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-The Project Gutenberg eBook of Frammenti letterari e filosofici, by
-Leonardo da Vinci
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Frammenti letterari e filosofici
-
-Author: Leonardo da Vinci
-
-Compiler: Edmondo Solmi
-
-Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E
-FILOSOFICI ***
-
-
- [Illustrazione: LEONARDO DA VINCI]
-
-
- LEONARDO DA VINCI.
-
-
- FRAMMENTI
-
- LETTERARI E FILOSOFICI
-
-
- TRASCELTI
- DAL
- Dr. EDMONDO SOLMI.
-
- FAVOLE — ALLEGORIE
- PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE
- FACEZIE.
-
-
-
- FIRENZE,
- G. BARBÈRA, EDITORE.
- 1908.
-
-
-
-
- FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra
- ALFANI E VENTURI proprietari.
-
- Proprietà letteraria.
-
-
-
-
-PREFAZIONE.
-
-
-I.
-
- O Lionardo, perchè tanto penate?
- _Codice Atlantico_, f. 71 r.
-
-La biografia di Leonardo, nelle sue linee essenziali, è la storia
-del nascere, dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi
-di un amore intellettuale verso la natura, intento a riprodurne le
-forme e a conoscerne le leggi. Questo amore, nato in un’umile casa di
-Anchiano poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo svolgersi
-ad abbracciare la natura nell’infinità dello spazio, del tempo e delle
-forme.
-
-Il primo ricordo, che il Vinci ci serba nei manoscritti, tra i
-frammenti che risguardano la sua fanciullezza, sembra quasi una
-profezia: _Nella prima ricordazione della mia infanzia_, scrive
-egli rievocando una giovanile visione, _e’ mi parea che, essendo io
-in culla, che un nibbio venisse a me, e mi aprisse la bocca colla
-sua coda, e molte volte mi percotesse con tal coda dentro alle
-labbra._ (_C. A._, 161 r.) Una tradizione ellenica narra, che le api
-annunziarono al mondo in Demostene il più dolce e squisito oratore
-politico; il nibbio non sembra qui preannunziare il più alto e
-limpido descrittore della natura? Leonardo stesso è compreso da questo
-superstizioso dubbio: la vita sua deve essere l’adempimento dell’arduo
-compito di palesare agli uomini i segreti naturali. Egli segna, accanto
-alle linee precedenti, questa espressione rivelatrice: _par che sia mio
-destino._
-
-All’aprirsi della sua vita d’artista, attorno al 1472, lo studio
-del Vinci è di risuscitare nella propria fantasia la figura delle
-cose esterne, «andare co’ la imaginativa ripetendo li lineamenti
-superfiziali delle forme» (_Ash. I_, 26 r.); e, come la sua mente, il
-piccolo libro di note, che porta sempre seco, è pieno di profili di
-visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali e di piante, di roccie e
-di monti. (_C. A._, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato alla
-pratica, si cambia a poco a poco in un desiderio, indipendente da
-ogni applicazione concreta, di comprendere il meccanismo dei fenomeni
-naturali, nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte della pittura
-diventa «una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile
-speculazione considera tutte le qualità delle forme» (_Ash. I_, 20
-r.); e il piccolo libro di note, che porta sempre seco, si riempie
-di considerazioni e di principî prospettici e anatomici, zoologici e
-botanici, meccanici e idraulici. (_R._, § 4.)
-
-Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare la natura nelle sue fibre
-più riposte diventa la passione dominante in Leonardo: «E tirato dalla
-mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e
-strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra
-gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi
-alla quale — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa —
-piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio,
-colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso
-piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa,
-questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, e stato
-alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura
-per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro
-fusse alcuna miracolosa cosa.» (_R._, § 1339.) La natura è il grande
-mistero che Leonardo cerca d’investigare.
-
-Ma quanto la sua mente penetra più nella conoscenza delle cose,
-tanto la coscienza superstiziosa e il pregiudizio dei suoi tempi si
-sollevano contro di lui. Da prima sono i timidi amici di Dio, che
-lo rimproverano di trascurare le pratiche esterne e la preghiera,
-per l’amore entusiastico della natura. «Ma tacciano tali riprensori,
-risponde Leonardo, chè questo è il modo di conoscere l’Operatore
-di tante mirabili cose, e questo è ’l vero modo d’amare un tanto
-inventore.» (_Lu._, § 77.) Poscia sono i suoi amici medesimi, che
-rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione dall’arte, che
-portava inesorabilmente Leonardo a smarrirsi nel laberinto senza fine
-della scienza. Il Verini lo celebrava allora massimo tra i migliori;
-
- et forsan superat Leonardus Vincius omnes.
-
-Ma subito aggiungeva:
-
- tollere de tabula dextra sed nescit;
-
-e cercava la causa di questa lentezza nella sua incontentabilità:
-
- et instar
- Protogenis multis unam perficit annis.[1]
-
-«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte
-cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il
-Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la
-tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo,
-con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3]
-
-Intanto il cartone di _Adamo ed Eva nel paradiso terrestre_, la _Testa
-della Medusa_, l’_Adorazione de’ Magi_ rimangono imperfetti «come quasi
-intervenne in tutte le cose sue.»
-
-Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di
-Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la
-causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria
-miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non
-condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea
-grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua
-opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua
-al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa
-fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano;
-donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse
-anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa,
-nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche,
-veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici
-della sua mente.[5]
-
-Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi.
-Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per
-la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà
-alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti
-guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo
-porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo
-dal _Cenacolo_ è ricondotto a quel _Trattato di luce ed ombra_, a
-cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo
-Sforza al _Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della
-fusione in bronzo_; dalle varie opere di architettura militare e
-civile al _Trattato sui pesi e sui moti_ e a quello di _Idraulica_.[6]
-L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del _Cenacolo_,
-è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di
-vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai
-scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi
-discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo
-degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere
-gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La
-natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.»
-(_I_, 18 r.)
-
-Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di
-un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era
-invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la
-scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della
-polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro
-più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava:
-la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi
-non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per
-un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla
-teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa
-tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente
-manifestarsi solo due secoli dopo.
-
-Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea
-dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali;
-il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili.
-Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie
-della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae
-allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella
-d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria
-«perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è
-il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito
-nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me
-occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova,
-la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere
-a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno
-cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno.
-Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et
-lui alle volte in alcuno mette mano. DÀ OPRA FORTE ALLA GEOMETRIA,
-IMPACIENTISSIMO AL PENNELLO.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana
-attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno
-Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella
-età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza
-et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il
-27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia,
-le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et
-tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa
-Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo
-Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare
-habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte
-non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo
-supererà l’altro: TENGHO PER CERTO LEONARDO HABBI A ESSERE VINCITORE.»
-Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo
-intraprendeva allora il dipinto della _Battaglia d’Anghiari_, spinto
-dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini.
-
-Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio
-della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di
-un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà
-in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia
-assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi
-tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico
-della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del
-Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava
-«gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua
-profferta non fu accettata.[7]
-
-Intanto la _Battaglia di Anghiari_, cominciata a disegnare con ogni
-cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso
-modo del cartone d’_Adamo ed Eva_, della _Testa della Medusa_,
-dell’_Adorazione dei Magi_, «come quasi intervenne in tutte le cose
-sue.»
-
-Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai
-Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè
-a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno
-luminosamente. Al 1504 risale il _Codice sul volo degli uccelli_
-(_V. U._, 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle _sezioni
-sferiche_. (_R._, § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già
-prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal
-1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497,
-sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla
-canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî
-dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a
-coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica,
-spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale
-riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto
-sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico,
-tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi
-metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse
-tratteranno.» (_R._, 4.)
-
-Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla
-pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare
-bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta
-in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo
-il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta
-un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo
-a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai
-contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella
-pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si
-chiamava _teologia_; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si
-chiamava _magia_.
-
-Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo
-portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica,
-e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che
-egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso,
-fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo
-carattere.
-
-Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul
-fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza;
-le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare
-per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo
-alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il
-ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e
-la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio
-di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che
-vuole ciò che il suo secolo gli toglie.
-
-Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua
-luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua
-esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della
-sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser
-l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in
-riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere.
-
-Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente.
-
-«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione,
-spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando
-doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle
-riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e
-Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del
-tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare
-molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]»
-
-Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi
-misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo
-definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta
-teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo
-intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli
-anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue
-forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la
-descrizione delle forme naturali.
-
-Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto,
-sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere
-lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera
-che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro
-affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli
-per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto
-più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è
-altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e
-di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta
-di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo.
-Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano
-Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare
-il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva
-possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse
-per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai
-di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si
-sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici
-o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha
-sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la
-sua opera vera sta nel _Trattato del moto locale e delle percussioni e
-pesi e delle forze tutte_, dove precorre, e in qualche punto avanza,
-i _Dialoghi delle nuove scienze_ del Galilei; in quello _Del moto e
-misura delle acque_, dove è contenuto il meglio che poi diedero il
-Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima
-di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un
-luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo,
-dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la
-pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono
-il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel
-tempo suo e per un secolo ancora.
-
-Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della
-sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La _Battaglia di
-Anghiari_ non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei
-principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel _Trattato della
-pittura_; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale,
-dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505,
-doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione
-materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità
-dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera
-teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta;
-ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e
-antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle
-quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi
-dell’arte e della scienza.
-
-Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio
-comune diffuso su Leonardo: «_Ancora che il Vinci molto più operasse
-con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e
-la fama sua non si spegneranno giammai._[14]» No, rispondiamo noi, è
-appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il
-nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno
-distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza;
-il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il _Cenacolo_; la
-critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del
-Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè
-la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione
-della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della
-vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali
-doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro
-medesimo.
-
-Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «_che
-attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia_,[15]»
-l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella
-piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere
-e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che
-la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a
-propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e
-l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo
-naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I
-problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e
-di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16]
-
-Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo
-per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti,
-messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli
-l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del _Codice
-Atlantico_ ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal
-Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra
-nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di
-un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul
-quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà
-campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli
-offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti
-sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a
-Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e
-numerose.
-
-La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli
-avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di
-Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società
-romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo
-terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie
-che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole
-a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce
-in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno,
-recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano
-profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo
-trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore.
-
-Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse
-e divenne più cupo: «_Quest’altro_, dice Leonardo in uno di quei
-frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, _m’ha
-impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale_.» (_C.
-A._, 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli
-contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta
-intenta alla conoscenza del vero.(_R._, § 1358.) Giuliano de’ Medici lo
-liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la
-Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare
-Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale
-è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i
-biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18]
-l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19]
-
-Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516,
-abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben
-presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente
-alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello
-per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di
-Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò,
-inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche,
-prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di
-volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno
-profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca
-l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata
-l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne
-aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta.
-Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di
-rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma
-la morte lo coglie il 2 maggio 1519.
-
-La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer
-Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii,
-ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li
-libri, che il dicto testatore ha de presente.» (_R._, § 1566.)
-
-
-II.
-
-Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese
-all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi
-di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona
-dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un
-pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese
-del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese
-dipinctore», nelle sue _Antiquarie prospetiche Romane_, assomiglia
-Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come
-il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel
-parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione
-giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue _Vite_: «Con
-ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era
-in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì
-terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col
-disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con
-i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo
-ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a
-sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè
-bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva
-al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]»
-
-Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo
-nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando
-il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate
-ad ammirare il _Cenacolo_, ancora incompiuto, in Santa Maria delle
-Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico
-il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate
-parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai
-gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di
-Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano
-stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello
-raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè
-un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di
-Leonardo.[25]
-
-Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci
-godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore:
-«Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente
-s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il
-memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle
-grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto
-ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (_G_, 49 r.) Che che ne sia,
-è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche
-sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie
-e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria,
-con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di
-cortesia della Corte milanese del secolo XV.
-
-Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce
-idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e
-ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
-
-Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta
-di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo
-e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni
-del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore
-trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai
-cadere.
-
-Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima
-concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo
-nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche,
-e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra
-sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la
-maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della
-pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue
-dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I
-manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge
-una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua,
-atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende
-limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da
-Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde
-rivestirla della forma più evidente e più semplice (_A_, f. 3 r.
-10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con
-continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con
-la maggiore identità di segno e di significato. (_C. A._, 278 r.) Allo
-stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la
-più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa
-immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua
-varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto
-senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva.
-Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua
-letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori
-dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna
-oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello
-risveglio della vita.
-
-La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la
-concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero.
-La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di
-studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un
-effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
-
-Nel _Codice Trivulziano_ vi sono lunghe enumerazioni di parole talora
-raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da
-una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le
-più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo
-pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo
-del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta
-significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a
-differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante
-e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici,
-iniziati per il latino nel manoscritto _H_, continuati per il volgare
-nel _Codice Trivulziano_, tolgono di mezzo quella leggenda che solo
-all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla
-riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero.
-Quando nel _Codice Atlantico_ si trova questa nota, «Donato,» noi
-dobbiamo pensare al DONATUS, _De octo partibus orationis latine
-et italice_, Venezia, 1499 (_C. A._, 207 r.); quando troviamo la
-frase «Retorica nova,» siamo portati al LAURENTIUS GUILELMUS DE
-SAONA, _Rethorica Nova_, Sant’Albano, 1480 (_C. A._, 207 v.); allo
-stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci
-suggeriscono la raccolta NONIJ MARCELLI, _De proprietate sermonum_;
-FESTI POMPEIJ, _De verborum significatione_; M. T. VARRONIS, _De lingua
-latina_, Milano, 1500. (_R._, § 1470). Nel manoscritto _F_ è ricordato
-finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio,
-il _Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a
-molti_, di fra GIO. BERNARDO, Milano, 1489. (_F_, cop. r.)
-
-I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per
-esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso
-a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa
-intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La
-inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari,
-poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda
-strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa
-in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta
-a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27]
-Il _Trattato del moto e misura dell’acque_, che riproduce, con
-poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti
-l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente
-scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta
-del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto;
-le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami,
-dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè
-inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci
-è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto
-il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in
-qualche modo la conoscenza.
-
-Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile
-lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto
-continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali
-medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni
-segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione
-preliminare.
-
-Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare
-ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo
-il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili,
-imponeva un continuo discernimento.
-
-Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla
-mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi
-impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per
-l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto
-stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni
-concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica,
-onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che
-riguardano i pensieri di Leonardo sulla _Conoscenza_, sulla _Natura_,
-sulla _Morale_ e sull’_Arte_.
-
-Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria
-dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni
-gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che
-presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le _Favole_
-di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo,
-allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e
-inorganico. Le _Allegorie_, che nel loro complesso formano un vero
-e proprio _Bestiario_, sebbene per la maggior parte non originali,
-conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere
-apprezzata. Le _Descrizioni e i Ritratti_, dove si manifesta lo scopo
-letterario combinato a quello pittorico; le _Profezie e le Facezie_,
-dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con
-quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente
-artistiche.
-
-Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo
-svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro
-originalità. Le _Note_, che seguono passo per passo la scelta, e sono
-da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha
-attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione
-più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte
-è trattata da me in una monografia _Intorno alle fonti dell’opera
-letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci_, che verrà quanto prima
-pubblicata.
-
-Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno
-altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo
-leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso
-delle espressioni.
-
-I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta,
-sono stati fatti per ogni frammento nei SOMMARII E RIFERIMENTI, con
-opportune sigle.
-
-
-
-
-TAVOLA DELLE SIGLE.
-
-
-_A._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la
-Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880.
-
-_Ash. I._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la
-Bibliothèque de l’Institut; 2038 (_Ash. I_) et 2037 (_Ash. II_) de la
-Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891.
-
-_Ash. II._ — Idem; ibi.
-
-_Ash. III._ — Trattato di architettura civile e militare, con note di
-Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361
-(_inedito_).
-
-_B._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits _B_ et _D_ de
-la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883.
-
-_C._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _C, E_
-et _K_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi,
-1888.
-
-_C. A._ — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca
-Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (_in corso di stampa_).
-
-_D._ — Si veda _B_.
-
-_E._ — Si veda _C_.
-
-_F._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _F_ et _I_
-de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893.
-
-_G._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M
-de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890.
-
-_H._ — Si veda _Ash. I._
-
-_I._ — Si veda _F_.
-
-_L._ — Si veda _G_.
-
-_Lu._ — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II.
-Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol.
-
-_M._ — Si veda _G_.
-
-_R._ — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited
-from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol.
-
-_T._ — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe
-Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892.
-
-_T. M. A._ — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci.
-Bologna, 1828.
-
-_V. U._ — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre
-materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893.
-
-_W. An. A._ — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca
-di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati).
-Parigi, 1898.
-
-Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il
-_recto_ o il _verso_ dei fogli.
-
-
-
-
-LE FAVOLE.
-
-
-I. — L’IRREQUIETEZZA.
-
-Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu
-costretto a mutar sito.
-
-
-II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.
-
-Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza
-dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le
-parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione
-di quella.
-
-
-III. — L’ACQUA.
-
-Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di
-montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in
-sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in
-alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata
-dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e
-fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade
-dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo
-incarcerata, fece penitenza del suo peccato.
-
-
-IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.
-
-Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto
-a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere,
-con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali
-una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [Sidenote:
-da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito
-fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò,
-e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine
-condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno
-tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta
-morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e
-pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle
-in isplendevole e lunga vita e bellezza.
-
-
-V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI.
-
-Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il
-quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e
-raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in
-fra sè dire:
-
-— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me,
-picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che
-tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia
-più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza,
-chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere
-quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore
-dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più
-alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole,
-e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. —
-E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte
-spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe
-sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si
-trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea;
-e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per
-quelli, che s’aumiliano son esaltati.
-
-
-VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della
-neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine.
-
-
-VII. — LA PIETRA.
-
-Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si
-stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole
-boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori
-di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che,
-nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là
-giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:
-
-— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in
-compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate
-compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere
-dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a
-essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna
-volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di
-qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in
-nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che
-dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città,
-infra i popoli pieni d’infiniti mali.
-
-
-VIII. — IL RASOIO.
-
-Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè
-medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo;
-della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto,
-cominciò con seco medesimo a dire:
-
-— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito
-sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza
-caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual
-mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare
-meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no.
-Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo
-riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un
-giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè
-essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie
-non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno
-pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era
-esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è
-la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha
-consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello
-esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto
-rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza
-guasta la sua forma.
-
-
-IX. — IL GIGLIO.
-
-Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, [Sidenote: Ticino] e la
-corrente tirò la ripa insieme col giglio.
-
-
-X. — IL NOCE.
-
-Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua
-frutti, ogni omo lo lapidava.
-
-
-XI. — IL FICO.
-
-Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare
-essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto.
-
-
-XII. — LA PIANTA E IL PALO.
-
-La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato,
-e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro
-lo guarda dalla triste compagnia.
-
-
-XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.
-
-Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li
-son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo
-interrotto, lo gittò per terra diradicato.
-
-
-XIV. — LA VITALBA.
-
-La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare
-co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde
-da’ viandanti poi fu rotta.
-
-
-XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.
-
-La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina
-d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con
-quella.
-
-
-XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da
-superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite,
-che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
-
-
-XVII. — IL CEDRO.
-
-Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella
-sommità di se, lo mise a seguizione [Sidenote: compimento] con tutte
-le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare
-declinare la elevata e diritta cima.
-
-
-XVIII. — IL PERSICO.
-
-Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al
-noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo
-tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana
-terra.
-
-
-XIX. — L’OLMO E IL FICO.
-
-Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza
-frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con
-rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi?
-Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti
-troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di
-soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato
-e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo
-lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza
-figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! —
-
-
-XX. — LE PIANTE E IL PERO.
-
-Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: —
-O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua
-maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! —
-Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e
-mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’
-arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e
-dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere
-ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini,
-per onorarmi, posti d’intorno.
-
-
-XXI. — LA RETE.
-
-La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor
-de’ pesci.
-
-
-XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE.
-
-Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere
-comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della
-candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu
-cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le
-sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del
-candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai
-bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti,
-come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati!
-Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal
-falso lume dello sporco sevo? —
-
-
-XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.
-
-Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè
-i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva
-nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [Sidenote: dilacerandoli]
-coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio
-disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi,
-come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di
-sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e,
-non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte
-abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani
-dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’
-sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere
-di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi,
-trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti,
-pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati
-e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle
-mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. —
-
-
-XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.
-
-Il rovistrice, [Sidenote: rovistico: pianta, _ligustrum vulgare_]
-sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai
-pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso
-rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li
-toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie,
-le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute
-unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la
-quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico
-sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per
-mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo?
-Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e
-cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente,
-non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna
-[Sidenote: rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso
-merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le
-vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà
-del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non
-ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che
-tu me bruciato! —
-
-
-XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.
-
-Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto
-campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale
-suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato
-dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di
-tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la
-non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e
-essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non
-la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco
-della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva
-finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro,
-mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta.
-E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici
-infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami
-fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio,
-e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le
-antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno
-pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte
-delle sue membra.
-
-
-XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.
-
-Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere
-i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e
-drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li
-era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti
-in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla
-imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con
-quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si
-potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando
-alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento
-li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande
-allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito
-— imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E
-fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea
-aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio
-mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di
-quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a
-questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato
-falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi,
-che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano;
-e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue
-compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la
-zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle
-che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del
-mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole,
-che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’
-linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta
-di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme
-colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza,
-fatti e fermi alquanti capitoli [Sidenote: patti] di novo col salice,
-e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata
-la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso
-all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là
-curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca,
-e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze.
-E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto
-co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso,
-essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò,
-collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami
-del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e
-del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [Sidenote: venute in
-seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso,
-a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture
-e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per
-fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni
-in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [Sidenote:
-l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri
-negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello
-soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due
-parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse
-sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene.
-
-
-XXVII. — L’AQUILA.
-
-Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu
-dall’omo presa e morta.
-
-
-XXVIII. — IL RAGNO.
-
-Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle
-dal calabrone crudelmente morto.
-
-
-XXIX. — IL GRANCHIO.
-
-Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a
-quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi,
-e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
-
-
-XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.
-
-Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo
-calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si
-destò, e subito annegò.
-
-
-XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.
-
-La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da
-quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio
-desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu
-fatto.
-
-
-XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.
-
-Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore
-scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l
-ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa
-li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide.
-
-
-XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.
-
-Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa
-l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come
-quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa
-acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava.
-
-
-XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29]
-
-Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il
-granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa
-non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la
-bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore.
-
-
-XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.
-
-I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e
-le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La
-qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la
-libertà ai tordi, ma la loro propria vita.
-
-Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà
-ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono
-legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte
-la vita.
-
-
-XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.
-
-Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra
-appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo
-pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se
-n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto,
-lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e
-rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che,
-per non gastigare i figlioli, capitano male.
-
-
-XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.
-
-Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci,
-sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di
-miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del
-cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la
-folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici
-de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè
-tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era
-spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo
-travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale
-essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti,
-a morirsi di fame.
-
-
-XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO.
-
-Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola,
-la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione,
-[Sidenote: distruzione, morte] e, per uno piccolo spiraculo, riguardava
-il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa
-donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio
-a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità;
-e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la
-quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della
-gatta, privato.
-
-
-XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.
-
-Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si
-pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve.
-
-
-XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza
-era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve
-avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù
-per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni
-giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani
-dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non
-si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa
-uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu
-laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.
-
-
-XLI. — TRACCIA.
-
-Favola della lingua morsa dai denti.
-
-
-XLII. — IL VILLANO E LA VITE.
-
-Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette
-molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le
-pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi.
-
-
-XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30]
-
-Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca
-tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto
-onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a
-sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere
-vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e
-entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi
-di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando
-tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti
-ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane
-interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno,
-e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese
-producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il
-meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino
-beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro, [Sidenote:
-cerebro, cervello] che lo fece matto, e partorì tanti errori, che,
-tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu
-lasciato poi libere le viti co’ sua frutti.
-
- (_in margine_)
-
- _Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e
- sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo;
- già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della
- divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo
- furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i
- sua amici._
-
-
-XLIV. — TRACCIA.
-
-Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica.
-
-
-XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA.
-
-(Frammento.)
-
-Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere
-rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e
-poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per
-usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e,
-poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso,
-già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne
-quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di
-lì sicuramente si parte.
-
-Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne,
-comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in
-fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva.
-
-Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè
-stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e
-rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata
-cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria
-d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave
-sonito....
-
-Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato
-avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole
-in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in
-fra le legne si trova, traeva.
-
-E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a
-spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di
-quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là.
-
-Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto
-assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in
-gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare
-tutto il superiore elemento [Sidenote: l’elemento del foco] sopra le
-poche legne.
-
-E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti
-sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte
-grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme
-più altere, percosser nel fondo della superiore caldara.
-
-
-XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA.
-
-(Frammento.)
-
-Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e
-partita quella lo specchio rimase in le....
-
-
-
-
-LE ALLEGORIE.
-
-
-I. — AMORE DI VIRTÙ.[31]
-
-Calendrino [Sidenote: La calandra] è uno uccello, il quale si dice,
-che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo
-deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai
-lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai
-l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia.
-
-Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista,
-anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in
-cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i
-fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle
-prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più
-tenebroso sito.
-
-
-II. — INVIDIA.[32]
-
-Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido
-esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli
-sanza mangiare.
-
-
-III. — ALLEGREZZA.[33]
-
-L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si
-rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti.
-
-
-IV. — TRISTEZZA.[34]
-
-La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati
-figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo
-rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede
-alquante poche penne nere.
-
-
-V. — PACE.[35]
-
-Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per
-la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire,
-si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si
-spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
-
-
-VI. — IRA.[36]
-
-Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [Sidenote: api,
-come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a
-pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi
-con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in
-modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con
-le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende.
-
-
-VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37]
-
-La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti
-upica, [Sidenote: úpupa] i quali, conoscendo il benefizio della
-ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li
-vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e
-cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li
-rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà.
-
-
-VIII. — AVARIZIA.[38]
-
-Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia:
-tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi.
-
-
-IX. — INGRATITUDINE.[39]
-
-I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando
-sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano
-a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto
-che caccia il padre, e tolli la mogliera [Sidenote: e gli toglie la
-moglie], facendosela sua.
-
-
-X. — CRUDELTÀ.[40]
-
-Il basalisco [Sidenote: basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con
-la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e
-le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
-
-
-XI. — LIBERALITÀ.[41]
-
-Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte
-della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non
-potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa
-aquila, perchè in tal modo si cibano.
-
-
-XII. — CORREZIONE.[42]
-
-Quando il lupo va assentito [Sidenote: va cautamente] a qualche stallo
-di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo
-facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore.
-
-
-XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [Sidenote: adulazioni].[43]
-
-La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta
-sopra i navili, e occide li addormentati marinari.
-
-
-XIV. — PRUDENZA.[44]
-
-La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno,
-uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al
-tempo si pascono.
-
-
-XV. — PAZZIA.[45]
-
-Il bo’ [Sidenote: bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore
-rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’
-corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori
-l’occidano.
-
-
-XVI. — GIUSTIZIA.[46]
-
-E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il
-quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave
-sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a
-combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare
-e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano,
-e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
-
-
-XVII. — VERITÀ.[47]
-
-Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli,
-nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre.
-
-
-XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48]
-
-Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui
-dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne
-stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se
-’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che
-si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano,
-e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga
-’mancare.
-
-
-XIX. — FALSITÀ.[49]
-
-La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [Sidenote: specie
-di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con
-la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la
-lingua, e essa gli piglia la testa.
-
-
-XX. — BUGIA.[50]
-
-La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto
-vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more,
-perchè si fa nota così la bugía.
-
-
-XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51]
-
-La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per
-autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga.
-
-
-XXII. — MAGNANIMITÀ.[52]
-
-Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si
-lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne
-fetida.
-
-
-XXIII. — VANAGLORIA.[53]
-
-In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale
-sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda,
-quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la
-vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa
-vincere.
-
-
-XXIV. — CONSTANZA.[54]
-
-Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura
-la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali
-la consumano, e poi di novo rinasce.
-
-
-XXV. — INCONSTANZA.[55]
-
-Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto,
-per non sopportare alcuno minimo disagio.
-
-
-XXVI. — TEMPERANZA.[56]
-
-Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille
-miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o
-sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
-
-
-XXVII. — INTEMPERANZA.[57]
-
-L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi
-vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua
-ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla
-sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal
-modo lo pigliano.
-
-
-XXVIII. — UMILTÀ.[58]
-
-Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si
-sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati
-leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che,
-spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere.
-
-
-XXIX. — SUPERBIA.[59]
-
-Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e
-sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera
-essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila,
-regina delli uccelli.
-
-
-XXX. — ASTINENZA.[60]
-
-Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua
-intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e
-aspetti ch’essa acqua si rischiari.
-
-
-XXXI. — GOLA.[61]
-
-Il voltore [Sidenote: l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che
-andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita
-(li eserciti).
-
-
-XXXII. — CASTITÀ.[62]
-
-La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro
-osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee
-mai acqua chiara.
-
-
-XXXIII. — LUSSURIA.[63]
-
-Il palpistrello [Sidenote: pipistrello, come al n. LXIII], per la
-sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [Sidenote:
-regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina
-con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito.
-
-
-XXXIV. — MODERANZA.[64]
-
-L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il
-dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella
-infangata tana — per non maculare la sua gentilezza.
-
-
-XXXV. — AQUILA.[65]
-
-L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue
-penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella
-poca acqua. E, se i sua nati non po’ [Sidenote: possono] sostener la
-vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non
-s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor
-non noce [Sidenote: Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia
-rimanente della sua preda.
-
-
-XXXVI. — LUMERPA [Sidenote: uccello favoloso]. FAMA.[66]
-
-Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue
-ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la
-penna, che si spicca, più non luce.
-
-
-XXXVII. — PELLICANO.[67]
-
-Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido
-morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente
-sangue bagnandoli, li torna in vita.
-
-
-XXXVIII. — SALAMANDRA.[68]
-
-La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [Sidenote:
-detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive
-[Sidenote: non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro
-cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza.
-
-
-XXXIX. — CAMALEON [Sidenote: camaleonte]. [69]
-
-Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per
-istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che
-non po’ sostenere uccello, che lo seguiti.
-
-A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola
-il camaleone.
-
-
-XL. — ALEPO PESCE.[70]
-
-Alepo non vive fori dell’acqua.
-
-
-XLI. — STRUZZO.[71]
-
-Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per
-l’arme [Sidenote: detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’
-capitani.
-
-
-XLII. — CIGNO.[72]
-
-Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il
-qual canto termina la vita.
-
-
-XLIII. — CICOGNA.[73]
-
-Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la
-compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la
-covano e pascano, in fin che more.
-
-
-XLIV. — CICALA.[74]
-
-Questa col suo canto fa tacere il cucco [Sidenote: cuculo]; more
-nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi.
-
-
-XLV. — BASALISCO.[75]
-
-Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo
-mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide.
-
-
-XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.
-
-Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti,
-colla coda si stóppa li orecchi.
-
-
-XLVII. — DRAGO.[76]
-
-Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e
-l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta.
-
-
-XLVIII. — VIPERA.[77]
-
-Quest’ha nel suo [Sidenote: ha di proprio, di particolare], ch’apre
-bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli,
-in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre.
-
-
-XLIX. — SCORPIONE.[78]
-
-La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a
-similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le
-malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù.
-
-
-L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79]
-
-Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto,
-con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento,
-crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve
-cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e
-rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto.
-
-
-LI. — BOTTA [Sidenote: rospo].[80]
-
-La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia
-tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così
-fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con
-insgonfiato animo, forzatamente starle davanti.
-
-
-LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81]
-
-Il bruco [Sidenote: Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante
-l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro
-intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte
-e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo.
-
-
-LIII. — RAGNO.[82]
-
-Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la
-quale gli rende, per benefizio, la presa preda.
-
-
-LIV. — LEONE.[83]
-
-Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il
-terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte
-le fiere, che nella selva sono, fuggano.
-
-Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido
-delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre
-più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi
-[Sidenote: allontanandosi] dai virtuosi.
-
-Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo
-viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti
-del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [Sidenote:
-le sue astuzie; i suoi disegni].
-
-
-LV. — TARANTA [Sidenote: tarantola].[84]
-
-Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in
-quello che pensava, quando fu morso.
-
-
-LVI. — DUCO O CIVETTA.[85]
-
-Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha
-ordinato natura, perchè si cibino.
-
-
-LVII. — LEOFANTE.[86]
-
-Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova,
-cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè,
-quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi,
-solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle
-selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il
-cielo, quasi come se sacrificare volessino.
-
-Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti,
-l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la
-punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la
-stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi,
-con essi si ricomprano.
-
-Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e
-smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova
-le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde
-si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e
-vanno assentitamente [Sidenote: cautamente].
-
-Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l
-secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano
-vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e
-non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel
-fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto
-clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di
-sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano
-le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono
-provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e
-sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente
-riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e
-non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’
-fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso
-non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro
-gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo
-odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Sidenote: Qui: aggrinza,
-increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide.
-
-Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua,
-e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò
-che ’l corso non li menasse via.
-
-Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e
-coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l
-liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte,
-del nemico si vendica.
-
-
-LVIII. — IL DRAGONE.[87]
-
-Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Sidenote:
-Plinio: _cratium modo_, a uso di graticci], e, colla testa levata,
-passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così
-non si unissin, annegherebbono. Così fa unione.
-
-
-LIX. — SERPENTE.[88]
-
-Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per
-l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca.
-Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un
-simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto
-per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½:
-avanzava colla testa tutte le piante d’una selva.
-
-
-LX. — BOA.[89]
-
-Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe
-della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la
-dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte
-Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale
-avea tranghiottito.
-
-
-LXI. — MACLI [Sidenote: Plinio: sorta di gran cervo (_cervus alces_)]
-PEL SONNO È GIUNTA.[90]
-
-Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo,
-se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano;
-pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra
-che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per
-questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori,
-intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e,
-quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i
-cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano,
-perchè è d’incredibile velocità nel correre.
-
-
-LXII. — BONASO [Sidenote: bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91]
-
-Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte
-l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo
-piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo
-che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del
-suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco.
-
-
-LXIII. — PALPISTRELLO.[92]
-
-Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più
-s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù.
-
-
-LXIV. — PERNICE.[93]
-
-Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso,
-e fura [Sidenote: ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati
-seguitano la vera madre.
-
-
-LXV. — RONDINE.[94]
-
-Questa co’ la celidonia [Sidenote: Sorta di pietra favolosa, che si
-dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua
-ciechi nati.
-
-
-LXVI. — ERMELLINO.[95]
-
-Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che
-’mbrattarsi.
-
-
-LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI.
-
-Queste tengano l’unghie nella guaina, e mai le sfoderano, se non è
-adosso alla preda o nemico.
-
-
-LXVIII. — LEONESSA.[96]
-
-Quando la leonessa difende i figlioli dalle man de’ cacciatori, per non
-si spaventare dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò che là, per
-sua fuga, i figli non sieno prigioni.
-
-
-LXIX. — LEONE.[97]
-
-Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vòte
-carrette e simile il canto de’ galli; teme assai nel vederli e con
-pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e forte invilisce quando ha
-coperto il volto.
-
-
-LXX. — PANTERE IN AFRICA.[98]
-
-Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile
-e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di
-rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre
-le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde
-essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti
-s’assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire [Sidenote:
-godere] tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e
-subito lo divora.
-
-
-LXXI. — CAMMELLI.[99]
-
-Quegli Battriani hanno due gobbi, gli Arabi uno; sono veloci in
-battaglia e utilissimi a portare le some. Questo animale ha regola
-e misura osservantissima, perchè non si move, se ha più carico che
-l’usato, e, se fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, onde lì
-bisogna a’ mercatanti alloggiare.
-
-
-LXXII. — TIGRE.[100]
-
-Questa nasce in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera
-per le diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole
-velocità. Il cacciatore, quando truova i sua figli, li rapisce, subito
-ponendo specchi nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce cavallo,
-si fugge. La pantera, tornando, trova li specchi fermi in terra, ne’
-quali, vedendo sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando colle
-zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante l’odore de’ figli, seguita
-il cacciatore, e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia uno de’
-figlioli, e questa lo piglia e portalo al nido, e subito rigiugne sul
-cacciatore, e fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in barca.
-
-
-LXXIII. — CATOPLEAS [Sidenote: Plinio: _catoblepas_, sorta di
-serpente].[101]
-
-Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto Nigricapo, è animale non
-troppo grande e pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta
-grandezza che malagevolmente lo porta, in modo che sempre sta chinato
-inverso la terra, altremente sarebbe di somma peste alli omini, perchè
-qualunque è veduto da’ sua occhi subito more.
-
-
-LXXIV. — BASILISCO.[102]
-
-Questo nasce nella provincia Arenaica, e non è maggiore che 12 dita, e
-ha in capo una macchia bianca a similitudine di diadema; col fischio
-caccia ogni serpente, a similitudine di serpe, ma non si move con
-torture, anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi che uno di questi,
-essendo morto con un aste da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno
-discorrendo su per l’aste, non che l’omo, ma il cavallo morì. Guasta le
-biade, e, non solamente quelle che tocca, ma quelle dove soffia; secca
-l’erbe, spezza i sassi.
-
-
-LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.[103]
-
-Questa, trovando la tana del basilisco, coll’odore della sua sparsa
-orina, l’occide: l’odore della quale orina ancora, spesse volte, essa
-donnola occide.
-
-
-LXXVI. — CERASTE [Sidenote: Plinio: Altra sorta di serpente].[104]
-
-Queste hanno quattro piccioli corni mobili, onde, quando si vogliano
-cibare, nascondano sotto le foglie tutta la persona, salvo esse
-cornicina; le quali movendo, pare agli uccelli quelli essere piccioli
-vermini, che scherzino, onde subito si calano per beccarli, e questa
-subito s’avviluppa loro in cerchio, e sì li divora.
-
-
-LXXVII. — AMFESIBENE.[105]
-
-Questa ha due teste, l’una nel suo loco, l’altra nella coda, come se
-non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno.
-
-
-LXXVIII. — IACULO [Sidenote: Plinio: serpe velenoso].[106]
-
-Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso
-le fiere, e l’uccide.
-
-
-LXXIX. — ASPIDO.[107]
-
-Il morso di questo animale non ha rimedio, se non di subito tagliare
-le parti morse. Questo sì pestifero animale ha tale affezione nella sua
-compagna, che sempre vanno accompagnati; che, se per disgrazia l’uno di
-loro è morto, l’altro, con incredibile velocità, seguita l’ucciditore;
-ed è tanto attento e sollecito alla vendetta, che vince ogni
-difficultà, passando ogni esercito. Solo il suo nemico cerca offendere,
-e passa ogni spazio, e non si può schifarlo, se non col passare l’acque
-o con velocissima fuga. Ha li occhi in dentro e grandi orecchi, e più
-lo move l’audito che ’l vedere.
-
-
-LXXX. — ICNEUMONE [Sidenote: Volg.: topo di Faraone].[108]
-
-Questo animale è mortale nemico all’aspido nasce in Egitto, e,
-quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta
-[Sidenote: Minutissima arena, che si suol trovare vicino a’ fiumi o
-torrenti; come al n. LXXXIII] over fango del Nilo, e con quello tutto
-s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s’imbratta,
-e, così seccando l’un dopo l’altro, si fa tre o quattro veste, a
-similitudine di corazza; e di poi assalta l’aspido, e ben contrasta con
-quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza.
-
-
-LXXXI. — COCODRILLO.[109]
-
-Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, nuoce in terra e in acqua,
-nè altro terrestre animale ai truova sanza lingua, che questo, e
-solo morde movendo la mascella di sopra; cresce insino in 40 piedi, è
-unghiato, armato d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in terra, e
-la notte in acqua. Questo, cibato di pesci, s’addormenta sulla riva
-del Nilo colla bocca aperta, e l’uccello detto trochilo [Sidenote:
-_troglodites_ o reatino], piccolissimo uccello, subito li corre
-alla bocca e, saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando il
-rimaso cibo, e, così stuzzicandolo con dilettevole voluttà, lo ’nvita
-aprire tutta la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto dal eumone
-[Sidenote: icneumone, vedi n. LXXX], subito si li lancia in bocca e,
-foratoli lo stomaco e le budella, finalmente l’uccide.
-
-
-LXXXII. — DELFINO.[110]
-
-La natura ha dato tal cognizione alli animali che, oltre al conoscere
-la loro comodità, e’ conoscono la incomodità del nimico, onde intende
-il delfino quanto vaglia il taglio dello sue pinne, posteli sulla
-schiena, e quanto sia tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor
-combattere si li caccia sotto, e tagliali la pancia, e così l’uccide.
-
-Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo a chi lo caccia.
-
-
-LXXXIII. — HIPPOTAMO [Sidenote: ippopotamo].[111]
-
-Questo, quando si sente aggravatola cercando le spine o, dove sia,
-i rimanenti de’ tagliati canneti, e lì tanto frega una vena, che la
-taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, colla litta s’infanga e
-risalda la piaga. Ha forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, coda
-torta e denti di cinghiale, còllo con crini, la pelle non si po’
-passare se non si bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi allo
-’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito.
-
-
-LXXXIV. — IBIS.[112]
-
-Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato,
-empie il gozzo d’acqua, e col becco si fa un cristero [Sidenote:
-clistere].
-
-
-LXXXV. — CERVI.[113]
-
-Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de’
-granchi, e si libera di tal veneno.
-
-
-LXXXVI. — LUSERTE [Sidenote: lucertola].[114]
-
-Questa, quando combatte colle serpe, mangia la cicerbita [Sidenote:
-Linneo: _sonchus oleraceus_ (pianta)], e son libere.
-
-
-LXXXVII. — RONDINE.[115]
-
-Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli col sugo della celidonia.
-
-
-LXXXVIII. — BELLOLA.[116]
-
-Questa, quando caccia ai ratti, mangia prima della ruta.
-
-
-LXXXIX. — CINGHIALE.[117]
-
-Questo medica i sua mali mangiando della edera.
-
-
-XC. — SERPE.[118]
-
-Questa, quando si vol rennovare, gitta il vecchio scoglio [Sidenote:
-scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe], comenciandosi dalla
-testa; mutasi ’n un dì e una nocte.
-
-
-XCI. — PANTERA.[119]
-
-Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, ancora combatte coi cani e
-cacciatori.
-
-
-XCII. — CAMALEONE.[120]
-
-Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme
-colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati.
-
-
-XCIII. — CORBO [Sidenote: corvo].[121]
-
-Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll’alloro.
-
-
-XCIV. — MAGNANIMITÀ.
-
-Il falcone non piglia se non uccelli grossi, e prima more che mangiare
-carne di non bono odore.
-
-
-XCV. — GRU.
-
-Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte
-li stanno dintorno con pietre in piè.
-
-Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru.
-
-
-XCVI. — CARDELLINO.
-
-Il calderugio [Sidenote: cardellino] dà il tortomalio [Sidenote:
-titimalo, titimaglio, pianta del genere _euforbia_] a’ figlioli
-ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà!
-
-
-XCVII. — DELL’ANTIVEDERE.
-
-Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l’ali; il papagallo,
-nel mutarsi pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il
-becco.
-
-
-XCVIII. — PER BEN FARE.
-
-Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand’e’ ha
-condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante
-il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi
-modi.
-
-
-XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Per lo spino, insiditoli [Sidenote: innestatogli] sopra boni frutti,
-significa quello, che per se non era disposto a virtù, ma mediante
-l’aiuto del precettore dà di sè utilissime virtù.
-
-
-C. — DEL LINO.
-
-Il lino è dedicato a morte e corruzione de’ mortali: a morte pe’
-lacciuoli delli uccelli, animali e pesci; a corruzione per le tele line
-dove s’involgano i morti, che si sotterrano, i quali si corrompono in
-tali tele. E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, se esso
-non comincia a macerarsi o corrompersi, e questo è quello col quale si
-deve incoronare e ornare li uffizî funerali.
-
-
-CI. — FRAMMENTO.
-
-Per il pannolino, che si tien colla mano nel corso dell’acqua corrente,
-nella quale acqua il panno lascia tutte le sue brutture, significa
-questo ec.
-
-
-
-
-I PENSIERI.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA SCIENZA.
-
-
-I. — LA TEORIA E LA PRATICA.
-
-Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica.
-
-
-II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO LA PRATICA SANZA SCIENZA.
-
-Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l
-nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha
-certezza dove si vada.
-
-Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della
-quale la _Prospettiva_ è guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa
-bene ne’ casi di pittura.
-
-
-III. — PARAGONE DEL PRATICO.
-
-Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione,
-è come lo specchio, che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose,
-sanza cognizione d’esse.
-
-
-IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA ALLA PRATICA.
-
-La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.
-
-
-V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza.
-
-
-VI. — CONSIGLIO AL PITTORE.
-
-E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere,
-che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu
-farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona,
-l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità.
-
-
-VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la
-pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di
-nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio,
-sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemica degli
-Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni.
-
-
-VIII. — SUL FATTO ANATOMICO DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO NEL
-FANCIULLO.
-
-La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto
-[Sidenote: il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali
-[Sidenote: il petto].
-
-
-IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA DALLA PRATICA.
-
-Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica.
-
-La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte,
-essa [Sidenote: Sott.: pratica] non s’accorda con essa scienza, nè
-è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie,
-mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso
-li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica,
-e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono
-incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda
-necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie, insieme colli
-pesi [Sidenote: Sott.: che] sopra di lor si giudicano.
-
-Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi,
-e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno
-usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali,
-overo incorporei.[122]
-
-
-X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE SENZA APPLICAZIONE PRATICA.
-
-Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte,
-come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte
-meccanica.
-
-
-XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme
-coll’operante d’essa.
-
-
-XII. — RICORDI DI LEONARDO.
-
-Quando tu metti insieme la _Scienza de’ moti dell’acqua_, ricordati di
-mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che
-tale scienza non sia inutile.
-
-
-XIII. — LA DISTRIBUZIONE DEI SUOI TRATTATI.
-
-Da profondare un canale: fa questo nel libro _De’ giovamenti_, e, nel
-provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine,
-perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti
-bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e
-così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle
-figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe
-cosa confusa e interrotta.
-
-
-XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE.
-
-L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto,
-perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone.
-Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha
-cognizion di quella.
-
-
-XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO AL SAPERE.
-
-Naturalmente li omini boni desiderano sapere.
-
-
-XVI. — PIACERE, CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA.
-
-Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita,
-nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi
-strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del
-mondo.
-
-
-XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI DELLE SUE OPERE.[123]
-
-So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli,
-de’ quali Deometro [Sidenote: Demetrio] disse, non faceva conto più
-del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento,
-ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio
-di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della
-sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è
-più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze
-dell’anima, che del corpo.
-
-E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano,
-dubito non sì, come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi
-s’è cosa mangiativa.
-
-
-XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI DELLA SCIENZA.
-
-Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce
-dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre,
-ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè
-lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino
-fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e
-l’altra eran di pari valimento e sustanzia.
-
-
-XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA DEL CORPO UMANO.
-
-Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso
-meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto
-li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si
-riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito
-di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi
-partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il
-resto è assai manco che bestia.
-
-
-XX. — CONTRO GLI UOMINI, CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE.
-
-Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di
-sterco e riempitori di destri [Sidenote: latrine] chiamarsi debbono;
-perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si
-mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta.
-
-
-XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA.
-
-La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e
-cibo delle menti umane.
-
-
-XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.[124]
-
-Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore
-del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e
-di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La
-sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e
-pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel
-corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro,
-così la sapienza è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e
-niuna altra cosa è da a questa comparare.»
-
-
-XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA.
-
-Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua
-vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la
-sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non
-manchi il nutrimento.
-
-
-XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA.
-
-.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del
-tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della
-virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori.
-
-Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta
-alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama
-di loro.
-
-Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire
-di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al
-ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza.
-
-Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la
-sua vita, come fa la scienza? la quale sempre è testimonia e tromba
-del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non
-figliastra, come la pecunia.
-
-
-XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI SI PO’ IMPARARE.
-
-Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu
-trovi dove imitare.
-
-
-XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ DELL’INGEGNO.
-
-Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà,
-e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta.
-
-
-XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA NON DÀ ALCUN FRUTTO.
-
-Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento,
-così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere
-cosa, ch’ella pigli.
-
-
-XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo
-studio sanza desiderio guasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella
-pigli.
-
-
-XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO
-INTERVALLO.
-
-Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto
-contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è
-di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su
-una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio
-s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa
-l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura.
-
-
-XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS MUNDI.
-
-La verità sola fu figliola del tempo.
-
-
-XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ.
-
-Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di
-Dio, ella to’ [Sidenote: toglie] di grazia a sua deità; ed è di tanta
-eccellenza la verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno
-nobili.
-
-Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da
-la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia,
-che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza
-comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni
-e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la
-bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose
-non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi
-ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e
-barerie de’ palari [Sidenote: frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]
-nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta
-altura!
-
-
-XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI ALLA VERITÀ.
-
-L’impedimenti della verità si convertono in penitenza.
-
-
-XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA.
-
-Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi
-ultimi principii, (oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può
-trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua,
-cioè la scienza di _Geometria_, la quale, cominciando dalla superfizie
-de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa
-superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo
-la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale
-null’altra cosa può essere minore.
-
-Dunque il punto è il primo principio di _Geometria_, e niuna altra
-cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar
-principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una
-superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere
-creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto
-essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo
-è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa
-superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, [Sidenote: Sott.:
-che] sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero
-unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti
-immaginassi, un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo
-alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che
-tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver
-nulla, cioè la decima figura de la _Aritmetica_, per la quale si figura
-un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci,
-e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente
-crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui
-in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono
-eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine.
-
-
-XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE DATE DA LEONARDO AL PITTORE.
-
-Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure:
-imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e
-chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori,
-riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e
-tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le
-regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione
-nelle tue opere.
-
-Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio;
-imperochè ’l bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene
-intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole
-sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e
-arti.
-
-Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai,
-solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni
-sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose.
-
-
-XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO STORICO DELLA PITTURA E DELLE
-SCIENZE.
-
-Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i
-pittori non hanno per autore, che la fatta pittura.
-
-Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per
-autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà
-bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre
-imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte
-in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato
-in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo
-volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare su per li sassi
-li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a
-fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo,
-dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti
-quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti
-imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando,
-insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò
-con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la
-natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano.
-
-Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente
-studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non
-figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia
-di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura,
-lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura!
-
-
-XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ NELLA SCIENZA.
-
-Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le
-mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza,
-presso de’ loro inesperti judizî: non considerando le mie cose essere
-nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.
-
-
-XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI
-SCRITTORI.
-
-Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore
-e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai
-loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati,
-non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non
-concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro,
-non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno
-essere biasimati.
-
-
-XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE
-OPERE ALTRUI.
-
-È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e
-’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e
-trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio
-alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno
-per sè è qualche cosa, e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla
-natura, perchè sono sol d’accidental [Sidenote: della parte caduca
-dell’uomo, la figura esteriore] vestiti, e sanza il quale potrei
-accompagnarli in fra li armenti delle bestie!
-
-
-XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI.
-
-So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli
-parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo
-sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì
-come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo:
-— quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me
-medesimo non vogliano concedere?
-
-Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di
-che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da
-esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra
-di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i
-casi allegherò.
-
-
-XL. — REVERENZA DI LEONARDO PER GLI ANTICHI INVENTORI.
-
-_De’ cinque corpi regolari_.[125] Contro alcuni commentatori, che
-biasimano li antichi inventori, donde nasceron le grammatiche e le
-scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi
-non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’
-libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor
-maestri.
-
-
-XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ.
-
-Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto
-la memoria.
-
-
-XLII. — SPONTANEITÀ DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA.
-
-Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più
-laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza
-lettere, che un bon litterato sanza naturale.
-
-
-XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ.
-
-L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne.
-
-
-XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE.
-
-Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non
-passa per le matematiche dimostrazioni.
-
-E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente
-abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni,
-e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la
-quale nulla dà di sè certezza.
-
-
-XLV. — LA ESPERIENZA.
-
-La sapienza è figliola della sperienza.
-
-
-XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL FALLANO I NOSTRI GIUDIZI,
-PROMETTENDOSI DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA POTESTÀ.
-
-A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme
-rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa
-esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza,
-la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a
-impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo
-quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente
-esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde
-dimostrazioni.
-
-
-XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE DELL’EFFETTO ALLA CAUSA.
-
-La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi,
-promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti
-causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che
-seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non
-fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che
-doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del
-detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già
-detto principio.
-
-
-XLVIII. — LA CERTEZZA DELLE MATEMATICHE.
-
-Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione,
-e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze,
-colle quali s’impara uno eterno gridore.
-
-
-XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ DELLA MATEMATICA.
-
-La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma
-etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia.
-
-
-L. — DELLE SCIENZE.
-
-Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze
-matematiche, over che non sono unite con esse matematiche.
-
-
-LI. — LEONARDO AL LETTORE.
-
-Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî.
-
-
-LII. — DELLA MECCANICA.
-
-La _Meccanica_ è il paradiso delle scienze matematiche, perchè con
-quella si viene al frutto matematico.
-
-
-LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA.
-
-A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza.
-
-
-LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA E LA RAGIONE.
-
-La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie,
-ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità
-constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone,
-oprare le ’nsegni.
-
-
-LV. — LA DEDUZIONE.
-
-Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della
-scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione.
-
-
-LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO ALL’IGNOTO.
-
-Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è
-necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante
-li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà
-di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l
-vento.
-
-
-LVII. — LA LEGGE DI NATURA DOMINA I FATTI.
-
-Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti
-bisogna sperienza.
-
-
-LVIII. — L’ESPERIENZA È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA.
-
-Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi
-la ragione.
-
-
-LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi
-le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe
-troppo semplice; e dirai così: sperienza.
-
-
-LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI SI SCOPRONO LE CAUSE.
-
-Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè
-mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione
-dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare.
-
-E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali
-hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e
-termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè
-cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella
-investigare la ragione.
-
-
-LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE E VARIARE LE CIRCOSTANZE.
-
-Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o
-tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti.
-
-
-LXII. — ESEMPIO DELLA PRECEDENTE REGOLA.
-
-_Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con
-egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno
-infra loro eguali_.[126]
-
-La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa
-forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino
-lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di
-moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a
-vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E
-questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente
-non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e
-ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.
-
-
-LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA
-RAGIONE AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA.
-
-_Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più,
-proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre
-acquistando velocità di moto_.[127]
-
-E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe quasi veloce come la immaginazione
-o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per
-conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che
-infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce,
-e infinito cammin si moverebbe (perchè _ogni quantità continua è
-divisibile in infinito_). La qual opinione è dannata dalla ragione e
-per conseguente dalla sperienza.
-
-Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’
-l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol
-di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle
-sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come
-l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che
-spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà,
-come qui si dimostra.
-
-
-LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI,
-PERCHÈ IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA.
-
-Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del
-quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti;
-perchè ha così licenza tal particula d’acqua a levarsi in tanta
-altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è
-stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il
-quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non
-si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale
-invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai
-di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione
-[Sidenote: raccolta, somma] insieme col capitale del frutto, che tu
-possiedi.[128]
-
-
-LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.[129]
-
-Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i
-contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della
-dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti.
-
-La _Prospettiva_ adunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e
-discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata
-dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto
-della _Matematica_, quanto della _Fisica_, ornata co’ fiori dell’una e
-dell’altra.
-
-Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione [Sidenote:
-analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo,
-secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni,
-alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le
-cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna,
-che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si
-degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della
-luce.
-
-
-LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE DAL SENSO.
-
-Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti.
-
-
-LXVII. — CONSEGUENZA DEL PREDETTO PRINCIPIO.
-
-Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il
-senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità
-dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato.
-
-
-LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO È IL CRITERIO DEL VERO.
-
-E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione
-mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale
-impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo
-rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare
-impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per
-li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il
-medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè
-egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano [Sidenote:
-s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi
-per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu
-compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non
-potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e
-tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo,
-e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi!
-
-
-LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA
-DEI SENSI.
-
-Dicono quella cognizione esser _meccanica_, la quale è partorita
-dall’esperienza, e quella esser _scientifica_, che nasce e finisce
-nella mente, e quella esser _semimeccanica_, che nasce dalla scienza e
-finisce nella operazione manuale.
-
-Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le
-quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non
-terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine
-non passa per nessuno de’ cinque sensi.
-
-E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto
-maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi,
-come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre
-si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la
-ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe.
-Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la
-verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio
-resta in eterno distrutto, e s’esso litigio risurge, è bugiarda e
-confusa scienza e non certezza rinata.
-
-Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare
-per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non
-pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e
-noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al
-fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura,
-dette _Aritmetica_ e _Geometria_, che trattano con somma verità della
-quantità discontinua e continua.
-
-Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che
-un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con
-eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite
-dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali.
-
-E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche,
-imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il
-medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le
-quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’_Astrologia_
-e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali,
-com’è la _Pittura_, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e
-non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione.
-
-Della qual _Pittura_, li sua scientifici e veri principî prima
-ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e
-ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore,
-corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali
-solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia la
-_Scienza della Pittura_, che resta nella mente de’ suoi contemplanti,
-della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta
-contemplazione o scienza.
-
-
-LXX. — INGANNO DELLA MENTE ABBANDONATA A SÈ STESSA.
-
-Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio.
-
-
-LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni.
-
-
-LXXII. — CONTRO LA METAFISICA.
-
-Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son
-confermate dalla isperienza.
-
-
-LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI SULL’UOMO.
-
-L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso;
-li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola
-certezza, che la gran bugia.
-
-
-LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO.
-
-_Sillogismo:_ parlar dubbioso. _Sofismo:_ parlare confuso, il falso per
-lo vero. _Teorica:_ scienza sanza pratica.
-
-
-LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA.
-
-La _Pittura_ s’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque
-cosa creata dalla natura, e la _Filosofia_ penetra dentro alli medesimi
-corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane
-satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la
-prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna.
-
-
-LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI.
-
-Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli
-elementi non è in podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son
-noti.[130]
-
-
-LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA
-SFERICA.
-
-Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il
-mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare
-unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La
-qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro
-delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità
-d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una
-mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131] Ma di
-questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire,
-come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è
-occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura.
-
-
-LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO È UN’ASTRAZIONE MENTALE.
-
-Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non
-tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in
-atto.
-
-
-LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ ABBRACCIARE COLLA RAGIONE.
-
-Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è
-lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito,
-perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce
-ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha
-termini.
-
-
-LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-_De anima._ Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella,
-poco si move la parte percossa.
-
-L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso;
-
-Per lunga distanza la voce in fra l’aria;
-
-Più lunga in fra ’l foco;
-
-Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in
-fra lo ’nfinito.
-
-
-LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE TRASCENDE LA MENTE UMANA.
-
-O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che
-ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente
-conduce; ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose, che son
-disegnate dalla mente tua!
-
-
-LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI DEI PROBLEMI INSOLUBILI.
-
-Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri
-antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose
-improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono
-chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e
-falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del
-suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito
-in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro.
-
-
-LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE DELL’ANIMA.
-
-Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con
-vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più
-bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue
-invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi,
-quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi
-mette dentro l’anima d’esso corpo componitore.
-
-Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli
-corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle
-menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno
-tutti li segreti.
-
-Lascio star le lettere incoronate [Sidenote: i libri ecclesiastici e i
-dogmi], perchè son somma verità.
-
-
-LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI IMPAZIENTI.[132]
-
-Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo
-amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa
-cognizione.
-
-L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual
-certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le
-quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che
-debbono essere amate.
-
-Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui
-fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la
-maggior parte delle cose, di che il tutto è composto?
-
-Gli è vero che la impazienza, madre della stoltizia, è quella che lauda
-la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li
-servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come
-è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella
-quale s’include l’universo, caratando [Sidenote: pesandola a carati] e
-minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare.
-
-O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la
-tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi,
-cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi,
-ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual
-si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono;
-e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle
-cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare
-per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu
-hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi,
-che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta
-dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi
-fiori e frutti.
-
-Come fece Giustino, abbreviatore delle _Storie_ scritto da Trogo
-Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti
-delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti;
-— e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li
-quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato
-utilmente, cioè nelli studi delle _opere di natura_ e delle _cose
-umane_.
-
-Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani,
-sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro
-correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la
-fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti
-limosina, come a lor tutore!
-
-
-LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE NEL SUO STUDIO.
-
-Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il
-pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando
-è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente
-apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene
-riservate.
-
-E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un
-solo compagno sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la
-indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più
-simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo,
-io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle
-cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti
-fare, ch’assa’ [Sidenote: assai] spesso non prestassi orecchi alle
-loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti
-male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione
-dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro
-parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa
-parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu
-saresti pur solo?
-
-
-LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE.
-
-Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio,
-il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per
-obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li
-sono contrapposte.
-
-Adunque conoscendo tu, pittore, non poter essere bono se non se’
-universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità
-delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le
-vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l
-tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or
-questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e
-scelte in fra le men bone.
-
-E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia,
-dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo,
-riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino
-o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o
-parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non
-altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria.
-
-
-LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO.
-
-Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e
-parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di
-qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il
-quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quelli delle cose, che
-se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura.
-
-
-LXXXVIII. — CONSIGLIO.
-
-La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi,
-quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli
-appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse
-regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre.
-
-
-LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO NE’ PAESI.
-
-Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura
-e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e
-cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li
-oppongono, e remoto da altre cure.
-
-E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando
-l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale
-è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua
-ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro.
-
-E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la
-quale si trasmuta in tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua
-obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî,
-e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che
-infine non troverà più utile compagnia.
-
-
-XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI.
-
-Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni
-che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende
-se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in
-una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa
-essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che
-lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a
-parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora,
-se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado
-a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza.
-
-E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere
-vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di
-quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria
-e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e
-veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la
-diligenza, che la prestezza.
-
-
-XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO.
-
-Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì
-22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di
-molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per
-ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e
-credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare
-una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare,
-perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: —
-questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non
-volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso
-ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a
-rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di
-tempo allo scrivere da una volta all’altra.
-
-
-XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE.
-
-Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale
-aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè
-Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo
-e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme
-coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di
-Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [Sidenote: il foco],
-spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque
-ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia
-bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane
-forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra
-gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi
-alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, —
-piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio,
-colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso
-piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa,
-questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato
-alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio;
-paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là
-entro fussi alcuna miracolosa cosa.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA NATURA.
-
-
-I. — PROEMIO.
-
-Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto,
-perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili
-e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne
-l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte
-cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca
-valetudine [Sidenote: valore, pregio].
-
-Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti
-compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per
-le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal
-premio, qual merita la cosa da me data.
-
-
-II. — NATURA E SCIENZA.
-
-La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza.
-
-
-III. — LEGGI NECESSARIE DOMINANO I FATTI DELLA NATURA.
-
-La necessità è maestra e tutrice della natura.
-
-La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna.
-
-
-IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA POTENZA DELLA LORO CAGIONE È
-NECESSARIA.[134]
-
-_Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari
-potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido
-smalto,_ [Sidenote: dal percuotere su un piano liscio e sodo] _quanto a
-gettarlo libero per l’aria._
-
-O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a
-nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò
-sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei,
-e quella nel suo obbedire trova intoppo: hai ordinato, che la potenza
-del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi
-la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta
-da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a
-trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria.
-
-
-V. — LE LEGGI DELLA NATURA SONO IMPRESCINDIBILI.
-
-Natura non rompe sua legge.
-
-
-VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei
-infusamente vive.
-
-
-VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA NECESSARIAMENTE.
-
-Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno
-effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento
-della cagione.
-
-
-VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA DELL’EFFETTO ALLA SUA
-CAUSA.[135]
-
-(_Studiando la natura dell’occhio._)
-
-Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti
-dell’universo son ridotte in un punto, e quel punto è di tanta
-maraviglia!
-
-O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti
-li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause!
-
-Questi sono li miracoli!
-
-Scrivi nella tua _Notomia_, come, in tanto minimo spazio, l’immagine
-[Sidenote: visiva, che si forma nell’occhio] possa rinascere e
-ricomporsi nella sua dilatazione.
-
-
-IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA LEGGE.
-
-Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento
-dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti
-conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che
-Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura!
-
-Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’
-gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor
-dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita
-tempesta, con gran busse [Sidenote: urti] e sommersione di navili,
-con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e
-sbigottiti pesci!
-
-
-X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ.
-
-Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e
-potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore;
-il sole la svelle [Sidenote: fa evaporare] non per necessità, ma per
-potenza.
-
-
-XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO.
-
-Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di
-perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia
-subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte
-della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito,
-nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando
-chiudere li occhi con sua coperchi [Sidenote: le palpebre] serrati con
-somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando
-ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro
-al sospetto suo.
-
-Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo
-col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo da esso dormiente
-guardato, d’alcuna cosa non sia offeso.
-
-
-XII. — PROVVIDENZIALITÀ DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO DELLA
-PUPILLA.
-
-_La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son
-le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le
-rappresentano._
-
-In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è
-offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio,
-e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a
-similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel
-che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra,
-e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre
-tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione.
-E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare
-e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione
-delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le
-rappresentano.
-
-
-XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA.
-
-L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso.
-E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la
-natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano
-a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali,
-ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni,
-donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca
-sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: —
-perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per
-la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte
-per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo
-cibo.
-
-
-XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI.
-
-L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede,
-vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore
-la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto
-mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro
-loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore,
-che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo
-di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote:
-gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua.
-
-
-XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.
-
-Li timoni, creati nelli omeri [Sidenote: formati dall’omero dell’ala]
-che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per
-un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso
-volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto
-furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto.
-
-
-XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE NELLE PIANTE.
-
-Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che
-sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente,
-se la regola non è impedita.
-
-E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè
-nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella
-dell’occhio [Sidenote: gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in
-contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo,
-possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella
-concavità del nascimento di essa foglia.
-
-Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente,
-l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li
-cinque rami.
-
-
-XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE.
-
-Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere.
-
-
-XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde
-il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo
-la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione,
-finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e
-retorto.
-
-
-XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO NATURALE TENDONO A RITORNARVI.
-
-Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito
-ritornare, e massime foco, acqua e terra.
-
-
-XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.
-
-Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve.
-
-
-XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE NEL SUO TUTTO.
-
-Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire
-dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè,
-sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire.
-
-
-XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA.
-
-Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con
-seco s’unisce, e fassi una cosa medesima.
-
-L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile,
-l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore,
-lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione.
-
-Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è
-posato, lì si riposa.
-
-La cosa conosciuta col nostro intelletto....
-
-
-XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.
-
-Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima.
-
-
-XXIV. — LA STESSA.
-
-Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo
-che sia possibile.
-
-
-XXV. — ANCORA LA STESSA.
-
-Nessuna azion naturale si può abbreviare.
-
-Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che
-trovar si possa.
-
-
-XXVI. — LA NATURA È VARIABILE IN INFINITO.
-
-Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li
-alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso
-somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o
-frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un
-altro.
-
-
-XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI.
-
-I bugiardi interpreti di natura affermano lo _argento vivo_ essere
-comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia
-le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al
-mondo.
-
-
-XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ DELLA NATURA.
-
-Se la natura avesse ferma [Sidenote: fatta, fissata] una sola regola
-nella _qualità_ delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono
-somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe
-conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del
-volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla loro
-_grandezza_, lei non l’ha osservata nella _qualità_, in modo tale che
-l’un dall’altro chiaramente conoscere si può.
-
-
-XXIX. — PRECETTO AL PITTORE.
-
-Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle
-figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose
-cose, ch’appariscono nelle opere della natura, è che nissuna opera, in
-qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia
-l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi
-alla varietà de’ lineamenti.
-
-
-XXX. — PRECETTO.
-
-Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi
-moti nelle medesime storie [Sidenote: nel medesimo insieme di figure,
-episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi
-essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere
-replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza
-ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello,
-ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno
-precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette
-bellezze.
-
-
-XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI.
-
-Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti
-li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa,
-e nulla si variano, se non in lunghezza o in grossezza, come sarà
-dimostro nella _Notomia_; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte
-varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola,
-perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti.
-
-
-XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA.
-
-Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile.
-
-Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza.
-
-Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione
-fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del
-sôno, fatto dal martello di tal campana percussore.
-
-Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del
-moto [Sidenote: l’impeto] impresso nel mobile.
-
-
-XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE.
-
-Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto.
-
-
-XXXIV. — LA STESSA.
-
-Il moto è causa d’ogni vita.
-
-
-XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA.
-
-Che cosa è la forza?
-
-Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la
-quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata
-e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso [Sidenote: la
-quiete] ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza.
-
-
-XXXVI. — LA STESSA.
-
-Che cosa è forza?
-
-Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile,
-la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale
-violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale.
-
-
-XXXVII. — LA MATERIA È INERTE.
-
-Nessuna cosa insensata [Sidenote: materiale, senza vita e senza
-sensitività] per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri.
-
-
-XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA.
-
-L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo
-mobile, il quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita.
-
-
-XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA.
-
-Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la
-linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando
-[Sidenote: chiamo, denomino] principio.
-
-
-XL. — ORIGINE DELLA FORZA.
-
-La forza da carestia o dovizia [Sidenote: cioè: disequilibrio di
-potenze] è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote
-del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito
-nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con
-essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove
-essa forza generare si potesse.
-
-La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro
-accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro
-essere e lor morte.
-
-La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per
-le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde,
-ingrossati, essi muscoli si vengono a raccortare o trarsi dirieto i
-nervi [Sidenote: nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui
-si causa la forza per le membra umane.
-
-La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra
-forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa
-sarà di più lungo moto l’una che l’altra.
-
-
-XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA.
-
-La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione,
-son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere
-de’ mortali hanno loro essere e loro morte.
-
-
-XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA.
-
-Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre
-si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in
-lui si riserva.
-
-
-XLIII. — ANCORA.
-
-Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare
-un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudine d’un
-pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo
-si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi
-al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo
-vieterebbe.
-
-
-XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA DELLE SFERE CELESTI.[136]
-
-_Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no._
-
-Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà
-fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li
-circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati:
-adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non
-avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione
-pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati,
-si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni
-giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il
-sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o
-niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor
-confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbe non farsi sôno
-nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono
-politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi
-e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si
-genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura.
-
-Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini
-di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che
-inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi
-più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si
-fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a
-settentrione.
-
-
-XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ.
-
-La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in
-elemento più lieve.
-
-Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in
-elemento più grave.
-
-Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera.
-
-
-XLVI. — LA STESSA.
-
-Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per
-desiderio che esso corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è
-per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè
-tal peso.
-
-
-XLVII. — LA STESSA.
-
-— Il peso perchè non resta nel suo sito?
-
-— Non resta perchè non ha resistenza.
-
-— E donde si moverà?
-
-— Moverassi inverso il centro.
-
-— E perchè non per altre linee?
-
-— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la
-via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo.
-
-— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità?
-
-— Perchè non va — come insensibile [Sidenote: come cosa, che non ha
-vita, nè moto proprio] — prima vagando per diverse linee.
-
-
-XLVIII. — LAUDE DEL SOLE.
-
-Se guarderai le stelle, sanza razzi [Sidenote: senza quelle false
-irradiazioni, che provengon dall’occhio] (come si fa a vederle per
-un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e
-quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere
-tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramente la lunga
-distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che
-son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua.
-
-Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza,
-e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e
-latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio
-tenebroso.
-
-Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali
-dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra;
-fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume
-posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l
-vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza.
-
-
-XLIX. — SEGUE LA LAUDE.
-
-E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro.
-Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che
-dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo
-punì di tal errore poco peccò.
-
-Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che
-voglion laudare più lo adorare gli omini, che tal sole, non vedendo
-nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo
-lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono.
-Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali
-vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo,
-come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto
-adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han
-fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande
-quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la
-qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e
-putridi e corruttibili nelle loro sepolture.
-
-La _Spera_ e Marullo laudan con molti altri esso sole.[137]
-
-
-L. — SEGUE.
-
-Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti
-muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale
-ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo
-nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora
-lui fosse fronte di tal parallelo, e per conseguenza non essere più
-grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era
-insensibile per la lunga distanza del sole.
-
-Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro
-emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è
-grande il sole quanto e’ pare.)
-
-
-LI. — SEGUE.
-
-Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’
-pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna,
-quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza
-come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men
-d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la
-luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è
-un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è
-necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa,
-che l’opaco causa d’essa piramide.
-
-
-LII. — SEGUE.
-
-Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!...
-E qui si potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto
-grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una
-misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di
-ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento
-braccia, che è un sesto di miglio.
-
-Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la
-sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe
-camminato venticinque braccia per ora!
-
-
-LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO PER NATURA E NON PER VIRTÙ.
-
-Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di
-foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere,
-che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al
-color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco.
-
-
-LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già
-s’è detto. —
-
-Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li
-rifrette più caldi, che esso foco.
-
-La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi,
-presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco.
-
-Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi,
-avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per
-virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in
-questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per
-virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il
-che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere
-caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo
-freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi
-caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole,
-che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran
-calore.
-
-Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore.
-
-
-LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI NELLO SPAZIO.
-
-Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan
-natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor
-natura, e, per qualunque loco transparente essi passassino, è come
-s’elli penetrassino altrettanta aria.
-
-
-LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE O DA SÈ.
-
-Dicano [Sidenote: Sott.: gli scrittori, gli autori] di avere il lume
-da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da
-sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse
-oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio
-nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel
-luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente
-di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il
-sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga
-distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi
-nostri.
-
-Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’
-sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del
-sole all’occhio nostro.
-
-Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto
-più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume da sè che l’ombra,
-che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe
-a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma
-questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non
-n’aggiugne [Sidenote: raggiunge, arriva] infra troppe stelle, quello
-ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del
-corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole.
-
-
-LVII. — LA TERRA È UNA STELLA.
-
-Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi
-simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo!
-
-E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li
-autori.
-
-
-LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO.
-
-Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua,
-che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e
-risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra
-ancora lei essere stella.
-
-
-LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA ESSERE UNA STELLA.
-
-In prima diffinisci l’occhio.
-
-Poi mostra come il battere [Sidenote: il tremolio della luce, del
-fulgore escitizio delle stelle] d’alcuna stella viene dall’occhio; e
-perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come
-li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere
-delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra
-d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo
-adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo
-veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come
-la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del
-foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari
-portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre
-[Sidenote: tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo.
-
-
-LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI.
-
-Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa,
-mediante il sole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più
-remoti pare stella; e quest’è provo.
-
-
-LXI. — LA TERRA NON È CENTRO DELL’UNIVERSO.
-
-Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del
-mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei;
-e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi,
-questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe
-offizio, tal qual fa la luna a noi.
-
-
-LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE.
-
-Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume
-antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in
-libro quarto: _De mundo e acque_.
-
-
-LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA DELLA LUNA.
-
-1. Nessun lievissimo è opaco.
-
-2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve.
-
-3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no.
-
-E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi,
-perchè non cade al centro de’ nostri elementi?
-
-E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque
-ella è più lieve che altro elemento.
-
-E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non
-traspare?
-
-
-LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA.
-
-Nessun denso è più lieve che l’aria.
-
-Avendo noi provato come la parte della luna, che risplende è acqua,
-che specchia il corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore da
-lui ricevuto, e come, se tale acqua fusse sanza onde, ch’ella picciola
-si dimostrerebbe, ma di splendore quasi simile al sole; al presente
-bisogna provare, se essa luna è corpo grave o lieve; imperocchè se
-fusse grave, confessando che dalla terra in su in ogni grado d’altezza
-s’acquista gradi di levità, — conciò sia che l’acqua è più lieve che
-la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l foco che l’aria e così seguitando
-successivamente, — e’ parrebbe che, se la luna avesse densità, com’ella
-ha, ch’ella avesse gravità e, avendo gravità, che lo spazio, ove
-essa si trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza avesse _a
-discendere inverso il centro dell’universo e congiugnersi colla terra_,
-e se non lei almanco le sue acque avessino a cadere, e spogliarla di
-sè, e cadere inverso il centro, e lasciar di sè la luna spogliata
-e sanza lustro; onde, non seguitando quel che di lei la ragione ci
-promette, egli è manifesto segno, che tal luna è vestita de’ sua
-elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in sè per sè si sostenga in
-quello spazio, come fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro
-spazio, e che tale offizio facciano le cose gravi ne’ sua elementi,
-qual fanno l’altre cose gravi nelli elementi nostri.
-
-
-LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La luna densa e grave come sta, la luna?
-
-
-LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO AI PROPRI ELEMENTI.
-
-Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in mezzo al suo albume sanza
-discendere d’alcuna parte, ed è più lieve o più grave o eguale d’esso
-albume; e, s’egli è più lieve, egli dovrebbe sorgere sopra tutto
-l’albume e fermarsi in contatto della scorza d’esso uovo e, s’elli è
-più grave dovrebbe discender, e, s’elli è eguale, così potrebbe stare
-nell’un delli stremi come in mezzo o di sotto.
-
-
-LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO DELLA VITA.
-
-Il caldo è cagione del movimento dell’umido, e ’l freddo lo ferma, come
-si vede la region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria.
-
-Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale è movimento d’omore.
-
-
-LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE VIVENTE.
-
-Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o
-razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno;
-nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna
-parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono
-l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in
-gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima
-vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li
-ordini delle collegazioni [Sidenote: aggregazioni] de’ sassi, di che
-si compongono le montagne, il suo tenerume sono li tufi, il suo sangue
-sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core,
-è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue
-per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l
-caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la
-residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi
-della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon
-Gibello di Sicilia e altri lochi assai.
-
-
-LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO E DEL MONDO. COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE
-L’ACQUA.
-
-L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso
-nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra,
-acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo
-ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi
-sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove
-cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha
-il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei
-ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene,
-che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano
-empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo
-della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al
-proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non
-v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono
-necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili.
-
-
-LXX. — L’ACQUA.
-
-Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto
-di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son
-costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati.
-
-
-LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA DEL MONDO.
-
-L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna,
-o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice
-de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il
-mancamento del versato umore, quivi con curioso [Sidenote: sollecito]
-soccorso abbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si
-vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle,
-in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto [Sidenote:
-contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata
-nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza
-somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa
-non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita.
-
-
-LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra
-è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene,
-contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li
-umori in tutte le spezie de’ corpi animali.
-
-
-LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI.
-
-L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural
-calore si move.
-
-
-LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE ALL’ACQUA.
-
-L’acqua è ’l vetturale della natura.
-
-
-LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA.
-
-Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra
-l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano
-li letti delli lor corsi.
-
-La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor
-corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica
-nell’ultime bassezze delli lor moti.
-
-Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto
-prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più
-tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di
-minore o maggior quantità.
-
-E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion
-de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi,
-dond’ella discorre.
-
-
-LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE.
-
-Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo
-del mare.
-
-Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si
-consumano.
-
-Come i mediterranei scopriranno i lor fondi all’aria, e sol
-riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale
-correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di
-tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano.
-
-
-LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI.
-
-In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi,
-colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco,
-come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove
-manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle
-inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza
-della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua
-dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e
-separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La
-declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso
-corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare,
-universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi.
-
-Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le
-nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità,
-fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io
-non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto,
-che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare,
-contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo.
-
-
-LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.
-
-O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli
-hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti,
-dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose
-o ritorte interiora [Sidenote: Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal
-tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude
-ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte!
-
-
-LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.
-
-Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia
-se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari
-essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa
-le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue
-e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le
-testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti
-monti, lontani dalli mari d’allora.
-
-
-LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [Sidenote: le conchiglie fossili]
-MARINI.[138]
-
-Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli
-mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per
-causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu
-che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse
-chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del
-mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le
-radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli
-[Sidenote: a strati, a strati].
-
-E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti
-marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono
-da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque
-insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio
-animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua,
-— e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove
-s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo,
-con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato
-di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse
-chi tenne conto d’esso tempo.
-
-E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza,
-non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi,
-confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti
-monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o
-di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili.
-
-E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti
-e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano
-da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si
-cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove
-non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati
-dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a
-dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi
-fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti
-separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango e non con ordinati gradi
-a suoli, come alli nostri tempi si vede.
-
-
-LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI SONO PER MOLTO SPAZIO E
-NATI REMOTI DALLI MARI, PER LA NATURA DEL SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE
-E INFLUISCE TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI.
-
-A costor si risponderà che s’è tale influenza [Sidenote: influsso
-degli astri, atto a crear animali fossili] d’animali, non potrebbero
-accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e
-non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere
-sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non
-l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi
-dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche
-de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre
-specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si
-movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la
-scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando;
-non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, li quali alcuni
-dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero
-tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini
-gittati non fussino.
-
-E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più
-dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non
-sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate
-non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza.
-
-Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi
-mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno
-di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in
-forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo
-che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal
-sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi
-si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia,
-e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto
-Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo
-lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa
-dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra per
-ispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il
-suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la
-quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li
-fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde
-segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran
-monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno
-di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di
-Perugia.
-
-Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in
-tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci,
-che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico
-li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali
-in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme
-coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si
-cavano, son pieni di nicchi.
-
-Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della
-Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè
-a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè
-nelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e
-ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val
-di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano.
-
-Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque,
-che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare
-inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo,
-perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella
-del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua
-del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose
-mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili
-cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del
-mare, tanto più si fa potente e grave che quella.
-
-Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra
-terra, se quivi nati non fussino!
-
-Se tu mi dicessi il fiume Era [Sidenote: Loira], che passa per la
-Francia, nell’accrescimento del mare [Sidenote: nel flusso o alta
-marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran
-pianura, e ’l mare s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a
-trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si
-risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non
-fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia
-poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese.
-
-
-LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, CHE DICONO I NICCHI ESSER
-PORTATI PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI MARI PER CAUSA DEL DILUVIO,
-TANT’ALTO CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA.
-
-Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti,
-se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi
-sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe
-vacuo.
-
-E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il
-grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude,
-esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte
-esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se
-elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non
-li tirano a sè.
-
-E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò
-essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi
-dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non
-si rimovono, se non per causa di percussion d’onda.
-
-E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo
-provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel
-fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare
-del mare dal terreno tolto vicino alli liti.
-
-Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è
-lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la
-cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie
-ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran
-provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può
-portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua.
-
-Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e
-quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti
-con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza
-l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti
-li altri nicchi, che stanno insieme a congregazione, essere trovati
-tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno
-dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo!
-
-E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra
-le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a
-significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando
-fu tagliato lo stretto di Gibilterra.
-
-Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi
-e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io
-facevo il gran cavallo di Milano [Sidenote: la statua equestre a
-Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica
-da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era
-assai delli conservati nella prima bontà....
-
-Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni
-[Sidenote: le profonde cave di macigno], li legnami delle travi
-lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di
-Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che
-la litta [Sidenote: fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che
-quivi copriva, fusse abbandonata in tant’altezza, e che le pianure del
-Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di
-lì sgomberato.
-
-E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili
-lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa
-tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi
-s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne
-vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si
-cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano.
-
-
-LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA
-DEL PRESENTE.
-
-Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti
-delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora
-asciutte.
-
-Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è
-petrificato il nicchio insieme col fango.
-
-Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali
-fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio.
-
-Come altra setta d’ignoranti affermano la natura o i cieli averli
-in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si
-trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come
-nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i
-mesi della lor vita, come [Sidenote: allo stesso modo che] nelle corna
-de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non
-furono mai tagliate in alcuna parte!
-
-E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere
-manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza
-moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da
-penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi.
-
-Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte
-di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’
-liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del
-mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra?
-
-Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di
-pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricoperta da una
-terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando?
-
-E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu
-troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine
-di molte.
-
-Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava
-le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli
-scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino
-stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che
-ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto.
-
-E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi
-fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo
-stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le
-pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso
-il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti
-marittimi.
-
-E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’
-monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso
-de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più
-gravi di lui, e, se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe
-lasciate in diversi lochi seminate.
-
-Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in
-Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati [Sidenote: corrosi dal
-tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla
-corrente de’ fiumi?
-
-E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie
-d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre
-appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi
-d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona
-pastura, diventano cibo del predetto nicchio.
-
-Non si trova l’arena mista coll’aliga marina [Sidenote: l’alga marina]
-essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E
-di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe.
-
-
-LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI.
-
-E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti
-mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione
-fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n
-un medesimo sito?
-
-E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi [Sidenote: stratificata
-e cementata in roccie] in diverse altezze delli monti, perchè quivi è
-di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi
-in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi
-li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute,
-ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le
-condusse?
-
-Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate
-[Sidenote: fossilizzate e improntate] nelli alti sassi di tal monte,
-e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E
-così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in
-pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi.
-
-
-LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO.
-
-Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno
-s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece
-il secondo!
-
-
-LXXXVI. — DUBITAZIONE.
-
-Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di
-Noè fu universale o no, e qui parrà di no per le ragioni, che si
-assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu
-composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal
-pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se
-così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra
-terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte
-egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua
-trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che
-l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella
-non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui
-è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non
-andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per
-soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che
-tale acqua fu vaporata dal calor del sole.
-
-
-LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139]
-
-Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’
-fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice
-aria, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina
-della terra [Sidenote: il corpo sferico della Terra, rammollito per le
-assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento
-del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I
-fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più
-leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante;
-tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e
-mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di
-ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro
-vita, e mancherà la generazione umana.
-
-A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida
-e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre)
-e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento
-[Sidenote: continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la
-fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del
-foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il
-termine della terrestre natura.
-
-
-LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’
-MONTI.
-
-Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le
-cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta
-dall’acque, e sarà inabitabile.
-
-
-LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.
-
-La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte
-l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi
-animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti
-nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di
-pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [Sidenote:
-disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva.
-
-
-XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO
-VOLANTE.
-
-L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento
-è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con
-tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque
-direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non
-l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta
-dall’anima dell’omo.
-
-L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’
-bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse
-separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni;
-ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello
-provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte
-sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso
-largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale
-lui s’è fatto anima e guida.
-
-
-XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO
-DEL NIBBIO.
-
-Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino,
-perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che,
-essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca
-colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle
-labbra.
-
-
-XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI
-GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.
-
-Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non
-reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella
-quale [Sidenote: Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi
-uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne.
-
-Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [Sidenote: sottili]
-ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si
-sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista.
-
-
-XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE.
-
-In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli
-stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva.
-
-
-XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE.
-
-Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al
-continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli
-lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli
-più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento
-partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi
-esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi
-tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di
-vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col
-nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui
-al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra
-se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in
-tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo,
-e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in
-istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del
-nutrimento suo.
-
-
-XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.
-
-L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura
-di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita
-dell’altrui morte.
-
-
-XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
-
-Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e
-riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui
-era, più non è.
-
-Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore?
-
-
-XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140]
-
-Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa,
-e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto
-da essi elementi.
-
-
-XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO.
-
-La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele
-matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre.
-
-
-XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte
-dell’altro?
-
-La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue
-vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua
-terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l
-tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo
-l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio,
-spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran
-moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini,
-che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di
-loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti.
-
-Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la
-continua moltiplicazione.
-
-Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano
-le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale.
-
-
-C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI.
-
-Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel
-primo caso [Sidenote: nello stato primitivo, anteriore alla nascita],
-fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui
-desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova
-state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate
-cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua
-disfazione!...
-
-Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che,
-trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre
-ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo
-desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è
-modello dello mondo.
-
-E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare,
-e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica
-acquistati.
-
-
-CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA.
-
-L’anima pare risiedere nella parte judiziale [Sidenote: parte judiziale
-= intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel
-loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune
-[Sidenote: senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo,
-come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se
-ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario
-li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno
-solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento
-sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici,
-la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra
-detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio.
-E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse
-nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio,
-e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa
-s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio.
-
-Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità
-costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde
-forate [Sidenote: corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali
-corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle,
-che circonda le corporee membra e visceri.
-
-Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri
-offiziali [Sidenote: membri offiziali = muscoli], le quali corde e
-nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento;
-quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare,
-imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i
-nervi [Sidenote: nervi = tendini], i quali si tessono per le particule
-de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la
-cagione del loro contatto.
-
-I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’
-condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri
-al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l
-nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e
-’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la
-imprensiva è sua referendaria.
-
-
-CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.
-
-Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri
-sensi.
-
-Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi.
-
-E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti,
-mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti
-alla imprensiva [Sidenote: imprensiva = sensitività e percezione] e
-da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla
-memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno
-riservate.
-
-I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare.
-
-Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio,
-che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano
-li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno
-posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo
-il capo. E questo nome di _senso comune_ dicano, solamente, perchè è
-comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare,
-gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è
-posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante
-la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali,
-cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e
-la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti.
-La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine
-a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la
-manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì
-sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa
-data.
-
-Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla
-imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del
-quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare
-dalla nostra materia.
-
-
-CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.
-
-La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi,
-i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del
-comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore
-per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e
-obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in
-un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo
-signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà
-dalla volontà d’esso signore.
-
-Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma
-obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate
-dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio
-v’attenda.
-
-I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza
-che l’omo lo sappi?
-
-
-CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO
-DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.
-
-Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici
-e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e
-mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze,
-non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade
-nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte.
-
-
-CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.
-
-Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi
-volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore
-parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha
-molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in
-tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si
-vede li atti e li modi del loro fattore.
-
-E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile
-in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure
-con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono
-la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato,
-le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si
-dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno
-attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come
-se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio
-accidente del pittore.
-
-E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che
-sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo,
-si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio
-nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella
-ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e
-così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo
-tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se
-medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare
-l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno,
-che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora
-di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che
-simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano
-ai loro genitori.
-
-
-CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE
-COSE E NEGLI ESSERI.
-
-Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale,
-il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo
-far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia
-assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia,
-deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi
-mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si
-trova.
-
-E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò
-sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè
-l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio,
-e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel
-comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di
-femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa.
-
-Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e
-da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono.
-
-
-CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.
-
-Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e
-quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio
-non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che
-hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono
-riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile
-e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai
-in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure.
-
-
-CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.
-
-Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla
-creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino
-a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle
-potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo,
-dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a
-rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima
-inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano
-di cose a loro simiglianti.
-
-
-CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.
-
-Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e
-concupiscibili [Sidenote: senso e desiderio].
-
-Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali.
-
-De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione,
-tatto e gusto no.
-
-L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali.
-
-
-CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.
-
-Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla
-imaginazione stando desto?
-
-
-CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.
-
-La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti
-fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [Sidenote: si dilata o si
-restringe].
-
-E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà
-di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose
-circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che
-si risguardi.
-
-
-CXII. — INGANNO DEI SENSI.
-
-L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel
-suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per
-linee rette, che compongono la piramide [Sidenote: formata dal raggi
-luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio,
-come intendo provare.
-
-Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi
-obbietti, perchè non vengono le spezie [Sidenote: le onde sonore] a
-lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e
-riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le
-propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco
-sol per linee rette si riferisce a esso senso.
-
-L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il
-gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso
-tatto.
-
-
-CXIII. — SUL TEMPO.
-
-Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso,
-per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la
-geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita
-varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma
-sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia:
-il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea,
-ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i
-punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son
-termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea
-è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è
-alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè,
-ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro.
-
-
-CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.
-
-Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica.
-
-
-CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.
-
-Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici,
-e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua,
-e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è
-indivisibile, perchè non è quantità.
-
-Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito.
-
-Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla
-tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non
-hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l
-preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente.
-
-Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l
-divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione
-come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come
-si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che
-rappresenta esso Nulla [Sidenote: lo zero]. E la podestà sua non si
-estende infra le cose di natura.
-
-[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole:
-nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del
-presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non
-sono o che sono impossibili.]
-
-Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro,
-e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna
-infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere,
-imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA MORALE.
-
-
-I. — GLI STUDI DI LEONARDO.
-
-Io scopro alli omini l’origine della prima o forse seconda cagione del
-loro essere.
-
-
-II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA.
-
-E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali
-disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose,
-che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale,
-con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non
-d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia,
-ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri,
-consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno
-a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile
-insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a
-tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi,
-che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per
-vedere le differenze.
-
-E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo
-stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla
-paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti
-squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non
-t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a
-tal figurazione.
-
-E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva;
-e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion
-geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’
-muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente.
-
-Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi
-libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non
-sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale.
-
-
-III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA.
-
-Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del
-minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a
-me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi
-quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò
-l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi
-la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto
-locale, mediante lo sue parti.
-
-E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura
-delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura.
-
-
-IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI.
-
-E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della
-natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa
-essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa
-sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere
-nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente,
-quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella
-sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità
-distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la
-merita.
-
-Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo
-pianto e dolore non sia sanza cagione.
-
-
-V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.
-
-Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la
-qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più
-moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non
-avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia.
-
-
-VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA.
-
-Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè
-io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star
-sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature
-delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari,
-col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini,
-che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di
-pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna,
-onde alitano, posta sopra otri o sughero.
-
-
-VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.
-
-Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual
-s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia,
-partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di
-riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se
-non simile a sè, cioè bugia.
-
-Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’
-semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può
-da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali
-essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in
-tale uffizio ha fatti i vetri ecc.
-
-Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento,
-è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia,
-collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti
-i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua
-parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può,
-parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che
-li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia
-prima entran quelli, che tal cosa affermano.
-
-E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni
-è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio
-dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale
-arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria,
-convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti,
-con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con
-impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con
-quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a
-questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor
-fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa
-offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte?
-qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di
-colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici
-di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze
-sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere
-alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo
-della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare
-per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti
-dell’universo....
-
-Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per
-tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la
-morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto
-la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità?
-
-E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito,
-ruinerebbero Iddio con tutto l’universo.
-
-E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria,
-essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello
-spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non
-sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo
-non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento
-riempiuto.
-
-
-VIII. — DELLI SPIRITI.
-
-Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion
-dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè
-medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale.
-— E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro
-alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal
-quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si
-desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual
-il vacuo si generasse.
-
-Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è
-una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto
-nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo
-elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come
-si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra
-acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza,
-la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario
-la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa
-acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al
-continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse,
-per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il
-celo, insinchè uscito fusse di tali elementi.
-
-
-IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI.
-
-Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi,
-sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è
-allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale
-spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli
-stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del
-vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere
-restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e,
-se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita
-due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera]
-quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria
-levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa
-di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e
-altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù.
-
-Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria,
-preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali
-al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle
-rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale
-aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo
-sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse.
-
-
-X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O
-NO.
-
-Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa
-movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo
-spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde.
-— Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto
-fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello
-spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa
-aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso.
-
-
-XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.
-
-Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima
-definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: —
-_la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso
-confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di
-denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce
-raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno
-suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto
-dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran
-fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito
-fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro,
-come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria,
-e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella
-generazion delle saette.
-
-Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento
-d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli
-non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è
-necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui
-non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non
-ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi
-a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se
-non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della
-cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta
-sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual
-movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro
-a sè la strignie. —
-
-Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito.
-
-E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le
-spezie delli obbietti vanno all’occhio.
-
-
-XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-O matematici fate lume a tale errore!
-
-Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è
-occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle
-cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta
-la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue
-immagini].
-
-
-XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’
-essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere
-strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce,
-nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè
-entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria
-congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie
-forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte
-dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in
-nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti.
-
-
-XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.
-
-Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro
-non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno
-fondamenti scientifici.
-
-Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini,
-li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto:
-
-_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari
-del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri
-e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori
-della cogitazione.
-
-_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità,
-sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione.
-
-_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte
-evidenti, sono iracondi.
-
-_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte
-lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così
-si po’ dire di molte parti. —
-
-Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una
-medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno
-all’altro; e così in un naufragio.
-
-
-XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO.
-
-L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o
-ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale
-è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia?
-s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi
-di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in
-tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza].
-
-
-XVI. — SEGUE.
-
-L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende.
-
-L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta.
-
-
-XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca,
-avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro.
-
-
-XVIII. — AVVERTIMENTO.
-
-Non si debbe desiderare lo impossibile.
-
-
-XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.
-
-Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli,
-che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran
-povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti,
-cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che
-l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al
-sommo stolto negromante e incantatore.
-
-
-XX. — CONTRO I MEDICI.
-
-Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute.
-
-
-XXI. — ANCORA.
-
-Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite.
-
-Adunque devono esser ricchi.
-
-
-XXII. — ANCORA.
-
-E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti
-riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè
-le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men
-numero di libri, ch’esista di Medicina.
-
-
-XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE.
-
-La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le
-quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’
-fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione
-dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi
-membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero
-causa della lor destruzione.
-
-
-XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE.
-
-Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto
-[Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali
-pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza
-moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti
-obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole
-non sentono dolore, come quelle delli animali.
-
-
-XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA.
-
-Lussuria è causa della generazione.
-
-Gola è mantenimento della vita.
-
-Paura over timore è prolungamento di vita.
-
-Dolore è salvamento dello strumento.
-
-
-XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.
-
-Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di
-quella.
-
-
-XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA.
-
-Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso
-corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e
-confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima.
-
-
-XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA.
-
-L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa
-a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che,
-guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto.
-
-
-XXIX. — LA MEMORIA.
-
-Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo
-danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita.
-
-
-XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.
-
-Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo
-spirito.
-
-
-XXXI. — RAGIONE E SENSO.
-
-I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando
-contempla.
-
-
-XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.
-
-Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire.
