionfare una sua opinione; 3º per lucro, e -in tutti i casi, coll’animo pravo d’ingannare i posteri. Ma noi, come -vedremo, non troviamo neppur uno di questi motivi per dichiarare la -nostra lapide falsa. - -[1008] MAFFEI, _Arti criticae lapidariae_ libr. III. c. II, p. 159 e -segg. - -[1009] Così ad es.: la collezione di lapidi cimiteriali del sotterraneo -della Chiesa dei SS. XII Apostoli. - -[1010] _Bull._ serie III. an. I, p. 95. - -[1011] «Poichè l’arte aveva creato variazioni (_dipinti in Priscilla_, -titoli in marmo nel _coem. maius ostrianum_); troviamo che fin dal più -antico periodo delle Catacombe romane si possono distinguere un tipo -di scrittura _priscilliana_ ed uno _ostriana_». Cf. KAUFMANN _Manuale_ -d’A. C. p. 172. - -[1012] _Epitaph. S. Severae_ p. 77. - -[1013] Il comm. O. Marucchi (V. _Le Forum Romaine_, p. 259. Ediz. -dell’anno 1903), dopo aver detto che l’iscrizione di Gaudenzio è una -grossière contraffazione moderna; che il suo stile strano, è assai -differente dallo stile antico, che la forma stessa dei caratteri -tradisce la sua origine; e dopo aver espresso il desiderio che -l’Accademia di S. Luca si decida a porre almeno un’indicazione per -prevenire i visitatori di questa falsificazione, aggiunge (in nota) -che ha saputo dal Bacci esservi nel rovescio un’iscrizione cristiana -antica, che dice: _Augurina in pace._ - -Rispetto il parere del ch.º Professore e amico, ma, a mio giudizio, -l’Accademia di S. Luca ha fatto molto bene a lasciare la lapide nel -sito in cui si trova da tre secoli; ed anche a non mettervi indicazione -di sorta, almeno fino a che non si sappia con ogni certezza la falsità -della stessa. La notizia che il Bacci ha dato al ch.o Marucchi, -dell’essere cioè questa lapide opistografa, non è nuova, perchè -l’Aringhi, il Fletwood, il Marini, il Visconti, ecc., ce l’avevano già -detto; la formola poi, non è _Augurina in pace_, ma: AVRELIA AVGVRINA -HIC EST. L’iscrizione è incisa nel mezzo del lungo e stretto marmo; -è intiera, e si estende da una estremità all’altra del marmo o tavola -marmorea, in questa guisa: - - AVRELIA ❦ AVGVRINA ❦ HIC EST - -La frase HIC EST, senza l’aggiunto POSITA (il quale, d’altronde si -sottintende) è classica, e rivela quanto sia antica. - -Taluno potrebbe dubitare della _cristianità_ di questa lapide, appunto -perchè classica. Se si rifletta però alla provenienza, e al fatto che -l’iscrizione è incisa su di una lastra marmorea di assoluta _forma -cimiteriale cristiana_, ogni dubbio svanisce. L’Aringhi (loc. cit.) -congettura che quell’_Aurelia Augurina_ cui si riferisce l’epigrafe, -possa essere l’_uxor_ di Gaudenzio, perchè, dice, _uxores olim cum -viris eodem sepulchro illatas fuisse novimus etc._ — Potrebbe essere. -I nomi sono antichissimi: un _T. Aurelius Fulvus_, per es., fu -console ordinario imperando Domiziano (a. 85 d. C.); _Augurinus_ è -dei tempi della repubblica. I _loculi bisomi_ poi, ed esempî analoghi -d’iscrizioni opistografe, relative ai due coniugi, non è cosa nuova -agli archeologi. - -[1014] Cf. M. ARMELLINI, _Lez. di Arch. Sacra_, pp. 