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-The Project Gutenberg eBook of Il Numero 13, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Il Numero 13
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: April 27, 2022 [eBook #67941]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL NUMERO 13 ***
-
-
- SALVATORE FARINA
-
-
- IL NUMERO 13
-
- RACCONTO
-
-
- PREFAZIONE:
-
- Come si scrive un romanzo?
-
-
-
- MILANO, 1895
- CASA EDITRICE GALLI
- DI
- C. CHIESA, F.lli OMODEI-ZORINI & F. GUINDANI
-
- _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_
- _Portici Settentrionali, 23_
-
-
-
-
- Proprietà letteraria
-
- Milano. 1845 — Tip. Pagnoni
- Via Solferino, 7.
-
-
-
-
-Le pagine che seguono mi hanno servito a Vienna, a Praga, a Lipsia, a
-Berlino, a Francoforte, ad Eidelberga, a Zurigo, a Berna e in altre
-città straniere, dove le ho lette in lingua italiana, a pubblici
-intelligenti e amanti di conferenze.
-
-Stampate ora qui, forse che vogliono essere una specie di dichiarazione
-di fede letteraria, a significare al prossimo mio che io non ho mutato
-nè mai muterò, lasciando che gli altri si trasformino come e quanto
-vogliono?
-
-Perchè no?
-
-Ho la coscienza che l’arte del romanziere debb’essere press’a poco
-così. Se la mia coscienza sbaglia, come altri m’insegna, io non
-contraddico; ma domando a costui, autore o critico, di assicurarmi
-che, dopo aver mutato dieci volte la sua maniera di comporre o di far
-la critica, dopo essere stato _realista, impressionista, naturalista,
-colorista, ambientista_, egli sarà in avvenire _simbolista,
-psicologista_... o qualcos’altro, sempre e unicamente _psicologista,
-simbolista_... o qualcos’altro.
-
-Finchè non mi sarà data questa preziosa certezza, io con l’ingenuità
-che mi distingue, domanderò: _fino a quando?_
-
-E fino allora farò il comodo mio; sarò non già russo nè francese,
-ma italiano, ingegnandomi di scrivere nella mia lingua tanto facile,
-facile tanto che _forse_ nessuno di noi romanzieri e critici la sa bene
-ancora.
-
-_Forse_... perchè vi è sempre qualcuno, il quale s’immagina di saperla
-troppo.
-
- S. FARINA.
-
-
-
-
-COME SI SCRIVE UN ROMANZO?
-
-
-_A una certa età tutti abbiamo _fatto_ un buon romanzo; non si tratta
-altro che di _scriverlo_._
-
-_Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci bene. Per _fare_
-un romanzo tutte le età sono buone; possono fare il primo anche i
-bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie volte; ma per
-scriverlo bisogna avere passato d’un bel poco l’età maggiore._
-
-_I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più mosaici di parole,
-di pensieri a prestito, d’immagini copiate; il romanziere ventenne,
-perchè non appaia subito il suo magnifico difetto di esser troppo
-giovane, tace del romanzo che forse ha fatto o sta facendo, per scriver
-quello che farà gemere prima i torchi, poi i lettori, poi sè stesso.
-Egli vuole indovinare la vita ancora coperta d’un velo color di rosa,
-sentenzia sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino una sola,
-e di questa per sua disgrazia tace, oppure la gonfia, perchè non sia
-riconosciuta, o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto._
-
-_Il buon romanzo, frutto saporito, spesso amaro dell’esperienza, ce lo
-porge la virilità._
-
-_Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile dei grandi poeti; perchè
-in quella forma che accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi
-non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti e le antitesi
-chiassose, ma sono stati sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a
-dispetto della rima difficile._
-
-_È sembrato loro audace di mostrarsi nudi in versi. In prosa ne
-avrebbero avuto vergogna._
-
-_Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile si accosta un poco
-alla poesia dei vecchi; ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti
-dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli. E la poesia senile mi
-piace. Questi fanciulloni incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte,
-Goethe o Victor Hugo, tentino pure con l’ultima audacia tutte le corde;
-io ascolterò sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio che canta
-ancora, mi dà la lagrima della poesia; come l’indulgenza sua mi dà la
-lagrima del pensiero. A parer mio la lirica dovrebbe esser lasciata
-all’uomo fino a trenta anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo
-di queste due età, la poesia potrebbe dar luogo a un po’ di buona
-prosa... e perchè no?... al romanzo. Già, è inutile nasconderlo, troppi
-interessi legano l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa attingere
-alle fresche onde d’Ipocrene, come si diceva una volta; il poeta, salvo
-le dovute eccezioni, se anche ha il pane e il companatico, comincia
-a essere preso da cento smanie mondane; non fruga più nel cielo, si
-guarda ai piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda ai fianchi
-perchè gli hanno detto che la folla può nascondere un sicario... o
-almeno un borsaiolo._
-
-_Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero. Raro è che la politica
-non l’abbia afferrato, e allora è finito; uno che si sente possessore
-di molto bagaglio di parole poetiche, e queste sa disporre con la
-sonorità necessaria, può fare ancora una bella musica di versi, ma
-non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è bugia, è bugia sincera;
-è gioventù, la quale si perde a trent’anni;... ma qualche volta si
-riacquista a sessanta._
-
-_Torniamo al romanzo._
-
-_Dunque voi avete venticinque anni, almeno, avete fatto mezza dozzina
-di romanzi; ora volete scriverne uno._
-
-_Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete voi _romantici_,
-o _idealisti_, o _realisti_, oppure _veristi_, ovverosia
-_impressionisti_? Tutte queste parole, e altre di simil genere,
-vogliono rappresentare qualche cosa, forse una _scuola_, sicuramente
-un _difetto_. E voi fate a modo mio; siate voi stessi; sinceramente,
-sempre voi; le mode passano, resta la sostanza; e se quello che
-dovete dire ha valore, se la veste che darete al vostro pensiero sarà
-attraente, sia _ideale_, o sia _reale_, o sia _verista_, pur che
-sia _vera_ (che significa ben altro), pur che sia bella, il vostro
-romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni difficili sarà
-svanito. Non abbiate timore di mostrarvi come la natura vi ha creato;
-se siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui, tanto meglio; e voi
-mostratevi scettici e ingenui._
-
-_Un giorno la critica fece molto rumore per dichiarare al mondo che
-l’arte e la letteratura hanno lo stretto dovere d’essere _impersonali_;
-un altro giorno un’altra critica dirà che la letteratura e l’arte non
-possono vivere se non a patto che siano _personali_. Ma ciò che dirà la
-critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto; soltanto e sempre
-la critica altissima si è inchinata quando ha trovato di fronte a sè un
-_temperamento artistico e letterario_._
-
-_Dunque non consultate il figurino della moda prima di scrivere il
-vostro romanzo; guardate nell’anima vostra, guardate bene, guardate
-attentamente e in fondo, e badate bene di non rifiutare talune cose che
-a bella prima vi parrannno volgari, perchè la natura non ha fatto cose
-volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte o della letteratura le
-fa sembrare così._
-
-_E nemmeno dovete andare in cerca di cose nuove, perchè la natura non
-ne ha, da un pezzetto; però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino
-o da lontano, secondo i casi, possono parer sempre nuovi, e non parer
-soltanto, ma ringiovanire veramente da sembrare nati ieri._
-
-_I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro hanno saputo trovare
-se non lo strano: lo strano, che è il _difetto_, mentre l’antica madre
-di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non volete dire che ne
-ha uno solo: l’_uomo_, non mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè
-delle altre creature che fa servire al comodaccio suo..._
-
-_Pure le _scuole_ vi serviranno a qualche cosa.... ad evitare i difetti
-del vostro romanzo._
-
-_I libri d’un certo autore vi diranno che, per far chiasso più del
-necessario, convien cercare nel vocabolario le parole più crude, e
-farle servire a dipingere le cose più brutte dell’anima, della società
-e della stessa natura; e voi, che non volete fare più chiasso del
-necessario, che non volete farvi un milioncino con la vostra penna, voi
-che volete essere voi stessi perchè rispettosi di voi stessi, voi dite
-tutto quello che avete a dire, e nulla più, adoperando solo i vocaboli
-propri, e se si può, i più puliti._
-
-_Col pretesto dell’ambiente o del color locale, un altro libro
-v’insegnerà a mettere nel libro vostro tirititere interminabili,
-ciancie inutili, descrizioni farraginose, parole mal maritate ad
-aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non volete scrivere a
-orecchio, come tanta gentuccia lodata nei giornali, voi, a cui sta
-fisso in mente che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili,
-sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche sembrar freddi a certi
-lettori troppo caldi._
-
-_Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, o la vostra novella._
-
-_Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate scrivere stando a
-letto come un romanziere che conosco io), avete un bel mucchietto
-di pagine che numererete man mano, scrivendo sopra una facciata
-sola, riserbando l’altra ai pentimenti, alle aggiunte che vi saranno
-necessarie._
-
-_Avete scritto il titolo e il numero _uno_ sulla prima pagina, ma ecco
-vi assale un altro dubbio. La tela, grande o piccola, che devo svolgere
-a che forma si presta meglio? Cioè scriverò io in _terza persona_, o
-in _prima_, in altri termini devo far parlare un personaggio, o fare io
-stesso la narrazione?_
-
-_La cosa non è indifferente, come può sembrare a chi non ha
-esperimentato mai; nel più dei casi è bene, anzi è quasi necessario,
-che il novelliere narri di cose e di persone che gli stiano a una certa
-distanza; egli così può dire tutto, stando sempre nel verisimile, e per
-meglio accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce molte malizie;
-può per esempio accomodare il tempo; se gli torna che una cosa accada
-sotto gli occhi del suo lettore, egli la scrive in tempo presente, e
-il lettore diventa più curioso e a volte si lascia trascinare da quella
-malizietta a una maggiore ansietà._
-
-_Ma certamente una narrazione fatta in persona prima ha un carattere di
-spontaneità e di verità che invano si cerca di ottenere in ogni altro
-modo. A chi narri quanto gli è accaduto, per ciò solo si crede meglio,
-mentre il romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, quando non fa il
-mestiere, e il lettore ha cento ragioni di diffidare di lui._
-
-_D’altra parte, il personaggio che narra le cose _accadute a lui
-medesimo_ ha il dovere di tacere molto; dove egli non ha potuto
-assistere alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche volta
-il romanziere si rassegna, rinuncia alla verisimiglianza massima,
-e si accontenta di una verisimiglianza minore, cioè scrive in terza
-persona._
-
-_Dunque fate voi stessi la narrazione._
-
-_Nella forma classica?_
-
-__Era una volta_, come nelle fiabe; oppure _Scoccava il mezzodì_...
-o _Si perdevano nell’aria gli ultimi tocchi della mezzanotte_,
-noiosissime campane che hanno sonato nel primo periodo di diecimila
-romanzi._
-
-_Ma voi non comincerete così, e nemmeno: _Era una bella sera di
-giugno_, o _di novembre_._
-
-_Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento; presenterete
-un’idea necessaria al tema, metterete innanzi un personaggio per fargli
-dire o fare qualche cosa._
-
-_Possibile! E la _messa in iscena_? Certi critici strilleranno perchè
-non gli servite un ambiente tutto d’un pezzo; se fate _lavorare_ un
-personaggio senza aver dato prima le dimensioni del suo naso, indicato
-il colore preciso dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli
-avvenimenti accadranno senza preparare lo scenario, _paesaggio_ o
-_interno_ come in teatro, non parranno loro veri o verisimili._
-
-_E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura, perchè avete visto
-che negli avvenimenti umani, essa è una bella indifferente; essa piove,
-o splende, o è annuvolata quando le accomoda; e anche avete visto che,
-volendo interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili ebbrezze
-della vostra vita, non sapreste dire con sicurezza se si compissero in
-giorno di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare ancora, vi
-farà palpitare sempre._
-
-_Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di ambiente, per preparare
-non so che; i vostri personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a fare,
-s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti senza saperlo.
-Perchè, a essere sinceri, nulla di più uggioso d’una descrizione
-completa che bisogna sorbire tutta, o saltare, mentre i personaggi sono
-impazienti di _fare_, di _pensare_, di _sentire_, e noi di leggere i
-loro sentimenti, i loro pensieri, le loro azioni._
-
-_Non perciò voi rinunziate al _paesaggio_, nè agli _interni_; troverete
-qua e là il momento di accennare al sole o alla nevicata, agli alberi
-nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano sui viali o si levano
-per l’aria luminosa o greve. Di questi tocchi sapientemente disposti
-qua e là, non uno andrà perduto; il lettore, che non avrà avuto la
-grossa porzione descrittiva a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che
-ve n’è grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere ogni parola,
-ogni frase, che gli restituisca il suo paesaggio vivo e il suo ambiente
-vero._
-
-_E infatti la vita e la verità in che modo si presentano?_
-
-_Voi entrate per la prima volta in una stanza; al primo sguardo vedete
-solo che il luogo è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma per
-quanta sia la luce altro non vedete; un po’ alla volta notate una
-libreria, un tavolino, molte carte sopra una seggiola, un libro caduto
-a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta, e allora non
-vedete più la stanza; guardate lui, e vedete di lui un pochino, cioè
-che è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali sul naso
-incorniciato da una gran barba nera._
-
-_E man mano notate che la sua parola è insinuante, che accanto a voi è
-una statuetta di bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a gran
-scacchi, e che il signore fa dondolare i ciondoli di una grossa catena
-sopra il panciotto turchino._
-
-_Se tornate un altro giorno in quella stanza medesima a visitare lo
-stesso signore vedrete altre cose non viste la prima volta; un altra
-statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte del signore grosso, un
-divano in un canto della stanza._
-
-_Fin che con molta frequenza vi riuscirà di fare una descrizione ampia,
-ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a
-certi romanzieri moderni._
-
-_In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo
-egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce
-la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare _voluta_ per
-accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè tutti
-sappiamo che Balzac era pagato un tanto la linea, che faceva un romanzo
-in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi
-debiti._
-
-_Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli
-è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori
-che tutto gli sembra lecito._
-
-_Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal chiasso in una determinata
-stagione, si ravvede presto, e la posterità non è mai imbecille._
-
-_Quando avete scritto il primo capitolo del vostro romanzo, gli altri
-verranno da sè; e saranno letti con vivo interessamento, se non avrete
-dimenticato la malizia d’essere semplici, e saranno forse riletti con
-amore se sarete stati sempre sinceri._
-
-_Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un autore che faccia
-molto parlare di sè; vi è da scommettere che egli deve la sua fugace
-riuscita a un difetto, magari a un _bel_ difetto che la vostra
-imitazione renderebbe insopportabile. Già io l’ho sempre detto a me
-stesso e recentemente l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica
-il contrario, per sua intima coscienza, odia la perfezione, e sempre
-s’innamora d’un difetto.»_
-
-_Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di parole sonore, di aggettivi
-senza babbo nè mamma, nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè coprire di
-fronde il pensiero perchè sembri più oscuro e nell’oscurità maggiore
-del vero; a far questo, se anche riusciste a ingannare il lettore
-grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel vostro libro la vostra
-miseria pomposa._
-
-_Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica scoperta che
-molte parole comuni sono fatte di due parole, per abusarne a rifare per
-conto vostro il vocabolario._
-
-_L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi lessici: _della,
-accanto_, e anche voi scrivete così senza voler passare per novatori
-o puristi scrivendo pietosamente _de la, a canto_, ecc. Se avete
-fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete dar prova fin dalle
-prime pagine, con la proprietà del linguaggio, con la semplicità
-dell’esposizione, scrivendo in modo che paia a ogni lettore di poter
-quando voglia fare altrettanto. Ma se vuole io scommetto che la prima
-volta non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici dopo
-infinite fatiche e pentimenti. Invece a imitare periodi frondosi o
-zeppi d’aggettivi spropositati, di parole disusate, rimesse in onore
-per chiasso di bambini, riescirete alla prima._
-
-_Ci vogliamo provare subito; volete?_
-
-_«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano ha cacciato da la
-campagna pallida ne le ombre povere le creature vive; ma quel bacio
-di fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta la loro nudità
-plastica, immobile, sgorbi di bronzo, sulla polvere stanca della strada
-maestra.»_
-
-_Questo periodo può sembrare qualche cosa alla gentuccia che legge,
-giudica, dà il premio e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in
-verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto così sarebbe la più
-miserabile delle umane scritture; non è vero?_
-
-_Pare che non sia vero, perchè da un pezzo questo stile fiorisce in
-Italia bella e altrove, e fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante
-in Francia._
-
-_Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente il tema; ma mi
-accontento d’aver accennato le norme prime con cui scriverete il vostro
-romanzo._
-
-_Se invece quanto avete a dire è di piccol volume e la vostra
-narrazione abbraccia pochi personaggi, allora la verità vi afferra e
-quasi vi costringe a servirvi della prima persona; voi fate parlare un
-personaggio._
-
-_Quale? Il protagonista potrebbe dire molto più degli altri, per lo
-meno svelare meglio la parte psichica della novella, cioè a metter nudo
-sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un personaggio secondario,
-perchè, essendo egli in grado di giudicare con criteri diversi gli
-avvenimenti o, meglio ancora, di non giudicarli affatto, gli narri
-appena. Il protagonista cadrebbe nel difetto grande dell’esagerazione;
-ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un grande avvenimento; e se
-per poco la passione forzasse il suo stile, la novella in bocca sua
-diventerebbe un singhiozzo mortale._
-
-_Però qualche volta, quando gli avvenimenti da narrare non siano troppo
-appassionati, e il fatto sia narrato a buona distanza di tempo, il
-protagonista è il narratore migliore._
-
-
-
-
-IL NUMERO 13
-
-
-
-
-I.
-
-
-Io non ho mai avuto i pregiudizi di certa gente e non dico _gentuccia_,
-perchè fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto una carissima, la
-quale se si sentiva venire addosso un ragno era sicura che quella
-bestiaccia le portava la fortuna, o una buona notizia almeno, o un
-regaluccio. Io no. Se avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato
-tutti i ragni incontrati nella vita, ma il coraggio non è proprio
-il mio forte; e ancora oggi un ragno grosso m’ispira un senso di
-rispetto da lontano; se si avvicina un poco, mi fa strillare. Ma certi
-pregiudizi di donnette non gli ebbi mai.
-
-E alla scuola magistrale quando il professore di italiano, un bell’uomo
-sui cinquanta, che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le poesie con
-una voce (che voce! un flauto); quando dunque il professore d’italiano
-si mostrò sgomentato perchè nel gesticolare ebbe la disgrazia di
-rovesciare il calamaio, e due di noi accorsero prima del bidello a
-impedire che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli poi dire,
-con quel suo flauto, che l’inchiostro gli metteva paura se usciva
-violentemente dal calamaio, mi fece perdere un po’ d’ammirazione per il
-professore, per la letteratura e per la poesia.
-
-Non avevo io ragione? A che serve essere tanto letterati, tanto
-professori, recitare così bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un
-calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra felicità?
-
-E veramente quel giorno il professore fu infelicissimo; mi ricordo che
-noi applaudimmo più delle altre volte per fargli passare la paura, ma
-non vi fu verso; se n’andò sconsolato.
-
-Se almeno almeno gli fosse morto il canarino o il micio, avrei potuto
-cambiare idea sul punto dei pregiudizi; ma al professore, che sappia
-io, non accadde nessuna sventura per avere versato l’inchiostro sulla
-cattedra.
-
-E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile ci vengono gli avvisi
-più straordinari, in forme così semplici da non si credere. Alla
-stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene dell’anima, non capitò
-forse la sventura di perdere il fidanzato nella strada dalla chiesa
-al municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento si era
-rovesciata la saliera sulla tovaglia.
-
-Tizia è famosa per avere di questi annunzi a tavola; un’altra volta,
-in un desinare allegro, improvvisato senza giudizio in campagna, al
-momento di scodellare la minestra si contarono celiando.... orrore!...
-erano in tredici! Per cancellare il brutto numero fecero venire il
-marmocchio del fattore, ma sapete bene (cioè voi non lo sapete nè bene
-nè male, come non lo sapevo io), quando il brutto numero è segnato il
-destino ha detto la sua parola. Infatti quella scorpacciata procurò
-l’indigestione al notaio Simola, il quale non ne mori entro l’anno,
-ma si spense poi con comodo, di un’altra indigestione, perchè a
-settantacinque anni aveva un appetito da divorare i sassi, e pochi
-denti per masticarli.
-
-Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che si corre andando a tavola
-in molti e quando si fa un invito a desinare si sta bene attenti
-a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto il poco risultato
-delle toppe. Ma con tutte le precauzioni non sempre riesce di evitare
-la cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro; sopraggiunge
-una visita improvvisa; è una persona cara che si vorrebbe trattenere
-a desinare. Come fare? La tentazione sarebbe di dire ad un’altra più
-indifferente di andarsene, e una volta la mamma di Tizia ebbe il triste
-coraggio di mandare in cucina insieme coi bambini un nipote melenso,
-non avendo l’altro di far venire a tavola i ragazzi.
-
-Ma anche questa volta la cosa andò male. Un invitato, lo zio Guido,
-uno scettico burlone, dopo essersi scusato di non poter venire fece
-l’improvvisata, e appunto venne per essere in tredici a tavola.
-
-Fu veramente una brutta celia. Tizia e la mamma sua, buon’anima, prese
-dalla disperazione, allungarono le mense un altro poco, fecero venire a
-tavola tutti i monelli, persino la balia, e il nipote melenso riebbe il
-suo posticino.
-
-Per quella volta almeno la cosa passò liscia e non capitarono disgrazie.
-
-Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre e sempre ne riderò:
-però del numero _13_...
-
-Ma è ancora presto per dire che cosa è capitato per questo numero
-fatale.
-
-Voglio ricordare invece che, quando ero piccina, avevo un faccione di
-luna piena, ero diventata tonda come un pane di burro, e vi potrei
-giurare che non era l’abbondanza delle refezioni di collegio. Mi
-ricordo anzi che, avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola mi
-cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla sotto il cuscino andando
-a letto e divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi la notte. E
-mi svegliavo sempre, perchè pativo gli stiramenti di stomaco.
-
-Dunque, ogni volta che riportavo a casa la mia luna piena, il povero
-dottor Tanzi, amico di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute
-e mi voleva sputare addosso. Egli credeva di far finta soltanto, ma
-sputava davvero, ve lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo.
-
-Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il dottore rideva, assicurando
-che faceva così per non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore ed
-era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè ora gli ho perdonato.
-Ma che dico mai! Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che non sono
-poi vecchia (vi pare? ho vent’anni compiti appena) ho conosciuto un
-avvocato, che se uscendo di casa incespicava, tornava a letto e si dava
-per ammalato in tribunale.
-
-E a Parigi e a Londra (parlo per udita), non è forse vero che i padroni
-di casa hanno abolito il numero _tredici_, e si sono immaginati di
-correggere la brutta impressione del numero fatale mettendo sul portone
-il numero _12 bis_? Furbi, non è vero? ma anche così non riescono
-sempre ad appigionare i loro quartieri, perchè v’è molta gente seria,
-la quale per nulla al mondo vorrebbe andare a stare in una casa segnata
-col numero _dodici bis_.
-
-Ah! Dio buono, che miserie!
-
-Ebbene, no; non è una miseria.
-
-
-
-
-II.
-
-
-Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo scrivere il signor Augusto,
-anzi il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea in chimica
-da un mese. Ha ventitrè anni non compiti, una salute di ferro, una
-meravigliosa disposizione a godere di tutto.
-
-È fatto con la stoffa della gente felice.
-
-Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia
-stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto
-trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la
-quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una
-faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura
-invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso
-sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli
-si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio
-occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano
-come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è
-persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano
-altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario.
-Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima
-viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma
-per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora
-ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso
-più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti
-vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci
-divertiamo a far scricchiolare una sedia.»
-
-Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue
-contentezze passi ogni tanto un velo nero.
-
-Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono
-grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei
-mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza
-di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito,
-perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto
-del loro tempo prezioso.
-
-Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e
-il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece
-che nell’insalata.
-
-Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di
-regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo?
-
-Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria
-i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna,
-come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di
-riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di
-tutte le superstizioni e mi fece quella celia.
-
-Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo
-amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo
-accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto
-pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene
-al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da...
-smarrirlo.
-
-E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me.
-
-Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se
-questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che
-non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio,
-mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la
-catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al
-collo, che mi stava tanto bene.»
-
-Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla,
-ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe
-impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno.
-Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso!
-
-Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.
-
-Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la
-medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva
-fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando
-inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor
-Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale
-a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del
-donatore gli suggerì perfino d’inserire nel _Secolo_ un annunzio che
-gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili
-che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a
-casa.
-
-Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una
-volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo,
-il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava
-dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero
-tredici.»
-
-Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero
-tredici tornò a casa.
-
-Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno
-l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi...
-ma no, era come prima.
-
-E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era
-stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso;
-sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non
-bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già
-risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla,
-che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia;
-ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza
-turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva
-restituito ogni cosa.
-
-— Bravo piccino! E come ti chiami?
-
-— Mi chiamo _Pedrin_... i miei compagni mi dicono anche il _Ciall_.
-
-Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la
-mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo,
-si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di
-corsa per non restituire altro.
-
-Dite un poco, in un caso simile al mio, non è naturale che vengano
-pensieri straordinari? A me, per esempio, vennero questi.
-
-Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, nè alla virtù degli
-amuleti di nessuna specie; il sale rovesciato sulla mensa mi lascia
-indifferente; l’olio sulla tovaglia non mi spiace quanto il vino, chè
-pure è un segnale d’allegria.
-
-D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto smarrito, quando è d’oro
-fino, trova sempre un amatore, il quale vi si affeziona subito e non
-se lo lascia più uscire di mano. All’Economato municipale di tutta la
-roba che si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, gli oggetti
-che vanno a ricercare il proprio padrone? Guanti spaiati in numero
-straordinario.
-
-Se il numero tredici era capitato in mano di una persona onesta, non
-era proprio un miracolo? E il miracolo non vi pare più singolare se la
-mia medaglia era stata restituita da una personcina di quell’età quando
-il furto è quasi un’impresa lecita?
-
-E, se per giunta la personcina è povera, che significa?
-
-Di sicuro significa che della brava gente ve n’è ancora in questo
-mondaccio birbone che mi piace tanto, ma forse incomincia anche a
-significare che il numero tredici vale di più di tutto l’abaco e che la
-sua forza misteriosa, deve dar da pensare alle persone di giudizio.
-
-Da quel sennino che mi vanto di essere, perchè tutti me lo dicono,
-stavo per avviarmi in quei pensieri meravigliosi, quando accadde una
-cosa tanto strepitosa da non credere vedendola e toccandola con mano.
-
-
-
-
-III.
-
-
-Dunque accadde questo, semplicemente questo, che il babbo, tornato
-a casa per colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai sulla
-sua faccia serena qualche cosa d’insolito; nel deporre il cappello ed
-il bastone, il babbo caro, come fa quando è di buon’umore, si fregò
-le mani, ma poi si ricompose per cacciarle in tasca, e subito le mise
-fuori un’altra volta, e incominciò un gesto solenne che finì in nulla.
-Io risi per condiscendenza.
-
-— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito; sai bene, io sono tanto
-curiosa.
-
-Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa; il babbo lo sa. Ma che!
-Egli non aveva nulla! Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah! no,
-veramente aveva un appetito da non si dire.
-
-Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella alla fantesca, perchè
-essa portasse in tavola ed anche perchè il babbo caro, se avesse mai
-qualche cosina da nascondere sotto il mio tovagliolo, lo potesse fare
-con comodo e godersi tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è altri,
-alla nostra mensa, fuor che il babbo ed io, dacchè la mamma se n’è
-andata in paradiso; e pure non vi è mai musoneria. Il babbo, al ritorno
-dall’uffizio, ha sempre una gran voglia di ridere per tenermi allegra.
-Io, per tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato anch’io
-una sorpresa e l’aveva messa appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi
-indovinate subito che non poteva essere altro che il numero 13; ma non
-indovinereste mai, se io non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il
-mio tovagliuolo.
-
-La stessa medaglia traforata, appesa ad una identica catenella,
-nient’altro che il numero 13. Fu una risata tanto rumorosa da far
-accorrere la fantesca senza la minestra.
-
-Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi la felicità smarrita col
-numero disgraziato? Ma che! il babbo è incapacissimo d’una cosa simile;
-non ama i gingilli leggeri; a lui piace l’oro massiccio, e quando gli
-fate vedere uno spillone o un braccialetto, egli subito ve lo pesa
-sotto gli occhi vostri, facendolo passare da una mano all’altra; il
-traforo e il filograna lo disgustano sommamente.
-
-No; il babbo non aveva comprato il numero fatale, ma il numero fatale
-era tornato a casa da sè.
-
-E come? Per la via dell’Economato municipale!
-
-«Ma allora?» esclamai.
-
-Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non aveva ancora toccato il
-suo tovagliuolo. Io stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra per
-non ridere prima del tempo... e fu un’altra risata che fece accorrere
-di nuovo la fantesca (ma questa volta con la minestra) quando anche
-al babbo si presentò il numero 13 traforato ed appeso alla catenella
-d’oro.
-
-Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare il contenuto sulla
-tovaglia, che sarebbe stato una pena per il babbo e per me, da farci
-morire il riso in bocca, la Brigida rise anche lei con noi e rise
-forte.
-
-— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella da ridere! Io ho penato
-tanto a cercare la medaglia sulla strada, che il moccolo mi si voleva
-attaccare alle dita; e ora, invece d’una medaglia, se ne trovano due
-sotto il tovagliuolo! E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato....
-
-— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente mio padre, facendo un
-istante la faccia seria. E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si
-provò inutilmente a confermare che era una cosa da ridere, e dovette
-tornarsene in cucina e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo bene
-in faccia un momentino.
-
-— Sei stata tu?
-
-— Sei stato tu?
-
-Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva proprio fatto un’altra visita
-all’Economato; vi era andato senza nemmeno l’ombra di speranza e
-l’economo gli aveva subito annunziato la nostra fortuna.
-
-E chi aveva trovato la medaglia? E perchè non l’aveva restituita
-subito, da farci penare tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia
-era stata ritrovata da un signore.... Da un signore? Signore, anzi
-cavaliere. E se la teneva? Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera
-medesima e la mattina, col primo treno, era partito per Bologna! Solo
-al ritorno aveva potuto compiere il suo dovere.
-
-— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere avrebbe potuto, anche da
-Bologna, anche prima di mettersi in treno, restituire la roba trovata?
-
-Pareva anche al babbo; ma, in sostanza, bisognava essere riconoscenti
-e ringraziarlo, perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava
-per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato da principio che il
-decimo avrebbe dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi, quando
-l’economo gli ebbe fatto sapere che quel gingillo apparteneva a una
-bella ragazza (pare che l’economo del municipio mi trovi bella), il
-cavaliere aveva cambiato idea.
-
-— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il cavaliere ha detto almeno
-come si chiama e dove sta di casa?
-
-Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini stava in via Larga n.
-15.
-
-— Andremo a ringraziarlo.
-
-— È proprio necessario che vada anch’io?
-
-Era necessario.
-
-— Ma la medaglia tua come ti è arrivata? Non l’hai proprio comprata coi
-tuoi risparmi?
-
-— Ma che! ti farò vedere il borsellino e vedrai che risparmi non ce ne
-ho quasi più. Vuoi vedere subito?
-
-No, il babbo non voleva vedere; era inutile, diceva lui.
-
-Se gli pareva così, almeno mi renderebbe lo scudo che avevo dato per
-mancia al _Pedrin_ del forno?
-
-Il babbo non disse sì, non disse no, pensò un poco, tra una cucchiaiata
-di minestra e l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio per
-annunziarmi che questa seconda medaglia non doveva essere altro che un
-regalo anonimo.
-
-— Sapevamcelo! Ma di chi?
-
-Di chi?... di chi?...
-
-A un tratto, ci guardammo negli occhi, una medesima idea si affacciò a
-un punto.
-
-— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce.
-
-Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio.
-
-In un minuto di silenzio, s’erano affacciate altre idee al mio
-cervello; e certo erano le medesime che venivano incontro al babbo,
-perchè rialzando il capo a guardarmi, egli me ne annunziò una che
-veniva in quel punto a me pure.
-
-— Vuoi scommettere? incominciò.
-
-Io proseguii:
-
-— Vuoi scommettere che mio cugino verrà oggi stesso per vedere se il
-_Ciall_ ha fatto bene la sua piccola commedia, e se io sono proprio
-contenta?
-
-— E perchè ha fatto questo? mi domandava il babbo; e perchè ha fatto
-questo? domandava a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora: egli ha
-tanta paura del matrimonio.
-
-— Ne ho tanta anch’io, confessai.
-
-— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di sicuro.
-
-— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla!
-
-Il dottore Augusto era di casa; venne diritto fino alla stanza da
-pranzo precedendo Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per
-domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, premendo leggermente
-sopra ai miei omeri, di rizzarmi per offrirgli una seggiola.
-
-— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi tardi, ma ti possiamo dare
-una frittata e un dito di vino.
-
-Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento che lo aveva portato era
-questo solo: un gran bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto
-offertoglisi come apprendista nel suo laboratorio chimico. Il babbo
-doveva conoscerlo bene, perchè....
-
-Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che cosa farà il babbo? Dirà
-tutto? Non dirà nulla? E se il babbo tace, come farò io? parlo o sto
-zitta?»
-
-Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, non è vero? vedremo, cugino
-carissimo, se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono d’andartene
-con la sola informazione di Crispino Colla. Perchè quel giovinotto
-apprendista era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava a lodarne
-tutte le buone qualità. Purchè, finito il panegirico di Crispino Colla,
-gli venga in mente di tacere del numero 13!
-
-Il dottore Augusto mi sembrò contentone durante tutte le parole di mio
-padre e anche dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza come se
-cercasse qualche cosa, trovò gli occhi miei che lo guardavano, si fermò
-un momentino a sorridermi, e si alzò da sedere per andarsene. Aveva una
-gran fretta di correre al suo laboratorio!
