diff options
| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-01-21 23:29:10 -0800 |
|---|---|---|
| committer | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-01-21 23:29:10 -0800 |
| commit | a01fe1e9a7360b3400b50498c53678fb7c3ca96e (patch) | |
| tree | f774ff68e613522f23047f2015ea7e1d64d4edb8 | |
| parent | acaba21b076bd73e3a6877dd2ee988e7bc8a9ee7 (diff) | |
| -rw-r--r-- | .gitattributes | 4 | ||||
| -rw-r--r-- | LICENSE.txt | 11 | ||||
| -rw-r--r-- | README.md | 2 | ||||
| -rw-r--r-- | old/67931-0.txt | 11369 | ||||
| -rw-r--r-- | old/67931-0.zip | bin | 196804 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/67931-h.zip | bin | 590205 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/67931-h/67931-h.htm | 18458 | ||||
| -rw-r--r-- | old/67931-h/images/cover.jpg | bin | 268305 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/67931-h/images/ill-0-001.jpg | bin | 114039 -> 0 bytes |
9 files changed, 17 insertions, 29827 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..d7b82bc --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,4 @@ +*.txt text eol=lf +*.htm text eol=lf +*.html text eol=lf +*.md text eol=lf diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..4284206 --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #67931 (https://www.gutenberg.org/ebooks/67931) diff --git a/old/67931-0.txt b/old/67931-0.txt deleted file mode 100644 index 9e381d2..0000000 --- a/old/67931-0.txt +++ /dev/null @@ -1,11369 +0,0 @@ -The Project Gutenberg eBook of Frammenti letterari e filosofici, by -Leonardo da Vinci - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Frammenti letterari e filosofici - -Author: Leonardo da Vinci - -Compiler: Edmondo Solmi - -Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E -FILOSOFICI *** - - - [Illustrazione: LEONARDO DA VINCI] - - - LEONARDO DA VINCI. - - - FRAMMENTI - - LETTERARI E FILOSOFICI - - - TRASCELTI - DAL - Dr. EDMONDO SOLMI. - - FAVOLE — ALLEGORIE - PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE - FACEZIE. - - - - FIRENZE, - G. BARBÈRA, EDITORE. - 1908. - - - - - FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra - ALFANI E VENTURI proprietari. - - Proprietà letteraria. - - - - -PREFAZIONE. - - -I. - - O Lionardo, perchè tanto penate? - _Codice Atlantico_, f. 71 r. - -La biografia di Leonardo, nelle sue linee essenziali, è la storia -del nascere, dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi -di un amore intellettuale verso la natura, intento a riprodurne le -forme e a conoscerne le leggi. Questo amore, nato in un’umile casa di -Anchiano poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo svolgersi -ad abbracciare la natura nell’infinità dello spazio, del tempo e delle -forme. - -Il primo ricordo, che il Vinci ci serba nei manoscritti, tra i -frammenti che risguardano la sua fanciullezza, sembra quasi una -profezia: _Nella prima ricordazione della mia infanzia_, scrive -egli rievocando una giovanile visione, _e’ mi parea che, essendo io -in culla, che un nibbio venisse a me, e mi aprisse la bocca colla -sua coda, e molte volte mi percotesse con tal coda dentro alle -labbra._ (_C. A._, 161 r.) Una tradizione ellenica narra, che le api -annunziarono al mondo in Demostene il più dolce e squisito oratore -politico; il nibbio non sembra qui preannunziare il più alto e -limpido descrittore della natura? Leonardo stesso è compreso da questo -superstizioso dubbio: la vita sua deve essere l’adempimento dell’arduo -compito di palesare agli uomini i segreti naturali. Egli segna, accanto -alle linee precedenti, questa espressione rivelatrice: _par che sia mio -destino._ - -All’aprirsi della sua vita d’artista, attorno al 1472, lo studio -del Vinci è di risuscitare nella propria fantasia la figura delle -cose esterne, «andare co’ la imaginativa ripetendo li lineamenti -superfiziali delle forme» (_Ash. I_, 26 r.); e, come la sua mente, il -piccolo libro di note, che porta sempre seco, è pieno di profili di -visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali e di piante, di roccie e -di monti. (_C. A._, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato alla -pratica, si cambia a poco a poco in un desiderio, indipendente da -ogni applicazione concreta, di comprendere il meccanismo dei fenomeni -naturali, nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte della pittura -diventa «una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile -speculazione considera tutte le qualità delle forme» (_Ash. I_, 20 -r.); e il piccolo libro di note, che porta sempre seco, si riempie -di considerazioni e di principî prospettici e anatomici, zoologici e -botanici, meccanici e idraulici. (_R._, § 4.) - -Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare la natura nelle sue fibre -più riposte diventa la passione dominante in Leonardo: «E tirato dalla -mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e -strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra -gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi -alla quale — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa — -piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, -colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso -piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, -questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, e stato -alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura -per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro -fusse alcuna miracolosa cosa.» (_R._, § 1339.) La natura è il grande -mistero che Leonardo cerca d’investigare. - -Ma quanto la sua mente penetra più nella conoscenza delle cose, -tanto la coscienza superstiziosa e il pregiudizio dei suoi tempi si -sollevano contro di lui. Da prima sono i timidi amici di Dio, che -lo rimproverano di trascurare le pratiche esterne e la preghiera, -per l’amore entusiastico della natura. «Ma tacciano tali riprensori, -risponde Leonardo, chè questo è il modo di conoscere l’Operatore -di tante mirabili cose, e questo è ’l vero modo d’amare un tanto -inventore.» (_Lu._, § 77.) Poscia sono i suoi amici medesimi, che -rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione dall’arte, che -portava inesorabilmente Leonardo a smarrirsi nel laberinto senza fine -della scienza. Il Verini lo celebrava allora massimo tra i migliori; - - et forsan superat Leonardus Vincius omnes. - -Ma subito aggiungeva: - - tollere de tabula dextra sed nescit; - -e cercava la causa di questa lentezza nella sua incontentabilità: - - et instar - Protogenis multis unam perficit annis.[1] - -«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte -cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il -Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la -tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo, -con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3] - -Intanto il cartone di _Adamo ed Eva nel paradiso terrestre_, la _Testa -della Medusa_, l’_Adorazione de’ Magi_ rimangono imperfetti «come quasi -intervenne in tutte le cose sue.» - -Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di -Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la -causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria -miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non -condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea -grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua -opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua -al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa -fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano; -donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse -anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa, -nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche, -veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici -della sua mente.[5] - -Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi. -Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per -la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà -alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti -guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo -porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo -dal _Cenacolo_ è ricondotto a quel _Trattato di luce ed ombra_, a -cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo -Sforza al _Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della -fusione in bronzo_; dalle varie opere di architettura militare e -civile al _Trattato sui pesi e sui moti_ e a quello di _Idraulica_.[6] -L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del _Cenacolo_, -è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di -vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai -scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi -discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo -degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere -gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La -natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.» -(_I_, 18 r.) - -Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di -un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era -invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la -scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della -polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro -più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava: -la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi -non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per -un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla -teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa -tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente -manifestarsi solo due secoli dopo. - -Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea -dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali; -il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili. -Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie -della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae -allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella -d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria -«perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è -il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito -nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me -occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova, -la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere -a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno -cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno. -Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et -lui alle volte in alcuno mette mano. DÀ OPRA FORTE ALLA GEOMETRIA, -IMPACIENTISSIMO AL PENNELLO.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana -attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno -Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella -età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza -et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il -27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia, -le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et -tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa -Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo -Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare -habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte -non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo -supererà l’altro: TENGHO PER CERTO LEONARDO HABBI A ESSERE VINCITORE.» -Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo -intraprendeva allora il dipinto della _Battaglia d’Anghiari_, spinto -dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini. - -Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio -della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di -un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà -in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia -assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi -tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico -della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del -Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava -«gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua -profferta non fu accettata.[7] - -Intanto la _Battaglia di Anghiari_, cominciata a disegnare con ogni -cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso -modo del cartone d’_Adamo ed Eva_, della _Testa della Medusa_, -dell’_Adorazione dei Magi_, «come quasi intervenne in tutte le cose -sue.» - -Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai -Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè -a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno -luminosamente. Al 1504 risale il _Codice sul volo degli uccelli_ -(_V. U._, 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle _sezioni -sferiche_. (_R._, § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già -prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal -1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497, -sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla -canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî -dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a -coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica, -spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale -riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto -sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico, -tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi -metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse -tratteranno.» (_R._, 4.) - -Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla -pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare -bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta -in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo -il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta -un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo -a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai -contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella -pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si -chiamava _teologia_; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si -chiamava _magia_. - -Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo -portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica, -e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che -egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso, -fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo -carattere. - -Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul -fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza; -le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare -per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo -alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il -ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e -la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio -di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che -vuole ciò che il suo secolo gli toglie. - -Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua -luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua -esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della -sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser -l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in -riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere. - -Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente. - -«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione, -spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando -doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle -riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e -Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del -tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare -molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]» - -Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi -misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo -definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta -teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo -intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli -anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue -forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la -descrizione delle forme naturali. - -Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto, -sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere -lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera -che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro -affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli -per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto -più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è -altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e -di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta -di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo. -Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano -Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare -il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva -possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse -per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai -di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si -sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici -o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha -sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la -sua opera vera sta nel _Trattato del moto locale e delle percussioni e -pesi e delle forze tutte_, dove precorre, e in qualche punto avanza, -i _Dialoghi delle nuove scienze_ del Galilei; in quello _Del moto e -misura delle acque_, dove è contenuto il meglio che poi diedero il -Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima -di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un -luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo, -dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la -pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono -il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel -tempo suo e per un secolo ancora. - -Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della -sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La _Battaglia di -Anghiari_ non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei -principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel _Trattato della -pittura_; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale, -dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505, -doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione -materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità -dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera -teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta; -ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e -antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle -quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi -dell’arte e della scienza. - -Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio -comune diffuso su Leonardo: «_Ancora che il Vinci molto più operasse -con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e -la fama sua non si spegneranno giammai._[14]» No, rispondiamo noi, è -appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il -nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno -distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza; -il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il _Cenacolo_; la -critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del -Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè -la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione -della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della -vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali -doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro -medesimo. - -Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «_che -attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia_,[15]» -l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella -piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere -e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che -la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a -propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e -l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo -naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I -problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e -di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16] - -Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo -per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti, -messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli -l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del _Codice -Atlantico_ ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal -Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra -nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di -un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul -quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà -campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli -offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti -sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a -Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e -numerose. - -La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli -avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di -Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società -romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo -terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie -che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole -a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce -in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno, -recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano -profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo -trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore. - -Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse -e divenne più cupo: «_Quest’altro_, dice Leonardo in uno di quei -frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, _m’ha -impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale_.» (_C. -A._, 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli -contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta -intenta alla conoscenza del vero.(_R._, § 1358.) Giuliano de’ Medici lo -liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la -Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare -Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale -è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i -biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18] -l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19] - -Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516, -abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben -presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente -alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello -per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di -Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò, -inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche, -prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di -volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno -profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca -l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata -l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne -aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta. -Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di -rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma -la morte lo coglie il 2 maggio 1519. - -La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer -Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii, -ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li -libri, che il dicto testatore ha de presente.» (_R._, § 1566.) - - -II. - -Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese -all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi -di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona -dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un -pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese -del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese -dipinctore», nelle sue _Antiquarie prospetiche Romane_, assomiglia -Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come -il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel -parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione -giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue _Vite_: «Con -ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era -in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì -terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col -disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con -i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo -ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a -sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè -bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva -al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]» - -Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo -nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando -il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate -ad ammirare il _Cenacolo_, ancora incompiuto, in Santa Maria delle -Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico -il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate -parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai -gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di -Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano -stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello -raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè -un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di -Leonardo.[25] - -Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci -godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: -«Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente -s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il -memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle -grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto -ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (_G_, 49 r.) Che che ne sia, -è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche -sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie -e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria, -con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di -cortesia della Corte milanese del secolo XV. - -Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce -idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e -ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia. - -Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta -di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo -e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni -del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore -trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai -cadere. - -Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima -concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo -nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, -e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra -sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la -maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della -pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue -dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I -manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge -una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua, -atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende -limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da -Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde -rivestirla della forma più evidente e più semplice (_A_, f. 3 r. -10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con -continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con -la maggiore identità di segno e di significato. (_C. A._, 278 r.) Allo -stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la -più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa -immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua -varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto -senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva. -Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua -letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori -dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna -oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello -risveglio della vita. - -La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la -concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero. -La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di -studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un -effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato. - -Nel _Codice Trivulziano_ vi sono lunghe enumerazioni di parole talora -raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da -una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le -più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo -pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo -del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta -significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a -differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante -e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, -iniziati per il latino nel manoscritto _H_, continuati per il volgare -nel _Codice Trivulziano_, tolgono di mezzo quella leggenda che solo -all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla -riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero. -Quando nel _Codice Atlantico_ si trova questa nota, «Donato,» noi -dobbiamo pensare al DONATUS, _De octo partibus orationis latine -et italice_, Venezia, 1499 (_C. A._, 207 r.); quando troviamo la -frase «Retorica nova,» siamo portati al LAURENTIUS GUILELMUS DE -SAONA, _Rethorica Nova_, Sant’Albano, 1480 (_C. A._, 207 v.); allo -stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci -suggeriscono la raccolta NONIJ MARCELLI, _De proprietate sermonum_; -FESTI POMPEIJ, _De verborum significatione_; M. T. VARRONIS, _De lingua -latina_, Milano, 1500. (_R._, § 1470). Nel manoscritto _F_ è ricordato -finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio, -il _Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a -molti_, di fra GIO. BERNARDO, Milano, 1489. (_F_, cop. r.) - -I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per -esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso -a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa -intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La -inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari, -poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda -strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa -in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta -a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27] -Il _Trattato del moto e misura dell’acque_, che riproduce, con -poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti -l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente -scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta -del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto; -le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, -dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè -inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci -è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto -il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in -qualche modo la conoscenza. - -Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile -lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto -continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali -medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni -segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione -preliminare. - -Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare -ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo -il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili, -imponeva un continuo discernimento. - -Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla -mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi -impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per -l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto -stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni -concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica, -onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che -riguardano i pensieri di Leonardo sulla _Conoscenza_, sulla _Natura_, -sulla _Morale_ e sull’_Arte_. - -Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria -dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni -gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che -presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le _Favole_ -di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo, -allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e -inorganico. Le _Allegorie_, che nel loro complesso formano un vero -e proprio _Bestiario_, sebbene per la maggior parte non originali, -conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere -apprezzata. Le _Descrizioni e i Ritratti_, dove si manifesta lo scopo -letterario combinato a quello pittorico; le _Profezie e le Facezie_, -dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con -quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente -artistiche. - -Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo -svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro -originalità. Le _Note_, che seguono passo per passo la scelta, e sono -da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha -attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione -più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte -è trattata da me in una monografia _Intorno alle fonti dell’opera -letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci_, che verrà quanto prima -pubblicata. - -Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno -altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo -leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso -delle espressioni. - -I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta, -sono stati fatti per ogni frammento nei SOMMARII E RIFERIMENTI, con -opportune sigle. - - - - -TAVOLA DELLE SIGLE. - - -_A._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la -Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880. - -_Ash. I._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la -Bibliothèque de l’Institut; 2038 (_Ash. I_) et 2037 (_Ash. II_) de la -Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891. - -_Ash. II._ — Idem; ibi. - -_Ash. III._ — Trattato di architettura civile e militare, con note di -Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 -(_inedito_). - -_B._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits _B_ et _D_ de -la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883. - -_C._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _C, E_ -et _K_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, -1888. - -_C. A._ — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca -Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (_in corso di stampa_). - -_D._ — Si veda _B_. - -_E._ — Si veda _C_. - -_F._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _F_ et _I_ -de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893. - -_G._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M -de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890. - -_H._ — Si veda _Ash. I._ - -_I._ — Si veda _F_. - -_L._ — Si veda _G_. - -_Lu._ — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II. -Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol. - -_M._ — Si veda _G_. - -_R._ — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited -from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol. - -_T._ — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe -Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892. - -_T. M. A._ — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci. -Bologna, 1828. - -_V. U._ — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre -materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893. - -_W. An. A._ — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca -di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). -Parigi, 1898. - -Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il -_recto_ o il _verso_ dei fogli. - - - - -LE FAVOLE. - - -I. — L’IRREQUIETEZZA. - -Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu -costretto a mutar sito. - - -II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO. - -Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza -dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le -parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione -di quella. - - -III. — L’ACQUA. - -Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di -montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in -sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in -alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata -dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e -fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade -dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo -incarcerata, fece penitenza del suo peccato. - - -IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA. - -Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto -a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere, -con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali -una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [Sidenote: -da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito -fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò, -e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine -condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno -tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta -morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e -pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle -in isplendevole e lunga vita e bellezza. - - -V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI. - -Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il -quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e -raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in -fra sè dire: - -— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me, -picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che -tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia -più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza, -chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere -quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore -dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più -alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole, -e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. — -E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte -spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe -sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si -trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea; -e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per -quelli, che s’aumiliano son esaltati. - - -VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della -neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine. - - -VII. — LA PIETRA. - -Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si -stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole -boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori -di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che, -nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là -giù lasciarsi cadere, dicendo con seco: - -— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in -compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate -compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere -dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a -essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna -volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di -qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in -nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che -dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città, -infra i popoli pieni d’infiniti mali. - - -VIII. — IL RASOIO. - -Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè -medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo; -della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, -cominciò con seco medesimo a dire: - -— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito -sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza -caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual -mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare -meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no. -Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo -riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un -giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè -essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie -non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno -pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era -esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è -la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha -consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello -esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto -rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza -guasta la sua forma. - - -IX. — IL GIGLIO. - -Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, [Sidenote: Ticino] e la -corrente tirò la ripa insieme col giglio. - - -X. — IL NOCE. - -Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua -frutti, ogni omo lo lapidava. - - -XI. — IL FICO. - -Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare -essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto. - - -XII. — LA PIANTA E IL PALO. - -La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato, -e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro -lo guarda dalla triste compagnia. - - -XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE. - -Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li -son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo -interrotto, lo gittò per terra diradicato. - - -XIV. — LA VITALBA. - -La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare -co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde -da’ viandanti poi fu rotta. - - -XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA. - -La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina -d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con -quella. - - -XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da -superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, -che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato. - - -XVII. — IL CEDRO. - -Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella -sommità di se, lo mise a seguizione [Sidenote: compimento] con tutte -le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare -declinare la elevata e diritta cima. - - -XVIII. — IL PERSICO. - -Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al -noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo -tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana -terra. - - -XIX. — L’OLMO E IL FICO. - -Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza -frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con -rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? -Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti -troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di -soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato -e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo -lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza -figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! — - - -XX. — LE PIANTE E IL PERO. - -Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: — -O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua -maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! — -Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e -mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ -arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e -dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere -ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini, -per onorarmi, posti d’intorno. - - -XXI. — LA RETE. - -La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor -de’ pesci. - - -XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE. - -Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere -comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della -candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu -cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le -sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del -candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai -bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti, -come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati! -Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal -falso lume dello sporco sevo? — - - -XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO. - -Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè -i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva -nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [Sidenote: dilacerandoli] -coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio -disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi, -come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di -sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e, -non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte -abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani -dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’ -sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere -di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, -trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, -pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati -e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle -mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. — - - -XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO. - -Il rovistrice, [Sidenote: rovistico: pianta, _ligustrum vulgare_] -sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai -pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso -rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li -toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie, -le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute -unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la -quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico -sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per -mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo? -Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e -cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente, -non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna -[Sidenote: rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso -merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le -vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà -del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non -ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che -tu me bruciato! — - - -XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE. - -Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto -campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale -suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato -dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di -tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la -non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e -essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non -la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco -della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva -finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro, -mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta. -E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici -infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami -fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, -e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le -antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno -pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte -delle sue membra. - - -XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA. - -Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere -i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e -drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li -era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti -in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla -imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con -quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si -potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando -alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento -li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande -allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito -— imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E -fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea -aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio -mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di -quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a -questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato -falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi, -che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano; -e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue -compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la -zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle -che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del -mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole, -che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’ -linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta -di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme -colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza, -fatti e fermi alquanti capitoli [Sidenote: patti] di novo col salice, -e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata -la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso -all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là -curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, -e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. -E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto -co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, -essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò, -collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami -del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e -del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [Sidenote: venute in -seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso, -a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture -e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per -fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni -in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [Sidenote: -l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri -negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello -soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due -parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse -sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene. - - -XXVII. — L’AQUILA. - -Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu -dall’omo presa e morta. - - -XXVIII. — IL RAGNO. - -Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle -dal calabrone crudelmente morto. - - -XXIX. — IL GRANCHIO. - -Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a -quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, -e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio - - -XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO. - -Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo -calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si -destò, e subito annegò. - - -XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO. - -La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da -quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio -desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu -fatto. - - -XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA. - -Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore -scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l -ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa -li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide. - - -XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA. - -Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa -l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come -quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa -acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava. - - -XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29] - -Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il -granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa -non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la -bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore. - - -XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA. - -I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e -le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La -qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la -libertà ai tordi, ma la loro propria vita. - -Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà -ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono -legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte -la vita. - - -XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO. - -Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra -appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo -pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se -n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto, -lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e -rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che, -per non gastigare i figlioli, capitano male. - - -XXXVII. — IL CANE E LA PULCE. - -Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci, -sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di -miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del -cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la -folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici -de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè -tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era -spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo -travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale -essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti, -a morirsi di fame. - - -XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO. - -Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola, -la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione, -[Sidenote: distruzione, morte] e, per uno piccolo spiraculo, riguardava -il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa -donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio -a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità; -e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la -quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della -gatta, privato. - - -XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA. - -Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si -pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve. - - -XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza -era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve -avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù -per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni -giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani -dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non -si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa -uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu -laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche. - - -XLI. — TRACCIA. - -Favola della lingua morsa dai denti. - - -XLII. — IL VILLANO E LA VITE. - -Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette -molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le -pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi. - - -XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30] - -Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca -tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto -onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a -sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere -vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e -entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi -di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando -tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti -ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane -interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, -e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese -producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il -meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino -beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro, [Sidenote: -cerebro, cervello] che lo fece matto, e partorì tanti errori, che, -tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu -lasciato poi libere le viti co’ sua frutti. - - (_in margine_) - - _Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e - sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo; - già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della - divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo - furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i - sua amici._ - - -XLIV. — TRACCIA. - -Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica. - - -XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA. - -(Frammento.) - -Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere -rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e -poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per -usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e, -poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso, -già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne -quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di -lì sicuramente si parte. - -Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne, -comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in -fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva. - -Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè -stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e -rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata -cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria -d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave -sonito.... - -Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato -avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole -in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in -fra le legne si trova, traeva. - -E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a -spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di -quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là. - -Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto -assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in -gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare -tutto il superiore elemento [Sidenote: l’elemento del foco] sopra le -poche legne. - -E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti -sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte -grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme -più altere, percosser nel fondo della superiore caldara. - - -XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA. - -(Frammento.) - -Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e -partita quella lo specchio rimase in le.... - - - - -LE ALLEGORIE. - - -I. — AMORE DI VIRTÙ.[31] - -Calendrino [Sidenote: La calandra] è uno uccello, il quale si dice, -che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo -deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai -lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai -l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia. - -Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista, -anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in -cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i -fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle -prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più -tenebroso sito. - - -II. — INVIDIA.[32] - -Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido -esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli -sanza mangiare. - - -III. — ALLEGREZZA.[33] - -L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si -rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti. - - -IV. — TRISTEZZA.[34] - -La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati -figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo -rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede -alquante poche penne nere. - - -V. — PACE.[35] - -Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per -la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire, -si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si -spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici. - - -VI. — IRA.[36] - -Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [Sidenote: api, -come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a -pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi -con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in -modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con -le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende. - - -VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37] - -La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti -upica, [Sidenote: úpupa] i quali, conoscendo il benefizio della -ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li -vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e -cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li -rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà. - - -VIII. — AVARIZIA.[38] - -Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia: -tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi. - - -IX. — INGRATITUDINE.[39] - -I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando -sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano -a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto -che caccia il padre, e tolli la mogliera [Sidenote: e gli toglie la -moglie], facendosela sua. - - -X. — CRUDELTÀ.[40] - -Il basalisco [Sidenote: basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con -la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e -le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare. - - -XI. — LIBERALITÀ.[41] - -Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte -della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non -potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa -aquila, perchè in tal modo si cibano. - - -XII. — CORREZIONE.[42] - -Quando il lupo va assentito [Sidenote: va cautamente] a qualche stallo -di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo -facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore. - - -XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [Sidenote: adulazioni].[43] - -La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta -sopra i navili, e occide li addormentati marinari. - - -XIV. — PRUDENZA.[44] - -La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno, -uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al -tempo si pascono. - - -XV. — PAZZIA.[45] - -Il bo’ [Sidenote: bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore -rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’ -corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori -l’occidano. - - -XVI. — GIUSTIZIA.[46] - -E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il -quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave -sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a -combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare -e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano, -e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita, - - -XVII. — VERITÀ.[47] - -Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli, -nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre. - - -XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48] - -Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui -dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne -stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se -’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che -si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano, -e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga -’mancare. - - -XIX. — FALSITÀ.[49] - -La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [Sidenote: specie -di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con -la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la -lingua, e essa gli piglia la testa. - - -XX. — BUGIA.[50] - -La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto -vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more, -perchè si fa nota così la bugía. - - -XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51] - -La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per -autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga. - - -XXII. — MAGNANIMITÀ.[52] - -Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si -lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne -fetida. - - -XXIII. — VANAGLORIA.[53] - -In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale -sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda, -quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la -vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa -vincere. - - -XXIV. — CONSTANZA.[54] - -Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura -la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali -la consumano, e poi di novo rinasce. - - -XXV. — INCONSTANZA.[55] - -Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto, -per non sopportare alcuno minimo disagio. - - -XXVI. — TEMPERANZA.[56] - -Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille -miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o -sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare. - - -XXVII. — INTEMPERANZA.[57] - -L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi -vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua -ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla -sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal -modo lo pigliano. - - -XXVIII. — UMILTÀ.[58] - -Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si -sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati -leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che, -spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere. - - -XXIX. — SUPERBIA.[59] - -Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e -sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera -essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila, -regina delli uccelli. - - -XXX. — ASTINENZA.[60] - -Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua -intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e -aspetti ch’essa acqua si rischiari. - - -XXXI. — GOLA.[61] - -Il voltore [Sidenote: l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che -andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita -(li eserciti). - - -XXXII. — CASTITÀ.[62] - -La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro -osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee -mai acqua chiara. - - -XXXIII. — LUSSURIA.[63] - -Il palpistrello [Sidenote: pipistrello, come al n. LXIII], per la -sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [Sidenote: -regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina -con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito. - - -XXXIV. — MODERANZA.[64] - -L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il -dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella -infangata tana — per non maculare la sua gentilezza. - - -XXXV. — AQUILA.[65] - -L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue -penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella -poca acqua. E, se i sua nati non po’ [Sidenote: possono] sostener la -vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non -s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor -non noce [Sidenote: Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia -rimanente della sua preda. - - -XXXVI. — LUMERPA [Sidenote: uccello favoloso]. FAMA.[66] - -Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue -ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la -penna, che si spicca, più non luce. - - -XXXVII. — PELLICANO.[67] - -Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido -morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente -sangue bagnandoli, li torna in vita. - - -XXXVIII. — SALAMANDRA.[68] - -La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [Sidenote: -detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive -[Sidenote: non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro -cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza. - - -XXXIX. — CAMALEON [Sidenote: camaleonte]. [69] - -Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per -istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che -non po’ sostenere uccello, che lo seguiti. - -A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola -il camaleone. - - -XL. — ALEPO PESCE.[70] - -Alepo non vive fori dell’acqua. - - -XLI. — STRUZZO.[71] - -Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per -l’arme [Sidenote: detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’ -capitani. - - -XLII. — CIGNO.[72] - -Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il -qual canto termina la vita. - - -XLIII. — CICOGNA.[73] - -Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la -compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la -covano e pascano, in fin che more. - - -XLIV. — CICALA.[74] - -Questa col suo canto fa tacere il cucco [Sidenote: cuculo]; more -nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi. - - -XLV. — BASALISCO.[75] - -Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo -mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide. - - -XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ. - -Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti, -colla coda si stóppa li orecchi. - - -XLVII. — DRAGO.[76] - -Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e -l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta. - - -XLVIII. — VIPERA.[77] - -Quest’ha nel suo [Sidenote: ha di proprio, di particolare], ch’apre -bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli, -in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre. - - -XLIX. — SCORPIONE.[78] - -La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a -similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le -malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù. - - -L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79] - -Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto, -con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento, -crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve -cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e -rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto. - - -LI. — BOTTA [Sidenote: rospo].[80] - -La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia -tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così -fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con -insgonfiato animo, forzatamente starle davanti. - - -LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81] - -Il bruco [Sidenote: Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante -l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro -intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte -e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo. - - -LIII. — RAGNO.[82] - -Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la -quale gli rende, per benefizio, la presa preda. - - -LIV. — LEONE.[83] - -Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il -terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte -le fiere, che nella selva sono, fuggano. - -Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido -delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre -più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi -[Sidenote: allontanandosi] dai virtuosi. - -Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo -viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti -del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [Sidenote: -le sue astuzie; i suoi disegni]. - - -LV. — TARANTA [Sidenote: tarantola].[84] - -Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in -quello che pensava, quando fu morso. - - -LVI. — DUCO O CIVETTA.[85] - -Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha -ordinato natura, perchè si cibino. - - -LVII. — LEOFANTE.[86] - -Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova, -cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè, -quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi, -solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle -selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il -cielo, quasi come se sacrificare volessino. - -Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti, -l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la -punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la -stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi, -con essi si ricomprano. - -Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e -smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova -le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde -si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e -vanno assentitamente [Sidenote: cautamente]. - -Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l -secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano -vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e -non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel -fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto -clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di -sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano -le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono -provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e -sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente -riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e -non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ -fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso -non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro -gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo -odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Sidenote: Qui: aggrinza, -increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide. - -Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua, -e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò -che ’l corso non li menasse via. - -Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e -coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l -liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte, -del nemico si vendica. - - -LVIII. — IL DRAGONE.[87] - -Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Sidenote: -Plinio: _cratium modo_, a uso di graticci], e, colla testa levata, -passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così -non si unissin, annegherebbono. Così fa unione. - - -LIX. — SERPENTE.[88] - -Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per -l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca. -Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un -simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto -per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½: -avanzava colla testa tutte le piante d’una selva. - - -LX. — BOA.[89] - -Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe -della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la -dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte -Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale -avea tranghiottito. - - -LXI. — MACLI [Sidenote: Plinio: sorta di gran cervo (_cervus alces_)] -PEL SONNO È GIUNTA.[90] - -Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo, -se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano; -pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra -che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per -questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori, -intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e, -quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i -cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano, -perchè è d’incredibile velocità nel correre. - - -LXII. — BONASO [Sidenote: bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91] - -Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte -l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo -piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo -che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del -suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco. - - -LXIII. — PALPISTRELLO.[92] - -Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più -s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù. - - -LXIV. — PERNICE.[93] - -Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso, -e fura [Sidenote: ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati -seguitano la vera madre. - - -LXV. — RONDINE.[94] - -Questa co’ la celidonia [Sidenote: Sorta di pietra favolosa, che si -dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua -ciechi nati. - - -LXVI. — ERMELLINO.[95] - -Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che -’mbrattarsi. - - -LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI. - -Queste tengano l’unghie nella guaina, e mai le sfoderano, se non è -adosso alla preda o nemico. - - -LXVIII. — LEONESSA.[96] - -Quando la leonessa difende i figlioli dalle man de’ cacciatori, per non -si spaventare dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò che là, per -sua fuga, i figli non sieno prigioni. - - -LXIX. — LEONE.[97] - -Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vòte -carrette e simile il canto de’ galli; teme assai nel vederli e con -pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e forte invilisce quando ha -coperto il volto. - - -LXX. — PANTERE IN AFRICA.[98] - -Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile -e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di -rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre -le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde -essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti -s’assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire [Sidenote: -godere] tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e -subito lo divora. - - -LXXI. — CAMMELLI.[99] - -Quegli Battriani hanno due gobbi, gli Arabi uno; sono veloci in -battaglia e utilissimi a portare le some. Questo animale ha regola -e misura osservantissima, perchè non si move, se ha più carico che -l’usato, e, se fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, onde lì -bisogna a’ mercatanti alloggiare. - - -LXXII. — TIGRE.[100] - -Questa nasce in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera -per le diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole -velocità. Il cacciatore, quando truova i sua figli, li rapisce, subito -ponendo specchi nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce cavallo, -si fugge. La pantera, tornando, trova li specchi fermi in terra, ne’ -quali, vedendo sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando colle -zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante l’odore de’ figli, seguita -il cacciatore, e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia uno de’ -figlioli, e questa lo piglia e portalo al nido, e subito rigiugne sul -cacciatore, e fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in barca. - - -LXXIII. — CATOPLEAS [Sidenote: Plinio: _catoblepas_, sorta di -serpente].[101] - -Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto Nigricapo, è animale non -troppo grande e pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta -grandezza che malagevolmente lo porta, in modo che sempre sta chinato -inverso la terra, altremente sarebbe di somma peste alli omini, perchè -qualunque è veduto da’ sua occhi subito more. - - -LXXIV. — BASILISCO.[102] - -Questo nasce nella provincia Arenaica, e non è maggiore che 12 dita, e -ha in capo una macchia bianca a similitudine di diadema; col fischio -caccia ogni serpente, a similitudine di serpe, ma non si move con -torture, anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi che uno di questi, -essendo morto con un aste da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno -discorrendo su per l’aste, non che l’omo, ma il cavallo morì. Guasta le -biade, e, non solamente quelle che tocca, ma quelle dove soffia; secca -l’erbe, spezza i sassi. - - -LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.[103] - -Questa, trovando la tana del basilisco, coll’odore della sua sparsa -orina, l’occide: l’odore della quale orina ancora, spesse volte, essa -donnola occide. - - -LXXVI. — CERASTE [Sidenote: Plinio: Altra sorta di serpente].[104] - -Queste hanno quattro piccioli corni mobili, onde, quando si vogliano -cibare, nascondano sotto le foglie tutta la persona, salvo esse -cornicina; le quali movendo, pare agli uccelli quelli essere piccioli -vermini, che scherzino, onde subito si calano per beccarli, e questa -subito s’avviluppa loro in cerchio, e sì li divora. - - -LXXVII. — AMFESIBENE.[105] - -Questa ha due teste, l’una nel suo loco, l’altra nella coda, come se -non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno. - - -LXXVIII. — IACULO [Sidenote: Plinio: serpe velenoso].[106] - -Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso -le fiere, e l’uccide. - - -LXXIX. — ASPIDO.[107] - -Il morso di questo animale non ha rimedio, se non di subito tagliare -le parti morse. Questo sì pestifero animale ha tale affezione nella sua -compagna, che sempre vanno accompagnati; che, se per disgrazia l’uno di -loro è morto, l’altro, con incredibile velocità, seguita l’ucciditore; -ed è tanto attento e sollecito alla vendetta, che vince ogni -difficultà, passando ogni esercito. Solo il suo nemico cerca offendere, -e passa ogni spazio, e non si può schifarlo, se non col passare l’acque -o con velocissima fuga. Ha li occhi in dentro e grandi orecchi, e più -lo move l’audito che ’l vedere. - - -LXXX. — ICNEUMONE [Sidenote: Volg.: topo di Faraone].[108] - -Questo animale è mortale nemico all’aspido nasce in Egitto, e, -quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta -[Sidenote: Minutissima arena, che si suol trovare vicino a’ fiumi o -torrenti; come al n. LXXXIII] over fango del Nilo, e con quello tutto -s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s’imbratta, -e, così seccando l’un dopo l’altro, si fa tre o quattro veste, a -similitudine di corazza; e di poi assalta l’aspido, e ben contrasta con -quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza. - - -LXXXI. — COCODRILLO.[109] - -Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, nuoce in terra e in acqua, -nè altro terrestre animale ai truova sanza lingua, che questo, e -solo morde movendo la mascella di sopra; cresce insino in 40 piedi, è -unghiato, armato d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in terra, e -la notte in acqua. Questo, cibato di pesci, s’addormenta sulla riva -del Nilo colla bocca aperta, e l’uccello detto trochilo [Sidenote: -_troglodites_ o reatino], piccolissimo uccello, subito li corre -alla bocca e, saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando il -rimaso cibo, e, così stuzzicandolo con dilettevole voluttà, lo ’nvita -aprire tutta la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto dal eumone -[Sidenote: icneumone, vedi n. LXXX], subito si li lancia in bocca e, -foratoli lo stomaco e le budella, finalmente l’uccide. - - -LXXXII. — DELFINO.[110] - -La natura ha dato tal cognizione alli animali che, oltre al conoscere -la loro comodità, e’ conoscono la incomodità del nimico, onde intende -il delfino quanto vaglia il taglio dello sue pinne, posteli sulla -schiena, e quanto sia tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor -combattere si li caccia sotto, e tagliali la pancia, e così l’uccide. - -Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo a chi lo caccia. - - -LXXXIII. — HIPPOTAMO [Sidenote: ippopotamo].[111] - -Questo, quando si sente aggravatola cercando le spine o, dove sia, -i rimanenti de’ tagliati canneti, e lì tanto frega una vena, che la -taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, colla litta s’infanga e -risalda la piaga. Ha forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, coda -torta e denti di cinghiale, còllo con crini, la pelle non si po’ -passare se non si bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi allo -’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito. - - -LXXXIV. — IBIS.[112] - -Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato, -empie il gozzo d’acqua, e col becco si fa un cristero [Sidenote: -clistere]. - - -LXXXV. — CERVI.[113] - -Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de’ -granchi, e si libera di tal veneno. - - -LXXXVI. — LUSERTE [Sidenote: lucertola].[114] - -Questa, quando combatte colle serpe, mangia la cicerbita [Sidenote: -Linneo: _sonchus oleraceus_ (pianta)], e son libere. - - -LXXXVII. — RONDINE.[115] - -Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli col sugo della celidonia. - - -LXXXVIII. — BELLOLA.[116] - -Questa, quando caccia ai ratti, mangia prima della ruta. - - -LXXXIX. — CINGHIALE.[117] - -Questo medica i sua mali mangiando della edera. - - -XC. — SERPE.[118] - -Questa, quando si vol rennovare, gitta il vecchio scoglio [Sidenote: -scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe], comenciandosi dalla -testa; mutasi ’n un dì e una nocte. - - -XCI. — PANTERA.[119] - -Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, ancora combatte coi cani e -cacciatori. - - -XCII. — CAMALEONE.[120] - -Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme -colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati. - - -XCIII. — CORBO [Sidenote: corvo].[121] - -Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll’alloro. - - -XCIV. — MAGNANIMITÀ. - -Il falcone non piglia se non uccelli grossi, e prima more che mangiare -carne di non bono odore. - - -XCV. — GRU. - -Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte -li stanno dintorno con pietre in piè. - -Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru. - - -XCVI. — CARDELLINO. - -Il calderugio [Sidenote: cardellino] dà il tortomalio [Sidenote: -titimalo, titimaglio, pianta del genere _euforbia_] a’ figlioli -ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà! - - -XCVII. — DELL’ANTIVEDERE. - -Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l’ali; il papagallo, -nel mutarsi pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il -becco. - - -XCVIII. — PER BEN FARE. - -Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand’e’ ha -condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante -il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi -modi. - - -XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Per lo spino, insiditoli [Sidenote: innestatogli] sopra boni frutti, -significa quello, che per se non era disposto a virtù, ma mediante -l’aiuto del precettore dà di sè utilissime virtù. - - -C. — DEL LINO. - -Il lino è dedicato a morte e corruzione de’ mortali: a morte pe’ -lacciuoli delli uccelli, animali e pesci; a corruzione per le tele line -dove s’involgano i morti, che si sotterrano, i quali si corrompono in -tali tele. E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, se esso -non comincia a macerarsi o corrompersi, e questo è quello col quale si -deve incoronare e ornare li uffizî funerali. - - -CI. — FRAMMENTO. - -Per il pannolino, che si tien colla mano nel corso dell’acqua corrente, -nella quale acqua il panno lascia tutte le sue brutture, significa -questo ec. - - - - -I PENSIERI. - - - - -PENSIERI SULLA SCIENZA. - - -I. — LA TEORIA E LA PRATICA. - -Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica. - - -II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO LA PRATICA SANZA SCIENZA. - -Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l -nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha -certezza dove si vada. - -Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della -quale la _Prospettiva_ è guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa -bene ne’ casi di pittura. - - -III. — PARAGONE DEL PRATICO. - -Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione, -è come lo specchio, che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose, -sanza cognizione d’esse. - - -IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA ALLA PRATICA. - -La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati. - - -V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. - - -VI. — CONSIGLIO AL PITTORE. - -E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere, -che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu -farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona, -l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità. - - -VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la -pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di -nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio, -sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemica degli -Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni. - - -VIII. — SUL FATTO ANATOMICO DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO NEL -FANCIULLO. - -La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto -[Sidenote: il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali -[Sidenote: il petto]. - - -IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA DALLA PRATICA. - -Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica. - -La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte, -essa [Sidenote: Sott.: pratica] non s’accorda con essa scienza, nè -è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie, -mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso -li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica, -e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono -incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda -necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie, insieme colli -pesi [Sidenote: Sott.: che] sopra di lor si giudicano. - -Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi, -e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno -usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali, -overo incorporei.[122] - - -X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE SENZA APPLICAZIONE PRATICA. - -Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte, -come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte -meccanica. - - -XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme -coll’operante d’essa. - - -XII. — RICORDI DI LEONARDO. - -Quando tu metti insieme la _Scienza de’ moti dell’acqua_, ricordati di -mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che -tale scienza non sia inutile. - - -XIII. — LA DISTRIBUZIONE DEI SUOI TRATTATI. - -Da profondare un canale: fa questo nel libro _De’ giovamenti_, e, nel -provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine, -perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti -bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e -così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle -figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe -cosa confusa e interrotta. - - -XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE. - -L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto, -perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone. -Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha -cognizion di quella. - - -XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO AL SAPERE. - -Naturalmente li omini boni desiderano sapere. - - -XVI. — PIACERE, CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA. - -Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita, -nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi -strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del -mondo. - - -XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI DELLE SUE OPERE.[123] - -So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli, -de’ quali Deometro [Sidenote: Demetrio] disse, non faceva conto più -del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento, -ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio -di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della -sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è -più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze -dell’anima, che del corpo. - -E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano, -dubito non sì, come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi -s’è cosa mangiativa. - - -XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI DELLA SCIENZA. - -Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce -dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre, -ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè -lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino -fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e -l’altra eran di pari valimento e sustanzia. - - -XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA DEL CORPO UMANO. - -Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso -meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto -li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si -riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito -di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi -partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il -resto è assai manco che bestia. - - -XX. — CONTRO GLI UOMINI, CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE. - -Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di -sterco e riempitori di destri [Sidenote: latrine] chiamarsi debbono; -perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si -mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta. - - -XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA. - -La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e -cibo delle menti umane. - - -XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.[124] - -Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore -del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e -di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La -sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e -pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel -corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro, -così la sapienza è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e -niuna altra cosa è da a questa comparare.» - - -XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA. - -Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua -vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la -sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non -manchi il nutrimento. - - -XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA. - -.