270-271; DE ROSSI, -_Bull. Arch. crist._, serie III, an. VI, pp. 70-71-73. - -[1015] P. SCAGLIA, _Epig._ Vol. II, c. II, p. 52. - -[1016] DE ROSSI, loc. cit. - -[1017] LUPI, loc. cit. - -[1018] Id., loc. cit., p. 17. - -[1019] _Bull._, serie III, an. I, p. 95. - -[1020] _Bull._, serie II, an. VI, p. 58. - -[1021] Id., serie III, an. I, p. 137. - -[1022] Id., loc. cit., p. 135. - -[1023] Si adduce anche la difficoltà degli apici o punti, come qualcuno -li chiama. Ma non è, come vedremo, obiezione insormontabile. - -[1024] _Storia di Roma_, ed. Desclée, etc. _Roma alla fine del mondo -antico_ p. 174. Roma 1908. - -[1025] Relativamente alla paleografia, gli scrittori che han giudicato -la lapide dagli esemplari che generalmente si trovano sui libri, non -hanno del tutto torto. L’hanno fatta irriconoscibile! Ognuno abbondò -_in sensu suo_. Perfino han posto sulla vocale I i punti _rotondi_. Cf. -P. I, c. III di questo studio. - -[1026] E la copia fatta dal Grimaldi sarà esatta? - -[1027] Non è dunque certo che avvenne allora. - -[1028] Dunque quelle due lapidi fanno eccezione alla regola. Dunque si -dànno eccezioni! - -[1029] Non è dunque del tutto certo. - -[1030] E fecero male; ma peggio ancora fanno quelli che mettono sugli I -i punti ROTONDI. Qui sta l’errore! - -[1031] E ciò è verissimo, nè noi diremo essere _accenti_. - -[1032] Come il Mommsen (c. I, l. X, 6524) credè potersi liberare -dall’imbarazzo in cui lo pose il Garrucci relativamente all’iscrizione -Furfonense, di cui tra breve parleremo. - -[1033] ZACCARIA, _Ist. lap._ p. 388, edit. rom. - -[1034] Pag. 82, N. Z. - -[1035] _Epit. S. Severae_, p. 129. - -[1036] _Marmor Pisan._ - -[1037] Ma questa di Pisa, citata dal Zaccaria (_Istit. lap._ p. 338, -ed. Rom.), non ha i punti (Bormann C. I, L. XI, 1441). - -[1038] C. I, L. X, 6524. - -[1039] _Sylloge Inscript. Lat._ p. 290. _Aug. Taurin._ MDCCCLXXV. - -[1040] Loc. cit. - -[1041] Vol. I, tav. XII. - -[1042] Oltre a ciò il falsificatore del sec. XVII avrebbe usato punti -tondi, mai triangolari. Del resto esistono parecchie iscrizioni dei -tempi di Urbano VIII; eppure sull’I non v’è punto di sorta. - -[1043] Lo stesso Cabrol (_Dictionnaire D’Archéologie chrétienne_, voce -Amphithéatre, col. 1653, Paris, 1904), l’ha riprodotta in caratteri -comuni e senza apici. - -[1044] Anche ammesso che il musaicista al rifare l’iscrizione «_Ego -sum via, veritas et vita_» avesse aggiunto arbitrariamente i punti -sugl’I, non per questo l’iscrizione sarebbe falsa, ma una riproduzione -genuina e verace dell’iscrizione primitiva. A tutti nota è l’iscrizione -damasiana che dice: HIC HABITASSE PRIVS, etc. I due primi esametri di -questo carme si leggono nel sepolcro apostolico dell’Appia, e sono una -riproduzione fatta nel secolo XII. Ora se le sillogi, e specialmente il -codice di Einsiedeln, non ci avessero conservato quel carme, la critica -moderna avrebbe ritenuti quei due esametri per una falsificazione di -quel secolo. Eppure è una riproduzione genuina! - -[1045] Loc. cit. p. 146. - -[1046] _Ripostigli_, p. 