-
-Cominciavo persino a dubitare che non fosse lui, quando mio padre entrò
-a dire:
-
-— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13?
-
-— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando la sua meraviglia; poi
-disse con più naturalezza: Possibile!
-
-Stavo per dolermi che il babbo non sapesse fare, ma egli fece meglio
-assai di me.
-
-— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io; quell’economo del
-Municipio è una brava persona, sembrava contento di darmi la buona
-notizia... da lontano mi disse: numero 13! e prima ch’io arrivassi alla
-scrivania l’aveva già in mano. Faglielo vedere, bimba.
-
-Ed io feci vedere.
-
-Ora il mio signor cugino non trovava parole; guardava la medaglia dai
-due lati in gran silenzio.
-
-«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente, sbottonati che non ci perdi
-nulla, e io ti sarò grata della seconda medaglia come della prima, tal
-quale.»
-
-Il cugino carissimo continuava a guardare ora la medaglia, ora la
-catenella, sempre in gran silenzio.
-
-«Di che temi, continuai come prima, che io possa scaldarmi la lesta
-per te quando sappia che il donatore sei sempre tu?... bimbo buono,
-t’inganni.»
-
-Finalmente il dottore Augusto ci annunziò che quello era il numero 13
-ch’egli aveva regalato a me.
-
-— Proprio quello? domandai celiando.
-
-— Proprio quello; ha un segno speciale nella coda dell’unità che non è
-riuscita perfettamente dritta.
-
-— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò il babbo, se ti dico che la
-catenella me l’ha restituita l’economo del Municipio, quello stesso al
-quale avevamo fatto la denuncia della....
-
-Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito si arrestò di
-tronco, infatti il dottore Augusto, con sorriso indulgente, disse:
-
-— Il numero 13 è di moda; se ne vendono tanti, forse se ne smarriscono
-tanti, e si assomigliano tutti; per lo più hanno una catenella simile;
-non mi sarei stupito che l’economo avesse restituito a voi la roba
-perduta da un altro.
-
-— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero 13 che oggi stesso ci fu
-restituito dal fornaio dirimpetto.
-
-— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso!
-
-— Proprio meraviglioso!
-
-— Vediamo ora quello del fornaio, disse senza scomporsi il nostro
-chimico. Il babbo e io stavamo zitti.
-
-— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa disinvoltura indolente,
-ecco, qui il traforo è riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva,
-ma tacqui), la catenella è _quasi_ simile, ma non è la medesima...
-guardateci bene.... Il babbo e io guardammo bene senza fiatare perchè
-ora sembrava a tutte due che il cugino si pigliasse la rivincita,
-come se, avendo già visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse
-buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele in faccia come forse
-aveva diritto di fare.
-
-Insinuai timidamente:
-
-— Io capisco l’economo, ma non intendo il fornaio.
-
-— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a tutte le cantonate di
-Milano, e l’annunzio del _Secolo_ che ci costò una lira.
-
-Era vero anche questo! Silenzio per un altro poco; ma quando il dottor
-Augusto annunziò che se n’andava proprio al laboratorio, il babbo
-disse:
-
-— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito trattenere la roba d’un
-altro?
-
-— Per la quale io ho dato uno scudo al _Ciall_; bisogna restituire la
-catena al fornaio e farmi ridare lo scudo.
-
-— Oppure io andrò all’economato a dichiarare che, esaminato bene,
-quello non è il numero 13 smarrito da noi.
-
-— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? il Padre Eterno? Meglio
-fare la restituzione al _Ciall_.
-
-— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il chimico; ma leggendomi
-negli occhi l’orrore del peccato mortale (perchè è un peccato mortale
-tenersi la roba d’altri, non pare anche a voi?) aggiunse: Con un’altra
-lira si può inserire nel _Secolo_ un avviso per chi avesse smarrito la
-medaglia e la catenella; se si presenta qualcuno gli si rende; se no,
-si ha il cuore in pace.
-
-Stavamo ancora a pensare se questa idea fosse la migliore, quando il
-campanello della porta ci annunziò una visita.
-
-— Io scappo! disse Augusto.
-
-Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con grande ansietà, come fa sempre,
-la mia buona Tizia!
-
-Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è proprio come un fringuello,
-ne ha le mosse graziose e la ciancetta allegra; non direste mai che a
-quella povera ragazza sia toccato il brutto caso di perdere lo sposo in
-istrada, tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. Tutto il giorno,
-se non fosse che a una certa ora si fa il buio, e allora escono dal
-mondo invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni a farle paura,
-la mia Tizia sarebbe una donnina felice.
-
-Essa pure non ha la mamma, e come me, ha il babbo soltanto, che le
-vuole un gran bene, ma non può accompagnarla a fare le visite perchè è
-tutto il giorno inchiodato all’uffizio, come il babbo, anzi peggio.
-
-Perciò Tizia, che quando non è buio ha un coraggio da leone, esce sola
-a portare le chiaccherine affettuose e il sorriso buono alle amiche.
-E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna gliene vuole quanto me. Che
-cosa non farei io per vederla contenta? che cosa non farebbe essa per
-me?
-
-Così pensavo quando essa mi copriva di baci. A un certo punto pensai
-ancora: Oh, sta a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! Essa che
-per il sale versato sulla tovaglia ha avuto la disgrazia che sapete, è
-capacissima di aver voluto correggere la minaccia della sorte ridandomi
-il mio amuleto, o almeno la pace se mai l’avesse perduta.
-
-E io che potrei fare per lei?...
-
-Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile.
-
-Ne parlerò al babbo.
-
-Si ricominciò il giochetto del numero 13 per la mia Tizia; prima il
-babbo gliene fece vedere uno, e quando essa si fu rallegrata meco della
-fortuna, mentre io la guardavo ben bene in faccia per scoprire qualche
-cosa, il caro babbo mostrò l’altro amuleto.
-
-— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; questa è proprio aver la
-sorte; chi non smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare il paio?
-
-Era così ingenua nella contentezza che mi tornò la voglia di baciarla
-in bocca, mi tornò anche il pensiero di prima, ma spropositato così:
-Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu che hai smarrito lo sposo nella
-strada del municipio, dovresti trovarne due....
-
-Ma non lo dissi, assicurai invece che in ogni modo uno bisognava
-restituirlo.
-
-Intendevo dire l’amuleto e lo sposo.
-
-Il dottore Augusto che aveva tanta premura d’andarsene, non si moveva
-più; probabilmente era curioso anche lui di vedere il fondo di quel
-piccolo intrigo: probabilmente a lui, come a me, era venuta la stessa
-idea. Ma io avevo subito visto che non aveva fondamento; e perchè non
-l’aveva visto anche lui? Ah! Dio buono! Guardai di nascosto l’uno e
-l’altra; erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! Dio grande! Se
-mi riuscisse di farli sposare!
-
-In questo momento appunto, il babbo spiegava a Tizia, per la terza
-volta, come era andata la faccenda dell’economato. «Io entro, dice lui,
-mi fermo sull’uscio perchè non avevo ombra di speranza, al primo cenno
-dell’economo potevo andarmene, invece...»
-
-Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! Sono fatti l’uno per
-l’altra: Tizia è alta due dita più di me; deve essere l’ideale di mio
-cugino Augusto, che ne ha due meno di me! Il cielo gli ha fatti uno per
-l’altra e io li appaio.
-
-Il babbo diceva:
-
-— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi stesso; è il meno che
-possiamo fare... Non è vero, bimba?
-
-— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe meglio che andassi tu solo?
-
-Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi un momentino, gli riaprì,
-gli richiuse, e se il dottore non era pronto a riceverla nelle sue
-braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni.
-
-— Che è stato? Che è stato?
-
-Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia di mio cugino,
-arrossendo un poco, e venne nelle mie.
-
-— Un capogiro, disse, passerà... è passato.
-
-Era essa soggetta ai capogiri?
-
-Sì, un poco, cioè, no, mai.
-
-— Si metta alla finestra e respiri forte, consigliò il babbo, rimasto
-sempre un po’ medico da quando studiò il primo anno di medicina,
-trentadue anni sono, poi l’accompagneremo a casa... noi andremo a far
-visita al cavaliere... Che ha? il male la riprende?
-
-Non aveva nulla: proprio nulla, sorrideva, ma era tanto pallida!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Quella sera, prima d’entrare in letto mi ricordai che la catenella
-mia, quella che mi legava al collo il numero 13 proprio mio, aveva un
-anellino non interamente chiuso, che se si era aperto ancora un poco
-più, poteva essere stato la causa dello smarrimento. E subito presi
-in esame le catenelle restituite: tutte e due erano intatte: parevano
-uscite allora allora dalla bottega.
-
-— Babbo! chiamai dall’uscio.
-
-E il babbo mi rispose dalla vicina camera:
-
-— Sono a letto, entra pure.
-
-— Non entro, perchè... ma ho fatto una scoperta curiosa...
-
-— Che scoperta?
-
-— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono tornati a casa, è il mio.
-
-E mi spiegavo bene dall’uscio.
-
-— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a letto, potremo parlare lo
-stesso.
-
-Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo.
-
-Non ci potevamo capacitare che, in uno stesso giorno, per un _amuleto_
-perduto, ne tornassero a casa due. Il babbo spiegava a me e io al
-babbo inutilmente: pensa che quel gingillo è di moda, che tutte le
-vetrine degli orefici ne hanno in mostra una dozzina almeno, che tutti
-sono fatti forse nello stesso stampo, forse le catenelle fabbricate a
-chilometri, poi tagliate a spanne.
-
-— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato e la mia è proprio d’oro.
-
-Veramente sembravano d’oro anche le altre! Sembravano, ma chi lo sa?
-
-Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere dal letto, infilare
-una palandrana e le pantofole. Poi venne in camera mia, con la pietra
-di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto le coltri di quella scenetta
-e di quell’arnese stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra le
-catenelle e i medaglioni e se ne tornò in camera senza dir nulla.
-
-— È oro? domandai.
-
-— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava contento di darmi saggio
-di scienza occulta.
-
-— È oro, rispose.
-
-E subito lo sentii entrare in letto.
-
-— Sono oro tutte due.
-
-— Come lo sai?
-
-— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista anch’io.
-
-Era vero; non per nulla aveva studiato il primo anno di medicina.
-
-Ma il caso era dunque più singolare ancora. Un po’ a occhi aperti, un
-po’ a occhi chiusi, tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro aveva
-la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento di requie che mi davano
-il sogno e il pensiero, mi tornava in mente il malessere di Tizia,
-sul quale non mi era riescito di avere spiegazioni, non ostante che
-l’avessi accompagnata a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata due volte;
-che cosa si stava dicendo allora?... si parlava dell’economato, della
-visita che bisognava fare al cavalier Codicini.... In questo non vedeva
-nulla di male per Tizia; il cavalier Codicini non è il signor Ramelli,
-il quale sei anni sono ha piantato la sua fidanzata col pretesto
-d’un’improvvisa perdita di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio.
-Ah! birbi d’uomini!
-
-Era invece _paura_! perchè questi signorini belli (qualche volta sono
-brutti come il peccato) dopo aver scaldata la testa delle ragazze
-ingenue, se non hanno a sposare un milione, o mezzo almeno, sono sempre
-soggetti a tali sgomenti di non poter bastare a dare la felicità alla
-loro compagna... per tutta la vita. Pazienza se fosse un paio d’anni
-o un paio di mesi... ma tutta la vita! E non era vero che il signor
-Ramelli avesse penuria di quattrini; suo padre era ispettore d’una
-banca e cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, Ramelli, il
-numero 13, molti numeri tredici... Chiudevo gli occhi al sonno.
-
-Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi si affacciò netta la memoria
-d’una risposta di Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa, essa
-e il babbo suo accompagnavano noi, come si fa qualche volta. Io volevo
-ch’ella mi parlasse del suo antico innamorato avendo la idea fissa
-ch’egli dovesse entrare per qualche cosa nello svenimento.
-
-— Non ci penso proprio più; era tanto naturale che non mi sposasse; non
-sono ricca, io.
-
-— Come me, esclamai; tanto meglio; così se, per un caso straordinario,
-uno che mi piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola; ma siccome
-questo caso si va facendo più straordinario ogni giorno in questa cara
-Milano, e io non voglio incomodare il cielo a domandargli un miracolo,
-ho già deciso, deciso proprio; rimarrò zitella.
-
-Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia!
-
-— Tu pure dunque...
-
-— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi trovare marito, me ne
-incarico io, vedrai... Ma per me è chiaro come il giorno chiaro, non mi
-marito.
-
-Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi, che ci seguivano a pochi
-passi, non ci udissero.
-
-— Bisogna che le ragazze comprendano di buon’ora che si può vivere
-zitelle magnificamente e prepararsi la vecchiaia meno difficile.
-Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra provato questo: noi donne
-non godiamo proprio nulla di nulla; quando i signori uomini ci hanno
-vestito bene e ci mandano a spasso sole, perchè essi hanno altro da
-fare, quando ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare la
-noia coll’uncinetto, o con un romanzo francese, credono d’averci dato
-moltissimo; se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo su con pazienza,
-allora ci hanno dato tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che cosa
-si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo, un _club_, come dicono loro,
-un’associazione di mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un piccolo
-tanto, finchè fosse zitella; se avesse la disgrazia di sposarsi,
-pagherebbe il doppio; almeno le ragazze andrebbero incontro alla
-vecchiaia senza terrore.
-
-Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò solo che questa
-associazione farebbe il comodo delle brutte: le belle non ci vorrebbero
-stare. Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza quando è bella, ne
-ha, a dir molto, per quindici anni; se in questo tempo non trova il
-marito che le piacerebbe (e nota che se uno le piace, non glielo può
-andare a dire), se non trova il suo vero compagno, se non si rassegna a
-pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte quante.
-
-— Pare anche a te?
-
-Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non pensava alle zitelle delle
-future associazioni; guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio
-cuore, innamorato ancora di quel birbo di Ramelli.
-
-I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, parlavano anch’essi; ogni
-tanto si fermavano per mettere una maggiore distanza fra di noi, e,
-si sentiva bene, abbassavano essi pure la voce; ma che dicessero non
-sapevo proprio.
-
-E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto di suo padre, io presi il
-braccio del mio e gli domandai:
-
-— Che cosa dicevate con tanto mistero?
-
-Il babbo rise forte.
-
-— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; sarà una cosa da non
-pensarci più.
-
-— Si, facciamola, ma mi dirai tutto.
-
-_Tutto_ era semplicemente questo: i nostri genitori, trovandosi nella
-medesima condizione di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo la
-proposta che io facevo dell’associazione di zitelle, s’erano avviati a
-parlar a bassa voce delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, in
-una gran città, a pigliare marito. A Milano ci sono tante mogli ad ogni
-passo, diceva il babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! E allora
-avevano stabilito di fare un patto, ancora una specie di associazione.
-Il babbo mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; il babbo di Tizia
-si occuperebbe di dar marito a me; se non potessero proprio riuscire,
-quando avessero perduto ogni speranza... ma a questo punto il babbo fu
-preso da tanto buonumore, che la frase non potè andare alla fine.
-
-Una risata non riesce mai a sviarmi, quando voglio sapere una cosa.
-
-— E quando avrete perduto ogni speranza? insistei.
-
-— Quando il signor Diego Corona avrà perduto ogni speranza di darti
-marito, si proporrà lui stesso.
-
-— A me?
-
-— A te.
-
-Il babbo rideva fino a far voltar gente che ci passava accanto; ma
-non lacrimava ancora, come quando volle dire che, non riuscendo lui a
-maritare Tizia, si farebbe innanzi con un coraggio di leone. A questo
-punto soltanto ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli occhi.
-Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia fosse contenta di diventare
-la mia matrigna, sarei contenta di diventare la sua...
-
-Silenzio; eravamo giunti in via Larga al n. 15.
-
-— Il cavalier Codicini è in casa? domandò il babbo serio serio,
-affacciandosi al finestrino della portineria.
-
-— È uscito or ora; deve avere appena voltato il canto.
-
-Oh gioia! una carta di visita piegata da un lato, come usava allora,
-e non se ne parla più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome e
-recapito due parole con la matita, così: «Venuto con la figlia a
-ringraziare caldamente per il _n. 13_...»
-
-— Era proprio necessario scrivere così?
-
-Il babbo mi rispose in strada che era almeno almeno utile; forse il
-cavalier Codicini era giovane, forse io potevo andargli a genio, e lui
-piacere a me.
-
-— Ma ti vuoi occupare di me che non ho mai pensato a trovare marito,
-ora che ce ne ho uno assicurato?
-
-Il babbo rise ancora prima di rispondermi.
-
-— È vero, ma se non a te, potrà servire a Tizia; e io ho preso impegno
-di dar la caccia agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una sfilata
-di impiegati del movimento; il mio socio ti farà conoscere tutto il
-personale non coniugato; io farò conoscere a Tizia gran parte del
-personale di controllo. Ne ho in vista parecchi, bellini assai: ma il
-difficile è indurli in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi
-la gioventù: per trovare gente preparata al matrimonio, temo che mi
-toccherà fare un po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire
-dal controllo, passare alla manutenzione.
-
-L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna, tra capi e sottocapi, ha
-quasi un battaglione e molti non hanno moglie ancora, o l’hanno perduta
-da poco, che è il caso più bello; un vedovo ha tanto bisogno d’essere
-consolato... Il babbo caro pensò sicuramente alla mamma... e non disse
-altro.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Il cavaliere Diego Corona si era messo all’opera con coscienza, e il
-giorno dopo verso l’una venne a far conoscere il suo primo candidato.
-Era il signor Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, il
-quale, avendo perduta la moglie da tre mesi appena, portava un lutto
-spaventoso da far morire a guardarlo lungamente. Catena di osso nero,
-bottoni neri alla camicia e ai paramani, occhiali incorniciati in osso
-nero, barba nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, da parere
-un carboncino da disegno. Messo al mondo unicamente per scrivere
-l’epitaffio di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto a essa;
-e invece, appunto perchè penava troppo della privazione della sua
-compagna, non vedeva l’ora di sposarne un’altra.
-
-Tutte queste cose il signor Prudenziano non le disse subito, chè
-avrebbe smentito il suo nome; si seppero poi; allora egli disse che da
-Rimini un amico suo e del babbo gli aveva scritto d’andare a trovarlo
-per fare la sua conoscenza.
-
-Mentre egli così spiegava la sua visita, con molta lentezza
-burocratica, io mi sentiva venire uno gran voglia di ridere, e mi
-riuscì di di vincerla appena appena.
-
-Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare segretamente al
-cavalier Corona che impressione gli aveva fatto il discorso del
-presidente del Consiglio alla Camera dei deputati; e lasciò che il
-signor Prudenziano mi esaminasse bene senza averne l’aria.
-
-Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. Noi donne possiamo
-mostrare cento aspetti a chi ci guardi, per confondere il suo criterio,
-ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale il nostro uomo.
-
-Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto. Non perciò, mentre
-egli faceva quella fatica inutile di esaminare la mia persona, volli
-spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i denti, che ho veramente
-belli; guardai in alto per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi
-toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono sotto la nuca al
-principio del collo; e, con questa mimica, dimostrai belle mani, bel
-collo e bei capelli. Il resto della mia persona non è gran cosa, ne
-convengo, ma non è nemmeno il diavolo.
-
-Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando via, doveva dire, a sè
-stesso prima, al cavaliere Corona poi, che io farei il comodo suo.
-
-E così disse veramente; e io risposi subito subito ch’egli a me non
-piaceva affatto.
-
-Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione fatta dal suo
-Prudenziano, senza perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo
-della manutenzione: il signor Arturo Meri.
-
-Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a pescare i suoi candidati?
-Vi immaginate voi una palla elastica, anzi una piccola palla elastica
-rossa e nera? Così era il signor Arturo. Da una pancetta tonda escivano
-braccia e gambe corte, inquiete per la impresa difficile di mantenere
-la gravità senza ruzzolare per terra, come fanno spesso le palle
-elastiche; e su tutto ciò una faccia tonda e infocata.
-
-Ma io cominciavo appena a ridere molto del candidato numero due quando
-si presentò, o almeno mi parve, il candidato numero tre.
-
-E questo era proprio tutt’altro. Mio padre era uscito appena, e la
-fantesca, la quale non fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito
-in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare; andò a cercare il
-babbo nella sua camera, poi venne nella mia.
-
-— È venuto un signore... domanda del padrone....
-
-— Ma lo sai bene che non è in casa, non hai visto che è uscito appena?
-
-Brigida non aveva visto niente,
-
-— E allora?
-
-— E allora....
-
-— Gli vado a dire che il padrone non è in casa?
-
-— No, aspetta, ti ha detto il nome?
-
-Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma Brigida se n’era dimenticata.
-Ah! sì... no... forse aveva detto... Berruti o Berrettini...
-
-— Berruti o Berrettini?
-
-— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini.
-
-Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo. Con un’occhiata io avevo
-visto che o si chiamasse Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo
-poteva piacermi; era alto e diritto, non troppo magro; elegante nel
-vestito e nel modo di presentarsi; faccia pallida con barba nera
-smozzicata, come usa da poco in qua, terminante in punta; occhi
-profondi, ma aperti; naso così così e buon sorriso fra i baffi.
-
-— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il babbo non è in casa...,
-dissi io, è uscito appena.
-
-Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere umilmente:
-
-— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo in istrada; appena l’ho
-visto escir di casa e avviarsi all’uffizio, io sono venuto.
-
-Questa confessione audace, condita di tanta umiltà, mi fece nascere
-quattro o cinque pensieri diversi. Uno di questi era che anche la voce
-di Berruti o Berrettini mi contentava, e il gesto sobrio mi piaceva, e
-l’umiltà audace più ancora.
-
-— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno il nome; scusi, lei chi è?
-
-— Signorina, lei conosce già il mio nome; io sono Codicini.
-
-— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò di sì), quello del
-n. 13? (sì, sì, sì) e si è voluto disturbare... ma si accomodi.
-
-Quanto mi contentava, che questa volta Diego Corona non ci entrasse
-menomamente! È il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale dei
-matrimoni... che... se mai....
-
-— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche cosa, di poterla
-ringraziare a voce per... quell’amuleto... lei avrà capito che era un
-amuleto; ed è doloroso perdere gli amuleti che debbono darci tutta la
-felicità... ma...
-
-Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli che il n. 13 da
-lui ritrovato non era veramente il mio, per paura che allora egli me
-l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; mi arrestai in tempo.
-
-Egli sviò subito il discorso e disse gravemente:
-
-— Il n. 13 è stata una felice occasione, un buon pretesto per fare la
-conoscenza sua, che per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi pare di
-potermi lusingare che l’audacia mi sarà perdonata....
-
-Adagino, signorino bello, ora sembra a me che tu corra troppo, pensai,
-e, per farglielo intendere subito, non trovai altra via che continuare
-il mio periodo allo stesso punto dove l’avevo interrotto.
-
-— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato non è il mio, deve
-averlo smarrito un’altra.
-
-— È possibile, ammise senza scomporsi, ma sempre con grande umiltà:
-anzi non è possibile; l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto per
-introdurmi in casa sua.
-
-Io lo guardai a bocca aperta.
-
-— Ho comprato io stesso il n. 13 in una bottega; l’orefice mi aveva
-assicurato che questi numeri tredici sono tutti simili, o almeno lei
-poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene e me ne andrò senza
-averle detto la causa che mi conduce.
-
-— Ma allora si ripigli il suo n. 13....
-
-— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto male può rimediare ascoltandomi,
-non mi caccerebbe come un impertinente.
-
-Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, ne aveva quasi negli
-occhi. E poi non diceva _quanto bene_ gli avrei fatto lasciandolo dire,
-diceva solo _quanto male_ potevo rimediare ascoltandolo.
-
-Non ho poi il cuore d’una belva feroce.
-
-— Io non la caccio, perchè è una persona compita; ma dica lei stesso:
-posso io ascoltare quanto lei mi vuol dire?
-
-Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce:
-
-— Lei può e deve, perchè non si tratta di lei, ma dell’amica sua
-migliore....
-
-— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, mi dica tutto.
-
-Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che in coscienza mi piaceva
-tanto, per non vedere in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo
-della mia buona Tizia.
-
-Il cavaliere mi confessò che da molti anni era innamorato dell’amica
-mia; ma da un pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla
-all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, seguendo costantemente
-i suoi passi, temendo ogni mattina che gli entrasse in casa la
-tristissima novella del fidanzamento di Tizia, e solo da poco avendo
-visto ch’essa rimaneva sempre zitella, si era fatto un coraggio di
-leone a parlarle un’altra volta.
-
-— Un’altra volta! Ma dunque?
-
-Proprio così; e se il cavaliere Codicini era venuto all’uscio di casa
-mia col pretesto del numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto,
-nella quarta pagina del _Secolo_, l’avviso con mancia competente, e più
-perchè non avrebbe mai osato presentarsi al signor Diego Corona, nè a
-sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno alla portinaia, chè vi
-è sempre pericolo di trovare questa sorta di gente nell’esercizio delle
-sue funzioni, cioè a dire munite d’una scopa....
-
-Diceva proprio così: _munite d’una scopa_, per far ridere me, ma egli
-aveva sempre le lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento
-scoraggiato.
-
-— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo?
-
-— Tizia non le ha mai detto nulla di me?
-
-— Proprio mai nulla.
-
-— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta prima con un disgraziato,
-il quale una settimana delle nozze, quando le pubblicazioni erano già
-state fatte in municipio e in chiesa...
-
-— So tutto questo, ma non lo so da Tizia, però lo sposo non era il
-cavalier Codicini.
-
-— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere, e chi ha il piacere di
-parlarle è appunto Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona
-d’Italia.
-
-Per far questa nuova presentazione, si levò dal divano e s’inchinò come
-un peccatore.
-
-Ma no, come un malfattore!
-
-— Ma che spera ora? interrogai senza ombra di amabilità; che Tizia
-ricaschi nella... nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma, quale
-fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare le pubblicazioni con lo
-stesso fidanzato, dopo che la prima volta lo sposo suo l’ha piantata in
-asso? Pensi un poco.
-
-— Ho pensato molto.
-
-— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato, le pubblicazioni devono
-essere richieste dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale
-dello stato civile, mi pare che si dica così, non avendo tempo da
-perdere, non pubblica nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi
-senza l’agonia di questa aspettazione! Andare insieme in municipio,
-a un tratto dichiarare al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei
-faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se pure ha conservato un
-po’ d’amore per chi l’ha... per lei....
-
-— Crede che ne abbia conservato un poco?
-
-— Forse un poco....
-
-— Un poco.
-
-— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede bene che non è possibile...
-no... no... non è possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo
-chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più.
-
-— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa, orrenda della mia
-condotta?
-
-— Ve ne può essere una?
-
-— Ve n’è una.
-
-— E perchè non l’è andata a dire a Tizia o a suo padre? E perchè non
-glie la va a dire ora?
-
-— Perchè questa causa non si può dire, balbettò scoraggiato.
-
-Rimanemmo un poco in silenzio entrambi.
-
-— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente.
-
-Mi rispose con un filo di voce guardando il soffitto:
-
-— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse fare molto; ora mi pare che
-non possa fare nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure...
-eppure....
-
-— Dica, dica.
-
-— Eppure, se un’anima buona, un’amica di Tizia, guardandomi bene in
-faccia, vi vedesse la sincerità....
-
-— Il pentimento, insinuai.
-
-— No, non il pentimento; quello che feci una volta lo farei sempre,
-messo nelle stesse condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato; io
-sono padrone di me, perchè mi sono fatto una posizione; a quel tempo
-vivevo di rendita, ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta
-qui....
-
-Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva che la condizione sua
-fosse peggiorata. Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente
-nel dire con ferma voce:
-
-— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia compagna perduta.
-
-Stette un altro poco a riflettere e vedendo che io non indovinavo
-nulla, sollevò un piccolo lembo della segreta verità.
-
-— Supponga, signorina, che, quando si facevano le pubblicazioni, io
-fossi ricco, o mi credessero ricco, e che a un tratto, per una orrenda
-necessità, una necessità orrenda, non confessabile ad altri che a Dio,
-avessi dovuto vendere tutto quanto possedevo per salvare qualcuno e me
-stesso....
-
-Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare troppo, e ch’egli si
-dovesse pentire poi di aver parlato tanto....
-
-— Basta, basta, mormorai....
-
-Ma egli aggiunse ancora una parola che gli uscì di bocca in un rantolo:
-il _disonore_.... Poi tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le
-guancie.
-
-Io mi voltai verso l’uscio per non vedere; quando egli si fu asciugato
-il volto lagrimoso, gli dissi:
-
-— Perchè non va parlare così a Tizia?
-
-— Perchè non potrei arrivare fino a lei se qualcuno non mi aiuta.
-
-Era verissimo.
-
-— Ma perchè non è andato a dirle queste cose prima di rinunziare alla
-sua sposa per sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato a me,
-anche meno sarebbe bastato... forse.
-
-— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono corsi a lei con
-la morte nel cuore per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola lieta
-nei suoi preparativi, contenta d’essere fra pochi giorni mia sposa, mi
-venne meno il coraggio. Pensavo che ella volesse saper di più, ed era
-suo diritto, e che potesse indovinare molto, troppo, e allora a che
-serviva il silenzio? Io no, non avevo il diritto di offuscare....
-
-— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida parla con qualcuno.
-
-Stetti in ascolto un momento.
-
-Brigida parlava in anticamera, e mi venne all’orecchio un’altra
-voce nota, ma tanto sommessa da non potere intendere chi fosse
-l’interlocutore. Mi pareva che la fantesca dicesse di Berruti o
-Berrettini, che era con me in sala da una mezz’ora abbondante, e
-che l’altro rimanesse in forse se dovesse o no disturbare il nostro
-colloquio. Finalmente l’altro se ne andò.
-
-— Brigida, chiamai forte.
-
-E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il dottore Augusto, ma sapendo
-che vi era gente in salotto, se n’era andato.
-
-— Gli hai detto che era il signore....
-
-— Sì.
-
-— Come gli hai detto?
-
-Brigida si schermì un poco prima di confessare.
-
-— Gli ho detto che vi era un bel signore giovane...; che il nome mi
-era scappato dalla mente, ma doveva essere una cosa come Berretto o
-Berrettino. Così gli ho detto.
-
-— Hai fatto bene.
-
-Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno; rimanevamo come prima
-inquieti della tristissima cosa che volevamo accomodare con poca
-speranza.
-
-— Dunque?
-
-— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare a Tizia o al babbo suo,
-ma a Tizia meglio, perchè tanto bisognerà pur venire a questo, se vuol
-ottenere qualche cosa di pratico.
-
-— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè essa dia ancora un
-colloquio al suo antico innamorato, quale è la via migliore?
-
-— Qual’è la via migliore? domandai anch’io a lui, e a me stessa.
-
-— Ci pensi un poco; quello che ho pensato io venendo prima da lei, era
-farmi un’alleata.
-
-Aveva ancora ragione.
-
-— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice; è contento? Penserò io
-a preparare il terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò.
-
-— Qui, o in casa sua?
-
-— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene, mi spieghi ciò che non ho
-inteso bene.
-
-Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè invece di venire subito
-in casa mia dopo l’avviso, aveva aspettato tanto.
-
-Perchè egli era stato assente davvero, e solo al ritorno leggicchiando
-vecchi giornali accatastati in portineria gli era venuto sott’occhi
-l’avviso.
-
-Secondo: perchè invece di venire a casa mia a consegnarmi la medaglia
-comprata, era andato a depositarla all’Economato?
-
-Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e anche l’Economato; al
-momento di venire da me aveva scelto l’Economato.
-
-Coraggioso, non è vero?
-
-Se ne andò un po’ consolato, ma non molto.
-
-E non era nemmeno sulla cantonata quando il dottor Augusto entrava in
-salotto ad aspettarmi.
-
-Aveva da dirmi una cosa.
-
-_Quella cosa_, come accade qualche volta, si mutò prima in _tante
-cose_; e le tante in nessuna.
-
-Il mio carissimo cugino mi domandò se il babbo sarebbe tornato presto;
-e sapeva bene che poteva essere di ritorno soltanto dopo le quattro;
-poi mi confessò di essere stato un’ora prima. (Sapevamcelo. Ma era
-appena mezz’ora prima). Perchè avevo una visita se n’era andato.
-Sapevamo anche questo.
-
-— E chi era quel signore bruno? domandò con indifferenza.
-
-— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato il mio n. 13, cioè uno
-dei numeri 13, ma non il mio, perchè, guardando bene, mi sono accorta,
-che nessuno dei numeri 13, resimi dalla sorte, è quello che la sorte,
-cioè mio cugino dottore, mi aveva regalato.
-
-— Hai fatto questa scoperta? mi domandò sempre indifferente.
-
-— Sì, l’ho fatta; ti stupisce?
-
-— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna delle due medaglie è
-quella che ti ho dato.
-
-Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e tutte le cose che mi doveva
-dire gli rimasero in corpo.
-
-— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo di bottega, osservò poi
-sommessamente.
-
-— Anche l’altro del _Ciall_ era nuovo di bottega.
-
-— Lo so.
-
-Altro silenzio.
-
-— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico, le cose che mi dovevi dire
-sono queste sole?
-
-Si scosse un momentino per ridere; volle pigliare la mia mano, ma non
-la trovando subito, troncò l’atto a mezzo.
-
-— Quel cavaliere è un bell’uomo....
-
-— Puoi anche dire un bel giovane; non deve avere molto più di
-trentacinque anni.
-
-— È venuto per ringraziare della vostra visita, non è vero?
-
-— Sicuramente.
-
-— E... per null’altro?
-
-Avevo io il diritto di non mentire? Potevo io, tacendo, fare una mezza
-confessione? No, non è vero? Dunque mentii.
-
-— Per nient’altro.
-
-— E per ringraziare te e il babbo tuo della visita, si è fermato qui
-un’ora.