-
-
-XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO.
-
-Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero
-nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può
-perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe
-e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con
-iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione.
-
-
-XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.
-
-A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di
-troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito;
-ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa
-lungamente passata ci pare esser presente.
-
-
-XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO.
-
-Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di
-tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate
-di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose
-vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù;
-e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate
-dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano
-distanti.
-
-
-XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.
-
-Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri
-giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli
-indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria
-nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non
-trapassi indarno.
-
-
-XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.
-
-L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna
-altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama
-raccoglie.
-
-
-XXXVIII. — EPIGRAMMA.
-
-O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte;
-o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi
-similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile
-ai tristi morti?
-
-
-XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.
-
-L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima
-di quella che viene: così il tempo presente.
-
-
-XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.
-
-La vita bene spesa lunga è.
-
-
-XLI. — LA VITA LABORIOSA.
-
-Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene
-usata dà lieto morire.
-
-
-XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.
-
-O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu
-distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti
-della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando
-si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la
-vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte.
-
-O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale
-tutte le (cose) sono consumate!
-
-
-XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA
-L’OPERE DI DIO.
-
-Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti,
-ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che
-sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi
-son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni
-delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le
-figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano
-d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile.
-
-Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere
-l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto
-Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della
-cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai
-amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la
-somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa,
-alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la
-virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo
-proposito.
-
-
-XLIV. — PREGHIERA.
-
-Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare
-ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita
-alli omini.
-
-
-XLV. — ORAZIONE.
-
-Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica.
-
-
-XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.
-
-E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun
-si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano.
-
-
-XLVII. — ANCORA.
-
-Farisei frati santi vol dire.
-
-
-XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141]
-
-Nulla può essere scritto per nuovo ricercare.
-
-
-XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.
-
-La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i
-panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni
-secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà;
-similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie
-offendere non ti potranno la tua mente.
-
-
-L. — CONSIGLI AL PARLATORE.
-
-Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li
-danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte
-tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi
-a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi
-di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento;
-e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu
-acquisterai odio e inimicizia.
-
-E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare,
-parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare
-intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie
-azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che
-lui si diletta.
-
-
-LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.
-
-Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e
-questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno,
-cioè dagl’ignoranti.
-
-Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te
-l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti
-farai misero e sanza riposo.
-
-Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel
-giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo,
-com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il
-giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane,
-in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma
-fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli
-uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni.
-
-
-LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.
-
-Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama.
-
-Questa sozza fama è nata da’ vizi.
-
-Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto
-no.
-
-Il vôto nasce, quando la speranza more.
-
-Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli
-parlatori, sanza alcuna sentenza.
-
-Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno.
-
-La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile.
-
-Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese.
-
-Chi teme i pericoli, non perisce per quegli.
-
-Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova.
-
-Chi altri offende, sé non sicura.
-
-Non essere bugiardo del preterito.
-
-La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della
-povertà.
-
-Dov’è libertà, non è regola.
-
-Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il
-consiglio.
-
-Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la
-intendi.
-
-Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello.
-
-Le minaccie solo sono arme dello imminacciato.
-
-Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
-
-Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re
-delle ave.
-
-Chi non punisce il male, comanda che si facci.
-
-Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.
-
-Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso.
-
-Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni.
-
-Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo.
-
-Chi poco pensa, molto erra.
-
-Più facilmente si contesta al principio, che al fine.
-
-Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che
-sono in pericolo.
-
-Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio.
-
-Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti.
-
-Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli
-omini.
-
-Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente.
-
-Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non
-saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo.
-
-Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e
-dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento.
-
-Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra.
-
-Raro cade chi ben cammina.
-
-Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo!
-
-Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera.
-
-Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono.
-
-La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde.
-
-Chi non stima la vita, non la merita.
-
-Cosa bella mortal passa e non dura.
-
-Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata.
-
-L’oro in verghe, s’affinisce nel foco.
-
-Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita.
-
-Ogni torto si dirizza.
-
-Di lieve cosa nasciesi gran ruina.
-
-Al cimento si conosce il fine oro.
-
-Tal fia il getto, qual fia la stampa.
-
-Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.
-
-Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina.
-
-L’edera è di lunga vita.
-
-Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è
-creduto.
-
-Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto
-è calva.
-
-Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.
-
-Impedimento non mi piega.
-
-Ogni impedimento è distrutto dal rigore.
-
-Non si volta chi a stella è fisso.
-
-
-LIII. — LA VERITÀ.
-
-Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità,
-scacciando le tenebre.
-
-Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore
-e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre,
-occultatrici d’ogni essenzia.
-
-Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la
-verità, cioè l’oro.
-
-La verità al fine non si cela: non val simulazione.
-
-Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice.
-
-La bugìa mette maschera.
-
-Nulla occulta sotto il sole.
-
-Il foco è messo per la verità, perchè distrugge ogni sofistico e bugìa,
-e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero.
-
-
-LIV. — IL BEN FARE.
-
-Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che
-’l giovamento.
-
-Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel
-giovare.
-
-Tutte le opere non son per istancarmi.
-
-È motto da carnovale. _Sine lassitudine_.
-
-Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si
-stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al
-nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente.
-
-
-LV. — LA INGRATITUDINE.
-
-Sia fatto in mano alla ingratitudine.
-
-Il legno notrica il foco che lo consuma.
-
-Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il
-lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità.
-
-
-LVI. — LA INVIDIA.
-
-La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa
-spaventa la virtù.
-
-Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se
-potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in
-volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da
-palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare
-che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a
-significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in
-continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante.
-Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella
-offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia
-ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di
-fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile
-cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a
-signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti
-strumenti della morte.
-
-Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e
-prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia.
-
-
-LVII. — LA FAMA.
-
-La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche
-a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue
-operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano.
-
-Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in
-iscambio di penne, e ’n forma d’uccello.
-
-
-LVIII. — PIACERE E DOLORE.
-
-Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati
-[Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato
-dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno
-all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un
-medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la
-fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e
-lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra,
-ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose.
-Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare
-che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della
-vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina,
-chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare
-nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente,
-imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri,
-che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si
-tiene la canna per tali fondamenti.
-
-
-LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO.
-
-Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le
-composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti:
-così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a
-ricevere la virtù de’ sensi.
-
-Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della
-sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo
-contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di
-saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del
-predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte
-della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate
-congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario,
-perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi
-ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si
-vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più)
-in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di
-notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni.
-
-
-LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142]
-
-Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo
-Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi,
-acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua
-gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali?
-
-E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma
-non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la
-qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si
-trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento
-di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e
-de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero),
-e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie
-leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna
-volta si mangiano i figlioli....
-
-Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e
-amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole,
-pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai
-ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura
-tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se
-non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare
-infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola?
-
-
-LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.
-
-UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che
-son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son
-molti.
-
-
-LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.
-
-Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale
-andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i
-loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce
-si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro,
-per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e
-sempre così sèguita.
-
-
-LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO.
-
-Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli
-animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella
-infanzia va con quattro piedi.
-
-
-LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.
-
-Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini
-e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in
-tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto
-bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e
-portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate,
-che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî
-colori.
-
-Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per
-offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi,
-le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean
-parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte.
-
-Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente
-grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno
-a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono
-tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non
-potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra.
-
-Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini
-avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi
-vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e
-alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio
-e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita
-d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli.
-
-
-LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143]
-
-A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo.
-
-Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età
-d’anni 10.
-
- ladro,
- bugiardo,
- ostinato,
- ghiotto.
-
-Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un
-giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose,
-lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo
-confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4.
-
-Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per
-due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il
-vino e, dopo questo, venne a cena dove me.
-
-Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi
-a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo
-dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò
-nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote:
-soldi di Lira] 2.
-
-Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer
-Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e
-spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini
-salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa
-accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era
-in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi
-trovò. — Lire 2 s. di L. 4.
-
-Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una
-pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno
-mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi
-de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici,
-confetti. Lire 2.
-
-Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio
-d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era
-di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4.
-
-Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire
-6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para
-di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe....
-L. 1.
-
-
-LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO.
-
-Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui,
-non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei,
-con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui.
-
-
-LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144]
-
-Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato
-acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito.
-Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri
-di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore
-tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla
-quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo
-ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo
-l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e
-oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui
-con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li
-furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui
-fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere
-di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li
-negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e
-grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal
-volontieri.
-
-La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti,
-dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’
-Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa
-lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di
-loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo
-durava insino a sera.
-
-E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e
-diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo
-era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così
-seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo
-se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non
-esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di
-poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai
-tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi
-lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’
-mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun
-de’ mia voleva più entrare.
-
-Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è
-quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui
-ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione
-di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini....
-disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto
-dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere
-ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti
-lavoranti assai specchi per mandare alle fiere.
-
-
-LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE
-PREMIO DI LOR VIRTÙ?
-
-E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò
-sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son
-quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li
-dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano
-li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non
-vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio.
-
-E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi,
-fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli
-eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre
-insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè
-questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue
-e li simulacri....
-
-Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come
-ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri
-operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in
-pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non
-sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra
-la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato
-il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli.
-
-Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti
-tieni? son queste cose da esser fatte da omini?
-
-
-LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.
-
-Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta
-voce, con tali parole mosse:
-
-— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo,
-a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo
-è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine,
-in compagnia di tutti i vizi.
-
-Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati
-solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che
-alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini
-trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli
-sono nimici, e peggio s’elli son amici.
-
-
-LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.
-
-Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite,
-essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato
-di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al
-suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote:
-accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato
-Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali,
-non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala
-natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua
-iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio.
-
-
-
-
-PENSIERI SULL’ARTE.
-
-
-
-
-DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI.
-
-
-I. — PROEMIO.
-
-Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal
-numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della
-natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio].
-
-Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette
-arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma
-ad infinite attende, che la natura mai le creò.
-
-
-II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE?
-
-Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della
-Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei
-medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica]
-nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle
-predette scienze non mancando per questo di sua divinità.
-
-E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè
-medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi
-che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno
-di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura,
-e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno
-professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere
-quella.
-
-Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante
-non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo
-no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle
-lingue o lettere umane.
-
-
-III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.
-
-Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più
-comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario,
-è meno utile ch’è meno comunicabile.
-
-La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni
-dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non
-passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa
-per il vedere.
-
-Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno
-le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi
-che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie
-umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura,
-imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli
-figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta
-della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale
-spettacolo.
-
-
-IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.
-
-Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il
-discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto.
-Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza,
-quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come
-l’altre sustanze.
-
-Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura
-no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il
-discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come
-si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa
-non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa,
-qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa
-infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta
-nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e
-non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più
-eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate.
-
-Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente andare velati e
-coperti, credendo diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare
-le loro presenze? or non si vede le pitture, rappresentatrici delle
-divine Deità, esser al continuo tenute coperte con copriture di
-grandissimi prezzi? e quando si scoprano, prima si fa grandi solennità
-ecclesiastiche di varî canti con diversi suoni; e, nello scoprire,
-la gran moltitudine de’ popoli, che quivi concorrono, immediate si
-gettano a terra, quelle adorando e pregando, per cui tale pittura è
-figurata, dell’acquisto della perduta sanità e della eterna salute, non
-altrementi, che se tale Idea fusse lì presente in vita?
-
-Questo non accade in nessun’altra scienza od altra umana opera. E se
-tu dirai, questa non esser virtù del pittore, ma propria virtù della
-cosa imitata; si risponderà, che in questo caso la mente de li omini
-po’ saddisfare, standosi nel letto, e non andare ne’ lochi faticosi e
-pericolosi, ne’ pellegrinaggi, come al continuo far si vede.
-
-Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo sono in essere, chi li move,
-sanza necessità? Certo tu confesserai essere tale simulacro, il quale
-far non po’ tutte le scritture, che figurar potessino in effigie ed in
-virtù tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami tal pittura, ed ami chi
-l’ama e riverisce, e si diletti d’essere adorata più in quella, che
-in altra figura di lei imitata, e per quella faccia grazia e doni di
-salute, — secondo il credere di quelli, che in tal loco concorrono.
-
-
-V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE UMANE PER SOTTILE
-SPECULAZIONE APPARTENENTE A QUELLA.
-
-L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via, donde
-il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le
-infinite opere di natura; e l’orecchio è il secondo, il quale si fa
-nobile per le cose racconte, le quali ha veduto l’occhio.
-
-Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, non avessi coll’occhio
-viste le cose, male le potreste riferire per le scritture; e se tu,
-poeta, figurerai una storia colla pittura della penna, e ’l pittore
-col pennello la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa a
-essere compresa. Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il
-pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale è più
-dannoso morso [Sidenote: danno] o cieco o muto? — Se ’l poeta è libero,
-come ’l pittore, nelle invenzioni, le sue finzioni non sono di tanta
-saddisfazione a li omini, quanto le pitture, perchè, se la Poesia
-s’astende con le parole a figurare forme, atti e siti, il pittore
-si move, colle proprie similitudine de le forme, a contraffare esse
-forme. Or guarda: — qual’è più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o la
-similitudine [Sidenote: la figura] d’esso omo? — Il nome dell’omo si
-varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non da morte.
-
-Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; per questo io dirò essere
-più eterne l’opere d’un calderaio, che il tempo più le conserva che le
-vostre o nostre opere, nientedimeno è di poca fantasia, e la Pittura si
-po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, fare molto più eterna.
-
-Noi per arte possiamo essore detti nipoti a Dio. Se la Poesia s’astende
-in filosofia morale e questa in filosofia naturale; se quella descrive
-l’operazione della mente, che considera, questa colla mente opera
-ne’ movimenti; se quella spaventa i popoli con le infernali finzioni,
-questa colle medesime cose in atto fa il simile. Pongasi il poeta a
-figurare una bellezza, una fierezza, una cosa nefanda e brutta, una
-mostruosa, col pittore; faccia a suo modo, come vuole, tramutazione
-di forme, che il pittore non saddisfassi più [Sidenote: in modo da
-superare il pittore]. Non s’è egli viste pitture avere tanta conformità
-colla cosa vera, ch’ell’ha ingannato omini e animali?
-
-
-VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ.
-
-Tal proporzione è dall’immaginazione a l’effetto, qual’è dall’ombra al
-corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla Poesia alla Pittura.
-Perchè la Poesia pon le sue cose nell’imaginazione di lettere, e la
-Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal quale occhio riceve le
-similitudini non altrementi, che s’elle fussino naturali; e la Poesia
-le dà sanza essa similitudine, e non passano all’imprensiva per la via
-della virtù visiva, come la Pittura.
-
-
-VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE.
-
-La Pittura rappresenta al senso, con più verità e certezza, le
-opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere
-rappresentano con più verità le parole, che non fa la Pittura. Ma
-diremo essere più mirabile quella scienza, che rappresenta l’opere
-di natura, che quella, che rappresenta l’opere dell’operature, cioè
-l’opere degli uomini, che sono le parole, com’è la Poesia o simili, che
-passano per la umana lingua.
-
-
-VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO.
-
-L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli
-contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita,
-si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la
-veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri [Sidenote:
-il corpo], mediante gli occhi, per li quali essa anima si rappresenta
-tutte le varie cose di natura; ma chi li perde, lascia essa anima in
-una oscura prigione, dove si perde ogni speranza di riveder il sole,
-luce di tutt’il mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre notturne
-sono in somm’odio, ma ancora ch’elle sieno di breve vita! Oh! che
-farebbono questi, quando tali tenebre fussino compagne della vita loro?
-
-Certo, non è nissuno, che non volesse più tosto perdere l’audito
-o l’odorato, che l’occhio, la perdita del quale audire consente la
-perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine nelle parole; e sol fa
-questo per non perdere la bellezza del mondo, la quale consiste nella
-superfizie de’ corpi, sì accidentali [Sidenote: prodotti dall’arte]
-come naturali, li quali si riflettono nell’occhio umano.
-
-
-IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE ALLA NATURA.
-
-La Pittura serve a più degno senso, che la Poesia, e fa con più verità
-le figure delle opere di natura, che il poeta; e sono molto più degne
-l’opere di natura che le parole, che sono l’opere dell’omo, perchè tal
-proporzione è dalle opere de li uomini a quello della natura, qual
-è quella, ch’è da l’omo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le
-cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole
-imitare li fatti e parole de li omini.
-
-E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere di natura co’ la tua semplice
-professione, fingendo diversi siti e forme di varie cose, tu sei
-superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi
-vestirti de l’altrui scienze, separate da essa poesia, elle non sono
-tue, come Astrologia, Rettorica, Teologia, Filosofia, Geometria,
-Aritmetica e simili. Tu non sei allora più poeta, tu ti trasmuti, e
-non sei più quello, di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi
-andare alla natura, che tu vi vai con mezzi di scienze, fatte d’altrui
-sopra li effetti di natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di
-scienziali [Sidenote: di cose pertinenti alle varie scienze] o d’altrui
-mezzi, va immediate all’imitazione d’esse opere di natura.
-
-Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata,
-a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con
-infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere
-le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con
-questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava
-il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane
-faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler
-mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad
-un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra
-li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi.
-
-
-X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.
-
-Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè
-l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e
-dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è
-giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune,
-se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se
-la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si
-ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale
-finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole
-equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di
-sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità
-esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual
-è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione,
-conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso
-comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì
-nasce, nell’occhio tenebroso [Sidenote: il cervello o senso comune].
-Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al
-vederla in atto fuori delle tenebre!
-
-Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e
-tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine,
-mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa
-fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il
-pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu
-descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’
-la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo
-dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un
-istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro,
-che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di
-quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e
-tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de
-li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti,
-delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone
-innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle
-macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti
-de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare
-al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che
-sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi.
-Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior
-senso.
-
-Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme
-parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come
-naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in
-tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza
-comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle,
-in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore,
-che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati
-a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali
-o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli
-trascorre?
-
-E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa
-divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la
-rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma
-infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei
-se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza
-rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali
-desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e
-altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà
-innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno,
-e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura,
-che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo
-in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è
-l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la
-vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto
-si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a
-sbadigliare.
-
-Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno
-incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non
-farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale
-scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale
-pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella
-concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari
-orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla
-scrittura.
-
-Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l
-tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è
-cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E
-questa vita è sorella della morte.
-
-
-XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE.
-
-Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che
-dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo
-è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli
-animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle
-cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il
-cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia,
-che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale
-solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le
-cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può
-vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante
-il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano.
-
-
-XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA.
-
-Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie
-della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Qual fia quello,
-che ti dimostrerà siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si
-rappresenti li tuoi passati piaceri, con più verità del pittore?
-
-E se tu dici: — la Pittura è una Poesia muta per sè, se non v’è chi
-dica o parli per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non vedi tu, che
-’l tuo libro si trova in peggior grado? Perchè ancora ch’egli abbia
-un uomo, che parli per lui, non si vede niente della cosa, di che si
-parla, come si vederà di quello, che parla per le pitture; le quali
-pitture, se saranno ben proporzionati li atti co’ li loro accidenti
-mentali, saranno intese, come se parlassino.
-
-
-XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA.
-
-La Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è
-una Pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie,
-o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per li quali esse
-dovrebbono penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e l’altra è
-Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè
-l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il
-senso meno nobile, cioè l’audito.
-
-Adunque daremo la Pittura al giudizio del sordo nato, e la Poesia
-sarà giudicata dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata con
-li movimenti appropriati alli accidenti mentali delle figure, che
-operano in qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato intenderà
-le operazioni e l’intenzioni degli operatori, ma il cieco nato non
-intenderà mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia onore a essa
-Poesia; conciossiachè delle nobili sue parti è il figurare li gesti e
-li componimenti delle istorie e li siti ornati e dilettevoli, con le
-trasparenti acque, per le quali si vede li verdeggianti fondi delli
-suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e minute ghiare, coll’erbe,
-che con lor si mischiano, insieme con li sguizzanti pesci, e simili
-descrizioni, le quali si potrebbono così dire ad un sasso, corno ad un
-cieco nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che si compone la bellezza
-del mondo, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione,
-propinquità, moto e quiete, le quali son dieci ornamenti della natura.
-
-Ma il sordo, avendo perso il senso meno nobile, ancora ch’egli abbia
-insieme persa la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè imparare
-alcun linguaggio, ma questo intenderà bene ogni accidente, che sia
-nelli corpi umani, meglio che un che parli e che abbia audito, e
-similmente conoscerà le opere de’ pittori e quello, che in esse si
-rappresenti, e a che tali figure siano appropriate.
-
-
-XIV. — SEGUE.
-
-La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una
-e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze,
-e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come
-fece Apelle colla sua _Calunnia_.
-
-Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne
-risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci,
-insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione
-armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori
-restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più
-farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura,
-dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale
-serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica
-all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante
-di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà
-con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti
-l’altri sensi.
-
-Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una
-perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte,
-della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne
-risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna
-voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun
-concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre
-ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni
-l’oblivione [Sidenote: dimenticare] non lascia comporre alcuna
-proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua
-virtù visiva a un medesimo tempo.
-
-Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta,
-de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati
-tempi, la memoria non riceve alcuna armonia.
-
-
-XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.
-
-La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per
-la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso
-massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo
-caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via
-dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un
-sentissi raccontar una cosa.
-
-Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà
-piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella
-prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti
-sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte,
-ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti,
-de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la
-mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola
-parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore
-immediate è compresa dalli suoi riguardatori.
-
-
-XVI. — SEGUE.
-
-La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù
-visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti
-naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica
-proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il
-senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de
-l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più
-tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero
-mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce
-con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi
-se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta
-armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi,
-che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello
-udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè
-tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come
-nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè,
-se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di
-proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè
-sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza,
-e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica
-nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che
-tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare,
-che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è
-la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere
-d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare
-per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al
-continuo di lei spira.
-
-Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge,
-il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il
-tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio,
-piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della
-bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello
-nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non
-impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo
-caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che
-supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso
-si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel
-far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una
-dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le
-quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole
-nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale
-è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo,
-nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può
-dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si
-de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi
-entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della
-Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose.
-
-Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della
-città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per
-monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se
-ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole
-in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti
-descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio
-calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si
-fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea
-fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non
-potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose
-valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere
-li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così
-tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se
-il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi
-li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi
-piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante
-con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle
-verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale
-effetto descritto dal poeta?
-
-Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice,
-che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini
-con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che
-commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le
-stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che
-nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria,
-ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo
-egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato
-all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia
-non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio
-ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani.
-
-Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un
-fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta,
-lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive
-di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e
-non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa
-astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio;
-ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe
-emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il
-pittore.
-
-Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così
-umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè
-linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore
-la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il
-disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda
-grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli
-orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li
-quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri
-alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria;
-questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e
-ingegneri.
-
-
-XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ
-MEDIANTE QUELLO È GENERATA.
-
-Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee
-visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il
-pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa
-Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee
-s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura,
-sanza le quali l’arte del geometra è orba.
-
-E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla
-figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica
-fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non
-s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua,
-ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di
-natura e ornamento del mondo.
-
-
-XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.
-
-Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo
-è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei
-versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il
-pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè
-invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere,
-e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma
-che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran
-parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza
-la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè
-l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami,
-chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!)
-
-Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena
-di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in
-arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se
-’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale
-della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il
-medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria
-effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e
-parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate
-innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che
-l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna
-donna viva.
-
-E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per
-l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se
-non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l
-poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia
-[Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove
-più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio.
-Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà.
-Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a
-riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia
-in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i
-quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle
-dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti.
-
-Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo
-innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura
-volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose
-dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la
-pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a
-laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe
-in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale
-[Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano
-nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello
-che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica,
-perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’
-chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a
-chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè
-questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica
-aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che
-significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece
-Apello la _Calunnia_.
-
-
-XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.
-
-Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli
-in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un
-pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re
-rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò
-la vista con grande ammirazione.
-
-Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e
-sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! —
-
-Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse:
-«o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a
-miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa
-vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare
-la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito,
-e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi,
-perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso,
-che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della
-scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’
-quali questi si fanno obbietti.
-
-»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non
-s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità
-di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o
-udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in
-istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce
-la succedente, se l’antecedente non muore?
-
-»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella
-del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità
-armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa
-la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine
-bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo
-tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro
-proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta
-dall’uomo, che dar lo possa maggiore.»
-
-
-XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.
-
-Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da
-eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che
-sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato,
-prima che restar cieco.
-
-Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le
-forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto
-dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza
-essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto,
-e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio,
-che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la
-Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna
-della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere
-umane.
-
-
-XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE.
-
-— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te
-tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. —
-
-Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore,
-perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue,
-contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? —
-
-Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente
-l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non
-è in favore.
-
-Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel
-che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel
-delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore,
-che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore.
-
-La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie.
-
-
-XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE.
-
-Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di
-comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi,
-noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la
-Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual
-nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè
-è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto,
-che ’l senso del vedere.
-
-Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo,
-e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura,
-nella quale abbia moto e vita.
-
-Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo?
-Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le
-umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo;
-questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime;
-questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha
-trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose
-future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e
-Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo
-sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle,
-ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno
-quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione?
-
-Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e
-fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della
-umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e
-per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale
-l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha
-ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini.
-
-Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è
-quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente
-all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera
-la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali,
-vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle
-mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite
-forme d’animali e erbe, piante e siti.
-
-
-XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.
-
-La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura,
-conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio,
-e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali,
-operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o
-più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’
-membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia
-la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si
-genera la bellezza umana.
-
-Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more
-immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi
-resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una
-sola superfizie.
-
-O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’
-mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le
-quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita
-vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura,
-quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è
-adorata.
-
-
-XXIV. — PITTURA E MUSICA.
-
-Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la
-Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica,
-che solo saddisfa all’audito.
-
-Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che
-si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che
-con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna.
-
-Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose,
-quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere
-preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le
-forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere
-magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce.
-
-Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il
-culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente;
-con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con
-questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura
-fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini
-famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il
-medesimo facciamo noi qui colle lettere.
-
-Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi
-metti questa, o tu ne levi quella.
-
-E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la
-Musica da chi non la sa.
-
-Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò
-che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria
-consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle
-discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità
-delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva.
-
-
-XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.
-
-Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del
-pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo
-speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici,
-quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli
-tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo
-contemplante.
-
-Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane
-membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa
-bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi
-anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia
-delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze
-conservar non potrebbe.
-
-Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza,
-che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è
-restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra!
-
-Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata
-coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non
-pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto.
-
-Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle
-scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come
-fa il pittore?
-
-E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con
-questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai.
-
-
-XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO.
-
-Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal
-pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il
-poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te
-lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa
-vedere tutto in un tempo.
-
-Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di
-che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con
-quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo,
-come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori;
-e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e
-così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la
-grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi
-armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti
-si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai
-saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina
-proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali
-solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto
-[Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà
-posseduta a chi le vede.
-
-E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie,
-composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della
-loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e,
-benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio,
-siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della
-Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse
-cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di
-diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono
-giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In
-comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto
-allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo
-il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto
-indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico.
-
-Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà
-comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse
-cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta
-l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo
-e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque
-questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una
-conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio
-del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose
-rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo,
-o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal
-finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più
-debole parte della pittura.
-
-
-XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA.
-
-Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere
-fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti
-alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono
-subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li
-sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro
-obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere
-superiore alla Poesia.
-
-Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo
-tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e
-termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come
-boriosa, sè stessa lauda.
-
-
-
-
-IL PITTORE E LA PITTURA.
-
-
-I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.
-
-Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura.
-
-
-II. — ORIGINE DELLA PITTURA.
-
-Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra
-dell’omo, fatta dal sole ne’ muri.
-
-
-III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE
-COSE.
-
-Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore
-di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che
-sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è
-Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o
-foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi
-freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire
-gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare,
-egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti
-o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è
-nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima
-nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in
-pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual
-fanno le cose.
-
-
-IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE.
-
-Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore
-rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore
-ha carestia di sentimento.
-
-
-V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE.
-
-Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono
-maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura.
-Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo
-della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione.
-
-Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le
-cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione
-degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi
-paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene.
-
-Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi
-quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti
-montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati,
-strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti?
-
-Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà
-usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore.
-
-
-VI. — IL PITTORE E LA NATURA.
-
-Il dipintore disputa e gareggia con la natura.
-
-
-VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.
-
-Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte
-l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile
-invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera
-tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle
-figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte
-d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di
-natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più
-corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono
-state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la
-Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente
-di Dio.
-
-
-VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO
-DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE.
-
-Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in
-sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo
-essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti
-son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti.
-
-Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi
-in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore,
-che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si
-potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa
-forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima
-nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti
-saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in
-sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta
-alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia
-consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via
-a farti onorare della tua arte.
-
-
-IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.
-
-Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che
-nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai
-i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono
-prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri
-animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla
-forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che
-sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile
-la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il
-ritrarle di naturale.
-
-
-X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA,
-IL GIUDIZIO D’OGN’OMO.
-
-Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio
-di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non
-sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà
-s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o
-naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con
-verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà
-confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto
-l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo
-in altrui, e farai profitto degli altrui errori.
-
-Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene
-e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se
-trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso
-o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione
-come lui s’inganna.
-
-
-XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E
-INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI.
-
-Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio,
-bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con
-somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li
-tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro,
-quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi
-tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e
-questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —;
-e mostrare d’avere opera da ogni premio.
-
-
-XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI.
-
-Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità
-con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro
-specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la
-tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra
-similitudine ha conformità insieme.
-
-E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè
-lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno
-similitudine con la pittura in molte parti.
-
-Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che
-paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la
-pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura
-è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si
-po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio
-e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e
-lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie.
-
-E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e
-lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori
-l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li
-saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa
-naturale, vista in uno grande specchio.
-
-
-XIII. — PRECETTO AL PITTORE.
-
-Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la
-quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli
-l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte
-di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del
-sole.
-
-Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo
-delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non
-disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori.
-
-
-XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.
-
-Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le
-tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue.
-
-
-XV. — ORDINE DELLO STUDIO.
-
-Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni
-cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di
-naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere
-a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in
-pratica e operare l’arte.
-
-
-XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
-
-Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e
-finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti,
-che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle
-quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro
-accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli
-con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia
-uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si
-faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi
-in perfetta forma.
-
-Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli
-è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari
-componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli
-si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo
-abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti
-e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che
-pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle
-d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito,
-perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso.
-
-
-XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE
-STORIE.
-
-Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte
-le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti
-a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel
-parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno
-in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori
-d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un
-tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia
-di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio
-in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con
-grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti
-delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti
-serberai come tuoi autori e maestri.
-
-
-XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI
-NEL LETTO, ALLO SCURO.
-
-Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo
-scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti
-superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili,
-da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile
-e utile a confermarsi le cose nella memoria.
-
-
-XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.
-
-Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione
-di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di
-riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie
-invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di
-varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse
-sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare]
-qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati
-di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli
-in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti
-pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti
-e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E
-interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro
-tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai.
-
-Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto
-a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che
-integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro,
-non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni.
-
-
-XX. — LA STANZA DEL PITTORE.
-
-Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo
-sviano.
-
-
-XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.
-
-Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo,
-e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è
-superata dal giudizio.
-
-
-XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.
-
-Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro.
-
-
-XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA.
-
-Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco
-acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce
-di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce.
-
-
-XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.
-
-E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li
-sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione;
-e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli
-tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa
-aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella,
-ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a
-quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e
-gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler
-essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che
-di tal arte meritamente s’acquista.
-
-Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li
-viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con
-oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti
-bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi
-e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne
-gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che
-sono ornate?
-
-Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove,
-appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che
-dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo
-che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel
-parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor
-consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico,
-sconciatore delli azzimati capegli.
-
-Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto
-vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare,
-graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano
-con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati....
-Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a
-condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l
-vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora
-investigando!...
-
-
-
-
-PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA.
-
-
-I.
-
-Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e
-l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere
-dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione
-l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè
-di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l
-lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in
-questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè,
-e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente
-lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie
-nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le
-prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore
-paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea
-è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti,
-non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi
-come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e
-infinite cose, che non si dicono per non tediare.
-
-Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile
-resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco,
-e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e
-fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire
-che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è
-tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile
-faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro
-sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è
-racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello,
-che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole
-andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera.
-Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e
-quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima
-operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè
-quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n
-bronzo.
-
-Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della
-Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima
-l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa
-scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima;
-se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi
-colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi
-dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento
-dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più
-bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e
-altro non ha. —
-
-La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa
-miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le
-cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata
-d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera.
-
-
-II.
-
-La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore
-e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista,
-le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e
-così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà
-di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che
-in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime
-campagne co’ lontani orizzonti.
-
-
-III.
-
-Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che
-lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il
-pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente.
-
-Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua
-opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo
-o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si
-rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da
-gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia
-impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio,
-e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e
-l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre.
-
-Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori
-e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede
-dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello
-con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è
-l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse
-volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza
-strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere
-udite.
-
-
-IV.
-
-Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della
-Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva,
-causata dalla virtù della materia e non dall’artefice.
-
-E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di
-soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel
-che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in
-potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo
-tal difetto essere dell’operatore e non della materia.
-
-Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi.
-
-Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre
-inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali,
-a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde
-per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno
-l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna
-lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo
-governando, e così facendo, non levano più del dovere.
-
-Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime
-speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere
-di brevissimo discorso.
-
-Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente
-che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e
-non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe
-attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale
-materia.
-
-
-V.
-
-La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e
-meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente
-del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia
-interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause
-delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le
-similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli
-veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in
-grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori
-eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e
-infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa:
-o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più
-o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si
-dimostreranno men noti l’un che l’altro.
-
-E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che
-far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose
-e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore
-ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà
-varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra
-li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade
-penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo
-sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e
-dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi;
-questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque
-e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le
-lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe,
-dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze
-sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura
-non aggiunge.
-
-
-VI. — CONCLUSIONE.
-
-Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva
-de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle
-cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle
-cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta,
-infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto,
-come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a
-quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la
-superfizie delle trasparenti acque.
-
-
-
-
-I PAESI E LE FIGURE.
-
-
-
-
-I PAESI.
-
-
-I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.
-
-Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote:
-condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso
-lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna,
-piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era
-all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa
-tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le
-stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò
-nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte,
-tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì
-gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita.
-
-
-II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146]
-
-Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio
-colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e
-insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi
-solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della
-regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio.
-
-E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il
-monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la
-qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan
-per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la
-sua base in simile altezza.
-
-Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e
-raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli
-sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo,
-che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che
-non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di
-diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio
-vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole,
-che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle
-basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la
-cima d’esso monte e ’l sole.
-
-
-III. — TRACCIA.
-
-Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del
-sole.
-
-
-IV. — ALTRA TRACCIA.
-
-Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia.
-
-
-V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.
-
-Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra
-ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino
-all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono
-con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare
-stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il
-mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la
-oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi
-nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata.
-
-
-VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.
-
-Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il
-terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso,
-povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi,
-di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più
-sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il
-terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità
-de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto
-esso è più propinquo alle concavità delle valli.
-
-Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di
-che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, e l’erbe,
-che vi nascono, minute e magre e in gran parte impallidite e secche,
-per carestia d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda transparire
-infra le pallide erbe; e le minute piante, stentate e invecchiate in
-minima grandezza, con corte e spesse ramificazioni e con poche foglie,
-scoprendo in gran parte le rugginenti e aride radici, tessute con
-le falde [Sidenote: gli strati delle roccie] e rotture [Sidenote: i
-crepacci] delli rugginosi scogli, nate dalli ceppi, storpiati dalli
-uomini e da’ venti; e in molte parti si vegga li scogli superare
-li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e pallida ruggine; e
-in alcuna parte dimostrare li lor veri colori scoperti, mediante la
-percussione delle folgori del cielo, il corso delle quali, non sanza
-vendetta di tali scogli, spesso son impedite.
-
-E quanto più discendi alle radici de’ monti, le piante saranno più
-vigorose e spesse di rami e di foglie; e le lor verdure di tante
-varietà, quanto sono le specie delle piante, di che tal selve si
-compongono, delle quali la ramificazione è con diversi ordini e diverse
-spessitudini [Sidenote: abbondanza di rami frondosi] di rami e di
-foglie e diverse figure e altezze: e alcuni con istrette ramificazioni,
-come il cipresso; e similmente degli altri con ramificazioni sparse
-e dilatabili, com’è la quercia e il castagno e simili; alcuni con
-minutissime foglie; altri con rare, com’è il ginepro e ’l platano e
-simili; alcune quantità di piante, insieme nate, divise da diverse
-grandezze di spazi e altre unite, sanza divisioni di parti o altri
-spazi.
-
-
-VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE.
-
-Quella cosa ch’è privata interamente di luce è tutta tenebre. Essendo
-la notte in simile condizione, e tu vi vogli figurare una storia,
-farai che, sendovi ’l grande foco, che quella cosa ch’è più propinqua
-di detto foco più si tinga nel suo colore, perchè quella cosa ch’è
-più vicina all’obbietto, più partecipa della sua natura. E facendo il
-foco pendere in colore rosso, farai tutte le cose alluminate da quello
-ancora loro rosseggiare e quelle che sono più lontane a detto foco
-più sien tinte del colore nero della notte. Le figure, che sono fra
-te e ’l foco, appariscano scure nella oscurità della notte e non della
-chiarezza del foco, e quelle che si trovano dai lati sieno mezze oscure
-e mezze rosseggianti, e quelle che si possono vedere dopo i termini
-delle fiamme saranno tutte alluminate di rosseggiante lume in campo
-nero.
-
-In quanto alli atti, farai quelli che li sono presso, farsi scudo colle
-mani e con mantegli, a riparo del superchio calore, e, torto col volto
-in contraria parte, mostrare fuggire da quelli più lontani; farai gran
-parte di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi da superchio
-splendore.
-
-
-VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA [Sidenote: burrasca].
-
-Se vuoi figurare bene una fortuna, considera e poni bene i sua effetti,
-quando il vento, soffiando sopra la superfizie del mare e della
-terra, rimove e porta con seco quelle cose, che non sono ferme, colla
-universal marea.
-
-E per ben figurare questa fortuna, farai in prima i nuvoli spezzati
-e rotti dirizzarsi per lo corso del vento, accompagnati dall’arenosa
-polvere, levata da’ liti marini, e rami e foglie levati per la potenza
-del furore del vento, isparsi per l’aria, e in compagnia di quelle
-molte altre leggere cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra quasi
-mostrarsi volere seguire il corso dei venti, coi rami storti fuor del
-naturale corso e le scompigliate e racconciate foglie. Gli omini, che
-lì si trovano, parte caduti e rivolti per li panni e per la polvere,
-quasi sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, sieno dopo
-qualche albero abbracciati a quelli, perchè il vento non li strascini;
-altri con le mani a li occhi per la polvere, chinati a terra, e i panni
-e capegli diretti al corso del vento. Il mare turbato e tempestoso
-sia pieno di retrosi [Sidenote: aggiramenti vorticosi dell’acqua], e
-schiuma in fra le elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta
-aria della schiuma più sottile a uso di spessa e avviluppata nebbia.
-I navilî, che dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela rotta,
-e i brani d’essa ventilando infra l’aria in compagnia d’alcuna corda
-rotta; alcuni alberi rotti, caduti, col navilio intraversato e rotto
-infra le tempestose onde; certi omini gridanti abbracciare il rimanente
-del navilio; farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi venti, battuti
-nell’alte cime delle montagne, fare a quegli avviluppati retrosi, a
-similitudine dell’onde percosse nelli scogli. L’aria spaventosa per le
-oscure tenebre fatte nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti.
-
-
-IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA.
-
-Farai in prima il fumo dell’artiglieria, mischiato in fra l’aria,
-insieme con la polvere, mossa dal movimento de’ cavalli e de’
-combattitori. La quale mistione userai così: la polvere, perchè è cosa
-terrestre e ponderosa, e ben che per la sua sottilità facilmente si
-levi e mischi infra l’aria, niente di meno volentieri ritorna in basso,
-e il suo sommo montare è fatto dalla parte più sottile, adunque il meno
-fia veduta, e parrà quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia in
-fra l’aria impolverata, quanto più s’alza a certa altezza, parrà oscura
-nuvola, e vederassi ne le sommità più espeditamente il fumo, che la
-polvere.
-
-Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, e la polvere terrà il
-suo colore: dalla parte che viene il lume, parrà questa mistione
-d’aria, fumo e polvere molto più lucida, che dalla opposita parte; i
-combattitori quanto più fieno infra detta turbolenza, meno si vedranno
-e meno differenza fia dai loro lumi alle loro ombre.
-
-Farai rosseggiare i volti e le persone e l’aria e li scoppettieri
-insieme co’ vicini, e detto rossore quanto più si parte dalla sua
-cagione, più si perda; e le figure, che sono in fra te e ’l lume,
-essendo lontane, parranno scure in campo chiaro, e le loro gambe,
-quanto più s’apresseran alla terra, men fieno vedute, perchè la polvere
-è lì più grossa e più spessa.
-
-E se farai cavalli correnti fuori della turba, falli nuvoletti di
-polvere distanti l’uno dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo de’
-salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è più lontano da detto
-cavallo, men si vegga, anzi sia alto, sparso e raro, e più presso sia
-più evidente e minore e più denso.
-
-L’aria sia piena di saettume di diverse ragioni: chi monti, chi
-discenda, qual sia per linea piana; e le ballotte delli scoppietti
-sieno accompagnate d’alquanto fumo dirieto al lor corso.
-
-E le prime figure farai polverose, i capegli e ciglia e altri lochi
-piani, atti a sostenere la polvere. Farai i vincitori correnti co’
-capegli, e altre cose leggiere, sparse al vento: con le ciglia basse
-e’ caccia i contrarî membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi il
-piè destro che ’l braccio stanco ancor lui venga innanzi. E se farai
-alcuno caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare su per la polvere,
-condotto [Sidenote: ridotto, trasmutato] in sanguinoso fango, e
-dintorno alla mediocre liquidezza della terra farai vedere istampite
-[Sidenote: impresse] le pedate degli omini e cavalli di lì passati.
-
-Farai alcuno cavallo strascinare morto il suo signore, e dirieto a
-quello lasciare per la polvere e fango il segno dello strascinato
-corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle ciglia alte nella lor
-congiunzione, e la carne, che resta sopra loro, sia abbondante di
-dolenti crespe. Le fauci del naso sieno con alquante grinze partite
-in arco dalle narici e terminate nel principio dell’occhio; le narici
-alte, cagion di dette pieghe; le labbra arcate scoprano i denti di
-sopra. I denti spartiti in modo di gridare con lamento. L’una delle
-mani faccia scudo ai paurosi occhi, voltando il dirieto inverso il
-nimico, l’altra stia a terra a sostenere il levato busto. Altri farai
-gridanti colla bocca isbarrata e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in
-fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, lancie, spade rotte,
-altre simili cose; farai omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla
-polvere, altri tutta la polvere, che si mischia coll’uscito sangue,
-convertirsi in rosso fango, e vedere il sangue del su’ colore correre
-con torto corso dal corpo alla polvere; altri morendo strignere i
-denti o travolgere gli occhi, strignere le pugna alla persona e le
-gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato e abbattuto dal nemico
-volgersi al nemico, con morsi e graffi fare crudele e aspra vendetta;
-potresti vedere alcuno cavallo leggero correre coi crini sparsi al
-vento, correre in fra i nemici, e co’ piedi fare molto danno; vedresti
-alcuno storpiato, caduto in terra farsi copritura col suo scudo, e ’l
-nemico, chinato in basso, fare forza di dare morte a quello.
-
-Potrebbesi vedere molti omini caduti in un gruppo sopra uno caval
-morto. Vederai alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire
-dalla moltitudine nettandosi co le due mani li occhi e le guancia
-ricoperte di fango, fatte da lagrimare degli occhi per l’amor della
-polvere. Vederesti le squadre del soccorso stare pien di speranza e
-sospetto, co’ le ciglia aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, e
-riguardare infra la folta e confusa caligine dell’essere attenti al
-comandamento del capitano; e simile, il capitano col bastone levato
-e corrente inverso il soccorso, mostrare a quelli la parte dove di
-loro è carestìa; e alcun fiume dentro cavalli correnti riempiendo la
-circustante acqua di turbolenza di onde di schiuma e d’acqua confusa,
-saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi de’ cavalli. E non fare
-nessun loco piano, se non le pedate ripiene di sangue.
-
-
-X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO.
-
-L’aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliqua discesa,
-piegata dal trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè per l’aria,
-non altrementi che far si vegga alla polvere, ma sol si variava
-perchè tale innondazione era traversata dalli liniamenti, che fanno
-le gocciole dell’acqua, che discende. Ma il colore suo era dato dal
-fuoco, generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, i
-vampi delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute
-valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor vertici le piegate cime
-delle piante. E Nettuno si vedea in mezzo alle acque col tridente, e
-vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare notanti piante diradicate,
-miste colle immense onde.
-
-L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso, per le
-ricevute vampe delle continue saette. Vedevansi li omini e li uccelli,
-che riempivan di sè li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde,
-componitrici delli colli, circondatori delli gran baratri.
-
-
-XI. — SEGUE.
-
-Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere combattuta dal corso di
-diversi venti, e avviluppati dalla continua pioggia e misti colla
-gragnuola, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione
-delle stracciate piante, miste con infinite foglie. Dintorno vedeasi le
-antiche piante diradicate e stracciate dal furor de’ venti. Vedevasi le
-ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra
-i medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati
-allagavano, e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli.
-
-Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere
-insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti
-al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli
-lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in
-gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti,
-fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali eran donne,
-omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti,
-spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna
-rivolgevan l’acque sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati.
-E nessuna cosa più lieve che l’acqua era che non fussi coperta di
-diversi animali, i quali, fatti tregua, stavano insieme con paurosa
-collegazione [Sidenote: aggruppamento], infra’ quali eran lupi,
-volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla morte. E tutte l’onde
-percuotitrici de’ lor lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni
-di diversi corpi annegati, le percussioni de’ quali uccidevano quelli,
-alli quali era restato vita.
-
-Alcune congregazioni d’omini avresti potuti vedere, le quali con
-armata mano difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti,
-da lioni, lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. Oh!
-quanti romori spaventevoli si sentivan per l’aria scura, percossa dal
-furore de’ tuoni e delle folgori, da quelli scacciate, — che per quella
-ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’opponea al suo corso!
-Oh! quanti avresti veduti colle proprie mani chiudersi li orecchi per
-schifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’
-venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!
-
-Altri, non bastando loro il chiudere delli occhi, ma colle proprie mani
-ponendo quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non
-vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio.
-— Oh! quanti lamenti e quanti spaventati si gettavano dalli scogli!
-Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran quercie, cariche d’omini,
-esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti.
-
-Quante eran le barche volte sotto sopra, e quelle intere e quelle in
-pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti
-e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con
-movimenti disperati si toglievano la vita, disperandosi di non potere
-sopportare tal dolore: de’ quali alcuni si gittavano dalli alti scogli,
-altri si stringevano la gola colle proprie mani, alcuni pigliavan li
-propri figlioli, e con grande rapidità li sbattevan interi, alcuni
-colle proprie sue armi si ferivano e uccidean sè medesimi, altri
-gittandosi ginocchioni si raccomandavan a Dio. Oh! quante madri
-piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenendo sopra le ginocchia,
-alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voci, composte
-di diversi urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; altri, colle man
-giunte e le dita insieme tessute, mordevano, e con sanguinosi morsi
-quel divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia per lo immenso e
-insopportabile dolore.
-
-Vedeansi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore,
-esser già attorniati dalle acque e essere restati in isola nell’alte
-cime de’ monti, già restrigniersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi
-in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe,
-de’ quali assai ne morivan per carestia di cibo.
-
-E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non
-trovando più terra scoperta che non fusse occupata da’ viventi; già
-la fame, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli
-animali; quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo
-delle profonde acque e surgevano in alto. E infra le combattenti onde,
-sovra le quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come balle piene di
-vento, risaltavan indirieto dal sito della lor percussione, questi si
-facevan base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni si vedea
-l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello
-infuriate saette del cielo, alluminanti or qua or là infra la oscurità
-delle tenebre.
-
-Vedesi il moto dell’aria mediante il moto della polvere, mossa dal
-corso del cavallo, il moto della quale è tanto veloce a riempiere il
-vacuo, che di sè lascia nell’aria, che di sè lo vestiva, quanto è la
-velocità di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria.
-
-E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere io figurato le vie fatte
-per l’aria dal moto del vento, conciò sia che ’l vento per sè non si
-vede infra l’aria. A questa parte si risponde, che non il moto del
-vento, ma il moto delle cose da lui portate è sol quel che per l’aria
-si vede.
-
-Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d’acqua, selve infocate,
-pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di
-città.
-
-Venti revertiginosi [Sidenote: raggirantisi turbinosamente], che
-portano acqua, rami di piante e omini infra l’aria.
-
-Rami stracciati da’ venti, misti col corso de’ venti, con gente di
-sopra.
-
-Piante rotte, cariche di gente.
-
-Navi rotte in pezzi, battute in iscogli.
-
-Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi.
-
-Gente che sien sopra piante, che non si posson sostenere, alberi e
-scogli, torri, còlli pien di gente, barche, tavole, madie e altri
-strumenti da natare, còlli coperti d’uomini e donne e animali, e saette
-da’ nuvoli, che alluminino le cose.
-
-Sia imprima figurata la cima d’un aspro monte con alquanta valle
-circustante alla sua base, e ne’ lati di questo si veda la scorza
-del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e
-spogliar di sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa discenda
-di tal dirupamento; con turbolenza del corso vada percuotendo e
-scalzando le ritorte e globulenti [Sidenote: piene di prominenze, di
-bulbi] radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le
-montagne, denudandosi, scoprano le profonde fessure, fatte in quelle
-dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne siano in gran
-parte rincalzati e vestiti delle ruine delli arbusti precipitati da’
-lati dell’alte cime de’ predetti monti, i quali sien misti con fango,
-radici, rami d’alberi, con diverse foglie, infuse infra esso fango e
-terra e sassi.
-
-E le ruine d’alcuni monti sien discese nella profondità d’alcuna valle,
-e facciansi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale
-argine, già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime
-percuotino, e ruinino le mura delle città e ville di tal valle. E le
-ruine degli alti edifizî delle predette città levino gran polvere,
-l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed in ravviluppati, nuvoli si
-movano contro alla discendente pioggia.
-
-Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a
-sè la rinchiude, e con ritrosi revertiginosi in diversi obbietti,
-percuotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo
-e facendo riflettere in aria l’acqua percossa. E le onde circolari,
-che si fuggono dal loco della percussione, camminando col suo impeto
-in traverso, sopra del moto dell’altre onde circolari, che contra di
-loro si muovono, e, dopo la fatta percussione, risalgano in aria, sanza
-spiccarsi dalle lor basi.
-
-E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde
-distendersi inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo over
-discendendo infra l’aria, acquista peso e moto impetuoso, dopo il
-quale, penetrando la percossa acqua, quella apre, e penetra con furore
-alla percussione del fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso
-la superfizie del pelago, accompagnata dall’aria, che con lei si
-sommerse, e questa resta nella uscita colla schiuma, mista con legnami
-e altre cose più lievi che l’acqua, intorno alle quali si dà principio
-all’onde, che tanto più crescono in circuito, quanto più acquistano
-di moto: il qual moto le fa tanto più basse quanto ell’acquistano più
-larga base, e per questo sono poco evidenti nel lor consumamento. Ma,
-se l’onde ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano indirieto
-sopra l’avvenimento dell’altre onde, osservando l’accrescimento della
-medesima curvità, ch’ell’avrebbero acquistato nell’osservazione del già
-principiato moto.
-
-Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli è del medesimo color d’essi
-nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li
-penetrassino: il che se così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di
-minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine
-delli gran monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, percuoteranno
-li gran pelaghi dell’acque, allora risalterà gran quantità d’acqua
-infra l’aria, il moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a
-quello che fece il moto del percussore dell’acque, cioè l’angolo della
-riflession, e fia simile all’angolo della incidenza.
-
-Delle cose portate dal corso delle acque, quella si discosterà più
-dalle opposite rive, che fia più grave over di maggior quantità. Li
-ritrosi delle acque nelle sue parti sono tanto più veloci, quanto elle
-son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende
-dinanzi alle lor basi, battendosi e confregandosi sopra le globulenze
-della sua faccia: e tal confregazione, trita in minute particule della
-discendente acqua, la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia
-nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato fumo e revoluzion di
-nuvoli, e la leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. Ma la
-pioggia, che discende infra l’aria, nell’essere combattuta e percossa
-dal corso de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità o densità
-d’essi venti, e per questo si genera infra l’aria una innondazione di
-trasparenti, fatti dalla discesa della pioggia che è vicina all’occhio,
-che la vede. L’onde del mare, che percuotono l’obliquità de’ monti,
-che con lui combinano, saranno schiumose, con velocità contro al dosso
-de’ detti colli, e nel tornare indirieto si scontrano nell’avvenimento
-della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan, con grande
-innondazione, al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli,
-d’uomini e d’animali diversi si vedean scacciati dell’accrescimento del
-diluvio inverso le cime de’ monti, vicini alle predette acque.
-
-Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa.
-
-Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; a Piombino ritrosi
-di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll’aria; votamenti
-dell’acqua, che piove nelle barche.[147]
-
-
-XII. — L’ISOLA DI CIPRO.
-
-Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede per australe la bell’isola di
-Cipro, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua
-bellezza, hanno rotte le loro navi e sartie infra li scogli, circondati
-dalle vertiginose onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i
-vagabondi naviganti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le
-quali i venti raggirandosi empiono l’isola e ’l circostante mare di
-soavi odori.... Oh! quante navi quivi già son sommerse! oh! quanti
-navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbero vedere innumerabili
-navili, chi è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si mostra da poppa
-e chi da prua, chi da carena e chi da costa, — e parrà a similitudine
-d’un Giudizio, che voglia risuscitare navili morti, tant’è la somma
-di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i venti
-d’aquilone, resonando, fan varî e paurosi soniti.
-
-
-
-
-IL VIAGGIO IN ORIENTE.
-
-
-DIVISIONE DEL LIBRO.[148]
-
- _La predica e persuasione di fede._
- _La súbita innondazione insino al fine suo._
- _La ruina della città._
- _La morte del popolo e disperazione._
- _La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza._
- _Il danno ch’ella fece._
- _Ruine di neve._
- _Trovata del profeta._
- _La profezia sua._
- _Allagamento delle parti basse di Erminia [Sidenote: Armenia]
- occidentale, li scolamenti delle quali erano
- per la tagliata di monte Tauro._
- _Come il novo profeta (mostra) questa ruina
- è fatta al suo proposito._
-
-
-LETTERA I.
-
-DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME EUFRATES.
-
-_Al Diodario [Sidenote: Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di
-Prefetto di palazzo] di Soria [Sidenote: Siria], locotenente del sacro
-Soltano di Babilonia._
-
-Il nuovo accidente, accaduto in queste nostre parti settentrionali,
-il quale son certo, che non solamente a te, ma a tutto l’universo darà
-terrore, (il quale) successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando
-prima l’effetto e poi la causa.
-
-Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, a dare con amore e
-sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e
-nel dare principio in quelle parti, che a me pareano essere più al
-proposito nostro, entrai nella città di Calindra [Sidenote: È la
-medievale Kelindreh], vicina ai nostri confini.
-
-Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro,
-che è divisa dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per
-ponente.
-
-Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo,
-chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e
-sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e
-per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa
-l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo
-delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze
-de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta
-di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare
-insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi
-ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi
-nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi
-in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce
-per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte
-d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume
-del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura
-variabile nel suo splendore.
-
-
-Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della
-notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi
-dì a quelli di levante.
-
-Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda,
-or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si
-perde, e quando si rivede.
-
-
-LETTERA II.
-
-FIGURA DEL MONTE TAURO.
-
-Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue
-rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato
-il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con
-somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa
-di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto
-avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande
-effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò
-allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto.
-
-Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua
-desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son
-di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e
-massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna
-discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu
-potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta.
-
-Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore,
-e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua
-quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non
-t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di
-Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa
-maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito.
-
-Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il
-giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto
-parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i
-quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi
-son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte
-Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E
-invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì
-grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi,
-che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina
-insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l
-simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente.
-
-
-QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.
-
-L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di
-mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al
-principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E.,
-dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre
-s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso
-tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena
-di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del
-sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con
-seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre
-è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli,
-che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran
-ruine.
-
-Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena
-di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e
-massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è
-montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi
-abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di
-altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il
-resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai
-per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14
-miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza
-d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che
-sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa,
-troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo
-in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente
-soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non
-nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte
-fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede
-sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli
-in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare
-per l’aspra e pericolosa sua salita.
-
-
-LETTERA III.
-
-Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera
-fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del
-misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati
-sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con
-questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo
-io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono
-il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto
-nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato;
-in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a
-tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore.
-
-In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti,
-e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali
-hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra
-città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi
-d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre
-di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena
-d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi
-e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea
-sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non
-che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha
-abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato.
-
-E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento
-e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare
-l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo
-insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine,
-piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno
-soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non
-fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame.
-
-Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a
-comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi.
-
-So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con
-lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.
-
-
-FRAMMENTO.
-
-Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia
-sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità.
-
-Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le
-tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano.
-
-Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva
-tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a
-li occhi de’ circustanti potean refrettere.
-
-Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette
-sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor
-risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della
-luna.
-
-E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano
-agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello
-splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole
-vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione
-sia lontano dal predetto mare.
-
-
-
-
-LE FIGURE.
-
-
-I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.
-
-La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale,
-che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante
-le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare
-parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone
-parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’
-movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa
-col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore:
-a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia
-privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti
-d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa.
-
-Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi
-forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui
-t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non
-mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come
-l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio
-dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e
-pon mente le labbra.
-
-
-II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.
-
-Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne,
-quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro!
-
-
-III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.
-
-Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il
-concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile,
-perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo
-è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra
-sorte di omini.
-
-
-IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE.
-
-Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo
-che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li
-quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali
-parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la
-persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro.
-
-E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza
-lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa
-fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le
-parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’
-movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli
-accomoda li moti delle mani con le parole.
-
-
-V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL
-SIGNIFICATO.
-
-Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare
-quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia
-laudabile.
-
-
-VI. — SEGUE.
-
-Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto,
-ch’esprima la passione dell’anima.
-
-Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la
-passione del suo animo.
-
-
-VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.
-
-Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli
-accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente
-in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore
-o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un
-medesimo caso, un giovane ch’un vecchio.
-
-
-VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.
-
-Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia,
-adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine.
-
-Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe
-piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti
-l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi
-inclinata, e le braccia non troppo distese.
-
-Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme
-strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso.
-
-Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi
-movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più
-pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe.
-
-I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello
-stare ritti, atti timidi e paurosi.
-
-
-IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE.
-
-Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di
-considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li
-atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che
-li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse
-ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra
-uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col
-viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia
-che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e
-innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col
-petto e la testa inverso il popolo.
-
-Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore
-in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per
-maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme
-basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte
-ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni
-sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco
-ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga
-la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a
-sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio.
-
-
-X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149]
-
-Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e
-volge la testa inverso il proponitore.
-
-Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia
-si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme
-di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della
-maraviglia.
-
-Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si
-torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una
-mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel
-voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina
-sopra della tavola.
-
-L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel
-boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra
-colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e
-vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato.
-
-
-XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA.
-
-Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a
-terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare
-il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e
-strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati;
-il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di
-grinze.
-
-
-XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.
-
-Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato
-i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita;
-e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona
-similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi.
-
-
-
-
-UN GIGANTE FANTASTICO.[150]
-
-
-LETTERA I.
-
-La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile
-e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti
-sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare
-la terra.
-
-E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi,
-che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale
-paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con
-l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali
-era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali
-era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li
-omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù.
-
-E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò
-co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra
-la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano
-non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una
-spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e
-questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata
-nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E
-noi seguitammo la fuga.
-
-Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata,
-a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale
-le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi
-non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se
-non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o
-simili animali: trovate salute e vostro scampo!
-
-Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh
-quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro
-mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai
-visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore.
-
-Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra
-generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li
-altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde
-le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i
-delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’
-gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè
-questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce
-corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a
-notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte
-sepolto nel gran ventre.
-
-
-LETTERA II.
-
-_Caro Benedetto de’ Pertarti._
-
-Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa
-terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di
-terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa,
-ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo,
-credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a
-guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del
-caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle
-con spesse ferite.
-
-Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine,
-sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve
-fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato
-il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno
-d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali,
-che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini
-lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando
-va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti,
-da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E
-tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano
-a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le
-corde, per abbassarle a poco vento. —
-
-
-FRAMMENTO.
-
-Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto
-un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle
-formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido
-villano.
-
-Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a
-contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle
-balene, de’ gran capidogli e de’ navilî.
-
-Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove....
-
-E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE E LE FACEZIE.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI.
-
-
-I. — PROFEZIA.
-
-Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e
-nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè
-sottoposti.
-
-Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con
-maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da
-feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata.
-
-Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale
-assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran
-gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue.
-
-Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le
-superfiziali parti delli omini.
-
-Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si
-stracceranno le loro carni — sarà la rogna.
-
-Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro
-corsi.
-
-L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo,
-e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli.
-
-Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti
-dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare.
-
-Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando.
-
-
-II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.
-
-O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come
-maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe,
-esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e
-sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i
-lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè
-chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete.
-
-
-III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.
-
-Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri
-altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi
-avanti che possano parlare.
-
-
-IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.
-
-Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come
-morto sopra lo spoglie delli altri morti.
-
-
-V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO.
-
-Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e
-risponderansi.
-
-
-VI. — DELLE PUTTE MARITATE.
-
-Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e
-premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le
-putte.
-
-
-VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.
-
-E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla
-lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di
-mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle
-le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse
-sien ricche, nobili e bellissime.
-
-Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come
-cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create.
-
-
-VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO.
-
-Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il
-vedere e in breve tutti i sentimenti.
-
-
-IX. — DEL SOGNARE.
-
-Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova;
-sentiranno chi non parla.
-
-
-X. — ANCORA DEL SOGNARE.
-
-Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a
-volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano;
-sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano;
-scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo,
-sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh!
-maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai
-cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio
-umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti
-t’accompagneranno.
-
-
-XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.
-
-Vedrannosi forme e figure d’uomini e d’animali, che seguiranno essi
-animali o omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto di lui qual è
-dell’altro, ma parrà cosa mirabile delle varie grandezze in che essi si
-trasmutano.
-
-
-XII. — DELL’OMBRA CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME.
-
-Appariranno grandissime figure in forma umana, le quali quanto più le
-ti farai vicino, più diminuiranno la loro immensa magnitudine.
-
-
-XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA IN UN
-MEDESIMO TEMPO.
-
-Vedrassi molte volte l’uno omo diventare tre, e tutti lo seguono: e
-spesso l’uno, il più certo, l’abbandona.
-
-
-XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI.
-
-Verrà a tale la generazione umana, che non si intenderà il parlare
-l’uno dell’altro — cioè un tedesco con un turco.
-
-
-XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO.
-
-Molti saran veduti portati da grandi animali, con veloce corso, alla
-ruina della sua vita e prestissima morte. Per l’aria e per la terra
-saranno veduti animali di diversi colori portarne con furore li omini
-alla distruzione di lor vita.
-
-
-XVI. — DE’ SEGATORI.
-
-Saranno molti, che si moveran l’uno contra dell’altro, tenendo in mano
-il tagliente ferro; questi non si faranno intra loro altro nocimento,
-che di stanchezza, perchè quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto
-l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi si inframmetterà in mezzo,
-perchè al fine rimarrà tagliato in pezzi.
-
-
-XVII. — DE’ ZAPPATORI.
-
-Molti fien quegli, che scorticando la madre, le arrovescieranno la sua
-pelle addosso — i laboratori della terra.
-
-
-XVIII. — DEL SEMINARE.
-
-Allora la gran parte delli omini, che resteran vivi, gitteran fuori
-delle lor case le serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli e
-animali terrestri, sanza curarsi d’esse in parte alcuna.
-
-
-XIX. — LE TERRE LAVORATE.
-
-Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e risguardare l’oppositi
-emisferi, e scoprire le spelonche a ferocissimi animali.
-
-
-XX. — I CALZOLARI.
-
-Li omini vederanno con piacere disfare, e rompere l’opere loro.
-
-
-XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE.
-
-Spegneransi innumerabili vite, e farassi sopra la terra innumerabili
-buche.
-
-
-XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE.
-
-Getteranno li omini fori delle lor proprie case quelle vettovaglie, le
-quali eran dedicate a sostentar la lor vita.
-
-
-XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO.
-
-Li omini batteranno aspramente chi fia causa di lor vita — batteranno
-il grano.
-
-
-XXIV. — DE’ GIOCATORI.
-
-Le pelli delli animali removeranno li omini, con gran gridori e
-bestemmie, dal lor silenzio — le balle da giuocare.
-
-
-XXV. — DEL SUONO DELLA VITA.
-
-Il vento, passato per le pelli delli animali, farà saltare li omini —
-cioè la piva, che fa lo saltare.
-
-
-XXVI. — DE’ DADI.
-
-Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce moto, trattare la fortuna del
-suo motore — i dadi.
-
-
-XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI.
-
-Li omini si nasconderanno sotto le scorze delle scorticate erbe,
-e, quivi gridando, si daran martiri, con battimenti di membra, a sè
-medesimi.
-
-
-XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI NELLE BUDELLE.
-
-Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo
-all’altro.
-
-
-XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA CHE LAVORANO.
-
-Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le quali con tanta oscurità
-tigneranno il cielo, che copre l’Italia.
-
-
-XXX. — DE’ BARBIERI.
-
-Tutti li omini si fuggiranno in Africa.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI.
-
-
-I. — TIRAN LE BOMBARDE.
-
-I buoi fieno in gran parte causa delle ruine delle città, e similemente
-cavalli e bufoli.
-
-
-II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO.
-
-Mangeranno i padron delle possessioni i lor propri lavoratori.
-
-
-III. — DELLI ASINI BASTONATI.
-
-O natura trascurata, perchè ti se’ fatta parziale, facendoti ai
-tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima
-e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui
-servitù, sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’
-fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martirî; e spender sempre
-la lor vita in benefizio del suo malefattore.
-
-
-IV. — DELLI ASINI.
-
-Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di
-mazzate e di punture e bestemmie e gran villanie.
-
-
-V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI.
-
-Sentirassi in molte parte dell’Europa strumenti di varie magnitudini
-far diverse armonie, con grandissime fatiche di chi più presso l’ode.
-
-
-VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME DELL’ARGENTO E ORO.
-
-Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro
-piedi, i quali le porteranno in diversi lochi.
-
-
-VII. — DE’ CAPRETTI.
-
-Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti figliuoli saranno tolti
-alle loro balie, e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno.
-
-
-VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, CAPRE E SIMILI.
-
-A innumerabili saran tolti i loro piccoli figlioli, e quelli scannati,
-e crudelissimamente squartati.
-
-
-IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI.
-
-A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri nati essere squarciati
-nelle proprie case da crudelissimi e rapaci animali del paese vostro.
-
-
-X. — LE API CHE FANNO LA CERA DELLE CANDELE.
-
-Sarà annegato chi fa il lume al culto divino.
-
-E quelli, che pascono l’erbe, faran della notte giorno — sevo.
-
-
-XI. — DELL’API.
-
-E a molti altri saran tolte le munizioni e lor cibi, e crudelmente, da
-gente sanza ragione, saranno sommersi e annegati. O giustizia di Dio,
-perchè non ti desti a vedere così malmenare i tua creati!
-
-
-XII. — DELLE FORMICHE.
-
-Molti popoli fien quelli, che nasconderan sè e sua figlioli e
-vettovaglie dentro alle oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi,
-ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, sanza altro lume accidentale
-o naturale.
-
-
-XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI.
-
-Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti in uccelli, e
-assaliranno li altri omini togliendo loro il cibo dalle proprie mani e
-mense — le mosche.
-
-XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA.
-
-Molti periranno di fracassamento di testa, e salteranno loro li occhi
-in gran parte della testa, per causa d’animali paurosi usciti dalle
-tenebre.
-
-
-XV. — DELLE BISCIE PORTATE DALLE CICOGNE.
-
-Vedrassi in grandissima altezza dell’aria lunghissimi serpi combattere
-colli uccelli.
-
-
-XVI. — I PESCI LESSI.
-
-Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti acque.
-
-
-XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO NON NATI.
-
-Infinita generazione si perderà per la morte delle grandi.
-
-
-XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO RIBUTTATE DAL MARE, CHE
-MARCISCONO DENTRO AI LOR GUSCI.
-
-Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien morti, marciranno nelle
-lor proprie case, empiendo le circostanti parti piene di fetulente
-[Sidenote: fetido] puzzo!
-
-
-XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE NON POSSONO FARE I PULCINI.
-
-Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito il nascere.
-
-
-XX. — DELLE TACCOLE [Sidenote: specie di cornacchie] E STORNELLI.
-
-Quelli che si fideranno abitare appresso di lui, che saranno gran
-turbe, questi tutti moriranno di crudele morte, e si vedran i padri
-e le madri, d’insieme colle sue famiglie, esser da crudeli animali
-divorati e morti.
-
-
-XXI. — DELLE API.
-
-Vivono a popoli insieme, sono annegate per torle il miele; molti e
-grandissimi popoli saranno annegati nelle lor proprie case.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE PIANTE.
-
-
-I. — DELLE NOCI E ULIVE E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI.
-
-Molti figlioli da dispietate bastonate fien tolti delle proprie braccia
-delle lor madri, e gittati in terra, e poi lacerati.
-
-
-II. — DE’ NOCI BATTUTI.
-
-Quelli che avranno fatto meglio saranno più battuti, e i sua figliuoli
-tolti e scorticati, overo spogliati, e rotte e fracassate le sue ossa.
-
-
-III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI DANDOCI OLIO CHE FA LUME.
-
-Discenderà con furia diverso la terra chi ci darà nutrimento e luce.
-
-
-IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO.
-
-Li alberi e arbusti delle gran selve si convertiranno in cenere.
-
-
-V. — DELLI ALBERI CHE NUTRISCONO I NESTI [Sidenote: i ramoscelli
-innestati sulla pianta].
-
-Vedrannosi i padri e le madri fare molto più giovamento ai figliastri,
-che ai lor veri figlioli.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI.
-
-
-I.
-
-I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE CHE SON DI BUE.
-
-E si vedrà in gran parte del paese camminare sopra le pelli delli
-grandi animali.
-
-
-II. — DE’ CRIVELLI FATTI DI PELLE D’ANIMALI.
-
-Vedrassi il cibo degli animali passar dentro alle lor pelli per ogni
-parte, salvo che per la bocca, e penetrare dall’opposta parte insino
-alla piana terra.
-
-
-III. — DELLE LANTERNE.
-
-Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno la luce notturna
-dall’impetuoso furor de’ venti.
-
-
-IV. — DELLE MEDESIME.
-
-I buoi, colle lor corna, difenderanno il foco dalla sua morte — la
-lanterna.
-
-
-V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI FATTE DI CORNA DI CASTRONE.
-
-Nelle corna delli animali si vedranno taglienti ferri, colli quali si
-toglie la vita a molti della loro specie.
-
-
-VI. — DELLI ARCHI FATTI COLLI CORNI DE’ BUOI.
-
-Molti fien quelli che, per causa delle bovine corna, moriranno di
-dolente morte.
-
-
-VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI.
-
-Li animali volatili sosterran l’omini colle lor proprie penne.
-
-
-VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO.
-
-Molte volte la cosa disunita fia causa di grande unizione — cioè il
-pettine, fatto dalla disunita canna, unisce le fila nella seta.
-
-
-IX. — IL FILATOIO DA SETA.
-
-Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche e infocate voci
-di quei che fieno con tormento spogliati, e al fine lasciati ignudi e
-sanza moto: e questo fia per causa del motore, che tutto volge.
-
-
-X. — DEL LINO CHE FA LA CURA DELLE GENTI.
-
-Saran reveriti e onorati, e con reverenzia e amore ascoltati li sua
-precetti, di chi prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato da molte
-e diverse battiture.
-
-
-XI. — DEL MANICO DELLA SCURE.
-
-Le selve partoriranno figlioli, che fiano causa della lor morte — il
-manico della scure.
-
-
-XII. — IL BASTONE CH’È MORTO.
-
-Il movimento de’ morti farà fuggire, con dolore e pianto e con grida,
-molti vivi.
-
-
-XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE.
-
-Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, e legheranno i vivi, e
-servirannogli a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione.
-
-
-XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI.
-
-Corpi sanz’anima per sè medesimi si moveranno, e porteran con
-seco innumerabile generazione di morti, togliendo le ricchezze a’
-circustanti viventi.
-
-
-XV. — DEI CARRI E NAVI.
-
-Vedrassi i morti portare i vivi — i carri e navi in diverse parti.
-
-
-XVI. — DELLE CASSE CHE RISERBANO MOLTI TESORI.
-
-Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi e altre piante tesori
-grandissimi, i quali lì stanno occulti, e ben guardati.
-
-
-XVII. — DEL NAVIGARE.
-
-Vedrassi li alberi delle gran selve di Taurus e di Sinai, Apennino
-e Atlante scorrere per l’aria da oriente a occidente, da aquilone a
-meridie; e porteranno per l’aria gran moltitudine d’omini.
-
-Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! quanta separazion d’amici! di
-parenti! e quanti fien quelli, che non rivedranno più le lor provincie,
-nè le lor patrie, e che moriranno sanza sepoltura, colle lor ossa
-sparse in diversi siti del mondo!
-
-
-XVIII. — DEL NAVIGARE.
-
-Saranno gran venti, per li quali le cose orientali si faranno
-occidentali; e quelle di mezzodì, in gran parte miste col corso de’
-venti, seguirannolo per lunghi paesi.
-
-
-XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO.
-
-Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, portare con furia moltitudine
-d’omini alla distruzione di lor vita.
-
-
-XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE ANDANDO IN ZOCCOLO.
-
-Saran sì grandi i fanghi, che li omini andranno sopra l’alberi de’ loro
-paesi.
-
-
-XXI. — DELLE BAGHE [Sidenote: sacchi, otri di pelle].
-
-Le capre condurranno il vino alle città.
-
-
-XXII. — DEL PARASOLE.
-
-La percussione della spera del sole apparirà cosa che, chi la crederà
-coprire, sarà coperto da lei.
-
-
-II.
-
-I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI.
-
-Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi a questo tempo, torranno la
-libertà a molti uomini.
-
-
-II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI.
-
-Vedrannosi l’alte mura delle gran città sotto sopra ne’ loro fossi.
-
-
-III. — DEI FORNI.
-
-A molti fia tolto il cibo di bocca — ai forni.
-
-
-IV. — ANCORA DEI FORNI.
-
-A quelli, che si imboccheranno per l’altrui mani, fia loro tolto il
-cibo di bocca — il forno.
-
-
-V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE DALLA BOCCA DEL FORNO.
-
-Per tutte le città e terre e castelli e case si vedrà, per desiderio di
-mangiare, trarre il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza poter
-fare difesa alcuna.
-
-
-VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI E CALCINA.
-
-Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento di molti giorni, e le
-pietre si convertiranno in cenere.
-
-
-VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE.
-
-L’umane opere fien cagione di lor morte — le spade e lance.
-
-
-VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE
-HA MORTI TANTI UOMINI.
-
-I morti usciranno di sotto terra, e coi loro fieri movimenti cacceranno
-dal mondo innumerabili creature umane.
-
-
-IX. — DELLE SPADE E LANCE CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO.
-
-Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna offensione, si farà
-spaventevole e feroce mediante la trista compagnia, e torrà la
-vita crudelissimamente a molte genti; e più n’ucciderebbe, se corpi
-sanz’anima, e usciti dalle spelonche, non li difendessino — cioè le
-corazze di ferro.
-
-
-X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI.
-
-Per causa delle stelle si vedranno li omini esser velocissimi, al pari
-di qualunque animale veloce.
-
-
-XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE.
-
-Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per causa del fuoco!
-
-
-XII. — DELLE BOMBARDE CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA.
-
-Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli grida, stordirà i
-circostanti vicini, e col suo fiato farà morire li omini, e ruinare le
-città e castella.
-
-
-XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO CHE CONSUMA TUTTE LE SOME
-DELLE LEGNE, CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE
-DELLE BESTIE.
-
-I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale che bruceranno il legname di
-molte e grandissime selve, e molte fiere selvatiche e domestiche.
-
-
-XIV. — DELL’ESCA.
-
-Con pietra e con ferro si renderanno visibili le cose, che prima non si
-vedeano.
-
-
-XV. — DE’ METALLI.
-
-Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche chi metterà tutta l’umana
-specie in grandi affanni, pericoli e morte.
-
-A molti seguaci lor, dopo molti affanni, darà diletto; ma chi non fia
-suo partigiano, morrà con stento e calamità.
-
-Questo commetterà infiniti tradimenti; questo aumenterà e persuaderà li
-omini tutti alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; questo darà
-sospetto ai sua partigiani; questo torrà lo stato alle città libere;
-questo torrà la vita a molti; questo travaglierà li omini infra loro
-con molte arti, inganni e tradimenti.
-
-O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio agli omini che tu ti tornassi
-nell’inferno: per costui rimarran diserte le gran selve delle lor
-piante; per costui infiniti animali perderanno la vita.
-
-
-XVI. — DE’ DANARI E ORO.
-
-Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, con sudore, affaticare tutti
-i popoli del mondo, con grandi affanni, ansietà, sudori, per essere
-aiutato da lui.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE.
-
-
-I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE.
-
-I semplici popoli porteran gran quantità di lumi per far lume ne’
-viaggi a tutti quelli, che integralmente hanno perso la virtù visiva.
-
-
-II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA.
-
-Agli omini saran fatti grandissimi onori e pompe, sanza lor saputa.
-
-
-III. — DEL DÌ DE’ MORTI.
-
-E quanti fien quelli che piangeranno i lor antenati morti, portando
-lumi a quelli.
-
-
-IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO.
-
-In tutte le parti d’Europa sarà pianto di gran popoli per la morte d’un
-solo omo, morto in Oriente.
-
-
-V. — DE’ CRISTIANI.
-
-Molti, che tengon la fede del figliolo, sol fan templi nel nome della
-madre.
-
-
-VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO.
-
-Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno con arroganti movimenti
-minacciando con metallo e fuoco, chi non faceva lor detrimento alcuno.
-
-
-VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA.
-
-Molti fien quelli che, per esercitare la lor arte, si vestiran
-ricchissimamente: e questo parrà esser fatto secondo l’uso de’
-grembiali.
-
-
-VIII. — DE’ PRETI CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO.
-
-Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta il corpus domini, si
-vedranno manifestamente per sè stessi andare per diverse strade del
-mondo.
-
-
-IX. — DE’ FRATI CONFESSORI.
-
-Le sventurate donne, di propria volontà, andranno a palesare agli
-uomini tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime.
-
-
-X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE.
-
-Parleranno li omini alli omini, che non sentiranno; avran gli occhi
-aperti, e non vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro risposta;
-chiederan grazia a chi avrà orecchi, e non ode; faran lume a chi è
-orbo.
-
-
-XI. — DELLE SCOLTURE.
-
-Ohimè! che vedo il Salvatore di novo crocifisso.
-
-
-XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI.
-
-Io vedo di nuovo venduto e crocifisso Cristo, e martirizzare i sua
-santi.
-
-
-XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO PER LI LORO SANTI, MORTI
-PER ASSAI TEMPO!
-
-Quelli che saranno morti, dopo mille anni, fien quelli che daranno le
-spese a molti vivi.
-
-
-XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO.
-
-Infinita moltitudine venderanno pubblicamente e pacificamente cose di
-grandissimo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai non
-furon loro, nè in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia
-umana.
-
-
-XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E
-DANNO IL PARADISO.
-
-Le invisibili monete faran trionfare molti spenditori di quelle.
-
-
-XVI. — DELLE CHIESE E ABITAZION DE’ FRATI.
-
-Assai saranno, che lascieranno li esercizî e le fatiche e povertà
-di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti
-edifizî, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEI COSTUMI.
-
-
-I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI.
-
-Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, e porteran seco i sua
-valsenti [Sidenote: le loro ricchezze], e andranno abitare in altri
-paesi.
-
-
-II. — DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO.
-
-Li omini dormiranno, e mangeranno, e abiteranno infra li alberi, nati
-nelle selve e campagne.
-
-
-III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO.
-
-Verranno li omini a tanta ingratitudine che, chi darà loro albergo,
-sanza alcun prezzo, sarà carico di bastonate, in modo che gran parte
-delle interiora si spigneranno dal loco loro, e s’andranno rivoltanto
-pel suo corpo.
-
-
-IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI.
-
-Verranno li omini in tanta viltà, che avran di grazia che altri
-trionfino sopra i loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza —
-cioè la sanità.
-
-
-V. — DEL COMUNE.
-
-Un meschino sarà soiato [Sidenote: adulato beffardamente] e essi
-soiatori [Sidenote: adulatori] sempre fien sua ingannatori e rubatori,
-e assassini d’esso meschino.
-
-
-VI. — PROFEZIA.
-
-Porterassi neve distante no’ lochi caldi, tolta dall’alte cime de’
-monti, e si lascierà cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo
-dell’estate.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA.
-
-
-I. — DELLA FOSSA.
-
-Staran molti occupati in esercizio a levare di quella cosa, che tanto
-crescerà, quanto se ne levò.
-
-
-II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO.
-
-E a molti corpi nel vedere da lor levar la testa, si vedrà
-manifestamente crescere, e, rendendo loro la levata testa,
-immediatamente diminuiscono la grandezza.
-
-
-III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI.
-
-E’ saran molti cacciatori d’animali che, quanto più ne piglieranno,
-manco n’avranno, e così, di converso, più n’avrà quanto men ne
-piglieranno.
-
-
-IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA.
-
-E rimarranno occupati molti che, quanto più tireranno in giù la cosa,
-essa più se ne fuggirà in contrario moto.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE.
-
-
-I. — DELL’AVARO.
-
-Molti fieno quelli che, con ogni studio e sollecitudine, seguiranno con
-furia quella cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo la sua
-malignità.
-
-
-II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO PIÙ SI FANNO AVARI, CHE
-AVENDOSI A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI.
-
-Vedransi quelli, che son giudicati di più sperienza e giudizio,
-quanto egli hanno men bisogno delle cose, con più avidità cercarle e
-ricercarle.
-
-
-III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA.
-
-Li omini perseguiranno quella cosa, della qual più temono, cioè saran
-miseri, per non venire in miseria.
-
-
-IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, CHE PRIMA S’UCCIDONO.
-
-Sarà morto da loro il loro nutritore, e flagellato con spietata morte.
-
-
-V. — DELLA BOCCA DELL’OMO CH’È SEPOLTURA.
-
-Usciranno gran romori dalle sepolture di quelli, che son finiti da
-cattiva e violenta morte.
-
-
-VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO.
-
-Gran parte de’ corpi animati passerà pe’ corpi de gli altri animali,
-cioè le case disabitate passeran in pezzi per le case abitate, dando
-a quelle un utile, e portando con seco i sua danni: quest’è, cioè,
-la vita dell’omo si fa delle cose mangiate, le quali portan con se la
-parte dell’omo, ch’è morta.
-
-
-VII. — DELLA VITA DELLI OMINI CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE.
-
-Li omini passeran morti per le sue proprie budelle.
-
-
-VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO.
-
-Vedrannosi animali sopra della terra, i quali sempre combatteranno
-infra loro e con danni grandissimi e, spesso, morte di ciascuna delle
-parti.
-
-Questi non avran termine nelle lor malignità: per le fiere membra
-di questi verranno a terra gran parte delli alberi delle gran selve
-dell’universo; e poi ch’essi avranno pasciuto, il nutrimento de’ loro
-desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e guerre e furie a
-qualunque cosa animata. E per la loro smisurata superbia questi si
-vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia gravezza delle lor
-membra gli porrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, o sotto
-la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e
-quella dell’un paese remossa nell’altro; e ’l corpo di questi si farà
-sepoltura e transito di tutti i già da lor morti corpi animati.
-
-O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo nell’alte fessure de’
-tua gran baratri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e
-spietato mostro?
-
-
-IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI.
-
-Felici fien quelli che presteranno orecchi alle parole de’ morti: —
-leggere le bone opere, e osservarle.
-
-
-X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI.
-
-I corpi sanz’anima ci daranno, con lor sentenzie, precetti utili al ben
-morire.
-
-
-XI. — DELLA FAMA.
-
-Le penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo: —
-cioè per le lettere, fatte da esse penne.
-
-
-XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE
-V’È SU LE SCRITTURE.
-
-Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del sentimento, tanto più
-s’acquisterà sapienza.
-
-
-XIII. — DELLA STORIA.
-
-Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno in sè tal virtù, che
-renderanno la persa memoria alli omini: — cioè i papiri che son fatti
-di peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini.
-
-
-XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI.
-
-Li omini tutti scambieranno emisperio immediate.
-
-
-XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE DA ORIENTE A OCCIDENTE.
-
-Moverannosi tutti li animali da oriente a occidente, e così da aquilone
-a meriggio scambievolmente, e così di converso.
-
-
-XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI E DA INFINITE LINEE SON
-DIVISI, IN MODO CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA D’ESSE LINEE INFRA
-L’UN DE’ PIEDI E L’ALTRO.
-
-Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi li omini, stanti dall’uno
-all’altro emisperio, intenderansi i loro linguaggi.
-
-
-XVII. — DELLE NUVOLE.
-
-Gran parte del mare si fuggirà inverso il cielo e per molto tempo non
-farà ritorno: — cioè pe’ nuvoli.
-
-
-XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, CHE È ACQUA.
-
-L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in moto sopra le spiagge de’ monti,
-si fermerà per lungo spazio di tempo sanza fare alcun moto, e questo
-accaderà in molte e diverse provincie.
-
-
-XIX. — LA PALLA DELLA NEVE ROTOLANDO SOPRA LA NEVE.
-
-Molti fien quelli, che cresceran nelle lor ruine.
-
-
-XX. — DELLE PIOGGIE, CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI PORTAN VIA LE
-TERRE.
-
-Verrà diverso il cielo chi trasmuterà gran parte dell’Africa, che
-si mostra a esso cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa inverso
-l’Africa; e quelle delle provincie Scitiche si mescoleranno insieme con
-gran rivoluzione.
-
-
-XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE
-MONTAGNE, E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE
-IL MARE.
-
-Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti,
-scacceranno il mare dal suo sito.
-
-
-XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA
-POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote:
-Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO.
-
-Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione,
-trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e
-quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo
-settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da
-questo in quell’altro emisperio.
-
-
-XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE.
-
-Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le
-meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande
-strepito e tremore o furore.
-
-
-XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.
-
-Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si
-faran tutti di nera qualità.
-
-
-XXV. — DEL FOCO.
-
-Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo
-non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto
-avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro.
-
-
-XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO,
-CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO.
-
-I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò
-ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in
-basso.
-
-
-XXVII. — TRACCIA.
-
-Restaci il moto, che separa il motore dal mobile.
-
-
-XXVIII. — DEI PIANETI.
-
-E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè
-pianeti.
-
-
-XXIX. — DEL CONSIGLIO.
-
-E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà
-sconosciuto, cioè più sprezzato.
-
-
-XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.
-
-La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a
-detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce
-moto alle sue smisurate forze.
-
-
-XXXI. — DELLA BUGIA.
-
-Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno
-scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare
-occulta.
-
-
-
-
-LE FACEZIE.
-
-
-I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.
-
-Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle
-quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè
-essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto
-loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi
-frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale,
-essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà
-dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo,
-vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse:
-— se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri
-conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono
-costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò
-essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si
-mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.
-
-Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre
-di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona
-larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per
-povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della
-compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua
-omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si
-caricò di tale omo.
-
-Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora
-si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano,
-alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco,
-hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete
-voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse
-il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari
-addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal
-mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con
-piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta
-sopportò.
-
-
-II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.
-
-Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è
-usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un
-pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso
-pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse
-tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere
-così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi
-fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che
-d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un
-cento.
-
-Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra
-alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete,
-dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu
-dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa,
-colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. —
-
-
-III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE.
-
-Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro
-proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse
-da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo
-disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea;
-perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i
-popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa
-di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere.
-
-
-IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.
-
-Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui
-era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento;
-allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre
-volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora
-costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero,
-che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato
-l’asino, che gli portava la farina.
-
-
-V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.
-
-Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che
-eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti.
-Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di
-notte.
-
-
-VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.
-
-Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva
-male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi
-collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale
-fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al
-quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti
-voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo
-amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te,
-dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più
-insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di
-me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi
-usassimo insieme. —
-
-
-VII. — DETTO DI UN INFERMO.
-
-Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e
-domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo
-rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo
-alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che
-lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna
-bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide
-nessuna.
-
-
-VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.
-
-Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole,
-e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto
-lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino,
-ancora non mi voglio levare. —
-
-
-IX. — ARGUZIA.
-
-Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il
-tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo
-picciol lavorante a sì gran bottega! —
-
-
-X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
-
-Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello!
-ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non
-ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale
-costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi,
-sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in
-questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per
-nova. —
-
-
-XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.
-
-Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi,
-un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà
-trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi
-sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane
-un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito,
-improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel
-volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno.
-
-
-XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
-
-Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in
-istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non
-ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: —
-ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza
-ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano
-colore. —
-
-
-XIII. — LA STESSA.
-
-Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran
-colore. —
-
-Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso
-strano. —
-
-
-XIV. — MOTTO.
-
-Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo.
-L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la
-stranezza della tua brutta presenza. —
-
-
-XV. — FACEZIA DI UN PRETE.
-
-Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole
-appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza
-derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto
-accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano
-a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella
-accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia
-li dovessi un poco accendere quella candela.
-
-
-XVI. — FACEZIA.
-
-Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella
-della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e
-ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde
-veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io
-maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi
-di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare
-10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì
-piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! —
-
-
-XVII. — MOTTO ARGUTO.
-
-Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande
-strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son
-da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la
-coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. —
-
-
-XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO.
-
-Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente
-non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li
-faceva migliore scudo che la lingua o la forza.
-
-
-XIX. — FACEZIA.
-
-Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.
-
-
-
-
-NOTE.
-
-
-[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27.
-
-[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag.
-222.
-
-[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.
-
-[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61.
-
-[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.
-
-[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v.
-
-[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887.
-
-[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v.
-
-[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49.
-
-[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol.
-XVI, pag. 226.
-
-[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21.
-
-[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi,
-Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.
-
-[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894
-pag. 520.
-
-[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51.
-
-[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46.
-
-[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena,
-Vincenzi, 1898, pag. 57.
-
-[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a
-dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la
-moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»
-
-[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed
-andò in Francia.»
-
-[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226.
-
-[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag.
-459.
-
-[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II,
-vol. III, pag. 13.
-
-[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810,
-pag. 19-22.
-
-[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222.
-
-[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40.
-
-[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si
-ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria
-delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II,
-pag. 155.
-
-[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29.
-
-[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651.
-
-[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE.
-
-[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di
-Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_.
-Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag.
-202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.
-
-[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento
-storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le
-piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del
-mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal
-strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano,
-1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota
-del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda
-PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda
-di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana.
-Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.
-
-[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come
-si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro
-ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la
-fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo
-si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_,
-in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu
-Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB
-und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag.
-240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da
-Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino,
-di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del
-Neckam.
-
-[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio
-dell’invidia appropriato al nibbio_.
-
-[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_.
-
-[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al
-corbo_.
-
-[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al
-castoro_.
-
-[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato
-all’orso_.
-
-[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è
-appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_.
-
-[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato
-alla botta_.
-
-[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato
-di determinare.
-
-[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà
-appropriato al basilisco_.
-
-[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata
-all’aquila_.
-
-[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al
-lupo_.
-
-[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_.
-
-[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla
-formica_.
-
-[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue
-salvatico_.
-
-[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re
-delle api_.
-
-[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla
-pernice_.
-
-[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_.
-
-[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_.
-
-[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla
-topinara_.
-
-[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_.
-
-[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al
-girifalco_.
-
-[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo
-pavone_.
-
-[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata
-alla fenice_.
-
-[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata
-alla rondine_.
-
-[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al
-cammello_.
-
-[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al
-liocorno_.
-
-[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo
-agnello_.
-
-[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al
-falcone_.
-
-[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata
-all’asino salvatico_.
-
-[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata
-all’avvoltoio_.
-
-[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla
-tortora_.
-
-[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al
-pipistrello_.
-
-[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata
-all’ermellino_.
-
-[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap.
-III, folio 32 rº e vº: _Aquila_.
-
-[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_.
-
-[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_.
-
-[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che
-vivono de quattro elementi et primo de salamandra_.
-
-[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_.
-
-[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_.
-
-[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_.
-
-[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_.
-
-[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la
-cicogna_.
-
-[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la
-cichada_.
-
-[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del
-basalisco_.
-
-[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. —
-_Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_.
-
-[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_.
-
-[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_.
-
-[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_.
-
-[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_.
-
-[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
-
-[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
-
-[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta
-di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia,
-1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la
-parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice
-Trivulziano_: folio 3 rº.
-
-[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen),
-vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a
-proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda
-GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag.
-245-247.
-
-[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.
-
-[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag.
-48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.
-
-[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.
-
-[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).
-
-[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).
-
-[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).
-
-[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).
-
-[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo
-simbolo.
-
-[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.
-
-[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).
-
-[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.
-
-[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).
-
-[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.
-
-[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).
-
-[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano
-di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_.
-
-[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).
-
-[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).
-
-[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).
-
-[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
-
-[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).
-
-[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
-
-[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).
-
-[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.
-
-[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.
-
-[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.
-
-[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.
-
-[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.
-
-[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).
-
-[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).
-
-[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).
-
-[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).
-
-[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.
-
-[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).
-
-[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata
-suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era
-avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non
-essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli
-investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi
-gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica
-coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra
-l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre.
-Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice
-della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica
-investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si
-veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING,
-_Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84;
-176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen
-Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.
-
-[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto,
-e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum
-Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag.
-12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº,
-con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione
-le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary
-works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16.
-
-[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo
-frammento è stato tradotto parola a parola.
-
-[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo
-contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente
-la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_)
-agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore
-matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique
-sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_,
-Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i
-miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena,
-1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_.
-Venezia, 1509. Pag. LV.
-
-[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei
-gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi
-proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo
-Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad
-una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della
-distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi
-della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei
-gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques
-de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del
-CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895.
-Vol. IV, pag. 69-80.
-
-[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica
-aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol.
-XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se
-una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la
-medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due
-volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel
-corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto
-_F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è
-l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e
-di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti
-irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la
-vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi
-nello spazio e nel tempo finito.
-
-[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson,
-per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si
-trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci.
-Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_,
-folio 72 vº.)
-
-[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla
-_Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti:
-_Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis
-fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2.
-
-[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana
-di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco,
-risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col
-secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose.
-Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui
-la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono
-la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag.
-187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano,
-la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in
-generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis
-Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.
-
-[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione
-intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica
-intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più
-vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al
-centro della Terra.
-
-[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la
-parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna
-lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava
-questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e
-la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da
-Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.
-
-[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal
-Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The
-literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande
-integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro
-a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo,
-se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in
-Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata
-non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma
-(1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che
-Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.
-
-[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il
-Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed.
-Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato
-per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe
-toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento
-fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci,
-conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa
-con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà
-la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî
-risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia
-come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto
-_A_, folio 60 vº.
-
-[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la
-visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile
-o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_.
-Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_,
-folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue
-ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione
-dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè
-a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla
-quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte
-nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_.
-
-[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno
-all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De
-Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede
-indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la
-filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i
-corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie
-di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità
-secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo
-i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER,
-_Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
-Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.
-
-[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478]
-e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze,
-1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª
-alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:
-
- Chiaro splendore e fiamma rilucente,
- Sopra tutt’altre creatura bella, ec.
-
-e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate
-dal Vinci.
-
-Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri
-hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole:
-
- _Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_
- _Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec.
-
-Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di
-Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola
-volta di seconda mano, dal _El libro de la vita de philosophi e delle
-loro elegantissime sententie extracte da_ DIOGENE LAHERTIO _e da altri
-antiquissimi auctori_. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol.
-II, pag. 223).
-
-[138] Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano
-d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si veda G.
-UZIELLI, _La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli_. Roma, 1890,
-pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più
-alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina,
-che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo
-argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque
-salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). Secondo
-GIOVANNI VILLANI († 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica
-terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga,
-onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr. _Croniche di Giovanni,
-Matteo e Filippo Villani_. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera
-lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e feconde sono le
-conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma
-le puerili credenze del tempo (cfr. FRANCESCO PATRIZZI, _De antiquorum
-rethorica_. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima
-dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, ANTONIO VALLISNIERI
-(_Opere fisico-mediche_. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il
-padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno
-all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle
-trasformazioni terrestri.
-
-[139] Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come
-può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma
-ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una
-volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri
-come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze
-fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi
-lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le
-acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il
-lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei
-secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi
-dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua.
-La prima ipotesi è toccata e combattuta da ARISTOTELE nei _Libri
-metheorologici_, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17;
-entrambe sono espresse qui dal Vinci.
-
-[140] Secondo ANASSAGORA, ogni cosa nel mondo è composta da una somma
-di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso
-σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da
-per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione
-di ogni essere inorganico e organico. Si veda ZELLER, _Gesch. der
-Philosophie der Griechen_. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni
-del frammento di Leonardo si trovano nel _De umbris idearum_, Berlino,
-1868, pag. 28, del BRUNO, e risalgono probabilmente a LUCREZIO, _De
-rerum natura_, lib. I, v. 830 e segg.