198. - -[1047] _Ann. Inst._ XII, p. 241. - -[1048] _Intorno ad alcuni monumenti antichi esistenti al IV miglio -dell’Appia._ Roma 1882, pagina 63. - -[1049] DE ROSSI, _Bull. Archeol._ Anno I, pp. 23 e 50. - -[1050] M. ARMELLINI, _Lez._ ecc. 101. «Col 426, egli dice, la sepoltura -cessò nei sotterranei e incominciò nei portici e intorno le basiliche -ma fuori del tempio, onde S. Gregorio Magno, come narra nel l. IV -dei dialoghi, ricorda che i portici del Vaticano si trasformarono -in cimiteri.... Lo splendore delle nostre necropoli ebbe un crollo -spaventevole quando dopo caduta nel 410, di memoria imperitura, la -regina del mondo in mano di Alarico». - -[1051] O al più nel secondo decennio. - -[1052] Cf. P. SCAGLIA, l. c., p. 52. Questo stesso ch. scrittore a -p. 10, dice: _De forma litterarum nihil dicendum, nisi quod eadem est -atque in ethnicis epitaphiis, sed_ MULTO DETERIOR _propter lapicidarum -imperitiam_. - -[1053] FABBRETTI, _Inscript._, c. V, p. 363. - -[1054] MAFFEI, _Art. crit. lap._ l. III, c. II, p. 175. - -[1055] MORCELLI, _De stil. Inscript._, l. II, part. 3, c. IX, p. 462, -vol. 2. - -[1056] Cf. GARRUCCI, _Sill. Inscript._, p. 52, 75, 86, 88, 91, 92. — -PIZZAMIGLIO, _Storia della Moneta Rom._ - -[1057] GARRUCCI, loc. cit., pp. 185-192, 215. - -[1058] Cf. BRUZZA, _Bull. dell’Ist. Arch._, an. 1870. - -[1059] _Dissert._ VIII, p. 164. - -[1060] _Inscript. Christ._, Tom. I, p. 114, p. V. - -[1061] SCALIGERO, Cf. _Red. var. lect._, c. XIX, _not. ad lib._ V, -_Varr. de ling. lat._ - -[1062] Cf. _Specimen._, p. 56. - -[1063] Cf. _Cenot. Pis._, dis. IV, quest. 2. - -[1064] Cf. _Epit. S. Severae_, p. 183. - -[1065] Pag. 138. - -[1066] Cf. _Instituzioni_, l. II, c. XI; p. 320. - -[1067] Cf. FABRETTI, _Inscript._, p. 110, vol. V, p. 541, n. 278. -_Bull. A. C._ Tom. III, pagina 151 ecc. - -[1068] P. G. MARCHI, _Monumenti delle arti crist. primit._, p. 116. -Roma 1844. - -[1069] GRUTER, p. 553, n. 2. - -[1070] DE ROSSI, _Bull. Arch. crist._ an. III, p. 12. - -[1071] MARANGONI, _App. agli atti di S. Vittorino_, p. 168. - -[1072] GRUT., loc. cit. - -[1073] _De Stil. Inscript._, l. III, p. III, c. VIII. - -[1074] Pag. 49. - -[1075] _Arv._ p. 37. - -[1076] _Orig._ I, XX. - -[1077] _Graffiti di Pompei_, p. 47. - -[1078] GRUT., 1019, 4. - -[1079] MURAT., 918, 2. - -[1080] Loc. cit., lib. III, c. II, p. 172. - -[1081] Cf. _Civiltà Catt._, Serie IX, Vol. XII, p. 718, § 2. V. anche -il P. SCAGLIA, _Not. archeol. crist._ Vol. II, _pars prima. Epigrafia_, -pp. 8-9, il quale, dopo avere riportato un po’ di errori più comuni -nelle epigrafi, aggiunge: _integrum possem librum replere idiotismis et -erroribus omnimodis_.... - -[1082] _Hist. nat._, l. XXXV, c. IX, _in fine_. - -[1083] _Storia della Lett. Ital._ Tom. I, p. 8, ed. Napol. - -[1084] Cap. XVII, p. 37. - -[1085] Loc. cit. - -[1086] Liv. lib. I, 28. - -[1087] GARRUCCI, loc. cit., p. 166. - -[1088] VARR. l. VI, _de l. l._ - -[1089] FABBRETTI, _Inscript._ - -[1090] NIBBY, _Analisi_ ecc. Tom. III, p. 141. - -[1091] ZACCARIA, Instit. p. 187; _Bull. dell’Ist._ 1865, p. 84. - -[1092] _Bull. dell’Ist._, 1860, p. 258. - -[1093] Id., 1868, p. 228. - -[1094] _Inscript. Christ._, Tom. I, p. 112. - -[1095] Ammessa la genuinità della lapide, si dovrà pur ammettere, come -vedremo, che Gaudenzio fu l’architetto del Colosseo. - -[1096] Supponendo che fosse già cristiano. - -[1097] Tale infatti fu l’idea primitiva, come dice Marziale: - - _Hanc unam norint saecula naumachiam._ - -[1098] _Memorie storiche del Colosseo_, p. 23, ed. 2.