-
-— Era poi un’ora?
-
-— Sì, un’ora abbondante.
-
-— Allora tu sei stato in sentinella sul portone di casa?
-
-Non disse di no; disse invece:
-
-— Sai tu chi è questo cavalier Codicini?
-
-— Il cavaliere Codicini.
-
-— Non sai che doveva essere lo sposo della signorina Tizia?
-
-Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non mentire?
-
-— Io non so nulla, io.
-
-E mi si affacciarono due strane idee, cioè che mio cugino, essendo
-segretamente innamorato di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio cugino
-fosse semplicemente innamorato di sua cugina... e fiutasse un altro
-pericolo. Ma si spieghi in buon ora!
-
-— Che importa a te di tutto questo? gli domandai levandomi da sedere, e
-guardandolo bene in faccia per metterlo alle strette. E messo così, mio
-cugino fece uno sforzo disperato di resistenza per non dirmi nulla.
-
-— Ecco il babbo, annunziai.
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Il giorno dopo, senza perdere tempo, me ne andai a trovare la mia buona
-Tizia.
-
-Me ne andai sola (qualche volta, nelle grandi occasioni, ho questo
-coraggio da leone); ma non fui molto fortunata. Avevo immaginato di
-trovare il babbo ancora all’uffizio e l’amica sola: invece tutto il
-contrario. Diego Corona era tornato prima dell’ora e sua figlia era
-uscita appena con la fantesca per fare una scelta sapiente.
-
-Diego Corona sorrideva.
-
-— Allora chi sa quanto tarderà!
-
-— Sarà qui a momenti: la scelta sapiente non è altro che di un buon
-cappone, che sia giovine e grasso, e non ci costi troppo, per domani
-che è festa. Lei si accomodi qui un momentino, qui accanto a me. Oh!
-che miracolo veder qui lei tutta sola! Quale fortuna è la mia!
-
-— E si può sapere, continuava, la ragione che l’ha fatta uscire di
-casa, sola, all’ora che il babbo sta per tornare dall’uffizio?...
-Non si può sapere. Bisogna sempre rispettare i bei segretuzzi delle
-fanciulle belle. Piuttosto le posso domandare se ha ricevuto una
-visita...
-
-— Che visita? esclamai prontamente.
-
-— Il signor Egidio Merula non è venuto da lei?
-
-— Oh! Dio! Ma, caro signore, non le pare che basti?
-
-Il signor Diego Corona rimase perplesso.
-
-— Sì, continuai, il babbo mi ha detto tutto; io le sono riconoscente,
-ma non stia a mandarmi più altri candidati.
-
-Ripetei: — Non le pare che basti?
-
-— Eh! eh! se pare a lei... balbettò.
-
-— Sì, sì, a me pare. Quel suo Prudenziano Barbotti, dove lo è andato a
-stanare? E quell’altro? Non ricordo più il nome.
-
-— Sono eccellenti partiti, non troppo giovani veramente, perchè nel
-matrimonio la troppa gioventù è un pericolo. L’uomo (queste cose lei
-non le può sapere, e perciò se le lasci dire da me), l’uomo fino a
-trent’anni è un fringuello; dopo i quaranta, quando non è una volpe, è
-un cane fedele.
-
-— E dopo i cinquanta? domandai ingenuamente.
-
-— È un bue, spesso, ma in ogni caso è una buona bestia da fatica, un
-animale di casa e può fare un buon marito. Ma è sempre meglio, per fare
-un buon marito, che non abbia passato i cinquanta.
-
-— Credo anch’io.
-
-Vedevo venire la dichiarazione minacciata dal babbo e non avevo paura.
-Avremmo riso volentieri insieme.
-
-Diego Corona era benissimo avviato; parve distrarsi un momento, si
-toccò i capelli che aveva abbondanti, appena appena brizzolati, si
-lisciò la barba, e non trovando parole per quello che mi voleva dire,
-finalmente rise molto senza dir nulla.
-
-— Perchè ride così?
-
-— Rido perchè or ora faccio ridere anche lei; il babbo non le ha detto
-nulla?... Ma sì, deve averle detto, e se le ha detto tutto...
-
-— Mi ha detto tutto, risposi ridendo.
-
-— E?...
-
-— E?...
-
-Diego Corona rise un’altra volta con abbondanza. Forse perchè l’idea,
-guardata ora da vicino, pareva buffa anche a lui?
-
-No, tutt’altro.
-
-— Gli uomini pigliano moglie a tutte le età, e ho visto sempre che i
-più vecchi scelgono le spose giovanissime; la natura vuole così; se non
-fosse, tante ragazze non si presterebbero.
-
-Non mi guardava in faccia per non leggere un sorriso canzonatorio, che,
-come se lo vedessi, si era messo da sè fra le mie labbra.
-
-— Quanti anni mi dà lei? Cioè, rettifico; io non ho bisogno che lei
-me ne dia nemmeno uno, perchè quelli che ho sul groppone mi pesano
-assai... Ma dica un po’ quanti?
-
-Volli consolarlo.
-
-— Quarantasette, quarantotto... dico così, perchè Tizia ne ha
-ventiquattro... ma lei non li dimostrerebbe nemmeno, tanto si è saputo
-conservare....
-
-— Questo sì, rispose con entusiasmo, io mi sono conservato bene; ho
-preso moglie giovanissimo per non fare le solite pazzie; e se da otto
-anni non fossi vedovo, e afflitto... e solo, mi sarei conservato anche
-meglio.
-
-Gli parve venuto il momento di sparare la pistolettata.
-
-— Io ho quarantanove anni... a cinquanta non sono arrivato... e
-perciò....
-
-— Perciò... non stia a mandarmi altri candidati; quando il babbo mio
-sposerà Tizia, io sposerò lei, se mi vuole. È contento?
-
-Io risi bene; egli rise male
-
-Entrò in salotto la mia buona amica, alla quale, dopo un gran numero di
-baci, chiesi notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’ caro.
-
-Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta una piccola traccia di
-melanconia sorridente, come un’aureola, come un alone pallido intorno
-alla faccia buona; si dondolò pochi momenti; e, mentre noi parlavamo di
-tante inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci accorgessimo.
-
-Vistami sola con Tizia, subito mi composi un viso serio, le presi le
-mani, come il babbo suo le aveva prese a me, e lisciandole con le mie,
-le mormorai all’orecchio:
-
-— Ho una cosa da dirti.
-
-— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò di leggermi in viso e
-lesse male, perchè battè le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei
-fidanzata.» Visto che sbagliava, balbettò: «allora dimmela.»
-
-— Ma tu mi devi promettere d’essere forte.
-
-Non promise nulla, con un filo di voce ripetè: dimmela.
-
-Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai al mio petto per
-modo che, curvandomi un poco, potessi mormorare ogni cosa.
-
-Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi tutto: come il cavaliere
-Codicini l’amasse sempre, e per una necessità orrenda, che egli non
-poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna forse spiegherebbe un
-giorno o l’altro, lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse
-rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino sleale, mentre egli
-era semplicemente una vittima della... _necessità orrenda_.
-
-Quando tacqui per non sapere che dire, avendo ripetuto tre volte in tre
-modi differenti le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora la testina
-bella appoggiata al mio seno; misi una mano sotto al visino nascosto e
-sentii piovere lagrime calde e frequenti.
-
-— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla voglia di piangere anch’io.
-Lo vedi bene, le mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio,
-lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi quasi dire che non ti ha
-lasciato mai; è il momento di essere felice, pare a me; dunque perchè
-continui a piangere?.... Fammi vedere la tua faccetta bella, che sa
-ridere così bene.
-
-Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene sì, piangi, chè ne hai
-bisogno; sono lagrime buone che medicano l’anima ferita.»
-
-Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli, i baci ch’io
-metteva sui suoi capelli ogni volta che sentivo sulla mia mano il
-caldo di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai in silenzio che
-la cosa finisse da sè, pensando che forse con le mie parole ottenevo
-il risultato contrario. E il babbo doveva essere a casa da un pezzo, e
-Brigida sicuramente dava allo stufato un saporino di bruciato, che è il
-terrore della nostra mensa.
-
-Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli occhi con la pezzuola e mi
-disse melanconicamente:
-
-— Non avrei voluto piangere, ma è stato più forte di me.
-
-— Erano lagrime di consolazione.
-
-— No, no; non mi hanno consolato; ho pianto per dolore vero e profondo.
-
-Che musichetta mi stava facendo la mia buona Tizia!
-
-— Che vuole egli da me, ora?... proseguì. È tardi. Quando tu mi parlavi
-con tanta bontà, io non facevo altro che frugare nel mio cuore per
-vedere se vi trovassi ancora una scintilla dell’amore svanito; ma no,
-cenere, cenere, e lagrime.
-
-— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre amato....
-
-— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi, che ho dovuto fare io? Ho
-fatto questo: ho imparato prima con una fatica orrenda — orrenda sì,
-almeno almeno quanto la sua _necessità_ — a odiare l’uomo che amavo
-tanto; e poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi, me lo tenni
-caro, aumentandolo ogni giorno; da ultimo, e sono già due anni almeno,
-credevo d’aver buttato via ogni cosa, amore e odio, perchè ero arrivata
-all’indifferenza, che è la vera pace.
-
-Tizia non mi aveva mai parlato così, e la credevo persino incapace
-di sentire fortemente; ma è perchè io la conobbi quando era arrivata
-all’indifferenza, che è la vera pace, come dice lei.
-
-— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo che l’occhio mio correva ogni
-tanto all’orologio a pendolo: — Ma io ti lascio andare a casa, chè è
-quasi l’ora del vostro pranzo.
-
-E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere, tornò la mia buona Tizia
-allegra come l’ho sempre conosciuta.
-
-— Dunque?
-
-— Dunque dammi un bacio e non se ne parli più.
-
-— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire?
-
-— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe fargli credere che
-mi voglia vendicare; e mi piacerebbe fargli intendere chiaro che sono
-indifferente a tutto.... Come potrei dargli questa dimostrazione? forse
-andando a nozze col primo venuto....
-
-— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il primo venuto e te lo
-sposi con la massima indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni
-riescono come tutti gli altri.
-
-— Col primo venuto sì, ma non con lui! Dopo essere stata tutta sua, non
-potrei essere per lui mezza, o anche meno. Meglio niente.... Ma perchè,
-aggiunse ridendo, tuo padre non mi manda un candidato, come ha fatto
-il babbo mio con te? perchè non mi chiede la mano egli stesso? Forse
-accetterei.
-
-— Per carità, non dire questo nemmen per celia; io ho promesso al
-padre tuo, che se tu sposi il mio, io sposo lui, e pensa che orrore, io
-matrigna tua, tu matrigna mia!.... Ora vado proprio... sento di qui il
-bruciaticcio dello stufato.
-
-— Pensaci ancora, le mormorai prima di andarmene.
-
-In anticamera Diego Corona mi strinse la mano appena appena, e mi
-sorrise rassegnato.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato della mia visita,
-non si scoraggiò molto; egli sapeva bene, che, dopo le sue antiche
-gesta, l’innamorata doveva essersi staccata da lui. Si sarebbe fatto
-un mediocre concetto di una ragazza, la quale, in condizioni simili,
-fosse ricascata nella stessa trappola. Era contento di essere odiato
-un poco, perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva lui, non tanto
-lontano dall’amore come sembra volgarmente. «Solo che è l’opposto,»
-osservai melanconicamente. «È il rovescio della medaglia, mi
-rispose; ma è ancora la medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero
-all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!» E io, per carità di
-prossimo, non gli dissi che vi era proprio arrivata.
-
-Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata che, dopo una notte
-d’insonnia, l’amica mia mi piombasse in casa all’alba, se non pentita
-del rifiuto, se non mansuefatta all’idea di ripigliare la croce d’una
-volta, almeno almeno inpensierita della pessima nottata che le avevo
-fatto passare. Invece, aspettò due giorni prima di venirmi a trovare;
-e, quando si lasciò vedere, se non dicevo io che Codicini era stato a
-prendere la risposta, essa non avrebbe fiatato di lui.
-
-Ancor che non volesse sapere nulla, io le dissi tutto. Essa rimase
-silenziosa per un poco, poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri,
-ma solamente all’etere, come si dice; poi rise, senza voglia, per
-abitudine, poi si fece seria per annunziarmi una nuova moda che le era
-piaciuta immensamente.
-
-Per pagare il tributo alla moda, io non mi feci pregare: ma tanto,
-prima che Tizia se ne andasse, mi provai a dire guardandola ben bene in
-faccia.
-
-— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito, perchè, se così non
-fosse, a che servirebbe essere tu l’amica mia migliore? Quella notte
-(sottolineavo «quella») non hai potuto dormire perchè pensavi all’uomo
-che doveva essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe pronto se tu
-volessi. Ma tu non vuoi.
-
-Verissimo. Tizia confessò francamente chè quella notte era stata
-bianca per lei; ma non ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista
-piangere alle mie parole?
-
-Aveva poi preso sonno all’alba, e quando Diego Corona era venuto a
-darle il buon giorno, poi ch’essa non era andata come il solito da lui,
-gli aveva svelato tutto quanto le capitava.
-
-E Diego Corona?
-
-Diego Corona si era taciuto per intendere meglio il caso difficile
-della sua figliuola. Ma non era un caso difficile, per fortuna. Essa
-non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta all’uomo che l’aveva
-quasi condotta fino all’altare, per piantarla.
-
-— Benissimo! diceva Diego Corona.
-
-— Meglio sposa al primo venuto che a lui, aveva dichiarato Tizia.
-
-— Meglio! aveva confermato Diego Corona. Non le mancherebbero partiti,
-ancorchè essa non avesse una grossa dote, e le fosse toccata la
-sventura di perdere lo sposo sulla porta della chiesa. Tutto stava
-a non pretendere il marito giovane. Vi sono degli uomini maturi,
-ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi... con i quali la vita
-coniugale è una festa....
-
-Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni caso, essa si
-accontenterebbe di uno solo di questi uomini maturi, anche vedovi...
-senza volerne un reggimento.
-
-Diego Corona aveva risposto che infatti, se egli aveva parlato di molti
-mariti, è perchè già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse altro.
-
-Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini, ero proprio condannato?
-
-Condannato proprio.
-
-Tizia però era contenta di non poter odiare il suo antico innamorato,
-perchè ora, sapendo che egli si vantava di avere dovuto cedere ad una
-_necessità orrenda_ nel momento di piantarla col suo fardelletto di
-nozze, quando questa necessità le fosse stata messa davanti ed essa
-l’avesse riconosciuta legittima per quanto orrenda, l’odio suo sarebbe
-cessato ed allora era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, no; se
-anche la _necessità orrenda_ le fosse dimostrata, l’avrebbe lasciata
-quella di prima, cioè _indifferente_.
-
-Ma Tizia avrebbe pianto anche più di _quella sera_, per pietà di lui e
-della miserabile sorte che aveva condotto lei da un grande amore alla
-perfetta calma.
-
-Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni e sempre nelle ore
-che il babbo era all’uffizio, tanto che non essendosi ancora trovato
-con lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla delle sue visite. E
-perchè le visite potessero continuare e perchè egli aveva una gran fede
-in questa continuazione, che a me sembrava invece non dovesse approdare
-a nulla di buono, un giorno venne poco dopo l’ora della colazione e
-non tardò a entrare in materia. Dopo di aver visto il trionfo soltanto
-nella mia complicità segreta, quel giorno lo vide meglio in una
-complicità più larga. Si fece complice anche il babbo.
-
- *
- * *
-
-Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un po’ odiato dalla sua antica
-innamorata e perciò a un pelo di innamorarla un’altra volta, un giorno
-della stessa settimana, visto uscire dal portone di casa Diego Corona
-per correre al telonio, si fece un gran coraggio; invocò tutti i santi,
-salì le scale lentamente e dopo essere rimasto un pezzo a contemplare
-il bottone del campanello senza sapersi risolvere ad approfittarne,
-ne approfittò tanto poco che la fantesca non si mosse di cucina. Ma
-un eroismo fa come le ciliege, ne tira un altro; e il cavaliere toccò
-lungamente il bottone, e dopo un breve intervallo di silenzio già si
-preparava a ripetere la dose, quando la fantesca venuta sull’uscio,
-domandò: chi è?
-
-E prima ancora che il cavaliere si precipitasse dal pianerottolo, o
-si annunziasse per quel che era, la porta della sua felicità gli si
-spalancò tutta quanta.
-
-— La signorina è in casa?
-
-— Non so, rispose la fantesca, perchè le avevano insegnato a dire così;
-e lasciando il visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio
-d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne andò a _vedere_.
-
-E poco dopo tornò a dire che la signorina era uscita.
-
-— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente il cavaliere.
-
-Sì, ma non era in casa.
-
-Senza manco avvedersene, l’innamorato si trovò dietro l’uscio e poi
-sulle scale e poi in istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere.
-
-Che la signorina fosse in casa, non ne poteva dubitare, ma essa
-sicuramente, al punto d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo, non
-se ne era sentita il coraggio.
-
-Perchè mai le donne dovrebbero essere più forti degli uomini? Non è
-forse vero che il cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in
-salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo e sano? E che al momento
-di andarsene, se una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era il
-ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque?
-
-Per poco non cercò anche l’alleanza di mio cugino, arrivato in quel
-punto; ma questo chimico benedetto si mostrò così ribelle al primo
-incontro, manifestando una svogliatezza, un languore, un mal di capo,
-da scoraggiare il meglio intenzionato.
-
-Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato e il cugino dottore
-rimase peggio.
-
-Quando il babbo andò a pigliare il cappello, per correre all’uffizio,
-Augusto scattò come una molla.
-
-— Ma questo cavaliere che incontro ogni volta quando vengo da te... che
-significa?
-
-— Significa probabilmente che tu vieni qui di rado, e che egli viene
-più spesso di te.
-
-— Non altro?
-
-— Nient’altro, mi pare.
-
-— E ha egli confessato che il suo nome vero è Ramelli, che aveva
-promesso di sposare la tua amica Tizia.
-
-— Sì! l’ha confessato.
-
-— E ora che vuole?
-
-— Vuole....
-
-Veramente non avevo il diritto di servirmi di una confidenza, ma potevo
-io lasciar sospettare cose diverse dal vero?
-
-— Vuole... una cosa impossibile.
-
-— La tua mano?
-
-Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora!
-
-— E ti pare che per domandare la mia mano fosse necessario,
-assolutamente, essere stato il fidanzato di un’altra e che quest’altra
-fosse proprio la mia amica migliore? Lo comprendi anche tu... manco
-male.
-
-Sì, ora comprendeva anche lui.
-
-— Ma allora che vuole?
-
-— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento?
-
-Egli era proprio contento; io no.
-
-Avevo fatto male a svelare un arcano che non mi apparteneva, e glielo
-dissi.
-
-— Sono una stupida, dovevo tacere; questa confidenza non era cosa mia,
-ho fatto male.
-
-— Un giorno saprai tutto, mi disse.
-
-Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque non intendere.
-
-Il cavaliere, pensando meglio al caso suo, capì che piombando come un
-fulmine accanto alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza
-grave; ma perchè bisognava pure spiegare la _necessità orrenda_, senza
-di che non era possibile ricuperare la posizione d’una volta, decise
-d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio, fermarlo in istrada e
-spiegarsi bene.
-
-Senonchè quel giorno Diego Corona aveva tardato ad uscire e il
-cavaliere Codicini aveva temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque
-risalì le scale di Tizia un’altra volta.
-
-E ci trovò insieme, perchè io avevo passato due ore con la mia buona
-amica, e stavo per andarmene, quando il campanello ci annunziò una
-visita.
-
-Saputo che era Codicini, il quale domandava del babbo, fu una titubanza
-lunga.
-
-Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare lui?
-
-Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva che io mi fermassi,
-e intanto Brigida mi guastava il risotto e mi dava un saporino di
-casseruola al tonno in salsa di pomidoro. Ma il cavaliere poteva
-aspettare in anticamera, e allora a me non sarebbe stato possibile
-passargli sotto il naso senza farmi scorgere.
-
-Fortunatamente, mentre durava l’incertezza crudele, il campanello sonò
-un’altra volta.
-
-— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il suo modo speciale.
-
-E subito, mentre la fantesca correva in anticamera e noi di corsa nella
-vicina stanza e il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio al
-salotto, Tizia, escita da ogni perplessità, mi disse in gran collera:
-
-— È una persecuzione. Che cosa crede di guadagnare in questa sua
-miserabile commedia? Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente ch’io
-lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora mi ha seccata assai.
-
-Per tacito accordo rimanemmo un poco in silenzio ad ascoltare quel che
-diceva il cavaliere a Diego Corona. Egli non disse nulla per un po’, il
-tempo di penetrare bene in salotto fino ai piedi del divano.
-
-— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor Corona.
-
-E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla; poi fu ancora il babbo di
-Tizia a interrogare, e la sua parola fu meno brusca di prima, forse per
-lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi.
-
-— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da me?
-
-Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro passando per la porta
-socchiusa, arrivò alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia.
-
-Essa mormorò dispettosa: «Commediante!» senza batter ciglio, guardando
-la parete di fondo.
-
-Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e il suo mormorio lungo non
-fu mai interrotto da Diego Corona, ma disgraziatamente non arrivò fino
-a noi.
-
-Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò che cosa potesse fare per
-contentare quell’ombra di genero ormai svanita per sempre.
-
-Dopo un lungo silenzio la voce di Diego Corona empì la casa, come mi
-parve, dichiarando che quanto a lui non avrebbe visto nulla di male
-che _la cosa_ si accomodasse, ma aveva un forte sospetto che la sua
-figliuola non volesse più.
-
-— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè ad essa dirò tutto tutto... se
-vorrà....
-
-Guardai il viso impassibile dell’amica mia; essa guardava sempre la
-parete e non battè ciglio.
-
-— Vuole che io le vada a dire?...
-
-Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego Corona si affacciò nel
-vano dell’uscio; stette un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava
-positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato sulla parete, egli
-chiuse l’uscio alle sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino
-alla figliuola. Le prese la testina pallida con le due mani e le lisciò
-lungamente la fronte.
-
-— Vuoi? interrogò.
-
-Tizia fece di no.
-
-— Che cosa vuol confessare a me, se non poteva confessarla a mio padre?
-E che vuol confessare a me, se prima ha bisogno ch’io stessa _voglia
-sapere_? Vagli a dire ch’io non voglio sapere nulla.
-
-Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, e non sapendo che
-decidere, prese una mia mano, poi si decise; ma innanzi di spingere
-l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora.
-
-La risposta nel gran silenzio fu la medesima; allora Diego Corona
-scomparve.
-
-Sentii che diceva:
-
-— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se lei ha da confessare qualche
-cosa che, detta a me, possa modificare....
-
-Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire la necessità orrenda, o
-forse necessità orrende non ve ne erano; il certo è che non fiatò.
-
-— No, no, no, disse forte, per fare arrivare la voce fino a noi, è un
-segreto che non mi appartiene. Sappia la signorina ch’io sono molto
-infelice.
-
-Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato rumore di passi nel
-corridoio, e il cavaliere Codicini lasciò la casa.
-
-Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato mai più.
-
-Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò dalla parete per fissarsi nel
-mio.
-
-Ancora una volta la sentii ripetere:
-
-— Commediante!
-
-Poi rise nuovamente e mi abbracciò.
-
-Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo aver accompagnato fino
-sull’uscio il genero perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto farsi
-una gran forza per non piangere prima di lui.
-
-— Egli ha pianto? domandai.
-
-— Almeno ne ha avuto una gran voglia... ne sono sicuro.
-
-Tizia crollò le spalle, sembrando dire che se gli fosse piaciuto di
-piangere, lo avrebbe fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere
-e ridere.
-
-Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo.
-
-— Bimba, che hai? domandò il padre.
-
-— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo di cose cattive: dispetto,
-collera, odio.... Mi fa tanto bene.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Non era vero che il rimescolìo di tutte quelle cose cattive facesse del
-bene alla mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e la mattina,
-sentendosi tanto stroncata da non si reggere stando a sedere sul
-letticciolo, mi mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la sua amica
-migliore, non mandò a chiamare il dottor Demetrio. Ma il medico venne
-lo stesso chiamato da Diego Corona, che, nell’andare all’uffizio, non
-aveva fatto fatica a scendere due scale, perchè il dottore, uscendo di
-casa, avesse la bontà di venire a vedere che diavol mai fosse entrato
-in corpo a sua figlia nella notte, perchè essa non aveva chiuso occhio,
-cianciando molto senza dire una frase di costrutto.
-
-Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio entrò in camera di Tizia,
-preceduto dalla fantesca; la sua ammalata era calma al paragone della
-nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza e di non poter dormire;
-mi stringeva una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le lisciavo
-la fronte, il nasino affilato, chiudevo le sue palpebre leggermente,
-le scoprivo un orecchio costringendo un riccio dei magnifici capelli a
-starsene a suo posto, e senza dir mai altro che così:
-
-— Tizia cara, cara Tizia!
-
-A questa domanda discreta, perchè queste due parole erano una domanda
-discreta, anzi un mucchio di domande discrete, la mia buona amica non
-aveva risposto ancora.
-
-Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio, il quale, toccandole
-il polso e la fronte, facendosi mostrare la lingua, minacciava di
-ascoltarla tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa.
-
-Tizia confessò che prima d’andare a letto non aveva avuto punto sonno.
-Si era messa alla finestra e quella sera di maggio tirava un vento
-perfido che forse le aveva raffreddato il sangue; ecco doveva esser
-così; ma ora stava meglio e sicuramente le medicine erano inutili; essa
-prima di sera sarebbe guarita.
-
-Il dottor Demetrio non essendo del suo parere, volle ascoltare il petto
-e la schiena; ciò fatto, scrisse una medicina e non raccomandò nulla.
-
-— Mi posso alzare? domandò Tizia.
-
-Il medico sorrise melanconicamente.
-
-— Provi se può.
-
-Tizia non provò nemmeno, perchè troppa era stata la fatica di tirarsi a
-sedere sul letto per essere ascoltata.
-
-— Se avrà voglia di mangiare una minestrina, non le farà male.
-
-L’ammalata non chiedendo che minestrina, lo domandai io. — Riso? zuppa?
-
-— Quello che vuole, ma forse oggi non mangerà nulla; badi a pigliare la
-medicina; tornerò stasera.
-
-La medicina del dottor Demetrio era una pozione calmante, in cui
-entrava il papavero, e Tizia, un po’ per virtù della pianta, un po’
-per la mala nottata della vigilia, tutto quel giorno non fece che
-sonnecchiare.
-
-La calma, fatta padrona del suo bel corpicciuolo di faterella, un po’
-ci consolava e ci impauriva anche un poco.
-
-Il medico, venuto la sera, disse chiaro che questa seconda visita
-non gli serviva se non a riconoscere quali passi faceva il male per
-giudicare quanta strada avesse deciso di percorrere.
-
-Fortunatamente non vi era ancora nulla di troppo grave; avrebbe potuto
-essere una pneumonite, o una pleurisia acuta, o una febbre d’infezione,
-ed invece si era accontentato di essere _forse_ una pleurisia falsa,
-che _forse_, con pochi giorni di letto, ci leverebbe l’incomodo.
-
-— Forse; però....
-
-— Però?
-
-— Però, in questo stadio della malattia, il medico non è mai abbastanza
-prudente; può sempre sbagliare e se anche egli non ha sbagliato, il
-male può aggravarsi in seguito ad una complicazione... Ma... Ma?...
-
-Ma avendo egli ascoltato Tizia, poteva quasi assicurare che tutti gli
-organi funzionavan bene.
-
-Insomma la pleurisia falsa di Tizia non mi inquietò troppo.
-
-Quel poveraccio di Diego Corona era la sola vittima.
-
-Avesse egli potuto piantare l’ufficio delle Mediterranee finchè durava
-il male della figliuola, non si sarebbe lamentato di nulla; pareva a
-lui che potendo essere sempre accanto al letto della sua bimba avrebbe
-fatto una paura da non si dire al malannaccio per costringerlo a darsi
-vinto.
-
-Ma così, ahi, ma così!
-
-Ve lo potete immaginare voi altri che profitto dava lui alla
-Mediterranea aprendo il cassetto della scrivania e buttando un’occhiata
-disattenta alle carte d’ufficio? Almeno nei giorni di buon umore
-qualche cosa di pratico faceva; una lavata di capo a un subalterno, un
-giorno sì, un giorno no, la sapeva dare; ed era sempre un toccasana;
-ma oggi che autorità poteva avere sentendosi così tutto stroncato nella
-sua figliuola?
-
-Ma, dopo alcuni giorni patiti, senza mormorare troppo contro il
-Signore, il quale poteva vendicarsi, Tizia mia annunziò a tutti quanti
-che si sarebbe levata a ogni costo.
-
-— Ti senti proprio bene? domandammo.
-
-— Benone.
-
-— Non ti farà poi male alzarti? aggiunse Diego Corona; il medico che
-cosa ha detto?
-
-Il dottor Demetrio da due giorni non vedeva nulla di male che Tizia
-si levasse qualche ora; essa invece, presa da un prepotente bisogno di
-fantasticare, stando a letto (e, m’immagino io, d’essere desta fingendo
-di dormire), si era sempre sentita debole tanto da rimanere sotto le
-coltri. Quel giorno ci annunciò che dopo il mezzodì, certo per l’ora
-del desinare, sarebbe apparsa alla mensa del babbo, il quale da una
-settimana faceva pietà alle belve, non che alla fantesca, quando si
-metteva a tavola come un orso spaiato.
-
-E, in questo tempo trascorso, che n’era stato del cavalier Codicini?
-Il primo giorno dopo lo scacco solenne mi era aspettata non so che.
-Il cavaliere era ammalato, il cavaliere era moribondo, il cavaliere
-era morto, già chiuso al manicomio, almeno almeno impazzito a casa.
-Invece quell’istesso giorno del risanamento di Tizia, quando io, per
-la necessaria reazione del farneticamento umano, era quasi arrivata a
-credere che quel commediante avesse proprio fatto la commedia, e già si
-fosse rassegnato al suo destino, e già in agguato per un’altra sottana,
-il povero cavaliere Codicini venne a trovarci nell’ora del babbo, e
-ci domandò con le lagrime agli occhi che malattia avesse la sua sposa
-perduta.
-
-Ma dunque sapeva?
-
-Eh! altro! quando si ama davvero, si sa tutto; sapeva della malattia,
-dei rimedi somministrati dal medico, e solo gli rimaneva il dubbio
-sulle cause del malanno.
-
-Era stato veramente un colpo d’aria buscato per essersi messa alla
-finestra in quella notte di plenilunio (sapeva anche che in quella
-notte era il plenilunio), oppure la ragione era un’altra, un turbamento
-nervoso... ovvero... Ovvero? Non volle spiegare meglio il suo concetto.
-Ma come aveva saputo? Dal dottore. Possibile mai! Certissimo.
-
-Il dottor Demetrio lo stesso giorno della prima visita a Tizia era
-stato chiamato in casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato
-in buon punto di una cefalea indemoniata. Guarito della cefalea
-per virtù di non so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra
-medicina, e il dottor Demetrio, il quale non è uomo da negare la
-virtù dei calmanti, aveva offerto il necessario. Così il cavaliere era
-guarito prima di Tizia.
-
-Io per accelerare la sua guarigione, a costo di dire una bugia
-lusingandolo troppo, mi arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella
-doppia malattia dimostrava una crisi di un identico male.
-
-— Dio lo voglia! mormorò lui.
-
-— Dio lo vorrà, assicurai.
-
-Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo.
-
-E quel giorno medesimo, trovatami con lei dopo il desinare, appena
-Diego Corona se ne fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo
-ancora per placarmi, ma senza punto voglia di celiare, che aveva
-proprio deciso di entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno.
-
-Era sempre stata una sua vecchia idea, che per essere messa in atto non
-altro aspettava che il buon momento. E le pareva giunto!
-
-— Ah! sì! ti pare proprio giunto?
-
-A lei pareva. Comprendendo di dare una grande afflizione al babbo, il
-quale non aveva altri che lei, aveva sempre differito, ma ora era quasi
-sicura che se essa si facesse educanda e poi monaca, Diego Corona si
-consolerebbe, sposandosi un’altra volta. Essa non vedeva niente di male
-in questo; se le fosse stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie
-mani alla seconda felicità del babbo.
-
-— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a morirne! dissi.
-
-Non dubitava che il babbo le volesse bene; era sicura che dovesse
-soffrire della determinazione di sua figlia; era certa, certissima,
-che la sua sofferenza non andrebbe fino alla morte, ma si fermerebbe al
-matrimonio.
-
-Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io che ero quasi incline ad
-acconsentire nell’idea che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero
-in ogni caso state un toccasana, forse io pure sbagliavo.
-
-Quando il padre già addolorato venne in cognizione della pensata di
-sua figlia, del suo sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque
-anni passati nell’Alta Italia prima e poi nella Mediterranea; mancò
-all’ufficio. Vederlo andare su e giù per le stanze, fermarsi ogni tanto
-a contemplare attentamente una zanzara attaccata a un vetro, era una
-pena; sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi repressi
-che, tutto mancandogli a un tempo, per lui non rimaneva altro se non
-andare all’altro mondo, era uno strazio.
-
-Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel sorriso faceva male al
-cuore.
-
-Gli diceva:
-
-— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava pur che te lo dicessi,
-lo sai, non è la prima volta che penso a questa... cosa; ora te l’ho
-detta e mi basta; non stare a credere ch’io voglia andarmene subito
-per lasciarti solo; ma col tempo, quando tu pure abbia visto che è il
-partito più conveniente per me, che non ho la dote...
-
-— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente mormorando: — La
-dote! la dote!
-
-— E che colpa hai tu, se non me la puoi dare? sei stato un padre
-amoroso, mi hai tirato su amandomi tanto, mi hai educata con le tue
-carezze, quante cose buone non mi hai insegnato tu, babbo mio, con le
-carezze soltanto?