-
-[141] Si veda: ROBERTO VALTURIO, _De re militari_. Parigi, 1534. Pag.
-4, donde è tratto il frammento.
-
-[142] Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte
-dal MANDAVILLA, _Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili
-che si trovano in le parti del mondo_. Milano, 1480, folio _l_ 4
-rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li
-fano ingrassare.» L’opera del PLATINA qui citata è il _De la honesta
-voluptate et valetudine et de li obsonij_. Venezia, 1487, ricordata nel
-_Codice Atlantico_ con le parole: _De onesta voluptà_, folio 207 rº.
-
-[143] Il _codice_, nel quale si trova questo frammento, contiene,
-quasi esclusivamente, note intorno al trattato DI LUCE ED OMBRA. Il
-_cavallo_, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre
-a Francesco Sforza. _Jacomo Andrea_, nella casa del quale Leonardo
-si reca a cena con il discepolo suo _Giacomo_, è Andrea da Ferrara,
-profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì,
-ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G.
-UZIELLI, _Ricerche intorno a Leonardo da Vinci_. Torino, 1896. Vol.
-I, pag. 377-382). _Marco_ è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del
-Vinci. _Galeazzo Sanseverino_, in casa del quale Leonardo dirige quella
-giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è
-il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel
-funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. _Agostino da
-Pavia_ è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che
-Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di
-Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e
-d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere
-il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre
-1490:..... _Augustino et Magistro Leonardo_....., cfr. BELTRAMI, _Il
-Castello di Milano_. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente _Gian Antonio_
-è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in
-Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il
-risarcimento de’ danni e delle spese.
-
-[144] Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo
-e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. _Maestro
-Giovanni degli Specchi_ e gli altri, ricordati qui vagamente, sono
-lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva
-per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il
-memorabile tornio ovale (si veda: _Codice Atlantico_, folio 121 rº: _fa
-fare il tornio ovale al Tedesco_).
-
-[145] _Pag. 228._ Non si può negare, come fa incautamente il RICHTER
-(_The literary works of Leonardo da Vinci_. Vol. II, pag. 413), la
-possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie,
-data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose
-popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche.
-Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si
-riferisca, con le parole: _come ancora in alcuna regione dell’India_;
-alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo
-XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue
-parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del FRAZER,
-_The golden bough — a study in comparative religion_. Londra, 1890,
-vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’ACOSTA, _Natural and moral
-history of the Indies_. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.
-
-[146] Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte
-Rosa da FLAVIO BIONDO, _Roma ristaurata ed Italia illustrata_, trad.
-Venezia, 1542, pag. 165; e da LEANDRO ALBERTI, _Descrittione di tutta
-Italia_. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per
-quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì
-e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a
-levante.» (_Mss. di Leicester_, c. 10 rº; RICHTER, _The literary
-works_. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della
-grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con
-le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi
-altezze, confermata più di tre secoli dopo dal DE SAUSSURE per le Alpi,
-e dall’HUMBOLDT per le Cordigliere (KAEMTZ, _Cours de météorologie_.
-Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da
-Vinci è salito oltre i 3000 metri.
-
-[147] Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni
-realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino,
-tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di
-schiuma, che si trova nel manoscritto _L_ e la nota che lo accompagna:
-«fatta al mare di Piombino» (anno 1502). LEONARDO DA VINCI, _Les
-manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut_. Parigi, 1890,
-vol. V, folio 6 vº.
-
-[148] La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal
-RICHTER nella _Zeitschrif für bildende Kunst._ Vienna, 1881, vol. XVI,
-e esaminata a fondo dal DOUGLAS FRESHFIELD nei _Proceedings of the
-Royal Geographical Society_. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.;
-può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se
-da una parte la DIVISIONE DEL LIBRO suggerisce l’idea di una narrazione
-fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione
-storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il
-spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi,
-grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e
-cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e
-costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come
-rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o
-idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può
-dirsi, piuttosto che una riproduzione dai _Libri meteorologici_ di
-ARISTOTELE, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti
-tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.
-
-[149] Se si confronta questa specie di abbozzo del _Cenacolo_ con
-l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della
-prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra
-di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta
-(Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo
-dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza
-rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra
-del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultime figure a sinistra
-(Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla
-tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della
-pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva
-qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.
-
-[150] Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è
-stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe
-espressioni del _Morgante maggiore di Luigi Pulci_. Venezia 1488.
-Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa
-narrazione.
-
-
-
-
-SOMMARII E RIFERIMENTI.
-
-
-LE FAVOLE.
-
-_Pag. 3._ L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. R. 1322.
-— L’acqua. R. 1271. — _4._ La fiamma e la candela. C. A. 67 r. — _5._
-Quelli che s’umiliano, sono esaltati. R. 1314. — _6._ Sul medesimo
-soggetto. C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — _7._ Il rasoio. C.
-A. 172 v. — _8._ Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. 76 r. — _9._
-Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. C. A. 76 r. — Il cedro
-e le altre piante. C. A. 76 r. — La vitalba. C. A. 76 r. — _10._ La
-cattiva compagnia trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. —
-Sul medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il persico.
-C. A. 76 r. — _11._ L’olmo e il fico. C. A. 76 r. — Le piante e il
-pero. C. A. 76 r. — _12._ La rete. R. 1314. — Nasce rovina dal seguire
-il falso splendore. C. A. 67 r. — _13._ Il castagno e il fico. C. A.
-67 r. — _14._ Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — _15._ La noce e
-il campanile. C. A. 67 v. — _16._ Il salice e la zucca. C. A. 67 v.
-— _19._ L’aquila. C. A. 67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio.
-R. 1314. — _20._ L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica e il
-chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto e la gatta. H. 51
-v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — _21._ L’ostrica e il granchio.
-C. A. 67 v. — I tordi e la civetta. C. A. 67 v. — _22._ La scimmia e
-l’uccelletto. C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — _23._
-Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il ragno e il grappolo
-d’uva. R. 1314. — _24._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia.
-H 44. v. — Il villano e la vite. H. 44 v. — _25._ Leggenda del vino
-e di Maometto. C. A. 67 r. — _26._ Traccia. R. 1281. — Le fiamme e la
-caldaia. C. A. 116 v. — _27._ Lo specchio e la regina. R. 1324.
-
-
-LE ALLEGORIE.
-
-_Pag. 31._ Amore di virtù. H. 5 r. — _32._ Invidia. — Allegrezza. —
-Tristezza. H. 5 v. — Pace. — _33._ Ira. H. 6 r. — Misericordia over
-gratitudine. — Avarizia. — _34._ Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H.
-7 r. — Liberalità. — Correzione. H. 7 v. — _35._ Lusinghe over soie.
-— Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — _36._ Verità. H. 8 v. —
-Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — _37._ Bugia. — Timore over
-viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — _38._ Constanza. H. 10 r.
-— Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. H. 10 v. — _39._ Umiltà.
-— Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — _40._ Castità. H. 11 v. —
-Lussuria. — Moderanza. — Aquila. H. 12 r. — _41._ Lumerpa, fama. H.
-12 v. — Pellicano. — Salamandra. — _42._ Camaleon. H. 13 r. — Alepo
-pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — _43._ Cicala. H. 14 r.
-— Basalisco. — L’aspido, sta per la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera.
-— _44._ Scorpione. H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r.
-— _45._ Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. H.
-16 r. — _46._ Taranta. — Duco o civetta H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20
-r. e v. — _48._ Il dragone. H. 20 v. — _49._ Serpente. — Boa. H. 21 r.
-— Macli pel sonno è giunta. — _50._ Bonaso noce colla fuga. H. 21 v.
-— Palpistrello. — _51._ Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. H.
-48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v.
-— _52._ Leone. — Pantere in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. —
-_53._ Tigre. — Catopleas. H. 24 r. — _54._ Basilisco. — Donnola over
-bellola. — _55._ Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido.
-H. 25 r. — _56._ Icneumone. — Cocodrillo. H. 25 v. — _57._ Delfino. H.
-26 r. — _58._ Hippotamo. — Iris. — Cervi. H. 26 v. — _59._ Luserte. —
-Rondine. — Bellola. — Cinghiale. H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — _60._
-Camaleonte. H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. H.
-17 v. — _61._ Dell’antivedere. H. 98 r. — Per ben fare. H. 98 v. — Sul
-medesimo soggetto. H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — _62._ Frammento. G.
-89 r.
-
-
-I PENSIERI.
-
-PENSIERI SULLA SCIENZA.
-
-_Pag. 65._ La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error di quelli,
-che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone del pratico.
-C. A. 76 r. — _66._ Precedenza della teorica alla pratica. I. 130 r.
-— Sul medesimo soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750.
-— Sul medesimo soggetto. Lu. 54. — _67._ Sul fatto anatomico dello
-sviluppo grande del cranio nel fanciullo. Ash. I. 7 r. — Diversità
-della teorica dalla pratica. C. A. 93 v. — _68._ Sterilità delle
-scienze senza applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — _69._ La distribuzione dei
-suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco del sapere. C. A. 223 r.
-— Naturale istinto dell’uomo al sapere. C. A. 119 r. — _70._ Piacere,
-che nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo
-contro gli sprezzatori delle sue opere. C. A. 119 r. — _71._ Contro gli
-sprezzatori della scienza. T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del
-corpo umano. R. 1178. — _72._ Contro gli uomini, che mirano solo alla
-vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza. C. A. 365 v.
-— Il supremo bene è il sapere. T. 2 r. — _73._ Valore del sapere nella
-vita. C. A. 112 r. — Glorificazione della scienza. Lu. 65. — _74._ Come
-per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia guasta
-la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo studio senza voglia non
-dà alcun frutto. R. 1175. — Sul medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. —
-_75._ Per giudicare l’opera propria bisogna riguardarla dopo lungo
-intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus mundi. M. 58 v.
-— Glorificazione della verità. V. U. 12 r. — _76._ Conseguenza delle
-opposizioni alla verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza.
-Lu. 1. — _78._ Valore delle regole date da Leonardo al pittore. C.
-A. 218 v. — _79._ Legge, che governa lo svolgimento storico della
-pittura e delle scienze. C. A. 141 r. — _80._ Contro il principio di
-autorità nella scienza. C. A. 119 r. — _81._ Il seguace della natura e
-il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità
-degli scopritori del vero sui commentatori delle opere altrui. C.
-A. 117 r. — _82._ Contro gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di
-Leonardo per gli antichi inventori. F. 27 v. — _83._ Valore della
-autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione artistica e
-scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità. C. A. 147 r. —
-Necessità della esperienza e della matematica nelle scienze. Lu. 1. —
-_84._ La esperienza. R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano
-i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che non sono in sua
-potestà. C. A. 154 r. — _85._ Necessità della successione dell’effetto
-alla causa. C. A. 154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157.
-— Generale applicabilità della matematica. K. 49 r. — _86._ Delle
-scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della meccanica. E. 8 r.
-— La meccanica e la esperienza. R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e
-la ragione. C. A. 86 r. — _87._ La deduzione. R. 6. — Bisogna passare
-dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di natura domina i fatti.
-C. A. 147 v. — L’esperienza è il fondamento della scienza. H. 90 r.
-— _88._ Sul medesimo soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli
-effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere le esperienze
-e variare le circostanze. A. 47 r. — _89._ Esempio della precedente
-regola. M. 57 r. — Bisogna limitare la ragione alla esperienza, non
-estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102 r. e v. — _90._
-A coloro che affermano l’acqua trovarsi alla sommità dei monti, perchè
-il mare è più alto, che la terra. F. 72 v. — _91._ La prospettiva
-e la matematica. C. A. 200 r. — _92._ La cognizione ha origine dal
-senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto principio. R. 838. — _93._
-La testimonianza del senso è il criterio del vero. Lu. 16. — _94._ Le
-vere scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza dei sensi.
-Lu. 33. — _96._ Inganno della mente abbandonata a sè stessa. Lu. 65.
-— Sul medesimo soggetto. C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v.
-— _97._ Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal dizionario
-di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità della scienza della pittura sulla
-filosofia. Lu. 10. — Non si conosce l’essenza delle cose, ma i loro
-effetti. C. A. 79 r. — _98._ Come la massa dell’acqua, che circonda la
-terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La divisibilità all’infinito
-è un’astrazione mentale. C. A. 119 r. — _99._ L’infinito non si può
-abbracciare colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo soggetto. H. 67
-v. — La finalità delle cose trascende la mente umana. G. 47 r. — _100._
-Gli antichi si sono proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. —
-Limiti alla definizione dell’anima. R. 837. — _101._ Contro gli ingegni
-impazienti. R. 1210. — _103._ Della vita del pittore nel suo studio.
-Ash. I. 27 v. — _104._ Consigli al pittore. Ash. II. 1 r. — _105._
-Altro consiglio. Lu. 58. — _106._ Consiglio. L. 53. — Vita del pittore
-filosofo ne’ paesi. C. A. 181 v. — _107._ Necessità della analisi. Ash.
-I. 28 r. — _108._ Carattere delle opere di Leonardo. R. 4. — _109._ Suo
-desiderio insaziabile di conoscere. R. 1339.
-
-PENSIERI SULLA NATURA.
-
-_Pag. 111._ Proemio. C. A. 119 r. — _112._ Natura e scienza. I. 18
-r. — Leggi necessarie dominano i fatti della natura. R. 1135. — La
-rispondenza degli effetti alla potenza della loro cagione è necessaria.
-A. 24 r. — _113._ Le leggi della natura sono imprescindibili. E. 43
-v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto succede alla causa
-necessariamente. C. A. 169 v. — Il miracolo sta nella rispondenza
-dell’effetto alla sua causa. C. A. 337 v. — _114._ Ogni cosa obbedisce
-alla propria legge. R. 156 r. — _115._ Passività e attività. T. 39 r.
-— Provvidenza della natura nella conformazione del corpo umano. C. A.
-116 r. — _116._ Provvidenzialità della dilatazione e restringimento
-della pupilla. D. 5 r. — _117._ Contro coloro che si arrogano di
-correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul fenomeno della spinta delle
-radici. C. A. 76 r. — _118._ Sulla struttura delle ali. E. 52 v. —
-Sulla disposizione delle foglie nelle piante. Lu. 398. — _119._ Legge
-universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul medesimo soggetto. A. 60 r.
-— _120._ Le cose fuori del loro stato naturale tendono a ritornarvi.
-C. 26 v. — Legge del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera
-essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto colla forma. T. 6 r. —
-_121._ Legge del minimo sforzo. G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora
-la stessa. — La natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — _122._
-Contro gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà della natura.
-C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A. 1119 r. — _123._ Precetto.
-Lu. 270. — Vi è una omogeneità di struttura negli esseri animati.
-Lu. 107. — _124._ Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale.
-G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — _125._ Definizione della forza. T.
-36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia è inerte. A. 34 r. — Legge
-della trasmissione del moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — _126._
-Principio d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — _127._
-Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del principio d’inerzia.
-R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — _128._ Sulla pitagorica armonia delle
-sfere celesti. C. A. 122 v. — _129._ Sulla legge di gravità. F. 56 v.
-— La stessa. F. 69 v. — _130._ La stessa. C. A. 153 v. — Laude del
-sole. R. 860. — _131._ Segue la laude. F. 5 r. — _132._ Segue. F. 4
-v. — _133._ Segue. F. 6 r. — Segue. F. 8 r. — _134._ Della prova che
-’l sole è caldo per natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo
-soggetto. G. 34 r.; F. 34 v. — _135._ Propagazione dei raggi nello
-spazio. F. 85 v. — _136._ Se le stelle han lume dal sole o da sè.
-F. 86 r. — _137._ La terra è una stella. F. 57 r. — Essa risplende
-nell’universo. R. 886. — _138._ Ordine del provare la terra essere una
-stella. F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A. 112 v. —
-_139._ La terra non è centro dell’universo. F. 25 v. — Come in un’età
-lontana la terra aveva un più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni
-sulla natura della luna. F. 41 v. — _140._ Sulla gravità della luna.
-F. 69 v. — _141._ Sul medesimo soggetto. R. 892. — I mondi gravitano
-in seno ai proprî elementi. R. 902. — _142._ Il calore come principio
-della vita. K. 1 r. — La terra è un grande vivente. R. 896. — _143._
-Paragone dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento del
-trattato de l’acqua. R. 1000. — _144._ L’acqua. A. 55 v. — L’acqua
-è il sangue e la linfa del mondo. R. 970. — _145._ Sul medesimo
-soggetto. H. 77 r. — L’acqua sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute
-all’acqua. H. 95 r. — _146._ Della vibrazion della terra. K. 2 r. —
-Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire. G. 49 v. — _147._
-L’acqua nei fiumi. R. 953. — _148._ Su una conchiglia fossile. R. 954.
-— Basta un piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. —
-_149._ Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — _151._ Di quelli che
-dicono, che i nicchi sono per molto spazio e nati remoti dalli mari,
-per la natura del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco a
-simile creazione d’animali. R. 987. — _155._ Confutazione ch’è contro
-coloro, che dicono i nicchi esser portati per molte giornate distanti
-dalli mari per causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza.
-R. 988. — _158._ I fossili rispecchiano nel passato una vita analoga
-a quella del presente. R. 989. — _161._ De’ nicchi ne’ monti. F. 80
-r. — _162._ Sulla stratificazione geologica e contro il diluvio. R.
-994. — Dubitazione. C. A. 155 r. — _163._ Quale sarà il termine della
-vita nel mondo. R. 995. — _165._ La terra immersa nell’acqua per la
-lenta consumazione de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano
-i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità che ha
-l’uomo d’imitare strumentalmente l’uccello volante. F. 52 r. — _166._
-Ricordo, che ritorna all’anima del Vinci mentre scrive sul volo del
-nibbio. C. A. 161 r. — _167._ Perchè li piccoli uccelli non volano in
-grande altezza, nè li grandi uccelli si dilettano volare in basso. C.
-A. 66 v. — Facciamo nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come
-il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. H. 89 v. — _168._
-Circolazione della materia. R. 483. — _169._ Sullo stesso soggetto. F.
-49 v. — Ancora sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza
-della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1219. — _170._ Desiderio di disfarsi nelle cose e negli esseri.
-R. 1187. — _171._ Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. —
-_173._ Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — _175._ Sui movimenti
-automatici. C. A. 119 r. — _176._ Come i nervi operano qualche volta
-per loro, sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima. R.
-839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso nelle proprie opere.
-Lu. 108. — _178._ Un istinto naturale dell’uomo lo guida a cercare
-sè stesso nelle cose e negli esseri. Lu. 109. — _179._ Consiglio al
-pittore. A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — _180._ Sulla
-natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei sogni. R. 1114. — Giudizi
-inconscienti. I. 20 r. — _181._ Inganno dei sensi. Lu. 2. — _182._ Sul
-tempo. R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — _183._ Sul concetto
-del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918.
-
-PENSIERI SULLA MORALE.
-
-_Pag. 185._ Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio della sua
-anatomia. R. 796. — _187._ Passaggio dalla anatomia all’etica. R.
-798. — Conseguenze etiche che discendono dagli studi anatomici. An.
-A. 2 r. — _188._ Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire
-umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo alla scienza. R. 1.
-— _189._ Contro la necromanzia. R. 1213. — _192._ Degli spiriti. —
-_193._ Se lo spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — _194._
-Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si può per sè muovere o
-no. R. 1215. — _195._ Se lo spirito può parlare o no. C. A. 187 v. —
-_196._ Sul medesimo soggetto. — _197._ Sul medesimo soggetto. B. 4 v. —
-Studi sulla fisonomia. Lu. 292. — _198._ Contro i ricercatori del moto
-perpetuo. K. 101 v. — _199._ Segue. F. 30 v. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1206. — Avvertimento. E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R.
-796. — _200._ Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora. F. 96 v.
-— _201._ Funzione del dolore nella vita animale. R. 100 — Perchè le
-piante non hanno il dolore. H. 60 r. — _202._ Funzione delle passioni
-a conservazion della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A. 76 r. —
-Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza dell’anima
-dalla materia corporea. T. 32 r. — _203._ La memoria. H. 33 v. — Lo
-spirito è dominatore. T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento
-e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene dell’uomo. Ash. I. 34
-v. — _204._ La brevità del tempo è una illusione della mente. C. A.
-76 r. — Illusioni della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un
-orologio a piombo. C. A. 12 r. — _205._ La vita virtuosa. C. A. 71 v.
-— Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà
-del lavoro. T. 34 r. — _206._ La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo
-distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano chi disegna alle
-feste e chi ’nvestiga l’opere di Dio. Lu. 77. — _207._ Preghiera. R.
-1132. — Orazione. R. 1133. — _208._ Contro i cattivi religiosi. E.
-5 v. — Ancora. T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione
-della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al parlatore. G. 49 r. — _209._
-Consiglio, miseria e giudizio. C. A. 80 v. — _210._ Sentenze, proverbi
-e simboli. H. passim. — _214._ La verità. T. 38 r. — _215._ Il ben
-fare. H. 48 v. — _216._ La ingratitudine. — La invidia. — _217._ La
-fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e dolore. R. 1196. — _218._ Inferiorità
-fisiologica dell’uomo. R. 827. — _219._ Sua inferiorità etica. R. 844.
-— _221._ Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo come animale.
-C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo vi è un lento trapasso. E. 16 r.
-— L’evoluzione della moda. Lu. 541. — _223._ Un discepolo di Leonardo:
-Giacomo. C. 15 r. — _225._ Leonardo analizzatore dell’uomo. H. 137 v.
-— Frammento di lettera a Giuliano de’ Medici. C. A. 243 v. — _227._
-I miseri studiosi con che speranza e’ possono aspettare premio di lor
-virtù? R. 1358. — _229._ Dialogo fra il cervello e lo spirito, che in
-esso abitava. R. 1355. — Frammento di lettera. C. A. 360 r.
-
-PENSIERI SULL’ARTE.
-
-_Pag. 231._ Difesa della pittura contro le arti liberali. — Proemio.
-Lu. 27. — Perchè la pittura non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. —
-_232._ La pittura è scienza universale. Lu. 7. — _233._ La pittura non
-si può divulgare. Lu. 8. — _235._ Come la pittura avanza tutte l’opere
-umane per sottile speculazione appartenente a quella. Ash. I. 19 v.
-— _237._ La pittura crea la realtà. Lu 2. — _238._ Rappresentazione
-e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio. Lu. 24. — _239._
-Il pittore va direttamente alla natura. Lu. 14. — _241._ Potenza
-espressiva della pittura. Lu. 15; 25. — _245._ Importanza dell’occhio
-nella vita animale. Lu. 16. — _246._ La pittura è una poesia muta. Lu.
-18. — _247._ Segue della pittura e poesia. Lu. 20. — _248._ Segue.
-Lu. 21. — _250._ La pittura si presenta all’occhio nel suo tutto in
-istante. Lu. 22. — _251._ Segue. R. 658. — _257._ Come la scienza
-dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante quello è generata.
-Lu. 17. — Parla il poeta col pittore. Ash. I. 13 r. — _260._ Risposta
-del re Mattia ad un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. —
-_262._ Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — _263._ Arguizione del
-poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — _264._ Conclusione infra ’l poeta
-e il pittore. Lu. 28. — _266._ Come la musica si dee chiamare sorella
-e minore della pittura. Lu. 29. — _267._ Pittura e musica. Lu. 30; 31.
-— _269._ Parla il musico col pittore. Lu. 30. — _270._ Conclusione del
-poeta, pittore e musico. Lu. 32. — _273._ Causa della inferiorità in
-cui è tenuta la pittura. Lu. 46.
-
-_Pag. 274._ Il pittore e la pittura. — Vastità del campo della pittura.
-Lu. 438. — Origine della pittura. Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è
-signore d’ogni sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — _275._
-La pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il pittore non è
-laudabile se quello non è universale. Ash. I. 25 v. — _276._ Il pittore
-e la natura. R. 520. — Come chi sprezza la pittura non ama la filosofia
-della natura. Ash. I. 20 r. — _277._ Come nell’opere d’importanza l’omo
-non si de’ fidare tanto della sua memoria, che non degni ritrarre di
-naturale. Ash. I. 26 r. — _278._ Del giudicare la tua pittura. Ash.
-I. 28 r. — _279._ Come ’l pittore debb’esser vago d’audire, nel fare
-dell’opera sua, il giudizio d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — _280._ Della
-trista scusazione fatta da quelli che falsa — e indegnamente si fanno
-chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio è ’l maestro de’
-pittori. Ash. I. 24 v. — _282._ Precetto al pittore. G. 33 r. e v. —
-La pittura è un discorso figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio.
-Ash. I. 17 v. — _283._ Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — _284._
-Del modo dello imparare bene a comporre insieme le figure nelle storie.
-C. A. 27 v. — _285._ Dello studiare in sino quando ti desti o innanzi
-t’addormenti nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare
-e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni. Ash. I. 22 v. — _286._ La
-stanza del pittore. Ash. I. 16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu.
-57. — _287._ Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel pittore,
-che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti sulla pittura. Lu.
-404.
-
-_Pag. 289._ PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I. Ash. I. 25 r. e
-24 v. — _292._ II. Lu. 35. — III. Lu. 36. — _293._ IV. Lu. 33. — _295._
-V. Lu. 40. — _296._ VI. Conclusione. Lu. 41.
-
-
-I PAESI E LE FIGURE.
-
-I PAESI.
-
-_Pag. 301._ Un effetto di nubi sul lago Maggiore. R. 1021. — _302._
-Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — _303._ Traccia. R. 471. — Altra
-traccia. R. 605. — Varie colorazioni del mare. Lu. 237. — _304._ La
-vegetazione di un colle. Lu. 606. — _306._ Del modo del figurare una
-notte. Ash. I. 18 v. — _307._ Come si dee figurar una fortuna. Ash. I.
-21 r. — _308._ Modo di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — _313._
-Figurazione del diluvio. G. 6 v. — _314._ Segue. R. 327. — _323._
-L’isola di Cipro. R. 1104.
-
-_Pag. 324._ Il viaggio in Oriente.-Divisione del libro. — _325. Lettera
-I._-Descrizione del monte Tauro e del fiume Eufrates. — _327. Lettera
-II._-Figura del monte Tauro. — _329._ Qualità e quantità del monte
-Tauro. C. A. 145 r. e v. — _331. Lettera III._ C. A. 211 v. — _333._
-Frammento. C. A. 189 v.
-
-
-LE FIGURE.
-
-_Pag. 335._ La pittura espressiva. C. A. 139 r. — _336._ Avvertimento
-al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura deve mostrare la passione della
-figura dipinta. Lu. 180. — _337._ Come il muto è maestro del pittore.
-Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza del segno
-al significato. Ash. I. 20 r. — _338._ Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà
-infinita nell’espressione dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo.
-Ash. I. 17 v. — _339._ Del figurare uno che parli infra più persone.
-Ash. I. 21 r. — _340._ Appunti sulla composizione del Cenacolo. R. 666.
-— _341._ Come si deve fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — _342._
-Come si figura uno disperato. Ash. I. 29 r.
-
-_Pag. 342._ UN GIGANTE FANTASTICO. — _Lettera I._ C. A. 96 v. — _344.
-Lettera II._ C. A. 304 r. — _346._ Frammento.
-
-
-LE PROFEZIE E LE FACEZIE.
-
-LE PROFEZIE.
-
-_Pag. 349._ Le profezie degli animali razionali. — Profezia. I. 63
-r. e v. — _350._ De’ fanciulli che stanno legati nelle fascie. C. A.
-143 r. — _351._ De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra le
-piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver lettere da un paese a un
-altro. C. A. 362 r. — Delle putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle
-fanciulle. C. A. 362 v. — _352._ Dello spegnere il lume a chi va a
-letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora del sognare.
-C. A. 145 r. — _353._ Dell’ombra che si move coll’uomo. C. A. 362 r. —
-Dell’ombra che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra del
-sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo tempo. C. A. 362
-r. — _354._ Delle lingue de’ diversi popoli. I. 64 v. — De’ soldati a
-cavallo. C. A. 362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori.
-I. 64 r. — _355._ Del seminare. — Le terre lavorate. C. A. 362 r. —
-I calzolari. R. 1312. — Del segare delle erbe. R. 1311. — Del grano e
-altre semenze. R. 1310. — _356._ Del battere il grano. I. 65 r. — De’
-giocatori. I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi. I. 65.
-r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — _357._ Le lingue de’
-porci e vitelli nelle budelle. C. A. 362 r. — De’ villani in camicia
-che lavorano. — De’ barbieri. R. 1290.
-
-_Pag. 357._ Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran le bombarde.
-R. 1297. — De’ buoi che si mangiano. C. A. 362 r. — _358._ Delli asini
-bastonati. C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle campanelle
-de’ muli che stanno presso ai loro orecchi. C. A. 362 r. — De’ muli
-che portano le ricche some dell’argento e oro. L. 91 r. — _359._ De’
-capretti. R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A. 143
-r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le api che fanno
-la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api. C. A. 143 r. — _360._ Delle
-formiche. C. A. 143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle
-civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A. 162 r. — Delle
-biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — _361._ I pesci lessi.
-C. A. 362 r. — De’ pesci che si mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’
-nicchi e chiocciole che sono ributtate dal mare, che marciscono dentro
-ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo mangiate non possono fare
-i pulcini. C. A. 362 v. — Delle taccole e stornelli. G. 76 r. — _362._
-Delle api. R. 1329.
-
-_Pag. 362._ LE PROFEZIE DELLE PIANTE. — Delle noci e ulive e ghiande e
-castagne e simili. C. A. 143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — _363._
-L’ulive che cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A. 362 r. —
-De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli alberi che nutriscono i
-nesti. R. 1310.
-
-_Pag. 363._ LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. — I. Della sola delle
-scarpe che son di bue. C. A. 362 r. — _364._ De’ crivelli fatti di
-pelle d’animali. C. A. 362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle
-medesime. C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna di
-castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni de’ buoi. C.
-A. 362 v. — _365._ Delle piume ne’ letti. C. A. 362 r. — Del pettine
-nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio da seta. C. A. 362 r. — Del lino
-che fa la cura delle genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F.
-64 v. — _366._ Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli e
-trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque che portano i legnami che
-son morti. C. A. 362 r. — Dei carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che
-riserrano molti tesori. C. A. 362 r. — _367._ Del navigare. C. A. 362
-v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che annegano. C. A. 362 r.
-— Li animali che van sopra le terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. —
-_368._ Delle baghe. R. 1317. — Del parasole.
-
-_Pag. 368._ II. De’ sassi convertiti in calcina de’ quali si murano le
-prigioni. I. 66 v. — Dello specchiare le mura delle città nell’acqua
-de’ lor fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — _369._ Ancora dei
-forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane dalla bocca del forno.
-C. A. 362 r. — Delle fornaci di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle
-armi da offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è morto,
-e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini. R. 1297. — _370._ Delle
-spade e lance che per sè mai nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle
-stelle degli sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde. R. 1297.
-— Delle bombarde ch’escan della fossa e della forma. C. A. 197 v. —
-_371._ La pietra del fucile, che fa foco che consuma tutte le some
-delle legne, con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse la carne
-delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’ metalli. C. A.
-362 r. — _372._ De’ danari e oro. C. A. 36 r.
-
-_Pag. 372._ LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. — De’ morti che si vanno
-a sotterrare. C. A. 362 v. — De li uffizi funerali e processioni e
-lumi e campane e compagnia. C. A. 143 v. — _373._ Del dì de’ morti.
-C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo. C. A. 362 r. — De’
-cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo dell’incenso. R. 1310. — De’
-preti che dicono messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia
-in corpo. I. 65 v. — _374._ De’ frati confessori. C. A. 362 v. — Delle
-pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle scolture. I. 65 v. —
-De’ crocefissi venduti. I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono
-per li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — _375._ Del vendere
-il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati che spendendo parole ricevono
-di gran ricchezze, e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e
-abitazion de’ frati.
-
-_Pag. 376._ LE PROFEZIE DEI COSTUMI. — Dello sgomberare l’Ognissanti.
-C. A. 362 v. — Delli omini che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r.
-— Del battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici che vivono
-de’ malati. I. 66. v. — _377._ Del comune. C. A. 36 r. — Profezia. G.
-14 v.
-
-_Pag. 377._ LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. —
-Della fossa. C. A. 362 r. — Del peso posto sul piumaccio. C. A. 362
-r. — _378._ Del pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere
-l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r.
-
-_Pag. 378._ LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. — Dell’avaro. C. A. 362
-r. — _379._ Delli uomini che quanto più invecchiano più si fanno avari,
-chè avendosi a star poco dovrebbero farsi liberali. C. A. 362 r. —
-Del desiderio di ricchezza. I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che
-prima s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è sepoltura.
-I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A. 145 r. — _380._ Della vita
-delli omini che ogni anno si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà
-dell’omo. C. A. 362 v. — _381._ Della lettura de’ buoni libri. I. 64
-r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della fuma. I. 64
-v. — Delle pelli delli animali che tengono il senso del tatto, che v’è
-sulle scritture. I. 64 v. — _382._ Della storia. I. 65 v. — In ogni
-punto della terra si può fare divisione de’ due emisperi. C. A. 362
-r. — In ogni punto è divisione da oriente a occidente. C. A. 362 r. —
-Degli emisperi, che sono infiniti e da infinite linee son divisi, in
-modo che sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra l’un de’ piedi
-e l’altro. C. A. 362 v. — _383._ Delle nuvole. R. 1297. — La neve che
-fiocca, che è acqua. R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra
-la neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi intorbidati
-portan via le terre. C. A. 362 r. — _384._ Questo sono li fiumi,
-che portano la terre da loro levate dalle montagne, e le scaricano
-ai marini liti; e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. —
-Dell’acqua, che corre torbida e mista con terra, e della polvere e
-nebbia mista coll’aria, e del foco misto col suo e altri con ciascuno.
-C. A. 362 r. — Il vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297.
-— _385._ Della notte che non si conosce alcun colore. C. A. 362 r. —
-Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio cavo accende il foco col quale si
-scalda il forno, che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297.
-— Traccia. R. 1297. — _386._ Dei pianeti. I. 66 r. — Del consiglio. C.
-A. 36 r. — Della paura della povertà. C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39
-v.
-
-LE FACEZIE.
-
-_Pag. 387._ Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — _389._ Di
-un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto di un artigiano ad un
-signore. R. 1283. — _390._ Bella risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. —
-Risposta di un pittore. M. 58 v. — _391._ Un amico ad un maldicente.
-C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — _392._ Detto di un
-dormiglione. R. 1292. — Arguzia. F. cop. v. — Risposta ad un motto. C.
-A. 12 r. — _393._ Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta ad un
-motto. C. A. 75 v. — _394._ La stessa. C. A. 75 v. — Motto. C. A. 75 v.
-— Facezia di un prete. C. A. 75 v. — _395._ Facezia. C. 19 v. — Motto
-arguto. — _396._ Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. —
-Facezia. H. 37 r.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Prefazione Pag. V
- Tavola delle sigle LXIII
- Le favole 1
- Le allegorie 29
- I pensieri 63
- Pensieri sulla scienza 65
- Pensieri sulla natura 111
- Pensieri sulla morale 185
- Pensieri sull’arte 231
- Difesa della pittura contro le arti liberali 231
- Il pittore e la pittura 274
- Paragone della pittura colla scultura 289
- I paesi e le figure 299
- I paesi 301
- Il viaggio in Oriente 324
- Le figure 335
- Un gigante fantastico 342
- Le profezie e le facezie 347
- Le profezie degli animali razionali 349
- Le profezie degli animali irrazionali 357
- Le profezie delle piante 362
- Le profezie delle cose materiali 363
- Le profezie delle cerimonie 372
- Le profezie dei costumi 376
- Le profezie de’ casi che non possono
- stare in natura 377
- Le profezie delle cose filosofiche 378
- Le facezie 387
- Note 397
- Sommarii e riferimenti 419
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è
-stato aggiunto un indice generale a fine volume.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E
-FILOSOFICI ***
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
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-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
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-U.S. federal laws and your state's laws.
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-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
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-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<p style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of <span lang='it' xml:lang='it'>Frammenti letterari e filosofici</span>, by Leonardo da Vinci</p>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-</div>
-
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: <span lang='it' xml:lang='it'>Frammenti letterari e filosofici</span></p>
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Leonardo da Vinci</p>
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Compiler: Edmondo Solmi</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931]</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Language: Italian</p>
- <p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em; text-align:left'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</p>
-<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>FRAMMENTI LETTERARI E FILOSOFICI</span> ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-FRAMMENTI<br />
-LETTERARI E FILOSOFICI
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-0-001"></a>
- <img src="images/ill-0-001.jpg" alt="" />
-<p class="caption">LEONARDO DA VINCI</p>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-LEONARDO DA VINCI.
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-FRAMMENTI<br />
-<span class="small">LETTERARI E FILOSOFICI</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-TRASCELTI<br />
-<span class="x-small">DAL</span><br />
-<span class="large">Dr. EDMONDO SOLMI.</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-FAVOLE — ALLEGORIE<br />
-PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE<br />
-FACEZIE.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large g">FIRENZE,</span><br />
-<span class="small">G. BARBÈRA, EDITORE.</span><br />
-—<br />
-1908.
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<p>
-FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra
-<span class="smcap">Alfani e Venturi</span> proprietari.
-</p>
-
-<p>
-Proprietà letteraria.
-</p>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span>
-</p>
-
-<h2 id="prefazione">PREFAZIONE.</h2>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<div class="poem-container">
-<div class="poem inl"><div class="stanza">
-<p class="i01">O Lionardo, perchè tanto penate?</p>
-<p class="i05"> <i>Codice Atlantico</i>, f. 71 r.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<p>
-La biografia di Leonardo, nelle sue
-linee essenziali, è la storia del nascere,
-dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi
-di un amore intellettuale
-verso la natura, intento a riprodurne le
-forme e a conoscerne le leggi. Questo
-amore, nato in un’umile casa di Anchiano
-poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo
-svolgersi ad abbracciare la natura
-nell’infinità dello spazio, del tempo
-e delle forme.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il primo ricordo, che il Vinci ci serba
-nei manoscritti, tra i frammenti che risguardano
-la sua fanciullezza, sembra quasi
-una profezia: <i>Nella prima ricordazione
-della mia infanzia</i>, scrive egli rievocando
-una giovanile visione, <i>e’ mi parea che, essendo
-io in culla, che un nibbio venisse a
-me, e mi aprisse la bocca colla sua coda, e
-molte volte mi percotesse con tal coda dentro
-alle labbra.</i> (<i>C. A.</i>, 161 r.) Una tradizione
-ellenica narra, che le api annunziarono
-al mondo in Demostene il più dolce
-e squisito oratore politico; il nibbio non
-sembra qui preannunziare il più alto e
-limpido descrittore della natura? Leonardo
-stesso è compreso da questo superstizioso
-dubbio: la vita sua deve essere
-l’adempimento dell’arduo compito di palesare
-agli uomini i segreti naturali. Egli
-segna, accanto alle linee precedenti, questa
-espressione rivelatrice: <i>par che sia
-mio destino.</i>
-</p>
-
-<p>
-All’aprirsi della sua vita d’artista,
-attorno al 1472, lo studio del Vinci è di
-risuscitare nella propria fantasia la figura
-<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span>
-delle cose esterne, «andare co’ la imaginativa
-ripetendo li lineamenti superfiziali
-delle forme» (<i>Ash. I</i>, 26 r.); e, come
-la sua mente, il piccolo libro di note, che
-porta sempre seco, è pieno di profili di
-visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali
-e di piante, di roccie e di monti.
-(<i>C. A.</i>, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato
-alla pratica, si cambia a poco
-a poco in un desiderio, indipendente da
-ogni applicazione concreta, di comprendere
-il meccanismo dei fenomeni naturali,
-nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte
-della pittura diventa «una sottile invenzione,
-la quale con filosofica e sottile speculazione
-considera tutte le qualità delle
-forme» (<i>Ash. I</i>, 20 r.); e il piccolo libro
-di note, che porta sempre seco, si riempie
-di considerazioni e di principî prospettici
-e anatomici, zoologici e botanici,
-meccanici e idraulici. (<i>R.</i>, § 4.)
-</p>
-
-<p>
-Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare
-la natura nelle sue fibre più riposte
-diventa la passione dominante in
-Leonardo: «E tirato dalla mia bramosa
-<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span>
-voglia, vago di vedere la gran commistione
-delle varie e strane forme fatte
-dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto
-infra gli ombrosi scogli, pervenni
-all’entrata d’una gran caverna; dinanzi
-alla quale — restando alquanto stupefatto
-e ignorante di tal cosa — piegato le mie
-rene in arco, e ferma la stanca mano sopra
-il ginocchio, colla destra mi feci tenebra
-alle abbassate e chiuse ciglia. E
-spesso piegandomi in qua e in là per vedere
-dentro vi discernessi alcuna cosa,
-questo vietatomi per la grande oscurità,
-che là entro era, e stato alquanto, subito
-si destarono in me due cose: paura e desiderio;
-paura per la minacciosa oscura
-spelonca, desiderio per vedere se là entro
-fusse alcuna miracolosa cosa.» (<i>R.</i>, § 1339.)
-La natura è il grande mistero che Leonardo
-cerca d’investigare.
-</p>
-
-<p>
-Ma quanto la sua mente penetra più
-nella conoscenza delle cose, tanto la coscienza
-superstiziosa e il pregiudizio dei
-suoi tempi si sollevano contro di lui. Da
-prima sono i timidi amici di Dio, che lo
-<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span>
-rimproverano di trascurare le pratiche
-esterne e la preghiera, per l’amore entusiastico
-della natura. «Ma tacciano tali
-riprensori, risponde Leonardo, chè questo
-è il modo di conoscere l’Operatore di tante
-mirabili cose, e questo è ’l vero modo
-d’amare un tanto inventore.» (<i>Lu.</i>, § 77.)
-Poscia sono i suoi amici medesimi, che
-rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione
-dall’arte, che portava inesorabilmente
-Leonardo a smarrirsi nel laberinto
-senza fine della scienza. Il Verini
-lo celebrava allora massimo tra i migliori;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">et forsan superat Leonardus Vincius omnes.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma subito aggiungeva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">tollere de tabula dextra sed nescit;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e cercava la causa di questa lentezza nella
-sua incontentabilità:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> et instar</p>
-<p class="i01">Protogenis multis unam perficit annis.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi
-l’Anonimo, ma non colorì molte cose, perchè
-<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span>
-si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>»
-E il Vasari, come un’eco di
-questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e
-la tramanderà ai posteri — giustificandola,
-come il Verini e l’Anonimo, con il concetto
-di un’eccessiva incontentabilità di
-Leonardo.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>
-</p>
-
-<p>
-Intanto il cartone di <i>Adamo ed Eva
-nel paradiso terrestre</i>, la <i>Testa della Medusa</i>,
-l’<i>Adorazione de’ Magi</i> rimangono imperfetti
-«come quasi intervenne in tutte
-le cose sue.»
-</p>
-
-<p>
-Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze.
-Il concorso aperto dal duca di Milano per
-una statua equestre a Francesco Sforza
-non era stato che la causa occasionale di
-questa partenza, frutto in realtà della
-propria miseria e del disgusto suscitato
-negli altri per lavori assunti e non condotti
-a termine.<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> Il calore col quale il
-<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span>
-Vinci palesò un’idea grandiosa; il buon
-nome che godeva già in Lombardia per
-qualche sua opera, forse non ignota; l’essere
-scolaro del Verrocchio, che la statua
-al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero
-prescegliere in questa fortunata occasione
-ad altri artisti. Si presentò dunque
-in Milano; donò al duca una bellissima
-lira in forma di teschio di cavallo, forse
-anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e
-scrisse quella lettera famosa, nella quale,
-manifestando le proprie molteplici attitudini
-pratiche, veniva già, in modo celato, a
-rivelare i grandiosi progressi teorici della
-sua mente.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ma anche in Milano la sua vita è una
-lenta ribellione ai suoi tempi. Da prima
-egli dipinge con attività, compone e scompone
-modelli per la statua equestre, fabbrica
-disegni di cupole per il duomo, si dà
-alla costruzione di edifizî pubblici e privati,
-immagina strumenti guerreschi e opere
-idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto
-<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span>
-lo porta alla investigazione scientifica.
-Per un lento progresso Leonardo
-dal <i>Cenacolo</i> è ricondotto a quel <i>Trattato
-di luce ed ombra</i>, a cui aveva già dedicato
-le prime cure in Firenze; dal Monumento
-allo Sforza al <i>Trattato sulla anatomia del
-cavallo e sui metodi della fusione in bronzo</i>;
-dalle varie opere di architettura militare
-e civile al <i>Trattato sui pesi e sui moti</i> e
-a quello di <i>Idraulica</i>.<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> L’aneddoto stesso,
-narrato dal Vasari a proposito del <i>Cenacolo</i>,
-è un’eco dei contrasti che suscitava
-in questo tempo il suo modo di vivere essenzialmente
-speculativo. Prima del 1499
-nel Vinci è ormai scomparso il pratico;
-egli deposita il pennello nelle mani dei
-suoi discepoli; abbandonando la cerchia
-degli artisti, si pone nel bel mezzo degli
-scienziati milanesi, ormai spinto da un solo
-scopo: risolvere gli infiniti problemi che
-la natura gli presentava incessantemente.
-«La natura è piena di infinite ragioni,
-che non furono mai in esperienza.» (<i>I</i>, 18 r.)
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il secolo XV era ostile a questo passaggio:
-spinto dalla sete di un rinnovamento
-domandava non di pensare, ma di
-fare. Leonardo era invece nato per il travaglio
-del pensiero. La poesia, la pittura
-la scultura, l’architettura, la musica, le
-invenzioni della stampa, della polvere e di
-strumenti meccanici, le scoperte geografiche,
-nel loro più meraviglioso fiore, era
-ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava:
-la legge astratta non veniva apprezzata
-nel suo giusto valore, quasi non
-si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo
-invece passa, per un prepotente bisogno,
-dal concreto all’astratto, dalla pratica
-alla teorica, dall’arte alla scienza,
-portando a sviluppo quella stessa tendenza
-degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva
-pienamente manifestarsi solo due
-secoli dopo.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1500 il carattere della vita del
-Vinci è ben definito: l’idea dominante è
-svolgere e condurre a compimento le sue
-ricerche naturali; il proposito fermo è fare
-al secolo le minori concessioni possibili.
-<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span>
-Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia,
-sente che le angustie della pratica gli
-tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae
-allora in Firenze. Nel 1501 aveva
-avuto sollecitazioni da Isabella d’Este, per
-mezzo del generale dei carmelitani Pietro
-da Nuvolaria «perchè facesse uno quadretto
-de la Madonna devoto e dolce,
-come è il suo naturale.» Il Vinci aveva
-promesso caldamente, e poi, smarrito nelle
-indagini scientifiche, non ne aveva fatto
-nulla. «Per quanto me occorre, aveva risposto
-il frate alla gentile marchesana di
-Mantova, la vita di Leonardo è varia et
-indeterminata forte, sì che pare vivere a
-giornata. Ha facto solo dopoi che è ad
-Firencie uno schizo d’uno cartone, (dove)
-finge uno Christo bambino de età circa
-uno anno. Altro non ha facto se non che
-dui suoi garzoni fano ritracti, et lui alle
-volte in alcuno mette mano. <span class="smcap">Dà opra
-forte alla geometria, impacientissimo
-al pennello.</span>» Ora il 13 maggio 1504,
-dopo una vana attesa, Isabella ritorna
-alla carica domandandogli per lettera
-<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span>
-«uno Christo giovinetto, di età di anni
-circa duodici, che seria di quella età che
-l’havea quando disputò nel tempio; et
-facto cum quella dolcezza et suavità de
-aiere, che havete per arte peculiare in
-excellentia.» Il 27 maggio, quattordici
-giorni dopo, un incaricato, Angelo del
-Tovaglia, le risponde: «Lui troppo me
-ha promesso di farlo ad certe hore
-et tempi, che li sopravanzeranno ad una
-opera tolta a fare qui da questa Signoria.
-Io non mancherò di solicitare et
-esso Leonardo et etiam lo Perugino de
-quella altra; l’uno et l’altro mi promette
-bene, et pare habbino desiderio grande
-di servire la S. V. Tamen me dubito forte
-non habbino a fare insieme ad gara de
-tarditate: non so chi in questo supererà
-l’altro: <span class="smcap">tengho per certo Leonardo
-habbi a essere vincitore</span>.» Pietro Perugino
-adempiva sollecitamente al suo
-impegno; Leonardo intraprendeva allora
-il dipinto della <i>Battaglia d’Anghiari</i>,
-spinto dal bisogno e dalle preghiere dei
-Fiorentini.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del
-Vinci, prende a cuore il desiderio della
-marchesa d’Este, e si fa promettere dal
-nipote il compimento di un quadretto
-soave e dolce: «Et lui al tutto me ha
-promesso comincerà in breve l’opera per
-satisfare al desiderio di V. S., alla cui
-gratia assai si raccomanda.» Isabella risponde
-poche righe sfiduciate; poi tacque
-per sempre. Passò il tempo, e Leonardo
-nulla fece, dimentico della promessa e del
-pennello. Quasi a compenso delle durezze
-del Vinci, il suo discepolo Salai, in questi
-giorni appunto, mostrava «gran desiderio
-di fare qualche cosa galante per la Marchesa.»
-La sua profferta non fu accettata.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>
-</p>
-
-<p>
-Intanto la <i>Battaglia di Anghiari</i>, cominciata
-a disegnare con ogni cura e entusiasmo,
-fu abbandonata alle prime mosse,
-allo stesso modo del cartone d’<i>Adamo ed
-Eva</i>, della <i>Testa della Medusa</i>, dell’<i>Adorazione
-dei Magi</i>, «come quasi intervenne
-in tutte le cose sue.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quale era la causa di questa insofferenza
-al dipingere? come mai Leonardo
-non soddisfece alle istanze di una gentile
-principessa, nè a quelle universali della
-sua città natale? Poche date risponderanno
-luminosamente. Al 1504 risale il
-<i>Codice sul volo degli uccelli</i> (<i>V. U.</i>, 5 r.);
-al 1505 l’opera matematica intorno alle
-<i>sezioni sferiche</i>. (<i>R.</i>, § 1374.) Le ricerche
-di prospettiva, iniziate già prima del 1482;
-quelle di anatomia, condotte sistematicamente
-fino dal 1489; quelle di meccanica,
-che lo tenevano intento prima del 1497,
-sono continuate in Firenze dopo il 1500,
-insieme agli studi sulla canalizzazione dell’Arno,
-che diedero germe e vita ai moderni
-principî dell’idraulica e della dinamica
-terrestre. Il 22 maggio 1508, come
-a coronamento di un lungo periodo di indefessa
-attività scientifica, spunta nella
-mente di Leonardo l’idea di un provvisorio
-generale riordinamento delle sue
-note manoscritte: «E questo fia un raccolto
-sanza ordine, scrive egli iniziando
-il Codice del Museo Britannico, tratto di
-<span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span>
-molte carte, le quali io ho qui copiate,
-sperando poi metterle per ordine alli lochi
-loro, secondo le materie di che esse tratteranno.»
-(<i>R.</i>, 4.)
-</p>
-
-<p>
-Questa insofferenza all’arte produttrice,
-cominciata appena che alla pratica
-empirica della pittura si sovrappose il
-concetto che per creare bisogna conoscere
-le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta
-nefasta in Firenze dopo il 1472; dimenticata
-per un momento in Milano dopo
-il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza
-dopo il 1494; divenuta un bisogno
-all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata
-in mezzo a contrasti ormai più deboli
-fino alla morte, sembrò un delitto ai
-contemporanei. Essi non conoscevano altra
-forma d’attività che quella pratica e
-artistica: la scienza s’era rifugiata nei
-chiostri, e si chiamava <i>teologia</i>; s’era
-smarrita nei penetrali della cabala, e si
-chiamava <i>magia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Leonardo da Vinci era trascinato dai
-tempi all’arte, e il suo genio lo portava
-alla scienza; era spinto dai tempi alla
-<span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span>
-costruzione meccanica, e il suo genio lo
-portava alla costruzione matematica. Tutto
-ciò che egli ha compiuto in pittura e in
-architettura, per quanto grandioso, fu
-una concessione fatta al suo tempo, ma
-una violenza fatta al suo carattere.
-</p>
-
-<p>
-Egli si avvia col Perugino e col Credi,
-col Bramante e col Sangallo sul fecondo
-cammino della pratica, e solitario si smarrisce
-nella scienza; le necessità della vita
-e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare
-per un istante l’arte, ma l’intimo
-della sua mente lo trascina di nuovo alla
-investigazione teorica e astratta; la storia
-della sua vita è il ripetersi di questa
-perpetua vicenda, che infrange e rovina
-l’opera e la potenza sua: non è la serena
-vita della tradizione, ma il naufragio di
-tutto un essere, che anela a ciò che il suo
-secolo gli vieta, che vuole ciò che il suo
-secolo gli toglie.
-</p>
-
-<p>
-Veduto sotto questo aspetto Leonardo
-da Vinci compare nella sua luce storica:
-il carattere «vario et indeterminato forte»
-della sua esistenza si comprende nelle sue
-<span class="pagenum" id="Page_xx">[xx]</span>
-intime ragioni; l’incompiutezza della sua
-opera artistica è rivelata nelle sue vere
-cause e cessa d’esser l’opera del capriccio
-individuale; l’ignoranza dei contemporanei
-in riguardo al Vinci scienziato
-è giustificata nel suo carattere.
-</p>
-
-<p>
-Il giudizio del secolo XVI e dei successivi
-cade necessariamente.
-</p>
-
-<p>
-«Condusse a termine pochissime opere,
-aveva detto Sabba da Castiglione, spinto
-da naturale leggerezza e volubilità di talento;»
-perchè «quando doveva attendere
-alla pittura, nella quale senza dubbio
-un nuovo Apelle riuscito sarebbe, tutto
-si diede alla Geometria, alla Architettura
-e Notomia.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>» E il Vasari, raccogliendo poi
-dalle bocche dei pittori del tempo suo il
-fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si
-mise a imparare molte cose, e cominciate
-poi l’abbandonava.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>»
-</p>
-
-<p>
-Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio
-dei contemporanei. Essi misurarono
-l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni
-<span class="pagenum" id="Page_xxi">[xxi]</span>
-pratiche, e lo definirono vario, instabile,
-mutabile; noi, contemplando la sua vasta
-teoria, alla quale dedicò le forze di tutta
-la vita, dobbiamo definirlo intento ad un
-solo proposito e fermo di fronte ad ogni
-contrasto. Dagli anni primi della giovinezza
-fino alla morte egli infatti drizzò
-le sue forze ad un unico intento: la conoscenza
-delle leggi dei fenomeni, la descrizione
-delle forme naturali.
-</p>
-
-<p>
-Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo
-con un pungente motto, sedendogli
-accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>
-le opere lasciate a mezzo; egli, come tutti
-i suoi contemporanei, non considera che
-l’opera esterna, visibile, non l’interno,
-grandioso lavoro affidato ai manoscritti,
-che doveva naufragare per quattro secoli
-per approdare nel nostro. Quando il Vasari
-dice che il Vinci molto più operò con
-le parole che co’ fatti; egli non sa che la
-scienza è altrettanto importante dell’arte,
-e che il viso pieno di dolcezza e di soavità
-<span class="pagenum" id="Page_xxii">[xxii]</span>
-della Gioconda non è un’opera meno potente
-della scoperta di quelle leggi prospettiche
-e ottiche, che ci servono a vederlo.
-Quando Leonardo, «a molti cittadini
-ingegnosi, che allora governavano
-Firenze,» mostrava voler alzare il battistero
-di San Giovanni o rizzare il corso
-dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva,
-che pareva possibile, quantunque
-ciascuno, poi che e’ si era partito,
-conoscesse per sè medesimo l’impossibilità
-di cotanta impresa.<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>» Ma quale mai
-di questi «ingegnosi cittadini», condannando
-il proposito pratico, si sarà
-fatto a domandare al Vinci quali fossero
-i principî meccanici o idraulici che lo
-inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli
-non ha sollevato il San Giovanni, nè incanalato
-l’Arno, questo non monta: la
-sua opera vera sta nel <i>Trattato del moto
-locale e delle percussioni e pesi e delle forze
-tutte</i>, dove precorre, e in qualche punto
-avanza, i <i>Dialoghi delle nuove scienze</i> del
-<span class="pagenum" id="Page_xxiii">[xxiii]</span>
-Galilei; in quello <i>Del moto e misura delle
-acque</i>, dove è contenuto il meglio che poi
-diedero il Castelli e il Guglielmini. Aristotile
-Fioravanti, qualche tempo prima
-di Leonardo, sollevava una torre in Bologna,
-e la trasportava da un luogo ad
-un altro;<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> Luca Fancelli, poco tempo prima
-di Leonardo, dava i disegni per la canalizzazione
-dell’Arno, onde bonificare la
-pianura d’Empoli e i dintorni;<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> ma nè
-l’uno nè l’altro precorrono il Vinci nella
-teoria, nella quale egli resta gigante e
-insuperato nel tempo suo e per un secolo
-ancora.
-</p>
-
-<p>
-Noi dobbiamo giudicare Leonardo non
-dalla frammentarietà della sua pratica,
-ma dalla pienezza della sua teorica. La
-<i>Battaglia di Anghiari</i> non doveva essere altro,
-se non l’applicazione di quei principî,
-che Leonardo aveva meditati e svolti nel
-<i>Trattato della pittura</i>; allo stesso modo che
-la macchina per volare, la quale, dall’alto
-<span class="pagenum" id="Page_xxiv">[xxiv]</span>
-di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera
-del 1505, doveva librarsi su Firenze,
-non sarebbe stata se non un’effettuazione
-materiale e caduca delle grandiose
-leggi scoperte sulla elasticità dell’aria,
-sulla struttura e sulle funzioni dei volatili.
-L’opera teorica fu compiuta, l’applicazione
-pratica rimase imperfetta; ma lo
-scopo della vita del Vinci furono le leggi
-prospettiche e antropologiche, le leggi
-meccaniche e matematiche, fondandosi
-sulle quali egli e i secoli venturi avrebbero
-colti i frutti più maturi dell’arte e
-della scienza.
-</p>
-
-<p>
-Vi è una espressione del Vasari che
-ci rivela la falsità del giudizio comune
-diffuso su Leonardo: «<i>Ancora che il Vinci
-molto più operasse con le parole che co’ fatti,
-per tante parti sue sì divine, il nome e la
-fama sua non si spegneranno giammai.</i><a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>»
-No, rispondiamo noi, è appunto perchè egli
-ha operato più con le parole che co’ fatti,
-che il nome e la fama sua non si spegneranno
-<span class="pagenum" id="Page_xxv">[xxv]</span>
-giammai. I soldati guasconi
-hanno distrutto con l’archibugio il modello
-della statua a Francesco Sforza; il
-tempo col suo incessante trasformare ha
-scolorito il <i>Cenacolo</i>; la critica artistica
-annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica
-del Vinci. Ciò che non l’archibugio
-dei soldati guasconi, nè il tempo, nè la
-critica artistica potranno distruggere, è la
-gigantesca costruzione della natura, che
-sorta nella mente di Leonardo sugli albori
-della vita moderna, si compì in lui
-con quelle medesime forme, con le quali
-doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono
-il nostro e nel nostro medesimo.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1513, quando Leonardo va a Roma
-con Giuliano de’ Medici, «<i>che attendeva
-molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia</i>,<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>»
-l’artista era pressochè morto,
-e lo scienziato giganteggiava nella piena
-coscienza del proprio valore. Prima di
-agire bisogna conoscere e pensare. La fecondità
-della teoria è fondata sulla condizione
-<span class="pagenum" id="Page_xxvi">[xxvi]</span>
-che la legge abbia a proprio fondamento
-il senso e l’esperienza, e a propria
-espressione la matematica. Tutto ciò che
-eccede il senso e l’esperienza, tutto ciò che
-non si può dimostrare «per nessuno esemplo
-naturale,» siede nel regno della fantasia,
-e fluttua nel sogno. I problemi sulla
-essenza delle cose, sul fine, sulla natura
-dell’anima e di Dio, restano quindi nel
-campo delle infeconde discussioni.<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>
-</p>
-
-<p>
-Questo momento dovette essere solenne
-nella vita del Vinci; infermo per
-la intensità del travaglio, la gran somma
-dei suoi manoscritti, messa insieme con
-un lavoro costante di ogni giorno, dovette
-apparirgli l’opera più alta e solenne
-della sua vita. Una nota del <i>Codice
-Atlantico</i> ce lo mostra in Belvedere nello
-studio fattogli dal Magnifico, assorto in notturne
-esercitazioni di matematica. Un’altra
-nota ce lo presenta a Monte Mario
-tutto intento a ricercarvi i segni di un passato
-antichissimo, quando il mare copriva
-<span class="pagenum" id="Page_xxvii">[xxvii]</span>
-ancora il terreno, sul quale poi doveva sorgere
-Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo
-gli dà campo ad alcune osservazioni
-di acustica. I giardini del Vaticano gli
-offrono materia d’investigazioni zoologiche
-e botaniche, di esperimenti sul volo degli
-uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi
-battenti a Leonardo, onde le note anatomiche
-dei manoscritti diventino più
-piene e numerose.
-</p>
-
-<p>
-La passione per lo studio, il fare misterioso
-di Leonardo, che gli avevano già
-attirato in Firenze il rimprovero di qualche
-timorato di Dio, ora, verso il chiudersi
-della sua vita, destano nella società
-romana, assorta negli splendori del rinascimento
-pagano, un certo terrore misto
-a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso
-delle simpatie che Giuliano de’ Medici
-prodigava al Vinci, trova terreno favorevole
-a seminare la maldicenza, tantochè
-uno screzio personale finisce in una vera
-e propria persecuzione allo scienziato. Un
-giorno, recandosi all’Ospedale per continuarvi
-quelle ricerche, che sembravano
-<span class="pagenum" id="Page_xxviii">[xxviii]</span>
-profanazione alle menti ancora avvolte
-nelle nebbie medievali, Leonardo trovò il
-divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore.
-</p>
-
-<p>
-Fu un momento straordinariamente
-triste, e il malanimo si diffuse e divenne
-più cupo: «<i>Quest’altro</i>, dice Leonardo in
-uno di quei frammenti pieni di sconforto
-che risalgono a questo tempo, <i>m’ha impedito
-la Notomia, col Papa biasimandola
-e così all’Ospedale</i>.» (<i>C. A.</i>, 179 r.) In un’altra
-lettera, che sembra quasi un’autodifesa,
-egli contrappone ai sospetti contro
-la sua persona, la propria vita tutta intenta
-alla conoscenza del vero.(<i>R.</i>, § 1358.)
-Giuliano de’ Medici lo liberò dal peggio;
-ma quando il 9 di gennaio 1515 questi
-partì verso la Savoia, tratto da amore di
-donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare
-Roma, dove il suo spirito nuovo trovava
-qualche contrasto.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Tale è il motivo
-della partenza del Vinci da Roma,
-<span class="pagenum" id="Page_xxix">[xxix]</span>
-svisato da tutti i biografi: il Vasari lo
-cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>
-l’Anonimo in un disaccordo con
-Leone X per una pittura.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>
-</p>
-
-<p>
-Con la tristezza nell’animo Leonardo,
-poco tempo dopo, nel 1516, abbandonava
-l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux,
-colpito ben presto da paralisi nella mano
-destra, egli rivolge la lucida mente alla
-canalizzazione della Francia e alla costruzione
-di un castello per Francesco I. Il
-cardinale d’Aragona, come racconta il
-giornale di Antonio de Beatis, recatosi
-nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò,
-inabile del tutto alla pittura, in mezzo
-alle sue note anatomiche, prospettiche,
-idrauliche, ancora sconosciute al mondo:
-«Infinità di volumi et tutti in lingua
-vulgare, quali se vengono in luce saranno
-profiqui et molto delectevoli.»<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> Uno sconforto
-<span class="pagenum" id="Page_xxx">[xxx]</span>
-profondo offusca l’anima di Leonardo
-in questi ultimi giorni; la vita sua era
-stata l’affannosa ricerca delle leggi naturali,
-ma il contrasto col tempo ne aveva
-infranta la fibra, e condannata l’opera a
-rimanere incompiuta. Circondato dai suoi
-discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci
-cerca di rinnovare nel proprio animo la
-fede ingenua della sua fanciullezza, ma la
-morte lo coglie il 2 maggio 1519.
-</p>
-
-<p>
-La prima cura del suo testamento era
-stata quella di lasciare a messer Francesco
-Melzi, gentiluomo di Milano, «per
-remuneratione de’ servitii, ad epso grati,
-a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno
-li libri, che il dicto testatore ha de
-presente.» (<i>R.</i>, § 1566.)
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare
-la Corte milanese all’altezza delle
-altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi
-di artisti e di uomini di scienza,
-onde adornare la propria persona dello
-<span class="pagenum" id="Page_xxxi">[xxxi]</span>
-splendore delle arti e degli studi. Leonardo
-non fu solo un pittore, uno scultore,
-un architetto, un musico, nella società
-milanese del secolo XV, ma fu uno
-squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese
-dipinctore», nelle sue <i>Antiquarie
-prospetiche Romane</i>, assomiglia Leonardo
-nel parlare all’antico Catone;<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> il Giovio lo
-celebra come il più squisito dicitore del
-tempo;<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> l’Anonimo afferma che «fu nel
-parlare eloquentissimo;<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>» e il Vasari
-raccogliendo la tradizione giunta fino a
-lui dice, nella prima edizione delle sue
-<i>Vite</i>: «Con ragioni naturali faceva tacere
-i dotti;» e nella seconda: «Ed era
-in quell’ingegno infuso tanta grazia da
-Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata
-con l’intelletto e memoria che
-lo serviva; e col disegno delle mani sapeva
-sì bene esprimere il suo concetto,
-<span class="pagenum" id="Page_xxxii">[xxxii]</span>
-che con i ragionamenti vinceva, e con le
-ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno.» — «Era
-tanto piacevole nella conversazione,
-che tirava a sè gli animi delle
-genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua,
-chè bellissimo era, rasserenava ogni animo
-mesto, e con le parole volgeva al sì e al no
-ogni indurata intenzione.<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>»
-</p>
-
-<p>
-Di questa potenza di ragionamento
-ci resta anche diretto ricordo nell’opere
-dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce
-che — quando il cardinale Gurcense
-il Vecchio, scendendo una mattina d’estate
-ad ammirare il <i>Cenacolo</i>, ancora incompiuto,
-in Santa Maria delle Grazie, ebbe
-ad esprimere il suo stupore per le onoranze,
-che Lodovico il Moro prodigava agli
-artisti — il Vinci gli rispose con elevate
-parole. Poi, partito il cardinale, rivolto
-ai suoi discepoli e ai gentiluomini, che lo
-circondavano, «narrò una bella historietta»
-di Lippo Lippi fra i Turchi, per
-mostrare come in tutti i tempi siano
-<span class="pagenum" id="Page_xxxiii">[xxxiii]</span>
-stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto
-che il Bandello raccolse dalle
-labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva
-in sè un po’ della freschezza primitiva
-e della potenza immaginosa propria
-di Leonardo.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>
-</p>
-
-<p>
-Quando il Vasari vuol cercare la causa
-del favore, che il Vinci godette alla corte
-dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore:
-«Sentendo il Duca i ragionamenti
-tanto mirabili di Leonardo, talmente s’innamorò
-delle sue virtù, che era cosa incredibile.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>»
-Il memorabile passo dei Manoscritti,
-che insegna il modo di entrare
-nelle grazie altrui con l’accorto discorrere,
-mostra che il puerile racconto ha nel suo
-fondo qualche cosa di vero. (<i>G</i>, 49 r.) Che
-che ne sia, è certo che quella parte dei
-codici leonardiani che conserva qualche
-sentenza arguta e gentile, che le novelle
-<span class="pagenum" id="Page_xxxiv">[xxxiv]</span>
-e le allegorie, le profezie e le facezie,
-prima di assumere quella veste mirabilmente
-letteraria, con la quale ci sono conservate,
-dilettarono le conversazioni piene
-di cortesia della Corte milanese del secolo
-XV.
-</p>
-
-<p>
-Leonardo fu elegante parlatore perchè
-sul labbro suo suonava il dolce idioma
-toscano, lo fu anche per la natura dell’anima
-sua delicata e ingenua, piena a
-volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
-</p>
-
-<p>
-Il Vinci parlatore si rispecchia nel
-Vinci scrittore, con l’aggiunta di quella
-potente riflessione, che, penetrando nel
-cuore dell’uomo e nei segreti della natura
-esterna, coglieva le più profonde
-ragioni del buono, del vero e del bello.
-L’idea che Leonardo sia uno scrittore trasandato,
-nella spontaneità e rudezza del
-suo discorso, deve oggimai cadere.
-</p>
-
-<p>
-Lo scopo supremo di Leonardo è la
-massima chiarezza nella massima concisione;
-quel modo di scrivere ridondante
-e numeroso, primo nemico della purezza
-del pensiero, nato con le novelle boccaccesche,
-<span class="pagenum" id="Page_xxxv">[xxxv]</span>
-e perpetuato nella prosa accademica
-fino ai nostri giorni, sembra sia
-stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità
-di mezzi, con la maggiore intensità
-di espressione, non è soltanto la legge
-della pittura e della scoltura del Vinci,
-ma è anche quella delle sue dimostrazioni
-scientifiche, delle sue descrizioni e
-narrazioni. I manoscritti sono pieni di
-cancellature, ed ogni cancellatura deterge
-una lieve oscurità, che vela l’apprendimento
-del concetto: la lingua, atteggiata
-nello stile, è il terso vetro al di là del
-quale si distende limpido il pensiero. La
-definizione della Prospettiva è ripetuta da
-Leonardo più di dieci volte con un incessante
-mutar di spoglie, onde rivestirla
-della forma più evidente e più semplice
-(<i>A</i>, f. 3 r. 10 v.); una lettera a Giuliano
-de’ Medici è scritta e riscritta con continui
-pentimenti, perchè il pensiero si
-adegui alla sua forma con la maggiore
-identità di segno e di significato. (<i>C. A.</i>,
-278 r.) Allo stesso modo che il Vinci cercava
-nelle figure esterne della natura la
-<span class="pagenum" id="Page_xxxvi">[xxxvi]</span>
-più mirabile figura, onde esprimere in un
-quadro la propria eccelsa immagine, così
-nel dolce idioma toscano, che possedeva
-tutto nella sua varietà e nella sua vivezza,
-rintracciava le parole adatte all’alto senso,
-che il suo spirito, interprete della natura,
-gli suggeriva. Leonardo da Vinci è
-anche un artista del linguaggio: l’opera
-sua letteraria paragonata alla prosa ridondante
-degli oziosi imitatori dell’antico,
-fa lo stesso effetto di un raggio di sole
-sulla campagna oppressa da un oscuro
-nembo, raggio preannunziatore di un novello
-risveglio della vita.
-</p>
-
-<p>
-La chiarezza si ottiene solo con la
-precisione dei termini, come la concisione
-non è possibile se non con la precisione
-del pensiero. La precisione del linguaggio
-è ricercata da Leonardo in una serie di
-studi che i manoscritti ci conservano;
-la precisione del pensiero è un effetto
-della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
-</p>
-
-<p>
-Nel <i>Codice Trivulziano</i> vi sono lunghe
-enumerazioni di parole talora raggruppate
-<span class="pagenum" id="Page_xxxvii">[xxxvii]</span>
-secondo l’affinità del loro senso, talora
-accompagnate da una breve definizione.
-Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite
-le più strane ipotesi agli studiosi
-del Vinci, fino a quella di ritenerlo pedagogo
-del giovinetto principe Massimiliano,
-non è che lo sforzo del fondatore della
-prosa scientifica italiana di precisare
-l’esatta significazione dei termini. Leonardo
-aveva compreso che la scienza, a
-differenza della poesia, esigeva d’essere
-poggiata sull’uso costante e ben definito
-delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici,
-iniziati per il latino nel manoscritto
-<i>H</i>, continuati per il volgare nel
-<i>Codice Trivulziano</i>, tolgono di mezzo quella
-leggenda che solo all’ingenua spontaneità
-della propria lingua nativa, e non alla
-riflessione, affidasse Leonardo l’espressione
-del proprio pensiero. Quando nel <i>Codice
-Atlantico</i> si trova questa nota, «Donato,»
-noi dobbiamo pensare al <span class="smcap">Donatus</span>, <i>De octo
-partibus orationis latine et italice</i>, Venezia,
-1499 (<i>C. A.</i>, 207 r.); quando troviamo
-la frase «Retorica nova,» siamo portati
-<span class="pagenum" id="Page_xxxviii">[xxxviii]</span>
-al <span class="smcap">Laurentius Guilelmus de Saona</span>, <i>Rethorica
-Nova</i>, Sant’Albano, 1480 (<i>C. A.</i>,
-207 v.); allo stesso modo che «Nonio
-Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,»
-ci suggeriscono la raccolta <span class="smcap">Nonij
-Marcelli</span>, <i>De proprietate sermonum</i>; <span class="smcap">Festi
-Pompeij</span>, <i>De verborum significatione</i>;
-<span class="smcap">M. T. Varronis</span>, <i>De lingua latina</i>, Milano,
-1500. (<i>R.</i>, § 1470). Nel manoscritto <i>F</i> è
-ricordato finalmente un «Vocabulista volgare
-e latino,» cioè, senza dubbio, il <i>Vocabulista
-ecclesiastico latino e vulgare utile et
-necessario a molti</i>, di fra <span class="smcap">Gio. Bernardo</span>,
-Milano, 1489. (<i>F</i>, cop. r.)
-</p>
-
-<p>
-I codici vinciani per la varietà e l’altezza
-del loro contenuto, per esser vergati
-al rovescio dell’uso comune, lasciati come
-dono prezioso a Francesco Melzi, dispersi
-da prima nell’Italia, poi nell’Europa intera,
-furono e sono ancora, per una gran
-parte, sconosciuti. La inesatta trascrizione
-che un pittore milanese presentava al Vasari,
-poco dopo il 1550, della parte di
-questi codici, che riguarda strettamente
-la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana,
-<span class="pagenum" id="Page_xxxix">[xxxix]</span>
-e diffusa in modo tronco dall’intransigenza
-religiosa, è tutt’altro che adatta a
-dare un’adeguata idea di Leonardo da
-Vinci come scrittore.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> Il <i>Trattato del moto
-e misura dell’acque</i>, che riproduce, con
-poca fedeltà, una parte dei frammenti di
-Leonardo riguardanti l’idraulica, è scarsamente
-diffuso, e per il carattere severamente
-scientifico dell’opera, quasi impossibile
-a divulgarsi. La raccolta del
-Richter, nitida nella forma, ma confusa e
-inesatta nel contenuto; le pubblicazioni
-integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami,
-dal Piumati, con successo e perfezione
-crescenti, sono pressochè inaccessibili
-alla maggioranza dei lettori.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Leonardo
-da Vinci è ancora sconosciuto ai
-più come scrittore, e sembrava ormai
-giunto il momento perchè una modesta
-raccolta di frammenti ne divulgasse in
-qualche modo la conoscenza.
-</p>
-
-<p>
-Difficoltà molteplici si opponevano al
-<span class="pagenum" id="Page_xl">[xl]</span>
-compimento di un simile lavoro. La inesatta
-trascrizione dei manoscritti esigeva
-un confronto continuo con la riproduzione
-eliotipica dei codici o con gli originali medesimi.
-L’assenza della naturale divisione
-delle parole e di ogni segno ortografico
-rendeva necessaria una faticosa interpretazione
-preliminare.
-</p>
-
-<p>
-Non minori difficoltà presentava la
-scelta: il proposito d’eliminare ogni frammento
-di indole schiettamente scientifica,
-per lasciar solo il posto alle espressioni
-di idee larghe e facilmente intelligibili,
-imponeva un continuo discernimento.
-</p>
-
-<p>
-Nel disordine originario dei manoscritti,
-che rende necessario alla mente
-del lettore il passaggio alle idee più disparate,
-era poi impossibile trovare un
-filo conduttore, che desse una norma per
-l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario
-indagare nel contenuto stesso
-dei singoli frammenti il criterio dell’ordine,
-in modo che ogni concetto si legasse
-all’altro con una specie di progressione
-logica, onde ne derivasse un senso
-<span class="pagenum" id="Page_xli">[xli]</span>
-compiuto. Questo sopratutto per le parti
-che riguardano i pensieri di Leonardo sulla
-<i>Conoscenza</i>, sulla <i>Natura</i>, sulla <i>Morale</i> e
-sull’<i>Arte</i>.
-</p>
-
-<p>
-Le opere schiettamente letterarie, raccolte
-dalla loro originaria dispersione, già
-per il loro carattere stesso distinguibili
-in alcuni gruppi ben determinati, furono
-da me ordinate secondo quello che presumibilmente
-sarebbe stato il concetto
-del Vinci. Le <i>Favole</i> di Leonardo, preparate
-dalla secolare elaborazione del Medio
-Evo, allargano la loro scena dal mondo
-animale a quello vegetale e inorganico.
-Le <i>Allegorie</i>, che nel loro complesso formano
-un vero e proprio <i>Bestiario</i>, sebbene
-per la maggior parte non originali, conservano
-le traccie di un’elaborazione nuova e
-degna di essere apprezzata. Le <i>Descrizioni
-e i Ritratti</i>, dove si manifesta lo scopo letterario
-combinato a quello pittorico; le <i>Profezie
-e le Facezie</i>, dove si palesa lo spirito
-arguto di un ricercatore combinato con
-quello di un uomo di mondo, compiono il
-ciclo delle opere schiettamente artistiche.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xlii">[xlii]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un’ardua questione doveva essere trattata
-collateralmente allo svolgersi della
-raccolta dei frammenti, ed è quella della
-loro originalità. Le <i>Note</i>, che seguono
-passo per passo la scelta, e sono da ritrovarsi
-alla fine del volume, indicano la
-fonte alla quale ha attinto Leonardo questo
-o quello dei suoi frammenti; ma la
-questione più generale della originalità
-della sua opera in ogni sua parte è trattata
-da me in una monografia <i>Intorno alle
-fonti dell’opera letteraria e scientifica di
-Leonardo da Vinci</i>, che verrà quanto prima
-pubblicata.
-</p>
-
-<p>
-Debbo avvertire da ultimo, che le noticine
-a piè di pagina non hanno altro
-scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza
-del testo leonardiano, e di togliere
-quei dubbî, che potessero offuscare il senso
-delle espressioni.
-</p>
-
-<p>
-I richiami alle opere, che hanno servito
-di base a questa raccolta, sono stati
-fatti per ogni frammento nei <span class="smcap">Sommarii e
-Riferimenti</span>, con opportune sigle.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xliii">[xliii]</span>
-</p>
-
-<h2 id="sigle">TAVOLA DELLE SIGLE.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<i>A.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit
-A de la Bibliothèque de l’Institut (ed.
-Ravaisson. I). Parigi, 1880.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ash. I.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les
-manuscrits H de la Bibliothèque de l’Institut;
-2038 (<i>Ash. I</i>) et 2037 (<i>Ash. II</i>) de la Bibliothèque
-Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi,
-1891.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ash. II.</i> — Idem; ibi.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ash. III.</i> — Trattato di architettura civile e militare,
-con note di Leonardo da Vinci. — Biblioteca
-Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 (<i>inedito</i>).
-</p>
-
-<p>
-<i>B.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les
-manuscrits <i>B</i> et <i>D</i> de la Bibliothèque de l’Institut
-(ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883.
-</p>
-
-<p>
-<i>C.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les
-manuscrits <i>C, E</i> et <i>K</i> de la Bibliothèque de
-l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, 1888.
-</p>
-
-<p>
-<i>C. A.</i> — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci
-nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Roma-Milano,
-1891-1899 (<i>in corso di stampa</i>).
-</p>
-
-<p>
-<i>D.</i> — Si veda <i>B</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>E.</i> — Si veda <i>C</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xliv">[xliv]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>F.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les
-manuscrits <i>F</i> et <i>I</i> de la Bibliothèque de l’Institut
-(ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893.
-</p>
-
-<p>
-<i>G.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les
-manuscrits G, L et M de la Bibliothèque de
-l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890.
-</p>
-
-<p>
-<i>H.</i> — Si veda <i>Ash. I.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>I.</i> — Si veda <i>F</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>L.</i> — Si veda <i>G</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Lu.</i> — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei
-herausgegeben v. II. Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol.
-</p>
-
-<p>
-<i>M.</i> — Si veda <i>G</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>R.</i> — The literary works of Leonardo da Vinci,
-compiled and edited from the original manuscripts
-by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol.
-</p>
-
-<p>
-<i>T.</i> — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca
-del principe Trivulzio (ed. L. Beltrami).
-Milano, 1892.
-</p>
-
-<p>
-<i>T. M. A.</i> — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo
-da Vinci. Bologna, 1828.
-</p>
-
-<p>
-<i>V. U.</i> — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli
-uccelli ed altre materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi,
-1893.
-</p>
-
-<p>
-<i>W. An. A.</i> — I manoscritti di Leonardo da Vinci
-della reale Biblioteca di Windsor. — Dell’Anatomia,
-fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi,
-1898.
-</p>
-
-<p>
-Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi;
-per gli altri il <i>recto</i> o il <i>verso</i> dei fogli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2 id="favole">LE FAVOLE.</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<h3>I. — L’IRREQUIETEZZA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Il torrente portò tanto di terra e pietre
-nel suo letto, che fu costretto a mutar sito.
-</p>
-
-<h3>II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.</h3>
-
-<p>
-Vedendosi la carta tutta macchiata dalla
-oscura negrezza dell’inchiostro, di quello si
-duole; il quale mostra a essa, che per le
-parole, che sono sopra lei composte, essere
-cagione della conservazione di quella.
-</p>
-
-<h3>III. — L’ACQUA.</h3>
-
-<p>
-Trovandosi l’acqua nel superbo mare,
-suo elemento, le venne voglia di montare
-sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento,
-elevatasi in sottile vapore, quasi parea della
-sottigliezza dell’aria. Montata in alto, giunse
-infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-dal foco; e i piccoli granicoli,
-sendo restretti, già s’uniscono e fannosi pesanti,
-ove, cadendo, la superbia si converte
-in fuga. E cade dal cielo; onde poi fu bevuta
-dalla secca terra, dove, lungo tempo
-incarcerata, fece penitenza del suo peccato.
-</p>
-
-<h3>IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.</h3>
-
-<p>
-Le fiamme, già uno mese durato nella
-fornace de’ bicchieri, e veduto a sè avvicinarsi
-una candela, ’n un bello e lustrante
-candeliere, con gran desiderio si forzavano
-accostarsi a quella. Infra le quali una, lasciato
-il suo naturale corso, e tiratasi d’entro <span class="inl-note">[da entro]</span>
-a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e
-uscita da l’opposito fori d’una piccola fessura,
-alla candela, che vicina l’era, si gittò,
-e con somma golosità e ingordigia quella
-divorando, quasi al fine condusse; e volendo
-riparare al prolungamento della sua vita,
-indarno tentò tornare alla fornace, donde
-partita s’era, perchè fu costretta morire e
-mancare, insieme colla candela; onde al
-fine, con pianti e pentimenti, in fastidioso
-fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle
-in isplendevole e lunga vita e bellezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h3>V. — QUELLI CHE S’UMILIANO,
-SONO ESALTATI.</h3>
-
-<p>
-Trovandosi alquanta poca neve appiccata
-alla sommità d’un sasso, il quale era
-collocato sopra la strema altezza d’una altissima
-montagna, e raccolto in sè l’imaginazione,
-cominciò con quella a considerare,
-e in fra sè dire:
-</p>
-
-<p>
-— Or non son io da essere giudicata altera
-e superba, avere me, picciola dramma
-di neve, posto in sì alto loco, e sopportare
-che tanta quantità di neve, quanto di qui
-per me essere veduta po’, stia più bassa di
-me? Certo la mia poca quantità non merta
-quest’altezza, chè bene posso, per testimonianza
-della mia piccola figura, conoscere
-quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne,
-le quali in poche ore dal sole furono
-disfatte; e questo intervenne per essersi
-poste più alto, che a loro non si richiedea.
-Io voglio fuggire l’ira del sole, e abbassarmi,
-e trovare loco conveniente alla mia
-parva quantità. — E gittatasi in basso, e
-cominciata a discendere, rotando dall’alte
-spiagge su per l’altra neve, quanto più
-cercò loco basso, più crebbe sua quantità,
-in modo che, terminato il suo corso, sopra
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-uno colle si trovò di non quasi minor grandezza,
-che ’l colle che essa sostenea; e fu
-l’ultima che in quella state dal sole disfatta
-fusse. Detta per quelli, che s’aumiliano son
-esaltati.
-</p>
-
-<h3>VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-La palla della neve, quanto più rotolando
-discese dalle montagne della neve, tanto
-più multiplicò la sua magnitudine.
-</p>
-
-<h3>VII. — LA PIETRA.</h3>
-
-<p>
-Una pietra, novamente per l’acqua scoperta,
-di bella grandezza, si stava sopra un
-certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole
-boschetto, sopra una sassosa strada,
-in compagnia d’erbe, di vari fiori di diversi
-colori ornati; e vedea la gran somma
-delle pietre, che, nella a sè sottoposta strada,
-collocate erano. Le venne desiderio di
-là giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:
-</p>
-
-<p>
-— Che fo io qui con queste erbe? io voglio
-con queste mie sorelle in compagnia
-abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le
-desiderate compagne finì suo volubile corso.
-E stata alquanto, cominciò a essere dalle rote
-de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti
-a essere in continuo travaglio; chi
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-la volta, quale la pestava, alcuna volta si
-levava alcuno pezzo, quando stava coperta
-da fango o sterco di qualche animale, e invano
-riguardava il loco donde partita s’era,
-in nel loco della soletaria e tranquilla paco.
-Così accade a quelli, che dalla vita soletaria
-contemplativa vogliono venir abitare nella
-città, infra i popoli pieni d’infiniti mali.
-</p>
-
-<h3>VIII. — IL RASOIO.</h3>
-
-<p>
-Uscendo un giorno il rasoio di quel manico,
-col quale si fa guaina a sè medesimo,
-e postosi al sole, vide il sole specchiarsi
-nel suo corpo; della qual cosa prese somma
-gloria, e rivolto col pensiero indirieto,
-cominciò con seco medesimo a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Or tornerò io più a quella bottega,
-della quale novamente uscito sono? certo
-no; non piaccia alli Dei, che sì splendida
-bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che
-pazzia sarebbe quella, la qual mi conducesse
-a radere le insaponate barbe de rustici
-villani e fare meccaniche operazioni!
-È questo corpo da simili esercizi? Certo no.
-Io mi voglio nascondere in qualche occulto
-loco, e lì con tranquillo riposo passare mia
-vita. — E così, nascosto per alquanti mesi,
-un giorno ritornato all’aria, e uscito fori
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-della sua guaina, vide sè essere fatto a similitudine
-d’una rugginente sega, e la sua
-superficie non rispecchiare più lo splendente
-sole. Con vano pentimento indarno pianse
-lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh!
-quanto meglio era esercitare col barbiere
-il mio perduto taglio di tanta sottilità!
-Dov’è la lustrante superficie? certo
-la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata! — Questo
-medesimo accade nelli ingegni,
-che in scambio dello esercizio si danno
-all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto
-rasoio, perdono la tagliente sua sottilità,
-e la ruggine dell’ignoranza guasta la
-sua forma.
-</p>
-
-<h3>IX. — IL GIGLIO.</h3>
-
-<p>
-Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino <span class="inl-note">[Ticino]</span>,
-e la corrente tirò la ripa insieme col giglio.
-</p>
-
-<h3>X. — IL NOCE.</h3>
-
-<p>
-Il noce, mostrando sopra una strada ai
-viandanti la ricchezza de’ sua frutti, ogni
-omo lo lapidava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<h3>XI. — IL FICO.</h3>
-
-<p>
-Il fico stando sanza frutti, nessuno lo
-riguardava; volendo, col fare essi frutti,
-essere laudato da li omini, fu da quelli piegato
-e rotto.
-</p>
-
-<h3>XII. — LA PIANTA E IL PALO.</h3>
-
-<p>
-La pianta si dole del palo secco e vecchio,
-che se l’era posto a lato, e de’ pali
-secchi che la circondano: l’un lo mantiene
-diritto, l’altro lo guarda dalla triste compagnia.
-</p>
-
-<h3>XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.</h3>
-
-<p>
-Il cedro, insuperbito della sua bellezza,
-dubita delle piante, che li son d’intorno, e
-fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo
-interrotto, lo gittò per terra diradicato.
-</p>
-
-<h3>XIV. — LA VITALBA.</h3>
-
-<p>
-La vitalba, non istando contenta nella
-sua siepe, cominciò a passare co’ sua rami
-la comune strada, e appiccarsi all’opposita
-siepe; onde da’ viandanti poi fu rotta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<h3>XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA
-TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.</h3>
-
-<p>
-La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio,
-cade insieme colla ruina d’esso albero;
-e fu, per la trista compagnia, a mancare
-insieme con quella.
-</p>
-
-<h3>XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti,
-vol crescere da superare ciascuna altra
-pianta, per avere fatto compagnia colla
-vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui
-sempre storpiato.
-</p>
-
-<h3>XVII. — IL CEDRO.</h3>
-
-<p>
-Avendo il cedro desiderio di fare uno
-bello e grande frutto in nella sommità di
-se, lo mise a seguizione <span class="inl-note">[compimento]</span> con tutte le forze
-del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu
-cagione di fare declinare la elevata e diritta
-cima.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — IL PERSICO.</h3>
-
-<p>
-Il persico, avendo invidia alla gran quantità
-de’ frutti visti fare al noce suo vicino,
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in
-modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò
-diradicato e rotto alla piana terra.
-</p>
-
-<h3>XIX. — L’OLMO E IL FICO.</h3>
-
-<p>
-Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando
-i sua rami essere sanza frutti, e avere
-ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi
-fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non
-hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta
-che i mia figlioli sieno in matura età, e
-vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi
-maturati, capitandovi una squadra di soldati,
-fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto
-lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando
-poi così storpiato delle sue membra, l’olmo
-lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il
-meglio a stare sanza figlioli, che per quelli
-venire in sì miserabile stato!&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XX. — LE PIANTE E IL PERO.</h3>
-
-<p>
-Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero,
-con alta voce gridarono: — O pero! ove vai
-tu? ov’è la superbia, che avevi, quando
-avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai
-tu ombra colle tue folte chiome! — Allora
-il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola,
-che mi taglia, e mi porterà alla bottega
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’
-arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò
-dedicato nel tempio, e dagli omini adorato
-invece di Giove; e tu ti metti in punto a
-rimanere ispesso storpiata e pelata de’ tua
-rami, i quali mi fieno da li omini, per onorarmi,
-posti d’intorno.
-</p>
-
-<h3>XXI. — LA RETE.</h3>
-
-<p>
-La rete, che soleva pigliare li pesci, fu
-presa e portata via dal furor de’ pesci.
-</p>
-
-<h3>XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE
-IL FALSO SPLENDORE.</h3>
-
-<p>
-Non si contentando il vano e vagabondo
-parpaglione di potere comodamente volare
-per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma
-della candela, diliberò volare in quella, e ’l
-suo giocondo movimento, fu cagione di subita
-tristizia. Imperocchè ’n detto lume si
-consumarono le sottili ali, e ’l parpaglione
-misero, caduto tutto bruciato a’ piè del candeliere,
-dopo molto pianto e pentimento,
-si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e
-levato il viso in alto, disse: — O falsa luce!
-quanti, come me, debbi tu avere ne’ passati
-tempi miserabilmente ingannati! Oh! s’i
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-pure volevo vedere la luce, non dovev’io
-conoscere il sole dal falso lume dello sporco
-sevo?&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.</h3>
-
-<p>
-Vedendo il castagno l’omo sopra il fico,
-il quale piegava in verso sè i sua rami, e
-di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali
-metteva nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli <span class="inl-note">[dilacerandoli]</span>
-coi duri denti — crollando i lunghi
-rami, e con tumultuevole mormorio
-disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me
-obbligato alla natura! Vedi, come in me ordinò
-serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti
-di sottile camicia, sopra la quale è posta la
-dura e foderata pelle; e, non contentandosi
-di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la
-forte abitazione, e sopra quella fondò acute
-e folte spine, a ciò che le mani dell’omo
-non mi possino nuocere? — Allora il fico
-cominciò insieme co’ sua figlioli a ridere, e,
-ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere
-di tale ingegno, che lui ti sappi colle
-pertiche e pietre e sterpi, trarti infra i tua
-rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti,
-pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-frutti tua escino, stracciati e storpiati, fora
-dell’armata casa; e io sono con diligenza
-tocco dalle mani, e non, come te, da bastoni
-e da sassi.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.</h3>
-
-<p>
-Il rovistrice <span class="inl-note">[rovistico: pianta, <span class="upright">ligustrum vulgare</span>]</span>, sendo stimolato nelli sua
-sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai
-pungenti artigli e becco delle importune
-merle, si doleva con pietoso rammarico inverso
-essa merla, pregando quella, che, poichè
-lei li toglieva i sua diletti frutti, il meno
-non lo privassi de le foglie, le quali lo difendevano
-dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute
-unghie non iscorticasse e disvestisse
-della sua tenera pelle. A la quale la merla,
-con villane rampogne, rispose: — Oh! taci
-salvatico sterpo! Non sai, che la natura
-t’ha fatti produrre questi frutti per mio
-notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per
-servirmi di tale cibo? Non sai, villano, che
-tu sarai, nella prossima invernata notrimento
-e cibo del foco? — Le quali parole
-ascoltate dall’albero pazientemente, non
-sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-preso dalla ragna <span class="inl-note">[rete]</span> e còlti de’ rami per fare
-gabbia, per incarcerare esso merlo, — toccò,
-infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare
-le vimini de la gabbia; le quali vedendo
-essere causa della persa libertà del merlo,
-rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!,
-i’ son qui non ancora consumato, come dicevi,
-dal foco; prima vederò te prigione,
-che tu me bruciato!&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.</h3>
-
-<p>
-Trovandosi la noce essere dalla cornacchia
-portata sopra un alto campanile, e per
-una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale
-suo becco; pregò esso muro, per quella
-grazia, che Dio li aveva dato dell’essere
-tanto eminente e magno e ricco di sì belle
-campane e di tanto onorevole suono, che la
-dovessi soccorrere; perchè, poichè la non
-era potuta cadere sotto i verdi rami del suo
-vecchio padre, e essere nella grassa terra
-ricoperta delle sue cadenti foglie, che non
-la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella
-trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia,
-ch’ella si votò, che, scampando da
-essa, voleva finire la vita sua ’n un picciolo
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-buco. — Alle quali parole, il muro, mosso a
-compassione, fu costretto ricettarla nel loco,
-ov’era caduta. E in fra poco tempo, la
-noce cominciò aprirsi, e mettere le radici
-infra le fessure delle pietre, e quelle allargare,
-e gittare i rami fori della sua caverna;
-e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio,
-e ingrossate le ritorte radici, cominciò
-aprire i muri, e cacciare le antiche pietre
-de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e
-indarno pianse la cagione del suo danno, e,
-in brieve aperto, rovinò gran parte delle
-sue membra.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.</h3>
-
-<p>
-Il misero salice, trovandosi non potere
-fruire il piacere di vedere i sua sottili rami
-fare over condurre alla desiderata grandezza,
-e drizzarsi al cielo, per cagione della
-vite e di qualunque pianta li era vicina,
-sempre egli era storpiato e diramato e guasto;
-e raccolti in sè tutti li spiriti, e con
-quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione;
-e stando in continua cogitazione,
-e ricercando con quella l’universo delle
-piante, con quale di quelle esso collegare
-si potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto
-de’ sua legami; e stando alquanto in questa
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-notritiva imaginazione, con subito assalimento
-li corse nel pensiero la zucca; e crollato
-tutti i rami per grande allegrezza, parendoli
-avere trovato compagnia al suo
-disiato proposito — imperò che quella è più
-atta a legare altri, che essere legata. — E
-fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso
-il cielo, attendea aspettare qualche
-amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio
-mezzano. In fra’ quali, veduta a sè
-vicina la gazza, disse inver di quella: — O
-gentile uccello, io ti priego, per quello
-soccorso, che a questi giorni, da mattina,
-ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato falcone,
-crudele e rapace, te voleva divorare;
-e per quelli riposi, che sopra me ispesso
-hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano;
-e per quelli piaceri, che, infra detti
-mia rami, scherzando colle tue compagne
-ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego,
-che tu truovi la zucca e impetri da quella
-alquante delle sue semenze, e di’ a quelle
-che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non
-altrementi, che se del mio corpo generate
-l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole,
-che di simile intenzione persuasive
-sieno, benchè a te, maestra de’ linguaggi, insegnare
-non bisogna. E se questo farai, io
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-sono contenta di ricevere il tuo nido sopra
-il nascimento de’ mia rami, insieme colla tua
-famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora
-la gazza, fatti e fermi alquanti capitoli <span class="inl-note">[patti]</span>
-di novo col salice, e massime che
-biscie o faine sopra sè mai non accettassi;
-alzata la coda e bassato la testa, e gittatasi
-dal ramo, rendè il suo peso all’ali. E
-quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora
-qua, ora in là curiosamente col timon della
-coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e
-con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò
-le dimandate semenze. E condottele
-al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato
-alquanto co’ piè il terreno vicino al
-salice, col becco, in cerchio a esso, essi
-grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo,
-cominciò, collo accrescimento e aprimento
-de’ sua rami, a occupare tutti i rami
-del salice, e colle sue gran foglie a torle la
-bellezza del sole e del cielo. E, non bastando
-tanto male — seguendo <span class="inl-note">[venute in seguito, nate e cresciute]</span> le zucche — cominciò,
-per disconcio peso, a tirare le cime
-de’ teneri rami inver la terra, con istrane
-torture e disagio di quelli. Allora scotendosi
-e indarno crollandosi, per fare da sè
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-esse zucche cadere, e indarno vaneggiando
-alquanti giorni in simile inganno, perchè la
-bona e forte collegazione <span class="inl-note">[l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice]</span> tal pensieri negava,
-vedendo passare il vento, a quello
-raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora
-s’aperse il vecchio e vòto gambo del
-salice in due parti, insino alle sue radici, e,
-caduto in due parti, indarno pianse sè medesimo,
-e conobbe, che era nato per non
-aver mai bene.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — L’AQUILA.</h3>
-
-<p>
-Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase
-coll’ali impaniate, e fu dall’omo presa
-e morta.
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — IL RAGNO.</h3>
-
-<p>
-Il ragno, volendo pigliare la mosca con
-sue false reti, fu sopra quelle dal calabrone
-crudelmente morto.
