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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il Numero 13 - -Author: Salvatore Farina - -Release Date: April 27, 2022 [eBook #67941] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL NUMERO 13 *** - - - SALVATORE FARINA - - - IL NUMERO 13 - - RACCONTO - - - PREFAZIONE: - - Come si scrive un romanzo? - - - - MILANO, 1895 - CASA EDITRICE GALLI - DI - C. CHIESA, F.lli OMODEI-ZORINI & F. GUINDANI - - _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_ - _Portici Settentrionali, 23_ - - - - - Proprietà letteraria - - Milano. 1845 — Tip. Pagnoni - Via Solferino, 7. - - - - -Le pagine che seguono mi hanno servito a Vienna, a Praga, a Lipsia, a -Berlino, a Francoforte, ad Eidelberga, a Zurigo, a Berna e in altre -città straniere, dove le ho lette in lingua italiana, a pubblici -intelligenti e amanti di conferenze. - -Stampate ora qui, forse che vogliono essere una specie di dichiarazione -di fede letteraria, a significare al prossimo mio che io non ho mutato -nè mai muterò, lasciando che gli altri si trasformino come e quanto -vogliono? - -Perchè no? - -Ho la coscienza che l’arte del romanziere debb’essere press’a poco -così. Se la mia coscienza sbaglia, come altri m’insegna, io non -contraddico; ma domando a costui, autore o critico, di assicurarmi -che, dopo aver mutato dieci volte la sua maniera di comporre o di far -la critica, dopo essere stato _realista, impressionista, naturalista, -colorista, ambientista_, egli sarà in avvenire _simbolista, -psicologista_... o qualcos’altro, sempre e unicamente _psicologista, -simbolista_... o qualcos’altro. - -Finchè non mi sarà data questa preziosa certezza, io con l’ingenuità -che mi distingue, domanderò: _fino a quando?_ - -E fino allora farò il comodo mio; sarò non già russo nè francese, -ma italiano, ingegnandomi di scrivere nella mia lingua tanto facile, -facile tanto che _forse_ nessuno di noi romanzieri e critici la sa bene -ancora. - -_Forse_... perchè vi è sempre qualcuno, il quale s’immagina di saperla -troppo. - - S. FARINA. - - - - -COME SI SCRIVE UN ROMANZO? - - -_A una certa età tutti abbiamo _fatto_ un buon romanzo; non si tratta -altro che di _scriverlo_._ - -_Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci bene. Per _fare_ -un romanzo tutte le età sono buone; possono fare il primo anche i -bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie volte; ma per -scriverlo bisogna avere passato d’un bel poco l’età maggiore._ - -_I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più mosaici di parole, -di pensieri a prestito, d’immagini copiate; il romanziere ventenne, -perchè non appaia subito il suo magnifico difetto di esser troppo -giovane, tace del romanzo che forse ha fatto o sta facendo, per scriver -quello che farà gemere prima i torchi, poi i lettori, poi sè stesso. -Egli vuole indovinare la vita ancora coperta d’un velo color di rosa, -sentenzia sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino una sola, -e di questa per sua disgrazia tace, oppure la gonfia, perchè non sia -riconosciuta, o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto._ - -_Il buon romanzo, frutto saporito, spesso amaro dell’esperienza, ce lo -porge la virilità._ - -_Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile dei grandi poeti; perchè -in quella forma che accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi -non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti e le antitesi -chiassose, ma sono stati sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a -dispetto della rima difficile._ - -_È sembrato loro audace di mostrarsi nudi in versi. In prosa ne -avrebbero avuto vergogna._ - -_Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile si accosta un poco -alla poesia dei vecchi; ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti -dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli. E la poesia senile mi -piace. Questi fanciulloni incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte, -Goethe o Victor Hugo, tentino pure con l’ultima audacia tutte le corde; -io ascolterò sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio che canta -ancora, mi dà la lagrima della poesia; come l’indulgenza sua mi dà la -lagrima del pensiero. A parer mio la lirica dovrebbe esser lasciata -all’uomo fino a trenta anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo -di queste due età, la poesia potrebbe dar luogo a un po’ di buona -prosa... e perchè no?... al romanzo. Già, è inutile nasconderlo, troppi -interessi legano l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa attingere -alle fresche onde d’Ipocrene, come si diceva una volta; il poeta, salvo -le dovute eccezioni, se anche ha il pane e il companatico, comincia -a essere preso da cento smanie mondane; non fruga più nel cielo, si -guarda ai piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda ai fianchi -perchè gli hanno detto che la folla può nascondere un sicario... o -almeno un borsaiolo._ - -_Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero. Raro è che la politica -non l’abbia afferrato, e allora è finito; uno che si sente possessore -di molto bagaglio di parole poetiche, e queste sa disporre con la -sonorità necessaria, può fare ancora una bella musica di versi, ma -non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è bugia, è bugia sincera; -è gioventù, la quale si perde a trent’anni;... ma qualche volta si -riacquista a sessanta._ - -_Torniamo al romanzo._ - -_Dunque voi avete venticinque anni, almeno, avete fatto mezza dozzina -di romanzi; ora volete scriverne uno._ - -_Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete voi _romantici_, -o _idealisti_, o _realisti_, oppure _veristi_, ovverosia -_impressionisti_? Tutte queste parole, e altre di simil genere, -vogliono rappresentare qualche cosa, forse una _scuola_, sicuramente -un _difetto_. E voi fate a modo mio; siate voi stessi; sinceramente, -sempre voi; le mode passano, resta la sostanza; e se quello che -dovete dire ha valore, se la veste che darete al vostro pensiero sarà -attraente, sia _ideale_, o sia _reale_, o sia _verista_, pur che -sia _vera_ (che significa ben altro), pur che sia bella, il vostro -romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni difficili sarà -svanito. Non abbiate timore di mostrarvi come la natura vi ha creato; -se siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui, tanto meglio; e voi -mostratevi scettici e ingenui._ - -_Un giorno la critica fece molto rumore per dichiarare al mondo che -l’arte e la letteratura hanno lo stretto dovere d’essere _impersonali_; -un altro giorno un’altra critica dirà che la letteratura e l’arte non -possono vivere se non a patto che siano _personali_. Ma ciò che dirà la -critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto; soltanto e sempre -la critica altissima si è inchinata quando ha trovato di fronte a sè un -_temperamento artistico e letterario_._ - -_Dunque non consultate il figurino della moda prima di scrivere il -vostro romanzo; guardate nell’anima vostra, guardate bene, guardate -attentamente e in fondo, e badate bene di non rifiutare talune cose che -a bella prima vi parrannno volgari, perchè la natura non ha fatto cose -volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte o della letteratura le -fa sembrare così._ - -_E nemmeno dovete andare in cerca di cose nuove, perchè la natura non -ne ha, da un pezzetto; però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino -o da lontano, secondo i casi, possono parer sempre nuovi, e non parer -soltanto, ma ringiovanire veramente da sembrare nati ieri._ - -_I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro hanno saputo trovare -se non lo strano: lo strano, che è il _difetto_, mentre l’antica madre -di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non volete dire che ne -ha uno solo: l’_uomo_, non mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè -delle altre creature che fa servire al comodaccio suo..._ - -_Pure le _scuole_ vi serviranno a qualche cosa.... ad evitare i difetti -del vostro romanzo._ - -_I libri d’un certo autore vi diranno che, per far chiasso più del -necessario, convien cercare nel vocabolario le parole più crude, e -farle servire a dipingere le cose più brutte dell’anima, della società -e della stessa natura; e voi, che non volete fare più chiasso del -necessario, che non volete farvi un milioncino con la vostra penna, voi -che volete essere voi stessi perchè rispettosi di voi stessi, voi dite -tutto quello che avete a dire, e nulla più, adoperando solo i vocaboli -propri, e se si può, i più puliti._ - -_Col pretesto dell’ambiente o del color locale, un altro libro -v’insegnerà a mettere nel libro vostro tirititere interminabili, -ciancie inutili, descrizioni farraginose, parole mal maritate ad -aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non volete scrivere a -orecchio, come tanta gentuccia lodata nei giornali, voi, a cui sta -fisso in mente che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili, -sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche sembrar freddi a certi -lettori troppo caldi._ - -_Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, o la vostra novella._ - -_Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate scrivere stando a -letto come un romanziere che conosco io), avete un bel mucchietto -di pagine che numererete man mano, scrivendo sopra una facciata -sola, riserbando l’altra ai pentimenti, alle aggiunte che vi saranno -necessarie._ - -_Avete scritto il titolo e il numero _uno_ sulla prima pagina, ma ecco -vi assale un altro dubbio. La tela, grande o piccola, che devo svolgere -a che forma si presta meglio? Cioè scriverò io in _terza persona_, o -in _prima_, in altri termini devo far parlare un personaggio, o fare io -stesso la narrazione?_ - -_La cosa non è indifferente, come può sembrare a chi non ha -esperimentato mai; nel più dei casi è bene, anzi è quasi necessario, -che il novelliere narri di cose e di persone che gli stiano a una certa -distanza; egli così può dire tutto, stando sempre nel verisimile, e per -meglio accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce molte malizie; -può per esempio accomodare il tempo; se gli torna che una cosa accada -sotto gli occhi del suo lettore, egli la scrive in tempo presente, e -il lettore diventa più curioso e a volte si lascia trascinare da quella -malizietta a una maggiore ansietà._ - -_Ma certamente una narrazione fatta in persona prima ha un carattere di -spontaneità e di verità che invano si cerca di ottenere in ogni altro -modo. A chi narri quanto gli è accaduto, per ciò solo si crede meglio, -mentre il romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, quando non fa il -mestiere, e il lettore ha cento ragioni di diffidare di lui._ - -_D’altra parte, il personaggio che narra le cose _accadute a lui -medesimo_ ha il dovere di tacere molto; dove egli non ha potuto -assistere alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche volta -il romanziere si rassegna, rinuncia alla verisimiglianza massima, -e si accontenta di una verisimiglianza minore, cioè scrive in terza -persona._ - -_Dunque fate voi stessi la narrazione._ - -_Nella forma classica?_ - -__Era una volta_, come nelle fiabe; oppure _Scoccava il mezzodì_... -o _Si perdevano nell’aria gli ultimi tocchi della mezzanotte_, -noiosissime campane che hanno sonato nel primo periodo di diecimila -romanzi._ - -_Ma voi non comincerete così, e nemmeno: _Era una bella sera di -giugno_, o _di novembre_._ - -_Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento; presenterete -un’idea necessaria al tema, metterete innanzi un personaggio per fargli -dire o fare qualche cosa._ - -_Possibile! E la _messa in iscena_? Certi critici strilleranno perchè -non gli servite un ambiente tutto d’un pezzo; se fate _lavorare_ un -personaggio senza aver dato prima le dimensioni del suo naso, indicato -il colore preciso dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli -avvenimenti accadranno senza preparare lo scenario, _paesaggio_ o -_interno_ come in teatro, non parranno loro veri o verisimili._ - -_E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura, perchè avete visto -che negli avvenimenti umani, essa è una bella indifferente; essa piove, -o splende, o è annuvolata quando le accomoda; e anche avete visto che, -volendo interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili ebbrezze -della vostra vita, non sapreste dire con sicurezza se si compissero in -giorno di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare ancora, vi -farà palpitare sempre._ - -_Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di ambiente, per preparare -non so che; i vostri personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a fare, -s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti senza saperlo. -Perchè, a essere sinceri, nulla di più uggioso d’una descrizione -completa che bisogna sorbire tutta, o saltare, mentre i personaggi sono -impazienti di _fare_, di _pensare_, di _sentire_, e noi di leggere i -loro sentimenti, i loro pensieri, le loro azioni._ - -_Non perciò voi rinunziate al _paesaggio_, nè agli _interni_; troverete -qua e là il momento di accennare al sole o alla nevicata, agli alberi -nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano sui viali o si levano -per l’aria luminosa o greve. Di questi tocchi sapientemente disposti -qua e là, non uno andrà perduto; il lettore, che non avrà avuto la -grossa porzione descrittiva a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che -ve n’è grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere ogni parola, -ogni frase, che gli restituisca il suo paesaggio vivo e il suo ambiente -vero._ - -_E infatti la vita e la verità in che modo si presentano?_ - -_Voi entrate per la prima volta in una stanza; al primo sguardo vedete -solo che il luogo è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma per -quanta sia la luce altro non vedete; un po’ alla volta notate una -libreria, un tavolino, molte carte sopra una seggiola, un libro caduto -a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta, e allora non -vedete più la stanza; guardate lui, e vedete di lui un pochino, cioè -che è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali sul naso -incorniciato da una gran barba nera._ - -_E man mano notate che la sua parola è insinuante, che accanto a voi è -una statuetta di bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a gran -scacchi, e che il signore fa dondolare i ciondoli di una grossa catena -sopra il panciotto turchino._ - -_Se tornate un altro giorno in quella stanza medesima a visitare lo -stesso signore vedrete altre cose non viste la prima volta; un altra -statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte del signore grosso, un -divano in un canto della stanza._ - -_Fin che con molta frequenza vi riuscirà di fare una descrizione ampia, -ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a -certi romanzieri moderni._ - -_In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo -egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce -la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare _voluta_ per -accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè tutti -sappiamo che Balzac era pagato un tanto la linea, che faceva un romanzo -in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi -debiti._ - -_Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli -è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori -che tutto gli sembra lecito._ - -_Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal chiasso in una determinata -stagione, si ravvede presto, e la posterità non è mai imbecille._ - -_Quando avete scritto il primo capitolo del vostro romanzo, gli altri -verranno da sè; e saranno letti con vivo interessamento, se non avrete -dimenticato la malizia d’essere semplici, e saranno forse riletti con -amore se sarete stati sempre sinceri._ - -_Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un autore che faccia -molto parlare di sè; vi è da scommettere che egli deve la sua fugace -riuscita a un difetto, magari a un _bel_ difetto che la vostra -imitazione renderebbe insopportabile. Già io l’ho sempre detto a me -stesso e recentemente l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica -il contrario, per sua intima coscienza, odia la perfezione, e sempre -s’innamora d’un difetto.»_ - -_Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di parole sonore, di aggettivi -senza babbo nè mamma, nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè coprire di -fronde il pensiero perchè sembri più oscuro e nell’oscurità maggiore -del vero; a far questo, se anche riusciste a ingannare il lettore -grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel vostro libro la vostra -miseria pomposa._ - -_Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica scoperta che -molte parole comuni sono fatte di due parole, per abusarne a rifare per -conto vostro il vocabolario._ - -_L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi lessici: _della, -accanto_, e anche voi scrivete così senza voler passare per novatori -o puristi scrivendo pietosamente _de la, a canto_, ecc. Se avete -fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete dar prova fin dalle -prime pagine, con la proprietà del linguaggio, con la semplicità -dell’esposizione, scrivendo in modo che paia a ogni lettore di poter -quando voglia fare altrettanto. Ma se vuole io scommetto che la prima -volta non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici dopo -infinite fatiche e pentimenti. Invece a imitare periodi frondosi o -zeppi d’aggettivi spropositati, di parole disusate, rimesse in onore -per chiasso di bambini, riescirete alla prima._ - -_Ci vogliamo provare subito; volete?_ - -_«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano ha cacciato da la -campagna pallida ne le ombre povere le creature vive; ma quel bacio -di fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta la loro nudità -plastica, immobile, sgorbi di bronzo, sulla polvere stanca della strada -maestra.»_ - -_Questo periodo può sembrare qualche cosa alla gentuccia che legge, -giudica, dà il premio e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in -verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto così sarebbe la più -miserabile delle umane scritture; non è vero?_ - -_Pare che non sia vero, perchè da un pezzo questo stile fiorisce in -Italia bella e altrove, e fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante -in Francia._ - -_Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente il tema; ma mi -accontento d’aver accennato le norme prime con cui scriverete il vostro -romanzo._ - -_Se invece quanto avete a dire è di piccol volume e la vostra -narrazione abbraccia pochi personaggi, allora la verità vi afferra e -quasi vi costringe a servirvi della prima persona; voi fate parlare un -personaggio._ - -_Quale? Il protagonista potrebbe dire molto più degli altri, per lo -meno svelare meglio la parte psichica della novella, cioè a metter nudo -sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un personaggio secondario, -perchè, essendo egli in grado di giudicare con criteri diversi gli -avvenimenti o, meglio ancora, di non giudicarli affatto, gli narri -appena. Il protagonista cadrebbe nel difetto grande dell’esagerazione; -ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un grande avvenimento; e se -per poco la passione forzasse il suo stile, la novella in bocca sua -diventerebbe un singhiozzo mortale._ - -_Però qualche volta, quando gli avvenimenti da narrare non siano troppo -appassionati, e il fatto sia narrato a buona distanza di tempo, il -protagonista è il narratore migliore._ - - - - -IL NUMERO 13 - - - - -I. - - -Io non ho mai avuto i pregiudizi di certa gente e non dico _gentuccia_, -perchè fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto una carissima, la -quale se si sentiva venire addosso un ragno era sicura che quella -bestiaccia le portava la fortuna, o una buona notizia almeno, o un -regaluccio. Io no. Se avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato -tutti i ragni incontrati nella vita, ma il coraggio non è proprio -il mio forte; e ancora oggi un ragno grosso m’ispira un senso di -rispetto da lontano; se si avvicina un poco, mi fa strillare. Ma certi -pregiudizi di donnette non gli ebbi mai. - -E alla scuola magistrale quando il professore di italiano, un bell’uomo -sui cinquanta, che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le poesie con -una voce (che voce! un flauto); quando dunque il professore d’italiano -si mostrò sgomentato perchè nel gesticolare ebbe la disgrazia di -rovesciare il calamaio, e due di noi accorsero prima del bidello a -impedire che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli poi dire, -con quel suo flauto, che l’inchiostro gli metteva paura se usciva -violentemente dal calamaio, mi fece perdere un po’ d’ammirazione per il -professore, per la letteratura e per la poesia. - -Non avevo io ragione? A che serve essere tanto letterati, tanto -professori, recitare così bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un -calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra felicità? - -E veramente quel giorno il professore fu infelicissimo; mi ricordo che -noi applaudimmo più delle altre volte per fargli passare la paura, ma -non vi fu verso; se n’andò sconsolato. - -Se almeno almeno gli fosse morto il canarino o il micio, avrei potuto -cambiare idea sul punto dei pregiudizi; ma al professore, che sappia -io, non accadde nessuna sventura per avere versato l’inchiostro sulla -cattedra. - -E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile ci vengono gli avvisi -più straordinari, in forme così semplici da non si credere. Alla -stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene dell’anima, non capitò -forse la sventura di perdere il fidanzato nella strada dalla chiesa -al municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento si era -rovesciata la saliera sulla tovaglia. - -Tizia è famosa per avere di questi annunzi a tavola; un’altra volta, -in un desinare allegro, improvvisato senza giudizio in campagna, al -momento di scodellare la minestra si contarono celiando.... orrore!... -erano in tredici! Per cancellare il brutto numero fecero venire il -marmocchio del fattore, ma sapete bene (cioè voi non lo sapete nè bene -nè male, come non lo sapevo io), quando il brutto numero è segnato il -destino ha detto la sua parola. Infatti quella scorpacciata procurò -l’indigestione al notaio Simola, il quale non ne mori entro l’anno, -ma si spense poi con comodo, di un’altra indigestione, perchè a -settantacinque anni aveva un appetito da divorare i sassi, e pochi -denti per masticarli. - -Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che si corre andando a tavola -in molti e quando si fa un invito a desinare si sta bene attenti -a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto il poco risultato -delle toppe. Ma con tutte le precauzioni non sempre riesce di evitare -la cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro; sopraggiunge -una visita improvvisa; è una persona cara che si vorrebbe trattenere -a desinare. Come fare? La tentazione sarebbe di dire ad un’altra più -indifferente di andarsene, e una volta la mamma di Tizia ebbe il triste -coraggio di mandare in cucina insieme coi bambini un nipote melenso, -non avendo l’altro di far venire a tavola i ragazzi. - -Ma anche questa volta la cosa andò male. Un invitato, lo zio Guido, -uno scettico burlone, dopo essersi scusato di non poter venire fece -l’improvvisata, e appunto venne per essere in tredici a tavola. - -Fu veramente una brutta celia. Tizia e la mamma sua, buon’anima, prese -dalla disperazione, allungarono le mense un altro poco, fecero venire a -tavola tutti i monelli, persino la balia, e il nipote melenso riebbe il -suo posticino. - -Per quella volta almeno la cosa passò liscia e non capitarono disgrazie. - -Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre e sempre ne riderò: -però del numero _13_... - -Ma è ancora presto per dire che cosa è capitato per questo numero -fatale. - -Voglio ricordare invece che, quando ero piccina, avevo un faccione di -luna piena, ero diventata tonda come un pane di burro, e vi potrei -giurare che non era l’abbondanza delle refezioni di collegio. Mi -ricordo anzi che, avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola mi -cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla sotto il cuscino andando -a letto e divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi la notte. E -mi svegliavo sempre, perchè pativo gli stiramenti di stomaco. - -Dunque, ogni volta che riportavo a casa la mia luna piena, il povero -dottor Tanzi, amico di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute -e mi voleva sputare addosso. Egli credeva di far finta soltanto, ma -sputava davvero, ve lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo. - -Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il dottore rideva, assicurando -che faceva così per non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore ed -era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè ora gli ho perdonato. -Ma che dico mai! Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che non sono -poi vecchia (vi pare? ho vent’anni compiti appena) ho conosciuto un -avvocato, che se uscendo di casa incespicava, tornava a letto e si dava -per ammalato in tribunale. - -E a Parigi e a Londra (parlo per udita), non è forse vero che i padroni -di casa hanno abolito il numero _tredici_, e si sono immaginati di -correggere la brutta impressione del numero fatale mettendo sul portone -il numero _12 bis_? Furbi, non è vero? ma anche così non riescono -sempre ad appigionare i loro quartieri, perchè v’è molta gente seria, -la quale per nulla al mondo vorrebbe andare a stare in una casa segnata -col numero _dodici bis_. - -Ah! Dio buono, che miserie! - -Ebbene, no; non è una miseria. - - - - -II. - - -Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo scrivere il signor Augusto, -anzi il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea in chimica -da un mese. Ha ventitrè anni non compiti, una salute di ferro, una -meravigliosa disposizione a godere di tutto. - -È fatto con la stoffa della gente felice. - -Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia -stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto -trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la -quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una -faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura -invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso -sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli -si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio -occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano -come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è -persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano -altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. -Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima -viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma -per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora -ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso -più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti -vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci -divertiamo a far scricchiolare una sedia.» - -Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue -contentezze passi ogni tanto un velo nero. - -Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono -grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei -mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza -di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito, -perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto -del loro tempo prezioso. - -Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e -il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece -che nell’insalata. - -Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di -regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo? - -Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria -i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna, -come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di -riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di -tutte le superstizioni e mi fece quella celia. - -Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo -amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo -accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto -pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene -al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da... -smarrirlo. - -E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me. - -Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se -questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che -non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio, -mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la -catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al -collo, che mi stava tanto bene.» - -Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla, -ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe -impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno. -Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso! - -Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi. - -Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la -medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva -fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando -inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor -Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale -a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del -donatore gli suggerì perfino d’inserire nel _Secolo_ un annunzio che -gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili -che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a -casa. - -Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una -volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo, -il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava -dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero -tredici.» - -Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero -tredici tornò a casa. - -Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno -l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi... -ma no, era come prima. - -E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era -stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso; -sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non -bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già -risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla, -che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; -ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza -turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva -restituito ogni cosa. - -— Bravo piccino! E come ti chiami? - -— Mi chiamo _Pedrin_... i miei compagni mi dicono anche il _Ciall_. - -Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la -mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo, -si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di -corsa per non restituire altro. - -Dite un poco, in un caso simile al mio, non è naturale che vengano -pensieri straordinari? A me, per esempio, vennero questi. - -Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, nè alla virtù degli -amuleti di nessuna specie; il sale rovesciato sulla mensa mi lascia -indifferente; l’olio sulla tovaglia non mi spiace quanto il vino, chè -pure è un segnale d’allegria. - -D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto smarrito, quando è d’oro -fino, trova sempre un amatore, il quale vi si affeziona subito e non -se lo lascia più uscire di mano. All’Economato municipale di tutta la -roba che si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, gli oggetti -che vanno a ricercare il proprio padrone? Guanti spaiati in numero -straordinario. - -Se il numero tredici era capitato in mano di una persona onesta, non -era proprio un miracolo? E il miracolo non vi pare più singolare se la -mia medaglia era stata restituita da una personcina di quell’età quando -il furto è quasi un’impresa lecita? - -E, se per giunta la personcina è povera, che significa? - -Di sicuro significa che della brava gente ve n’è ancora in questo -mondaccio birbone che mi piace tanto, ma forse incomincia anche a -significare che il numero tredici vale di più di tutto l’abaco e che la -sua forza misteriosa, deve dar da pensare alle persone di giudizio. - -Da quel sennino che mi vanto di essere, perchè tutti me lo dicono, -stavo per avviarmi in quei pensieri meravigliosi, quando accadde una -cosa tanto strepitosa da non credere vedendola e toccandola con mano. - - - - -III. - - -Dunque accadde questo, semplicemente questo, che il babbo, tornato -a casa per colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai sulla -sua faccia serena qualche cosa d’insolito; nel deporre il cappello ed -il bastone, il babbo caro, come fa quando è di buon’umore, si fregò -le mani, ma poi si ricompose per cacciarle in tasca, e subito le mise -fuori un’altra volta, e incominciò un gesto solenne che finì in nulla. -Io risi per condiscendenza. - -— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito; sai bene, io sono tanto -curiosa. - -Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa; il babbo lo sa. Ma che! -Egli non aveva nulla! Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah! no, -veramente aveva un appetito da non si dire. - -Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella alla fantesca, perchè -essa portasse in tavola ed anche perchè il babbo caro, se avesse mai -qualche cosina da nascondere sotto il mio tovagliolo, lo potesse fare -con comodo e godersi tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è altri, -alla nostra mensa, fuor che il babbo ed io, dacchè la mamma se n’è -andata in paradiso; e pure non vi è mai musoneria. Il babbo, al ritorno -dall’uffizio, ha sempre una gran voglia di ridere per tenermi allegra. -Io, per tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato anch’io -una sorpresa e l’aveva messa appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi -indovinate subito che non poteva essere altro che il numero 13; ma non -indovinereste mai, se io non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il -mio tovagliuolo. - -La stessa medaglia traforata, appesa ad una identica catenella, -nient’altro che il numero 13. Fu una risata tanto rumorosa da far -accorrere la fantesca senza la minestra. - -Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi la felicità smarrita col -numero disgraziato? Ma che! il babbo è incapacissimo d’una cosa simile; -non ama i gingilli leggeri; a lui piace l’oro massiccio, e quando gli -fate vedere uno spillone o un braccialetto, egli subito ve lo pesa -sotto gli occhi vostri, facendolo passare da una mano all’altra; il -traforo e il filograna lo disgustano sommamente. - -No; il babbo non aveva comprato il numero fatale, ma il numero fatale -era tornato a casa da sè. - -E come? Per la via dell’Economato municipale! - -«Ma allora?» esclamai. - -Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non aveva ancora toccato il -suo tovagliuolo. Io stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra per -non ridere prima del tempo... e fu un’altra risata che fece accorrere -di nuovo la fantesca (ma questa volta con la minestra) quando anche -al babbo si presentò il numero 13 traforato ed appeso alla catenella -d’oro. - -Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare il contenuto sulla -tovaglia, che sarebbe stato una pena per il babbo e per me, da farci -morire il riso in bocca, la Brigida rise anche lei con noi e rise -forte. - -— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella da ridere! Io ho penato -tanto a cercare la medaglia sulla strada, che il moccolo mi si voleva -attaccare alle dita; e ora, invece d’una medaglia, se ne trovano due -sotto il tovagliuolo! E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato.... - -— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente mio padre, facendo un -istante la faccia seria. E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si -provò inutilmente a confermare che era una cosa da ridere, e dovette -tornarsene in cucina e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo bene -in faccia un momentino. - -— Sei stata tu? - -— Sei stato tu? - -Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva proprio fatto un’altra visita -all’Economato; vi era andato senza nemmeno l’ombra di speranza e -l’economo gli aveva subito annunziato la nostra fortuna. - -E chi aveva trovato la medaglia? E perchè non l’aveva restituita -subito, da farci penare tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia -era stata ritrovata da un signore.... Da un signore? Signore, anzi -cavaliere. E se la teneva? Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera -medesima e la mattina, col primo treno, era partito per Bologna! Solo -al ritorno aveva potuto compiere il suo dovere. - -— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere avrebbe potuto, anche da -Bologna, anche prima di mettersi in treno, restituire la roba trovata? - -Pareva anche al babbo; ma, in sostanza, bisognava essere riconoscenti -e ringraziarlo, perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava -per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato da principio che il -decimo avrebbe dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi, quando -l’economo gli ebbe fatto sapere che quel gingillo apparteneva a una -bella ragazza (pare che l’economo del municipio mi trovi bella), il -cavaliere aveva cambiato idea. - -— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il cavaliere ha detto almeno -come si chiama e dove sta di casa? - -Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini stava in via Larga n. -15. - -— Andremo a ringraziarlo. - -— È proprio necessario che vada anch’io? - -Era necessario. - -— Ma la medaglia tua come ti è arrivata? Non l’hai proprio comprata coi -tuoi risparmi? - -— Ma che! ti farò vedere il borsellino e vedrai che risparmi non ce ne -ho quasi più. Vuoi vedere subito? - -No, il babbo non voleva vedere; era inutile, diceva lui. - -Se gli pareva così, almeno mi renderebbe lo scudo che avevo dato per -mancia al _Pedrin_ del forno? - -Il babbo non disse sì, non disse no, pensò un poco, tra una cucchiaiata -di minestra e l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio per -annunziarmi che questa seconda medaglia non doveva essere altro che un -regalo anonimo. - -— Sapevamcelo! Ma di chi? - -Di chi?... di chi?... - -A un tratto, ci guardammo negli occhi, una medesima idea si affacciò a -un punto. - -— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce. - -Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio. - -In un minuto di silenzio, s’erano affacciate altre idee al mio -cervello; e certo erano le medesime che venivano incontro al babbo, -perchè rialzando il capo a guardarmi, egli me ne annunziò una che -veniva in quel punto a me pure. - -— Vuoi scommettere? incominciò. - -Io proseguii: - -— Vuoi scommettere che mio cugino verrà oggi stesso per vedere se il -_Ciall_ ha fatto bene la sua piccola commedia, e se io sono proprio -contenta? - -— E perchè ha fatto questo? mi domandava il babbo; e perchè ha fatto -questo? domandava a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora: egli ha -tanta paura del matrimonio. - -— Ne ho tanta anch’io, confessai. - -— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di sicuro. - -— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla! - -Il dottore Augusto era di casa; venne diritto fino alla stanza da -pranzo precedendo Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per -domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, premendo leggermente -sopra ai miei omeri, di rizzarmi per offrirgli una seggiola. - -— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi tardi, ma ti possiamo dare -una frittata e un dito di vino. - -Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento che lo aveva portato era -questo solo: un gran bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto -offertoglisi come apprendista nel suo laboratorio chimico. Il babbo -doveva conoscerlo bene, perchè.... - -Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che cosa farà il babbo? Dirà -tutto? Non dirà nulla? E se il babbo tace, come farò io? parlo o sto -zitta?» - -Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, non è vero? vedremo, cugino -carissimo, se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono d’andartene -con la sola informazione di Crispino Colla. Perchè quel giovinotto -apprendista era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava a lodarne -tutte le buone qualità. Purchè, finito il panegirico di Crispino Colla, -gli venga in mente di tacere del numero 13! - -Il dottore Augusto mi sembrò contentone durante tutte le parole di mio -padre e anche dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza come se -cercasse qualche cosa, trovò gli occhi miei che lo guardavano, si fermò -un momentino a sorridermi, e si alzò da sedere per andarsene. Aveva una -gran fretta di correre al suo laboratorio! - -Cominciavo persino a dubitare che non fosse lui, quando mio padre entrò -a dire: - -— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13? - -— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando la sua meraviglia; poi -disse con più naturalezza: Possibile! - -Stavo per dolermi che il babbo non sapesse fare, ma egli fece meglio -assai di me. - -— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io; quell’economo del -Municipio è una brava persona, sembrava contento di darmi la buona -notizia... da lontano mi disse: numero 13! e prima ch’io arrivassi alla -scrivania l’aveva già in mano. Faglielo vedere, bimba. - -Ed io feci vedere. - -Ora il mio signor cugino non trovava parole; guardava la medaglia dai -due lati in gran silenzio. - -«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente, sbottonati che non ci perdi -nulla, e io ti sarò grata della seconda medaglia come della prima, tal -quale.» - -Il cugino carissimo continuava a guardare ora la medaglia, ora la -catenella, sempre in gran silenzio. - -«Di che temi, continuai come prima, che io possa scaldarmi la lesta -per te quando sappia che il donatore sei sempre tu?... bimbo buono, -t’inganni.» - -Finalmente il dottore Augusto ci annunziò che quello era il numero 13 -ch’egli aveva regalato a me. - -— Proprio quello? domandai celiando. - -— Proprio quello; ha un segno speciale nella coda dell’unità che non è -riuscita perfettamente dritta. - -— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò il babbo, se ti dico che la -catenella me l’ha restituita l’economo del Municipio, quello stesso al -quale avevamo fatto la denuncia della.... - -Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito si arrestò di -tronco, infatti il dottore Augusto, con sorriso indulgente, disse: - -— Il numero 13 è di moda; se ne vendono tanti, forse se ne smarriscono -tanti, e si assomigliano tutti; per lo più hanno una catenella simile; -non mi sarei stupito che l’economo avesse restituito a voi la roba -perduta da un altro. - -— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero 13 che oggi stesso ci fu -restituito dal fornaio dirimpetto. - -— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso! - -— Proprio meraviglioso! - -— Vediamo ora quello del fornaio, disse senza scomporsi il nostro -chimico. Il babbo e io stavamo zitti. - -— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa disinvoltura indolente, -ecco, qui il traforo è riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva, -ma tacqui), la catenella è _quasi_ simile, ma non è la medesima... -guardateci bene.... Il babbo e io guardammo bene senza fiatare perchè -ora sembrava a tutte due che il cugino si pigliasse la rivincita, -come se, avendo già visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse -buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele in faccia come forse -aveva diritto di fare. - -Insinuai timidamente: - -— Io capisco l’economo, ma non intendo il fornaio. - -— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a tutte le cantonate di -Milano, e l’annunzio del _Secolo_ che ci costò una lira. - -Era vero anche questo! Silenzio per un altro poco; ma quando il dottor -Augusto annunziò che se n’andava proprio al laboratorio, il babbo -disse: - -— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito trattenere la roba d’un -altro? - -— Per la quale io ho dato uno scudo al _Ciall_; bisogna restituire la -catena al fornaio e farmi ridare lo scudo. - -— Oppure io andrò all’economato a dichiarare che, esaminato bene, -quello non è il numero 13 smarrito da noi. - -— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? il Padre Eterno? Meglio -fare la restituzione al _Ciall_. - -— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il chimico; ma leggendomi -negli occhi l’orrore del peccato mortale (perchè è un peccato mortale -tenersi la roba d’altri, non pare anche a voi?) aggiunse: Con un’altra -lira si può inserire nel _Secolo_ un avviso per chi avesse smarrito la -medaglia e la catenella; se si presenta qualcuno gli si rende; se no, -si ha il cuore in pace. - -Stavamo ancora a pensare se questa idea fosse la migliore, quando il -campanello della porta ci annunziò una visita. - -— Io scappo! disse Augusto. - -Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con grande ansietà, come fa sempre, -la mia buona Tizia! - -Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è proprio come un fringuello, -ne ha le mosse graziose e la ciancetta allegra; non direste mai che a -quella povera ragazza sia toccato il brutto caso di perdere lo sposo in -istrada, tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. Tutto il giorno, -se non fosse che a una certa ora si fa il buio, e allora escono dal -mondo invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni a farle paura, -la mia Tizia sarebbe una donnina felice. - -Essa pure non ha la mamma, e come me, ha il babbo soltanto, che le -vuole un gran bene, ma non può accompagnarla a fare le visite perchè è -tutto il giorno inchiodato all’uffizio, come il babbo, anzi peggio. - -Perciò Tizia, che quando non è buio ha un coraggio da leone, esce sola -a portare le chiaccherine affettuose e il sorriso buono alle amiche. -E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna gliene vuole quanto me. Che -cosa non farei io per vederla contenta? che cosa non farebbe essa per -me? - -Così pensavo quando essa mi copriva di baci. A un certo punto pensai -ancora: Oh, sta a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! Essa che -per il sale versato sulla tovaglia ha avuto la disgrazia che sapete, è -capacissima di aver voluto correggere la minaccia della sorte ridandomi -il mio amuleto, o almeno la pace se mai l’avesse perduta. - -E io che potrei fare per lei?... - -Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile. - -Ne parlerò al babbo. - -Si ricominciò il giochetto del numero 13 per la mia Tizia; prima il -babbo gliene fece vedere uno, e quando essa si fu rallegrata meco della -fortuna, mentre io la guardavo ben bene in faccia per scoprire qualche -cosa, il caro babbo mostrò l’altro amuleto. - -— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; questa è proprio aver la -sorte; chi non smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare il paio? - -Era così ingenua nella contentezza che mi tornò la voglia di baciarla -in bocca, mi tornò anche il pensiero di prima, ma spropositato così: -Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu che hai smarrito lo sposo nella -strada del municipio, dovresti trovarne due.... - -Ma non lo dissi, assicurai invece che in ogni modo uno bisognava -restituirlo. - -Intendevo dire l’amuleto e lo sposo. - -Il dottore Augusto che aveva tanta premura d’andarsene, non si moveva -più; probabilmente era curioso anche lui di vedere il fondo di quel -piccolo intrigo: probabilmente a lui, come a me, era venuta la stessa -idea. Ma io avevo subito visto che non aveva fondamento; e perchè non -l’aveva visto anche lui? Ah! Dio buono! Guardai di nascosto l’uno e -l’altra; erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! Dio grande! Se -mi riuscisse di farli sposare! - -In questo momento appunto, il babbo spiegava a Tizia, per la terza -volta, come era andata la faccenda dell’economato. «Io entro, dice lui, -mi fermo sull’uscio perchè non avevo ombra di speranza, al primo cenno -dell’economo potevo andarmene, invece...» - -Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! Sono fatti l’uno per -l’altra: Tizia è alta due dita più di me; deve essere l’ideale di mio -cugino Augusto, che ne ha due meno di me! Il cielo gli ha fatti uno per -l’altra e io li appaio. - -Il babbo diceva: - -— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi stesso; è il meno che -possiamo fare... Non è vero, bimba? - -— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe meglio che andassi tu solo? - -Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi un momentino, gli riaprì, -gli richiuse, e se il dottore non era pronto a riceverla nelle sue -braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni. - -— Che è stato? Che è stato? - -Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia di mio cugino, -arrossendo un poco, e venne nelle mie. - -— Un capogiro, disse, passerà... è passato. - -Era essa soggetta ai capogiri? - -Sì, un poco, cioè, no, mai. - -— Si metta alla finestra e respiri forte, consigliò il babbo, rimasto -sempre un po’ medico da quando studiò il primo anno di medicina, -trentadue anni sono, poi l’accompagneremo a casa... noi andremo a far -visita al cavaliere... Che ha? il male la riprende? - -Non aveva nulla: proprio nulla, sorrideva, ma era tanto pallida! - - - - -IV. - - -Quella sera, prima d’entrare in letto mi ricordai che la catenella -mia, quella che mi legava al collo il numero 13 proprio mio, aveva un -anellino non interamente chiuso, che se si era aperto ancora un poco -più, poteva essere stato la causa dello smarrimento. E subito presi -in esame le catenelle restituite: tutte e due erano intatte: parevano -uscite allora allora dalla bottega. - -— Babbo! chiamai dall’uscio. - -E il babbo mi rispose dalla vicina camera: - -— Sono a letto, entra pure. - -— Non entro, perchè... ma ho fatto una scoperta curiosa... - -— Che scoperta? - -— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono tornati a casa, è il mio. - -E mi spiegavo bene dall’uscio. - -— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a letto, potremo parlare lo -stesso. - -Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo. - -Non ci potevamo capacitare che, in uno stesso giorno, per un _amuleto_ -perduto, ne tornassero a casa due. Il babbo spiegava a me e io al -babbo inutilmente: pensa che quel gingillo è di moda, che tutte le -vetrine degli orefici ne hanno in mostra una dozzina almeno, che tutti -sono fatti forse nello stesso stampo, forse le catenelle fabbricate a -chilometri, poi tagliate a spanne. - -— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato e la mia è proprio d’oro. - -Veramente sembravano d’oro anche le altre! Sembravano, ma chi lo sa? - -Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere dal letto, infilare -una palandrana e le pantofole. Poi venne in camera mia, con la pietra -di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto le coltri di quella scenetta -e di quell’arnese stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra le -catenelle e i medaglioni e se ne tornò in camera senza dir nulla. - -— È oro? domandai. - -— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava contento di darmi saggio -di scienza occulta. - -— È oro, rispose. - -E subito lo sentii entrare in letto. - -— Sono oro tutte due. - -— Come lo sai? - -— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista anch’io. - -Era vero; non per nulla aveva studiato il primo anno di medicina. - -Ma il caso era dunque più singolare ancora. Un po’ a occhi aperti, un -po’ a occhi chiusi, tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro aveva -la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento di requie che mi davano -il sogno e il pensiero, mi tornava in mente il malessere di Tizia, -sul quale non mi era riescito di avere spiegazioni, non ostante che -l’avessi accompagnata a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata due volte; -che cosa si stava dicendo allora?... si parlava dell’economato, della -visita che bisognava fare al cavalier Codicini.... In questo non vedeva -nulla di male per Tizia; il cavalier Codicini non è il signor Ramelli, -il quale sei anni sono ha piantato la sua fidanzata col pretesto -d’un’improvvisa perdita di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio. -Ah! birbi d’uomini! - -Era invece _paura_! perchè questi signorini belli (qualche volta sono -brutti come il peccato) dopo aver scaldata la testa delle ragazze -ingenue, se non hanno a sposare un milione, o mezzo almeno, sono sempre -soggetti a tali sgomenti di non poter bastare a dare la felicità alla -loro compagna... per tutta la vita. Pazienza se fosse un paio d’anni -o un paio di mesi... ma tutta la vita! E non era vero che il signor -Ramelli avesse penuria di quattrini; suo padre era ispettore d’una -banca e cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, Ramelli, il -numero 13, molti numeri tredici... Chiudevo gli occhi al sonno. - -Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi si affacciò netta la memoria -d’una risposta di Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa, essa -e il babbo suo accompagnavano noi, come si fa qualche volta. Io volevo -ch’ella mi parlasse del suo antico innamorato avendo la idea fissa -ch’egli dovesse entrare per qualche cosa nello svenimento. - -— Non ci penso proprio più; era tanto naturale che non mi sposasse; non -sono ricca, io. - -— Come me, esclamai; tanto meglio; così se, per un caso straordinario, -uno che mi piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola; ma siccome -questo caso si va facendo più straordinario ogni giorno in questa cara -Milano, e io non voglio incomodare il cielo a domandargli un miracolo, -ho già deciso, deciso proprio; rimarrò zitella. - -Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia! - -— Tu pure dunque... - -— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi trovare marito, me ne -incarico io, vedrai... Ma per me è chiaro come il giorno chiaro, non mi -marito. - -Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi, che ci seguivano a pochi -passi, non ci udissero. - -— Bisogna che le ragazze comprendano di buon’ora che si può vivere -zitelle magnificamente e prepararsi la vecchiaia meno difficile. -Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra provato questo: noi donne -non godiamo proprio nulla di nulla; quando i signori uomini ci hanno -vestito bene e ci mandano a spasso sole, perchè essi hanno altro da -fare, quando ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare la -noia coll’uncinetto, o con un romanzo francese, credono d’averci dato -moltissimo; se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo su con pazienza, -allora ci hanno dato tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che cosa -si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo, un _club_, come dicono loro, -un’associazione di mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un piccolo -tanto, finchè fosse zitella; se avesse la disgrazia di sposarsi, -pagherebbe il doppio; almeno le ragazze andrebbero incontro alla -vecchiaia senza terrore. - -Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò solo che questa -associazione farebbe il comodo delle brutte: le belle non ci vorrebbero -stare. Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza quando è bella, ne -ha, a dir molto, per quindici anni; se in questo tempo non trova il -marito che le piacerebbe (e nota che se uno le piace, non glielo può -andare a dire), se non trova il suo vero compagno, se non si rassegna a -pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte quante. - -— Pare anche a te? - -Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non pensava alle zitelle delle -future associazioni; guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio -cuore, innamorato ancora di quel birbo di Ramelli. - -I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, parlavano anch’essi; ogni -tanto si fermavano per mettere una maggiore distanza fra di noi, e, -si sentiva bene, abbassavano essi pure la voce; ma che dicessero non -sapevo proprio. - -E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto di suo padre, io presi il -braccio del mio e gli domandai: - -— Che cosa dicevate con tanto mistero? - -Il babbo rise forte. - -— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; sarà una cosa da non -pensarci più. - -— Si, facciamola, ma mi dirai tutto. - -_Tutto_ era semplicemente questo: i nostri genitori, trovandosi nella -medesima condizione di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo la -proposta che io facevo dell’associazione di zitelle, s’erano avviati a -parlar a bassa voce delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, in -una gran città, a pigliare marito. A Milano ci sono tante mogli ad ogni -passo, diceva il babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! E allora -avevano stabilito di fare un patto, ancora una specie di associazione. -Il babbo mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; il babbo di Tizia -si occuperebbe di dar marito a me; se non potessero proprio riuscire, -quando avessero perduto ogni speranza... ma a questo punto il babbo fu -preso da tanto buonumore, che la frase non potè andare alla fine. - -Una risata non riesce mai a sviarmi, quando voglio sapere una cosa. - -— E quando avrete perduto ogni speranza? insistei. - -— Quando il signor Diego Corona avrà perduto ogni speranza di darti -marito, si proporrà lui stesso. - -— A me? - -— A te. - -Il babbo rideva fino a far voltar gente che ci passava accanto; ma -non lacrimava ancora, come quando volle dire che, non riuscendo lui a -maritare Tizia, si farebbe innanzi con un coraggio di leone. A questo -punto soltanto ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli occhi. -Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia fosse contenta di diventare -la mia matrigna, sarei contenta di diventare la sua... - -Silenzio; eravamo giunti in via Larga al n. 15. - -— Il cavalier Codicini è in casa? domandò il babbo serio serio, -affacciandosi al finestrino della portineria. - -— È uscito or ora; deve avere appena voltato il canto. - -Oh gioia! una carta di visita piegata da un lato, come usava allora, -e non se ne parla più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome e -recapito due parole con la matita, così: «Venuto con la figlia a -ringraziare caldamente per il _n. 13_...» - -— Era proprio necessario scrivere così? - -Il babbo mi rispose in strada che era almeno almeno utile; forse il -cavalier Codicini era giovane, forse io potevo andargli a genio, e lui -piacere a me. - -— Ma ti vuoi occupare di me che non ho mai pensato a trovare marito, -ora che ce ne ho uno assicurato? - -Il babbo rise ancora prima di rispondermi. - -— È vero, ma se non a te, potrà servire a Tizia; e io ho preso impegno -di dar la caccia agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una sfilata -di impiegati del movimento; il mio socio ti farà conoscere tutto il -personale non coniugato; io farò conoscere a Tizia gran parte del -personale di controllo. Ne ho in vista parecchi, bellini assai: ma il -difficile è indurli in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi -la gioventù: per trovare gente preparata al matrimonio, temo che mi -toccherà fare un po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire -dal controllo, passare alla manutenzione. - -L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna, tra capi e sottocapi, ha -quasi un battaglione e molti non hanno moglie ancora, o l’hanno perduta -da poco, che è il caso più bello; un vedovo ha tanto bisogno d’essere -consolato... Il babbo caro pensò sicuramente alla mamma... e non disse -altro. - - - - -V. - - -Il cavaliere Diego Corona si era messo all’opera con coscienza, e il -giorno dopo verso l’una venne a far conoscere il suo primo candidato. -Era il signor Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, il -quale, avendo perduta la moglie da tre mesi appena, portava un lutto -spaventoso da far morire a guardarlo lungamente. Catena di osso nero, -bottoni neri alla camicia e ai paramani, occhiali incorniciati in osso -nero, barba nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, da parere -un carboncino da disegno. Messo al mondo unicamente per scrivere -l’epitaffio di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto a essa; -e invece, appunto perchè penava troppo della privazione della sua -compagna, non vedeva l’ora di sposarne un’altra. - -Tutte queste cose il signor Prudenziano non le disse subito, chè -avrebbe smentito il suo nome; si seppero poi; allora egli disse che da -Rimini un amico suo e del babbo gli aveva scritto d’andare a trovarlo -per fare la sua conoscenza. - -Mentre egli così spiegava la sua visita, con molta lentezza -burocratica, io mi sentiva venire uno gran voglia di ridere, e mi -riuscì di di vincerla appena appena. - -Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare segretamente al -cavalier Corona che impressione gli aveva fatto il discorso del -presidente del Consiglio alla Camera dei deputati; e lasciò che il -signor Prudenziano mi esaminasse bene senza averne l’aria. - -Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. Noi donne possiamo -mostrare cento aspetti a chi ci guardi, per confondere il suo criterio, -ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale il nostro uomo. - -Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto. Non perciò, mentre -egli faceva quella fatica inutile di esaminare la mia persona, volli -spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i denti, che ho veramente -belli; guardai in alto per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi -toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono sotto la nuca al -principio del collo; e, con questa mimica, dimostrai belle mani, bel -collo e bei capelli. Il resto della mia persona non è gran cosa, ne -convengo, ma non è nemmeno il diavolo. - -Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando via, doveva dire, a sè -stesso prima, al cavaliere Corona poi, che io farei il comodo suo. - -E così disse veramente; e io risposi subito subito ch’egli a me non -piaceva affatto. - -Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione fatta dal suo -Prudenziano, senza perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo -della manutenzione: il signor Arturo Meri. - -Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a pescare i suoi candidati? -Vi immaginate voi una palla elastica, anzi una piccola palla elastica -rossa e nera? Così era il signor Arturo. Da una pancetta tonda escivano -braccia e gambe corte, inquiete per la impresa difficile di mantenere -la gravità senza ruzzolare per terra, come fanno spesso le palle -elastiche; e su tutto ciò una faccia tonda e infocata. - -Ma io cominciavo appena a ridere molto del candidato numero due quando -si presentò, o almeno mi parve, il candidato numero tre. - -E questo era proprio tutt’altro. Mio padre era uscito appena, e la -fantesca, la quale non fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito -in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare; andò a cercare il -babbo nella sua camera, poi venne nella mia. - -— È venuto un signore... domanda del padrone.... - -— Ma lo sai bene che non è in casa, non hai visto che è uscito appena? - -Brigida non aveva visto niente, - -— E allora? - -— E allora.... - -— Gli vado a dire che il padrone non è in casa? - -— No, aspetta, ti ha detto il nome? - -Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma Brigida se n’era dimenticata. -Ah! sì... no... forse aveva detto... Berruti o Berrettini... - -— Berruti o Berrettini? - -— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini. - -Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo. Con un’occhiata io avevo -visto che o si chiamasse Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo -poteva piacermi; era alto e diritto, non troppo magro; elegante nel -vestito e nel modo di presentarsi; faccia pallida con barba nera -smozzicata, come usa da poco in qua, terminante in punta; occhi -profondi, ma aperti; naso così così e buon sorriso fra i baffi. - -— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il babbo non è in casa..., -dissi io, è uscito appena. - -Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere umilmente: - -— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo in istrada; appena l’ho -visto escir di casa e avviarsi all’uffizio, io sono venuto. - -Questa confessione audace, condita di tanta umiltà, mi fece nascere -quattro o cinque pensieri diversi. Uno di questi era che anche la voce -di Berruti o Berrettini mi contentava, e il gesto sobrio mi piaceva, e -l’umiltà audace più ancora. - -— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno il nome; scusi, lei chi è? - -— Signorina, lei conosce già il mio nome; io sono Codicini. - -— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò di sì), quello del -n. 13? (sì, sì, sì) e si è voluto disturbare... ma si accomodi. - -Quanto mi contentava, che questa volta Diego Corona non ci entrasse -menomamente! È il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale dei -matrimoni... che... se mai.... - -— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche cosa, di poterla -ringraziare a voce per... quell’amuleto... lei avrà capito che era un -amuleto; ed è doloroso perdere gli amuleti che debbono darci tutta la -felicità... ma... - -Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli che il n. 13 da -lui ritrovato non era veramente il mio, per paura che allora egli me -l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; mi arrestai in tempo. - -Egli sviò subito il discorso e disse gravemente: - -— Il n. 13 è stata una felice occasione, un buon pretesto per fare la -conoscenza sua, che per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi pare di -potermi lusingare che l’audacia mi sarà perdonata.... - -Adagino, signorino bello, ora sembra a me che tu corra troppo, pensai, -e, per farglielo intendere subito, non trovai altra via che continuare -il mio periodo allo stesso punto dove l’avevo interrotto. - -— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato non è il mio, deve -averlo smarrito un’altra. - -— È possibile, ammise senza scomporsi, ma sempre con grande umiltà: -anzi non è possibile; l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto per -introdurmi in casa sua. - -Io lo guardai a bocca aperta. - -— Ho comprato io stesso il n. 13 in una bottega; l’orefice mi aveva -assicurato che questi numeri tredici sono tutti simili, o almeno lei -poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene e me ne andrò senza -averle detto la causa che mi conduce. - -— Ma allora si ripigli il suo n. 13.... - -— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto male può rimediare ascoltandomi, -non mi caccerebbe come un impertinente. - -Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, ne aveva quasi negli -occhi. E poi non diceva _quanto bene_ gli avrei fatto lasciandolo dire, -diceva solo _quanto male_ potevo rimediare ascoltandolo. - -Non ho poi il cuore d’una belva feroce. - -— Io non la caccio, perchè è una persona compita; ma dica lei stesso: -posso io ascoltare quanto lei mi vuol dire? - -Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce: - -— Lei può e deve, perchè non si tratta di lei, ma dell’amica sua -migliore.... - -— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, mi dica tutto. - -Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che in coscienza mi piaceva -tanto, per non vedere in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo -della mia buona Tizia. - -Il cavaliere mi confessò che da molti anni era innamorato dell’amica -mia; ma da un pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla -all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, seguendo costantemente -i suoi passi, temendo ogni mattina che gli entrasse in casa la -tristissima novella del fidanzamento di Tizia, e solo da poco avendo -visto ch’essa rimaneva sempre zitella, si era fatto un coraggio di -leone a parlarle un’altra volta. - -— Un’altra volta! Ma dunque? - -Proprio così; e se il cavaliere Codicini era venuto all’uscio di casa -mia col pretesto del numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto, -nella quarta pagina del _Secolo_, l’avviso con mancia competente, e più -perchè non avrebbe mai osato presentarsi al signor Diego Corona, nè a -sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno alla portinaia, chè vi -è sempre pericolo di trovare questa sorta di gente nell’esercizio delle -sue funzioni, cioè a dire munite d’una scopa.... - -Diceva proprio così: _munite d’una scopa_, per far ridere me, ma egli -aveva sempre le lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento -scoraggiato. - -— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo? - -— Tizia non le ha mai detto nulla di me? - -— Proprio mai nulla. - -— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta prima con un disgraziato, -il quale una settimana delle nozze, quando le pubblicazioni erano già -state fatte in municipio e in chiesa... - -— So tutto questo, ma non lo so da Tizia, però lo sposo non era il -cavalier Codicini. - -— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere, e chi ha il piacere di -parlarle è appunto Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona -d’Italia. - -Per far questa nuova presentazione, si levò dal divano e s’inchinò come -un peccatore. - -Ma no, come un malfattore! - -— Ma che spera ora? interrogai senza ombra di amabilità; che Tizia -ricaschi nella... nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma, quale -fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare le pubblicazioni con lo -stesso fidanzato, dopo che la prima volta lo sposo suo l’ha piantata in -asso? Pensi un poco. - -— Ho pensato molto. - -— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato, le pubblicazioni devono -essere richieste dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale -dello stato civile, mi pare che si dica così, non avendo tempo da -perdere, non pubblica nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi -senza l’agonia di questa aspettazione! Andare insieme in municipio, -a un tratto dichiarare al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei -faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se pure ha conservato un -po’ d’amore per chi l’ha... per lei.... - -— Crede che ne abbia conservato un poco? - -— Forse un poco.... - -— Un poco. - -— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede bene che non è possibile... -no... no... non è possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo -chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più. - -— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa, orrenda della mia -condotta? - -— Ve ne può essere una? - -— Ve n’è una. - -— E perchè non l’è andata a dire a Tizia o a suo padre? E perchè non -glie la va a dire ora? - -— Perchè questa causa non si può dire, balbettò scoraggiato. - -Rimanemmo un poco in silenzio entrambi. - -— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente. - -Mi rispose con un filo di voce guardando il soffitto: - -— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse fare molto; ora mi pare che -non possa fare nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure... -eppure.... - -— Dica, dica. - -— Eppure, se un’anima buona, un’amica di Tizia, guardandomi bene in -faccia, vi vedesse la sincerità.... - -— Il pentimento, insinuai. - -— No, non il pentimento; quello che feci una volta lo farei sempre, -messo nelle stesse condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato; io -sono padrone di me, perchè mi sono fatto una posizione; a quel tempo -vivevo di rendita, ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta -qui.... - -Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva che la condizione sua -fosse peggiorata. Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente -nel dire con ferma voce: - -— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia compagna perduta. - -Stette un altro poco a riflettere e vedendo che io non indovinavo -nulla, sollevò un piccolo lembo della segreta verità. - -— Supponga, signorina, che, quando si facevano le pubblicazioni, io -fossi ricco, o mi credessero ricco, e che a un tratto, per una orrenda -necessità, una necessità orrenda, non confessabile ad altri che a Dio, -avessi dovuto vendere tutto quanto possedevo per salvare qualcuno e me -stesso.... - -Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare troppo, e ch’egli si -dovesse pentire poi di aver parlato tanto.... - -— Basta, basta, mormorai.... - -Ma egli aggiunse ancora una parola che gli uscì di bocca in un rantolo: -il _disonore_.... Poi tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le -guancie. - -Io mi voltai verso l’uscio per non vedere; quando egli si fu asciugato -il volto lagrimoso, gli dissi: - -— Perchè non va parlare così a Tizia? - -— Perchè non potrei arrivare fino a lei se qualcuno non mi aiuta. - -Era verissimo. - -— Ma perchè non è andato a dirle queste cose prima di rinunziare alla -sua sposa per sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato a me, -anche meno sarebbe bastato... forse. - -— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono corsi a lei con -la morte nel cuore per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola lieta -nei suoi preparativi, contenta d’essere fra pochi giorni mia sposa, mi -venne meno il coraggio. Pensavo che ella volesse saper di più, ed era -suo diritto, e che potesse indovinare molto, troppo, e allora a che -serviva il silenzio? Io no, non avevo il diritto di offuscare.... - -— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida parla con qualcuno. - -Stetti in ascolto un momento. - -Brigida parlava in anticamera, e mi venne all’orecchio un’altra -voce nota, ma tanto sommessa da non potere intendere chi fosse -l’interlocutore. Mi pareva che la fantesca dicesse di Berruti o -Berrettini, che era con me in sala da una mezz’ora abbondante, e -che l’altro rimanesse in forse se dovesse o no disturbare il nostro -colloquio. Finalmente l’altro se ne andò. - -— Brigida, chiamai forte. - -E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il dottore Augusto, ma sapendo -che vi era gente in salotto, se n’era andato. - -— Gli hai detto che era il signore.... - -— Sì. - -— Come gli hai detto? - -Brigida si schermì un poco prima di confessare. - -— Gli ho detto che vi era un bel signore giovane...; che il nome mi -era scappato dalla mente, ma doveva essere una cosa come Berretto o -Berrettino. Così gli ho detto. - -— Hai fatto bene. - -Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno; rimanevamo come prima -inquieti della tristissima cosa che volevamo accomodare con poca -speranza. - -— Dunque? - -— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare a Tizia o al babbo suo, -ma a Tizia meglio, perchè tanto bisognerà pur venire a questo, se vuol -ottenere qualche cosa di pratico. - -— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè essa dia ancora un -colloquio al suo antico innamorato, quale è la via migliore? - -— Qual’è la via migliore? domandai anch’io a lui, e a me stessa. - -— Ci pensi un poco; quello che ho pensato io venendo prima da lei, era -farmi un’alleata. - -Aveva ancora ragione. - -— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice; è contento? Penserò io -a preparare il terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò. - -— Qui, o in casa sua? - -— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene, mi spieghi ciò che non ho -inteso bene. - -Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè invece di venire subito -in casa mia dopo l’avviso, aveva aspettato tanto. - -Perchè egli era stato assente davvero, e solo al ritorno leggicchiando -vecchi giornali accatastati in portineria gli era venuto sott’occhi -l’avviso. - -Secondo: perchè invece di venire a casa mia a consegnarmi la medaglia -comprata, era andato a depositarla all’Economato? - -Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e anche l’Economato; al -momento di venire da me aveva scelto l’Economato. - -Coraggioso, non è vero? - -Se ne andò un po’ consolato, ma non molto. - -E non era nemmeno sulla cantonata quando il dottor Augusto entrava in -salotto ad aspettarmi. - -Aveva da dirmi una cosa. - -_Quella cosa_, come accade qualche volta, si mutò prima in _tante -cose_; e le tante in nessuna. - -Il mio carissimo cugino mi domandò se il babbo sarebbe tornato presto; -e sapeva bene che poteva essere di ritorno soltanto dopo le quattro; -poi mi confessò di essere stato un’ora prima. (Sapevamcelo. Ma era -appena mezz’ora prima). Perchè avevo una visita se n’era andato. -Sapevamo anche questo. - -— E chi era quel signore bruno? domandò con indifferenza. - -— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato il mio n. 13, cioè uno -dei numeri 13, ma non il mio, perchè, guardando bene, mi sono accorta, -che nessuno dei numeri 13, resimi dalla sorte, è quello che la sorte, -cioè mio cugino dottore, mi aveva regalato. - -— Hai fatto questa scoperta? mi domandò sempre indifferente. - -— Sì, l’ho fatta; ti stupisce? - -— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna delle due medaglie è -quella che ti ho dato. - -Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e tutte le cose che mi doveva -dire gli rimasero in corpo. - -— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo di bottega, osservò poi -sommessamente. - -— Anche l’altro del _Ciall_ era nuovo di bottega. - -— Lo so. - -Altro silenzio. - -— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico, le cose che mi dovevi dire -sono queste sole? - -Si scosse un momentino per ridere; volle pigliare la mia mano, ma non -la trovando subito, troncò l’atto a mezzo. - -— Quel cavaliere è un bell’uomo.... - -— Puoi anche dire un bel giovane; non deve avere molto più di -trentacinque anni. - -— È venuto per ringraziare della vostra visita, non è vero? - -— Sicuramente. - -— E... per null’altro? - -Avevo io il diritto di non mentire? Potevo io, tacendo, fare una mezza -confessione? No, non è vero? Dunque mentii. - -— Per nient’altro. - -— E per ringraziare te e il babbo tuo della visita, si è fermato qui -un’ora. - -— Era poi un’ora? - -— Sì, un’ora abbondante. - -— Allora tu sei stato in sentinella sul portone di casa? - -Non disse di no; disse invece: - -— Sai tu chi è questo cavalier Codicini? - -— Il cavaliere Codicini. - -— Non sai che doveva essere lo sposo della signorina Tizia? - -Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non mentire? - -— Io non so nulla, io. - -E mi si affacciarono due strane idee, cioè che mio cugino, essendo -segretamente innamorato di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio cugino -fosse semplicemente innamorato di sua cugina... e fiutasse un altro -pericolo. Ma si spieghi in buon ora! - -— Che importa a te di tutto questo? gli domandai levandomi da sedere, e -guardandolo bene in faccia per metterlo alle strette. E messo così, mio -cugino fece uno sforzo disperato di resistenza per non dirmi nulla. - -— Ecco il babbo, annunziai. - - - - -VI. - - -Il giorno dopo, senza perdere tempo, me ne andai a trovare la mia buona -Tizia. - -Me ne andai sola (qualche volta, nelle grandi occasioni, ho questo -coraggio da leone); ma non fui molto fortunata. Avevo immaginato di -trovare il babbo ancora all’uffizio e l’amica sola: invece tutto il -contrario. Diego Corona era tornato prima dell’ora e sua figlia era -uscita appena con la fantesca per fare una scelta sapiente. - -Diego Corona sorrideva. - -— Allora chi sa quanto tarderà! - -— Sarà qui a momenti: la scelta sapiente non è altro che di un buon -cappone, che sia giovine e grasso, e non ci costi troppo, per domani -che è festa. Lei si accomodi qui un momentino, qui accanto a me. Oh! -che miracolo veder qui lei tutta sola! Quale fortuna è la mia! - -— E si può sapere, continuava, la ragione che l’ha fatta uscire di -casa, sola, all’ora che il babbo sta per tornare dall’uffizio?... -Non si può sapere. Bisogna sempre rispettare i bei segretuzzi delle -fanciulle belle. Piuttosto le posso domandare se ha ricevuto una -visita... - -— Che visita? esclamai prontamente. - -— Il signor Egidio Merula non è venuto da lei? - -— Oh! Dio! Ma, caro signore, non le pare che basti? - -Il signor Diego Corona rimase perplesso. - -— Sì, continuai, il babbo mi ha detto tutto; io le sono riconoscente, -ma non stia a mandarmi più altri candidati. - -Ripetei: — Non le pare che basti? - -— Eh! eh! se pare a lei... balbettò. - -— Sì, sì, a me pare. Quel suo Prudenziano Barbotti, dove lo è andato a -stanare? E quell’altro? Non ricordo più il nome. - -— Sono eccellenti partiti, non troppo giovani veramente, perchè nel -matrimonio la troppa gioventù è un pericolo. L’uomo (queste cose lei -non le può sapere, e perciò se le lasci dire da me), l’uomo fino a -trent’anni è un fringuello; dopo i quaranta, quando non è una volpe, è -un cane fedele. - -— E dopo i cinquanta? domandai ingenuamente. - -— È un bue, spesso, ma in ogni caso è una buona bestia da fatica, un -animale di casa e può fare un buon marito. Ma è sempre meglio, per fare -un buon marito, che non abbia passato i cinquanta. - -— Credo anch’io. - -Vedevo venire la dichiarazione minacciata dal babbo e non avevo paura. -Avremmo riso volentieri insieme. - -Diego Corona era benissimo avviato; parve distrarsi un momento, si -toccò i capelli che aveva abbondanti, appena appena brizzolati, si -lisciò la barba, e non trovando parole per quello che mi voleva dire, -finalmente rise molto senza dir nulla. - -— Perchè ride così? - -— Rido perchè or ora faccio ridere anche lei; il babbo non le ha detto -nulla?... Ma sì, deve averle detto, e se le ha detto tutto... - -— Mi ha detto tutto, risposi ridendo. - -— E?... - -— E?... - -Diego Corona rise un’altra volta con abbondanza. Forse perchè l’idea, -guardata ora da vicino, pareva buffa anche a lui? - -No, tutt’altro. - -— Gli uomini pigliano moglie a tutte le età, e ho visto sempre che i -più vecchi scelgono le spose giovanissime; la natura vuole così; se non -fosse, tante ragazze non si presterebbero. - -Non mi guardava in faccia per non leggere un sorriso canzonatorio, che, -come se lo vedessi, si era messo da sè fra le mie labbra. - -— Quanti anni mi dà lei? Cioè, rettifico; io non ho bisogno che lei -me ne dia nemmeno uno, perchè quelli che ho sul groppone mi pesano -assai... Ma dica un po’ quanti? - -Volli consolarlo. - -— Quarantasette, quarantotto... dico così, perchè Tizia ne ha -ventiquattro... ma lei non li dimostrerebbe nemmeno, tanto si è saputo -conservare.... - -— Questo sì, rispose con entusiasmo, io mi sono conservato bene; ho -preso moglie giovanissimo per non fare le solite pazzie; e se da otto -anni non fossi vedovo, e afflitto... e solo, mi sarei conservato anche -meglio. - -Gli parve venuto il momento di sparare la pistolettata. - -— Io ho quarantanove anni... a cinquanta non sono arrivato... e -perciò.... - -— Perciò... non stia a mandarmi altri candidati; quando il babbo mio -sposerà Tizia, io sposerò lei, se mi vuole. È contento? - -Io risi bene; egli rise male - -Entrò in salotto la mia buona amica, alla quale, dopo un gran numero di -baci, chiesi notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’ caro. - -Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta una piccola traccia di -melanconia sorridente, come un’aureola, come un alone pallido intorno -alla faccia buona; si dondolò pochi momenti; e, mentre noi parlavamo di -tante inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci accorgessimo. - -Vistami sola con Tizia, subito mi composi un viso serio, le presi le -mani, come il babbo suo le aveva prese a me, e lisciandole con le mie, -le mormorai all’orecchio: - -— Ho una cosa da dirti. - -— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò di leggermi in viso e -lesse male, perchè battè le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei -fidanzata.» Visto che sbagliava, balbettò: «allora dimmela.» - -— Ma tu mi devi promettere d’essere forte. - -Non promise nulla, con un filo di voce ripetè: dimmela. - -Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai al mio petto per -modo che, curvandomi un poco, potessi mormorare ogni cosa. - -Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi tutto: come il cavaliere -Codicini l’amasse sempre, e per una necessità orrenda, che egli non -poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna forse spiegherebbe un -giorno o l’altro, lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse -rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino sleale, mentre egli -era semplicemente una vittima della... _necessità orrenda_. - -Quando tacqui per non sapere che dire, avendo ripetuto tre volte in tre -modi differenti le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora la testina -bella appoggiata al mio seno; misi una mano sotto al visino nascosto e -sentii piovere lagrime calde e frequenti. - -— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla voglia di piangere anch’io. -Lo vedi bene, le mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio, -lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi quasi dire che non ti ha -lasciato mai; è il momento di essere felice, pare a me; dunque perchè -continui a piangere?.... Fammi vedere la tua faccetta bella, che sa -ridere così bene. - -Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene sì, piangi, chè ne hai -bisogno; sono lagrime buone che medicano l’anima ferita.» - -Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli, i baci ch’io -metteva sui suoi capelli ogni volta che sentivo sulla mia mano il -caldo di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai in silenzio che -la cosa finisse da sè, pensando che forse con le mie parole ottenevo -il risultato contrario. E il babbo doveva essere a casa da un pezzo, e -Brigida sicuramente dava allo stufato un saporino di bruciato, che è il -terrore della nostra mensa. - -Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli occhi con la pezzuola e mi -disse melanconicamente: - -— Non avrei voluto piangere, ma è stato più forte di me. - -— Erano lagrime di consolazione. - -— No, no; non mi hanno consolato; ho pianto per dolore vero e profondo. - -Che musichetta mi stava facendo la mia buona Tizia! - -— Che vuole egli da me, ora?... proseguì. È tardi. Quando tu mi parlavi -con tanta bontà, io non facevo altro che frugare nel mio cuore per -vedere se vi trovassi ancora una scintilla dell’amore svanito; ma no, -cenere, cenere, e lagrime. - -— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre amato.... - -— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi, che ho dovuto fare io? Ho -fatto questo: ho imparato prima con una fatica orrenda — orrenda sì, -almeno almeno quanto la sua _necessità_ — a odiare l’uomo che amavo -tanto; e poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi, me lo tenni -caro, aumentandolo ogni giorno; da ultimo, e sono già due anni almeno, -credevo d’aver buttato via ogni cosa, amore e odio, perchè ero arrivata -all’indifferenza, che è la vera pace. - -Tizia non mi aveva mai parlato così, e la credevo persino incapace -di sentire fortemente; ma è perchè io la conobbi quando era arrivata -all’indifferenza, che è la vera pace, come dice lei. - -— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo che l’occhio mio correva ogni -tanto all’orologio a pendolo: — Ma io ti lascio andare a casa, chè è -quasi l’ora del vostro pranzo. - -E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere, tornò la mia buona Tizia -allegra come l’ho sempre conosciuta. - -— Dunque? - -— Dunque dammi un bacio e non se ne parli più. - -— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire? - -— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe fargli credere che -mi voglia vendicare; e mi piacerebbe fargli intendere chiaro che sono -indifferente a tutto.... Come potrei dargli questa dimostrazione? forse -andando a nozze col primo venuto.... - -— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il primo venuto e te lo -sposi con la massima indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni -riescono come tutti gli altri. - -— Col primo venuto sì, ma non con lui! Dopo essere stata tutta sua, non -potrei essere per lui mezza, o anche meno. Meglio niente.... Ma perchè, -aggiunse ridendo, tuo padre non mi manda un candidato, come ha fatto -il babbo mio con te? perchè non mi chiede la mano egli stesso? Forse -accetterei. - -— Per carità, non dire questo nemmen per celia; io ho promesso al -padre tuo, che se tu sposi il mio, io sposo lui, e pensa che orrore, io -matrigna tua, tu matrigna mia!.... Ora vado proprio... sento di qui il -bruciaticcio dello stufato. - -— Pensaci ancora, le mormorai prima di andarmene. - -In anticamera Diego Corona mi strinse la mano appena appena, e mi -sorrise rassegnato. - - - - -VII. - - -Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato della mia visita, -non si scoraggiò molto; egli sapeva bene, che, dopo le sue antiche -gesta, l’innamorata doveva essersi staccata da lui. Si sarebbe fatto -un mediocre concetto di una ragazza, la quale, in condizioni simili, -fosse ricascata nella stessa trappola. Era contento di essere odiato -un poco, perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva lui, non tanto -lontano dall’amore come sembra volgarmente. «Solo che è l’opposto,» -osservai melanconicamente. «È il rovescio della medaglia, mi -rispose; ma è ancora la medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero -all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!» E io, per carità di -prossimo, non gli dissi che vi era proprio arrivata. - -Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata che, dopo una notte -d’insonnia, l’amica mia mi piombasse in casa all’alba, se non pentita -del rifiuto, se non mansuefatta all’idea di ripigliare la croce d’una -volta, almeno almeno inpensierita della pessima nottata che le avevo -fatto passare. Invece, aspettò due giorni prima di venirmi a trovare; -e, quando si lasciò vedere, se non dicevo io che Codicini era stato a -prendere la risposta, essa non avrebbe fiatato di lui. - -Ancor che non volesse sapere nulla, io le dissi tutto. Essa rimase -silenziosa per un poco, poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri, -ma solamente all’etere, come si dice; poi rise, senza voglia, per -abitudine, poi si fece seria per annunziarmi una nuova moda che le era -piaciuta immensamente. - -Per pagare il tributo alla moda, io non mi feci pregare: ma tanto, -prima che Tizia se ne andasse, mi provai a dire guardandola ben bene in -faccia. - -— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito, perchè, se così non -fosse, a che servirebbe essere tu l’amica mia migliore? Quella notte -(sottolineavo «quella») non hai potuto dormire perchè pensavi all’uomo -che doveva essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe pronto se tu -volessi. Ma tu non vuoi. - -Verissimo. Tizia confessò francamente chè quella notte era stata -bianca per lei; ma non ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista -piangere alle mie parole? - -Aveva poi preso sonno all’alba, e quando Diego Corona era venuto a -darle il buon giorno, poi ch’essa non era andata come il solito da lui, -gli aveva svelato tutto quanto le capitava. - -E Diego Corona? - -Diego Corona si era taciuto per intendere meglio il caso difficile -della sua figliuola. Ma non era un caso difficile, per fortuna. Essa -non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta all’uomo che l’aveva -quasi condotta fino all’altare, per piantarla. - -— Benissimo! diceva Diego Corona. - -— Meglio sposa al primo venuto che a lui, aveva dichiarato Tizia. - -— Meglio! aveva confermato Diego Corona. Non le mancherebbero partiti, -ancorchè essa non avesse una grossa dote, e le fosse toccata la -sventura di perdere lo sposo sulla porta della chiesa. Tutto stava -a non pretendere il marito giovane. Vi sono degli uomini maturi, -ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi... con i quali la vita -coniugale è una festa.... - -Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni caso, essa si -accontenterebbe di uno solo di questi uomini maturi, anche vedovi... -senza volerne un reggimento. - -Diego Corona aveva risposto che infatti, se egli aveva parlato di molti -mariti, è perchè già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse altro. - -Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini, ero proprio condannato? - -Condannato proprio. - -Tizia però era contenta di non poter odiare il suo antico innamorato, -perchè ora, sapendo che egli si vantava di avere dovuto cedere ad una -_necessità orrenda_ nel momento di piantarla col suo fardelletto di -nozze, quando questa necessità le fosse stata messa davanti ed essa -l’avesse riconosciuta legittima per quanto orrenda, l’odio suo sarebbe -cessato ed allora era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, no; se -anche la _necessità orrenda_ le fosse dimostrata, l’avrebbe lasciata -quella di prima, cioè _indifferente_. - -Ma Tizia avrebbe pianto anche più di _quella sera_, per pietà di lui e -della miserabile sorte che aveva condotto lei da un grande amore alla -perfetta calma. - -Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni e sempre nelle ore -che il babbo era all’uffizio, tanto che non essendosi ancora trovato -con lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla delle sue visite. E -perchè le visite potessero continuare e perchè egli aveva una gran fede -in questa continuazione, che a me sembrava invece non dovesse approdare -a nulla di buono, un giorno venne poco dopo l’ora della colazione e -non tardò a entrare in materia. Dopo di aver visto il trionfo soltanto -nella mia complicità segreta, quel giorno lo vide meglio in una -complicità più larga. Si fece complice anche il babbo. - - * - * * - -Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un po’ odiato dalla sua antica -innamorata e perciò a un pelo di innamorarla un’altra volta, un giorno -della stessa settimana, visto uscire dal portone di casa Diego Corona -per correre al telonio, si fece un gran coraggio; invocò tutti i santi, -salì le scale lentamente e dopo essere rimasto un pezzo a contemplare -il bottone del campanello senza sapersi risolvere ad approfittarne, -ne approfittò tanto poco che la fantesca non si mosse di cucina. Ma -un eroismo fa come le ciliege, ne tira un altro; e il cavaliere toccò -lungamente il bottone, e dopo un breve intervallo di silenzio già si -preparava a ripetere la dose, quando la fantesca venuta sull’uscio, -domandò: chi è? - -E prima ancora che il cavaliere si precipitasse dal pianerottolo, o -si annunziasse per quel che era, la porta della sua felicità gli si -spalancò tutta quanta. - -— La signorina è in casa? - -— Non so, rispose la fantesca, perchè le avevano insegnato a dire così; -e lasciando il visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio -d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne andò a _vedere_. - -E poco dopo tornò a dire che la signorina era uscita. - -— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente il cavaliere. - -Sì, ma non era in casa. - -Senza manco avvedersene, l’innamorato si trovò dietro l’uscio e poi -sulle scale e poi in istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere. - -Che la signorina fosse in casa, non ne poteva dubitare, ma essa -sicuramente, al punto d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo, non -se ne era sentita il coraggio. - -Perchè mai le donne dovrebbero essere più forti degli uomini? Non è -forse vero che il cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in -salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo e sano? E che al momento -di andarsene, se una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era il -ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque? - -Per poco non cercò anche l’alleanza di mio cugino, arrivato in quel -punto; ma questo chimico benedetto si mostrò così ribelle al primo -incontro, manifestando una svogliatezza, un languore, un mal di capo, -da scoraggiare il meglio intenzionato. - -Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato e il cugino dottore -rimase peggio. - -Quando il babbo andò a pigliare il cappello, per correre all’uffizio, -Augusto scattò come una molla. - -— Ma questo cavaliere che incontro ogni volta quando vengo da te... che -significa? - -— Significa probabilmente che tu vieni qui di rado, e che egli viene -più spesso di te. - -— Non altro? - -— Nient’altro, mi pare. - -— E ha egli confessato che il suo nome vero è Ramelli, che aveva -promesso di sposare la tua amica Tizia. - -— Sì! l’ha confessato. - -— E ora che vuole? - -— Vuole.... - -Veramente non avevo il diritto di servirmi di una confidenza, ma potevo -io lasciar sospettare cose diverse dal vero? - -— Vuole... una cosa impossibile. - -— La tua mano? - -Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora! - -— E ti pare che per domandare la mia mano fosse necessario, -assolutamente, essere stato il fidanzato di un’altra e che quest’altra -fosse proprio la mia amica migliore? Lo comprendi anche tu... manco -male. - -Sì, ora comprendeva anche lui. - -— Ma allora che vuole? - -— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento? - -Egli era proprio contento; io no. - -Avevo fatto male a svelare un arcano che non mi apparteneva, e glielo -dissi. - -— Sono una stupida, dovevo tacere; questa confidenza non era cosa mia, -ho fatto male. - -— Un giorno saprai tutto, mi disse. - -Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque non intendere. - -Il cavaliere, pensando meglio al caso suo, capì che piombando come un -fulmine accanto alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza -grave; ma perchè bisognava pure spiegare la _necessità orrenda_, senza -di che non era possibile ricuperare la posizione d’una volta, decise -d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio, fermarlo in istrada e -spiegarsi bene. - -Senonchè quel giorno Diego Corona aveva tardato ad uscire e il -cavaliere Codicini aveva temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque -risalì le scale di Tizia un’altra volta. - -E ci trovò insieme, perchè io avevo passato due ore con la mia buona -amica, e stavo per andarmene, quando il campanello ci annunziò una -visita. - -Saputo che era Codicini, il quale domandava del babbo, fu una titubanza -lunga. - -Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare lui? - -Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva che io mi fermassi, -e intanto Brigida mi guastava il risotto e mi dava un saporino di -casseruola al tonno in salsa di pomidoro. Ma il cavaliere poteva -aspettare in anticamera, e allora a me non sarebbe stato possibile -passargli sotto il naso senza farmi scorgere. - -Fortunatamente, mentre durava l’incertezza crudele, il campanello sonò -un’altra volta. - -— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il suo modo speciale. - -E subito, mentre la fantesca correva in anticamera e noi di corsa nella -vicina stanza e il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio al -salotto, Tizia, escita da ogni perplessità, mi disse in gran collera: - -— È una persecuzione. Che cosa crede di guadagnare in questa sua -miserabile commedia? Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente ch’io -lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora mi ha seccata assai. - -Per tacito accordo rimanemmo un poco in silenzio ad ascoltare quel che -diceva il cavaliere a Diego Corona. Egli non disse nulla per un po’, il -tempo di penetrare bene in salotto fino ai piedi del divano. - -— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor Corona. - -E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla; poi fu ancora il babbo di -Tizia a interrogare, e la sua parola fu meno brusca di prima, forse per -lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi. - -— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da me? - -Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro passando per la porta -socchiusa, arrivò alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia. - -Essa mormorò dispettosa: «Commediante!» senza batter ciglio, guardando -la parete di fondo. - -Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e il suo mormorio lungo non -fu mai interrotto da Diego Corona, ma disgraziatamente non arrivò fino -a noi. - -Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò che cosa potesse fare per -contentare quell’ombra di genero ormai svanita per sempre. - -Dopo un lungo silenzio la voce di Diego Corona empì la casa, come mi -parve, dichiarando che quanto a lui non avrebbe visto nulla di male -che _la cosa_ si accomodasse, ma aveva un forte sospetto che la sua -figliuola non volesse più. - -— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè ad essa dirò tutto tutto... se -vorrà.... - -Guardai il viso impassibile dell’amica mia; essa guardava sempre la -parete e non battè ciglio. - -— Vuole che io le vada a dire?... - -Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego Corona si affacciò nel -vano dell’uscio; stette un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava -positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato sulla parete, egli -chiuse l’uscio alle sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino -alla figliuola. Le prese la testina pallida con le due mani e le lisciò -lungamente la fronte. - -— Vuoi? interrogò. - -Tizia fece di no. - -— Che cosa vuol confessare a me, se non poteva confessarla a mio padre? -E che vuol confessare a me, se prima ha bisogno ch’io stessa _voglia -sapere_? Vagli a dire ch’io non voglio sapere nulla. - -Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, e non sapendo che -decidere, prese una mia mano, poi si decise; ma innanzi di spingere -l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora. - -La risposta nel gran silenzio fu la medesima; allora Diego Corona -scomparve. - -Sentii che diceva: - -— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se lei ha da confessare qualche -cosa che, detta a me, possa modificare.... - -Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire la necessità orrenda, o -forse necessità orrende non ve ne erano; il certo è che non fiatò. - -— No, no, no, disse forte, per fare arrivare la voce fino a noi, è un -segreto che non mi appartiene. Sappia la signorina ch’io sono molto -infelice. - -Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato rumore di passi nel -corridoio, e il cavaliere Codicini lasciò la casa. - -Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato mai più. - -Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò dalla parete per fissarsi nel -mio. - -Ancora una volta la sentii ripetere: - -— Commediante! - -Poi rise nuovamente e mi abbracciò. - -Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo aver accompagnato fino -sull’uscio il genero perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto farsi -una gran forza per non piangere prima di lui. - -— Egli ha pianto? domandai. - -— Almeno ne ha avuto una gran voglia... ne sono sicuro. - -Tizia crollò le spalle, sembrando dire che se gli fosse piaciuto di -piangere, lo avrebbe fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere -e ridere. - -Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo. - -— Bimba, che hai? domandò il padre. - -— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo di cose cattive: dispetto, -collera, odio.... Mi fa tanto bene. - - - - -VIII. - - -Non era vero che il rimescolìo di tutte quelle cose cattive facesse del -bene alla mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e la mattina, -sentendosi tanto stroncata da non si reggere stando a sedere sul -letticciolo, mi mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la sua amica -migliore, non mandò a chiamare il dottor Demetrio. Ma il medico venne -lo stesso chiamato da Diego Corona, che, nell’andare all’uffizio, non -aveva fatto fatica a scendere due scale, perchè il dottore, uscendo di -casa, avesse la bontà di venire a vedere che diavol mai fosse entrato -in corpo a sua figlia nella notte, perchè essa non aveva chiuso occhio, -cianciando molto senza dire una frase di costrutto. - -Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio entrò in camera di Tizia, -preceduto dalla fantesca; la sua ammalata era calma al paragone della -nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza e di non poter dormire; -mi stringeva una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le lisciavo -la fronte, il nasino affilato, chiudevo le sue palpebre leggermente, -le scoprivo un orecchio costringendo un riccio dei magnifici capelli a -starsene a suo posto, e senza dir mai altro che così: - -— Tizia cara, cara Tizia! - -A questa domanda discreta, perchè queste due parole erano una domanda -discreta, anzi un mucchio di domande discrete, la mia buona amica non -aveva risposto ancora. - -Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio, il quale, toccandole -il polso e la fronte, facendosi mostrare la lingua, minacciava di -ascoltarla tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa. - -Tizia confessò che prima d’andare a letto non aveva avuto punto sonno. -Si era messa alla finestra e quella sera di maggio tirava un vento -perfido che forse le aveva raffreddato il sangue; ecco doveva esser -così; ma ora stava meglio e sicuramente le medicine erano inutili; essa -prima di sera sarebbe guarita. - -Il dottor Demetrio non essendo del suo parere, volle ascoltare il petto -e la schiena; ciò fatto, scrisse una medicina e non raccomandò nulla. - -— Mi posso alzare? domandò Tizia. - -Il medico sorrise melanconicamente. - -— Provi se può. - -Tizia non provò nemmeno, perchè troppa era stata la fatica di tirarsi a -sedere sul letto per essere ascoltata. - -— Se avrà voglia di mangiare una minestrina, non le farà male. - -L’ammalata non chiedendo che minestrina, lo domandai io. — Riso? zuppa? - -— Quello che vuole, ma forse oggi non mangerà nulla; badi a pigliare la -medicina; tornerò stasera. - -La medicina del dottor Demetrio era una pozione calmante, in cui -entrava il papavero, e Tizia, un po’ per virtù della pianta, un po’ -per la mala nottata della vigilia, tutto quel giorno non fece che -sonnecchiare. - -La calma, fatta padrona del suo bel corpicciuolo di faterella, un po’ -ci consolava e ci impauriva anche un poco. - -Il medico, venuto la sera, disse chiaro che questa seconda visita -non gli serviva se non a riconoscere quali passi faceva il male per -giudicare quanta strada avesse deciso di percorrere. - -Fortunatamente non vi era ancora nulla di troppo grave; avrebbe potuto -essere una pneumonite, o una pleurisia acuta, o una febbre d’infezione, -ed invece si era accontentato di essere _forse_ una pleurisia falsa, -che _forse_, con pochi giorni di letto, ci leverebbe l’incomodo. - -— Forse; però.... - -— Però? - -— Però, in questo stadio della malattia, il medico non è mai abbastanza -prudente; può sempre sbagliare e se anche egli non ha sbagliato, il -male può aggravarsi in seguito ad una complicazione... Ma... Ma?... - -Ma avendo egli ascoltato Tizia, poteva quasi assicurare che tutti gli -organi funzionavan bene. - -Insomma la pleurisia falsa di Tizia non mi inquietò troppo. - -Quel poveraccio di Diego Corona era la sola vittima. - -Avesse egli potuto piantare l’ufficio delle Mediterranee finchè durava -il male della figliuola, non si sarebbe lamentato di nulla; pareva a -lui che potendo essere sempre accanto al letto della sua bimba avrebbe -fatto una paura da non si dire al malannaccio per costringerlo a darsi -vinto. - -Ma così, ahi, ma così! - -Ve lo potete immaginare voi altri che profitto dava lui alla -Mediterranea aprendo il cassetto della scrivania e buttando un’occhiata -disattenta alle carte d’ufficio? Almeno nei giorni di buon umore -qualche cosa di pratico faceva; una lavata di capo a un subalterno, un -giorno sì, un giorno no, la sapeva dare; ed era sempre un toccasana; -ma oggi che autorità poteva avere sentendosi così tutto stroncato nella -sua figliuola? - -Ma, dopo alcuni giorni patiti, senza mormorare troppo contro il -Signore, il quale poteva vendicarsi, Tizia mia annunziò a tutti quanti -che si sarebbe levata a ogni costo. - -— Ti senti proprio bene? domandammo. - -— Benone. - -— Non ti farà poi male alzarti? aggiunse Diego Corona; il medico che -cosa ha detto? - -Il dottor Demetrio da due giorni non vedeva nulla di male che Tizia -si levasse qualche ora; essa invece, presa da un prepotente bisogno di -fantasticare, stando a letto (e, m’immagino io, d’essere desta fingendo -di dormire), si era sempre sentita debole tanto da rimanere sotto le -coltri. Quel giorno ci annunciò che dopo il mezzodì, certo per l’ora -del desinare, sarebbe apparsa alla mensa del babbo, il quale da una -settimana faceva pietà alle belve, non che alla fantesca, quando si -metteva a tavola come un orso spaiato. - -E, in questo tempo trascorso, che n’era stato del cavalier Codicini? -Il primo giorno dopo lo scacco solenne mi era aspettata non so che. -Il cavaliere era ammalato, il cavaliere era moribondo, il cavaliere -era morto, già chiuso al manicomio, almeno almeno impazzito a casa. -Invece quell’istesso giorno del risanamento di Tizia, quando io, per -la necessaria reazione del farneticamento umano, era quasi arrivata a -credere che quel commediante avesse proprio fatto la commedia, e già si -fosse rassegnato al suo destino, e già in agguato per un’altra sottana, -il povero cavaliere Codicini venne a trovarci nell’ora del babbo, e -ci domandò con le lagrime agli occhi che malattia avesse la sua sposa -perduta. - -Ma dunque sapeva? - -Eh! altro! quando si ama davvero, si sa tutto; sapeva della malattia, -dei rimedi somministrati dal medico, e solo gli rimaneva il dubbio -sulle cause del malanno. - -Era stato veramente un colpo d’aria buscato per essersi messa alla -finestra in quella notte di plenilunio (sapeva anche che in quella -notte era il plenilunio), oppure la ragione era un’altra, un turbamento -nervoso... ovvero... Ovvero? Non volle spiegare meglio il suo concetto. -Ma come aveva saputo? Dal dottore. Possibile mai! Certissimo. - -Il dottor Demetrio lo stesso giorno della prima visita a Tizia era -stato chiamato in casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato -in buon punto di una cefalea indemoniata. Guarito della cefalea -per virtù di non so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra -medicina, e il dottor Demetrio, il quale non è uomo da negare la -virtù dei