-
-Diego Corona avendo resistito sempre a queste parole che lusingavano il
-suo cuore di padre amoroso, s’intenerì troppo e per non piangere alla
-nostra presenza, scappò nella stanza vicina.
-
-E subito Tizia cessò il sorriso buono per ascoltare.
-
-Diego Corona non si fermò nella vicina stanza, tirò dritto fino alla
-sua camera.
-
-— Bisognava pure che glielo dicessi, mi pare; assicurò melanconicamente.
-
-— Se ti pare, sarà... ma non tutte le cose che si dicono si fanno, e
-questa non la farai... proprio.
-
-Tizia mi guardò senza rispondere.
-
-— Ti dico io che non la farai.
-
-Allora Tizia mi prese una mano con le sue.
-
-— Una volta avevo pensato che tu potessi essere la mia compagna nel
-convento delle Marcelline; saremmo state tanto bene insieme; era un
-sogno troppo bello; ma comprendo che tu non saresti felice; tu pensi
-ancora a trovare marito.
-
-— Sicuro che vi penso, confessai, non siamo noi giovani tanto... e
-belle un poco? E perchè non dovrei pensare a diventare la compagna di
-un uomo piacente e la mamma dei miei figli? Quando mi sarà venuto il
-primo sospetto di rimanere zitellona, saprò io come fare per evitare la
-catastrofe...
-
-Almeno avevo richiamato il sorriso sulle labbra pallide di Tizia.
-
-— Non ne parliamo più, disse.
-
-Essa non parlò più; mi prese per mano e mi condusse fino all’uscio
-della camera del suo babbo.
-
-— Babbo, chiamò.
-
-Nessuno rispondeva.
-
-— Babbo... siamo qua, ci vuoi, ci lasci entrare?
-
-Diego Corona si affacciò all’uscio, interrogò i nostri volti e si
-lasciò baciare da sua figlia.
-
-— La pace è fatta? vuoi?
-
-Sì, Diego Corona voleva, ma non si parlasse mai più di conventi.
-
-— Non se ne parlerà... sei contento?
-
-Il babbo non era contento ancora; metteva gli occhi in volto a sua
-figlia, guardando il fondo del suo pensiero.
-
-— Che cosa vuoi ancora?
-
-— Mai più, non è vero?
-
-Tizia lisciò la barba di suo padre.
-
-
-
-
-IX.
-
-
-A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia col saio nero e la cuffia
-nera delle Marcelline era insopportabile; non potendo correre alla
-finestra per chiedere aiuto ai passanti, si era recato subito dal
-dottor Demetrio, per farsene un alleato. Confidava molto anche su me,
-e da parte mia poteva tenersi sicuro che non avrei incoraggiato una
-pazzia simile. Ricorse per consiglio anche al babbo, il quale non gli
-seppe dire gran cosa per confortarlo.
-
-Ma il primo passo di Diego Corona, la visita al medico curante,
-produsse un effetto impensato, perchè dal dottor Demetrio quello stesso
-giorno la faccenda delle Marcelline venne all’orecchio del cavaliere
-Codicini, il quale per conseguenza immediata se ne venne subito da me.
-
-Questa volta non venne solo. Venne con lui un vecchio. Mio padre era
-appena andato all’ufficio, da far credere ch’essi fossero stati in
-agguato sulla cantonata.
-
-Il cavaliere mi presentò il suo compagno.
-
-— Il commendatore Ramelli Codicini, mio padre....
-
-Tutto in quella visita mi sembrava singolare; il pallore dei due
-visitatori, la voce più rauca e più bassa del cavaliere; il contegno
-grave e deliberato del commendatore. Io stava zitta fantasticando, il
-vecchio non parlava punto, il Codicini soltanto ansimava nel dire la
-causa della sua visita.
-
-— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi bene la causa
-dell’ansia.
-
-Mi era parso d’intendere che il commendatore Ramelli fosso stato in
-croce perchè il figliuolo soffriva troppo di non poter sposare la sua
-Tizia, e avesse deciso di tentare egli stesso una prova suprema, ma
-perchè la cosa potesse riuscire meglio, gli era venuto in mente di
-farsi accompagnare da me. Ero io disposta a fare una carità cristiana?
-
-Quando Annibale Codicini ebbe tentato inutilmente di spiegare
-bene questa cosa semplicissima, che in bocca sua diventava di una
-complicazione enorme, il babbo commendatore aggiunse melanconicamente:
-
-— Ci vuole aiutare, signorina? Dico meglio: _Mi_ vuole aiutare? perchè
-mio figlio è troppo scoraggiato, e non avrà il coraggio di salire le
-scale della sua antica fidanzata. Rimarrà in istrada a fare l’amore
-come fanno in Spagna, guardando la finestra.
-
-Volle sorridere per togliersi dalla faccia pallida quel velo nero di
-melanconia, che gli dava un aspetto di funerale. Non vi riuscì, e il
-figlio soffocando un gemito e protendendo le mani supplicò:
-
-— Babbo, dammi retta, non andare da lei, non tentare più nulla, è
-inutile.
-
-La faccia funerea ebbe un lampo di luce e si animò come per ribadire un
-proposito. Ma egli tacque.
-
-Io lessi negli occhi suoi tutto quel che aveva saputo tacere; il breve
-silenzio fu rotto ancora dalle parole di prima, dette a me con la
-stessa tetraggine.
-
-— Mi vuole aiutare, signorina?
-
-— Quando? domandai abbassando la voce istintivamente, per far intendere
-ch’ero pronta ad accettare la complicità.
-
-— Subito, rispose il vecchio.
-
-Mi rizzai, senza dir parola; si rizzarono tutti.
-
-— Per carità, babbo mio, scongiurava il cavaliere Codicini, diventato
-come fanciullo al cospetto di suo padre.
-
-— Scusino un momentino, rimangano a sedere, torno subito, mi metto il
-cappellino appena.
-
-Mi erano entrate in capo parecchie idee singolari, una delle quali
-sicuramente era la vera; ma io non era andata in cerca di nessuna,
-e nessuna aveva incoraggiato a rimanere; così rimanevano tutte a
-punzecchiarmi leggermente.
-
-— Non sono curiosa, dissi a me stessa nel mettermi il cappello davanti
-allo specchio; quel che sarà sarà; io non voglio sapere, ma forse saprò
-tutto senza volere.
-
-Tornando in salotto trovai il giovane innamorato con la testa china e
-il commendatore invece, a capo eretto, con lo sguardo fisso sull’uscio
-da cui doveva entrare.
-
-— Vogliamo andare?
-
-Ci avviammo in silenzio. Nell’anticamera, padre e figlio si misero ai
-lati dell’uscio per lasciarmi passare prima, e ancorchè io consigliassi
-a entrambi di mettere il cappello perchè tirava vento e il commendatore
-era calvo come una zucca, entrambi vollero rimanere a testa scoperta
-finchè la porta non si fu chiusa alle nostre spalle.
-
-Per via mi presero in mezzo, il vecchio alla mia sinistra, alla destra
-il giovane, e quando il marciapiedi non permetteva di stare in tre, uno
-si scostava subito per lasciarmi il passo libero.
-
-E tutte queste attenzioni erano fatte con faccia da funerale, senza mai
-dir parola.
-
-Fin dall’imboccatura della strada di Tizia, io avevo visto gli occhi
-melanconici del cavaliere fissarsi con desiderio e timore sui due
-balconcini noti dove forse la sua fidanzata si era affacciata per
-accompagnarlo collo sguardo e non lasciarlo solo quanto era lunga la
-strada. Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi sa?... Intanto
-avevamo la fortuna che i balconi erano deserti e le vetrate chiuse.
-
-Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci di non
-allontanarsi troppo per poterci trovare subito all’uscita.
-
-Gli stringo la mano per dirgli alla muta che faremo il più presto
-possibile e non lo lasceremo vagare come un’anima in pena.
-
-Saliamo le scale sempre in silenzio: solo sul pianerottolo, prima di
-sonare, mi fermo a guardare il vecchio commendatore; è sempre pallido
-come un morto, su tutta la sua persona è sceso il velo nero del dolore,
-ma gli occhi brillano ancora.
-
-Suono.
-
-Oh! Dio! che scena si prepara?
-
-— Tizia è in casa?
-
-Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in salotto.
-
-— Le dirai che sono qua.
-
-Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa deve entrare, per
-abbracciarmela stretta appena la vedo; il commendatore, forse senza
-nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte, si è quasi addossato alla
-parete.
-
-E Tizia entra.
-
-Il suo sorriso mi dice subito: che significa?
-
-E mentre io le bacio le due guance, essa che non ha visto ancora chi mi
-accompagna, mi domanda:
-
-— Che significa andartene in salotto, senza venirmi a cercare in camera?
-
-Ma la frase rimane tronca, il sorriso si cancella, ha visto il vecchio.
-
-— Ti presento il commendatore Ramelli, dico a Tizia, premendole forte
-il braccio per darle forza. Egli ha bisogno di parlarti....
-
-Il vecchio s’inchina, senza lasciare la sua positura.
-
-Tizia è molto agitata, sento il suo braccio tremare forte nella mia
-mano, poi calmarsi a un tratto.
-
-— Lo conosco benissimo, risponde con un filo di voce. Commendatore, si
-accomodi, tu non te ne andare.
-
-— Andrò di là un momentino; non ti dispiace?
-
-— Mi spiace, risponde Tizia, rimani qui accanto a me... quello che deve
-dirmi il commendatore, o un altro qualsiasi, tu pure lo puoi ascoltare;
-lo sai bene che con te non ho segreti.
-
-Sapevo il contrario. Non mi aveva forse taciuto sempre la fuga del suo
-fidanzato?
-
-— Ma io non voglio ascoltare le cose che non mi riguardano, non sono
-curiosa.
-
-— E nemmeno ciarliera, assicura Tizia a bassa voce.
-
-Intanto le parti sono mutate, ora è lei che afferra forte il mio
-braccio perchè non me ne vada.
-
-Io non so come fare; non guardo nemmeno il vecchio per non crescere la
-pena che deve sentire.
-
-— Siedi qui accanto a me, s’ostina a dire Tizia.
-
-— Signorina, contenti l’amica sua, la prego anch’io, rimanga.
-
-La voce di quell’uomo stancato dagli anni, dai dispiaceri forse, è
-tranquilla, ma così tenue e così rassegnata da fare pietà.
-
-Guardo Tizia, parendomi che ora almeno si dovrà intenerire e
-permettermi di lasciarla; ma essa ha gli occhi fissi in una cosa
-lontana lontana, e non bella di sicuro.
-
-Il commendatore si asciuga la testa nuda e comincia fiocamente:
-
-— Una volta, e me lo ricordo come se fosse ieri, in questa stanza
-medesima, in questo seggiolone, standomi lei accanto, bella come ora,
-ma più serena in viso, io lieto come non ero mai stato, facevo per
-mio figlio la domanda della sua mano al babbo suo, il quale sedeva qui
-accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato ed era tutta rossa
-in volto; me ne ricordo....
-
-Tace un momentino. Tizia nulla risponde, il vecchio prosegue:
-
-— In quel tempo felice tutto andava bene per noi. Io ero venuto apposta
-da Bologna, dove amministravo la casa Meralis, dove avevo molte azioni
-alla Banca di cui ero consigliere e quasi direttore. Contentare mio
-figlio mi sembrava la cosa più bella e più santa, non avevo voluto
-informarmi della dote nè d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato,
-vedevo lei tanto bella e tanto... cara, scusi se parlo così... mi
-pareva che la felicità nostra fosse sicura.... E, quando il signor
-Diego Corona volle informarmi ch’egli non poteva dare nessuna dote
-alla propria figliuola, io mi rizzai per impedire che dicesse di più,
-comprendendo la sua pena. Mi ricordo che dissi così:
-
-«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto, e io sono come mio figlio.»
-
-Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda sempre quella cosa lontana e
-poco bella che io non posso vedere.
-
-— Le presento le cose come erano allora, a costo di farle pena, perchè
-possa essere sicura che mio figlio e io non vedevamo nulla di più
-bello di questo matrimonio, che eravamo contenti quanto si può essere.
-Annibale aveva viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva di
-entrare col mio patrocinio in una casa di commercio o in una Banca;
-aveva anche un piccolo capitale toccatogli dalla povera madre sua,
-centomila lire, poco più: poteva benissimo accasarsi con la fanciulla
-che meglio gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse un po’ di denaro
-alla felicità comune. E io che per il mio ufficio maneggiava molto
-denaro degli altri, non pensai nemmeno un momento a far dipendere la
-felicità di mio figlio dalla dote di sua moglie.
-
-Segue un breve silenzio, durante il quale il commendatore non aiutato
-da una parola buona unisce un momento le mani scarne come per pregare
-qualcuno, poi comincia a stringersele, a storcerle nervosamente, mentre
-prosegue:
-
-— Tutta quella felicità sognata svanì pochi mesi dopo... e la colpa fu
-mia soltanto.
-
-Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca dalla cosa lontana per
-fissarsi su quel vecchio patito con un po’ di misericordia.
-
-— Sì, continua egli, come parlando dal suo sepolcro; mia soltanto. La
-prudenza che mi aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta sola
-nella mia vecchiaia; erano tristi momenti per le finanze italiane,
-il gran giuoco era il ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il
-rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto giocai ancora e in
-meno di due mesi fui rovinato.
-
-«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore, quando mio figlio
-accorse a Bologna... vide il mio stato... e, per salvare suo padre,
-rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al matrimonio.»
-
-Tutto questo a me sembra chiaro, e forse a Tizia pure, ma essa non
-trova subito la forza di parlare, e allora il vecchio curva più ancora
-il capo pallido. Non vedo quasi di lui altro che la calvizie intatta,
-e di profilo tutto il naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella
-positura di prima.
-
-— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle....
-
-— No, no....
-
-Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un gran bene.
-
-— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a tutto il suo patrimonio per
-salvarmi.... perchè io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare
-il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato solo del mio
-denaro, avrei rinunziato alla mia posizione per campare accanto ai miei
-figli.... ma vi era anche una cambiale....
-
-Ora il commendatore si copre la faccia con le mani e balbetta: con la
-firma di Annibale Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla....
-
-— No, no.... basta signore.... basta.
-
-— Basta.... dico anch’io.
-
-E Tizia si affretta a restituire il titolo che forse ha soppresso
-credendo di far bene.
-
-— Non dica altro, commendatore, per carità.
-
-Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa, si asciuga con la
-pezzuola e con voce libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava,
-dice:
-
-— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto tutto. Annibale, ridotto
-in miseria come suo padre, non poteva più sposare la sua fidanzata;
-avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe stato leale e bello; ma egli
-non volle che nessuno al mondo potesse penetrare la mia colpa. Lasciò
-Milano per un poco, e se ne venne a stare col babbo colpevole di
-avergli tolto tutta la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse
-sopraffatto dal rimorso, lo amò molto, molto.... che ne aveva tanto
-bisogno. Ora dica, signorina.... se un uomo simile al mio Annibale non
-merita d’essere riamato....
-
-— Ah! Dio! strillo io in questo punto.
-
-— Che è stato?
-
-— Che è stato?
-
-— È stato nientemeno che un ragno, ma così grosso, Dio buono, ma così
-grosso da far morire di paura. Mi spiace d’essere importuna di guastare
-una cosa avviata magnificamente, ma che colpa ho io se sono così?
-
-— Dov’è? Dov’è?
-
-— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego fermandosi ogni tanto, e
-ha le zampe così lunghe che sembra camminare sui trampoli... Oh! Dio!
-Ecco che si avanza ancora!
-
-Io mi sono tirata in disparte, sollevando la veste, perchè quella
-bestiaccia mi sembra capacissima di volersi arrampicare sopra il mio
-corpo, e ogni tanto, si pensi quel che si vuole, io strillo.
-
-Tizia invece ride.
-
-E il commendatore dice umilmente:
-
-— Segno di fortuna.
-
-— Chiamo la fantesca con la scopa? dico io.
-
-— No, ecco, si dirige alla finestra. Forse è entrato dalla fessura,
-perchè le vetrate sono socchiuse, lasciamo che se ne vada per dove è
-venuto.
-
-E con un coraggio da eroina, Tizia, badando solo a non calpestare il
-suo ospite, gli apre tutta la finestra.
-
-Infatti il ragno se ne va di lì maestosamente accompagnato da
-Tizia, la quale, giunta al balconcino, si arresta un poco, guarda il
-commendatore, il quale guarda me, poi Tizia rientra sorridendo senza
-dir parola mi abbraccia e non mi lascia più, finchè il campanello ci
-annunzia una visita.
-
-Tizia ci dice semplicemente: «_Esso_ aveva la sua tela sotto il balcone
-ed è rientrato in casa. _Egli_ era da basso: ci siamo visti, gli ho
-fatto cenno di salire.»
-
-_Esso_, cioè il ragno; _egli_, cioè il cavaliere.
-
-Il commendatore scoppia in un pianto di tenerezza, ma si asciuga il
-volto con la pezzuola e si fa forte perchè ora non gli pare il caso che
-ci occupiamo di lui.
-
-E quando il cavaliere entra in salotto preceduto dalla fantesca, dopo
-un minuto di silenzio il commendatore scatta nervosamente a dire:
-
-— Mi pare che tutto sia accomodato, non è vero, signorina?
-
-Tizia guarda il futuro suocero con occhio pietoso e si stacca da me per
-porgergli la mano.
-
-Sento mormorare: — grazie, grazie!
-
-— E io? domanda il cavaliere.
-
-E lui? Vi potete immaginare ch’io non poteva rimanere un minuto di più,
-perchè ero aspettata a casa; me ne vado accompagnata dal commendatore,
-e _di lui_ per quel giorno non so altro.
-
-Ma lungo la via il vecchio, uscito un momento dalla tetraggine, vi
-rientra tutto quanto. Ha ridata la felicità a suo figlio, ma ora
-desidera di morire perchè si crede disonorato un’altra volta.
-
-— Signorina, mi dice, che penserà ora di me?
-
-— Penso che lei ha avuto molte disgrazie, che fortunatamente tutto si è
-accomodato; non penso altro.
-
-Egli crollò il capo, e senza più fiatare mi accompagnò in silenzio.
-
-E lungo la via io guardo a tutte le vetrine per non vedere le sue
-lagrime. Prima di arrivare al portone, egli si soffia il naso un’ultima
-volta e si leva il cappello per salutarmi. Gli porgo la mano, egli
-la tocca appena appena e a me pure dice _grazie_ con la voce fioca di
-prima.
-
- *
- * *
-
-La mattina successiva la mia buona Tizia era tornata quella di una
-volta, e prima delle dieci, appena Diego Corona se ne fu andato
-all’uffizio, mi venne a confessare che il suo Annibale era innamorato
-come nei bei tempi, e non farebbe la seconda volta il tiro di piantarla
-col corredo di nozze senza aver detto sì in municipio.
-
-E quando Annibale avesse detto sì al sindaco o all’assessore, era essa
-ben sicura di non sentirsi il prurito di dire _no_ per vendicarsi?
-
-Prima non comprese; poi fu lungamente una doppia risata. All’ultimo
-la mia buona Tizia confessò che quest’idea aveva del buono, ma, non
-essendole venuta prima, non ne avrebbe approfittato.
-
-Dunque rinunziava a tutte le Marcelline? Rinunziava.
-
-— Sai, le dissi, il babbo mio m’incarica di presentarti le sue
-condoglianze sincere perchè se tu puoi dire all’incirca quanto guadagni
-sposandoti al tuo Annibale (stai bene attenta?) non sapresti nemmeno
-immaginare quanto perdi.... non sposando lui.
-
-Era verissimo, ma non lo potendo nemmeno immaginare, la rassegnazione
-era più facile.
-
-— E non diventerai mia matrigna, sospirai.
-
-— Non diventerò tua matrigna, sospirò.
-
-Ancora le risate di prima; insomma, eravamo proprio contente. Ma ci
-avessero almeno lasciate a goderci la segreta festicciuola di ciancie
-e di buon umore; nossignori; ecco Annibale che si permette prima
-delle undici di venire a farmi la visita di ringraziamento per la mia
-complicità generosa.
-
-Per questo solo? Non per questo solo. Forse perchè essendo andato a
-vedere la sua fidanzata e non avendola trovata in casa, immaginava di
-essere più fortunato da me.
-
-Per questo solo? Nemmeno.
-
-Anche perchè il commendatore nella notte era stato preso da una febbre
-calda con delirio.
-
-— Oh! povero vecchio!
-
-Inutilmente suo figlio aveva cercato di dimostrargli che la sua colpa
-era scusabile e non portava seco l’infamia, avendo egli pagato fin
-l’ultimo centesimo. Delirava e non aveva inteso nulla.
-
-— E, cessato il delirio?
-
-Il delirio essendo cessato, Annibale aveva creduto bene lasciarlo
-dormire senza dimostrargli più nulla.
-
-Ma più tardi bisognerebbe pur dire al vecchio padre che in quanto aveva
-fatto non era nulla di molto male.... perchè egli.... nel fare....
-si era servito del denaro di suo figlio, che è quasi come dire del
-proprio; il mondo non si era accorto di nullo, le amministrazioni nelle
-quali aveva mano in pasta, non essendo danneggiate, avevano chiuso un
-occhio; non per nulla Ramelli dopo l’affare mal riuscito era rimasto
-ancora nelle sue cariche, e nell’uscirne gli avevano dato la pensione;
-e la commenda del Cristo di Portogallo non gli era già venuta dal
-cielo.
-
-Per dire tutto, il commendatore del Cristo in cambio delle centomila
-lire fatte perdere a suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce di
-cavaliere per _benemerenza_. Un uomo che può far questo non è un uomo
-morto.
-
-Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe andata a risanare il
-caro ammalato. Se non volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno lo
-consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in due soltanto, Tizia e io,
-a conoscere il suo segreto, e che non ci sarebbe mai uscito di bocca,
-nemmeno a strapparcelo con le tenaglie. E allora pensai che la visita
-mattutina avesse anche l’intento di farmi promettere e giurare il
-silenzio, senza aver l’aria di pretendere nulla.
-
-Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato con anima viva; ne scrivo ora
-avendo preso le mie precauzioni. Quali? Si possono bene immaginare.
-Intanto il lettore, anche cercando bene in questi scarabocchi, non
-troverà il mio nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa sola
-precauzione basterebbe.
-
-Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia e guarì così bene
-che il giorno delle nostre nozze volle dare il braccio a entrambe.
-Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto sua figlia, il
-babbo mio aveva preso me; nel ritorno il cavaliere Codicini si era
-impadronito di sua moglie e di me mio marito.
-
-Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della Croce di Malta, dove si
-doveva consumare il doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun
-paio da parti opposte, un paio per battello verso Chiavenna e
-l’Engadina, l’altro per Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò
-le due spose alle due braccia per far la salita. E i mariti vennero su
-anch’essi a braccetto ridendo. E i babbi pure.
-
-Ma, dunque, anch’io sposa?
-
-Ma sì, anch’io sposa.
-
-E a chi?
-
-E a chi mai, se non a mio cugino chimico e dottore Augusto?
-
-Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo ancora, prima di
-decidersi al gran passo. Molte volte era stato lì lì per avventarsi al
-matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva trattenuto; egli attendeva,
-me lo confessa oggi, un avviso straordinario e soprannaturale che si
-ostinava a farsi aspettare.
-
-I mosconi chiassosi erano entrati, non so quante volte dalle sue
-finestre aperte, molti bicchieri colmi di buon vino si erano rovesciati
-sulla tovaglia; perfino un ragno si era coraggiosamente cacciato sotto
-il suo tovagliuolo, ma inutilmente.
-
-Egli aspettava cose più straordinarie, cose soprannaturali. Una voce
-che gli gridasse durante il sonno di sposarmi subito, forse sarebbe
-bastata?
-
-Egli non sa di sicuro.
-
-E feci bene io a dichiarargli che avevo deciso fermamente di farmi
-Marcellina.
-
-Allora egli volle a ogni costo farmi sua moglie, e io non mi feci
-troppo pregare,
-
-Fin qui le cose non vanno male per le due paia di sposi; il mondo
-tenebroso rispetta la nostra luce come noi rispettiamo il suo buio.
-
-E il numero tredici?
-
-— Ah! dissi un giorno al mio dottore chimico, dimmi la verità che uno
-dei numeri tredici che mi sono stati restituiti era il tuo?
-
-Era proprio il suo....
-
-Ma l’altro, quello che avevo smarrito davvero, chi sa che fine ha fatto?
-
-Rispettiamo il mistero.
-
-Quando Tizia tornò col cavaliere Codicini dal suo viaggio di nozze, io
-le feci trovare sotto il cuscino un numero tredici, tenni l’altro per
-me.
-
-E oggi sono quasi sicura che porteranno fortuna entrambi. Così sia.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL NUMERO 13 ***
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- Il Numero 13, di Salvatore Farina
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-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<p style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of <span lang='it' xml:lang='it'>Il Numero 13</span>, by Salvatore Farina</p>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
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-</div>
-
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: <span lang='it' xml:lang='it'>Il Numero 13</span></p>
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Salvatore Farina</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Release Date: April 27, 2022 [eBook #67941]</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Language: Italian</p>
- <p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em; text-align:left'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</p>
-<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>IL NUMERO 13</span> ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-IL NUMERO 13
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-SALVATORE FARINA
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-<span class="smcap">Il Numero 13</span>
-</p>
-
-<p class="pad1 large">
-RACCONTO
-</p>
-
-<p class="pad2 x-large">
-<span class="smcap">Prefazione:</span>
-</p>
-
-<p class="pad1">
-Come si scrive un romanzo?
-</p>
-
-<p class="pad4">
-MILANO, 1895<br />
-CASA EDITRICE GALLI<br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="small">C. CHIESA, F.lli OMODEI-ZORINI &amp; F. GUINDANI</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80</i><br />
-<i>Portici Settentrionali, 23</i>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-Proprietà letteraria
-</p>
-
-<p>
-Milano. 1845 — Tip. Pagnoni<br />
-Via Solferino, 7.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<h2 class="hidden">
-Prefazione
-</h2>
-</div>
-
-<p>
-Le pagine che seguono mi hanno servito
-a Vienna, a Praga, a Lipsia, a Berlino,
-a Francoforte, ad Eidelberga, a Zurigo, a Berna
-e in altre città straniere, dove le ho lette in lingua
-italiana, a pubblici intelligenti e amanti di
-conferenze.
-</p>
-
-<p>
-Stampate ora qui, forse che vogliono essere una
-specie di dichiarazione di fede letteraria, a significare
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-al prossimo mio che io non ho mutato nè
-mai muterò, lasciando che gli altri si trasformino
-come e quanto vogliono?
-</p>
-
-<p>
-Perchè no?
-</p>
-
-<p>
-Ho la coscienza che l’arte del romanziere debb’essere
-press’a poco così. Se la mia coscienza
-sbaglia, come altri m’insegna, io non contraddico;
-ma domando a costui, autore o critico,
-di assicurarmi che, dopo aver mutato dieci volte
-la sua maniera di comporre o di far la critica,
-dopo essere stato <i>realista, impressionista, naturalista,
-colorista, ambientista</i>, egli sarà in
-avvenire <i>simbolista, psicologista</i>... o qualcos’altro,
-sempre e unicamente <i>psicologista, simbolista</i>...
-o qualcos’altro.
-</p>
-
-<p>
-Finchè non mi sarà data questa preziosa certezza,
-io con l’ingenuità che mi distingue, domanderò:
-<i>fino a quando?</i>
-</p>
-
-<p>
-E fino allora farò il comodo mio; sarò non già
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-russo nè francese, ma italiano, ingegnandomi di
-scrivere nella mia lingua tanto facile, facile
-tanto che <i>forse</i> nessuno di noi romanzieri e critici
-la sa bene ancora.
-</p>
-
-<p>
-<i>Forse</i>... perchè vi è sempre qualcuno, il quale
-s’immagina di saperla troppo.
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">S. Farina.</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-</p>
-
-<h2>COME SI SCRIVE UN ROMANZO?</h2>
-</div>
-
-<p>
-<i>A una certa età tutti abbiamo <span class="upright">fatto</span> un buon
-romanzo; non si tratta altro che di <span class="upright">scriverlo</span>.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci
-bene. Per <span class="upright">fare</span> un romanzo tutte le
-età sono buone; possono fare il primo anche i
-bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie
-volte; ma per scriverlo bisogna avere
-passato d’un bel poco l’età maggiore.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più
-mosaici di parole, di pensieri a prestito, d’immagini
-copiate; il romanziere ventenne, perchè
-non appaia subito il suo magnifico difetto di
-esser troppo giovane, tace del romanzo che
-forse ha fatto o sta facendo, per scriver quello
-che farà gemere prima i torchi, poi i lettori,
-poi sè stesso. Egli vuole indovinare la vita ancora
-coperta d’un velo color di rosa, sentenzia
-sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino
-una sola, e di questa per sua disgrazia tace,
-oppure la gonfia, perchè non sia riconosciuta,
-o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il buon romanzo, frutto saporito, spesso
-amaro dell’esperienza, ce lo porge la virilità.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile
-dei grandi poeti; perchè in quella forma che
-accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi
-non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti
-e le antitesi chiassose, ma sono stati
-sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a
-dispetto della rima difficile.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>È sembrato loro audace di mostrarsi nudi
-in versi. In prosa ne avrebbero avuto vergogna.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile
-si accosta un poco alla poesia dei vecchi;
-ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti
-dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli.
-E la poesia senile mi piace. Questi fanciulloni
-incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte,
-Goethe o Victor Hugo, tentino pure
-con l’ultima audacia tutte le corde; io ascolterò
-sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio
-che canta ancora, mi dà la lagrima della
-poesia; come l’indulgenza sua mi dà la lagrima
-del pensiero. A parer mio la lirica
-dovrebbe esser lasciata all’uomo fino a trenta
-anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo di queste
-due età, la poesia potrebbe dar luogo a un
-po’ di buona prosa... e perchè no?... al romanzo.
-Già, è inutile nasconderlo, troppi interessi legano
-l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-attingere alle fresche onde d’Ipocrene, come si
-diceva una volta; il poeta, salvo le dovute eccezioni,
-se anche ha il pane e il companatico,
-comincia a essere preso da cento smanie mondane;
-non fruga più nel cielo, si guarda ai
-piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda
-ai fianchi perchè gli hanno detto che la folla
-può nascondere un sicario... o almeno un borsaiolo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero.
-Raro è che la politica non l’abbia afferrato,
-e allora è finito; uno che si sente possessore
-di molto bagaglio di parole poetiche, e
-queste sa disporre con la sonorità necessaria,
-può fare ancora una bella musica di versi, ma
-non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è
-bugia, è bugia sincera; è gioventù, la quale si
-perde a trent’anni;... ma qualche volta si riacquista
-a sessanta.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Torniamo al romanzo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque voi avete venticinque anni, almeno,
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-avete fatto mezza dozzina di romanzi; ora volete
-scriverne uno.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete
-voi <span class="upright">romantici</span>, o <span class="upright">idealisti</span>, o <span class="upright">realisti</span>, oppure
-<span class="upright">veristi</span>, ovverosia <span class="upright">impressionisti</span>? Tutte queste
-parole, e altre di simil genere, vogliono rappresentare
-qualche cosa, forse una <span class="upright">scuola</span>, sicuramente
-un <span class="upright">difetto</span>. E voi fate a modo mio; siate
-voi stessi; sinceramente, sempre voi; le mode
-passano, resta la sostanza; e se quello che dovete
-dire ha valore, se la veste che darete al
-vostro pensiero sarà attraente, sia <span class="upright">ideale</span>, o sia
-<span class="upright">reale</span>, o sia <span class="upright">verista</span>, pur che sia <span class="upright">vera</span> (che significa
-ben altro), pur che sia bella, il vostro
-romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni
-difficili sarà svanito. Non abbiate timore
-di mostrarvi come la natura vi ha creato; se
-siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui,
-tanto meglio; e voi mostratevi scettici e ingenui.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Un giorno la critica fece molto rumore per
-dichiarare al mondo che l’arte e la letteratura
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-hanno lo stretto dovere d’essere <span class="upright">impersonali</span>;
-un altro giorno un’altra critica dirà che la
-letteratura e l’arte non possono vivere se non
-a patto che siano <span class="upright">personali</span>. Ma ciò che dirà
-la critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto;
-soltanto e sempre la critica altissima si
-è inchinata quando ha trovato di fronte a sè
-un <span class="upright">temperamento artistico e letterario</span>.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque non consultate il figurino della moda
-prima di scrivere il vostro romanzo; guardate
-nell’anima vostra, guardate bene, guardate attentamente
-e in fondo, e badate bene di non
-rifiutare talune cose che a bella prima vi parrannno
-volgari, perchè la natura non ha fatto
-cose volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte
-o della letteratura le fa sembrare così.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E nemmeno dovete andare in cerca di cose
-nuove, perchè la natura non ne ha, da un pezzetto;
-però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino
-o da lontano, secondo i casi, possono parer
-sempre nuovi, e non parer soltanto, ma
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-ringiovanire veramente da sembrare nati ieri.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro
-hanno saputo trovare se non lo strano: lo
-strano, che è il <span class="upright">difetto</span>, mentre l’antica madre
-di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non
-volete dire che ne ha uno solo: l’<span class="upright">uomo</span>, non
-mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè delle
-altre creature che fa servire al comodaccio
-suo...</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Pure le <span class="upright">scuole</span> vi serviranno a qualche cosa....