ª - -[1099] _Note al Venuti, Roma Ant._ VENUTI-PIALE, _Descriz. topogr. di -Roma_, 1824, tom. I, p. 51. - -[1100] DIO., l. LXVII. - -[1101] Anche tralasciando l’indizio estrinsico della _forma_ della -lapide, che è _cimiteriale_; anche prescindendo dalla testimonianza -degli scrittori, coevi al rinvenimento di essa, i quali dicono che -fu tratta fuori dal cimitero di S. Agnese; le parole _Kristus_, etc., -dichiarano apertamente la cristianità di Gaudenzio. - -[1102] XIPH. e DIONE, _Traianus_, p. 553, Ed. Basileae apud Joannem -Oporinum. - -[1103] Dopo quello del Panvinio e dell’Iansoni, un catalogo molto -ragionato e stimato fu pubblicato dal Contelori, ed un altro, ancora -più accurato, dal Corsini. - -[1104] Loc. cit. - -[1105] V. Parte I, c. III di questo lavoro. - -[1106] VITR., _Praef._ I. VII. - -[1107] PLINIO, l. VII, c. XXXVII. VITR., l. c. - -[1108] Lib. VI, c. XXXVII. - -[1109] Lib. XXXVI, c. XIII. _Laberinto italico_. Monumento sepolcrale -di Porsenna re di Chiusi. V. _Less. ragionato_. LÜBKER. - -[1110] SUIDA. Plinio l. XXXVI, II. - -[1111] XIPH., _in Adr._ - -[1112] VITR., l. c. - -[1113] SPART., _in Adrian._ - -[1114] Lib. VIII. - -[1115] Lib. IX, _epist._ XXXIX. - -[1116] PLINIO XXXIII, c. XV. - -[1117] Epigr. LVI, l. VII. - -[1118] Loc. cit. - -[1119] Ad esempio S. E. il Card. Lugari e il suo fratello Cav. -Bernardo, ambedue membri ordinari dell’Accademia Romana di Archeologia -e notissimi per loro dotte pubblicazioni archeologiche. - -[1120] V. FORCELLINI, voce THEATRUM: _de quocumque loco ad edenda -spectacula apto_. - -[1121] Che i liberti servissero agli imperatori, anche come architetti -è certissimo, e si deduce da parecchie lapidi sepolcrali: Cf. c. I. l. -VI, 8722, 8724. - -[1122] VENUTI-PIALE, _Descriz. top. di Roma_. Tom. I, p. 51. Roma 1824. - -[1123] Il DE ROSSI, già si avvide che i martirologî _omettono martiri -rivelatici dalle iscrizioni_ (V. _Bull. Arch. Crist._ An. 1876, p. 59; -1877, pp. 109-113; 1878, pp. 12-94-95; an. 1883, pp. 151-152-155; 1886, -pp. 26-28, ecc.). - -[1124] Cf. MIGNE, P. L. vol. 124, p. 31. - -[1125] Quel _Passio_ e quell’S sono certamente del tempo in cui visse -il trascrittore. - -[1126] _De lingua latina_, l. IV. - -[1127] Cf. JORDAN., _Topog._ VARR. _l. l._, V, 49, 50, pp. 601-602. -_Oppius mons princeps Esquilis, cis lucum Fagutalem.... Oppius mons -terticeps, cis lucum.... Oppius mons quarticeps, cis lucum.... in -figulinis est._ CESPIUS _mons quarticeps cis lucum Poetelium, Esquilis -est_. - -[1128] Il primo le _Coniectanea_, gli altri due le annotazioni ed -emendazioni. - -[1129] V. NIBBY, _Roma Antica_, Tom. I, p. 21. - -[1130] _I