calmanti, aveva offerto il necessario. Così il cavaliere era -guarito prima di Tizia. - -Io per accelerare la sua guarigione, a costo di dire una bugia -lusingandolo troppo, mi arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella -doppia malattia dimostrava una crisi di un identico male. - -— Dio lo voglia! mormorò lui. - -— Dio lo vorrà, assicurai. - -Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo. - -E quel giorno medesimo, trovatami con lei dopo il desinare, appena -Diego Corona se ne fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo -ancora per placarmi, ma senza punto voglia di celiare, che aveva -proprio deciso di entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno. - -Era sempre stata una sua vecchia idea, che per essere messa in atto non -altro aspettava che il buon momento. E le pareva giunto! - -— Ah! sì! ti pare proprio giunto? - -A lei pareva. Comprendendo di dare una grande afflizione al babbo, il -quale non aveva altri che lei, aveva sempre differito, ma ora era quasi -sicura che se essa si facesse educanda e poi monaca, Diego Corona si -consolerebbe, sposandosi un’altra volta. Essa non vedeva niente di male -in questo; se le fosse stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie -mani alla seconda felicità del babbo. - -— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a morirne! dissi. - -Non dubitava che il babbo le volesse bene; era sicura che dovesse -soffrire della determinazione di sua figlia; era certa, certissima, -che la sua sofferenza non andrebbe fino alla morte, ma si fermerebbe al -matrimonio. - -Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io che ero quasi incline ad -acconsentire nell’idea che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero -in ogni caso state un toccasana, forse io pure sbagliavo. - -Quando il padre già addolorato venne in cognizione della pensata di -sua figlia, del suo sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque -anni passati nell’Alta Italia prima e poi nella Mediterranea; mancò -all’ufficio. Vederlo andare su e giù per le stanze, fermarsi ogni tanto -a contemplare attentamente una zanzara attaccata a un vetro, era una -pena; sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi repressi -che, tutto mancandogli a un tempo, per lui non rimaneva altro se non -andare all’altro mondo, era uno strazio. - -Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel sorriso faceva male al -cuore. - -Gli diceva: - -— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava pur che te lo dicessi, -lo sai, non è la prima volta che penso a questa... cosa; ora te l’ho -detta e mi basta; non stare a credere ch’io voglia andarmene subito -per lasciarti solo; ma col tempo, quando tu pure abbia visto che è il -partito più conveniente per me, che non ho la dote... - -— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente mormorando: — La -dote! la dote! - -— E che colpa hai tu, se non me la puoi dare? sei stato un padre -amoroso, mi hai tirato su amandomi tanto, mi hai educata con le tue -carezze, quante cose buone non mi hai insegnato tu, babbo mio, con le -carezze soltanto? - -Diego Corona avendo resistito sempre a queste parole che lusingavano il -suo cuore di padre amoroso, s’intenerì troppo e per non piangere alla -nostra presenza, scappò nella stanza vicina. - -E subito Tizia cessò il sorriso buono per ascoltare. - -Diego Corona non si fermò nella vicina stanza, tirò dritto fino alla -sua camera. - -— Bisognava pure che glielo dicessi, mi pare; assicurò melanconicamente. - -— Se ti pare, sarà... ma non tutte le cose che si dicono si fanno, e -questa non la farai... proprio. - -Tizia mi guardò senza rispondere. - -— Ti dico io che non la farai. - -Allora Tizia mi prese una mano con le sue. - -— Una volta avevo pensato che tu potessi essere la mia compagna nel -convento delle Marcelline; saremmo state tanto bene insieme; era un -sogno troppo bello; ma comprendo che tu non saresti felice; tu pensi -ancora a trovare marito. - -— Sicuro che vi penso, confessai, non siamo noi giovani tanto... e -belle un poco? E perchè non dovrei pensare a diventare la compagna di -un uomo piacente e la mamma dei miei figli? Quando mi sarà venuto il -primo sospetto di rimanere zitellona, saprò io come fare per evitare la -catastrofe... - -Almeno avevo richiamato il sorriso sulle labbra pallide di Tizia. - -— Non ne parliamo più, disse. - -Essa non parlò più; mi prese per mano e mi condusse fino all’uscio -della camera del suo babbo. - -— Babbo, chiamò. - -Nessuno rispondeva. - -— Babbo... siamo qua, ci vuoi, ci lasci entrare? - -Diego Corona si affacciò all’uscio, interrogò i nostri volti e si -lasciò baciare da sua figlia. - -— La pace è fatta? vuoi? - -Sì, Diego Corona voleva, ma non si parlasse mai più di conventi. - -— Non se ne parlerà... sei contento? - -Il babbo non era contento ancora; metteva gli occhi in volto a sua -figlia, guardando il fondo del suo pensiero. - -— Che cosa vuoi ancora? - -— Mai più, non è vero? - -Tizia lisciò la barba di suo padre. - - - - -IX. - - -A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia col saio nero e la cuffia -nera delle Marcelline era insopportabile; non potendo correre alla -finestra per chiedere aiuto ai passanti, si era recato subito dal -dottor Demetrio, per farsene un alleato. Confidava molto anche su me, -e da parte mia poteva tenersi sicuro che non avrei incoraggiato una -pazzia simile. Ricorse per consiglio anche al babbo, il quale non gli -seppe dire gran cosa per confortarlo. - -Ma il primo passo di Diego Corona, la visita al medico curante, -produsse un effetto impensato, perchè dal dottor Demetrio quello stesso -giorno la faccenda delle Marcelline venne all’orecchio del cavaliere -Codicini, il quale per conseguenza immediata se ne venne subito da me. - -Questa volta non venne solo. Venne con lui un vecchio. Mio padre era -appena andato all’ufficio, da far credere ch’essi fossero stati in -agguato sulla cantonata. - -Il cavaliere mi presentò il suo compagno. - -— Il commendatore Ramelli Codicini, mio padre.... - -Tutto in quella visita mi sembrava singolare; il pallore dei due -visitatori, la voce più rauca e più bassa del cavaliere; il contegno -grave e deliberato del commendatore. Io stava zitta fantasticando, il -vecchio non parlava punto, il Codicini soltanto ansimava nel dire la -causa della sua visita. - -— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi bene la causa -dell’ansia. - -Mi era parso d’intendere che il commendatore Ramelli fosso stato in -croce perchè il figliuolo soffriva troppo di non poter sposare la sua -Tizia, e avesse deciso di tentare egli stesso una prova suprema, ma -perchè la cosa potesse riuscire meglio, gli era venuto in mente di -farsi accompagnare da me. Ero io disposta a fare una carità cristiana? - -Quando Annibale Codicini ebbe tentato inutilmente di spiegare -bene questa cosa semplicissima, che in bocca sua diventava di una -complicazione enorme, il babbo commendatore aggiunse melanconicamente: - -— Ci vuole aiutare, signorina? Dico meglio: _Mi_ vuole aiutare? perchè -mio figlio è troppo scoraggiato, e non avrà il coraggio di salire le -scale della sua antica fidanzata. Rimarrà in istrada a fare l’amore -come fanno in Spagna, guardando la finestra. - -Volle sorridere per togliersi dalla faccia pallida quel velo nero di -melanconia, che gli dava un aspetto di funerale. Non vi riuscì, e il -figlio soffocando un gemito e protendendo le mani supplicò: - -— Babbo, dammi retta, non andare da lei, non tentare più nulla, è -inutile. - -La faccia funerea ebbe un lampo di luce e si animò come per ribadire un -proposito. Ma egli tacque. - -Io lessi negli occhi suoi tutto quel che aveva saputo tacere; il breve -silenzio fu rotto ancora dalle parole di prima, dette a me con la -stessa tetraggine. - -— Mi vuole aiutare, signorina? - -— Quando? domandai abbassando la voce istintivamente, per far intendere -ch’ero pronta ad accettare la complicità. - -— Subito, rispose il vecchio. - -Mi rizzai, senza dir parola; si rizzarono tutti. - -— Per carità, babbo mio, scongiurava il cavaliere Codicini, diventato -come fanciullo al cospetto di suo padre. - -— Scusino un momentino, rimangano a sedere, torno subito, mi metto il -cappellino appena. - -Mi erano entrate in capo parecchie idee singolari, una delle quali -sicuramente era la vera; ma io non era andata in cerca di nessuna, -e nessuna aveva incoraggiato a rimanere; così rimanevano tutte a -punzecchiarmi leggermente. - -— Non sono curiosa, dissi a me stessa nel mettermi il cappello davanti -allo specchio; quel che sarà sarà; io non voglio sapere, ma forse saprò -tutto senza volere. - -Tornando in salotto trovai il giovane innamorato con la testa china e -il commendatore invece, a capo eretto, con lo sguardo fisso sull’uscio -da cui doveva entrare. - -— Vogliamo andare? - -Ci avviammo in silenzio. Nell’anticamera, padre e figlio si misero ai -lati dell’uscio per lasciarmi passare prima, e ancorchè io consigliassi -a entrambi di mettere il cappello perchè tirava vento e il commendatore -era calvo come una zucca, entrambi vollero rimanere a testa scoperta -finchè la porta non si fu chiusa alle nostre spalle. - -Per via mi presero in mezzo, il vecchio alla mia sinistra, alla destra -il giovane, e quando il marciapiedi non permetteva di stare in tre, uno -si scostava subito per lasciarmi il passo libero. - -E tutte queste attenzioni erano fatte con faccia da funerale, senza mai -dir parola. - -Fin dall’imboccatura della strada di Tizia, io avevo visto gli occhi -melanconici del cavaliere fissarsi con desiderio e timore sui due -balconcini noti dove forse la sua fidanzata si era affacciata per -accompagnarlo collo sguardo e non lasciarlo solo quanto era lunga la -strada. Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi sa?... Intanto -avevamo la fortuna che i balconi erano deserti e le vetrate chiuse. - -Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci di non -allontanarsi troppo per poterci trovare subito all’uscita. - -Gli stringo la mano per dirgli alla muta che faremo il più presto -possibile e non lo lasceremo vagare come un’anima in pena. - -Saliamo le scale sempre in silenzio: solo sul pianerottolo, prima di -sonare, mi fermo a guardare il vecchio commendatore; è sempre pallido -come un morto, su tutta la sua persona è sceso il velo nero del dolore, -ma gli occhi brillano ancora. - -Suono. - -Oh! Dio! che scena si prepara? - -— Tizia è in casa? - -Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in salotto. - -— Le dirai che sono qua. - -Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa deve entrare, per -abbracciarmela stretta appena la vedo; il commendatore, forse senza -nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte, si è quasi addossato alla -parete. - -E Tizia entra. - -Il suo sorriso mi dice subito: che significa? - -E mentre io le bacio le due guance, essa che non ha visto ancora chi mi -accompagna, mi domanda: - -— Che significa andartene in salotto, senza venirmi a cercare in camera? - -Ma la frase rimane tronca, il sorriso si cancella, ha visto il vecchio. - -— Ti presento il commendatore Ramelli, dico a Tizia, premendole forte -il braccio per darle forza. Egli ha bisogno di parlarti.... - -Il vecchio s’inchina, senza lasciare la sua positura. - -Tizia è molto agitata, sento il suo braccio tremare forte nella mia -mano, poi calmarsi a un tratto. - -— Lo conosco benissimo, risponde con un filo di voce. Commendatore, si -accomodi, tu non te ne andare. - -— Andrò di là un momentino; non ti dispiace? - -— Mi spiace, risponde Tizia, rimani qui accanto a me... quello che deve -dirmi il commendatore, o un altro qualsiasi, tu pure lo puoi ascoltare; -lo sai bene che con te non ho segreti. - -Sapevo il contrario. Non mi aveva forse taciuto sempre la fuga del suo -fidanzato? - -— Ma io non voglio ascoltare le cose che non mi riguardano, non sono -curiosa. - -— E nemmeno ciarliera, assicura Tizia a bassa voce. - -Intanto le parti sono mutate, ora è lei che afferra forte il mio -braccio perchè non me ne vada. - -Io non so come fare; non guardo nemmeno il vecchio per non crescere la -pena che deve sentire. - -— Siedi qui accanto a me, s’ostina a dire Tizia. - -— Signorina, contenti l’amica sua, la prego anch’io, rimanga. - -La voce di quell’uomo stancato dagli anni, dai dispiaceri forse, è -tranquilla, ma così tenue e così rassegnata da fare pietà. - -Guardo Tizia, parendomi che ora almeno si dovrà intenerire e -permettermi di lasciarla; ma essa ha gli occhi fissi in una cosa -lontana lontana, e non bella di sicuro. - -Il commendatore si asciuga la testa nuda e comincia fiocamente: - -— Una volta, e me lo ricordo come se fosse ieri, in questa stanza -medesima, in questo seggiolone, standomi lei accanto, bella come ora, -ma più serena in viso, io lieto come non ero mai stato, facevo per -mio figlio la domanda della sua mano al babbo suo, il quale sedeva qui -accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato ed era tutta rossa -in volto; me ne ricordo.... - -Tace un momentino. Tizia nulla risponde, il vecchio prosegue: - -— In quel tempo felice tutto andava bene per noi. Io ero venuto apposta -da Bologna, dove amministravo la casa Meralis, dove avevo molte azioni -alla Banca di cui ero consigliere e quasi direttore. Contentare mio -figlio mi sembrava la cosa più bella e più santa, non avevo voluto -informarmi della dote nè d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato, -vedevo lei tanto bella e tanto... cara, scusi se parlo così... mi -pareva che la felicità nostra fosse sicura.... E, quando il signor -Diego Corona volle informarmi ch’egli non poteva dare nessuna dote -alla propria figliuola, io mi rizzai per impedire che dicesse di più, -comprendendo la sua pena. Mi ricordo che dissi così: - -«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto, e io sono come mio figlio.» - -Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda sempre quella cosa lontana e -poco bella che io non posso vedere. - -— Le presento le cose come erano allora, a costo di farle pena, perchè -possa essere sicura che mio figlio e io non vedevamo nulla di più -bello di questo matrimonio, che eravamo contenti quanto si può essere. -Annibale aveva viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva di -entrare col mio patrocinio in una casa di commercio o in una Banca; -aveva anche un piccolo capitale toccatogli dalla povera madre sua, -centomila lire, poco più: poteva benissimo accasarsi con la fanciulla -che meglio gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse un po’ di denaro -alla felicità comune. E io che per il mio ufficio maneggiava molto -denaro degli altri, non pensai nemmeno un momento a far dipendere la -felicità di mio figlio dalla dote di sua moglie. - -Segue un breve silenzio, durante il quale il commendatore non aiutato -da una parola buona unisce un momento le mani scarne come per pregare -qualcuno, poi comincia a stringersele, a storcerle nervosamente, mentre -prosegue: - -— Tutta quella felicità sognata svanì pochi mesi dopo... e la colpa fu -mia soltanto. - -Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca dalla cosa lontana per -fissarsi su quel vecchio patito con un po’ di misericordia. - -— Sì, continua egli, come parlando dal suo sepolcro; mia soltanto. La -prudenza che mi aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta sola -nella mia vecchiaia; erano tristi momenti per le finanze italiane, -il gran giuoco era il ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il -rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto giocai ancora e in -meno di due mesi fui rovinato. - -«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore, quando mio figlio -accorse a Bologna... vide il mio stato... e, per salvare suo padre, -rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al matrimonio.» - -Tutto questo a me sembra chiaro, e forse a Tizia pure, ma essa non -trova subito la forza di parlare, e allora il vecchio curva più ancora -il capo pallido. Non vedo quasi di lui altro che la calvizie intatta, -e di profilo tutto il naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella -positura di prima. - -— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle.... - -— No, no.... - -Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un gran bene. - -— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a tutto il suo patrimonio per -salvarmi.... perchè io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare -il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato solo del mio -denaro, avrei rinunziato alla mia posizione per campare accanto ai miei -figli.... ma vi era anche una cambiale.... - -Ora il commendatore si copre la faccia con le mani e balbetta: con la -firma di Annibale Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla.... - -— No, no.... basta signore.... basta. - -— Basta.... dico anch’io. - -E Tizia si affretta a restituire il titolo che forse ha soppresso -credendo di far bene. - -— Non dica altro, commendatore, per carità. - -Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa, si asciuga con la -pezzuola e con voce libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava, -dice: - -— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto tutto. Annibale, ridotto -in miseria come suo padre, non poteva più sposare la sua fidanzata; -avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe stato leale e bello; ma egli -non volle che nessuno al mondo potesse penetrare la mia colpa. Lasciò -Milano per un poco, e se ne venne a stare col babbo colpevole di -avergli tolto tutta la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse -sopraffatto dal rimorso, lo amò molto, molto.... che ne aveva tanto -bisogno. Ora dica, signorina.... se un uomo simile al mio Annibale non -merita d’essere riamato.... - -— Ah! Dio! strillo io in questo punto. - -— Che è stato? - -— Che è stato? - -— È stato nientemeno che un ragno, ma così grosso, Dio buono, ma così -grosso da far morire di paura. Mi spiace d’essere importuna di guastare -una cosa avviata magnificamente, ma che colpa ho io se sono così? - -— Dov’è? Dov’è? - -— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego fermandosi ogni tanto, e -ha le zampe così lunghe che sembra camminare sui trampoli... Oh! Dio! -Ecco che si avanza ancora! - -Io mi sono tirata in disparte, sollevando la veste, perchè quella -bestiaccia mi sembra capacissima di volersi arrampicare sopra il mio -corpo, e ogni tanto, si pensi quel che si vuole, io strillo. - -Tizia invece ride. - -E il commendatore dice umilmente: - -— Segno di fortuna. - -— Chiamo la fantesca con la scopa? dico io. - -— No, ecco, si dirige alla finestra. Forse è entrato dalla fessura, -perchè le vetrate sono socchiuse, lasciamo che se ne vada per dove è -venuto. - -E con un coraggio da eroina, Tizia, badando solo a non calpestare il -suo ospite, gli apre tutta la finestra. - -Infatti il ragno se ne va di lì maestosamente accompagnato da -Tizia, la quale, giunta al balconcino, si arresta un poco, guarda il -commendatore, il quale guarda me, poi Tizia rientra sorridendo senza -dir parola mi abbraccia e non mi lascia più, finchè il campanello ci -annunzia una visita. - -Tizia ci dice semplicemente: «_Esso_ aveva la sua tela sotto il balcone -ed è rientrato in casa. _Egli_ era da basso: ci siamo visti, gli ho -fatto cenno di salire.» - -_Esso_, cioè il ragno; _egli_, cioè il cavaliere. - -Il commendatore scoppia in un pianto di tenerezza, ma si asciuga il -volto con la pezzuola e si fa forte perchè ora non gli pare il caso che -ci occupiamo di lui. - -E quando il cavaliere entra in salotto preceduto dalla fantesca, dopo -un minuto di silenzio il commendatore scatta nervosamente a dire: - -— Mi pare che tutto sia accomodato, non è vero, signorina? - -Tizia guarda il futuro suocero con occhio pietoso e si stacca da me per -porgergli la mano. - -Sento mormorare: — grazie, grazie! - -— E io? domanda il cavaliere. - -E lui? Vi potete immaginare ch’io non poteva rimanere un minuto di più, -perchè ero aspettata a casa; me ne vado accompagnata dal commendatore, -e _di lui_ per quel giorno non so altro. - -Ma lungo la via il vecchio, uscito un momento dalla tetraggine, vi -rientra tutto quanto. Ha ridata la felicità a suo figlio, ma ora -desidera di morire perchè si crede disonorato un’altra volta. - -— Signorina, mi dice, che penserà ora di me? - -— Penso che lei ha avuto molte disgrazie, che fortunatamente tutto si è -accomodato; non penso altro. - -Egli crollò il capo, e senza più fiatare mi accompagnò in silenzio. - -E lungo la via io guardo a tutte le vetrine per non vedere le sue -lagrime. Prima di arrivare al portone, egli si soffia il naso un’ultima -volta e si leva il cappello per salutarmi. Gli porgo la mano, egli -la tocca appena appena e a me pure dice _grazie_ con la voce fioca di -prima. - - * - * * - -La mattina successiva la mia buona Tizia era tornata quella di una -volta, e prima delle dieci, appena Diego Corona se ne fu andato -all’uffizio, mi venne a confessare che il suo Annibale era innamorato -come nei bei tempi, e non farebbe la seconda volta il tiro di piantarla -col corredo di nozze senza aver detto sì in municipio. - -E quando Annibale avesse detto sì al sindaco o all’assessore, era essa -ben sicura di non sentirsi il prurito di dire _no_ per vendicarsi? - -Prima non comprese; poi fu lungamente una doppia risata. All’ultimo -la mia buona Tizia confessò che quest’idea aveva del buono, ma, non -essendole venuta prima, non ne avrebbe approfittato. - -Dunque rinunziava a tutte le Marcelline? Rinunziava. - -— Sai, le dissi, il babbo mio m’incarica di presentarti le sue -condoglianze sincere perchè se tu puoi dire all’incirca quanto guadagni -sposandoti al tuo Annibale (stai bene attenta?) non sapresti nemmeno -immaginare quanto perdi.... non sposando lui. - -Era verissimo, ma non lo potendo nemmeno immaginare, la rassegnazione -era più facile. - -— E non diventerai mia matrigna, sospirai. - -— Non diventerò tua matrigna, sospirò. - -Ancora le risate di prima; insomma, eravamo proprio contente. Ma ci -avessero almeno lasciate a goderci la segreta festicciuola di ciancie -e di buon umore; nossignori; ecco Annibale che si permette prima -delle undici di venire a farmi la visita di ringraziamento per la mia -complicità generosa. - -Per questo solo? Non per questo solo. Forse perchè essendo andato a -vedere la sua fidanzata e non avendola trovata in casa, immaginava di -essere più fortunato da me. - -Per questo solo? Nemmeno. - -Anche perchè il commendatore nella notte era stato preso da una febbre -calda con delirio. - -— Oh! povero vecchio! - -Inutilmente suo figlio aveva cercato di dimostrargli che la sua colpa -era scusabile e non portava seco l’infamia, avendo egli pagato fin -l’ultimo centesimo. Delirava e non aveva inteso nulla. - -— E, cessato il delirio? - -Il delirio essendo cessato, Annibale aveva creduto bene lasciarlo -dormire senza dimostrargli più nulla. - -Ma più tardi bisognerebbe pur dire al vecchio padre che in quanto aveva -fatto non era nulla di molto male.... perchè egli.... nel fare.... -si era servito del denaro di suo figlio, che è quasi come dire del -proprio; il mondo non si era accorto di nullo, le amministrazioni nelle -quali aveva mano in pasta, non essendo danneggiate, avevano chiuso un -occhio; non per nulla Ramelli dopo l’affare mal riuscito era rimasto -ancora nelle sue cariche, e nell’uscirne gli avevano dato la pensione; -e la commenda del Cristo di Portogallo non gli era già venuta dal -cielo. - -Per dire tutto, il commendatore del Cristo in cambio delle centomila -lire fatte perdere a suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce di -cavaliere per _benemerenza_. Un uomo che può far questo non è un uomo -morto. - -Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe andata a risanare il -caro ammalato. Se non volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno lo -consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in due soltanto, Tizia e io, -a conoscere il suo segreto, e che non ci sarebbe mai uscito di bocca, -nemmeno a strapparcelo con le tenaglie. E allora pensai che la visita -mattutina avesse anche l’intento di farmi promettere e giurare il -silenzio, senza aver l’aria di pretendere nulla. - -Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato con anima viva; ne scrivo ora -avendo preso le mie precauzioni. Quali? Si possono bene immaginare. -Intanto il lettore, anche cercando bene in questi scarabocchi, non -troverà il mio nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa sola -precauzione basterebbe. - -Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia e guarì così bene -che il giorno delle nostre nozze volle dare il braccio a entrambe. -Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto sua figlia, il -babbo mio aveva preso me; nel ritorno il cavaliere Codicini si era -impadronito di sua moglie e di me mio marito. - -Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della Croce di Malta, dove si -doveva consumare il doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun -paio da parti opposte, un paio per battello verso Chiavenna e -l’Engadina, l’altro per Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò -le due spose alle due braccia per far la salita. E i mariti vennero su -anch’essi a braccetto ridendo. E i babbi pure. - -Ma, dunque, anch’io sposa? - -Ma sì, anch’io sposa. - -E a chi? - -E a chi mai, se non a mio cugino chimico e dottore Augusto? - -Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo ancora, prima di -decidersi al gran passo. Molte volte era stato lì lì per avventarsi al -matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva trattenuto; egli attendeva, -me lo confessa oggi, un avviso straordinario e soprannaturale che si -ostinava a farsi aspettare. - -I mosconi chiassosi erano entrati, non so quante volte dalle sue -finestre aperte, molti bicchieri colmi di buon vino si erano rovesciati -sulla tovaglia; perfino un ragno si era coraggiosamente cacciato sotto -il suo tovagliuolo, ma inutilmente. - -Egli aspettava cose più straordinarie, cose soprannaturali. Una voce -che gli gridasse durante il sonno di sposarmi subito, forse sarebbe -bastata? - -Egli non sa di sicuro. - -E feci bene io a dichiarargli che avevo deciso fermamente di farmi -Marcellina. - -Allora egli volle a ogni costo farmi sua moglie, e io non mi feci -troppo pregare, - -Fin qui le cose non vanno male per le due paia di sposi; il mondo -tenebroso rispetta la nostra luce come noi rispettiamo il suo buio. - -E il numero tredici? - -— Ah! dissi un giorno al mio dottore chimico, dimmi la verità che uno -dei numeri tredici che mi sono stati restituiti era il tuo? - -Era proprio il suo.... - -Ma l’altro, quello che avevo smarrito davvero, chi sa che fine ha fatto? - -Rispettiamo il mistero. - -Quando Tizia tornò col cavaliere Codicini dal suo viaggio di nozze, io -le feci trovare sotto il cuscino un numero tredici, tenni l’altro per -me. - -E oggi sono quasi sicura che porteranno fortuna entrambi. Così sia. - - - FINE. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL NUMERO 13 *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. 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Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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CHIESA, F.lli OMODEI-ZORINI & F. GUINDANI</span> -</p> - -<p> -<i>Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80</i><br /> -<i>Portici Settentrionali, 23</i> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -Proprietà letteraria -</p> - -<p> -Milano. 1845 — Tip. Pagnoni<br /> -Via Solferino, 7. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<h2 class="hidden"> -Prefazione -</h2> -</div> - -<p> -Le pagine che seguono mi hanno servito -a Vienna, a Praga, a Lipsia, a Berlino, -a Francoforte, ad Eidelberga, a Zurigo, a Berna -e in altre città straniere, dove le ho lette in lingua -italiana, a pubblici intelligenti e amanti di -conferenze. -</p> - -<p> -Stampate ora qui, forse che vogliono essere una -specie di dichiarazione di fede letteraria, a significare -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -al prossimo mio che io non ho mutato nè -mai muterò, lasciando che gli altri si trasformino -come e quanto vogliono? -</p> - -<p> -Perchè no? -</p> - -<p> -Ho la coscienza che l’arte del romanziere debb’essere -press’a poco così. Se la mia coscienza -sbaglia, come altri m’insegna, io non contraddico; -ma domando a costui, autore o critico, -di assicurarmi che, dopo aver mutato dieci volte -la sua maniera di comporre o di far la critica, -dopo essere stato <i>realista, impressionista, naturalista, -colorista, ambientista</i>, egli sarà in -avvenire <i>simbolista, psicologista</i>... o qualcos’altro, -sempre e unicamente <i>psicologista, simbolista</i>... -o qualcos’altro. -</p> - -<p> -Finchè non mi sarà data questa preziosa certezza, -io con l’ingenuità che mi distingue, domanderò: -<i>fino a quando?</i> -</p> - -<p> -E fino allora farò il comodo mio; sarò non già -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -russo nè francese, ma italiano, ingegnandomi di -scrivere nella mia lingua tanto facile, facile -tanto che <i>forse</i> nessuno di noi romanzieri e critici -la sa bene ancora. -</p> - -<p> -<i>Forse</i>... perchè vi è sempre qualcuno, il quale -s’immagina di saperla troppo. -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">S. Farina.</span> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -</p> - -<h2>COME SI SCRIVE UN ROMANZO?</h2> -</div> - -<p> -<i>A una certa età tutti abbiamo <span class="upright">fatto</span> un buon -romanzo; non si tratta altro che di <span class="upright">scriverlo</span>.</i> -</p> - -<p> -<i>Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci -bene. Per <span class="upright">fare</span> un romanzo tutte le -età sono buone; possono fare il primo anche i -bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie -volte; ma per scriverlo bisogna avere -passato d’un bel poco l’età maggiore.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -</p> - -<p> -<i>I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più -mosaici di parole, di pensieri a prestito, d’immagini -copiate; il romanziere ventenne, perchè -non appaia subito il suo magnifico difetto di -esser troppo giovane, tace del romanzo che -forse ha fatto o sta facendo, per scriver quello -che farà gemere prima i torchi, poi i lettori, -poi sè stesso. Egli vuole indovinare la vita ancora -coperta d’un velo color di rosa, sentenzia -sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino -una sola, e di questa per sua disgrazia tace, -oppure la gonfia, perchè non sia riconosciuta, -o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto.</i> -</p> - -<p> -<i>Il buon romanzo, frutto saporito, spesso -amaro dell’esperienza, ce lo porge la virilità.</i> -</p> - -<p> -<i>Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile -dei grandi poeti; perchè in quella forma che -accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi -non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti -e le antitesi chiassose, ma sono stati -sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a -dispetto della rima difficile.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -</p> - -<p> -<i>È sembrato loro audace di mostrarsi nudi -in versi. In prosa ne avrebbero avuto vergogna.</i> -</p> - -<p> -<i>Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile -si accosta un poco alla poesia dei vecchi; -ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti -dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli. -E la poesia senile mi piace. Questi fanciulloni -incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte, -Goethe o Victor Hugo, tentino pure -con l’ultima audacia tutte le corde; io ascolterò -sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio -che canta ancora, mi dà la lagrima della -poesia; come l’indulgenza sua mi dà la lagrima -del pensiero. A parer mio la lirica -dovrebbe esser lasciata all’uomo fino a trenta -anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo di queste -due età, la poesia potrebbe dar luogo a un -po’ di buona prosa... e perchè no?... al romanzo. -Già, è inutile nasconderlo, troppi interessi legano -l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -attingere alle fresche onde d’Ipocrene, come si -diceva una volta; il poeta, salvo le dovute eccezioni, -se anche ha il pane e il companatico, -comincia a essere preso da cento smanie mondane; -non fruga più nel cielo, si guarda ai -piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda -ai fianchi perchè gli hanno detto che la folla -può nascondere un sicario... o almeno un borsaiolo.</i> -</p> - -<p> -<i>Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero. -Raro è che la politica non l’abbia afferrato, -e allora è finito; uno che si sente possessore -di molto bagaglio di parole poetiche, e -queste sa disporre con la sonorità necessaria, -può fare ancora una bella musica di versi, ma -non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è -bugia, è bugia sincera; è gioventù, la quale si -perde a trent’anni;... ma qualche volta si riacquista -a sessanta.</i> -</p> - -<p> -<i>Torniamo al romanzo.</i> -</p> - -<p> -<i>Dunque voi avete venticinque anni, almeno, -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -avete fatto mezza dozzina di romanzi; ora volete -scriverne uno.</i> -</p> - -<p> -<i>Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete -voi <span class="upright">romantici</span>, o <span class="upright">idealisti</span>, o <span class="upright">realisti</span>, oppure -<span class="upright">veristi</span>, ovverosia <span class="upright">impressionisti</span>? Tutte queste -parole, e altre di simil genere, vogliono rappresentare -qualche cosa, forse una <span class="upright">scuola</span>, sicuramente -un <span class="upright">difetto</span>. E voi fate a modo mio; siate -voi stessi; sinceramente, sempre voi; le mode -passano, resta la sostanza; e se quello che dovete -dire ha valore, se la veste che darete al -vostro pensiero sarà attraente, sia <span class="upright">ideale</span>, o sia -<span class="upright">reale</span>, o sia <span class="upright">verista</span>, pur che sia <span class="upright">vera</span> (che significa -ben altro), pur che sia bella, il vostro -romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni -difficili sarà svanito. Non abbiate timore -di mostrarvi come la natura vi ha creato; se -siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui, -tanto meglio; e voi mostratevi scettici e ingenui.</i> -</p> - -<p> -<i>Un giorno la critica fece molto rumore per -dichiarare al mondo che l’arte e la letteratura -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -hanno lo stretto dovere d’essere <span class="upright">impersonali</span>; -un altro giorno un’altra critica dirà che la -letteratura e l’arte non possono vivere se non -a patto che siano <span class="upright">personali</span>. Ma ciò che dirà -la critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto; -soltanto e sempre la critica altissima si -è inchinata quando ha trovato di fronte a sè -un <span class="upright">temperamento artistico e letterario</span>.</i> -</p> - -<p> -<i>Dunque non consultate il figurino della moda -prima di scrivere il vostro romanzo; guardate -nell’anima vostra, guardate bene, guardate attentamente -e in fondo, e badate bene di non -rifiutare talune cose che a bella prima vi parrannno -volgari, perchè la natura non ha fatto -cose volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte -o della letteratura le fa sembrare così.</i> -</p> - -<p> -<i>E nemmeno dovete andare in cerca di cose -nuove, perchè la natura non ne ha, da un pezzetto; -però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino -o da lontano, secondo i casi, possono parer -sempre nuovi, e non parer soltanto, ma -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -ringiovanire veramente da sembrare nati ieri.</i> -</p> - -<p> -<i>I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro -hanno saputo trovare se non lo strano: lo -strano, che è il <span class="upright">difetto</span>, mentre l’antica madre -di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non -volete dire che ne ha uno solo: l’<span class="upright">uomo</span>, non -mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè delle -altre creature che fa servire al comodaccio -suo...</i> -</p> - -<p> -<i>Pure le <span class="upright">scuole</span> vi serviranno a qualche cosa.... -ad evitare i difetti del vostro romanzo.</i> -</p> - -<p> -<i>I libri d’un certo autore vi diranno che, per -far chiasso più del necessario, convien cercare -nel vocabolario le parole più crude, e farle -servire a dipingere le cose più brutte dell’anima, -della società e della stessa natura; e voi, -che non volete fare più chiasso del necessario, -che non volete farvi un milioncino con la vostra -penna, voi che volete essere voi stessi perchè -rispettosi di voi stessi, voi dite tutto quello -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -che avete a dire, e nulla più, adoperando solo -i vocaboli propri, e se si può, i più puliti.