-ad evitare i difetti del vostro romanzo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>I libri d’un certo autore vi diranno che, per
-far chiasso più del necessario, convien cercare
-nel vocabolario le parole più crude, e farle
-servire a dipingere le cose più brutte dell’anima,
-della società e della stessa natura; e voi,
-che non volete fare più chiasso del necessario,
-che non volete farvi un milioncino con la vostra
-penna, voi che volete essere voi stessi perchè
-rispettosi di voi stessi, voi dite tutto quello
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-che avete a dire, e nulla più, adoperando solo
-i vocaboli propri, e se si può, i più puliti.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Col pretesto dell’ambiente o del color locale,
-un altro libro v’insegnerà a mettere nel libro
-vostro tirititere interminabili, ciancie inutili,
-descrizioni farraginose, parole mal maritate ad
-aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non
-volete scrivere a orecchio, come tanta gentuccia
-lodata nei giornali, voi, a cui sta fisso in mente
-che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili,
-sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche
-sembrar freddi a certi lettori troppo caldi.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo,
-o la vostra novella.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate
-scrivere stando a letto come un romanziere
-che conosco io), avete un bel mucchietto
-di pagine che numererete man mano, scrivendo
-sopra una facciata sola, riserbando l’altra ai
-pentimenti, alle aggiunte che vi saranno necessarie.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Avete scritto il titolo e il numero <span class="upright">uno</span> sulla
-prima pagina, ma ecco vi assale un altro
-dubbio. La tela, grande o piccola, che devo
-svolgere a che forma si presta meglio? Cioè scriverò
-io in <span class="upright">terza persona</span>, o in <span class="upright">prima</span>, in altri
-termini devo far parlare un personaggio, o fare
-io stesso la narrazione?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La cosa non è indifferente, come può sembrare
-a chi non ha esperimentato mai; nel più
-dei casi è bene, anzi è quasi necessario, che il
-novelliere narri di cose e di persone che gli
-stiano a una certa distanza; egli così può dire
-tutto, stando sempre nel verisimile, e per meglio
-accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce
-molte malizie; può per esempio accomodare
-il tempo; se gli torna che una cosa accada
-sotto gli occhi del suo lettore, egli la
-scrive in tempo presente, e il lettore diventa più
-curioso e a volte si lascia trascinare da quella
-malizietta a una maggiore ansietà.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma certamente una narrazione fatta in persona
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-prima ha un carattere di spontaneità e
-di verità che invano si cerca di ottenere in
-ogni altro modo. A chi narri quanto gli è accaduto,
-per ciò solo si crede meglio, mentre il
-romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte,
-quando non fa il mestiere, e il lettore ha cento
-ragioni di diffidare di lui.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>D’altra parte, il personaggio che narra le
-cose <span class="upright">accadute a lui medesimo</span> ha il dovere di
-tacere molto; dove egli non ha potuto assistere
-alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche
-volta il romanziere si rassegna, rinuncia
-alla verisimiglianza massima, e si accontenta
-di una verisimiglianza minore, cioè scrive in
-terza persona.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque fate voi stessi la narrazione.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Nella forma classica?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i><span class="upright">Era una volta</span>, come nelle fiabe; oppure
-<span class="upright">Scoccava il mezzodì</span>... o <span class="upright">Si perdevano nell’aria
-gli ultimi tocchi della mezzanotte</span>, noiosissime
-campane che hanno sonato nel primo periodo
-di diecimila romanzi.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma voi non comincerete così, e nemmeno:
-<span class="upright">Era una bella sera di giugno</span>, o <span class="upright">di novembre</span>.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento;
-presenterete un’idea necessaria al
-tema, metterete innanzi un personaggio per
-fargli dire o fare qualche cosa.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Possibile! E la <span class="upright">messa in iscena</span>? Certi critici
-strilleranno perchè non gli servite un ambiente
-tutto d’un pezzo; se fate <span class="upright">lavorare</span> un
-personaggio senza aver dato prima le dimensioni
-del suo naso, indicato il colore preciso
-dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli
-avvenimenti accadranno senza preparare lo
-scenario, <span class="upright">paesaggio</span> o <span class="upright">interno</span> come in teatro,
-non parranno loro veri o verisimili.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura,
-perchè avete visto che negli avvenimenti
-umani, essa è una bella indifferente; essa
-piove, o splende, o è annuvolata quando le
-accomoda; e anche avete visto che, volendo
-interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-ebbrezze della vostra vita, non sapreste
-dire con sicurezza se si compissero in giorno
-di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare
-ancora, vi farà palpitare sempre.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di
-ambiente, per preparare non so che; i vostri
-personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a
-fare, s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti
-senza saperlo. Perchè, a essere sinceri,
-nulla di più uggioso d’una descrizione
-completa che bisogna sorbire tutta, o saltare,
-mentre i personaggi sono impazienti di <span class="upright">fare</span>, di
-<span class="upright">pensare</span>, di <span class="upright">sentire</span>, e noi di leggere i loro sentimenti,
-i loro pensieri, le loro azioni.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Non perciò voi rinunziate al <span class="upright">paesaggio</span>, nè
-agli <span class="upright">interni</span>; troverete qua e là il momento di
-accennare al sole o alla nevicata, agli alberi
-nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano
-sui viali o si levano per l’aria luminosa o greve.
-Di questi tocchi sapientemente disposti qua
-e là, non uno andrà perduto; il lettore, che
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-non avrà avuto la grossa porzione descrittiva
-a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che ve n’è
-grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere
-ogni parola, ogni frase, che gli restituisca
-il suo paesaggio vivo e il suo ambiente
-vero.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E infatti la vita e la verità in che modo si
-presentano?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Voi entrate per la prima volta in una stanza;
-al primo sguardo vedete solo che il luogo
-è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma
-per quanta sia la luce altro non vedete; un
-po’ alla volta notate una libreria, un tavolino,
-molte carte sopra una seggiola, un libro caduto
-a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta,
-e allora non vedete più la stanza; guardate
-lui, e vedete di lui un pochino, cioè che
-è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali
-sul naso incorniciato da una gran barba
-nera.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E man mano notate che la sua parola è insinuante,
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-che accanto a voi è una statuetta di
-bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a
-gran scacchi, e che il signore fa dondolare i
-ciondoli di una grossa catena sopra il panciotto
-turchino.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se tornate un altro giorno in quella stanza
-medesima a visitare lo stesso signore vedrete
-altre cose non viste la prima volta; un altra
-statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte
-del signore grosso, un divano in un canto della
-stanza.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Fin che con molta frequenza vi riuscirà di
-fare una descrizione ampia, ma non completa,
-non farraginosa come Balzac ha insegnato a
-fare a certi romanzieri moderni.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto
-torto, e per quanto garbo egli metta nel fare
-le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi,
-non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine,
-e solo appare <span class="upright">voluta</span> per accrescere il
-numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-tutti sappiamo che Balzac era pagato un
-tanto la linea, che faceva un romanzo in
-quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità
-di pagare i suoi debiti.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Altri poi, imitando Balzac in questo difetto,
-non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio
-ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori
-che tutto gli sembra lecito.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal
-chiasso in una determinata stagione, si ravvede
-presto, e la posterità non è mai imbecille.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Quando avete scritto il primo capitolo del vostro
-romanzo, gli altri verranno da sè; e saranno
-letti con vivo interessamento, se non
-avrete dimenticato la malizia d’essere semplici,
-e saranno forse riletti con amore se sarete
-stati sempre sinceri.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un
-autore che faccia molto parlare di sè; vi è da
-scommettere che egli deve la sua fugace riuscita
-a un difetto, magari a un <span class="upright">bel</span> difetto che la vostra
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-imitazione renderebbe insopportabile. Già
-io l’ho sempre detto a me stesso e recentemente
-l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica
-il contrario, per sua intima coscienza, odia la
-perfezione, e sempre s’innamora d’un difetto.»</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di
-parole sonore, di aggettivi senza babbo nè mamma,
-nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè
-coprire di fronde il pensiero perchè sembri più
-oscuro e nell’oscurità maggiore del vero; a far
-questo, se anche riusciste a ingannare il lettore
-grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel
-vostro libro la vostra miseria pomposa.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica
-scoperta che molte parole comuni sono
-fatte di due parole, per abusarne a rifare per
-conto vostro il vocabolario.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi
-lessici: <span class="upright">della, accanto</span>, e anche voi scrivete così
-senza voler passare per novatori o puristi scrivendo
-pietosamente <span class="upright">de la, a canto</span>, ecc. Se avete
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete
-dar prova fin dalle prime pagine, con la proprietà
-del linguaggio, con la semplicità dell’esposizione,
-scrivendo in modo che paia a ogni
-lettore di poter quando voglia fare altrettanto.
-Ma se vuole io scommetto che la prima volta
-non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici
-dopo infinite fatiche e pentimenti. Invece
-a imitare periodi frondosi o zeppi d’aggettivi
-spropositati, di parole disusate, rimesse in onore
-per chiasso di bambini, riescirete alla prima.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ci vogliamo provare subito; volete?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano
-ha cacciato da la campagna pallida ne le ombre
-povere le creature vive; ma quel bacio di
-fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta
-la loro nudità plastica, immobile, sgorbi di bronzo,
-sulla polvere stanca della strada maestra.»</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Questo periodo può sembrare qualche cosa
-alla gentuccia che legge, giudica, dà il premio
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in
-verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto
-così sarebbe la più miserabile delle umane scritture;
-non è vero?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Pare che non sia vero, perchè da un pezzo
-questo stile fiorisce in Italia bella e altrove, e
-fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante
-in Francia.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente
-il tema; ma mi accontento d’aver
-accennato le norme prime con cui scriverete il
-vostro romanzo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se invece quanto avete a dire è di piccol volume
-e la vostra narrazione abbraccia pochi
-personaggi, allora la verità vi afferra e quasi
-vi costringe a servirvi della prima persona; voi
-fate parlare un personaggio.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Quale? Il protagonista potrebbe dire molto
-più degli altri, per lo meno svelare meglio la
-parte psichica della novella, cioè a metter nudo
-sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-personaggio secondario, perchè, essendo egli in
-grado di giudicare con criteri diversi gli avvenimenti
-o, meglio ancora, di non giudicarli affatto,
-gli narri appena. Il protagonista cadrebbe
-nel difetto grande dell’esagerazione;
-ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un
-grande avvenimento; e se per poco la passione
-forzasse il suo stile, la novella in bocca sua
-diventerebbe un singhiozzo mortale.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Però qualche volta, quando gli avvenimenti
-da narrare non siano troppo appassionati, e
-il fatto sia narrato a buona distanza di tempo,
-il protagonista è il narratore migliore.</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-IL NUMERO 13
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<h2>I.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Io non ho mai avuto i pregiudizi di
-certa gente e non dico <i>gentuccia</i>, perchè
-fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto
-una carissima, la quale se si sentiva venire
-addosso un ragno era sicura che quella bestiaccia
-le portava la fortuna, o una buona
-notizia almeno, o un regaluccio. Io no. Se
-avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato
-tutti i ragni incontrati nella vita, ma il
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-coraggio non è proprio il mio forte; e ancora
-oggi un ragno grosso m’ispira un senso di
-rispetto da lontano; se si avvicina un poco,
-mi fa strillare. Ma certi pregiudizi di donnette
-non gli ebbi mai.
-</p>
-
-<p>
-E alla scuola magistrale quando il professore
-di italiano, un bell’uomo sui cinquanta,
-che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le
-poesie con una voce (che voce! un flauto);
-quando dunque il professore d’italiano si mostrò
-sgomentato perchè nel gesticolare ebbe
-la disgrazia di rovesciare il calamaio, e due
-di noi accorsero prima del bidello a impedire
-che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli
-poi dire, con quel suo flauto, che l’inchiostro
-gli metteva paura se usciva violentemente
-dal calamaio, mi fece perdere un po’
-d’ammirazione per il professore, per la letteratura
-e per la poesia.
-</p>
-
-<p>
-Non avevo io ragione? A che serve essere
-tanto letterati, tanto professori, recitare così
-bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un
-calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra
-felicità?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-</p>
-
-<p>
-E veramente quel giorno il professore fu
-infelicissimo; mi ricordo che noi applaudimmo
-più delle altre volte per fargli passare la paura,
-ma non vi fu verso; se n’andò sconsolato.
-</p>
-
-<p>
-Se almeno almeno gli fosse morto il canarino
-o il micio, avrei potuto cambiare idea sul
-punto dei pregiudizi; ma al professore, che
-sappia io, non accadde nessuna sventura per
-avere versato l’inchiostro sulla cattedra.
-</p>
-
-<p>
-E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile
-ci vengono gli avvisi più straordinari,
-in forme così semplici da non si credere. Alla
-stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene
-dell’anima, non capitò forse la sventura di perdere
-il fidanzato nella strada dalla chiesa al
-municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento
-si era rovesciata la saliera sulla
-tovaglia.
-</p>
-
-<p>
-Tizia è famosa per avere di questi annunzi
-a tavola; un’altra volta, in un desinare allegro,
-improvvisato senza giudizio in campagna,
-al momento di scodellare la minestra si contarono
-celiando.... orrore!... erano in tredici!
-Per cancellare il brutto numero fecero venire
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-il marmocchio del fattore, ma sapete bene
-(cioè voi non lo sapete nè bene nè male, come
-non lo sapevo io), quando il brutto numero
-è segnato il destino ha detto la sua parola.
-Infatti quella scorpacciata procurò l’indigestione
-al notaio Simola, il quale non ne mori
-entro l’anno, ma si spense poi con comodo,
-di un’altra indigestione, perchè a settantacinque
-anni aveva un appetito da divorare i sassi,
-e pochi denti per masticarli.
-</p>
-
-<p>
-Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che
-si corre andando a tavola in molti e quando
-si fa un invito a desinare si sta bene attenti
-a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto
-il poco risultato delle toppe. Ma con tutte le
-precauzioni non sempre riesce di evitare la
-cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro;
-sopraggiunge una visita improvvisa; è
-una persona cara che si vorrebbe trattenere a
-desinare. Come fare? La tentazione sarebbe
-di dire ad un’altra più indifferente di andarsene,
-e una volta la mamma di Tizia ebbe il
-triste coraggio di mandare in cucina insieme
-coi bambini un nipote melenso, non avendo
-l’altro di far venire a tavola i ragazzi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma anche questa volta la cosa andò male.
-Un invitato, lo zio Guido, uno scettico burlone,
-dopo essersi scusato di non poter venire
-fece l’improvvisata, e appunto venne per essere
-in tredici a tavola.
-</p>
-
-<p>
-Fu veramente una brutta celia. Tizia e la
-mamma sua, buon’anima, prese dalla disperazione,
-allungarono le mense un altro poco,
-fecero venire a tavola tutti i monelli, persino
-la balia, e il nipote melenso riebbe il suo posticino.
-</p>
-
-<p>
-Per quella volta almeno la cosa passò liscia
-e non capitarono disgrazie.
-</p>
-
-<p>
-Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre
-e sempre ne riderò: però del numero <i>13</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ma è ancora presto per dire che cosa è
-capitato per questo numero fatale.
-</p>
-
-<p>
-Voglio ricordare invece che, quando ero piccina,
-avevo un faccione di luna piena, ero diventata
-tonda come un pane di burro, e vi
-potrei giurare che non era l’abbondanza delle
-refezioni di collegio. Mi ricordo anzi che,
-avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola
-mi cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-sotto il cuscino andando a letto e
-divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi
-la notte. E mi svegliavo sempre, perchè pativo
-gli stiramenti di stomaco.
-</p>
-
-<p>
-Dunque, ogni volta che riportavo a casa la
-mia luna piena, il povero dottor Tanzi, amico
-di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute
-e mi voleva sputare addosso. Egli credeva
-di far finta soltanto, ma sputava davvero, ve
-lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo.
-</p>
-
-<p>
-Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il
-dottore rideva, assicurando che faceva così per
-non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore
-ed era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè
-ora gli ho perdonato. Ma che dico mai!
-Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che
-non sono poi vecchia (vi pare? ho vent’anni
-compiti appena) ho conosciuto un avvocato,
-che se uscendo di casa incespicava, tornava
-a letto e si dava per ammalato in tribunale.
-</p>
-
-<p>
-E a Parigi e a Londra (parlo per udita),
-non è forse vero che i padroni di casa hanno
-abolito il numero <i>tredici</i>, e si sono immaginati
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-di correggere la brutta impressione del
-numero fatale mettendo sul portone il numero
-<i>12 bis</i>? Furbi, non è vero? ma anche così non
-riescono sempre ad appigionare i loro quartieri,
-perchè v’è molta gente seria, la quale
-per nulla al mondo vorrebbe andare a stare
-in una casa segnata col numero <i>dodici bis</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Dio buono, che miserie!
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, no; non è una miseria.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<h2>II.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo
-scrivere il signor Augusto, anzi
-il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea
-in chimica da un mese. Ha ventitrè anni
-non compiti, una salute di ferro, una meravigliosa
-disposizione a godere di tutto.
-</p>
-
-<p>
-È fatto con la stoffa della gente felice.
-</p>
-
-<p>
-Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-d’avere il meglio che sia stato creato al mondo;
-allo spettacolo più noioso egli tanto tanto
-trova modo di divertirsi, non brontola mai
-contro la sorte cieca, la quale fa il possibile
-per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una
-faccenda allegra che dovrebbe durare almeno
-un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa
-il suo tarlo; è assalita dall’improvviso
-sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro
-mondo, mentre egli si trova molto bene
-in questo. Gli hanno forse detto che ha un
-vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone?
-Nient’affatto. Egli è sano come un pesce
-sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo
-tenebroso, è persuaso d’essere circondato da
-spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare
-fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario.
-Per esempio: quando una seggiola
-scricchiola forte senza che anima viva la tocchi,
-sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno;
-ma per il giovine chimico significa:
-«Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per
-accadere qualche cosa.» E se nulla accade,
-come è il caso più frequente, la seggiola allora
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi;
-abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci
-e ora ci divertiamo a far scricchiolare una
-sedia.»
-</p>
-
-<p>
-Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne
-avanza perchè su tutte le sue contentezze passi
-ogni tanto un velo nero.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione
-i ragni; più sono grossi più li rispetta,
-e con i ragni accoglie volontieri la visita
-dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli
-un momentino la stanza di notizie allegre,
-mugolano in gran fretta e se ne vanno
-subito, perchè i mosconi hanno molto da fare
-e non possono perdere un minuto del loro
-tempo prezioso.
-</p>
-
-<p>
-Invece anche il chimico Augusto odia il sale
-di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore
-speciale l’olio versato sulla tovaglia invece
-che nell’insalata.
-</p>
-
-<p>
-Che idea venne al dottor Augusto il giorno
-del mio onomastico di regalarmi una medaglietta
-d’oro col numero tredici in traforo?
-</p>
-
-<p>
-Forse un’idea semplicissima. La moda, che
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali
-da poco in qua portano anch’essi la fortuna,
-come i corni di corallo evitano la iettatura, si
-è messa in testa di riabilitare anche il numero
-tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte
-le superstizioni e mi fece quella celia.
-</p>
-
-<p>
-Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo
-al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici
-era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava
-una catenella che io non avevo posseduto
-mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi,
-e quel gingillo mi stava così bene al
-collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo
-tanto, da... smarrirlo.
-</p>
-
-<p>
-E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti.
-Anche per me.
-</p>
-
-<p>
-Dicevo forte per consolarmi: «La vedete
-ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato
-numero tredici che doveva darmi la fortuna
-e che non m’ha dato il bel nulla, avesse
-avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno
-rimasto. E, pazienza se fosse andato
-solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella
-almeno doveva lasciarmela al collo, che mi
-stava tanto bene.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente,
-non rispondeva nulla, ma gli si poteva
-leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe
-impreveduta. Il numero fatale mi aveva
-abbandonato: brutto segno. Chissà quali e
-quante sventure stavano per piombarmi addosso!
-</p>
-
-<p>
-Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile
-per ricuperare la medaglia preziosa. La
-sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva
-fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un
-moccolo in mano, cercando inutilmente tra
-gli ippocastani neri il numero disgraziato: il
-dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano
-corsi all’Economato municipale a denunziare
-lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica
-del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel
-<i>Secolo</i> un annunzio che gli costò almeno una
-lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili
-che si sogliono fare in casi simili. Il numero
-tredici non tornava a casa.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo
-all’Economato ancora una volta, e ancora
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-inutilmente, a vedere il sorriso curioso
-dell’economo, il quale con molta economia di
-parole apriva un cassetto, vi buttava dentro
-un’occhiata per compiacenza e annunziava:
-«Niente numero tredici.»
-</p>
-
-<p>
-Allora decisi fermamente di non me ne occupare
-mai più. E il numero tredici tornò a
-casa.
-</p>
-
-<p>
-Era proprio lo stesso, nella caduta non si
-era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non
-aveva nemmeno perduto la bella lucentezza:
-anzi... ma no, era come prima.
-</p>
-
-<p>
-E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del
-forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio
-se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva
-bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato,
-che non bisogna desiderare la roba
-d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto
-alla propria coscienza ch’egli non aveva
-desiderato nulla, che la roba gli era venuta da
-sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma
-dopo avervi pensato un pezzo per venire a
-patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno
-era sta più forte di lui ed egli aveva restituito
-ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bravo piccino! E come ti chiami?
-</p>
-
-<p>
-— Mi chiamo <i>Pedrin</i>... i miei compagni
-mi dicono anche il <i>Ciall</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il piccolo fornaio era così pentito da non
-volere nemmeno accettare la mancia; e quando
-dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno
-scudo, si voltò a vedere se già il demonio non
-gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire
-altro.
-</p>
-
-<p>
-Dite un poco, in un caso simile al mio, non
-è naturale che vengano pensieri straordinari?
-A me, per esempio, vennero questi.
-</p>
-
-<p>
-Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio,
-nè alla virtù degli amuleti di nessuna specie;
-il sale rovesciato sulla mensa mi lascia indifferente;
-l’olio sulla tovaglia non mi spiace
-quanto il vino, chè pure è un segnale d’allegria.
-</p>
-
-<p>
-D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto
-smarrito, quando è d’oro fino, trova
-sempre un amatore, il quale vi si affeziona
-subito e non se lo lascia più uscire di mano.
-All’Economato municipale di tutta la roba che
-si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io,
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-gli oggetti che vanno a ricercare il proprio
-padrone? Guanti spaiati in numero straordinario.
-</p>
-
-<p>
-Se il numero tredici era capitato in mano di
-una persona onesta, non era proprio un miracolo?
-E il miracolo non vi pare più singolare
-se la mia medaglia era stata restituita da
-una personcina di quell’età quando il furto è
-quasi un’impresa lecita?
-</p>
-
-<p>
-E, se per giunta la personcina è povera, che
-significa?
-</p>
-
-<p>
-Di sicuro significa che della brava gente ve
-n’è ancora in questo mondaccio birbone che
-mi piace tanto, ma forse incomincia anche a
-significare che il numero tredici vale di più di
-tutto l’abaco e che la sua forza misteriosa,
-deve dar da pensare alle persone di giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Da quel sennino che mi vanto di essere,
-perchè tutti me lo dicono, stavo per avviarmi
-in quei pensieri meravigliosi, quando accadde
-una cosa tanto strepitosa da non credere vedendola
-e toccandola con mano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<h2>III.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Dunque accadde questo, semplicemente
-questo, che il babbo, tornato a casa per
-colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai
-sulla sua faccia serena qualche cosa d’insolito;
-nel deporre il cappello ed il bastone,
-il babbo caro, come fa quando è di buon’umore,
-si fregò le mani, ma poi si ricompose
-per cacciarle in tasca, e subito le mise fuori
-un’altra volta, e incominciò un gesto solenne
-che finì in nulla. Io risi per condiscendenza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito;
-sai bene, io sono tanto curiosa.
-</p>
-
-<p>
-Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa;
-il babbo lo sa. Ma che! Egli non aveva nulla!
-Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah!
-no, veramente aveva un appetito da non si
-dire.
-</p>
-
-<p>
-Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella
-alla fantesca, perchè essa portasse in tavola
-ed anche perchè il babbo caro, se avesse
-mai qualche cosina da nascondere sotto il mio
-tovagliolo, lo potesse fare con comodo e godersi
-tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è
-altri, alla nostra mensa, fuor che il babbo ed
-io, dacchè la mamma se n’è andata in paradiso;
-e pure non vi è mai musoneria. Il babbo,
-al ritorno dall’uffizio, ha sempre una gran
-voglia di ridere per tenermi allegra. Io, per
-tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato
-anch’io una sorpresa e l’aveva messa
-appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi indovinate
-subito che non poteva essere altro che il
-numero 13; ma non indovinereste mai, se io
-non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il mio
-tovagliuolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-La stessa medaglia traforata, appesa ad una
-identica catenella, nient’altro che il numero 13.
-Fu una risata tanto rumorosa da far accorrere
-la fantesca senza la minestra.
-</p>
-
-<p>
-Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi
-la felicità smarrita col numero disgraziato?
-Ma che! il babbo è incapacissimo d’una
-cosa simile; non ama i gingilli leggeri; a lui
-piace l’oro massiccio, e quando gli fate vedere
-uno spillone o un braccialetto, egli subito ve
-lo pesa sotto gli occhi vostri, facendolo passare
-da una mano all’altra; il traforo e il filograna
-lo disgustano sommamente.
-</p>
-
-<p>
-No; il babbo non aveva comprato il numero
-fatale, ma il numero fatale era tornato a casa
-da sè.
-</p>
-
-<p>
-E come? Per la via dell’Economato municipale!
-</p>
-
-<p>
-«Ma allora?» esclamai.
-</p>
-
-<p>
-Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non
-aveva ancora toccato il suo tovagliuolo. Io
-stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra
-per non ridere prima del tempo... e fu
-un’altra risata che fece accorrere di nuovo la
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-fantesca (ma questa volta con la minestra)
-quando anche al babbo si presentò il numero
-13 traforato ed appeso alla catenella d’oro.
-</p>
-
-<p>
-Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare
-il contenuto sulla tovaglia, che sarebbe
-stato una pena per il babbo e per me, da farci
-morire il riso in bocca, la Brigida rise anche
-lei con noi e rise forte.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella
-da ridere! Io ho penato tanto a cercare la medaglia
-sulla strada, che il moccolo mi si voleva
-attaccare alle dita; e ora, invece d’una
-medaglia, se ne trovano due sotto il tovagliuolo!
-E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato....
-</p>
-
-<p>
-— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente
-mio padre, facendo un istante la faccia seria.
-E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si
-provò inutilmente a confermare che era una
-cosa da ridere, e dovette tornarsene in cucina
-e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo
-bene in faccia un momentino.
-</p>
-
-<p>
-— Sei stata tu?
-</p>
-
-<p>
-— Sei stato tu?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva
-proprio fatto un’altra visita all’Economato; vi
-era andato senza nemmeno l’ombra di speranza
-e l’economo gli aveva subito annunziato
-la nostra fortuna.
-</p>
-
-<p>
-E chi aveva trovato la medaglia? E perchè
-non l’aveva restituita subito, da farci penare
-tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia era
-stata ritrovata da un signore.... Da un signore?
-Signore, anzi cavaliere. E se la teneva?
-Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera medesima
-e la mattina, col primo treno, era partito
-per Bologna! Solo al ritorno aveva potuto
-compiere il suo dovere.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere
-avrebbe potuto, anche da Bologna, anche prima
-di mettersi in treno, restituire la roba trovata?
-</p>
-
-<p>
-Pareva anche al babbo; ma, in sostanza,
-bisognava essere riconoscenti e ringraziarlo,
-perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava
-per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato
-da principio che il decimo avrebbe
-dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi,
-quando l’economo gli ebbe fatto sapere che
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-quel gingillo apparteneva a una bella ragazza
-(pare che l’economo del municipio mi trovi
-bella), il cavaliere aveva cambiato idea.
-</p>
-
-<p>
-— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il
-cavaliere ha detto almeno come si chiama e
-dove sta di casa?
-</p>
-
-<p>
-Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini
-stava in via Larga n. 15.
-</p>
-
-<p>
-— Andremo a ringraziarlo.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio necessario che vada anch’io?
-</p>
-
-<p>
-Era necessario.
-</p>
-
-<p>
-— Ma la medaglia tua come ti è arrivata?
-Non l’hai proprio comprata coi tuoi risparmi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma che! ti farò vedere il borsellino e
-vedrai che risparmi non ce ne ho quasi più.
-Vuoi vedere subito?
-</p>
-
-<p>
-No, il babbo non voleva vedere; era inutile,
-diceva lui.
-</p>
-
-<p>
-Se gli pareva così, almeno mi renderebbe
-lo scudo che avevo dato per mancia al <i>Pedrin</i>
-del forno?
-</p>
-
-<p>
-Il babbo non disse sì, non disse no, pensò
-un poco, tra una cucchiaiata di minestra e
-l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-per annunziarmi che questa seconda
-medaglia non doveva essere altro che un regalo
-anonimo.
-</p>
-
-<p>
-— Sapevamcelo! Ma di chi?
-</p>
-
-<p>
-Di chi?... di chi?...
-</p>
-
-<p>
-A un tratto, ci guardammo negli occhi, una
-medesima idea si affacciò a un punto.
-</p>
-
-<p>
-— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio.
-</p>
-
-<p>
-In un minuto di silenzio, s’erano affacciate
-altre idee al mio cervello; e certo erano le
-medesime che venivano incontro al babbo, perchè
-rialzando il capo a guardarmi, egli me ne
-annunziò una che veniva in quel punto a me
-pure.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi scommettere? incominciò.
-</p>
-
-<p>
-Io proseguii:
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi scommettere che mio cugino verrà
-oggi stesso per vedere se il <i>Ciall</i> ha fatto bene
-la sua piccola commedia, e se io sono proprio
-contenta?
-</p>
-
-<p>
-— E perchè ha fatto questo? mi domandava
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-il babbo; e perchè ha fatto questo? domandava
-a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora:
-egli ha tanta paura del matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-— Ne ho tanta anch’io, confessai.
-</p>
-
-<p>
-— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di
-sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla!
-</p>
-
-<p>
-Il dottore Augusto era di casa; venne diritto
-fino alla stanza da pranzo precedendo
-Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per
-domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì,
-premendo leggermente sopra ai miei omeri,
-di rizzarmi per offrirgli una seggiola.
-</p>
-
-<p>
-— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi
-tardi, ma ti possiamo dare una frittata e
-un dito di vino.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento
-che lo aveva portato era questo solo: un gran
-bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto
-offertoglisi come apprendista nel suo
-laboratorio chimico. Il babbo doveva conoscerlo
-bene, perchè....
-</p>
-
-<p>
-Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che
-cosa farà il babbo? Dirà tutto? Non dirà nulla?
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-E se il babbo tace, come farò io? parlo o
-sto zitta?»
-</p>
-
-<p>
-Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo,
-non è vero? vedremo, cugino carissimo,
-se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono
-d’andartene con la sola informazione di Crispino
-Colla. Perchè quel giovinotto apprendista
-era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava
-a lodarne tutte le buone qualità. Purchè,
-finito il panegirico di Crispino Colla, gli
-venga in mente di tacere del numero 13!
-</p>
-
-<p>
-Il dottore Augusto mi sembrò contentone
-durante tutte le parole di mio padre e anche
-dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza
-come se cercasse qualche cosa, trovò gli occhi
-miei che lo guardavano, si fermò un momentino
-a sorridermi, e si alzò da sedere per
-andarsene. Aveva una gran fretta di correre
-al suo laboratorio!
-</p>
-
-<p>
-Cominciavo persino a dubitare che non fosse
-lui, quando mio padre entrò a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13?
-</p>
-
-<p>
-— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando
-la sua meraviglia; poi disse con più
-naturalezza: Possibile!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-Stavo per dolermi che il babbo non sapesse
-fare, ma egli fece meglio assai di me.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io;
-quell’economo del Municipio è una brava persona,
-sembrava contento di darmi la buona
-notizia... da lontano mi disse: numero 13! e
-prima ch’io arrivassi alla scrivania l’aveva già
-in mano. Faglielo vedere, bimba.
-</p>
-
-<p>
-Ed io feci vedere.
-</p>
-
-<p>
-Ora il mio signor cugino non trovava parole;
-guardava la medaglia dai due lati in gran
-silenzio.
-</p>
-
-<p>
-«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente,
-sbottonati che non ci perdi nulla, e io ti sarò
-grata della seconda medaglia come della prima,
-tal quale.»
-</p>
-
-<p>
-Il cugino carissimo continuava a guardare
-ora la medaglia, ora la catenella, sempre in
-gran silenzio.
-</p>
-
-<p>
-«Di che temi, continuai come prima, che
-io possa scaldarmi la lesta per te quando sappia
-che il donatore sei sempre tu?... bimbo
-buono, t’inganni.»
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il dottore Augusto ci annunziò
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-che quello era il numero 13 ch’egli aveva regalato
-a me.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio quello? domandai celiando.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio quello; ha un segno speciale
-nella coda dell’unità che non è riuscita perfettamente
-dritta.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò
-il babbo, se ti dico che la catenella me
-l’ha restituita l’economo del Municipio, quello
-stesso al quale avevamo fatto la denuncia
-della....
-</p>
-
-<p>
-Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito
-si arrestò di tronco, infatti il dottore
-Augusto, con sorriso indulgente, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Il numero 13 è di moda; se ne vendono
-tanti, forse se ne smarriscono tanti, e si assomigliano
-tutti; per lo più hanno una catenella
-simile; non mi sarei stupito che l’economo
-avesse restituito a voi la roba perduta
-da un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero
-13 che oggi stesso ci fu restituito dal fornaio
-dirimpetto.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Proprio meraviglioso!
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo ora quello del fornaio, disse
-senza scomporsi il nostro chimico. Il babbo
-e io stavamo zitti.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa
-disinvoltura indolente, ecco, qui il traforo è
-riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva,
-ma tacqui), la catenella è <i>quasi</i> simile,
-ma non è la medesima... guardateci bene....
-Il babbo e io guardammo bene senza fiatare
-perchè ora sembrava a tutte due che il cugino
-si pigliasse la rivincita, come se, avendo già
-visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse
-buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele
-in faccia come forse aveva diritto di fare.
-</p>
-
-<p>
-Insinuai timidamente:
-</p>
-
-<p>
-— Io capisco l’economo, ma non intendo il
-fornaio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a
-tutte le cantonate di Milano, e l’annunzio del
-<i>Secolo</i> che ci costò una lira.