boschi sacri dell’antica Roma._ Estratto dal «Bullettino -della Com. arch. comunale», fasc. II, an. 1905, p. 14. - -[1131] Nel documento seguito dai dotti passati, fino alla metà del -secolo scorso, effettivamente non manca, ed oh quanto è più conforme -alla topografia locale! - -[1132] Loc. cit., l. IV. - -[1133] VARRON. loc. cit. - -[1134] _Del suolo fisico di Roma_, ecc. Cosenza, Tip. di Giuseppe -Migliaccio, 1869. - -[1135] Così negli _Argei_ secondo Varrone. - -[1136] La mia opinione circa le «_velocia munera_» la manifestai alla -Parte II, cap. I, di questo lavoro. - -[1137] _Antich. di Roma_, vol. I, l. III, p. 94. - -[1138] È certo però che al settimo miglio della Via Salaria vi fu una -chiesa dedicata all’Arcangelo Michele; le parole dell’_Epitome libri de -locis Sanctorum Martyrum_, sono chiare: «Per eandem quoque viam venitur -ad ecclesiam S. Michaelis septimo milliario ab urbe;» ma è pur certo -che varie furono in Roma le chiese dedicate a questo Arcangelo, come: -S. Arcangelo _ad Elephantum, in Palliano, inter nubes, in Augusta, in -Laterano, in vico Patricio, in Via Appia_, ecc. (Cf. _Nuov. Bull. di -Arch. christ._ 1910, pag. 84 e segg. «Studio sulla nuova silloge di -Cambridge di O. Marucchi»). - -Il Martirologio Geronimiano (codice di Berna) colloca la Chiesa di S. -Michele non al VII ma al VI miglio. - -[1139] O in _Ortheo_. Cf. _La Pianta di Roma dell’Anonimo Einsidlense_. -Dissert. letta dal Prof. C. Huelsen, 21 Aprile 1906, nella Pont. Accad. -Romana di Archeologia. — Estratto pagina 28. - -[1140] Tutti sappiamo che una chiesa dedicata a questa Santa era sotto -l’Esquilino. Il ch.o Huelsen, loc. cit., dice che questa chiesa è -sconosciuta! - -[1141] _Lib. Pont._ Edit. DUCHESNE, Tom. II, p. 24. Il Grimaldi legge -«in Aventino», ed opina sia lo stesso che il monastero di S. Maria _in -Aventino_. - -[1142] Ediz. DUCHESNE, Tom. I, p. 262. - -[1143] _Lib. Pont._ p. 268, n. 36. - -[1144] Loc. cit. Tom. II, p. 41 n. 63. - -[1145] V. G. STARRA-TEDDE, _I boschi sacri_, loc. cit. - -[1146] Cf. il period. «Buonarroti» Tom. V, p. 68. - -[1147] C. FONTANA: _L’Anfiteatro Flavio descritto e delineato_. Aia -1725. - -[1148] MARANGONI: _Delle memorie sacre e profane dell’Anfiteatro -Flavio_, ecc. Roma 1745, seconda ediz. 1847. - -[1149] _Roma ant._ Tom. I, pag. 529 e segg. - -[1150] TOCCO EFISIO: _Dell’Anf. Flav.... e dei gladiat._ Apud -_Buonarroti_, luglio 1869, marzo-aprile 1870. - -[1151] F. GORI: _Le mem. stor. etc. dell’Anf. Fl._ Roma 1874. - -[1152] IUSTI LIPSI: _De anphitheatro etc._ - -[1153] _Degli Anfiteatri_.... Verona 1727. - -[1154] _Memoire sur les anciens monuments de Rome_: apud _Mém. Acad. -Inscript. et belles lettres_: XXVIII, pag. 486. Voyage en Italie: pag. -346 sg. - -[1155] _L’Anf. Campano illust.... col paragone di tutti gli anfiteatri -d’Italia_. Napoli 1842. - -[1156] _Edif. di Roma ant._ 1851, vol. III, p. 23 seg. vol. IV. Tav. -164-177. Cf. etiam: _Archit. Ant._ III, s. III. t. 119. - -[1157] _Arvali_ pag. 225 sg. (HENZEN: _Arv._ CVI). - -[1158] _Osserv. sull’arena e sul podio dell’Anf. Flav._ Roma 1813 — -_Nuove oss._ ecc. e _dell’acqua che lo ricopre_. 