-</p>
-
-<h3>XXIX. — IL GRANCHIO.</h3>
-
-<p>
-Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar
-i pesci, che sotto a quello entravano, venne la
-piena con rovinoso precipitamento di sassi,
-e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<h3>XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.</h3>
-
-<p>
-Addormentatosi l’asino sopra il diaccio
-d’un profondo lago, il suo calore dissolvè
-esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo
-danno, si destò, e subito annegò.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.</h3>
-
-<p>
-La formica, trovato un grano di miglio,
-il grano, sentendosi preso da quella, gridò: — Se
-mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire
-il mio desiderio del nascere, io ti renderò
-cento me medesimi. — E così fu fatto.
-</p>
-
-<h3>XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.</h3>
-
-<p>
-Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci
-in casa del pescatore scaricata vicino al
-mare, pregò il ratto, che al mare la conduca;
-e ’l ratto, fatto disegno di mangiarla, la
-fa aprire; e mordendola, questa li serra
-la testa e sì lo ferma: viene la gatta e
-l’uccide.
-</p>
-
-<h3>XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.</h3>
-
-<p>
-Il falcone, non potendo sopportare con
-pazienzia il nascondere che fa l’anitra, fuggendosele
-dinanzi e entrando sotto acqua:
-volle, come quella, sott’acqua seguitare, e,
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-bagnatosi le ponne, rimase in essa acqua:
-o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone,
-che annegava.
-</p>
-
-<h3>XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.<a class="tagtitle" id="tag29" href="#note29">[29]</a></h3>
-
-<p>
-Ostrica. Questa, quando la luna è piena,
-s’apre tutta, e, quando il granchio la vede,
-dentro le getta qualche sasso o festuca: e
-questa non si può risserrare, ond’è cibo
-d’esso granchio. Così fa chi apre la bocca
-a dire il suo segreto, che si fa preda dello
-indiscreto auditore.
-</p>
-
-<h3>XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.</h3>
-
-<p>
-I tordi si rallegrarono forte, vedendo che
-l’omo prese la civetta e le tolse la libertà,
-quella legando con forti legami ai sua piedi.
-La qual civetta fu poi, mediante il vischio,
-causa non di far perdere la libertà ai tordi,
-ma la loro propria vita.
-</p>
-
-<p>
-Detta per quelle terre, che si rallegran
-di vedere perdere la libertà ai loro maggiori,
-mediante i quali poi perdano il soccorso
-e rimangono legati in potenza del
-loro nemico, lasciando la libertà e spesse
-volte la vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-</p>
-
-<h3>XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.</h3>
-
-<p>
-Trovando la scimmia uno nido di piccioli
-uccelli, tutta allegra appressatasi a quelli,
-i quali essendo già da volare, ne potè solo
-pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza,
-con esso in mano se n’andò al suo
-ricetto; e, cominciato a considerare questo
-uccelletto, lo cominciò a baciare; e, per lo
-isviscerato amore, tanto lo baciò e rivolse
-o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta
-per quelli, che, per non gastigare i figlioli,
-capitano male.
-</p>
-
-<h3>XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.</h3>
-
-<p>
-Dormendo il cane sopra la pelle d’un
-castrone, una delle sue pulci, sentendo l’odore
-della unta lana, giudicò quello dovessi
-essere loco di miglior vita e più sicura
-da’ denti e unghia del cane, che pascersi del
-cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il
-cane. E, entrata infra la folta lana, cominciò
-con somma fatica a volere trapassare
-alle radici de’ peli: la quale impresa, dopo
-molto sudore, trovò esser vana, perchè tali
-peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano,
-e non v’era spazio, dove la pulce potesse
-saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare
-al suo cane; il quale essendo già partito,
-fu costretta, dopo lungo pentimento,
-amari pianti, a morirsi di fame.
-</p>
-
-<h3>XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA
-E IL GATTO.</h3>
-
-<p>
-Stando il topo assediato in una piccola
-sua abitazione dalla donnola, la quale con
-continua vigilanzia attendea alla sua disfazione <span class="inl-note">[distruzione, morte]</span>,
-e, per uno piccolo spiraculo, riguardava
-il suo gran periculo. — Infrattanto
-venne la gatta, e subito prese essa donnola,
-e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto,
-fatto sagrificio a Giove d’alquante sue nocciole,
-ringraziò sommamente la sua deità;
-e uscito fori della sua buca a possedere la
-già persa libertà, de la quale subito, insieme
-colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti
-della gatta, privato.
-</p>
-
-<h3>XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.</h3>
-
-<p>
-Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le
-mosche, che in su tali uve si pascevano:
-venne la vendemmia e fu pestato, il ragno
-insieme coll’uve.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<h3>XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il
-quale per la sua dolcezza era molto visitato
-da ape e diverse qualità di mosche, li parve
-avere trovato loco molto comodo al suo
-inganno. E calatosi giù per lo suo sottile
-filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni
-giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli
-intervalli de’ grani dell’uva, assaltava, come
-ladrone, i miseri animali, che da lui non
-si guardavano. E passati alquanti giorni, il
-vendemmiatore, còlta essa uva e messa con
-l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così
-l’uva fu laccio e inganno dello ingannatore
-ragno, come delle ingannate mosche.
-</p>
-
-<h3>XLI. — TRACCIA.</h3>
-
-<p>
-Favola della lingua morsa dai denti.
-</p>
-
-<h3>XLII. — IL VILLANO E LA VITE.</h3>
-
-<p>
-Vedendo il villano la utilità, che resultava
-dalla vite, le dette molti sostentaculi
-da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò
-le pertiche, e quella lasciò cadere, facendo
-foco de’ sua sostentaculi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<h3>XLIII. — LEGGENDA DEL VINO
-E DI MAOMETTO.<a class="tagtitle" id="tag30" href="#note30">[30]</a></h3>
-
-<p>
-Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva,
-in una aurea e ricca tazza, sopra la
-tavola di Maumetto, e montato in gloria di
-tanto onore, subito fu assaltato da una contraria
-cogitazione, dicendo a sè medesimo: — Che
-fo io? di che mi rallegro io? Non
-m’avvedo essere vicino alla mia morte e
-lasciare l’aurea abitazione della tazza, e entrare
-nelle brutte e fetide caverne del corpo
-umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave
-licore in brutta e trista orina? E non bastando
-tanto male, ch’io ancora debba sì
-lungamente giacere ne’ brutti ricettacoli
-coll’altra fetida e corrotta materia uscita
-dalle umane interiora? — Gridò inverso il
-cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, e
-che si ponesse ormai fine a tanto dispregio;
-che, poichè quello paese producea le più
-belle e migliori uve di tutto l’altro mondo,
-che il meno elle non fussino in vino
-condotte. Allora Giove fece che il vino beuto
-da Maumetto elevò l’anima sua inverso il
-celebro <span class="inl-note">[cerebro, cervello]</span>, che lo fece matto, e partorì tanti
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-errori, che, tornato in sè, fece legge che
-nessuno asiatico besse vino. E fu lasciato
-poi libere le viti co’ sua frutti.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-(<i>in margine</i>)
-</p>
-
-<p>
-<i>Già il vino, entrato nello stomaco, comincia
-a bollire e sgonfiare; già l’anima di
-quello comincia abbandonare il corpo; già si
-volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione
-della divisione dal suo corpo; già lo comincia
-a contaminare e farlo furiare a modo
-di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando
-i sua amici.</i>
-</p>
-</div>
-
-<h3>XLIV. — TRACCIA.</h3>
-
-<p>
-Il vino, consumato da esso ubriaco, esso
-vino col bevitore si vendica.
-</p>
-
-<h3>XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA.
-<span class="smaller">(Frammento.)</span></h3>
-
-<p>
-Un poco di foco, che, in un piccolo carbone,
-in fra la tiepida cenere rimaso era,
-del poco omore, che in esso restava, carestiosamente
-e poveramente sè medesimo
-notría. Quando, la ministra della cucina, per
-usare con quello l’ordinario suo cibario offizio,
-quivi apparve, e, poste le legne nel
-focolare — e, col solfanello già resuscitato
-d’esso, già quasi per morto, una piccola
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-fiammella e, infra le ordinate legne quella
-appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro
-sospetto, di lì sicuramente si parte.
-</p>
-
-<p>
-Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè
-poste secche legne, comincia a elevarsi:
-cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne,
-in fra quelli con ischerzevole e giocoso
-transito, sè stesso tesseva.
-</p>
-
-<p>
-Cominciato a spirare fori dell’intervalli
-delle legne, di quelli a sè stesso dilettevoli
-finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti
-e rutilanti fiammelle, subito discaccia
-le oscure tenebre della serrata cucina; e
-con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano
-coll’aria d’esse circundatrice e con
-dolce mormorio cantando, creava soave sonito....
-</p>
-
-<p>
-Rallegrandosi il foco delle secche legne,
-che nel focolare trovato avea, e in quelle appresosi,
-con quelle comincia a scherzare tessendole
-in sue piccole fiammelle, e ora qua
-ora là, per li intervalli, che in fra le legne
-si trova, traeva.
-</p>
-
-<p>
-E, scorrendo in fra quelle con festevole,
-giocoso transito, cominciò a spirare, e fra
-li intervalli delle superiori legne apparía,
-facendo di quelli a sè dilettevoli finestre
-ora qua, ora là.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vedutosi già fortemente essere sopra
-delle legne cresciuto e fatto assai grande,
-cominciò a levare il mansueto e tranquillo
-animo in gonfiata e insopportabile superbia,
-facendo quasi a sè credere tirare tutto
-il superiore elemento <span class="inl-note">[l’elemento del foco]</span> sopra le poche legne.
-</p>
-
-<p>
-E cominciato a sbuffare, e, empiendo di
-scoppi e di scintillanti sfavillamenti tutto
-il circostante focolare, già le fiamme, fatte
-grosse, unitamente si drizzavano inverso
-l’aria.... quando le fiamme più altere, percosser
-nel fondo della superiore caldara.
-</p>
-
-<h3>XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA.
-<span class="smaller">(Frammento.)</span></h3>
-
-<p>
-Lo specchio si gloria forte tenendo dentro
-a sè specchiata la regina, e partita
-quella lo specchio rimase in le....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<h2 id="allegorie">LE ALLEGORIE.</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<h3>I. — AMORE DI VIRTÙ.<a class="tagtitle" id="tag31" href="#note31">[31]</a></h3>
-</div>
-
-<p>
-Calendrino <span class="inl-note">[La calandra]</span> è uno uccello, il quale si dice,
-che essendo esso portato dinanzi a uno infermo,
-che se ’l detto infermo deve morire,
-questo uccello li volta lato, sta per lo contrario
-e mai lo riguarda; e, se esso infermo
-deve iscampare, questo uccello mai l’abbandona
-di vista, anzi è causa di levarli ogni
-malattia.
-</p>
-
-<p>
-Similmente, l’amore di virtù non guarda
-mai cosa vile, nè trista, anzi dimora sempre
-in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre
-in cor gentile, a similitudine degli uccelli
-nelle verdi selve sopra i fioriti rami; esso
-dimostra più esso amore nelle avversità che
-nelle prosperità, facendo come lume, che più
-risplende, dove trova più tenebroso sito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — INVIDIA.<a class="tagtitle" id="tag32" href="#note32">[32]</a></h3>
-
-<p>
-Del nibbio si legge che, quando esso vede
-i suoi figlioli nel nido esser di troppa grassezza,
-che egli gli becca loro le coste, e tiengli
-sanza mangiare.
-</p>
-
-<h3>III. — ALLEGREZZA.<a class="tagtitle" id="tag33" href="#note33">[33]</a></h3>
-
-<p>
-L’allegrezza è appropriata al gallo, che
-d’ogni piccola cosa si rallegra, e canta, con
-vari e scherzanti movimenti.
-</p>
-
-<h3>IV. — TRISTEZZA.<a class="tagtitle" id="tag34" href="#note34">[34]</a></h3>
-
-<p>
-La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale,
-quando vede i sua nati figlioli essere bianchi,
-per lo grande dolore si parte, con tristo
-rammarichío gli abbandona, e non gli pasce,
-insino che non gli vede alquante poche
-penne nere.
-</p>
-
-<h3>V. — PACE.<a class="tagtitle" id="tag35" href="#note35">[35]</a></h3>
-
-<p>
-Del castoro si legge che, quando è perseguitato,
-conoscendo essere per la virtù
-de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo
-più fuggire, si ferma, e, per avere
-pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti
-si spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<h3>VI. — IRA.<a class="tagtitle" id="tag36" href="#note36">[36]</a></h3>
-
-<p>
-Dell’orso si dice che, quando va alle case
-delle ave <span class="inl-note">[api, come al n. XVI]</span> per tôrre loro il mele, esse ave
-lo cominciano a pungere, onde lui lascia il
-mele e corre alla vendetta; e, volendosi con
-tutte quelle che lo mordano vendicare, con
-nessuna si vendica, in modo che la sua vita
-si converte in rabbia, e gittatosi in terra,
-con le mani e co’ piedi innaspando, indarno
-da quelle si difende.
-</p>
-
-<h3>VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.<a class="tagtitle" id="tag37" href="#note37">[37]</a></h3>
-
-<p>
-La virtù della gratitudine si dice essere più
-nelli uccelli detti upica <span class="inl-note">[úpupa]</span>, i quali, conoscendo
-il benefizio della ricevuta vita e nutrimento
-dal padre e dalla lor madre, quando li vedano
-vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li
-nutriscano, e cavan loro col becco le vecchie
-e triste penne, e con certe erbe li rendano
-la vista, in modo che ritornano in prospertà.
-</p>
-
-<h3>VIII. — AVARIZIA.<a class="tagtitle" id="tag38" href="#note38">[38]</a></h3>
-
-<p>
-Il rospo si pasce di terra, e sempre sta
-macro, perchè non si sazia: tanto è ’l timore,
-che essa terra non li manchi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-</p>
-
-<h3>IX. — INGRATITUDINE.<a class="tagtitle" id="tag39" href="#note39">[39]</a></h3>
-
-<p>
-I colombi sono assomigliati alla ingratitudine;
-imperocchè, quando sono in età che
-non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano
-a combattere col padre, e non finisce
-essa pugna, infino a tanto che caccia il
-padre, e tolli la mogliera <span class="inl-note">[e gli toglie la moglie]</span>, facendosela sua.
-</p>
-
-<h3>X. — CRUDELTÀ.<a class="tagtitle" id="tag40" href="#note40">[40]</a></h3>
-
-<p>
-Il basalisco <span class="inl-note">[basilisco]</span> è di tanta crudeltà che, quando
-con la sua venenosa vista non po’ occidere
-li animali, si volta all’erbe e le piante,
-e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
-</p>
-
-<h3>XI. — LIBERALITÀ.<a class="tagtitle" id="tag41" href="#note41">[41]</a></h3>
-
-<p>
-Dell’aquila si dice che non ha mai sì
-gran fame, che non lasci parte della sua
-preda a quelli uccelli, che le son dintorno;
-i quali, non potendosi per sè pascere, è necessario
-che sieno corteggiatori d’essa aquila,
-perchè in tal modo si cibano.
-</p>
-
-<h3>XII. — CORREZIONE.<a class="tagtitle" id="tag42" href="#note42">[42]</a></h3>
-
-<p>
-Quando il lupo va assentito <span class="inl-note">[va cautamente]</span> a qualche
-stallo di bestiame, e che, per caso, esso ponga
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-il piede in fallo, in modo facci strepito, egli
-si morde il piè, por correggere tale errore.
-</p>
-
-<h3>XIII. — LUSINGHE OVER SOIE <span class="inl-note">[adulazioni].<a class="tagtitle" id="tag43" href="#note43">[43]</a></span></h3>
-
-<p>
-La serena sì dolcemente canta, che addormenta
-i marinari, e essa monta sopra i
-navili, e occide li addormentati marinari.
-</p>
-
-<h3>XIV. — PRUDENZA.<a class="tagtitle" id="tag44" href="#note44">[44]</a></h3>
-
-<p>
-La formica, per naturale consiglio, provvede
-la state per lo verno, uccidendo le raccolte
-semenza, perchè non rinascino; e di
-quelle al tempo si pascono.
-</p>
-
-<h3>XV. — PAZZIA.<a class="tagtitle" id="tag45" href="#note45">[45]</a></h3>
-
-<p>
-Il bo’ <span class="inl-note">[bove, toro]</span> salvatico, avendo in odio il colore
-rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal
-d’una pianta, e esso bo’ corre a quella, e con
-gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori
-l’occidano.
-</p>
-
-<h3>XVI. — GIUSTIZIA.<a class="tagtitle" id="tag46" href="#note46">[46]</a></h3>
-
-<p>
-E’ si può assimigliare la virtù de la justizia
-allo re delle ave; il quale ordina e dispone
-ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave
-sono ordinate andare per fiori, altre ordinate
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-a lavorare, altre a combattere colle vespe, altre
-a levare le sporcizie, altre a compagnare
-e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza
-ali, esse lo portano, e, se ivi una manca di
-suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
-</p>
-
-<h3>XVII. — VERITÀ.<a class="tagtitle" id="tag47" href="#note47">[47]</a></h3>
-
-<p>
-Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra,
-non di meno i figlioli, nati d’esse ova,
-sempre ritornano alla lor vera madre.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.<a class="tagtitle" id="tag48" href="#note48">[48]</a></h3>
-
-<p>
-Le gru son tanto fedeli e leali al loro re,
-che la notte, quando lui dorme, alcune vanno
-dintorno al prato per guardare da lunga,
-altre ne stanno da presso; e tengano uno
-sasso ciascuna in piè, acciò che, se ’l sonno
-le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe
-tal romore, che si ridesterebbono; e altre
-vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano,
-e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò
-che ’l loro re non venga ’mancare.
-</p>
-
-<h3>XIX. — FALSITÀ.<a class="tagtitle" id="tag49" href="#note49">[49]</a></h3>
-
-<p>
-La volpe, quando vede alcuna torma di
-gazze o taccole <span class="inl-note">[specie di cornacchia]</span> o simili uccelli, subito si
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-gitta in terra in modo, con la bocca aperta,
-che par morta, e essi uccelli le voglian beccare
-la lingua, e essa gli piglia la testa.
-</p>
-
-<h3>XX. — BUGIA.<a class="tagtitle" id="tag50" href="#note50">[50]</a></h3>
-
-<p>
-La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre
-sta sotto terra, e tanto vive, quanto essa
-sta occulta, e, come viene alla luce, subito
-more, perchè si fa nota così la bugía.
-</p>
-
-<h3>XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.<a class="tagtitle" id="tag51" href="#note51">[51]</a></h3>
-
-<p>
-La lepre sempre teme, e le foglie, che
-caggiano dalle piante per autunno, sempre
-la tengano in timore e, ’l più delle volte,
-in fuga.
-</p>
-
-<h3>XXII. — MAGNANIMITÀ.<a class="tagtitle" id="tag52" href="#note52">[52]</a></h3>
-
-<p>
-Il falcone non preda mai, se non l’uccelli
-grossi, e prima si lascierebbe morire, che si
-cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne
-fetida.
-</p>
-
-<h3>XXIII. — VANAGLORIA.<a class="tagtitle" id="tag53" href="#note53">[53]</a></h3>
-
-<p>
-In questo vizio, si legge del pagone esserli
-più che altro animale sottoposto, perchè
-sempre contempla in nella bellezza della
-sua coda, quella allargando in forma di rota,
-e col suo grido trae a sè la vista de’ circustanti
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-animali. E questo è l’ultimo vizio, che
-si possa vincere.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — CONSTANZA.<a class="tagtitle" id="tag54" href="#note54">[54]</a></h3>
-
-<p>
-Alla constanza s’assimiglia la fenice; la
-quale, intendendo per natura la sua rennovazione,
-è costante a sostener le cocenti fiamme,
-le quali la consumano, e poi di novo rinasce.
-</p>
-
-<h3>XXV. — INCONSTANZA.<a class="tagtitle" id="tag55" href="#note55">[55]</a></h3>
-
-<p>
-Il rondone si mette per la inconstanza;
-il quale sempre sta in moto, per non sopportare
-alcuno minimo disagio.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — TEMPERANZA.<a class="tagtitle" id="tag56" href="#note56">[56]</a></h3>
-
-<p>
-Il cammello è il più lussurioso animale che
-sia, e andrebbe mille miglia dirieto a una cammella,
-e, se usassi continuo con la madre o sorelle,
-mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — INTEMPERANZA.<a class="tagtitle" id="tag57" href="#note57">[57]</a></h3>
-
-<p>
-L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza
-a non sapersi vincere, per lo diletto
-che ha delle donzelle, dimentica la sua
-ferocità e salvatichezza; ponendo da canto
-ogni sospetto va alla sedente donzella, e se
-le addormenta in grembo; e i cacciatori in
-tal modo lo pigliano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — UMILTÀ.<a class="tagtitle" id="tag58" href="#note58">[58]</a></h3>
-
-<p>
-Dell’umiltà si vede somma sperienza nello
-agnello; il quale si sottomette a ogni animale,
-e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati
-leoni, a quelli si sottomettono, come
-alla propria madre, in modo che, spesse volte,
-s’è visto i leoni non li volere occidere.
-</p>
-
-<h3>XXIX. — SUPERBIA.<a class="tagtitle" id="tag59" href="#note59">[59]</a></h3>
-
-<p>
-Il falcone, per la sua alterigia e superbia,
-vole signoreggiare e sopraffare tutti li altri
-uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera
-essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone
-assaltare l’aquila, regina delli uccelli.
-</p>
-
-<h3>XXX. — ASTINENZA.<a class="tagtitle" id="tag60" href="#note60">[60]</a></h3>
-
-<p>
-Il salvatico asino, quando va alla fonte
-per bere e truova l’acqua intorbidata, non
-arà mai sì gran sete, che non s’astenga di
-bere, e aspetti ch’essa acqua si rischiari.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — GOLA.<a class="tagtitle" id="tag61" href="#note61">[61]</a></h3>
-
-<p>
-Il voltore <span class="inl-note">[l’avoltoio]</span> è tanto sottoposto alla gola,
-che andrebbe mille miglia per mangiare d’una
-carogna; e per questo seguita (li eserciti).
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-</p>
-
-<h3>XXXII. — CASTITÀ.<a class="tagtitle" id="tag62" href="#note62">[62]</a></h3>
-
-<p>
-La tortora non fa mai fallo al suo compagno,
-e, se l’uno more, l’altro osserva perpetua
-castità, e non si posa mai su ramo
-verde, e non bee mai acqua chiara.
-</p>
-
-<h3>XXXIII. — LUSSURIA.<a class="tagtitle" id="tag63" href="#note63">[63]</a></h3>
-
-<p>
-Il palpistrello <span class="inl-note">[pipistrello, come al n. LXIII]</span>, per la sua isfrenata lussuria,
-non osserva alcuno universale modo <span class="inl-note">[regolare modo, costante]</span>
-di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina
-con femmina, sì come a caso si trovano,
-insieme usano il lor coito.
-</p>
-
-<h3>XXXIV. — MODERANZA.<a class="tagtitle" id="tag64" href="#note64">[64]</a></h3>
-
-<p>
-L’ermellino, per la sua moderanza, non
-mangia se non una sola volta il dì, e prima
-si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire
-nella infangata tana — per non maculare
-la sua gentilezza.
-</p>
-
-<h3>XXXV. — AQUILA.<a class="tagtitle" id="tag65" href="#note65">[65]</a></h3>
-
-<p>
-L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in
-alto che abbrucia le sue penne, e natura consente
-che si rinnovi in gioventù, cadendo
-nella poca acqua. E, se i sua nati non po’ <span class="inl-note">[possono]</span>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-sostener la vista del sole, non li pasce. Nessuno
-uccel, che non vole morire, non s’accosti
-al suo nido! Gli animali che forte la
-temano! Ma essa a lor non noce <span class="inl-note">[Sott.: senza che sia provocata]</span>: sempre
-lascia rimanente della sua preda.
-</p>
-
-<h3>XXXVI. — LUMERPA <span class="inl-note">[uccello favoloso]</span>. FAMA.<a class="tagtitle" id="tag66" href="#note66">[66]</a></h3>
-
-<p>
-Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende
-sì forte che toglie le sue ombre, e morendo
-non perde esso lume, e mai li cade più le
-penne, e la penna, che si spicca, più non luce.
-</p>
-
-<h3>XXXVII. — PELLICANO.<a class="tagtitle" id="tag67" href="#note67">[67]</a></h3>
-
-<p>
-Questo porta grande amore a’ sua nati, e,
-trovando quelli nel nido morti dal serpente,
-si punge a riscontro al core, e, col suo piovente
-sangue bagnandoli, li torna in vita.
-</p>
-
-<h3>XXXVIII. — SALAMANDRA.<a class="tagtitle" id="tag68" href="#note68">[68]</a></h3>
-
-<p>
-La salamandra nel foco raffina la sua scorza.
-Per la virtù <span class="inl-note">[detto per la virtù, simbolo della virtù]</span>: questa non ha membra
-passive <span class="inl-note">[non patisce, non soffre]</span>, e non si prende la cura d’altro
-cibo che di foco, e spesso in quello rinnova
-la sua scorza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-</p>
-
-<h3>XXXIX. — CAMALEON <span class="inl-note">[camaleonte]</span>. <a class="tagtitle" id="tag69" href="#note69">[69]</a></h3>
-
-<p>
-Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta
-tutti li uccelli; e, per istare più salvo,
-vola sopra le nube, e trova aria tanto
-sottile, che non po’ sostenere uccello, che lo
-seguiti.
-</p>
-
-<p>
-A questa altezza non va se non a chi
-da’ cieli è dato, cioè dove vola il camaleone.
-</p>
-
-<h3>XL. — ALEPO PESCE.<a class="tagtitle" id="tag70" href="#note70">[70]</a></h3>
-
-<p>
-Alepo non vive fori dell’acqua.
-</p>
-
-<h3>XLI. — STRUZZO.<a class="tagtitle" id="tag71" href="#note71">[71]</a></h3>
-
-<p>
-Questo converte il ferro in suo nutrimento;
-cova l’ova colla vista. Per l’arme <span class="inl-note">[detto per l’armi, simbolo delle armi]</span>,
-nutrimento de’ capitani.
-</p>
-
-<h3>XLII. — CIGNO.<a class="tagtitle" id="tag72" href="#note72">[72]</a></h3>
-
-<p>
-Cigno è candido, sanza alcuna macchia
-e dolcemente canta nel morire; il qual canto
-termina la vita.
-</p>
-
-<h3>XLIII. — CICOGNA.<a class="tagtitle" id="tag73" href="#note73">[73]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da
-sè il male; se truova la compagna in fallo,
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli
-la covano e pascano, in fin che more.
-</p>
-
-<h3>XLIV. — CICALA.<a class="tagtitle" id="tag74" href="#note74">[74]</a></h3>
-
-<p>
-Questa col suo canto fa tacere il cucco <span class="inl-note">[cuculo]</span>;
-more nell’olio e rinasce nell’aceto; canta
-per li ardenti caldi.
-</p>
-
-<h3>XLV. — BASALISCO.<a class="tagtitle" id="tag75" href="#note75">[75]</a></h3>
-
-<p>
-Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti,
-la donnola, per lo mezzo della ruta,
-combatte con esso, e sì l’uccide.
-</p>
-
-<h3>XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.</h3>
-
-<p>
-Questo porta ne’ denti la subita morte, e,
-per non sentire l’incanti, colla coda si stóppa
-li orecchi.
-</p>
-
-<h3>XLVII. — DRAGO.<a class="tagtitle" id="tag76" href="#note76">[76]</a></h3>
-
-<p>
-Questo lega le gambe al liofante, e quel
-li cade adosso, e l’uno e l’altro more. E, morendo,
-fa sua vendetta.
-</p>
-
-<h3>XLVIII. — VIPERA.<a class="tagtitle" id="tag77" href="#note77">[77]</a></h3>
-
-<p>
-Quest’ha nel suo <span class="inl-note">[ha di proprio, di particolare]</span>, ch’apre bocca, e nel fine
-strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-figlioli, in corpo cresciuti, straccian il ventre,
-e occidano la madre.
-</p>
-
-<h3>XLIX. — SCORPIONE.<a class="tagtitle" id="tag78" href="#note78">[78]</a></h3>
-
-<p>
-La sciliva sputa a digiuno sopra dello
-scorpione, l’occide; a similitudine dell’astinenza
-della gola, che tolle via e occide le
-malattie, che da essa gola dipendano, e apre
-la strada alle virtù.
-</p>
-
-<h3>L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.<a class="tagtitle" id="tag79" href="#note79">[79]</a></h3>
-
-<p>
-Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide.
-Poi che l’ha morto, con lamentevole voce
-e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento,
-crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che,
-per ogni più lieve cosa, s’empie il viso di lagrime,
-mostrando un cor di tigre, e rallegrasi
-in cor dell’altrui male, con pietoso volto.
-</p>
-
-<h3>LI. — BOTTA <span class="inl-note">[rospo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag80" href="#note80">[80]</a></h3>
-
-<p>
-La botta fugge la luce del sole, e, se pure
-per forza è tenuta, sgonfia tanto che s’asconde
-la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così
-fa chi è nimico della chiara e lucente virtù,
-che non po’, se non con insgonfiato animo,
-forzatamente starle davanti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<h3>LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.<a class="tagtitle" id="tag81" href="#note81">[81]</a></h3>
-
-<p>
-Il bruco <span class="inl-note">[Sott.: simboleggia la virtù]</span>, che, mediante l’esercitato studio
-di tessere con mirabile artifizio e sottile
-lavoro intorno a sè la nova abitazione, esce
-poi fori di quella colle dipinte e belle ali,
-con quelle lanciandosi in verso il cielo.
-</p>
-
-<h3>LIII. — RAGNO.<a class="tagtitle" id="tag82" href="#note82">[82]</a></h3>
-
-<p>
-Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa
-e maestrevole tela, la quale gli rende, per
-benefizio, la presa preda.
-</p>
-
-<h3>LIV. — LEONE.<a class="tagtitle" id="tag83" href="#note83">[83]</a></h3>
-
-<p>
-Questo animale col suo tonante grido desta
-i sua figlioli, dopo il terzo giorno nati,
-aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi:
-e tutte le fiere, che nella selva sono, fuggano.
-</p>
-
-<p>
-Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù,
-che, mediante il grido delle laude, si svegliano,
-e crescano li studi onorevoli, che sempre
-più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido
-fuggano, cessandosi <span class="inl-note">[allontanandosi]</span> dai virtuosi.
-</p>
-
-<p>
-Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè
-non s’intenda il suo viaggio per i nimici.
-Questo sta bene ai capitani a celare
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-i segreti del suo animo, acciò che’ nimici non
-cognoscano i sua tratti <span class="inl-note">[le sue astuzie; i suoi disegni]</span>.
-</p>
-
-<h3>LV. — TARANTA <span class="inl-note">[tarantola]</span>.<a class="tagtitle" id="tag84" href="#note84">[84]</a></h3>
-
-<p>
-Il morso della taranta mantiene l’omo
-nel suo proponimento, cioè in quello che
-pensava, quando fu morso.
-</p>
-
-<h3>LVI. — DUCO O CIVETTA.<a class="tagtitle" id="tag85" href="#note85">[85]</a></h3>
-
-<p>
-Queste castigano i loro schermidori, privandoli
-di vita, che così ha ordinato natura,
-perchè si cibino.
-</p>
-
-<h3>LVII. — LEOFANTE.<a class="tagtitle" id="tag86" href="#note86">[86]</a></h3>
-
-<p>
-Il grande elefante ha, per natura, quel
-che raro negli omini si truova, cioè probità,
-prudenza, equità e osservanza in religione.
-Imperocchè, quando la luna si rinnova, questi
-vanno ai fiumi e, quivi purgandosi, solennemente
-si lavano, e così, salutato il pianeta,
-si ritornano alle selve. E, quando sono ammalati,
-stando supini, gittano l’erbe verso
-il cielo, quasi come se sacrificare volessino.
-</p>
-
-<p>
-Sotterra li denti, quando per vecchiezza
-gli caggiano; de’ sua denti, l’uno adopra a
-cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-la punta per combattere. Quando sono
-superati da’ cacciatori e che la stanchezza
-gli vince, percotesi li denti l’elefante e,
-quelli trattosi, con essi si ricomprano.
-</p>
-
-<p>
-Sono clementi e conoscano i pericoli: e,
-se esso trova l’omo solo e smarrito, piacevolmente
-lo rimette sulla perduta strada;
-se truova le pedate dell’omo, prima che veda
-l’omo, esso teme tradimento, onde si ferma
-e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno
-schiera, e vanno assentitamente <span class="inl-note">[cautamente]</span>.
-</p>
-
-<p>
-Questi vanno sempre a schiere, e ’l più
-vecchio va innanzi, e ’l secondo d’età resta
-l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano
-vergogna: non usano il loro coito, se non
-di notte di nascosto, e non tornano, dopo il
-coito, alli armenti, se prima non si lavano
-nel fiume; non combattono ma’ femmine, come
-gli altri animali. È di tanto clemente, che
-mal volentieri, per natura, non noce ai men
-possenti di sè, e, scontrandosi nella mandria
-e greggi delle pecore, colla sua mano le pone
-da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai
-noce, se non sono provocati. Quando son caduti
-nella fossa, gli altri con rami, terra e
-sassi riempiano la fossa, in modo alzano il
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-fondo, ch’esso facilmente riman libero. Temano
-forte lo stridere de’ porci, e fuggan
-indirieto, e non fa manco danno poi co’ piedi
-a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ fiumi, e
-sempre vanno vagabondi intorno a quegli,
-e per lo gran peso non possan notare; divorano
-le pietre, i tronchi degli alberi son loro
-gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le
-mosche si dilettano del suo odore e, posandosele
-adosso, quello arrappa <span class="inl-note">[Qui: aggrinza, increspa]</span> la pelle e, fra
-le pieghe strette, l’uccide.
-</p>
-
-<p>
-Quando passano i fiumi, mandano i figlioli
-diverso il calar dell’acqua, e, stando loro inverso
-l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua,
-a ciò che ’l corso non li menasse via.
-</p>
-
-<p>
-Il drago se li getta sotto il corpo, colla
-coda l’annoda le gambe, e coll’ali e colle
-branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna,
-e ’l liofante li cade adosso, e il drago
-schioppa e così, colla sua morte, del nemico
-si vendica.
-</p>
-
-<h3>LVIII. — IL DRAGONE.<a class="tagtitle" id="tag87" href="#note87">[87]</a></h3>
-
-<p>
-Questi s’accompagnan insieme, e si tessano
-a uso di ratiti <span class="inl-note">[Plinio: <span class="upright">cratium modo</span>, a uso di graticci]</span>, e, colla testa levata,
-passano i paduli, e notano, dove trovan migliore
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-pastura, e, se così non si unissin, annegherebbono.
-Così fa unione.
-</p>
-
-<h3>LIX. — SERPENTE.<a class="tagtitle" id="tag88" href="#note88">[88]</a></h3>
-
-<p>
-Il serpente, grandissimo animale, quando
-vede alcuno uccello per l’aria, tira a sè sì
-forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca.
-Marco Regulo, consulo dello esercito romano,
-fu col suo esercito da un simile animale assalito
-e quasi rotto. Il quale animale, essendo
-morto per una macchina murale, fu misurato
-125 piedi, cioè 64 braccia e ½: avanzava
-colla testa tutte le piante d’una selva.
-</p>
-
-<h3>LX. — BOA.<a class="tagtitle" id="tag89" href="#note89">[89]</a></h3>
-
-<p>
-Questa è gran biscia, la quale con sè medesima
-s’aggrappa alle gambe della vacca,
-in modo non si mova, poi la tetta, in modo
-che quasi la dissecca. Di questa spezie, a
-tempo di Claudio imperadore, sul monte Vaticano
-ne fu morta una, che aveva un putto
-intero in corpo, il quale avea tranghiottito.
-</p>
-
-<h3>LXI. — MACLI <span class="inl-note">[Plinio: sorta di gran cervo (<span class="upright">cervus alces</span>)]</span> PEL SONNO È GIUNTA.<a class="tagtitle" id="tag90" href="#note90">[90]</a></h3>
-
-<p>
-Questa bestia nasce in Iscandinavia isola,
-ha forma di gran cavallo, se non che la gran
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano;
-pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè
-ha sì lungo il labbro di sopra che, pascendo
-innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un
-pezzo, per questo, quando vol dormire, s’appoggia
-a uno albero, e i cacciatori, intendendo
-il loco usato a dormire, segan quasi
-tutta la pianta, e, quando questo poi vi s’appoggia
-nel dormire, per lo sonno cade; i cacciatori
-così lo pigliano, e ogni altro modo
-di pigliarlo è vano, perchè è d’incredibile
-velocità nel correre.
-</p>
-
-<h3>LXII. — BONASO <span class="inl-note">[bisonte]</span> NOCE COLLA FUGA.<a class="tagtitle" id="tag91" href="#note91">[91]</a></h3>
-
-<p>
-Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini
-simile al cavallo, in tutte l’altre parte è simile
-al toro, salvo che le sue corna sono in
-modo piegate indentro che non po’ cozzare,
-e per questo non ha altro scampo che la
-fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di
-400 braccia del suo corso — il quale, dove
-tocca, abbrucia come foco.
-</p>
-
-<h3>LXIII. — PALPISTRELLO.<a class="tagtitle" id="tag92" href="#note92">[92]</a></h3>
-
-<p>
-Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e,
-come più guarda il sole, più s’accieca. Pel
-vizio, che non po’ stare dov’è la virtù.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<h3>LXIV. — PERNICE.<a class="tagtitle" id="tag93" href="#note93">[93]</a></h3>
-
-<p>
-Questa si trasmuta di femmina in maschio,
-e dimentica il primo sesso, e fura <span class="inl-note">[ruba, rapisce]</span> per
-invidia l’ova all’altre, ma i nati seguitano
-la vera madre.
-</p>
-
-<h3>LXV. — RONDINE.<a class="tagtitle" id="tag94" href="#note94">[94]</a></h3>
-
-<p>
-Questa co’ la celidonia <span class="inl-note">[Sorta di pietra favolosa, che si dice trovarsi
-in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII]</span> ’lumina i sua ciechi
-nati.
-</p>
-
-<h3>LXVI. — ERMELLINO.<a class="tagtitle" id="tag95" href="#note95">[95]</a></h3>
-
-<p>
-Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino
-prima vol morire che ’mbrattarsi.
-</p>
-
-<h3>LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI.</h3>
-
-<p>
-Queste tengano l’unghie nella guaina, e
-mai le sfoderano, se non è adosso alla preda
-o nemico.
-</p>
-
-<h3>LXVIII. — LEONESSA.<a class="tagtitle" id="tag96" href="#note96">[96]</a></h3>
-
-<p>
-Quando la leonessa difende i figlioli dalle
-man de’ cacciatori, per non si spaventare
-dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò
-che là, per sua fuga, i figli non sieno prigioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-</p>
-
-<h3>LXIX. — LEONE.<a class="tagtitle" id="tag97" href="#note97">[97]</a></h3>
-
-<p>
-Questo sì terribile animale niente teme
-più che lo strepito delle vòte carrette e simile
-il canto de’ galli; teme assai nel vederli
-e con pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e
-forte invilisce quando ha coperto il
-volto.
-</p>
-
-<h3>LXX. — PANTERE IN AFRICA.<a class="tagtitle" id="tag98" href="#note98">[98]</a></h3>
-
-<p>
-Questa ha forma di leonessa, ma è più
-alta di gambe e più sottile e lunga e tutta
-bianca e punteggiata di macchie nere, a modo
-di rosette; di questa si dilectano tutti li animali
-di vedere, e sempre le starebbon dintorno
-se non fussi la terribilità del suo viso:
-onde essa, questo conoscendo, asconde il viso,
-e li animali circustanti s’assicurano e fannosi
-vicini per meglio potere fruire <span class="inl-note">[godere]</span> tanta
-bellezza, onde questa subito piglia il più
-vicino e subito lo divora.
-</p>
-
-<h3>LXXI. — CAMMELLI.<a class="tagtitle" id="tag99" href="#note99">[99]</a></h3>
-
-<p>
-Quegli Battriani hanno due gobbi, gli
-Arabi uno; sono veloci in battaglia e utilissimi
-a portare le some. Questo animale
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-ha regola e misura osservantissima, perchè
-non si move, se ha più carico che l’usato, e, se
-fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma,
-onde lì bisogna a’ mercatanti alloggiare.
-</p>
-
-<h3>LXXII. — TIGRE.<a class="tagtitle" id="tag100" href="#note100">[100]</a></h3>
-
-<p>
-Questa nasce in Ircania, la quale è simile
-alquanto alla pantera per le diverse macchie
-della sua pelle, ed è animale di spaventevole
-velocità. Il cacciatore, quando truova
-i sua figli, li rapisce, subito ponendo specchi
-nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce
-cavallo, si fugge. La pantera, tornando, trova
-li specchi fermi in terra, ne’ quali, vedendo
-sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando
-colle zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante
-l’odore de’ figli, seguita il cacciatore,
-e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia
-uno de’ figlioli, e questa lo piglia e portalo
-al nido, e subito rigiugne sul cacciatore, e
-fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in
-barca.
-</p>
-
-<h3>LXXIII. — CATOPLEAS <span class="inl-note">[Plinio: <span class="upright">catoblepas</span>, sorta di serpente]</span>.<a class="tagtitle" id="tag101" href="#note101">[101]</a></h3>
-
-<p>
-Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto
-Nigricapo, è animale non troppo grande e
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta
-grandezza che malagevolmente lo porta, in
-modo che sempre sta chinato inverso la terra,
-altremente sarebbe di somma peste alli
-omini, perchè qualunque è veduto da’ sua
-occhi subito more.
-</p>
-
-<h3>LXXIV. — BASILISCO.<a class="tagtitle" id="tag102" href="#note102">[102]</a></h3>
-
-<p>
-Questo nasce nella provincia Arenaica,
-e non è maggiore che 12 dita, e ha in capo
-una macchia bianca a similitudine di diadema;
-col fischio caccia ogni serpente, a similitudine
-di serpe, ma non si move con torture,
-anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi
-che uno di questi, essendo morto con un aste
-da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno
-discorrendo su per l’aste, non che l’omo,
-ma il cavallo morì. Guasta le biade, e, non
-solamente quelle che tocca, ma quelle dove
-soffia; secca l’erbe, spezza i sassi.
-</p>
-
-<h3>LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.<a class="tagtitle" id="tag103" href="#note103">[103]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, trovando la tana del basilisco,
-coll’odore della sua sparsa orina, l’occide:
-l’odore della quale orina ancora, spesse volte,
-essa donnola occide.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXVI. — CERASTE <span class="inl-note">[Plinio: Altra sorta di serpente]</span>.<a class="tagtitle" id="tag104" href="#note104">[104]</a></h3>
-
-<p>
-Queste hanno quattro piccioli corni mobili,
-onde, quando si vogliano cibare, nascondano
-sotto le foglie tutta la persona, salvo
-esse cornicina; le quali movendo, pare agli
-uccelli quelli essere piccioli vermini, che
-scherzino, onde subito si calano per beccarli,
-e questa subito s’avviluppa loro in cerchio,
-e sì li divora.
-</p>
-
-<h3>LXXVII. — AMFESIBENE.<a class="tagtitle" id="tag105" href="#note105">[105]</a></h3>
-
-<p>
-Questa ha due teste, l’una nel suo loco,
-l’altra nella coda, come se non bastassi, che
-da un solo loco gittassi il veneno.
-</p>
-
-<h3>LXXVIII. — IACULO <span class="inl-note">[Plinio: serpe velenoso]</span>.<a class="tagtitle" id="tag106" href="#note106">[106]</a></h3>
-
-<p>
-Questa sta sopra le piante, e si lancia come
-dardo, e passa attraverso le fiere, e l’uccide.
-</p>
-
-<h3>LXXIX. — ASPIDO.<a class="tagtitle" id="tag107" href="#note107">[107]</a></h3>
-
-<p>
-Il morso di questo animale non ha rimedio,
-se non di subito tagliare le parti
-morse. Questo sì pestifero animale ha tale
-affezione nella sua compagna, che sempre
-vanno accompagnati; che, se per disgrazia
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-l’uno di loro è morto, l’altro, con incredibile
-velocità, seguita l’ucciditore; ed è tanto attento
-e sollecito alla vendetta, che vince
-ogni difficultà, passando ogni esercito. Solo
-il suo nemico cerca offendere, e passa ogni
-spazio, e non si può schifarlo, se non col passare
-l’acque o con velocissima fuga. Ha li
-occhi in dentro e grandi orecchi, e più lo
-move l’audito che ’l vedere.
-</p>
-
-<h3>LXXX. — ICNEUMONE <span class="inl-note">[Volg.: topo di Faraone]</span>.<a class="tagtitle" id="tag108" href="#note108">[108]</a></h3>
-
-<p>
-Questo animale è mortale nemico all’aspido
-nasce in Egitto, e, quando vede presso
-al suo sito alcuno aspido, subito corre alla
-litta <span class="inl-note">[Minutissima arena, che si suol trovare vicino
-a’ fiumi o torrenti; come al n. LXXXIII]</span> over fango del Nilo, e con quello tutto
-s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di
-fango s’imbratta, e, così seccando l’un dopo
-l’altro, si fa tre o quattro veste, a similitudine
-di corazza; e di poi assalta l’aspido,
-e ben contrasta con quello, in modo che, tolto
-il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza.
-</p>
-
-<h3>LXXXI. — COCODRILLO.<a class="tagtitle" id="tag109" href="#note109">[109]</a></h3>
-
-<p>
-Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi,
-nuoce in terra e in acqua, nè altro terrestre
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-animale ai truova sanza lingua, che questo,
-e solo morde movendo la mascella di sopra;
-cresce insino in 40 piedi, è unghiato, armato
-d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in
-terra, e la notte in acqua. Questo, cibato di
-pesci, s’addormenta sulla riva del Nilo colla
-bocca aperta, e l’uccello detto trochilo <span class="inl-note">[<span class="upright">troglodites</span> o reatino]</span>, piccolissimo
-uccello, subito li corre alla bocca e,
-saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando
-il rimaso cibo, e, così stuzzicandolo
-con dilettevole voluttà, lo ’nvita aprire tutta
-la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto
-dal eumone <span class="inl-note">[icneumone, vedi n. LXXX]</span>, subito si li lancia in bocca e,
-foratoli lo stomaco e le budella, finalmente
-l’uccide.
-</p>
-
-<h3>LXXXII. — DELFINO.<a class="tagtitle" id="tag110" href="#note110">[110]</a></h3>
-
-<p>
-La natura ha dato tal cognizione alli animali
-che, oltre al conoscere la loro comodità,
-e’ conoscono la incomodità del nimico, onde
-intende il delfino quanto vaglia il taglio dello
-sue pinne, posteli sulla schiena, e quanto sia
-tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor
-combattere si li caccia sotto, e tagliali la
-pancia, e così l’uccide.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo
-a chi lo caccia.
-</p>
-
-<h3>LXXXIII. — HIPPOTAMO <span class="inl-note">[ippopotamo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag111" href="#note111">[111]</a></h3>
-
-<p>
-Questo, quando si sente aggravatola cercando
-le spine o, dove sia, i rimanenti de’ tagliati
-canneti, e lì tanto frega una vena, che
-la taglia e, cavato il sangue che li abbisogna,
-colla litta s’infanga e risalda la piaga. Ha
-forma quasi come cavallo, l’unghia fessa,
-coda torta e denti di cinghiale, còllo con
-crini, la pelle non si po’ passare se non si
-bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi
-allo ’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito.
-</p>
-
-<h3>LXXXIV. — IBIS.<a class="tagtitle" id="tag112" href="#note112">[112]</a></h3>
-
-<p>
-Questo ha similitudine colla cicogna, e,
-quando si sente ammalato, empie il gozzo
-d’acqua, e col becco si fa un cristero <span class="inl-note">[clistere]</span>.
-</p>
-
-<h3>LXXXV. — CERVI.<a class="tagtitle" id="tag113" href="#note113">[113]</a></h3>
-
-<p>
-Questo, quando si sente morso dal ragno
-detto falange, mangia de’ granchi, e si libera
-di tal veneno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXXVI. — LUSERTE <span class="inl-note">[lucertola]</span>.<a class="tagtitle" id="tag114" href="#note114">[114]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, quando combatte colle serpe,
-mangia la cicerbita <span class="inl-note">[Linneo: <span class="upright">sonchus oleraceus</span> (pianta)]</span>, e son libere.
-</p>
-
-<h3>LXXXVII. — RONDINE.<a class="tagtitle" id="tag115" href="#note115">[115]</a></h3>
-
-<p>
-Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli
-col sugo della celidonia.
-</p>
-
-<h3>LXXXVIII. — BELLOLA.<a class="tagtitle" id="tag116" href="#note116">[116]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, quando caccia ai ratti, mangia
-prima della ruta.
-</p>
-
-<h3>LXXXIX. — CINGHIALE.<a class="tagtitle" id="tag117" href="#note117">[117]</a></h3>
-
-<p>
-Questo medica i sua mali mangiando della
-edera.
-</p>
-
-<h3>XC. — SERPE.<a class="tagtitle" id="tag118" href="#note118">[118]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, quando si vol rennovare, gitta il
-vecchio scoglio <span class="inl-note">[scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe]</span>, comenciandosi dalla testa;
-mutasi ’n un dì e una nocte.
-</p>
-
-<h3>XCI. — PANTERA.<a class="tagtitle" id="tag119" href="#note119">[119]</a></h3>
-
-<p>
-Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora,
-ancora combatte coi cani e cacciatori.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<h3>XCII. — CAMALEONE.<a class="tagtitle" id="tag120" href="#note120">[120]</a></h3>
-
-<p>
-Questo piglia sempre il colore della cosa,
-dove si posa, onde, insieme colle frondi dove
-si posano, spesso dalli elefanti son divorati.
-</p>
-
-<h3>XCIII. — CORBO <span class="inl-note">[corvo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag121" href="#note121">[121]</a></h3>
-
-<p>
-Questo, quando ha ucciso il camaleone,
-si purga coll’alloro.
-</p>
-
-<h3>XCIV. — MAGNANIMITÀ.</h3>
-
-<p>
-Il falcone non piglia se non uccelli grossi,
-e prima more che mangiare carne di non
-bono odore.
-</p>
-
-<h3>XCV. — GRU.</h3>
-
-<p>
-Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per
-cattiva guardia, la notte li stanno dintorno
-con pietre in piè.
-</p>
-
-<p>
-Amor, timor e reverenza: questo scrivi
-in tre sassi di gru.
-</p>
-
-<h3>XCVI. — CARDELLINO.</h3>
-
-<p>
-Il calderugio <span class="inl-note">[cardellino]</span> dà il tortomalio <span class="inl-note">[titimalo, titimaglio, pianta del genere <span class="upright">euforbia</span>]</span> a’ figlioli
-ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<h3>XCVII. — DELL’ANTIVEDERE.</h3>
-
-<p>
-Il gallo non canta, se prima tre volte
-non batte l’ali; il papagallo, nel mutarsi
-pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima
-messo il becco.
-</p>
-
-<h3>XCVIII. — PER BEN FARE.</h3>
-
-<p>
-Per il ramo della noce, — che solo è percosso
-e battuto, quand’e’ ha condotto a perfezione
-li sua frutti, — si dinota quelli, che,
-mediante il fine delle loro famose opere, son
-percossi dalla invidia per diversi modi.
-</p>
-
-<h3>XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Per lo spino, insiditoli <span class="inl-note">[innestatogli]</span> sopra boni frutti,
-significa quello, che per se non era disposto
-a virtù, ma mediante l’aiuto del precettore
-dà di sè utilissime virtù.
-</p>
-
-<h3>C. — DEL LINO.</h3>
-
-<p>
-Il lino è dedicato a morte e corruzione
-de’ mortali: a morte pe’ lacciuoli delli uccelli,
-animali e pesci; a corruzione per le
-tele line dove s’involgano i morti, che si
-sotterrano, i quali si corrompono in tali tele.
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco,
-se esso non comincia a macerarsi o
-corrompersi, e questo è quello col quale si
-deve incoronare e ornare li uffizî funerali.
-</p>
-
-<h3>CI. — FRAMMENTO.</h3>
-
-<p>
-Per il pannolino, che si tien colla mano
-nel corso dell’acqua corrente, nella quale
-acqua il panno lascia tutte le sue brutture,
-significa questo ec.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pensieri">I PENSIERI.</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pscienza">PENSIERI SULLA SCIENZA.</h2>
-
-<h3>I. — LA TEORIA E LA PRATICA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Bisognati descrivere la teorica e poi la
-pratica.
-</p>
-
-<h3>II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO
-LA PRATICA SANZA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Quelli, che s’innamoran di pratica sanza
-scienza, son come ’l nocchiere, ch’entra in
-navilio sanza timone o bussola, che mai ha
-certezza dove si vada.
-</p>
-
-<p>
-Sempre la pratica dev’esser edificata sopra
-la bona teorica; della quale la <i>Prospettiva</i>
-è guida e porta, e, sanza questa, nulla
-si fa bene ne’ casi di pittura.
-</p>
-
-<h3>III. — PARAGONE DEL PRATICO.</h3>
-
-<p>
-Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio
-d’occhio, sanza ragione, è come lo specchio,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-che in sè imita tutte le a sè contrapposte
-cose, sanza cognizione d’esse.
-</p>
-
-<h3>IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA
-ALLA PRATICA.</h3>
-
-<p>
-La scienza è il capitano, e la pratica sono
-i soldati.
-</p>
-
-<h3>V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Studia prima la scienza, e poi seguita la
-pratica, nata da essa scienza.
-</p>
-
-<h3>VI. — CONSIGLIO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-E tu, pittore, che desideri la grandissima
-pratica, hai da intendere, che, se tu non la
-fai sopra bon fondamento delle cose naturali,
-tu farai opere assai con poco onore e
-men guadagno; e se la farai buona, l’opere
-tue saranno molte e bone, con grand’onor
-tuo e molta utilità.
-</p>
-
-<h3>VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Dice qui l’avversario, che non vuole tanta
-scienza, che gli basta la pratica del ritrarre
-le cose naturali. Al quale si risponde, che
-di nessuna cosa è, che più c’inganni, che
-fidarsi del nostro giudicio, sanz’altra ragione,
-come prova sempre la sperienza, nemica
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-degli Alchimisti, Negromanti e altri
-semplici ingegni.
-</p>
-
-<h3>VIII. — SUL FATTO ANATOMICO
-DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO
-NEL FANCIULLO.</h3>
-
-<p>
-La natura ci compone prima la grandezza
-della casa dello intelletto <span class="inl-note">[il cranio, la testa]</span>, che quella delli
-spiriti vitali <span class="inl-note">[il petto]</span>.
-</p>
-
-<h3>IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA
-DALLA PRATICA.</h3>
-
-<p>
-Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla
-pratica.
-</p>
-
-<p>
-La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua
-pratica, e, in molte parte, essa <span class="inl-note">[Sott.: pratica]</span> non s’accorda
-con essa scienza, nè è possibile accordarla;
-e questo nasce dalli poli delle bilancie,
-mediante li quali di tali pesi si fa scienza,
-li quali poli, appresso li antichi filosofi, furo
-li poli posti di natura di linia matematica,
-e in alcun loco in punti matematici, li quali
-punti e linie sono incorporei: e la pratica
-li pone corporei, perchè così comanda necessità,
-volendo sostenere il peso d’esse bilancie,
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-insieme colli pesi <span class="inl-note">[Sott.: che]</span> sopra di lor si
-giudicano.
-</p>
-
-<p>
-Ho trovato essi antichi essersi ingannati
-in esso giudizio de’ pesi, e questo inganno
-è nato perchè in gran parte della loro scienza
-hanno usati poli corporei, e in gran parte
-poli matematici, cioè mentali, overo incorporei.<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>
-</p>
-
-<h3>X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE
-SENZA APPLICAZIONE PRATICA.</h3>
-
-<p>
-Tutte le scienze, che finiscono in parole,
-hanno sì presto morte, come vita, eccetto
-la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è
-parte meccanica.
-</p>
-
-<h3>XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Fuggi quello studio, del quale la resultante
-opera muore insieme coll’operante
-d’essa.
-</p>
-
-<h3>XII. — RICORDI DI LEONARDO.</h3>
-
-<p>
-Quando tu metti insieme la <i>Scienza de’ moti
-dell’acqua</i>, ricordati di mettere, di sotto a
-ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a
-ciò che tale scienza non sia inutile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<h3>XIII. — LA DISTRIBUZIONE
-DEI SUOI TRATTATI.</h3>
-
-<p>
-Da profondare un canale: fa questo nel
-libro <i>De’ giovamenti</i>, e, nel provarli, allega
-le proposizioni provate; e questo è il vero
-ordine, perchè, se tu volessi mostrare il
-giovamento a ogni proposizione, ti bisognerebbe
-ancora fare novi strumenti per
-provar tale utilità, e così confonderesti l’ordine
-de’ quaranta libri, e così l’ordine delle
-figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica
-con teorica, che sarebbe cosa confusa e interrotta.
-</p>
-
-<h3>XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE.</h3>
-
-<p>
-L’acquisto di qualunque cognizione è
-sempre utile allo intelletto, perchè potrà
-scacciare da sè le cose inutili, e riservare
-le buone. Perchè nessuna cosa si può amare
-nè odiare, se prima non si ha cognizion di
-quella.
-</p>
-
-<h3>XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO
-AL SAPERE.</h3>
-
-<p>
-Naturalmente li omini boni desiderano
-sapere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<h3>XVI. — PIACERE, CHE NASCE
-DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA.</h3>
-
-<p>
-Alli ambiziosi, che non si contentano del
-benefizio della vita, nè della bellezza del
-mondo, è dato per penitenza che lor medesimi
-strazino essa vita, e che non posseggano
-la utilità e bellezza del mondo.
-</p>
-
-<h3>XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI
-DELLE SUE OPERE.<a class="tagtitle" id="tag123" href="#note123">[123]</a></h3>
-
-<p>
-So che molti diranno questa essere opra
-inutile, e questi fieno quelli, de’ quali Deometro <span class="inl-note">[Demetrio]</span>
-disse, non faceva conto più del vento,
-il quale nella lor bocca causava le parole,
-che del vento, ch’usciva dalla parte di sotto;
-uomini quali hanno solamente desiderio di
-corporal ricchezze, diletto, e interamente
-privati di quello della sapienza, cibo e veramente
-sicura ricchezza dell’anima: perchè
-quant’è più degna l’anima che ’l corpo, tanto
-più degne fien le ricchezze dell’anima, che
-del corpo.
-</p>
-
-<p>
-E spesso, quando vedo alcun di questi
-pigliare essa opera in mano, dubito non sì,
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che
-mi domandi s’è cosa mangiativa.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI
-DELLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Demetrio solea dire, non essere differenza
-dalle parole e voce dell’imperiti ignoranti,
-che sia da soni o strepiti causati dal ventre,
-ripieno di superfluo vento. E questo non
-sanza ragion dicea, imperocchè lui non reputava
-esser differenza da qual parte costoro
-mandassino fuora la voce, o da la parte inferiore
-o da la bocca, che l’una e l’altra eran
-di pari valimento e sustanzia.
-</p>
-
-<h3>XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA
-DEL CORPO UMANO.</h3>
-
-<p>
-Non mi pare, che li omini grossi e di
-tristi costumi e di poco discorso meritino
-sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti,
-quanto li omini speculativi e di
-gran discorsi, ma solo un sacco dove si riceva
-il cibo e donde esso esca; che, invero,
-altro che un transito di cibo non son da essere
-giudicati, perchè niente mi pare che essi
-partecipino di spece umana, altro che la voce
-e la figura; e tutto il resto è assai manco
-che bestia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-</p>
-
-<h3>XX. — CONTRO GLI UOMINI,
-CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE.</h3>
-
-<p>
-Ecci alcuni, che non altramenti che transito
-di cibo e aumentatori di sterco e riempitori
-di destri <span class="inl-note">[latrine]</span> chiamarsi debbono; perchè
-per loro non altro nel mondo, o pure alcuna
-virtù in opera si mette, perchè di loro altro
-che pieni destri non resta.
-</p>
-
-<h3>XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA.</h3>
-
-<p>
-La cognizion del tempo preterito e del
-sito della terra è ornamento e cibo delle
-menti umane.
-</p>
-
-<h3>XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.<a class="tagtitle" id="tag124" href="#note124">[124]</a></h3>
-
-<p>
-Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza,
-il sommo male è ’l dolore del corpo:
-imperò che, essendo noi composti di due cose,
-cioè d’anima e di corpo, delle quali la prima
-è migliore, la peggiore è il corpo. La sapienza
-è della miglior parte, il sommo male
-è della peggior parte e pessima. Ottima cosa
-è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa
-nel corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo
-male è ’l corporal doloro, così la sapienza
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom
-saggio, e niuna altra cosa è da a questa comparare.»
-</p>
-
-<h3>XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA.</h3>
-
-<p>
-Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori
-il danno della tua vecchiezza. E se tu
-intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza,
-adoprati in tal modo in gioventù, che
-a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la
-sua vita, resta la fama del tesoro e non del
-tesaurizzante: e molto maggior gloria è
-quella della virtù de’ mortali, che quella
-delli loro tesori.
-</p>
-
-<p>
-Quanti imperatori e quanti principi sono
-passati, che non ne resta alcuna memoria!
-e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare
-fama di loro.
-</p>
-
-<p>
-Quanti furon quelli, che vissono in povertà
-di denari, per arricchire di virtù! e
-tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso,
-ch’al ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza.
-</p>
-
-<p>
-Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda
-il suo cumulatore, dopo la sua vita, come fa
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-la scienza? la quale sempre è testimonia e
-tromba del suo creatore, perchè ella è figliola
-di chi la genera, e non figliastra, come la
-pecunia.
-</p>
-
-<h3>XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI
-SI PO’ IMPARARE.</h3>
-
-<p>
-Questa benigna natura ne provvede in
-modo, che per tutto il mondo tu trovi dove
-imitare.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ
-DELL’INGEGNO.</h3>
-
-<p>
-Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio,
-e l’acqua si putrefà, e nel freddo s’agghiaccia;
-così l’ingegno, sanza esercizio, si
-guasta.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA
-NON DÀ ALCUN FRUTTO.</h3>
-
-<p>
-Siccome mangiare sanza voglia si converte
-in fastidioso notrimento, così lo studio
-sanza desiderio guasta la memoria, col non
-ritenere cosa, ch’ella pigli.
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso
-alla salute, così lo studio sanza desiderio
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-guasta la memoria, e non ritien cosa,
-ch’ella pigli.
-</p>
-
-<h3>XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA
-BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO INTERVALLO.</h3>
-
-<p>
-Sì come il corpo, con gran tardità fatta
-nella lunghezza del suo moto contrario, torna
-con più via, dà poi maggior colpo, — e quello,
-che è di continui e brievi moti, son di piccola
-valetudine; così lo studio su una medesima
-materia, fatto con lunghi intervalli
-di tempo, il giudizio s’è fatto più perfetto,
-e meglio giudica il suo errore. E ’l simile
-fa l’occhio del pittore col discostarsi dalla
-sua pittura.
-</p>
-
-<h3>XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS
-MUNDI.</h3>
-
-<p>
-La verità sola fu figliola del tempo.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ.</h3>
-
-<p>
-Ed è di tanto vilipendio la bugia, che
-s’ella dicessi ben gran cose di Dio, ella to’ <span class="inl-note">[toglie]</span> di
-grazia a sua deità; ed è di tanta eccellenza
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-la verità, che s’ella laudassi cose minime,
-elle si fanno nobili.
-</p>
-
-<p>
-Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità
-alla bugia, qual’è da la luce alle tenebre;
-ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia,
-che ancora ch’ella s’astenda sopra
-umili e basse materie, sanza comparazione
-ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra
-li magni e altissimi discorsi; perchè la mente
-nostra, ancora ch’ell’abbia la bugia pe ’l
-quinto elemento, non resta però che la verità
-delle cose non sia di sommo notrimento
-delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi
-ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace
-più le ragion sofistiche e barerie de’ palari <span class="inl-note">[frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]</span>
-nelle cose grandi e incerte, che delle certe
-naturali e non di tanta altura!
-</p>
-
-<h3>XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI
-ALLA VERITÀ.</h3>
-
-<p>
-L’impedimenti della verità si convertono
-in penitenza.
-</p>
-
-<h3>XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Scienza è detto quel discorso mentale,
-il quale ha origine da’ suoi ultimi principii,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-(oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si
-può trovare, che sia parte d’essa scienza:
-come nella quantità continua, cioè la scienza
-di <i>Geometria</i>, la quale, cominciando dalla
-superfizie de’ corpi, si trova avere origine
-nella linea, termine di essa superfizie; e
-in questo non restiamo soddisfatti, perchè
-noi conosciamo la linea aver termine nel
-punto, e il punto esser quello, del quale
-null’altra cosa può essere minore.
-</p>
-
-<p>
-Dunque il punto è il primo principio di
-<i>Geometria</i>, e niuna altra cosa può essere nè
-in natura, nè in mente umana, che possa
-dar principio al punto. Perchè se tu dirai,
-nel contatto fatto sopra una superfizie da
-un’ultima acuità della punta de lo stile,
-quello essere creazione del punto; questo
-non è vero, ma diremo, questo tale contatto
-essere una superfizie, che circonda il suo
-mezzo, e in esso mezzo è la residenza del
-punto. E tal punto non è della muteria di
-essa superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, <span class="inl-note">[Sott.: che]</span>
-sono in potenza, ancorchè sieno
-uniti — dato che si potessero unire — comporrebbono
-parte alcuna d’una superfizie. E
-dato, che tu ti immaginassi, un tutto essere
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-composto da mille punti, qui dividendo alcuna
-parte da essa quantità de’ mille, si può
-dire molto bene, che tal parte sia equale al
-suo tutto; e questo si prova col zero, ovver
-nulla, cioè la decima figura de la <i>Aritmetica</i>,
-per la quale si figura un 0 per esso nullo,
-il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci,
-e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento,
-e così infinitamente crescerà sempre dieci
-volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui
-in sè non vale altro, che nulla, e tutti li
-nulli dell’universo sono eguali a un sol nulla,
-in quanto alla loro sustanzia e valetudine.
-</p>
-
-<h3>XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE
-DATE DA LEONARDO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Queste regole sono da usare solamente
-per ripruova delle figure: imperocchè ogni
-omo, nella prima composizione, fa qualche
-errore, e chi non li conosce non li racconcia;
-onde tu, per conoscere li errori, riproverai
-l’opera tua, e, dove trovi detti errori,
-racconciali, e tieni a mente di mai più ricaderci.
-Ma, se tu volessi adoperare le regole
-nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti
-confusione nelle tue opere.
-</p>
-
-<p>
-Queste regole fanno, che tu possiedi uno
-libero e bono giudizio; imperochè ’l bono
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-giudizio nasce dal bene intendere, e il bene
-intendere diriva da ragione tratta da bone
-regole, e le bone regole sono figliole della
-bona sperienza, comune madre di tutte le
-scienze e arti.
-</p>
-
-<p>
-Onde, avendo tu bene a monte i precetti
-delle mie regole, potrai, solamente col racconcio
-giudizio, giudicare e conoscere ogni
-sproporzionata opera, così in prospettiva,
-come in figure o altre cose.
-</p>
-
-<h3>XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO
-STORICO DELLA PITTURA E DELLE
-SCIENZE.</h3>
-
-<p>
-Come la pittura va d’età in età declinando
-e perdendosi, quando i pittori non
-hanno per autore, che la fatta pittura.
-</p>
-
-<p>
-Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza,
-se quello piglia per autore l’altrui
-pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali,
-farà bono frutto: come vedemo in
-ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre
-imitarono l’uno dall’altro, e di età in età
-sempre mandaro detta arte in declinazione.
-Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale,
-nato in monti soletari, abitati solo da capre
-e simil bestie, questo, sendo volto dalla natura
-a simile arte, cominciò a disegnare su
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-per li sassi li atti delle capre, de le quali
-lui era guardatore; e così cominciò a fare
-tutti li animali, che nel paese trovava: in
-tal modo, che questo, dopo molto studio,
-avanzò non che i maestri della sua età, ma
-tutti quelli di molti secoli passati. Dopo questo
-l’arte ricade, perchè tutti imitavano le
-fatte pitture, e così di secolo in secolo andò
-declinando, insino a tanto che Tomaso fiorentino,
-scognominato Masaccio, mostrò con
-opra perfetta, come quegli, che pigliavano
-per autore altro che la natura, maestra
-de’ maestri, s’affaticavano invano.
-</p>
-
-<p>
-Così voglio dire di queste cose matematiche,
-che quegli, che solamente studiano li
-autori e non l’opre di natura, son per arte
-nipoti, non figlioli d’essa natura, maestra
-de’ boni autori. — Odi somma stoltizia di
-quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano
-da la natura, lasciando stare li autori,
-discepoli d’essa natura!
-</p>
-
-<h3>XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ
-NELLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Molti mi crederanno ragionevolmente potere
-riprendere, allegando le mie prove esser
-contro all’autorità d’alquanti omini di gran
-reverenza, presso de’ loro inesperti judizî:
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-non considerando le mie cose essere nate
-sotto la semplice e mera sperienza, la quale
-è maestra vera.
-</p>
-
-<h3>XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL
-SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI SCRITTORI.</h3>
-
-<p>
-Se bene, come loro, non sapessi allegaro
-gli autori, molto maggiore e più degna cosa
-a legger è, allegando la sperienza, maestra
-ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e
-pomposi, vestiti e ornati, non delle loro, ma
-delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo
-non concedono; e se me inventore disprezzeranno,
-quanto maggiormente loro, non inventori,
-ma trombetti e recitatori delle altrui
-opere, potranno essere biasimati.
-</p>
-
-<h3>XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI
-DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE OPERE
-ALTRUI.</h3>
-
-<p>
-È da essere giudicati, e non altrimenti
-stimati li omini inventori e ’nterpreti tra la
-natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori
-e trombetti delle altrui opere, quant’è
-dall’obbietto fori dello specchio alla similitudine
-d’esso obbietto apparente nello
-specchio, che l’uno per sè è qualche cosa,
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla
-natura, perchè sono sol d’accidental <span class="inl-note">[della parte caduca dell’uomo, la figura esteriore]</span> vestiti,
-e sanza il quale potrei accompagnarli in fra
-li armenti delle bestie!
-</p>
-
-<h3>XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI.</h3>
-
-<p>
-So bene che per non essere io letterato,
-che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente
-potermi biasimare, coll’allegare
-io essere omo sanza lettere. Gente stolta!
-Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come
-Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì
-rispondere, dicendo: — quelli che dall’altrui
-fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a
-me medesimo non vogliano concedere?
-</p>
-
-<p>
-Diranno, che per non avere io lettere,
-non potere ben dire quello, di che voglio
-trattare. Or non sanno questi che le mie
-cose son più da esser tratte dalla sperienzia,
-che d’altrui parole, la quale fu maestra
-di chi ben scrisse, e così per maestra
-la piglio, e quella in tutti i casi allegherò.
-</p>
-
-<h3>XL. — REVERENZA DI LEONARDO
-PER GLI ANTICHI INVENTORI.</h3>
-
-<p>
-<i>De’ cinque corpi regolari</i>.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> Contro alcuni
-commentatori, che biasimano li antichi inventori,
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-donde nasceron le grammatiche e
-le scienze, e fansi cavalieri contro alli morti
-inventori, e, perchè essi non han trovato
-da farsi inventori, per la pigrizia e comodità
-de’ libri, attendono al continuo, con
-falsi argumenti, a riprendere li lor maestri.
-</p>
-
-<h3>XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ.</h3>
-
-<p>
-Chi disputa allegando l’autorità, non adopra
-lo ’ngegno, ma più tosto la memoria.
-</p>
-
-<h3>XLII. — SPONTANEITÀ
-DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA.</h3>
-
-<p>
-Le buone lettere so’ nate da un bono naturale;
-e perchè si de’ più laudare la cagion
-che l’effetto, più lauderai un bon naturale
-sanza lettere, che un bon litterato sanza
-naturale.
-</p>
-
-<h3>XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ.</h3>
-
-<p>
-L’imitazione delle cose antiche è più laudabile,
-che le moderne.
-</p>
-
-<h3>XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA
-E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE.</h3>
-
-<p>
-Nessuna umana investigazione si po’ dimandare
-vera scienza, s’essa non passa per
-le matematiche dimostrazioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-E se tu dirai, che le scienze, che principiano
-e finiscono nella mente abbino verità,
-questo non si concede, ma si nega, per
-molte ragioni, e prima, che in tali discorsi
-mentali non accade esperienza, sanza la
-quale nulla dà di sè certezza.
-</p>
-
-<h3>XLV. — LA ESPERIENZA.</h3>
-
-<p>
-La sapienza è figliola della sperienza.
-</p>
-
-<h3>XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL
-FALLANO I NOSTRI GIUDIZI, PROMETTENDOSI
-DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA
-POTESTÀ.</h3>
-
-<p>
-A torto si lamentan li omini della isperienza,
-la quale, con somme rampogne, quella
-accusano esser fallace. Ma lascino stare essa
-esperienza, e voltate tale lamentazione contro
-alla vostra ignoranza, la quale vi fa
-transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî,
-a impromettervi di quella cose, che
-non sono in sua potenza, dicendo quella
-esser fallace. A torto si lamentano li omini
-della innocente esperienza, quella spesso
-accusando di fallacie e di bugiarde dimostrazioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<h3>XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE
-DELL’EFFETTO ALLA CAUSA.</h3>
-
-<p>
-La sperienza non falla mai, ma sol fallano
-i vostri giudizi, promettendosi di quella
-effetto tale, che ne’ nostri esperimenti causati
-non sono. Perchè, dato un principio, è
-necessario che ciò, che seguita di quello, è
-vera conseguenza di tal principio, se già non
-fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento,
-l’effetto, che doveva seguire del
-predetto principio, partecipa tanto più o
-meno del detto impedimento, quanto esso
-impedimento è più o meno potente del già
-detto principio.
-</p>
-
-<h3>XLVIII. — LA CERTEZZA
-DELLE MATEMATICHE.</h3>
-
-<p>
-Chi biasima la somma certezza della matematica
-si pasce di confusione, e mai porrà
-silenzio alle contraddizioni delle sofistiche
-scienze, colle quali s’impara uno eterno
-gridore.
-</p>
-
-<h3>XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ
-DELLA MATEMATICA.</h3>
-
-<p>
-La proporzione non solamente nelli numeri
-e misure fia ritrovata, ma etiam nelli
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza
-si sia.
-</p>
-
-<h3>L. — DELLE SCIENZE.</h3>
-
-<p>
-Nessuna certezza è dove non si può applicare
-una delle scienze matematiche, over
-che non sono unite con esse matematiche.
-</p>
-
-<h3>LI. — LEONARDO AL LETTORE.</h3>
-
-<p>
-Non mi legga chi non è matematico, nelli
-mia principî.
-</p>
-
-<h3>LII. — DELLA MECCANICA.</h3>
-
-<p>
-La <i>Meccanica</i> è il paradiso delle scienze
-matematiche, perchè con quella si viene al
-frutto matematico.
-</p>
-
-<h3>LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA.</h3>
-
-<p>
-A ciascuno strumento si richiede esser
-fatto colla sperienza.
-</p>
-
-<h3>LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA
-E LA RAGIONE.</h3>
-
-<p>
-La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa
-natura e la umana spezie, ne ’nsegna, ciò che
-essa natura in fra mortali adopra, da necessità
-constretta, non altrimenti oprar si possa,
-che la ragione, suo timone, oprare le ’nsegni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<h3>LV. — LA DEDUZIONE.</h3>
-
-<p>
-Non è da biasimare lo mostrare, in fra
-l’ordine del processo della scienza, alcuna
-regola generale, nata dall’antidetta conclusione.
-</p>
-
-<h3>LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO
-ALL’IGNOTO.</h3>
-
-<p>
-Per dare vera scienza del moto delli uccelli
-in fra l’aria, è necessario dare prima
-la scienza de’ venti, la qual proverem mediante
-li moti dell’acqua in sè medesima,
-e questa tale scienza sensibile farà di sè
-scala per venire alla cognizione de’ volatili
-in fra l’aria e ’l vento.
-</p>
-
-<h3>LVII. — LA LEGGE DI NATURA
-DOMINA I FATTI.</h3>
-
-<p>
-Nessuno effetto è in natura sanza ragione;
-intendi la ragione, e non ti bisogna
-sperienza.
-</p>
-
-<h3>LVIII. — L’ESPERIENZA
-È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Ricordati, quando commenti l’acque,
-d’allegar prima la sperienza e poi la ragione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<h3>LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni,
-e che tu alleghi le soprascritte cose per
-esempli e non per proposizioni, chè sarebbe
-troppo semplice; e dirai così: sperienza.
-</p>
-
-<h3>LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI
-SI SCOPRONO LE CAUSE.</h3>
-
-<p>
-Ma prima farò alcuna esperienza avanti,
-ch’io più oltre proceda, perchè mia intenzione
-è allegare prima l’esperienza, e poi
-colla ragione dimostrare, perchè tale esperienza
-è costretta in tal modo ad operare.
-</p>
-
-<p>
-E questa è la vera regola, come li speculatori
-delli effetti naturali hanno a procedere,
-e ancora che la natura cominci dalla
-ragione e termini nella sperienza, a noi bisogna
-seguitare in contrario, cioè cominciando — come
-di sopra dissi — dalla sperienza,
-e con quella investigare la ragione.
-</p>
-
-<h3>LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE
-E VARIARE LE CIRCOSTANZE.</h3>
-
-<p>
-Innanzi di fare di questo caso una regola
-generale, sperimentalo due o tre volte,
-guardando se le sperienze producono gli
-stessi effetti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-</p>
-
-<h3>LXII. — ESEMPIO
-DELLA PRECEDENTE REGOLA.</h3>
-
-<p>
-<i>Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno
-l’un dopo l’altro, con egual tempo, lasciati
-cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno
-infra loro eguali</i>.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>
-</p>
-
-<p>
-La sperienza della predetta conclusione
-di moto si debbe fare in questa forma, cioè:
-tolgansi due ballotte d’egual peso e figura,
-e si faccino lasciare cadere di grande altezza
-in modo che, nel lor principio di moto,
-si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore
-stia a terra a vedere se ’l loro cadere
-l’ha ancora mantenute in contatto o no. E
-questa esperienza si faccia più volte, acciò
-che qualche accidente non impedissi o falsassi
-tale prova, che la sperienza fussi falsa,
-e ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.
-</p>
-
-<h3>LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA
-ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA RAGIONE
-AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA.</h3>
-
-<p>
-<i>Quanto più si diminuisce il mobile, il suo
-motore lo caccia più, proporzionevolmente secondo
-la sua diminuzione in infinito, sempre
-acquistando velocità di moto</i>.<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>
-</p>
-
-<p>
-E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-quasi veloce come la immaginazione o l’occhio,
-che subito discorre alla altezza delle
-stelle, per conseguente il suo viaggio sarebbe
-infinito, perchè la cosa, che infinitamente
-si può diminuire, infinitamente si farebbe
-veloce, e infinito cammin si moverebbe
-(perchè <i>ogni quantità continua è divisibile in
-infinito</i>). La qual opinione è dannata dalla
-ragione e per conseguente dalla sperienza.
-</p>
-
-<p>
-Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli
-autori, che hanno sol co’ l’immaginazione
-voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo,
-ma sol di quelli, che non coi cenni della natura,
-ma co’ gli effetti delle sue esperienze
-hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere
-come l’esperienze ingannano chi non
-conosce loro natura; perchè quelle, che
-spesse volte paiono una medesima, spesse
-volte son di grande varietà, come qui si
-dimostra.
-</p>
-
-<h3>LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA
-TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI, PERCHÈ
-IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA.</h3>
-
-<p>
-Se l’acqua, che surge per l’alte cime
-de’ monti, viene dal mare, del quale il suo
-peso la sospignie, per essere più alto d’essi
-monti; perchè ha così licenza tal particula
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-d’acqua a levarsi in tanta altezza, e penetrare
-la terra con tanta difficultà e tempo;
-e non è stato conceduto al resto dell’elemento
-dell’acqua fare il simile, il quale confina
-coll’aria, la qual non è per resisterli,
-che ’l tutto non si elevassi alla medesima
-altezza della predetta parte? E tu che tale
-invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale,
-che tu mancherai di tali simili opinioni,
-del quale tu ha’ fatto grande ammunizione <span class="inl-note">[raccolta, somma]</span>
-insieme col capitale del frutto, che
-tu possiedi.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>
-</p>
-
-<h3>LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.<a class="tagtitle" id="tag129" href="#note129">[129]</a></h3>
-
-<p>
-Intra li studî delle naturali cause e ragioni,
-la luce diletta più i contemplanti; intra
-le cose grandi delle matematiche, la certezza
-della dimostrazione innalza più preclaramente
-l’ingegno dell’investiganti.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Prospettiva</i> adunque è da essere preposta
-a tutte le trattazioni e discipline umane,
-nel campo della quale la linia radiosa è complicata
-dai modi delle dimostrazioni, nella
-quale si truova la gloria non tanto della <i>Matematica</i>,
-quanto della <i>Fisica</i>, ornata co’ fiori
-dell’una e dell’altra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le sentenze delle quali, distese con gran
-circuizione <span class="inl-note">[analiticamente]</span>, io le ristrignierò in conclusiva
-brevità, intessendo, secondo il modo della
-materia, naturali e matematiche dimostrazioni,
-alcuna volta concludendo gli effetti
-per le cagioni e alcuna volta le cagioni per
-li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni
-alcuna, che non sono in quelle, non
-di meno di quelle si traggono, come si degnerà
-il Signore, luce di ogni cosa, illustrare
-me per trattare della luce.
-</p>
-
-<h3>LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE
-DAL SENSO.</h3>
-
-<p>
-Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti.
-</p>
-
-<h3>LXVII. — CONSEGUENZA
-DEL PREDETTO PRINCIPIO.</h3>
-
-<p>
-Come il senso serve all’anima e non
-l’anima al senso; e, dove manca il senso offiziale
-dell’anima, all’anima manca in questa
-vita la totalità dell’uffizio d’esso senso,
-come appare nel muto e nell’orbo nato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<h3>LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO
-È IL CRITERIO DEL VERO.</h3>
-
-<p>
-E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la
-fissa e sottile cogitazione mentale, co’ la
-quale si penetra nelle divine scienze, e tale
-impedimento condusse un filosofo a privarsi
-del vedere; a questo rispondo, che tal occhio,
-come signore de’ sensi, fa suo debito
-a dare impedimento alli confusi e bugiardi,
-non scienze, ma discorsi, per li quali sempre,
-con gran gridare e menare le mani, si
-disputa; e il medesimo dovrebbe faro l’audito,
-il quale ne rimane più offeso, perchè egli
-vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano <span class="inl-note">[s’incaricano, s’imbarazzano]</span>.
-E se tal filosofo si trasse gli occhi
-per levare l’impedimento alli suoi discorsi,
-or pensa, che tal atto fu compagno del cervello
-e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia.
-Or non potea egli serrarsi gli occhi, quando
-esso entrava in tale frenesia, e tanto tenerli
-serrati, che tal furore si consumasse? Ma
-pazzo fu l’omo, e pazzo il discorso, e stoltissimo
-il trarsi gli occhi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<h3>LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE
-SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA DEI
-SENSI.</h3>
-
-<p>
-Dicono quella cognizione esser <i>meccanica</i>,
-la quale è partorita dall’esperienza, e quella
-esser <i>scientifica</i>, che nasce e finisce nella
-mente, e quella esser <i>semimeccanica</i>, che nasce
-dalla scienza e finisce nella operazione
-manuale.
-</p>
-
-<p>
-Ma a me pare che quelle scienze sieno
-vane e piene di errori, le quali non sono
-nate dall’esperienza, madre di ogni certezza,
-e che non terminano in nota esperienza, cioè
-che la loro origine o mezzo o fine non passa
-per nessuno de’ cinque sensi.
-</p>
-
-<p>
-E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che
-passa per li sensi, quanto maggiormente
-dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a
-essi sensi, come dell’essenza di Dio e dell’anima
-e simili, per le quali sempre si disputa
-e contende? E veramente accade, che
-sempre, dove manca la ragione, supplisce
-le grida, la qual cosa non accade nelle cose
-certe. Per questo diremo, che dove si grida
-non è vera scienza, perchè la verità ha un
-sol termine, il quale, essendo pubblicato, il
-litigio resta in eterno distrutto, e s’esso litigio
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-risurge, è bugiarda e confusa scienza
-e non certezza rinata.
-</p>
-
-<p>
-Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza
-ha fatto penetrare per li sensi e posto
-silenzio alla lingua de’ litiganti, e che
-non pasce di sogno li suoi investigatori, ma
-sempre sopra li primi veri e noti principî
-procede successivamente e con vere seguenze
-insino al fine; come si dinota nelle
-prime matematiche, cioè numero e misura,
-dette <i>Aritmetica</i> e <i>Geometria</i>, che trattano
-con somma verità della quantità discontinua
-e continua.
-</p>
-
-<p>
-Qui non si arguirà, che due tre facciano
-più o men che sei, nè che un triangolo abbia
-li suoi angoli minori di due angoli retti,
-ma con eterno silenzio resta distrutta ogni
-arguizione, e con pace sono finite dalli loro
-devoti, il che far non possono le bugiarde
-scienze mentali.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dirai tali scienze vere e note essere
-di spezie di meccaniche, imperocchè
-non si possono finire se non manualmente,
-io dirò il medesimo di tutte le arti, che passano
-per le mani degli scultori, le quali sono
-di spezie di disegno, membro della pittura; e
-l’<i>Astrologia</i> e le altre passano per le manuali
-operazioni, ma prima sono mentali, com’è
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-la <i>Pittura</i>, la quale è prima nella mente del
-suo speculatore, e non può pervenire alla
-sua perfezione sanza la manuale operazione.
-</p>
-
-<p>
-Della qual <i>Pittura</i>, li sua scientifici e veri
-principî prima ponendo, che cosa è corpo ombroso,
-e che cosa è ombra primitiva e ombra
-derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre,
-luce, colore, corpo, figura, sito, remozione,
-propinquità, moto e quiete, le quali solo colla
-mente si comprendono sanza opere manuali.
-E questa fia la <i>Scienza della Pittura</i>, che resta
-nella mente de’ suoi contemplanti, della
-quale nasce poi l’operazione, assai più degna
-della predetta contemplazione o scienza.
-</p>
-
-<h3>LXX. — INGANNO DELLA MENTE
-ABBANDONATA A SÈ STESSA.</h3>
-
-<p>
-Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l
-nostro judizio.
-</p>
-
-<h3>LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Il massimo inganno delli omini è nelle
-loro opinioni.
-</p>
-
-<h3>LXXII. — CONTRO LA METAFISICA.</h3>
-
-<p>
-Fuggi i precetti di quelli speculatori, che
-le loro ragioni non son confermate dalla
-isperienza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI
-SULL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-L’uomo ha grande discorso, del quale la
-più parte è vano e falso; li animali l’hanno
-piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola
-certezza, che la gran bugia.
-</p>
-
-<h3>LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO.</h3>
-
-<p>
-<i>Sillogismo:</i> parlar dubbioso. <i>Sofismo:</i> parlare
-confuso, il falso per lo vero. <i>Teorica:</i>
-scienza sanza pratica.
-</p>
-
-<h3>LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA
-DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA.</h3>
-
-<p>
-La <i>Pittura</i> s’estende nelle superfizie, colori
-e figure di qualunque cosa creata dalla
-natura, e la <i>Filosofia</i> penetra dentro alli medesimi
-corpi, considerando in quelli le lor
-proprie virtù, ma non rimane satisfatta con
-quella verità, che fa il pittore, che abbraccia
-in sè la prima verità di tali corpi, perchè
-l’occhio meno s’inganna.
-</p>
-
-<h3>LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA
-DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI.</h3>
-
-<p>
-Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione
-di nessuna quiddità delli elementi non è in
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro
-effetti son noti.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>
-</p>
-
-<h3>LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA,
-CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA SFERICA.</h3>
-
-<p>
-Questa è difficile risposta; ma per questo
-non resterei di dirne il mio parere. L’acqua,
-vestita dell’aria, naturalmente desidera
-stare unita nella sua spera, perchè in tal
-sito essa si priva di gravità. La qual gravità
-è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità
-attesa al centro delli elementi, la seconda
-gravità attende al centro d’essa spericità
-d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe
-di sè solamente una mezza spera, la
-qual è quella che sta dal centro in su.<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>
-Ma di questo non veggo nello umano ingegno
-modo di darne scienza, ch’a dire, come
-si dice della calamita che tira il ferro, cioè,
-che tal virtù è occulta proprietà, delle quali
-n’è infinite in natura.
-</p>
-
-<h3>LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO
-È UN’ASTRAZIONE MENTALE.</h3>
-
-<p>
-Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile
-in potenzia, ma non tutte le quantità,
-che son divisibili in potenzia fieno divisibili
-in atto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ
-ABBRACCIARE COLLA RAGIONE.</h3>
-
-<p>
-Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella
-si dessi non sarebbe? Egli è lo infinito, il
-quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e
-finito, perchè ciò, che si po’ dare ha termine
-colla cosa, che la circuisce ne’ sua stremi, e
-ciò che non si po’ dare è quella cosa, che
-non ha termini.
-</p>
-
-<h3>LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-<i>De anima.</i> Il moto della terra contro alla
-terra, ricalcando quella, poco si move la
-parte percossa.
-</p>
-
-<p>
-L’acqua percossa dall’acqua fa circuli
-dintorno al loco percosso;
-</p>
-
-<p>
-Per lunga distanza la voce in fra l’aria;
-</p>
-
-<p>
-Più lunga in fra ’l foco;
-</p>
-
-<p>
-Più la mente in fra l’universo, ma perchè
-l’è finita non s’astende in fra lo ’nfinito.
-</p>
-
-<h3>LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE
-TRASCENDE LA MENTE UMANA.</h3>
-
-<p>
-O speculatore delle cose, non ti laudare
-di conoscere le cose, che ordinariamente,
-per sè medesima la natura, per sua ordini,
-naturalmente conduce; ma rallegrati di conoscere
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-il fine di quelle cose, che son disegnate
-dalla mente tua!
-</p>
-
-<h3>LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI
-DEI PROBLEMI INSOLUBILI.</h3>
-
-<p>
-Or guarda, o lettore, quello che noi potremo
-credere ai nostri antichi, i quali hanno
-voluto definire che cosa sia anima e vita,
-cose improvabili, quando quelle, che con
-isperienzia ognora si possono chiaramente
-conoscere e provare, sono per tanti secoli
-ignorate e falsamente credute! L’occhio, che
-così chiaramente fa sperienzia del suo offizio,
-è insino ai mia tempi, per infiniti autori,
-stato difinito in un modo; trovo per isperienzia
-essere ’n un altro.
-</p>
-
-<h3>LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE
-DELL’ANIMA.</h3>
-
-<p>
-Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni
-varie, rispondendo con vari strumenti
-a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione
-più bella, nè più facile, nè più breve
-della natura, perchè nelle sue invenzioni
-nulla manca e nulla è superfluo; e non va con
-contrappesi, quando essa fa le membra atte
-al moto nelli corpi delli animali, ma vi mette
-dentro l’anima d’esso corpo componitore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questo discorso non va qui, ma si richiede
-nella composizion delli corpi animati. E il
-resto della definizione dell’anima lascio nelle
-menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per
-inspirazione sanno tutti li segreti.
-</p>
-
-<p>
-Lascio star le lettere incoronate <span class="inl-note">[i libri ecclesiastici e i dogmi]</span>, perchè
-son somma verità.
-</p>
-
-<h3>LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI
-IMPAZIENTI.<a class="tagtitle" id="tag132" href="#note132">[132]</a></h3>
-
-<p>
-Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria
-alla cognizione e allo amore, conciò sia
-che l’amore di qualunque cosa è figliolo
-d’essa cognizione.
-</p>
-
-<p>
-L’amore è tanto più fervente, quanto la
-cognizione è più certa, la qual certezza nasce
-dalla cognizione integrale di tutte quelle
-parti, le quali, essendo insieme unite, compongono
-il tutto di quelle cose, che debbono
-essere amate.
-</p>
-
-<p>
-Che vale a quel che per abbreviare le
-parti di quelle cose, che lui fa professione
-di darne integral notizia, che lui lascia indietro
-la maggior parte delle cose, di che
-il tutto è composto?
-</p>
-
-<p>
-Gli è vero che la impazienza, madre della
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-stoltizia, è quella che lauda la brevità, come
-se questi tali non avessino tanto di vita, che
-li servisse a potere avere una intera notizia
-d’un sol particolare, come è un corpo umano!
-e poi vogliono abbracciare la mente di Dio,
-nella quale s’include l’universo, caratando <span class="inl-note">[pesandola a carati]</span>
-e minuzzando quella in infinite parti, come
-l’avessino a notomizzare.
-</p>
-
-<p>
-O stoltizia umana! non t’avvedi tu che
-tu sei stato con teco tutta la tua età, e non
-hai ancora notizia di quella cosa, che tu più
-possiedi, cioè della tua pazzia? e vuoi poi,
-colla moltitudine dei sofistichi, ingannare
-te e altri, sprezzando le matematiche scienze,
-nelle qual si contiene la verità, notizia delle
-cose che in lor si contengono; e vuoi poi
-scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia
-di quelle cose, di che la mente umana non
-è capace, e non si possono dimostrare per
-nessuno esemplo naturale; e ti pare avere
-fatto miraculi, quando tu hai guastato una
-opera d’alcuno ingegno speculativo; e non
-t’avvedi, che tu cadi nel medesimo errore
-che fa quello, che denuda la pianta dell’ornamento
-de’ sua rami, pieni di fronde, miste
-con li odoriferi fiori e frutti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Come fece Giustino, abbreviatore delle
-<i>Storie</i> scritto da Trogo Pompeo, — il quale
-scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti
-delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi
-ornamenti; — e’ compose una cosa
-ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti,
-li quali pare lor perder tanto di tempo, quanto
-quello è, che è adoperato utilmente, cioè nelli
-studi delle <i>opere di natura</i> e delle <i>cose umane</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma stieno questi tali in compagnia delle
-bestie; nelli lor cortigiani, sieno cani e altri
-animali pien di rapina e accompagnansi con
-loro correndo sempre dietro! e seguitino
-l’innocenti animali, che, con la fame, alli
-tempi delle gran nevi, ti vengono alle case,
-dimandandoti limosina, come a lor tutore!
-</p>
-
-<h3>LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE
-NEL SUO STUDIO.</h3>
-
-<p>
-Acciò che la prosperità del corpo non
-guasti quella dello ingegno, il pittore overo
-disegnatore debbe essere solitario, e massime
-quando è intento alle ispeculazioni e
-considerazioni, che, continuamente apparendo
-dinanzi agli occhi, dànno materia alla
-memoria, d’esser bene riservate.
-</p>
-
-<p>
-E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se
-sarai accompagnato da un solo compagno
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà
-maggiore la indescrizione della tua pratica;
-e se sarai con più caderai in più simile inconveniente.
-E se tu volessi dire: — io farò
-a mio modo, io mi tirerò in parte, per potere
-meglio speculare le forme delle cose naturali —;
-dico questo potersi mal fare, perchè
-non potresti fare, ch’assa’ <span class="inl-note">[assai]</span> spesso non prestassi
-orecchi alle loro ciancie, e, non si potendo
-servire a due signori, tu faresti male
-l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto
-della speculazione dell’arte; e se tu dirai: — io
-mi tirerò tanto in parte, che le loro parole
-non perveniranno e non mi daranno impaccio —;
-io in questa parte ti dico, che tu
-sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo,
-tu saresti pur solo?
-</p>
-
-<h3>LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine
-dello specchio, il quale sempre si
-trasmuta nel colore di quella cosa, che ha
-per obbietto, e di tante similitudini s’empie
-quante sono le cose, che li sono contrapposte.
-</p>
-
-<p>
-Adunque conoscendo tu, pittore, non poter
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-essere bono se non se’ universale maestro
-di contraffare, colla tua arte, tutte le
-qualità delle forme, che produce la natura,
-le quali non saprai fare se non le vedi, e
-ritenerle nella mente; onde, andando tu per
-campagne, fa che ’l tuo giudizio si volti a
-varî obbietti, e di mano in mano riguardare
-or questa cosa ora quell’altra, facendo un
-fascio di varie cose elette e scelte in fra le
-men bone.
-</p>
-
-<p>
-E non fare come alcun pittore; i quali,
-stanchi con la lor fantasia, dismettono l’opera
-e fanno esercizio coll’andare a solazzo, riserbandosi
-una stanchezza nella mente, la
-quale non che vegghino o ponghin mente
-varie cose, ma spesse volte, scontrando li
-amici o parenti, essendo da quelli salutati,
-non che li vedino o sentino, non altrementi
-sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria.
-</p>
-
-<h3>LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO.</h3>
-
-<p>
-Il pittore deve essere solitario e considerare
-ciò ch’esso vede, e parlare con seco,
-eleggendo le parti più eccellenti delle spezie
-di qualunque cosa lui vede, facendo a
-similitudine dello specchio, il quale si trasmuta
-in tanti colori, quanti sono quelli
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-delle cose, che se li pongono dinanzi. E facendo
-così, lui parrà essere seconda Natura.
-</p>
-
-<h3>LXXXVIII. — CONSIGLIO.</h3>
-
-<p>
-La mente del pittore si deve al continuo
-trasmutare in tanti discorsi, quante sono le
-figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli
-appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli,
-e fare sopra esse regole, considerando
-il loco e le circostanze, e lumi e ombre.
-</p>
-
-<h3>LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO
-NE’ PAESI.</h3>
-
-<p>
-Al pittore è necessario la matematica
-appartenente a essa pittura e la privazione
-de’ compagni, che son alieni dalli loro studî,
-e cervello mutabile secondo la varietà delli
-obbietti, che dinanzi se li oppongono, e remoto
-da altre cure.
-</p>
-
-<p>
-E s’è nella contemplazione e definizione
-d’un caso, come accade quando l’obbietto
-muove il senso, allora di tali casi si deve
-giudicare quale è di più faticosa definizione,
-e quello seguitare insino alla sua ultima
-chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro.
-</p>
-
-<p>
-E sopra tutto essere di mente eguale a
-la superfizie dello specchio, la quale si trasmuta
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-in tanti varî colori, quanti sono li
-colori delli sua obbietti; e le sue compagnìe
-abbino similitudine con lui in tali studî, e,
-non le trovando, usi con sè medesimo nelle
-sue contemplazioni, che infine non troverà
-più utile compagnia.