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del -tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della -virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori. - -Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta -alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama -di loro. - -Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire -di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al -ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza. - -Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la -sua vita, come fa la scienza? la quale sempre è testimonia e tromba -del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non -figliastra, come la pecunia. - - -XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI SI PO’ IMPARARE. - -Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu -trovi dove imitare. - - -XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ DELL’INGEGNO. - -Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà, -e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta. - - -XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA NON DÀ ALCUN FRUTTO. - -Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento, -così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere -cosa, ch’ella pigli. - - -XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo -studio sanza desiderio guasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella -pigli. - - -XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO -INTERVALLO. - -Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto -contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è -di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su -una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio -s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa -l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura. - - -XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS MUNDI. - -La verità sola fu figliola del tempo. - - -XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ. - -Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di -Dio, ella to’ [Sidenote: toglie] di grazia a sua deità; ed è di tanta -eccellenza la verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno -nobili. - -Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da -la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia, -che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza -comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni -e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la -bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose -non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi -ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e -barerie de’ palari [Sidenote: frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi] -nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta -altura! - - -XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI ALLA VERITÀ. - -L’impedimenti della verità si convertono in penitenza. - - -XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA. - -Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi -ultimi principii, (oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può -trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua, -cioè la scienza di _Geometria_, la quale, cominciando dalla superfizie -de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa -superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo -la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale -null’altra cosa può essere minore. - -Dunque il punto è il primo principio di _Geometria_, e niuna altra -cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar -principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una -superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere -creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto -essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo -è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa -superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, [Sidenote: Sott.: -che] sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero -unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti -immaginassi, un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo -alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che -tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver -nulla, cioè la decima figura de la _Aritmetica_, per la quale si figura -un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci, -e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente -crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui -in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono -eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine. - - -XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE DATE DA LEONARDO AL PITTORE. - -Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure: -imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e -chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori, -riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e -tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le -regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione -nelle tue opere. - -Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio; -imperochè ’l bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene -intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole -sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e -arti. - -Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai, -solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni -sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose. - - -XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO STORICO DELLA PITTURA E DELLE -SCIENZE. - -Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i -pittori non hanno per autore, che la fatta pittura. - -Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per -autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà -bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre -imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte -in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato -in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo -volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare su per li sassi -li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a -fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo, -dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti -quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti -imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando, -insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò -con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la -natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano. - -Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente -studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non -figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia -di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura, -lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura! - - -XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ NELLA SCIENZA. - -Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le -mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza, -presso de’ loro inesperti judizî: non considerando le mie cose essere -nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera. - - -XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI -SCRITTORI. - -Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore -e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai -loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, -non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non -concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, -non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno -essere biasimati. - - -XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE -OPERE ALTRUI. - -È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e -’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e -trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio -alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno -per sè è qualche cosa, e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla -natura, perchè sono sol d’accidental [Sidenote: della parte caduca -dell’uomo, la figura esteriore] vestiti, e sanza il quale potrei -accompagnarli in fra li armenti delle bestie! - - -XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI. - -So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli -parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo -sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì -come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: -— quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me -medesimo non vogliano concedere? - -Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di -che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da -esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra -di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i -casi allegherò. - - -XL. — REVERENZA DI LEONARDO PER GLI ANTICHI INVENTORI. - -_De’ cinque corpi regolari_.[125] Contro alcuni commentatori, che -biasimano li antichi inventori, donde nasceron le grammatiche e le -scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi -non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’ -libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor -maestri. - - -XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ. - -Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto -la memoria. - - -XLII. — SPONTANEITÀ DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA. - -Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più -laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza -lettere, che un bon litterato sanza naturale. - - -XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ. - -L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne. - - -XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE. - -Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non -passa per le matematiche dimostrazioni. - -E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente -abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni, -e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la -quale nulla dà di sè certezza. - - -XLV. — LA ESPERIENZA. - -La sapienza è figliola della sperienza. - - -XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL FALLANO I NOSTRI GIUDIZI, -PROMETTENDOSI DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA POTESTÀ. - -A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme -rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa -esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza, -la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a -impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo -quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente -esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde -dimostrazioni. - - -XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE DELL’EFFETTO ALLA CAUSA. - -La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi, -promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti -causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che -seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non -fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che -doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del -detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già -detto principio. - - -XLVIII. — LA CERTEZZA DELLE MATEMATICHE. - -Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione, -e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze, -colle quali s’impara uno eterno gridore. - - -XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ DELLA MATEMATICA. - -La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma -etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia. - - -L. — DELLE SCIENZE. - -Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze -matematiche, over che non sono unite con esse matematiche. - - -LI. — LEONARDO AL LETTORE. - -Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî. - - -LII. — DELLA MECCANICA. - -La _Meccanica_ è il paradiso delle scienze matematiche, perchè con -quella si viene al frutto matematico. - - -LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA. - -A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza. - - -LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA E LA RAGIONE. - -La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, -ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità -constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone, -oprare le ’nsegni. - - -LV. — LA DEDUZIONE. - -Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della -scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione. - - -LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO ALL’IGNOTO. - -Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è -necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante -li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà -di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l -vento. - - -LVII. — LA LEGGE DI NATURA DOMINA I FATTI. - -Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti -bisogna sperienza. - - -LVIII. — L’ESPERIENZA È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA. - -Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi -la ragione. - - -LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi -le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe -troppo semplice; e dirai così: sperienza. - - -LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI SI SCOPRONO LE CAUSE. - -Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè -mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione -dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare. - -E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali -hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e -termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè -cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella -investigare la ragione. - - -LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE E VARIARE LE CIRCOSTANZE. - -Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o -tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti. - - -LXII. — ESEMPIO DELLA PRECEDENTE REGOLA. - -_Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con -egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno -infra loro eguali_.[126] - -La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa -forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino -lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di -moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a -vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E -questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente -non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e -ch’ella ingannassi o no il suo speculatore. - - -LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA -RAGIONE AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA. - -_Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più, -proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre -acquistando velocità di moto_.[127] - -E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe quasi veloce come la immaginazione -o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per -conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che -infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce, -e infinito cammin si moverebbe (perchè _ogni quantità continua è -divisibile in infinito_). La qual opinione è dannata dalla ragione e -per conseguente dalla sperienza. - -Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’ -l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol -di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle -sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come -l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che -spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà, -come qui si dimostra. - - -LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI, -PERCHÈ IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA. - -Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del -quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti; -perchè ha così licenza tal particula d’acqua a levarsi in tanta -altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è -stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il -quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non -si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale -invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai -di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione -[Sidenote: raccolta, somma] insieme col capitale del frutto, che tu -possiedi.[128] - - -LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.[129] - -Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i -contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della -dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti. - -La _Prospettiva_ adunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e -discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata -dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto -della _Matematica_, quanto della _Fisica_, ornata co’ fiori dell’una e -dell’altra. - -Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione [Sidenote: -analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo, -secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni, -alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le -cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna, -che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si -degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della -luce. - - -LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE DAL SENSO. - -Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti. - - -LXVII. — CONSEGUENZA DEL PREDETTO PRINCIPIO. - -Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il -senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità -dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato. - - -LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO È IL CRITERIO DEL VERO. - -E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione -mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale -impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo -rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare -impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per -li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il -medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè -egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano [Sidenote: -s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi -per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu -compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non -potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e -tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo, -e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi! - - -LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA -DEI SENSI. - -Dicono quella cognizione esser _meccanica_, la quale è partorita -dall’esperienza, e quella esser _scientifica_, che nasce e finisce -nella mente, e quella esser _semimeccanica_, che nasce dalla scienza e -finisce nella operazione manuale. - -Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le -quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non -terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine -non passa per nessuno de’ cinque sensi. - -E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto -maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi, -come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre -si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la -ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe. -Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la -verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio -resta in eterno distrutto, e s’esso litigio risurge, è bugiarda e -confusa scienza e non certezza rinata. - -Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare -per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non -pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e -noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al -fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura, -dette _Aritmetica_ e _Geometria_, che trattano con somma verità della -quantità discontinua e continua. - -Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che -un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con -eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite -dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali. - -E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche, -imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il -medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le -quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’_Astrologia_ -e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali, -com’è la _Pittura_, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e -non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione. - -Della qual _Pittura_, li sua scientifici e veri principî prima -ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e -ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore, -corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali -solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia la -_Scienza della Pittura_, che resta nella mente de’ suoi contemplanti, -della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta -contemplazione o scienza. - - -LXX. — INGANNO DELLA MENTE ABBANDONATA A SÈ STESSA. - -Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio. - - -LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni. - - -LXXII. — CONTRO LA METAFISICA. - -Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son -confermate dalla isperienza. - - -LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI SULL’UOMO. - -L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; -li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola -certezza, che la gran bugia. - - -LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO. - -_Sillogismo:_ parlar dubbioso. _Sofismo:_ parlare confuso, il falso per -lo vero. _Teorica:_ scienza sanza pratica. - - -LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA. - -La _Pittura_ s’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque -cosa creata dalla natura, e la _Filosofia_ penetra dentro alli medesimi -corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane -satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la -prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna. - - -LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI. - -Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli -elementi non è in podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son -noti.[130] - - -LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA -SFERICA. - -Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il -mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare -unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La -qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro -delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità -d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una -mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131] Ma di -questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire, -come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è -occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura. - - -LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO È UN’ASTRAZIONE MENTALE. - -Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non -tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in -atto. - - -LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ ABBRACCIARE COLLA RAGIONE. - -Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è -lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito, -perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce -ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha -termini. - - -LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -_De anima._ Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella, -poco si move la parte percossa. - -L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso; - -Per lunga distanza la voce in fra l’aria; - -Più lunga in fra ’l foco; - -Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in -fra lo ’nfinito. - - -LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE TRASCENDE LA MENTE UMANA. - -O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che -ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente -conduce; ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose, che son -disegnate dalla mente tua! - - -LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI DEI PROBLEMI INSOLUBILI. - -Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri -antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose -improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono -chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e -falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del -suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito -in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro. - - -LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE DELL’ANIMA. - -Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con -vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più -bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue -invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi, -quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi -mette dentro l’anima d’esso corpo componitore. - -Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli -corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle -menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno -tutti li segreti. - -Lascio star le lettere incoronate [Sidenote: i libri ecclesiastici e i -dogmi], perchè son somma verità. - - -LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI IMPAZIENTI.[132] - -Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo -amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa -cognizione. - -L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual -certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le -quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che -debbono essere amate. - -Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui -fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la -maggior parte delle cose, di che il tutto è composto? - -Gli è vero che la impazienza, madre della stoltizia, è quella che lauda -la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li -servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come -è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella -quale s’include l’universo, caratando [Sidenote: pesandola a carati] e -minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare. - -O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la -tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi, -cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi, -ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual -si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono; -e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle -cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare -per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu -hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi, -che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta -dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi -fiori e frutti. - -Come fece Giustino, abbreviatore delle _Storie_ scritto da Trogo -Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti -delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti; -— e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li -quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato -utilmente, cioè nelli studi delle _opere di natura_ e delle _cose -umane_. - -Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani, -sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro -correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la -fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti -limosina, come a lor tutore! - - -LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE NEL SUO STUDIO. - -Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il -pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando -è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente -apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene -riservate. - -E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un -solo compagno sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la -indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più -simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo, -io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle -cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti -fare, ch’assa’ [Sidenote: assai] spesso non prestassi orecchi alle -loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti -male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione -dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro -parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa -parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu -saresti pur solo? - - -LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE. - -Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio, -il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per -obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li -sono contrapposte. - -Adunque conoscendo tu, pittore, non poter essere bono se non se’ -universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità -delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le -vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l -tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or -questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e -scelte in fra le men bone. - -E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia, -dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo, -riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino -o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o -parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non -altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria. - - -LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO. - -Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e -parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di -qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il -quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quelli delle cose, che -se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura. - - -LXXXVIII. — CONSIGLIO. - -La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi, -quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli -appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse -regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre. - - -LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO NE’ PAESI. - -Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura -e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e -cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li -oppongono, e remoto da altre cure. - -E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando -l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale -è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua -ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro. - -E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la -quale si trasmuta in tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua -obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî, -e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che -infine non troverà più utile compagnia. - - -XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI. - -Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni -che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende -se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in -una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa -essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che -lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a -parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora, -se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado -a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza. - -E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere -vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di -quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria -e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e -veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la -diligenza, che la prestezza. - - -XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO. - -Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì -22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di -molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per -ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e -credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare -una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare, -perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: — -questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non -volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso -ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a -rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di -tempo allo scrivere da una volta all’altra. - - -XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE. - -Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale -aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè -Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo -e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme -coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di -Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [Sidenote: il foco], -spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque -ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia -bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane -forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra -gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi -alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, — -piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, -colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso -piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, -questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato -alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; -paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là -entro fussi alcuna miracolosa cosa. - - - - -PENSIERI SULLA NATURA. - - -I. — PROEMIO. - -Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto, -perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili -e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne -l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte -cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca -valetudine [Sidenote: valore, pregio]. - -Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti -compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per -le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal -premio, qual merita la cosa da me data. - - -II. — NATURA E SCIENZA. - -La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza. - - -III. — LEGGI NECESSARIE DOMINANO I FATTI DELLA NATURA. - -La necessità è maestra e tutrice della natura. - -La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna. - - -IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA POTENZA DELLA LORO CAGIONE È -NECESSARIA.[134] - -_Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari -potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido -smalto,_ [Sidenote: dal percuotere su un piano liscio e sodo] _quanto a -gettarlo libero per l’aria._ - -O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a -nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò -sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei, -e quella nel suo obbedire trova intoppo: hai ordinato, che la potenza -del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi -la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta -da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a -trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria. - - -V. — LE LEGGI DELLA NATURA SONO IMPRESCINDIBILI. - -Natura non rompe sua legge. - - -VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei -infusamente vive. - - -VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA NECESSARIAMENTE. - -Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno -effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento -della cagione. - - -VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA DELL’EFFETTO ALLA SUA -CAUSA.[135] - -(_Studiando la natura dell’occhio._) - -Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti -dell’universo son ridotte in un punto, e quel punto è di tanta -maraviglia! - -O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti -li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause! - -Questi sono li miracoli! - -Scrivi nella tua _Notomia_, come, in tanto minimo spazio, l’immagine -[Sidenote: visiva, che si forma nell’occhio] possa rinascere e -ricomporsi nella sua dilatazione. - - -IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA LEGGE. - -Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento -dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti -conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che -Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura! - -Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’ -gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor -dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita -tempesta, con gran busse [Sidenote: urti] e sommersione di navili, -con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e -sbigottiti pesci! - - -X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ. - -Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e -potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore; -il sole la svelle [Sidenote: fa evaporare] non per necessità, ma per -potenza. - - -XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO. - -Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di -perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia -subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte -della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito, -nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando -chiudere li occhi con sua coperchi [Sidenote: le palpebre] serrati con -somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando -ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro -al sospetto suo. - -Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo -col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo da esso dormiente -guardato, d’alcuna cosa non sia offeso. - - -XII. — PROVVIDENZIALITÀ DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO DELLA -PUPILLA. - -_La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son -le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le -rappresentano._ - -In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è -offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio, -e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a -similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel -che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra, -e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre -tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione. -E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare -e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione -delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le -rappresentano. - - -XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA. - -L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso. -E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la -natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano -a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali, -ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni, -donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca -sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: — -perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per -la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte -per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo -cibo. - - -XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI. - -L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede, -vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore -la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto -mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro -loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore, -che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo -di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote: -gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua. - - -XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI. - -Li timoni, creati nelli omeri [Sidenote: formati dall’omero dell’ala] -che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per -un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso -volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto -furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto. - - -XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE NELLE PIANTE. - -Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che -sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente, -se la regola non è impedita. - -E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè -nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella -dell’occhio [Sidenote: gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in -contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo, -possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella -concavità del nascimento di essa foglia. - -Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente, -l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li -cinque rami. - - -XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE. - -Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere. - - -XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde -il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo -la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione, -finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e -retorto. - - -XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO NATURALE TENDONO A RITORNARVI. - -Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito -ritornare, e massime foco, acqua e terra. - - -XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO. - -Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve. - - -XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE NEL SUO TUTTO. - -Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire -dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè, -sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire. - - -XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA. - -Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con -seco s’unisce, e fassi una cosa medesima. - -L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, -l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, -lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione. - -Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è -posato, lì si riposa. - -La cosa conosciuta col nostro intelletto.... - - -XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO. - -Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima. - - -XXIV. — LA STESSA. - -Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo -che sia possibile. - - -XXV. — ANCORA LA STESSA. - -Nessuna azion naturale si può abbreviare. - -Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che -trovar si possa. - - -XXVI. — LA NATURA È VARIABILE IN INFINITO. - -Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li -alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso -somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o -frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un -altro. - - -XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI. - -I bugiardi interpreti di natura affermano lo _argento vivo_ essere -comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia -le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al -mondo. - - -XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ DELLA NATURA. - -Se la natura avesse ferma [Sidenote: fatta, fissata] una sola regola -nella _qualità_ delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono -somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe -conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del -volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla loro -_grandezza_, lei non l’ha osservata nella _qualità_, in modo tale che -l’un dall’altro chiaramente conoscere si può. - - -XXIX. — PRECETTO AL PITTORE. - -Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle -figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose -cose, ch’appariscono nelle opere della natura, è che nissuna opera, in -qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia -l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi -alla varietà de’ lineamenti. - - -XXX. — PRECETTO. - -Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi -moti nelle medesime storie [Sidenote: nel medesimo insieme di figure, -episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi -essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere -replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza -ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello, -ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno -precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette -bellezze. - - -XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI. - -Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti -li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa, -e nulla si variano, se non in lunghezza o in grossezza, come sarà -dimostro nella _Notomia_; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte -varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola, -perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti. - - -XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA. - -Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile. - -Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza. - -Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione -fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del -sôno, fatto dal martello di tal campana percussore. - -Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del -moto [Sidenote: l’impeto] impresso nel mobile. - - -XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE. - -Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto. - - -XXXIV. — LA STESSA. - -Il moto è causa d’ogni vita. - - -XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA. - -Che cosa è la forza? - -Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la -quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata -e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso [Sidenote: la -quiete] ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza. - - -XXXVI. — LA STESSA. - -Che cosa è forza? - -Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile, -la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale -violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale. - - -XXXVII. — LA MATERIA È INERTE. - -Nessuna cosa insensata [Sidenote: materiale, senza vita e senza -sensitività] per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri. - - -XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA. - -L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo -mobile, il quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita. - - -XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA. - -Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la -linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando -[Sidenote: chiamo, denomino] principio. - - -XL. — ORIGINE DELLA FORZA. - -La forza da carestia o dovizia [Sidenote: cioè: disequilibrio di -potenze] è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote -del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito -nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con -essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove -essa forza generare si potesse. - -La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro -accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro -essere e lor morte. - -La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per -le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde, -ingrossati, essi muscoli si vengono a raccortare o trarsi dirieto i -nervi [Sidenote: nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui -si causa la forza per le membra umane. - -La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra -forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa -sarà di più lungo moto l’una che l’altra. - - -XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA. - -La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione, -son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere -de’ mortali hanno loro essere e loro morte. - - -XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA. - -Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre -si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in -lui si riserva. - - -XLIII. — ANCORA. - -Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare -un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudine d’un -pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo -si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi -al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo -vieterebbe. - - -XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA DELLE SFERE CELESTI.