</i> -</p> - -<p> -<i>Col pretesto dell’ambiente o del color locale, -un altro libro v’insegnerà a mettere nel libro -vostro tirititere interminabili, ciancie inutili, -descrizioni farraginose, parole mal maritate ad -aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non -volete scrivere a orecchio, come tanta gentuccia -lodata nei giornali, voi, a cui sta fisso in mente -che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili, -sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche -sembrar freddi a certi lettori troppo caldi.</i> -</p> - -<p> -<i>Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, -o la vostra novella.</i> -</p> - -<p> -<i>Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate -scrivere stando a letto come un romanziere -che conosco io), avete un bel mucchietto -di pagine che numererete man mano, scrivendo -sopra una facciata sola, riserbando l’altra ai -pentimenti, alle aggiunte che vi saranno necessarie.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<p> -<i>Avete scritto il titolo e il numero <span class="upright">uno</span> sulla -prima pagina, ma ecco vi assale un altro -dubbio. La tela, grande o piccola, che devo -svolgere a che forma si presta meglio? Cioè scriverò -io in <span class="upright">terza persona</span>, o in <span class="upright">prima</span>, in altri -termini devo far parlare un personaggio, o fare -io stesso la narrazione?</i> -</p> - -<p> -<i>La cosa non è indifferente, come può sembrare -a chi non ha esperimentato mai; nel più -dei casi è bene, anzi è quasi necessario, che il -novelliere narri di cose e di persone che gli -stiano a una certa distanza; egli così può dire -tutto, stando sempre nel verisimile, e per meglio -accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce -molte malizie; può per esempio accomodare -il tempo; se gli torna che una cosa accada -sotto gli occhi del suo lettore, egli la -scrive in tempo presente, e il lettore diventa più -curioso e a volte si lascia trascinare da quella -malizietta a una maggiore ansietà.</i> -</p> - -<p> -<i>Ma certamente una narrazione fatta in persona -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -prima ha un carattere di spontaneità e -di verità che invano si cerca di ottenere in -ogni altro modo. A chi narri quanto gli è accaduto, -per ciò solo si crede meglio, mentre il -romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, -quando non fa il mestiere, e il lettore ha cento -ragioni di diffidare di lui.</i> -</p> - -<p> -<i>D’altra parte, il personaggio che narra le -cose <span class="upright">accadute a lui medesimo</span> ha il dovere di -tacere molto; dove egli non ha potuto assistere -alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche -volta il romanziere si rassegna, rinuncia -alla verisimiglianza massima, e si accontenta -di una verisimiglianza minore, cioè scrive in -terza persona.</i> -</p> - -<p> -<i>Dunque fate voi stessi la narrazione.</i> -</p> - -<p> -<i>Nella forma classica?</i> -</p> - -<p> -<i><span class="upright">Era una volta</span>, come nelle fiabe; oppure -<span class="upright">Scoccava il mezzodì</span>... o <span class="upright">Si perdevano nell’aria -gli ultimi tocchi della mezzanotte</span>, noiosissime -campane che hanno sonato nel primo periodo -di diecimila romanzi.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -<i>Ma voi non comincerete così, e nemmeno: -<span class="upright">Era una bella sera di giugno</span>, o <span class="upright">di novembre</span>.</i> -</p> - -<p> -<i>Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento; -presenterete un’idea necessaria al -tema, metterete innanzi un personaggio per -fargli dire o fare qualche cosa.</i> -</p> - -<p> -<i>Possibile! E la <span class="upright">messa in iscena</span>? Certi critici -strilleranno perchè non gli servite un ambiente -tutto d’un pezzo; se fate <span class="upright">lavorare</span> un -personaggio senza aver dato prima le dimensioni -del suo naso, indicato il colore preciso -dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli -avvenimenti accadranno senza preparare lo -scenario, <span class="upright">paesaggio</span> o <span class="upright">interno</span> come in teatro, -non parranno loro veri o verisimili.</i> -</p> - -<p> -<i>E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura, -perchè avete visto che negli avvenimenti -umani, essa è una bella indifferente; essa -piove, o splende, o è annuvolata quando le -accomoda; e anche avete visto che, volendo -interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -ebbrezze della vostra vita, non sapreste -dire con sicurezza se si compissero in giorno -di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare -ancora, vi farà palpitare sempre.</i> -</p> - -<p> -<i>Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di -ambiente, per preparare non so che; i vostri -personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a -fare, s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti -senza saperlo. Perchè, a essere sinceri, -nulla di più uggioso d’una descrizione -completa che bisogna sorbire tutta, o saltare, -mentre i personaggi sono impazienti di <span class="upright">fare</span>, di -<span class="upright">pensare</span>, di <span class="upright">sentire</span>, e noi di leggere i loro sentimenti, -i loro pensieri, le loro azioni.</i> -</p> - -<p> -<i>Non perciò voi rinunziate al <span class="upright">paesaggio</span>, nè -agli <span class="upright">interni</span>; troverete qua e là il momento di -accennare al sole o alla nevicata, agli alberi -nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano -sui viali o si levano per l’aria luminosa o greve. -Di questi tocchi sapientemente disposti qua -e là, non uno andrà perduto; il lettore, che -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -non avrà avuto la grossa porzione descrittiva -a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che ve n’è -grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere -ogni parola, ogni frase, che gli restituisca -il suo paesaggio vivo e il suo ambiente -vero.</i> -</p> - -<p> -<i>E infatti la vita e la verità in che modo si -presentano?</i> -</p> - -<p> -<i>Voi entrate per la prima volta in una stanza; -al primo sguardo vedete solo che il luogo -è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma -per quanta sia la luce altro non vedete; un -po’ alla volta notate una libreria, un tavolino, -molte carte sopra una seggiola, un libro caduto -a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta, -e allora non vedete più la stanza; guardate -lui, e vedete di lui un pochino, cioè che -è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali -sul naso incorniciato da una gran barba -nera.</i> -</p> - -<p> -<i>E man mano notate che la sua parola è insinuante, -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -che accanto a voi è una statuetta di -bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a -gran scacchi, e che il signore fa dondolare i -ciondoli di una grossa catena sopra il panciotto -turchino.</i> -</p> - -<p> -<i>Se tornate un altro giorno in quella stanza -medesima a visitare lo stesso signore vedrete -altre cose non viste la prima volta; un altra -statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte -del signore grosso, un divano in un canto della -stanza.</i> -</p> - -<p> -<i>Fin che con molta frequenza vi riuscirà di -fare una descrizione ampia, ma non completa, -non farraginosa come Balzac ha insegnato a -fare a certi romanzieri moderni.</i> -</p> - -<p> -<i>In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto -torto, e per quanto garbo egli metta nel fare -le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, -non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine, -e solo appare <span class="upright">voluta</span> per accrescere il -numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -tutti sappiamo che Balzac era pagato un -tanto la linea, che faceva un romanzo in -quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità -di pagare i suoi debiti.</i> -</p> - -<p> -<i>Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, -non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio -ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori -che tutto gli sembra lecito.</i> -</p> - -<p> -<i>Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal -chiasso in una determinata stagione, si ravvede -presto, e la posterità non è mai imbecille.</i> -</p> - -<p> -<i>Quando avete scritto il primo capitolo del vostro -romanzo, gli altri verranno da sè; e saranno -letti con vivo interessamento, se non -avrete dimenticato la malizia d’essere semplici, -e saranno forse riletti con amore se sarete -stati sempre sinceri.</i> -</p> - -<p> -<i>Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un -autore che faccia molto parlare di sè; vi è da -scommettere che egli deve la sua fugace riuscita -a un difetto, magari a un <span class="upright">bel</span> difetto che la vostra -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -imitazione renderebbe insopportabile. Già -io l’ho sempre detto a me stesso e recentemente -l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica -il contrario, per sua intima coscienza, odia la -perfezione, e sempre s’innamora d’un difetto.»</i> -</p> - -<p> -<i>Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di -parole sonore, di aggettivi senza babbo nè mamma, -nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè -coprire di fronde il pensiero perchè sembri più -oscuro e nell’oscurità maggiore del vero; a far -questo, se anche riusciste a ingannare il lettore -grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel -vostro libro la vostra miseria pomposa.</i> -</p> - -<p> -<i>Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica -scoperta che molte parole comuni sono -fatte di due parole, per abusarne a rifare per -conto vostro il vocabolario.</i> -</p> - -<p> -<i>L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi -lessici: <span class="upright">della, accanto</span>, e anche voi scrivete così -senza voler passare per novatori o puristi scrivendo -pietosamente <span class="upright">de la, a canto</span>, ecc. Se avete -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete -dar prova fin dalle prime pagine, con la proprietà -del linguaggio, con la semplicità dell’esposizione, -scrivendo in modo che paia a ogni -lettore di poter quando voglia fare altrettanto. -Ma se vuole io scommetto che la prima volta -non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici -dopo infinite fatiche e pentimenti. Invece -a imitare periodi frondosi o zeppi d’aggettivi -spropositati, di parole disusate, rimesse in onore -per chiasso di bambini, riescirete alla prima.</i> -</p> - -<p> -<i>Ci vogliamo provare subito; volete?</i> -</p> - -<p> -<i>«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano -ha cacciato da la campagna pallida ne le ombre -povere le creature vive; ma quel bacio di -fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta -la loro nudità plastica, immobile, sgorbi di bronzo, -sulla polvere stanca della strada maestra.»</i> -</p> - -<p> -<i>Questo periodo può sembrare qualche cosa -alla gentuccia che legge, giudica, dà il premio -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in -verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto -così sarebbe la più miserabile delle umane scritture; -non è vero?</i> -</p> - -<p> -<i>Pare che non sia vero, perchè da un pezzo -questo stile fiorisce in Italia bella e altrove, e -fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante -in Francia.</i> -</p> - -<p> -<i>Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente -il tema; ma mi accontento d’aver -accennato le norme prime con cui scriverete il -vostro romanzo.</i> -</p> - -<p> -<i>Se invece quanto avete a dire è di piccol volume -e la vostra narrazione abbraccia pochi -personaggi, allora la verità vi afferra e quasi -vi costringe a servirvi della prima persona; voi -fate parlare un personaggio.</i> -</p> - -<p> -<i>Quale? Il protagonista potrebbe dire molto -più degli altri, per lo meno svelare meglio la -parte psichica della novella, cioè a metter nudo -sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -personaggio secondario, perchè, essendo egli in -grado di giudicare con criteri diversi gli avvenimenti -o, meglio ancora, di non giudicarli affatto, -gli narri appena. Il protagonista cadrebbe -nel difetto grande dell’esagerazione; -ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un -grande avvenimento; e se per poco la passione -forzasse il suo stile, la novella in bocca sua -diventerebbe un singhiozzo mortale.</i> -</p> - -<p> -<i>Però qualche volta, quando gli avvenimenti -da narrare non siano troppo appassionati, e -il fatto sia narrato a buona distanza di tempo, -il protagonista è il narratore migliore.</i> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p class="title"> -IL NUMERO 13 -</p> - -<p class="pad2"> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<h2>I.</h2> -</div> - -<p> -Io non ho mai avuto i pregiudizi di -certa gente e non dico <i>gentuccia</i>, perchè -fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto -una carissima, la quale se si sentiva venire -addosso un ragno era sicura che quella bestiaccia -le portava la fortuna, o una buona -notizia almeno, o un regaluccio. Io no. Se -avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato -tutti i ragni incontrati nella vita, ma il -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -coraggio non è proprio il mio forte; e ancora -oggi un ragno grosso m’ispira un senso di -rispetto da lontano; se si avvicina un poco, -mi fa strillare. Ma certi pregiudizi di donnette -non gli ebbi mai. -</p> - -<p> -E alla scuola magistrale quando il professore -di italiano, un bell’uomo sui cinquanta, -che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le -poesie con una voce (che voce! un flauto); -quando dunque il professore d’italiano si mostrò -sgomentato perchè nel gesticolare ebbe -la disgrazia di rovesciare il calamaio, e due -di noi accorsero prima del bidello a impedire -che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli -poi dire, con quel suo flauto, che l’inchiostro -gli metteva paura se usciva violentemente -dal calamaio, mi fece perdere un po’ -d’ammirazione per il professore, per la letteratura -e per la poesia. -</p> - -<p> -Non avevo io ragione? A che serve essere -tanto letterati, tanto professori, recitare così -bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un -calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra -felicità? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -</p> - -<p> -E veramente quel giorno il professore fu -infelicissimo; mi ricordo che noi applaudimmo -più delle altre volte per fargli passare la paura, -ma non vi fu verso; se n’andò sconsolato. -</p> - -<p> -Se almeno almeno gli fosse morto il canarino -o il micio, avrei potuto cambiare idea sul -punto dei pregiudizi; ma al professore, che -sappia io, non accadde nessuna sventura per -avere versato l’inchiostro sulla cattedra. -</p> - -<p> -E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile -ci vengono gli avvisi più straordinari, -in forme così semplici da non si credere. Alla -stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene -dell’anima, non capitò forse la sventura di perdere -il fidanzato nella strada dalla chiesa al -municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento -si era rovesciata la saliera sulla -tovaglia. -</p> - -<p> -Tizia è famosa per avere di questi annunzi -a tavola; un’altra volta, in un desinare allegro, -improvvisato senza giudizio in campagna, -al momento di scodellare la minestra si contarono -celiando.... orrore!... erano in tredici! -Per cancellare il brutto numero fecero venire -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -il marmocchio del fattore, ma sapete bene -(cioè voi non lo sapete nè bene nè male, come -non lo sapevo io), quando il brutto numero -è segnato il destino ha detto la sua parola. -Infatti quella scorpacciata procurò l’indigestione -al notaio Simola, il quale non ne mori -entro l’anno, ma si spense poi con comodo, -di un’altra indigestione, perchè a settantacinque -anni aveva un appetito da divorare i sassi, -e pochi denti per masticarli. -</p> - -<p> -Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che -si corre andando a tavola in molti e quando -si fa un invito a desinare si sta bene attenti -a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto -il poco risultato delle toppe. Ma con tutte le -precauzioni non sempre riesce di evitare la -cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro; -sopraggiunge una visita improvvisa; è -una persona cara che si vorrebbe trattenere a -desinare. Come fare? La tentazione sarebbe -di dire ad un’altra più indifferente di andarsene, -e una volta la mamma di Tizia ebbe il -triste coraggio di mandare in cucina insieme -coi bambini un nipote melenso, non avendo -l’altro di far venire a tavola i ragazzi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p> -Ma anche questa volta la cosa andò male. -Un invitato, lo zio Guido, uno scettico burlone, -dopo essersi scusato di non poter venire -fece l’improvvisata, e appunto venne per essere -in tredici a tavola. -</p> - -<p> -Fu veramente una brutta celia. Tizia e la -mamma sua, buon’anima, prese dalla disperazione, -allungarono le mense un altro poco, -fecero venire a tavola tutti i monelli, persino -la balia, e il nipote melenso riebbe il suo posticino. -</p> - -<p> -Per quella volta almeno la cosa passò liscia -e non capitarono disgrazie. -</p> - -<p> -Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre -e sempre ne riderò: però del numero <i>13</i>... -</p> - -<p> -Ma è ancora presto per dire che cosa è -capitato per questo numero fatale. -</p> - -<p> -Voglio ricordare invece che, quando ero piccina, -avevo un faccione di luna piena, ero diventata -tonda come un pane di burro, e vi -potrei giurare che non era l’abbondanza delle -refezioni di collegio. Mi ricordo anzi che, -avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola -mi cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -sotto il cuscino andando a letto e -divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi -la notte. E mi svegliavo sempre, perchè pativo -gli stiramenti di stomaco. -</p> - -<p> -Dunque, ogni volta che riportavo a casa la -mia luna piena, il povero dottor Tanzi, amico -di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute -e mi voleva sputare addosso. Egli credeva -di far finta soltanto, ma sputava davvero, ve -lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo. -</p> - -<p> -Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il -dottore rideva, assicurando che faceva così per -non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore -ed era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè -ora gli ho perdonato. Ma che dico mai! -Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che -non sono poi vecchia (vi pare? ho vent’anni -compiti appena) ho conosciuto un avvocato, -che se uscendo di casa incespicava, tornava -a letto e si dava per ammalato in tribunale. -</p> - -<p> -E a Parigi e a Londra (parlo per udita), -non è forse vero che i padroni di casa hanno -abolito il numero <i>tredici</i>, e si sono immaginati -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -di correggere la brutta impressione del -numero fatale mettendo sul portone il numero -<i>12 bis</i>? Furbi, non è vero? ma anche così non -riescono sempre ad appigionare i loro quartieri, -perchè v’è molta gente seria, la quale -per nulla al mondo vorrebbe andare a stare -in una casa segnata col numero <i>dodici bis</i>. -</p> - -<p> -Ah! Dio buono, che miserie! -</p> - -<p> -Ebbene, no; non è una miseria. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<h2>II.</h2> -</div> - -<p> -Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo -scrivere il signor Augusto, anzi -il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea -in chimica da un mese. Ha ventitrè anni -non compiti, una salute di ferro, una meravigliosa -disposizione a godere di tutto. -</p> - -<p> -È fatto con la stoffa della gente felice. -</p> - -<p> -Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -d’avere il meglio che sia stato creato al mondo; -allo spettacolo più noioso egli tanto tanto -trova modo di divertirsi, non brontola mai -contro la sorte cieca, la quale fa il possibile -per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una -faccenda allegra che dovrebbe durare almeno -un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa -il suo tarlo; è assalita dall’improvviso -sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro -mondo, mentre egli si trova molto bene -in questo. Gli hanno forse detto che ha un -vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone? -Nient’affatto. Egli è sano come un pesce -sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo -tenebroso, è persuaso d’essere circondato da -spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare -fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. -Per esempio: quando una seggiola -scricchiola forte senza che anima viva la tocchi, -sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; -ma per il giovine chimico significa: -«Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per -accadere qualche cosa.» E se nulla accade, -come è il caso più frequente, la seggiola allora -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi; -abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci -e ora ci divertiamo a far scricchiolare una -sedia.» -</p> - -<p> -Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne -avanza perchè su tutte le sue contentezze passi -ogni tanto un velo nero. -</p> - -<p> -Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione -i ragni; più sono grossi più li rispetta, -e con i ragni accoglie volontieri la visita -dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli -un momentino la stanza di notizie allegre, -mugolano in gran fretta e se ne vanno -subito, perchè i mosconi hanno molto da fare -e non possono perdere un minuto del loro -tempo prezioso. -</p> - -<p> -Invece anche il chimico Augusto odia il sale -di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore -speciale l’olio versato sulla tovaglia invece -che nell’insalata. -</p> - -<p> -Che idea venne al dottor Augusto il giorno -del mio onomastico di regalarmi una medaglietta -d’oro col numero tredici in traforo? -</p> - -<p> -Forse un’idea semplicissima. La moda, che -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali -da poco in qua portano anch’essi la fortuna, -come i corni di corallo evitano la iettatura, si -è messa in testa di riabilitare anche il numero -tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte -le superstizioni e mi fece quella celia. -</p> - -<p> -Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo -al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici -era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava -una catenella che io non avevo posseduto -mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi, -e quel gingillo mi stava così bene al -collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo -tanto, da... smarrirlo. -</p> - -<p> -E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. -Anche per me. -</p> - -<p> -Dicevo forte per consolarmi: «La vedete -ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato -numero tredici che doveva darmi la fortuna -e che non m’ha dato il bel nulla, avesse -avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno -rimasto. E, pazienza se fosse andato -solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella -almeno doveva lasciarmela al collo, che mi -stava tanto bene.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p> -Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, -non rispondeva nulla, ma gli si poteva -leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe -impreveduta. Il numero fatale mi aveva -abbandonato: brutto segno. Chissà quali e -quante sventure stavano per piombarmi addosso! -</p> - -<p> -Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi. -</p> - -<p> -Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile -per ricuperare la medaglia preziosa. La -sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva -fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un -moccolo in mano, cercando inutilmente tra -gli ippocastani neri il numero disgraziato: il -dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano -corsi all’Economato municipale a denunziare -lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica -del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel -<i>Secolo</i> un annunzio che gli costò almeno una -lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili -che si sogliono fare in casi simili. Il numero -tredici non tornava a casa. -</p> - -<p> -Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo -all’Economato ancora una volta, e ancora -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -inutilmente, a vedere il sorriso curioso -dell’economo, il quale con molta economia di -parole apriva un cassetto, vi buttava dentro -un’occhiata per compiacenza e annunziava: -«Niente numero tredici.» -</p> - -<p> -Allora decisi fermamente di non me ne occupare -mai più. E il numero tredici tornò a -casa. -</p> - -<p> -Era proprio lo stesso, nella caduta non si -era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non -aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: -anzi... ma no, era come prima. -</p> - -<p> -E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del -forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio -se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva -bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, -che non bisogna desiderare la roba -d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto -alla propria coscienza ch’egli non aveva -desiderato nulla, che la roba gli era venuta da -sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma -dopo avervi pensato un pezzo per venire a -patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno -era sta più forte di lui ed egli aveva restituito -ogni cosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<p> -— Bravo piccino! E come ti chiami? -</p> - -<p> -— Mi chiamo <i>Pedrin</i>... i miei compagni -mi dicono anche il <i>Ciall</i>. -</p> - -<p> -Il piccolo fornaio era così pentito da non -volere nemmeno accettare la mancia; e quando -dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno -scudo, si voltò a vedere se già il demonio non -gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire -altro. -</p> - -<p> -Dite un poco, in un caso simile al mio, non -è naturale che vengano pensieri straordinari? -A me, per esempio, vennero questi. -</p> - -<p> -Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, -nè alla virtù degli amuleti di nessuna specie; -il sale rovesciato sulla mensa mi lascia indifferente; -l’olio sulla tovaglia non mi spiace -quanto il vino, chè pure è un segnale d’allegria. -</p> - -<p> -D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto -smarrito, quando è d’oro fino, trova -sempre un amatore, il quale vi si affeziona -subito e non se lo lascia più uscire di mano. -All’Economato municipale di tutta la roba che -si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -gli oggetti che vanno a ricercare il proprio -padrone? Guanti spaiati in numero straordinario. -</p> - -<p> -Se il numero tredici era capitato in mano di -una persona onesta, non era proprio un miracolo? -E il miracolo non vi pare più singolare -se la mia medaglia era stata restituita da -una personcina di quell’età quando il furto è -quasi un’impresa lecita? -</p> - -<p> -E, se per giunta la personcina è povera, che -significa? -</p> - -<p> -Di sicuro significa che della brava gente ve -n’è ancora in questo mondaccio birbone che -mi piace tanto, ma forse incomincia anche a -significare che il numero tredici vale di più di -tutto l’abaco e che la sua forza misteriosa, -deve dar da pensare alle persone di giudizio. -</p> - -<p> -Da quel sennino che mi vanto di essere, -perchè tutti me lo dicono, stavo per avviarmi -in quei pensieri meravigliosi, quando accadde -una cosa tanto strepitosa da non credere vedendola -e toccandola con mano. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -</p> - -<h2>III.</h2> -</div> - -<p> -Dunque accadde questo, semplicemente -questo, che il babbo, tornato a casa per -colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai -sulla sua faccia serena qualche cosa d’insolito; -nel deporre il cappello ed il bastone, -il babbo caro, come fa quando è di buon’umore, -si fregò le mani, ma poi si ricompose -per cacciarle in tasca, e subito le mise fuori -un’altra volta, e incominciò un gesto solenne -che finì in nulla. Io risi per condiscendenza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p> -— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito; -sai bene, io sono tanto curiosa. -</p> - -<p> -Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa; -il babbo lo sa. Ma che! Egli non aveva nulla! -Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah! -no, veramente aveva un appetito da non si -dire. -</p> - -<p> -Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella -alla fantesca, perchè essa portasse in tavola -ed anche perchè il babbo caro, se avesse -mai qualche cosina da nascondere sotto il mio -tovagliolo, lo potesse fare con comodo e godersi -tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è -altri, alla nostra mensa, fuor che il babbo ed -io, dacchè la mamma se n’è andata in paradiso; -e pure non vi è mai musoneria. Il babbo, -al ritorno dall’uffizio, ha sempre una gran -voglia di ridere per tenermi allegra. Io, per -tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato -anch’io una sorpresa e l’aveva messa -appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi indovinate -subito che non poteva essere altro che il -numero 13; ma non indovinereste mai, se io -non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il mio -tovagliuolo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p> -La stessa medaglia traforata, appesa ad una -identica catenella, nient’altro che il numero 13. -Fu una risata tanto rumorosa da far accorrere -la fantesca senza la minestra. -</p> - -<p> -Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi -la felicità smarrita col numero disgraziato? -Ma che! il babbo è incapacissimo d’una -cosa simile; non ama i gingilli leggeri; a lui -piace l’oro massiccio, e quando gli fate vedere -uno spillone o un braccialetto, egli subito ve -lo pesa sotto gli occhi vostri, facendolo passare -da una mano all’altra; il traforo e il filograna -lo disgustano sommamente. -</p> - -<p> -No; il babbo non aveva comprato il numero -fatale, ma il numero fatale era tornato a casa -da sè. -</p> - -<p> -E come? Per la via dell’Economato municipale! -</p> - -<p> -«Ma allora?» esclamai. -</p> - -<p> -Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non -aveva ancora toccato il suo tovagliuolo. Io -stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra -per non ridere prima del tempo... e fu -un’altra risata che fece accorrere di nuovo la -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -fantesca (ma questa volta con la minestra) -quando anche al babbo si presentò il numero -13 traforato ed appeso alla catenella d’oro. -</p> - -<p> -Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare -il contenuto sulla tovaglia, che sarebbe -stato una pena per il babbo e per me, da farci -morire il riso in bocca, la Brigida rise anche -lei con noi e rise forte. -</p> - -<p> -— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella -da ridere! Io ho penato tanto a cercare la medaglia -sulla strada, che il moccolo mi si voleva -attaccare alle dita; e ora, invece d’una -medaglia, se ne trovano due sotto il tovagliuolo! -E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato.... -</p> - -<p> -— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente -mio padre, facendo un istante la faccia seria. -E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si -provò inutilmente a confermare che era una -cosa da ridere, e dovette tornarsene in cucina -e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo -bene in faccia un momentino. -</p> - -<p> -— Sei stata tu? -</p> - -<p> -— Sei stato tu? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva -proprio fatto un’altra visita all’Economato; vi -era andato senza nemmeno l’ombra di speranza -e l’economo gli aveva subito annunziato -la nostra fortuna. -</p> - -<p> -E chi aveva trovato la medaglia? E perchè -non l’aveva restituita subito, da farci penare -tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia era -stata ritrovata da un signore.... Da un signore? -Signore, anzi cavaliere. E se la teneva? -Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera medesima -e la mattina, col primo treno, era partito -per Bologna! Solo al ritorno aveva potuto -compiere il suo dovere. -</p> - -<p> -— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere -avrebbe potuto, anche da Bologna, anche prima -di mettersi in treno, restituire la roba trovata? -</p> - -<p> -Pareva anche al babbo; ma, in sostanza, -bisognava essere riconoscenti e ringraziarlo, -perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava -per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato -da principio che il decimo avrebbe -dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi, -quando l’economo gli ebbe fatto sapere che -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -quel gingillo apparteneva a una bella ragazza -(pare che l’economo del municipio mi trovi -bella), il cavaliere aveva cambiato idea. -</p> - -<p> -— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il -cavaliere ha detto almeno come si chiama e -dove sta di casa? -</p> - -<p> -Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini -stava in via Larga n. 15. -</p> - -<p> -— Andremo a ringraziarlo. -</p> - -<p> -— È proprio necessario che vada anch’io? -</p> - -<p> -Era necessario. -</p> - -<p> -— Ma la medaglia tua come ti è arrivata? -Non l’hai proprio comprata coi tuoi risparmi? -</p> - -<p> -— Ma che! ti farò vedere il borsellino e -vedrai che risparmi non ce ne ho quasi più. -Vuoi vedere subito? -</p> - -<p> -No, il babbo non voleva vedere; era inutile, -diceva lui. -</p> - -<p> -Se gli pareva così, almeno mi renderebbe -lo scudo che avevo dato per mancia al <i>Pedrin</i> -del forno? -</p> - -<p> -Il babbo non disse sì, non disse no, pensò -un poco, tra una cucchiaiata di minestra e -l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -per annunziarmi che questa seconda -medaglia non doveva essere altro che un regalo -anonimo. -</p> - -<p> -— Sapevamcelo! Ma di chi? -</p> - -<p> -Di chi?... di chi?... -</p> - -<p> -A un tratto, ci guardammo negli occhi, una -medesima idea si affacciò a un punto. -</p> - -<p> -— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce. -</p> - -<p> -Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio. -</p> - -<p> -In un minuto di silenzio, s’erano affacciate -altre idee al mio cervello; e certo erano le -medesime che venivano incontro al babbo, perchè -rialzando il capo a guardarmi, egli me ne -annunziò una che veniva in quel punto a me -pure. -</p> - -<p> -— Vuoi scommettere? incominciò. -</p> - -<p> -Io proseguii: -</p> - -<p> -— Vuoi scommettere che mio cugino verrà -oggi stesso per vedere se il <i>Ciall</i> ha fatto bene -la sua piccola commedia, e se io sono proprio -contenta? -</p> - -<p> -— E perchè ha fatto questo? mi domandava -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -il babbo; e perchè ha fatto questo? domandava -a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora: -egli ha tanta paura del matrimonio. -</p> - -<p> -— Ne ho tanta anch’io, confessai. -</p> - -<p> -— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di -sicuro. -</p> - -<p> -— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla! -</p> - -<p> -Il dottore Augusto era di casa; venne diritto -fino alla stanza da pranzo precedendo -Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per -domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, -premendo leggermente sopra ai miei omeri, -di rizzarmi per offrirgli una seggiola. -</p> - -<p> -— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi -tardi, ma ti possiamo dare una frittata e -un dito di vino. -</p> - -<p> -Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento -che lo aveva portato era questo solo: un gran -bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto -offertoglisi come apprendista nel suo -laboratorio chimico. Il babbo doveva conoscerlo -bene, perchè.... -</p> - -<p> -Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che -cosa farà il babbo? Dirà tutto? Non dirà nulla? -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -E se il babbo tace, come farò io? parlo o -sto zitta?» -</p> - -<p> -Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, -non è vero? vedremo, cugino carissimo, -se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono -d’andartene con la sola informazione di Crispino -Colla. Perchè quel giovinotto apprendista -era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava -a lodarne tutte le buone qualità. Purchè, -finito il panegirico di Crispino Colla, gli -venga in mente di tacere del numero 13! -</p> - -<p> -Il dottore Augusto mi sembrò contentone -durante tutte le parole di mio padre e anche -dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza -come se cercasse qualche cosa, trovò gli occhi -miei che lo guardavano, si fermò un momentino -a sorridermi, e si alzò da sedere per -andarsene. Aveva una gran fretta di correre -al suo laboratorio! -</p> - -<p> -Cominciavo persino a dubitare che non fosse -lui, quando mio padre entrò a dire: -</p> - -<p> -— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13? -</p> - -<p> -— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando -la sua meraviglia; poi disse con più -naturalezza: Possibile! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -Stavo per dolermi che il babbo non sapesse -fare, ma egli fece meglio assai di me. -</p> - -<p> -— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io; -quell’economo del Municipio è una brava persona, -sembrava contento di darmi la buona -notizia... da lontano mi disse: numero 13! e -prima ch’io arrivassi alla scrivania l’aveva già -in mano. Faglielo vedere, bimba. -</p> - -<p> -Ed io feci vedere. -</p> - -<p> -Ora il mio signor cugino non trovava parole; -guardava la medaglia dai due lati in gran -silenzio. -</p> - -<p> -«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente, -sbottonati che non ci perdi nulla, e io ti sarò -grata della seconda medaglia come della prima, -tal quale.» -</p> - -<p> -Il cugino carissimo continuava a guardare -ora la medaglia, ora la catenella, sempre in -gran silenzio. -</p> - -<p> -«Di che temi, continuai come prima, che -io possa scaldarmi la lesta per te quando sappia -che il donatore sei sempre tu?... bimbo -buono, t’inganni.» -</p> - -<p> -Finalmente il dottore Augusto ci annunziò -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -che quello era il numero 13 ch’egli aveva regalato -a me. -</p> - -<p> -— Proprio quello? domandai celiando. -</p> - -<p> -— Proprio quello; ha un segno speciale -nella coda dell’unità che non è riuscita perfettamente -dritta. -</p> - -<p> -— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò -il babbo, se ti dico che la catenella me -l’ha restituita l’economo del Municipio, quello -stesso al quale avevamo fatto la denuncia -della.... -</p> - -<p> -Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito -si arrestò di tronco, infatti il dottore -Augusto, con sorriso indulgente, disse: -</p> - -<p> -— Il numero 13 è di moda; se ne vendono -tanti, forse se ne smarriscono tanti, e si assomigliano -tutti; per lo più hanno una catenella -simile; non mi sarei stupito che l’economo -avesse restituito a voi la roba perduta -da un altro. -</p> - -<p> -— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero -13 che oggi stesso ci fu restituito dal fornaio -dirimpetto. -</p> - -<p> -— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -</p> - -<p> -— Proprio meraviglioso! -</p> - -<p> -— Vediamo ora quello del fornaio, disse -senza scomporsi il nostro chimico. Il babbo -e io stavamo zitti. -</p> - -<p> -— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa -disinvoltura indolente, ecco, qui il traforo è -riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva, -ma tacqui), la catenella è <i>quasi</i> simile, -ma non è la medesima... guardateci bene.... -Il babbo e io guardammo bene senza fiatare -perchè ora sembrava a tutte due che il cugino -si pigliasse la rivincita, come se, avendo già -visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse -buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele -in faccia come forse aveva diritto di fare. -</p> - -<p> -Insinuai timidamente: -</p> - -<p> -— Io capisco l’economo, ma non intendo il -fornaio. -</p> - -<p> -— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a -tutte le cantonate di Milano, e l’annunzio del -<i>Secolo</i> che ci costò una lira. -</p> - -<p> -Era vero anche questo! Silenzio per un altro -poco; ma quando il dottor Augusto annunziò -che se n’andava proprio al laboratorio, il -babbo disse: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -</p> - -<p> -— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito -trattenere la roba d’un altro? -</p> - -<p> -— Per la quale io ho dato uno scudo al -<i>Ciall</i>; bisogna restituire la catena al fornaio -e farmi ridare lo scudo. -</p> - -<p> -— Oppure io andrò all’economato a dichiarare -che, esaminato bene, quello non è il numero -13 smarrito da noi. -</p> - -<p> -— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? -il Padre Eterno? Meglio fare la restituzione -al <i>Ciall</i>. -</p> - -<p> -— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il -chimico; ma leggendomi negli occhi l’orrore -del peccato mortale (perchè è un peccato mortale -tenersi la roba d’altri, non pare anche a -voi?) aggiunse: Con un’altra lira si può inserire -nel <i>Secolo</i> un avviso per chi avesse smarrito -la medaglia e la catenella; se si presenta -qualcuno gli si rende; se no, si ha il cuore -in pace. -</p> - -<p> -Stavamo ancora a pensare se questa idea -fosse la migliore, quando il campanello della -porta ci annunziò una visita. -</p> - -<p> -— Io scappo! disse Augusto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con -grande ansietà, come fa sempre, la mia buona -Tizia! -</p> - -<p> -Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è -proprio come un fringuello, ne ha le mosse -graziose e la ciancetta allegra; non direste -mai che a quella povera ragazza sia toccato -il brutto caso di perdere lo sposo in istrada, -tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. -Tutto il giorno, se non fosse che a una certa -ora si fa il buio, e allora escono dal mondo -invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni -a farle paura, la mia Tizia sarebbe una donnina -felice. -</p> - -<p> -Essa pure non ha la mamma, e come me, -ha il babbo soltanto, che le vuole un gran -bene, ma non può accompagnarla a fare le visite -perchè è tutto il giorno inchiodato all’uffizio, -come il babbo, anzi peggio. -</p> - -<p> -Perciò Tizia, che quando non è buio ha un -coraggio da leone, esce sola a portare le chiaccherine -affettuose e il sorriso buono alle amiche. -E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna -gliene vuole quanto me. Che cosa non -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -farei io per vederla contenta? che cosa non -farebbe essa per me? -</p> - -<p> -Così pensavo quando essa mi copriva di -baci. A un certo punto pensai ancora: Oh, sta -a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! -Essa che per il sale versato sulla tovaglia ha -avuto la disgrazia che sapete, è capacissima -di aver voluto correggere la minaccia della -sorte ridandomi il mio amuleto, o almeno la -pace se mai l’avesse perduta. -</p> - -<p> -E io che potrei fare per lei?... -</p> - -<p> -Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile. -</p> - -<p> -Ne parlerò al babbo. -</p> - -<p> -Si ricominciò il giochetto del numero 13 per -la mia Tizia; prima il babbo gliene fece vedere -uno, e quando essa si fu rallegrata meco -della fortuna, mentre io la guardavo ben bene -in faccia per scoprire qualche cosa, il caro -babbo mostrò l’altro amuleto. -</p> - -<p> -— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; -questa è proprio aver la sorte; chi non -smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare -il paio? -</p> - -<p> -Era così ingenua nella contentezza che mi -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -tornò la voglia di baciarla in bocca, mi tornò -anche il pensiero di prima, ma spropositato -così: Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu -che hai smarrito lo sposo nella strada del municipio, -dovresti trovarne due.... -</p> - -<p> -Ma non lo dissi, assicurai invece che in -ogni modo uno bisognava restituirlo. -</p> - -<p> -Intendevo dire l’amuleto e lo sposo. -</p> - -<p> -Il dottore Augusto che aveva tanta premura -d’andarsene, non si moveva più; probabilmente -era curioso anche lui di vedere il fondo -di quel piccolo intrigo: probabilmente a lui, -come a me, era venuta la stessa idea. Ma io -avevo subito visto che non aveva fondamento; -e perchè non l’aveva visto anche lui? Ah! Dio -buono! Guardai di nascosto l’uno e l’altra; -erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! -Dio grande! Se mi riuscisse di farli sposare! -</p> - -<p> -In questo momento appunto, il babbo spiegava -a Tizia, per la terza volta, come era andata -la faccenda dell’economato. «Io entro, -dice lui, mi fermo sull’uscio perchè non avevo -ombra di speranza, al primo cenno dell’economo -potevo andarmene, invece...» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -</p> - -<p> -Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! -Sono fatti l’uno per l’altra: Tizia è alta -due dita più di me; deve essere l’ideale di -mio cugino Augusto, che ne ha due meno di -me! Il cielo gli ha fatti uno per l’altra e io -li appaio. -</p> - -<p> -Il babbo diceva: -</p> - -<p> -— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi -stesso; è il meno che possiamo fare... Non è -vero, bimba? -</p> - -<p> -— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe -meglio che andassi tu solo? -</p> - -<p> -Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi -un momentino, gli riaprì, gli richiuse, e se il -dottore non era pronto a riceverla nelle sue -braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni. -</p> - -<p> -— Che è stato? Che è stato? -</p> - -<p> -Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia -di mio cugino, arrossendo un poco, e venne -nelle mie. -</p> - -<p> -— Un capogiro, disse, passerà... è passato. -</p> - -<p> -Era essa soggetta ai capogiri? -</p> - -<p> -Sì, un poco, cioè, no, mai. -</p> - -<p> -— Si metta alla finestra e respiri forte, consigliò -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -il babbo, rimasto sempre un po’ medico -da quando studiò il primo anno di medicina, -trentadue anni sono, poi l’accompagneremo a -casa... noi andremo a far visita al cavaliere... -Che ha? il male la riprende? -</p> - -<p> -Non aveva nulla: proprio nulla, sorrideva, -ma era tanto pallida! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -</p> - -<h2>IV.</h2> -</div> - -<p> -Quella sera, prima d’entrare in letto mi -ricordai che la catenella mia, quella -che mi legava al collo il numero 13 proprio -mio, aveva un anellino non interamente chiuso, -che se si era aperto ancora un poco più, -poteva essere stato la causa dello smarrimento. -E subito presi in esame le catenelle restituite: -tutte e due erano intatte: parevano -uscite allora allora dalla bottega. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -</p> - -<p> -— Babbo! chiamai dall’uscio. -</p> - -<p> -E il babbo mi rispose dalla vicina camera: -</p> - -<p> -— Sono a letto, entra pure. -</p> - -<p> -— Non entro, perchè... ma ho fatto una -scoperta curiosa... -</p> - -<p> -— Che scoperta? -</p> - -<p> -— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono -tornati a casa, è il mio. -</p> - -<p> -E mi spiegavo bene dall’uscio. -</p> - -<p> -— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a -letto, potremo parlare lo stesso. -</p> - -<p> -Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo. -</p> - -<p> -Non ci potevamo capacitare che, in uno -stesso giorno, per un <i>amuleto</i> perduto, ne tornassero -a casa due. Il babbo spiegava a me -e io al babbo inutilmente: pensa che quel gingillo -è di moda, che tutte le vetrine degli orefici -ne hanno in mostra una dozzina almeno, -che tutti sono fatti forse nello stesso stampo, -forse le catenelle fabbricate a chilometri, poi -tagliate a spanne. -</p> - -<p> -— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato -e la mia è proprio d’oro. -</p> - -<p> -Veramente sembravano d’oro anche le altre! -Sembravano, ma chi lo sa? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<p> -Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere -dal letto, infilare una palandrana e le -pantofole. Poi venne in camera mia, con la -pietra di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto -le coltri di quella scenetta e di quell’arnese -stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra -le catenelle e i medaglioni e se ne tornò -in camera senza dir nulla. -</p> - -<p> -— È oro? domandai. -</p> - -<p> -— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava -contento di darmi saggio di scienza occulta. -</p> - -<p> -— È oro, rispose. -</p> - -<p> -E subito lo sentii entrare in letto. -</p> - -<p> -— Sono oro tutte due. -</p> - -<p> -— Come lo sai? -</p> - -<p> -— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista -anch’io. -</p> - -<p> -Era vero; non per nulla aveva studiato il -primo anno di medicina. -</p> - -<p> -Ma il caso era dunque più singolare ancora. -Un po’ a occhi aperti, un po’ a occhi chiusi, -tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro -aveva la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -di requie che mi davano il sogno e il -pensiero, mi tornava in mente il malessere di -Tizia, sul quale non mi era riescito di avere -spiegazioni, non ostante che l’avessi accompagnata -a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata -due volte; che cosa si stava dicendo -allora?... si parlava dell’economato, della visita -che bisognava fare al cavalier Codicini.... -In questo non vedeva nulla di male per Tizia; -il cavalier Codicini non è il signor Ramelli, -il quale sei anni sono ha piantato la -sua fidanzata col pretesto d’un’improvvisa perdita -di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio. -Ah! birbi d’uomini! -</p> - -<p> -Era invece <i>paura</i>! perchè questi signorini -belli (qualche volta sono brutti come il peccato) -dopo aver scaldata la testa delle ragazze -ingenue, se non hanno a sposare un milione, -o mezzo almeno, sono sempre soggetti a tali -sgomenti di non poter bastare a dare la felicità -alla loro compagna... per tutta la vita. -Pazienza se fosse un paio d’anni o un paio -di mesi... ma tutta la vita! E non era vero -che il signor Ramelli avesse penuria di quattrini; -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -suo padre era ispettore d’una banca e -cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, -Ramelli, il numero 13, molti numeri tredici... -Chiudevo gli occhi al sonno. -</p> - -<p> -Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi -si affacciò netta la memoria d’una risposta di -Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa, -essa e il babbo suo accompagnavano noi, -come si fa qualche volta. Io volevo ch’ella mi -parlasse del suo antico innamorato avendo la -idea fissa ch’egli dovesse entrare per qualche -cosa nello svenimento. -</p> - -<p> -— Non ci penso proprio più; era tanto naturale -che non mi sposasse; non sono ricca, -io. -</p> - -<p> -— Come me, esclamai; tanto meglio; così -se, per un caso straordinario, uno che mi -piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola; -ma siccome questo caso si va facendo più -straordinario ogni giorno in questa cara Milano, -e io non voglio incomodare il cielo a -domandargli un miracolo, ho già deciso, deciso -proprio; rimarrò zitella. -</p> - -<p> -Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -</p> - -<p> -— Tu pure dunque... -</p> - -<p> -— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi -trovare marito, me ne incarico io, vedrai... Ma -per me è chiaro come il giorno chiaro, non -mi marito. -</p> - -<p> -Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi, -che ci seguivano a pochi passi, non ci udissero. -</p> - -<p> -— Bisogna che le ragazze comprendano di -buon’ora che si può vivere zitelle magnificamente -e prepararsi la vecchiaia meno difficile. -Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra -provato questo: noi donne non godiamo proprio -nulla di nulla; quando i signori uomini -ci hanno vestito bene e ci mandano a spasso -sole, perchè essi hanno altro da fare, quando -ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare -la noia coll’uncinetto, o con un romanzo -francese, credono d’averci dato moltissimo; -se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo -su con pazienza, allora ci hanno dato -tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che -cosa si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo, -un <i>club</i>, come dicono loro, un’associazione di -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un -piccolo tanto, finchè fosse zitella; se avesse la -disgrazia di sposarsi, pagherebbe il doppio; -almeno le ragazze andrebbero incontro alla -vecchiaia senza terrore. -</p> - -<p> -Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò -solo che questa associazione farebbe il comodo -delle brutte: le belle non ci vorrebbero stare. -Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza -quando è bella, ne ha, a dir molto, per quindici -anni; se in questo tempo non trova il -marito che le piacerebbe (e nota che se uno -le piace, non glielo può andare a dire), se non -trova il suo vero compagno, se non si rassegna -a pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte -quante. -</p> - -<p> -— Pare anche a te? -</p> - -<p> -Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non -pensava alle zitelle delle future associazioni; -guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio -cuore, innamorato ancora di quel birbo -di Ramelli. -</p> - -<p> -I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, -parlavano anch’essi; ogni tanto si fermavano -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -per mettere una maggiore distanza fra di noi, -e, si sentiva bene, abbassavano essi pure la -voce; ma che dicessero non sapevo proprio. -</p> - -<p> -E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto -di suo padre, io presi il braccio del mio e gli -domandai: -</p> - -<p> -— Che cosa dicevate con tanto mistero? -</p> - -<p> -Il babbo rise forte. -</p> - -<p> -— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; -sarà una cosa da non pensarci più. -</p> - -<p> -— Si, facciamola, ma mi dirai tutto. -</p> - -<p> -<i>Tutto</i> era semplicemente questo: i nostri -genitori, trovandosi nella medesima condizione -di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo -la proposta che io facevo dell’associazione di -zitelle, s’erano avviati a parlar a bassa voce -delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, -in una gran città, a pigliare marito. A Milano -ci sono tante mogli ad ogni passo, diceva il -babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! -E allora avevano stabilito di fare un patto, -ancora una specie di associazione. Il babbo -mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; -il babbo di Tizia si occuperebbe di dar marito -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -a me; se non potessero proprio riuscire, quando -avessero perduto ogni speranza... ma a -questo punto il babbo fu preso da tanto buonumore, -che la frase non potè andare alla fine. -</p> - -<p> -Una risata non riesce mai a sviarmi, quando -voglio sapere una cosa. -</p> - -<p> -— E quando avrete perduto ogni speranza? -insistei. -</p> - -<p> -— Quando il signor Diego Corona avrà perduto -ogni speranza di darti marito, si proporrà -lui stesso. -</p> - -<p> -— A me? -</p> - -<p> -— A te. -</p> - -<p> -Il babbo rideva fino a far voltar gente che -ci passava accanto; ma non lacrimava ancora, -come quando volle dire che, non riuscendo lui -a maritare Tizia, si farebbe innanzi con un -coraggio di leone. A questo punto soltanto -ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli -occhi. Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia -fosse contenta di diventare la mia matrigna, -sarei contenta di diventare la sua... -</p> - -<p> -Silenzio; eravamo giunti in via Larga al -n. 15. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -</p> - -<p> -— Il cavalier Codicini è in casa? domandò -il babbo serio serio, affacciandosi al finestrino -della portineria. -</p> - -<p> -— È uscito or ora; deve avere appena voltato -il canto. -</p> - -<p> -Oh gioia! una carta di visita piegata da un -lato, come usava allora, e non se ne parla -più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome -e recapito due parole con la matita, così: -«Venuto con la figlia a ringraziare caldamente -per il <i>n. 13</i>...» -</p> - -<p> -— Era proprio necessario scrivere così? -</p> - -<p> -Il babbo mi rispose in strada che era almeno -almeno utile; forse il cavalier Codicini -era giovane, forse io potevo andargli a genio, -e lui piacere a me. -</p> - -<p> -— Ma ti vuoi occupare di me che non ho -mai pensato a trovare marito, ora che ce ne -ho uno assicurato? -</p> - -<p> -Il babbo rise ancora prima di rispondermi. -</p> - -<p> -— È vero, ma se non a te, potrà servire a -Tizia; e io ho preso impegno di dar la caccia -agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una -sfilata di impiegati del movimento; il mio socio -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -ti farà conoscere tutto il personale non coniugato; -io farò conoscere a Tizia gran parte -del personale di controllo. Ne ho in vista parecchi, -bellini assai: ma il difficile è indurli -in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi -la gioventù: per trovare gente preparata -al matrimonio, temo che mi toccherà fare un -po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire -dal controllo, passare alla manutenzione. -</p> - -<p> -L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna, -tra capi e sottocapi, ha quasi un battaglione -e molti non hanno moglie ancora, o -l’hanno perduta da poco, che è il caso più bello; -un vedovo ha tanto bisogno d’essere consolato... -Il babbo caro pensò sicuramente alla -mamma... e non disse altro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<h2>V.</h2> -</div> - -<p> -Il cavaliere Diego Corona si era messo -all’opera con coscienza, e il giorno -dopo verso l’una venne a far conoscere -il suo primo candidato. Era il signor -Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, -il quale, avendo perduta la moglie da tre -mesi appena, portava un lutto spaventoso da -far morire a guardarlo lungamente. Catena di -osso nero, bottoni neri alla camicia e ai paramani, -occhiali incorniciati in osso nero, barba -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, -da parere un carboncino da disegno. Messo -al mondo unicamente per scrivere l’epitaffio -di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto -a essa; e invece, appunto perchè penava troppo -della privazione della sua compagna, non vedeva -l’ora di sposarne un’altra. -</p> - -<p> -Tutte queste cose il signor Prudenziano non -le disse subito, chè avrebbe smentito il suo -nome; si seppero poi; allora egli disse che da -Rimini un amico suo e del babbo gli aveva -scritto d’andare a trovarlo per fare la sua conoscenza. -</p> - -<p> -Mentre egli così spiegava la sua visita, con -molta lentezza burocratica, io mi sentiva venire -uno gran voglia di ridere, e mi riuscì di -di vincerla appena appena. -</p> - -<p> -Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare -segretamente al cavalier Corona che -impressione gli aveva fatto il discorso del presidente -del Consiglio alla Camera dei deputati; -e lasciò che il signor Prudenziano mi esaminasse -bene senza averne l’aria. -</p> - -<p> -Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -Noi donne possiamo mostrare cento aspetti a -chi ci guardi, per confondere il suo criterio, -ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale -il nostro uomo. -</p> - -<p> -Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto. -Non perciò, mentre egli faceva quella -fatica inutile di esaminare la mia persona, -volli spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i -denti, che ho veramente belli; guardai in alto -per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi -toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono -sotto la nuca al principio del collo; e, -con questa mimica, dimostrai belle mani, bel -collo e bei capelli. Il resto della mia persona -non è gran cosa, ne convengo, ma non è nemmeno -il diavolo. -</p> - -<p> -Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando -via, doveva dire, a sè stesso prima, al -cavaliere Corona poi, che io farei il comodo -suo. -</p> - -<p> -E così disse veramente; e io risposi subito -subito ch’egli a me non piaceva affatto. -</p> - -<p> -Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione -fatta dal suo Prudenziano, senza -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo -della manutenzione: il signor Arturo -Meri. -</p> - -<p> -Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a -pescare i suoi candidati? Vi immaginate voi -una palla elastica, anzi una piccola palla elastica -rossa e nera? Così era il signor Arturo. -Da una pancetta tonda escivano braccia e -gambe corte, inquiete per la impresa difficile -di mantenere la gravità senza ruzzolare per -terra, come fanno spesso le palle elastiche; e -su tutto ciò una faccia tonda e infocata. -</p> - -<p> -Ma io cominciavo appena a ridere molto del -candidato numero due quando si presentò, o -almeno mi parve, il candidato numero tre. -</p> - -<p> -E questo era proprio tutt’altro. Mio padre -era uscito appena, e la fantesca, la quale non -fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito -in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare; -andò a cercare il babbo nella sua camera, -poi venne nella mia. -</p> - -<p> -— È venuto un signore... domanda del padrone.... -</p> - -<p> -— Ma lo sai bene che non è in casa, non -hai visto che è uscito appena? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p> -Brigida non aveva visto niente, -</p> - -<p> -— E allora? -</p> - -<p> -— E allora.... -</p> - -<p> -— Gli vado a dire che il padrone non è in -casa? -</p> - -<p> -— No, aspetta, ti ha detto il nome? -</p> - -<p> -Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma -Brigida se n’era dimenticata. Ah! sì... no... -forse aveva detto... Berruti o Berrettini... -</p> - -<p> -— Berruti o Berrettini? -</p> - -<p> -— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini. -</p> - -<p> -Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo. -Con un’occhiata io avevo visto che o si chiamasse -Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo -poteva piacermi; era alto e diritto, non -troppo magro; elegante nel vestito e nel modo -di presentarsi; faccia pallida con barba nera -smozzicata, come usa da poco in qua, terminante -in punta; occhi profondi, ma aperti; -naso così così e buon sorriso fra i baffi. -</p> - -<p> -— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il -babbo non è in casa..., dissi io, è uscito appena. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere -umilmente: -</p> - -<p> -— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo -in istrada; appena l’ho visto escir di casa -e avviarsi all’uffizio, io sono venuto. -</p> - -<p> -Questa confessione audace, condita di tanta -umiltà, mi fece nascere quattro o cinque pensieri -diversi. Uno di questi era che anche la -voce di Berruti o Berrettini mi contentava, e -il gesto sobrio mi piaceva, e l’umiltà audace -più ancora. -</p> - -<p> -— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno -il nome; scusi, lei chi è? -</p> - -<p> -— Signorina, lei conosce già il mio nome; -io sono Codicini. -</p> - -<p> -— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò -di sì), quello del n. 13? (sì, sì, sì) e si -è voluto disturbare... ma si accomodi. -</p> - -<p> -Quanto mi contentava, che questa volta Diego -Corona non ci entrasse menomamente! È -il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale -dei matrimoni... che... se mai.... -</p> - -<p> -— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche -cosa, di poterla ringraziare a voce per... quell’amuleto... -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -lei avrà capito che era un amuleto; -ed è doloroso perdere gli amuleti che -debbono darci tutta la felicità... ma... -</p> - -<p> -Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli -che il n. 13 da lui ritrovato non era -veramente il mio, per paura che allora egli me -l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; -mi arrestai in tempo. -</p> - -<p> -Egli sviò subito il discorso e disse gravemente: -</p> - -<p> -— Il n. 13 è stata una felice occasione, un -buon pretesto per fare la conoscenza sua, che -per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi -pare di potermi lusingare che l’audacia mi sarà -perdonata.... -</p> - -<p> -Adagino, signorino bello, ora sembra a me -che tu corra troppo, pensai, e, per farglielo -intendere subito, non trovai altra via che continuare -il mio periodo allo stesso punto dove -l’avevo interrotto. -</p> - -<p> -— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato -non è il mio, deve averlo smarrito -un’altra. -</p> - -<p> -— È possibile, ammise senza scomporsi, ma -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -sempre con grande umiltà: anzi non è possibile; -l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto -per introdurmi in casa sua. -</p> - -<p> -Io lo guardai a bocca aperta. -</p> - -<p> -— Ho comprato io stesso il n. 13 in una -bottega; l’orefice mi aveva assicurato che questi -numeri tredici sono tutti simili, o almeno -lei poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene -e me ne andrò senza averle detto la -causa che mi conduce. -</p> - -<p> -— Ma allora si ripigli il suo n. 13.... -</p> - -<p> -— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto -male può rimediare ascoltandomi, non mi caccerebbe -come un impertinente. -</p> - -<p> -Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, -ne aveva quasi negli occhi. E poi non diceva -<i>quanto bene</i> gli avrei fatto lasciandolo -dire, diceva solo <i>quanto male</i> potevo rimediare -ascoltandolo. -</p> - -<p> -Non ho poi il cuore d’una belva feroce. -</p> - -<p> -— Io non la caccio, perchè è una persona -compita; ma dica lei stesso: posso io ascoltare -quanto lei mi vuol dire? -</p> - -<p> -Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<p> -— Lei può e deve, perchè non si tratta di -lei, ma dell’amica sua migliore.... -</p> - -<p> -— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, -mi dica tutto. -</p> - -<p> -Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che -in coscienza mi piaceva tanto, per non vedere -in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo -della mia buona Tizia. -</p> - -<p> -Il cavaliere mi confessò che da molti anni -era innamorato dell’amica mia; ma da un -pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla -all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, -seguendo costantemente i suoi passi, -temendo ogni mattina che gli entrasse in casa -la tristissima novella del fidanzamento di Tizia, -e solo da poco avendo visto ch’essa rimaneva -sempre zitella, si era fatto un coraggio -di leone a parlarle un’altra volta. -</p> - -<p> -— Un’altra volta! Ma dunque? -</p> - -<p> -Proprio così; e se il cavaliere Codicini era -venuto all’uscio di casa mia col pretesto del -numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto, -nella quarta pagina del <i>Secolo</i>, l’avviso con -mancia competente, e più perchè non avrebbe -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -mai osato presentarsi al signor Diego Corona, -nè a sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno -alla portinaia, chè vi è sempre pericolo -di trovare questa sorta di gente nell’esercizio -delle sue funzioni, cioè a dire munite d’una -scopa.... -</p> - -<p> -Diceva proprio così: <i>munite d’una scopa</i>, -per far ridere me, ma egli aveva sempre le -lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento -scoraggiato. -</p> - -<p> -— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo? -</p> - -<p> -— Tizia non le ha mai detto nulla di me? -</p> - -<p> -— Proprio mai nulla. -</p> - -<p> -— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta -prima con un disgraziato, il quale una settimana -delle nozze, quando le pubblicazioni -erano già state fatte in municipio e in chiesa... -</p> - -<p> -— So tutto questo, ma non lo so da Tizia, -però lo sposo non era il cavalier Codicini. -</p> - -<p> -— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere, -e chi ha il piacere di parlarle è appunto -Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona -d’Italia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -</p> - -<p> -Per far questa nuova presentazione, si levò -dal divano e s’inchinò come un peccatore. -</p> - -<p> -Ma no, come un malfattore! -</p> - -<p> -— Ma che spera ora? interrogai senza ombra -di amabilità; che Tizia ricaschi nella... -nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma, -quale fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare -le pubblicazioni con lo stesso fidanzato, -dopo che la prima volta lo sposo suo -l’ha piantata in asso? Pensi un poco. -</p> - -<p> -— Ho pensato molto. -</p> - -<p> -— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato, -le pubblicazioni devono essere richieste -dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale -dello stato civile, mi pare che si dica così, -non avendo tempo da perdere, non pubblica -nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi -senza l’agonia di questa aspettazione! Andare -insieme in municipio, a un tratto dichiarare -al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei -faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se -pure ha conservato un po’ d’amore per chi -l’ha... per lei.... -</p> - -<p> -— Crede che ne abbia conservato un poco? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -— Forse un poco.... -</p> - -<p> -— Un poco. -</p> - -<p> -— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede -bene che non è possibile... no... no... non è -possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo -chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più. -</p> - -<p> -— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa, -orrenda della mia condotta? -</p> - -<p> -— Ve ne può essere una? -</p> - -<p> -— Ve n’è una. -</p> - -<p> -— E perchè non l’è andata a dire a Tizia -o a suo padre? E perchè non glie la va a dire -ora? -</p> - -<p> -— Perchè questa causa non si può dire, -balbettò scoraggiato. -</p> - -<p> -Rimanemmo un poco in silenzio entrambi. -</p> - -<p> -— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente. -</p> - -<p> -Mi rispose con un filo di voce guardando il -soffitto: -</p> - -<p> -— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse -fare molto; ora mi pare che non possa fare -nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure... -eppure.