-</p>
-
-<h3>XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI.</h3>
-
-<p>
-Noi conosciamo chiaramente, che la vista
-è delle veloci operazioni che sia, e in un
-punto vede infinite forme, nientedimeno non
-comprende se non è una cosa per volta. Poniamo
-caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata
-tutta questa carta scritta, e subito
-giudicherai, questa essere piena di varie lettere,
-ma non cognoscerai in questo tempo,
-che lettere sieno, nè che voglian dire; onde
-ti bisogna fare a parola a parola, verso per
-verso, a voler avere notizia d’esse lettere;
-ancora, se vorrai montare a l’altezza d’un
-edifizio ti converrà salire a grado a grado,
-altrementi fia impossibile pervenire alla sua
-altezza.
-</p>
-
-<p>
-E così dico a te, il quale la Natura volge
-a quest’arte, se vogli avere vera notizia
-delle forme delle cose, comincierai alle particule
-di quelle, e non andare alla seconda,
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-se prima non hai bene nella memoria e nella
-pratica la prima; e se altro farai, getterai
-via il tempo e veramente allungherai assai
-lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza,
-che la prestezza.
-</p>
-
-<h3>XCI. — CARATTERE DELLE OPERE
-DI LEONARDO.</h3>
-
-<p>
-Cominciato in Firenze in casa Piero di
-Braccio Martelli<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> addì 22 di marzo 1508; e
-questo fia un raccolto sanza ordine, tratto
-di molte carte, le quali io ho qui copiato,
-sperando poi metterle per ordine alli lochi
-loro, secondo le materie di che esse tratteranno;
-e credo che, avanti ch’io sia al fine
-di questo, io ci avrò a riplicare una medesima
-cosa più volte; sì che, lettore, non mi
-biasimare, perchè le cose son molte e la
-memoria non le può riservare e dire: — questa
-non voglio scrivere, perchè dinanzi la
-scrissi —; e se io non volessi cadere in tale
-errore, sarebbe necessario che, per ogni caso
-ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo,
-io avessi sempre a rileggere tutto il
-passato, e massime stando co’ lunghi intervalli
-di tempo allo scrivere da una volta
-all’altra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<h3>XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE
-DI CONOSCERE.</h3>
-
-<p>
-Non fa sì gran mugghio il tempestoso
-mare, quando il settentrionale aquilone lo
-ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e
-Cariddi; nè Stromboli o Mongibello, quando
-le sulfuree fiamme, per forza rompendo e
-aprende il gran monte, fulminano per l’aria
-pietre, terra, insieme coll’uscita e vomitata
-fiamma; nè quando le infocate caverne di
-Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento <span class="inl-note">[il foco]</span>,
-spigniendolo alla sua regione, con
-furia cacciano innanzi qualunque ostacolo
-s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato
-dalla mia bramosa voglia, vago di vedere
-la gran commistione delle varie e strane
-forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi
-alquanto in fra gli ombrosi scogli,
-pervenni all’entrata d’una gran caverna,
-dinanzi alla quale, — restando alquanto stupefatto
-e ignorante di tal cosa, — piegato
-le mie rene in arco, e ferma la stanca mano
-sopra il ginocchio, colla destra mi feci tenebra
-alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-piegandomi in qua e in là per vedere dentro
-vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi
-per la grande oscurità, che là entro era, — e
-stato alquanto, — subito si destarono
-in me due cose: paura e desiderio; paura
-per la minacciosa oscura spelonca, desiderio
-per vedere se là entro fussi alcuna miracolosa
-cosa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pnatura">PENSIERI SULLA NATURA.</h2>
-
-<h3>I. — PROEMIO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Vedendo io non potere pigliare materia
-di grande utilità o diletto, perchè li omini,
-innanti a me nati, hanno preso per loro tutti
-l’utili e necessari temi, farò come colui, il
-quale, per povertà, giugne l’ultimo alla fiera,
-e, non potendo d’altro fornirsi, piglia
-tutte cose già da altri viste, e non accettate,
-ma rifiutate per la loro poca valetudine <span class="inl-note">[valore, pregio]</span>.
-</p>
-
-<p>
-Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia,
-rimanente de’ molti compratori, metterò
-sopra la mia debole soma, e con quella,
-non per le grosse città, ma povere ville andrò
-distribuendo, e pigliando tal premio,
-qual merita la cosa da me data.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — NATURA E SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-La natura è piena d’infinite ragioni, che
-non furono mai in isperienza.
-</p>
-
-<h3>III. — LEGGI NECESSARIE
-DOMINANO I FATTI DELLA NATURA.</h3>
-
-<p>
-La necessità è maestra e tutrice della
-natura.
-</p>
-
-<p>
-La necessità è tema e inventrice della
-natura, è freno e regola eterna.
-</p>
-
-<h3>IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA
-POTENZA DELLA LORO CAGIONE È NECESSARIA.<a class="tagtitle" id="tag134" href="#note134">[134]</a></h3>
-
-<p>
-<i>Ogni corpo sperico di densa e resistente
-superfice, mosso da pari potenza, farà tanto
-movimento con sua balzi, causati da duro e
-solido smalto,</i> <span class="inl-note">[dal percuotere su un piano liscio e sodo]</span> <i>quanto a gettarlo libero per
-l’aria.</i>
-</p>
-
-<p>
-O mirabile giustizia di te, Primo motore,
-tu non hai voluto mancare a nessuna potenza
-l’ordine e qualità de’ sua necessari
-effetti! Conciò sia che una potenza deve
-cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei,
-e quella nel suo obbedire trova intoppo:
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-hai ordinato, che la potenza del colpo ricausi
-novo movimento, il quale, per diversi
-balzi, recuperi la intera somma del suo debito
-viaggio. E se tu misurerai la via fatta
-da detti balzi, tu troverai essere di tale
-lunghezza, qual sarebbe a trarre, con la medesima
-forza, una simil cosa libera per l’aria.
-</p>
-
-<h3>V. — LE LEGGI DELLA NATURA
-SONO IMPRESCINDIBILI.</h3>
-
-<p>
-Natura non rompe sua legge.
-</p>
-
-<h3>VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-La natura è costretta dalla ragione della
-sua legge, che in lei infusamente vive.
-</p>
-
-<h3>VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA
-NECESSARIAMENTE.</h3>
-
-<p>
-Quando alcuna cosa, cagione dell’altra,
-induce per suo movimento alcuno effetto,
-e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti
-il movimento della cagione.
-</p>
-
-<h3>VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA
-DELL’EFFETTO ALLA SUA CAUSA.<a class="tagtitle" id="tag135" href="#note135">[135]</a>
-<span class="smaller">(<i>Studiando la natura dell’occhio.</i>)</span></h3>
-
-<p>
-Qui le figure, qui li colori, qui tutte le
-spezie delle parti dell’universo son ridotte
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-in un punto, e quel punto è di tanta maraviglia!
-</p>
-
-<p>
-O mirabile e stupenda necessità, tu costringi,
-colla tua legge, tutti li effetti, per
-brevissima via, a partecipare delle lor cause!
-</p>
-
-<p>
-Questi sono li miracoli!
-</p>
-
-<p>
-Scrivi nella tua <i>Notomia</i>, come, in tanto
-minimo spazio, l’immagine <span class="inl-note">[visiva, che si forma nell’occhio]</span> possa rinascere
-e ricomporsi nella sua dilatazione.
-</p>
-
-<h3>IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA
-LEGGE.</h3>
-
-<p>
-Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente
-e già animato strumento dell’artifiziosa
-natura, a te non valendo le tue gran
-forze, ti conviene abbandonare la tranquilla
-vita, e obbedire alla legge, che Iddio e ’l
-Tempo diede alla genitrice natura!
-</p>
-
-<p>
-Oh! quante volte furono vedute le impaurite
-schiere de’ delfini e de’ gran tonni fuggire
-dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce
-tremor dell’ali e colla forcelluta coda,
-fulminando, generavi nel mare subita tempesta,
-con gran busse <span class="inl-note">[urti]</span> e sommersione di
-navili, con grande ondamento, empiendo gli
-scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<h3>X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ.</h3>
-
-<p>
-Molte volte una medesima cosa è tirata
-da due violenze: necessità e potenza. L’acqua
-piove, e la terra l’assorbisce per necessità
-d’omore; il sole la svelle <span class="inl-note">[fa evaporare]</span> non per
-necessità, ma per potenza.
-</p>
-
-<h3>XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA
-NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO.</h3>
-
-<p>
-Perche l’occhio è finestra dell’anima,
-ella è sempre con timore di perderlo, in
-modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi,
-che dia subito spavento all’omo,
-quello colle mani non soccorre il core, fonte
-della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore
-de’ sensi, nè audito, nè odorato o gusto, anzi
-subito lo spaventato senso: non bastando
-chiudere li occhi con sua coperchi <span class="inl-note">[le palpebre]</span> serrati
-con somma forza, che subito lo rivolge in
-contraria parte; non sicurando ancora, vi
-pone la mano, e l’altra distende, facendo
-antiguardia contro al sospetto suo.
-</p>
-
-<p>
-Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio
-de l’omo per sè medesimo col coperchio
-(si chiuda), acciò che, non sendo da
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-esso dormiente guardato, d’alcuna cosa non
-sia offeso.
-</p>
-
-<h3>XII. — PROVVIDENZIALITÀ
-DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO
-DELLA PUPILLA.</h3>
-
-<p>
-<i>La pupilla dell’occhio si muta in tante
-varie grandezze, quante son le varietà delle
-chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi
-se le rappresentano.</i>
-</p>
-
-<p>
-In questo caso la natura ha riparato alla
-virtù visiva, quando ella è offesa dalla superchia
-luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio,
-e, quando è offesa dalle diverse
-oscurità, d’allargare essa luce, a similitudine
-della bocca della borsa. E fa qui la natura,
-come quel che ha troppo lume alla
-sua abitazione, che serra una mezza finestra,
-e più o men, secondo la necessità; e
-quando viene la notte, esso apre tutta essa
-finestra, per vedere meglio dentro a detta
-abitazione. E usa qui la natura una continua
-equazione, col continuo temperare e
-ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla,
-a proporzione delle predette oscurità
-o chiarezze, che dinanzi al continuo se
-le rappresentano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h3>XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO
-DI CORREGGERE LA NATURA.</h3>
-
-<p>
-L’atto del tagliare la narice ai cavalli è
-cosa meritevole di riso. E questi stolti osservan
-questa usanza, quasi come se credessino
-la natura avere mancato ne’ necessarie
-cose, per le quali li omini abbiano a
-essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi
-del naso, i quali, ciascuno per sè, è per la
-metà della larghezza della canna de’ polmoni,
-donde esala l’anelito, e, quando essi
-busi non fussino, la bocca sarebbe abbastanza
-a esso abbondevole anelito. E se tu
-mi dicessi: — perchè ha fatto questa natura
-le narici alli animali, se l’alitare per la
-bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che
-le narici sono fatte per essere usate, quando
-la bocca è in esercizio di masticare il suo cibo.
-</p>
-
-<h3>XIV. — SUL FENOMENO
-DELLA SPINTA DELLE RADICI.</h3>
-
-<p>
-L’albero in qualche parte scorticato, la
-natura, che a esso provvede, vòlta a essa
-iscorticazione molto maggior somma di notritivo
-omore la linfa, che in alcuno altro loco; in
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-modo che, per lo primo detto mancamento,
-li cresce molto più grossa la scorza, che in
-alcun altro loco. Ed è tanto movente <span class="inl-note">[impetuoso nel muoversi]</span> ess’omore,
-che, giunto al soccorso loco, si
-leva parte in alto, a uso di balzo di palla,
-con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti <span class="inl-note">[gorgoglio]</span>,
-non altrementi ch’una bollente
-acqua.
-</p>
-
-<h3>XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.</h3>
-
-<p>
-Li timoni, creati nelli omeri <span class="inl-note">[formati dall’omero dell’ala]</span> che han
-l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa
-natura per un comodo piegamento del retto
-impeto, che spesso accade nel furioso volare
-delli uccelli; perchè trovò esser molto
-più comodo, nel retto furore, a piegare una
-minima parte dell’ala, che il loro tutto.
-</p>
-
-<h3>XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE
-NELLE PIANTE.</h3>
-
-<p>
-Ha messo la natura la foglia degli ultimi
-rami di molte piante, che sempre la
-sesta foglia è sopra la prima, e così segue
-successivamente, se la regola non è impedita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-</p>
-
-<p>
-E questo ha fatto per due utilità d’esse
-piante: la prima è perchè nascendo il ramo
-e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella
-dell’occhio <span class="inl-note">[gemma o gemmula vegetale]</span>, ch’è sopra in contatto dell’appiccatura
-della foglia; l’acqua, che bagna
-tal ramo, possa discendere a nutrire tal gemella,
-col fermarsi la goccia nella concavità
-del nascimento di essa foglia.
-</p>
-
-<p>
-Ed il secondo giovamento è, che nascendo
-tali rami, l’anno seguente, l’uno non cuopre
-l’altro, perchè nascono vòlti a cinque
-aspetti, li cinque rami.
-</p>
-
-<h3>XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE.</h3>
-
-<p>
-Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi
-in suo essere.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Universalmente tutte le cose desiderano
-mantenersi in sua natura, onde il corso de
-l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo
-corso, secondo la potenza della sua cagione,
-e, se trova contrastante opposizione, finisce
-la lunghezza del cominciato corso per movimento
-circulare e retorto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-</p>
-
-<h3>XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO
-NATURALE TENDONO A RITORNARVI.</h3>
-
-<p>
-Tutti li elementi, fori del loro naturale
-sito, desiderano a esso sito ritornare, e massime
-foco, acqua e terra.
-</p>
-
-<h3>XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.</h3>
-
-<p>
-Ogni peso desidera cadere al centro per
-la via più breve.
-</p>
-
-<h3>XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE
-NEL SUO TUTTO.</h3>
-
-<p>
-Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi
-al suo tutto, per fuggire dalla sua
-imperfezione: l’anima desidera stare col suo
-corpo, perchè, sanza li strumenti organici
-di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire.
-</p>
-
-<h3>XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA.</h3>
-
-<p>
-Muovesi l’amato per la cos’amata, come
-il senso colla sensibile, e con seco s’unisce,
-e fassi una cosa medesima.
-</p>
-
-<p>
-L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione.
-Se la cosa amata è vile, l’amante
-si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente
-al suo unitore, lì séguita dilettazione
-e piacere e saddisfazione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando l’amante è giunto all’amato, lì si
-riposa; quando il peso è posato, lì si riposa.
-</p>
-
-<p>
-La cosa conosciuta col nostro intelletto....
-</p>
-
-<h3>XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.</h3>
-
-<p>
-Ogni azione naturale è fatta per la via
-brevissima.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Ogni azione naturale è fatta da essa natura,
-nel più breve modo e tempo che sia
-possibile.
-</p>
-
-<h3>XXV. — ANCORA LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Nessuna azion naturale si può abbreviare.
-</p>
-
-<p>
-Ogni azion naturale è generata dalla natura
-nel più brieve modo, che trovar si possa.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — LA NATURA È VARIABILE
-IN INFINITO.</h3>
-
-<p>
-Ed è tanto dilettevole natura e copiosa
-nel variare, che infra li alberi della medesima
-natura non si troverebbe una pianta,
-ch’appresso somigliassi all’altra, e non che
-le piante, ma li rami o foglie, o frutti di
-quelle, non si troverà uno, che precisamente
-somigli a un altro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<h3>XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI.</h3>
-
-<p>
-I bugiardi interpreti di natura affermano
-lo <i>argento vivo</i> essere comune semenza a
-tutti i metalli, non si ricordando che la natura
-varia le semenze, secondo la diversità
-delle cose, che essa vuole produrre al mondo.
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ
-DELLA NATURA.</h3>
-
-<p>
-Se la natura avesse ferma <span class="inl-note">[fatta, fissata]</span> una sola regola
-nella <i>qualità</i> delle membra, tutti i visi
-delli omini sarebbono somiglianti in tal modo,
-che l’uno dall’altro non si potrebbe conoscere;
-ma ell’ha ’n tal modo variato i
-cinque membri del volto, che, ben ch’ell’abbi
-fatto regola quasi universale alla loro <i>grandezza</i>,
-lei non l’ha osservata nella <i>qualità</i>,
-in modo tale che l’un dall’altro chiaramente
-conoscere si può.
-</p>
-
-<h3>XXIX. — PRECETTO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Dico: le misure universali si debbono
-osservare nelle lunghezze delle figure, e non
-nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose
-cose, ch’appariscono nelle opere
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-della natura, è che nissuna opera, in qualunque
-spezie per sè, l’un particulare con
-precisione si somiglia l’un a l’altro: adunque,
-tu, imitatore di tal natura, guarda e
-attendi alla varietà de’ lineamenti.
-</p>
-
-<h3>XXX. — PRECETTO.</h3>
-
-<p>
-Sommo difetto è ne’ maestri, li quali
-usano replicare li medesimi moti nelle medesime
-storie <span class="inl-note">[nel medesimo insieme di figure, episodio]</span>, vicini l’uno all’altro, e similmente
-le bellezze de’ visi essere sempre
-una medesima; le quali in natura mai si
-trova essere replicate, in modo che, se tutte
-le bellezze d’eguale eccellenza ritornassin
-vive, esse sarebbon maggior numero di
-popolo, che quello, ch’al nostro secolo si
-trova; e, siccome in esso secolo nessuno
-precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe
-nelle dette bellezze.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ
-DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI.</h3>
-
-<p>
-Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi
-universale; imperocchè tutti li animali terrestri
-han similitudine di membra, cioè muscoli
-e ossa, e nulla si variano, se non in
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-lunghezza o in grossezza, come sarà dimostro
-nella <i>Notomia</i>; ecci poi li animali d’acqua,
-che son di molte varietà, de li quali
-non persuaderò il pictore che vi faccia regola,
-perchè son quasi d’infinite varietà, e
-così li animali insetti.
-</p>
-
-<h3>XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA.</h3>
-
-<p>
-Impeto è impressione di moto trasmutato
-dal motore nel mobile.
-</p>
-
-<p>
-Ogni impressione attende alla permanenza
-over desidera permanenza.
-</p>
-
-<p>
-Che ogni impressione desidera permanenza
-provasi nella impressione fatta dal
-sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella
-impression del sôno, fatto dal martello di
-tal campana percussore.
-</p>
-
-<p>
-Ogni impressione desidera permanenza,
-come ci mostra il simulacro del moto <span class="inl-note">[l’impeto]</span> impresso
-nel mobile.
-</p>
-
-<h3>XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE.</h3>
-
-<p>
-Ogni azione bisogna che s’eserciti per
-moto.
-</p>
-
-<h3>XXXIV. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Il moto è causa d’ogni vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<h3>XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA.</h3>
-
-<p>
-Che cosa è la forza?
-</p>
-
-<p>
-Forza dico essere una virtù spirituale,
-una potenza invisibile, la quale, per accidentale
-esterna violenza, è causata dal moto
-e collocata e infusa ne’ corpi, i quali sono
-dal loro naturale uso <span class="inl-note">[la quiete]</span> ritratti, dando a quelli
-vita attiva di maravigliosa potenza.
-</p>
-
-<h3>XXXVI. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Che cosa è forza?
-</p>
-
-<p>
-Forza dico essere una potenza spirituale,
-incorporea, invisibile, la quale, con breve
-vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale
-violenza si trovano fuori del loro
-essere e riposo naturale.
-</p>
-
-<h3>XXXVII. — LA MATERIA È INERTE.</h3>
-
-<p>
-Nessuna cosa insensata <span class="inl-note">[materiale, senza vita e senza sensitività]</span> per sè si move,
-ma il suo moto è fatto da altri.
-</p>
-
-<h3>XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE
-DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA.</h3>
-
-<p>
-L’impeto è una virtù creata dal moto e
-trasmutata dal motore al suo mobile, il
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto
-ha di vita.
-</p>
-
-<h3>XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA.</h3>
-
-<p>
-Ogni moto naturale e continuo desidera
-conservare suo corso per la linia del suo
-principio, cioè, in qualunque loco esso si
-varia, domando <span class="inl-note">[chiamo, denomino]</span> principio.
-</p>
-
-<h3>XL. — ORIGINE DELLA FORZA.</h3>
-
-<p>
-La forza da carestia o dovizia <span class="inl-note">[cioè: disequilibrio di potenze]</span> è generata,
-questa è figliola del moto materiale e
-nepote del moto spirituale, e madre e origine
-del peso. E esso peso è finito nell’elemento
-dell’acqua e terra, e essa forza è infinita,
-perchè con essa infiniti mondi si
-moverebbero, se strumenti far si potessero,
-dove essa forza generare si potesse.
-</p>
-
-<p>
-La forza col moto materiale e ’l peso
-colla percussione son le quattro accidentali
-potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali
-hanno loro essere e lor morte.
-</p>
-
-<p>
-La forza dal moto spirituale ha origine,
-il quale moto, scorrendo per le membra degli
-animali sensibili, ingrossa i muscoli di
-quelli, onde, ingrossati, essi muscoli si vengono
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-a raccortare o trarsi dirieto i nervi <span class="inl-note">[nervi = tendini]</span>,
-che con essi son congiunti; e di qui si causa
-la forza per le membra umane.
-</p>
-
-<p>
-La qualità e quantità delle forze d’uno
-uomo potrà partorire altra forza, la quale
-sarà proporzionevolmente tanto maggiore,
-quanto essa sarà di più lungo moto l’una
-che l’altra.
-</p>
-
-<h3>XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA.</h3>
-
-<p>
-La gravità, la forza, e ’l moto accidentale,
-insieme colla percussione, son le quattro
-accidentali potenze colle quali tutte
-l’evidenti opere de’ mortali hanno loro essere
-e loro morte.
-</p>
-
-<h3>XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA.</h3>
-
-<p>
-Ogni moto attende al suo mantenimento,
-overo: ogni corpo mosso sempre si move,
-in mentre che la impressione de la potenzia
-del suo motore in lui si riserva.
-</p>
-
-<h3>XLIII. — ANCORA.</h3>
-
-<p>
-Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E
-se possibile fussi dare un diametro
-d’aria a questa spera della terra, a similitudine
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-d’un pozzo, che dall’una all’altra
-superfizie si mostrassi, e per esso pozzo si
-lasciassi cadere un corpo grave; ancora che
-esso corpo si volessi al centro fermare, l’impeto
-sarebbe quello, che per molti anni
-glielo vieterebbe.
-</p>
-
-<h3>XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA
-DELLE SFERE CELESTI.<a class="tagtitle" id="tag136" href="#note136">[136]</a></h3>
-
-<p>
-<i>Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno
-o no.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa
-in corpo denso e, s’ella sarà fatta da due
-corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria,
-che li circonda, e questa tal confregazione
-consuma li corpi confregati: adunque seguiterebbe,
-che li cieli, nella lor confregazione,
-per non avere aria infra loro, non generassino
-sôno. E se tale confregazione pure
-avesse verità, essi, in tanti seculi che tali
-cieli son rivoltati, si sarebbon consumati da
-tanta immensa velocità fatta in ogni giornata;
-e se pur facessin sôno esso non si
-può spandere, perchè il sôno della percussione
-fatta sotto l’acqua poco si sente, e
-meno o niente si sentirebbe ne’ corpi densi;
-ancora: ne’ corpi politi la lor confregazione
-fa non sôno, il che similmente accadrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-non farsi sôno nel contatto over
-confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non
-sono politi nel contatto delle lor confregazioni,
-sèguita essere globulosi e ruvidi,
-adunque il lor contatto non è continuo, essendo
-così e’ si genera il vacuo; il quale è
-concluso non darsi in natura.
-</p>
-
-<p>
-Adunque è concluso che confregazione
-avrebbe consumati li termini di ciascun cielo,
-e tanto quanto più esso è più veloce in
-mezzo che inverso i poli, più si consumerebbe
-in mezzo che da’ poli; e poi più non
-si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i
-ballerini si fermerebbono, salvo se i cieli l’un
-girassi a oriente e l’altro a settentrione.
-</p>
-
-<h3>XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ.</h3>
-
-<p>
-La terra è grave nella sua spera, ma
-tanto più, quanto essa sarà in elemento più
-lieve.
-</p>
-
-<p>
-Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto
-più, quanto esso sarà in elemento più grave.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno elemento semplice ha gravità
-o levità nella sua propria spera.
-</p>
-
-<h3>XLVI. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun
-centro, non è per desiderio che esso
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè
-non è per attrazione, ch’esso centro faccia,
-come calamita, del tirare a sè tal peso.
-</p>
-
-<h3>XLVII. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-— Il peso perchè non resta nel suo sito?
-</p>
-
-<p>
-— Non resta perchè non ha resistenza.
-</p>
-
-<p>
-— E donde si moverà?
-</p>
-
-<p>
-— Moverassi inverso il centro.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non per altre linee?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè il peso, che non ha resistenzia,
-discenderà in basso per la via più breve,
-e ’l più basso sito è il centro del mondo.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè lo sa così tal peso trovarlo
-con tanta brevità?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non va — come insensibile <span class="inl-note">[come cosa, che non ha vita, nè moto proprio]</span> — prima
-vagando per diverse linee.
-</p>
-
-<h3>XLVIII. — LAUDE DEL SOLE.</h3>
-
-<p>
-Se guarderai le stelle, sanza razzi <span class="inl-note">[senza quelle false irradiazioni, che provengon dall’occhio]</span> (come
-si fa a vederle per un piccolo foro fatto
-colla strema punta da la sottile agucchia,
-e quel posto quasi a toccare l’occhio), tu
-vedrai esse stelle essere tanto minime, che
-nulla cosa pare essere minore: e veramente
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-la lunga distanza dà loro ragionevole diminuzione,
-ancora che molte vi sono, che son
-moltissime volte maggiori che la stella, ciò
-è la terra coll’acqua.
-</p>
-
-<p>
-Ora pensa quel che parrebbe essa nostra
-stella in tanta distanza, e considera poi
-quante stelle si metterebbe e per longitudine
-e latitudine infra esse stelle, le quali
-sono seminate per esso spazio tenebroso.
-</p>
-
-<p>
-Mai non posso fare ch’io non biasimi
-molti di quelli antichi, li quali dissono, che
-il sole non avea altra grandezza che quella,
-che mostra; fra’ quali fu Epicuro, e credo
-che cavasse tale ragione da un lume posto
-in questa nostra aria, equidistante al centro:
-chi lo vede, no ’l vede mai diminuito
-di grandezza in nessuna distanza.
-</p>
-
-<h3>XLIX. — SEGUE LA LAUDE.</h3>
-
-<p>
-E le ragioni della sua grandezza e virtù
-le riservo nel quarto libro. Ma ben mi meraviglio,
-che Socrate biasimassi questo tal
-corpo, e che dicessi quello essere a similitudine
-di pietra infocata; e certo chi lo punì
-di tal errore poco peccò.
-</p>
-
-<p>
-Ma io vorrei avere vocaboli, che mi
-servissino a biasimare quelli, che voglion
-laudare più lo adorare gli omini, che tal
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-sole, non vedendo nell’universo corpo di
-maggiore magnitudine e virtù di quello.
-E ’l suo lume allumina tutti li corpi celesti,
-che per l’universo si compartono. Tutte
-l’anime discendan da lui, perchè il caldo,
-ch’è nelli animali vivi, vien dall’anime, e
-nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo,
-come mostrerò nel quarto libro. — E
-certo costoro, che han voluto adorare li
-omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte
-e simili han fatto grandissimo errore, vedendo,
-che, ancora che l’omo fossi grande
-quanto il nostro mondo, che parrebbe simile
-a una minima stella, la qual pare un punto
-nell’universo; e ancora vedendo essi omini
-mortali e putridi e corruttibili nelle loro
-sepolture.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Spera</i> e Marullo laudan con molti altri
-esso sole.<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>
-</p>
-
-<h3>L. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-Forse Epicuro vide le ombre delle colonne
-ripercosse nelli antiposti muri essere
-eguali al diametro della colonna, donde si
-partìa tale ombra; essendo adunque il concorso
-dell’ombre parallelo dal suo nascimento
-al suo fine, li parve da giudicare che
-il sole ancora lui fosse fronte di tal parallelo,
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-e per conseguenza non essere più grosso
-il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione
-d’ombra era insensibile per la
-lunga distanza del sole.
-</p>
-
-<p>
-Se ’l sole fussi minore della terra le stelle
-di gran parte del nostro emisperio sarebbon
-sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice:
-tanto è grande il sole quanto e’ pare.)
-</p>
-
-<h3>LI. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-Dice Epicuro il sole essere tanto quanto
-esso si dimostra: adunque e’ pare essere un
-piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe
-che la luna, quand’ella fa oscurare il sole,
-il sole non l’avanzerebbe di grandezza come
-e’ fa; onde, sendo la luna minor del
-sole, essa luna sarebbe men d’un piede, e
-per conseguenza, quando il nostro mondo
-fa oscurare la luna, sarebbe minore d’un
-dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è un
-piede e la nostra terra fa ombra piramidale
-inverso la luna, egli è necessario che sia
-maggiore il luminoso causa della piramide
-ombrosa, che l’opaco causa d’essa piramide.
-</p>
-
-<h3>LII. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-Misura quanti soli si metterebbe nel
-corso suo di ventiquattro ore!... E qui si
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole
-era tanto grande quanto esso parea, che, — parendo
-il diametro del sole una misura
-pedale, e che esso sole entrassi mille volte
-nel suo corso di ventiquattro ore, — egli
-avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento
-braccia, che è un sesto di miglio.
-</p>
-
-<p>
-Ora è che ’l corso del sole, infra dì e
-notte, sarebbe camminato la sesta parte
-d’un miglio, e questa venerabile lumaca del
-sole avrebbe camminato venticinque braccia
-per ora!
-</p>
-
-<h3>LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO
-PER NATURA E NON PER VIRTÙ.</h3>
-
-<p>
-Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo,
-perchè non è di colore di foco, ma è molto più
-bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere,
-che, quando il bronzo liquefatto è
-più caldo, elli e più simile al color del sole,
-e, quand’è men caldo, ha più color di foco.
-</p>
-
-<h3>LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Provasi il sole, in sua natura, essere
-caldo — e non freddo, come già s’è detto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lo specchio concavo, essendo freddo, nel
-ricevere li razzi del foco, li rifrette più caldi,
-che esso foco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-</p>
-
-<p>
-La palla di vetro, piena d’acqua fredda,
-manda fori di sè li razzi, presi dal foco, ancora
-più caldi d’esso foco.
-</p>
-
-<p>
-Di queste due dette esperienze sèguita,
-che tal calore delli razzi, avuti dello specchio
-o della palla d’acqua fredda, sien caldi
-per virtù, e non perchè tale specchio o palla
-sia calda; e ’l simile in questo caso accade
-del sole passato per essi corpi, che scalda
-per virtù. E per questo hanno concluso il
-solo non esser caldo. — Il che per le medesime
-allegate isperienze si prova esso
-sole essere caldissimo, per la sperienza detta
-dello specchio e palla, che, essendo freddi,
-pigliando i razzi della caldezza del foco, li
-rendan razzi caldi, perchè la prima causa
-è calda: e il simile accade del sole, che essendo
-lui caldo, passando per tali specchi
-freddi, refrette gran calore.
-</p>
-
-<p>
-Non lo splendore del sole scalda, ma il
-suo natural calore.
-</p>
-
-<h3>LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI
-NELLO SPAZIO.</h3>
-
-<p>
-Passano li razzi solari per la fredda regione
-dell’aria e non mutan natura, passan
-per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano
-di lor natura, e, per qualunque loco
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-transparente essi passassino, è come s’elli
-penetrassino altrettanta aria.
-</p>
-
-<h3>LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE
-O DA SÈ.</h3>
-
-<p>
-Dicano <span class="inl-note">[Sott.: gli scrittori, gli autori]</span> di avere il lume da sè, allegando,
-che se Venere e Mercurio non n’avessi
-il lume da sè, quando esso s’interpone infra
-l’occhio nostro e ’l sole, esse oscurerebbon
-tanto d’esso sole, quanto esse ne
-coprano all’occhio nostro. — E quest’è falso,
-perch’è provato come l’ombroso, posto
-nel luminoso, è cinto e coperto tutto da’
-razzi laterali del rimanente di tal luminoso
-e così resta invisibile. Come si dimostra,
-quando il sole è veduto per la ramificazione
-delle piante sanza foglie in lunga distanzia,
-essi rami non occupano parte alcuna d’esso
-sole alli occhi nostri.
-</p>
-
-<p>
-Il simile accade a’ predetti pianeti, li
-quali, ancora che da sè e’ sieno sanza luce,
-eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna
-del sole all’occhio nostro.
-</p>
-
-<p>
-Seconda pruova. Dicano le stelle nella
-notte parere lucidissime quanto più ci son
-superiori; e che s’elle non avessin lume da
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-sè che l’ombra, che fa la terra, che s’interpone
-infra loro e ’l sole, le verrebbe a scurare,
-non vedendo esse, nè sendo vedute dal
-corpo solare. — Ma questi non n’han considerato,
-che l’ombra piramidale della luna
-non n’aggiugne <span class="inl-note">[raggiunge, arriva]</span> infra troppe stelle, quello
-ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita
-che poco occupa del corpo della stella,
-e ’l rimanente è alluminato dal sole.
-</p>
-
-<h3>LVII. — LA TERRA È UNA STELLA.</h3>
-
-<p>
-Tu nel tuo discorso hai a concludere la
-terra essere una stella quasi simile alla luna,
-e così proverai la nobiltà del nostro
-mondo!
-</p>
-
-<p>
-E così farai un discorso delle grandezze
-di molte stelle, secondo li autori.
-</p>
-
-<h3>LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO.</h3>
-
-<p>
-Come la terra è una stella. La terra mediante
-la spera dell’acqua, che in gran
-parte la veste, — la qual piglia il simulacro
-del sole e risplende all’universo, sì come
-fan tutte l’altre stelle, — si dimostra ancora
-lei essere stella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-</p>
-
-<h3>LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA
-ESSERE UNA STELLA.</h3>
-
-<p>
-In prima diffinisci l’occhio.
-</p>
-
-<p>
-Poi mostra come il battere <span class="inl-note">[il tremolio della luce, del fulgore escitizio
-delle stelle]</span> d’alcuna
-stella viene dall’occhio; e perchè il batter
-d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra;
-e come li razzi delle stelle nascan dall’occhio.
-E di’ che, se ’l battere delle stelle
-fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento
-mostra d’essere di tanta dilatazione,
-quant’è il corpo di tale stella; essendo
-adunque maggior della terra, che tal moto
-fatto in istante sare’ trovo veloce a raddoppiare
-la grandezza di tale stella; di poi
-prova come la superfizie dell’aria, ne’ confini
-del foco, e la superfizie del foco, nel suo
-termine, è quella, nella qual penetrando, li
-razzi solari portan tal similitudine di corpi
-celesti grandi nel lor levare e porre <span class="inl-note">[tramontare]</span>, e piccole
-essendo essi nel mezzo del cielo.
-</p>
-
-<h3>LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI.</h3>
-
-<p>
-Il libro mio s’astende a mostrare come
-l’Ocean, colli altri mari, fa, mediante il
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-sole, splendere il nostro mondo a modo di
-luna, e a’ più remoti pare stella; e quest’è
-provo.
-</p>
-
-<h3>LXI. — LA TERRA NON È CENTRO
-DELL’UNIVERSO.</h3>
-
-<p>
-Come la terra non è nel mezzo del cerchio
-del sole, nè nel mezzo del mondo, ma
-è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni
-e uniti con lei; e chi stesse nella luna, quand’ella
-insieme col sole è sotto a noi, questa
-nostra terra, coll’elemento dell’acqua,
-parrebbe e farebbe offizio, tal qual fa la luna
-a noi.
-</p>
-
-<h3>LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA
-AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE.</h3>
-
-<p>
-Come la terra, facendo offizio di luna, ha
-perduto assai del lume antico nel nostro
-emisperio pel calare delle acque, com’è
-provato in libro quarto: <i>De mundo e acque</i>.
-</p>
-
-<h3>LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA
-DELLA LUNA.</h3>
-
-<p>
-1. Nessun lievissimo è opaco.
-</p>
-
-<p>
-2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve.
-</p>
-
-<p>
-3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi
-o no.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-E s’ella non ha sito particulare, come
-la terra, nelli sua elementi, perchè non cade
-al centro de’ nostri elementi?
-</p>
-
-<p>
-E se la luna non è in mezzo alli sua elementi,
-e non discende, adunque ella è più
-lieve che altro elemento.
-</p>
-
-<p>
-E se la luna è più lieve che altro elemento,
-perchè è solida e non traspare?
-</p>
-
-<h3>LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA.</h3>
-
-<p>
-Nessun denso è più lieve che l’aria.
-</p>
-
-<p>
-Avendo noi provato come la parte della
-luna, che risplende è acqua, che specchia il
-corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore
-da lui ricevuto, e come, se tale acqua
-fusse sanza onde, ch’ella picciola si dimostrerebbe,
-ma di splendore quasi simile al
-sole; al presente bisogna provare, se essa
-luna è corpo grave o lieve; imperocchè se
-fusse grave, confessando che dalla terra in
-su in ogni grado d’altezza s’acquista gradi
-di levità, — conciò sia che l’acqua è più
-lieve che la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l
-foco che l’aria e così seguitando successivamente, — e’
-parrebbe che, se la luna avesse
-densità, com’ella ha, ch’ella avesse gravità
-e, avendo gravità, che lo spazio, ove essa si
-trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-avesse <i>a discendere inverso il centro
-dell’universo e congiugnersi colla terra</i>,
-e se non lei almanco le sue acque avessino
-a cadere, e spogliarla di sè, e cadere inverso
-il centro, e lasciar di sè la luna spogliata
-e sanza lustro; onde, non seguitando quel
-che di lei la ragione ci promette, egli è manifesto
-segno, che tal luna è vestita de’ sua
-elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in
-sè per sè si sostenga in quello spazio, come
-fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro
-spazio, e che tale offizio facciano le
-cose gravi ne’ sua elementi, qual fanno l’altre
-cose gravi nelli elementi nostri.
-</p>
-
-<h3>LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-La luna densa e grave come sta, la
-luna?
-</p>
-
-<h3>LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO
-AI PROPRI ELEMENTI.</h3>
-
-<p>
-Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in
-mezzo al suo albume sanza discendere d’alcuna
-parte, ed è più lieve o più grave o
-eguale d’esso albume; e, s’egli è più lieve,
-egli dovrebbe sorgere sopra tutto l’albume
-e fermarsi in contatto della scorza d’esso
-uovo e, s’elli è più grave dovrebbe discender,
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-e, s’elli è eguale, così potrebbe stare nell’un
-delli stremi come in mezzo o di sotto.
-</p>
-
-<h3>LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO
-DELLA VITA.</h3>
-
-<p>
-Il caldo è cagione del movimento dell’umido,
-e ’l freddo lo ferma, come si vede la
-region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria.
-</p>
-
-<p>
-Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale
-è movimento d’omore.
-</p>
-
-<h3>LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE
-VIVENTE.</h3>
-
-<p>
-Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia
-vita sensitiva, vegetativa o razionale: nascono
-le penne sopra li uccelli, e si mutano
-ogni anno; nascono li peli sopra li animali
-e ogni anno si mutano, salvo alcuna parte,
-come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e
-simili; nascono l’erbe sopra li prati e le
-foglie sopra li alberi, e ogni anno in gran
-parte si rinnovano; adunque potremo dire,
-la terra avere anima vegetativa, e che la
-sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li
-ordini delle collegazioni <span class="inl-note">[aggregazioni]</span> de’ sassi, di che si
-compongono le montagne, il suo tenerume
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-sono li tufi, il suo sangue sono le vene delle
-acque, il lago del sangue, che sta dintorno
-al core, è il mare oceano, il suo alitare e ’l
-crescere e discrescere del sangue per li polsi,
-e così nella terra è il flusso e riflusso
-del mare, e ’l caldo dell’anima del mondo
-è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la residenza
-dell’anima vegetativa sono li fochi,
-che per diversi lochi della terra spirano in
-bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a
-Mon Gibello di Sicilia e altri lochi assai.
-</p>
-
-<h3>LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO
-E DEL MONDO.
-COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE L’ACQUA.</h3>
-
-<p>
-L’omo è detto da li antiqui mondo minore,
-e certo la dizione d’esso nome è bene
-collocata imperò che, sì come l’omo è composto
-di terra, acqua, aria e foco, questo
-corpo della terra è il simigliante. Se l’omo
-ha in sè ossa, sostenitori e armadura della
-carne, il mondo ha i sassi sostenitori della
-terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue,
-dove cresce e discresce il polmone, nello
-alitare, il corpo della terra ha il suo oceano
-mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce
-ogni sei ore per lo alitare del mondo; se
-dal detto lago di sangue dirivan vene, che
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-si vanno ramificando per lo corpo umano,
-similmente il mare oceano empie il corpo
-de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca
-al corpo della terra i nervi, i quali non vi
-sono, perchè i nervi sono fatti al proposito
-del movimento, e, il mondo sondo di perpetua
-stabilità, non v’accade movimento, e,
-non v’accadendo movimento, i nervi non
-vi sono necessari. Ma in tutte l’altre cose
-sono molto simili.
-</p>
-
-<h3>LXX. — L’ACQUA.</h3>
-
-<p>
-Il corpo della terra, a similitudine dei
-corpi delli animali, è tessuto di ramificazione
-di vene, le quali son tutte insieme
-congiunte, e son costituite a nutrimento e
-vivificazione d’essa terra e de’ sua creati.
-</p>
-
-<h3>LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA
-DEL MONDO.</h3>
-
-<p>
-L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue,
-che tien viva essa montagna, o, forata
-in essa o per traverso essa vena, la natura,
-aiutatrice de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento
-di volere riparare il mancamento
-del versato umore, quivi con curioso <span class="inl-note">[sollecito]</span> soccorso
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-abbonda; a similitudine del loco percosso
-nell’omo, e’ si vede, per lo soccorso
-fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle,
-in modo di sgonfiamento, per sopperire al
-loco infecto <span class="inl-note">[contuso, per la percussione]</span>; similmente la vite, sendo tagliata
-nell’alta stremità, manda la natura
-dall’infime radice all’altezza somma del loco
-tagliato il suo umore, e quello, essendo versato,
-essa non l’abbandona di vitale umore,
-insino al fine della sua vita.
-</p>
-
-<h3>LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-L’acqua è proprio quella, che per vitale
-umore di questa arida terra è dedicata: e
-quella causa, che la move per le sue ramificate
-vene, contro al natural corso delle cose
-gravi, è proprio quella, che move li umori
-in tutte le spezie de’ corpi animali.
-</p>
-
-<h3>LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI.</h3>
-
-<p>
-L’acqua, vitale omore della terrestre macchina,
-mediante il suo natural calore si move.
-</p>
-
-<h3>LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE
-ALL’ACQUA.</h3>
-
-<p>
-L’acqua è ’l vetturale della natura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA.</h3>
-
-<p>
-Li corsi subterranei delle acque, sì come
-quelli, che son fatti in fra l’aria e la terra,
-son quelli, che al continuo consumano e profondano
-li letti delli lor corsi.
-</p>
-
-<p>
-La terra, levata dalli fiumi, si scarica
-nelle ultime parti delli lor corsi, ovvero la
-terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica
-nell’ultime bassezze delli lor moti.
-</p>
-
-<p>
-Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice
-del mare, è manifesto prodigio della
-creazione d’una isola, la qual si scoprirà
-tanto più tardi o più presto, quanto la quantità
-dell’acqua, che surge, sarà di minore o
-maggior quantità.
-</p>
-
-<p>
-E questa tale isola si genera dalla quantità
-della terra o consumazion de’ sassi, che
-fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi,
-dond’ella discorre.
-</p>
-
-<h3>LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI
-NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE.</h3>
-
-<p>
-Come le rive del mare al continuo acquistano
-terreno inverso il mezzo del mare.
-</p>
-
-<p>
-Come li scogli o promontori de’ mari al
-continuo ruinano, e si consumano.
-</p>
-
-<p>
-Come i mediterranei scopriranno i lor
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-fondi all’aria, e sol riserberanno il canale
-al maggior fiume, che dentro vi metta, il
-quale correrà all’Oceano, e ivi verserà le
-sue acque, insieme con quelle di tutti i fiumi,
-che con esso s’accompagnano.
-</p>
-
-<h3>LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI.</h3>
-
-<p>
-In fra le potenti cagioni de’ terrestri
-danni a me pare, che i fiumi, colle ruinose
-innondazioni, tengano il principato; e non
-è il foco, come alcuni han voluto, imperocchè
-il foco termina sua voragine, dove manca il
-nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è
-mantenuto dalle inclinate valli, ancora lui
-termina e more insieme coll’ultima bassezza
-della valle; ma il foco è causato dal nutrimento
-e ’l moto dell’acqua dalla bassezza.
-Il nutrimento del foco è disunito, e disunito
-e separato fia il danno, e il foco more, dove
-manca il nutrimento. La declinazione delle
-valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso
-corso del fiume, finchè, in compagnia delle
-sue valli, finirà nel mare, universale bassezza
-e unico riposo delle peregrinanti acque dei
-fiumi.
-</p>
-
-<p>
-Ma con quale lingua o con quale vocaboli
-potrò io esprimere e dire le nefande
-ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-rapacità, fatte da’ diluvî de’ superbi
-fiumi? Come potrò io dire? — Certo io non
-mi sento bastevole a tanta dimostrazione;
-ma pure con quell’aiuto, che mi dà la sperienza,
-m’ingegnerò riferire il modo del
-dannificare, contro ai quali diripanti fiumi
-non vale alcuno umano riparo.
-</p>
-
-<h3>LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.</h3>
-
-<p>
-O tempo, veloce predatore delle create
-cose, quanti re, quanti popoli hai tu disfatti,
-e quante mutazioni di stati e varî casi sono
-seguìti, dopochè la maravigliosa forma di
-questo pesce qui morì per le cavernose o
-ritorte interiora <span class="inl-note">[Sott.: del monte]</span> .... Ora, disfatto dal tempo,
-paziente giaci in questo chiuso loco; colle
-spolpate e ignude ossa hai fatto armadura
-e sostegno al soprapposto monte!
-</p>
-
-<h3>LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO
-PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.</h3>
-
-<p>
-Perchè molto son più antiche le cose che
-le lettere, non è maraviglia se alli nostri
-giorni non apparisce scrittura delli predetti
-mari essere occupatori di tanti paesi; e se
-pure alcuna scrittura apparìa le guerre, l’incendi,
-li diluvi dell’acque, le mutazioni delle
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-lingue e delle leggi hanno consumato ogni
-antichità: ma a noi bastano le testimonianze
-delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi
-nelli alti monti, lontani dalli mari d’allora.
-</p>
-
-<h3>LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI <span class="inl-note">[le conchiglie fossili]</span>
-MARINI.<a class="tagtitle" id="tag138" href="#note138">[138]</a></h3>
-
-<p>
-Se tu dirai che li nicchi, che per li confini
-d’Italia lontano dalli mari, in tanta altezza
-si veggono alli nostri tempi, siano
-stati per causa del Diluvio, che lì li lasciò;
-io ti rispondo che, credendo tu che tal Diluvio
-superasse il più alto monte 7 cubiti, — come
-scrisse chi li misurò, — tali nicchi,
-che sempre stanno vicini ai liti del mare,
-e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non
-sì poco sopra le radici de’ monti, per tutto
-a una medesima altezza, a suoli a suoli <span class="inl-note">[a strati, a strati]</span>.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dirai, che, essendo tali nicchi
-vaghi di stare vicini alli liti marini, e che,
-crescendo in tanta altezza, che li nicchi si
-partirono da esso lor primo sito, e seguitarono
-l’accrescimento delle acque insino alla
-lor somma altezza; qui si risponde che, sendo
-il nicchio animale di non più veloce moto che
-si sia la lumaca, fori dell’acqua, — e qualche
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un
-solco ove s’appoggia, — camminerà il dì
-dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, con
-tale moto, non sarà camminato dal mare
-Adriano insino in Monferrato di Lombardia,
-chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come
-disse chi tenne conto d’esso tempo.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dici che l’onde ve li portarono,
-essi per la lor grossezza, non si reggono, se
-non sopra il suo fondo; e se questo non mi
-concedi, confessami almeno ch’elli aveano
-a rimanere nelle cime de’ più alti monti e
-ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come
-lago di Lario o di Como e ’l Maggiore e di
-Fiesole e di Perugia e simili.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dirai che li nicchi son portati
-dall’onde, essendo voti e morti, io dico che,
-dove andavano li morti, poco si rimovevano
-da’ vivi, e in queste montagne sono trovati
-tutti i vivi, che si cognoscono, che sono
-colli gusci appaiati, e sono in un filo dove
-non è nessun de’ morti, e poco più alto è
-trovato, dove eran gettati dall’onde tutti li
-morti colle loro scorze separate, appresso a
-dove li fiumi cascavano in mare in gran
-profondità. E se li nicchi fussero stati portati
-dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti
-separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-e non con ordinati gradi a suoli, come alli
-nostri tempi si vede.
-</p>
-
-<h3>LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI
-SONO PER MOLTO SPAZIO E NATI REMOTI
-DALLI MARI, PER LA NATURA DEL
-SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE E INFLUISCE
-TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI.</h3>
-
-<p>
-A costor si risponderà che s’è tale influenza <span class="inl-note">[influsso degli astri, atto a crear animali fossili]</span>
-d’animali, non potrebbero accadere
-in una sola linea se non animali di medesima
-sorte e età, e non il vecchio col giovane,
-e non alcun col coperchio e l’altro
-essere sanza sua copritura, e non l’uno esser
-rotto e l’altro intero, e non l’uno ripieno
-di rena marina, e rottame minuto e
-grosso d’altri nicchi dentro alli nicchi interi,
-che lì son rimasti aperti, e non le bocche
-de’ granchi sanza il rimanente del suo
-tutto, e non li nicchi d’altre specie appiccati
-con loro in forma d’animale, che sopra
-di quelli si movesse, perchè ancora resta
-il vestigio del suo andamento sopra la
-scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il
-legname andò consumando; non si troverebbero
-infra loro ossa e denti di pesce, li
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-quali alcuni dimandano saette e altri lingue
-di serpenti, e non si troverebbero tanti
-membri di diversi animali insieme uniti, se
-lì da’ liti marini gittati non fussino.
-</p>
-
-<p>
-E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè
-le cose gravi più dell’acqua, non stanno
-a galla sopra l’acqua, e le cose predette
-non sarìano in tanta altezza, se già a nuoto
-ivi sopra dell’acque portate non furono, la
-qual cosa è impossibile per la lor gravezza.
-</p>
-
-<p>
-Dove le vallate non ricevono le acque
-salse del mare, quivi i nicchi mai non si
-vedono, come manifesto si vede nella gran
-valle d’Arno di sopra alla Gonfolina, sasso
-per antico unito con Monte Albano in forma
-d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato
-tal fiume in modo che, prima che versasse
-nel mare, il quale era dopo ai piedi
-di tal sasso, componea due grandi laghi,
-de’ quali il primo è, dove oggi si vede fiorire
-la città di Fiorenze insieme con Prato
-e Pistoia, e Monte Albano seguiva il resto
-dell’argine insin dove oggi è posto Serravalle.
-Dal Val d’Arno di sopra insino
-Arezzo si creava un secondo lago, il quale
-nell’antidetto lago versava le sue acque,
-chiuso circa dove oggi si vede Girone, e
-occupava tutta la detta valle di sopra per
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-ispazio di quaranta miglia di lunghezza.
-Questa valle riceve sopra il suo fondo tutta
-la terra portata dall’acqua da quella intorbidata,
-la quale ancora si vede a’ piedi di
-Prato Magno restare altissima, dove li fiumi
-non l’hanno consumata, e infra essa terra
-si vedono le profonde segature de’ fiumi, che
-quivi son passati, li quali discendono dal
-gran monte di Prato Magno, nelle quali segature
-non si vede vestigio alcuno di nicchi
-o di terra marina. Questo lago si congiugnea
-col lago di Perugia.
-</p>
-
-<p>
-Gran somma di nicchi si vede, dove li
-fiumi versano in mare, benchè in tali siti
-l’acque non sono tanto salse per la mistion
-dell’acque dolci, che con quelle s’uniscono.
-E ’l segno di ciò si vede dove per antico
-li Monti Appennini versavano li lor fiumi
-nel mare Adriano, li quali in gran parte
-mostrano infra li monti gran somma di nicchi,
-insieme coll’azzurrigno terreno di mare,
-e tutti li sassi, che di tal loco si cavano,
-son pieni di nicchi.
-</p>
-
-<p>
-Il medesimo si conosce avere fatto Arno,
-quando cadea dal sasso della Gonfolina nel
-mare, che dopo quella non troppo basso si
-trovava, perchè a quelli tempi superava
-l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-nelle somme altezze di quello si vedono le
-ripe piene di nicchi e ostriche dentro alle
-sue mura; non si distesero li nicchi inverso
-Val di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno
-in là non si astendeano.
-</p>
-
-<p>
-Come li nicchi non si partirono dal mare
-per Diluvio, perchè l’acque, che diverso la
-terra venivano, ancora che essi tirassino il
-mare inverso la terra, esse eran quelle, che
-percuoteano il suo fondo, perchè l’acqua,
-che viene di verso la terra, ha più corso
-che quella del mare, e per conseguenza è
-più potente, entra sotto l’altra acqua del
-mare, e rimove il fondo, e accompagna con
-seco tutte le cose mobili, che in quella trova,
-come son i predetti nicchi e altre simili
-cose, e quanto l’acqua, che vien di
-terra, è più torbida che quella del mare,
-tanto più si fa potente e grave che quella.
-</p>
-
-<p>
-Adunque io non ci vedo modo di tirare
-i predetti nicchi tanto infra terra, se quivi
-nati non fussino!
-</p>
-
-<p>
-Se tu mi dicessi il fiume Era <span class="inl-note">[Loira]</span>, che passa
-per la Francia, nell’accrescimento del mare <span class="inl-note">[nel flusso o alta marea]</span>,
-si copre più di ottanta miglia di paese,
-perchè è loco di gran pianura, e ’l mare
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono
-a trovare in tal pianura, discosta dal
-mare esse ottanta miglia; qui si risponde
-che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei
-mari non fanno tanta varietà, perchè
-in Genovese non varia nulla, a Venezia poco,
-in Africa poco, e dove poco varia poco
-occupa di paese.
-</p>
-
-<h3>LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO,
-CHE DICONO I NICCHI ESSER PORTATI
-PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI
-MARI PER CAUSA DEL DILUVIO, TANT’ALTO
-CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA.</h3>
-
-<p>
-Dico, che il Diluvio non potè portare le
-cose nate dal mare alli monti, se già il mare
-gonfiando non creasse innondazione insino
-alli lochi sopradetti, la qual gonfiazione accadere
-non può, perchè si darebbe vacuo.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi
-abbiamo concluso il grave non si
-sostenere sopra il lieve, onde per necessità
-si conclude, esso diluvio essere causato dall’acque
-piovane; e, se così è, tutte esse acque
-corrono al mare, e non corre il mare alle
-montagne; e se elle corrono al mare esse
-spingono li nicchi dal lito del mare, e non
-li tirano a sè.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per
-l’acque piovane, portò essi nicchi a tale altezza; — già
-abbiamo detto, che le cose più
-gravi dell’acqua non notan sopra di lei, ma
-stanno ne’ fondi, dalli quali non si rimovono,
-se non per causa di percussion d’onda.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dirai, che l’onde le portassino
-in tali lochi alti, noi abbiamo provato, che
-l’onde nella gran profondità tornano in contrario,
-nel fondo, al moto di sopra, la qual
-cosa si manifesta per lo intorbidare del
-mare dal terreno tolto vicino alli liti.
-</p>
-
-<p>
-Muovesi la cosa più lieve che l’acqua
-insieme colla sua onda, ed è lasciata nel più
-alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi
-la cosa più grave che l’acqua sospinta
-dalla sua onda nella superfizie ed al fondo
-suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi
-sua saran provati a pieno, noi concludiamo,
-che l’onda superfiziale non può portare
-nicchi, per essere più grevi che l’acqua.
-</p>
-
-<p>
-Quando il diluvio avesse avuto a portare
-li nicchi trecento e quattrocento miglia
-distanti dalli mari, esso li avrebbe portati
-misti con diverse nature, insieme ammontati:
-e noi vediamo in tal distanza
-l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e
-li pesci calamai, e tutti li altri nicchi, che
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-stanno insieme a congregazione, essere trovati
-tutti insieme morti; e li nicchi solitari
-trovarsi distanti l’uno dall’altro, come nei
-liti marittimi tutto il giorno vediamo!
-</p>
-
-<p>
-E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate
-grandissime, infra le quali assai
-vedi quelle, che hanno ancora il coperchio
-congiunto, a significare che qui furono lasciate
-dal mare che ancor viveano, quando
-fu tagliato lo stretto di Gibilterra.
-</p>
-
-<p>
-Vedesi in nelle montagne di Parma e
-Piacenza le moltitudini di nicchi e coralli
-intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei
-quali, quand’io facevo il gran cavallo di
-Milano <span class="inl-note">[la statua equestre a Francesco Sforza]</span>, me ne fu portato un gran sacco
-nella mia fabbrica da certi villani, che in
-tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era
-assai delli conservati nella prima bontà....
-</p>
-
-<p>
-Trovansi sotto terra e sotto li profondi
-cavamenti de’ lastroni <span class="inl-note">[le profonde cave di macigno]</span>, li legnami delle
-travi lavorati, fatti già neri, li quali furon
-trovati a mio tempo in quel di Castel Fiorentino,
-e questi, in tal loco profondo, v’erano
-prima che la litta <span class="inl-note">[fango di fiume]</span>, gittata dall’Arno nel
-mare, che quivi copriva, fusse abbandonata
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-in tant’altezza, e che le pianure del Casentino
-fussin tanto abbassate dal terren, che
-hanno al continuo di lì sgomberato.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi tali nicchi essere creati
-e creano a continuo in simili lochi per la
-natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce;
-questa tale opinione non sta in cervelli
-di troppo discorso, perchè quivi s’enumeran
-li anni del loro accrescimento sulla loro
-scorza, e se ne vedono piccoli e grandi, i
-quali sanza cibo non crescerebbero, e non
-si cibarebbero sanza moto, e quivi movere
-non si poteano.
-</p>
-
-<h3>LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL
-PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA
-DEL PRESENTE.</h3>
-
-<p>
-Come nelle falde, infra l’una e l’altra,
-si trovano ancora li andamenti delli lombrichi,
-che camminavano infra esse, quando
-non erano ancora asciutte.
-</p>
-
-<p>
-Come tutti li fanghi marini ritengono
-ancora de’ nicchi, ed è petrificato il nicchio
-insieme col fango.
-</p>
-
-<p>
-Della stoltizia e semplicità di quelli, che
-vogliono che tali animali fussino, alli lochi
-distanti dai mari, portati dal Diluvio.
-</p>
-
-<p>
-Come altra setta d’ignoranti affermano
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-la natura o i cieli averli in tali lochi creati
-per influssi celesti, come in quelli non si
-trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza
-di tempo, come nelle scorze de’ nicchi
-e lumache non si potesse annumerare
-li anni o i mesi della lor vita, come <span class="inl-note">[allo stesso modo che]</span> nelle
-corna de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione
-delle piante, che non furono mai
-tagliate in alcuna parte!
-</p>
-
-<p>
-E avendo con tali segni dimostrato la
-lunghezza della lor vita essere manifesta,
-ecco bisogna confessare, che tali animali
-non vivino sanza moto, per cercare il loro
-cibo, e in loro non si vede strumenti da penetrare
-la terra e ’l sasso, ove si trovano
-rinchiusi.
-</p>
-
-<p>
-Ma in che modo si potrebbe trovare in
-una gran lumaca i rottami e parte di molt’altre
-sorte di nicchi di varia natura, se
-ad essa, sopra de’ liti marini già morta, non
-li fussino state gettate dalle onde del mare,
-come dell’altre cose lievi, che esso getta
-a terra?
-</p>
-
-<p>
-Perchè si trova tanti rottami e nicchi
-interi fra falda e falda di pietra, se già
-quella sopra del lido non fusse stata ricoperta
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-da una terra rigettata dal mare, la
-qual poi si venne petrificando?
-</p>
-
-<p>
-E se ’l diluvio predetto li avesse in tali
-siti dal mare portato, tu troveresti essi nicchi
-in sul termine d’una sola falda e non
-al termine di molte.
-</p>
-
-<p>
-Devonsi poi annumerare le annate delli
-anni, che ’l mare multiplicava le falde dell’arena
-e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e
-ch’elli scaricava in sui liti sua; e se tu volessi
-dire, che più diluvi fussino stati a produrre
-tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe,
-che ancora tu affermassi ogni anno
-essere un tal diluvio accaduto.
-</p>
-
-<p>
-E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu
-quello, che portò tali nicchi fuor de’ mari
-centinaia di miglia, questo non può accadere,
-essendo stato esso diluvio per causa
-di pioggie: — perchè naturalmente le pioggie
-spingono i fiumi, insieme colle cose da
-loro portate, inverso il mare, e non tirano
-inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti marittimi.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò
-colle sue acque sopra de’ monti, il moto del
-mare fu sì tardo, col cammino suo contro
-al corso de’ fiumi, che non avrebbe sopra di
-sè tenute a noto le cose più gravi di lui, e,
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-se pur l’avesse sostenute, esso nel calare
-l’avrebbe lasciate in diversi lochi seminate.
-</p>
-
-<p>
-Ma come accomoderemo noi li coralli, li
-quali inverso Monteferrato in Lombardia
-essersi tutto dì trovati intarlati <span class="inl-note">[corrosi dal tempo e dalle varie vicende]</span>, appiccati
-alli scogli, scoperti dalla corrente de’ fiumi?
-</p>
-
-<p>
-E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi
-e famiglie d’ostriche, le quali noi
-sappiamo che non si movono, ma stan sempre
-appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro
-aprono per cibarsi d’animaluzzi, che notan
-per l’acque, li quali, credendo trovar bona
-pastura, diventano cibo del predetto nicchio.
-</p>
-
-<p>
-Non si trova l’arena mista coll’aliga
-marina <span class="inl-note">[l’alga marina]</span> essersi petrificata, poichè l’aliga,
-che la tramezzava, venne meno. E di questa
-scopre tutto il giorno il Po nelle mine
-delle sue ripe.
-</p>
-
-<h3>LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI.</h3>
-
-<p>
-E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti
-dalla natura in essi monti mediante
-le costellazioni, per qual via mostrerai tal
-costellazione fare li nicchi di varie grandezze
-e di diverse età e di varie spezie ’n
-un medesimo sito?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-E come mi mostrerai la ghiara congelata
-a gradi <span class="inl-note">[stratificata e cementata in roccie]</span> in diverse altezze delli monti, perchè
-quivi è di diverse ragioni, ghiare portate
-di diversi paesi dal corso de’ fiumi in tal
-sito; e la ghiara non è altro che pezzi di
-pietra, che han persi li angoli per la lunga
-rivoluzione e le diverse percussioni e cadute,
-ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque,
-che in tal loco le condusse?
-</p>
-
-<p>
-Come proverai il grandissimo numero di
-varie spezie di foglie congelate <span class="inl-note">[fossilizzate e improntate]</span> nelli alti
-sassi di tal monte, e l’aliga, erba di mare,
-stante a diacere mista con nicchi e rena? E
-così vedrai ogni cosa petrificata insieme
-con granchi marini, rotti in pezzi, separati
-e tramezzati da essi nicchi.
-</p>
-
-<h3>LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE
-GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO.</h3>
-
-<p>
-Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che
-la terra per sdegno s’attuffasse sotto il mare
-a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece il
-secondo!
-</p>
-
-<p>
-LXXXVI. — DUBITAZIONE.
-</p>
-
-<p>
-Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l
-diluvio venuto al tempo di Noè fu universale
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-o no, e qui parrà di no per le ragioni,
-che si assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam
-che il predetto diluvio fu composto
-di 40 dì e 40 nocte di continua e universa
-pioggia, e che tal pioggia alzò di sei gomiti
-sopra al più alto monte dell’universo; e se
-così fu, che la pioggia fussi universale, ella
-vestì di sè la nostra terra di figura sperica,
-e la superfizie sperica ha ogni sua parte
-egualmente distante al centro della sua spera;
-onde la spera dell’acqua trovandosi nel
-modo della detta condizione, elli è impossivile
-che l’acqua sopra di lei si mova, perche
-l’acqua in sè non si move, s’ella non
-discende; adunque l’acqua di tanto diluvio
-come si partì, se qui è provato non aver
-moto? E s’ella si partì, come si mosse, se
-ella non andava allo in su? E qui mancano
-le ragioni naturali, onde bisogna per soccorso
-di tal dubitazione, chiamare il miracolo
-per aiuto, o dire che tale acqua fu vaporata
-dal calor del sole.
-</p>
-
-<p>
-LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE
-DELLA VITA NEL MONDO.<a class="tagtitle" id="tag139" href="#note139">[139]</a>
-</p>
-
-<p>
-Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso
-infra li cresciuti argini de’ fiumi, e si vede
-il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-aria, avendo a fasciare e circonscrivere
-la mollificata macchina della terra <span class="inl-note">[il corpo sferico della Terra, rammollito per le assorbite acque]</span>,
-la sua grossezza, che stava fra l’acqua e
-lo elemento del foco, rimarrà molto ristretta
-e privata della bisognosa acqua. I
-fiumi rimarranno senza le loro acque, la
-fertile terra non manderà più leggere fronde,
-non fieno più i campi adornati dalle
-ricascanti piante; tutti li animali non trovando
-da pascere le fresche erbe, morranno;
-e mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e
-altri animali, che vivono di ratto; e agli
-omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare
-la loro vita, e mancherà la generazione
-umana.
-</p>
-
-<p>
-A questo modo la fertile e fruttuosa
-terra, abbandonata, rimarrà arida e sterile;
-e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa
-nel suo ventre) e per la vivace natura, osserverà
-alquanto dello suo accrescimento <span class="inl-note">[continuerà a produrre vita e forme]</span>,
-tanto che, passata la fredda e sottile aria,
-sia costretta a terminare collo elemento del
-foco: allora la sua superfice rimarrà in
-riarsa cenere, e questo fia il termine della
-terrestre natura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<h3>LXXXVIII. — LA TERRA
-IMMERSA NELL’ACQUA
-PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’ MONTI.</h3>
-
-<p>
-Perpetui son li bassi lochi del fondo del
-mare, e il contrario son le cime de’ monti,
-sèguita che la terra si farà sperica e tutta
-coperta dall’acque, e sarà inabitabile.
-</p>
-
-<h3>LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO
-I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.</h3>
-
-<p>
-La scienza strumentale, over macchinale,
-è nobilissima e sopra tutte l’altre utilissima,
-conciò sia che mediante quella tutti
-li corpi animati, che hanno moto fanno tutte
-loro operazioni; i quali moti nascono dal
-centro della lor gravità, che è posto in
-mezzo a parti di pesi diseguali, e ha questo
-carestia e dovizia di muscoli <span class="inl-note">[disequilibrio di forza nervosa]</span> ed etiam
-lieva e contra lieva.
-</p>
-
-<h3>XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE
-STRUMENTALMENTE L’UCCELLO VOLANTE.</h3>
-
-<p>
-L’uccello è strumento oprante per legge
-matematica, il quale strumento è in potestà
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-dell’omo poterlo fare con tutti li sua
-moti, ma non con tanta potenza; ma solo
-s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque
-direm che tale strumento, composto per
-l’omo, non li manca se non l’anima dello
-uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta
-dall’anima dell’omo.
-</p>
-
-<p>
-L’anima alle membra delli uccelli, sanza
-dubbio, obbidirà meglio a’ bisogni di quelle,
-che a quelle non farebbe l’anima dell’omo,
-da esse separato, e massimamente ne’ moti
-di quasi insensibili bilicazioni; ma poi che
-alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo
-l’uccello provvedere, noi possiamo, per
-tale esperienza, giudicare, che le forte sensibili
-potranno essere note alla cognizione
-dell’omo, e che esso largamente potrà provvedere
-alla ruina di quello strumento, del
-quale lui s’è fatto anima e guida.
-</p>
-
-<h3>XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA
-DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO DEL
-NIBBIO.</h3>
-
-<p>
-Questo scriver sì distintamente del nibbio
-par che sia mio destino, perchè ne la
-prima ricordazione della mia infanzia e’ mi
-parea che, essendo io in culla, che un nibbio
-venissi a me, e mi aprissi la bocca colla
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-sua coda, e molte volte mi percotessi con
-tal coda dentro alle labbra.
-</p>
-
-<h3>XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO
-IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI GRANDI
-UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.</h3>
-
-<p>
-Nasce per causa che li piccoli uccelli,
-essendo sanza piume, non reggano alla immensa
-freddezza della grande altura dell’aria,
-nella quale <span class="inl-note">[Sott.: vivono]</span> li avvoltoi e le aquile e
-altri grossi uccelli, ben piumosi e vestiti di
-molti gradi di penne.
-</p>
-
-<p>
-Ancora li uccelli piccoli, con deboli e
-scempie <span class="inl-note">[sottili]</span> ali, si sostengano in questa aria
-bassa, che è grossa, e non si sosterrebbono
-nell’aria sottile, che poco resista.
-</p>
-
-<h3>XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA
-COLL’ALTRUI MORTE.</h3>
-
-<p>
-In nella cosa morta riman vita dissensata,
-la quale, ricongiunta alli stomachi dei
-vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva.
-</p>
-
-<h3>XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE
-AL CONTINUO MORE E RINASCE.</h3>
-
-<p>
-Il corpo di qualunque cosa, la qual si
-nutrica, al continuo more e al continuo rinasce,
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-perchè entrare non po’ nutrimento,
-se non in quelli lochi, dove il passato nutrimento
-è spirato; e s’elli è spirato, elli
-più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento
-eguale al nutrimento partito, allora
-la vita manca di sua valetudine; e se tu li
-levi esso nutrimento, la vita in tutto resta
-distrutta. Ma se tu ne rendi tanto quanto
-se ne distrugge alla giornata, allora tanto
-rinasce di vita, quanto se ne consuma, a similitudine
-del lume della candela col nutrimento
-datoli dall’omore d’essa candela: il
-quale lume ancora lui al continuo con velocissimo
-soccorso restaura di sotto, quanto
-di sopra se ne consuma morendo; e di splendida
-luce si converte, morendo, in tenebroso
-fumo, la qual morte è continua, siccome
-è continuo esso fumo, e la continuità
-di tal fumo è eguale al continuato nutrimento;
-e in istante tutto il lume è morto
-e tutto rigenerato, insieme col moto del
-nutrimento suo.
-</p>
-
-<h3>XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.</h3>
-
-<p>
-L’omo e li animali sono proprio transito
-e condotto di cibo, sepoltura di animali,
-albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo
-a sè vita dell’altrui morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<h3>XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Guarda il lume e considera la sua bellezza.
-Batti l’occhio e riguardalo: ciò che
-di lui tu redi, prima non era e, ciò che di
-lui era, più non è.
-</p>
-
-<p>
-Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo
-muore?
-</p>
-
-<h3>XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.<a class="tagtitle" id="tag140" href="#note140">[140]</a></h3>
-
-<p>
-Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa,
-ed ogni cosa si fa ogni cosa, e ogni cosa
-torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli
-elementi è fatto da essi elementi.
-</p>
-
-<h3>XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE
-E DEL DOLORE NEL MONDO.</h3>
-
-<p>
-La natura pare qui in molti o di molti
-animali stata più presto crudele matrigna
-che madre, o d’alcuni non matrigna, ma
-pietosa madre.
-</p>
-
-<h3>XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Perchè la natura non ordinò, che l’uno
-animale non vivesse della morte dell’altro?
-</p>
-
-<p>
-La natura, essendo vaga e pigliando piacere
-del creare e fare continue vite e forme,
-perchè conosce, che sono accrescimento
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-della sua terrestre materia, è volonterosa
-e più presta nel suo creare, che ’l tempo col
-consumare, e però ha ordinato, che molti
-animali siano cibo l’uno dell’altro: e, non
-soddisfacendo questo a simile desiderio,
-spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti
-vapori, sopra le gran moltiplicazioni
-e congregazioni d’animali e massime sopra
-gli omini, che fanno grande accrescimento,
-perchè altri animali non si cibano di loro;
-e tolte via le cagioni mancheranno li effetti.
-</p>
-
-<p>
-Adunque, questa terra cerca di mancare
-di sua vita, desiderando la continua moltiplicazione.
-</p>
-
-<p>
-Per la tua assegnata e demonstrata ragione
-spesso li effetti somigliano le loro
-cagioni: gli animali sono esemplo della vita
-mondiale.
-</p>
-
-<h3>C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE
-E NEGLI ESSERI.</h3>
-
-<p>
-Or vedi, la speranza e ’l desiderio del
-ripatriarsi e ritornare nel primo caso <span class="inl-note">[nello stato primitivo, anteriore alla nascita]</span>, fa a
-similitudine della farfalla al lume, e l’uomo,
-che con continui desideri sempre con
-festa aspetta la nuova primavera e sempre
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-la nuova state, sempre e nuovi mesi e nuovi
-anni, parendogli che le desiderate cose, venendo,
-sieno troppo tarde, e’ non s’avvede,
-che desidera la sua disfazione!...
-</p>
-
-<p>
-Ma questo desiderio è la quintessenza,
-spirito degli elementi, che, trovandosi rinchiusa
-per l’anima dello umano corpo, desidera
-sempre ritornare al suo mandatario.
-E vo’ che sappi, che questo medesimo desiderio
-è quella quintessenza, compagnia della
-natura, e l’uomo è modello dello mondo.
-</p>
-
-<p>
-E questo uomo ha una somma pazzia che
-sempre stenta per non stentare, e la vita
-a lui fugge sotto speranza di godere i beni
-con somma fatica acquistati.
-</p>
-
-<h3>CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI
-DELL’ANIMA.</h3>
-
-<p>
-L’anima pare risiedere nella parte judiziale <span class="inl-note">[parte judiziale = intelletto (qui e altrove)]</span>;
-e la parte judiziale pare essere nel
-loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale
-è detto senso comune <span class="inl-note">[senso comune = cervello]</span>, e non è tutta per
-tutto il corpo, come molti hanno creduto;
-anzi tutta in nella parte, imperocchè, se ella
-fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte,
-non era necessario li strumenti de’ sensi
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-fare in fra loro uno medesimo concorso a
-uno solo loco, anzi bastava che l’occhio
-operasse l’uffizio del sentimento sulla sua
-superfizie e non mandare, per la via delli
-nervi ottici, la similitudine delle cose vedute
-al senso, chè l’anima, alla sopra detta
-ragione, le poteva comprendere in essa superfizie
-dell’occhio. E similmente al senso
-dell’udito bastava solamente la voce risonasse
-nelle concave porosità dell’osso petroso,
-che sta dentro all’orecchio, e non fare
-da esso osso al senso comune altro transito,
-dove essa s’abbocca, e abbia a discorrere
-al comune giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Il senso dell’odorato ancora lui si vede
-essere dalla necessità costretto a concorrere
-a detto judizio; il tatto passa per le corde
-forate <span class="inl-note">[corde = nervi]</span>, ed è portato a esso senso, le quali
-corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione,
-in nella pelle, che circonda le
-corporee membra e visceri.
-</p>
-
-<p>
-Le corde perforate portano il comandamento
-e sentimento delli membri offiziali <span class="inl-note">[membri offiziali = muscoli]</span>,
-le quali corde e nervi, infra i muscoli e le
-coste, comandano a quelli il movimento;
-quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-in atto collo sgonfiare, imperocchè ’l sgonfiare
-raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto
-i nervi <span class="inl-note">[nervi = tendini]</span>, i quali si tessono per le particule
-de’ membri, essendo infusi nelli stremi
-de’ diti, portano al senso la cagione del
-loro contatto.
-</p>
-
-<p>
-I nervi coi loro muscoli servono alle
-corde, come i soldati a’ condottieri, e le corde
-servono al senso comune come i condottieri
-al capitano; adunque la giuntura delli
-ossi obbedisce al nervo, e ’l nervo al muscolo
-e ’l muscolo alla corda e la corda al
-senso comune, e ’l senso comune è sedia
-dell’anima, e la memoria è sua munizione
-e la imprensiva è sua referendaria.
-</p>
-
-<h3>CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.</h3>
-
-<p>
-Il senso comune è quello, che giudica le
-cose a lui date da li altri sensi.
-</p>
-
-<p>
-Il senso comune è mosso mediante le
-cose a lui date da li cinque sensi.
-</p>
-
-<p>
-E essi sensi si movono mediante li obbietti,
-e questi obbietti, mandando le lor
-similitudini a’ cinque sensi, da quelli son
-transferiti alla imprensiva <span class="inl-note">[imprensiva = sensitività e percezione]</span> e da quella al
-comune senso; e lì, sendo judicate, sono
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-mandate alla memoria, nella quale sono,
-mediante la loro potenza, più o meno riservate.
-</p>
-
-<p>
-I cinque sensi sono questi: vedere, udire,
-toccare, gustare, odorare.
-</p>
-
-<p>
-Li antichi speculatori hanno concluso,
-che quella parte del giudizio, che è data
-all’omo, sia causata da uno strumento, al
-quale riferiscano li altri cinque, mediante
-la imprensiva, e a detto strumento hanno
-posto nome senso comune, e dicano questo
-senso essere situato in mezzo il capo. E
-questo nome di <i>senso comune</i> dicano, solamente,
-perchè è comune judice de li altri
-cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare, gustare
-e odorare. Il senso comune si move
-mediante la imprensiva, ch’è posta in mezzo
-in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove
-mediante la similitudine delle cose a lei
-date da li strumenti superfiziali, cioè i sensi,
-i quali sono posti in mezzo, infra le cose
-esteriori e la imprensiva, e similmente i
-sensi si movano mediante li obbietti. La similitudine
-delle circustanti cose mandano,
-le loro similitudine a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono
-alla imprensiva, la imprensiva la
-manda al senso comune, e da quello sono
-stabilite nella memoria, e lì sono più o meno
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-ritenute, secondo la importanza o potenza
-della cosa data.
-</p>
-
-<p>
-Quello senso è più veloce nel suo offizio,
-il quale è più vicino alla imprensiva; il qual
-è l’occhio, superiore e principe de li altri,
-del quale solo tratteremo, e li altri lascieremo,
-per non ci allungare dalla nostra materia.
-</p>
-
-<h3>CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.</h3>
-
-<p>
-La natura ha ordinati nell’omo i muscoli
-uffiziali, tiratori de’ nervi, i quali possino
-movere le membra, secondo la volontà e desiderio
-del comun senso, a similitudine delli
-uffiziali stribuiti da uno signore per varie
-province e città, i quali in essi lochi rappresentano
-e obbediscano alla volontà d’esso
-signore. E quello ufiziale, che più in un solo
-caso abbi obbedito alle concessione fattoli
-di bocca dal suo signore, farà poi per sè,
-nel medesimo caso, cosa, che non si partirà
-dalla volontà d’esso signore.
-</p>
-
-<p>
-Così si vede spesse volte fare alle dita,
-che imparando, con somma obbedienza, la
-cosa sopra uno strumento, le quali li sieno
-comandate dal giudizio, dopo esso imparare,
-le sonerà sanza ch’esso giudizio v’attenda.
-</p>
-
-<p>
-I muscoli, che movano le gambe, non fanno
-ancora l’offizio loro, sanza che l’omo lo sappi?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<h3>CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA
-PER LORO, SANZA COMANDAMENTO DELLI
-ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.</h3>
-
-<p>
-Questo chiaramente apparisce, imperocchè
-tu vedrai movere ai paralitici e a’ freddolosi
-e assiderati le loro tremanti membra,
-come testa e mani, sanza licenza dell’anima,
-la quale anima, con tutte sue forze, non
-potrà vietare a essi membri che non tremino.
-Questo medesimo accade nel malcaduco
-e ne’ membra tagliati, come code di
-lucierte.
-</p>
-
-<h3>CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE
-SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.</h3>
-
-<p>
-Sommo difetto è de’ pittori replicare li
-medesimi moti, i medesimi volti e maniere
-di panni in una medesima istoria, e fare la
-maggiore parte de’ volti, che somigliano al
-loro maestro. La qual cosa m’ha molte volte
-dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto
-alcuno, che in tutte le sue figure parea
-avervisi ritratto al naturale. E in quelle si
-vede li atti e li modi del loro fattore.
-</p>
-
-<p>
-E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi,
-le sue figure sono il simile in prontitudine,
-e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-figure con lor colli torti, e, se ’l maestro è
-dappoco, le sue figure paiono la pigrizia ritratta
-al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato,
-le figure sue son simili, e, s’egli
-è pazzo, nelle sue istorie si dimostra largamente,
-le quali sono nemiche di conclusione
-e non stanno attente alla loro operazione,
-anzi chi guarda in qua e chi in là, come
-se sognassino; e così segue ciascun accidente
-in pittura il proprio accidente del
-pittore.
-</p>
-
-<p>
-E avendo io più volte considerato la
-causa di tal difetto, mi pare, che sia da giudicare,
-che quella anima, che regge e governa
-ciascun corpo, si è quella che fa il
-nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio
-nostro. Adunque ella ha condotto tutta
-la figura dell’omo, com’ella ha giudicato
-quello stare bene, o col naso lungo o corto
-o camuso, e così li ha fermo la sua altezza
-e figura, ed è di tanta potenza questo tal
-giudizio ch’egli move le braccia al pittore,
-e fagli replicare se medesimo, parendo a
-essa anima, che quello sia il vero modo di
-figurare l’omo, e, chi non fa come lui, faccia
-errore. E, s’ella trova alcuno, che simigli
-al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella
-l’ama o s’innamora di quello, e per questo
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-molti s’innamorano e toglian moglie,
-che simiglia a lui, e spesso li figlioli, che
-nascano di tali, simigliano ai loro genitori.
-</p>
-
-<h3>CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO
-GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE COSE
-E NEGLI ESSERI.</h3>
-
-<p>
-Deve il pittore fare la sua figura sopra
-la regola d’un corpo naturale, il quale comunemente
-sia di proporzione laudabile;
-oltre di questo far misurare sè medesimo e
-vedere, in che parte la sua persona varia
-assai o poco da quella antidetta laudabile,
-e, fatta questa notizia, deve riparare con
-tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi
-mancamenti, nelle figure da lui operate,
-che nella persona sua si trova.
-</p>
-
-<p>
-E sappi, che con questo vizio ti bisogna
-sommamente pugnare, conciò sia ch’egli è
-mancamento, ch’è nato insieme col giudizio:
-perchè l’anima maestra del tuo corpo
-è quella, ch’è il tuo proprio giudizio, e volentieri
-si diletta nelle opere simili a quella,
-ch’ella operò nel comporre del suo corpo.
-E di qui nasce, che non è si brutta figura
-di femmina, che non trovi qualche amante — se
-già non fussi mostruosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sì che ricordati intendere i mancamenti,
-che sono nella tua persona, e da quelli ti
-guarda nelle figure, che da te si compongono.
-</p>
-
-<h3>CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Quel pittore, che arà goffe mani, le farà
-simili nelle sua opere, e quel medesimo
-li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l
-lungo studio non glielo vieta. Adunque tu,
-pittore, guarda bene quella parte, che hai
-più brutta nella tua persona, e ’n quella col
-tuo studio fa bono riparo, imperò che, se
-sarai bestiale, le tue figure saranno il simile
-e sanza ingegnio, e similmente ogni
-parte di bono e di tristo, che hai in te, si
-dimostrerà in parte nelle tue figure.
-</p>
-
-<h3>CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.</h3>
-
-<p>
-Questo accade, chè il giudicio nostro è
-quello, che move la mano alla creazione
-de’ lineamenti d’esse figure, per diversi
-aspetti, insino a tanto ch’esso si satisfaccia;
-e perchè esso giudicio è una delle potenze
-dell’anima nostra, con quella essa compose
-la forma del corpo, dov’essa abita,
-secondo il suo volere. Onde avendo co’ le
-inani a rifare un corpo umano volontieri
-rifà quel corpo, di ch’essa fu prima inventrice,
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri
-s’innamorano di cose a loro simiglianti.
-</p>
-
-<h3>CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.</h3>
-
-<p>
-Quattro sono le potenze: memoria e intelletto,
-lascibili e concupiscibili <span class="inl-note">[senso e desiderio]</span>.
-</p>
-
-<p>
-Le due prime son ragionevoli e l’altre
-sensuali.
-</p>
-
-<p>
-De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato
-sono di poca proibizione, tatto e gusto no.
-</p>
-
-<p>
-L’odorato mena con seco il gusto nel
-cane e altri golosi animali.
-</p>
-
-<h3>CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.</h3>
-
-<p>
-Perchè vede più certa la cosa l’occhio
-ne’ sogni, che colla imaginazione stando
-desto?
-</p>
-
-<h3>CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.</h3>
-
-<p>
-La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in
-ogni grado di moti fatti dal sole, muta gradi
-di magnitudine <span class="inl-note">[si dilata o si restringe]</span>.
-</p>
-
-<p>
-E, in ogni grado di magnitudine, una medesima
-cosa veduta si dimostrerà di diverse
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-grandezze, benchè spesse volte il paragone
-delle cose circostanti non lascino discernere
-tale mutazione d’una sola cosa, che si
-risguardi.
-</p>
-
-<h3>CXII. — INGANNO DEI SENSI.</h3>
-
-<p>
-L’occhio, nelle debite distanze e debiti
-mezzi, meno s’inganna nel suo uffizio, che
-nissun altro senso, perchè (non) vede se non
-per linee rette, che compongono la piramide <span class="inl-note">[formata dal raggi luminosi]</span>,
-che si fa base dell’obbietto, e la conduce
-a esso occhio, come intendo provare.
-</p>
-
-<p>
-Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti
-e distanze delli suoi obbietti, perchè non
-vengono le spezie <span class="inl-note">[le onde sonore]</span> a lui per rette linee, come
-quelle dell’occhio, ma per linee tortuose
-e riflesse, e molte sono le volte che le remote
-paiano più vicine, che le propinque,
-mediante li transiti di tali spezie; benchè
-la voce di eco sol per linee rette si riferisce
-a esso senso.
-</p>
-
-<p>
-L’odorato meno si certifica del sito, donde
-si causa un’odore; ma il gusto e il
-tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia
-di esso tatto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<h3>CXIII. — SUL TEMPO.</h3>
-
-<p>
-Benchè il tempo sia annumerato in fra
-le continue quantità, esso, per essere invisibile
-e sanza corpo, non cade integralmente
-sotto la geometrica potenza, la quale
-lo divide per figure e corpi d’infinita varietà,
-come continuo nelle cose visibili e
-corporee far si vede; ma sol co’ sua primi
-principî si conviene, cioè col punto e colla
-linia: il punto nel tempo è da essere equiparato
-al suo istante, e la linea, ha similitudine
-colla lunghezza d’una quantità d’un
-tempo, e, siccome i punti son principio o
-fine della predetta linea, così li instanti son
-termine e principio di qualunque dato spazio
-di tempo, e se la linea è divisibile in
-infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione
-non è alieno, e se le parti divise della
-linea sono proporzionabili infra sè, ancora
-le parti del tempo saranno proporzionabili
-infra loro.
-</p>
-
-<h3>CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.</h3>
-
-<p>
-Scrivi la qualità del tempo separata dalla
-geometrica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<h3>CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.</h3>
-
-<p>
-Il minore punto naturale è maggiore di
-tutti i punti matematici, e questo si pruova
-perchè il punto naturale è quantità continua,
-e ogni continuo è divisibile in infinito,
-e il punto matematico è indivisibile, perchè
-non è quantità.
-</p>
-
-<p>
-Ogni quantità continua intellettualmente
-è divisibile in infinito.
-</p>
-
-<p>
-Infra le grandezze delle cose, che sono
-infra noi, l’essere del Nulla tiene il principato,
-e ’l suo offizio s’estende infra le cose,
-che non hanno l’essere, e la sua essenza
-risiede appresso del tempo, infra ’l preterito
-e ’l futuro — e nulla possiede del presente.
-</p>
-
-<p>
-Questo Nulla ha la sua parte eguale al
-tutto e ’l tutto alla parte e ’l divisibile allo
-indivisibile, e tal somma produce nella sua
-partizione come nella multiplicazione e nel
-suo sommare quanto nel sottrarre, come si
-dimostra appresso delli aritmetici dello suo
-decimo carattere, che rappresenta esso Nulla <span class="inl-note">[lo zero]</span>.
-E la podestà sua non si estende infra le
-cose di natura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<p>
-[Quello che è detto Niente si ritrova solo
-nel tempo e nelle parole: nel tempo si trova
-infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene
-del presente, e così, infra le parole, delle
-cose che si dicono, che non sono o che sono
-impossibili.]
-</p>
-
-<p>
-Appresso del tempo il Nulla risiede infra
-’l preterito e ’l futuro, e niente possiede
-del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna
-infra le cose impossibili. Onde
-per quel ch’è detto e’ non ha l’essere, imperò
-che, dove fusse il nulla, sarebbe dato
-il vacuo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pmorale">PENSIERI SULLA MORALE.</h2>
-
-<h3>I. — GLI STUDI DI LEONARDO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Io scopro alli omini l’origine della prima
-o forse seconda cagione del loro essere.
-</p>
-
-<h3>II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA.</h3>
-
-<p>
-E tu, che dici esser meglio il vedere fare
-l’anatomia, che vedere tali disegni, diresti
-bene, se fusse possibile vedere tutte queste
-cose, che in tali disegni si dimostrano, in
-una sola figura; nella quale, con tutto il tuo
-ingegno, non vedrai e non avrai la notizia,
-se non d’alquante poche vene; delle quali
-io, per averne vera e piena notizia, ho disfatti
-più di dieci corpi umani, distruggendo
-ogni altri membri, consumando con
-minutissime particule tutta la carne, che
-d’intorno a esse vene si trovava, sanza
-insanguinarle, se non d’insensibile insanguinamento
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-delle vene capillari. E un sol
-corpo non bastava a tanto tempo, che bisognava
-procedere di mano in mano in tanti
-corpi, che si finisca la intera cognizione;
-la qual replicai due volte per vedere le
-differenze.
-</p>
-
-<p>
-E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai
-forse impedito dallo stomaco; e se questo
-non ti impedisce, tu sarai forse impedito
-dalla paura coll’abitare nelli tempi notturni
-in compagnia di tali morti squadrati e scorticati,
-e spaventevoli a vederli; e se questo
-non t’impedisce, forse ti mancherà il disegno
-bono, il quale s’appartiene a tal figurazione.
-</p>
-
-<p>
-E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato
-dalla prospettiva; e se sarà accompagnato,
-e’ ti mancherà l’ordine delle
-dimostrazion geometriche e l’ordine delle
-calculazion delle forze e valimento de’ muscoli;
-e forse ti mancherà la pazienza, chè
-tu non sarai diligente.
-</p>
-
-<p>
-Delle quali, se in me tutte queste cose
-sono stato o no, i centoventi libri da me
-composti ne daran sentenza del sì o del
-no, nelli quali non sono stato impedito nè
-d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo.
-Vale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<h3>III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA
-ALL’ETICA.</h3>
-
-<p>
-Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà
-mostro la Cosmografia del minor mondo la struttura dell’uomo col
-medesimo ordine, che innanzi a me fu fatto
-da Tolomeo nella sua <i>Cosmografia</i>. E così
-dividerò poi quello in membra, come lui divise
-il tutto in provincie; e poi dirò l’uffizio
-delle parti per ciascun verso, mettendoti
-dinanzi alli occhi la notizia di tutta la figura
-e valitudine dell’omo, in quanto a moto locale,
-mediante lo sue parti.
-</p>
-
-<p>
-E così piacesse al Nostro Autore, che io
-potessi dimostrare la natura delli omini e
-loro costumi, nel modo che io descrivo la
-sua figura.
-</p>
-
-<h3>IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO
-DAGLI STUDI ANATOMICI.</h3>
-
-<p>
-E tu, o omo, che consideri in questa mia
-fatica l’opere mirabili della natura, se giudicherai
-essere cosa nefanda il distruggerla,
-or pensa essere cosa nefandissima il tôrre
-la vita all’omo; del quale, se questa sua
-composizione ti pare di maraviglioso artifizio,
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-pensa questa essere nulla rispetto all’anima,
-che in tale architettura abita, e
-veramente, quale essa si sia, ella è cosa divina:
-sicchè lasciala abitare nella sua opera
-a suo beneplacito, o non volere che la tua
-ira o malignità distrugga una tanta vita,
-chè veramente, chi non la stima, non la
-merita.
-</p>
-
-<p>
-Poichè così mal volentieri si parte dal
-corpo, e ben credo, che ’l suo pianto e dolore
-non sia sanza cagione.
-</p>
-
-<h3>V. — IL METODO SPERIMENTALE
-E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.</h3>
-
-<p>
-Queste regole son cagione di farti conoscere
-il vero dal falso, la qual cosa fa che
-li omini si promettano le cose possibili e
-con più moderanza, e che tu non ti veli
-d’ignoranza, che farebbe, che, non avendo
-effetto, tu t’abbi con disperazione a darti
-malinconia.
-</p>
-
-<h3>VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO
-ALLA SCIENZA.</h3>
-
-<p>
-Come molti stiano con istrumento alquanto
-sotto l’acqua; come e perchè io non
-scrivo il mio modo di star sotto l’acqua,
-quanto io posso star sanza mangiare; e questo
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-non pubblico o divolgo per le male nature
-delli omini, li quali userebbono li assassinamenti
-ne’ fondi de’ mari, col rompere
-i navili in fondo, e sommergerli, insieme
-colli omini, che vi son dentro, e benchè io
-insegni delli altri, quelli non son di pericolo,
-perchè di sopra all’acqua apparisce la
-bocca della canna, onde alitano, posta sopra
-otri o sughero.
-</p>
-
-<h3>VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.</h3>
-
-<p>
-Delli discorsi umani stoltissimo è da essere
-riputato quello, il qual s’astende alla
-credulità della Negromanzia, sorella della
-Alchimia, partoritrice delle cose semplici e
-naturali; ma è tanto più degna di riprensione
-che l’Alchimia, quanto ella non partorisce
-alcuna cosa se non simile a sè, cioè
-bugia.
-</p>
-
-<p>
-Il che non interviene nella Alchimia, la
-quale è ministratrice de’ semplici prodotti
-della natura; il quale uffizio fatto esser non
-può da essa natura, perchè in lei non sono
-strumenti organici, colli quali essa possa
-operare quel che adopera l’uomo mediante le
-mani, che in tale uffizio ha fatti i vetri ecc.
-</p>
-
-<p>
-Ma essa Negromanzia, stendardo e vero
-bandiera volante mossa dal vento, è guidatrice
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-della stolta moltitudine, la quale al
-continuo testimonia, collo abbaiamento, l’infiniti
-effetti di tale arte; e vanno empiuti i
-libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino,
-e sanza lingua parlino, e sanza strumenti
-organici, sanza i quali parlar non si
-può, parlino, e portino gravissimi pesi, faccino
-tempestare e piovere, e che li omini
-si convertino in gatti, lupi e altre bestie,
-benchè in bestia prima entran quelli, che tal
-cosa affermano.
-</p>
-
-<p>
-E certo se tale Negromanzia fusse in essere,
-come dalli bassi ingegni è creduto,
-nessuna cosa è sopra la terra, che al danno
-e servizio dell’omo fusse di tanta valetudine:
-perchè, se fusse vero che in tale arte
-si avesse potenza di far turbare la tranquilla
-serenità dell’aria, convertendo quella
-in notturno aspetto, e far le corruscazioni
-o venti, con spaventevoli toni e folgori scorrenti
-infra le tenebre, e con impetuosi venti
-ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve,
-e con quelle percuotere li eserciti, e quelli
-rompendo e atterrando, e oltr’a questo le
-dannose tempeste privando li cultori del
-premio delle lor fatiche: — o qual modo di
-guerra può essere, che con tanto danno
-possa offendere il suo nemico di aver podestà
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-di privarlo delle sue raccolte? qual
-battaglia marittima può essere, che si assomigli
-a quella di colui, che comanda alli
-venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici
-di qualunque armata? Certo quel che
-comanda a tali impetuose potenze sarà signore
-delli popoli, e nessuno umano ingegno
-potrà resistere alle sue dannose forze.
-Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo
-della terra fieno a costui tutti manifesti.
-Questo si farà portare per l’aria dall’oriente
-all’occidente e per tutti li oppositi aspetti
-dell’universo....
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè mi voglio più oltre estendere?
-qual è quella cosa, che per tale artifizio far
-non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi
-la morte. — E s’ell’è vera, perchè non
-è restata infra li omini, che tanto la desiderano,
-non avendo riguardo a nessuna
-deità?
-</p>
-
-<p>
-E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare
-a un suo appetito, ruinerebbero Iddio
-con tutto l’universo.
-</p>
-
-<p>
-E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo
-a lui tanto necessaria, essa non fu
-mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion
-dello spirito, il quale è invisibile in
-corpo; e dentro alli elementi non sono cose
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo,
-e ’l vacuo non si dà dentro alli elementi,
-perchè subito sarebbe dall’elemento
-riempiuto.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DELLI SPIRITI.</h3>
-
-<p>
-Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia
-detto, come la diffinizion dello spirito è: — una
-potenza congiunta al corpo, perchè per
-sè medesimo reggere non si può, nè pigliare
-alcuna sorte di moto locale. — E se tu dirai
-che per sè si regga; questo essere non può,
-dentro alli elementi, perchè, se lo spirito è
-quantità incorporea, questa tal quantità è
-detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura,
-e, dato che si desse, sùbito sarebbe riempiuto
-dalla ruina di quell’elemento, nel qual
-il vacuo si generasse.
-</p>
-
-<p>
-Adunque, per la deffinizione del peso, che
-dice: — la gravità è una potenza accidentale,
-creata d’alcuno elemento tirato o sospinto
-nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento
-non pesando nel medesimo elemento, e’ pesa
-nell’elemento superiore, ch’è più lieve di
-lui, come si vede: la parte dell’acqua non
-ha gravità o levità più che l’altra acqua,
-ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella
-acquisterà gravezza, la qual gravezza per
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-sè sostener non si può; onde li è necessario
-la ruina, e così cade infra l’acqua in
-quel loco, ch’è vacuo d’essa acqua. Tale accaderebbe
-nello spirito, stando infra li elementi,
-che al continuo genererebbe vacuo
-in quel tale elemento, dove lui si trovasse,
-per la qual cosa li sarebbe necessario la
-continua fuga inverso il celo, insinchè uscito
-fusse di tali elementi.