-</p>
-
-<p>
-Era vero anche questo! Silenzio per un altro
-poco; ma quando il dottor Augusto annunziò
-che se n’andava proprio al laboratorio, il
-babbo disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito
-trattenere la roba d’un altro?
-</p>
-
-<p>
-— Per la quale io ho dato uno scudo al
-<i>Ciall</i>; bisogna restituire la catena al fornaio
-e farmi ridare lo scudo.
-</p>
-
-<p>
-— Oppure io andrò all’economato a dichiarare
-che, esaminato bene, quello non è il numero
-13 smarrito da noi.
-</p>
-
-<p>
-— Già... e lo scudo allora chi me lo rende?
-il Padre Eterno? Meglio fare la restituzione
-al <i>Ciall</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il
-chimico; ma leggendomi negli occhi l’orrore
-del peccato mortale (perchè è un peccato mortale
-tenersi la roba d’altri, non pare anche a
-voi?) aggiunse: Con un’altra lira si può inserire
-nel <i>Secolo</i> un avviso per chi avesse smarrito
-la medaglia e la catenella; se si presenta
-qualcuno gli si rende; se no, si ha il cuore
-in pace.
-</p>
-
-<p>
-Stavamo ancora a pensare se questa idea
-fosse la migliore, quando il campanello della
-porta ci annunziò una visita.
-</p>
-
-<p>
-— Io scappo! disse Augusto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con
-grande ansietà, come fa sempre, la mia buona
-Tizia!
-</p>
-
-<p>
-Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è
-proprio come un fringuello, ne ha le mosse
-graziose e la ciancetta allegra; non direste
-mai che a quella povera ragazza sia toccato
-il brutto caso di perdere lo sposo in istrada,
-tanto ha l’aria contenta di essere al mondo.
-Tutto il giorno, se non fosse che a una certa
-ora si fa il buio, e allora escono dal mondo
-invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni
-a farle paura, la mia Tizia sarebbe una donnina
-felice.
-</p>
-
-<p>
-Essa pure non ha la mamma, e come me,
-ha il babbo soltanto, che le vuole un gran
-bene, ma non può accompagnarla a fare le visite
-perchè è tutto il giorno inchiodato all’uffizio,
-come il babbo, anzi peggio.
-</p>
-
-<p>
-Perciò Tizia, che quando non è buio ha un
-coraggio da leone, esce sola a portare le chiaccherine
-affettuose e il sorriso buono alle amiche.
-E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna
-gliene vuole quanto me. Che cosa non
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-farei io per vederla contenta? che cosa non
-farebbe essa per me?
-</p>
-
-<p>
-Così pensavo quando essa mi copriva di
-baci. A un certo punto pensai ancora: Oh, sta
-a vedere che l’altro numero 13 è roba sua!
-Essa che per il sale versato sulla tovaglia ha
-avuto la disgrazia che sapete, è capacissima
-di aver voluto correggere la minaccia della
-sorte ridandomi il mio amuleto, o almeno la
-pace se mai l’avesse perduta.
-</p>
-
-<p>
-E io che potrei fare per lei?...
-</p>
-
-<p>
-Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile.
-</p>
-
-<p>
-Ne parlerò al babbo.
-</p>
-
-<p>
-Si ricominciò il giochetto del numero 13 per
-la mia Tizia; prima il babbo gliene fece vedere
-uno, e quando essa si fu rallegrata meco
-della fortuna, mentre io la guardavo ben bene
-in faccia per scoprire qualche cosa, il caro
-babbo mostrò l’altro amuleto.
-</p>
-
-<p>
-— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta;
-questa è proprio aver la sorte; chi non
-smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare
-il paio?
-</p>
-
-<p>
-Era così ingenua nella contentezza che mi
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-tornò la voglia di baciarla in bocca, mi tornò
-anche il pensiero di prima, ma spropositato
-così: Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu
-che hai smarrito lo sposo nella strada del municipio,
-dovresti trovarne due....
-</p>
-
-<p>
-Ma non lo dissi, assicurai invece che in
-ogni modo uno bisognava restituirlo.
-</p>
-
-<p>
-Intendevo dire l’amuleto e lo sposo.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore Augusto che aveva tanta premura
-d’andarsene, non si moveva più; probabilmente
-era curioso anche lui di vedere il fondo
-di quel piccolo intrigo: probabilmente a lui,
-come a me, era venuta la stessa idea. Ma io
-avevo subito visto che non aveva fondamento;
-e perchè non l’aveva visto anche lui? Ah! Dio
-buono! Guardai di nascosto l’uno e l’altra;
-erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah!
-Dio grande! Se mi riuscisse di farli sposare!
-</p>
-
-<p>
-In questo momento appunto, il babbo spiegava
-a Tizia, per la terza volta, come era andata
-la faccenda dell’economato. «Io entro,
-dice lui, mi fermo sull’uscio perchè non avevo
-ombra di speranza, al primo cenno dell’economo
-potevo andarmene, invece...»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo!
-Sono fatti l’uno per l’altra: Tizia è alta
-due dita più di me; deve essere l’ideale di
-mio cugino Augusto, che ne ha due meno di
-me! Il cielo gli ha fatti uno per l’altra e io
-li appaio.
-</p>
-
-<p>
-Il babbo diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi
-stesso; è il meno che possiamo fare... Non è
-vero, bimba?
-</p>
-
-<p>
-— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe
-meglio che andassi tu solo?
-</p>
-
-<p>
-Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi
-un momentino, gli riaprì, gli richiuse, e se il
-dottore non era pronto a riceverla nelle sue
-braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni.
-</p>
-
-<p>
-— Che è stato? Che è stato?
-</p>
-
-<p>
-Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia
-di mio cugino, arrossendo un poco, e venne
-nelle mie.
-</p>
-
-<p>
-— Un capogiro, disse, passerà... è passato.
-</p>
-
-<p>
-Era essa soggetta ai capogiri?
-</p>
-
-<p>
-Sì, un poco, cioè, no, mai.
-</p>
-
-<p>
-— Si metta alla finestra e respiri forte, consigliò
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-il babbo, rimasto sempre un po’ medico
-da quando studiò il primo anno di medicina,
-trentadue anni sono, poi l’accompagneremo a
-casa... noi andremo a far visita al cavaliere...
-Che ha? il male la riprende?
-</p>
-
-<p>
-Non aveva nulla: proprio nulla, sorrideva,
-ma era tanto pallida!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<h2>IV.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Quella sera, prima d’entrare in letto mi
-ricordai che la catenella mia, quella
-che mi legava al collo il numero 13 proprio
-mio, aveva un anellino non interamente chiuso,
-che se si era aperto ancora un poco più,
-poteva essere stato la causa dello smarrimento.
-E subito presi in esame le catenelle restituite:
-tutte e due erano intatte: parevano
-uscite allora allora dalla bottega.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Babbo! chiamai dall’uscio.
-</p>
-
-<p>
-E il babbo mi rispose dalla vicina camera:
-</p>
-
-<p>
-— Sono a letto, entra pure.
-</p>
-
-<p>
-— Non entro, perchè... ma ho fatto una
-scoperta curiosa...
-</p>
-
-<p>
-— Che scoperta?
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono
-tornati a casa, è il mio.
-</p>
-
-<p>
-E mi spiegavo bene dall’uscio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a
-letto, potremo parlare lo stesso.
-</p>
-
-<p>
-Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-Non ci potevamo capacitare che, in uno
-stesso giorno, per un <i>amuleto</i> perduto, ne tornassero
-a casa due. Il babbo spiegava a me
-e io al babbo inutilmente: pensa che quel gingillo
-è di moda, che tutte le vetrine degli orefici
-ne hanno in mostra una dozzina almeno,
-che tutti sono fatti forse nello stesso stampo,
-forse le catenelle fabbricate a chilometri, poi
-tagliate a spanne.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato
-e la mia è proprio d’oro.
-</p>
-
-<p>
-Veramente sembravano d’oro anche le altre!
-Sembravano, ma chi lo sa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere
-dal letto, infilare una palandrana e le
-pantofole. Poi venne in camera mia, con la
-pietra di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto
-le coltri di quella scenetta e di quell’arnese
-stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra
-le catenelle e i medaglioni e se ne tornò
-in camera senza dir nulla.
-</p>
-
-<p>
-— È oro? domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava
-contento di darmi saggio di scienza occulta.
-</p>
-
-<p>
-— È oro, rispose.
-</p>
-
-<p>
-E subito lo sentii entrare in letto.
-</p>
-
-<p>
-— Sono oro tutte due.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista
-anch’io.
-</p>
-
-<p>
-Era vero; non per nulla aveva studiato il
-primo anno di medicina.
-</p>
-
-<p>
-Ma il caso era dunque più singolare ancora.
-Un po’ a occhi aperti, un po’ a occhi chiusi,
-tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro
-aveva la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-di requie che mi davano il sogno e il
-pensiero, mi tornava in mente il malessere di
-Tizia, sul quale non mi era riescito di avere
-spiegazioni, non ostante che l’avessi accompagnata
-a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata
-due volte; che cosa si stava dicendo
-allora?... si parlava dell’economato, della visita
-che bisognava fare al cavalier Codicini....
-In questo non vedeva nulla di male per Tizia;
-il cavalier Codicini non è il signor Ramelli,
-il quale sei anni sono ha piantato la
-sua fidanzata col pretesto d’un’improvvisa perdita
-di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio.
-Ah! birbi d’uomini!
-</p>
-
-<p>
-Era invece <i>paura</i>! perchè questi signorini
-belli (qualche volta sono brutti come il peccato)
-dopo aver scaldata la testa delle ragazze
-ingenue, se non hanno a sposare un milione,
-o mezzo almeno, sono sempre soggetti a tali
-sgomenti di non poter bastare a dare la felicità
-alla loro compagna... per tutta la vita.
-Pazienza se fosse un paio d’anni o un paio
-di mesi... ma tutta la vita! E non era vero
-che il signor Ramelli avesse penuria di quattrini;
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-suo padre era ispettore d’una banca e
-cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini,
-Ramelli, il numero 13, molti numeri tredici...
-Chiudevo gli occhi al sonno.
-</p>
-
-<p>
-Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi
-si affacciò netta la memoria d’una risposta di
-Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa,
-essa e il babbo suo accompagnavano noi,
-come si fa qualche volta. Io volevo ch’ella mi
-parlasse del suo antico innamorato avendo la
-idea fissa ch’egli dovesse entrare per qualche
-cosa nello svenimento.
-</p>
-
-<p>
-— Non ci penso proprio più; era tanto naturale
-che non mi sposasse; non sono ricca,
-io.
-</p>
-
-<p>
-— Come me, esclamai; tanto meglio; così
-se, per un caso straordinario, uno che mi
-piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola;
-ma siccome questo caso si va facendo più
-straordinario ogni giorno in questa cara Milano,
-e io non voglio incomodare il cielo a
-domandargli un miracolo, ho già deciso, deciso
-proprio; rimarrò zitella.
-</p>
-
-<p>
-Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Tu pure dunque...
-</p>
-
-<p>
-— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi
-trovare marito, me ne incarico io, vedrai... Ma
-per me è chiaro come il giorno chiaro, non
-mi marito.
-</p>
-
-<p>
-Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi,
-che ci seguivano a pochi passi, non ci udissero.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna che le ragazze comprendano di
-buon’ora che si può vivere zitelle magnificamente
-e prepararsi la vecchiaia meno difficile.
-Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra
-provato questo: noi donne non godiamo proprio
-nulla di nulla; quando i signori uomini
-ci hanno vestito bene e ci mandano a spasso
-sole, perchè essi hanno altro da fare, quando
-ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare
-la noia coll’uncinetto, o con un romanzo
-francese, credono d’averci dato moltissimo;
-se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo
-su con pazienza, allora ci hanno dato
-tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che
-cosa si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo,
-un <i>club</i>, come dicono loro, un’associazione di
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un
-piccolo tanto, finchè fosse zitella; se avesse la
-disgrazia di sposarsi, pagherebbe il doppio;
-almeno le ragazze andrebbero incontro alla
-vecchiaia senza terrore.
-</p>
-
-<p>
-Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò
-solo che questa associazione farebbe il comodo
-delle brutte: le belle non ci vorrebbero stare.
-Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza
-quando è bella, ne ha, a dir molto, per quindici
-anni; se in questo tempo non trova il
-marito che le piacerebbe (e nota che se uno
-le piace, non glielo può andare a dire), se non
-trova il suo vero compagno, se non si rassegna
-a pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte
-quante.
-</p>
-
-<p>
-— Pare anche a te?
-</p>
-
-<p>
-Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non
-pensava alle zitelle delle future associazioni;
-guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio
-cuore, innamorato ancora di quel birbo
-di Ramelli.
-</p>
-
-<p>
-I nostri babbi, camminandoci alle calcagna,
-parlavano anch’essi; ogni tanto si fermavano
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-per mettere una maggiore distanza fra di noi,
-e, si sentiva bene, abbassavano essi pure la
-voce; ma che dicessero non sapevo proprio.
-</p>
-
-<p>
-E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto
-di suo padre, io presi il braccio del mio e gli
-domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa dicevate con tanto mistero?
-</p>
-
-<p>
-Il babbo rise forte.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini;
-sarà una cosa da non pensarci più.
-</p>
-
-<p>
-— Si, facciamola, ma mi dirai tutto.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tutto</i> era semplicemente questo: i nostri
-genitori, trovandosi nella medesima condizione
-di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo
-la proposta che io facevo dell’associazione di
-zitelle, s’erano avviati a parlar a bassa voce
-delle difficoltà enormi che trovano le ragazze,
-in una gran città, a pigliare marito. A Milano
-ci sono tante mogli ad ogni passo, diceva il
-babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui!
-E allora avevano stabilito di fare un patto,
-ancora una specie di associazione. Il babbo
-mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia;
-il babbo di Tizia si occuperebbe di dar marito
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-a me; se non potessero proprio riuscire, quando
-avessero perduto ogni speranza... ma a
-questo punto il babbo fu preso da tanto buonumore,
-che la frase non potè andare alla fine.
-</p>
-
-<p>
-Una risata non riesce mai a sviarmi, quando
-voglio sapere una cosa.
-</p>
-
-<p>
-— E quando avrete perduto ogni speranza?
-insistei.
-</p>
-
-<p>
-— Quando il signor Diego Corona avrà perduto
-ogni speranza di darti marito, si proporrà
-lui stesso.
-</p>
-
-<p>
-— A me?
-</p>
-
-<p>
-— A te.
-</p>
-
-<p>
-Il babbo rideva fino a far voltar gente che
-ci passava accanto; ma non lacrimava ancora,
-come quando volle dire che, non riuscendo lui
-a maritare Tizia, si farebbe innanzi con un
-coraggio di leone. A questo punto soltanto
-ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli
-occhi. Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia
-fosse contenta di diventare la mia matrigna,
-sarei contenta di diventare la sua...
-</p>
-
-<p>
-Silenzio; eravamo giunti in via Larga al
-n. 15.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il cavalier Codicini è in casa? domandò
-il babbo serio serio, affacciandosi al finestrino
-della portineria.
-</p>
-
-<p>
-— È uscito or ora; deve avere appena voltato
-il canto.
-</p>
-
-<p>
-Oh gioia! una carta di visita piegata da un
-lato, come usava allora, e non se ne parla
-più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome
-e recapito due parole con la matita, così:
-«Venuto con la figlia a ringraziare caldamente
-per il <i>n. 13</i>...»
-</p>
-
-<p>
-— Era proprio necessario scrivere così?
-</p>
-
-<p>
-Il babbo mi rispose in strada che era almeno
-almeno utile; forse il cavalier Codicini
-era giovane, forse io potevo andargli a genio,
-e lui piacere a me.
-</p>
-
-<p>
-— Ma ti vuoi occupare di me che non ho
-mai pensato a trovare marito, ora che ce ne
-ho uno assicurato?
-</p>
-
-<p>
-Il babbo rise ancora prima di rispondermi.
-</p>
-
-<p>
-— È vero, ma se non a te, potrà servire a
-Tizia; e io ho preso impegno di dar la caccia
-agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una
-sfilata di impiegati del movimento; il mio socio
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-ti farà conoscere tutto il personale non coniugato;
-io farò conoscere a Tizia gran parte
-del personale di controllo. Ne ho in vista parecchi,
-bellini assai: ma il difficile è indurli
-in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi
-la gioventù: per trovare gente preparata
-al matrimonio, temo che mi toccherà fare un
-po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire
-dal controllo, passare alla manutenzione.
-</p>
-
-<p>
-L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna,
-tra capi e sottocapi, ha quasi un battaglione
-e molti non hanno moglie ancora, o
-l’hanno perduta da poco, che è il caso più bello;
-un vedovo ha tanto bisogno d’essere consolato...
-Il babbo caro pensò sicuramente alla
-mamma... e non disse altro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<h2>V.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Il cavaliere Diego Corona si era messo
-all’opera con coscienza, e il giorno
-dopo verso l’una venne a far conoscere
-il suo primo candidato. Era il signor
-Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento,
-il quale, avendo perduta la moglie da tre
-mesi appena, portava un lutto spaventoso da
-far morire a guardarlo lungamente. Catena di
-osso nero, bottoni neri alla camicia e ai paramani,
-occhiali incorniciati in osso nero, barba
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema,
-da parere un carboncino da disegno. Messo
-al mondo unicamente per scrivere l’epitaffio
-di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto
-a essa; e invece, appunto perchè penava troppo
-della privazione della sua compagna, non vedeva
-l’ora di sposarne un’altra.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste cose il signor Prudenziano non
-le disse subito, chè avrebbe smentito il suo
-nome; si seppero poi; allora egli disse che da
-Rimini un amico suo e del babbo gli aveva
-scritto d’andare a trovarlo per fare la sua conoscenza.
-</p>
-
-<p>
-Mentre egli così spiegava la sua visita, con
-molta lentezza burocratica, io mi sentiva venire
-uno gran voglia di ridere, e mi riuscì di
-di vincerla appena appena.
-</p>
-
-<p>
-Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare
-segretamente al cavalier Corona che
-impressione gli aveva fatto il discorso del presidente
-del Consiglio alla Camera dei deputati;
-e lasciò che il signor Prudenziano mi esaminasse
-bene senza averne l’aria.
-</p>
-
-<p>
-Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto.
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-Noi donne possiamo mostrare cento aspetti a
-chi ci guardi, per confondere il suo criterio,
-ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale
-il nostro uomo.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto.
-Non perciò, mentre egli faceva quella
-fatica inutile di esaminare la mia persona,
-volli spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i
-denti, che ho veramente belli; guardai in alto
-per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi
-toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono
-sotto la nuca al principio del collo; e,
-con questa mimica, dimostrai belle mani, bel
-collo e bei capelli. Il resto della mia persona
-non è gran cosa, ne convengo, ma non è nemmeno
-il diavolo.
-</p>
-
-<p>
-Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando
-via, doveva dire, a sè stesso prima, al
-cavaliere Corona poi, che io farei il comodo
-suo.
-</p>
-
-<p>
-E così disse veramente; e io risposi subito
-subito ch’egli a me non piaceva affatto.
-</p>
-
-<p>
-Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione
-fatta dal suo Prudenziano, senza
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo
-della manutenzione: il signor Arturo
-Meri.
-</p>
-
-<p>
-Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a
-pescare i suoi candidati? Vi immaginate voi
-una palla elastica, anzi una piccola palla elastica
-rossa e nera? Così era il signor Arturo.
-Da una pancetta tonda escivano braccia e
-gambe corte, inquiete per la impresa difficile
-di mantenere la gravità senza ruzzolare per
-terra, come fanno spesso le palle elastiche; e
-su tutto ciò una faccia tonda e infocata.
-</p>
-
-<p>
-Ma io cominciavo appena a ridere molto del
-candidato numero due quando si presentò, o
-almeno mi parve, il candidato numero tre.
-</p>
-
-<p>
-E questo era proprio tutt’altro. Mio padre
-era uscito appena, e la fantesca, la quale non
-fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito
-in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare;
-andò a cercare il babbo nella sua camera,
-poi venne nella mia.
-</p>
-
-<p>
-— È venuto un signore... domanda del padrone....
-</p>
-
-<p>
-— Ma lo sai bene che non è in casa, non
-hai visto che è uscito appena?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-Brigida non aveva visto niente,
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— E allora....
-</p>
-
-<p>
-— Gli vado a dire che il padrone non è in
-casa?
-</p>
-
-<p>
-— No, aspetta, ti ha detto il nome?
-</p>
-
-<p>
-Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma
-Brigida se n’era dimenticata. Ah! sì... no...
-forse aveva detto... Berruti o Berrettini...
-</p>
-
-<p>
-— Berruti o Berrettini?
-</p>
-
-<p>
-— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini.
-</p>
-
-<p>
-Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo.
-Con un’occhiata io avevo visto che o si chiamasse
-Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo
-poteva piacermi; era alto e diritto, non
-troppo magro; elegante nel vestito e nel modo
-di presentarsi; faccia pallida con barba nera
-smozzicata, come usa da poco in qua, terminante
-in punta; occhi profondi, ma aperti;
-naso così così e buon sorriso fra i baffi.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il
-babbo non è in casa..., dissi io, è uscito appena.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere
-umilmente:
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo
-in istrada; appena l’ho visto escir di casa
-e avviarsi all’uffizio, io sono venuto.
-</p>
-
-<p>
-Questa confessione audace, condita di tanta
-umiltà, mi fece nascere quattro o cinque pensieri
-diversi. Uno di questi era che anche la
-voce di Berruti o Berrettini mi contentava, e
-il gesto sobrio mi piaceva, e l’umiltà audace
-più ancora.
-</p>
-
-<p>
-— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno
-il nome; scusi, lei chi è?
-</p>
-
-<p>
-— Signorina, lei conosce già il mio nome;
-io sono Codicini.
-</p>
-
-<p>
-— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò
-di sì), quello del n. 13? (sì, sì, sì) e si
-è voluto disturbare... ma si accomodi.
-</p>
-
-<p>
-Quanto mi contentava, che questa volta Diego
-Corona non ci entrasse menomamente! È
-il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale
-dei matrimoni... che... se mai....
-</p>
-
-<p>
-— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche
-cosa, di poterla ringraziare a voce per... quell’amuleto...
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-lei avrà capito che era un amuleto;
-ed è doloroso perdere gli amuleti che
-debbono darci tutta la felicità... ma...
-</p>
-
-<p>
-Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli
-che il n. 13 da lui ritrovato non era
-veramente il mio, per paura che allora egli me
-l’avesse a riprendere e se ne andasse subito;
-mi arrestai in tempo.
-</p>
-
-<p>
-Egli sviò subito il discorso e disse gravemente:
-</p>
-
-<p>
-— Il n. 13 è stata una felice occasione, un
-buon pretesto per fare la conoscenza sua, che
-per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi
-pare di potermi lusingare che l’audacia mi sarà
-perdonata....
-</p>
-
-<p>
-Adagino, signorino bello, ora sembra a me
-che tu corra troppo, pensai, e, per farglielo
-intendere subito, non trovai altra via che continuare
-il mio periodo allo stesso punto dove
-l’avevo interrotto.
-</p>
-
-<p>
-— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato
-non è il mio, deve averlo smarrito
-un’altra.
-</p>
-
-<p>
-— È possibile, ammise senza scomporsi, ma
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-sempre con grande umiltà: anzi non è possibile;
-l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto
-per introdurmi in casa sua.
-</p>
-
-<p>
-Io lo guardai a bocca aperta.
-</p>
-
-<p>
-— Ho comprato io stesso il n. 13 in una
-bottega; l’orefice mi aveva assicurato che questi
-numeri tredici sono tutti simili, o almeno
-lei poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene
-e me ne andrò senza averle detto la
-causa che mi conduce.
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora si ripigli il suo n. 13....
-</p>
-
-<p>
-— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto
-male può rimediare ascoltandomi, non mi caccerebbe
-come un impertinente.
-</p>
-
-<p>
-Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto,
-ne aveva quasi negli occhi. E poi non diceva
-<i>quanto bene</i> gli avrei fatto lasciandolo
-dire, diceva solo <i>quanto male</i> potevo rimediare
-ascoltandolo.
-</p>
-
-<p>
-Non ho poi il cuore d’una belva feroce.
-</p>
-
-<p>
-— Io non la caccio, perchè è una persona
-compita; ma dica lei stesso: posso io ascoltare
-quanto lei mi vuol dire?
-</p>
-
-<p>
-Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei può e deve, perchè non si tratta di
-lei, ma dell’amica sua migliore....
-</p>
-
-<p>
-— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto,
-mi dica tutto.
-</p>
-
-<p>
-Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che
-in coscienza mi piaceva tanto, per non vedere
-in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo
-della mia buona Tizia.
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere mi confessò che da molti anni
-era innamorato dell’amica mia; ma da un
-pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla
-all’altare; l’aveva sempre amata da lontano,
-seguendo costantemente i suoi passi,
-temendo ogni mattina che gli entrasse in casa
-la tristissima novella del fidanzamento di Tizia,
-e solo da poco avendo visto ch’essa rimaneva
-sempre zitella, si era fatto un coraggio
-di leone a parlarle un’altra volta.
-</p>
-
-<p>
-— Un’altra volta! Ma dunque?
-</p>
-
-<p>
-Proprio così; e se il cavaliere Codicini era
-venuto all’uscio di casa mia col pretesto del
-numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto,
-nella quarta pagina del <i>Secolo</i>, l’avviso con
-mancia competente, e più perchè non avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-mai osato presentarsi al signor Diego Corona,
-nè a sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno
-alla portinaia, chè vi è sempre pericolo
-di trovare questa sorta di gente nell’esercizio
-delle sue funzioni, cioè a dire munite d’una
-scopa....
-</p>
-
-<p>
-Diceva proprio così: <i>munite d’una scopa</i>,
-per far ridere me, ma egli aveva sempre le
-lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento
-scoraggiato.
-</p>
-
-<p>
-— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo?
-</p>
-
-<p>
-— Tizia non le ha mai detto nulla di me?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio mai nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta
-prima con un disgraziato, il quale una settimana
-delle nozze, quando le pubblicazioni
-erano già state fatte in municipio e in chiesa...
-</p>
-
-<p>
-— So tutto questo, ma non lo so da Tizia,
-però lo sposo non era il cavalier Codicini.
-</p>
-
-<p>
-— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere,
-e chi ha il piacere di parlarle è appunto
-Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona
-d’Italia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per far questa nuova presentazione, si levò
-dal divano e s’inchinò come un peccatore.
-</p>
-
-<p>
-Ma no, come un malfattore!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che spera ora? interrogai senza ombra
-di amabilità; che Tizia ricaschi nella...
-nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma,
-quale fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare
-le pubblicazioni con lo stesso fidanzato,
-dopo che la prima volta lo sposo suo
-l’ha piantata in asso? Pensi un poco.
-</p>
-
-<p>
-— Ho pensato molto.
-</p>
-
-<p>
-— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato,
-le pubblicazioni devono essere richieste
-dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale
-dello stato civile, mi pare che si dica così,
-non avendo tempo da perdere, non pubblica
-nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi
-senza l’agonia di questa aspettazione! Andare
-insieme in municipio, a un tratto dichiarare
-al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei
-faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se
-pure ha conservato un po’ d’amore per chi
-l’ha... per lei....
-</p>
-
-<p>
-— Crede che ne abbia conservato un poco?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Forse un poco....
-</p>
-
-<p>
-— Un poco.
-</p>
-
-<p>
-— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede
-bene che non è possibile... no... no... non è
-possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo
-chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più.
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa,
-orrenda della mia condotta?
-</p>
-
-<p>
-— Ve ne può essere una?
-</p>
-
-<p>
-— Ve n’è una.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non l’è andata a dire a Tizia
-o a suo padre? E perchè non glie la va a dire
-ora?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè questa causa non si può dire,
-balbettò scoraggiato.
-</p>
-
-<p>
-Rimanemmo un poco in silenzio entrambi.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente.
-</p>
-
-<p>
-Mi rispose con un filo di voce guardando il
-soffitto:
-</p>
-
-<p>
-— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse
-fare molto; ora mi pare che non possa fare
-nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure...
-eppure....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dica, dica.
-</p>
-
-<p>
-— Eppure, se un’anima buona, un’amica di
-Tizia, guardandomi bene in faccia, vi vedesse
-la sincerità....
-</p>
-
-<p>
-— Il pentimento, insinuai.
-</p>
-
-<p>
-— No, non il pentimento; quello che feci
-una volta lo farei sempre, messo nelle stesse
-condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato;
-io sono padrone di me, perchè mi sono fatto
-una posizione; a quel tempo vivevo di rendita,
-ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta
-qui....
-</p>
-
-<p>
-Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva
-che la condizione sua fosse peggiorata.
-Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente
-nel dire con ferma voce:
-</p>
-
-<p>
-— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia
-compagna perduta.
-</p>
-
-<p>
-Stette un altro poco a riflettere e vedendo
-che io non indovinavo nulla, sollevò un piccolo
-lembo della segreta verità.
-</p>
-
-<p>
-— Supponga, signorina, che, quando si facevano
-le pubblicazioni, io fossi ricco, o mi
-credessero ricco, e che a un tratto, per una
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-orrenda necessità, una necessità orrenda, non
-confessabile ad altri che a Dio, avessi dovuto
-vendere tutto quanto possedevo per salvare
-qualcuno e me stesso....
-</p>
-
-<p>
-Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare
-troppo, e ch’egli si dovesse pentire poi di
-aver parlato tanto....
-</p>
-
-<p>
-— Basta, basta, mormorai....
-</p>
-
-<p>
-Ma egli aggiunse ancora una parola che gli
-uscì di bocca in un rantolo: il <i>disonore</i>.... Poi
-tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le
-guancie.
-</p>
-
-<p>
-Io mi voltai verso l’uscio per non vedere;
-quando egli si fu asciugato il volto lagrimoso,
-gli dissi:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non va parlare così a Tizia?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non potrei arrivare fino a lei se
-qualcuno non mi aiuta.
-</p>
-
-<p>
-Era verissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè non è andato a dirle queste
-cose prima di rinunziare alla sua sposa per
-sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato
-a me, anche meno sarebbe bastato...
-forse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono
-corsi a lei con la morte nel cuore
-per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola
-lieta nei suoi preparativi, contenta d’essere fra
-pochi giorni mia sposa, mi venne meno il coraggio.
-Pensavo che ella volesse saper di più,
-ed era suo diritto, e che potesse indovinare
-molto, troppo, e allora a che serviva il silenzio?
-Io no, non avevo il diritto di offuscare....
-</p>
-
-<p>
-— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida
-parla con qualcuno.
-</p>
-
-<p>
-Stetti in ascolto un momento.
-</p>
-
-<p>
-Brigida parlava in anticamera, e mi venne
-all’orecchio un’altra voce nota, ma tanto sommessa
-da non potere intendere chi fosse l’interlocutore.
-Mi pareva che la fantesca dicesse
-di Berruti o Berrettini, che era con me in sala
-da una mezz’ora abbondante, e che l’altro rimanesse
-in forse se dovesse o no disturbare
-il nostro colloquio. Finalmente l’altro se ne
-andò.
-</p>
-
-<p>
-— Brigida, chiamai forte.
-</p>
-
-<p>
-E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il
-dottore Augusto, ma sapendo che vi era gente
-in salotto, se n’era andato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Gli hai detto che era il signore....
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Come gli hai detto?
-</p>
-
-<p>
-Brigida si schermì un poco prima di confessare.
-</p>
-
-<p>
-— Gli ho detto che vi era un bel signore
-giovane...; che il nome mi era scappato dalla
-mente, ma doveva essere una cosa come Berretto
-o Berrettino. Così gli ho detto.
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto bene.
-</p>
-
-<p>
-Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno;
-rimanevamo come prima inquieti della
-tristissima cosa che volevamo accomodare con
-poca speranza.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare
-a Tizia o al babbo suo, ma a Tizia meglio,
-perchè tanto bisognerà pur venire a questo,
-se vuol ottenere qualche cosa di pratico.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè
-essa dia ancora un colloquio al suo antico
-innamorato, quale è la via migliore?
-</p>
-
-<p>
-— Qual’è la via migliore? domandai anch’io
-a lui, e a me stessa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ci pensi un poco; quello che ho pensato
-io venendo prima da lei, era farmi un’alleata.
-</p>
-
-<p>
-Aveva ancora ragione.
-</p>
-
-<p>
-— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice;
-è contento? Penserò io a preparare il
-terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò.
-</p>
-
-<p>
-— Qui, o in casa sua?
-</p>
-
-<p>
-— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene,
-mi spieghi ciò che non ho inteso bene.
-</p>
-
-<p>
-Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè
-invece di venire subito in casa mia dopo
-l’avviso, aveva aspettato tanto.
-</p>
-
-<p>
-Perchè egli era stato assente davvero, e solo
-al ritorno leggicchiando vecchi giornali accatastati
-in portineria gli era venuto sott’occhi
-l’avviso.
-</p>
-
-<p>
-Secondo: perchè invece di venire a casa mia
-a consegnarmi la medaglia comprata, era andato
-a depositarla all’Economato?
-</p>
-
-<p>
-Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e
-anche l’Economato; al momento di venire da
-me aveva scelto l’Economato.
-</p>
-
-<p>
-Coraggioso, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se ne andò un po’ consolato, ma non molto.
-</p>
-
-<p>
-E non era nemmeno sulla cantonata quando
-il dottor Augusto entrava in salotto ad aspettarmi.
-</p>
-
-<p>
-Aveva da dirmi una cosa.
-</p>
-
-<p>
-<i>Quella cosa</i>, come accade qualche volta, si
-mutò prima in <i>tante cose</i>; e le tante in nessuna.
-</p>
-
-<p>
-Il mio carissimo cugino mi domandò se il
-babbo sarebbe tornato presto; e sapeva bene
-che poteva essere di ritorno soltanto dopo le
-quattro; poi mi confessò di essere stato un’ora
-prima. (Sapevamcelo. Ma era appena mezz’ora
-prima). Perchè avevo una visita se n’era andato.