[136] - -_Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no._ - -Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà -fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li -circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati: -adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non -avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione -pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati, -si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni -giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il -sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o -niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor -confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbe non farsi sôno -nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono -politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi -e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si -genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura. - -Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini -di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che -inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi -più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si -fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a -settentrione. - - -XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ. - -La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in -elemento più lieve. - -Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in -elemento più grave. - -Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera. - - -XLVI. — LA STESSA. - -Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per -desiderio che esso corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è -per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè -tal peso. - - -XLVII. — LA STESSA. - -— Il peso perchè non resta nel suo sito? - -— Non resta perchè non ha resistenza. - -— E donde si moverà? - -— Moverassi inverso il centro. - -— E perchè non per altre linee? - -— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la -via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo. - -— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità? - -— Perchè non va — come insensibile [Sidenote: come cosa, che non ha -vita, nè moto proprio] — prima vagando per diverse linee. - - -XLVIII. — LAUDE DEL SOLE. - -Se guarderai le stelle, sanza razzi [Sidenote: senza quelle false -irradiazioni, che provengon dall’occhio] (come si fa a vederle per -un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e -quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere -tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramente la lunga -distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che -son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua. - -Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza, -e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e -latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio -tenebroso. - -Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali -dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra; -fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume -posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l -vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza. - - -XLIX. — SEGUE LA LAUDE. - -E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro. -Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che -dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo -punì di tal errore poco peccò. - -Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che -voglion laudare più lo adorare gli omini, che tal sole, non vedendo -nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo -lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono. -Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali -vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo, -come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto -adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han -fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande -quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la -qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e -putridi e corruttibili nelle loro sepolture. - -La _Spera_ e Marullo laudan con molti altri esso sole.[137] - - -L. — SEGUE. - -Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti -muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale -ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo -nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora -lui fosse fronte di tal parallelo, e per conseguenza non essere più -grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era -insensibile per la lunga distanza del sole. - -Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro -emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è -grande il sole quanto e’ pare.) - - -LI. — SEGUE. - -Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’ -pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna, -quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza -come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men -d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la -luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è -un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è -necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa, -che l’opaco causa d’essa piramide. - - -LII. — SEGUE. - -Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!... -E qui si potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto -grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una -misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di -ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento -braccia, che è un sesto di miglio. - -Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la -sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe -camminato venticinque braccia per ora! - - -LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO PER NATURA E NON PER VIRTÙ. - -Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di -foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere, -che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al -color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco. - - -LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già -s’è detto. — - -Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li -rifrette più caldi, che esso foco. - -La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi, -presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco. - -Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi, -avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per -virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in -questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per -virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il -che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere -caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo -freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi -caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole, -che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran -calore. - -Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore. - - -LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI NELLO SPAZIO. - -Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan -natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor -natura, e, per qualunque loco transparente essi passassino, è come -s’elli penetrassino altrettanta aria. - - -LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE O DA SÈ. - -Dicano [Sidenote: Sott.: gli scrittori, gli autori] di avere il lume -da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da -sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse -oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio -nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel -luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente -di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il -sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga -distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi -nostri. - -Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’ -sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del -sole all’occhio nostro. - -Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto -più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume da sè che l’ombra, -che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe -a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma -questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non -n’aggiugne [Sidenote: raggiunge, arriva] infra troppe stelle, quello -ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del -corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole. - - -LVII. — LA TERRA È UNA STELLA. - -Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi -simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo! - -E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li -autori. - - -LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO. - -Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua, -che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e -risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra -ancora lei essere stella. - - -LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA ESSERE UNA STELLA. - -In prima diffinisci l’occhio. - -Poi mostra come il battere [Sidenote: il tremolio della luce, del -fulgore escitizio delle stelle] d’alcuna stella viene dall’occhio; e -perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come -li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere -delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra -d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo -adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo -veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come -la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del -foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari -portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre -[Sidenote: tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo. - - -LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI. - -Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa, -mediante il sole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più -remoti pare stella; e quest’è provo. - - -LXI. — LA TERRA NON È CENTRO DELL’UNIVERSO. - -Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del -mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei; -e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi, -questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe -offizio, tal qual fa la luna a noi. - - -LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE. - -Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume -antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in -libro quarto: _De mundo e acque_. - - -LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA DELLA LUNA. - -1. Nessun lievissimo è opaco. - -2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve. - -3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no. - -E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi, -perchè non cade al centro de’ nostri elementi? - -E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque -ella è più lieve che altro elemento. - -E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non -traspare? - - -LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA. - -Nessun denso è più lieve che l’aria. - -Avendo noi provato come la parte della luna, che risplende è acqua, -che specchia il corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore da -lui ricevuto, e come, se tale acqua fusse sanza onde, ch’ella picciola -si dimostrerebbe, ma di splendore quasi simile al sole; al presente -bisogna provare, se essa luna è corpo grave o lieve; imperocchè se -fusse grave, confessando che dalla terra in su in ogni grado d’altezza -s’acquista gradi di levità, — conciò sia che l’acqua è più lieve che -la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l foco che l’aria e così seguitando -successivamente, — e’ parrebbe che, se la luna avesse densità, com’ella -ha, ch’ella avesse gravità e, avendo gravità, che lo spazio, ove -essa si trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza avesse _a -discendere inverso il centro dell’universo e congiugnersi colla terra_, -e se non lei almanco le sue acque avessino a cadere, e spogliarla di -sè, e cadere inverso il centro, e lasciar di sè la luna spogliata -e sanza lustro; onde, non seguitando quel che di lei la ragione ci -promette, egli è manifesto segno, che tal luna è vestita de’ sua -elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in sè per sè si sostenga in -quello spazio, come fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro -spazio, e che tale offizio facciano le cose gravi ne’ sua elementi, -qual fanno l’altre cose gravi nelli elementi nostri. - - -LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La luna densa e grave come sta, la luna? - - -LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO AI PROPRI ELEMENTI. - -Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in mezzo al suo albume sanza -discendere d’alcuna parte, ed è più lieve o più grave o eguale d’esso -albume; e, s’egli è più lieve, egli dovrebbe sorgere sopra tutto -l’albume e fermarsi in contatto della scorza d’esso uovo e, s’elli è -più grave dovrebbe discender, e, s’elli è eguale, così potrebbe stare -nell’un delli stremi come in mezzo o di sotto. - - -LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO DELLA VITA. - -Il caldo è cagione del movimento dell’umido, e ’l freddo lo ferma, come -si vede la region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria. - -Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale è movimento d’omore. - - -LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE VIVENTE. - -Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o -razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno; -nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna -parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono -l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in -gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima -vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li -ordini delle collegazioni [Sidenote: aggregazioni] de’ sassi, di che -si compongono le montagne, il suo tenerume sono li tufi, il suo sangue -sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core, -è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue -per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l -caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la -residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi -della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon -Gibello di Sicilia e altri lochi assai. - - -LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO E DEL MONDO. COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE -L’ACQUA. - -L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso -nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra, -acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo -ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi -sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove -cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha -il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei -ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene, -che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano -empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo -della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al -proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non -v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono -necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili. - - -LXX. — L’ACQUA. - -Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto -di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son -costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati. - - -LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA DEL MONDO. - -L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna, -o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice -de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il -mancamento del versato umore, quivi con curioso [Sidenote: sollecito] -soccorso abbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si -vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle, -in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto [Sidenote: -contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata -nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza -somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa -non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita. - - -LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra -è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene, -contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li -umori in tutte le spezie de’ corpi animali. - - -LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI. - -L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural -calore si move. - - -LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE ALL’ACQUA. - -L’acqua è ’l vetturale della natura. - - -LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA. - -Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra -l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano -li letti delli lor corsi. - -La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor -corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica -nell’ultime bassezze delli lor moti. - -Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto -prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più -tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di -minore o maggior quantità. - -E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion -de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi, -dond’ella discorre. - - -LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE. - -Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo -del mare. - -Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si -consumano. - -Come i mediterranei scopriranno i lor fondi all’aria, e sol -riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale -correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di -tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano. - - -LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI. - -In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi, -colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco, -come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove -manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle -inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza -della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua -dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e -separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La -declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso -corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare, -universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi. - -Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le -nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità, -fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io -non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto, -che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare, -contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo. - - -LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE. - -O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli -hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti, -dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose -o ritorte interiora [Sidenote: Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal -tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude -ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte! - - -LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO. - -Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia -se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari -essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa -le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue -e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le -testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti -monti, lontani dalli mari d’allora. - - -LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [Sidenote: le conchiglie fossili] -MARINI.[138] - -Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli -mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per -causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu -che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse -chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del -mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le -radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli -[Sidenote: a strati, a strati]. - -E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti -marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono -da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque -insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio -animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua, -— e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove -s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, -con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato -di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse -chi tenne conto d’esso tempo. - -E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza, -non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi, -confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti -monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o -di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili. - -E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti -e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano -da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si -cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove -non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati -dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a -dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi -fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti -separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango e non con ordinati gradi -a suoli, come alli nostri tempi si vede. - - -LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI SONO PER MOLTO SPAZIO E -NATI REMOTI DALLI MARI, PER LA NATURA DEL SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE -E INFLUISCE TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI. - -A costor si risponderà che s’è tale influenza [Sidenote: influsso -degli astri, atto a crear animali fossili] d’animali, non potrebbero -accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e -non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere -sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non -l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi -dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche -de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre -specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si -movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la -scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando; -non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, li quali alcuni -dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero -tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini -gittati non fussino. - -E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più -dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non -sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate -non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza. - -Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi -mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno -di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in -forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo -che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal -sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi -si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia, -e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto -Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo -lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa -dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra per -ispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il -suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la -quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li -fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde -segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran -monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno -di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di -Perugia. - -Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in -tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci, -che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico -li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali -in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme -coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si -cavano, son pieni di nicchi. - -Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della -Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè -a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè -nelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e -ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val -di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano. - -Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque, -che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare -inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo, -perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella -del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua -del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose -mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili -cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del -mare, tanto più si fa potente e grave che quella. - -Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra -terra, se quivi nati non fussino! - -Se tu mi dicessi il fiume Era [Sidenote: Loira], che passa per la -Francia, nell’accrescimento del mare [Sidenote: nel flusso o alta -marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran -pianura, e ’l mare s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a -trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si -risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non -fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia -poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese. - - -LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, CHE DICONO I NICCHI ESSER -PORTATI PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI MARI PER CAUSA DEL DILUVIO, -TANT’ALTO CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA. - -Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti, -se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi -sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe -vacuo. - -E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il -grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude, -esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte -esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se -elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non -li tirano a sè. - -E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò -essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi -dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non -si rimovono, se non per causa di percussion d’onda. - -E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo -provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel -fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare -del mare dal terreno tolto vicino alli liti. - -Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è -lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la -cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie -ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran -provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può -portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua. - -Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e -quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti -con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza -l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti -li altri nicchi, che stanno insieme a congregazione, essere trovati -tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno -dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo! - -E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra -le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a -significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando -fu tagliato lo stretto di Gibilterra. - -Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi -e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io -facevo il gran cavallo di Milano [Sidenote: la statua equestre a -Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica -da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era -assai delli conservati nella prima bontà.... - -Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni -[Sidenote: le profonde cave di macigno], li legnami delle travi -lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di -Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che -la litta [Sidenote: fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che -quivi copriva, fusse abbandonata in tant’altezza, e che le pianure del -Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di -lì sgomberato. - -E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili -lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa -tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi -s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne -vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si -cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano. - - -LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA -DEL PRESENTE. - -Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti -delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora -asciutte. - -Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è -petrificato il nicchio insieme col fango. - -Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali -fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio. - -Come altra setta d’ignoranti affermano la natura o i cieli averli -in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si -trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come -nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i -mesi della lor vita, come [Sidenote: allo stesso modo che] nelle corna -de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non -furono mai tagliate in alcuna parte! - -E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere -manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza -moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da -penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi. - -Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte -di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’ -liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del -mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra? - -Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di -pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricoperta da una -terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando? - -E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu -troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine -di molte. - -Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava -le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli -scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino -stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che -ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto. - -E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi -fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo -stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le -pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso -il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti -marittimi. - -E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’ -monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso -de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più -gravi di lui, e, se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe -lasciate in diversi lochi seminate. - -Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in -Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati [Sidenote: corrosi dal -tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla -corrente de’ fiumi? - -E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie -d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre -appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi -d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona -pastura, diventano cibo del predetto nicchio. - -Non si trova l’arena mista coll’aliga marina [Sidenote: l’alga marina] -essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E -di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe. - - -LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI. - -E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti -mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione -fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n -un medesimo sito? - -E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi [Sidenote: stratificata -e cementata in roccie] in diverse altezze delli monti, perchè quivi è -di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi -in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi -li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute, -ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le -condusse? - -Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate -[Sidenote: fossilizzate e improntate] nelli alti sassi di tal monte, -e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E -così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in -pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi. - - -LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO. - -Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno -s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece -il secondo! - - -LXXXVI. — DUBITAZIONE. - -Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di -Noè fu universale o no, e qui parrà di no per le ragioni, che si -assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu -composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal -pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se -così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra -terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte -egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua -trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che -l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella -non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui -è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non -andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per -soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che -tale acqua fu vaporata dal calor del sole. - - -LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139] - -Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’ -fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice -aria, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina -della terra [Sidenote: il corpo sferico della Terra, rammollito per le -assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento -del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I -fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più -leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante; -tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e -mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di -ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro -vita, e mancherà la generazione umana. - -A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida -e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre) -e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento -[Sidenote: continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la -fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del -foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il -termine della terrestre natura. - - -LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’ -MONTI. - -Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le -cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta -dall’acque, e sarà inabitabile. - - -LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI. - -La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte -l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi -animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti -nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di -pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [Sidenote: -disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva. - - -XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO -VOLANTE. - -L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento -è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con -tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque -direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non -l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta -dall’anima dell’omo. - -L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’ -bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse -separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni; -ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello -provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte -sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso -largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale -lui s’è fatto anima e guida. - - -XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO -DEL NIBBIO. - -Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, -perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che, -essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca -colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle -labbra. - - -XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI -GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO. - -Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non -reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella -quale [Sidenote: Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi -uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne. - -Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [Sidenote: sottili] -ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si -sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista. - - -XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE. - -In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli -stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva. - - -XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE. - -Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al -continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli -lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli -più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento -partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi -esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi -tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di -vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col -nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui -al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra -se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in -tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo, -e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in -istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del -nutrimento suo. - - -XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA. - -L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura -di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita -dell’altrui morte. - - -XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO. - -Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e -riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui -era, più non è. - -Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore? - - -XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140] - -Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa, -e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto -da essi elementi. - - -XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO. - -La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele -matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre. - - -XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte -dell’altro? - -La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue -vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua -terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l -tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo -l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio, -spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran -moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini, -che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di -loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti. - -Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la -continua moltiplicazione. - -Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano -le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale. - - -C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI. - -Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel -primo caso [Sidenote: nello stato primitivo, anteriore alla nascita], -fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui -desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova -state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate -cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua -disfazione!... - -Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che, -trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre -ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo -desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è -modello dello mondo. - -E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare, -e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica -acquistati. - - -CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA. - -L’anima pare risiedere nella parte judiziale [Sidenote: parte judiziale -= intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel -loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune -[Sidenote: senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo, -come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se -ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario -li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno -solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento -sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici, -la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra -detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio. -E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse -nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio, -e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa -s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio. - -Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità -costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde -forate [Sidenote: corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali -corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle, -che circonda le corporee membra e visceri. - -Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri -offiziali [Sidenote: membri offiziali = muscoli], le quali corde e -nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento; -quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare, -imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i -nervi [Sidenote: nervi = tendini], i quali si tessono per le particule -de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la -cagione del loro contatto. - -I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’ -condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri -al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l -nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e -’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la -imprensiva è sua referendaria. - - -CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE. - -Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri -sensi. - -Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi. - -E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti, -mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti -alla imprensiva [Sidenote: imprensiva = sensitività e percezione] e -da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla -memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno -riservate. - -I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare. - -Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio, -che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano -li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno -posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo -il capo. E questo nome di _senso comune_ dicano, solamente, perchè è -comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare, -gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è -posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante -la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali, -cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e -la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti. -La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine -a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la -manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì -sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa -data. - -Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla -imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del -quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare -dalla nostra materia. - - -CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI. - -La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi, -i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del -comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore -per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e -obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in -un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo -signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà -dalla volontà d’esso signore. - -Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma -obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate -dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio -v’attenda. - -I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza -che l’omo lo sappi? - - -CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO -DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA. - -Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici -e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e -mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze, -non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade -nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte. - - -CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE. - -Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi -volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore -parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha -molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in -tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si -vede li atti e li modi del loro fattore. - -E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile -in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure -con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono -la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato, -le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si -dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno -attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come -se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio -accidente del pittore. - -E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che -sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo, -si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio -nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella -ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e -così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo -tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se -medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare -l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno, -che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora -di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che -simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano -ai loro genitori. - - -CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE -COSE E NEGLI ESSERI. - -Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale, -il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo -far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia -assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia, -deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi -mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si -trova. - -E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò -sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè -l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio, -e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel -comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di -femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa. - -Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e -da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono. - - -CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE. - -Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e -quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio -non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che -hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono -riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile -e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai -in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure. - - -CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI. - -Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla -creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino -a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle -potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo, -dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a -rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima -inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano -di cose a loro simiglianti. - - -CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI. - -Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e -concupiscibili [Sidenote: senso e desiderio]. - -Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali. - -De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione, -tatto e gusto no. - -L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali. - - -CX. — PROBLEMA DEI SOGNI. - -Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla -imaginazione stando desto? - - -CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI. - -La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti -fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [Sidenote: si dilata o si -restringe]. - -E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà -di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose -circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che -si risguardi. - - -CXII. — INGANNO DEI SENSI. - -L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel -suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per -linee rette, che compongono la piramide [Sidenote: formata dal raggi -luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio, -come intendo provare. - -Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi -obbietti, perchè non vengono le spezie [Sidenote: le onde sonore] a -lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e -riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le -propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco -sol per linee rette si riferisce a esso senso. - -L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il -gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso -tatto. - - -CXIII. — SUL TEMPO. - -Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso, -per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la -geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita -varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma -sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia: -il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea, -ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i -punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son -termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea -è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è -alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè, -ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro. - - -CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO. - -Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica. - - -CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA. - -Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici, -e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua, -e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è -indivisibile, perchè non è quantità. - -Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito. - -Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla -tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non -hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l -preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente. - -Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l -divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione -come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come -si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che -rappresenta esso Nulla [Sidenote: lo zero]. E la podestà sua non si -estende infra le cose di natura. - -[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole: -nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del -presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non -sono o che sono impossibili.] - -Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro, -e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna -infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere, -imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo. - - - - -PENSIERI SULLA MORALE. - - -I. — GLI STUDI DI LEONARDO. - -Io scopro alli omini l’origine della prima o forse seconda cagione del -loro essere. - - -II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA. - -E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali -disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose, -che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale, -con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non -d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia, -ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri, -consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno -a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile -insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a -tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi, -che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per -vedere le differenze. - -E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo -stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla -paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti -squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non -t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a -tal figurazione. - -E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva; -e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion -geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’ -muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente. - -Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi -libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non -sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale. - - -III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA. - -Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del -minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a -me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi -quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò -l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi -la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto -locale, mediante lo sue parti. - -E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura -delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura. - - -IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI. - -E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della -natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa -essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa -sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere -nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente, -quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella -sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità -distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la -merita. - -Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo -pianto e dolore non sia sanza cagione. - - -V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO. - -Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la -qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più -moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non -avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia. - - -VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA. - -Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè -io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star -sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature -delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari, -col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini, -che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di -pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna, -onde alitano, posta sopra otri o sughero. - - -VII. — CONTRO LA NECROMANZIA. - -Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual -s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia, -partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di -riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se -non simile a sè, cioè bugia. - -Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’ -semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può -da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali -essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in -tale uffizio ha fatti i vetri ecc. - -Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento, -è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia, -collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti -i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua -parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può, -parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che -li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia -prima entran quelli, che tal cosa affermano. - -E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni -è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio -dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale -arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria, -convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti, -con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con -impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con -quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a -questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor -fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa -offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte? -qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di -colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici -di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze -sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere -alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo -della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare -per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti -dell’universo.... - -Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per -tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la -morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto -la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità? - -E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito, -ruinerebbero Iddio con tutto l’universo. - -E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria, -essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello -spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non -sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo -non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento -riempiuto. - - -VIII. — DELLI SPIRITI. - -Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion -dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè -medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale. -— E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro -alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal -quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si -desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual -il vacuo si generasse. - -Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è -una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto -nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo -elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come -si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra -acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza, -la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario -la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa -acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al -continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse, -per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il -celo, insinchè uscito fusse di tali elementi. - - -IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI. - -Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi, -sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è -allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale -spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli -stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del -vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere -restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e, -se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita -due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera] -quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria -levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa -di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e -altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù. - -Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria, -preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali -al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle -rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale -aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo -sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse. - - -X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O -NO. - -Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa -movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo -spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde. -— Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto -fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello -spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa -aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso. - - -XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO. - -Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima -definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: — -_la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso -confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di -denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce -raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno -suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto -dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran -fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito -fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro, -come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria, -e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella -generazion delle saette. - -Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento -d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli -non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è -necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui -non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non -ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi -a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se -non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della -cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta -sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual -movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro -a sè la strignie. — - -Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito. - -E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le -spezie delli obbietti vanno all’occhio. - - -XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -O matematici fate lume a tale errore! - -Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è -occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle -cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta -la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue -immagini]. - - -XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’ -essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere -strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce, -nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè -entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria -congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie -forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte -dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in -nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti. - - -XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA. - -Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro -non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno -fondamenti scientifici. - -Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini, -li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto: - -_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari -del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri -e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori -della cogitazione. - -_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità, -sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione. - -_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte -evidenti, sono iracondi. - -_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte -lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così -si po’ dire di molte parti. — - -Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una -medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno -all’altro; e così in un naufragio. - - -XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO. - -L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o -ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale -è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia? -s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi -di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in -tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza]. - - -XVI. — SEGUE. - -L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende. - -L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta. - - -XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca, -avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro. - - -XVIII. — AVVERTIMENTO. - -Non si debbe desiderare lo impossibile. - - -XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE. - -Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli, -che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran -povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti, -cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che -l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al -sommo stolto negromante e incantatore. - - -XX. — CONTRO I MEDICI. - -Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute. - - -XXI. — ANCORA. - -Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite. - -Adunque devono esser ricchi. - - -XXII. — ANCORA. - -E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti -riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè -le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men -numero di libri, ch’esista di Medicina. - - -XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE. - -La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le -quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’ -fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione -dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi -membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero -causa della lor destruzione. - - -XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE. - -Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto -[Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali -pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza -moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti -obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole -non sentono dolore, come quelle delli animali. - - -XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA. - -Lussuria è causa della generazione. - -Gola è mantenimento della vita. - -Paura over timore è prolungamento di vita. - -Dolore è salvamento dello strumento. - - -XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA. - -Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di -quella. - - -XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA. - -Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso -corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e -confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima. - - -XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA. - -L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa -a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che, -guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto. - - -XXIX. — LA MEMORIA. - -Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo -danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita. - - -XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE. - -Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo -spirito. - - -XXXI. — RAGIONE E SENSO. - -I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando -contempla. - - -XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO. - -Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire. - - -XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO. - -Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero -nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può -perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe -e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con -iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione. - - -XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE. - -A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di -troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito; -ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa -lungamente passata ci pare esser presente. - - -XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO. - -Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di -tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate -di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose -vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù; -e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate -dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano -distanti. - - -XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO. - -Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri -giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli -indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria -nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non -trapassi indarno. - - -XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA. - -L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna -altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama -raccoglie. - - -XXXVIII. — EPIGRAMMA. - -O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte; -o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi -similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile -ai tristi morti? - - -XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE. - -L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima -di quella che viene: così il tempo presente. - - -XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO. - -La vita bene spesa lunga è. - - -XLI. — LA VITA LABORIOSA. - -Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene -usata dà lieto morire. - - -XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE. - -O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu -distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti -della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando -si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la -vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte. - -O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale -tutte le (cose) sono consumate! - - -XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA -L’OPERE DI DIO. - -Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti, -ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che -sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi -son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni -delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le -figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano -d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile. - -Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere -l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto -Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della -cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai -amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la -somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa, -alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la -virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo -proposito. - - -XLIV. — PREGHIERA. - -Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare -ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita -alli omini. - - -XLV. — ORAZIONE. - -Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica. - - -XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI. - -E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun -si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano. - - -XLVII. — ANCORA. - -Farisei frati santi vol dire. - - -XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141] - -Nulla può essere scritto per nuovo ricercare. - - -XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA. - -La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i -panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni -secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; -similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie -offendere non ti potranno la tua mente. - - -L. — CONSIGLI AL PARLATORE. - -Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li -danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte -tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi -a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi -di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento; -e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu -acquisterai odio e inimicizia. - -E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare, -parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare -intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie -azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che -lui si diletta. - - -LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO. - -Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e -questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno, -cioè dagl’ignoranti. - -Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te -l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti -farai misero e sanza riposo. - -Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel -giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, -com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il -giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane, -in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma -fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli -uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni. - - -LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI. - -Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama. - -Questa sozza fama è nata da’ vizi. - -Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto -no. - -Il vôto nasce, quando la speranza more. - -Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli -parlatori, sanza alcuna sentenza. - -Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno. - -La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile. - -Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese. - -Chi teme i pericoli, non perisce per quegli. - -Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova. - -Chi altri offende, sé non sicura. - -Non essere bugiardo del preterito. - -La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della -povertà. - -Dov’è libertà, non è regola. - -Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il -consiglio. - -Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la -intendi. - -Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello. - -Le minaccie solo sono arme dello imminacciato. - -Dimanda consiglio a chi ben si corregge. - -Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re -delle ave. - -Chi non punisce il male, comanda che si facci. - -Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde. - -Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso. - -Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni. - -Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo. - -Chi poco pensa, molto erra. - -Più facilmente si contesta al principio, che al fine. - -Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che -sono in pericolo. - -Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio. - -Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti. - -Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli -omini. - -Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente. - -Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non -saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo. - -Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e -dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento. - -Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra. - -Raro cade chi ben cammina. - -Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo! - -Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera. - -Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono. - -La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde. - -Chi non stima la vita, non la merita. - -Cosa bella mortal passa e non dura. - -Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata. - -L’oro in verghe, s’affinisce nel foco. - -Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita. - -Ogni torto si dirizza. - -Di lieve cosa nasciesi gran ruina. - -Al cimento si conosce il fine oro. - -Tal fia il getto, qual fia la stampa. - -Chi scalza il muro, quello gli cade addosso. - -Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina. - -L’edera è di lunga vita. - -Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è -creduto. - -Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto -è calva. - -Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera. - -Impedimento non mi piega. - -Ogni impedimento è distrutto dal rigore. - -Non si volta chi a stella è fisso. - - -LIII. — LA VERITÀ. - -Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità, -scacciando le tenebre. - -Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore -e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre, -occultatrici d’ogni essenzia. - -Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la -verità, cioè l’oro. - -La verità al fine non si cela: non val simulazione. - -Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice. - -La bugìa mette maschera. - -Nulla occulta sotto il sole. - -Il foco è messo per la verità, perchè distrugge ogni sofistico e bugìa, -e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero. - - -LIV. — IL BEN FARE. - -Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che -’l giovamento. - -Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel -giovare. - -Tutte le opere non son per istancarmi. - -È motto da carnovale. _Sine lassitudine_. - -Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si -stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al -nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente. - - -LV. — LA INGRATITUDINE. - -Sia fatto in mano alla ingratitudine. - -Il legno notrica il foco che lo consuma. - -Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il -lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità. - - -LVI. — LA INVIDIA. - -La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa -spaventa la virtù. - -Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se -potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in -volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da -palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare -che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a -significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in -continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante. -Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella -offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia -ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di -fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile -cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a -signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti -strumenti della morte. - -Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e -prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia. - - -LVII. — LA FAMA. - -La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche -a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue -operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano. - -Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in -iscambio di penne, e ’n forma d’uccello. - - -LVIII. — PIACERE E DOLORE. - -Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati -[Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato -dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno -all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un -medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la -fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e -lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra, -ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose. -Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare -che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della -vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina, -chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare -nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente, -imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri, -che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si -tiene la canna per tali fondamenti. - - -LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO. - -Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le -composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti: -così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a -ricevere la virtù de’ sensi. - -Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della -sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo -contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di -saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del -predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte -della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate -congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario, -perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi -ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si -vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più) -in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di -notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni. - - -LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142] - -Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo -Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi, -acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua -gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali? - -E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma -non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la -qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si -trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento -di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e -de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero), -e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie -leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna -volta si mangiano i figlioli.... - -Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e -amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole, -pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai -ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura -tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se -non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare -infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola? - - -LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO. - -UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che -son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son -molti. - - -LXII. — L’UOMO COME ANIMALE. - -Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale -andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i -loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce -si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro, -per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e -sempre così sèguita. - - -LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO. - -Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli -animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella -infanzia va con quattro piedi. - - -LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA. - -Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini -e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in -tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto -bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e -portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate, -che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî -colori. - -Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per -offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi, -le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean -parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte. - -Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente -grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno -a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono -tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non -potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra. - -Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini -avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi -vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e -alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio -e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita -d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli. - - -LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143] - -A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo. - -Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età -d’anni 10. - - ladro, - bugiardo, - ostinato, - ghiotto. - -Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un -giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, -lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo -confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4. - -Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per -due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il -vino e, dopo questo, venne a cena dove me. - -Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi -a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo -dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò -nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote: -soldi di Lira] 2. - -Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer -Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e -spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini -salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa -accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era -in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi -trovò. — Lire 2 s. di L. 4. - -Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una -pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno -mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi -de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici, -confetti. Lire 2. - -Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio -d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era -di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4. - -Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire -6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para -di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe.... -L. 1. - - -LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO. - -Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui, -non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei, -con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui. - - -LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144] - -Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato -acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito. -Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri -di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore -tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla -quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo -ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo -l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e -oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui -con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li -furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui -fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere -di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li -negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e -grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal -volontieri. - -La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti, -dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’ -Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa -lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di -loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo -durava insino a sera. - -E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e -diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo -era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così -seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo -se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non -esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di -poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai -tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi -lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’ -mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun -de’ mia voleva più entrare. - -Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è -quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui -ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione -di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini.... -disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto -dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere -ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti -lavoranti assai specchi per mandare alle fiere. - - -LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE -PREMIO DI LOR VIRTÙ? - -E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò -sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son -quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li -dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano -li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non -vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio. - -E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi, -fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli -eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre -insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè -questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue -e li simulacri.... - -Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come -ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri -operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in -pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non -sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra -la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato -il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli. - -Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti -tieni? son queste cose da esser fatte da omini? - - -LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA. - -Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta -voce, con tali parole mosse: - -— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo, -a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo -è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine, -in compagnia di tutti i vizi. - -Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati -solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che -alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini -trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli -sono nimici, e peggio s’elli son amici. - - -LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA. - -Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite, -essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato -di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al -suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote: -accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato -Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali, -non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala -natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua -iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio. - - - - -PENSIERI SULL’ARTE. - - - - -DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI. - - -I. — PROEMIO. - -Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal -numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della -natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio]. - -Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette -arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma -ad infinite attende, che la natura mai le creò. - - -II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE? - -Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della -Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei -medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica] -nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle -predette scienze non mancando per questo di sua divinità. - -E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè -medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi -che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno -di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura, -e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno -professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere -quella. - -Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante -non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo -no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle -lingue o lettere umane. - - -III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE. - -Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più -comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario, -è meno utile ch’è meno comunicabile. - -La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni -dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non -passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa -per il vedere. - -Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno -le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi -che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie -umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura, -imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli -figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta -della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale -spettacolo. - - -IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE. - -Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il -discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto. -Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza, -quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come -l’altre sustanze. - -Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura -no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il -discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come -si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa -non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa, -qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa -infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta -nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e -non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più -eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate. - -Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente andare velati e -coperti, credendo diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare -le loro presenze? or non si vede le pitture, rappresentatrici delle -divine Deità, esser al continuo tenute coperte con copriture di -grandissimi prezzi? e quando si scoprano, prima si fa grandi solennità -ecclesiastiche di varî canti con diversi suoni; e, nello scoprire, -la gran moltitudine de’ popoli, che quivi concorrono, immediate si -gettano a terra, quelle adorando e pregando, per cui tale pittura è -figurata, dell’acquisto della perduta sanità e della eterna salute, non -altrementi, che se tale Idea fusse lì presente in vita? - -Questo non accade in nessun’altra scienza od altra umana opera. E se -tu dirai, questa non esser virtù del pittore, ma propria virtù della -cosa imitata; si risponderà, che in questo caso la mente de li omini -po’ saddisfare, standosi nel letto, e non andare ne’ lochi faticosi e -pericolosi, ne’ pellegrinaggi, come al continuo far si vede. - -Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo sono in essere, chi li move, -sanza necessità? Certo tu confesserai essere tale simulacro, il quale -far non po’ tutte le scritture, che figurar potessino in effigie ed in -virtù tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami tal pittura, ed ami chi -l’ama e riverisce, e si diletti d’essere adorata più in quella, che -in altra figura di lei imitata, e per quella faccia grazia e doni di -salute, — secondo il credere di quelli, che in tal loco concorrono. - - -V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE UMANE PER SOTTILE -SPECULAZIONE APPARTENENTE A QUELLA. - -L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via, donde -il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le -infinite opere di natura; e l’orecchio è il secondo, il quale si fa -nobile per le cose racconte, le quali ha veduto l’occhio. - -Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, non avessi coll’occhio -viste le cose, male le potreste riferire per le scritture; e se tu, -poeta, figurerai una storia colla pittura della penna, e ’l pittore -col pennello la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa a -essere compresa. Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il -pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale è più -dannoso morso [Sidenote: danno] o cieco o muto? — Se ’l poeta è libero, -come ’l pittore, nelle invenzioni, le sue finzioni non sono di tanta -saddisfazione a li omini, quanto le pitture, perchè, se la Poesia -s’astende con le parole a figurare forme, atti e siti, il pittore -si move, colle proprie similitudine de le forme, a contraffare esse -forme. Or guarda: — qual’è più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o la -similitudine [Sidenote: la figura] d’esso omo? — Il nome dell’omo si -varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non da morte. - -Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; per questo io dirò essere -più eterne l’opere d’un calderaio, che il tempo più le conserva che le -vostre o nostre opere, nientedimeno è di poca fantasia, e la Pittura si -po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, fare molto più eterna. - -Noi per arte possiamo essore detti nipoti a Dio. Se la Poesia s’astende -in filosofia morale e questa in filosofia naturale; se quella descrive -l’operazione della mente, che considera, questa colla mente opera -ne’ movimenti; se quella spaventa i popoli con le infernali finzioni, -questa colle medesime cose in atto fa il simile. Pongasi il poeta a -figurare una bellezza, una fierezza, una cosa nefanda e brutta, una -mostruosa, col pittore; faccia a suo modo, come vuole, tramutazione -di forme, che il pittore non saddisfassi più [Sidenote: in modo da -superare il pittore]. Non s’è egli viste pitture avere tanta conformità -colla cosa vera, ch’ell’ha ingannato omini e animali? - - -VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ. - -Tal proporzione è dall’immaginazione a l’effetto, qual’è dall’ombra al -corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla Poesia alla Pittura. -Perchè la Poesia pon le sue cose nell’imaginazione di lettere, e la -Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal quale occhio riceve le -similitudini non altrementi, che s’elle fussino naturali; e la Poesia -le dà sanza essa similitudine, e non passano all’imprensiva per la via -della virtù visiva, come la Pittura. - - -VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE. - -La Pittura rappresenta al senso, con più verità e certezza, le -opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere -rappresentano con più verità le parole, che non fa la Pittura. Ma -diremo essere più mirabile quella scienza, che rappresenta l’opere -di natura, che quella, che rappresenta l’opere dell’operature, cioè -l’opere degli uomini, che sono le parole, com’è la Poesia o simili, che -passano per la umana lingua. - - -VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO. - -L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli -contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita, -si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la -veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri [Sidenote: -il corpo], mediante gli occhi, per li quali essa anima si rappresenta -tutte le varie cose di natura; ma chi li perde, lascia essa anima in -una oscura prigione, dove si perde ogni speranza di riveder il sole, -luce di tutt’il mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre notturne -sono in somm’odio, ma ancora ch’elle sieno di breve vita! Oh! che -farebbono questi, quando tali tenebre fussino compagne della vita loro? - -Certo, non è nissuno, che non volesse più tosto perdere l’audito -o l’odorato, che l’occhio, la perdita del quale audire consente la -perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine nelle parole; e sol fa -questo per non perdere la bellezza del mondo, la quale consiste nella -superfizie de’ corpi, sì accidentali [Sidenote: prodotti dall’arte] -come naturali, li quali si riflettono nell’occhio umano. - - -IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE ALLA NATURA. - -La Pittura serve a più degno senso, che la Poesia, e fa con più verità -le figure delle opere di natura, che il poeta; e sono molto più degne -l’opere di natura che le parole, che sono l’opere dell’omo, perchè tal -proporzione è dalle opere de li uomini a quello della natura, qual -è quella, ch’è da l’omo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le -cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole -imitare li fatti e parole de li omini. - -E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere di natura co’ la tua semplice -professione, fingendo diversi siti e forme di varie cose, tu sei -superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi -vestirti de l’altrui scienze, separate da essa poesia, elle non sono -tue, come Astrologia, Rettorica, Teologia, Filosofia, Geometria, -Aritmetica e simili. Tu non sei allora più poeta, tu ti trasmuti, e -non sei più quello, di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi -andare alla natura, che tu vi vai con mezzi di scienze, fatte d’altrui -sopra li effetti di natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di -scienziali [Sidenote: di cose pertinenti alle varie scienze] o d’altrui -mezzi, va immediate all’imitazione d’esse opere di natura. - -Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata, -a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con -infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere -le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con -questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava -il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane -faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler -mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad -un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra -li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi. - - -X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA. - -Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè -l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e -dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è -giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune, -se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se -la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si -ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale -finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole -equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di -sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità -esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual -è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione, -conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso -comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì -nasce, nell’occhio tenebroso [Sidenote: il cervello o senso comune]. -Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al -vederla in atto fuori delle tenebre! - -Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e -tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine, -mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa -fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il -pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu -descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’ -la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo -dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un -istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro, -che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di -quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e -tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de -li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti, -delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone -innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle -macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti -de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare -al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che -sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi. -Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior -senso. - -Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme -parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come -naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in -tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza -comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle, -in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore, -che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati -a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali -o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli -trascorre? - -E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa -divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la -rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma -infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei -se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza -rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali -desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e -altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà -innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno, -e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura, -che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo -in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è -l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la -vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto -si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a -sbadigliare. - -Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno -incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non -farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale -scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale -pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella -concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari -orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla -scrittura. - -Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l -tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è -cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E -questa vita è sorella della morte. - - -XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE. - -Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che -dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo -è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli -animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle -cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il -cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia, -che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale -solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le -cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può -vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante -il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano. - - -XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA. - -Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie -della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Qual fia quello, -che ti dimostrerà siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si -rappresenti li tuoi passati piaceri, con più verità del pittore? - -E se tu dici: — la Pittura è una Poesia muta per sè, se non v’è chi -dica o parli per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non vedi tu, che -’l tuo libro si trova in peggior grado? Perchè ancora ch’egli abbia -un uomo, che parli per lui, non si vede niente della cosa, di che si -parla, come si vederà di quello, che parla per le pitture; le quali -pitture, se saranno ben proporzionati li atti co’ li loro accidenti -mentali, saranno intese, come se parlassino. - - -XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA. - -La Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è -una Pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie, -o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per li quali esse -dovrebbono penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e l’altra è -Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè -l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il -senso meno nobile, cioè l’audito. - -Adunque daremo la Pittura al giudizio del sordo nato, e la Poesia -sarà giudicata dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata con -li movimenti appropriati alli accidenti mentali delle figure, che -operano in qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato intenderà -le operazioni e l’intenzioni degli operatori, ma il cieco nato non -intenderà mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia onore a essa -Poesia; conciossiachè delle nobili sue parti è il figurare li gesti e -li componimenti delle istorie e li siti ornati e dilettevoli, con le -trasparenti acque, per le quali si vede li verdeggianti fondi delli -suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e minute ghiare, coll’erbe, -che con lor si mischiano, insieme con li sguizzanti pesci, e simili -descrizioni, le quali si potrebbono così dire ad un sasso, corno ad un -cieco nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che si compone la bellezza -del mondo, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione, -propinquità, moto e quiete, le quali son dieci ornamenti della natura. - -Ma il sordo, avendo perso il senso meno nobile, ancora ch’egli abbia -insieme persa la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè imparare -alcun linguaggio, ma questo intenderà bene ogni accidente, che sia -nelli corpi umani, meglio che un che parli e che abbia audito, e -similmente conoscerà le opere de’ pittori e quello, che in esse si -rappresenti, e a che tali figure siano appropriate. - - -XIV. — SEGUE. - -La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una -e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze, -e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come -fece Apelle colla sua _Calunnia_. - -Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne -risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci, -insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione -armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori -restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più -farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura, -dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale -serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica -all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante -di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà -con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti -l’altri sensi. - -Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una -perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte, -della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne -risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna -voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun -concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre -ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni -l’oblivione [Sidenote: dimenticare] non lascia comporre alcuna -proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua -virtù visiva a un medesimo tempo. - -Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta, -de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati -tempi, la memoria non riceve alcuna armonia. - - -XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE. - -La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per -la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso -massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo -caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via -dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un -sentissi raccontar una cosa. - -Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà -piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella -prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti -sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte, -ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti, -de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la -mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola -parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore -immediate è compresa dalli suoi riguardatori. - - -XVI. — SEGUE. - -La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù -visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti -naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica -proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il -senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de -l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più -tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero -mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce -con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi -se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta -armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi, -che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello -udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè -tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come -nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè, -se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di -proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè -sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza, -e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica -nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che -tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare, -che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è -la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere -d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare -per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al -continuo di lei spira. - -Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge, -il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il -tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio, -piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della -bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello -nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non -impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo -caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che -supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso -si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel -far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una -dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le -quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole -nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale -è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo, -nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può -dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si -de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi -entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della -Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose. - -Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della -città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per -monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se -ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole -in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti -descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio -calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si -fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea -fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non -potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose -valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere -li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così -tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se -il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi -li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi -piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante -con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle -verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale -effetto descritto dal poeta? - -Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice, -che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini -con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che -commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le -stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che -nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria, -ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo -egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato -all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia -non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio -ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani. - -Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un -fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta, -lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive -di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e -non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa -astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio; -ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe -emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il -pittore. - -Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così -umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè -linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore -la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il -disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda -grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli -orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li -quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri -alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria; -questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e -ingegneri. - - -XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ -MEDIANTE QUELLO È GENERATA. - -Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee -visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il -pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa -Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee -s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura, -sanza le quali l’arte del geometra è orba. - -E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla -figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica -fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non -s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua, -ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di -natura e ornamento del mondo. - - -XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE. - -Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo -è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei -versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il -pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè -invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere, -e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma -che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran -parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza -la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè -l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami, -chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!) - -Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena -di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in -arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se -’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale -della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il -medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria -effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e -parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate -innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che -l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna -donna viva. - -E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per -l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se -non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l -poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia -[Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove -più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio. -Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà. -Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a -riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia -in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i -quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle -dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti. - -Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo -innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura -volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose -dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la -pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a -laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe -in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale -[Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano -nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello -che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica, -perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’ -chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a -chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè -questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica -aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che -significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece -Apello la _Calunnia_. - - -XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE. - -Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli -in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un -pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re -rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò -la vista con grande ammirazione. - -Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e -sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! — - -Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse: -«o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a -miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa -vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare -la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito, -e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi, -perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso, -che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della -scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ -quali questi si fanno obbietti. - -»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non -s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità -di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o -udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in -istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce -la succedente, se l’antecedente non muore? - -»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella -del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità -armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa -la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine -bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo -tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro -proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta -dall’uomo, che dar lo possa maggiore.» - - -XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE. - -Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da -eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che -sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato, -prima che restar cieco. - -Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le -forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto -dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza -essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto, -e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio, -che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la -Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna -della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere -umane. - - -XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE. - -— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te -tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. — - -Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore, -perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue, -contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? — - -Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente -l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non -è in favore. - -Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel -che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel -delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore, -che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore. - -La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie. - - -XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE. - -Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di -comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi, -noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la -Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual -nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè -è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto, -che ’l senso del vedere. - -Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo, -e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura, -nella quale abbia moto e vita. - -Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo? -Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le -umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo; -questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime; -questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha -trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose -future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e -Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo -sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle, -ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno -quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione? - -Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e -fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della -umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e -per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale -l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha -ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini. - -Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è -quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente -all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera -la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali, -vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle -mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite -forme d’animali e erbe, piante e siti. - - -XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA. - -La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura, -conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio, -e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali, -operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o -più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’ -membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia -la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si -genera la bellezza umana. - -Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more -immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi -resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una -sola superfizie. - -O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’ -mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le -quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita -vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura, -quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è -adorata. - - -XXIV. — PITTURA E MUSICA. - -Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la -Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica, -che solo saddisfa all’audito. - -Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che -si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che -con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna. - -Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose, -quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere -preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le -forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere -magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce. - -Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il -culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente; -con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con -questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura -fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini -famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il -medesimo facciamo noi qui colle lettere. - -Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi -metti questa, o tu ne levi quella. - -E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la -Musica da chi non la sa. - -Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò -che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria -consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle -discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità -delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva. - - -XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE. - -Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del -pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo -speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici, -quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli -tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo -contemplante. - -Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane -membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa -bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi -anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia -delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze -conservar non potrebbe. - -Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza, -che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è -restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra! - -Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata -coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non -pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto. - -Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle -scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come -fa il pittore? - -E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con -questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai. - - -XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO. - -Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal -pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il -poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te -lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa -vedere tutto in un tempo. - -Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di -che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con -quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo, -come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori; -e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e -così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la -grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi -armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti -si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai -saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina -proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali -solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto -[Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà -posseduta a chi le vede. - -E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie, -composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della -loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e, -benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio, -siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della -Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse -cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di -diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono -giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In -comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto -allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo -il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto -indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico. - -Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà -comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse -cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta -l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo -e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque -questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una -conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio -del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose -rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo, -o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal -finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più -debole parte della pittura. - - -XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA. - -Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere -fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti -alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono -subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li -sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro -obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere -superiore alla Poesia. - -Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo -tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e -termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come -boriosa, sè stessa lauda. - - - - -IL PITTORE E LA PITTURA. - - -I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA. - -Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura. - - -II. — ORIGINE DELLA PITTURA. - -Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra -dell’omo, fatta dal sole ne’ muri. - - -III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE -COSE. - -Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore -di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che -sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è -Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o -foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi -freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire -gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare, -egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti -o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è -nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima -nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in -pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual -fanno le cose. - - -IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE. - -Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore -rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore -ha carestia di sentimento. - - -V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE. - -Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono -maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura. -Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo -della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione. - -Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le -cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione -degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi -paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene. - -Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi -quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti -montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati, -strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti? - -Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà -usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore. - - -VI. — IL PITTORE E LA NATURA. - -Il dipintore disputa e gareggia con la natura. - - -VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA. - -Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte -l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile -invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera -tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle -figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte -d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di -natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più -corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono -state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la -Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente -di Dio. - - -VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO -DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE. - -Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in -sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo -essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti -son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti. - -Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi -in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore, -che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si -potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa -forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima -nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti -saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in -sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta -alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia -consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via -a farti onorare della tua arte. - - -IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA. - -Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che -nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai -i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono -prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri -animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla -forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che -sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile -la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il -ritrarle di naturale. - - -X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA, -IL GIUDIZIO D’OGN’OMO. - -Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio -di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non -sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà -s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o -naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con -verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà -confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto -l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo -in altrui, e farai profitto degli altrui errori. - -Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene -e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se -trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso -o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione -come lui s’inganna. - - -XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E -INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI. - -Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio, -bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con -somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li -tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro, -quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi -tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e -questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —; -e mostrare d’avere opera da ogni premio. - - -XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI. - -Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità -con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro -specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la -tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra -similitudine ha conformità insieme. - -E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè -lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno -similitudine con la pittura in molte parti. - -Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che -paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la -pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura -è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si -po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio -e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e -lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie. - -E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e -lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori -l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li -saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa -naturale, vista in uno grande specchio. - - -XIII. — PRECETTO AL PITTORE. - -Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la -quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli -l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte -di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del -sole. - -Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo -delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non -disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori. - - -XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO. - -Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le -tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue. - - -XV. — ORDINE DELLO STUDIO. - -Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni -cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di -naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere -a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in -pratica e operare l’arte. - - -XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO. - -Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e -finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti, -che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle -quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro -accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli -con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia -uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si -faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi -in perfetta forma. - -Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli -è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari -componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli -si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo -abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti -e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che -pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle -d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito, -perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso. - - -XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE -STORIE. - -Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte -le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti -a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel -parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno -in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori -d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un -tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia -di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio -in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con -grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti -delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti -serberai come tuoi autori e maestri. - - -XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI -NEL LETTO, ALLO SCURO. - -Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo -scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti -superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili, -da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile -e utile a confermarsi le cose nella memoria. - - -XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI. - -Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione -di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di -riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie -invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di -varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse -sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare] -qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati -di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli -in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti -pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti -e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E -interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro -tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai. - -Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto -a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che -integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro, -non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni. - - -XX. — LA STANZA DEL PITTORE. - -Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo -sviano. - - -XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE. - -Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo, -e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è -superata dal giudizio. - - -XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE. - -Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro. - - -XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA. - -Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco -acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce -di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce. - - -XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA. - -E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li -sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione; -e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli -tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa -aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella, -ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a -quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e -gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler -essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che -di tal arte meritamente s’acquista. - -Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li -viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con -oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti -bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi -e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne -gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che -sono ornate? - -Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove, -appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che -dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo -che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel -parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor -consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico, -sconciatore delli azzimati capegli. - -Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto -vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare, -graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano -con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati.... -Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a -condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l -vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora -investigando!... - - - - -PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. - - -I. - -Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e -l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere -dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione -l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè -di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l -lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in -questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè, -e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente -lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie -nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le -prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore -paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea -è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti, -non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi -come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e -infinite cose, che non si dicono per non tediare. - -Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile -resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco, -e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e -fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire -che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è -tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile -faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro -sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è -racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello, -che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole -andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera. -Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e -quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima -operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè -quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n -bronzo. - -Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della -Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima -l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa -scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima; -se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi -colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi -dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento -dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più -bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e -altro non ha. — - -La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa -miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le -cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata -d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera. - - -II. - -La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore -e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista, -le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e -così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà -di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che -in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime -campagne co’ lontani orizzonti. - - -III. - -Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che -lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il -pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente. - -Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua -opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo -o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si -rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da -gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia -impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio, -e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e -l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre. - -Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori -e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede -dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello -con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è -l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse -volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza -strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere -udite. - - -IV. - -Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della -Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva, -causata dalla virtù della materia e non dall’artefice. - -E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di -soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel -che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in -potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo -tal difetto essere dell’operatore e non della materia. - -Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi. - -Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre -inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali, -a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde -per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno -l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna -lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo -governando, e così facendo, non levano più del dovere. - -Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime -speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere -di brevissimo discorso. - -Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente -che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e -non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe -attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale -materia. - - -V. - -La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e -meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente -del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia -interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause -delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le -similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli -veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in -grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori -eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e -infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa: -o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più -o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si -dimostreranno men noti l’un che l’altro. - -E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che -far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose -e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore -ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà -varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra -li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade -penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo -sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e -dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi; -questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque -e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le -lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe, -dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze -sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura -non aggiunge. - - -VI. — CONCLUSIONE. - -Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva -de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle -cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle -cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta, -infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto, -come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a -quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la -superfizie delle trasparenti acque. - - - - -I PAESI E LE FIGURE. - - - - -I PAESI. - - -I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE. - -Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote: -condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso -lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna, -piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era -all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa -tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le -stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò -nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte, -tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì -gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita. - - -II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146] - -Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio -colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e -insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi -solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della -regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio. - -E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il -monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la -qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan -per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la -sua base in simile altezza. - -Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e -raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli -sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo, -che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che -non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di -diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio -vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole, -che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle -basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la -cima d’esso monte e ’l sole. - - -III. — TRACCIA. - -Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del -sole. - - -IV. — ALTRA TRACCIA. - -Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia. - - -V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE. - -Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra -ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino -all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono -con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare -stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il -mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la -oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi -nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata. - - -VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE. - -Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il -terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso, -povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi, -di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più -sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il -terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità -de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto -esso è più propinquo alle concavità delle valli. - -Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di -che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, e l’erbe, -che vi nascono, minute e magre e in gran parte impallidite e secche, -per carestia d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda transparire -infra le pallide erbe; e le minute piante, stentate e invecchiate in -minima grandezza, con corte e spesse ramificazioni e con poche foglie, -scoprendo in gran parte le rugginenti e aride radici, tessute con -le falde [Sidenote: gli strati delle roccie] e rotture [Sidenote: i -crepacci] delli rugginosi scogli, nate dalli ceppi, storpiati dalli -uomini e da’ venti; e in molte parti si vegga li scogli superare -li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e pallida ruggine; e -in alcuna parte dimostrare li lor veri colori scoperti, mediante la -percussione delle folgori del cielo, il corso delle quali, non sanza -vendetta di tali scogli, spesso son impedite. - -E quanto più discendi alle radici de’ monti, le piante saranno più -vigorose e spesse di rami e di foglie; e le lor verdure di tante -varietà, quanto sono le specie delle piante, di che tal selve si -compongono, delle quali la ramificazione è con diversi ordini e diverse -spessitudini [Sidenote: abbondanza di rami frondosi] di rami e di -foglie e diverse figure e altezze: e alcuni con istrette ramificazioni, -come il cipresso; e similmente degli altri con ramificazioni sparse -e dilatabili, com’è la quercia e il castagno e simili; alcuni con -minutissime foglie; altri con rare, com’è il ginepro e ’l platano e -simili; alcune quantità di piante, insieme nate, divise da diverse -grandezze di spazi e altre unite, sanza divisioni di parti o altri -spazi. - - -VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE. - -Quella cosa ch’è privata interamente di luce è tutta tenebre. Essendo -la notte in simile condizione, e tu vi vogli figurare una storia, -farai che, sendovi ’l grande foco, che quella cosa ch’è più propinqua -di detto foco più si tinga nel suo colore, perchè quella cosa ch’è -più vicina all’obbietto, più partecipa della sua natura. E facendo il -foco pendere in colore rosso, farai tutte le cose alluminate da quello -ancora loro rosseggiare e quelle che sono più lontane a detto foco -più sien tinte del colore nero della notte. Le figure, che sono fra -te e ’l foco, appariscano scure nella oscurità della notte e non della -chiarezza del foco, e quelle che si trovano dai lati sieno mezze oscure -e mezze rosseggianti, e quelle che si possono vedere dopo i termini -delle fiamme saranno tutte alluminate di rosseggiante lume in campo -nero. - -In quanto alli atti, farai quelli che li sono presso, farsi scudo colle -mani e con mantegli, a riparo del superchio calore, e, torto col volto -in contraria parte, mostrare fuggire da quelli più lontani; farai gran -parte di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi da superchio -splendore. - - -VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA [Sidenote: burrasca]. - -Se vuoi figurare bene una fortuna, considera e poni bene i sua effetti, -quando il vento, soffiando sopra la superfizie del mare e della -terra, rimove e porta con seco quelle cose, che non sono ferme, colla -universal marea. - -E per ben figurare questa fortuna, farai in prima i nuvoli spezzati -e rotti dirizzarsi per lo corso del vento, accompagnati dall’arenosa -polvere, levata da’ liti marini, e rami e foglie levati per la potenza -del furore del vento, isparsi per l’aria, e in compagnia di quelle -molte altre leggere cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra quasi -mostrarsi volere seguire il corso dei venti, coi rami storti fuor del -naturale corso e le scompigliate e racconciate foglie. Gli omini, che -lì si trovano, parte caduti e rivolti per li panni e per la polvere, -quasi sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, sieno dopo -qualche albero abbracciati a quelli, perchè il vento non li strascini; -altri con le mani a li occhi per la polvere, chinati a terra, e i panni -e capegli diretti al corso del vento. Il mare turbato e tempestoso -sia pieno di retrosi [Sidenote: aggiramenti vorticosi dell’acqua], e -schiuma in fra le elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta -aria della schiuma più sottile a uso di spessa e avviluppata nebbia. -I navilî, che dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela rotta, -e i brani d’essa ventilando infra l’aria in compagnia d’alcuna corda -rotta; alcuni alberi rotti, caduti, col navilio intraversato e rotto -infra le tempestose onde; certi omini gridanti abbracciare il rimanente -del navilio; farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi venti, battuti -nell’alte cime delle montagne, fare a quegli avviluppati retrosi, a -similitudine dell’onde percosse nelli scogli. L’aria spaventosa per le -oscure tenebre fatte nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti. - - -IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA. - -Farai in prima il fumo dell’artiglieria, mischiato in fra l’aria, -insieme con la polvere, mossa dal movimento de’ cavalli e de’ -combattitori. La quale mistione userai così: la polvere, perchè è cosa -terrestre e ponderosa, e ben che per la sua sottilità facilmente si -levi e mischi infra l’aria, niente di meno volentieri ritorna in basso, -e il suo sommo montare è fatto dalla parte più sottile, adunque il meno -fia veduta, e parrà quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia in -fra l’aria impolverata, quanto più s’alza a certa altezza, parrà oscura -nuvola, e vederassi ne le sommità più espeditamente il fumo, che la -polvere. - -Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, e la polvere terrà il -suo colore: dalla parte che viene il lume, parrà questa mistione -d’aria, fumo e polvere molto più lucida, che dalla opposita parte; i -combattitori quanto più fieno infra detta turbolenza, meno si vedranno -e meno differenza fia dai loro lumi alle loro ombre. - -Farai rosseggiare i volti e le persone e l’aria e li scoppettieri -insieme co’ vicini, e detto rossore quanto più si parte dalla sua -cagione, più si perda; e le figure, che sono in fra te e ’l lume, -essendo lontane, parranno scure in campo chiaro, e le loro gambe, -quanto più s’apresseran alla terra, men fieno vedute, perchè la polvere -è lì più grossa e più spessa. - -E se farai cavalli correnti fuori della turba, falli nuvoletti di -polvere distanti l’uno dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo de’ -salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è più lontano da detto -cavallo, men si vegga, anzi sia alto, sparso e raro, e più presso sia -più evidente e minore e più denso. - -L’aria sia piena di saettume di diverse ragioni: chi monti, chi -discenda, qual sia per linea piana; e le ballotte delli scoppietti -sieno accompagnate d’alquanto fumo dirieto al lor corso. - -E le prime figure farai polverose, i capegli e ciglia e altri lochi -piani, atti a sostenere la polvere. Farai i vincitori correnti co’ -capegli, e altre cose leggiere, sparse al vento: con le ciglia basse -e’ caccia i contrarî membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi il -piè destro che ’l braccio stanco ancor lui venga innanzi. E se farai -alcuno caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare su per la polvere, -condotto [Sidenote: ridotto, trasmutato] in sanguinoso fango, e -dintorno alla mediocre liquidezza della terra farai vedere istampite -[Sidenote: impresse] le pedate degli omini e cavalli di lì passati. - -Farai alcuno cavallo strascinare morto il suo signore, e dirieto a -quello lasciare per la polvere e fango il segno dello strascinato -corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle ciglia alte nella lor -congiunzione, e la carne, che resta sopra loro, sia abbondante di -dolenti crespe. Le fauci del naso sieno con alquante grinze partite -in arco dalle narici e terminate nel principio dell’occhio; le narici -alte, cagion di dette pieghe; le labbra arcate scoprano i denti di -sopra. I denti spartiti in modo di gridare con lamento. L’una delle -mani faccia scudo ai paurosi occhi, voltando il dirieto inverso il -nimico, l’altra stia a terra a sostenere il levato busto. Altri farai -gridanti colla bocca isbarrata e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in -fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, lancie, spade rotte, -altre simili cose; farai omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla -polvere, altri tutta la polvere, che si mischia coll’uscito sangue, -convertirsi in rosso fango, e vedere il sangue del su’ colore correre -con torto corso dal corpo alla polvere; altri morendo strignere i -denti o travolgere gli occhi, strignere le pugna alla persona e le -gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato e abbattuto dal nemico -volgersi al nemico, con morsi e graffi fare crudele e aspra vendetta; -potresti vedere alcuno cavallo leggero correre coi crini sparsi al -vento, correre in fra i nemici, e co’ piedi fare molto danno; vedresti -alcuno storpiato, caduto in terra farsi copritura col suo scudo, e ’l -nemico, chinato in basso, fare forza di dare morte a quello. - -Potrebbesi vedere molti omini caduti in un gruppo sopra uno caval -morto. Vederai alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire -dalla moltitudine nettandosi co le due mani li occhi e le guancia -ricoperte di fango, fatte da lagrimare degli occhi per l’amor della -polvere. Vederesti le squadre del soccorso stare pien di speranza e -sospetto, co’ le ciglia aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, e -riguardare infra la folta e confusa caligine dell’essere attenti al -comandamento del capitano; e simile, il capitano col bastone levato -e corrente inverso il soccorso, mostrare a quelli la parte dove di -loro è carestìa; e alcun fiume dentro cavalli correnti riempiendo la -circustante acqua di turbolenza di onde di schiuma e d’acqua confusa, -saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi de’ cavalli. E non fare -nessun loco piano, se non le pedate ripiene di sangue. - - -X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO. - -L’aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliqua discesa, -piegata dal trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè per l’aria, -non altrementi che far si vegga alla polvere, ma sol si variava -perchè tale innondazione era traversata dalli liniamenti, che fanno -le gocciole dell’acqua, che discende. Ma il colore suo era dato dal -fuoco, generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, i -vampi delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute -valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor vertici le piegate cime -delle piante. E Nettuno si vedea in mezzo alle acque col tridente, e -vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare notanti piante diradicate, -miste colle immense onde. - -L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso, per le -ricevute vampe delle continue saette. Vedevansi li omini e li uccelli, -che riempivan di sè li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde, -componitrici delli colli, circondatori delli gran baratri. - - -XI. — SEGUE. - -Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere combattuta dal corso di -diversi venti, e avviluppati dalla continua pioggia e misti colla -gragnuola, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione -delle stracciate piante, miste con infinite foglie. Dintorno vedeasi le -antiche piante diradicate e stracciate dal furor de’ venti. Vedevasi le -ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra -i medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati -allagavano, e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli. - -Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere -insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti -al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli -lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in -gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti, -fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali eran donne, -omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti, -spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna -rivolgevan l’acque sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati. -E nessuna cosa più lieve che l’acqua era che non fussi coperta di -diversi animali, i quali, fatti tregua, stavano insieme con paurosa -collegazione [Sidenote: aggruppamento], infra’ quali eran lupi, -volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla morte. E tutte l’onde -percuotitrici de’ lor lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni -di diversi corpi annegati, le percussioni de’ quali uccidevano quelli, -alli quali era restato vita. - -Alcune congregazioni d’omini avresti potuti vedere, le quali con -armata mano difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti, -da lioni, lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. Oh! -quanti romori spaventevoli si sentivan per l’aria scura, percossa dal -furore de’ tuoni e delle folgori, da quelli scacciate, — che per quella -ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’opponea al suo corso! -Oh! quanti avresti veduti colle proprie mani chiudersi li orecchi per -schifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’ -venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette! - -Altri, non bastando loro il chiudere delli occhi, ma colle proprie mani -ponendo quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non -vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio. -— Oh! quanti lamenti e quanti spaventati si gettavano dalli scogli! -Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran quercie, cariche d’omini, -esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti. - -Quante eran le barche volte sotto sopra, e quelle intere e quelle in -pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti -e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con -movimenti disperati si toglievano la vita, disperandosi di non potere -sopportare tal dolore: de’ quali alcuni si gittavano dalli alti scogli, -altri si stringevano la gola colle proprie mani, alcuni pigliavan li -propri figlioli, e con grande rapidità li sbattevan interi, alcuni -colle proprie sue armi si ferivano e uccidean sè medesimi, altri -gittandosi ginocchioni si raccomandavan a Dio. Oh! quante madri -piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenendo sopra le ginocchia, -alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voci, composte -di diversi urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; altri, colle man -giunte e le dita insieme tessute, mordevano, e con sanguinosi morsi -quel divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia per lo immenso e -insopportabile dolore. - -Vedeansi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore, -esser già attorniati dalle acque e essere restati in isola nell’alte -cime de’ monti, già restrigniersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi -in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe, -de’ quali assai ne morivan per carestia di cibo. - -E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non -trovando più terra scoperta che non fusse occupata da’ viventi; già -la fame, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli -animali; quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo -delle profonde acque e surgevano in alto. E infra le combattenti onde, -sovra le quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come balle piene di -vento, risaltavan indirieto dal sito della lor percussione, questi si -facevan base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni si vedea -l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello -infuriate saette del cielo, alluminanti or qua or là infra la oscurità -delle tenebre. - -Vedesi il moto dell’aria mediante il moto della polvere, mossa dal -corso del cavallo, il moto della quale è tanto veloce a riempiere il -vacuo, che di sè lascia nell’aria, che di sè lo vestiva, quanto è la -velocità di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria. - -E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere io figurato le vie fatte -per l’aria dal moto del vento, conciò sia che ’l vento per sè non si -vede infra l’aria. A questa parte si risponde, che non il moto del -vento, ma il moto delle cose da lui portate è sol quel che per l’aria -si vede. - -Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d’acqua, selve infocate, -pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di -città. - -Venti revertiginosi [Sidenote: raggirantisi turbinosamente], che -portano acqua, rami di piante e omini infra l’aria. - -Rami stracciati da’ venti, misti col corso de’ venti, con gente di -sopra. - -Piante rotte, cariche di gente. - -Navi rotte in pezzi, battute in iscogli. - -Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi. - -Gente che sien sopra piante, che non si posson sostenere, alberi e -scogli, torri, còlli pien di gente, barche, tavole, madie e altri -strumenti da natare, còlli coperti d’uomini e donne e animali, e saette -da’ nuvoli, che alluminino le cose. - -Sia imprima figurata la cima d’un aspro monte con alquanta valle -circustante alla sua base, e ne’ lati di questo si veda la scorza -del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e -spogliar di sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa discenda -di tal dirupamento; con turbolenza del corso vada percuotendo e -scalzando le ritorte e globulenti [Sidenote: piene di prominenze, di -bulbi] radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le -montagne, denudandosi, scoprano le profonde fessure, fatte in quelle -dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne siano in gran -parte rincalzati e vestiti delle ruine delli arbusti precipitati da’ -lati dell’alte cime de’ predetti monti, i quali sien misti con fango, -radici, rami d’alberi, con diverse foglie, infuse infra esso fango e -terra e sassi. - -E le ruine d’alcuni monti sien discese nella profondità d’alcuna valle, -e facciansi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale -argine, già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime -percuotino, e ruinino le mura delle città e ville di tal valle. E le -ruine degli alti edifizî delle predette città levino gran polvere, -l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed in ravviluppati, nuvoli si -movano contro alla discendente pioggia. - -Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a -sè la rinchiude, e con ritrosi revertiginosi in diversi obbietti, -percuotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo -e facendo riflettere in aria l’acqua percossa. E le onde circolari, -che si fuggono dal loco della percussione, camminando col suo impeto -in traverso, sopra del moto dell’altre onde circolari, che contra di -loro si muovono, e, dopo la fatta percussione, risalgano in aria, sanza -spiccarsi dalle lor basi. - -E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde -distendersi inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo over -discendendo infra l’aria, acquista peso e moto impetuoso, dopo il -quale, penetrando la percossa acqua, quella apre, e penetra con furore -alla percussione del fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso -la superfizie del pelago, accompagnata dall’aria, che con lei si -sommerse, e questa resta nella uscita colla schiuma, mista con legnami -e altre cose più lievi che l’acqua, intorno alle quali si dà principio -all’onde, che tanto più crescono in circuito, quanto più acquistano -di moto: il qual moto le fa tanto più basse quanto ell’acquistano più -larga base, e per questo sono poco evidenti nel lor consumamento. Ma, -se l’onde ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano indirieto -sopra l’avvenimento dell’altre onde, osservando l’accrescimento della -medesima curvità, ch’ell’avrebbero acquistato nell’osservazione del già -principiato moto. - -Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli è del medesimo color d’essi -nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li -penetrassino: il che se così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di -minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine -delli gran monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, percuoteranno -li gran pelaghi dell’acque, allora risalterà gran quantità d’acqua -infra l’aria, il moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a -quello che fece il moto del percussore dell’acque, cioè l’angolo della -riflession, e fia simile all’angolo della incidenza. - -Delle cose portate dal corso delle acque, quella si discosterà più -dalle opposite rive, che fia più grave over di maggior quantità. Li -ritrosi delle acque nelle sue parti sono tanto più veloci, quanto elle -son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende -dinanzi alle lor basi, battendosi e confregandosi sopra le globulenze -della sua faccia: e tal confregazione, trita in minute particule della -discendente acqua, la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia -nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato fumo e revoluzion di -nuvoli, e la leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. Ma la -pioggia, che discende infra l’aria, nell’essere combattuta e percossa -dal corso de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità o densità -d’essi venti, e per questo si genera infra l’aria una innondazione di -trasparenti, fatti dalla discesa della pioggia che è vicina all’occhio, -che la vede. L’onde del mare, che percuotono l’obliquità de’ monti, -che con lui combinano, saranno schiumose, con velocità contro al dosso -de’ detti colli, e nel tornare indirieto si scontrano nell’avvenimento -della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan, con grande -innondazione, al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli, -d’uomini e d’animali diversi si vedean scacciati dell’accrescimento del -diluvio inverso le cime de’ monti, vicini alle predette acque. - -Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa. - -Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; a Piombino ritrosi -di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll’aria; votamenti -dell’acqua, che piove nelle barche.[147] - - -XII. — L’ISOLA DI CIPRO. - -Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede per australe la bell’isola di -Cipro, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua -bellezza, hanno rotte le loro navi e sartie infra li scogli, circondati -dalle vertiginose onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i -vagabondi naviganti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le -quali i venti raggirandosi empiono l’isola e ’l circostante mare di -soavi odori.... Oh! quante navi quivi già son sommerse! oh! quanti -navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbero vedere innumerabili -navili, chi è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si mostra da poppa -e chi da prua, chi da carena e chi da costa, — e parrà a similitudine -d’un Giudizio, che voglia risuscitare navili morti, tant’è la somma -di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i venti -d’aquilone, resonando, fan varî e paurosi soniti. - - - - -IL VIAGGIO IN ORIENTE. - - -DIVISIONE DEL LIBRO.