-</p>
-
-<h3>IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO
-INFRA LI ELEMENTI.</h3>
-
-<p>
-Abbiam provato, come lo spirito non può
-per sè stare infra li elementi, sanza corpo,
-nè per sè si può movere, per moto volontario,
-se non è allo in su. Ma al presente
-diremo, come, pigliando corpo d’aria tale
-spirito, è necessario che s’infonda infra essa
-aria, perchè s’elli stesse unito, e’ sarebbe
-separato, e caderebbe alla generazion del
-vacuo, come di sopra è detto. Adunque è
-necessario che, a volere restare infra l’aria,
-che esso s’infonda in una quantità d’aria,
-e, se si mista <span class="inl-note">[si mescola, si unisce]</span> coll’aria, elli seguita due inconvenienti,
-cioè, che elli levifica <span class="inl-note">[rende leggera]</span> quella
-quantità dell’aria, dove esso si mista, per
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-la qual cosa l’aria levificata per sè vola in
-alto, e non resta infra l’aria più grossa di
-lei; e oltre a questo tal virtù spirituale
-sparsa si disunisce, e altera sua natura,
-per la qual cosa esso manca della prima
-virtù.
-</p>
-
-<p>
-Aggiugnesi un terzo inconveniente, e
-questo è, che tal corpo d’aria, preso dallo
-spirito, è sottoposto alla penetrazion dei
-venti, li quali al continuo disuniscono e
-stracciano le parti unite dell’aria, quelle
-rivolgendo e raggirando infra l’altra aria.
-Adunque lo spirito in tale aria infuso, sarebbe
-smembrato, o vero sbranato e rotto,
-insieme collo sbranamento dell’aria, nella
-qual s’infuse.
-</p>
-
-<h3>X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO
-D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O NO.</h3>
-
-<p>
-Impossibile è che lo spirito, infuso a una
-quantità d’aria, possa movere essa aria; e
-questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo
-spirito levifica quella quantità dell’aria,
-nella quale esso s’infonde. — Adunque
-tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria,
-e sarà moto fatto dell’aria per la sua levità
-e non per moto volontario dello spirito
-e, se tale aria si scontra nel vento, per
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-la 3ª di questo, essa aria sarà mossa dal
-vento e non dallo spirito, in lei infuso.
-</p>
-
-<h3>XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.</h3>
-
-<p>
-Volendo mostrare, se lo spirito può parlare
-o no, è necessario in prima definire che
-cosa è voce, e come si genera: e diremo in
-questo modo: — <i>la voce è movimento d’aria
-confricata in corpo denso o ’l corpo denso
-confricato nell’aria (che è il medesimo), la
-qual confricazione di denso con raro condensa
-il raro, e fassi resistenza; e ancora il
-veloce raro nel tardo raro si condensano l’uno
-e l’altro ne’ contatti, e fanno suono e grandissimo
-strepito.</i> — È il suono, overo mormorio,
-fatto dal raro che si muove nel raro,
-con mediocre movimento, come la gran
-fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è
-il grandissimo strepito fatto di raro con
-raro, quando il veloce raro penetra in mobile
-raro, come la fiamma del foco uscita
-dalla bombarda e percossa infra l’aria, e
-ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che)
-percuote l’aria nella generazion delle saette.
-</p>
-
-<p>
-Adunque diremo, che lo spirito non possa
-generar voce sanza movimento d’aria, e aria
-in lui non è, nè la può cacciare da sè, se
-egli non l’ha; e se vol movere quella, nella
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-quale lui è infuso, egli è necessario che lo
-spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se
-lui non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno
-raro si move, se non ha loco stabile,
-donde lui pigli movimento, e massimamente
-avendosi a movere lo elemento nello elemento,
-il quale non si move da sè, se non
-per vaporazione <span class="inl-note">[effusione]</span> uniforme al centro della
-cosa vaporata, come accade nella spugna
-ristretta nella mano, che sta sotto l’acqua,
-dalla qual l’acqua fugge, per qualunque
-verso, con egual movimento per le fessure
-interposte infra le dita della man, che dentro
-a sè la strignie.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Se lo spirito ha voce articulata, e se lo
-spirito può essere audito.
-</p>
-
-<p>
-E che cosa è audire e vedere: l’onda
-della voce va per l’aria, come le spezie delli
-obbietti vanno all’occhio.
-</p>
-
-<h3>XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-O matematici fate lume a tale errore!
-</p>
-
-<p>
-Lo spirito non ha voce, perchè dov’è
-voce è corpo, e dove è corpo è occupazion
-di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-delle cose poste dopo tale loco: adunque
-tal corpo empie di sè tutta la circostante
-aria, cioè con le sua spezie <span class="inl-note">[colle sue immagini]</span>.
-</p>
-
-<h3>XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Non po’ essere voce, dove non è movimento
-o percussione d’aria, non po’ essere
-percussione d’essa aria, dove non è strumento,
-non po’ essere strumento incorporeo.
-Essendo così, uno spirito non po’ avere nè
-voce, nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo,
-non potrà penetrare, nè entrare, dove li usci
-sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria
-congregata e ristretta insieme lo spirito piglia
-i corpi di varie forme, e per quello strumento
-parla e move con forza; — a questa
-parte dico, che, dove non è nervi e ossa, non
-po’ essere forza operata, in nessuno movimento,
-fatto da gl’imaginati spiriti.
-</p>
-
-<h3>XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.</h3>
-
-<p>
-Della fallace Fisonomia e Chiromanzia
-non mi astenderò, perchè in loro non è verità,
-e questo si manifesta, perchè tali chimere
-non hanno fondamenti scientifici.
-</p>
-
-<p>
-Ver è che li segni de’ volti mostrano in
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-parte la natura degli uomini, li lor vizi e
-complessioni <span class="inl-note">[temperamenti]</span>, ma nel volto:
-</p>
-
-<p>
-<i>a</i>) Li segni, che separano le guance
-da’ labbri della bocca, e le nari del naso, e
-casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini
-allegri e spesso ridenti; e quelli, che
-poco li segnano, sono uomini operatori della
-cogitazione.
-</p>
-
-<p>
-<i>b</i>) E quelli, ch’hanno le parti del viso
-di gran rilievo e profondità, sono uomini
-bestiali e iracondi, con poca ragione.
-</p>
-
-<p>
-<i>c</i>) E quelli, ch’hanno le linee interposte
-infra le ciglia forte evidenti, sono iracondi.
-</p>
-
-<p>
-<i>d</i>) E quelli, che hanno le linee trasversali
-della fronte forte lineate, sono uomini
-copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E
-così si po’ dire di molte parti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ma della mano? Tu troverai grandissimi
-eserciti essere morti ’n una medesima ora
-di coltello, che nessun segno della mano è
-simile l’uno all’altro; e così in un naufragio.
-</p>
-
-<h3>XV. — CONTRO I RICERCATORI
-DEL MOTO PERPETUO.</h3>
-
-<p>
-L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è
-chiamata, o ell’è cacciata, o ella si move da
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata,
-quale è esso addimandatore? s’ella è
-cacciata, chi è quel che la caccia? s’ella si
-move da sè, ella mostra d’avere discorso: il
-che nelli corpi di continua mutazione di
-forma è impossibile avere discorso, perchè
-in tali corpi non è giudizio <span class="inl-note">[coscienza]</span>.
-</p>
-
-<h3>XVI. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè
-non si move, s’ella non discende.
-</p>
-
-<p>
-L’acqua per sè non si ferma, s’ella non
-è contenuta.
-</p>
-
-<h3>XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-O speculatori dello continuo moto quanti
-vani disegni, in simile cerca, avete creato!
-accompagnatevi colli cercatori dell’oro.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — AVVERTIMENTO.</h3>
-
-<p>
-Non si debbe desiderare lo impossibile.
-</p>
-
-<h3>XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.</h3>
-
-<p>
-Voglio far miracoli! Abbi men che li altri
-omini più quieti: e quelli, che vogliono
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo
-in gran povertà, come interviene e interverrà
-in eterno alli alchimisti, cercatori di
-creare oro e argento, e all’ingegnieri, che
-vogliono che l’acqua morta dia vita motiva
-a sè medesima con continuo moto, e al
-sommo stolto negromante e incantatore.
-</p>
-
-<h3>XX. — CONTRO I MEDICI.</h3>
-
-<p>
-Omini son eletti per medici di malattie
-da loro non conosciute.
-</p>
-
-<h3>XXI. — ANCORA.</h3>
-
-<p>
-Ogni omo desidera far capitale per dare
-a’ medici, destruttori di vite.
-</p>
-
-<p>
-Adunque devono esser ricchi.
-</p>
-
-<h3>XXII. — ANCORA.</h3>
-
-<p>
-E ingegnati di conservare la sanità, la
-qual cosa tanto più ti riuscirà, quanto più
-da’ fisici <span class="inl-note">[medici]</span> ti guarderai, perchè le sue composizioni
-son di specie d’Alchimia, della quale
-non è men numero di libri, ch’esista di Medicina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-</p>
-
-<h3>XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE
-NELLA VITA ANIMALE.</h3>
-
-<p>
-La natura ha posto, nel moto dell’omo,
-tutte quelle parti dinanzi, le quali percotendo,
-l’orno abbia a sentire doglia; e questo
-si sente ne’ fusi delle gambe e nella
-fronte e naso: ed è fatto a conservazione
-dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi
-preparato in essi membri, certo le molte
-percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero
-causa della lor destruzione.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO
-IL DOLORE.</h3>
-
-<p>
-Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime
-vegetative col moto <span class="inl-note">[gli animali]</span>, per conservazione
-delli strumenti, i quali pel moto si
-potrebbono diminuire e guastare; l’anime
-vegetative sanza moto <span class="inl-note">[le piante]</span> non hanno a percotere
-ne’ contra sè posti obietti, onde la doglia
-non è necessaria nelle piante, onde
-rompendole non sentono dolore, come quelle
-delli animali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<h3>XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI
-A CONSERVAZION DELLA VITA.</h3>
-
-<p>
-Lussuria è causa della generazione.
-</p>
-
-<p>
-Gola è mantenimento della vita.
-</p>
-
-<p>
-Paura over timore è prolungamento di
-vita.
-</p>
-
-<p>
-Dolore è salvamento dello strumento.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.</h3>
-
-<p>
-Sì come l’animosità è pericolo di vita,
-così la paura è sicurtà di quella.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO
-DELL’ANIMA.</h3>
-
-<p>
-Chi vole vedere come l’anima abita nel
-suo corpo, guardi come esso corpo usa la
-sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è
-sanza ordine e confusa, disordinato e confuso
-fia il corpo tenuto dalla su’ anima.
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA
-DALLA MATERIA CORPOREA.</h3>
-
-<p>
-L’anima mai si può corrompere nella
-corruzione del corpo, ma fa a similitudine
-del vento, ch’è causa del sono dell’organo,
-che, guastandosi una canna, non resultava
-per quella del vôto buono effetto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<h3>XXIX. — LA MEMORIA.</h3>
-
-<p>
-Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione,
-salvo che ’l sommo danno, cioè la
-morte, che uccide essa ricordazione insieme
-colla vita.
-</p>
-
-<h3>XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.</h3>
-
-<p>
-Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo
-cielo è sottoposto allo spirito.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — RAGIONE E SENSO.</h3>
-
-<p>
-I sensi sono terrestri, e la ragione sta
-fuori di quelli, quando contempla.
-</p>
-
-<h3>XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.</h3>
-
-<p>
-Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri,
-gran martire.
-</p>
-
-<h3>XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE
-DELL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-Non si dimanda ricchezza quella che si
-può perdere, la virtù è vero nostro bene, ed
-è vero premio del suo possessore: lei non
-si può perdere, lei non ci abbandona, se
-prima la vita non ci lascia; le robe e le
-esterne dovizie sempre le tieni con timore,
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-e ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il
-loro possessore, perdendo la possessione.
-</p>
-
-<h3>XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO
-È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.</h3>
-
-<p>
-A torto si lamentan li omini della fuga
-del tempo, incolpando quello di troppa velocità,
-non s’accorgendo quello esser di bastevole
-transito; ma bona memoria, di che
-la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa
-lungamente passata ci pare esser presente.
-</p>
-
-<h3>XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE
-E DEL SENSO.</h3>
-
-<p>
-Il giudizio nostro non giudica le cose,
-fatte in varie distanzie di tempo, nelle debite
-e proprie lor distanzie, perchè molte
-cose passate di molti anni parranno propinque
-e vicine al presente, e molte cose
-vicine parranno antiche, insieme coll’antichità
-della nostra gioventù; e così fa l’occhio
-infra le cose distanti, che, per essere
-alluminate dal sole, paiano vicine all’occhio,
-e molte cose vicine paiano distanti.
-</p>
-
-<h3>XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.</h3>
-
-<p>
-Non ci manca modi, nè vie di compartire
-e misurare questi nostri miseri giorni,
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli
-e trapassargli indarno e sanza alcuna
-loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria
-nelle menti de’ mortali. Acciò che questo
-nostro misero corso non trapassi indarno.
-</p>
-
-<h3>XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.</h3>
-
-<p>
-L’età, che vola, discorre <span class="inl-note">[scorre]</span> nascostamente,
-e inganna altrui; e niuna cosa è più veloce
-che gli anni, e chi semina virtù fama raccoglie.
-</p>
-
-<h3>XXXVIII. — EPIGRAMMA.</h3>
-
-<p>
-O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno
-ha similitudine colla morte; o perchè non
-fai adunque tale opra, che, dopo la morte,
-tu abbi similitudine di perfetto vivo, che, vivendo,
-farti, col sonno, simile ai tristi morti?
-</p>
-
-<h3>XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.</h3>
-
-<p>
-L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima
-di quella che andò e la prima di quella che
-viene: così il tempo presente.
-</p>
-
-<h3>XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.</h3>
-
-<p>
-La vita bene spesa lunga è.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-</p>
-
-<h3>XLI. — LA VITA LABORIOSA.</h3>
-
-<p>
-Sì come una giornata bene spesa dà
-lieto dormire, così una vita bene usata dà
-lieto morire.
-</p>
-
-<h3>XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.</h3>
-
-<p>
-O tempo, consumatore delle cose, e o
-invidiosa antichità, tu distruggi tutte le
-cose! e consumate tutte le cose dai duri
-denti della vecchiezza, a poco a poco, con
-lenta morte! Elena, quando si specchiava,
-vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte
-per la vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè
-fu rapita due volte.
-</p>
-
-<p>
-O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa
-antichità, per la quale tutte le (cose)
-sono consumate!
-</p>
-
-<h3>XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA
-ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA L’OPERE
-DI DIO.</h3>
-
-<p>
-Sono infra ’l numero delli stolti una certa
-setta detti ipocriti, ch’al continuo studiano
-d’ingannare sè e altri, ma più altri, che sè:
-ma invero ingannano più loro stessi, che gli
-altri. E questi son quelli, che riprendono li
-pittori, li quali studiano li giorni delle feste,
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-nelle cose appartenenti alla vera cognizione
-di tutte le figure, ch’hanno le opere
-di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano
-d’acquistare la cognizione di quelle, quanto
-a loro sia possibile.
-</p>
-
-<p>
-Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l
-modo di conoscere l’Operatore di tante mirabili
-cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto
-Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce
-dalla gran cognizione della cosa, che si ama:
-e se tu non la conoscerai, poco o nulla la
-potrai amare; e se tu l’ami per il bene, che
-t’aspetti da lei, e non per la somma sua virtù,
-tu fai come ’l cane, che mena la coda, e
-fa festa, alzandosi verso colui, che li po’ dare
-un osso. Ma se conoscesse la virtù di tale
-omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù
-fussi al suo proposito.
-</p>
-
-<h3>XLIV. — PREGHIERA.</h3>
-
-<p>
-Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore,
-che ragionevolmente portare ti debbo,
-secondariamente, chè tu sai abbreviare o
-prolungare la vita alli omini.
-</p>
-
-<h3>XLV. — ORAZIONE.</h3>
-
-<p>
-Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per
-prezzo di fatica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-</p>
-
-<h3>XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.</h3>
-
-<p>
-E molti fecen bottega, ingannando la
-stolta moltitudine, e, se nessun si scoprìa
-conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano.
-</p>
-
-<h3>XLVII. — ANCORA.</h3>
-
-<p>
-Farisei frati santi vol dire.
-</p>
-
-<h3>XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.<a class="tagtitle" id="tag141" href="#note141">[141]</a></h3>
-
-<p>
-Nulla può essere scritto per nuovo ricercare.
-</p>
-
-<h3>XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.</h3>
-
-<p>
-La pazienza fa contra alle ingiurie non
-altrimenti che si faccino i panni contra del
-freddo; imperò che, se ti multiplicherai di
-panni secondo la multiplicazione del freddo,
-esso freddo nocere non ti potrà; similmente
-alle grandi ingiurie cresci la pazienza,
-esse ingiurie offendere non ti potranno
-la tua mente.
-</p>
-
-<h3>L. — CONSIGLI AL PARLATORE.</h3>
-
-<p>
-Sempre le parole, che non soddisfano
-all’orecchio dello auditore, li danno tedio
-over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai,
-spesse volte tali auditori essere copiosi
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi
-a omini, di chi tu cerchi benivolenza,
-quando tu vedi tali prodigi di rincrescimento,
-abbrevia il tuo parlare o tu muta
-ragionamento; e se altramente farai, allora,
-in loco della desiderata grazia, tu acquisterai
-odio e inimicizia.
-</p>
-
-<p>
-E se vuoi vedere di quel che un si diletta,
-sanza udirlo parlare, parla a lui mutando
-diversi ragionamenti, e quel dove tu
-lo vedi stare intento, sanza sbadigliamenti
-o storcimenti di ciglia o altre varie azioni,
-sta certo che quella cosa, di che si parla, è
-quella, di che lui si diletta.
-</p>
-
-<h3>LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.</h3>
-
-<p>
-Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha
-bisogno, più si rifiuta; e questo è il consiglio,
-mal volontieri ascoltato, da chi ha
-più bisogno, cioè dagl’ignoranti.
-</p>
-
-<p>
-Ecci una cosa, che, quanto più n’hai
-paura e più la fuggi, più te l’avvicini; e
-questo è la miseria, che quanto più la fuggi,
-più ti farai misero e sanza riposo.
-</p>
-
-<p>
-Quando l’opera sia pari col giudizio,
-quello è tristo segno, in quel giudizio; e
-quando l’opera supera il giudizio, questo è
-pessimo, com’accade a chi si maraviglia
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-d’avere sì ben operato; e quando il giudizio
-supera l’opera, questo è perfetto segno;
-e se gli è giovane, in tal disposizione, sanza
-dubbio questo fia eccellente operatore, ma
-fia componitore di poche opere. Ma fieno di
-qualità, che fermeranno gli uomini con
-admirazione, a contemplar le sue perfezioni.
-</p>
-
-<h3>LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.</h3>
-
-<p>
-Nessuna cosa è da temere più che la
-sozza fama.
-</p>
-
-<p>
-Questa sozza fama è nata da’ vizi.
-</p>
-
-<p>
-Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto,
-si può riformare, ma il cotto no.
-</p>
-
-<p>
-Il vôto nasce, quando la speranza more.
-</p>
-
-<p>
-Non è sempre bono quel ch’è bello.... E
-in questo errore sono i belli parlatori, sanza
-alcuna sentenza.
-</p>
-
-<p>
-Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato
-in un anno.
-</p>
-
-<p>
-La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine,
-è fragile.
-</p>
-
-<p>
-Reprendi l’amico in segreto, e laudalo
-in palese.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chi teme i pericoli, non perisce per
-quegli.
-</p>
-
-<p>
-Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l
-ben, che non mi giova.
-</p>
-
-<p>
-Chi altri offende, sé non sicura.
-</p>
-
-<p>
-Non essere bugiardo del preterito.
-</p>
-
-<p>
-La stoltizia è scudo della menzogna, come
-la improntitudine della povertà.
-</p>
-
-<p>
-Dov’è libertà, non è regola.
-</p>
-
-<p>
-Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno
-manco si stima, è il consiglio.
-</p>
-
-<p>
-Mal fai se laudi e peggio se riprendi la
-cosa, quando ben tu non la intendi.
-</p>
-
-<p>
-Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti
-gelatina in Mongibello.
-</p>
-
-<p>
-Le minaccie solo sono arme dello imminacciato.
-</p>
-
-<p>
-Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
-</p>
-
-<p>
-Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà,
-e si assomiglia al re delle ave.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chi non punisce il male, comanda che si
-facci.
-</p>
-
-<p>
-Chi piglia la biscia per la coda, quella
-poi lo morde.
-</p>
-
-<p>
-Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso.
-</p>
-
-<p>
-Chi non raffrena la voluttà, con le bestie
-s’accompagni.
-</p>
-
-<p>
-Non si po’ avere maggior nè minore signoria,
-che quella di sè medesimo.
-</p>
-
-<p>
-Chi poco pensa, molto erra.
-</p>
-
-<p>
-Più facilmente si contesta al principio,
-che al fine.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno consiglio è più leale, che quello
-che si dà dalle navi, che sono in pericolo.
-</p>
-
-<p>
-Aspetti danno quel, che si regge per giovane
-in consiglio.
-</p>
-
-<p>
-Tu cresci in reputazione, come il pane in
-mano a’ putti.
-</p>
-
-<p>
-Non po’ essere bellezza e utilità? come
-appare nelle fortezze e nelli omini.
-</p>
-
-<p>
-Chi non teme, spesso è pien di danni
-spesso si pente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se tu avessi il corpo secondo la virtù,
-tu non caperesti <span class="inl-note">[non saresti contenuto, non vivresti]</span> in questo mondo.
-</p>
-
-<p>
-Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone
-lo assedio, e la combatte; e dond’ella si
-parte, vi lascia il dolore e pentimento.
-</p>
-
-<p>
-Le bellezze con le bruttezze paiono più
-potenti l’una per l’altra.
-</p>
-
-<p>
-Raro cade chi ben cammina.
-</p>
-
-<p>
-Oh miseria umana, di quante cose per
-danari ti fai servo!
-</p>
-
-<p>
-Sommo danno è, quando l’opinione avanza
-l’opera.
-</p>
-
-<p>
-Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto
-a dire male d’un bono.
-</p>
-
-<p>
-La verità fa qui, che la bugia affligga le
-lingue bugiarde.
-</p>
-
-<p>
-Chi non stima la vita, non la merita.
-</p>
-
-<p>
-Cosa bella mortal passa e non dura.
-</p>
-
-<p>
-Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi
-occultata.
-</p>
-
-<p>
-L’oro in verghe, s’affinisce nel foco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-</p>
-
-<p>
-Spola: tanto mi moverò che la tela fia
-finita.
-</p>
-
-<p>
-Ogni torto si dirizza.
-</p>
-
-<p>
-Di lieve cosa nasciesi gran ruina.
-</p>
-
-<p>
-Al cimento si conosce il fine oro.
-</p>
-
-<p>
-Tal fia il getto, qual fia la stampa.
-</p>
-
-<p>
-Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.
-</p>
-
-<p>
-Chi taglia la pianta, quella si vendica colla
-sua ruina.
-</p>
-
-<p>
-L’edera è di lunga vita.
-</p>
-
-<p>
-Al traditore la morte è vita, perchè, se
-usa gli altri, non gli è creduto.
-</p>
-
-<p>
-Quando fortuna viene, prendil’a man salva,
-dinanzi dico, perchè dirieto è calva.
-</p>
-
-<p>
-Constanzia: non chi comincia, ma quel
-che persevera.
-</p>
-
-<p>
-Impedimento non mi piega.
-</p>
-
-<p>
-Ogni impedimento è distrutto dal rigore.
-</p>
-
-<p>
-Non si volta chi a stella è fisso.
-</p>
-
-<h3>LIII. — LA VERITÀ.</h3>
-
-<p>
-Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico,
-e rendo la verità, scacciando le tenebre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il foco è da essere messo per consumatore
-d’ogni sofistico e scopritore e dimostratore
-di verità, perchè lui è luce, scacciatore
-delle tenebre, occultatrici d’ogni essenzia.
-</p>
-
-<p>
-Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno,
-e sol mantiene la verità, cioè l’oro.
-</p>
-
-<p>
-La verità al fine non si cela: non val
-simulazione.
-</p>
-
-<p>
-Simulazione è frustrata, avanti a tanto
-giudice.
-</p>
-
-<p>
-La bugìa mette maschera.
-</p>
-
-<p>
-Nulla occulta sotto il sole.
-</p>
-
-<p>
-Il foco è messo per la verità, perchè
-distrugge ogni sofistico e bugìa, e la maschera
-per la falsità e bugìa, occultatrici
-del vero.
-</p>
-
-<h3>LIV. — IL BEN FARE.</h3>
-
-<p>
-Prima privato di moto che stanco di giovare,
-mancherà prima il moto che ’l giovamento.
-</p>
-
-<p>
-Prima morte che stanchezza. Non mi sazio
-di servire. Non mi stanco nel giovare.
-</p>
-
-<p>
-Tutte le opere non son per istancarmi.
-</p>
-
-<p>
-È motto da carnovale. <i>Sine lassitudine</i>.
-</p>
-
-<p>
-Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre
-preziose, queste mai si stancano di servire,
-ma tal servizio è sol per sua utilità e non è
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-al nostro proposito. Natura così mi dispone,
-naturalmente.
-</p>
-
-<h3>LV. — LA INGRATITUDINE.</h3>
-
-<p>
-Sia fatto in mano alla ingratitudine.
-</p>
-
-<p>
-Il legno notrica il foco che lo consuma.
-</p>
-
-<p>
-Quando apparisce il sole che scaccia le
-tenebre in comune, tu spegni il lume, che
-te le scacciava in particolare, a tua necessità
-e commodità.
-</p>
-
-<h3>LVI. — LA INVIDIA.</h3>
-
-<p>
-La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè
-col detrarre, la qual cosa spaventa la virtù.
-</p>
-
-<p>
-Questa Invidia si figura colle fiche verso
-il cielo, perchè, se potesse, userebbe le sue
-forze contro a Dio. Fassi colla maschera in
-volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella
-è ferita nella vista da palma e olivo, fassi
-ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare
-che vittoria e verità l’offendono. Fassile
-uscire molte folgori a significare il suo
-mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre
-in continuo struggimento, fassile il core
-roso da un serpente enfiante. Fassile un turcasso,
-e le freccie lingue, perchè spesso con
-quella offende. Fassile una pelle di liopardo,
-perchè quello per invidia ammazza
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-il leone, con inganno. Fassile un vaso in
-mano pien di fiori, e sia quello pien di
-scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile
-cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non
-morendo, mai languisce: a signoreggiare;
-fassile la briglia carica di diverse armi,
-perchè tutti strumenti della morte.
-</p>
-
-<p>
-Subito che nasce la virtù quella partorisce
-contra sè la Invidia, e prima fia il
-corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la
-Invidia.
-</p>
-
-<h3>LVII. — LA FAMA.</h3>
-
-<p>
-La Fama sola si leva al cielo, perchè le
-cose virtudiose sono amiche a Dio; la Infamia
-sotto sopra figurare si debbe, perchè
-tutte sue operazioni son contrarie a Dio, e
-inverso l’inferi si dirizzano.
-</p>
-
-<p>
-Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona
-piena di lingue, in iscambio di penne,
-e ’n forma d’uccello.
-</p>
-
-<h3>LVIII. — PIACERE E DOLORE.</h3>
-
-<p>
-Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere
-e figuransi binati <span class="inl-note">[nati sul medesimo tronco]</span>, perchè mai l’uno
-è spiccato dall’altro; fannosi colle schiene
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-voltate, perchè son contrarî l’uno all’altro;
-fannosi fondati sopra un medesimo corpo,
-perchè hanno un medesimo fondamento: imperocchè
-il fondamento del Piacere si è la
-fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere
-si sono i varî e lascivi piaceri. E
-però qui si figura colla canna nella man
-destra, ch’è vana e sanza forza, e le punture
-fatte con quella son venenose. Mettonsi
-(le canne) in Toscana al sostegno
-de’ letti, a significare che quivi si fanno i
-vani sogni, e quivi si consuma gran parte
-della vita, quivi si gitta di molto utile tempo,
-cioè quel della mattina, chè la mente è sobria
-e riposata, e così il corpo atto a ripigliare
-nove fatiche; ancora lì si pigliano
-molti vani piaceri e colla mente, imaginando
-cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando
-que’ piaceri, che spesso son cagione di mancamento
-di vita; sicchè per questo si tiene
-la canna per tali fondamenti.
-</p>
-
-<h3>LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA
-DELL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-Ho trovato nella composizione del corpo
-umano, che, come in tutte le composizioni
-delli animali, esso è di più ottusi e grossi
-sentimenti: così è composto di strumento
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-manco ingegnoso e di lochi manco capaci a
-ricevere la virtù de’ sensi.
-</p>
-
-<p>
-Ho veduto nella spezie leonina il senso
-dell’odorato avere parte della sustanzia del
-celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo
-contro al senso dello odorato, il
-quale entra infra gran numero di saccoli
-cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento
-del predetto celabro. Li occhi della
-spezie leonina hanno gran parte della lor
-testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici
-immediate congiugnersi col celabro; il che
-alli omini si vede in contrario, perchè le
-casse delli occhi sono una piccola parte del
-capo, e li nervi ottici sono sottili e lunghi
-e deboli, e, per debole operazione, si vede
-poco il dì e peggio la notte, e li predetti
-animali vedono (più) in nella notte che ’l
-giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano
-di notte e dormono il giorno, come
-fanno ancora li uccelli notturni.
-</p>
-
-<h3>LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.<a class="tagtitle" id="tag142" href="#note142">[142]</a></h3>
-
-<p>
-Come tu hai descritto il Re delli animali — ma
-io meglio direi dicendo Re delle
-bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non
-li hai uccisi, acciò che possino poi darti li
-lor figlioli in benefizio della tua gola, colla
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti
-li animali?
-</p>
-
-<p>
-E più oltre direi se ’l dire il vero mi
-fusse integramente lecito. Ma non usciamo
-delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine,
-la qual non accade nelli animali
-terrestri: imperocchè in quelli non si
-trovano animali, che mangino della loro
-specie, se non per mancamento di celabro <span class="inl-note">[di cervello, di senno]</span>,
-(in poche infra loro e de’ madri, come infra
-li omini, benchè non sieno in tanto numero),
-e questo non accade se non nelli animali
-rapaci, come nella spezie leonina, e
-pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li
-quali alcuna volta si mangiano i figlioli....
-</p>
-
-<p>
-Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre,
-madre, fratello e amici e non ti basta
-questi, che tu vai a caccia per le altrui isole,
-pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi
-li testiculi, fai ingrassare e te li cacci giù
-per la gola. Or non produce la natura tanti
-semplici <span class="inl-note">[vegetali]</span>, che tu ti possa saziare? e, se
-non ti contenti de’ semplici, non puoi tu
-con le mistion di quelli fare infiniti composti,
-come scrisse il Platina e li altri autori
-di gola?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-</p>
-
-<h3>LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.</h3>
-
-<p>
-UOMO — la descrizione dell’omo, nella
-qual si contengono quelli, che son quasi di
-simile spezie, come babbuino, scimmia e simili,
-che son molti.
-</p>
-
-<h3>LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.</h3>
-
-<p>
-Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo
-è sempre a uso dell’universale andare delli
-animali di quattro piedi, imperocchè siccome
-essi movono i loro piedi in croce a uso
-del trotto del cavallo, così l’omo in croce
-si move le sue quattro membra, cioè se caccia
-innanzi il piè destro, per camminare, egli
-caccia innanzi con quello il braccio sinistro,
-e sempre così sèguita.
-</p>
-
-<h3>LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO
-VI È UN LENTO TRAPASSO.</h3>
-
-<p>
-Fa uno particulare trattato nella descrizione
-de’ movimenti delli animali di quattro
-piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui
-nella infanzia va con quattro piedi.
-</p>
-
-<h3>LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.</h3>
-
-<p>
-Alli miei giorni mi ricordo aver visto,
-nella mia puerizia, li omini e piccoli e grandi
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati
-in tutte le parti sì da capo, come da piè e
-da lato; e ancora parve tanto bella invenzione,
-a quell’età, che frappavano ancora le
-dette frappe, e portavano li cappucci in simile
-modo e le scarpe e le creste frappate,
-che uscivano dalle principali cuciture delli
-vestimenti, di varî colori.
-</p>
-
-<p>
-Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle,
-armi, — che si portano per offendere, — i
-collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni
-da piedi, le code de’ vestimenti, e in effetto
-infino alle bocche, di chi volean parer belli,
-erano appuntate di lunghe e acute punte.
-</p>
-
-<p>
-Nell’altra età cominciorno a crescere le
-maniche e eran talmente grandi, che ciascuna
-per se era maggiore della veste; poi
-cominciorno a alzare li vestimenti intorno
-al collo tanto, ch’alla fine copersono tutto
-il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo,
-che i panni non potevano essere sostenuti
-dalle spalle, perchè non vi si posavan
-sopra.
-</p>
-
-<p>
-Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti,
-che al continuo gli uomini avevano
-le braccia cariche di panni, per non li pestare
-co’ piedi; poi vennero in tanta stremità,
-che vestivano solamente fino a’ fianchi
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-e alle gomita, e erano sì stretti, che da
-quelli pativano gran supplicio e molti ne
-crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che
-le dita d’essi si soprapponevano l’uno all’altro,
-e caricavansi di calli.
-</p>
-
-<h3>LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO:
-GIACOMO.<a class="tagtitle" id="tag143" href="#note143">[143]</a></h3>
-
-<p>
-A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo
-libro, e ricominciai il cavallo.
-</p>
-
-<p>
-Jacomo venne a stare con meco il dì
-della Maddalena nel 1490, d’età d’anni 10.
-</p>
-
-<ul>
-<li>ladro,</li>
-<li>bugiardo,</li>
-<li>ostinato,</li>
-<li>ghiotto.</li>
-</ul>
-
-<p>
-Il secondo dì li feci tagliare
-due camice, uno paro di calze e
-un giubbone, e, quando mi posi i
-dinari a lato per pagare dette
-cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella,
-e mai fu possibile farlielo confessare, ben
-ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4.
-</p>
-
-<p>
-Il dì seguente andai a cena con Jacomo
-Andrea, e detto Jacomo cenò per due e fece
-male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle,
-versò il vino e, dopo questo, venne a
-cena dove me.
-</p>
-
-<p>
-Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio
-di valuta di 12 soldi a Marco, che stava
-co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo
-dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-assai cerco, lo trovò nascosto in nella cassa
-di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. <span class="inl-note">[soldi di Lira]</span> 2.
-</p>
-
-<p>
-Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo
-io in casa di Messer Galeazzo da Sanseverino
-a ’rdinare la festa della sua giostra,
-e spogliandosi certi staffieri, per provarsi
-alcune veste d’omini salvatichi <span class="inl-note">[rustici, del contado]</span>, ch’a detta
-festa accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella
-d’uno di loro, la qual era in sul letto
-con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro
-vi trovò. — Lire 2 s. di L. 4.
-</p>
-
-<p>
-Item, essendomi da maestro Agostino da
-Pavia, donato in detta casa una pelle turchesca
-da fare uno paro di stivaletti, esso
-Jacomo, infra uno mese, me la rubò e vendella
-a un acconciatore di scarpe per 20 soldi
-de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi
-confessò, ne comprò anici, confetti. Lire 2.
-</p>
-
-<p>
-Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando
-Gian Antonio uno graffio d’argento sopra
-uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò,
-il quale era di valuta di soldi 24. Lire 1 s.
-di L. 4.
-</p>
-
-<p>
-Il primo anno un mantello: Lire 2; camice
-6: Lire 4; 3 giubboni: Lire 6; 4 para di
-calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato:
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-L. 5; 24 para di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una
-berretta L. 1; in cinti, stringhe.... L. 1.
-</p>
-
-<h3>LXVI. — LEONARDO
-ANALIZZATORE DELL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-Tutti i mali, che sono e che furono, essendo
-messi in opera da costui, non saddisfarebbono
-al desiderio del suo iniquo animo.
-I’ non potrei, con lunghezza di tempo, descrivervi
-la natura di costui.
-</p>
-
-<h3>LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA
-A GIULIANO DE’ MEDICI.<a class="tagtitle" id="tag144" href="#note144">[144]</a></h3>
-
-<p>
-Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo
-mio Signore, del desiderato acquisto di vostra
-sanità, che quasi il male mio da me
-s’è fuggito. Ma assai mi rincresce il non
-avere io potuto satisfare alli desidèri di Vostra
-Eccellenza, mediante la malignità di
-cotesto ingannatore tedesco; per il quale
-non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla
-quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente
-invitarlo ad abitare e vivere
-con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo
-l’opera, che lui facesse e con facilità
-ricorreggerei li errori, e oltre di questo imparerebbe
-la lingua italiana, mediante la
-quale lui con facilità potrebbe parlare sanza
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-interprete; e li sua dinari li furon sempre
-dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta
-di costui fu di avere li modelli finiti di legname,
-com’ellino aveano a essere di ferro,
-e’ quali volea portare nel suo paese. La qual
-cosa io li negai dicendoli, ch’io li darei in
-disegno la larghezza, lunghezza e grossezza
-e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così
-restammo mal volontieri.
-</p>
-
-<p>
-La seconda cosa fu, che si fece un’altra
-bottega, e morse e strumenti, dove dormiva
-e quivi lavorava per altri; dipoi andava a
-desinare co’ Svizzeri della guardia, dove sta
-gente sfaccendata, della qual cosa lui tutti
-li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano
-due o tre di loro, colli scoppietti, ammazzavano
-uccelli per le anticaglie, e questo
-durava insino a sera.
-</p>
-
-<p>
-E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli
-lavoro, lui si crucciava e diceva, che non
-volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar
-suo era per la guardaroba di Vostra
-Eccellenza. E passò due mesi, e così seguitava,
-e indi trovando Gian Niccolò della
-guardaroba, domandailo se ’l Tedesco avea
-finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse
-non esser vero, ma che solamente li avea
-dato a nettar dua scoppietti. Di poi, facendolo
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-io sollecitare, lui lasciò la bottega, e
-perdè assai tempo nel fare un’altra morsa
-e lime e altri strumenti a vite, e quivi lavorava
-mulinelli da torcere seta, li quali
-nascondeva, quando un de’ mia v’entrava,
-e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo
-che nessun de’ mia voleva più entrare.
-</p>
-
-<p>
-Al fine ho trovato, come questo maestro
-Giovanni delli Specchi è quello, che ha fatto
-il tutto per due cagioni: e la prima, perchè
-lui ha avuto a dire, che la venuta mia qui
-li ha tolto la conversazione di Vostra Signoria....
-L’altra è che la stanza di quest’omini....
-disse convenirsi a lui per lavorare
-li specchi, e di questo n’ha fatto dimostrazione,
-chè, oltre al farmi costui nimico,
-li ha fatto vendere ogni suo e lasciare a
-lui la sua bottega, nella quale lavora con
-molti lavoranti assai specchi per mandare
-alle fiere.
-</p>
-
-<h3>LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA
-E’ POSSONO ASPETTARE PREMIO DI
-LOR VIRTÙ?</h3>
-
-<p>
-E in questo caso io so, che io ne acquisterò
-non pochi nemici, conciò sia che nessun
-crederà, ch’io possa dire di lui; perchè
-pochi son quelli a chi i sua vizi dispiacciano,
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-anzi solamente a quegli uomini li
-dispiacciono, che son di natura contrarî a
-tali vizi; e molti odiano li padri, e guastan
-le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non
-vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno
-uman consiglio.
-</p>
-
-<p>
-E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono,
-non lo scacciate da voi, fategli onore, acciò
-che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi
-nelli eremi o spelonche o altri lochi
-soletari, per fuggirsi dalle vostre insidie; e,
-se alcun di questi tali si trova, fateli onore,
-perchè questi sono li vostri Iddii terrestri,
-questi meritan da voi le statue e li simulacri....
-</p>
-
-<p>
-Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri
-non sien da voi mangiati, come ancora in
-alcuna regione dell’India<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>, chè quando li simulacri
-operano alcuno miraculo, secondo
-loro, li sacerdoti li tagliano in pezzi (essendo
-di legno) e ne danno a tutti quelli
-del paese — non sanza premio. — E ciascun
-raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra
-la prima vivanda che mangiano, e così
-tengono per fede aversi mangiato il suo
-Santo, e credono che lui li guardi poi da
-tutti li pericoli.
-</p>
-
-<p>
-Che ti pare omo qui della tua specie?
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-sei tu così savio come tu ti tieni? son queste
-cose da esser fatte da omini?
-</p>
-
-<h3>LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO
-E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.</h3>
-
-<p>
-Il quale spirito ritrova il cerebro, donde
-partito s’era; con alta voce, con tali parole
-mosse:
-</p>
-
-<p>
-— O felice, o avventurato spirito, donde
-partisti! io ho questo uomo, a male mio
-grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di
-villania, questo è proprio ammunizione <span class="inl-note">[cumulo, somma]</span> di
-somma ingratitudine, in compagnia di tutti
-i vizi.
-</p>
-
-<p>
-Ma che vo io con parole indarno affaticandomi?
-La somma de’ peccati solo in lui
-trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova,
-che alcuna bontà possegga, non altrimenti,
-come che me, dalli altri uomini trattati
-sono; e in effetto io ho questa conclusione,
-ch’è male s’elli sono nimici, e peggio
-s’elli son amici.
-</p>
-
-<h3>LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.</h3>
-
-<p>
-Io ho uno, che, per aversi di me promesso
-cose assai men che debite, essendo
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio,
-ha tentato di tormi tutti li amici;
-e perchè li ha trovati savi e non leggeri
-al suo volere, mi ha minacciato, che trovate
-le annunziazioni <span class="inl-note">[accuse]</span>, che mi torrà i benefattori;
-onde io ho di questo informato Vostra
-Signoria, acciò che, volendo questi seminare
-li usati scandali, non trovi terreno atto
-a seminare i pensieri e li atti della sua
-mala natura. — Che, tentando lui fare di
-Vostra Signoria strumento della sua iniqua
-e malvagia natura, rimanga ingannato di
-suo desiderio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<h2 id="parte">PENSIERI SULL’ARTE.</h2>
-
-<h2 id="difesa">DIFESA DELLA PITTURA
-CONTRO LE ARTI LIBERALI.</h2>
-
-<h3>I. — PROEMIO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Con debita lamentazione si dole la Pittura
-per essere lei scacciata dal numero delle arti
-liberali, conciossiachè essa sia vera figliola
-della natura e operata da più degno senso <span class="inl-note">[l’occhio]</span>.
-</p>
-
-<p>
-Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata
-fuori del numero di dette arti liberali, conciossiachè
-questa, non che alle opere di natura,
-ma ad infinite attende, che la natura
-mai le creò.
-</p>
-
-<h3>II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA
-NELLE SCIENZE?</h3>
-
-<p>
-Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia
-della scienza della Pittura, non hanno
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-possuto descriverne i gradi e parti di quella,
-e lei medesima non si dimostra col suo
-fine <span class="inl-note">[l’opera artistica]</span> nelle parole, essa è restata, mediante
-l’ignoranza, indietro alle predette scienze
-non mancando per questo di sua divinità.
-</p>
-
-<p>
-E veramente non sanza cagione non l’hanno
-nobilitata, perchè per sè medesima si
-nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue,
-non altrementi che si facciano l’eccellenti
-opere di natura. E se i pittori non hanno
-di lei descritto e ridottala in scienza, non
-è colpa della Pittura, e ella non è per questo
-meno nobile, poscia che pochi pittori
-fanno professione di lettere, perchè la lor
-vita non basta a intendere quella.
-</p>
-
-<p>
-Per questo, avremo noi a dire, che le virtù
-dell’erbe, pietre, piante non sieno in essere,
-perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo
-no; ma diremo esse erbe restarsi
-in sè nobili, sanza lo aiuto delle lingue
-o lettere umane.
-</p>
-
-<h3>III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.</h3>
-
-<p>
-Quella scienza è più utile, della quale il
-suo frutto è più comunicabile <span class="inl-note">[universalmente inteso]</span>, e così, per contrario,
-è meno utile ch’è meno comunicabile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-</p>
-
-<p>
-La Pittura ha il suo fine comunicabile
-a tutte le generazioni dell’universo, perchè
-il suo fine è subbietto della virtù visiva, e
-non passa per l’orecchio al senso comune,
-col medesimo modo che vi passa per il
-vedere.
-</p>
-
-<p>
-Dunque questa non ha bisogno d’interpreti
-di diverse lingue, come hanno le lettere,
-e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie,
-non altrementi che si facciano le cose
-prodotte dalla natura. E non che alla spezie
-umana, ma agli altri animali: come si è
-manifestato in una pittura, imitata da uno
-padre di famiglia, alla quale facean carezze
-li piccioli figliuoli, che ancora erano nelle
-fasce, e similmente il cane e gatta della
-medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a
-considerare tale spettacolo.
-</p>
-
-<h3>IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.</h3>
-
-<p>
-Le scienze, che sono imitabili, sono in tal
-modo, che con quelle il discepolo si fa
-eguale all’autore, e similmente fa il suo
-frutto. Queste sono utili allo imitatore, ma
-non sono di tanta eccellenza, quanto sono
-quelle, che non si possono lasciare per eredità,
-come l’altre sustanze.
-</p>
-
-<p>
-Infra le quali la Pittura è la prima. Questa
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-non s’insegna a chi natura no ’l concede,
-come fan le Matematiche, delle quali
-tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro
-gli ne legge; questa non si copia, come
-si fa le lettere, che tanto vale la copia,
-quanto l’origine; questa non s’impronta,
-come si fa la Scultura, della quale tal è
-l’impressa, qual è l’origine, in quanto alla
-virtù dell’opera; questa non fa infiniti figliuoli,
-come fa li libri stampati. Questa
-sola si resta nobile, questa sola onora il
-suo autore, o resta preziosa ed unica, e non
-partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità
-la fa più eccellente che quelle, che
-per tutto sono pubblicate.
-</p>
-
-<p>
-Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente
-andare velati e coperti, credendo
-diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare
-le loro presenze? or non si vede le
-pitture, rappresentatrici delle divine Deità,
-esser al continuo tenute coperte con copriture
-di grandissimi prezzi? e quando si scoprano,
-prima si fa grandi solennità ecclesiastiche
-di varî canti con diversi suoni; e,
-nello scoprire, la gran moltitudine de’ popoli,
-che quivi concorrono, immediate si
-gettano a terra, quelle adorando e pregando,
-per cui tale pittura è figurata, dell’acquisto
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-della perduta sanità e della eterna salute,
-non altrementi, che se tale Idea fusse
-lì presente in vita?
-</p>
-
-<p>
-Questo non accade in nessun’altra scienza
-od altra umana opera. E se tu dirai, questa
-non esser virtù del pittore, ma propria
-virtù della cosa imitata; si risponderà, che
-in questo caso la mente de li omini po’ saddisfare,
-standosi nel letto, e non andare ne’
-lochi faticosi e pericolosi, ne’ pellegrinaggi,
-come al continuo far si vede.
-</p>
-
-<p>
-Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo
-sono in essere, chi li move, sanza necessità?
-Certo tu confesserai essere tale simulacro,
-il quale far non po’ tutte le scritture,
-che figurar potessino in effigie ed in virtù
-tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami
-tal pittura, ed ami chi l’ama e riverisce,
-e si diletti d’essere adorata più in quella,
-che in altra figura di lei imitata, e per quella
-faccia grazia e doni di salute, — secondo il
-credere di quelli, che in tal loco concorrono.
-</p>
-
-<h3>V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE
-UMANE PER SOTTILE SPECULAZIONE APPARTENENTE
-A QUELLA.</h3>
-
-<p>
-L’occhio, che si dice finestra dell’anima,
-è la principale via, donde il comune senso
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-può più copiosamente e magnificamente considerare
-le infinite opere di natura; e l’orecchio
-è il secondo, il quale si fa nobile per le
-cose racconte, le quali ha veduto l’occhio.
-</p>
-
-<p>
-Se voi, storiografi o poeti o altri matematici,
-non avessi coll’occhio viste le cose,
-male le potreste riferire per le scritture;
-e se tu, poeta, figurerai una storia colla pittura
-della penna, e ’l pittore col pennello
-la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa
-a essere compresa. Se tu dimanderai
-la pittura muta poesia, ancora il pittore potrà
-dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale
-è più dannoso morso <span class="inl-note">[danno]</span> o cieco o muto? — Se
-’l poeta è libero, come ’l pittore, nelle invenzioni,
-le sue finzioni non sono di tanta
-saddisfazione a li omini, quanto le pitture,
-perchè, se la Poesia s’astende con le parole
-a figurare forme, atti e siti, il pittore si
-move, colle proprie similitudine de le forme,
-a contraffare esse forme. Or guarda: — qual’è
-più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o
-la similitudine <span class="inl-note">[la figura]</span> d’esso omo? — Il nome dell’omo
-si varia in varî paesi, e la forma non
-è mutata se non da morte.
-</p>
-
-<p>
-Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —;
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-per questo io dirò essere più eterne
-l’opere d’un calderaio, che il tempo più le
-conserva che le vostre o nostre opere, nientedimeno
-è di poca fantasia, e la Pittura si
-po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro,
-fare molto più eterna.
-</p>
-
-<p>
-Noi per arte possiamo essore detti nipoti
-a Dio. Se la Poesia s’astende in filosofia morale
-e questa in filosofia naturale; se quella
-descrive l’operazione della mente, che considera,
-questa colla mente opera ne’ movimenti;
-se quella spaventa i popoli con le infernali
-finzioni, questa colle medesime cose
-in atto fa il simile. Pongasi il poeta a figurare
-una bellezza, una fierezza, una cosa
-nefanda e brutta, una mostruosa, col pittore;
-faccia a suo modo, come vuole, tramutazione
-di forme, che il pittore non saddisfassi
-più <span class="inl-note">[in modo da superare il pittore]</span>. Non s’è egli viste pitture avere
-tanta conformità colla cosa vera, ch’ell’ha
-ingannato omini e animali?
-</p>
-
-<h3>VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ.</h3>
-
-<p>
-Tal proporzione è dall’immaginazione a
-l’effetto, qual’è dall’ombra al corpo ombroso,
-e la medesima proporzione è dalla
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-Poesia alla Pittura. Perchè la Poesia pon le
-sue cose nell’imaginazione di lettere, e la
-Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal
-quale occhio riceve le similitudini non altrementi,
-che s’elle fussino naturali; e la
-Poesia le dà sanza essa similitudine, e non
-passano all’imprensiva per la via della virtù
-visiva, come la Pittura.
-</p>
-
-<h3>VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE.</h3>
-
-<p>
-La Pittura rappresenta al senso, con più
-verità e certezza, le opere di natura, che
-non fanno le parole o le lettere, ma le lettere
-rappresentano con più verità le parole,
-che non fa la Pittura. Ma diremo essere più
-mirabile quella scienza, che rappresenta
-l’opere di natura, che quella, che rappresenta
-l’opere dell’operature, cioè l’opere degli
-uomini, che sono le parole, com’è la Poesia
-o simili, che passano per la umana lingua.
-</p>
-
-<h3>VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO.</h3>
-
-<p>
-L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo
-è specchiata dalli contemplanti, è di
-tanta eccellenza, che chi consente alla sua
-perdita, si priva della rappresentazione di
-tutte l’opere della natura, per la veduta
-delle quali l’anima sta contenta nelle umane
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-carceri <span class="inl-note">[il corpo]</span>, mediante gli occhi, per li quali essa
-anima si rappresenta tutte le varie cose di
-natura; ma chi li perde, lascia essa anima
-in una oscura prigione, dove si perde ogni
-speranza di riveder il sole, luce di tutt’il
-mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre
-notturne sono in somm’odio, ma ancora
-ch’elle sieno di breve vita! Oh! che farebbono
-questi, quando tali tenebre fussino
-compagne della vita loro?
-</p>
-
-<p>
-Certo, non è nissuno, che non volesse
-più tosto perdere l’audito o l’odorato, che
-l’occhio, la perdita del quale audire consente
-la perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine
-nelle parole; e sol fa questo per non
-perdere la bellezza del mondo, la quale consiste
-nella superfizie de’ corpi, sì accidentali <span class="inl-note">[prodotti dall’arte]</span>
-come naturali, li quali si riflettono
-nell’occhio umano.
-</p>
-
-<h3>IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE
-ALLA NATURA.</h3>
-
-<p>
-La Pittura serve a più degno senso, che
-la Poesia, e fa con più verità le figure delle
-opere di natura, che il poeta; e sono molto
-più degne l’opere di natura che le parole,
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-che sono l’opere dell’omo, perchè tal proporzione
-è dalle opere de li uomini a quello
-della natura, qual è quella, ch’è da l’omo
-a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar
-le cose di natura, che sono le vere similitudini
-in fatto, che con parole imitare li
-fatti e parole de li omini.
-</p>
-
-<p>
-E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere
-di natura co’ la tua semplice professione,
-fingendo diversi siti e forme di varie cose,
-tu sei superato dal pittore con infinita proporzione
-di potenza; ma se vuoi vestirti
-de l’altrui scienze, separate da essa poesia,
-elle non sono tue, come Astrologia, Rettorica,
-Teologia, Filosofia, Geometria, Aritmetica
-e simili. Tu non sei allora più poeta,
-tu ti trasmuti, e non sei più quello, di che
-qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi
-andare alla natura, che tu vi vai con mezzi
-di scienze, fatte d’altrui sopra li effetti di
-natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di
-scienziali <span class="inl-note">[di cose pertinenti alle varie scienze]</span> o d’altrui mezzi, va immediate
-all’imitazione d’esse opere di natura.
-</p>
-
-<p>
-Con questa si muovono li amanti verso
-li simulacri della cosa amata, a parlare coll’imitate
-pitture; con questa si muovono
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-popoli, con infervorati voti, a ricercare li simulacri
-delli Iddii, e non a vedere le opere
-de’ poeti, che con parole figurino li medesimi
-Iddii; con questa si ingannano li animali.
-Già vid’io una pittura, che ingannava
-il cane, mediante la similitudine del suo padrone,
-alla quale esso cane faceva grandissima
-festa; e similmente ho visto i cani
-baiare e voler mordere i cani dipinti; e una
-scimmia fare infinite pazzie contro ad un’altra
-scimmia dipinta; ho veduto le rondini
-volare e posarsi sopra li ferri dipinti, che
-sportano fuori delle finestre de li edifizi.
-</p>
-
-<h3>X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-Non vede l’imaginazione cotal eccellenza,
-qual vede l’occhio, perchè l’occhio riceve
-le spezie overo similitudini delli obbietti,
-e dàlli alla imprensiva, e da essa
-imprensiva al senso comune, e lì è giudicata.
-Ma la imaginazione non esce fuori
-da esso senso comune, se non in quanto
-essa va alla memoria, e lì si ferma e muore,
-se la cosa imaginata, non è di molta
-eccellenza. E in questo caso si ritrova la
-Poesia nella mente overo imaginativa del
-poeta, il quale finge le medesime cose del
-pittore, per le quali finzioni egli vuole equipararsi
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-a esso pittore, ma invero ei n’è
-molto rimoto, come di sopra è dimostrato.
-Adunque in tal caso di finzione, diremo con
-verità esser tal proporzione dalla scienza
-della Pittura alla Poesia, qual è dal corpo
-alla sua ombra derivativa, e ancora maggior
-proporzione, conciossiachè l’ombra di
-tal corpo almeno entra per l’occhio al senso
-comune, ma la imaginazione di tal corpo
-non entra in esso senso, ma lì nasce, nell’occhio
-tenebroso <span class="inl-note">[il cervello o senso comune]</span>. Oh! che differenza è a
-imaginare tal luce nell’occhio tenebroso,
-al vederla in atto fuori delle tenebre!
-</p>
-
-<p>
-Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia,
-mista con la oscura e tenebrosa aria,
-mediante il fumo delle spaventevoli e mortali
-macchine, mista con la spessa polvere,
-intorbidatrice de l’aria, e la paurosa fuga
-de li miseri spaventati dalla orribile morte;
-in questo caso il pittore ti supera, perchè
-la tua penna fia consumata, innanzi che tu
-descriva appieno quel, che immediate il
-pittore ti rappresenta co’ la sua scienza. E
-la tua lingua sarà impedita dalla sete e il
-corpo dal sonno e fame, prima che tu con
-parole dimostri quello, che in un istante il
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-pittore ti dimostra. Nella qual pittura non
-manca altro, che l’anima delle cose finte,
-e in ciascun corpo è l’integrità di quella
-parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi,
-il che lunga e tediosissima cosa sarebbe
-alla poesia a ridire tutti li movimenti
-de li operatori di tal guerra, e le parti
-delle membra e lor ornamenti, delle quali
-cose la pittura finita, con gran brevità e
-verità, ti pone innanzi; e a questa tal dimostrazione
-non manca, se non il romore delle
-macchine, e le grida de li spaventanti vincitori,
-e le grida e pianti de li spaventati,
-le quali cose ancora il poeta non può rappresentare
-al senso dell’audito. Diremo adunque
-la Poesia essere scienza, che sommamente
-opera nelli orbi, e la Pittura fare il
-medesimo nelli sordi. Essa tanto resta più
-degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior
-senso.
-</p>
-
-<p>
-Solo il vero uffizio del poeta è fingere
-parole di gente, che insieme parlino, e
-sol queste rappresenta al senso dell’audito
-tanto come naturali, perchè in sè sono
-naturali create dall’umana voce, e, in tutte
-l’altre consequenzie, è superato dal pittore.
-Ma molto più sanza comparazione son le
-varietà, in che s’astende la Pittura, che
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-quelle, in che s’astendono le parole, perchè
-infinite cose farà il pittore, che le parole
-non le potrà nominare, per non aver
-vocaboli appropriati a quelle. Or non vedi
-tu, che, se ’l pittore vol fingere animali o
-diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia
-d’invenzione egli trascorre?
-</p>
-
-<p>
-E già intervenne a me fare una pittura,
-che rappresentava una cosa divina, la quale
-comperata dall’amante di quella, volle levarne
-la rappresentazione di tal deità, per
-poterla baciare sanza sospetto. Ma infine la
-coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu
-forza, ch’ei se la levasse di casa. Or va tu,
-poeta, descrivi una bellezza sanza rappresentazioni
-di cosa viva, e desta li uomini
-con quella a tali desiderî! Se tu dirai: — io
-ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e altre
-delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè
-ti metterà innanzi cose, che, tacendo,
-diranno tali delizie, o ti spaventeranno, e ti
-movono l’animo a fuggire. Move più presto
-li sensi la pittura, che la poesia. E se
-tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo
-in pianto o in riso; io ti dirò, che non
-sei tu che muove, egli è l’oratore, e è ’l
-riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi
-la vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-tale accidente, quanto si teneva l’occhi
-alla pittura, la quale ancora lei era
-finta a sbadigliare.
-</p>
-
-<p>
-Altri hanno dipinto atti libidinosi e
-tanto lussuriosi, ch’hanno incitati li risguardatori
-di quella alla medesima festa, il che
-non farà la Poesia. E se tu scriverai la figura
-d’alcuni Dei, non sarà tale scrittura
-nella medesima venerazione che la Idea dipinta,
-perchè a tale pittura sarà fatto di
-continuo voti e diverse orazioni, e a quella
-concorreranno varie generazioni di diverse
-provincie e per li mari orientali. E da tali
-si dimanderà soccorso a tal pittura e non
-alla scrittura.
-</p>
-
-<p>
-Qual è colui, che non voglia prima perdere
-l’audito, l’odorato e ’l tatto, che ’l vedere?
-Perchè, chi perde il vedere, è com’uno,
-ch’è cacciato dal mondo, perchè egli più
-no ’l vede, nè nessuna cosa. E questa vita
-è sorella della morte.
-</p>
-
-<h3>XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO
-NELLA VITA ANIMALE.</h3>
-
-<p>
-Maggior danno ricevono li animali per
-la perdita del vedere, che dell’audire, per
-più cagioni; e prima, che mediante il vedere
-il cibo è ritrovato, donde si debbe
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-nutrire, il quale è necessario a tutti gli animali;
-e ’l secondo, che per il vedere si comprende
-il bello delle cose create, massime
-delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale
-il cieco nato non può pigliare per lo audito,
-perchè mai non ebbe notizia, che cosa fusse
-bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per
-il quale solo intende le voci e parlare umano,
-nel quale è i nomi di tutte le cose, a
-chi è dato il suo nome. Sanza la saputa
-d’essi nomi ben si può vivere lieto, come si
-vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante
-il disegno, il quale è più de’ muti,
-si dilettano.
-</p>
-
-<h3>XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA.</h3>
-
-<p>
-Qual poeta con parole ti metterà innanzi,
-o amante, la vera effigie della tua
-idea con tanta verità, qual farà il pittore?
-Qual fia quello, che ti dimostrerà siti de’
-fiumi, boschi, valli e campagne, dove si rappresenti
-li tuoi passati piaceri, con più verità
-del pittore?
-</p>
-
-<p>
-E se tu dici: — la Pittura è una Poesia
-muta per sè, se non v’è chi dica o parli
-per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non
-vedi tu, che ’l tuo libro si trova in peggior
-grado? Perchè ancora ch’egli abbia un uomo,
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-che parli per lui, non si vede niente
-della cosa, di che si parla, come si vederà
-di quello, che parla per le pitture; le quali
-pitture, se saranno ben proporzionati li atti
-co’ li loro accidenti mentali, saranno intese,
-come se parlassino.
-</p>
-
-<h3>XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA.</h3>
-
-<p>
-La Pittura è una Poesia, che si vede e
-non si sente, e la Poesia è una Pittura, che
-si sente e non si vede. Adunque queste due
-Poesie, o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati
-li sensi, per li quali esse dovrebbono
-penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e
-l’altra è Pittura, de’ passare al senso comune
-per il senso più nobile, cioè l’occhio;
-e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno
-a passare per il senso meno nobile, cioè
-l’audito.
-</p>
-
-<p>
-Adunque daremo la Pittura al giudizio
-del sordo nato, e la Poesia sarà giudicata
-dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata
-con li movimenti appropriati alli accidenti
-mentali delle figure, che operano in
-qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato
-intenderà le operazioni e l’intenzioni degli
-operatori, ma il cieco nato non intenderà
-mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-onore a essa Poesia; conciossiachè delle
-nobili sue parti è il figurare li gesti e li
-componimenti delle istorie e li siti ornati
-e dilettevoli, con le trasparenti acque, per
-le quali si vede li verdeggianti fondi delli
-suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e
-minute ghiare, coll’erbe, che con lor si mischiano,
-insieme con li sguizzanti pesci, e
-simili descrizioni, le quali si potrebbono
-così dire ad un sasso, corno ad un cieco
-nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che
-si compone la bellezza del mondo, cioè luce,
-tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione,
-propinquità, moto e quiete, le quali
-son dieci ornamenti della natura.
-</p>
-
-<p>
-Ma il sordo, avendo perso il senso meno
-nobile, ancora ch’egli abbia insieme persa
-la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè
-imparare alcun linguaggio, ma questo intenderà
-bene ogni accidente, che sia nelli
-corpi umani, meglio che un che parli e che
-abbia audito, e similmente conoscerà le opere
-de’ pittori e quello, che in esse si rappresenti,
-e a che tali figure siano appropriate.
-</p>
-
-<h3>XIV. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia
-è una Pittura cieca, e l’una e l’altra va
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-imitando la natura, quanto è possibile alle
-lor potenze, e per l’una o per l’altra si
-può dimostrare molti morali costumi, come
-fece Apelle colla sua <i>Calunnia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma della Pittura, perchè serve all’occhio,
-senso più nobile, ne risulta una proporzione
-armonica; cioè che, siccome molte
-varie voci, insieme aggiunte ad un medesimo
-tempo, ne risulta una proporzione armonica,
-la quale contenta tanto il senso
-dell’udito, che li auditori restano, con stupente
-ammirazione, quasi semivivi; ma molto
-più farà le proporzionali bellezze d’un angelico
-viso, posto in pittura, dalla quale
-proporzionalità ne risulta un’armonico concento,
-il quale serve all’occhio in uno medesimo
-tempo, che si faccia dalla musica
-all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze
-sarà mostrato all’amante di quella, di
-che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio
-esso resterà con istupenda ammirazione e
-gaudio incomparabile e superiore a tutti
-l’altri sensi.
-</p>
-
-<p>
-Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere
-alla figurazione d’una perfetta bellezza,
-con la figurazione particulare di ciascuna
-parte, della quale si compone in pittura la
-predetta armonia, — non ne risulta altra grazia,
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-che si facessi a far sentir nella musica
-ciascuna voce per sè sola in vari tempi,
-dello quali non si comporrebbe alcun concento,
-come se volessimo mostrare un volto
-a parte a parte, sempre ricoprendo quelle,
-che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni
-l’oblivione <span class="inl-note">[dimenticare]</span> non lascia comporre
-alcuna proporzionalità d’armonia, perchè
-l’occhio non le abbraccia co’ la sua virtù
-visiva a un medesimo tempo.
-</p>
-
-<p>
-Il simile accade nelle bellezze di qualunque
-cosa finta dal poeta, de le quali, per
-essere le sue parti dette separatamente in
-separati tempi, la memoria non riceve alcuna
-armonia.
-</p>
-
-<h3>XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO
-NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.</h3>
-
-<p>
-La Pittura immediate ti si rappresenta
-con quella dimostrazione, per la quale il
-suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere
-al senso massimo, qual dare possa alcuna
-cosa creata dalla natura. E in questo caso,
-il poeta, che manda le medesime cose al comun
-senso per la via dell’audito, minor senso,
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-non dà all’occhio altro piacere, che se un
-sentissi raccontar una cosa.
-</p>
-
-<p>
-Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare
-una cosa, che dà piacere all’occhio
-con lunghezza di tempo, o vederla con quella
-prestezza che si vedono le cose naturali.
-E ancorchè le cose de’ poeti sieno con
-lungo intervallo di tempo lette, spesse sono
-le volte, ch’elle non sono intese, e bisogna
-farli sopra diversi comenti, de’ quali rarissime
-volte tali comentatori intendono qual
-fusse la mente del poeta; e molte volte i
-lettori non leggono, se non piccola parte
-delle loro opere, per disagio di tempo. Ma
-l’opera del pittore immediate è compresa
-dalli suoi riguardatori.
-</p>
-
-<h3>XVI. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-La Pittura ti rappresenta in un sùbito
-la sua essenza nella virtù visiva e per il
-proprio mezzo, donde la imprensiva riceve
-li obbietti naturali, e ancora nel medesimo
-tempo, nel quale si compone l’armonica
-proporzionalità delle parti, che compongono
-il tutto, che contenta il senso; e la Poesia
-riferisce il medesimo, ma con mezzo meno
-degno de l’occhio, il quale porta nell’imprensiva
-più confusamente e con più tardità
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-le figurazioni delle cose nominate, che
-non fa l’occhio, vero mezzo intra l’obbietto
-e l’imprensiva, il quale immediate conferisce
-con somma verità le vere superfizie e
-figure di quel, che dinanzi se gli appresenta;
-delle quali ne nasce la proporzionalità
-detta armonia, che con dolce concento
-contenta il senso, non altrementi, che si
-facciano le proporzionalità di diverse voci
-al senso dello udito, il quale ancora è men
-degno, che quello dell’occhio, perchè tanto,
-quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce
-nel morire, come nel nascere. Il che
-intervenire non può nel senso del vedere;
-perchè, se tu rappresenterai all’occhio una
-bellezza umana, composta di proporzionalità
-di belle membra, esse bellezze non sono
-sì mortali, nè sì presto si struggono, come
-fa la musica, anzi, ha lunga permanenza, e
-ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce,
-come fa la musica nel molto sonare,
-nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è
-causa, che tutti li sensi insieme con l’occhio,
-la vorrebbero possedere, e pare, che a
-gara voglian combattere con l’occhio. Pare,
-che la bocca, s’è la bocca, se la vorrebbe per
-sè in corpo; l’orecchio piglia piacere d’audire
-le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-penetrare per tutti i suoi meati; il
-naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al
-continuo di lei spira.
-</p>
-
-<p>
-Ma la bellezza di tale armonia il tempo
-in pochi anni la distrugge, il che non accade
-in tal bellezza imitata dal pittore, perchè
-il tempo lungamente la conserva; e
-l’occhio, inquanto al suo uffizio, piglia il
-vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si
-facessi della bellezza viva; mancagli il tatto,
-il quale si fa maggior fratello nel medesimo
-tempo, il quale, poichè avrà avuto
-il suo intento, non impedisce la ragione del
-considerare la divina bellezza. E in questo
-caso la pittura, imitata da quella, in gran
-parte supplisce: il che supplire non potrà
-la descrizione del poeta, il quale in questo
-caso si vole equiparare al pittore, ma non
-s’avvede, che le sue parole, nel far menzione
-delle membra di tal bellezza, il tempo
-le divide l’una dall’altra, v’inframmette
-l’oblivione, e divide le proporzioni, le quali
-lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e
-non potendole nominare, esso non può comporne
-l’armonica proporzionalità, la quale
-è composta di divine proporzioni. E per questo
-un medesimo tempo, nel quale s’inchiude
-la speculazione d’una bellezza dipinta,
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-non può dare una bellezza descritta,
-e fa peccato contro natura quel, che si de’
-mettere per l’occhio, a volerlo mettere per
-l’orecchio. Lasciavi entrare l’uffizio della
-Musica, e non vi mettere la scienza della
-Pittura, vera imitatrice delle naturali figure
-di tutte le cose.
-</p>
-
-<p>
-Chi ti move, o omo, ad abbandonare le
-proprie tue abitazioni della città, e lasciare
-li parenti e amici, e andare in lochi campestri
-per monti e valli, se non la naturale
-bellezza del mondo, la quale, se ben consideri,
-sol col senso del vedere fruisci? e se
-il poeta vole in tal caso chiamarsi anco lui
-pittore, perchè non pigliavi tali siti descritti
-dal poeta, e startene in casa sanza sentire
-il superchio calore del sole? oh! non t’era
-questo più utile e men fatica, perchè si fa
-al fresco e sanza moto e pericolo di malattia?
-Ma l’anima non potea fruire il benefizio
-de li occhi, finestre delle sue abitazioni,
-e non potea ricevere le spezie de li
-allegri siti, non potea vedere l’ombrose
-valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti
-fiumi, non potea vedere li varî fiori,
-che con loro colori fanno armonia all’occhio,
-e così tutte le altre cose, che ad esso
-occhio rappresentare si possono. Ma se il
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno,
-ti pone innanzi li medesimi paesi dipinti
-ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li
-tuoi piaceri; se appresso a qualche fonte, tu
-possi rivedere te, amante con la tua amata,
-nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle
-verdeggianti piante, non riceverai tu altro
-piacere, che a udire tale effetto descritto
-dal poeta?
-</p>
-
-<p>
-Qui risponde il poeta, e cede alle sopra
-dette ragioni, ma dice, che supera il pittore,
-perchè lui fa parlare e ragionare li
-omini con diverse finzioni, nelle quali ei
-finge cose, che non sono; e che commuoverà
-li omini a pigliare le armi; e che descriverà
-il cielo, le stelle e la natura e le
-arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che
-nessuna di queste cose, di che egli parla, è
-sua professione propria, ma che, s’ei vuol
-parlare e orare, è da persuadere che in
-questo egli è vinto dall’oratore; e se parla
-di Astrologia, che lo ha rubato all’astrologo;
-e di Filosofia al filosofo, e che in effetto
-la Poesia non ha propria sedia, nè la
-merita altramente che di un merciaio ragunatore
-di mercanzie, fatte da diversi artigiani.
-</p>
-
-<p>
-Quando il poeta cessa del figurare colle
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-parole quel che in natura è un fatto, allora
-il poeta non si fa equale al pittore, perchè
-se il poeta, lasciando tal figurazione, e’ descrive
-le parole ornate e persuasive di colui
-a chi esso vole far parlare, allora egli
-si fa oratore, e non è più poeta, nè è pittore;
-e se lui parla de’ cieli, egli si fa astrologo;
-e filosofo e teologo parlando delle
-cose di natura e di Dio; ma, se esso ritorna
-alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe
-emulo al pittore, se potesse saddisfare
-all’occhio in parole come fa il pittore.
-</p>
-
-<p>
-Ma la deità della scienza della Pittura
-considera le opere, così umane, come divine,
-le quali sono terminate dalle loro superfizie,
-cioè linee de’ termini de’ corpi, con
-le quali ella comanda allo scultore la perfezione
-delle sue statue. Questa col suo principio,
-cioè il disegno, insegna all’architettore
-a fare, che il suo edifizio si renda grato
-all’occhio; questa alli componitori di diversi
-vasi; questa alli orefici, tessitori, recamatori;
-questa ha trovato li caratteri, con li
-quali si esprimono li diversi linguaggi; questa
-ha dato li caratteri alli aritmetici; questa
-ha insegnata la figurazione alla Geometria;
-questa insegna alli prospettivi e
-astrolaghi e alli macchinatori e ingegneri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-</p>
-
-<h3>XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA
-NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ MEDIANTE
-QUELLO È GENERATA.</h3>
-
-<p>
-Nessuna parte è nell’Astrologia, che non
-sia ufficio delle linee visuali e della Prospettiva,
-figliuola della Pittura — perchè il
-pittore è quello, che, per necessità della sua
-arte, ha partorite essa Prospettiva, e non
-si può fare sanza linee, dentro alle quali
-linee s’inchiudono tutte le varie figure de’
-corpi, generate dalla natura, sanza le quali
-l’arte del geometra è orba.
-</p>
-
-<p>
-E se ’l geometra riduce ogni superfice,
-circondata da linee, alla figura del quadrato
-e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica
-fa il simile con le sue radici cube e
-quadrate; queste due scienze non s’astendono,
-se non alla notizia della quantità continua
-e discontinua, ma della qualità non
-si travagliano, la quale è bellezza delle opere
-di natura e ornamento del mondo.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione
-e misura, e questo è il semplice
-corpo di poesia, invenzione di materia e
-misura nei versi, che si riveste poi di tutte
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-le scienze. Al quale risponde il pittore,
-l’avere li medesimi obblighi nella scienza
-della Pittura, cioè invenzione e misura; invenzione
-nella materia, che lui debbe fingere,
-e misura nelle cose dipinte, acciocchè
-non sieno sproporzionate; ma che ei non si
-veste di tali tre scienze, anzi che l’altre
-in gran parte si vestono della Pittura, come
-l’Astrologia, che nulla fa sanza la Prospettiva,
-la quale è principal membro d’essa
-Pittura, — cioè l’Astrologia matematica, non
-dico della fallace giudiciale (perdonami, chi,
-per mezzo delli sciocchi, no vive!)
-</p>
-
-<p>
-Dice il poeta, che descrive una cosa, che
-ne rappresenta un’altra piena di belle sentenze <span class="inl-note">[l’allegoria]</span>.
-Il pittore dice aver in arbitrio di far
-il medesimo, e in questa parte anco egli è
-poeta. E se ’l poeta dice di far accendere
-li omini ad amaro, ch’è cosa principale
-della spezie di tutti l’animali, il pittore ha
-potenza di fare il medesimo, tanto più, che
-lui mette innanzi all’amante la propria effigie
-della cosa amata, il quale spesso fa
-con quella, baciandola e parlandole, quello,
-che non farebbe colle medesime bellezze,
-portate innanzi dallo scrittore; e tanto più
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-supera gl’ingegni de li omini, che l’induce
-ad amare e innamorarsi di pittura,
-che non rappresenta alcuna donna viva.
-</p>
-
-<p>
-E se il poeta serve al senso per la via
-dell’orecchio, il pittore per l’occhio più degno
-senso. Ma io non voglio da questi tali
-altro, se non che uno bono pittore figuri il
-furore d’una battaglia, e che ’l poeta ne
-scriva un altro, e che sieno messi in pubblico
-da compagnia <span class="inl-note">[daccanto]</span>; vedrai i veditori dove
-più si fermeranno, dove più considereranno,
-dove si darà più laude, e quale saddisferà
-meglio. Certo la pittura, di gran lunga più
-utile e bella, più piacerà. Poni iscritto il
-nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua
-figura a riscontro, vedrai quale fia più reverita.
-Se la Pittura abbraccia in sè tutte le
-forme della natura, voi non avete se non è
-i nomi, i quali non sono universali come le
-forme. Se voi avete li effetti delle dimostrazioni,
-noi abbiamo le dimostrazioni delli
-effetti.
-</p>
-
-<p>
-Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze
-d’una donna al suo innamorato, togli
-uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura
-volterà più il giudicatore innamorato.
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-Certo il cimento delle cose dovrebbe lasciare
-dare la sentenza alla sperienza. Voi avete
-messa la pittura infra l’arti meccaniche;
-certo, se i pittori fussino atti a laudare collo
-scrivere l’opere loro, come voi, io dubito
-non diacerebbe in sì vile cognome. Se voi
-la chiamate meccanica, perchè è per manuale <span class="inl-note">[per opera delle mani]</span>
-che le mani figurano quel che trovano
-nella fantasia, voi pittori disegnate con la
-penna manualmente quello che nello ingegno
-vostro si trova. E se voi dicessi essere
-meccanica, perchè si fa a prezzo; chi cade
-in questo errore, se errore si po’ chiamare,
-più di voi? Se voi leggete per li Studî, non
-andate voi a chi più vi premia? Fate voi
-alcuna opera, sanza qualche premio? benchè
-questo non dico per biasimare simili opinioni,
-perchè ogni fatica aspetta premio, o potrà
-dire uno poeta: — io farò una finzione, che
-significa cosa grande. — Questo medesimo
-farà il pittore, come fece Apello la <i>Calunnia</i>.
-</p>
-
-<h3>XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA
-CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Portando, il dì del natale del re Mattìa,
-un poeta un’opera fattagli in laude del
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del
-mondo, e un pittore gli presentò un ritratto
-della sua innamorata; sùbito il Re rinchiuse
-il libro del poeta, e voltossi alla pittura,
-e a quella fermò la vista con grande
-ammirazione.
-</p>
-
-<p>
-Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o
-re, leggi, leggi, e sentirai cosa di maggior
-sustanzia, che una muta pittura!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Allora il re, sentendosi riprendere del
-risguardar cose mute, disse: «o poeta, taci,
-chè non sai ciò che ti dica; questa pittura
-serve a miglior senso che la tua, la qual è
-da orbi. Dammi cosa che io la possa vedere
-e toccare, e non che solamente la possa
-udire, e non biasimare la mia elezione dell’avermi
-io messo la tua opera sotto il gomito,
-e questa del pittore tengo con le due
-mani, dandola alli miei occhi, perchè le
-mani da lor medesime hanno tolto a servire
-a più degno senso, che non è l’audire.
-E io per me giudico, che tale proporzione
-sia della scienza del pittore a quella del
-poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ quali questi
-si fanno obbietti.
-</p>
-
-<p>
-»Non sai tu che la nostra anima è composta
-d’armonia, e armonia non s’ingenera
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-se non in istanti <span class="inl-note">[armonia esige contemporaneità di parti]</span>, nei quali le proporzionalità
-delli obbietti si fan vedere o udire?
-Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità
-creata in istante, anzi l’una
-parte nasce dall’altra successivamente, e
-non nasce la succedente, se l’antecedente
-non muore?
-</p>
-
-<p>
-»Per questo giudico la tua invenzione essere
-assai inferiore a quella del pittore,
-solo perchè da quella non componesi proporzionalità
-armonica. Essa non contenta la
-mente dell’auditore o veditore, come fa la
-proporzionalità delle bellissime membra,
-componitrici delle divine bellezze di questo
-viso, che m’è dinanzi, le quali in un
-medesimo tempo tutte ’nsieme giunte, mi
-dànno tanto piacere colla divina loro proporzione,
-che null’altra cosa giudico esser
-sopra la terra fatta dall’uomo, che dar lo
-possa maggiore.»
-</p>
-
-<h3>XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.</h3>
-
-<p>
-Non è sì insensato giudizio che, se gli è
-proposto qual è più da eleggere o stare in
-perpetue tenebre o voler perder l’audito, che
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-sùbito non dica voler più tosto perdere
-l’audito insieme con l’odorato, prima che
-restar cieco.
-</p>
-
-<p>
-Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza
-del mondo con tutte le forme delle
-cose create, e il sordo sol perde il suono
-fatto dal moto dell’aria percossa, ch’è minima
-cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza
-essere tanto più nobile, quant’essa s’astende
-in più degno subbietto, e per questo più vale
-una falsa immaginazione dell’essenza di
-Dio, che una immaginazione d’una cosa men
-degna; e per questo diremo, la Pittura, la
-quale solo s’astende nell’opere d’Iddio
-essere più degna della Poesia, che solo
-si astende in bugiarde finzioni de l’opere
-umane.
-</p>
-
-<h3>XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA
-CONTRO ’L PITTORE.</h3>
-
-<p>
-— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata,
-ma non imputare a te tal virtù, ma alla
-cosa, di che tal pittura è rappresentatrice.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che
-ti fai ancora tu imitatore, perchè non rappresenti
-con le tue parole cose, che le lettere
-tue, contenitrici d’esse parole, ancora
-loro sieno adorate?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma la natura ha più favorito il pittore
-che ’l poeta, e meritamente l’opere del favorito
-debbono essere più onorate, che di
-quello che non è in favore.
-</p>
-
-<p>
-Adunque, laudiamo quello che con le parole
-saddisfa all’audito, e quel che con la
-pittura saddisfa al contento del vedere; ma
-tanto meno quel delle parole, quanto elle
-sono accidentali e create da minor autore,
-che l’opere di natura, di che ’l pittore è
-imitatore.
-</p>
-
-<p>
-La qual natura è terminante dentro alle
-figure della lor superfizie.
-</p>
-
-<h3>XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA
-E IL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia
-esser in sommo grado di comprensione alli
-ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli
-sordi, noi diremo, tanto più valere la Pittura
-che la Poesia, quanto la Pittura serve
-a miglior senso e più nobile, che la Poesia;
-la qual nobiltà è provata esser tripla
-alla nobiltà di tre altri sensi, perchè è stato
-eletto di volere piuttosto perdere l’audito
-e odorato e tatto, che ’l senso del vedere.
-</p>
-
-<p>
-Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta
-e bellezza dell’universo, e resta a similitudine
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-di un che sia chiuso in vita in
-una sepoltura, nella quale abbia moto e vita.
-</p>
-
-<p>
-Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia
-la bellezza di tutto il mondo? Egli è capo
-dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso
-tutte le umane arti consiglia e corregge;
-move l’omo a diverse parti del mondo; questo
-è principe delle Matematiche; le sue
-scienze sono certissime; questo ha misurato
-l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha
-trovato gli elementi e loro siti; questo ha
-fatto predire le cose future, mediante il
-corso delle stelle; questo l’Architettura e
-Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata.
-O eccellentissimo sopra tutte l’altre
-cose create da Dio! quali laudi fien
-quelle, ch’esprimere possino la tua nobiltà?
-quali popoli, quali lingue saranno quelle,
-che appieno possino descrivere la tua vera
-operazione?
-</p>
-
-<p>
-Questa è finestra dell’umano corpo, per
-la quale l’anima specula e fruisce la bellezza
-del mondo; per questo l’anima si contenta
-della umana carcere, e, sanza questo,
-esso umano carcere è suo tormento; e per
-questo l’industria umana ha trovato il fuoco,
-mediante il quale l’occhio riacquista
-quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-ha ornato la natura coll’agricoltura e
-dilettevoli giardini.
-</p>
-
-<p>
-Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì
-alto e lungo discorso? qual è quella cosa,
-che per lui non si faccia? Ei move li omini
-dall’Oriente all’Occidente; questo ha trovato
-la navigazione; e in questo supera la natura,
-che li semplici naturali <span class="inl-note">[le varietà minerali, vegetali e animali]</span> sono finiti, e
-l’opere, che l’occhio comanda alle mani,
-sono infinite, come dimostra il pittore nelle
-finzioni d’infinite forme d’animali e erbe,
-piante e siti.
-</p>
-
-<h3>XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE
-SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-La Musica non è da essere chiamata altro,
-che sorella della Pittura, conciossiachè
-essa è subbietto dell’audito, secondo senso
-all’occhio, e compone armonia con la congiunzione
-delle sue parti proporzionali, operate
-nel medesimo tempo, costrette a nascere
-e morire in uno o più tempi armonici;
-li quali tempi circondano la proporzionalità
-de’ membri, di che tale armonia si compone,
-non altrementi, che si faccia la linea
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-circonferenziale <span class="inl-note">[il contorno]</span> le membra, di che si genera
-la bellezza umana.
-</p>
-
-<p>
-Ma la Pittura eccelle e signoreggia la
-Musica, perchè essa non more immediate
-dopo la sua creazione, come fa la sventurata
-Musica, anzi resta in essere, e ti si dimostra
-in vita, quel che in fatto è, una sola
-superfizie.
-</p>
-
-<p>
-O maravigliosa scienza, tu riservi in vita
-le caduche bellezze de’ mortali, le quali
-hanno più permanenza, che le opere di natura,
-le quali al continuo sono variate dal
-tempo, che le conduce alla debita vecchiezza!
-e tale scienza ha tale proporzione con
-la divina natura, quale hanno le sue opere
-con le opere di essa natura, e per questo è
-adorata.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — PITTURA E MUSICA.</h3>
-
-<p>
-Quella cosa è più degna, che saddisfa a
-miglior senso: adunque la Pittura saddisfattrice
-al senso del vedere, è più nobile della
-Musica, che solo saddisfa all’audito.
-</p>
-
-<p>
-Quella cosa è più nobile, che ha più eternità;
-adunque la Musica, che si va consumando,
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-mentre ch’ella nasce, è men degna
-della Pittura, che con vetri <span class="inl-note">[Vedi sopra al n. V]</span> si fa eterna.
-</p>
-
-<p>
-Quella cosa, che contiene in se più universalità
-e varietà di cose, quella fia detta
-di più eccellenza: adunque la Pittura è da
-essere preposta a tutte le operazioni; perchè
-è contenitrice di tutte le forme, che
-sono, e di quelle, che non sono in natura,
-è più da essere magnificata e esaltata, che
-la musica, che solo attende alla voce.
-</p>
-
-<p>
-Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno
-a questa si fa il culto divino, il quale
-è ornato con la Musica, a questa servente;
-con questa si dà copia alli amanti della
-causa de’ loro amori; con questa si riserva
-le bellezze, le quali il tempo e la genitrice
-natura fa fuggitive; con questa noi riserviamo
-le similitudini degli omini famosi. E
-se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo
-scriverla —; il medesimo facciamo noi qui
-colle lettere.
-</p>
-
-<p>
-Adunque, poichè tu hai messa la Musica
-infra le arti liberali, o tu vi metti questa,
-o tu ne levi quella.
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —;
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-e così è guasta la Musica da chi non
-la sa.
-</p>
-
-<p>
-Se tu dirai: — le scienze non meccaniche
-sono le mentali —; io dirò che la pittura è
-mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e
-Geometria consideran le proporzioni delle
-quantità continue, e l’Aritmetica delle discontinue, — questa
-considera tutte le quantità
-continue e le qualità delle proporzioni
-d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva.
-</p>
-
-<h3>XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Dice il mimico, che la sua scienza è da
-essere equiparata a quella del pittore, perchè
-essa compone un corpo di molte membra,
-del quale lo speculatore contempla
-tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici,
-quanti sono li tempi nelli quali essa nasce
-e more; e con quelli tempi trastulla con
-grazia l’anima, che risiede nel corpo del
-suo contemplante.
-</p>
-
-<p>
-Ma il pittore risponde e dice, che il corpo,
-composto delle umane membra, non dà
-di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali
-essa bellezza abbia a nascere e morire, ma
-lo fa permanente per moltissimi anni, e è
-di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-quella armonia delle proporzionate membra,
-le quali natura con tutte sue forze conservar
-non potrebbe.
-</p>
-
-<p>
-Quante pitture hanno conservato il simulacro
-di una divina bellezza, che il tempo
-o morte in breve ha distrutto il suo naturale
-esempio; e è restata più degna l’opera
-del pittore, che della natura sua maestra!
-</p>
-
-<p>
-Se tu, o musico, dirai che la Pittura è
-meccanica per essere operata coll’esercizio
-delle mani; e la Musica è operata con la
-bocca, ma non pel conto del senso del gusto,
-come la mano (non pel) senso del
-tatto.
-</p>
-
-<p>
-Meno degne sono ancora le parole che’
-fatti. Ma tu scrittore delle scienze, non
-copi tu con mano, scrivendo ciò che sta
-nella mente, come fa il pittore?
-</p>
-
-<p>
-E se tu dicessi, la Musica essere composta
-di proporzione; ho io, con questa medesima,
-sèguito la Pittura, come mi vedrai.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA,
-PITTORE E MUSICO.</h3>
-
-<p>
-Tal differenza è in quanto alla figurazione
-delle cose corporee dal pittore al
-poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli
-uniti: perchè il poeta, nel descrivere la bellezza
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-o bruttezza di qualunque corpo, te lo
-dimostra a membro a membro e in diversi
-tempi, e il pittore tel fa vedere tutto in un
-tempo.
-</p>
-
-<p>
-Il poeta non può porre colle parole la
-vera figura delle membra, di che si compone
-un tutto, come il pittore, il quale tel pone
-innanzi con quella verità, ch’è possibile in
-natura. E al poeta accade il medesimo, come
-al musico, che canta solo un canto composto
-di quattro cantori; e canta prima il
-canto <span class="inl-note">[Oggi: soprano]</span>, poi il tenore, e così sèguita il contralto
-e poi il basso: e di costui non risulta
-la grazia della proporzionalità armonica, la
-quale si rinchiude in tempi armonici. E fa
-esso poeta a similitudine di un bel volto,
-il quale ti si mostra a membro a membro,
-che, così facendo, non rimarresti mai saddisfatto
-della sua bellezza, la quale solo consiste
-nella divina proporzionalità delle predette
-membra insieme composte, le quali
-solo in un tempo compongono essa divina
-armonia, di esso congiunto <span class="inl-note">[insieme accordo]</span> di membra, che
-spesso tolgono la libertà posseduta a chi
-le vede.
-</p>
-
-<p>
-E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico,
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-le soavi melodie, composte delle sue
-varie voci, dalle quali il poeta è privato
-della loro discrezione <span class="inl-note">[spartizione o divisione]</span> armonica; e, benchè la
-Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia
-del giudizio, siccome la Musica, esso poeta
-non può descrivere l’armonia della Musica,
-perchè non ha podestà in un medesimo
-tempo di dire diverse cose, come la proporzionalità
-armonica della Pittura, composta
-di diverse membra in un medesimo
-tempo, la dolcezza delle quali sono giudicate
-in un medesimo tempo, così in comune,
-come in particolare. In comune in quanto
-allo intento del composto, in particolare, in
-quanto allo intento de’ componenti, di che
-si compone esso tutto; e per questo il poeta
-resta, in quanto alla figurazione delle cose
-corporee, molto indietro al pittore, e delle
-cose invisibili rimane indietro al musico.
-</p>
-
-<p>
-Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto
-delle altre scienze, potrà comparire alle
-fiere come gli altri mercanti, portatori di
-diverse cose, fatte da più inventori: e fa
-questo il poeta, quando si impresta l’altrui
-scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo,
-cosmografo e simili, le quali scienze
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-sono in tutto separate dal poeta. Adunque
-questo è un sensale, che giunge insieme diverse
-persone a fare una conclusione di un
-mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio
-ufficio del poeta, tu troverai non essere
-altro, che un ragunatore di cose rubate
-a diverse scienze, colle quali egli fa un
-composto bugiardo, o vuoi, con più onesto
-dire, un composto finto. — E in questa tal
-finzione libera esso poeta s’è equiparato
-al pittore, ch’è la più debole parte della
-pittura.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ
-IN CUI È TENUTA LA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-Per fingere le parole la Poesia supera
-la Pittura, e per fingere fatti la Pittura supera
-la Poesia, e quella proporzione ch’è
-da’ fatti alle parole, tal è dalla Pittura ad
-essa Poesia, perchè i fatti sono subbietto
-dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio;
-e così li sensi hanno la medesima
-proporzione in fra loro, quali hanno li loro
-obbietti infra sè medesimi, e per questo
-giudico la Pittura essere superiore alla
-Poesia.
-</p>
-
-<p>
-Ma per non sapere li suoi operatori dire
-la sua ragione è restata lungo tempo sanza
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-avvocati; perchè lei non parla, ma per sè
-si dimostra e termina ne’ fatti, e la Poesia
-finisce in parole, con le quali, come boriosa,
-sè stessa lauda.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="pittore">IL PITTORE E LA PITTURA.</h2>
-
-<h3>I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ciò ch’è visibile è connumerato nella
-scienza della pittura.
-</p>
-
-<h3>II. — ORIGINE DELLA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-Come la prima pittura fu sol d’una linia,
-la quale circondava l’ombra dell’omo,
-fatta dal sole ne’ muri.
-</p>
-
-<h3>III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE
-D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE COSE.</h3>
-
-<p>
-Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo
-innamorino, egli n’è Signore di generarle;
-e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino,
-o che sieno buffonesche e risibili,
-o veramente compassionevoli, ei n’è Signore
-e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi
-ombrosi o foschi, ne’ tempi caldi, esso li
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-figura, e così lochi caldi, ne’ tempi freddi. Se
-vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti
-scoprire gran campagna, e se vuole, dopo
-quelle, vedere l’orizzonte del mare, egli n’è
-Signore, e se delle basse valli vuol vedere
-gli alti monti o de li alti monti le basse
-valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è nell’universo
-per essenza, frequenza o immaginazione,
-esso lo ha prima nella mente e
-poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza,
-che in pari tempi generano una
-proporzionata armonia in un solo sguardo,
-qual fanno le cose.
-</p>
-
-<h3>IV. — LA PITTURA
-È UNA SECONDA CREAZIONE.</h3>
-
-<p>
-Chi biasima la Pittura, biasima la natura,
-perchè l’opere del pittore rappresentano
-l’opere d’essa natura, e per questo il
-detto biasimatore ha carestia di sentimento.
-</p>
-
-<h3>V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE
-SE QUELLO NON È UNIVERSALE.</h3>
-
-<p>
-Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano,
-i quali chiamano bono maestro
-quello pittore, il quale sol fa bene una testa
-o una figura. Certo e’ non è gran fatto
-che studiando una sola cosa tutt’il tempo
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-della sua vita, che non ne venga a qualche
-perfezione.
-</p>
-
-<p>
-Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia
-e contiene in sè tutte le cose, che
-produce la natura, e che conduce l’accidentale
-operazione degli omini, e in ultimo
-ciò che si po’ comprendere con gli occhi,
-mi paro uno tristo maestro quello, che solo
-una figura fa bene.
-</p>
-
-<p>
-Or non vedi tu quanti e quali atti sieno
-fatti dalli omini? non vedi quanti diversi
-animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di
-siti montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî
-pubblici e privati, strumenti opportuni
-a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e
-arti?
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste cose appartengano d’essere
-di pari operazione e bontà usate da quello,
-che tu vogli chiamare bon pittore.
-</p>
-
-<h3>VI. — IL PITTORE E LA NATURA.</h3>
-
-<p>
-Il dipintore disputa e gareggia con la
-natura.
-</p>
-
-<h3>VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA
-NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.</h3>
-
-<p>
-Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è
-sola imitatrice di tutte l’opere evidenti di
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-natura, per certo tu sprezzerai una sottile
-invenzione, la quale con filosofica e sottile
-speculazione considera tutte le qualità delle
-forme, arie <span class="inl-note">[i fondi o campi delle figure]</span> e siti, piante, animali, erbe e
-fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume.
-E veramente questa è scienza e legittima
-figlia di natura, perchè la Pittura è partorita
-da essa natura. Ma, per dire più corretto,
-diremo nipote di natura, perchè tutte le cose
-evidenti sono state partorite dalla natura,
-delle quali cose partorite è nata la Pittura.
-Adunque rettamente la dimanderemo nipote
-di natura e parente di Dio.
-</p>
-
-<h3>VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA
-L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO DELLA
-SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE
-DI NATURALE.</h3>
-
-<p>
-Quel maestro, il quale si desse d’intendere
-di potere riservare in sè tutte le
-forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe
-questo essere ornato di molta ignoranza,
-con ciò sia cosa che detti effetti son
-infiniti, e la memoria nostra non è di tanta
-capacità, che basti.
-</p>
-
-<p>
-Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-del guadagno, non superi in te l’onore
-dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto
-maggiore, che l’onore delle ricchezze. Sì che
-per queste e altre ragioni, che si potrebbon
-dire, attenderai prima col disegno a dare
-con dimostrativa forma all’occhio la intenzione
-e la invenzione fatta in prima nella
-tua imaginativa; di poi va levando o ponendo
-tanto che tu ti saddisfaccia; di poi
-fa acconciare omini vestiti o nudi, nel
-modo ch’in sull’opera hai ordinato, e fa
-che per misura e grandezza, sottoposta alla
-Prospettiva, che non passi niente de l’opera,
-che bene non sia consigliata dalla ragione
-e dalli effetti naturali: e questa fia la via a
-farti onorare della tua arte.
-</p>
-
-<h3>IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono
-più in altrui opere, che nelle sue,
-e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori,
-ignorerai i tua grandi. E per fuggire
-simile ignoranza, fa che prima sia bono prospettivo,
-di poi abbi intera notizia delle
-misure dell’omo e d’altri animali, e ancora
-bono architetto, cioè in quanto s’appartiene
-alla forma delli edifizî e dell’altre cose, che
-sono sopra la terra, che sono infinite forme.
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-Di quante più avrai notizia, più fia laudabile
-la tua operazione, e in quelle che tu
-non hai pratica non recusare il ritrarle di
-naturale.
-</p>
-
-<h3>X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO
-D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA, IL
-GIUDIZIO D’OGN’OMO.</h3>
-
-<p>
-Certamente non è da recusare, in mentre
-che l’omo dipigne, il giudizio di ciascuno;
-imperocchè noi conosciamo chiaro,
-che l’omo, benchè non sia pittore, avrà
-notizia della forma dell’altro omo, e ben
-giudicherà s’egli è gobbo, o ha una spalla
-alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o naso
-od altri mancamenti. — E se noi conosciamo
-alti omini potere con verità giudicare
-l’opera della natura, quanto maggiormente
-ci converrà confessare questi potere giudicare
-i nostri errori, chè sappiamo quanto
-l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non
-lo conosci in te, consideralo in altrui, e farai
-profitto degli altrui errori.
-</p>
-
-<p>
-Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui
-opinioni; e considera bene e pensa bene,
-se ’l biasimatore ha cagione o no di
-biasimarti: e se trovi di sì, racconcia; e se
-trovi di no, fagli vista non l’aver inteso o
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che
-tu stimi, la ragione come lui s’inganna.