1814 — _Notiz. degli -scavi_ Roma 1813 — _Ammonizioni critico-ant._ 1813 — _Diss. sulle -rovine di Roma_, ap. Winckelmann — _Storia delle arti_, III, 393 seg. — -_Note al circo di Caracalla_ del BIANCONI. - -[1159] _Delle linee dei sedili_ apud Efemm. _Litt._ Roma 1823. - -[1160] _Iscrizioni esistenti sui sedili dei teatri e degli anfiteatri -antichi. Ann. Inst._ 1856. - -[1161] _Ann. Inst._ 1859. - -[1162] _Iscriz. dell’Anf. Flavio, Bull. com._ di Roma, 1880 pag. 211. -e seg. — _Notizie ined. sull’Anf. Flavio_, R. Acc. dei Lincei, serie -quinta, vol. V, ecc. - -[1163] _Delle tessere_.... ed. Labers, Milano 1827. - -[1164] _Archit. numism._ Londra 1859. - -[1165] _L’Anfiteatro Flavio rivendicato ai Martiri_. Atti della Pont. -Acc. Rom. di Archeol. serie II, Tom. VII, 1899. Questo discorso fu -probabilmente motivato dalla dissertazione, comparsa anonima, del -Delehaye (_L’Amphitéâtre Flavien_, Bruxelles 1897), nella quale questi -sostiene che nessuna fonte attesta essere stato il Colosseo un luogo di -martirio pei cristiani. - -[1166] Antonio Sebastiani. - -[1167] Nell’archivio capitolino (Cred. 4, tom. 101, pag. 291) v’è un -documento che dice: «Anno 1727, 12 Novembre. Istrumento di concessione, -per poter _affittare l’erbe che nascono dentro al Colosseo_». - -[1168] _Flora of the Coloseum of Rome_. London, Groombridge and Sons. - -[1169] F. GORI, _loc. cit._ pag. 113. - -[1170] _Ann. Inst._ 1856. - -[1171] _Bull. della Comm. arch. comun. di Roma_ 1880. - -[1172] _Inscript. Urb. Romae Latinae._ Partis quartae fasciculus -posterior. — ADDITAMENTA, collegit et edidit CHRISTIANUS, HUELSEN, -Berolini, apud Georgium Reimerum, pag. 3199 e segg. MCMII. - -[1173] LANCIANI, loc. cit., p. 244-45. - -[1174] Dividiamo i frammenti con una linea ed omettiamo i supplementi -che si leggono nello stesso _Corpus_, perchè, o questi sono facili, -come ad es.: _pl_ ACIDI — ed ognuno può farli da sè: o sono di -difficile interpretazione; e allora è meglio che ognuno faccia i -supplementi che creda. - -[1175] Loc. cit., p. 217. - -[1176] HUELSEN, c. I, l. VI, pars 4 _add._, p. 3224. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -Le correzioni indicate a pag. 385 (Errata-Corrige) sono state riportate -nel testo. - -Per trascrivere la lettera "V" sormontata da un accento si è usata la -notazione "V´". La notazione [=xx] indica che le lettere specificate -sono sormontate da una barra. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANFITEATRO FLAVIO NEI SUOI -VENTI SECOLI DI STORIA *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. 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INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation's website -and official page at www.gutenberg.org/contact - -Section 4. 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Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our website which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This website includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