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -</p> - -<p> -— Dica, dica. -</p> - -<p> -— Eppure, se un’anima buona, un’amica di -Tizia, guardandomi bene in faccia, vi vedesse -la sincerità.... -</p> - -<p> -— Il pentimento, insinuai. -</p> - -<p> -— No, non il pentimento; quello che feci -una volta lo farei sempre, messo nelle stesse -condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato; -io sono padrone di me, perchè mi sono fatto -una posizione; a quel tempo vivevo di rendita, -ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta -qui.... -</p> - -<p> -Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva -che la condizione sua fosse peggiorata. -Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente -nel dire con ferma voce: -</p> - -<p> -— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia -compagna perduta. -</p> - -<p> -Stette un altro poco a riflettere e vedendo -che io non indovinavo nulla, sollevò un piccolo -lembo della segreta verità. -</p> - -<p> -— Supponga, signorina, che, quando si facevano -le pubblicazioni, io fossi ricco, o mi -credessero ricco, e che a un tratto, per una -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -orrenda necessità, una necessità orrenda, non -confessabile ad altri che a Dio, avessi dovuto -vendere tutto quanto possedevo per salvare -qualcuno e me stesso.... -</p> - -<p> -Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare -troppo, e ch’egli si dovesse pentire poi di -aver parlato tanto.... -</p> - -<p> -— Basta, basta, mormorai.... -</p> - -<p> -Ma egli aggiunse ancora una parola che gli -uscì di bocca in un rantolo: il <i>disonore</i>.... Poi -tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le -guancie. -</p> - -<p> -Io mi voltai verso l’uscio per non vedere; -quando egli si fu asciugato il volto lagrimoso, -gli dissi: -</p> - -<p> -— Perchè non va parlare così a Tizia? -</p> - -<p> -— Perchè non potrei arrivare fino a lei se -qualcuno non mi aiuta. -</p> - -<p> -Era verissimo. -</p> - -<p> -— Ma perchè non è andato a dirle queste -cose prima di rinunziare alla sua sposa per -sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato -a me, anche meno sarebbe bastato... -forse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<p> -— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono -corsi a lei con la morte nel cuore -per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola -lieta nei suoi preparativi, contenta d’essere fra -pochi giorni mia sposa, mi venne meno il coraggio. -Pensavo che ella volesse saper di più, -ed era suo diritto, e che potesse indovinare -molto, troppo, e allora a che serviva il silenzio? -Io no, non avevo il diritto di offuscare.... -</p> - -<p> -— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida -parla con qualcuno. -</p> - -<p> -Stetti in ascolto un momento. -</p> - -<p> -Brigida parlava in anticamera, e mi venne -all’orecchio un’altra voce nota, ma tanto sommessa -da non potere intendere chi fosse l’interlocutore. -Mi pareva che la fantesca dicesse -di Berruti o Berrettini, che era con me in sala -da una mezz’ora abbondante, e che l’altro rimanesse -in forse se dovesse o no disturbare -il nostro colloquio. Finalmente l’altro se ne -andò. -</p> - -<p> -— Brigida, chiamai forte. -</p> - -<p> -E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il -dottore Augusto, ma sapendo che vi era gente -in salotto, se n’era andato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<p> -— Gli hai detto che era il signore.... -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Come gli hai detto? -</p> - -<p> -Brigida si schermì un poco prima di confessare. -</p> - -<p> -— Gli ho detto che vi era un bel signore -giovane...; che il nome mi era scappato dalla -mente, ma doveva essere una cosa come Berretto -o Berrettino. Così gli ho detto. -</p> - -<p> -— Hai fatto bene. -</p> - -<p> -Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno; -rimanevamo come prima inquieti della -tristissima cosa che volevamo accomodare con -poca speranza. -</p> - -<p> -— Dunque? -</p> - -<p> -— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare -a Tizia o al babbo suo, ma a Tizia meglio, -perchè tanto bisognerà pur venire a questo, -se vuol ottenere qualche cosa di pratico. -</p> - -<p> -— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè -essa dia ancora un colloquio al suo antico -innamorato, quale è la via migliore? -</p> - -<p> -— Qual’è la via migliore? domandai anch’io -a lui, e a me stessa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<p> -— Ci pensi un poco; quello che ho pensato -io venendo prima da lei, era farmi un’alleata. -</p> - -<p> -Aveva ancora ragione. -</p> - -<p> -— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice; -è contento? Penserò io a preparare il -terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò. -</p> - -<p> -— Qui, o in casa sua? -</p> - -<p> -— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene, -mi spieghi ciò che non ho inteso bene. -</p> - -<p> -Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè -invece di venire subito in casa mia dopo -l’avviso, aveva aspettato tanto. -</p> - -<p> -Perchè egli era stato assente davvero, e solo -al ritorno leggicchiando vecchi giornali accatastati -in portineria gli era venuto sott’occhi -l’avviso. -</p> - -<p> -Secondo: perchè invece di venire a casa mia -a consegnarmi la medaglia comprata, era andato -a depositarla all’Economato? -</p> - -<p> -Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e -anche l’Economato; al momento di venire da -me aveva scelto l’Economato. -</p> - -<p> -Coraggioso, non è vero? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -Se ne andò un po’ consolato, ma non molto. -</p> - -<p> -E non era nemmeno sulla cantonata quando -il dottor Augusto entrava in salotto ad aspettarmi. -</p> - -<p> -Aveva da dirmi una cosa. -</p> - -<p> -<i>Quella cosa</i>, come accade qualche volta, si -mutò prima in <i>tante cose</i>; e le tante in nessuna. -</p> - -<p> -Il mio carissimo cugino mi domandò se il -babbo sarebbe tornato presto; e sapeva bene -che poteva essere di ritorno soltanto dopo le -quattro; poi mi confessò di essere stato un’ora -prima. (Sapevamcelo. Ma era appena mezz’ora -prima). Perchè avevo una visita se n’era andato. -Sapevamo anche questo. -</p> - -<p> -— E chi era quel signore bruno? domandò -con indifferenza. -</p> - -<p> -— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato -il mio n. 13, cioè uno dei numeri 13, ma -non il mio, perchè, guardando bene, mi sono -accorta, che nessuno dei numeri 13, resimi -dalla sorte, è quello che la sorte, cioè mio cugino -dottore, mi aveva regalato. -</p> - -<p> -— Hai fatto questa scoperta? mi domandò -sempre indifferente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<p> -— Sì, l’ho fatta; ti stupisce? -</p> - -<p> -— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna -delle due medaglie è quella che ti ho -dato. -</p> - -<p> -Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e -tutte le cose che mi doveva dire gli rimasero -in corpo. -</p> - -<p> -— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo -di bottega, osservò poi sommessamente. -</p> - -<p> -— Anche l’altro del <i>Ciall</i> era nuovo di bottega. -</p> - -<p> -— Lo so. -</p> - -<p> -Altro silenzio. -</p> - -<p> -— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico, -le cose che mi dovevi dire sono queste sole? -</p> - -<p> -Si scosse un momentino per ridere; volle -pigliare la mia mano, ma non la trovando subito, -troncò l’atto a mezzo. -</p> - -<p> -— Quel cavaliere è un bell’uomo.... -</p> - -<p> -— Puoi anche dire un bel giovane; non deve -avere molto più di trentacinque anni. -</p> - -<p> -— È venuto per ringraziare della vostra visita, -non è vero? -</p> - -<p> -— Sicuramente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<p> -— E... per null’altro? -</p> - -<p> -Avevo io il diritto di non mentire? Potevo -io, tacendo, fare una mezza confessione? No, -non è vero? Dunque mentii. -</p> - -<p> -— Per nient’altro. -</p> - -<p> -— E per ringraziare te e il babbo tuo della -visita, si è fermato qui un’ora. -</p> - -<p> -— Era poi un’ora? -</p> - -<p> -— Sì, un’ora abbondante. -</p> - -<p> -— Allora tu sei stato in sentinella sul portone -di casa? -</p> - -<p> -Non disse di no; disse invece: -</p> - -<p> -— Sai tu chi è questo cavalier Codicini? -</p> - -<p> -— Il cavaliere Codicini. -</p> - -<p> -— Non sai che doveva essere lo sposo della -signorina Tizia? -</p> - -<p> -Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non -mentire? -</p> - -<p> -— Io non so nulla, io. -</p> - -<p> -E mi si affacciarono due strane idee, cioè -che mio cugino, essendo segretamente innamorato -di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio -cugino fosse semplicemente innamorato di sua -cugina... e fiutasse un altro pericolo. Ma si -spieghi in buon ora! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<p> -— Che importa a te di tutto questo? gli -domandai levandomi da sedere, e guardandolo -bene in faccia per metterlo alle strette. E -messo così, mio cugino fece uno sforzo disperato -di resistenza per non dirmi nulla. -</p> - -<p> -— Ecco il babbo, annunziai. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<h2>VI.</h2> -</div> - -<p> -Il giorno dopo, senza perdere tempo, me -ne andai a trovare la mia buona Tizia. -</p> - -<p> -Me ne andai sola (qualche volta, nelle grandi -occasioni, ho questo coraggio da leone); ma -non fui molto fortunata. Avevo immaginato di -trovare il babbo ancora all’uffizio e l’amica sola: -invece tutto il contrario. Diego Corona era -tornato prima dell’ora e sua figlia era uscita -appena con la fantesca per fare una scelta sapiente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -Diego Corona sorrideva. -</p> - -<p> -— Allora chi sa quanto tarderà! -</p> - -<p> -— Sarà qui a momenti: la scelta sapiente -non è altro che di un buon cappone, che sia -giovine e grasso, e non ci costi troppo, per -domani che è festa. Lei si accomodi qui un -momentino, qui accanto a me. Oh! che miracolo -veder qui lei tutta sola! Quale fortuna è -la mia! -</p> - -<p> -— E si può sapere, continuava, la ragione -che l’ha fatta uscire di casa, sola, all’ora che -il babbo sta per tornare dall’uffizio?... Non si -può sapere. Bisogna sempre rispettare i bei -segretuzzi delle fanciulle belle. Piuttosto le -posso domandare se ha ricevuto una visita... -</p> - -<p> -— Che visita? esclamai prontamente. -</p> - -<p> -— Il signor Egidio Merula non è venuto da -lei? -</p> - -<p> -— Oh! Dio! Ma, caro signore, non le pare -che basti? -</p> - -<p> -Il signor Diego Corona rimase perplesso. -</p> - -<p> -— Sì, continuai, il babbo mi ha detto tutto; -io le sono riconoscente, ma non stia a -mandarmi più altri candidati. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -Ripetei: — Non le pare che basti? -</p> - -<p> -— Eh! eh! se pare a lei... balbettò. -</p> - -<p> -— Sì, sì, a me pare. Quel suo Prudenziano -Barbotti, dove lo è andato a stanare? E quell’altro? -Non ricordo più il nome. -</p> - -<p> -— Sono eccellenti partiti, non troppo giovani -veramente, perchè nel matrimonio la troppa -gioventù è un pericolo. L’uomo (queste -cose lei non le può sapere, e perciò se le lasci -dire da me), l’uomo fino a trent’anni è un -fringuello; dopo i quaranta, quando non è una -volpe, è un cane fedele. -</p> - -<p> -— E dopo i cinquanta? domandai ingenuamente. -</p> - -<p> -— È un bue, spesso, ma in ogni caso è -una buona bestia da fatica, un animale di casa -e può fare un buon marito. Ma è sempre meglio, -per fare un buon marito, che non abbia -passato i cinquanta. -</p> - -<p> -— Credo anch’io. -</p> - -<p> -Vedevo venire la dichiarazione minacciata -dal babbo e non avevo paura. Avremmo riso -volentieri insieme. -</p> - -<p> -Diego Corona era benissimo avviato; parve -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -distrarsi un momento, si toccò i capelli che -aveva abbondanti, appena appena brizzolati, -si lisciò la barba, e non trovando parole per -quello che mi voleva dire, finalmente rise molto -senza dir nulla. -</p> - -<p> -— Perchè ride così? -</p> - -<p> -— Rido perchè or ora faccio ridere anche -lei; il babbo non le ha detto nulla?... Ma sì, -deve averle detto, e se le ha detto tutto... -</p> - -<p> -— Mi ha detto tutto, risposi ridendo. -</p> - -<p> -— E?... -</p> - -<p> -— E?... -</p> - -<p> -Diego Corona rise un’altra volta con abbondanza. -Forse perchè l’idea, guardata ora da -vicino, pareva buffa anche a lui? -</p> - -<p> -No, tutt’altro. -</p> - -<p> -— Gli uomini pigliano moglie a tutte le età, -e ho visto sempre che i più vecchi scelgono -le spose giovanissime; la natura vuole così; -se non fosse, tante ragazze non si presterebbero. -</p> - -<p> -Non mi guardava in faccia per non leggere -un sorriso canzonatorio, che, come se lo vedessi, -si era messo da sè fra le mie labbra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -</p> - -<p> -— Quanti anni mi dà lei? Cioè, rettifico; -io non ho bisogno che lei me ne dia nemmeno -uno, perchè quelli che ho sul groppone mi pesano -assai... Ma dica un po’ quanti? -</p> - -<p> -Volli consolarlo. -</p> - -<p> -— Quarantasette, quarantotto... dico così, -perchè Tizia ne ha ventiquattro... ma lei non -li dimostrerebbe nemmeno, tanto si è saputo -conservare.... -</p> - -<p> -— Questo sì, rispose con entusiasmo, io mi -sono conservato bene; ho preso moglie giovanissimo -per non fare le solite pazzie; e se -da otto anni non fossi vedovo, e afflitto... e -solo, mi sarei conservato anche meglio. -</p> - -<p> -Gli parve venuto il momento di sparare la -pistolettata. -</p> - -<p> -— Io ho quarantanove anni... a cinquanta -non sono arrivato... e perciò.... -</p> - -<p> -— Perciò... non stia a mandarmi altri candidati; -quando il babbo mio sposerà Tizia, io -sposerò lei, se mi vuole. È contento? -</p> - -<p> -Io risi bene; egli rise male -</p> - -<p> -Entrò in salotto la mia buona amica, alla -quale, dopo un gran numero di baci, chiesi -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’ -caro. -</p> - -<p> -Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta -una piccola traccia di melanconia sorridente, -come un’aureola, come un alone pallido -intorno alla faccia buona; si dondolò pochi -momenti; e, mentre noi parlavamo di tante -inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci -accorgessimo. -</p> - -<p> -Vistami sola con Tizia, subito mi composi -un viso serio, le presi le mani, come il babbo -suo le aveva prese a me, e lisciandole con le -mie, le mormorai all’orecchio: -</p> - -<p> -— Ho una cosa da dirti. -</p> - -<p> -— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò -di leggermi in viso e lesse male, perchè battè -le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei fidanzata.» -Visto che sbagliava, balbettò: «allora -dimmela.» -</p> - -<p> -— Ma tu mi devi promettere d’essere forte. -</p> - -<p> -Non promise nulla, con un filo di voce ripetè: -dimmela. -</p> - -<p> -Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai -al mio petto per modo che, curvandomi -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -un poco, potessi mormorare ogni cosa. -</p> - -<p> -Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi -tutto: come il cavaliere Codicini l’amasse sempre, -e per una necessità orrenda, che egli non -poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna -forse spiegherebbe un giorno o l’altro, -lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse -rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino -sleale, mentre egli era semplicemente una -vittima della... <i>necessità orrenda</i>. -</p> - -<p> -Quando tacqui per non sapere che dire, -avendo ripetuto tre volte in tre modi differenti -le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora -la testina bella appoggiata al mio seno; -misi una mano sotto al visino nascosto e sentii -piovere lagrime calde e frequenti. -</p> - -<p> -— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla -voglia di piangere anch’io. Lo vedi bene, le -mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio, -lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi -quasi dire che non ti ha lasciato mai; è il momento -di essere felice, pare a me; dunque perchè -continui a piangere?.... Fammi vedere la -tua faccetta bella, che sa ridere così bene. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene -sì, piangi, chè ne hai bisogno; sono lagrime -buone che medicano l’anima ferita.» -</p> - -<p> -Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli, -i baci ch’io metteva sui suoi capelli -ogni volta che sentivo sulla mia mano il caldo -di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai -in silenzio che la cosa finisse da sè, pensando -che forse con le mie parole ottenevo il -risultato contrario. E il babbo doveva essere -a casa da un pezzo, e Brigida sicuramente -dava allo stufato un saporino di bruciato, che -è il terrore della nostra mensa. -</p> - -<p> -Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli -occhi con la pezzuola e mi disse melanconicamente: -</p> - -<p> -— Non avrei voluto piangere, ma è stato -più forte di me. -</p> - -<p> -— Erano lagrime di consolazione. -</p> - -<p> -— No, no; non mi hanno consolato; ho -pianto per dolore vero e profondo. -</p> - -<p> -Che musichetta mi stava facendo la mia -buona Tizia! -</p> - -<p> -— Che vuole egli da me, ora?... proseguì. -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -È tardi. Quando tu mi parlavi con tanta bontà, -io non facevo altro che frugare nel mio -cuore per vedere se vi trovassi ancora una -scintilla dell’amore svanito; ma no, cenere, -cenere, e lagrime. -</p> - -<p> -— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre -amato.... -</p> - -<p> -— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi, -che ho dovuto fare io? Ho fatto questo: ho -imparato prima con una fatica orrenda — orrenda -sì, almeno almeno quanto la sua <i>necessità</i> — a -odiare l’uomo che amavo tanto; e -poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi, -me lo tenni caro, aumentandolo ogni giorno; -da ultimo, e sono già due anni almeno, credevo -d’aver buttato via ogni cosa, amore e -odio, perchè ero arrivata all’indifferenza, che -è la vera pace. -</p> - -<p> -Tizia non mi aveva mai parlato così, e la -credevo persino incapace di sentire fortemente; -ma è perchè io la conobbi quando era arrivata -all’indifferenza, che è la vera pace, come -dice lei. -</p> - -<p> -— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -che l’occhio mio correva ogni tanto all’orologio -a pendolo: — Ma io ti lascio andare a -casa, chè è quasi l’ora del vostro pranzo. -</p> - -<p> -E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere, -tornò la mia buona Tizia allegra come -l’ho sempre conosciuta. -</p> - -<p> -— Dunque? -</p> - -<p> -— Dunque dammi un bacio e non se ne parli -più. -</p> - -<p> -— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire? -</p> - -<p> -— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe -fargli credere che mi voglia vendicare; -e mi piacerebbe fargli intendere chiaro -che sono indifferente a tutto.... Come potrei -dargli questa dimostrazione? forse andando a -nozze col primo venuto.... -</p> - -<p> -— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il -primo venuto e te lo sposi con la massima -indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni -riescono come tutti gli altri. -</p> - -<p> -— Col primo venuto sì, ma non con lui! -Dopo essere stata tutta sua, non potrei essere -per lui mezza, o anche meno. Meglio -niente.... Ma perchè, aggiunse ridendo, tuo padre -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -non mi manda un candidato, come ha -fatto il babbo mio con te? perchè non mi chiede -la mano egli stesso? Forse accetterei. -</p> - -<p> -— Per carità, non dire questo nemmen per -celia; io ho promesso al padre tuo, che se tu -sposi il mio, io sposo lui, e pensa che orrore, -io matrigna tua, tu matrigna mia!.... Ora vado -proprio... sento di qui il bruciaticcio dello stufato. -</p> - -<p> -— Pensaci ancora, le mormorai prima di -andarmene. -</p> - -<p> -In anticamera Diego Corona mi strinse la -mano appena appena, e mi sorrise rassegnato. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<h2>VII.</h2> -</div> - -<p> -Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato -della mia visita, non si scoraggiò -molto; egli sapeva bene, che, dopo le -sue antiche gesta, l’innamorata doveva essersi -staccata da lui. Si sarebbe fatto un mediocre -concetto di una ragazza, la quale, in condizioni -simili, fosse ricascata nella stessa trappola. -Era contento di essere odiato un poco, -perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva -lui, non tanto lontano dall’amore come sembra -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -volgarmente. «Solo che è l’opposto,» -osservai melanconicamente. «È il rovescio -della medaglia, mi rispose; ma è ancora la -medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero -all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!» -E io, per carità di prossimo, non gli -dissi che vi era proprio arrivata. -</p> - -<p> -Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata -che, dopo una notte d’insonnia, l’amica -mia mi piombasse in casa all’alba, se non -pentita del rifiuto, se non mansuefatta all’idea -di ripigliare la croce d’una volta, almeno almeno -inpensierita della pessima nottata che le -avevo fatto passare. Invece, aspettò due giorni -prima di venirmi a trovare; e, quando si lasciò -vedere, se non dicevo io che Codicini era -stato a prendere la risposta, essa non avrebbe -fiatato di lui. -</p> - -<p> -Ancor che non volesse sapere nulla, io le -dissi tutto. Essa rimase silenziosa per un poco, -poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri, -ma solamente all’etere, come si dice; poi -rise, senza voglia, per abitudine, poi si fece -seria per annunziarmi una nuova moda che -le era piaciuta immensamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -Per pagare il tributo alla moda, io non mi -feci pregare: ma tanto, prima che Tizia se ne -andasse, mi provai a dire guardandola ben -bene in faccia. -</p> - -<p> -— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito, -perchè, se così non fosse, a che servirebbe -essere tu l’amica mia migliore? Quella -notte (sottolineavo «quella») non hai potuto -dormire perchè pensavi all’uomo che doveva -essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe -pronto se tu volessi. Ma tu non vuoi. -</p> - -<p> -Verissimo. Tizia confessò francamente chè -quella notte era stata bianca per lei; ma non -ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista -piangere alle mie parole? -</p> - -<p> -Aveva poi preso sonno all’alba, e quando -Diego Corona era venuto a darle il buon giorno, -poi ch’essa non era andata come il solito -da lui, gli aveva svelato tutto quanto le capitava. -</p> - -<p> -E Diego Corona? -</p> - -<p> -Diego Corona si era taciuto per intendere -meglio il caso difficile della sua figliuola. Ma -non era un caso difficile, per fortuna. Essa -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta -all’uomo che l’aveva quasi condotta fino all’altare, -per piantarla. -</p> - -<p> -— Benissimo! diceva Diego Corona. -</p> - -<p> -— Meglio sposa al primo venuto che a lui, -aveva dichiarato Tizia. -</p> - -<p> -— Meglio! aveva confermato Diego Corona. -Non le mancherebbero partiti, ancorchè essa -non avesse una grossa dote, e le fosse toccata -la sventura di perdere lo sposo sulla porta -della chiesa. Tutto stava a non pretendere il -marito giovane. Vi sono degli uomini maturi, -ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi... -con i quali la vita coniugale è una festa.... -</p> - -<p> -Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni -caso, essa si accontenterebbe di uno solo di -questi uomini maturi, anche vedovi... senza -volerne un reggimento. -</p> - -<p> -Diego Corona aveva risposto che infatti, se -egli aveva parlato di molti mariti, è perchè -già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse -altro. -</p> - -<p> -Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini, -ero proprio condannato? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -</p> - -<p> -Condannato proprio. -</p> - -<p> -Tizia però era contenta di non poter odiare -il suo antico innamorato, perchè ora, sapendo -che egli si vantava di avere dovuto cedere ad -una <i>necessità orrenda</i> nel momento di piantarla -col suo fardelletto di nozze, quando questa -necessità le fosse stata messa davanti ed -essa l’avesse riconosciuta legittima per quanto -orrenda, l’odio suo sarebbe cessato ed allora -era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, -no; se anche la <i>necessità orrenda</i> le fosse dimostrata, -l’avrebbe lasciata quella di prima, -cioè <i>indifferente</i>. -</p> - -<p> -Ma Tizia avrebbe pianto anche più di <i>quella -sera</i>, per pietà di lui e della miserabile sorte -che aveva condotto lei da un grande amore alla -perfetta calma. -</p> - -<p> -Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni -e sempre nelle ore che il babbo era all’uffizio, -tanto che non essendosi ancora trovato con -lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla -delle sue visite. E perchè le visite potessero -continuare e perchè egli aveva una gran fede -in questa continuazione, che a me sembrava -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -invece non dovesse approdare a nulla di buono, -un giorno venne poco dopo l’ora della colazione -e non tardò a entrare in materia. -Dopo di aver visto il trionfo soltanto nella mia -complicità segreta, quel giorno lo vide meglio -in una complicità più larga. Si fece complice -anche il babbo. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un -po’ odiato dalla sua antica innamorata e perciò -a un pelo di innamorarla un’altra volta, -un giorno della stessa settimana, visto uscire -dal portone di casa Diego Corona per correre -al telonio, si fece un gran coraggio; invocò -tutti i santi, salì le scale lentamente e dopo -essere rimasto un pezzo a contemplare il bottone -del campanello senza sapersi risolvere ad -approfittarne, ne approfittò tanto poco che la -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -fantesca non si mosse di cucina. Ma un eroismo -fa come le ciliege, ne tira un altro; e il -cavaliere toccò lungamente il bottone, e dopo -un breve intervallo di silenzio già si preparava -a ripetere la dose, quando la fantesca venuta -sull’uscio, domandò: chi è? -</p> - -<p> -E prima ancora che il cavaliere si precipitasse -dal pianerottolo, o si annunziasse per -quel che era, la porta della sua felicità gli si -spalancò tutta quanta. -</p> - -<p> -— La signorina è in casa? -</p> - -<p> -— Non so, rispose la fantesca, perchè le -avevano insegnato a dire così; e lasciando il -visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio -d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne -andò a <i>vedere</i>. -</p> - -<p> -E poco dopo tornò a dire che la signorina -era uscita. -</p> - -<p> -— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente -il cavaliere. -</p> - -<p> -Sì, ma non era in casa. -</p> - -<p> -Senza manco avvedersene, l’innamorato si -trovò dietro l’uscio e poi sulle scale e poi in -istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -</p> - -<p> -Che la signorina fosse in casa, non ne poteva -dubitare, ma essa sicuramente, al punto -d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo, -non se ne era sentita il coraggio. -</p> - -<p> -Perchè mai le donne dovrebbero essere più -forti degli uomini? Non è forse vero che il -cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in -salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo -e sano? E che al momento di andarsene, se -una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era -il ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque? -</p> - -<p> -Per poco non cercò anche l’alleanza di mio -cugino, arrivato in quel punto; ma questo chimico -benedetto si mostrò così ribelle al primo -incontro, manifestando una svogliatezza, un -languore, un mal di capo, da scoraggiare il -meglio intenzionato. -</p> - -<p> -Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato -e il cugino dottore rimase peggio. -</p> - -<p> -Quando il babbo andò a pigliare il cappello, -per correre all’uffizio, Augusto scattò come -una molla. -</p> - -<p> -— Ma questo cavaliere che incontro ogni -volta quando vengo da te... che significa? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -</p> - -<p> -— Significa probabilmente che tu vieni qui -di rado, e che egli viene più spesso di te. -</p> - -<p> -— Non altro? -</p> - -<p> -— Nient’altro, mi pare. -</p> - -<p> -— E ha egli confessato che il suo nome -vero è Ramelli, che aveva promesso di sposare -la tua amica Tizia. -</p> - -<p> -— Sì! l’ha confessato. -</p> - -<p> -— E ora che vuole? -</p> - -<p> -— Vuole.... -</p> - -<p> -Veramente non avevo il diritto di servirmi -di una confidenza, ma potevo io lasciar sospettare -cose diverse dal vero? -</p> - -<p> -— Vuole... una cosa impossibile. -</p> - -<p> -— La tua mano? -</p> - -<p> -Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora! -</p> - -<p> -— E ti pare che per domandare la mia mano -fosse necessario, assolutamente, essere stato -il fidanzato di un’altra e che quest’altra fosse -proprio la mia amica migliore? Lo comprendi -anche tu... manco male. -</p> - -<p> -Sì, ora comprendeva anche lui. -</p> - -<p> -— Ma allora che vuole? -</p> - -<p> -— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -</p> - -<p> -Egli era proprio contento; io no. -</p> - -<p> -Avevo fatto male a svelare un arcano che -non mi apparteneva, e glielo dissi. -</p> - -<p> -— Sono una stupida, dovevo tacere; questa -confidenza non era cosa mia, ho fatto male. -</p> - -<p> -— Un giorno saprai tutto, mi disse. -</p> - -<p> -Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque -non intendere. -</p> - -<p> -Il cavaliere, pensando meglio al caso suo, -capì che piombando come un fulmine accanto -alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza -grave; ma perchè bisognava pure -spiegare la <i>necessità orrenda</i>, senza di che non -era possibile ricuperare la posizione d’una -volta, decise d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio, -fermarlo in istrada e spiegarsi bene. -</p> - -<p> -Senonchè quel giorno Diego Corona aveva -tardato ad uscire e il cavaliere Codicini aveva -temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque -risalì le scale di Tizia un’altra volta. -</p> - -<p> -E ci trovò insieme, perchè io avevo passato -due ore con la mia buona amica, e stavo per -andarmene, quando il campanello ci annunziò -una visita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -</p> - -<p> -Saputo che era Codicini, il quale domandava -del babbo, fu una titubanza lunga. -</p> - -<p> -Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare -lui? -</p> - -<p> -Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva -che io mi fermassi, e intanto Brigida mi guastava -il risotto e mi dava un saporino di casseruola -al tonno in salsa di pomidoro. Ma il -cavaliere poteva aspettare in anticamera, e allora -a me non sarebbe stato possibile passargli -sotto il naso senza farmi scorgere. -</p> - -<p> -Fortunatamente, mentre durava l’incertezza -crudele, il campanello sonò un’altra volta. -</p> - -<p> -— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il -suo modo speciale. -</p> - -<p> -E subito, mentre la fantesca correva in anticamera -e noi di corsa nella vicina stanza e -il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio -al salotto, Tizia, escita da ogni perplessità, -mi disse in gran collera: -</p> - -<p> -— È una persecuzione. Che cosa crede di -guadagnare in questa sua miserabile commedia? -Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente -ch’io lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora -mi ha seccata assai. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -</p> - -<p> -Per tacito accordo rimanemmo un poco in -silenzio ad ascoltare quel che diceva il cavaliere -a Diego Corona. Egli non disse nulla per -un po’, il tempo di penetrare bene in salotto -fino ai piedi del divano. -</p> - -<p> -— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor -Corona. -</p> - -<p> -E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla; -poi fu ancora il babbo di Tizia a interrogare, -e la sua parola fu meno brusca di prima, forse -per lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi. -</p> - -<p> -— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da -me? -</p> - -<p> -Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro -passando per la porta socchiusa, arrivò -alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia. -</p> - -<p> -Essa mormorò dispettosa: «Commediante!» -senza batter ciglio, guardando la parete di -fondo. -</p> - -<p> -Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e -il suo mormorio lungo non fu mai interrotto -da Diego Corona, ma disgraziatamente non -arrivò fino a noi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò -che cosa potesse fare per contentare -quell’ombra di genero ormai svanita per -sempre. -</p> - -<p> -Dopo un lungo silenzio la voce di Diego -Corona empì la casa, come mi parve, dichiarando -che quanto a lui non avrebbe visto nulla -di male che <i>la cosa</i> si accomodasse, ma -aveva un forte sospetto che la sua figliuola non -volesse più. -</p> - -<p> -— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè -ad essa dirò tutto tutto... se vorrà.... -</p> - -<p> -Guardai il viso impassibile dell’amica mia; -essa guardava sempre la parete e non battè -ciglio. -</p> - -<p> -— Vuole che io le vada a dire?... -</p> - -<p> -Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego -Corona si affacciò nel vano dell’uscio; stette -un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava -positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato -sulla parete, egli chiuse l’uscio alle -sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino -alla figliuola. Le prese la testina pallida con -le due mani e le lisciò lungamente la fronte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -</p> - -<p> -— Vuoi? interrogò. -</p> - -<p> -Tizia fece di no. -</p> - -<p> -— Che cosa vuol confessare a me, se non -poteva confessarla a mio padre? E che vuol confessare -a me, se prima ha bisogno ch’io stessa -<i>voglia sapere</i>? Vagli a dire ch’io non voglio -sapere nulla. -</p> - -<p> -Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, -e non sapendo che decidere, prese una mia -mano, poi si decise; ma innanzi di spingere -l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora. -</p> - -<p> -La risposta nel gran silenzio fu la medesima; -allora Diego Corona scomparve. -</p> - -<p> -Sentii che diceva: -</p> - -<p> -— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se -lei ha da confessare qualche cosa che, detta a -me, possa modificare.... -</p> - -<p> -Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire -la necessità orrenda, o forse necessità orrende -non ve ne erano; il certo è che non fiatò. -</p> - -<p> -— No, no, no, disse forte, per fare arrivare -la voce fino a noi, è un segreto che non mi -appartiene. Sappia la signorina ch’io sono -molto infelice. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -</p> - -<p> -Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato -rumore di passi nel corridoio, e il cavaliere -Codicini lasciò la casa. -</p> - -<p> -Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato -mai più. -</p> - -<p> -Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò -dalla parete per fissarsi nel mio. -</p> - -<p> -Ancora una volta la sentii ripetere: -</p> - -<p> -— Commediante! -</p> - -<p> -Poi rise nuovamente e mi abbracciò. -</p> - -<p> -Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo -aver accompagnato fino sull’uscio il genero -perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto -farsi una gran forza per non piangere prima -di lui. -</p> - -<p> -— Egli ha pianto? domandai. -</p> - -<p> -— Almeno ne ha avuto una gran voglia... -ne sono sicuro. -</p> - -<p> -Tizia crollò le spalle, sembrando dire che -se gli fosse piaciuto di piangere, lo avrebbe -fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere -e ridere. -</p> - -<p> -Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<p> -— Bimba, che hai? domandò il padre. -</p> - -<p> -— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo -di cose cattive: dispetto, collera, odio.... Mi fa -tanto bene. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -</p> - -<h2>VIII.</h2> -</div> - -<p> -Non era vero che il rimescolìo di tutte -quelle cose cattive facesse del bene alla -mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e -la mattina, sentendosi tanto stroncata da non -si reggere stando a sedere sul letticciolo, mi -mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la -sua amica migliore, non mandò a chiamare il -dottor Demetrio. Ma il medico venne lo stesso -chiamato da Diego Corona, che, nell’andare -all’uffizio, non aveva fatto fatica a scendere due -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -scale, perchè il dottore, uscendo di casa, avesse -la bontà di venire a vedere che diavol mai -fosse entrato in corpo a sua figlia nella notte, -perchè essa non aveva chiuso occhio, cianciando -molto senza dire una frase di costrutto. -</p> - -<p> -Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio -entrò in camera di Tizia, preceduto dalla fantesca; -la sua ammalata era calma al paragone -della nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza -e di non poter dormire; mi stringeva -una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le -lisciavo la fronte, il nasino affilato, chiudevo -le sue palpebre leggermente, le scoprivo un -orecchio costringendo un riccio dei magnifici -capelli a starsene a suo posto, e senza dir mai -altro che così: -</p> - -<p> -— Tizia cara, cara Tizia! -</p> - -<p> -A questa domanda discreta, perchè queste -due parole erano una domanda discreta, anzi -un mucchio di domande discrete, la mia buona -amica non aveva risposto ancora. -</p> - -<p> -Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio, -il quale, toccandole il polso e la fronte, facendosi -mostrare la lingua, minacciava di ascoltarla -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa. -</p> - -<p> -Tizia confessò che prima d’andare a letto -non aveva avuto punto sonno. Si era messa -alla finestra e quella sera di maggio tirava un -vento perfido che forse le aveva raffreddato il -sangue; ecco doveva esser così; ma ora stava -meglio e sicuramente le medicine erano inutili; -essa prima di sera sarebbe guarita. -</p> - -<p> -Il dottor Demetrio non essendo del suo parere, -volle ascoltare il petto e la schiena; ciò -fatto, scrisse una medicina e non raccomandò -nulla. -</p> - -<p> -— Mi posso alzare? domandò Tizia. -</p> - -<p> -Il medico sorrise melanconicamente. -</p> - -<p> -— Provi se può. -</p> - -<p> -Tizia non provò nemmeno, perchè troppa era -stata la fatica di tirarsi a sedere sul letto per -essere ascoltata. -</p> - -<p> -— Se avrà voglia di mangiare una minestrina, -non le farà male. -</p> - -<p> -L’ammalata non chiedendo che minestrina, -lo domandai io. — Riso? zuppa? -</p> - -<p> -— Quello che vuole, ma forse oggi non mangerà -nulla; badi a pigliare la medicina; tornerò -stasera. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -</p> - -<p> -La medicina del dottor Demetrio era una -pozione calmante, in cui entrava il papavero, -e Tizia, un po’ per virtù della pianta, un po’ -per la mala nottata della vigilia, tutto quel -giorno non fece che sonnecchiare. -</p> - -<p> -La calma, fatta padrona del suo bel corpicciuolo -di faterella, un po’ ci consolava e ci impauriva -anche un poco. -</p> - -<p> -Il medico, venuto la sera, disse chiaro che -questa seconda visita non gli serviva se non -a riconoscere quali passi faceva il male per -giudicare quanta strada avesse deciso di percorrere. -</p> - -<p> -Fortunatamente non vi era ancora nulla di -troppo grave; avrebbe potuto essere una pneumonite, -o una pleurisia acuta, o una febbre -d’infezione, ed invece si era accontentato di -essere <i>forse</i> una pleurisia falsa, che <i>forse</i>, con -pochi giorni di letto, ci leverebbe l’incomodo. -</p> - -<p> -— Forse; però.... -</p> - -<p> -— Però? -</p> - -<p> -— Però, in questo stadio della malattia, il -medico non è mai abbastanza prudente; può -sempre sbagliare e se anche egli non ha sbagliato, -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -il male può aggravarsi in seguito ad una -complicazione... Ma... Ma?... -</p> - -<p> -Ma avendo egli ascoltato Tizia, poteva quasi -assicurare che tutti gli organi funzionavan -bene. -</p> - -<p> -Insomma la pleurisia falsa di Tizia non mi -inquietò troppo. -</p> - -<p> -Quel poveraccio di Diego Corona era la sola -vittima. -</p> - -<p> -Avesse egli potuto piantare l’ufficio delle -Mediterranee finchè durava il male della figliuola, -non si sarebbe lamentato di nulla; -pareva a lui che potendo essere sempre accanto -al letto della sua bimba avrebbe fatto -una paura da non si dire al malannaccio per -costringerlo a darsi vinto. -</p> - -<p> -Ma così, ahi, ma così! -</p> - -<p> -Ve lo potete immaginare voi altri che profitto -dava lui alla Mediterranea aprendo il -cassetto della scrivania e buttando un’occhiata -disattenta alle carte d’ufficio? Almeno nei -giorni di buon umore qualche cosa di pratico -faceva; una lavata di capo a un subalterno, -un giorno sì, un giorno no, la sapeva dare; -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -ed era sempre un toccasana; ma oggi che autorità -poteva avere sentendosi così tutto stroncato -nella sua figliuola? -</p> - -<p> -Ma, dopo alcuni giorni patiti, senza mormorare -troppo contro il Signore, il quale poteva -vendicarsi, Tizia mia annunziò a tutti quanti -che si sarebbe levata a ogni costo. -</p> - -<p> -— Ti senti proprio bene? domandammo. -</p> - -<p> -— Benone. -</p> - -<p> -— Non ti farà poi male alzarti? aggiunse -Diego Corona; il medico che cosa ha detto? -</p> - -<p> -Il dottor Demetrio da due giorni non vedeva -nulla di male che Tizia si levasse qualche ora; -essa invece, presa da un prepotente bisogno -di fantasticare, stando a letto (e, m’immagino -io, d’essere desta fingendo di dormire), si era -sempre sentita debole tanto da rimanere sotto -le coltri. Quel giorno ci annunciò che dopo il -mezzodì, certo per l’ora del desinare, sarebbe -apparsa alla mensa del babbo, il quale da una -settimana faceva pietà alle belve, non che alla -fantesca, quando si metteva a tavola come un -orso spaiato. -</p> - -<p> -E, in questo tempo trascorso, che n’era stato -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -del cavalier Codicini? Il primo giorno dopo lo -scacco solenne mi era aspettata non so che. Il -cavaliere era ammalato, il cavaliere era moribondo, -il cavaliere era morto, già chiuso al -manicomio, almeno almeno impazzito a casa. -Invece quell’istesso giorno del risanamento di -Tizia, quando io, per la necessaria reazione -del farneticamento umano, era quasi arrivata -a credere che quel commediante avesse proprio -fatto la commedia, e già si fosse rassegnato -al suo destino, e già in agguato per -un’altra sottana, il povero cavaliere Codicini -venne a trovarci nell’ora del babbo, e ci domandò -con le lagrime agli occhi che malattia -avesse la sua sposa perduta. -</p> - -<p> -Ma dunque sapeva? -</p> - -<p> -Eh! altro! quando si ama davvero, si sa -tutto; sapeva della malattia, dei rimedi somministrati -dal medico, e solo gli rimaneva il -dubbio sulle cause del malanno. -</p> - -<p> -Era stato veramente un colpo d’aria buscato -per essersi messa alla finestra in quella notte -di plenilunio (sapeva anche che in quella -notte era il plenilunio), oppure la ragione era -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -un’altra, un turbamento nervoso... ovvero... -Ovvero? Non volle spiegare meglio il suo concetto. -Ma come aveva saputo? Dal dottore. -Possibile mai! Certissimo. -</p> - -<p> -Il dottor Demetrio lo stesso giorno della -prima visita a Tizia era stato chiamato in -casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato -in buon punto di una cefalea indemoniata. -Guarito della cefalea per virtù di non -so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra -medicina, e il dottor Demetrio, il quale non -è uomo da negare la virtù dei calmanti, aveva -offerto il necessario. Così il cavaliere era guarito -prima di Tizia. -</p> - -<p> -Io per accelerare la sua guarigione, a costo -di dire una bugia lusingandolo troppo, mi -arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella -doppia malattia dimostrava una crisi di un -identico male. -</p> - -<p> -— Dio lo voglia! mormorò lui. -</p> - -<p> -— Dio lo vorrà, assicurai. -</p> - -<p> -Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo. -</p> - -<p> -E quel giorno medesimo, trovatami con lei -dopo il desinare, appena Diego Corona se ne -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo -ancora per placarmi, ma senza punto -voglia di celiare, che aveva proprio deciso di -entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno. -</p> - -<p> -Era sempre stata una sua vecchia idea, che -per essere messa in atto non altro aspettava -che il buon momento. E le pareva giunto! -</p> - -<p> -— Ah! sì! ti pare proprio giunto? -</p> - -<p> -A lei pareva. Comprendendo di dare una -grande afflizione al babbo, il quale non aveva -altri che lei, aveva sempre differito, ma ora -era quasi sicura che se essa si facesse educanda -e poi monaca, Diego Corona si consolerebbe, -sposandosi un’altra volta. Essa non -vedeva niente di male in questo; se le fosse -stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie -mani alla seconda felicità del babbo. -</p> - -<p> -— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a -morirne! dissi. -</p> - -<p> -Non dubitava che il babbo le volesse bene; -era sicura che dovesse soffrire della determinazione -di sua figlia; era certa, certissima, -che la sua sofferenza non andrebbe fino alla -morte, ma si fermerebbe al matrimonio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -</p> - -<p> -Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io -che ero quasi incline ad acconsentire nell’idea -che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero -in ogni caso state un toccasana, forse io -pure sbagliavo. -</p> - -<p> -Quando il padre già addolorato venne in -cognizione della pensata di sua figlia, del suo -sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque -anni passati nell’Alta Italia prima e -poi nella Mediterranea; mancò all’ufficio. Vederlo -andare su e giù per le stanze, fermarsi -ogni tanto a contemplare attentamente una -zanzara attaccata a un vetro, era una pena; -sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi -repressi che, tutto mancandogli a un -tempo, per lui non rimaneva altro se non andare -all’altro mondo, era uno strazio. -</p> - -<p> -Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel -sorriso faceva male al cuore. -</p> - -<p> -Gli diceva: -</p> - -<p> -— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava -pur che te lo dicessi, lo sai, non è la -prima volta che penso a questa... cosa; ora te -l’ho detta e mi basta; non stare a credere ch’io -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -voglia andarmene subito per lasciarti solo; ma -col tempo, quando tu pure abbia visto che è -il partito più conveniente per me, che non ho -la dote... -</p> - -<p> -— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente -mormorando: — La dote! la -dote! -</p> - -<p> -— E che colpa hai tu, se non me la puoi -dare? sei stato un padre amoroso, mi hai tirato -su amandomi tanto, mi hai educata con -le tue carezze, quante cose buone non mi hai -insegnato tu, babbo mio, con le carezze soltanto? -</p> - -<p> -Diego Corona avendo resistito sempre a -queste parole che lusingavano il suo cuore di -padre amoroso, s’intenerì troppo e per non -piangere alla nostra presenza, scappò nella -stanza vicina. -</p> - -<p> -E subito Tizia cessò il sorriso buono per -ascoltare. -</p> - -<p> -Diego Corona non si fermò nella vicina -stanza, tirò dritto fino alla sua camera. -</p> - -<p> -— Bisognava pure che glielo dicessi, mi -pare; assicurò melanconicamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -— Se ti pare, sarà... ma non tutte le cose -che si dicono si fanno, e questa non la farai... -proprio. -</p> - -<p> -Tizia mi guardò senza rispondere. -</p> - -<p> -— Ti dico io che non la farai. -</p> - -<p> -Allora Tizia mi prese una mano con le sue. -</p> - -<p> -— Una volta avevo pensato che tu potessi -essere la mia compagna nel convento delle -Marcelline; saremmo state tanto bene insieme; -era un sogno troppo bello; ma comprendo che -tu non saresti felice; tu pensi ancora a trovare -marito. -</p> - -<p> -— Sicuro che vi penso, confessai, non siamo -noi giovani tanto... e belle un poco? E perchè -non dovrei pensare a diventare la compagna -di un uomo piacente e la mamma dei miei -figli? Quando mi sarà venuto il primo sospetto -di rimanere zitellona, saprò io come fare per -evitare la catastrofe... -</p> - -<p> -Almeno avevo richiamato il sorriso sulle -labbra pallide di Tizia. -</p> - -<p> -— Non ne parliamo più, disse. -</p> - -<p> -Essa non parlò più; mi prese per mano e -mi condusse fino all’uscio della camera del -suo babbo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<p> -— Babbo, chiamò. -</p> - -<p> -Nessuno rispondeva. -</p> - -<p> -— Babbo... siamo qua, ci vuoi, ci lasci entrare? -</p> - -<p> -Diego Corona si affacciò all’uscio, interrogò -i nostri volti e si lasciò baciare da sua figlia. -</p> - -<p> -— La pace è fatta? vuoi? -</p> - -<p> -Sì, Diego Corona voleva, ma non si parlasse -mai più di conventi. -</p> - -<p> -— Non se ne parlerà... sei contento? -</p> - -<p> -Il babbo non era contento ancora; metteva -gli occhi in volto a sua figlia, guardando il -fondo del suo pensiero. -</p> - -<p> -— Che cosa vuoi ancora? -</p> - -<p> -— Mai più, non è vero? -</p> - -<p> -Tizia lisciò la barba di suo padre. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<h2>IX.</h2> -</div> - -<p> -A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia -col saio nero e la cuffia nera -delle Marcelline era insopportabile; non potendo -correre alla finestra per chiedere aiuto -ai passanti, si era recato subito dal dottor Demetrio, -per farsene un alleato. Confidava molto -anche su me, e da parte mia poteva tenersi -sicuro che non avrei incoraggiato una pazzia -simile. Ricorse per consiglio anche al babbo, -il quale non gli seppe dire gran cosa per confortarlo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -</p> - -<p> -Ma il primo passo di Diego Corona, la visita -al medico curante, produsse un effetto -impensato, perchè dal dottor Demetrio quello -stesso giorno la faccenda delle Marcelline venne -all’orecchio del cavaliere Codicini, il quale per -conseguenza immediata se ne venne subito -da me. -</p> - -<p> -Questa volta non venne solo. Venne con lui -un vecchio. Mio padre era appena andato all’ufficio, -da far credere ch’essi fossero stati in -agguato sulla cantonata. -</p> - -<p> -Il cavaliere mi presentò il suo compagno. -</p> - -<p> -— Il commendatore Ramelli Codicini, mio -padre.... -</p> - -<p> -Tutto in quella visita mi sembrava singolare; -il pallore dei due visitatori, la voce più rauca -e più bassa del cavaliere; il contegno grave -e deliberato del commendatore. Io stava zitta -fantasticando, il vecchio non parlava punto, il -Codicini soltanto ansimava nel dire la causa -della sua visita. -</p> - -<p> -— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi -bene la causa dell’ansia. -</p> - -<p> -Mi era parso d’intendere che il commendatore -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -Ramelli fosso stato in croce perchè il figliuolo -soffriva troppo di non poter sposare la -sua Tizia, e avesse deciso di tentare egli stesso -una prova suprema, ma perchè la cosa potesse -riuscire meglio, gli era venuto in mente di farsi -accompagnare da me. Ero io disposta a fare -una carità cristiana? -</p> - -<p> -Quando Annibale Codicini ebbe tentato inutilmente -di spiegare bene questa cosa semplicissima, -che in bocca sua diventava di una -complicazione enorme, il babbo commendatore -aggiunse melanconicamente: -</p> - -<p> -— Ci vuole aiutare, signorina? Dico meglio: -<i>Mi</i> vuole aiutare? perchè mio figlio è troppo -scoraggiato, e non avrà il coraggio di salire -le scale della sua antica fidanzata. Rimarrà in -istrada a fare l’amore come fanno in Spagna, -guardando la finestra. -</p> - -<p> -Volle sorridere per togliersi dalla faccia pallida -quel velo nero di melanconia, che gli dava -un aspetto di funerale. Non vi riuscì, e il figlio -soffocando un gemito e protendendo le mani -supplicò: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -</p> - -<p> -— Babbo, dammi retta, non andare da lei, -non tentare più nulla, è inutile. -</p> - -<p> -La faccia funerea ebbe un lampo di luce e -si animò come per ribadire un proposito. Ma -egli tacque. -</p> - -<p> -Io lessi negli occhi suoi tutto quel che -aveva saputo tacere; il breve silenzio fu rotto -ancora dalle parole di prima, dette a me con -la stessa tetraggine. -</p> - -<p> -— Mi vuole aiutare, signorina? -</p> - -<p> -— Quando? domandai abbassando la voce -istintivamente, per far intendere ch’ero pronta -ad accettare la complicità. -</p> - -<p> -— Subito, rispose il vecchio. -</p> - -<p> -Mi rizzai, senza dir parola; si rizzarono tutti. -</p> - -<p> -— Per carità, babbo mio, scongiurava il cavaliere -Codicini, diventato come fanciullo al -cospetto di suo padre. -</p> - -<p> -— Scusino un momentino, rimangano a sedere, -torno subito, mi metto il cappellino appena. -</p> - -<p> -Mi erano entrate in capo parecchie idee singolari, -una delle quali sicuramente era la vera; -ma io non era andata in cerca di nessuna, e -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -nessuna aveva incoraggiato a rimanere; così -rimanevano tutte a punzecchiarmi leggermente. -</p> - -<p> -— Non sono curiosa, dissi a me stessa nel -mettermi il cappello davanti allo specchio; quel -che sarà sarà; io non voglio sapere, ma forse -saprò tutto senza volere. -</p> - -<p> -Tornando in salotto trovai il giovane innamorato -con la testa china e il commendatore -invece, a capo eretto, con lo sguardo fisso sull’uscio -da cui doveva entrare. -</p> - -<p> -— Vogliamo andare? -</p> - -<p> -Ci avviammo in silenzio. Nell’anticamera, -padre e figlio si misero ai lati dell’uscio per lasciarmi -passare prima, e ancorchè io consigliassi -a entrambi di mettere il cappello perchè -tirava vento e il commendatore era calvo come -una zucca, entrambi vollero rimanere a testa -scoperta finchè la porta non si fu chiusa alle -nostre spalle. -</p> - -<p> -Per via mi presero in mezzo, il vecchio alla -mia sinistra, alla destra il giovane, e quando -il marciapiedi non permetteva di stare in tre, -uno si scostava subito per lasciarmi il passo -libero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<p> -E tutte queste attenzioni erano fatte con -faccia da funerale, senza mai dir parola. -</p> - -<p> -Fin dall’imboccatura della strada di Tizia, -io avevo visto gli occhi melanconici del cavaliere -fissarsi con desiderio e timore sui due -balconcini noti dove forse la sua fidanzata si -era affacciata per accompagnarlo collo sguardo -e non lasciarlo solo quanto era lunga la strada. -Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi -sa?... Intanto avevamo la fortuna che i balconi -erano deserti e le vetrate chiuse. -</p> - -<p> -Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci -di non allontanarsi troppo per poterci -trovare subito all’uscita. -</p> - -<p> -Gli stringo la mano per dirgli alla muta che -faremo il più presto possibile e non lo lasceremo -vagare come un’anima in pena. -</p> - -<p> -Saliamo le scale sempre in silenzio: solo -sul pianerottolo, prima di sonare, mi fermo a -guardare il vecchio commendatore; è sempre -pallido come un morto, su tutta la sua persona -è sceso il velo nero del dolore, ma gli occhi -brillano ancora. -</p> - -<p> -Suono. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<p> -Oh! Dio! che scena si prepara? -</p> - -<p> -— Tizia è in casa? -</p> - -<p> -Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in -salotto. -</p> - -<p> -— Le dirai che sono qua. -</p> - -<p> -Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa -deve entrare, per abbracciarmela stretta appena -la vedo; il commendatore, forse senza -nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte, -si è quasi addossato alla parete. -</p> - -<p> -E Tizia entra. -</p> - -<p> -Il suo sorriso mi dice subito: che significa? -</p> - -<p> -E mentre io le bacio le due guance, essa -che non ha visto ancora chi mi accompagna, -mi domanda: -</p> - -<p> -— Che significa andartene in salotto, senza -venirmi a cercare in camera? -</p> - -<p> -Ma la frase rimane tronca, il sorriso si cancella, -ha visto il vecchio. -</p> - -<p> -— Ti presento il commendatore Ramelli, -dico a Tizia, premendole forte il braccio per -darle forza. Egli ha bisogno di parlarti.... -</p> - -<p> -Il vecchio s’inchina, senza lasciare la sua -positura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -</p> - -<p> -Tizia è molto agitata, sento il suo braccio -tremare forte nella mia mano, poi calmarsi a -un tratto. -</p> - -<p> -— Lo conosco benissimo, risponde con un -filo di voce. Commendatore, si accomodi, tu -non te ne andare. -</p> - -<p> -— Andrò di là un momentino; non ti dispiace? -</p> - -<p> -— Mi spiace, risponde Tizia, rimani qui accanto -a me... quello che deve dirmi il commendatore, -o un altro qualsiasi, tu pure lo -puoi ascoltare; lo sai bene che con te non ho -segreti. -</p> - -<p> -Sapevo il contrario. Non mi aveva forse taciuto -sempre la fuga del suo fidanzato? -</p> - -<p> -— Ma io non voglio ascoltare le cose che -non mi riguardano, non sono curiosa. -</p> - -<p> -— E nemmeno ciarliera, assicura Tizia a -bassa voce. -</p> - -<p> -Intanto le parti sono mutate, ora è lei che -afferra forte il mio braccio perchè non me ne -vada. -</p> - -<p> -Io non so come fare; non guardo nemmeno -il vecchio per non crescere la pena che deve -sentire. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -— Siedi qui accanto a me, s’ostina a dire -Tizia. -</p> - -<p> -— Signorina, contenti l’amica sua, la prego -anch’io, rimanga. -</p> - -<p> -La voce di quell’uomo stancato dagli anni, -dai dispiaceri forse, è tranquilla, ma così tenue -e così rassegnata da fare pietà. -</p> - -<p> -Guardo Tizia, parendomi che ora almeno si -dovrà intenerire e permettermi di lasciarla; ma -essa ha gli occhi fissi in una cosa lontana lontana, -e non bella di sicuro. -</p> - -<p> -Il commendatore si asciuga la testa nuda e -comincia fiocamente: -</p> - -<p> -— Una volta, e me lo ricordo come se fosse -ieri, in questa stanza medesima, in questo seggiolone, -standomi lei accanto, bella come ora, -ma più serena in viso, io lieto come non ero -mai stato, facevo per mio figlio la domanda -della sua mano al babbo suo, il quale sedeva -qui accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato -ed era tutta rossa in volto; me ne -ricordo.... -</p> - -<p> -Tace un momentino. Tizia nulla risponde, -il vecchio prosegue: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -</p> - -<p> -— In quel tempo felice tutto andava bene -per noi. Io ero venuto apposta da Bologna, -dove amministravo la casa Meralis, dove avevo -molte azioni alla Banca di cui ero consigliere -e quasi direttore. Contentare mio figlio -mi sembrava la cosa più bella e più santa, -non avevo voluto informarmi della dote nè -d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato, vedevo -lei tanto bella e tanto... cara, scusi se -parlo così... mi pareva che la felicità nostra -fosse sicura.... E, quando il signor Diego Corona -volle informarmi ch’egli non poteva dare -nessuna dote alla propria figliuola, io mi rizzai -per impedire che dicesse di più, comprendendo -la sua pena. Mi ricordo che dissi così: -</p> - -<p> -«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto, -e io sono come mio figlio.» -</p> - -<p> -Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda -sempre quella cosa lontana e poco bella che -io non posso vedere. -</p> - -<p> -— Le presento le cose come erano allora, a -costo di farle pena, perchè possa essere sicura -che mio figlio e io non vedevamo nulla -di più bello di questo matrimonio, che eravamo -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -contenti quanto si può essere. Annibale aveva -viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva -di entrare col mio patrocinio in una -casa di commercio o in una Banca; aveva anche -un piccolo capitale toccatogli dalla povera -madre sua, centomila lire, poco più: poteva -benissimo accasarsi con la fanciulla che meglio -gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse -un po’ di denaro alla felicità comune. -E io che per il mio ufficio maneggiava molto -denaro degli altri, non pensai nemmeno un -momento a far dipendere la felicità di mio figlio -dalla dote di sua moglie. -</p> - -<p> -Segue un breve silenzio, durante il quale -il commendatore non aiutato da una parola -buona unisce un momento le mani scarne come -per pregare qualcuno, poi comincia a stringersele, -a storcerle nervosamente, mentre prosegue: -</p> - -<p> -— Tutta quella felicità sognata svanì pochi -mesi dopo... e la colpa fu mia soltanto. -</p> - -<p> -Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca -dalla cosa lontana per fissarsi su quel vecchio -patito con un po’ di misericordia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -</p> - -<p> -— Sì, continua egli, come parlando dal suo -sepolcro; mia soltanto. La prudenza che mi -aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta -sola nella mia vecchiaia; erano tristi momenti -per le finanze italiane, il gran giuoco era il -ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il -rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto -giocai ancora e in meno di due mesi fui -rovinato. -</p> - -<p> -«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore, -quando mio figlio accorse a Bologna... -vide il mio stato... e, per salvare suo padre, -rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al -matrimonio.» -</p> - -<p> -Tutto questo a me sembra chiaro, e forse -a Tizia pure, ma essa non trova subito la -forza di parlare, e allora il vecchio curva più -ancora il capo pallido. Non vedo quasi di lui -altro che la calvizie intatta, e di profilo tutto il -naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella -positura di prima. -</p> - -<p> -— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle.... -</p> - -<p> -— No, no.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<p> -Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un -gran bene. -</p> - -<p> -— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a -tutto il suo patrimonio per salvarmi.... perchè -io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare -il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato -solo del mio denaro, avrei rinunziato alla -mia posizione per campare accanto ai miei figli.... -ma vi era anche una cambiale.... -</p> - -<p> -Ora il commendatore si copre la faccia con -le mani e balbetta: con la firma di Annibale -Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla.... -</p> - -<p> -— No, no.... basta signore.... basta. -</p> - -<p> -— Basta.... dico anch’io. -</p> - -<p> -E Tizia si affretta a restituire il titolo che -forse ha soppresso credendo di far bene. -</p> - -<p> -— Non dica altro, commendatore, per carità. -</p> - -<p> -Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa, -si asciuga con la pezzuola e con voce -libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava, -dice: -</p> - -<p> -— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto -tutto. Annibale, ridotto in miseria come suo -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -padre, non poteva più sposare la sua fidanzata; -avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe -stato leale e bello; ma egli non volle che nessuno -al mondo potesse penetrare la mia colpa. -Lasciò Milano per un poco, e se ne venne a -stare col babbo colpevole di avergli tolto tutta -la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse -sopraffatto dal rimorso, lo amò molto, -molto.... che ne aveva tanto bisogno. Ora dica, -signorina.... se un uomo simile al mio Annibale -non merita d’essere riamato.... -</p> - -<p> -— Ah! Dio! strillo io in questo punto. -</p> - -<p> -— Che è stato? -</p> - -<p> -— Che è stato? -</p> - -<p> -— È stato nientemeno che un ragno, ma -così grosso, Dio buono, ma così grosso da far -morire di paura. Mi spiace d’essere importuna -di guastare una cosa avviata magnificamente, -ma che colpa ho io se sono così? -</p> - -<p> -— Dov’è? Dov’è? -</p> - -<p> -— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego -fermandosi ogni tanto, e ha le zampe così lunghe -che sembra camminare sui trampoli... Oh! -Dio! Ecco che si avanza ancora! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -</p> - -<p> -Io mi sono tirata in disparte, sollevando la -veste, perchè quella bestiaccia mi sembra capacissima -di volersi arrampicare sopra il mio -corpo, e ogni tanto, si pensi quel che si vuole, -io strillo. -</p> - -<p> -Tizia invece ride. -</p> - -<p> -E il commendatore dice umilmente: -</p> - -<p> -— Segno di fortuna. -</p> - -<p> -— Chiamo la fantesca con la scopa? dico io. -</p> - -<p> -— No, ecco, si dirige alla finestra. Forse è -entrato dalla fessura, perchè le vetrate sono -socchiuse, lasciamo che se ne vada per dove è -venuto. -</p> - -<p> -E con un coraggio da eroina, Tizia, badando -solo a non calpestare il suo ospite, gli apre -tutta la finestra. -</p> - -<p> -Infatti il ragno se ne va di lì maestosamente -accompagnato da Tizia, la quale, giunta -al balconcino, si arresta un poco, guarda il -commendatore, il quale guarda me, poi Tizia -rientra sorridendo senza dir parola mi abbraccia -e non mi lascia più, finchè il campanello -ci annunzia una visita. -</p> - -<p> -Tizia ci dice semplicemente: «<i>Esso</i> aveva -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -la sua tela sotto il balcone ed è rientrato in -casa. <i>Egli</i> era da basso: ci siamo visti, gli ho -fatto cenno di salire.» -</p> - -<p> -<i>Esso</i>, cioè il ragno; <i>egli</i>, cioè il cavaliere. -</p> - -<p> -Il commendatore scoppia in un pianto di tenerezza, -ma si asciuga il volto con la pezzuola -e si fa forte perchè ora non gli pare il caso -che ci occupiamo di lui. -</p> - -<p> -E quando il cavaliere entra in salotto preceduto -dalla fantesca, dopo un minuto di silenzio -il commendatore scatta nervosamente a -dire: -</p> - -<p> -— Mi pare che tutto sia accomodato, non -è vero, signorina? -</p> - -<p> -Tizia guarda il futuro suocero con occhio -pietoso e si stacca da me per porgergli la -mano. -</p> - -<p> -Sento mormorare: — grazie, grazie! -</p> - -<p> -— E io? domanda il cavaliere. -</p> - -<p> -E lui? Vi potete immaginare ch’io non poteva -rimanere un minuto di più, perchè ero -aspettata a casa; me ne vado accompagnata -dal commendatore, e <i>di lui</i> per quel giorno -non so altro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -</p> - -<p> -Ma lungo la via il vecchio, uscito un momento -dalla tetraggine, vi rientra tutto quanto. -Ha ridata la felicità a suo figlio, ma ora -desidera di morire perchè si crede disonorato -un’altra volta. -</p> - -<p> -— Signorina, mi dice, che penserà ora di -me? -</p> - -<p> -— Penso che lei ha avuto molte disgrazie, -che fortunatamente tutto si è accomodato; non -penso altro. -</p> - -<p> -Egli crollò il capo, e senza più fiatare mi -accompagnò in silenzio. -</p> - -<p> -E lungo la via io guardo a tutte le vetrine -per non vedere le sue lagrime. Prima di arrivare -al portone, egli si soffia il naso un’ultima -volta e si leva il cappello per salutarmi. -Gli porgo la mano, egli la tocca appena appena -e a me pure dice <i>grazie</i> con la voce fioca -di prima. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -La mattina successiva la mia buona Tizia -era tornata quella di una volta, e prima delle -dieci, appena Diego Corona se ne fu andato -all’uffizio, mi venne a confessare che il suo -Annibale era innamorato come nei bei tempi, -e non farebbe la seconda volta il tiro di piantarla -col corredo di nozze senza aver detto sì -in municipio. -</p> - -<p> -E quando Annibale avesse detto sì al sindaco -o all’assessore, era essa ben sicura di -non sentirsi il prurito di dire <i>no</i> per vendicarsi? -</p> - -<p> -Prima non comprese; poi fu lungamente una -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -doppia risata. All’ultimo la mia buona Tizia -confessò che quest’idea aveva del buono, ma, -non essendole venuta prima, non ne avrebbe -approfittato. -</p> - -<p> -Dunque rinunziava a tutte le Marcelline? -Rinunziava. -</p> - -<p> -— Sai, le dissi, il babbo mio m’incarica di -presentarti le sue condoglianze sincere perchè -se tu puoi dire all’incirca quanto guadagni sposandoti -al tuo Annibale (stai bene attenta?) non -sapresti nemmeno immaginare quanto perdi.... -non sposando lui. -</p> - -<p> -Era verissimo, ma non lo potendo nemmeno -immaginare, la rassegnazione era più facile. -</p> - -<p> -— E non diventerai mia matrigna, sospirai. -</p> - -<p> -— Non diventerò tua matrigna, sospirò. -</p> - -<p> -Ancora le risate di prima; insomma, eravamo -proprio contente. Ma ci avessero almeno -lasciate a goderci la segreta festicciuola di -ciancie e di buon umore; nossignori; ecco Annibale -che si permette prima delle undici di -venire a farmi la visita di ringraziamento per -la mia complicità generosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -Per questo solo? Non per questo solo. Forse -perchè essendo andato a vedere la sua fidanzata -e non avendola trovata in casa, immaginava -di essere più fortunato da me. -</p> - -<p> -Per questo solo? Nemmeno. -</p> - -<p> -Anche perchè il commendatore nella notte -era stato preso da una febbre calda con delirio. -</p> - -<p> -— Oh! povero vecchio! -</p> - -<p> -Inutilmente suo figlio aveva cercato di dimostrargli -che la sua colpa era scusabile e -non portava seco l’infamia, avendo egli pagato -fin l’ultimo centesimo. Delirava e non aveva -inteso nulla. -</p> - -<p> -— E, cessato il delirio? -</p> - -<p> -Il delirio essendo cessato, Annibale aveva -creduto bene lasciarlo dormire senza dimostrargli -più nulla. -</p> - -<p> -Ma più tardi bisognerebbe pur dire al vecchio -padre che in quanto aveva fatto non era -nulla di molto male.... perchè egli.... nel fare.... -si era servito del denaro di suo figlio, che è -quasi come dire del proprio; il mondo non si -era accorto di nullo, le amministrazioni nelle -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -quali aveva mano in pasta, non essendo danneggiate, -avevano chiuso un occhio; non per -nulla Ramelli dopo l’affare mal riuscito era -rimasto ancora nelle sue cariche, e nell’uscirne -gli avevano dato la pensione; e la commenda -del Cristo di Portogallo non gli era già venuta -dal cielo. -</p> - -<p> -Per dire tutto, il commendatore del Cristo -in cambio delle centomila lire fatte perdere a -suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce -di cavaliere per <i>benemerenza</i>. Un uomo che -può far questo non è un uomo morto. -</p> - -<p> -Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe -andata a risanare il caro ammalato. Se non -volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno -lo consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in -due soltanto, Tizia e io, a conoscere il suo segreto, -e che non ci sarebbe mai uscito di bocca, -nemmeno a strapparcelo con le tenaglie. -E allora pensai che la visita mattutina avesse -anche l’intento di farmi promettere e giurare -il silenzio, senza aver l’aria di pretendere -nulla. -</p> - -<p> -Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -con anima viva; ne scrivo ora avendo preso -le mie precauzioni. Quali? Si possono bene -immaginare. Intanto il lettore, anche cercando -bene in questi scarabocchi, non troverà il mio -nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa -sola precauzione basterebbe. -</p> - -<p> -Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia -e guarì così bene che il giorno delle -nostre nozze volle dare il braccio a entrambe. -Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto -sua figlia, il babbo mio aveva preso me; -nel ritorno il cavaliere Codicini si era impadronito -di sua moglie e di me mio marito. -</p> - -<p> -Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della -Croce di Malta, dove si doveva consumare il -doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun -paio da parti opposte, un paio per battello -verso Chiavenna e l’Engadina, l’altro per -Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò -le due spose alle due braccia per far la salita. -E i mariti vennero su anch’essi a braccetto -ridendo. E i babbi pure. -</p> - -<p> -Ma, dunque, anch’io sposa? -</p> - -<p> -Ma sì, anch’io sposa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<p> -E a chi? -</p> - -<p> -E a chi mai, se non a mio cugino chimico -e dottore Augusto? -</p> - -<p> -Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo -ancora, prima di decidersi al gran passo. -Molte volte era stato lì lì per avventarsi al -matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva -trattenuto; egli attendeva, me lo confessa oggi, -un avviso straordinario e soprannaturale -che si ostinava a farsi aspettare. -</p> - -<p> -I mosconi chiassosi erano entrati, non so -quante volte dalle sue finestre aperte, molti -bicchieri colmi di buon vino si erano rovesciati -sulla tovaglia; perfino un ragno si era -coraggiosamente cacciato sotto il suo tovagliuolo, -ma inutilmente. -</p> - -<p> -Egli aspettava cose più straordinarie, cose -soprannaturali. Una voce che gli gridasse durante -il sonno di sposarmi subito, forse sarebbe -bastata? -</p> - -<p> -Egli non sa di sicuro. -</p> - -<p> -E feci bene io a dichiarargli che avevo deciso -fermamente di farmi Marcellina. -</p> - -<p> -Allora egli volle a ogni costo farmi sua moglie, -e io non mi feci troppo pregare, -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -</p> - -<p> -Fin qui le cose non vanno male per le due -paia di sposi; il mondo tenebroso rispetta la -nostra luce come noi rispettiamo il suo buio. -</p> - -<p> -E il numero tredici? -</p> - -<p> -— Ah! dissi un giorno al mio dottore chimico, -dimmi la verità che uno dei numeri tredici -che mi sono stati restituiti era il tuo? -</p> - -<p> -Era proprio il suo.... -</p> - -<p> -Ma l’altro, quello che avevo smarrito davvero, -chi sa che fine ha fatto? -</p> - -<p> -Rispettiamo il mistero. -</p> - -<p> -Quando Tizia tornò col cavaliere Codicini -dal suo viaggio di nozze, io le feci trovare sotto -il cuscino un numero tredici, tenni l’altro per -me. -</p> - -<p> -E oggi sono quasi sicura che porteranno -fortuna entrambi. Così sia. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div lang='en' xml:lang='en'> -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>IL NUMERO 13</span> ***</div> -<div style='text-align:left'> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. -</div> - -<div style='margin-top:1em; font-size:1.1em; text-align:center'>START: FULL LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase “Project -Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg™ License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™ electronic works -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™ -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person -or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. 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Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s website -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. 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Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our website which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This website includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</div> -</div> -</body> -</html> diff --git a/old/67941-h/images/cover.jpg b/old/67941-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 51c2581..0000000 --- a/old/67941-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