-</p>
-
-<h3>XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA
-QUELLI CHE FALSA — E INDEGNAMENTE SI
-FANNO CHIAMARE PITTORI.</h3>
-
-<p>
-Ecci una certa generazione di pittori, i
-quali, per loro poco studio, bisogna che vivano
-sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i
-quali, con somma stoltizia, allegano non
-mettere in opera le bone cose per li tristi
-pagamenti, che saprebbono ancora ben loro
-fare come un altro, quando fussino bene pagati.
-Or vedi gente istolte! non sanno questi
-tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa
-è da bon premio; e questa è da mezzano;
-e questa è di sorte <span class="inl-note">[di basso prezzo]</span> —; e mostrare
-d’avere opera da ogni premio.
-</p>
-
-<h3>XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO
-DE’ PITTORI.</h3>
-
-<p>
-Quando vuoi vedere, se la tua pittura
-tutta insieme ha conformità con la cosa ritratta
-di naturale, abbi uno specchio, e favvi
-dentro specchiare la cosa viva, e paragona
-la cosa specchiata con la tua pittura, e considera
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra
-similitudine ha conformità insieme.
-</p>
-
-<p>
-E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare
-per suo maestro, cioè lo specchio piano,
-imperocchè su la sua superfizie le cose
-hanno similitudine con la pittura in molte
-parti.
-</p>
-
-<p>
-Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un
-piano dimostrare cose, che paiono rilevate,
-e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo;
-la pittura è una sola superfizie, e
-lo specchio quel medesimo; la pittura è impalpabile,
-in quanto che quello, che pare
-tondo e spiccato, non si po’ circondare co’ le
-mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio
-e la pittura mostra la similitudine
-dello cose circondate da ombra e lume;
-l’una e l’altra pare assai di là dalla sua
-superfizie.
-</p>
-
-<p>
-E se tu conosci, che lo specchio, per
-mezzo de’ lineamenti e ombre e lumi, ti fa
-parere le cose dispiccate, e avendo tu fra
-il tuoi colori l’ombre e lumi più potenti
-che quelli dello specchio, certo, se tu li saprai
-ben comporre insieme, la tua pittura
-parrà ancora lei una cosa naturale, vista in
-uno grande specchio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<h3>XIII. — PRECETTO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il
-nascimento della sua foglia, la quale li scusa <span class="inl-note">[gli fa le veci di madre]</span>
-madre col porgergli l’acqua delle pioggie e
-l’umidità della rugiada, che li cade la notte
-di sopra, e molte volte li toglie li superchi
-calori delli raggi del sole.
-</p>
-
-<p>
-Adunque tu, pittore, che non hai tali regole,
-per fuggire il biasimo delli intendenti,
-sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale,
-e non disprezzare lo studio, come
-fanno i guadagnatori.
-</p>
-
-<h3>XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.</h3>
-
-<p>
-Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore,
-non sapendo operare le tue figure, tu
-se’ come l’oratore, che non sa adoperare le
-parole sue.
-</p>
-
-<h3>XV. — ORDINE DELLO STUDIO.</h3>
-
-<p>
-Il giovane debbe prima imparare Prospettiva;
-poi le misure d’ogni cosa; poi di mano
-di bon maestro, per suefarsi a bone membra;
-poi di naturale, per confermarsi le ragioni
-delle cose imparate; poi vedere a uno
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-tempo di mano di diversi maestri; poi fare
-abito al mettere in pratica e operare l’arte.
-</p>
-
-<h3>XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.</h3>
-
-<p>
-Dico, che prima si debbe imparare le
-membra e sua travagliamenti, e finita tal
-notizia si debbe seguitare li atti secondo li
-accidenti, che accadano all’omo, e terzo comporre
-le storie, lo studio delle quali sarà
-fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante
-li loro accidenti; e porli mente per
-le strade, piazze e campagne, e notarli con
-brieve descrizione di liniamenti: cioè che
-per una testa si faccia uno O e per uno
-braccio una linia retta e piegata, e ’l simile
-si faccia delle gambe e busto; e poi tornando
-alla casa fare tali ricordi in perfetta
-forma.
-</p>
-
-<p>
-Dice l’avversario, che per farsi pratico e
-fare opere assai, ch’elli è meglio che ’l tempo
-primo dello studio sia messo in ritrarre
-vari componimenti, fatti per carte o muri
-per diversi maestri, e in quelli si fa pratica
-veloce e bono abito. Al quale si risponde,
-che questo abito sarebbe bono, essendo
-fatto sopra opere di boni componimenti e
-di studiosi maestri; e perchè questi tali
-maestri son sì rari, che pochi se ne trova,
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-è più sicuro andare alle cose naturali, che
-a quelle d’esso naturale con gran peggioramento
-imitate, e fare triste abito, perchè
-chi può andare alla fonte non vada
-al vaso.
-</p>
-
-<h3>XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE
-A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE
-STORIE.</h3>
-
-<p>
-Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva,
-e avrai a mente tutte le membra
-e corpi delle cose, sia vago ispesse volte,
-nel tuo andarti a sollazzo, vedere e considerare
-i siti e li atti delli omini in nel parlare,
-in nel contendere o ridere o zuffare
-insieme, che atti fieno in loro, e che atti
-facciano i circostanti, i spartitori o veditori
-d’esse cose; e quelli notare con brievi segni,
-in questa forma, su un tuo picciolo libretto.
-Il quale tu debbi sempre portar con
-teco, e sia di carte tinte, acciò non l’abbi a
-scancellare, ma mutare di vecchio in un
-novo, chè queste non sono cose da essere
-scancellate, anzi con grande diligenza riserbate,
-perchè gli è tante le infinite forme
-e atti delle cose, che la memoria non è
-capace a ritenerle, onde queste ti serberai
-come tuoi autori e maestri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-</p>
-
-<h3>XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO
-TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI NEL
-LETTO, ALLO SCURO.</h3>
-
-<p>
-Ho in me provato essere di non poca
-utilità, quando ti trovi allo scuro nel letto,
-andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti
-superfiziali delle forme per l’addietro
-studiate o altre cose notabili, da sottile
-speculazione comprese; ed è questo
-proprio un atto laudabile e utile a confermarsi
-le cose nella memoria.
-</p>
-
-<h3>XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE
-LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.</h3>
-
-<p>
-Non resterò però di mettere infra questi
-precetti una nova invenzione di speculazione,
-la quale, benchè paia piccola e quasi
-degna di riso, non di meno è di grande utilità
-a destare lo ’ngegnio a varie invenzioni:
-e questo è, se tu riguarderai in alcuni
-muri imbrattati di varie macchie o pietre di
-varî misti <span class="inl-note">[composte di diverse sostanze]</span>, se avrai a invencionare <span class="inl-note">[inventare, ideare]</span> qualche
-sito, potrai lì vedere similitudine di diversi
-paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi,
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-alberi, pianure, grandi valli e colli in diversi
-modi; ancora vi potrai vedere diverse
-battaglie e atti pronti di figure, strane arie
-di volti <span class="inl-note">[fisonomie]</span> e abiti e infinite cose, le quali tu
-potrai ridurre integra e bona forma. E interviene
-in simili muri e misti come del sôn
-di campane, che ne’ loro tocchi vi troverai
-ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai.
-</p>
-
-<p>
-Io ho già veduto nelli nuvoli e muri
-macchie, che mi hanno desto a belle invenzioni
-di varie cose, le quali macchie, ancora
-che integralmente fussino in sè private di
-perfezione di qualunque membro, non mancavano
-di perfezione nelli loro movimenti
-o altre azioni.
-</p>
-
-<h3>XX. — LA STANZA DEL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Le stanze overo abitazioni piccole ravvian
-lo ’ngegno, e le grandi lo sviano.
-</p>
-
-<h3>XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.</h3>
-
-<p>
-Tristo è quel maestro, del quale l’opera
-avanza il giudizio suo, e quello si dirizza
-alla perfezione dell’arte, del quale l’opera
-è superata dal giudizio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<h3>XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.</h3>
-
-<p>
-Tristo è quel discepolo, che non avanza
-il suo maestro.
-</p>
-
-<h3>XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA,
-POCO ACQUISTA.</h3>
-
-<p>
-Quando l’opera supera il giudizio de
-l’operatore, esso operante poco acquista; e
-quando il giudizio supera l’opera, essa opera
-mai finisce di migliorare, se l’avarizia non
-l’impedisce.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.</h3>
-
-<p>
-E tu, pittore, studia di fare le tue opere
-ch’abbino a tirare a sè li sua veditori, e
-quelli fermare con grande ammirazione e
-dilettazione; e non tirarli e poi scacciarli,
-come fa l’aria a quel, che, nelli tempi notturni,
-salta ignudo dal letto a contemplare
-la qualità d’essa aria nubilosa o serena,
-che immediate, scacciato dal freddo di quella,
-ritorna nel letto, donde prima si tolse.
-Ma fa le opere tue simili a quell’aria, che,
-ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti,
-e gli ritiene con dilettazione a prendere lo
-estivo fresco; e non voler essere prima pratico
-che dotto, e che l’avarizia vinca la
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-gloria, che di tal arte meritamente s’acquista.
-</p>
-
-<p>
-Non vedi tu che, infra le umane bellezze,
-il viso bellissimo ferma li viandanti e
-non i loro ricchi ornamenti? E questo dico
-a te, che con oro o altri ricchi fregi adorni
-le tue figure. Non vedi tu isplendenti bellezze
-della gioventù diminuire di loro eccellenza
-per li eccessivi e troppo culti ornamenti?
-Non hai tu visto le montanare,
-involte ne gl’inculti e poveri panni, acquistare
-maggior bellezza, che quelle, che sono
-ornate?
-</p>
-
-<p>
-Non usare le affettate conciature o capellature
-di teste, dove, appresso delli goffi
-cervelli, un sol capello posto più d’un lato
-che dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette
-grand’infamia, credendo che li circostanti
-abbandonino ogni lor primo pensiero,
-e solo di quel parlino, e solo quello
-riprendano. E questi tali han sempre per
-lor consigliero lo specchio e il pettine, e il
-vento è loro capital nemico, sconciatore
-delli azzimati capegli.
-</p>
-
-<p>
-Fa tu dunque alle tue teste li capegli
-scherzare insieme col finto vento, intorno
-alli giovanili volti e, con diverso revoltare,
-graziosamente ornarli; e non far come quelli
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-che gl’impiastrano con colla, e fanno parere
-i visi, come se fussino invetriati.... Umane
-pazzie in aumentazione, delle quali non bastano
-li naviganti a condurre dalle orientali
-parti le gomme arabiche, per riparare
-che ’l vento non varî l’equalità delle sue
-chiome, chè di più vanno ancora investigando!...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="paragone">PARAGONE DELLA PITTURA
-COLLA SCULTURA.</h2>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Adoperandomi io non meno in Scoltura,
-che in Pittura, e facendo l’una e l’altra ’n
-un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione,
-potere dare sentenza quale sia
-di maggiore ingegno e difficultà e perfezione
-l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è
-sottoposta a certi lumi, cioè di sopra, e la
-pittura porta per tutto con seco lume e
-ombra; e ’l lume e l’ombra è la importanza
-adunque della Scoltura. Lo scultore in questo
-caso è aiutato dalla natura del rilievo,
-che lo genera per sè, e ’l pittore per accidentale
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente
-lo farebbe la natura. Lo scultore
-non si può diversificare nelle varie nature
-de’ colori delle cose; la Pittura non manca
-in parte alcuna. Le prospettive delli scultori
-non paiono niente vere; quelle del pittore
-paiono a centinaia di miglia di là dall’opera.
-La Prospettiva aerea è lontana
-dalla loro opera, non possono figurare i corpi
-trasparenti, non possano figurare i luminosi,
-non linee riflesse, non corpi lucidi
-come specchi e simili cose lustranti, non
-nebbie, non tempi oscuri e infinite cose, che
-non si dicono per non tediare.
-</p>
-
-<p>
-Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente
-al tempo, benchè ha simile resistenza la
-pittura fatta sopra rame grosso coperto di
-smalto bianco, e sopra quello dipinto con
-colori di smalto, e rimesso in fuoco, e fatto
-cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura.
-Potran dire che dove fanno un errore
-non esserli facile il racconciare. Questo
-è tristo argomento a voler provare, che
-una ismemorataggine irremediabile faccia
-l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo
-ingegno del maestro sia più difficile a racconciare,
-che fa simili errori, che non è racconciare
-l’opera da quello guasta. Noi sappiamo
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-bene, che quello, che sarà pratico e
-bono, non farà simili errori, anzi con buone
-regole andrà levando tanto poco per volta,
-che ben conducerà sua opera. Ancora, lo
-scultore, se fa di terra o cera, può levare e
-porre, e quand’è terminata, con facilità si
-getta di bronzo, e questa è l’ultima operazione
-e la più permanente, ch’abbia la Scoltura,
-imperocchè quella, ch’è sola di marmo,
-è sottoposta, alla rovina, che non la ’n bronzo.
-</p>
-
-<p>
-Adunque quella pittura fatta in rame
-che si può, con i metodi della Pittura, levare
-e porre, è pari al bronzo, che quando
-facevi prima l’opera di cera, ancor si poteva
-lei levare e porre. — Se questa scoltura
-di bronzo è eterna, questa di rame o
-di vetro è eternissima; se il bronzo rimane
-nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi
-colori e d’infinite varietà, delle quale
-come di sopra è, se tu volessi dire solamente
-della pittura fatta in tavola, di questa
-son io contento dare la sentenza con la
-Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è
-più bella e di più fantasia e più copiosa, e
-la Scoltura più durabile, e altro non ha.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La Scoltura con poca fatica mostri quel
-che ’n la pittura pare cosa miracolosa a far
-parere palpabili le cose impalpabili, rilevate
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-le cose piane, lontane le cose vicine!
-In effetto la Pittura è ornata d’infinite speculazioni,
-che la Scoltura non l’adopera.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima,
-perchè genera sudore e fatica
-corporale al suo operatore, e solo bastano,
-a tale artista, le semplici misure de’ membri
-e la natura delli movimenti e posate, e
-così in sè finisce, dimostrando all’occhio
-quel, che quello è, e non dà di sè alcuna
-ammirazione al suo contemplante, come fa
-la Pittura, che in una piana superfizie, per
-forza di scienza, dimostra le grandissime
-campagne co’ lontani orizzonti.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Tra la Pittura e la Scoltura non trovo
-altra differenza, se non che lo scultore conduce
-le sue opere con maggior fatica di corpo,
-che il pittore, e il pittore conduce le
-opere sue con maggior fatica di mente.
-</p>
-
-<p>
-Provasi così esser vero, conciossiachè lo
-scultore, nel fare la sua opera, fa per forza
-di braccia e di percussione a consumare il
-marmo o altra pietra soverchia, ch’eccede
-la figura, che dentro a quella si rinchiude
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-con esercizio meccanicissimo, accompagnato
-spesse volte da gran sudore, composto di
-polvere e convertito in fango, con la faccia
-impastata e tutto infarinato di polvere di
-marmo, che pare un fornaio, e coperto di
-minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso,
-e l’abitazione imbrattata e piena di
-scaglie e di polvere di pietre.
-</p>
-
-<p>
-Il che tutto al contrario avviene al pittore,
-parlando di pittori e scultori eccellenti.
-Imperocchè il pittore con grande agio
-siede dinanzi alla sua opera, ben vestito, e
-muove il lievissimo pennello con li vaghi
-colori. È ornato di vestimenti come a lui
-piace, e è l’abitazione sua piena di vaghe
-pitture e pulita; e accompagnata spesse
-volte di musiche o lettori di varie e belle
-opere, le quali — sanza strepito di martelli
-o altro rumore misto — sono con gran piacere
-udite.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Nessuna comparazione è dallo ingegno e
-artificio e discorso della Pittura a quello
-della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva,
-causata dalla virtù della materia
-e non dall’artefice.
-</p>
-
-<p>
-E se lo scultore dice non poter racconciare
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-la materia levata di soperchio alla sua
-opera, come può il pittore; qui si risponde
-che quel che troppo leva, poco intende, e
-non è maestro. — Perchè se lui ha in potestà
-le misure, egli non leverà quello che
-non deve; adunque diremo tal difetto essere
-dell’operatore e non della materia.
-</p>
-
-<p>
-Ma di questi non parlo, perchè non sono
-maestri, ma guastatori di marmi.
-</p>
-
-<p>
-Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio,
-perchè sempre inganna, come prova,
-chi vol dividere una linea in due parti
-eguali, a giudizio di occhio, che spesso la
-sperienza lo inganna; onde per tale sospetto
-li buoni giudici sempre temono, il che non
-fanno l’ignoranti, e per questo, colla notizia
-della misura di ciascuna lunghezza, grossezza
-e larghezza de’ membri sempre si vanno al
-continuo governando, e così facendo, non levano
-più del dovere.
-</p>
-
-<p>
-Ma la Pittura è di maraviglioso artificio,
-tutta di sottilissime speculazioni, delle
-quali in tutto la Scoltura n’è privata, per
-essere di brevissimo discorso.
-</p>
-
-<p>
-Rispondesi allo scultore, che dice, che la
-sua scienza è più permanente che la Pittura,
-che tal permanenza è virtù della materia
-sculta e non dello scultore, e in questa
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-parte lo scultore non se lo debbe attribuire
-a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice
-di tale materia.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-La Pittura è di maggior discorso mentale
-e di maggiore artificio e meraviglia
-che la Scoltura, perciocchè necessità costringe
-la mente del pittore a trasmutarsi
-nella propria mente di natura, e che sia interprete
-infra essa natura e l’arte, cementando
-con quella le cause delle sue dimostrazioni,
-costrette dalla sua legge; e in che
-modo le similitudini delli obbietti circostanti
-all’occhio concorrino colli veri simulacri
-alla popilla dell’occhio; e infra li
-obbietti eguali in grandezza quale si dimostrerà
-maggiore a esso occhio; e infra li
-colori eguali qual si dimostrerà più o meno
-oscuro o più o meno chiaro; e infra le cose
-di eguale bassezza quale si dimostrerà più
-o men bassa: o di quelle, che sono poste in
-altezza eguale, quale si dimostrerà più o
-meno alta; e delli obbietti eguali posti in
-varie distanze, perchè si dimostreranno men
-noti l’un che l’altro.
-</p>
-
-<p>
-E tale arte abbraccia e restringe in sè
-tutte le cose visibili, il che far non può la
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-povertà della Scoltura, cioè: li colori di
-tutte le cose e loro diminuzioni; questa
-figura le cose trasparenti, e lo scultore ti
-mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il
-pittore ti mostrerà varie distanze con variamenti
-del colore, dall’aria interposta fra
-li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le
-quali con difficoltade penetrano le spezie
-dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano
-dopo sè li nuvoli con monti e valli; egli la
-polvere, che mostrano in sè e dopo sè li
-combattenti di essa motori; egli li fumi più
-o meno densi; questo ti mostrerà li pesci
-scherzanti infra la superfizie delle acque e
-il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî
-colori posarsi sopra le lavate arene del fondo
-de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti
-erbe, dentro alla superfizie dell’acqua; egli
-le stelle in diverse altezze sopra di noi e
-così altri innumerabili effetti, alli quali la
-Scoltura non aggiunge.
-</p>
-
-<h3>VI. — CONCLUSIONE.</h3>
-
-<p>
-Manca la Scoltura della bellezza de’ colori,
-manca della prospettiva de’ colori, manca
-della prospettiva e confusione de’ termini
-delle cose remote all’occhio, imperocchè
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-così farà cognito li termini delle cose propinque,
-come delle remote; non farà l’aria,
-interposta, infra l’obbietto remoto e l’occhio,
-occupare più esso obbietto, come le
-figure velate, che mostrano la nuda carne
-sott’i veli, a quella anteposti; non farà la
-minuta ghiara di varî colori, sotto la superfizie
-delle trasparenti acque.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-</p>
-
-<h2 id="paesifig">I PAESI E LE FIGURE.</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-</p>
-
-<h2 id="paesi">I PAESI.</h2>
-
-<h3>I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Io sono già stato a vedere tal multiplicazione
-di arie <span class="inl-note">[condensazione di nubi nell’atmosfera]</span>, e già sopra a Milano, inverso
-lago Maggiore, vidi una nuvola in
-forma di grandissima montagna, piena di
-scogli infocati, perchè li raggi del sole, che
-già era all’orizzonte, che rosseggiava, la
-tigneano del suo colore. E questa tal nuvola
-attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno
-le stavano; e la nuvola grande non
-si movea di suo loco, anzi riservò nella sua
-sommità il lume del sole insino a una ora
-e mezzo di notte, tant’era la sua immensa
-grandezza; e infra due ore di notte generò sì
-gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.<a class="tagtitle" id="tag146" href="#note146">[146]</a></h3>
-
-<p>
-Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria,
-non essere suo proprio colore, ma è causato
-da umidità calda, vaporata in minutissimi
-e insensibili atomi, la quale piglia dopo
-se la percussion de’ raggi solari, e fassi luminosa
-sotto la oscurità delle immense tenebre
-della regione del fuoco, che di sopra
-le fa coperchio.
-</p>
-
-<p>
-E questo vedrà, come vid’io, chi andrà
-sopra Momboso <span class="inl-note">[il monte Rosa]</span>, giogo dell’Alpi che dividono
-la Francia dalla Italia, la qual montagna
-ha la sua base che partorisce li quattro
-fiumi, che rigan per quattro aspetti
-contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna
-ha la sua base in simile altezza.
-</p>
-
-<p>
-Questa si leva in tanta altura, che quasi
-passa tutti li nuvoli, e raro volte vi cade
-neve, ma sol grandine di stato, quando li
-nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa
-grandine vi si conserva in modo, che,
-se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi
-nuvoli, che non accade due volte in una
-età, egli vi sarebbe altissima quantità di
-diaccio, innalzato dalli gradi della grandine.
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-Il quale di mezzo Luglio vi trovai grossissimo;
-e vidi l’aria sopra di me tenebrosa;
-e ’l sole, che percotea la montagna, essere
-più luminoso quivi assai, che nelle basse
-pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea
-in fra la cima d’esso monte e ’l sole.
-</p>
-
-<h3>III. — TRACCIA.</h3>
-
-<p>
-Descrivi i paesi con vento e con acqua,
-o con tramontare e levare del sole.
-</p>
-
-<h3>IV. — ALTRA TRACCIA.</h3>
-
-<p>
-Descrivi uno vento terrestre e marittimo,
-descrivi una pioggia.
-</p>
-
-<h3>V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.</h3>
-
-<p>
-Il mare ondeggiante non ha colore universale,
-ma chi lo vede di terra ferma, è di
-colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli
-è più vicino all’orizzonte, e vedevi alcuni
-chiarori over lustri, che si movono con tardità
-a uso di pecore bianche nelli armenti;
-e chi vede il mare stando in alto mare lo
-vede azzurro. E questo nasce, che da terra
-il mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui
-l’onde, che specchiano la oscurità della terra;
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi
-nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata.
-</p>
-
-<h3>VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.</h3>
-
-<p>
-Quell’erbe e piante saranno di color tanto
-più pallido, quanto il terreno che le nutrisce
-è più magro e carestioso <span class="inl-note">[scarso, povero]</span> d’umore:
-il terreno è più carestioso e magro sopra li
-sassi, di che si compongono li monti. E li
-alberi saranno tanto minori e più sottili,
-quanto essi si fanno più vicini alla sommità
-de’ monti: e il terreno è tanto più magro,
-quanto s’avvicina più alle predette sommità
-de’ monti; e tanto più abbondante il
-terreno è di grassezza, quanto esso è più
-propinquo alle concavità delle valli.
-</p>
-
-<p>
-Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità
-de’ monti li sassi, di che esso si compone,
-in gran parte scoperti di terreno, e
-l’erbe, che vi nascono, minute e magre e in
-gran parte impallidite e secche, per carestia
-d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda
-transparire infra le pallide erbe; e le minute
-piante, stentate e invecchiate in minima
-grandezza, con corte e spesse ramificazioni
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-e con poche foglie, scoprendo in gran parte
-le rugginenti e aride radici, tessute con le
-falde <span class="inl-note">[gli strati delle roccie]</span> e rotture <span class="inl-note">[i crepacci]</span> delli rugginosi scogli, nate
-dalli ceppi, storpiati dalli uomini e da’ venti;
-e in molte parti si vegga li scogli superare
-li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e
-pallida ruggine; e in alcuna parte dimostrare
-li lor veri colori scoperti, mediante la percussione
-delle folgori del cielo, il corso delle
-quali, non sanza vendetta di tali scogli,
-spesso son impedite.
-</p>
-
-<p>
-E quanto più discendi alle radici de’ monti,
-le piante saranno più vigorose e spesse di
-rami e di foglie; e le lor verdure di tante
-varietà, quanto sono le specie delle piante,
-di che tal selve si compongono, delle quali
-la ramificazione è con diversi ordini e diverse
-spessitudini <span class="inl-note">[abbondanza di rami frondosi]</span> di rami e di foglie e diverse
-figure e altezze: e alcuni con istrette
-ramificazioni, come il cipresso; e similmente
-degli altri con ramificazioni sparse e dilatabili,
-com’è la quercia e il castagno e simili;
-alcuni con minutissime foglie; altri
-con rare, com’è il ginepro e ’l platano e
-simili; alcune quantità di piante, insieme
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-nate, divise da diverse grandezze di spazi
-e altre unite, sanza divisioni di parti o
-altri spazi.
-</p>
-
-<h3>VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE.</h3>
-
-<p>
-Quella cosa ch’è privata interamente di
-luce è tutta tenebre. Essendo la notte in simile
-condizione, e tu vi vogli figurare una
-storia, farai che, sendovi ’l grande foco, che
-quella cosa ch’è più propinqua di detto foco
-più si tinga nel suo colore, perchè quella
-cosa ch’è più vicina all’obbietto, più partecipa
-della sua natura. E facendo il foco
-pendere in colore rosso, farai tutte le cose
-alluminate da quello ancora loro rosseggiare
-e quelle che sono più lontane a detto foco
-più sien tinte del colore nero della notte.
-Le figure, che sono fra te e ’l foco, appariscano
-scure nella oscurità della notte e
-non della chiarezza del foco, e quelle che si
-trovano dai lati sieno mezze oscure e mezze
-rosseggianti, e quelle che si possono vedere
-dopo i termini delle fiamme saranno tutte alluminate
-di rosseggiante lume in campo nero.
-</p>
-
-<p>
-In quanto alli atti, farai quelli che li sono
-presso, farsi scudo colle mani e con mantegli,
-a riparo del superchio calore, e, torto
-col volto in contraria parte, mostrare fuggire
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-da quelli più lontani; farai gran parte
-di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi
-da superchio splendore.
-</p>
-
-<h3>VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA <span class="inl-note">[burrasca]</span>.</h3>
-
-<p>
-Se vuoi figurare bene una fortuna, considera
-e poni bene i sua effetti, quando il
-vento, soffiando sopra la superfizie del mare
-e della terra, rimove e porta con seco quelle
-cose, che non sono ferme, colla universal
-marea.
-</p>
-
-<p>
-E per ben figurare questa fortuna, farai
-in prima i nuvoli spezzati e rotti dirizzarsi
-per lo corso del vento, accompagnati
-dall’arenosa polvere, levata da’ liti
-marini, e rami e foglie levati per la potenza
-del furore del vento, isparsi per l’aria,
-e in compagnia di quelle molte altre leggere
-cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra
-quasi mostrarsi volere seguire il corso dei
-venti, coi rami storti fuor del naturale corso
-e le scompigliate e racconciate foglie. Gli
-omini, che lì si trovano, parte caduti e rivolti
-per li panni e per la polvere, quasi
-sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti,
-sieno dopo qualche albero abbracciati a
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-quelli, perchè il vento non li strascini; altri
-con le mani a li occhi per la polvere,
-chinati a terra, e i panni e capegli diretti al
-corso del vento. Il mare turbato e tempestoso
-sia pieno di retrosi <span class="inl-note">[aggiramenti vorticosi dell’acqua]</span>, e schiuma in fra le
-elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta
-aria della schiuma più sottile a uso
-di spessa e avviluppata nebbia. I navilî, che
-dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela
-rotta, e i brani d’essa ventilando infra l’aria
-in compagnia d’alcuna corda rotta; alcuni
-alberi rotti, caduti, col navilio intraversato
-e rotto infra le tempestose onde; certi omini
-gridanti abbracciare il rimanente del navilio;
-farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi
-venti, battuti nell’alte cime delle montagne,
-fare a quegli avviluppati retrosi, a similitudine
-dell’onde percosse nelli scogli.
-L’aria spaventosa per le oscure tenebre fatte
-nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti.
-</p>
-
-<h3>IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA.</h3>
-
-<p>
-Farai in prima il fumo dell’artiglieria,
-mischiato in fra l’aria, insieme con la polvere,
-mossa dal movimento de’ cavalli e
-de’ combattitori. La quale mistione userai
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-così: la polvere, perchè è cosa terrestre e
-ponderosa, e ben che per la sua sottilità
-facilmente si levi e mischi infra l’aria, niente
-di meno volentieri ritorna in basso, e il suo
-sommo montare è fatto dalla parte più sottile,
-adunque il meno fia veduta, e parrà
-quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia
-in fra l’aria impolverata, quanto più
-s’alza a certa altezza, parrà oscura nuvola,
-e vederassi ne le sommità più espeditamente
-il fumo, che la polvere.
-</p>
-
-<p>
-Il fumo penderà in colore alquanto azzurre,
-e la polvere terrà il suo colore: dalla
-parte che viene il lume, parrà questa mistione
-d’aria, fumo e polvere molto più lucida,
-che dalla opposita parte; i combattitori
-quanto più fieno infra detta turbolenza,
-meno si vedranno e meno differenza fia dai
-loro lumi alle loro ombre.
-</p>
-
-<p>
-Farai rosseggiare i volti e le persone e
-l’aria e li scoppettieri insieme co’ vicini, e
-detto rossore quanto più si parte dalla sua
-cagione, più si perda; e le figure, che sono
-in fra te e ’l lume, essendo lontane, parranno
-scure in campo chiaro, e le loro gambe,
-quanto più s’apresseran alla terra, men
-fieno vedute, perchè la polvere è lì più
-grossa e più spessa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-</p>
-
-<p>
-E se farai cavalli correnti fuori della turba,
-falli nuvoletti di polvere distanti l’uno
-dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo
-de’ salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è
-più lontano da detto cavallo, men si vegga,
-anzi sia alto, sparso e raro, e più presso
-sia più evidente e minore e più denso.
-</p>
-
-<p>
-L’aria sia piena di saettume di diverse
-ragioni: chi monti, chi discenda, qual sia
-per linea piana; e le ballotte delli scoppietti
-sieno accompagnate d’alquanto fumo
-dirieto al lor corso.
-</p>
-
-<p>
-E le prime figure farai polverose, i capegli
-e ciglia e altri lochi piani, atti a sostenere
-la polvere. Farai i vincitori correnti
-co’ capegli, e altre cose leggiere, sparse
-al vento: con le ciglia basse e’ caccia i contrarî
-membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi
-il piè destro che ’l braccio stanco ancor
-lui venga innanzi. E se farai alcuno
-caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare
-su per la polvere, condotto <span class="inl-note">[ridotto, trasmutato]</span> in sanguinoso
-fango, e dintorno alla mediocre liquidezza
-della terra farai vedere istampite <span class="inl-note">[impresse]</span> le pedate
-degli omini e cavalli di lì passati.
-</p>
-
-<p>
-Farai alcuno cavallo strascinare morto
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-il suo signore, e dirieto a quello lasciare per
-la polvere e fango il segno dello strascinato
-corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle
-ciglia alte nella lor congiunzione, e la carne,
-che resta sopra loro, sia abbondante di dolenti
-crespe. Le fauci del naso sieno con
-alquante grinze partite in arco dalle narici
-e terminate nel principio dell’occhio; le narici
-alte, cagion di dette pieghe; le labbra
-arcate scoprano i denti di sopra. I denti
-spartiti in modo di gridare con lamento.
-L’una delle mani faccia scudo ai paurosi occhi,
-voltando il dirieto inverso il nimico,
-l’altra stia a terra a sostenere il levato
-busto. Altri farai gridanti colla bocca isbarrata
-e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in
-fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti,
-lancie, spade rotte, altre simili cose; farai
-omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla polvere,
-altri tutta la polvere, che si mischia
-coll’uscito sangue, convertirsi in rosso fango,
-e vedere il sangue del su’ colore correre
-con torto corso dal corpo alla polvere; altri
-morendo strignere i denti o travolgere gli
-occhi, strignere le pugna alla persona e le
-gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato
-e abbattuto dal nemico volgersi al
-nemico, con morsi e graffi fare crudele e
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-aspra vendetta; potresti vedere alcuno cavallo
-leggero correre coi crini sparsi al vento,
-correre in fra i nemici, e co’ piedi fare
-molto danno; vedresti alcuno storpiato, caduto
-in terra farsi copritura col suo scudo,
-e ’l nemico, chinato in basso, fare forza di
-dare morte a quello.
-</p>
-
-<p>
-Potrebbesi vedere molti omini caduti in
-un gruppo sopra uno caval morto. Vederai
-alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire
-dalla moltitudine nettandosi co le due mani
-li occhi e le guancia ricoperte di fango, fatte
-da lagrimare degli occhi per l’amor della
-polvere. Vederesti le squadre del soccorso
-stare pien di speranza e sospetto, co’ le ciglia
-aguzze, facendo a quelle ombra con le mani,
-e riguardare infra la folta e confusa caligine
-dell’essere attenti al comandamento
-del capitano; e simile, il capitano col bastone
-levato e corrente inverso il soccorso, mostrare
-a quelli la parte dove di loro è carestìa;
-e alcun fiume dentro cavalli correnti
-riempiendo la circustante acqua di turbolenza
-di onde di schiuma e d’acqua confusa,
-saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi
-de’ cavalli. E non fare nessun loco piano, se
-non le pedate ripiene di sangue.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<h3>X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO.</h3>
-
-<p>
-L’aria era oscura per la spessa pioggia,
-la qual, con obbliqua discesa, piegata dal
-trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè
-per l’aria, non altrementi che far si vegga
-alla polvere, ma sol si variava perchè tale
-innondazione era traversata dalli liniamenti,
-che fanno le gocciole dell’acqua, che discende.
-Ma il colore suo era dato dal fuoco, generato
-dalle saette fenditrici e squarciatrici
-delli nuvoli, i vampi delle quali percoteano
-e aprivano li gran pelaghi delle riempiute
-valli, li quali aprimenti mostravano nelli
-lor vertici le piegate cime delle piante. E
-Nettuno si vedea in mezzo alle acque col
-tridente, e vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare
-notanti piante diradicate, miste
-colle immense onde.
-</p>
-
-<p>
-L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era
-turbo e focoso, per le ricevute vampe delle
-continue saette. Vedevansi li omini e li
-uccelli, che riempivan di sè li grandi alberi,
-scoperti dalle dilatate onde, componitrici
-delli colli, circondatori delli gran
-baratri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-</p>
-
-<h3>XI. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere
-combattuta dal corso di diversi venti, e avviluppati
-dalla continua pioggia e misti
-colla gragnuola, li quali or qua ora là portavano
-infinita ramificazione delle stracciate
-piante, miste con infinite foglie. Dintorno
-vedeasi le antiche piante diradicate e stracciate
-dal furor de’ venti. Vedevasi le ruine
-de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi,
-ruinare sopra i medesimi fiumi e chiudere
-le loro valli; li quali fiumi ringorgati
-allagavano, e sommergevano le moltissime
-terre, colli lor popoli.
-</p>
-
-<p>
-Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità
-di molti monti, essere insieme ridotte
-molte varie spezie d’animali, spaventati e
-ridotti al fin dimesticamente, in compagnia
-de’ fuggiti omini e donne colli lor figlioli.
-E le campagne coperte d’acqua mostravan
-le sue onde in gran parte coperte di tavole,
-lettiere, barche, altri vari strumenti, fatti
-dalla necessità e paura della morte, sopra li
-quali eran donne, omini colli lor figlioli misti,
-con diverse lamentazioni e pianti, spaventati
-dal furor de’ venti, li quali con grandissima
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-fortuna rivolgevan l’acque sotto
-sopra insieme colli morti, da quella annegati.
-E nessuna cosa più lieve che l’acqua
-era che non fussi coperta di diversi animali,
-i quali, fatti tregua, stavano insieme con
-paurosa collegazione <span class="inl-note">[aggruppamento]</span>, infra’ quali eran lupi,
-volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla
-morte. E tutte l’onde percuotitrici de’ lor
-lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni
-di diversi corpi annegati, le percussioni
-de’ quali uccidevano quelli, alli quali
-era restato vita.
-</p>
-
-<p>
-Alcune congregazioni d’omini avresti
-potuti vedere, le quali con armata mano
-difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti,
-da lioni, lupi e animali rapaci, che
-quivi cercavan lor salute. Oh! quanti romori
-spaventevoli si sentivan per l’aria scura,
-percossa dal furore de’ tuoni e delle folgori,
-da quelli scacciate, — che per quella ruinosamente
-scorrevano, percotendo ciò che s’opponea
-al suo corso! Oh! quanti avresti veduti
-colle proprie mani chiudersi li orecchi
-per schifare l’immensi romori, fatti per la
-tenebrosa aria dal furore de’ venti misti
-con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-</p>
-
-<p>
-Altri, non bastando loro il chiudere delli
-occhi, ma colle proprie mani ponendo quelle
-l’una sopra dell’altra, più se li coprivano,
-per non vedere il crudele strazio fatto della
-umana spezie dall’ira di Dio. — Oh! quanti
-lamenti e quanti spaventati si gettavano
-dalli scogli! Vedeasi le grandi ramificazioni
-delle gran quercie, cariche d’omini, esser
-portate per l’aria dal furore delli impetuosi
-venti.
-</p>
-
-<p>
-Quante eran le barche volte sotto sopra,
-e quelle intere e quelle in pezzi esservi
-sopra gente, travagliandosi per loro scampo,
-con atti e movimenti dolorosi, pronosticanti
-di spaventevole morte. Altri con movimenti
-disperati si toglievano la vita, disperandosi
-di non potere sopportare tal dolore: de’ quali
-alcuni si gittavano dalli alti scogli, altri si
-stringevano la gola colle proprie mani, alcuni
-pigliavan li propri figlioli, e con grande
-rapidità li sbattevan interi, alcuni colle proprie
-sue armi si ferivano e uccidean sè
-medesimi, altri gittandosi ginocchioni si raccomandavan
-a Dio. Oh! quante madri piangevano
-i sua annegati figlioli, quelli tenendo
-sopra le ginocchia, alzando le braccia aperte
-in verso il cielo, e con voci, composte di diversi
-urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei;
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-altri, colle man giunte e le dita insieme tessute,
-mordevano, e con sanguinosi morsi quel
-divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia
-per lo immenso e insopportabile dolore.
-</p>
-
-<p>
-Vedeansi li armenti delli animali, come
-cavalli, buoi, capre, pecore, esser già attorniati
-dalle acque e essere restati in isola
-nell’alte cime de’ monti, già restrigniersi
-insieme, e quelli del mezzo elevarsi in alto,
-e camminare sopra delli altri, e fare infra
-loro gran zuffe, de’ quali assai ne morivan
-per carestia di cibo.
-</p>
-
-<p>
-E già li uccelli si posavan sopra li omini
-e altri animali, non trovando più terra scoperta
-che non fusse occupata da’ viventi; già
-la fame, ministra della morte, avea tolto la
-vita a gran parte delli animali; quando li
-corpi morti già levificati si levavano dal
-fondo delle profonde acque e surgevano in
-alto. E infra le combattenti onde, sovra le
-quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come
-balle piene di vento, risaltavan indirieto dal
-sito della lor percussione, questi si facevan
-base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni
-si vedea l’aria coperta di oscuri
-nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello
-infuriate saette del cielo, alluminanti or qua
-or là infra la oscurità delle tenebre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vedesi il moto dell’aria mediante il moto
-della polvere, mossa dal corso del cavallo,
-il moto della quale è tanto veloce a riempiere
-il vacuo, che di sè lascia nell’aria,
-che di sè lo vestiva, quanto è la velocità
-di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria.
-</p>
-
-<p>
-E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere
-io figurato le vie fatte per l’aria
-dal moto del vento, conciò sia che ’l vento
-per sè non si vede infra l’aria. A questa
-parte si risponde, che non il moto del vento,
-ma il moto delle cose da lui portate è sol
-quel che per l’aria si vede.
-</p>
-
-<p>
-Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio
-d’acqua, selve infocate, pioggia, saette del
-cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti
-di città.
-</p>
-
-<p>
-Venti revertiginosi <span class="inl-note">[raggirantisi turbinosamente]</span>, che portano acqua,
-rami di piante e omini infra l’aria.
-</p>
-
-<p>
-Rami stracciati da’ venti, misti col corso
-de’ venti, con gente di sopra.
-</p>
-
-<p>
-Piante rotte, cariche di gente.
-</p>
-
-<p>
-Navi rotte in pezzi, battute in iscogli.
-</p>
-
-<p>
-Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi.
-</p>
-
-<p>
-Gente che sien sopra piante, che non si
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-posson sostenere, alberi e scogli, torri, còlli
-pien di gente, barche, tavole, madie e altri
-strumenti da natare, còlli coperti d’uomini
-e donne e animali, e saette da’ nuvoli, che
-alluminino le cose.
-</p>
-
-<p>
-Sia imprima figurata la cima d’un aspro
-monte con alquanta valle circustante alla
-sua base, e ne’ lati di questo si veda la
-scorza del terreno levarsi insieme colle minute
-radici di piccoli sterpi, e spogliar di
-sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa
-discenda di tal dirupamento; con
-turbolenza del corso vada percuotendo e
-scalzando le ritorte e globulenti <span class="inl-note">[piene di prominenze, di bulbi]</span> radici delle
-gran piante, e quelle ruinando sotto sopra.
-E le montagne, denudandosi, scoprano le
-profonde fessure, fatte in quelle dalli antichi
-terremoti; e li piedi delle montagne
-siano in gran parte rincalzati e vestiti delle
-ruine delli arbusti precipitati da’ lati dell’alte
-cime de’ predetti monti, i quali sien
-misti con fango, radici, rami d’alberi, con
-diverse foglie, infuse infra esso fango e terra
-e sassi.
-</p>
-
-<p>
-E le ruine d’alcuni monti sien discese
-nella profondità d’alcuna valle, e facciansi
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-argine della ringorgata acqua del suo fiume,
-la quale argine, già rotta, scorra con grandissime
-onde, delle quali le massime percuotino,
-e ruinino le mura delle città e ville
-di tal valle. E le ruine degli alti edifizî
-delle predette città levino gran polvere,
-l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed
-in ravviluppati, nuvoli si movano contro
-alla discendente pioggia.
-</p>
-
-<p>
-Ma la ringorgata acqua si vada raggirando
-pel pelago, che dentro a sè la rinchiude,
-e con ritrosi revertiginosi in diversi
-obbietti, percuotendo e risaltando in aria
-colla fangosa schiuma, poi ricadendo e facendo
-riflettere in aria l’acqua percossa. E
-le onde circolari, che si fuggono dal loco
-della percussione, camminando col suo impeto
-in traverso, sopra del moto dell’altre
-onde circolari, che contra di loro si muovono,
-e, dopo la fatta percussione, risalgano
-in aria, sanza spiccarsi dalle lor basi.
-</p>
-
-<p>
-E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago,
-si vede le disfatte onde distendersi
-inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo
-over discendendo infra l’aria, acquista
-peso e moto impetuoso, dopo il quale,
-penetrando la percossa acqua, quella apre,
-e penetra con furore alla percussione del
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso
-la superfizie del pelago, accompagnata
-dall’aria, che con lei si sommerse, e
-questa resta nella uscita colla schiuma, mista
-con legnami e altre cose più lievi che
-l’acqua, intorno alle quali si dà principio
-all’onde, che tanto più crescono in circuito,
-quanto più acquistano di moto: il qual moto
-le fa tanto più basse quanto ell’acquistano
-più larga base, e per questo sono poco evidenti
-nel lor consumamento. Ma, se l’onde
-ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano
-indirieto sopra l’avvenimento dell’altre
-onde, osservando l’accrescimento
-della medesima curvità, ch’ell’avrebbero
-acquistato nell’osservazione del già principiato
-moto.
-</p>
-
-<p>
-Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli
-è del medesimo color d’essi nuvoli,
-cioè della sua parte ombrosa, se già li
-razzi solari non li penetrassino: il che se
-così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di
-minore oscurità che esso nuvolo. E se li
-gran pesi delle massime ruine delli gran
-monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine,
-percuoteranno li gran pelaghi dell’acque,
-allora risalterà gran quantità d’acqua infra
-l’aria, il moto della quale sarà fatto per
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-contrario aspetto a quello che fece il moto
-del percussore dell’acque, cioè l’angolo
-della riflession, e fia simile all’angolo della
-incidenza.
-</p>
-
-<p>
-Delle cose portate dal corso delle acque,
-quella si discosterà più dalle opposite rive,
-che fia più grave over di maggior quantità.
-Li ritrosi delle acque nelle sue parti
-sono tanto più veloci, quanto elle son più
-vicine al suo centro. La cima delle onde del
-mare discende dinanzi alle lor basi, battendosi
-e confregandosi sopra le globulenze
-della sua faccia: e tal confregazione, trita
-in minute particule della discendente acqua,
-la qual, convertendosi in grossa nebbia, si
-mischia nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato
-fumo e revoluzion di nuvoli, e la
-leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli.
-Ma la pioggia, che discende infra l’aria,
-nell’essere combattuta e percossa dal corso
-de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità
-o densità d’essi venti, e per questo si
-genera infra l’aria una innondazione di trasparenti,
-fatti dalla discesa della pioggia
-che è vicina all’occhio, che la vede. L’onde
-del mare, che percuotono l’obliquità de’
-monti, che con lui combinano, saranno schiumose,
-con velocità contro al dosso de’ detti
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-colli, e nel tornare indirieto si scontrano
-nell’avvenimento della seconda onda, e dopo
-il gran loro strepito tornan, con grande
-innondazione, al mare, donde si partirono.
-Gran quantità di popoli, d’uomini e d’animali
-diversi si vedean scacciati dell’accrescimento
-del diluvio inverso le cime de’ monti,
-vicini alle predette acque.
-</p>
-
-<p>
-Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua
-schiumosa.
-</p>
-
-<p>
-Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino;
-a Piombino ritrosi di venti e di pioggia
-con rami e alberi misti coll’aria; votamenti
-dell’acqua, che piove nelle barche.<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>
-</p>
-
-<h3>XII. — L’ISOLA DI CIPRO.</h3>
-
-<p>
-Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede
-per australe la bell’isola di Cipro, la qual
-fu regno della dea Venere, e molti, incitati
-dalla sua bellezza, hanno rotte le loro navi
-e sartie infra li scogli, circondati dalle vertiginose
-onde. Quivi la bellezza del dolce
-colle invita i vagabondi naviganti a recrearsi
-infra le sue fiorite verdure, fra le
-quali i venti raggirandosi empiono l’isola
-e ’l circostante mare di soavi odori.... Oh!
-quante navi quivi già son sommerse! oh!
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-quanti navili rotti negli scogli! Quivi si
-potrebbero vedere innumerabili navili, chi
-è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si
-mostra da poppa e chi da prua, chi da carena
-e chi da costa, — e parrà a similitudine
-d’un Giudizio, che voglia risuscitare
-navili morti, tant’è la somma di quelli,
-che copre tutto il lito settentrionale. Quivi
-i venti d’aquilone, resonando, fan varî e
-paurosi soniti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="oriente">IL VIAGGIO IN ORIENTE.</h2>
-
-<h3>DIVISIONE DEL LIBRO.<a class="tagtitle" id="tag148" href="#note148">[148]</a></h3>
-</div>
-
-<ul>
-<li><i>La predica e persuasione di fede.</i></li>
-<li><i>La súbita innondazione insino al fine suo.</i></li>
-<li><i>La ruina della città.</i></li>
-<li><i>La morte del popolo e disperazione.</i></li>
-<li><i>La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza.</i></li>
-<li><i>Il danno ch’ella fece.</i></li>
-<li><i>Ruine di neve.</i></li>
-<li><i>Trovata del profeta.</i></li>
-<li><i>La profezia sua.</i></li>
-<li><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></li>
-<li><i>Allagamento delle parti basse di Erminia <span class="inl-note">[Armenia]</span> occidentale, li scolamenti delle quali erano per la tagliata di monte Tauro.</i></li>
-<li><i>Come il novo profeta (mostra) questa ruina è fatta al suo proposito.</i></li>
-</ul>
-
-<h3>LETTERA I.
-<span class="smaller">DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME
-EUFRATES.</span></h3>
-
-<p>
-<i>Al Diodario <span class="inl-note">[Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di Prefetto di palazzo]</span> di Soria <span class="inl-note">[Siria]</span>, locotenente del
-sacro Soltano di Babilonia.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il nuovo accidente, accaduto in queste
-nostre parti settentrionali, il quale son certo,
-che non solamente a te, ma a tutto l’universo
-darà terrore, (il quale) successivamente
-ti sarà detto per ordine, mostrando
-prima l’effetto e poi la causa.
-</p>
-
-<p>
-Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia,
-a dare con amore e sollecitudine
-opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti,
-e nel dare principio in quelle parti,
-che a me pareano essere più al proposito
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-nostro, entrai nella città di Calindra <span class="inl-note">[È la medievale Kelindreh]</span>, vicina
-ai nostri confini.
-</p>
-
-<p>
-Questa città è posta nelle ispiagge di
-quella parte del monte Tauro, che è divisa
-dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran
-monte Tauro per ponente.
-</p>
-
-<p>
-Questi corni son di tanta altura, che par
-che tocchino il cielo, chè nell’universo non
-è parte terrestre più alta della sua cima, e
-sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi
-del sole in oriente; e per l’essere lei di
-pietra bianchissima, essa forte risplende e
-fa l’uffizio a questi Ermini, come farebbe
-un bel lume di luna nel mezzo delle tenebre;
-e per la sua grande altura, essa passa
-le somme altezze de’ nugoli per ispazio di
-4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta
-di gran parte dell’occidente alluminata
-dal sole dopo il suo tramontare insino alla
-terza parte della notte, ed è quella che appresso
-di voi ne’ tempi sereni abbiam già
-giudicato essere una cometa, e pare a noi
-nelle tenebre della notte mutarsi in varie
-figure, e quando dividersi in due o in tre
-parti, e quando lunga, e quando corta; o
-questo nasce per li nuvoli, che ne l’orizzonte
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-del cielo s’interpongono in fra parte
-d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro
-essi razzi solari, il lume del monte è interrotto
-con varî spazi di nugoli, e però è di
-figura variabile nel suo splendore.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Perchè il monte risplende nella sua cima
-la metà o ’l terzo della notte, e pare
-una cometa a quelli di ponente, dopo la
-sera, e innanzi dì a quelli di levante.
-</p>
-
-<p>
-Perchè essa cometa par di variabile figura
-in modo, che ora è tonda, or lunga, e
-or divisa in due o in tre parti, e ora unita,
-e quando si perde, e quando si rivede.
-</p>
-
-<h3>LETTERA II.
-<span class="smaller">FIGURA DEL MONTE TAURO.</span></h3>
-
-<p>
-Non sono, o Diodario, da essere da te
-imputato di pigrizia, come le tue rampogne
-par che accennino, ma lo isfrenato amore,
-il quale ha creato il benefizio, ch’io posseggo
-da te, è quello che m’ha costretto
-con somma sollecitudine a cercare e con diligenza
-a ’nvestigare la causa di sì grande
-e stupendo effetto; la qual cosa non sanza
-tempo ha potuto avere effetto. Ora, per farti
-ben soddisfatto della causa di sì grande effetto,
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-è necessario ch’io ti mostri la forma
-del sito, e poi verrò allo effetto, col quale,
-credo, rimarrai soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare
-a dar risposta alla tua desiderosa richiesta,
-perchè queste cose, di che tu mi
-richiedesti, son di natura, che non sanza
-processo di tempo si possono bene esprimere,
-e massime perchè a voler mostrare
-la causa di sì grande effetto, bisogna discrivere
-con bona forma la natura del sito, e
-mediante quella tu potrai poi con facilità
-soddisfarti della predetta richiesta.
-</p>
-
-<p>
-Io lascierò indirieto la descrizione della
-forma dell’Asia Minore, e che mare o terre
-sien quelle, che terminino la figura della
-sua quantità, perchè so che la diligenza e
-sollecitudine de’ tua studi non t’hanno di
-tal notizia privato, e verrò a denotare la
-vera figura di Taurus monte, il quale è
-quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa
-maraviglia, il quale serve alla espedizione
-del nostro proposito.
-</p>
-
-<p>
-Questo monte Tauro è quello che appresso
-di molti è detto essere il giogo del
-monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi,
-ho voluto parlare con alquanti di
-quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-quali mostrano che, benchè i monti loro abbino
-il medesimo nome, questi son di maggiore
-altura, e però confermano quello sia
-il vero monte Caucaso, perchè Caucaso in
-lingua scitica vol dire somma altezza. E
-invero non ci è notizia che l’Oriente nè
-l’Occidente, abbia monte di sì grande altura,
-e la pruova che così sia è che li abitatori
-de’ paesi, che li stanno per ponente,
-veggono i razzi del sole, che allumina insino
-alla quarta parte della maggior notte parte
-della sua cima, e ’l simile fa a quelli paesi,
-che li stanno per oriente.
-</p>
-
-<h3>QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.</h3>
-
-<p>
-L’ombra di questo giogo del Tauro è di
-tanta altura, che quando di mezzo Giugno
-il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende
-insino al principio della Sarmazia <span class="inl-note">[La regione che si estende all’E., dal Tanai sino al mar Caspio]</span>, che
-son giornate 12, e a mezzo Dicembre s’astende
-insino ai monti Iperborei, che è viaggio
-d’un mese inverso tramontana; e sempre
-la sua parte opposita al vento che soffia
-è piena di nuvoli e nebbie, perchè il
-vento, che s’apre nella percussione del sasso,
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-dopo esso sasso si viene a richiudere, e
-in tal modo porta con seco i nuvoli da ogni
-parte e lasciali nella lor percussione, e sempre
-è priva di percussione di saette per la
-gran moltitudine di nugoli, che lì son ricettati,
-onde il sasso è tutto fracassato e pien
-di gran ruine.
-</p>
-
-<p>
-Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi
-popoli, ed è piena di bellissime
-fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni
-bene, e massime nelle parti che riguardano
-a mezzogiorno; ma quando se n’è montata
-circa a 3 miglia, si comincia a trovare
-le selve de’ grandi abeti, pini, faggi e
-altri simili alberi; dopo questi per ispazio
-di altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime
-pasture; e tutto il resto, insino al
-nascimento del monte Tauro, sono nevi
-eterne, che mai per alcun tempo si partono,
-che s’astendono all’altezza di circa 14
-miglia in tutto. Da questo nascimento del
-Tauro, insino all’altezza d’un miglio non
-passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15
-miglia, che sono circa a 5 miglia d’altezza
-per linia retta, e altrettanto o circa, troviamo
-essere la cima delli corni del Tauro,
-ne’ quali, dal mezzo in su, si comincia a trovare
-aria, che riscalda, e non vi si sente
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può
-troppo vivere; quivi non nasce cosa alcuna,
-salvo alcuni uccelli rapaci, che covano
-nell’alte fessure del Tauro, e discendono
-poi sotto i nuvoli a fare le lor prede sopra
-i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice,
-cioè da’ nuvoli in su, ed è sasso candidissimo,
-e in sulla alta cima non si po’ andare
-per l’aspra e pericolosa sua salita.
-</p>
-
-<h3>LETTERA III.</h3>
-
-<p>
-Essendomi io più volte con lettere rallegrato
-teco della tua prospera fortuna, al
-presente so che, come amico, ti contristerai
-con meco del misero stato, nel quale mi trovo,
-e questo è che ne’ giorni passati sono
-stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno,
-insieme con questi miseri paesani, che
-avevamo d’avere invidia ai morti: e certo
-io non credo, che, poichè gli elementi con
-lor separazione disfeciono il gran Caos, che
-essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare
-tanto nocimento alli omini, quanto al presente
-da noi s’è veduto e provato; in modo
-ch’io non posso imaginare che cosa si possa
-più accrescere a tanto male, il quale noi
-provammo in spazio di dieci ore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-</p>
-
-<p>
-In prima fummo assaliti e combattuti
-dall’impeto e furore de’ venti, e a questo
-s’aggiunsero le ruine delli gran monti di
-neve, i quali hanno ripieno tutte queste
-valli e conquassato gran parte della nostra
-città. E, non si contentando di questo, la fortuna,
-con sùbiti diluvi d’acque, ebbe a sommergere
-tutta la parte bassa di questa città;
-oltre di questo s’aggiunse una sùbita pioggia,
-anzi ruinosa tempesta piena d’acqua,
-sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate
-con radici, sterpi e ciocchi di varie piante,
-e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea
-sopra di noi; e in ultimo uno incendio di
-fuoco parea condotto non che da’ venti, ma
-da diecimila diavoli, che ’l portassino, il
-quale ha abbruciato e disfatto tutto questo
-paese, e ancora non vi è cessato.
-</p>
-
-<p>
-E que’ pochi, che siamo restati, siamo
-rimasti con tanto sbigottimento e tanta
-paura che appena, come balordi, abbiamo
-ardire di parlare l’uno coll’altro. Avendo
-abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo insieme
-uniti in certe ruine di chiese, insieme
-misti maschi e femmine, piccoli e grandi,
-a modo di torme di capre. I vicini per pietà
-ci hanno soccorso di vettovaglie, i quali
-eran prima nostri nimici, e se non fusse
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti
-di fame.
-</p>
-
-<p>
-Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi
-mali son niente a comparazione di quelli,
-che in breve tempo ne son promessi.
-</p>
-
-<p>
-So che, come amico, ti contristerai del
-mio male, come già, con lettere, ti mostrai
-con effetto rallegrarmi del tuo bene.
-</p>
-
-<h3>FRAMMENTO.</h3>
-
-<p>
-Vedevasi gente, che con gran sollecitudine
-apparecchiavan vettovaglia sopra diverse
-sorta di navili, fatti brevissimi per la
-necessità.
-</p>
-
-<p>
-Li lustri dell’onde non si dimostravano
-in que’ luoghi, dove le tenebrose pioggia
-colli lor nuvoli refrettevano.
-</p>
-
-<p>
-Ma dove le vampe generate dalle celesti
-saette refrettevano, si vedeva tanti lustri
-fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran
-l’onde che a li occhi de’ circustanti potean
-refrettere.
-</p>
-
-<p>
-Tanto crescevano il numero de’ simulacri
-fatti da vampi delle saette sopra l’onde dell’acqua,
-quanto cresceva la distanzia delli
-occhi lor risguardatori, — com’è provato
-nella descrizione dello splendore della luna.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<p>
-E così diminuiva tal numero di simulacri,
-quanto più si avvicinavano agli occhi che li
-vedeano, — com’è provato nella definizione
-dello splendore della luna, e del nostro orizzonte
-marittimo, quando il sole vi refrette
-co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal
-refressione sia lontano dal predetto mare.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-</p>
-
-<h2 id="figure">LE FIGURE.</h2>
-
-<h3>I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La pittura, over le figure dipinte, debbono
-essere fatte in modo tale, che i riguardatori
-d’esse possano con facilità conoscere,
-mediante le loro attitudini, il concetto
-dell’animo loro. E se tu hai a fare parlare
-un omo dabbene, fare che li atti sua sieno
-compagni delle bone parole; e similmente
-se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo
-co’ movimenti fieri, gittando le braccia contro
-all’auditore, e la testa col petto, sportato
-fori de’ piedi, accompagnino le mani
-del parlatore: a similitudine del muto che,
-vedendo due parlatori, benchè esso sia privato
-dell’audito, niente di meno, mediante
-li effetti e li atti d’essi parlatori, lui comprende
-il tema della loro disputa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale,
-il quale se tu li parlavi forte, lui
-non ti intendea, e parlando piano, sanza
-suono di voce, lui t’intendea solo per lo
-menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non
-mena le labbra uno, che parla forte,
-come piano? e menandole l’uno come l’altro,
-non sarà inteso l’altro come l’uno? — A
-questa parte io lascio dare la sentenza
-alla sperienza: fa parlare uno piano e poi
-forte, e pon mente le labbra.
-</p>
-
-<h3>II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Poni mente per le strade, sul fare della
-sera, i volti d’omini e donne, quando è cattivo
-tempo, quanta grazia e dolcezza si vede
-in loro!
-</p>
-
-<h3>III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE
-LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.</h3>
-
-<p>
-Il bono pittore ha da dipingere due cose
-principali, cioè l’omo e il concetto della
-mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile,
-perchè s’ha a figurare con gesti e
-movimenti delle membra, e questo è da essere
-imparato dalli muti, che meglio ’l fanno,
-che alcun’altra sorte di omini.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-</p>
-
-<h3>IV. — COME IL MUTO
-È MAESTRO DEL PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Le figure delli omini abbiano atti proprî
-alla loro operazione in modo che, vedendoli,
-tu intendi quello che per loro si pensa o
-dice; li quali saranno bene imparati da
-ch’imiterà li moti delli muti, li quali parlano
-con movimenti delle mani e degli occhi
-e ciglia e di tutta la persona, nel voler
-esprimere il concetto dell’animo loro.
-</p>
-
-<p>
-E non ti ridere di me, perchè io ti propongo
-un precettore sanza lingua, il quale
-t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non
-sa fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti,
-che tutti li altri con le parole. E non sprezzare
-tal consiglio, perchè loro sono li maestri
-de’ movimenti, e intendono da lontano
-di quel che uno parla, quando egli accomoda
-li moti delle mani con le parole.
-</p>
-
-<h3>V. — IL PREGIO DELLA PITTURA
-STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO
-AL SIGNIFICATO.</h3>
-
-<p>
-Farai le figure in tale atto, il quale sia
-soffiziente a dimostrare quel che la figura
-ha nell’animo, altrimenti la tua arte non
-fia laudabile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-</p>
-
-<h3>VI. — SEGUE.</h3>
-
-<p>
-Come la figura non fia laudabile se in
-quella non apparisce atto, ch’esprima la
-passione dell’anima.
-</p>
-
-<p>
-Quella figura è più laudabile, che con
-l’atto meglio esprime la passione del suo
-animo.
-</p>
-
-<h3>VII. — VARIETÀ INFINITA
-NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.</h3>
-
-<p>
-Tanti son varî li movimenti delli omini,
-quanto sono le varietà delli accidenti, che
-discorrono per le loro menti; e ciascuno
-accidente in sè move più o meno essi uomini,
-secondo che saranno di maggiore o di
-minore potenza e secondo l’età, perch’altro
-moto farà, sopra un medesimo caso, un giovane
-ch’un vecchio.
-</p>
-
-<h3>VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-Come si deono figurare l’età dell’omo,
-cioè: infanzia, puerizia, adolescenza, gioventù,
-vecchiezza, decrepitudine.
-</p>
-
-<p>
-Come i vecchi devono essere fatti con
-pigri e lenti movimenti, e gambe piegate
-ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’
-e pari, distanti l’uno dall’altro, schiene declinanti
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-in basso, la testa innanzi inclinata,
-e le braccia non troppo distese.
-</p>
-
-<p>
-Come le donne si deono figurare con atti
-vergognosi, gambe insieme strette, braccia
-raccolte insieme, teste basse e piegate in
-traverso.
-</p>
-
-<p>
-Come le vecchie si debbon figurare ardite
-e pronte a rabbiosi movimenti, a uso di furie
-infernali, e i movimenti deono apparire più
-pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe.
-</p>
-
-<p>
-I putti piccioli con atti pronti e storti,
-quando seggano, e, nello stare ritti, atti timidi
-e paurosi.
-</p>
-
-<h3>IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI
-INFRA PIÙ PERSONE.</h3>
-
-<p>
-Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra
-molte persone parli, di considerare la materia
-di che lui ha a trattare, e d’accomodare
-ivi li atti appartenenti a essa materia: cioè
-se l’è materia persuasiva, che li atti siano
-al proposito, se l’è materia dichiarativa per
-diverse ragioni, che quello che dice pigli
-colle sue due dita della mano destra uno dito
-de la mano sinistra, avendone serrate le
-due minori, e col viso rivolto verso il popolo,
-con la bocca alquanto aperta, che paia
-che parli; e, so lui sedeva, che paia che si
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-sollevi alquanto ritto e innanzi con la testa;
-e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi
-col petto e la testa inverso il popolo.
-</p>
-
-<p>
-Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti
-riguardare l’oratore in volto con atti ammirativi,
-e fare le bocche d’alcuno vecchio,
-per maraviglia delle audite sentenze, tenere
-la bocca con le sua streme basi, tirarsi dirieto
-molte pieghe de le guancie, e con le
-ciglia alte ne le giunture, le quali creino
-molte pieghe per la fronte; alcuni sedenti
-colle dita della mano insieme tessute tenervi
-dentro lo stanco ginocchio; altri con l’uno
-ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga la
-man, che dentro a sè riceva il gomito, del
-quale la sua mano vada a sostenere il mento
-barbuto d’alcuno chinato vecchio.
-</p>
-
-<h3>X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE
-DEL CENACOLO.<a class="tagtitle" id="tag149" href="#note149">[149]</a></h3>
-
-<p>
-Uno, che beveva, lascia la zaina <span class="inl-note">[la tazza]</span> nel
-suo sito, e volge la testa inverso il proponitore.
-</p>
-
-<p>
-Un altro tesse le dita delle sue mani
-insieme, e con rigide ciglia si volta al compagno;
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-l’altro, colle mani aperte, mostra le
-palme di quelle, e alza la spalla inverso li
-orecchi, e fa la bocca della maraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Un altro parla nell’orecchio all’altro, e
-quello che l’ascolta si torce inverso lui, e
-gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una
-mano e nell’altra il pane, mezzo diviso
-da tal coltello. L’altro, nel voltarsi,
-tenendo un coltello in mano, versa con tal
-mano una zaina sopra della tavola.
-</p>
-
-<p>
-L’altro posa le mani sopra della tavola
-e guarda, l’altro soffia nel boccone, l’altro
-si china per vedere il proponitore, e fassi
-ombra colla mano alli occhi, l’altro si tira
-indirieto a quel che si china, e vede il proponitore
-infra ’l muro e ’l chinato.
-</p>
-
-<h3>XI. — COME SI DEVE FARE
-UNA FIGURA IRATA.</h3>
-
-<p>
-Alla figura irata farai tenere uno per li
-capegli, e ’l capo storto a terra, e con uno
-de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro
-levare il pugno in alto: questo abbia li capegli
-elevati, le ciglie basse e strette, i
-denti stretti, e i due stremi d’accanto della
-bocca arcati; il collo grosso e dinanzi, per
-lo chinarsi al nimico, sia pieno di grinze.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-</p>
-
-<h3>XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.</h3>
-
-<p>
-Al disperato farai darsi d’un coltello,
-e colle mani aversi stracciato i vestimenti,
-e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi
-la ferita; e farailo co’ piè distanti e le gambe
-alquanto piegate e la persona similmente
-inverso terra, con capegli stracciati e sparsi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="gigante">UN GIGANTE FANTASTICO.<a class="tagtitle" id="tag150" href="#note150">[150]</a></h2>
-
-<h3>LETTERA I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La nera faccia, sul primo oggetto <span class="inl-note">[incontro]</span> è
-molto orribile e spaventosa a riguardare,
-e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti
-sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare
-il tempo e tremare la terra.
-</p>
-
-<p>
-E, credimi, che non è sì fiero omo che,
-dove voltava li infocati occhi, che volontieri
-non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero
-infernale paría volto angelico a comparazione
-di quello. Il naso arricciato, con
-l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-setole, sotto le quali era l’arricciata bocca,
-colle grosse labbra, da le stremità de’ quali
-era pelo a uso delle gatte e denti gialli.
-Avanza sopra i corpi de li omini a cavallo
-dal dosso de’ piedi in sù.
-</p>
-
-<p>
-E rincrescendole il molto (pazientare),
-volta l’ira in furore, cominciò co’ piè, dimenati
-da la furia delle possenti gambe, a
-entrare fra la turba, e con calci gettava li
-omini per l’aria, i quali cadeano non altramente
-sopra gli altri omini, come se stata
-fussino una spessa grandine. E molti furon
-quelli, che, morendo, dettò morte; e questa
-crudeltà durò, finchè la polvere mossa
-da’ gran piedi, levata nell’aria, costrinse
-questa furia infernale a ritirarsi indirieto.
-E noi seguitammo la fuga.
-</p>
-
-<p>
-Oh! quanti varî assalimenti furono usati
-contro a questa indiavolata, a la quale ogni
-offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non
-vale le inespugnabili fortezze, a voi non
-l’alte mura de la città, a voi non l’essere
-in moltitudine, non le case o palazzi, non
-v’è restato se non le piccole buche e cave
-sotterranee, a modo di granchi o grilli o
-simili animali: trovate salute e vostro
-scampo!
-</p>
-
-<p>
-Oh quante infelici madri e padri furono
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-private de’ lor figlioli! Oh quante misere
-femmine private de la lor compagnia! Certo
-certo, caro mio Benedetto, io non credo
-che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai
-visto un lamento, un pianto pubblico esser
-fatto con tanto terrore.
-</p>
-
-<p>
-Certo, in questo caso la spezie umana
-ha da invidiare ogni altra generazione d’animali:
-imperocchè se l’aquila vince per potenza
-li altri uccelli, il meno non sono
-vinti per velocità di volo, onde le rondini,
-colla lor prestezza, scampano dalla rapina
-del merlo; i delfini con lor veloce fuga
-scampano da la rapina de le balene e de’ gran
-capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna
-fuga, imperocchè questa, con lento passo,
-vince di gran lunga il corso d’ogni veloce
-corsiero. Non so che mi dire o che mi fare,
-e’ mi pare tuttavia a notare a capo chino
-per la gran gola, e rimanere con confusa
-morte sepolto nel gran ventre.
-</p>
-
-<h3>LETTERA II.
-<span class="smaller"><i>Caro Benedetto de’ Pertarti.</i></span></h3>
-
-<p>
-Caduto il fiero gigante, per la cagione
-della insanguinata e fangosa terra, parve
-che cadesse una montagna, onde la campagna,
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-squassata di terremoto, è spavento a
-Plutone infernale. E, per la gran percossa,
-ristette sulla piana terra alquanto stordito,
-e sùbito il popolo, credendo fusse morto di
-qualche saetta — tornata la gran turba — a
-guisa di formiche, che scorrono a furia,
-correndo per il corpo del caduto robore — così
-questi scorrendo per l’ampie membra,
-laceravanle con spesse ferite.
-</p>
-
-<p>
-Onde risentito il gigante e sentendosi
-quasi coperto dalla moltitudine, sùbito sentesi
-cuocere per le punture — mise un mugghio,
-che parve fusse uno spaventoso tuono,
-e posto le sue mani in terra e levato il
-pauroso volto, e postosi una delle mani in
-capo trovosselo pieno d’uomini appiccati a’
-capegli a similitudine de’ minuti animali,
-che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo
-il capo, gli omini lancia non altramente
-per l’aria, che si faccia la grandine,
-quando va con furor di venti, e trovossi
-molti di questi uomini esser morti, da quegli,
-che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E
-tenendosi a’ capegli e ingegnandosi
-nascondere fra quegli, facevano a
-similitudine de’ marinai, quando è fortuna,
-che corrono su per le corde, per abbassarle
-a poco vento.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-</p>
-
-<h3>FRAMMENTO.</h3>
-
-<p>
-Nuove delle cose di Levante? Sappi come
-nel mese di Giugno è apparuto un gigante
-che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine
-delle formiche furiando.... su per l’arbore
-abbattuto dalla scure del rigido villano.
-</p>
-
-<p>
-Questo gigante era nato nel Mont’Atalante,
-ed era un eroe, e ebbe a contrastare
-cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva
-in mare delle balene, de’ gran capidogli e
-de’ navilî.
-</p>
-
-<p>
-Marte temendo della vita, s’era fuggito
-sotto la (sedia) di Giove....
-</p>
-
-<p>
-E per la gran caduta parve la provincia
-tutta tremasse.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-</p>
-
-<h2 id="proffac">LE PROFEZIE
-E LE FACEZIE.</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-</p>
-
-<h2 id="profezie">LE PROFEZIE
-DEGLI ANIMALI RAZIONALI.</h2>
-
-<h3>I. — PROFEZIA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Vedrassi la specie leonina colle unghiate
-branche aprire la terra, e nelle fatte spelonche
-seppellire sè insieme colli altri animali
-a sè sottoposti.
-</p>
-
-<p>
-Usciranno dalla terra animali vestiti di
-tenebre, i quali, con maravigliosi assalti,
-assaliranno l’umana generazione, e quella
-da feroci morsi fia, con confusione di sangue,
-da essi divorata.
-</p>
-
-<p>
-Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda
-specie volatile, la quale assalirà li omini e
-li animali, e di quelli si ciberanno con gran
-gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio
-sangue.
-</p>
-
-<p>
-Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate
-carni, rigare le superfiziali parti delli omini.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-</p>
-
-<p>
-Verrà alli omini tal crudele malattia, che
-colle proprie unghie si stracceranno le loro
-carni — sarà la rogna.
-</p>
-
-<p>
-Vedrassi le piante rimanere sanza foglie,
-e i fiumi fermare i loro corsi.
-</p>
-
-<p>
-L’acqua del mare si leverà sopra l’alte
-cime de’ monti, verso il cielo, e ricaderà
-sopra alle abitazioni delli omini — cioè per
-nuvoli.
-</p>
-
-<p>
-Vederà i maggiori alberi delle selve essere
-portati dal furor de’ venti dall’Oriente
-all’Occidente — cioè per mare.
-</p>
-
-<p>
-Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè
-seminando.
-</p>
-
-<h3>II. — DE’ FANCIULLI
-CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.</h3>
-
-<p>
-O città marine! io veggo in voi i vostri
-cittadini, così femmine come maschi, essere
-istrettamente da forti legami, colle braccia
-e gambe, esser legati da gente, che non intenderanno
-i nostri linguaggi; e sol vi potrete
-isfogare li vostri dolori e perduta
-libertà mediante i lagrimosi pianti e li sospiri
-e lamentazione in fra voi medesimi,
-chè chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro
-intenderete.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-</p>
-
-<h3>III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.</h3>
-
-<p>
-Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti
-fingeranno quel che da altri altre volte
-vicinamente è stato mangiato, che staranno
-molti mesi avanti che possano parlare.
-</p>
-
-<h3>IV. — IL DORMIRE
-SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.</h3>
-
-<p>
-Molta turba fia quella che, dimenticato
-loro essere e nome, staran come morto sopra
-lo spoglie delli altri morti.
-</p>
-
-<h3>V. — DELLO SCRIVER LETTERE
-DA UN PAESE A UN ALTRO.</h3>
-
-<p>
-Parleransi li omini di remotissimi paesi
-l’uno all’altro, e risponderansi.
-</p>
-
-<h3>VI. — DELLE PUTTE MARITATE.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi ai padri donare le lor figliole
-alla lussuria delli omini, e premiare, e abbandonare
-ogni passata guardia — quando si
-maritano le putte.
-</p>
-
-<h3>VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.</h3>
-
-<p>
-E dove prima la gioventù femminina non
-si potea difendere dalla lussuria e rapina
-da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-di mura; verrà tempo che bisognerà,
-che padre e parenti d’esse fanciulle le paghino
-di gran prezzo chi voglia dormire
-con loro, ancorachè esse sien ricche, nobili
-e bellissime.
-</p>
-
-<p>
-Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere
-la umana specie, come cosa inutile al
-mondo e guastatrice di tutte le cose create.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME
-A CHI VA AL LETTO.</h3>
-
-<p>
-Molti, per mandare fòri il fiato con troppa
-prestezza, perderanno il vedere e in breve
-tutti i sentimenti.
-</p>
-
-<h3>IX. — DEL SOGNARE.</h3>
-
-<p>
-Andranno li omini, e non si moveranno;
-parleranno con chi non si trova; sentiranno
-chi non parla.
-</p>
-
-<h3>X. — ANCORA DEL SOGNARE.</h3>
-
-<p>
-Alli omini parrà vedere nel cielo nove
-ruine; parrà in quello levarsi a volo, e da
-quello fuggire con paura le fiamme, che di
-lui discendano; sentiran parlare li animali,
-di qualunque sorta, il linguaggio umano;
-scorreranno immediate colla lor persona in
-diverse parti del mondo, sanza moto; vedranno
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh!
-maraviglia della umana spezie! Qual
-frenesia t’ha sì condotto? Parlerai cogli animali
-di qualunque spezie, e quelli con teco
-in linguaggio umano. Vedratti cadere di
-grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti
-t’accompagneranno.
-</p>
-
-<h3>XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi forme e figure d’uomini e
-d’animali, che seguiranno essi animali o
-omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto
-di lui qual è dell’altro, ma parrà cosa mirabile
-delle varie grandezze in che essi si
-trasmutano.
-</p>
-
-<h3>XII. — DELL’OMBRA
-CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME.</h3>
-
-<p>
-Appariranno grandissime figure in forma
-umana, le quali quanto più le ti farai vicino,
-più diminuiranno la loro immensa magnitudine.
-</p>
-
-<h3>XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE
-E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA
-IN UN MEDESIMO TEMPO.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi molte volte l’uno omo diventare
-tre, e tutti lo seguono: e spesso l’uno,
-il più certo, l’abbandona.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-</p>
-
-<h3>XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI.</h3>
-
-<p>
-Verrà a tale la generazione umana, che
-non si intenderà il parlare l’uno dell’altro — cioè
-un tedesco con un turco.
-</p>
-
-<h3>XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO.</h3>
-
-<p>
-Molti saran veduti portati da grandi animali,
-con veloce corso, alla ruina della sua
-vita e prestissima morte. Per l’aria e per
-la terra saranno veduti animali di diversi
-colori portarne con furore li omini alla distruzione
-di lor vita.
-</p>
-
-<h3>XVI. — DE’ SEGATORI.</h3>
-
-<p>
-Saranno molti, che si moveran l’uno
-contra dell’altro, tenendo in mano il tagliente
-ferro; questi non si faranno intra
-loro altro nocimento, che di stanchezza, perchè
-quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto
-l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi
-si inframmetterà in mezzo, perchè al fine
-rimarrà tagliato in pezzi.
-</p>
-
-<h3>XVII. — DE’ ZAPPATORI.</h3>
-
-<p>
-Molti fien quegli, che scorticando la madre,
-le arrovescieranno la sua pelle addosso — i
-laboratori della terra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-</p>
-
-<h3>XVIII. — DEL SEMINARE.</h3>
-
-<p>
-Allora la gran parte delli omini, che resteran
-vivi, gitteran fuori delle lor case le
-serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli
-e animali terrestri, sanza curarsi d’esse
-in parte alcuna.
-</p>
-
-<h3>XIX. — LE TERRE LAVORATE.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e
-risguardare l’oppositi emisferi, e scoprire
-le spelonche a ferocissimi animali.
-</p>
-
-<h3>XX. — I CALZOLARI.</h3>
-
-<p>
-Li omini vederanno con piacere disfare,
-e rompere l’opere loro.
-</p>
-
-<h3>XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE.</h3>
-
-<p>
-Spegneransi innumerabili vite, e farassi
-sopra la terra innumerabili buche.
-</p>
-
-<h3>XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE.</h3>
-
-<p>
-Getteranno li omini fori delle lor proprie
-case quelle vettovaglie, le quali eran
-dedicate a sostentar la lor vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-</p>
-
-<h3>XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO.</h3>
-
-<p>
-Li omini batteranno aspramente chi fia
-causa di lor vita — batteranno il grano.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — DE’ GIOCATORI.</h3>
-
-<p>
-Le pelli delli animali removeranno li
-omini, con gran gridori e bestemmie, dal lor
-silenzio — le balle da giuocare.
-</p>
-
-<h3>XXV. — DEL SUONO DELLA VITA.</h3>
-
-<p>
-Il vento, passato per le pelli delli animali,
-farà saltare li omini — cioè la piva,
-che fa lo saltare.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — DE’ DADI.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce
-moto, trattare la fortuna del suo motore — i
-dadi.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI.</h3>
-
-<p>
-Li omini si nasconderanno sotto le scorze
-delle scorticate erbe, e, quivi gridando, si
-daran martiri, con battimenti di membra, a
-sè medesimi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI
-NELLE BUDELLE.</h3>
-
-<p>
-Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale
-aver la lingua in culo all’altro.
-</p>
-
-<h3>XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA
-CHE LAVORANO.</h3>
-
-<p>
-Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le
-quali con tanta oscurità tigneranno il cielo,
-che copre l’Italia.
-</p>
-
-<h3>XXX. — DE’ BARBIERI.</h3>
-
-<p>
-Tutti li omini si fuggiranno in Africa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="irraz">LE PROFEZIE
-DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI.</h2>
-
-<h3>I. — TIRAN LE BOMBARDE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-I buoi fieno in gran parte causa delle ruine
-delle città, e similemente cavalli e bufoli.
-</p>
-
-<h3>II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO.</h3>
-
-<p>
-Mangeranno i padron delle possessioni
-i lor propri lavoratori.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-</p>
-
-<h3>III. — DELLI ASINI BASTONATI.</h3>
-
-<p>
-O natura trascurata, perchè ti se’ fatta
-parziale, facendoti ai tua figli d’alcuni pietosa
-e benigna madre, ad altri crudelissima
-e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli
-esser dati in altrui servitù, sanza mai
-benefizio alcuno; e in loco di remunerazione
-de’ fatti benefizi, esser pagati di grandissimi
-martirî; e spender sempre la lor vita
-in benefizio del suo malefattore.
-</p>
-
-<h3>IV. — DELLI ASINI.</h3>
-
-<p>
-Le molte fatiche saran remunerate di
-fame, di sete, di disagio e di mazzate e
-di punture e bestemmie e gran villanie.
-</p>
-
-<h3>V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI
-CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI.</h3>
-
-<p>
-Sentirassi in molte parte dell’Europa
-strumenti di varie magnitudini far diverse
-armonie, con grandissime fatiche di chi più
-presso l’ode.
-</p>
-
-<h3>VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME
-DELL’ARGENTO E ORO.</h3>
-
-<p>
-Molti tesori e gran ricchezze saranno
-appresso alli animali di quattro piedi, i
-quali le porteranno in diversi lochi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-</p>
-
-<h3>VII. — DE’ CAPRETTI.</h3>
-
-<p>
-Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti
-figliuoli saranno tolti alle loro balie,
-e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DELLE PECORE, VACCHE,
-CAPRE E SIMILI.</h3>
-
-<p>
-A innumerabili saran tolti i loro piccoli
-figlioli, e quelli scannati, e crudelissimamente
-squartati.
-</p>
-
-<h3>IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI.</h3>
-
-<p>
-A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri
-nati essere squarciati nelle proprie case da
-crudelissimi e rapaci animali del paese
-vostro.
-</p>
-
-<h3>X. — LE API CHE FANNO LA CERA
-DELLE CANDELE.</h3>
-
-<p>
-Sarà annegato chi fa il lume al culto
-divino.
-</p>
-
-<p>
-E quelli, che pascono l’erbe, faran della
-notte giorno — sevo.
-</p>
-
-<h3>XI. — DELL’API.</h3>
-
-<p>
-E a molti altri saran tolte le munizioni
-e lor cibi, e crudelmente, da gente sanza
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-ragione, saranno sommersi e annegati. O
-giustizia di Dio, perchè non ti desti a vedere
-così malmenare i tua creati!
-</p>
-
-<h3>XII. — DELLE FORMICHE.</h3>
-
-<p>
-Molti popoli fien quelli, che nasconderan
-sè e sua figlioli e vettovaglie dentro alle
-oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi,
-ciberan sè e sua famiglia per molti mesi,
-sanza altro lume accidentale o naturale.
-</p>
-
-<h3>XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI.</h3>
-
-<p>
-Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti
-in uccelli, e assaliranno li altri omini
-togliendo loro il cibo dalle proprie mani e
-mense — le mosche.
-</p>
-
-<h3>XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI
-CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA.</h3>
-
-<p>
-Molti periranno di fracassamento di testa,
-e salteranno loro li occhi in gran parte
-della testa, per causa d’animali paurosi
-usciti dalle tenebre.
-</p>
-
-<h3>XV. — DELLE BISCIE
-PORTATE DALLE CICOGNE.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi in grandissima altezza dell’aria
-lunghissimi serpi combattere colli uccelli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-</p>
-
-<h3>XVI. — I PESCI LESSI.</h3>
-
-<p>
-Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti
-acque.
-</p>
-
-<h3>XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO
-NON NATI.</h3>
-
-<p>
-Infinita generazione si perderà per la
-morte delle grandi.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO
-RIBUTTATE DAL MARE, CHE MARCISCONO
-DENTRO AI LOR GUSCI.</h3>
-
-<p>
-Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien
-morti, marciranno nelle lor proprie case,
-empiendo le circostanti parti piene di fetulente <span class="inl-note">[fetido]</span>
-puzzo!
-</p>
-
-<h3>XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE
-NON POSSONO FARE I PULCINI.</h3>
-
-<p>
-Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito
-il nascere.
-</p>
-
-<h3>XX. — DELLE TACCOLE <span class="inl-note">[specie di cornacchie]</span> E STORNELLI.</h3>
-
-<p>
-Quelli che si fideranno abitare appresso
-di lui, che saranno gran turbe, questi tutti
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-moriranno di crudele morte, e si vedran
-i padri e le madri, d’insieme colle sue famiglie,
-esser da crudeli animali divorati e
-morti.
-</p>
-
-<h3>XXI. — DELLE API.</h3>
-
-<p>
-Vivono a popoli insieme, sono annegate
-per torle il miele; molti e grandissimi popoli
-saranno annegati nelle lor proprie case.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="piante">LE PROFEZIE DELLE PIANTE.</h2>
-
-<h3>I. — DELLE NOCI E ULIVE
-E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Molti figlioli da dispietate bastonate fien
-tolti delle proprie braccia delle lor madri,
-e gittati in terra, e poi lacerati.
-</p>
-
-<h3>II. — DE’ NOCI BATTUTI.</h3>
-
-<p>
-Quelli che avranno fatto meglio saranno
-più battuti, e i sua figliuoli tolti e scorticati,
-overo spogliati, e rotte e fracassate le
-sue ossa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-</p>
-
-<h3>III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI
-DANDOCI OLIO CHE FA LUME.</h3>
-
-<p>
-Discenderà con furia diverso la terra
-chi ci darà nutrimento e luce.
-</p>
-
-<h3>IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO.</h3>
-
-<p>
-Li alberi e arbusti delle gran selve si
-convertiranno in cenere.
-</p>
-
-<h3>V. — DELLI ALBERI
-CHE NUTRISCONO I NESTI <span class="inl-note">[i ramoscelli innestati sulla pianta]</span>.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi i padri e le madri fare molto
-più giovamento ai figliastri, che ai lor veri
-figlioli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="materiali">LE PROFEZIE
-DELLE COSE MATERIALI.</h2>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<h3>I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE
-CHE SON DI BUE.</h3>
-
-<p>
-E si vedrà in gran parte del paese camminare
-sopra le pelli delli grandi animali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — DE’ CRIVELLI
-FATTI DI PELLE D’ANIMALI.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi il cibo degli animali passar
-dentro alle lor pelli per ogni parte, salvo
-che per la bocca, e penetrare dall’opposta
-parte insino alla piana terra.
-</p>
-
-<h3>III. — DELLE LANTERNE.</h3>
-
-<p>
-Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno
-la luce notturna dall’impetuoso
-furor de’ venti.
-</p>
-
-<h3>IV. — DELLE MEDESIME.</h3>
-
-<p>
-I buoi, colle lor corna, difenderanno il
-foco dalla sua morte — la lanterna.
-</p>
-
-<h3>V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI
-FATTE DI CORNA DI CASTRONE.</h3>
-
-<p>
-Nelle corna delli animali si vedranno
-taglienti ferri, colli quali si toglie la vita a
-molti della loro specie.
-</p>
-
-<h3>VI. — DELLI ARCHI FATTI
-COLLI CORNI DE’ BUOI.</h3>
-
-<p>
-Molti fien quelli che, per causa delle bovine
-corna, moriranno di dolente morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-</p>
-
-<h3>VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI.</h3>
-
-<p>
-Li animali volatili sosterran l’omini colle
-lor proprie penne.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO.</h3>
-
-<p>
-Molte volte la cosa disunita fia causa
-di grande unizione — cioè il pettine, fatto
-dalla disunita canna, unisce le fila nella seta.
-</p>
-
-<h3>IX. — IL FILATOIO DA SETA.</h3>
-
-<p>
-Sentirassi le dolenti grida, le alte strida,
-le rauche e infocate voci di quei che fieno
-con tormento spogliati, e al fine lasciati
-ignudi e sanza moto: e questo fia per causa
-del motore, che tutto volge.
-</p>
-
-<h3>X. — DEL LINO
-CHE FA LA CURA DELLE GENTI.</h3>
-
-<p>
-Saran reveriti e onorati, e con reverenzia
-e amore ascoltati li sua precetti, di chi
-prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato
-da molte e diverse battiture.
-</p>
-
-<h3>XI. — DEL MANICO DELLA SCURE.</h3>
-
-<p>
-Le selve partoriranno figlioli, che fiano
-causa della lor morte — il manico della
-scure.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-</p>
-
-<h3>XII. — IL BASTONE CH’È MORTO.</h3>
-
-<p>
-Il movimento de’ morti farà fuggire, con
-dolore e pianto e con grida, molti vivi.
-</p>
-
-<h3>XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE.</h3>
-
-<p>
-Molti morti si moveran con furia, e piglieranno,
-e legheranno i vivi, e servirannogli
-a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione.
-</p>
-
-<h3>XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE
-CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI.</h3>
-
-<p>
-Corpi sanz’anima per sè medesimi si
-moveranno, e porteran con seco innumerabile
-generazione di morti, togliendo le ricchezze
-a’ circustanti viventi.
-</p>
-
-<h3>XV. — DEI CARRI E NAVI.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi i morti portare i vivi — i carri
-e navi in diverse parti.
-</p>
-
-<h3>XVI. — DELLE CASSE
-CHE RISERBANO MOLTI TESORI.</h3>
-
-<p>
-Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi
-e altre piante tesori grandissimi, i
-quali lì stanno occulti, e ben guardati.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-</p>
-
-<h3>XVII. — DEL NAVIGARE.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi li alberi delle gran selve di
-Taurus e di Sinai, Apennino e Atlante scorrere
-per l’aria da oriente a occidente, da
-aquilone a meridie; e porteranno per l’aria
-gran moltitudine d’omini.
-</p>
-
-<p>
-Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh!
-quanta separazion d’amici! di parenti! e
-quanti fien quelli, che non rivedranno più
-le lor provincie, nè le lor patrie, e che moriranno
-sanza sepoltura, colle lor ossa sparse
-in diversi siti del mondo!
-</p>
-
-<h3>XVIII. — DEL NAVIGARE.</h3>
-
-<p>
-Saranno gran venti, per li quali le cose
-orientali si faranno occidentali; e quelle di
-mezzodì, in gran parte miste col corso
-de’ venti, seguirannolo per lunghi paesi.
-</p>
-
-<h3>XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita,
-portare con furia moltitudine d’omini alla
-distruzione di lor vita.
-</p>
-
-<h3>XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE
-ANDANDO IN ZOCCOLO.</h3>
-
-<p>
-Saran sì grandi i fanghi, che li omini
-andranno sopra l’alberi de’ loro paesi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-</p>
-
-<h3>XXI. — DELLE BAGHE <span class="inl-note">[sacchi, otri di pelle]</span>.</h3>
-
-<p>
-Le capre condurranno il vino alle città.
-</p>
-
-<h3>XXII. — DEL PARASOLE.</h3>
-
-<p>
-La percussione della spera del sole apparirà
-cosa che, chi la crederà coprire, sarà
-coperto da lei.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<h3>I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA
-DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI.</h3>
-
-<p>
-Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi
-a questo tempo, torranno la libertà a molti
-uomini.
-</p>
-
-<h3>II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ
-NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi l’alte mura delle gran città
-sotto sopra ne’ loro fossi.
-</p>
-
-<h3>III. — DEI FORNI.</h3>
-
-<p>
-A molti fia tolto il cibo di bocca — ai
-forni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-</p>
-
-<h3>IV. — ANCORA DEI FORNI.</h3>
-
-<p>
-A quelli, che si imboccheranno per l’altrui
-mani, fia loro tolto il cibo di bocca — il forno.
-</p>
-
-<h3>V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE
-DALLA BOCCA DEL FORNO.</h3>
-
-<p>
-Per tutte le città e terre e castelli e case
-si vedrà, per desiderio di mangiare, trarre
-il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza
-poter fare difesa alcuna.
-</p>
-
-<h3>VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI
-E CALCINA.</h3>
-
-<p>
-Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento
-di molti giorni, e le pietre si
-convertiranno in cenere.
-</p>
-
-<h3>VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE.</h3>
-
-<p>
-L’umane opere fien cagione di lor morte — le
-spade e lance.
-</p>
-
-<h3>VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È
-MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE HA MORTI
-TANTI UOMINI.</h3>
-
-<p>
-I morti usciranno di sotto terra, e coi
-loro fieri movimenti cacceranno dal mondo
-innumerabili creature umane.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-</p>
-
-<h3>IX. — DELLE SPADE E LANCE
-CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO.</h3>
-
-<p>
-Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna
-offensione, si farà spaventevole e feroce mediante
-la trista compagnia, e torrà la vita
-crudelissimamente a molte genti; e più
-n’ucciderebbe, se corpi sanz’anima, e usciti
-dalle spelonche, non li difendessino — cioè
-le corazze di ferro.
-</p>
-
-<h3>X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI.</h3>
-
-<p>
-Per causa delle stelle si vedranno li
-omini esser velocissimi, al pari di qualunque
-animale veloce.
-</p>
-
-<h3>XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE.</h3>
-
-<p>
-Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per
-causa del fuoco!
-</p>
-
-<h3>XII. — DELLE BOMBARDE
-CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA.</h3>
-
-<p>
-Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli
-grida, stordirà i circostanti vicini, e col
-suo fiato farà morire li omini, e ruinare le
-città e castella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-</p>
-
-<h3>XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO
-CHE CONSUMA TUTTE LE SOME DELLE LEGNE,
-CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E
-CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE DELLE
-BESTIE.</h3>
-
-<p>
-I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale
-che bruceranno il legname di molte e grandissime
-selve, e molte fiere selvatiche e domestiche.
-</p>
-
-<h3>XIV. — DELL’ESCA.</h3>
-
-<p>
-Con pietra e con ferro si renderanno
-visibili le cose, che prima non si vedeano.
-</p>
-
-<h3>XV. — DE’ METALLI.</h3>
-
-<p>
-Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche
-chi metterà tutta l’umana specie in
-grandi affanni, pericoli e morte.
-</p>
-
-<p>
-A molti seguaci lor, dopo molti affanni,
-darà diletto; ma chi non fia suo partigiano,
-morrà con stento e calamità.
-</p>
-
-<p>
-Questo commetterà infiniti tradimenti;
-questo aumenterà e persuaderà li omini tutti
-alli assassinamenti e latrocini e le perfidie;
-questo darà sospetto ai sua partigiani; questo
-torrà lo stato alle città libere; questo
-torrà la vita a molti; questo travaglierà li
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-omini infra loro con molte arti, inganni e
-tradimenti.
-</p>
-
-<p>
-O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio
-agli omini che tu ti tornassi nell’inferno:
-per costui rimarran diserte le gran
-selve delle lor piante; per costui infiniti
-animali perderanno la vita.
-</p>
-
-<h3>XVI. — DE’ DANARI E ORO.</h3>
-
-<p>
-Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà,
-con sudore, affaticare tutti i popoli del mondo,
-con grandi affanni, ansietà, sudori, per
-essere aiutato da lui.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cerimonie">LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE.</h2>
-
-<h3>I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-I semplici popoli porteran gran quantità di
-lumi per far lume ne’ viaggi a tutti quelli, che
-integralmente hanno perso la virtù visiva.
-</p>
-
-<h3>II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI
-E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA.</h3>
-
-<p>
-Agli omini saran fatti grandissimi onori
-e pompe, sanza lor saputa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-</p>
-
-<h3>III. — DEL DÌ DE’ MORTI.</h3>
-
-<p>
-E quanti fien quelli che piangeranno i
-lor antenati morti, portando lumi a quelli.
-</p>
-
-<h3>IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO.</h3>
-
-<p>
-In tutte le parti d’Europa sarà pianto
-di gran popoli per la morte d’un solo omo,
-morto in Oriente.
-</p>
-
-<h3>V. — DE’ CRISTIANI.</h3>
-
-<p>
-Molti, che tengon la fede del figliolo, sol
-fan templi nel nome della madre.
-</p>
-
-<h3>VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO.</h3>
-
-<p>
-Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno
-con arroganti movimenti minacciando
-con metallo e fuoco, chi non faceva
-lor detrimento alcuno.
-</p>
-
-<h3>VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA.</h3>
-
-<p>
-Molti fien quelli che, per esercitare la lor
-arte, si vestiran ricchissimamente: e questo
-parrà esser fatto secondo l’uso de’ grembiali.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DE’ PRETI
-CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO.</h3>
-
-<p>
-Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta
-il corpus domini, si vedranno manifestamente
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-per sè stessi andare per diverse
-strade del mondo.
-</p>
-
-<h3>IX. — DE’ FRATI CONFESSORI.</h3>
-
-<p>
-Le sventurate donne, di propria volontà,
-andranno a palesare agli uomini tutte le loro
-lussurie e opere vergognose e segretissime.
-</p>
-
-<h3>X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE.</h3>
-
-<p>
-Parleranno li omini alli omini, che non
-sentiranno; avran gli occhi aperti, e non
-vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro
-risposta; chiederan grazia a chi avrà orecchi,
-e non ode; faran lume a chi è orbo.
-</p>
-
-<h3>XI. — DELLE SCOLTURE.</h3>
-
-<p>
-Ohimè! che vedo il Salvatore di novo
-crocifisso.
-</p>
-
-<h3>XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI.</h3>
-
-<p>
-Io vedo di nuovo venduto e crocifisso
-Cristo, e martirizzare i sua santi.
-</p>
-
-<h3>XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO
-PER LI LORO SANTI, MORTI PER ASSAI
-TEMPO!</h3>
-
-<p>
-Quelli che saranno morti, dopo mille anni,
-fien quelli che daranno le spese a molti vivi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-</p>
-
-<h3>XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO.</h3>
-
-<p>
-Infinita moltitudine venderanno pubblicamente
-e pacificamente cose di grandissimo
-prezzo, sanza licenza del padrone di quelle,
-e che mai non furon loro, nè in lor potestà,
-e a questo non provvederà la giustizia
-umana.