-Sapevamo anche questo.
-</p>
-
-<p>
-— E chi era quel signore bruno? domandò
-con indifferenza.
-</p>
-
-<p>
-— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato
-il mio n. 13, cioè uno dei numeri 13, ma
-non il mio, perchè, guardando bene, mi sono
-accorta, che nessuno dei numeri 13, resimi
-dalla sorte, è quello che la sorte, cioè mio cugino
-dottore, mi aveva regalato.
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto questa scoperta? mi domandò
-sempre indifferente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, l’ho fatta; ti stupisce?
-</p>
-
-<p>
-— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna
-delle due medaglie è quella che ti ho
-dato.
-</p>
-
-<p>
-Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e
-tutte le cose che mi doveva dire gli rimasero
-in corpo.
-</p>
-
-<p>
-— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo
-di bottega, osservò poi sommessamente.
-</p>
-
-<p>
-— Anche l’altro del <i>Ciall</i> era nuovo di bottega.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so.
-</p>
-
-<p>
-Altro silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico,
-le cose che mi dovevi dire sono queste sole?
-</p>
-
-<p>
-Si scosse un momentino per ridere; volle
-pigliare la mia mano, ma non la trovando subito,
-troncò l’atto a mezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Quel cavaliere è un bell’uomo....
-</p>
-
-<p>
-— Puoi anche dire un bel giovane; non deve
-avere molto più di trentacinque anni.
-</p>
-
-<p>
-— È venuto per ringraziare della vostra visita,
-non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E... per null’altro?
-</p>
-
-<p>
-Avevo io il diritto di non mentire? Potevo
-io, tacendo, fare una mezza confessione? No,
-non è vero? Dunque mentii.
-</p>
-
-<p>
-— Per nient’altro.
-</p>
-
-<p>
-— E per ringraziare te e il babbo tuo della
-visita, si è fermato qui un’ora.
-</p>
-
-<p>
-— Era poi un’ora?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un’ora abbondante.
-</p>
-
-<p>
-— Allora tu sei stato in sentinella sul portone
-di casa?
-</p>
-
-<p>
-Non disse di no; disse invece:
-</p>
-
-<p>
-— Sai tu chi è questo cavalier Codicini?
-</p>
-
-<p>
-— Il cavaliere Codicini.
-</p>
-
-<p>
-— Non sai che doveva essere lo sposo della
-signorina Tizia?
-</p>
-
-<p>
-Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non
-mentire?
-</p>
-
-<p>
-— Io non so nulla, io.
-</p>
-
-<p>
-E mi si affacciarono due strane idee, cioè
-che mio cugino, essendo segretamente innamorato
-di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio
-cugino fosse semplicemente innamorato di sua
-cugina... e fiutasse un altro pericolo. Ma si
-spieghi in buon ora!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che importa a te di tutto questo? gli
-domandai levandomi da sedere, e guardandolo
-bene in faccia per metterlo alle strette. E
-messo così, mio cugino fece uno sforzo disperato
-di resistenza per non dirmi nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il babbo, annunziai.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<h2>VI.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Il giorno dopo, senza perdere tempo, me
-ne andai a trovare la mia buona Tizia.
-</p>
-
-<p>
-Me ne andai sola (qualche volta, nelle grandi
-occasioni, ho questo coraggio da leone); ma
-non fui molto fortunata. Avevo immaginato di
-trovare il babbo ancora all’uffizio e l’amica sola:
-invece tutto il contrario. Diego Corona era
-tornato prima dell’ora e sua figlia era uscita
-appena con la fantesca per fare una scelta sapiente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona sorrideva.
-</p>
-
-<p>
-— Allora chi sa quanto tarderà!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà qui a momenti: la scelta sapiente
-non è altro che di un buon cappone, che sia
-giovine e grasso, e non ci costi troppo, per
-domani che è festa. Lei si accomodi qui un
-momentino, qui accanto a me. Oh! che miracolo
-veder qui lei tutta sola! Quale fortuna è
-la mia!
-</p>
-
-<p>
-— E si può sapere, continuava, la ragione
-che l’ha fatta uscire di casa, sola, all’ora che
-il babbo sta per tornare dall’uffizio?... Non si
-può sapere. Bisogna sempre rispettare i bei
-segretuzzi delle fanciulle belle. Piuttosto le
-posso domandare se ha ricevuto una visita...
-</p>
-
-<p>
-— Che visita? esclamai prontamente.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Egidio Merula non è venuto da
-lei?
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Dio! Ma, caro signore, non le pare
-che basti?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Diego Corona rimase perplesso.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, continuai, il babbo mi ha detto tutto;
-io le sono riconoscente, ma non stia a
-mandarmi più altri candidati.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ripetei: — Non le pare che basti?
-</p>
-
-<p>
-— Eh! eh! se pare a lei... balbettò.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, a me pare. Quel suo Prudenziano
-Barbotti, dove lo è andato a stanare? E quell’altro?
-Non ricordo più il nome.
-</p>
-
-<p>
-— Sono eccellenti partiti, non troppo giovani
-veramente, perchè nel matrimonio la troppa
-gioventù è un pericolo. L’uomo (queste
-cose lei non le può sapere, e perciò se le lasci
-dire da me), l’uomo fino a trent’anni è un
-fringuello; dopo i quaranta, quando non è una
-volpe, è un cane fedele.
-</p>
-
-<p>
-— E dopo i cinquanta? domandai ingenuamente.
-</p>
-
-<p>
-— È un bue, spesso, ma in ogni caso è
-una buona bestia da fatica, un animale di casa
-e può fare un buon marito. Ma è sempre meglio,
-per fare un buon marito, che non abbia
-passato i cinquanta.
-</p>
-
-<p>
-— Credo anch’io.
-</p>
-
-<p>
-Vedevo venire la dichiarazione minacciata
-dal babbo e non avevo paura. Avremmo riso
-volentieri insieme.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona era benissimo avviato; parve
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-distrarsi un momento, si toccò i capelli che
-aveva abbondanti, appena appena brizzolati,
-si lisciò la barba, e non trovando parole per
-quello che mi voleva dire, finalmente rise molto
-senza dir nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ride così?
-</p>
-
-<p>
-— Rido perchè or ora faccio ridere anche
-lei; il babbo non le ha detto nulla?... Ma sì,
-deve averle detto, e se le ha detto tutto...
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha detto tutto, risposi ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— E?...
-</p>
-
-<p>
-— E?...
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona rise un’altra volta con abbondanza.
-Forse perchè l’idea, guardata ora da
-vicino, pareva buffa anche a lui?
-</p>
-
-<p>
-No, tutt’altro.
-</p>
-
-<p>
-— Gli uomini pigliano moglie a tutte le età,
-e ho visto sempre che i più vecchi scelgono
-le spose giovanissime; la natura vuole così;
-se non fosse, tante ragazze non si presterebbero.
-</p>
-
-<p>
-Non mi guardava in faccia per non leggere
-un sorriso canzonatorio, che, come se lo vedessi,
-si era messo da sè fra le mie labbra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quanti anni mi dà lei? Cioè, rettifico;
-io non ho bisogno che lei me ne dia nemmeno
-uno, perchè quelli che ho sul groppone mi pesano
-assai... Ma dica un po’ quanti?
-</p>
-
-<p>
-Volli consolarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Quarantasette, quarantotto... dico così,
-perchè Tizia ne ha ventiquattro... ma lei non
-li dimostrerebbe nemmeno, tanto si è saputo
-conservare....
-</p>
-
-<p>
-— Questo sì, rispose con entusiasmo, io mi
-sono conservato bene; ho preso moglie giovanissimo
-per non fare le solite pazzie; e se
-da otto anni non fossi vedovo, e afflitto... e
-solo, mi sarei conservato anche meglio.
-</p>
-
-<p>
-Gli parve venuto il momento di sparare la
-pistolettata.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho quarantanove anni... a cinquanta
-non sono arrivato... e perciò....
-</p>
-
-<p>
-— Perciò... non stia a mandarmi altri candidati;
-quando il babbo mio sposerà Tizia, io
-sposerò lei, se mi vuole. È contento?
-</p>
-
-<p>
-Io risi bene; egli rise male
-</p>
-
-<p>
-Entrò in salotto la mia buona amica, alla
-quale, dopo un gran numero di baci, chiesi
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’
-caro.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta
-una piccola traccia di melanconia sorridente,
-come un’aureola, come un alone pallido
-intorno alla faccia buona; si dondolò pochi
-momenti; e, mentre noi parlavamo di tante
-inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci
-accorgessimo.
-</p>
-
-<p>
-Vistami sola con Tizia, subito mi composi
-un viso serio, le presi le mani, come il babbo
-suo le aveva prese a me, e lisciandole con le
-mie, le mormorai all’orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Ho una cosa da dirti.
-</p>
-
-<p>
-— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò
-di leggermi in viso e lesse male, perchè battè
-le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei fidanzata.»
-Visto che sbagliava, balbettò: «allora
-dimmela.»
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu mi devi promettere d’essere forte.
-</p>
-
-<p>
-Non promise nulla, con un filo di voce ripetè:
-dimmela.
-</p>
-
-<p>
-Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai
-al mio petto per modo che, curvandomi
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-un poco, potessi mormorare ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi
-tutto: come il cavaliere Codicini l’amasse sempre,
-e per una necessità orrenda, che egli non
-poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna
-forse spiegherebbe un giorno o l’altro,
-lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse
-rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino
-sleale, mentre egli era semplicemente una
-vittima della... <i>necessità orrenda</i>.
-</p>
-
-<p>
-Quando tacqui per non sapere che dire,
-avendo ripetuto tre volte in tre modi differenti
-le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora
-la testina bella appoggiata al mio seno;
-misi una mano sotto al visino nascosto e sentii
-piovere lagrime calde e frequenti.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla
-voglia di piangere anch’io. Lo vedi bene, le
-mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio,
-lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi
-quasi dire che non ti ha lasciato mai; è il momento
-di essere felice, pare a me; dunque perchè
-continui a piangere?.... Fammi vedere la
-tua faccetta bella, che sa ridere così bene.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene
-sì, piangi, chè ne hai bisogno; sono lagrime
-buone che medicano l’anima ferita.»
-</p>
-
-<p>
-Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli,
-i baci ch’io metteva sui suoi capelli
-ogni volta che sentivo sulla mia mano il caldo
-di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai
-in silenzio che la cosa finisse da sè, pensando
-che forse con le mie parole ottenevo il
-risultato contrario. E il babbo doveva essere
-a casa da un pezzo, e Brigida sicuramente
-dava allo stufato un saporino di bruciato, che
-è il terrore della nostra mensa.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli
-occhi con la pezzuola e mi disse melanconicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Non avrei voluto piangere, ma è stato
-più forte di me.
-</p>
-
-<p>
-— Erano lagrime di consolazione.
-</p>
-
-<p>
-— No, no; non mi hanno consolato; ho
-pianto per dolore vero e profondo.
-</p>
-
-<p>
-Che musichetta mi stava facendo la mia
-buona Tizia!
-</p>
-
-<p>
-— Che vuole egli da me, ora?... proseguì.
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-È tardi. Quando tu mi parlavi con tanta bontà,
-io non facevo altro che frugare nel mio
-cuore per vedere se vi trovassi ancora una
-scintilla dell’amore svanito; ma no, cenere,
-cenere, e lagrime.
-</p>
-
-<p>
-— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre
-amato....
-</p>
-
-<p>
-— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi,
-che ho dovuto fare io? Ho fatto questo: ho
-imparato prima con una fatica orrenda — orrenda
-sì, almeno almeno quanto la sua <i>necessità</i> — a
-odiare l’uomo che amavo tanto; e
-poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi,
-me lo tenni caro, aumentandolo ogni giorno;
-da ultimo, e sono già due anni almeno, credevo
-d’aver buttato via ogni cosa, amore e
-odio, perchè ero arrivata all’indifferenza, che
-è la vera pace.
-</p>
-
-<p>
-Tizia non mi aveva mai parlato così, e la
-credevo persino incapace di sentire fortemente;
-ma è perchè io la conobbi quando era arrivata
-all’indifferenza, che è la vera pace, come
-dice lei.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-che l’occhio mio correva ogni tanto all’orologio
-a pendolo: — Ma io ti lascio andare a
-casa, chè è quasi l’ora del vostro pranzo.
-</p>
-
-<p>
-E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere,
-tornò la mia buona Tizia allegra come
-l’ho sempre conosciuta.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Dunque dammi un bacio e non se ne parli
-più.
-</p>
-
-<p>
-— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire?
-</p>
-
-<p>
-— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe
-fargli credere che mi voglia vendicare;
-e mi piacerebbe fargli intendere chiaro
-che sono indifferente a tutto.... Come potrei
-dargli questa dimostrazione? forse andando a
-nozze col primo venuto....
-</p>
-
-<p>
-— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il
-primo venuto e te lo sposi con la massima
-indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni
-riescono come tutti gli altri.
-</p>
-
-<p>
-— Col primo venuto sì, ma non con lui!
-Dopo essere stata tutta sua, non potrei essere
-per lui mezza, o anche meno. Meglio
-niente.... Ma perchè, aggiunse ridendo, tuo padre
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-non mi manda un candidato, come ha
-fatto il babbo mio con te? perchè non mi chiede
-la mano egli stesso? Forse accetterei.
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, non dire questo nemmen per
-celia; io ho promesso al padre tuo, che se tu
-sposi il mio, io sposo lui, e pensa che orrore,
-io matrigna tua, tu matrigna mia!.... Ora vado
-proprio... sento di qui il bruciaticcio dello stufato.
-</p>
-
-<p>
-— Pensaci ancora, le mormorai prima di
-andarmene.
-</p>
-
-<p>
-In anticamera Diego Corona mi strinse la
-mano appena appena, e mi sorrise rassegnato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<h2>VII.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato
-della mia visita, non si scoraggiò
-molto; egli sapeva bene, che, dopo le
-sue antiche gesta, l’innamorata doveva essersi
-staccata da lui. Si sarebbe fatto un mediocre
-concetto di una ragazza, la quale, in condizioni
-simili, fosse ricascata nella stessa trappola.
-Era contento di essere odiato un poco,
-perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva
-lui, non tanto lontano dall’amore come sembra
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-volgarmente. «Solo che è l’opposto,»
-osservai melanconicamente. «È il rovescio
-della medaglia, mi rispose; ma è ancora la
-medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero
-all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!»
-E io, per carità di prossimo, non gli
-dissi che vi era proprio arrivata.
-</p>
-
-<p>
-Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata
-che, dopo una notte d’insonnia, l’amica
-mia mi piombasse in casa all’alba, se non
-pentita del rifiuto, se non mansuefatta all’idea
-di ripigliare la croce d’una volta, almeno almeno
-inpensierita della pessima nottata che le
-avevo fatto passare. Invece, aspettò due giorni
-prima di venirmi a trovare; e, quando si lasciò
-vedere, se non dicevo io che Codicini era
-stato a prendere la risposta, essa non avrebbe
-fiatato di lui.
-</p>
-
-<p>
-Ancor che non volesse sapere nulla, io le
-dissi tutto. Essa rimase silenziosa per un poco,
-poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri,
-ma solamente all’etere, come si dice; poi
-rise, senza voglia, per abitudine, poi si fece
-seria per annunziarmi una nuova moda che
-le era piaciuta immensamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per pagare il tributo alla moda, io non mi
-feci pregare: ma tanto, prima che Tizia se ne
-andasse, mi provai a dire guardandola ben
-bene in faccia.
-</p>
-
-<p>
-— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito,
-perchè, se così non fosse, a che servirebbe
-essere tu l’amica mia migliore? Quella
-notte (sottolineavo «quella») non hai potuto
-dormire perchè pensavi all’uomo che doveva
-essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe
-pronto se tu volessi. Ma tu non vuoi.
-</p>
-
-<p>
-Verissimo. Tizia confessò francamente chè
-quella notte era stata bianca per lei; ma non
-ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista
-piangere alle mie parole?
-</p>
-
-<p>
-Aveva poi preso sonno all’alba, e quando
-Diego Corona era venuto a darle il buon giorno,
-poi ch’essa non era andata come il solito
-da lui, gli aveva svelato tutto quanto le capitava.
-</p>
-
-<p>
-E Diego Corona?
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona si era taciuto per intendere
-meglio il caso difficile della sua figliuola. Ma
-non era un caso difficile, per fortuna. Essa
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta
-all’uomo che l’aveva quasi condotta fino all’altare,
-per piantarla.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! diceva Diego Corona.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio sposa al primo venuto che a lui,
-aveva dichiarato Tizia.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio! aveva confermato Diego Corona.
-Non le mancherebbero partiti, ancorchè essa
-non avesse una grossa dote, e le fosse toccata
-la sventura di perdere lo sposo sulla porta
-della chiesa. Tutto stava a non pretendere il
-marito giovane. Vi sono degli uomini maturi,
-ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi...
-con i quali la vita coniugale è una festa....
-</p>
-
-<p>
-Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni
-caso, essa si accontenterebbe di uno solo di
-questi uomini maturi, anche vedovi... senza
-volerne un reggimento.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona aveva risposto che infatti, se
-egli aveva parlato di molti mariti, è perchè
-già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse
-altro.
-</p>
-
-<p>
-Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini,
-ero proprio condannato?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<p>
-Condannato proprio.
-</p>
-
-<p>
-Tizia però era contenta di non poter odiare
-il suo antico innamorato, perchè ora, sapendo
-che egli si vantava di avere dovuto cedere ad
-una <i>necessità orrenda</i> nel momento di piantarla
-col suo fardelletto di nozze, quando questa
-necessità le fosse stata messa davanti ed
-essa l’avesse riconosciuta legittima per quanto
-orrenda, l’odio suo sarebbe cessato ed allora
-era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così,
-no; se anche la <i>necessità orrenda</i> le fosse dimostrata,
-l’avrebbe lasciata quella di prima,
-cioè <i>indifferente</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma Tizia avrebbe pianto anche più di <i>quella
-sera</i>, per pietà di lui e della miserabile sorte
-che aveva condotto lei da un grande amore alla
-perfetta calma.
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni
-e sempre nelle ore che il babbo era all’uffizio,
-tanto che non essendosi ancora trovato con
-lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla
-delle sue visite. E perchè le visite potessero
-continuare e perchè egli aveva una gran fede
-in questa continuazione, che a me sembrava
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-invece non dovesse approdare a nulla di buono,
-un giorno venne poco dopo l’ora della colazione
-e non tardò a entrare in materia.
-Dopo di aver visto il trionfo soltanto nella mia
-complicità segreta, quel giorno lo vide meglio
-in una complicità più larga. Si fece complice
-anche il babbo.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un
-po’ odiato dalla sua antica innamorata e perciò
-a un pelo di innamorarla un’altra volta,
-un giorno della stessa settimana, visto uscire
-dal portone di casa Diego Corona per correre
-al telonio, si fece un gran coraggio; invocò
-tutti i santi, salì le scale lentamente e dopo
-essere rimasto un pezzo a contemplare il bottone
-del campanello senza sapersi risolvere ad
-approfittarne, ne approfittò tanto poco che la
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-fantesca non si mosse di cucina. Ma un eroismo
-fa come le ciliege, ne tira un altro; e il
-cavaliere toccò lungamente il bottone, e dopo
-un breve intervallo di silenzio già si preparava
-a ripetere la dose, quando la fantesca venuta
-sull’uscio, domandò: chi è?
-</p>
-
-<p>
-E prima ancora che il cavaliere si precipitasse
-dal pianerottolo, o si annunziasse per
-quel che era, la porta della sua felicità gli si
-spalancò tutta quanta.
-</p>
-
-<p>
-— La signorina è in casa?
-</p>
-
-<p>
-— Non so, rispose la fantesca, perchè le
-avevano insegnato a dire così; e lasciando il
-visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio
-d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne
-andò a <i>vedere</i>.
-</p>
-
-<p>
-E poco dopo tornò a dire che la signorina
-era uscita.
-</p>
-
-<p>
-— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente
-il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Sì, ma non era in casa.
-</p>
-
-<p>
-Senza manco avvedersene, l’innamorato si
-trovò dietro l’uscio e poi sulle scale e poi in
-istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-</p>
-
-<p>
-Che la signorina fosse in casa, non ne poteva
-dubitare, ma essa sicuramente, al punto
-d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo,
-non se ne era sentita il coraggio.
-</p>
-
-<p>
-Perchè mai le donne dovrebbero essere più
-forti degli uomini? Non è forse vero che il
-cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in
-salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo
-e sano? E che al momento di andarsene, se
-una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era
-il ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque?
-</p>
-
-<p>
-Per poco non cercò anche l’alleanza di mio
-cugino, arrivato in quel punto; ma questo chimico
-benedetto si mostrò così ribelle al primo
-incontro, manifestando una svogliatezza, un
-languore, un mal di capo, da scoraggiare il
-meglio intenzionato.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato
-e il cugino dottore rimase peggio.
-</p>
-
-<p>
-Quando il babbo andò a pigliare il cappello,
-per correre all’uffizio, Augusto scattò come
-una molla.
-</p>
-
-<p>
-— Ma questo cavaliere che incontro ogni
-volta quando vengo da te... che significa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Significa probabilmente che tu vieni qui
-di rado, e che egli viene più spesso di te.
-</p>
-
-<p>
-— Non altro?
-</p>
-
-<p>
-— Nient’altro, mi pare.
-</p>
-
-<p>
-— E ha egli confessato che il suo nome
-vero è Ramelli, che aveva promesso di sposare
-la tua amica Tizia.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! l’ha confessato.
-</p>
-
-<p>
-— E ora che vuole?
-</p>
-
-<p>
-— Vuole....
-</p>
-
-<p>
-Veramente non avevo il diritto di servirmi
-di una confidenza, ma potevo io lasciar sospettare
-cose diverse dal vero?
-</p>
-
-<p>
-— Vuole... una cosa impossibile.
-</p>
-
-<p>
-— La tua mano?
-</p>
-
-<p>
-Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora!
-</p>
-
-<p>
-— E ti pare che per domandare la mia mano
-fosse necessario, assolutamente, essere stato
-il fidanzato di un’altra e che quest’altra fosse
-proprio la mia amica migliore? Lo comprendi
-anche tu... manco male.
-</p>
-
-<p>
-Sì, ora comprendeva anche lui.
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora che vuole?
-</p>
-
-<p>
-— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<p>
-Egli era proprio contento; io no.
-</p>
-
-<p>
-Avevo fatto male a svelare un arcano che
-non mi apparteneva, e glielo dissi.
-</p>
-
-<p>
-— Sono una stupida, dovevo tacere; questa
-confidenza non era cosa mia, ho fatto male.
-</p>
-
-<p>
-— Un giorno saprai tutto, mi disse.
-</p>
-
-<p>
-Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque
-non intendere.
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere, pensando meglio al caso suo,
-capì che piombando come un fulmine accanto
-alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza
-grave; ma perchè bisognava pure
-spiegare la <i>necessità orrenda</i>, senza di che non
-era possibile ricuperare la posizione d’una
-volta, decise d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio,
-fermarlo in istrada e spiegarsi bene.
-</p>
-
-<p>
-Senonchè quel giorno Diego Corona aveva
-tardato ad uscire e il cavaliere Codicini aveva
-temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque
-risalì le scale di Tizia un’altra volta.
-</p>
-
-<p>
-E ci trovò insieme, perchè io avevo passato
-due ore con la mia buona amica, e stavo per
-andarmene, quando il campanello ci annunziò
-una visita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<p>
-Saputo che era Codicini, il quale domandava
-del babbo, fu una titubanza lunga.
-</p>
-
-<p>
-Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare
-lui?
-</p>
-
-<p>
-Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva
-che io mi fermassi, e intanto Brigida mi guastava
-il risotto e mi dava un saporino di casseruola
-al tonno in salsa di pomidoro. Ma il
-cavaliere poteva aspettare in anticamera, e allora
-a me non sarebbe stato possibile passargli
-sotto il naso senza farmi scorgere.
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente, mentre durava l’incertezza
-crudele, il campanello sonò un’altra volta.
-</p>
-
-<p>
-— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il
-suo modo speciale.
-</p>
-
-<p>
-E subito, mentre la fantesca correva in anticamera
-e noi di corsa nella vicina stanza e
-il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio
-al salotto, Tizia, escita da ogni perplessità,
-mi disse in gran collera:
-</p>
-
-<p>
-— È una persecuzione. Che cosa crede di
-guadagnare in questa sua miserabile commedia?
-Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente
-ch’io lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora
-mi ha seccata assai.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per tacito accordo rimanemmo un poco in
-silenzio ad ascoltare quel che diceva il cavaliere
-a Diego Corona. Egli non disse nulla per
-un po’, il tempo di penetrare bene in salotto
-fino ai piedi del divano.
-</p>
-
-<p>
-— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor
-Corona.
-</p>
-
-<p>
-E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla;
-poi fu ancora il babbo di Tizia a interrogare,
-e la sua parola fu meno brusca di prima, forse
-per lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da
-me?
-</p>
-
-<p>
-Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro
-passando per la porta socchiusa, arrivò
-alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia.
-</p>
-
-<p>
-Essa mormorò dispettosa: «Commediante!»
-senza batter ciglio, guardando la parete di
-fondo.
-</p>
-
-<p>
-Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e
-il suo mormorio lungo non fu mai interrotto
-da Diego Corona, ma disgraziatamente non
-arrivò fino a noi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò
-che cosa potesse fare per contentare
-quell’ombra di genero ormai svanita per
-sempre.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un lungo silenzio la voce di Diego
-Corona empì la casa, come mi parve, dichiarando
-che quanto a lui non avrebbe visto nulla
-di male che <i>la cosa</i> si accomodasse, ma
-aveva un forte sospetto che la sua figliuola non
-volesse più.
-</p>
-
-<p>
-— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè
-ad essa dirò tutto tutto... se vorrà....
-</p>
-
-<p>
-Guardai il viso impassibile dell’amica mia;
-essa guardava sempre la parete e non battè
-ciglio.
-</p>
-
-<p>
-— Vuole che io le vada a dire?...
-</p>
-
-<p>
-Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego
-Corona si affacciò nel vano dell’uscio; stette
-un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava
-positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato
-sulla parete, egli chiuse l’uscio alle
-sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino
-alla figliuola. Le prese la testina pallida con
-le due mani e le lisciò lungamente la fronte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi? interrogò.
-</p>
-
-<p>
-Tizia fece di no.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuol confessare a me, se non
-poteva confessarla a mio padre? E che vuol confessare
-a me, se prima ha bisogno ch’io stessa
-<i>voglia sapere</i>? Vagli a dire ch’io non voglio
-sapere nulla.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona lisciò ancora il visino pallido,
-e non sapendo che decidere, prese una mia
-mano, poi si decise; ma innanzi di spingere
-l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora.
-</p>
-
-<p>
-La risposta nel gran silenzio fu la medesima;
-allora Diego Corona scomparve.
-</p>
-
-<p>
-Sentii che diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se
-lei ha da confessare qualche cosa che, detta a
-me, possa modificare....
-</p>
-
-<p>
-Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire
-la necessità orrenda, o forse necessità orrende
-non ve ne erano; il certo è che non fiatò.
-</p>
-
-<p>
-— No, no, no, disse forte, per fare arrivare
-la voce fino a noi, è un segreto che non mi
-appartiene. Sappia la signorina ch’io sono
-molto infelice.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-</p>
-
-<p>
-Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato
-rumore di passi nel corridoio, e il cavaliere
-Codicini lasciò la casa.
-</p>
-
-<p>
-Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato
-mai più.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò
-dalla parete per fissarsi nel mio.
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta la sentii ripetere:
-</p>
-
-<p>
-— Commediante!
-</p>
-
-<p>
-Poi rise nuovamente e mi abbracciò.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo
-aver accompagnato fino sull’uscio il genero
-perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto
-farsi una gran forza per non piangere prima
-di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Egli ha pianto? domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Almeno ne ha avuto una gran voglia...
-ne sono sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Tizia crollò le spalle, sembrando dire che
-se gli fosse piaciuto di piangere, lo avrebbe
-fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere
-e ridere.
-</p>
-
-<p>
-Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bimba, che hai? domandò il padre.
-</p>
-
-<p>
-— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo
-di cose cattive: dispetto, collera, odio.... Mi fa
-tanto bene.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<h2>VIII.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Non era vero che il rimescolìo di tutte
-quelle cose cattive facesse del bene alla
-mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e
-la mattina, sentendosi tanto stroncata da non
-si reggere stando a sedere sul letticciolo, mi
-mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la
-sua amica migliore, non mandò a chiamare il
-dottor Demetrio. Ma il medico venne lo stesso
-chiamato da Diego Corona, che, nell’andare
-all’uffizio, non aveva fatto fatica a scendere due
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-scale, perchè il dottore, uscendo di casa, avesse
-la bontà di venire a vedere che diavol mai
-fosse entrato in corpo a sua figlia nella notte,
-perchè essa non aveva chiuso occhio, cianciando
-molto senza dire una frase di costrutto.
-</p>
-
-<p>
-Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio
-entrò in camera di Tizia, preceduto dalla fantesca;
-la sua ammalata era calma al paragone
-della nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza
-e di non poter dormire; mi stringeva
-una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le
-lisciavo la fronte, il nasino affilato, chiudevo
-le sue palpebre leggermente, le scoprivo un
-orecchio costringendo un riccio dei magnifici
-capelli a starsene a suo posto, e senza dir mai
-altro che così:
-</p>
-
-<p>
-— Tizia cara, cara Tizia!
-</p>
-
-<p>
-A questa domanda discreta, perchè queste
-due parole erano una domanda discreta, anzi
-un mucchio di domande discrete, la mia buona
-amica non aveva risposto ancora.
-</p>
-
-<p>
-Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio,
-il quale, toccandole il polso e la fronte, facendosi
-mostrare la lingua, minacciava di ascoltarla
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-Tizia confessò che prima d’andare a letto
-non aveva avuto punto sonno. Si era messa
-alla finestra e quella sera di maggio tirava un
-vento perfido che forse le aveva raffreddato il
-sangue; ecco doveva esser così; ma ora stava
-meglio e sicuramente le medicine erano inutili;
-essa prima di sera sarebbe guarita.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Demetrio non essendo del suo parere,
-volle ascoltare il petto e la schiena; ciò
-fatto, scrisse una medicina e non raccomandò
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Mi posso alzare? domandò Tizia.
-</p>
-
-<p>
-Il medico sorrise melanconicamente.
-</p>
-
-<p>
-— Provi se può.
-</p>
-
-<p>
-Tizia non provò nemmeno, perchè troppa era
-stata la fatica di tirarsi a sedere sul letto per
-essere ascoltata.
-</p>
-
-<p>
-— Se avrà voglia di mangiare una minestrina,
-non le farà male.
-</p>
-
-<p>
-L’ammalata non chiedendo che minestrina,
-lo domandai io. — Riso? zuppa?
-</p>
-
-<p>
-— Quello che vuole, ma forse oggi non mangerà
-nulla; badi a pigliare la medicina; tornerò
-stasera.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-</p>
-
-<p>
-La medicina del dottor Demetrio era una
-pozione calmante, in cui entrava il papavero,
-e Tizia, un po’ per virtù della pianta, un po’
-per la mala nottata della vigilia, tutto quel
-giorno non fece che sonnecchiare.
-</p>
-
-<p>
-La calma, fatta padrona del suo bel corpicciuolo
-di faterella, un po’ ci consolava e ci impauriva
-anche un poco.
-</p>
-
-<p>
-Il medico, venuto la sera, disse chiaro che
-questa seconda visita non gli serviva se non
-a riconoscere quali passi faceva il male per
-giudicare quanta strada avesse deciso di percorrere.
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente non vi era ancora nulla di
-troppo grave; avrebbe potuto essere una pneumonite,
-o una pleurisia acuta, o una febbre
-d’infezione, ed invece si era accontentato di
-essere <i>forse</i> una pleurisia falsa, che <i>forse</i>, con
-pochi giorni di letto, ci leverebbe l’incomodo.
-</p>
-
-<p>
-— Forse; però....
-</p>
-
-<p>
-— Però?
-</p>
-
-<p>
-— Però, in questo stadio della malattia, il
-medico non è mai abbastanza prudente; può
-sempre sbagliare e se anche egli non ha sbagliato,
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-il male può aggravarsi in seguito ad una
-complicazione... Ma... Ma?...
-</p>
-
-<p>
-Ma avendo egli ascoltato Tizia, poteva quasi
-assicurare che tutti gli organi funzionavan
-bene.
-</p>
-
-<p>
-Insomma la pleurisia falsa di Tizia non mi
-inquietò troppo.
-</p>
-
-<p>
-Quel poveraccio di Diego Corona era la sola
-vittima.
-</p>
-
-<p>
-Avesse egli potuto piantare l’ufficio delle
-Mediterranee finchè durava il male della figliuola,
-non si sarebbe lamentato di nulla;
-pareva a lui che potendo essere sempre accanto
-al letto della sua bimba avrebbe fatto
-una paura da non si dire al malannaccio per
-costringerlo a darsi vinto.
-</p>
-
-<p>
-Ma così, ahi, ma così!
-</p>
-
-<p>
-Ve lo potete immaginare voi altri che profitto
-dava lui alla Mediterranea aprendo il
-cassetto della scrivania e buttando un’occhiata
-disattenta alle carte d’ufficio? Almeno nei
-giorni di buon umore qualche cosa di pratico
-faceva; una lavata di capo a un subalterno,
-un giorno sì, un giorno no, la sapeva dare;
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-ed era sempre un toccasana; ma oggi che autorità
-poteva avere sentendosi così tutto stroncato
-nella sua figliuola?
-</p>
-
-<p>
-Ma, dopo alcuni giorni patiti, senza mormorare
-troppo contro il Signore, il quale poteva
-vendicarsi, Tizia mia annunziò a tutti quanti
-che si sarebbe levata a ogni costo.