-</p>
-
-<h3>XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE
-RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E DANNO
-IL PARADISO.</h3>
-
-<p>
-Le invisibili monete faran trionfare molti
-spenditori di quelle.
-</p>
-
-<h3>XVI. — DELLE CHIESE
-E ABITAZION DE’ FRATI.</h3>
-
-<p>
-Assai saranno, che lascieranno li esercizî
-e le fatiche e povertà di vita e di roba,
-e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti
-edifizî, mostrando questo esser il mezzo
-di farsi amico a Dio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-</p>
-
-<h2 id="costumi">LE PROFEZIE DEI COSTUMI.</h2>
-
-<h3>I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Molti abbandoneranno le proprie abitazioni,
-e porteran seco i sua valsenti <span class="inl-note">[le loro ricchezze]</span>, e andranno
-abitare in altri paesi.
-</p>
-
-<h3>II. — DELLI OMINI CHE DORMAN
-NELL’ASSE D’ALBERO.</h3>
-
-<p>
-Li omini dormiranno, e mangeranno, e
-abiteranno infra li alberi, nati nelle selve
-e campagne.
-</p>
-
-<h3>III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO.</h3>
-
-<p>
-Verranno li omini a tanta ingratitudine
-che, chi darà loro albergo, sanza alcun prezzo,
-sarà carico di bastonate, in modo che gran
-parte delle interiora si spigneranno dal loco
-loro, e s’andranno rivoltanto pel suo corpo.
-</p>
-
-<h3>IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI.</h3>
-
-<p>
-Verranno li omini in tanta viltà, che
-avran di grazia che altri trionfino sopra i
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza — cioè
-la sanità.
-</p>
-
-<h3>V. — DEL COMUNE.</h3>
-
-<p>
-Un meschino sarà soiato <span class="inl-note">[adulato beffardamente]</span> e essi soiatori <span class="inl-note">[adulatori]</span>
-sempre fien sua ingannatori e rubatori, e
-assassini d’esso meschino.
-</p>
-
-<h3>VI. — PROFEZIA.</h3>
-
-<p>
-Porterassi neve distante no’ lochi caldi,
-tolta dall’alte cime de’ monti, e si lascierà
-cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo
-dell’estate.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="casi">LE PROFEZIE DE’ CASI
-CHE NON POSSONO STARE IN NATURA.</h2>
-
-<h3>I. — DELLA FOSSA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Staran molti occupati in esercizio a levare
-di quella cosa, che tanto crescerà,
-quanto se ne levò.
-</p>
-
-<h3>II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO.</h3>
-
-<p>
-E a molti corpi nel vedere da lor levar
-la testa, si vedrà manifestamente crescere,
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-e, rendendo loro la levata testa, immediatamente
-diminuiscono la grandezza.
-</p>
-
-<h3>III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI.</h3>
-
-<p>
-E’ saran molti cacciatori d’animali che,
-quanto più ne piglieranno, manco n’avranno,
-e così, di converso, più n’avrà quanto men
-ne piglieranno.
-</p>
-
-<h3>IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA
-CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA.</h3>
-
-<p>
-E rimarranno occupati molti che, quanto
-più tireranno in giù la cosa, essa più se ne
-fuggirà in contrario moto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="filosof">LE PROFEZIE
-DELLE COSE FILOSOFICHE.</h2>
-
-<h3>I. — DELL’AVARO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Molti fieno quelli che, con ogni studio e
-sollecitudine, seguiranno con furia quella
-cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo
-la sua malignità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO
-PIÙ SI FANNO AVARI, CHE AVENDOSI
-A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI.</h3>
-
-<p>
-Vedransi quelli, che son giudicati di più
-sperienza e giudizio, quanto egli hanno men
-bisogno delle cose, con più avidità cercarle
-e ricercarle.
-</p>
-
-<h3>III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA.</h3>
-
-<p>
-Li omini perseguiranno quella cosa, della
-qual più temono, cioè saran miseri, per non
-venire in miseria.
-</p>
-
-<h3>IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO,
-CHE PRIMA S’UCCIDONO.</h3>
-
-<p>
-Sarà morto da loro il loro nutritore, e
-flagellato con spietata morte.
-</p>
-
-<h3>V. — DELLA BOCCA DELL’OMO
-CH’È SEPOLTURA.</h3>
-
-<p>
-Usciranno gran romori dalle sepolture
-di quelli, che son finiti da cattiva e violenta
-morte.
-</p>
-
-<h3>VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO.</h3>
-
-<p>
-Gran parte de’ corpi animati passerà
-pe’ corpi de gli altri animali, cioè le case disabitate
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-passeran in pezzi per le case abitate,
-dando a quelle un utile, e portando con seco
-i sua danni: quest’è, cioè, la vita dell’omo
-si fa delle cose mangiate, le quali portan
-con se la parte dell’omo, ch’è morta.
-</p>
-
-<h3>VII. — DELLA VITA DELLI OMINI
-CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE.</h3>
-
-<p>
-Li omini passeran morti per le sue proprie
-budelle.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi animali sopra della terra, i
-quali sempre combatteranno infra loro e
-con danni grandissimi e, spesso, morte di
-ciascuna delle parti.
-</p>
-
-<p>
-Questi non avran termine nelle lor malignità:
-per le fiere membra di questi verranno
-a terra gran parte delli alberi delle
-gran selve dell’universo; e poi ch’essi avranno
-pasciuto, il nutrimento de’ loro desideri
-sarà di dar morte e affanno e fatiche e
-guerre e furie a qualunque cosa animata.
-E per la loro smisurata superbia questi si
-vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia
-gravezza delle lor membra gli porrà
-in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra,
-o sotto la terra e l’acqua, che non sia perseguitata,
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-remossa o guasta; e quella dell’un
-paese remossa nell’altro; e ’l corpo di
-questi si farà sepoltura e transito di tutti
-i già da lor morti corpi animati.
-</p>
-
-<p>
-O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo
-nell’alte fessure de’ tua gran baratri
-e spelonche, e non mostrare più al
-cielo sì crudele e spietato mostro?
-</p>
-
-<h3>IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI.</h3>
-
-<p>
-Felici fien quelli che presteranno orecchi
-alle parole de’ morti: — leggere le bone
-opere, e osservarle.
-</p>
-
-<h3>X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI.</h3>
-
-<p>
-I corpi sanz’anima ci daranno, con lor
-sentenzie, precetti utili al ben morire.
-</p>
-
-<h3>XI. — DELLA FAMA.</h3>
-
-<p>
-Le penne leveranno li omini, siccome gli
-uccelli, inverso il cielo: — cioè per le lettere,
-fatte da esse penne.
-</p>
-
-<h3>XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE
-TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE V’È
-SU LE SCRITTURE.</h3>
-
-<p>
-Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del
-sentimento, tanto più s’acquisterà sapienza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-</p>
-
-<h3>XIII. — DELLA STORIA.</h3>
-
-<p>
-Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno
-in sè tal virtù, che renderanno la
-persa memoria alli omini: — cioè i papiri
-che son fatti di peli disuniti, e tengono memoria
-delle cose e fatti delli omini.
-</p>
-
-<h3>XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA
-SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI.</h3>
-
-<p>
-Li omini tutti scambieranno emisperio
-immediate.
-</p>
-
-<h3>XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE
-DA ORIENTE A OCCIDENTE.</h3>
-
-<p>
-Moverannosi tutti li animali da oriente
-a occidente, e così da aquilone a meriggio
-scambievolmente, e così di converso.
-</p>
-
-<h3>XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI
-E DA INFINITE LINEE SON DIVISI, IN MODO
-CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA
-D’ESSE LINEE INFRA L’UN DE’ PIEDI E
-L’ALTRO.</h3>
-
-<p>
-Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi
-li omini, stanti dall’uno all’altro emisperio,
-intenderansi i loro linguaggi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-</p>
-
-<h3>XVII. — DELLE NUVOLE.</h3>
-
-<p>
-Gran parte del mare si fuggirà inverso il
-cielo e per molto tempo non farà ritorno: — cioè
-pe’ nuvoli.
-</p>
-
-<h3>XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA,
-CHE È ACQUA.</h3>
-
-<p>
-L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in
-moto sopra le spiagge de’ monti, si fermerà
-per lungo spazio di tempo sanza fare alcun
-moto, e questo accaderà in molte e diverse
-provincie.
-</p>
-
-<h3>XIX. — LA PALLA DELLA NEVE
-ROTOLANDO SOPRA LA NEVE.</h3>
-
-<p>
-Molti fien quelli, che cresceran nelle lor
-ruine.
-</p>
-
-<h3>XX. — DELLE PIOGGIE,
-CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI
-PORTAN VIA LE TERRE.</h3>
-
-<p>
-Verrà diverso il cielo chi trasmuterà
-gran parte dell’Africa, che si mostra a esso
-cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa
-inverso l’Africa; e quelle delle provincie
-Scitiche si mescoleranno insieme con gran
-rivoluzione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-</p>
-
-<h3>XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO
-LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE MONTAGNE,
-E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E
-DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE IL MARE.</h3>
-
-<p>
-Le grandissime montagne, ancorachè sieno
-remote da’ marini liti, scacceranno il mare
-dal suo sito.
-</p>
-
-<h3>XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E
-MISTA CON TERRA, E DELLA POLVERE E
-NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO
-MISTO COL SUO <span class="inl-note">[Sott.: elemento]</span> E ALTRI CON CIASCUNO.</h3>
-
-<p>
-Vedrassi tutti li elementi insieme misti
-con gran rivoluzione, trascorrere ora inverso
-il centro del mondo, ora inverso il
-cielo, e quando dalle parti meridionali scorrere
-con furia inverso il freddo settentrione,
-qualche volta dall’oriente inverso l’occidente,
-e così da questo in quell’altro emisperio.
-</p>
-
-<h3>XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE
-CHE SCORRERÀ IN PONENTE.</h3>
-
-<p>
-Vedrannosi le parti orientali discorrere
-nell’occidentali, e le meridionali in settentrione,
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-avviluppandosi per l’universo con
-grande strepito e tremore o furore.
-</p>
-
-<h3>XXIV. — DELLA NOTTE
-CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.</h3>
-
-<p>
-Verrà a tanto che non si conoscerà differenza
-in fra’ colori, anzi si faran tutti di
-nera qualità.
-</p>
-
-<h3>XXV. — DEL FOCO.</h3>
-
-<p>
-Nascerà di piccolo principio chi si farà
-con prestezza grande; questo non stimerà
-alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza
-quasi il tutto avrà in potenza di trasformare
-il suo essere in un altro.
-</p>
-
-<h3>XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL
-FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO,
-CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO
-CIELO.</h3>
-
-<p>
-I raggi solari accenderanno il foco in
-terra, col quale s’infocherà ciò ch’è sotto
-il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento,
-ritorneranno in basso.
-</p>
-
-<h3>XXVII. — TRACCIA.</h3>
-
-<p>
-Restaci il moto, che separa il motore
-dal mobile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-</p>
-
-<h3>XXVIII. — DEI PIANETI.</h3>
-
-<p>
-E molti terrestri e acquatici animali
-monteranno fra le stelle: — cioè pianeti.
-</p>
-
-<h3>XXIX. — DEL CONSIGLIO.</h3>
-
-<p>
-E colui che sarà più necessario a chi
-avrà bisogno di lui, sarà sconosciuto, cioè
-più sprezzato.
-</p>
-
-<h3>XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.</h3>
-
-<p>
-La cosa malvagia e spaventevole darà
-di sè tanto timore appresso a detti omini
-che come matti, credendo fuggirla, concorreranno
-con veloce moto alle sue smisurate
-forze.
-</p>
-
-<h3>XXXI. — DELLA BUGIA.</h3>
-
-<p>
-Tutte le cose, che nel verno fien nascoste
-sotto la neve, rimarranno scoperte e palesi
-nell’estate: — detta per la bugìa, che
-non può stare occulta.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-</p>
-
-<h2 id="facez">LE FACEZIE.</h2>
-
-<h3>I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Usano i frati minori, a certi tempi, alcune
-loro quaresime, nelle quali essi non mangiano
-carne ne’ lor conventi; ma in viaggio,
-perchè essi vivono di limosine, hanno licenzia
-di mangiare ciò che è posto loro
-innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi,
-una coppia d’essi frati a un’osteria, in compagnia
-d’un certo mercantuolo, il quale,
-essendo a una medesima mensa, alla quale
-non fu portato, per la povertà dell’osteria,
-altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo,
-vedendo questo essere poco per
-lui, si volse a essi frati, e disse: — se io ho
-ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì
-ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle
-quali parole i frati furono costretti,
-per la lor regola, sanza altre cavillazioni,
-a dire ciò essere la verità: onde il mercantuolo
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-ebbe il suo desiderio; e così, si mangiò
-essa pollastra; e i frati feciono il meglio
-poterono.
-</p>
-
-<p>
-Ora, dopo tale desinare, questi commensali
-si partirono tutti e tre di compagnia;
-e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume
-di bona larghezza e profondità, essendo tutti
-e tre a piedi, — i frati per povertà e l’altro
-per avarizia, — fu necessario, per l’uso della
-compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi,
-passasse sopra i sua omeri esso mercantuolo:
-onde datoli il frate a serbo i
-zoccoli, si caricò di tale omo.
-</p>
-
-<p>
-Onde accadde che, trovandosi esso frate
-in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò
-de la sua regola; e fermatosi, a uso di San
-Cristofano, alzò la testa inverso quello che
-l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, hai
-tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose
-questo, come credete voi che mia pari mercatante
-andasse altrementi attorno? — Ohimè!
-disse il frate, la nostra regola vieta,
-che noi non possiamo portare danari addosso; — e
-sùbito lo gettò nell’acqua. La
-qual cosa conosciuta dal mercatante, facetamente
-la già fatta ingiuria essere vendicata,
-con piacente riso, pacificamente, mezzo
-arrossito por vergogna, la vendetta sopportò.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span>
-</p>
-
-<h3>II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.</h3>
-
-<p>
-Andando un prete per la sua parrocchia
-il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua
-benedetta per le case, capitò nella stanza
-d’un pittore, dove spargendo essa acqua
-sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi
-indirieto, alquanto scrucciato, disse,
-perchè facesse tale spargimento sopra le
-sue pitture. Allora il prete disse essere così
-usanza, e ch’era suo debito il fare così, e
-che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare
-bene e meglio, che così promettea Dio,
-e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se
-n’avrebbe di sopra per ogni un cento.
-</p>
-
-<p>
-Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse
-fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò
-un gran secchione d’acqua addosso a esso
-prete, dicendo: — ecco che di sopra ti viene
-per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe
-del bene, che mi facevi colla tua
-acqua santa, colla quale m’hai guasto mezzo
-le mie pitture.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO
-AD UN SIGNORE.</h3>
-
-<p>
-Uno artigiano, andando spesso a visitare
-uno signore, sanza altro proposito dimandare
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-al quale <span class="inl-note">[senza che nulla gli occorresse da chiedergli]</span>, il signore domandò quello,
-che andava facendo. Questo disse, che veniva
-lì per avere de’ piaceri, che lui aver
-non potea; perocchè volentieri vedova omini
-più potenti di lui, come fanno i popolani,
-ma che ’l signore non potea vedere, se non
-omini di men possa di lui: per questo i
-signori mancano d’esso piacere.
-</p>
-
-<h3>IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.</h3>
-
-<p>
-Uno, volendo provare colla autorità di
-Pitagora, come altre volte lui era stato al
-mondo, e uno non li lasciava finire il suo
-ragionamento; allor costui disse a questo
-tale: — e per tale segnale, che io altre volte
-ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora
-costui, sentendosi mordere
-colle parole, gli confermò essere vero, che
-per questo contrassegno lui si ricordava che
-questo tale era stato l’asino, che gli portava
-la farina.
-</p>
-
-<h3>V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.</h3>
-
-<p>
-Fu dimandato un pittore perchè, facendo
-lui di figure sì belle che eran cose morte,
-per che causa esso avesse fatti i figlioli sì
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-brutti. Allora il pittore rispose, che le pitture
-le fece di dì e i figlioli di notte.
-</p>
-
-<h3>VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.</h3>
-
-<p>
-Uno lasciò lo usare con uno suo amico,
-perchè quello spesso li diceva male delli
-amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì,
-dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi,
-lo pregò che li dicesse quale fusse la
-cagione, che lo avesse fatto dimenticare
-tanta amicizia. Al quale esso rispose: — io
-non voglio più usare con teco per ch’io ti
-voglio bene, e non voglio che, dicendo tu
-male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano
-come me a fare trista impressione
-di te, dicendo tu a quelli male di me tuo
-amico; onde non usando noi più insieme
-parrà che noi siamo fatti nimici, e per il
-dire tu male di me, com’è tua usanza, non
-sarai tanto da essere biasimato, come se noi
-usassimo insieme.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>VII. — DETTO DI UN INFERMO.</h3>
-
-<p>
-Sendo uno infermo in articulo di morte,
-esso sentì battere la porta, e domandato uno
-de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio,
-<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span>
-esso servo rispose esser una, che si chiamava
-madonna Bona. Allora l’infermo alzate
-le braccia ringraziò Dio con alta voce;
-poi disse ai servi che lasciassero venire
-presto questa, acciocchè potesse vedere una
-donna bona innanzi che esso morisse, imperocchè
-in sua vita mai ne vide nessuna.
-</p>
-
-<h3>VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.</h3>
-
-<p>
-Fu detto a uno che si levasse dal letto,
-perchè già era levato il sole, e lui rispose: — se
-io avessi a fare tanto viaggio e faccende
-quanto lui, ancora io sarei già levato, e però,
-avendo a fare sì poco cammino, ancora non
-mi voglio levare.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>IX. — ARGUZIA.</h3>
-
-<p>
-Uno vedendo una femmina parata a tener
-tavola in giostra, guardò il tavolaccio, e gridò
-vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è
-troppo picciol lavorante a sì gran bottega!&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.</h3>
-
-<p>
-Uno vede una grande spada allato a un
-altro, e dice: — o poverello! ell’è gran
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-tempo ch’io t’ho veduto legato a questa
-arme: perchè non ti disleghi, avendo le mani
-disciolte e possiedi libertà? — Al quale costui
-rispose: — questa è cosa non tua, anzi
-è vecchia. — Questi, sentendosi mordere, rispose: — io
-ti conosco sapere sì poche cose
-in questo mondo, ch’io credevo che ogni
-divulgata cosa a te fussi per nova.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.</h3>
-
-<p>
-Uno disputando, e vantandosi di saper
-fare molti varî e belli giochi, un altro de’ circostanti
-disse: — io so fare uno gioco, il
-quale farà trarre le brache a chi a me parrà. — Il
-primo vantatore, trovandosi sanza brache: — che
-no, disse, che a me non le farai
-trarre! E vadane un paro di calze. — Il proponitore
-d’esso gioco, accettato lo ’nvito,
-improntò <span class="inl-note">[si procacciò]</span> più para di brache, e trassele
-nel volto al mettitore delle calze, e vinse
-il pegno.
-</p>
-
-<h3>XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.</h3>
-
-<p>
-Uno disse a un suo conoscente: — tu hai
-tutti li occhi trasmutati in istrano colore. — Quello
-li rispose intervenirli spesso: — ma
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-tu non ci hai posto cura. — E quando t’addivien
-questo? — Rispose l’altro: — ogni
-volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso
-strano, per la violenza ricevuta da sì gran
-dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in
-istrano colore.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XIII. — LA STESSA.</h3>
-
-<p>
-Uno disse a un altro: — tu hai tutti li
-occhi mutati in istran colore.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Quello li rispose: — egli è perchè i mia
-occhi veggono il tuo viso strano.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XIV. — MOTTO.</h3>
-
-<p>
-Uno disse, che in suo paese nasceva le
-più strane cose del mondo. L’altro rispose: — tu
-che vi se’ nato, confermi ciò esser
-vero, per la stranezza della tua brutta presenza.&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XV. — FACEZIA DI UN PRETE.</h3>
-
-<p>
-Una lavava i panni, e pel freddo avea
-i piedi molto rossi; e passandole appresso
-uno prete, domandò, con ammirazione, donde
-tale rossezza derivassi; al quale la femmina
-subito rispose che tale effetto accadeva, perchè
-ella avea sotto il foco. Allora il prete
-mise mano a quello membro, che lo fece
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-essere più prete che monaca, e, a quella accostandosi,
-con dolce e sommessiva voce,
-pregò quella che ’n cortesia li dovessi un
-poco accendere quella candela.
-</p>
-
-<h3>XVI. — FACEZIA.</h3>
-
-<p>
-Uno, andando a Modana, ebbe a pagare
-5 soldi di Lira di gabella della sua persona.
-Alla qual cosa cominciato a fare gran romore
-e ammirazione, attrasse a sè molti circostanti;
-i quali domandando donde veniva
-tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh!
-non mi debbo io maravigliare? conciossia
-che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi
-di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro
-il c..., ebbi a pagare 10 ducati d’oro, e qui
-metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì
-piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città,
-e chi la governa!&nbsp;—
-</p>
-
-<h3>XVII. — MOTTO ARGUTO.</h3>
-
-<p>
-Due camminando di notte per dubbiosa
-via, quello dinanzi fece grande strepito col
-culo; e disse l’altro compagno: — or veggo
-io ch’i’ son da te amato. — Come? disse
-l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la
-coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda
-da te.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-</p>
-
-<h3>XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE
-A UN VECCHIO.</h3>
-
-<p>
-Dispregiando un vecchio pubblicamente
-un giovane, mostrando audacemente non temer
-quello, onde il giovane li rispose che
-la sua lunga età li faceva migliore scudo
-che la lingua o la forza.
-</p>
-
-<h3>XIX. — FACEZIA.</h3>
-
-<p>
-Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.
-</p>
-
-<div class="footnotes">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-</p>
-
-<h2 id="note">NOTE.</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De illustratione urbis Florentiæ</i>, Parigi, 1583,
-pag. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arch. Storico Italiano.</i> Firenze, 1672, serie III,
-vol. XVI, pag. 222.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i> (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379,
-vol. IV, pag. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Ric. int. a L. d. V.</i> Torino, Loescher,
-1896, pag. 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">L. d. V.</span>, <i>The literary works</i> (ed. Richter). Vol. II,
-pag. 395-396.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Pacioli</span>, <i>Divine proportione</i>. Venezia, 1509,
-c. I v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Luzio</span>, <i>I precettori d’Isabella d’Este</i>, Ancona,
-Morelli, 1887.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ricordi.</i> Venezia, 1555, c. 51 v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 18, 49.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Anonimo</span>, <i>Breve vita. Arch. Storico Italiano</i>, serie
-III, vol. XVI, pag. 226.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 50-51, 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Libri</span>, <i>Histoire des sciences mathém. en Italie</i>.
-Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Paolo dal Pozzo Toscanelli</i>, Roma, Rac.
-Colomb., 1894 pag. 520.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 50-51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Vasari</span>, <i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Solmi</span>, <i>Studî sulla filosofia naturale di L. d. V.</i>
-Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. <i>G</i>, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano
-de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora
-da Roma, per andare a sposare la moglie in
-Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo
-ciò, partì ed andò in Francia.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arch. Storico Italiano</i>, serie III, vol. XVI,
-pag. 226.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Ricerche intorno a L. d. V.</i> Roma, Salviucci,
-1884, pag. 459.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. <i>Atti della R. Accademia dei Lincei</i>. Roma, 1876,
-serie II, vol. III, pag. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bossi</span>, <i>Del Cenacolo di L. d. V.</i> Milano, Stamperia
-Reale, 1810, pag. 19-22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arch. Storico Italiano</i>, serie III, vol. XVI,
-pag. 222.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 21, 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bandello</span>, <i>Novelle</i>. Londra, Harding, 1740,
-vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello
-fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie.
-Cfr. <span class="smcap">Quetif</span> et <span class="smcap">Echard</span>, <i>Script. Ord. Prædicat.</i>,
-vol. II, pag. 155.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 28-29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Du Fresne</span>, <i>Il trattato detta pittura di L. d. V.</i>
-Parigi, 1651.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontri la <span class="smcap">Tavola delle sigle</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda: <i>Qui incomincia el Tesoro di</i>
-<span class="smcap">Brunetto Latino</span> <i>di Firense, e parla del
-nascimento e della natura di tutte le cose</i>. Treviso,
-1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841.
-Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo
-attinge la materia di questa favola.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La leggenda qui narrata da Leonardo
-non ha nessun fondamento storico, e si deve
-far risalire probabilmente al <i>Tractato de le
-piu maravigliose cosse e piu notabile che si
-trovano in le parte del mondo, redute e collecte
-sotto brevità in el presente compendio dal
-strenuissimo cavalieri speron doro Johanne
-de</i> <span class="smcap">Mandavilla</span>. Milano, 1480. Folio <i>g.</i> 3 vº,
-opera che il Vinci stesso ricorda in una nota
-del <i>Codice Atlantico</i>: folio 207 rº. Per analoghe
-leggende si veda <span class="smcap">Prideaux</span>, <i>Life of
-Mahomet</i>. Pag. 82 e seg.; <span class="smcap">A. D’Ancona</span>, <i>La
-leggenda di Maometto in Occidente</i>. Giorn.
-Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897.
-Vol. XIII, pag. 238.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda: <i>Fiore di virtù che tratta tutti
-i vitti humani, et come si deve acquistare la
-virtù</i>. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-ricordato da Leonardo nel <i>Codice Atlantico</i>:
-folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto
-il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo
-si veda: <span class="smcap">A. Springer</span>, <i>Ueber den Physiologus
-des Leonardo da Vinci</i>, in <i>Berichte
-über die Verhandlung der k. sächs. Gesell.
-d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe</i>.
-Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e <span class="smcap">Goldstaub</span> und
-<span class="smcap">Wendriner</span>, <i>Ein tosco-venezianischer Bestiarius</i>.
-Halle, 1892. Pag. 240-254; <i>Anhang
-zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des
-Leonardo da Vinci</i>, che riavvicina al testo
-del manoscritto <i>H</i> passi di Solino, di Alberto
-Magno, di Ugo da San Vittore, di
-Vincenzo di Beauvais, del Neckam.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fior di virtù</i>, Roma, 1740. Cap. III,
-pag. 22-23: <i>Del vizio dell’invidia appropriato
-al nibbio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. IV, pag. 26: <i>Dell’allegrezza
-appropriata al gallo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. V, pag. 29: <i>Del vizio della tristizia
-appropriato al corbo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. VII, pag. 34: <i>Della virtù della
-pace appropriata al castoro</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. VIII, pag. 37-38: <i>Del vizio dell’ira
-appropriato all’orso</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. IX, pag. 43: <i>Della virtù della
-misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli
-dell’uccello ipega</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XII, pag. 58: <i>Del vizio dell’avarizia
-appropriato alla botta</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Donde Leonardo abbia tratta questa
-allegoria non mi è stato dato di determinare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fior di virtù</i>, cap. X, pag. 47: <i>Del vizio
-della crudeltà appropriato al basilisco</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XI, pag. 50: <i>Della virtù della
-liberalità appropriata all’aquila</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XIII, pag. 62-63: <i>Della correzione
-appropriata al lupo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XIV, pag. 66: <i>Della lusinga
-appropriata alla sirena</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XV, pag. 69-70: <i>Della prudenza
-appropriata alla formica</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XVI, pag. 76-77: <i>Della pazzia
-appropriata al bue salvatico</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XVII, pag. 79-80: <i>Della giustizia
-appropriata al re delle api</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXI, pag. 98-99: <i>Della verità
-appropriata alla pernice</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XIX, pag. 91: <i>Della lialtà appropriata
-alla grua</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XX, pag. 95: <i>Della falsità appropriata
-alla volpe</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXII, pag. 102: <i>Della bugia
-appropriata alla topinara</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXIV, pag. 109: <i>Del timore
-appropriato alla lepre</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXV, pag. 111: <i>Della magnanimità
-appropriata al girifalco</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXVI, pag. 112-113: <i>Della
-vanagloria appropriata allo pavone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXVII, pag. 115-116: <i>Della
-constanzia appropriata alla fenice</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXVIII, pag. 117-118: <i>Della
-incostanzia appropriata alla rondine</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXIX, pag. 120-121: <i>Della
-temperanza appropriata al cammello</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXX, pag. 125: <i>Della intemperanza
-appropriata al liocorno</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXI, pag. 128: <i>Della umiltà
-appropriata allo agnello</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXII, pag. 133: <i>Della superbia
-appropriata al falcone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXIII, pag. 137: <i>Dell’astinenza
-appropriata all’asino salvatico</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXIV, pag. 139: <i>Della gola
-appropriata all’avvoltoio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXV, pag. 141: <i>Della castità
-appropriata alla tortora</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXVI, pag. 146: <i>Della lussuria
-appropriata al pipistrello</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, cap. XXXVII, pag. 152-153: <i>Della
-moderanza appropriata all’ermellino</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda: <span class="smcap">Cecco Asculano</span>, <i>Lacerba</i>.
-Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº
-e vº: <i>Aquila</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: <i>De
-la natura de lumerpa</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. V, folio 33 rº: <i>De la
-natura de plicano</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: <i>De
-quatro animali che vivono de quattro elementi
-et primo de salamandra</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: <i>De
-cameleone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VII: <i>Alepo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VIII: <i>De la natura
-del struzo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. X, folio 34 vº: <i>De la
-natura del cygno</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: <i>De
-la natura de la cicogna</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº:
-<i>De la natura de la cichada</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: <i>De
-la natura del basalisco</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e
-41 rº: <i>Del aspido</i>. — <i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXII,
-folio 41 rº: <i>Del dracone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº:
-<i>De la vipera</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº
-e 42 rº: <i>Del scorpione</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº:
-<i>Del crocodilo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº:
-<i>Del botto</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa allegoria sembra originale di
-Leonardo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa allegoria sembra originale di
-Leonardo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda la <i>Historia naturale di</i> <span class="smcap">Caio
-Plinio Secondo</span> <i>tradocta di lingua latina in
-florentina per Cristoforo Landino</i>. Venezia,
-1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera
-che Leonardo ricorda, con la parola <i>Plinio</i>,
-nel <i>Codice Atlantico</i>: folio 207 rº; e nel <i>Codice
-Trivulziano</i>: folio 3 rº.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda <span class="smcap">C. Plinii Secundi</span> <i>Naturalis
-Historia</i> (ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866;
-e per le discussioni, che si sono levate a
-proposito della diretta derivazione di questi
-passi da Plinio, si veda <span class="smcap">Goldstaub</span> und <span class="smcap">Wendriner</span>,
-<i>Ein tosco-venezianischer Bestiarius</i>,
-pag. 245-247.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In Plinio non mi fu dato di riscontrare
-il testo di questo simbolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">C. Plinii</span> <i>Nat. hist.</i>, lib. VIII, cap. I,
-pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49;
-cap. XII, pag. 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non mi è stato dato di precisare con
-esattezza la fonte di questo simbolo.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. <span class="smcap">C. Plinii</span> <i>Nat. hist.</i>, lib. X,
-cap. LXXIII, pag. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60
-(67-69).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67).
-Si noti nel brano di Leonardo la confusione
-fra le parole <i>tigre</i> e <i>pantera</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63
-(86-88).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65
-(97-98).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65
-(98-99).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65
-(99-100).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66
-(100-101).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66
-(101-102).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La profonda osservazione, contenuta
-in questo passo, è stata suggerita a Leonardo
-dalle contraddizioni e incertezze, in
-cui s’era avvolta la meccanica presso gli
-antichi. La leva archimedea non essendo
-una verga solida, ma una linea geometrica,
-poteva fornire agli investigatori soltanto
-dei risultati matematici e astratti; più tardi
-gli antichi, incautamente, fusero e confusero
-i dati della aritmetica coi dati della esperienza,
-rendendo così più acuto quel contrasto
-fra l’ideale e il reale, che la scienza
-greco-romana non riuscì a comporre. Il
-Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete
-e legislatrice della natura, attenua
-qui il proposito di voler correggere, con
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-critica investigazione, le cifre discordanti,
-offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche
-dell’antica e della nuova scienza:
-<span class="smcap">Höffding</span>, <i>Geschichte der neueren Philosophie</i>.
-Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E
-su Leonardo: <span class="smcap">Dühring</span>, <i>Kritische Geschichte
-der allgemeinen Prinzipien der Mechanik</i>.
-Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo passo, o più esattamente il
-seguente, che vi è contenuto, e attinto al
-<span class="smcap">Valturio</span>, <i>De re militari libri XII ad Sigismundum
-Pandulfum Malatestam ........
-edente Paulo Ramusio</i>. Verona, 1483. Pag. 12;
-opera da Leonardo ricordata nel <i>Codice
-Atlantico</i>: folio 207 rº, con la indicazione:
-<i>De re militari</i>. Non hanno quindi nessuna
-ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing
-in <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary works of Leonardo
-da Vinci</i>. London, 1883. Vol. I, pag. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda ancora: <span class="smcap">Valturio</span>, <i>De re militari</i>.
-Pag. 12, donde questo frammento è
-stato tradotto parola a parola.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il passo qui riferito precede le splendide
-pagine di Leonardo contro l’ipotesi
-filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente
-la figura di ciascuno dei cinque
-poliedri regolari (<i>figuræ mundanæ</i>) agli elementi
-della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul
-valore matematico di questo
-concetto, si veda lo <span class="smcap">Chasles</span>, <i>Aperçu historique
-sur l’origine et sur le développement
-des méthodes en géométrie</i>, Paris, 1875,
-pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-relativi, i miei <i>Studî sulla filosofia naturale di
-Leonardo da Vinci</i>. Modena, 1898, pag. 88-89.
-Per le fonti cfr. <span class="smcap">Luca Pacioli</span>, <i>Divina proporzione</i>.
-Venezia, 1509. Pag. <span class="smcap lowercase">LV</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leonardo, nelle sue ricerche lente e
-faticose sulla caduta dei gravi, non giunse
-alla determinazione di quella legge degli
-spazi proporzionali ai quadrati dei tempi,
-che rese immortale Galileo Galilei. Il principio
-qui espresso è che il peso cadente è
-soggetto ad una forza di accelerazione costante,
-la quale fa sì che l’aumento della
-distanza fra i gravi discendenti è eguale e
-proporzionale ai tempi della caduta. Intorno
-alle investigazioni di Leonardo sulla discesa
-dei gravi si veda il <span class="smcap">Venturi</span>, <i>Essai sur les
-ouvrages phisico-mathématiques de Léonard
-de Vinci</i>. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine
-del <span class="smcap">Caverni</span>, <i>Storia del metodo sperimentale
-in Italia</i>. Firenze, 1895. Vol. IV,
-pag. 69-80.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tale concetto intorno ai moti equabili,
-tratto dalla meccanica aristotelica
-(<i>Quæstiones mechanicæ</i>. Opera. Venezia, 1560.
-Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci
-nei limiti naturali: «Se una potenza moverà
-un corpo in alquanto tempo un alquanto
-spazio, la medesima potenza moverà
-la metà di quel corpo nel medesimo tempo
-due volte quello spazio, ovvero la medesima
-virtù moverà la metà di quel corpo per tutto
-quello spazio nella metà di quel tempo.»
-Manoscritto <i>F</i>, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo
-<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span>
-combatte nel frammento LXII è l’arbitraria
-estensione della legge al di là di
-ogni esperienza e di ogni possibilità di natura,
-è la tendenza ingenita in certe menti
-irrequiete di dar forma metafisica alle leggi
-fisiche, di applicare la vuota astrattezza del
-termine <i>in infinito</i> alla natura manifestantesi
-nello spazio e nel tempo finito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il frammento è stato compiutamente
-frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione
-della parola <i>frate</i> alla parola <i>fructo</i>, che si
-trova realmente nel manoscritto. (<i>Les manuscrits
-de Léonard de Vinci. Manuscrits
-F et I de la bibliothèque de l’Institut.</i> Paris,
-1889. <i>F</i>, folio 72 vº.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leonardo ha tradotto questo passo
-parola a parola dalla <i>Prospettiva</i> di <span class="smcap">Giovanni
-Pecckham</span> († 1292). Si veda in fatti:
-<i>Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi
-Cantuariensis fratris ordinum minorum</i>.
-Milano, s. d., folio a, 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo le dottrine aristoteliche, era
-concesso alla mente umana di conoscere la
-natura dei quattro elementi terra, acqua,
-aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza
-del grave col leggero, dell’umido col
-secco, principî ultimi componenti la molteplice
-varietà delle cose. Si veda <span class="smcap">Aristotile</span>,
-<i>De cœlo</i>. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega
-qui la possibilità di conoscere la natura degli
-elementi, che compongono la realtà esterna;
-come altrove (<i>Codice Atlantico</i>, folio 79 rº,
-pag. 187) aveva negato, a somiglianza del
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-suo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità
-di giungere alla conoscenza di elementi
-primitivi in generale. Cfr. <span class="smcap">Lasswitz</span>,
-<i>Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis
-Newton</i>. Hamburg und Leipzig, 1890. I,
-pag. 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Son qui profondamente intravveduti
-gli effetti di quella coesione intermolecolare,
-che fa che la gocciola d’acqua assume forma
-sferica intorno al centro della propria figura;
-e gli effetti di quella più vasta attrazione,
-che tiene raccolto l’elemento liquido intorno
-al centro della Terra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leonardo ricorda nel <i>Codice Atlantico</i>,
-folio 207 rº, con la parola <i>Justino: Il
-libro di</i> <span class="smcap">Justino</span>, <i>posto diligentemente in materna
-lingua da Girolamo Squarzafico</i>. Venezia,
-1477; libro che gli ispirava questo
-memorabile frammento. Si veda <span class="smcap">G. d’Adda</span>,
-<i>Leonardo da Vinci e la sua libreria</i>. Milano,
-1872; e <i>The literary works of Leonardo
-da Vinci</i>. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pag. 108.</i> Piero di Braccio Martelli, ricordato
-altrove dal Vinci (codice del <i>British
-Museum</i>: folio 202 vº. Cfr. <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary
-works</i>, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino
-di grande integrità, ma matematico
-insigne, singolare ragione perchè fosse caro
-a Leonardo. Sul principio del secolo XVI,
-benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere
-al Poccianti, egli compose: <i>Libri quattuor
-in Mathematicas disciplinas, Epistolæ
-plures et elegantes, Epigrammata non pauca
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-et acutissima</i>; opere, che, smarrite durante
-il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto
-un nuovo esempio di quella efficacia, che
-Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici
-del tempo suo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La legge affermata qui da Leonardo
-è quella stessa che il Galilei dichiarava nei
-<i>Dialoghi delle scienze nuove</i> (<i>Opere</i>, ed. Albèri.
-Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo
-in varî modi, deviato per obbliquità di
-rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli
-avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza
-altro impedimento: «Ogni movimento fatto
-dalla forza, scrive col suo stile limpido e
-conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso,
-quanto è la proporzione della cosa mossa
-con quella che muove; e, se ella troverà
-resistente opposizione, finirà la lunghezza
-del suo debito viaggio per circolar moto
-o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali,
-computato il tempo e il viaggio, fia come
-se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.»
-Manoscritto <i>A</i>, folio 60 vº.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leonardo accetta in questo frammento
-il principio che la visione si compia
-nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile
-o matematico. (Cfr. <span class="smcap">Vitellone</span>, <i>Optica
-edente Fred. Rixnero</i>. Norimberga, 1535,
-libro ricordato da Leonardo nel <i>Codice Atlantico</i>,
-folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi,
-nel progresso delle sue ottiche investigazioni,
-che egli giunse alla razionale convinzione
-dell’esistenza di una superficie sensibile
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-alla luce e ai colori, cioè a quella che
-oggi si chiama <i>la retina</i>. Grandiosa conclusione,
-alla quale è portato da una serie di
-scoperte non meno grandiose, raccolte nel
-manoscritto <i>D</i>, e disperse nei manoscritti
-<i>F, K, E</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La fonte per le notizie sulle idee di
-Pitagora intorno all’armonia delle sfere si
-deve ritenere, in ultima analisi, il <i>De Cœlo</i>
-d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il
-Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni
-peripatetiche. Secondo la filosofia
-pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente,
-genera un suono; i corpi celesti, nel
-loro eterno movimento, producono anch’essi
-una serie di suoni, la di cui altezza varia
-secondo la velocità e la velocità secondo la
-distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono,
-secondo i pitagorei, agli intervalli dei
-suoni nell’ottava. — Si veda <span class="smcap">Zeller</span>, <i>Geschichte
-der Philosophie der Griechen in ihrer
-geschichtlichen Entwicklung</i>. Tubinga, 1869.
-Vol. I, pag. 398 e 399.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leonardo si riferisce alla <i>Spera</i> di
-<span class="smcap">Goro Dati</span> [Firenze, 1478] e agli <i>Hymni et
-epigrammata</i> di <span class="smcap">Michele Tarcaniota (Marullo)</span>
-[Firenze, 1497]. Nella prima di queste
-due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla
-22ª, sono dedicate alle lodi del sole:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chiaro splendore e fiamma rilucente,</p>
-<p class="i01">Sopra tutt’altre creatura bella, ec.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni
-simili a quelle usate dal Vinci.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-</p>
-
-<p>
-Negli <i>Hymni et epigrammata</i> del Marullo,
-il secondo dei <i>Libri hymnorum naturalium</i>
-si apre coll’inno al sole:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Quis novus hic animis furor incidit, unde repente</i></p>
-<p class="i01"><i>Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?</i> ec.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Le notizie, che seguono nei frammenti L,
-LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono
-tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo
-nomina una sola volta di seconda mano, dal
-<i>El libro de la vita de philosophi e delle loro
-elegantissime sententie extracte da</i> <span class="smcap">Diogene
-Lahertio</span> <i>e da altri antiquissimi auctori</i>. Venezia,
-1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II,
-pag. 223).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il tentativo d’incanalare l’Arno per
-bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni,
-già suggerito da Luca Fancelli (si veda
-<span class="smcap">G. Uzielli</span>, <i>La vita e i tempi di Paolo dal
-Pozzo Toscanelli</i>. Roma, 1890, pag. 520), conduce
-il Vinci, dal campo strettamente pratico,
-ai più alti problemi di idraulica e di geologia.
-Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa
-e Montelupo, formava in antico un altissimo
-argine, separatore di due vasti laghi,
-l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle
-acque dolci (si veda il frammento LXXXI).
-Secondo <span class="smcap">Giovanni Villani</span> († 1348), lontano
-ancora da ogni idea di dinamica terrestre,
-la mano provvida dell’uomo avrebbe
-spezzata questa diga, onde lasciare libero
-il transito al fiume (Cfr. <i>Croniche di Giovanni,
-Matteo e Filippo Villani</i>. Trieste, 1861); Leonardo
-vede nell’opera lenta dell’acqua la
-causa del benefico effetto. Alte e feconde
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-sono le conclusioni che il Vinci seppe trarre
-da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze
-del tempo (cfr. <span class="smcap">Francesco Patrizzi</span>,
-<i>De antiquorum rethorica</i>. Venezia, 1562)
-erano radicate così profondamente nell’anima
-dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo,
-<span class="smcap">Antonio Vallisnieri</span> (<i>Opere fisico-mediche</i>.
-Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il
-padre della moderna scienza geologica, ne sa
-assai meno di lui intorno all’esistenza delle
-conchiglie fossili e intorno alla meccanica
-delle trasformazioni terrestri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il problema della fine della vita nel
-mondo preoccupa, come può scorgersi dai
-frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo
-da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione
-è che egli, senza ricorrere ad una
-volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento
-degli esseri come una naturale
-conseguenza del successivo operare delle
-forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano
-trarre dal trasformarsi lento e continuo
-della superficie terrestre: nel corso dei
-secoli le acque si troveranno rinserrate nel
-fondo di voragini senza fine, per il lavorío
-dei fiumi che approfondiscono il proprio
-letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà
-in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi
-dei monti, in causa del dispogliamento del
-terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi
-è toccata e combattuta da <span class="smcap">Aristotele</span> nei
-<i>Libri metheorologici</i>, lib. II, cap. I, § 1. Cfr.
-lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse
-qui dal Vinci.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo <span class="smcap">Anassagora</span>, ogni cosa nel
-mondo è composta da una somma di componenti
-della stessa natura dell’intero, chiamati
-da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]):
-questi principî ultimi si trovano sparsi da
-per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano
-nella composizione di ogni essere inorganico
-e organico. Si veda <span class="smcap">Zeller</span>, <i>Gesch.
-der Philosophie der Griechen</i>. I, pag. 875-885.
-Le medesime espressioni del frammento di
-Leonardo si trovano nel <i>De umbris idearum</i>,
-Berlino, 1868, pag. 28, del <span class="smcap">Bruno</span>, e risalgono
-probabilmente a <span class="smcap">Lucrezio</span>, <i>De rerum
-natura</i>, lib. I, v. 830 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veda: <span class="smcap">Roberto Valturio</span>, <i>De re
-militari</i>. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto
-il frammento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le notizie su queste costumanze dei
-selvaggi sono state tratte dal <span class="smcap">Mandavilla</span>,
-<i>Tractato de le più maravigliose cosse e più
-notabili che si trovano in le parti del mondo</i>.
-Milano, 1480, folio <i>l</i> 4 rº: «e se sono grassi
-di subito li mangiano, e se sono magri li
-fano ingrassare.» L’opera del <span class="smcap">Platina</span> qui
-citata è il <i>De la honesta voluptate et valetudine
-et de li obsonij</i>. Venezia, 1487, ricordata
-nel <i>Codice Atlantico</i> con le parole:
-<i>De onesta voluptà</i>, folio 207 rº.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <i>codice</i>, nel quale si trova questo
-frammento, contiene, quasi esclusivamente,
-note intorno al trattato <span class="smcap">Di luce ed ombra</span>.
-Il <i>cavallo</i>, di cui qui si parla, è il modello
-per la statua equestre a Francesco Sforza.
-<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span>
-<i>Jacomo Andrea</i>, nella casa del quale Leonardo
-si reca a cena con il discepolo suo
-<i>Giacomo</i>, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore
-di Vitruvio e architetto di alto
-grido, che morì, ucciso per ordine del generale
-Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr.
-<span class="smcap">G. Uzielli</span>, <i>Ricerche intorno a Leonardo da
-Vinci</i>. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382).
-<i>Marco</i> è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo
-del Vinci. <i>Galeazzo Sanseverino</i>, in
-casa del quale Leonardo dirige quella giostra,
-che rimase poi sempre famosa in Milano
-(26 gennaio 1491), è il capitano al quale
-Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito
-nel funesto 1499, e profondo conoscitore
-dell’arte militare. <i>Agostino da Pavia</i> è ricordato,
-insieme con Leonardo da Vinci, nella
-lettera che Bartolomeo Calco, segretario
-dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia,
-in occasione del matrimonio di Lodovico con
-Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca
-Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere
-il ritorno degli artisti che si trovavano in
-quella città (8 dicembre 1490:..... <i>Augustino
-et Magistro Leonardo</i>....., cfr. <span class="smcap">Beltrami</span>, <i>Il
-Castello di Milano</i>. Milano, 1895. Pag. 188).
-Finalmente <i>Gian Antonio</i> è l’artista Gian
-Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di
-Leonardo in Milano. L’intero frammento è,
-quasi senza dubbio, un memoriale per il
-risarcimento de’ danni e delle spese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il frammento è di grande importanza
-per la biografia di Leonardo e particolarmente
-per gli anni, che vanno dal 1513
-<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span>
-al 1515. <i>Maestro Giovanni degli Specchi</i> e gli
-altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti
-o meccanici tedeschi, della cui opera
-il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici
-disegni di strumenti, come per esempio
-il memorabile tornio ovale (si veda:
-<i>Codice Atlantico</i>, folio 121 rº: <i>fa fare il
-tornio ovale al Tedesco</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pag. 228.</i> Non si può negare, come fa incautamente
-il <span class="smcap">Richter</span> (<i>The literary works
-of Leonardo da Vinci</i>. Vol. II, pag. 413), la
-possibilità di una simile costumanza presso
-gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza
-che possediamo delle pratiche superstiziose
-popolari, soggiacenti ai principî
-più alti delle religioni asiatiche. Ma è più
-probabile, e nello stesso tempo più naturale,
-che il Vinci si riferisca, con le parole: <i>come
-ancora in alcuna regione dell’India</i>; alle notizie
-che cominciavano a diffondersi sul principio
-del secolo XVI in Europa intorno agli
-usi dei popoli americani: e allora le sue parole
-trovano più di una luminosa conferma
-nelle pagine del <span class="smcap">Frazer</span>, <i>The golden bough — a
-study in comparative religion</i>. Londra, 1890,
-vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’<span class="smcap">Acosta</span>,
-<i>Natural and moral history of the Indies</i>.
-Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il nome di Momboso è adoperato
-per indicare il gruppo del Monte Rosa da
-<span class="smcap">Flavio Biondo</span>, <i>Roma ristaurata ed Italia
-illustrata</i>, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e
-da <span class="smcap">Leandro Alberti</span>, <i>Descrittione di tutta
-<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span>
-Italia</i>. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro
-fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî
-tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì
-e ’l Reno a tramontana, il Danubio over
-Danoja a greco e ’l Po a levante.» (<i>Mss. di
-Leicester</i>, c. 10 rº; <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary
-works</i>. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno
-alla caduta della grandine o «grésil,»
-quella, ancor più importante ed in contrasto
-con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità
-del cielo sereno a grandi altezze,
-confermata più di tre secoli dopo dal
-<span class="smcap">De Saussure</span> per le Alpi, e dall’<span class="smcap">Humboldt</span>
-per le Cordigliere (<span class="smcap">Kaemtz</span>, <i>Cours de météorologie</i>.
-Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano
-a ritenere che Leonardo da Vinci è
-salito oltre i 3000 metri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le descrizioni di Leonardo ritraggono
-per lo più fenomeni realmente osservati. A
-proposito del passo: «onde del mare di
-Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi
-il disegno di un’onda coperta di
-schiuma, che si trova nel manoscritto <i>L</i> e
-la nota che lo accompagna: «fatta al mare
-di Piombino» (anno 1502). <span class="smcap">Leonardo da
-Vinci</span>, <i>Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque
-de l’Institut</i>. Parigi, 1890, vol. V, folio
-6 vº.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La questione del viaggio di Leonardo
-in Oriente, aperta dal <span class="smcap">Richter</span> nella <i>Zeitschrif
-für bildende Kunst.</i> Vienna, 1881,
-vol. XVI, e esaminata a fondo dal <span class="smcap">Douglas
-Freshfield</span> nei <i>Proceedings of the Royal
-<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span>
-Geographical Society</i>. Londra, 1884. Vol. VI,
-pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta,
-neppure proposta nei suoi veri termini.
-Se da una parte la <span class="smcap">Divisione del
-Libro</span> suggerisce l’idea di una narrazione
-fantastica, sia pure condotta con tutta la
-maggiore precisione storica e geografica
-propria del genio di Leonardo; resta sempre
-il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione
-di certi schizzi, grossolani e accurati
-nello stesso tempo, che riproducono uomini
-e cose asiatiche; il senso di certe espressioni
-più vaghe su personaggi e costumi
-orientali, che spuntano inaspettatamente
-nei manoscritti, come rimembranze di cose
-vedute, poste ad esempio di principî prospettici
-o idraulici. La stessa notizia dello
-splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto
-che una riproduzione dai <i>Libri meteorologici</i>
-di <span class="smcap">Aristotele</span>, una rettifica del testo
-Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla
-diretta conoscenza dei luoghi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se si confronta questa specie di abbozzo
-del <i>Cenacolo</i> con l’opera finita, si ritroveranno
-facilmente alcuni degli elementi
-della prima, seconda e terza figura descritte
-nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni);
-nella prima (Giacomo maggiore) e
-nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio
-del coltello; il gruppo dell’uomo che
-parla e di quello che ascolta; l’episodio della
-tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento
-della terza figura a destra del Salvatore
-(Pietro), in quello delle due ultime
-<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span>
-figure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello
-di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla
-tavola e guarda è colla maggiore evidenza
-l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima
-figura a sinistra (Giacomo minore)
-conserva qualche caratteristica delle ultime
-linee del frammento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quale sia la fonte di questa e della
-seguente lettera mi è stato impossibile determinare,
-sebbene qualche punto richiami
-certe espressioni del <i>Morgante maggiore di
-Luigi Pulci</i>. Venezia 1488. Ancora più difficile
-sarebbe precisare lo scopo del contenuto
-di questa narrazione.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span>
-</p>
-
-<h2 id="sommari">SOMMARII E RIFERIMENTI.</h2>
-</div>
-
-<h3>LE FAVOLE.</h3>
-
-<p>
-<a href="#Page_3"><i>Pag. 3.</i></a> L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro.
-R. 1322. — L’acqua. R. 1271. — <a href="#Page_4"><i>4.</i></a> La fiamma
-e la candela. C. A. 67 r. — <a href="#Page_5"><i>5.</i></a> Quelli che s’umiliano,
-sono esaltati. R. 1314. — <a href="#Page_6"><i>6.</i></a> Sul medesimo soggetto.
-C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — <a href="#Page_7"><i>7.</i></a> Il rasoio.
-C. A. 172 v. — <a href="#Page_8"><i>8.</i></a> Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A.
-76 r. — <a href="#Page_9"><i>9.</i></a> Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo.
-C. A. 76 r. — Il cedro e le altre piante. C. A. 76 r. — La
-vitalba. C. A. 76 r. — <a href="#Page_10"><i>10.</i></a> La cattiva compagnia
-trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. — Sul
-medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il
-persico. C. A. 76 r. — <a href="#Page_11"><i>11.</i></a> L’olmo e il fico. C. A.
-76 r. — Le piante e il pero. C. A. 76 r. — <a href="#Page_12"><i>12.</i></a> La rete.
-R. 1314. — Nasce rovina dal seguire il falso splendore.
-C. A. 67 r. — <a href="#Page_13"><i>13.</i></a> Il castagno e il fico. C. A.
-67 r. — <a href="#Page_14"><i>14.</i></a> Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — <a href="#Page_15"><i>15.</i></a>
-La noce e il campanile. C. A. 67 v. — <a href="#Page_16"><i>16.</i></a> Il salice
-e la zucca. C. A. 67 v. — <a href="#Page_19"><i>19.</i></a> L’aquila. C. A.
-67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio. R. 1314. — <a href="#Page_20"><i>20.</i></a>
-L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica
-e il chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto
-e la gatta. H. 51 v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — <a href="#Page_21"><i>21.</i></a>
-<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span>
-L’ostrica e il granchio. C. A. 67 v. — I tordi
-e la civetta. C. A. 67 v. — <a href="#Page_22"><i>22.</i></a> La scimmia e l’uccelletto.
-C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — <a href="#Page_23"><i>23.</i></a>
-Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il
-ragno e il grappolo d’uva. R. 1314. — <a href="#Page_24"><i>24.</i></a> Sul
-medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia. H 44. v. — Il
-villano e la vite. H. 44 v. — <a href="#Page_25"><i>25.</i></a> Leggenda del
-vino e di Maometto. C. A. 67 r. — <a href="#Page_26"><i>26.</i></a> Traccia. R. 1281. — Le
-fiamme e la caldaia. C. A. 116 v. — <a href="#Page_27"><i>27.</i></a> Lo specchio
-e la regina. R. 1324.
-</p>
-
-<h3>LE ALLEGORIE.</h3>
-
-<p>
-<a href="#Page_31"><i>Pag. 31.</i></a> Amore di virtù. H. 5 r. — <a href="#Page_32"><i>32.</i></a> Invidia. — Allegrezza. — Tristezza.
-H. 5 v. — Pace. — <a href="#Page_33"><i>33.</i></a> Ira.
-H. 6 r. — Misericordia over gratitudine. — Avarizia. — <a href="#Page_34"><i>34.</i></a>
-Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H. 7 r. — Liberalità. — Correzione.
-H. 7 v. — <a href="#Page_35"><i>35.</i></a> Lusinghe over
-soie. — Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — <a href="#Page_36"><i>36.</i></a> Verità.
-H. 8 v. — Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — <a href="#Page_37"><i>37.</i></a>
-Bugia. — Timore over viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — <a href="#Page_38"><i>38.</i></a>
-Constanza. H. 10 r. — Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza.
-H. 10 v. — <a href="#Page_39"><i>39.</i></a>
-Umiltà. — Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — <a href="#Page_40"><i>40.</i></a>
-Castità. H. 11 v. — Lussuria. — Moderanza. — Aquila.
-H. 12 r. — <a href="#Page_41"><i>41.</i></a> Lumerpa, fama. H. 12 v. — Pellicano. — Salamandra. — <a href="#Page_42"><i>42.</i></a>
-Camaleon. H. 13 r. — Alepo
-pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — <a href="#Page_43"><i>43.</i></a>
-Cicala. H. 14 r. — Basalisco. — L’aspido, sta per
-la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera. — <a href="#Page_44"><i>44.</i></a> Scorpione.
-H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r. — <a href="#Page_45"><i>45.</i></a>
-Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone.
-H. 16 r. — <a href="#Page_46"><i>46.</i></a> Taranta. — Duco o civetta
-<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span>
-H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20 r. e v. — <a href="#Page_48"><i>48.</i></a> Il dragone.
-H. 20 v. — <a href="#Page_49"><i>49.</i></a> Serpente. — Boa. H. 21 r. — Macli pel
-sonno è giunta. — <a href="#Page_50"><i>50.</i></a> Bonaso noce colla fuga. H. 21 v. — Palpistrello. — <a href="#Page_51"><i>51.</i></a>
-Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino.
-H. 48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri.
-H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v. — <a href="#Page_52"><i>52.</i></a> Leone. — Pantere
-in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. — <a href="#Page_53"><i>53.</i></a> Tigre. — Catopleas.
-H. 24 r. — <a href="#Page_54"><i>54.</i></a> Basilisco. — Donnola over
-bellola. — <a href="#Page_55"><i>55.</i></a> Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido.
-H. 25 r. — <a href="#Page_56"><i>56.</i></a> Icneumone. — Cocodrillo.
-H. 25 v. — <a href="#Page_57"><i>57.</i></a> Delfino. H. 26 r. — <a href="#Page_58"><i>58.</i></a> Hippotamo. — Iris. — Cervi.
-H. 26 v. — <a href="#Page_59"><i>59.</i></a> Luserte. — Rondine. — Bellola. — Cinghiale.
-H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — <a href="#Page_60"><i>60.</i></a> Camaleonte.
-H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino.
-H. 17 v. — <a href="#Page_61"><i>61.</i></a> Dell’antivedere. H. 98 r. — Per
-ben fare. H. 98 v. — Sul medesimo soggetto.
-H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — <a href="#Page_62"><i>62.</i></a> Frammento. G. 89 r.
-</p>
-
-<h3>I PENSIERI.</h3>
-
-<p class="center">
-PENSIERI SULLA SCIENZA.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_65"><i>Pag. 65.</i></a> La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error
-di quelli, che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone
-del pratico. C. A. 76 r. — <a href="#Page_66"><i>66.</i></a> Precedenza
-della teorica alla pratica. I. 130 r. — Sul medesimo
-soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750. — Sul
-medesimo soggetto. Lu. 54. — <a href="#Page_67"><i>67.</i></a> Sul fatto anatomico
-dello sviluppo grande del cranio nel fanciullo.
-Ash. I. 7 r. — Diversità della teorica dalla
-pratica. C. A. 93 v. — <a href="#Page_68"><i>68.</i></a> Sterilità delle scienze senza
-applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — <a href="#Page_69"><i>69.</i></a> La distribuzione
-<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span>
-dei suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco
-del sapere. C. A. 223 r. — Naturale istinto dell’uomo
-al sapere. C. A. 119 r. — <a href="#Page_70"><i>70.</i></a> Piacere, che
-nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo
-contro gli sprezzatori delle sue opere.
-C. A. 119 r. — <a href="#Page_71"><i>71.</i></a> Contro gli sprezzatori della scienza.
-T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del corpo umano.
-R. 1178. — <a href="#Page_72"><i>72.</i></a> Contro gli uomini, che mirano solo
-alla vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza.
-C. A. 365 v. — Il supremo bene è il sapere.
-T. 2 r. — <a href="#Page_73"><i>73.</i></a> Valore del sapere nella vita. C. A. 112 r. — Glorificazione
-della scienza. Lu. 65. — <a href="#Page_74"><i>74.</i></a> Come
-per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia
-guasta la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo
-studio senza voglia non dà alcun frutto. R. 1175. — Sul
-medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. — <a href="#Page_75"><i>75.</i></a> Per giudicare
-l’opera propria bisogna riguardarla dopo
-lungo intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus
-mundi. M. 58 v. — Glorificazione della verità.
-V. U. 12 r. — <a href="#Page_76"><i>76.</i></a> Conseguenza delle opposizioni alla
-verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza. Lu. 1. — <a href="#Page_78"><i>78.</i></a>
-Valore delle regole date da Leonardo al pittore.
-C. A. 218 v. — <a href="#Page_79"><i>79.</i></a> Legge, che governa lo svolgimento
-storico della pittura e delle scienze. C. A.
-141 r. — <a href="#Page_80"><i>80.</i></a> Contro il principio di autorità nella
-scienza. C. A. 119 r. — <a href="#Page_81"><i>81.</i></a> Il seguace della natura
-e il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità
-degli scopritori del vero sui commentatori
-delle opere altrui. C. A. 117 r. — <a href="#Page_82"><i>82.</i></a> Contro
-gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di Leonardo
-per gli antichi inventori. F. 27 v. — <a href="#Page_83"><i>83.</i></a> Valore della
-autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione
-artistica e scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità.
-C. A. 147 r. — Necessità della esperienza e
-della matematica nelle scienze. Lu. 1. — <a href="#Page_84"><i>84.</i></a> La esperienza.
-<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span>
-R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano
-i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che
-non sono in sua potestà. C. A. 154 r. — <a href="#Page_85"><i>85.</i></a> Necessità
-della successione dell’effetto alla causa. C. A.
-154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157. — Generale
-applicabilità della matematica. K. 49 r. — <a href="#Page_86"><i>86.</i></a>
-Delle scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della
-meccanica. E. 8 r. — La meccanica e la esperienza.
-R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e la ragione.
-C. A. 86 r. — <a href="#Page_87"><i>87.</i></a> La deduzione. R. 6. — Bisogna
-passare dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di
-natura domina i fatti. C. A. 147 v. — L’esperienza è
-il fondamento della scienza. H. 90 r. — <a href="#Page_88"><i>88.</i></a> Sul medesimo
-soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli
-effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere
-le esperienze e variare le circostanze. A. 47 r. — <a href="#Page_89"><i>89.</i></a>
-Esempio della precedente regola. M. 57 r. — Bisogna
-limitare la ragione alla esperienza, non
-estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102
-r. e v. — <a href="#Page_90"><i>90.</i></a> A coloro che affermano l’acqua trovarsi
-alla sommità dei monti, perchè il mare è più
-alto, che la terra. F. 72 v. — <a href="#Page_91"><i>91.</i></a> La prospettiva e
-la matematica. C. A. 200 r. — <a href="#Page_92"><i>92.</i></a> La cognizione ha
-origine dal senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto
-principio. R. 838. — <a href="#Page_93"><i>93.</i></a> La testimonianza del
-senso è il criterio del vero. Lu. 16. — <a href="#Page_94"><i>94.</i></a> Le vere
-scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza
-dei sensi. Lu. 33. — <a href="#Page_96"><i>96.</i></a> Inganno della mente
-abbandonata a sè stessa. Lu. 65. — Sul medesimo soggetto.
-C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v. — <a href="#Page_97"><i>97.</i></a>
-Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal
-dizionario di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità
-della scienza della pittura sulla filosofia. Lu. 10. — Non
-si conosce l’essenza delle cose, ma i loro
-effetti. C. A. 79 r. — <a href="#Page_98"><i>98.</i></a> Come la massa dell’acqua,
-<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span>
-che circonda la terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La
-divisibilità all’infinito è un’astrazione mentale.
-C. A. 119 r. — <a href="#Page_99"><i>99.</i></a> L’infinito non si può abbracciare
-colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo
-soggetto. H. 67 v. — La finalità delle cose trascende
-la mente umana. G. 47 r. — <a href="#Page_100"><i>100.</i></a> Gli antichi si sono
-proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. — Limiti
-alla definizione dell’anima. R. 837. — <a href="#Page_101"><i>101.</i></a> Contro gli
-ingegni impazienti. R. 1210. — <a href="#Page_103"><i>103.</i></a> Della vita del
-pittore nel suo studio. Ash. I. 27 v. — <a href="#Page_104"><i>104.</i></a> Consigli
-al pittore. Ash. II. 1 r. — <a href="#Page_105"><i>105.</i></a> Altro consiglio. Lu. 58. — <a href="#Page_106"><i>106.</i></a>
-Consiglio. L. 53. — Vita del pittore filosofo
-ne’ paesi. C. A. 181 v. — <a href="#Page_107"><i>107.</i></a> Necessità della analisi.
-Ash. I. 28 r. — <a href="#Page_108"><i>108.</i></a> Carattere delle opere di Leonardo.
-R. 4. — <a href="#Page_109"><i>109.</i></a> Suo desiderio insaziabile di conoscere.
-R. 1339.
-</p>
-
-<p class="pad1 center">
-PENSIERI SULLA NATURA.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_111"><i>Pag. 111.</i></a> Proemio. C. A. 119 r. — <a href="#Page_112"><i>112.</i></a> Natura e
-scienza. I. 18 r. — Leggi necessarie dominano i fatti
-della natura. R. 1135. — La rispondenza degli effetti
-alla potenza della loro cagione è necessaria. A. 24 r. — <a href="#Page_113"><i>113.</i></a>
-Le leggi della natura sono imprescindibili.
-E. 43 v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto
-succede alla causa necessariamente. C. A. 169 v. — Il
-miracolo sta nella rispondenza dell’effetto alla
-sua causa. C. A. 337 v. — <a href="#Page_114"><i>114.</i></a> Ogni cosa obbedisce
-alla propria legge. R. 156 r. — <a href="#Page_115"><i>115.</i></a> Passività e attività.
-T. 39 r. — Provvidenza della natura nella
-conformazione del corpo umano. C. A. 116 r. — <a href="#Page_116"><i>116.</i></a>
-Provvidenzialità della dilatazione e restringimento
-della pupilla. D. 5 r. — <a href="#Page_117"><i>117.</i></a> Contro coloro
-che si arrogano di correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul
-fenomeno della spinta delle radici. C. A. 76 r. — <a href="#Page_118"><i>118.</i></a>
-<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span>
-Sulla struttura delle ali. E. 52 v. — Sulla disposizione
-delle foglie nelle piante. Lu. 398. — <a href="#Page_119"><i>119.</i></a>
-Legge universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul
-medesimo soggetto. A. 60 r. — <a href="#Page_120"><i>120.</i></a> Le cose fuori
-del loro stato naturale tendono a ritornarvi. C. 26 v. — Legge
-del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera
-essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto
-colla forma. T. 6 r. — <a href="#Page_121"><i>121.</i></a> Legge del minimo sforzo.
-G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora la stessa. — La
-natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — <a href="#Page_122"><i>122.</i></a> Contro
-gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà
-della natura. C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A.
-1119 r. — <a href="#Page_123"><i>123.</i></a> Precetto. Lu. 270. — Vi è una omogeneità
-di struttura negli esseri animati. Lu. 107. — <a href="#Page_124"><i>124.</i></a>
-Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale.
-G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — <a href="#Page_125"><i>125.</i></a> Definizione
-della forza. T. 36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia
-è inerte. A. 34 r. — Legge della trasmissione del
-moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — <a href="#Page_126"><i>126.</i></a> Principio
-d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — <a href="#Page_127"><i>127.</i></a>
-Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del
-principio d’inerzia. R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — <a href="#Page_128"><i>128.</i></a>
-Sulla pitagorica armonia delle sfere celesti.
-C. A. 122 v. — <a href="#Page_129"><i>129.</i></a> Sulla legge di gravità. F. 56 v. — La
-stessa. F. 69 v. — <a href="#Page_130"><i>130.</i></a> La stessa. C. A. 153 v. — Laude
-del sole. R. 860. — <a href="#Page_131"><i>131.</i></a> Segue la laude. F. 5 r. — <a href="#Page_132"><i>132.</i></a>
-Segue. F. 4 v. — <a href="#Page_133"><i>133.</i></a> Segue. F. 6 r. — Segue.
-F. 8 r. — <a href="#Page_134"><i>134.</i></a> Della prova che ’l sole è caldo per
-natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo soggetto.
-G. 34 r.; F. 34 v. — <a href="#Page_135"><i>135.</i></a> Propagazione dei
-raggi nello spazio. F. 85 v. — <a href="#Page_136"><i>136.</i></a> Se le stelle han
-lume dal sole o da sè. F. 86 r. — <a href="#Page_137"><i>137.</i></a> La terra è una
-stella. F. 57 r. — Essa risplende nell’universo. R. 886. — <a href="#Page_138"><i>138.</i></a>
-Ordine del provare la terra essere una stella.
-F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A.
-<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span>
-112 v. — <a href="#Page_139"><i>139.</i></a> La terra non è centro dell’universo.
-F. 25 v. — Come in un’età lontana la terra aveva un
-più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni sulla natura
-della luna. F. 41 v. — <a href="#Page_140"><i>140.</i></a> Sulla gravità della luna.
-F. 69 v. — <a href="#Page_141"><i>141.</i></a> Sul medesimo soggetto. R. 892. — I
-mondi gravitano in seno ai proprî elementi. R. 902. — <a href="#Page_142"><i>142.</i></a>
-Il calore come principio della vita. K. 1 r. — La
-terra è un grande vivente. R. 896. — <a href="#Page_143"><i>143.</i></a> Paragone
-dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento
-del trattato de l’acqua. R. 1000. — <a href="#Page_144"><i>144.</i></a> L’acqua.
-A. 55 v. — L’acqua è il sangue e la linfa del
-mondo. R. 970. — <a href="#Page_145"><i>145.</i></a> Sul medesimo soggetto. H. 77 r. — L’acqua
-sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute
-all’acqua. H. 95 r. — <a href="#Page_146"><i>146.</i></a> Della vibrazion della terra.
-K. 2 r. — Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire.
-G. 49 v. — <a href="#Page_147"><i>147.</i></a> L’acqua nei fiumi. R. 953. — <a href="#Page_148"><i>148.</i></a>
-Su una conchiglia fossile. R. 954. — Basta un
-piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. — <a href="#Page_149"><i>149.</i></a>
-Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — <a href="#Page_151"><i>151.</i></a>
-Di quelli che dicono, che i nicchi sono per
-molto spazio e nati remoti dalli mari, per la natura
-del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco
-a simile creazione d’animali. R. 987. — <a href="#Page_155"><i>155.</i></a> Confutazione
-ch’è contro coloro, che dicono i nicchi esser
-portati per molte giornate distanti dalli mari per
-causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza.
-R. 988. — <a href="#Page_158"><i>158.</i></a> I fossili rispecchiano nel passato
-una vita analoga a quella del presente. R. 989. — <a href="#Page_161"><i>161.</i></a>
-De’ nicchi ne’ monti. F. 80 r. — <a href="#Page_162"><i>162.</i></a> Sulla
-stratificazione geologica e contro il diluvio. R. 994. — Dubitazione.
-C. A. 155 r. — <a href="#Page_163"><i>163.</i></a> Quale sarà il termine
-della vita nel mondo. R. 995. — <a href="#Page_165"><i>165.</i></a> La terra
-immersa nell’acqua per la lenta consumazione
-de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano
-i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità
-<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span>
-che ha l’uomo d’imitare strumentalmente
-l’uccello volante. F. 52 r. — <a href="#Page_166"><i>166.</i></a> Ricordo, che ritorna
-all’anima del Vinci mentre scrive sul volo
-del nibbio. C. A. 161 r. — <a href="#Page_167"><i>167.</i></a> Perchè li piccoli uccelli
-non volano in grande altezza, nè li grandi
-uccelli si dilettano volare in basso. C. A. 66 v. — Facciamo
-nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come
-il corpo dell’animale al continuo more e rinasce.
-H. 89 v. — <a href="#Page_168"><i>168.</i></a> Circolazione della materia.
-R. 483. — <a href="#Page_169"><i>169.</i></a> Sullo stesso soggetto. F. 49 v. — Ancora
-sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza
-della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul
-medesimo soggetto. R. 1219. — <a href="#Page_170"><i>170.</i></a> Desiderio
-di disfarsi nelle cose e negli esseri. R. 1187. — <a href="#Page_171"><i>171.</i></a>
-Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. — <a href="#Page_173"><i>173.</i></a>
-Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — <a href="#Page_175"><i>175.</i></a>
-Sui movimenti automatici. C. A. 119 r. — <a href="#Page_176"><i>176.</i></a>
-Come i nervi operano qualche volta per loro,
-sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima.
-R. 839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso
-nelle proprie opere. Lu. 108. — <a href="#Page_178"><i>178.</i></a> Un istinto naturale
-dell’uomo lo guida a cercare sè stesso nelle
-cose e negli esseri. Lu. 109. — <a href="#Page_179"><i>179.</i></a> Consiglio al pittore.
-A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — <a href="#Page_180"><i>180.</i></a>
-Sulla natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei
-sogni. R. 1114. — Giudizi inconscienti. I. 20 r. — <a href="#Page_181"><i>181.</i></a>
-Inganno dei sensi. Lu. 2. — <a href="#Page_182"><i>182.</i></a> Sul tempo.
-R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — <a href="#Page_183"><i>183.</i></a> Sul
-concetto del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918.
-</p>
-
-<p class="pad1 center">
-PENSIERI SULLA MORALE.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_185"><i>Pag. 185.</i></a> Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio
-della sua anatomia. R. 796. — <a href="#Page_187"><i>187.</i></a> Passaggio dalla
-anatomia all’etica. R. 798. — Conseguenze etiche che
-<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span>
-discendono dagli studi anatomici. An. A. 2 r. — <a href="#Page_188"><i>188.</i></a>
-Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire
-umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo
-alla scienza. R. 1. — <a href="#Page_189"><i>189.</i></a> Contro la necromanzia.
-R. 1213. — <a href="#Page_192"><i>192.</i></a> Degli spiriti. — <a href="#Page_193"><i>193.</i></a> Se lo
-spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — <a href="#Page_194"><i>194.</i></a>
-Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si
-può per sè muovere o no. R. 1215. — <a href="#Page_195"><i>195.</i></a> Se lo spirito
-può parlare o no. C. A. 187 v. — <a href="#Page_196"><i>196.</i></a> Sul medesimo
-soggetto. — <a href="#Page_197"><i>197.</i></a> Sul medesimo soggetto. B. 4 v. — Studi
-sulla fisonomia. Lu. 292. — <a href="#Page_198"><i>198.</i></a> Contro i ricercatori
-del moto perpetuo. K. 101 v. — <a href="#Page_199"><i>199.</i></a> Segue.
-F. 30 v. — Sul medesimo soggetto. R. 1206. — Avvertimento.
-E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R. 796. — <a href="#Page_200"><i>200.</i></a>
-Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora.
-F. 96 v. — <a href="#Page_201"><i>201.</i></a> Funzione del dolore nella vita animale.
-R. 100 — Perchè le piante non hanno il dolore.
-H. 60 r. — <a href="#Page_202"><i>202.</i></a> Funzione delle passioni a conservazion
-della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A.
-76 r. — Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza
-dell’anima dalla materia corporea.
-T. 32 r. — <a href="#Page_203"><i>203.</i></a> La memoria. H. 33 v. — Lo spirito è dominatore.
-T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento
-e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene
-dell’uomo. Ash. I. 34 v. — <a href="#Page_204"><i>204.</i></a> La brevità del tempo
-è una illusione della mente. C. A. 76 r. — Illusioni
-della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un
-orologio a piombo. C. A. 12 r. — <a href="#Page_205"><i>205.</i></a> La vita virtuosa.
-C. A. 71 v. — Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo
-è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà del lavoro.
-T. 34 r. — <a href="#Page_206"><i>206.</i></a> La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo
-distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano
-chi disegna alle feste e chi ’nvestiga l’opere di
-Dio. Lu. 77. — <a href="#Page_207"><i>207.</i></a> Preghiera. R. 1132. — Orazione.
-R. 1133. — <a href="#Page_208"><i>208.</i></a> Contro i cattivi religiosi. E. 5 v. — Ancora.
-<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span>
-T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione
-della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al
-parlatore. G. 49 r. — <a href="#Page_209"><i>209.</i></a> Consiglio, miseria e giudizio.
-C. A. 80 v. — <a href="#Page_210"><i>210.</i></a> Sentenze, proverbi e simboli.
-H. passim. — <a href="#Page_214"><i>214.</i></a> La verità. T. 38 r. — <a href="#Page_215"><i>215.</i></a> Il
-ben fare. H. 48 v. — <a href="#Page_216"><i>216.</i></a> La ingratitudine. — La invidia. — <a href="#Page_217"><i>217.</i></a>
-La fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e
-dolore. R. 1196. — <a href="#Page_218"><i>218.</i></a> Inferiorità fisiologica dell’uomo.
-R. 827. — <a href="#Page_219"><i>219.</i></a> Sua inferiorità etica. R. 844. — <a href="#Page_221"><i>221.</i></a>
-Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo
-come animale. C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo
-vi è un lento trapasso. E. 16 r. — L’evoluzione della
-moda. Lu. 541. — <a href="#Page_223"><i>223.</i></a> Un discepolo di Leonardo:
-Giacomo. C. 15 r. — <a href="#Page_225"><i>225.</i></a> Leonardo analizzatore dell’uomo.
-H. 137 v. — Frammento di lettera a Giuliano
-de’ Medici. C. A. 243 v. — <a href="#Page_227"><i>227.</i></a> I miseri studiosi
-con che speranza e’ possono aspettare premio di
-lor virtù? R. 1358. — <a href="#Page_229"><i>229.</i></a> Dialogo fra il cervello e
-lo spirito, che in esso abitava. R. 1355. — Frammento
-di lettera. C. A. 360 r.
-</p>
-
-<p class="pad1 center">
-PENSIERI SULL’ARTE.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_231"><i>Pag. 231.</i></a> Difesa della pittura contro le
-arti liberali. — Proemio. Lu. 27. — Perchè la pittura
-non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. — <a href="#Page_232"><i>232.</i></a>
-La pittura è scienza universale. Lu. 7. — <a href="#Page_233"><i>233.</i></a> La
-pittura non si può divulgare. Lu. 8. — <a href="#Page_235"><i>235.</i></a> Come la
-pittura avanza tutte l’opere umane per sottile speculazione
-appartenente a quella. Ash. I. 19 v. — <a href="#Page_237"><i>237.</i></a>
-La pittura crea la realtà. Lu 2. — <a href="#Page_238"><i>238.</i></a> Rappresentazione
-e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio.
-Lu. 24. — <a href="#Page_239"><i>239.</i></a> Il pittore va direttamente
-alla natura. Lu. 14. — <a href="#Page_241"><i>241.</i></a> Potenza espressiva della
-pittura. Lu. 15; 25. — <a href="#Page_245"><i>245.</i></a> Importanza dell’occhio
-<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span>
-nella vita animale. Lu. 16. — <a href="#Page_246"><i>246.</i></a> La pittura è una
-poesia muta. Lu. 18. — <a href="#Page_247"><i>247.</i></a> Segue della pittura e
-poesia. Lu. 20. — <a href="#Page_248"><i>248.</i></a> Segue. Lu. 21. — <a href="#Page_250"><i>250.</i></a> La pittura
-si presenta all’occhio nel suo tutto in istante.
-Lu. 22. — <a href="#Page_251"><i>251.</i></a> Segue. R. 658. — <a href="#Page_257"><i>257.</i></a> Come la scienza
-dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante
-quello è generata. Lu. 17. — Parla il poeta col pittore.
-Ash. I. 13 r. — <a href="#Page_260"><i>260.</i></a> Risposta del re Mattia ad
-un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. — <a href="#Page_262"><i>262.</i></a>
-Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — <a href="#Page_263"><i>263.</i></a> Arguizione
-del poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — <a href="#Page_264"><i>264.</i></a>
-Conclusione infra ’l poeta e il pittore. Lu. 28. — <a href="#Page_266"><i>266.</i></a>
-Come la musica si dee chiamare sorella e
-minore della pittura. Lu. 29. — <a href="#Page_267"><i>267.</i></a> Pittura e musica.
-Lu. 30; 31. — <a href="#Page_269"><i>269.</i></a> Parla il musico col pittore.
-Lu. 30. — <a href="#Page_270"><i>270.</i></a> Conclusione del poeta, pittore e musico.
-Lu. 32. — <a href="#Page_273"><i>273.</i></a> Causa della inferiorità in cui
-è tenuta la pittura. Lu. 46.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_274"><i>Pag. 274.</i></a> Il pittore e la pittura. — Vastità
-del campo della pittura. Lu. 438. — Origine della pittura.
-Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è signore d’ogni
-sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — <a href="#Page_275"><i>275.</i></a> La
-pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il
-pittore non è laudabile se quello non è universale.
-Ash. I. 25 v. — <a href="#Page_276"><i>276.</i></a> Il pittore e la natura. R. 520. — Come
-chi sprezza la pittura non ama la filosofia
-della natura. Ash. I. 20 r. — <a href="#Page_277"><i>277.</i></a> Come nell’opere
-d’importanza l’omo non si de’ fidare tanto della
-sua memoria, che non degni ritrarre di naturale.
-Ash. I. 26 r. — <a href="#Page_278"><i>278.</i></a> Del giudicare la tua pittura.
-Ash. I. 28 r. — <a href="#Page_279"><i>279.</i></a> Come ’l pittore debb’esser
-vago d’audire, nel fare dell’opera sua, il giudizio
-d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — <a href="#Page_280"><i>280.</i></a> Della trista scusazione
-fatta da quelli che falsa — e indegnamente si
-fanno chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio
-<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span>
-è ’l maestro de’ pittori. Ash. I. 24 v. — <a href="#Page_282"><i>282.</i></a> Precetto
-al pittore. G. 33 r. e v. — La pittura è un discorso
-figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio. Ash. I.
-17 v. — <a href="#Page_283"><i>283.</i></a> Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — <a href="#Page_284"><i>284.</i></a>
-Del modo dello imparare bene a comporre
-insieme le figure nelle storie. C. A. 27 v. — <a href="#Page_285"><i>285.</i></a> Dello
-studiare in sino quando ti desti o innanzi t’addormenti
-nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare
-e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni.
-Ash. I. 22 v. — <a href="#Page_286"><i>286.</i></a> La stanza del pittore. Ash. I.
-16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu. 57. — <a href="#Page_287"><i>287.</i></a>
-Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel
-pittore, che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti
-sulla pittura. Lu. 404.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_289"><i>Pag. 289.</i></a> PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I.
-Ash. I. 25 r. e 24 v. — <a href="#Page_292"><i>292.</i></a> II. Lu. 35. — III.
-Lu. 36. — <a href="#Page_293"><i>293.</i></a> IV. Lu. 33. — <a href="#Page_295"><i>295.</i></a> V. Lu. 40. — <a href="#Page_296"><i>296.</i></a>
-VI. Conclusione. Lu. 41.
-</p>
-
-<h3>I PAESI E LE FIGURE.</h3>
-
-<p class="center">
-I PAESI.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_301"><i>Pag. 301.</i></a> Un effetto di nubi sul lago Maggiore.
-R. 1021. — <a href="#Page_302"><i>302.</i></a> Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — <a href="#Page_303"><i>303.</i></a>
-Traccia. R. 471. — Altra traccia. R. 605. — Varie
-colorazioni del mare. Lu. 237. — <a href="#Page_304"><i>304.</i></a> La vegetazione
-di un colle. Lu. 606. — <a href="#Page_306"><i>306.</i></a> Del modo del
-figurare una notte. Ash. I. 18 v. — <a href="#Page_307"><i>307.</i></a> Come si
-dee figurar una fortuna. Ash. I. 21 r. — <a href="#Page_308"><i>308.</i></a> Modo
-di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — <a href="#Page_313"><i>313.</i></a> Figurazione
-del diluvio. G. 6 v. — <a href="#Page_314"><i>314.</i></a> Segue. R. 327. — <a href="#Page_323"><i>323.</i></a>
-L’isola di Cipro. R. 1104.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span>
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_324"><i>Pag. 324.</i></a> Il viaggio in Oriente.-Divisione del
-libro. — <i>325. Lettera I.</i>-Descrizione del monte Tauro
-e del fiume Eufrates. — <i>327. Lettera II.</i>-Figura del
-monte Tauro. — <a href="#Page_329"><i>329.</i></a> Qualità e quantità del monte
-Tauro. C. A. 145 r. e v. — <i>331. Lettera III.</i> C. A. 211 v. — <a href="#Page_333"><i>333.</i></a>
-Frammento. C. A. 189 v.
-</p>
-
-<p class="pad1 center">
-LE FIGURE.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_335"><i>Pag. 335.</i></a> La pittura espressiva. C. A. 139 r. — <a href="#Page_336"><i>336.</i></a>
-Avvertimento al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura
-deve mostrare la passione della figura dipinta.
-Lu. 180. — <a href="#Page_337"><i>337.</i></a> Come il muto è maestro del pittore.
-Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza
-del segno al significato. Ash. I. 20 r. — <a href="#Page_338"><i>338.</i></a>
-Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà infinita nell’espressione
-dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo.
-Ash. I. 17 v. — <a href="#Page_339"><i>339.</i></a> Del figurare uno che parli infra
-più persone. Ash. I. 21 r. — <a href="#Page_340"><i>340.</i></a> Appunti sulla composizione
-del Cenacolo. R. 666. — <a href="#Page_341"><i>341.</i></a> Come si deve
-fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — <a href="#Page_342"><i>342.</i></a> Come si
-figura uno disperato. Ash. I. 29 r.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_342"><i>Pag. 342.</i></a> <span class="smcap">Un gigante fantastico</span>. — <i>Lettera I.</i>
-C. A. 96 v. — <i>344. Lettera II.</i> C. A. 304 r. — <a href="#Page_346"><i>346.</i></a> Frammento.
-</p>
-
-<h3>LE PROFEZIE E LE FACEZIE.</h3>
-
-<p class="center">
-LE PROFEZIE.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_349"><i>Pag. 349.</i></a> Le profezie degli animali razionali. — Profezia.
-I. 63 r. e v. — <a href="#Page_350"><i>350.</i></a> De’ fanciulli
-che stanno legati nelle fascie. C. A. 143 r. — <a href="#Page_351"><i>351.</i></a>
-De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra
-<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span>
-le piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver
-lettere da un paese a un altro. C. A. 362 r. — Delle
-putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle fanciulle.
-C. A. 362 v. — <a href="#Page_352"><i>352.</i></a> Dello spegnere il lume a chi va
-a letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora
-del sognare. C. A. 145 r. — <a href="#Page_353"><i>353.</i></a> Dell’ombra
-che si move coll’uomo. C. A. 362 r. — Dell’ombra
-che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra
-del sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo
-tempo. C. A. 362 r. — <a href="#Page_354"><i>354.</i></a> Delle lingue de’ diversi
-popoli. I. 64 v. — De’ soldati a cavallo. C. A.
-362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori.
-I. 64 r. — <a href="#Page_355"><i>355.</i></a> Del seminare. — Le terre lavorate.
-C. A. 362 r. — I calzolari. R. 1312. — Del segare delle
-erbe. R. 1311. — Del grano e altre semenze. R. 1310. — <a href="#Page_356"><i>356.</i></a>
-Del battere il grano. I. 65 r. — De’ giocatori.
-I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi.
-I. 65. r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — <a href="#Page_357"><i>357.</i></a> Le
-lingue de’ porci e vitelli nelle budelle. C. A.
-362 r. — De’ villani in camicia che lavorano. — De’ barbieri.
-R. 1290.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_357"><i>Pag. 357.</i></a> Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran
-le bombarde. R. 1297. — De’ buoi
-che si mangiano. C. A. 362 r. — <a href="#Page_358"><i>358.</i></a> Delli asini bastonati.
-C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle
-campanelle de’ muli che stanno presso ai loro orecchi.
-C. A. 362 r. — De’ muli che portano le ricche
-some dell’argento e oro. L. 91 r. — <a href="#Page_359"><i>359.</i></a> De’ capretti.
-R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A.
-143 r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le
-api che fanno la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api.
-C. A. 143 r. — <a href="#Page_360"><i>360.</i></a> Delle formiche. C. A.
-143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle
-civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A.
-162 r. — Delle biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — <a href="#Page_361"><i>361.</i></a>
-<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span>
-I pesci lessi. C. A. 362 r. — De’ pesci che si
-mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’ nicchi e chiocciole
-che sono ributtate dal mare, che marciscono
-dentro ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo
-mangiate non possono fare i pulcini. C. A. 362 v. — Delle
-taccole e stornelli. G. 76 r. — <a href="#Page_362"><i>362.</i></a> Delle
-api. R. 1329.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_362"><i>Pag. 362.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle piante</span>. — Delle
-noci e ulive e ghiande e castagne e simili. C. A.
-143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — <a href="#Page_363"><i>363.</i></a> L’ulive che
-cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A.
-362 r. — De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli
-alberi che nutriscono i nesti. R. 1310.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_363"><i>Pag. 363.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cose materiali</span>. — I.
-Della sola delle scarpe che son di bue. C. A.
-362 r. — <a href="#Page_364"><i>364.</i></a> De’ crivelli fatti di pelle d’animali. C. A.
-362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle medesime.
-C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna
-di castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni
-de’ buoi. C. A. 362 v. — <a href="#Page_365"><i>365.</i></a> Delle piume ne’ letti.
-C. A. 362 r. — Del pettine nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio
-da seta. C. A. 362 r. — Del lino che fa la cura delle
-genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F. 64 v. — <a href="#Page_366"><i>366.</i></a>
-Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli
-e trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque
-che portano i legnami che son morti. C. A. 362 r. — Dei
-carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che riserrano
-molti tesori. C. A. 362 r. — <a href="#Page_367"><i>367.</i></a> Del navigare. C. A.
-362 v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che
-annegano. C. A. 362 r. — Li animali che van sopra le
-terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. — <a href="#Page_368"><i>368.</i></a> Delle
-baghe. R. 1317. — Del parasole.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_368"><i>Pag. 368.</i></a> II. De’ sassi convertiti in calcina
-de’ quali si murano le prigioni. I. 66 v. — Dello
-specchiare le mura delle città nell’acqua de’ lor
-<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span>
-fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — <a href="#Page_369"><i>369.</i></a> Ancora
-dei forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane
-dalla bocca del forno. C. A. 362 r. — Delle fornaci
-di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle armi da
-offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è
-morto, e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini.
-R. 1297. — <a href="#Page_370"><i>370.</i></a> Delle spade e lance che per sè mai
-nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle stelle degli
-sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde.
-R. 1297. — Delle bombarde ch’escan della fossa e
-della forma. C. A. 197 v. — <a href="#Page_371"><i>371.</i></a> La pietra del fucile,
-che fa foco che consuma tutte le some delle legne,
-con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse
-la carne delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’
-metalli. C. A. 362 r. — <a href="#Page_372"><i>372.</i></a> De’ danari e oro.
-C. A. 36 r.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_372"><i>Pag. 372.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cerimonie</span>. — De’
-morti che si vanno a sotterrare. C. A. 362 v. — De
-li uffizi funerali e processioni e lumi e campane
-e compagnia. C. A. 143 v. — <a href="#Page_373"><i>373.</i></a> Del dì de’ morti.
-C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo.
-C. A. 362 r. — De’ cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo
-dell’incenso. R. 1310. — De’ preti che dicono
-messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia
-in corpo. I. 65 v. — <a href="#Page_374"><i>374.</i></a> De’ frati confessori. C. A.
-362 v. — Delle pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle
-scolture. I. 65 v. — De’ crocefissi venduti.
-I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono per
-li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — <a href="#Page_375"><i>375.</i></a>
-Del vendere il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati
-che spendendo parole ricevono di gran ricchezze,
-e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e
-abitazion de’ frati.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_376"><i>Pag. 376.</i></a> <span class="smcap">Le profezie dei costumi</span>. — Dello
-sgomberare l’Ognissanti. C. A. 362 v. — Delli omini
-<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span>
-che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r. — Del
-battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici
-che vivono de’ malati. I. 66. v. — <a href="#Page_377"><i>377.</i></a> Del comune.
-C. A. 36 r. — Profezia. G. 14 v.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_377"><i>Pag. 377.</i></a> <span class="smcap">Le profezie de’ casi che non possono
-stare in natura.</span> — Della fossa. C. A. 362 r. — Del
-peso posto sul piumaccio. C. A. 362 r. — <a href="#Page_378"><i>378.</i></a> Del
-pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere
-l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r.
-</p>
-
-<p>
-<a href="#Page_378"><i>Pag. 378.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cose filosofiche.</span> — Dell’avaro.
-C. A. 362 r. — <a href="#Page_379"><i>379.</i></a> Delli uomini
-che quanto più invecchiano più si fanno
-avari, chè avendosi a star poco dovrebbero farsi
-liberali. C. A. 362 r. — Del desiderio di ricchezza.
-I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che prima
-s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è
-sepoltura. I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A.
-145 r. — <a href="#Page_380"><i>380.</i></a> Della vita delli omini che ogni anno
-si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà dell’omo.
-C. A. 362 v. — <a href="#Page_381"><i>381.</i></a> Della lettura de’ buoni libri.
-I. 64 r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della
-fuma. I. 64 v. — Delle pelli delli animali che
-tengono il senso del tatto, che v’è sulle scritture.
-I. 64 v. — <a href="#Page_382"><i>382.</i></a> Della storia. I. 65 v. — In ogni punto
-della terra si può fare divisione de’ due emisperi.
-C. A. 362 r. — In ogni punto è divisione da oriente
-a occidente. C. A. 362 r. — Degli emisperi, che sono
-infiniti e da infinite linee son divisi, in modo che
-sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra
-l’un de’ piedi e l’altro. C. A. 362 v. — <a href="#Page_383"><i>383.</i></a> Delle
-nuvole. R. 1297. — La neve che fiocca, che è acqua.
-R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra la
-neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi
-intorbidati portan via le terre. C. A. 362 r. — <a href="#Page_384"><i>384.</i></a> Questo
-sono li fiumi, che portano la terre da loro levate
-<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span>
-dalle montagne, e le scaricano ai marini liti;
-e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. — Dell’acqua,
-che corre torbida e mista con terra, e
-della polvere e nebbia mista coll’aria, e del foco
-misto col suo e altri con ciascuno. C. A. 362 r. — Il
-vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297. — <a href="#Page_385"><i>385.</i></a>
-Della notte che non si conosce alcun colore.
-C. A. 362 r. — Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio
-cavo accende il foco col quale si scalda il forno,
-che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297. — Traccia.
- R. 1297. — <a href="#Page_386"><i>386.</i></a> Dei pianeti. I. 66 r. — Del
-consiglio. C. A. 36 r. — Della paura della povertà.
-C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39 v.
-</p>
-
-<p class="pad1 center">
-LE FACEZIE.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-<a href="#Page_387"><i>Pag. 387.</i></a> Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — <a href="#Page_389"><i>389.</i></a>
-Di un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto
-di un artigiano ad un signore. R. 1283. — <a href="#Page_390"><i>390.</i></a> Bella
-risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. — Risposta di un
-pittore. M. 58 v. — <a href="#Page_391"><i>391.</i></a> Un amico ad un maldicente.
-C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — <a href="#Page_392"><i>392.</i></a>
-Detto di un dormiglione. R. 1292. — Arguzia.
-F. cop. v. — Risposta ad un motto. C. A. 12 r. — <a href="#Page_393"><i>393.</i></a>
-Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta
-ad un motto. C. A. 75 v. — <a href="#Page_394"><i>394.</i></a> La stessa. C. A.
-75 v. — Motto. C. A. 75 v. — Facezia di un prete. C. A.
-75 v. — <a href="#Page_395"><i>395.</i></a> Facezia. C. 19 v. — Motto arguto. — <a href="#Page_396"><i>396.</i></a>
-Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. — Facezia.
-H. 37 r.
-</p>
-
-<div class="somm">
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="3">Prefazione</td> <td class="pag"><a href="#prefazione">Pag. <span class="smcap lowercase">V</span></a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Tavola delle sigle</td> <td class="pag"><a href="#sigle"><span class="smcap lowercase">LXIII</span></a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Le favole</td> <td class="pag"><a href="#favole">1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Le allegorie</td> <td class="pag"><a href="#allegorie">29</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">I pensieri</td> <td class="pag"><a href="#pensieri">63</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Pensieri sulla scienza</td> <td class="pag"><a href="#pscienza">65</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Pensieri sulla natura</td> <td class="pag"><a href="#pnatura">111</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Pensieri sulla morale</td> <td class="pag"><a href="#pmorale">185</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Pensieri sull’arte</td> <td class="pag"><a href="#parte">231</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td>Difesa della pittura contro le arti liberali</td> <td class="pag"><a href="#difesa">231</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td>Il pittore e la pittura</td> <td class="pag"><a href="#pittore">274</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td>Paragone della pittura colla scultura</td> <td class="pag"><a href="#paragone">289</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">I paesi e le figure</td> <td class="pag"><a href="#paesifig">299</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">I paesi</td> <td class="pag"><a href="#paesi">301</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Il viaggio in Oriente</td> <td class="pag"><a href="#oriente">324</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le figure</td> <td class="pag"><a href="#figure">335</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td>Un gigante fantastico</td> <td class="pag"><a href="#gigante">342</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Le profezie e le facezie</td> <td class="pag"><a href="#proffac">347</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie degli animali razionali</td> <td class="pag"><a href="#profezie">349</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie degli animali irrazionali</td> <td class="pag"><a href="#irraz">357</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie delle piante</td> <td class="pag"><a href="#piante">362</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie delle cose materiali</td> <td class="pag"><a href="#materiali">363</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie delle cerimonie</td> <td class="pag"><a href="#cerimonie">372</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie dei costumi</td> <td class="pag"><a href="#costumi">376</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie de’ casi che non possono stare in natura</td> <td class="pag"><a href="#casi">377</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le profezie delle cose filosofiche</td> <td class="pag"><a href="#filosof">378</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td colspan="2">Le facezie</td> <td class="pag"><a href="#facez">387</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Note</td> <td class="pag"><a href="#note">397</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Sommarii e riferimenti</td> <td class="pag"><a href="#sommari">419</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice generale a fine volume.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>FRAMMENTI LETTERARI E FILOSOFICI</span> ***</div>
-<div style='text-align:left'>
-
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-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&#8482;
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&#8482;&#8217;s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg&#8482; collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg&#8482; and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation&#8217;s EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state&#8217;s laws.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation&#8217;s business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation&#8217;s website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; depends upon and cannot survive without widespread
-public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This website includes information about Project Gutenberg&#8482;,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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-</div>
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-</div>
-</div>
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