-</p>
-
-<p>
-— Ti senti proprio bene? domandammo.
-</p>
-
-<p>
-— Benone.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti farà poi male alzarti? aggiunse
-Diego Corona; il medico che cosa ha detto?
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Demetrio da due giorni non vedeva
-nulla di male che Tizia si levasse qualche ora;
-essa invece, presa da un prepotente bisogno
-di fantasticare, stando a letto (e, m’immagino
-io, d’essere desta fingendo di dormire), si era
-sempre sentita debole tanto da rimanere sotto
-le coltri. Quel giorno ci annunciò che dopo il
-mezzodì, certo per l’ora del desinare, sarebbe
-apparsa alla mensa del babbo, il quale da una
-settimana faceva pietà alle belve, non che alla
-fantesca, quando si metteva a tavola come un
-orso spaiato.
-</p>
-
-<p>
-E, in questo tempo trascorso, che n’era stato
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-del cavalier Codicini? Il primo giorno dopo lo
-scacco solenne mi era aspettata non so che. Il
-cavaliere era ammalato, il cavaliere era moribondo,
-il cavaliere era morto, già chiuso al
-manicomio, almeno almeno impazzito a casa.
-Invece quell’istesso giorno del risanamento di
-Tizia, quando io, per la necessaria reazione
-del farneticamento umano, era quasi arrivata
-a credere che quel commediante avesse proprio
-fatto la commedia, e già si fosse rassegnato
-al suo destino, e già in agguato per
-un’altra sottana, il povero cavaliere Codicini
-venne a trovarci nell’ora del babbo, e ci domandò
-con le lagrime agli occhi che malattia
-avesse la sua sposa perduta.
-</p>
-
-<p>
-Ma dunque sapeva?
-</p>
-
-<p>
-Eh! altro! quando si ama davvero, si sa
-tutto; sapeva della malattia, dei rimedi somministrati
-dal medico, e solo gli rimaneva il
-dubbio sulle cause del malanno.
-</p>
-
-<p>
-Era stato veramente un colpo d’aria buscato
-per essersi messa alla finestra in quella notte
-di plenilunio (sapeva anche che in quella
-notte era il plenilunio), oppure la ragione era
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-un’altra, un turbamento nervoso... ovvero...
-Ovvero? Non volle spiegare meglio il suo concetto.
-Ma come aveva saputo? Dal dottore.
-Possibile mai! Certissimo.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Demetrio lo stesso giorno della
-prima visita a Tizia era stato chiamato in
-casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato
-in buon punto di una cefalea indemoniata.
-Guarito della cefalea per virtù di non
-so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra
-medicina, e il dottor Demetrio, il quale non
-è uomo da negare la virtù dei calmanti, aveva
-offerto il necessario. Così il cavaliere era guarito
-prima di Tizia.
-</p>
-
-<p>
-Io per accelerare la sua guarigione, a costo
-di dire una bugia lusingandolo troppo, mi
-arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella
-doppia malattia dimostrava una crisi di un
-identico male.
-</p>
-
-<p>
-— Dio lo voglia! mormorò lui.
-</p>
-
-<p>
-— Dio lo vorrà, assicurai.
-</p>
-
-<p>
-Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo.
-</p>
-
-<p>
-E quel giorno medesimo, trovatami con lei
-dopo il desinare, appena Diego Corona se ne
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo
-ancora per placarmi, ma senza punto
-voglia di celiare, che aveva proprio deciso di
-entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno.
-</p>
-
-<p>
-Era sempre stata una sua vecchia idea, che
-per essere messa in atto non altro aspettava
-che il buon momento. E le pareva giunto!
-</p>
-
-<p>
-— Ah! sì! ti pare proprio giunto?
-</p>
-
-<p>
-A lei pareva. Comprendendo di dare una
-grande afflizione al babbo, il quale non aveva
-altri che lei, aveva sempre differito, ma ora
-era quasi sicura che se essa si facesse educanda
-e poi monaca, Diego Corona si consolerebbe,
-sposandosi un’altra volta. Essa non
-vedeva niente di male in questo; se le fosse
-stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie
-mani alla seconda felicità del babbo.
-</p>
-
-<p>
-— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a
-morirne! dissi.
-</p>
-
-<p>
-Non dubitava che il babbo le volesse bene;
-era sicura che dovesse soffrire della determinazione
-di sua figlia; era certa, certissima,
-che la sua sofferenza non andrebbe fino alla
-morte, ma si fermerebbe al matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-</p>
-
-<p>
-Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io
-che ero quasi incline ad acconsentire nell’idea
-che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero
-in ogni caso state un toccasana, forse io
-pure sbagliavo.
-</p>
-
-<p>
-Quando il padre già addolorato venne in
-cognizione della pensata di sua figlia, del suo
-sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque
-anni passati nell’Alta Italia prima e
-poi nella Mediterranea; mancò all’ufficio. Vederlo
-andare su e giù per le stanze, fermarsi
-ogni tanto a contemplare attentamente una
-zanzara attaccata a un vetro, era una pena;
-sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi
-repressi che, tutto mancandogli a un
-tempo, per lui non rimaneva altro se non andare
-all’altro mondo, era uno strazio.
-</p>
-
-<p>
-Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel
-sorriso faceva male al cuore.
-</p>
-
-<p>
-Gli diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava
-pur che te lo dicessi, lo sai, non è la
-prima volta che penso a questa... cosa; ora te
-l’ho detta e mi basta; non stare a credere ch’io
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-voglia andarmene subito per lasciarti solo; ma
-col tempo, quando tu pure abbia visto che è
-il partito più conveniente per me, che non ho
-la dote...
-</p>
-
-<p>
-— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente
-mormorando: — La dote! la
-dote!
-</p>
-
-<p>
-— E che colpa hai tu, se non me la puoi
-dare? sei stato un padre amoroso, mi hai tirato
-su amandomi tanto, mi hai educata con
-le tue carezze, quante cose buone non mi hai
-insegnato tu, babbo mio, con le carezze soltanto?
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona avendo resistito sempre a
-queste parole che lusingavano il suo cuore di
-padre amoroso, s’intenerì troppo e per non
-piangere alla nostra presenza, scappò nella
-stanza vicina.
-</p>
-
-<p>
-E subito Tizia cessò il sorriso buono per
-ascoltare.
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona non si fermò nella vicina
-stanza, tirò dritto fino alla sua camera.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognava pure che glielo dicessi, mi
-pare; assicurò melanconicamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se ti pare, sarà... ma non tutte le cose
-che si dicono si fanno, e questa non la farai...
-proprio.
-</p>
-
-<p>
-Tizia mi guardò senza rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Ti dico io che non la farai.
-</p>
-
-<p>
-Allora Tizia mi prese una mano con le sue.
-</p>
-
-<p>
-— Una volta avevo pensato che tu potessi
-essere la mia compagna nel convento delle
-Marcelline; saremmo state tanto bene insieme;
-era un sogno troppo bello; ma comprendo che
-tu non saresti felice; tu pensi ancora a trovare
-marito.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che vi penso, confessai, non siamo
-noi giovani tanto... e belle un poco? E perchè
-non dovrei pensare a diventare la compagna
-di un uomo piacente e la mamma dei miei
-figli? Quando mi sarà venuto il primo sospetto
-di rimanere zitellona, saprò io come fare per
-evitare la catastrofe...
-</p>
-
-<p>
-Almeno avevo richiamato il sorriso sulle
-labbra pallide di Tizia.
-</p>
-
-<p>
-— Non ne parliamo più, disse.
-</p>
-
-<p>
-Essa non parlò più; mi prese per mano e
-mi condusse fino all’uscio della camera del
-suo babbo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, chiamò.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno rispondeva.
-</p>
-
-<p>
-— Babbo... siamo qua, ci vuoi, ci lasci entrare?
-</p>
-
-<p>
-Diego Corona si affacciò all’uscio, interrogò
-i nostri volti e si lasciò baciare da sua figlia.
-</p>
-
-<p>
-— La pace è fatta? vuoi?
-</p>
-
-<p>
-Sì, Diego Corona voleva, ma non si parlasse
-mai più di conventi.
-</p>
-
-<p>
-— Non se ne parlerà... sei contento?
-</p>
-
-<p>
-Il babbo non era contento ancora; metteva
-gli occhi in volto a sua figlia, guardando il
-fondo del suo pensiero.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuoi ancora?
-</p>
-
-<p>
-— Mai più, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-Tizia lisciò la barba di suo padre.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<h2>IX.</h2>
-</div>
-
-<p>
-A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia
-col saio nero e la cuffia nera
-delle Marcelline era insopportabile; non potendo
-correre alla finestra per chiedere aiuto
-ai passanti, si era recato subito dal dottor Demetrio,
-per farsene un alleato. Confidava molto
-anche su me, e da parte mia poteva tenersi
-sicuro che non avrei incoraggiato una pazzia
-simile. Ricorse per consiglio anche al babbo,
-il quale non gli seppe dire gran cosa per confortarlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma il primo passo di Diego Corona, la visita
-al medico curante, produsse un effetto
-impensato, perchè dal dottor Demetrio quello
-stesso giorno la faccenda delle Marcelline venne
-all’orecchio del cavaliere Codicini, il quale per
-conseguenza immediata se ne venne subito
-da me.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta non venne solo. Venne con lui
-un vecchio. Mio padre era appena andato all’ufficio,
-da far credere ch’essi fossero stati in
-agguato sulla cantonata.
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere mi presentò il suo compagno.
-</p>
-
-<p>
-— Il commendatore Ramelli Codicini, mio
-padre....
-</p>
-
-<p>
-Tutto in quella visita mi sembrava singolare;
-il pallore dei due visitatori, la voce più rauca
-e più bassa del cavaliere; il contegno grave
-e deliberato del commendatore. Io stava zitta
-fantasticando, il vecchio non parlava punto, il
-Codicini soltanto ansimava nel dire la causa
-della sua visita.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi
-bene la causa dell’ansia.
-</p>
-
-<p>
-Mi era parso d’intendere che il commendatore
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-Ramelli fosso stato in croce perchè il figliuolo
-soffriva troppo di non poter sposare la
-sua Tizia, e avesse deciso di tentare egli stesso
-una prova suprema, ma perchè la cosa potesse
-riuscire meglio, gli era venuto in mente di farsi
-accompagnare da me. Ero io disposta a fare
-una carità cristiana?
-</p>
-
-<p>
-Quando Annibale Codicini ebbe tentato inutilmente
-di spiegare bene questa cosa semplicissima,
-che in bocca sua diventava di una
-complicazione enorme, il babbo commendatore
-aggiunse melanconicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ci vuole aiutare, signorina? Dico meglio:
-<i>Mi</i> vuole aiutare? perchè mio figlio è troppo
-scoraggiato, e non avrà il coraggio di salire
-le scale della sua antica fidanzata. Rimarrà in
-istrada a fare l’amore come fanno in Spagna,
-guardando la finestra.
-</p>
-
-<p>
-Volle sorridere per togliersi dalla faccia pallida
-quel velo nero di melanconia, che gli dava
-un aspetto di funerale. Non vi riuscì, e il figlio
-soffocando un gemito e protendendo le mani
-supplicò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, dammi retta, non andare da lei,
-non tentare più nulla, è inutile.
-</p>
-
-<p>
-La faccia funerea ebbe un lampo di luce e
-si animò come per ribadire un proposito. Ma
-egli tacque.
-</p>
-
-<p>
-Io lessi negli occhi suoi tutto quel che
-aveva saputo tacere; il breve silenzio fu rotto
-ancora dalle parole di prima, dette a me con
-la stessa tetraggine.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vuole aiutare, signorina?
-</p>
-
-<p>
-— Quando? domandai abbassando la voce
-istintivamente, per far intendere ch’ero pronta
-ad accettare la complicità.
-</p>
-
-<p>
-— Subito, rispose il vecchio.
-</p>
-
-<p>
-Mi rizzai, senza dir parola; si rizzarono tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, babbo mio, scongiurava il cavaliere
-Codicini, diventato come fanciullo al
-cospetto di suo padre.
-</p>
-
-<p>
-— Scusino un momentino, rimangano a sedere,
-torno subito, mi metto il cappellino appena.
-</p>
-
-<p>
-Mi erano entrate in capo parecchie idee singolari,
-una delle quali sicuramente era la vera;
-ma io non era andata in cerca di nessuna, e
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-nessuna aveva incoraggiato a rimanere; così
-rimanevano tutte a punzecchiarmi leggermente.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono curiosa, dissi a me stessa nel
-mettermi il cappello davanti allo specchio; quel
-che sarà sarà; io non voglio sapere, ma forse
-saprò tutto senza volere.
-</p>
-
-<p>
-Tornando in salotto trovai il giovane innamorato
-con la testa china e il commendatore
-invece, a capo eretto, con lo sguardo fisso sull’uscio
-da cui doveva entrare.
-</p>
-
-<p>
-— Vogliamo andare?
-</p>
-
-<p>
-Ci avviammo in silenzio. Nell’anticamera,
-padre e figlio si misero ai lati dell’uscio per lasciarmi
-passare prima, e ancorchè io consigliassi
-a entrambi di mettere il cappello perchè
-tirava vento e il commendatore era calvo come
-una zucca, entrambi vollero rimanere a testa
-scoperta finchè la porta non si fu chiusa alle
-nostre spalle.
-</p>
-
-<p>
-Per via mi presero in mezzo, il vecchio alla
-mia sinistra, alla destra il giovane, e quando
-il marciapiedi non permetteva di stare in tre,
-uno si scostava subito per lasciarmi il passo
-libero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-</p>
-
-<p>
-E tutte queste attenzioni erano fatte con
-faccia da funerale, senza mai dir parola.
-</p>
-
-<p>
-Fin dall’imboccatura della strada di Tizia,
-io avevo visto gli occhi melanconici del cavaliere
-fissarsi con desiderio e timore sui due
-balconcini noti dove forse la sua fidanzata si
-era affacciata per accompagnarlo collo sguardo
-e non lasciarlo solo quanto era lunga la strada.
-Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi
-sa?... Intanto avevamo la fortuna che i balconi
-erano deserti e le vetrate chiuse.
-</p>
-
-<p>
-Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci
-di non allontanarsi troppo per poterci
-trovare subito all’uscita.
-</p>
-
-<p>
-Gli stringo la mano per dirgli alla muta che
-faremo il più presto possibile e non lo lasceremo
-vagare come un’anima in pena.
-</p>
-
-<p>
-Saliamo le scale sempre in silenzio: solo
-sul pianerottolo, prima di sonare, mi fermo a
-guardare il vecchio commendatore; è sempre
-pallido come un morto, su tutta la sua persona
-è sceso il velo nero del dolore, ma gli occhi
-brillano ancora.
-</p>
-
-<p>
-Suono.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oh! Dio! che scena si prepara?
-</p>
-
-<p>
-— Tizia è in casa?
-</p>
-
-<p>
-Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in
-salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Le dirai che sono qua.
-</p>
-
-<p>
-Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa
-deve entrare, per abbracciarmela stretta appena
-la vedo; il commendatore, forse senza
-nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte,
-si è quasi addossato alla parete.
-</p>
-
-<p>
-E Tizia entra.
-</p>
-
-<p>
-Il suo sorriso mi dice subito: che significa?
-</p>
-
-<p>
-E mentre io le bacio le due guance, essa
-che non ha visto ancora chi mi accompagna,
-mi domanda:
-</p>
-
-<p>
-— Che significa andartene in salotto, senza
-venirmi a cercare in camera?
-</p>
-
-<p>
-Ma la frase rimane tronca, il sorriso si cancella,
-ha visto il vecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Ti presento il commendatore Ramelli,
-dico a Tizia, premendole forte il braccio per
-darle forza. Egli ha bisogno di parlarti....
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio s’inchina, senza lasciare la sua
-positura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tizia è molto agitata, sento il suo braccio
-tremare forte nella mia mano, poi calmarsi a
-un tratto.
-</p>
-
-<p>
-— Lo conosco benissimo, risponde con un
-filo di voce. Commendatore, si accomodi, tu
-non te ne andare.
-</p>
-
-<p>
-— Andrò di là un momentino; non ti dispiace?
-</p>
-
-<p>
-— Mi spiace, risponde Tizia, rimani qui accanto
-a me... quello che deve dirmi il commendatore,
-o un altro qualsiasi, tu pure lo
-puoi ascoltare; lo sai bene che con te non ho
-segreti.
-</p>
-
-<p>
-Sapevo il contrario. Non mi aveva forse taciuto
-sempre la fuga del suo fidanzato?
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non voglio ascoltare le cose che
-non mi riguardano, non sono curiosa.
-</p>
-
-<p>
-— E nemmeno ciarliera, assicura Tizia a
-bassa voce.
-</p>
-
-<p>
-Intanto le parti sono mutate, ora è lei che
-afferra forte il mio braccio perchè non me ne
-vada.
-</p>
-
-<p>
-Io non so come fare; non guardo nemmeno
-il vecchio per non crescere la pena che deve
-sentire.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Siedi qui accanto a me, s’ostina a dire
-Tizia.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina, contenti l’amica sua, la prego
-anch’io, rimanga.
-</p>
-
-<p>
-La voce di quell’uomo stancato dagli anni,
-dai dispiaceri forse, è tranquilla, ma così tenue
-e così rassegnata da fare pietà.
-</p>
-
-<p>
-Guardo Tizia, parendomi che ora almeno si
-dovrà intenerire e permettermi di lasciarla; ma
-essa ha gli occhi fissi in una cosa lontana lontana,
-e non bella di sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Il commendatore si asciuga la testa nuda e
-comincia fiocamente:
-</p>
-
-<p>
-— Una volta, e me lo ricordo come se fosse
-ieri, in questa stanza medesima, in questo seggiolone,
-standomi lei accanto, bella come ora,
-ma più serena in viso, io lieto come non ero
-mai stato, facevo per mio figlio la domanda
-della sua mano al babbo suo, il quale sedeva
-qui accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato
-ed era tutta rossa in volto; me ne
-ricordo....
-</p>
-
-<p>
-Tace un momentino. Tizia nulla risponde,
-il vecchio prosegue:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p>
-— In quel tempo felice tutto andava bene
-per noi. Io ero venuto apposta da Bologna,
-dove amministravo la casa Meralis, dove avevo
-molte azioni alla Banca di cui ero consigliere
-e quasi direttore. Contentare mio figlio
-mi sembrava la cosa più bella e più santa,
-non avevo voluto informarmi della dote nè
-d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato, vedevo
-lei tanto bella e tanto... cara, scusi se
-parlo così... mi pareva che la felicità nostra
-fosse sicura.... E, quando il signor Diego Corona
-volle informarmi ch’egli non poteva dare
-nessuna dote alla propria figliuola, io mi rizzai
-per impedire che dicesse di più, comprendendo
-la sua pena. Mi ricordo che dissi così:
-</p>
-
-<p>
-«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto,
-e io sono come mio figlio.»
-</p>
-
-<p>
-Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda
-sempre quella cosa lontana e poco bella che
-io non posso vedere.
-</p>
-
-<p>
-— Le presento le cose come erano allora, a
-costo di farle pena, perchè possa essere sicura
-che mio figlio e io non vedevamo nulla
-di più bello di questo matrimonio, che eravamo
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-contenti quanto si può essere. Annibale aveva
-viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva
-di entrare col mio patrocinio in una
-casa di commercio o in una Banca; aveva anche
-un piccolo capitale toccatogli dalla povera
-madre sua, centomila lire, poco più: poteva
-benissimo accasarsi con la fanciulla che meglio
-gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse
-un po’ di denaro alla felicità comune.
-E io che per il mio ufficio maneggiava molto
-denaro degli altri, non pensai nemmeno un
-momento a far dipendere la felicità di mio figlio
-dalla dote di sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-Segue un breve silenzio, durante il quale
-il commendatore non aiutato da una parola
-buona unisce un momento le mani scarne come
-per pregare qualcuno, poi comincia a stringersele,
-a storcerle nervosamente, mentre prosegue:
-</p>
-
-<p>
-— Tutta quella felicità sognata svanì pochi
-mesi dopo... e la colpa fu mia soltanto.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca
-dalla cosa lontana per fissarsi su quel vecchio
-patito con un po’ di misericordia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, continua egli, come parlando dal suo
-sepolcro; mia soltanto. La prudenza che mi
-aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta
-sola nella mia vecchiaia; erano tristi momenti
-per le finanze italiane, il gran giuoco era il
-ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il
-rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto
-giocai ancora e in meno di due mesi fui
-rovinato.
-</p>
-
-<p>
-«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore,
-quando mio figlio accorse a Bologna...
-vide il mio stato... e, per salvare suo padre,
-rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al
-matrimonio.»
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo a me sembra chiaro, e forse
-a Tizia pure, ma essa non trova subito la
-forza di parlare, e allora il vecchio curva più
-ancora il capo pallido. Non vedo quasi di lui
-altro che la calvizie intatta, e di profilo tutto il
-naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella
-positura di prima.
-</p>
-
-<p>
-— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle....
-</p>
-
-<p>
-— No, no....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un
-gran bene.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a
-tutto il suo patrimonio per salvarmi.... perchè
-io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare
-il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato
-solo del mio denaro, avrei rinunziato alla
-mia posizione per campare accanto ai miei figli....
-ma vi era anche una cambiale....
-</p>
-
-<p>
-Ora il commendatore si copre la faccia con
-le mani e balbetta: con la firma di Annibale
-Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla....
-</p>
-
-<p>
-— No, no.... basta signore.... basta.
-</p>
-
-<p>
-— Basta.... dico anch’io.
-</p>
-
-<p>
-E Tizia si affretta a restituire il titolo che
-forse ha soppresso credendo di far bene.
-</p>
-
-<p>
-— Non dica altro, commendatore, per carità.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa,
-si asciuga con la pezzuola e con voce
-libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava,
-dice:
-</p>
-
-<p>
-— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto
-tutto. Annibale, ridotto in miseria come suo
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-padre, non poteva più sposare la sua fidanzata;
-avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe
-stato leale e bello; ma egli non volle che nessuno
-al mondo potesse penetrare la mia colpa.
-Lasciò Milano per un poco, e se ne venne a
-stare col babbo colpevole di avergli tolto tutta
-la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse
-sopraffatto dal rimorso, lo amò molto,
-molto.... che ne aveva tanto bisogno. Ora dica,
-signorina.... se un uomo simile al mio Annibale
-non merita d’essere riamato....
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Dio! strillo io in questo punto.
-</p>
-
-<p>
-— Che è stato?
-</p>
-
-<p>
-— Che è stato?
-</p>
-
-<p>
-— È stato nientemeno che un ragno, ma
-così grosso, Dio buono, ma così grosso da far
-morire di paura. Mi spiace d’essere importuna
-di guastare una cosa avviata magnificamente,
-ma che colpa ho io se sono così?
-</p>
-
-<p>
-— Dov’è? Dov’è?
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego
-fermandosi ogni tanto, e ha le zampe così lunghe
-che sembra camminare sui trampoli... Oh!
-Dio! Ecco che si avanza ancora!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io mi sono tirata in disparte, sollevando la
-veste, perchè quella bestiaccia mi sembra capacissima
-di volersi arrampicare sopra il mio
-corpo, e ogni tanto, si pensi quel che si vuole,
-io strillo.
-</p>
-
-<p>
-Tizia invece ride.
-</p>
-
-<p>
-E il commendatore dice umilmente:
-</p>
-
-<p>
-— Segno di fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— Chiamo la fantesca con la scopa? dico io.
-</p>
-
-<p>
-— No, ecco, si dirige alla finestra. Forse è
-entrato dalla fessura, perchè le vetrate sono
-socchiuse, lasciamo che se ne vada per dove è
-venuto.
-</p>
-
-<p>
-E con un coraggio da eroina, Tizia, badando
-solo a non calpestare il suo ospite, gli apre
-tutta la finestra.
-</p>
-
-<p>
-Infatti il ragno se ne va di lì maestosamente
-accompagnato da Tizia, la quale, giunta
-al balconcino, si arresta un poco, guarda il
-commendatore, il quale guarda me, poi Tizia
-rientra sorridendo senza dir parola mi abbraccia
-e non mi lascia più, finchè il campanello
-ci annunzia una visita.
-</p>
-
-<p>
-Tizia ci dice semplicemente: «<i>Esso</i> aveva
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-la sua tela sotto il balcone ed è rientrato in
-casa. <i>Egli</i> era da basso: ci siamo visti, gli ho
-fatto cenno di salire.»
-</p>
-
-<p>
-<i>Esso</i>, cioè il ragno; <i>egli</i>, cioè il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Il commendatore scoppia in un pianto di tenerezza,
-ma si asciuga il volto con la pezzuola
-e si fa forte perchè ora non gli pare il caso
-che ci occupiamo di lui.
-</p>
-
-<p>
-E quando il cavaliere entra in salotto preceduto
-dalla fantesca, dopo un minuto di silenzio
-il commendatore scatta nervosamente a
-dire:
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare che tutto sia accomodato, non
-è vero, signorina?
-</p>
-
-<p>
-Tizia guarda il futuro suocero con occhio
-pietoso e si stacca da me per porgergli la
-mano.
-</p>
-
-<p>
-Sento mormorare: — grazie, grazie!
-</p>
-
-<p>
-— E io? domanda il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-E lui? Vi potete immaginare ch’io non poteva
-rimanere un minuto di più, perchè ero
-aspettata a casa; me ne vado accompagnata
-dal commendatore, e <i>di lui</i> per quel giorno
-non so altro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma lungo la via il vecchio, uscito un momento
-dalla tetraggine, vi rientra tutto quanto.
-Ha ridata la felicità a suo figlio, ma ora
-desidera di morire perchè si crede disonorato
-un’altra volta.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina, mi dice, che penserà ora di
-me?
-</p>
-
-<p>
-— Penso che lei ha avuto molte disgrazie,
-che fortunatamente tutto si è accomodato; non
-penso altro.
-</p>
-
-<p>
-Egli crollò il capo, e senza più fiatare mi
-accompagnò in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-E lungo la via io guardo a tutte le vetrine
-per non vedere le sue lagrime. Prima di arrivare
-al portone, egli si soffia il naso un’ultima
-volta e si leva il cappello per salutarmi.
-Gli porgo la mano, egli la tocca appena appena
-e a me pure dice <i>grazie</i> con la voce fioca
-di prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La mattina successiva la mia buona Tizia
-era tornata quella di una volta, e prima delle
-dieci, appena Diego Corona se ne fu andato
-all’uffizio, mi venne a confessare che il suo
-Annibale era innamorato come nei bei tempi,
-e non farebbe la seconda volta il tiro di piantarla
-col corredo di nozze senza aver detto sì
-in municipio.
-</p>
-
-<p>
-E quando Annibale avesse detto sì al sindaco
-o all’assessore, era essa ben sicura di
-non sentirsi il prurito di dire <i>no</i> per vendicarsi?
-</p>
-
-<p>
-Prima non comprese; poi fu lungamente una
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-doppia risata. All’ultimo la mia buona Tizia
-confessò che quest’idea aveva del buono, ma,
-non essendole venuta prima, non ne avrebbe
-approfittato.
-</p>
-
-<p>
-Dunque rinunziava a tutte le Marcelline?
-Rinunziava.
-</p>
-
-<p>
-— Sai, le dissi, il babbo mio m’incarica di
-presentarti le sue condoglianze sincere perchè
-se tu puoi dire all’incirca quanto guadagni sposandoti
-al tuo Annibale (stai bene attenta?) non
-sapresti nemmeno immaginare quanto perdi....
-non sposando lui.
-</p>
-
-<p>
-Era verissimo, ma non lo potendo nemmeno
-immaginare, la rassegnazione era più facile.
-</p>
-
-<p>
-— E non diventerai mia matrigna, sospirai.
-</p>
-
-<p>
-— Non diventerò tua matrigna, sospirò.
-</p>
-
-<p>
-Ancora le risate di prima; insomma, eravamo
-proprio contente. Ma ci avessero almeno
-lasciate a goderci la segreta festicciuola di
-ciancie e di buon umore; nossignori; ecco Annibale
-che si permette prima delle undici di
-venire a farmi la visita di ringraziamento per
-la mia complicità generosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per questo solo? Non per questo solo. Forse
-perchè essendo andato a vedere la sua fidanzata
-e non avendola trovata in casa, immaginava
-di essere più fortunato da me.
-</p>
-
-<p>
-Per questo solo? Nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Anche perchè il commendatore nella notte
-era stato preso da una febbre calda con delirio.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! povero vecchio!
-</p>
-
-<p>
-Inutilmente suo figlio aveva cercato di dimostrargli
-che la sua colpa era scusabile e
-non portava seco l’infamia, avendo egli pagato
-fin l’ultimo centesimo. Delirava e non aveva
-inteso nulla.
-</p>
-
-<p>
-— E, cessato il delirio?
-</p>
-
-<p>
-Il delirio essendo cessato, Annibale aveva
-creduto bene lasciarlo dormire senza dimostrargli
-più nulla.
-</p>
-
-<p>
-Ma più tardi bisognerebbe pur dire al vecchio
-padre che in quanto aveva fatto non era
-nulla di molto male.... perchè egli.... nel fare....
-si era servito del denaro di suo figlio, che è
-quasi come dire del proprio; il mondo non si
-era accorto di nullo, le amministrazioni nelle
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-quali aveva mano in pasta, non essendo danneggiate,
-avevano chiuso un occhio; non per
-nulla Ramelli dopo l’affare mal riuscito era
-rimasto ancora nelle sue cariche, e nell’uscirne
-gli avevano dato la pensione; e la commenda
-del Cristo di Portogallo non gli era già venuta
-dal cielo.
-</p>
-
-<p>
-Per dire tutto, il commendatore del Cristo
-in cambio delle centomila lire fatte perdere a
-suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce
-di cavaliere per <i>benemerenza</i>. Un uomo che
-può far questo non è un uomo morto.
-</p>
-
-<p>
-Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe
-andata a risanare il caro ammalato. Se non
-volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno
-lo consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in
-due soltanto, Tizia e io, a conoscere il suo segreto,
-e che non ci sarebbe mai uscito di bocca,
-nemmeno a strapparcelo con le tenaglie.
-E allora pensai che la visita mattutina avesse
-anche l’intento di farmi promettere e giurare
-il silenzio, senza aver l’aria di pretendere
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-con anima viva; ne scrivo ora avendo preso
-le mie precauzioni. Quali? Si possono bene
-immaginare. Intanto il lettore, anche cercando
-bene in questi scarabocchi, non troverà il mio
-nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa
-sola precauzione basterebbe.
-</p>
-
-<p>
-Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia
-e guarì così bene che il giorno delle
-nostre nozze volle dare il braccio a entrambe.
-Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto
-sua figlia, il babbo mio aveva preso me;
-nel ritorno il cavaliere Codicini si era impadronito
-di sua moglie e di me mio marito.
-</p>
-
-<p>
-Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della
-Croce di Malta, dove si doveva consumare il
-doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun
-paio da parti opposte, un paio per battello
-verso Chiavenna e l’Engadina, l’altro per
-Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò
-le due spose alle due braccia per far la salita.
-E i mariti vennero su anch’essi a braccetto
-ridendo. E i babbi pure.
-</p>
-
-<p>
-Ma, dunque, anch’io sposa?
-</p>
-
-<p>
-Ma sì, anch’io sposa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-E a chi?
-</p>
-
-<p>
-E a chi mai, se non a mio cugino chimico
-e dottore Augusto?
-</p>
-
-<p>
-Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo
-ancora, prima di decidersi al gran passo.
-Molte volte era stato lì lì per avventarsi al
-matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva
-trattenuto; egli attendeva, me lo confessa oggi,
-un avviso straordinario e soprannaturale
-che si ostinava a farsi aspettare.
-</p>
-
-<p>
-I mosconi chiassosi erano entrati, non so
-quante volte dalle sue finestre aperte, molti
-bicchieri colmi di buon vino si erano rovesciati
-sulla tovaglia; perfino un ragno si era
-coraggiosamente cacciato sotto il suo tovagliuolo,
-ma inutilmente.
-</p>
-
-<p>
-Egli aspettava cose più straordinarie, cose
-soprannaturali. Una voce che gli gridasse durante
-il sonno di sposarmi subito, forse sarebbe
-bastata?
-</p>
-
-<p>
-Egli non sa di sicuro.
-</p>
-
-<p>
-E feci bene io a dichiarargli che avevo deciso
-fermamente di farmi Marcellina.
-</p>
-
-<p>
-Allora egli volle a ogni costo farmi sua moglie,
-e io non mi feci troppo pregare,
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fin qui le cose non vanno male per le due
-paia di sposi; il mondo tenebroso rispetta la
-nostra luce come noi rispettiamo il suo buio.
-</p>
-
-<p>
-E il numero tredici?
-</p>
-
-<p>
-— Ah! dissi un giorno al mio dottore chimico,
-dimmi la verità che uno dei numeri tredici
-che mi sono stati restituiti era il tuo?
-</p>
-
-<p>
-Era proprio il suo....
-</p>
-
-<p>
-Ma l’altro, quello che avevo smarrito davvero,
-chi sa che fine ha fatto?
-</p>
-
-<p>
-Rispettiamo il mistero.
-</p>
-
-<p>
-Quando Tizia tornò col cavaliere Codicini
-dal suo viaggio di nozze, io le feci trovare sotto
-il cuscino un numero tredici, tenni l’altro per
-me.
-</p>
-
-<p>
-E oggi sono quasi sicura che porteranno
-fortuna entrambi. Così sia.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>IL NUMERO 13</span> ***</div>
-<div style='text-align:left'>
-
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-Defect you cause.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&#8482;
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&#8482;&#8217;s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg&#8482; collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg&#8482; and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation&#8217;s EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state&#8217;s laws.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation&#8217;s business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation&#8217;s website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; depends upon and cannot survive without widespread
-public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This website includes information about Project Gutenberg&#8482;,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-</div>
-
-</div>
-</div>
-</body>
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