[148] - - _La predica e persuasione di fede._ - _La súbita innondazione insino al fine suo._ - _La ruina della città._ - _La morte del popolo e disperazione._ - _La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza._ - _Il danno ch’ella fece._ - _Ruine di neve._ - _Trovata del profeta._ - _La profezia sua._ - _Allagamento delle parti basse di Erminia [Sidenote: Armenia] - occidentale, li scolamenti delle quali erano - per la tagliata di monte Tauro._ - _Come il novo profeta (mostra) questa ruina - è fatta al suo proposito._ - - -LETTERA I. - -DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME EUFRATES. - -_Al Diodario [Sidenote: Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di -Prefetto di palazzo] di Soria [Sidenote: Siria], locotenente del sacro -Soltano di Babilonia._ - -Il nuovo accidente, accaduto in queste nostre parti settentrionali, -il quale son certo, che non solamente a te, ma a tutto l’universo darà -terrore, (il quale) successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando -prima l’effetto e poi la causa. - -Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, a dare con amore e -sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e -nel dare principio in quelle parti, che a me pareano essere più al -proposito nostro, entrai nella città di Calindra [Sidenote: È la -medievale Kelindreh], vicina ai nostri confini. - -Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro, -che è divisa dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per -ponente. - -Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo, -chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e -sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e -per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa -l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo -delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze -de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta -di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare -insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi -ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi -nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi -in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce -per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte -d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume -del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura -variabile nel suo splendore. - - -Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della -notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi -dì a quelli di levante. - -Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda, -or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si -perde, e quando si rivede. - - -LETTERA II. - -FIGURA DEL MONTE TAURO. - -Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue -rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato -il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con -somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa -di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto -avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande -effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò -allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto. - -Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua -desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son -di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e -massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna -discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu -potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta. - -Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore, -e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua -quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non -t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di -Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa -maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito. - -Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il -giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto -parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i -quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi -son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte -Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E -invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì -grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi, -che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina -insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l -simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente. - - -QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO. - -L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di -mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al -principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E., -dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre -s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso -tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena -di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del -sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con -seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre -è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli, -che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran -ruine. - -Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena -di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e -massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è -montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi -abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di -altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il -resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai -per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14 -miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza -d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che -sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa, -troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo -in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente -soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non -nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte -fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede -sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli -in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare -per l’aspra e pericolosa sua salita. - - -LETTERA III. - -Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera -fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del -misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati -sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con -questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo -io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono -il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto -nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato; -in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a -tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore. - -In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti, -e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali -hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra -città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi -d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre -di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena -d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi -e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea -sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non -che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha -abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato. - -E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento -e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare -l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo -insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine, -piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno -soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non -fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame. - -Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a -comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi. - -So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con -lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene. - - -FRAMMENTO. - -Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia -sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità. - -Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le -tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano. - -Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva -tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a -li occhi de’ circustanti potean refrettere. - -Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette -sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor -risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della -luna. - -E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano -agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello -splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole -vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione -sia lontano dal predetto mare. - - - - -LE FIGURE. - - -I. — LA PITTURA ESPRESSIVA. - -La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale, -che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante -le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare -parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone -parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’ -movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa -col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore: -a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia -privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti -d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa. - -Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi -forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui -t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non -mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come -l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio -dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e -pon mente le labbra. - - -II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE. - -Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne, -quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro! - - -III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA. - -Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il -concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, -perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo -è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra -sorte di omini. - - -IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE. - -Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo -che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li -quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali -parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la -persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro. - -E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza -lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa -fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le -parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’ -movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli -accomoda li moti delle mani con le parole. - - -V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL -SIGNIFICATO. - -Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare -quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia -laudabile. - - -VI. — SEGUE. - -Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto, -ch’esprima la passione dell’anima. - -Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la -passione del suo animo. - - -VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI. - -Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli -accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente -in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore -o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un -medesimo caso, un giovane ch’un vecchio. - - -VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO. - -Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia, -adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine. - -Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe -piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti -l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi -inclinata, e le braccia non troppo distese. - -Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme -strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso. - -Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi -movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più -pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe. - -I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello -stare ritti, atti timidi e paurosi. - - -IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE. - -Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di -considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li -atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che -li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse -ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra -uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col -viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia -che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e -innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col -petto e la testa inverso il popolo. - -Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore -in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per -maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme -basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte -ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni -sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco -ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga -la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a -sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio. - - -X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149] - -Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e -volge la testa inverso il proponitore. - -Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia -si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme -di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della -maraviglia. - -Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si -torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una -mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel -voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina -sopra della tavola. - -L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel -boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra -colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e -vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato. - - -XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA. - -Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a -terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare -il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e -strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati; -il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di -grinze. - - -XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO. - -Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato -i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita; -e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona -similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi. - - - - -UN GIGANTE FANTASTICO.[150] - - -LETTERA I. - -La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile -e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti -sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare -la terra. - -E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi, -che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale -paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con -l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali -era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali -era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li -omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù. - -E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò -co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra -la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano -non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una -spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e -questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata -nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E -noi seguitammo la fuga. - -Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata, -a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale -le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi -non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se -non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o -simili animali: trovate salute e vostro scampo! - -Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh -quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro -mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai -visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore. - -Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra -generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li -altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde -le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i -delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’ -gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè -questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce -corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a -notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte -sepolto nel gran ventre. - - -LETTERA II. - -_Caro Benedetto de’ Pertarti._ - -Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa -terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di -terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa, -ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo, -credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a -guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del -caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle -con spesse ferite. - -Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine, -sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve -fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato -il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno -d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali, -che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini -lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando -va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti, -da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E -tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano -a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le -corde, per abbassarle a poco vento. — - - -FRAMMENTO. - -Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto -un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle -formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido -villano. - -Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a -contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle -balene, de’ gran capidogli e de’ navilî. - -Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove.... - -E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse. - - - - -LE PROFEZIE E LE FACEZIE. - - - - -LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI. - - -I. — PROFEZIA. - -Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e -nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè -sottoposti. - -Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con -maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da -feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata. - -Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale -assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran -gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue. - -Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le -superfiziali parti delli omini. - -Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si -stracceranno le loro carni — sarà la rogna. - -Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro -corsi. - -L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo, -e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli. - -Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti -dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare. - -Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando. - - -II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE. - -O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come -maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe, -esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e -sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i -lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè -chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete. - - -III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO. - -Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri -altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi -avanti che possano parlare. - - -IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI. - -Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come -morto sopra lo spoglie delli altri morti. - - -V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO. - -Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e -risponderansi. - - -VI. — DELLE PUTTE MARITATE. - -Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e -premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le -putte. - - -VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE. - -E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla -lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di -mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle -le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse -sien ricche, nobili e bellissime. - -Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come -cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create. - - -VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO. - -Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il -vedere e in breve tutti i sentimenti. - - -IX. — DEL SOGNARE. - -Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova; -sentiranno chi non parla. - - -X. — ANCORA DEL SOGNARE. - -Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a -volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano; -sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano; -scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo, -sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh! -maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai -cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio -umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti -t’accompagneranno. - - -XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO. - -Vedrannosi forme e figure d’uomini e d’animali, che seguiranno essi -animali o omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto di lui qual è -dell’altro, ma parrà cosa mirabile delle varie grandezze in che essi si -trasmutano. - - -XII. — DELL’OMBRA CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME. - -Appariranno grandissime figure in forma umana, le quali quanto più le -ti farai vicino, più diminuiranno la loro immensa magnitudine. - - -XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA IN UN -MEDESIMO TEMPO. - -Vedrassi molte volte l’uno omo diventare tre, e tutti lo seguono: e -spesso l’uno, il più certo, l’abbandona. - - -XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI. - -Verrà a tale la generazione umana, che non si intenderà il parlare -l’uno dell’altro — cioè un tedesco con un turco. - - -XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO. - -Molti saran veduti portati da grandi animali, con veloce corso, alla -ruina della sua vita e prestissima morte. Per l’aria e per la terra -saranno veduti animali di diversi colori portarne con furore li omini -alla distruzione di lor vita. - - -XVI. — DE’ SEGATORI. - -Saranno molti, che si moveran l’uno contra dell’altro, tenendo in mano -il tagliente ferro; questi non si faranno intra loro altro nocimento, -che di stanchezza, perchè quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto -l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi si inframmetterà in mezzo, -perchè al fine rimarrà tagliato in pezzi. - - -XVII. — DE’ ZAPPATORI. - -Molti fien quegli, che scorticando la madre, le arrovescieranno la sua -pelle addosso — i laboratori della terra. - - -XVIII. — DEL SEMINARE. - -Allora la gran parte delli omini, che resteran vivi, gitteran fuori -delle lor case le serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli e -animali terrestri, sanza curarsi d’esse in parte alcuna. - - -XIX. — LE TERRE LAVORATE. - -Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e risguardare l’oppositi -emisferi, e scoprire le spelonche a ferocissimi animali. - - -XX. — I CALZOLARI. - -Li omini vederanno con piacere disfare, e rompere l’opere loro. - - -XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE. - -Spegneransi innumerabili vite, e farassi sopra la terra innumerabili -buche. - - -XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE. - -Getteranno li omini fori delle lor proprie case quelle vettovaglie, le -quali eran dedicate a sostentar la lor vita. - - -XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO. - -Li omini batteranno aspramente chi fia causa di lor vita — batteranno -il grano. - - -XXIV. — DE’ GIOCATORI. - -Le pelli delli animali removeranno li omini, con gran gridori e -bestemmie, dal lor silenzio — le balle da giuocare. - - -XXV. — DEL SUONO DELLA VITA. - -Il vento, passato per le pelli delli animali, farà saltare li omini — -cioè la piva, che fa lo saltare. - - -XXVI. — DE’ DADI. - -Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce moto, trattare la fortuna del -suo motore — i dadi. - - -XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI. - -Li omini si nasconderanno sotto le scorze delle scorticate erbe, -e, quivi gridando, si daran martiri, con battimenti di membra, a sè -medesimi. - - -XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI NELLE BUDELLE. - -Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo -all’altro. - - -XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA CHE LAVORANO. - -Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le quali con tanta oscurità -tigneranno il cielo, che copre l’Italia. - - -XXX. — DE’ BARBIERI. - -Tutti li omini si fuggiranno in Africa. - - - - -LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI. - - -I. — TIRAN LE BOMBARDE. - -I buoi fieno in gran parte causa delle ruine delle città, e similemente -cavalli e bufoli. - - -II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO. - -Mangeranno i padron delle possessioni i lor propri lavoratori. - - -III. — DELLI ASINI BASTONATI. - -O natura trascurata, perchè ti se’ fatta parziale, facendoti ai -tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima -e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui -servitù, sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’ -fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martirî; e spender sempre -la lor vita in benefizio del suo malefattore. - - -IV. — DELLI ASINI. - -Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di -mazzate e di punture e bestemmie e gran villanie. - - -V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI. - -Sentirassi in molte parte dell’Europa strumenti di varie magnitudini -far diverse armonie, con grandissime fatiche di chi più presso l’ode. - - -VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME DELL’ARGENTO E ORO. - -Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro -piedi, i quali le porteranno in diversi lochi. - - -VII. — DE’ CAPRETTI. - -Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti figliuoli saranno tolti -alle loro balie, e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno. - - -VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, CAPRE E SIMILI. - -A innumerabili saran tolti i loro piccoli figlioli, e quelli scannati, -e crudelissimamente squartati. - - -IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI. - -A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri nati essere squarciati -nelle proprie case da crudelissimi e rapaci animali del paese vostro. - - -X. — LE API CHE FANNO LA CERA DELLE CANDELE. - -Sarà annegato chi fa il lume al culto divino. - -E quelli, che pascono l’erbe, faran della notte giorno — sevo. - - -XI. — DELL’API. - -E a molti altri saran tolte le munizioni e lor cibi, e crudelmente, da -gente sanza ragione, saranno sommersi e annegati. O giustizia di Dio, -perchè non ti desti a vedere così malmenare i tua creati! - - -XII. — DELLE FORMICHE. - -Molti popoli fien quelli, che nasconderan sè e sua figlioli e -vettovaglie dentro alle oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi, -ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, sanza altro lume accidentale -o naturale. - - -XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI. - -Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti in uccelli, e -assaliranno li altri omini togliendo loro il cibo dalle proprie mani e -mense — le mosche. - -XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA. - -Molti periranno di fracassamento di testa, e salteranno loro li occhi -in gran parte della testa, per causa d’animali paurosi usciti dalle -tenebre. - - -XV. — DELLE BISCIE PORTATE DALLE CICOGNE. - -Vedrassi in grandissima altezza dell’aria lunghissimi serpi combattere -colli uccelli. - - -XVI. — I PESCI LESSI. - -Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti acque. - - -XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO NON NATI. - -Infinita generazione si perderà per la morte delle grandi. - - -XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO RIBUTTATE DAL MARE, CHE -MARCISCONO DENTRO AI LOR GUSCI. - -Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien morti, marciranno nelle -lor proprie case, empiendo le circostanti parti piene di fetulente -[Sidenote: fetido] puzzo! - - -XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE NON POSSONO FARE I PULCINI. - -Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito il nascere. - - -XX. — DELLE TACCOLE [Sidenote: specie di cornacchie] E STORNELLI. - -Quelli che si fideranno abitare appresso di lui, che saranno gran -turbe, questi tutti moriranno di crudele morte, e si vedran i padri -e le madri, d’insieme colle sue famiglie, esser da crudeli animali -divorati e morti. - - -XXI. — DELLE API. - -Vivono a popoli insieme, sono annegate per torle il miele; molti e -grandissimi popoli saranno annegati nelle lor proprie case. - - - - -LE PROFEZIE DELLE PIANTE. - - -I. — DELLE NOCI E ULIVE E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI. - -Molti figlioli da dispietate bastonate fien tolti delle proprie braccia -delle lor madri, e gittati in terra, e poi lacerati. - - -II. — DE’ NOCI BATTUTI. - -Quelli che avranno fatto meglio saranno più battuti, e i sua figliuoli -tolti e scorticati, overo spogliati, e rotte e fracassate le sue ossa. - - -III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI DANDOCI OLIO CHE FA LUME. - -Discenderà con furia diverso la terra chi ci darà nutrimento e luce. - - -IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO. - -Li alberi e arbusti delle gran selve si convertiranno in cenere. - - -V. — DELLI ALBERI CHE NUTRISCONO I NESTI [Sidenote: i ramoscelli -innestati sulla pianta]. - -Vedrannosi i padri e le madri fare molto più giovamento ai figliastri, -che ai lor veri figlioli. - - - - -LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. - - -I. - -I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE CHE SON DI BUE. - -E si vedrà in gran parte del paese camminare sopra le pelli delli -grandi animali. - - -II. — DE’ CRIVELLI FATTI DI PELLE D’ANIMALI. - -Vedrassi il cibo degli animali passar dentro alle lor pelli per ogni -parte, salvo che per la bocca, e penetrare dall’opposta parte insino -alla piana terra. - - -III. — DELLE LANTERNE. - -Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno la luce notturna -dall’impetuoso furor de’ venti. - - -IV. — DELLE MEDESIME. - -I buoi, colle lor corna, difenderanno il foco dalla sua morte — la -lanterna. - - -V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI FATTE DI CORNA DI CASTRONE. - -Nelle corna delli animali si vedranno taglienti ferri, colli quali si -toglie la vita a molti della loro specie. - - -VI. — DELLI ARCHI FATTI COLLI CORNI DE’ BUOI. - -Molti fien quelli che, per causa delle bovine corna, moriranno di -dolente morte. - - -VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI. - -Li animali volatili sosterran l’omini colle lor proprie penne. - - -VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO. - -Molte volte la cosa disunita fia causa di grande unizione — cioè il -pettine, fatto dalla disunita canna, unisce le fila nella seta. - - -IX. — IL FILATOIO DA SETA. - -Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche e infocate voci -di quei che fieno con tormento spogliati, e al fine lasciati ignudi e -sanza moto: e questo fia per causa del motore, che tutto volge. - - -X. — DEL LINO CHE FA LA CURA DELLE GENTI. - -Saran reveriti e onorati, e con reverenzia e amore ascoltati li sua -precetti, di chi prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato da molte -e diverse battiture. - - -XI. — DEL MANICO DELLA SCURE. - -Le selve partoriranno figlioli, che fiano causa della lor morte — il -manico della scure. - - -XII. — IL BASTONE CH’È MORTO. - -Il movimento de’ morti farà fuggire, con dolore e pianto e con grida, -molti vivi. - - -XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE. - -Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, e legheranno i vivi, e -servirannogli a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione. - - -XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI. - -Corpi sanz’anima per sè medesimi si moveranno, e porteran con -seco innumerabile generazione di morti, togliendo le ricchezze a’ -circustanti viventi. - - -XV. — DEI CARRI E NAVI. - -Vedrassi i morti portare i vivi — i carri e navi in diverse parti. - - -XVI. — DELLE CASSE CHE RISERBANO MOLTI TESORI. - -Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi e altre piante tesori -grandissimi, i quali lì stanno occulti, e ben guardati. - - -XVII. — DEL NAVIGARE. - -Vedrassi li alberi delle gran selve di Taurus e di Sinai, Apennino -e Atlante scorrere per l’aria da oriente a occidente, da aquilone a -meridie; e porteranno per l’aria gran moltitudine d’omini. - -Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! quanta separazion d’amici! di -parenti! e quanti fien quelli, che non rivedranno più le lor provincie, -nè le lor patrie, e che moriranno sanza sepoltura, colle lor ossa -sparse in diversi siti del mondo! - - -XVIII. — DEL NAVIGARE. - -Saranno gran venti, per li quali le cose orientali si faranno -occidentali; e quelle di mezzodì, in gran parte miste col corso de’ -venti, seguirannolo per lunghi paesi. - - -XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO. - -Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, portare con furia moltitudine -d’omini alla distruzione di lor vita. - - -XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE ANDANDO IN ZOCCOLO. - -Saran sì grandi i fanghi, che li omini andranno sopra l’alberi de’ loro -paesi. - - -XXI. — DELLE BAGHE [Sidenote: sacchi, otri di pelle]. - -Le capre condurranno il vino alle città. - - -XXII. — DEL PARASOLE. - -La percussione della spera del sole apparirà cosa che, chi la crederà -coprire, sarà coperto da lei. - - -II. - -I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI. - -Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi a questo tempo, torranno la -libertà a molti uomini. - - -II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI. - -Vedrannosi l’alte mura delle gran città sotto sopra ne’ loro fossi. - - -III. — DEI FORNI. - -A molti fia tolto il cibo di bocca — ai forni. - - -IV. — ANCORA DEI FORNI. - -A quelli, che si imboccheranno per l’altrui mani, fia loro tolto il -cibo di bocca — il forno. - - -V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE DALLA BOCCA DEL FORNO. - -Per tutte le città e terre e castelli e case si vedrà, per desiderio di -mangiare, trarre il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza poter -fare difesa alcuna. - - -VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI E CALCINA. - -Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento di molti giorni, e le -pietre si convertiranno in cenere. - - -VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE. - -L’umane opere fien cagione di lor morte — le spade e lance. - - -VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE -HA MORTI TANTI UOMINI. - -I morti usciranno di sotto terra, e coi loro fieri movimenti cacceranno -dal mondo innumerabili creature umane. - - -IX. — DELLE SPADE E LANCE CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO. - -Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna offensione, si farà -spaventevole e feroce mediante la trista compagnia, e torrà la -vita crudelissimamente a molte genti; e più n’ucciderebbe, se corpi -sanz’anima, e usciti dalle spelonche, non li difendessino — cioè le -corazze di ferro. - - -X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI. - -Per causa delle stelle si vedranno li omini esser velocissimi, al pari -di qualunque animale veloce. - - -XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE. - -Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per causa del fuoco! - - -XII. — DELLE BOMBARDE CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA. - -Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli grida, stordirà i -circostanti vicini, e col suo fiato farà morire li omini, e ruinare le -città e castella. - - -XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO CHE CONSUMA TUTTE LE SOME -DELLE LEGNE, CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE -DELLE BESTIE. - -I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale che bruceranno il legname di -molte e grandissime selve, e molte fiere selvatiche e domestiche. - - -XIV. — DELL’ESCA. - -Con pietra e con ferro si renderanno visibili le cose, che prima non si -vedeano. - - -XV. — DE’ METALLI. - -Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche chi metterà tutta l’umana -specie in grandi affanni, pericoli e morte. - -A molti seguaci lor, dopo molti affanni, darà diletto; ma chi non fia -suo partigiano, morrà con stento e calamità. - -Questo commetterà infiniti tradimenti; questo aumenterà e persuaderà li -omini tutti alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; questo darà -sospetto ai sua partigiani; questo torrà lo stato alle città libere; -questo torrà la vita a molti; questo travaglierà li omini infra loro -con molte arti, inganni e tradimenti. - -O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio agli omini che tu ti tornassi -nell’inferno: per costui rimarran diserte le gran selve delle lor -piante; per costui infiniti animali perderanno la vita. - - -XVI. — DE’ DANARI E ORO. - -Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, con sudore, affaticare tutti -i popoli del mondo, con grandi affanni, ansietà, sudori, per essere -aiutato da lui. - - - - -LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. - - -I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE. - -I semplici popoli porteran gran quantità di lumi per far lume ne’ -viaggi a tutti quelli, che integralmente hanno perso la virtù visiva. - - -II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA. - -Agli omini saran fatti grandissimi onori e pompe, sanza lor saputa. - - -III. — DEL DÌ DE’ MORTI. - -E quanti fien quelli che piangeranno i lor antenati morti, portando -lumi a quelli. - - -IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO. - -In tutte le parti d’Europa sarà pianto di gran popoli per la morte d’un -solo omo, morto in Oriente. - - -V. — DE’ CRISTIANI. - -Molti, che tengon la fede del figliolo, sol fan templi nel nome della -madre. - - -VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO. - -Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno con arroganti movimenti -minacciando con metallo e fuoco, chi non faceva lor detrimento alcuno. - - -VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA. - -Molti fien quelli che, per esercitare la lor arte, si vestiran -ricchissimamente: e questo parrà esser fatto secondo l’uso de’ -grembiali. - - -VIII. — DE’ PRETI CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO. - -Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta il corpus domini, si -vedranno manifestamente per sè stessi andare per diverse strade del -mondo. - - -IX. — DE’ FRATI CONFESSORI. - -Le sventurate donne, di propria volontà, andranno a palesare agli -uomini tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime. - - -X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE. - -Parleranno li omini alli omini, che non sentiranno; avran gli occhi -aperti, e non vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro risposta; -chiederan grazia a chi avrà orecchi, e non ode; faran lume a chi è -orbo. - - -XI. — DELLE SCOLTURE. - -Ohimè! che vedo il Salvatore di novo crocifisso. - - -XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI. - -Io vedo di nuovo venduto e crocifisso Cristo, e martirizzare i sua -santi. - - -XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO PER LI LORO SANTI, MORTI -PER ASSAI TEMPO! - -Quelli che saranno morti, dopo mille anni, fien quelli che daranno le -spese a molti vivi. - - -XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO. - -Infinita moltitudine venderanno pubblicamente e pacificamente cose di -grandissimo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai non -furon loro, nè in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia -umana. - - -XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E -DANNO IL PARADISO. - -Le invisibili monete faran trionfare molti spenditori di quelle. - - -XVI. — DELLE CHIESE E ABITAZION DE’ FRATI. - -Assai saranno, che lascieranno li esercizî e le fatiche e povertà -di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti -edifizî, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio. - - - - -LE PROFEZIE DEI COSTUMI. - - -I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI. - -Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, e porteran seco i sua -valsenti [Sidenote: le loro ricchezze], e andranno abitare in altri -paesi. - - -II. — DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO. - -Li omini dormiranno, e mangeranno, e abiteranno infra li alberi, nati -nelle selve e campagne. - - -III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO. - -Verranno li omini a tanta ingratitudine che, chi darà loro albergo, -sanza alcun prezzo, sarà carico di bastonate, in modo che gran parte -delle interiora si spigneranno dal loco loro, e s’andranno rivoltanto -pel suo corpo. - - -IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI. - -Verranno li omini in tanta viltà, che avran di grazia che altri -trionfino sopra i loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza — -cioè la sanità. - - -V. — DEL COMUNE. - -Un meschino sarà soiato [Sidenote: adulato beffardamente] e essi -soiatori [Sidenote: adulatori] sempre fien sua ingannatori e rubatori, -e assassini d’esso meschino. - - -VI. — PROFEZIA. - -Porterassi neve distante no’ lochi caldi, tolta dall’alte cime de’ -monti, e si lascierà cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo -dell’estate. - - - - -LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. - - -I. — DELLA FOSSA. - -Staran molti occupati in esercizio a levare di quella cosa, che tanto -crescerà, quanto se ne levò. - - -II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO. - -E a molti corpi nel vedere da lor levar la testa, si vedrà -manifestamente crescere, e, rendendo loro la levata testa, -immediatamente diminuiscono la grandezza. - - -III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI. - -E’ saran molti cacciatori d’animali che, quanto più ne piglieranno, -manco n’avranno, e così, di converso, più n’avrà quanto men ne -piglieranno. - - -IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA. - -E rimarranno occupati molti che, quanto più tireranno in giù la cosa, -essa più se ne fuggirà in contrario moto. - - - - -LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. - - -I. — DELL’AVARO. - -Molti fieno quelli che, con ogni studio e sollecitudine, seguiranno con -furia quella cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo la sua -malignità. - - -II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO PIÙ SI FANNO AVARI, CHE -AVENDOSI A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI. - -Vedransi quelli, che son giudicati di più sperienza e giudizio, -quanto egli hanno men bisogno delle cose, con più avidità cercarle e -ricercarle. - - -III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA. - -Li omini perseguiranno quella cosa, della qual più temono, cioè saran -miseri, per non venire in miseria. - - -IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, CHE PRIMA S’UCCIDONO. - -Sarà morto da loro il loro nutritore, e flagellato con spietata morte. - - -V. — DELLA BOCCA DELL’OMO CH’È SEPOLTURA. - -Usciranno gran romori dalle sepolture di quelli, che son finiti da -cattiva e violenta morte. - - -VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO. - -Gran parte de’ corpi animati passerà pe’ corpi de gli altri animali, -cioè le case disabitate passeran in pezzi per le case abitate, dando -a quelle un utile, e portando con seco i sua danni: quest’è, cioè, -la vita dell’omo si fa delle cose mangiate, le quali portan con se la -parte dell’omo, ch’è morta. - - -VII. — DELLA VITA DELLI OMINI CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE. - -Li omini passeran morti per le sue proprie budelle. - - -VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO. - -Vedrannosi animali sopra della terra, i quali sempre combatteranno -infra loro e con danni grandissimi e, spesso, morte di ciascuna delle -parti. - -Questi non avran termine nelle lor malignità: per le fiere membra -di questi verranno a terra gran parte delli alberi delle gran selve -dell’universo; e poi ch’essi avranno pasciuto, il nutrimento de’ loro -desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e guerre e furie a -qualunque cosa animata. E per la loro smisurata superbia questi si -vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia gravezza delle lor -membra gli porrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, o sotto -la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e -quella dell’un paese remossa nell’altro; e ’l corpo di questi si farà -sepoltura e transito di tutti i già da lor morti corpi animati. - -O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo nell’alte fessure de’ -tua gran baratri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e -spietato mostro? - - -IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI. - -Felici fien quelli che presteranno orecchi alle parole de’ morti: — -leggere le bone opere, e osservarle. - - -X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI. - -I corpi sanz’anima ci daranno, con lor sentenzie, precetti utili al ben -morire. - - -XI. — DELLA FAMA. - -Le penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo: — -cioè per le lettere, fatte da esse penne. - - -XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE -V’È SU LE SCRITTURE. - -Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del sentimento, tanto più -s’acquisterà sapienza. - - -XIII. — DELLA STORIA. - -Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno in sè tal virtù, che -renderanno la persa memoria alli omini: — cioè i papiri che son fatti -di peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini. - - -XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI. - -Li omini tutti scambieranno emisperio immediate. - - -XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE DA ORIENTE A OCCIDENTE. - -Moverannosi tutti li animali da oriente a occidente, e così da aquilone -a meriggio scambievolmente, e così di converso. - - -XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI E DA INFINITE LINEE SON -DIVISI, IN MODO CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA D’ESSE LINEE INFRA -L’UN DE’ PIEDI E L’ALTRO. - -Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi li omini, stanti dall’uno -all’altro emisperio, intenderansi i loro linguaggi. - - -XVII. — DELLE NUVOLE. - -Gran parte del mare si fuggirà inverso il cielo e per molto tempo non -farà ritorno: — cioè pe’ nuvoli. - - -XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, CHE È ACQUA. - -L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in moto sopra le spiagge de’ monti, -si fermerà per lungo spazio di tempo sanza fare alcun moto, e questo -accaderà in molte e diverse provincie. - - -XIX. — LA PALLA DELLA NEVE ROTOLANDO SOPRA LA NEVE. - -Molti fien quelli, che cresceran nelle lor ruine. - - -XX. — DELLE PIOGGIE, CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI PORTAN VIA LE -TERRE. - -Verrà diverso il cielo chi trasmuterà gran parte dell’Africa, che -si mostra a esso cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa inverso -l’Africa; e quelle delle provincie Scitiche si mescoleranno insieme con -gran rivoluzione. - - -XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE -MONTAGNE, E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE -IL MARE. - -Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti, -scacceranno il mare dal suo sito. - - -XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA -POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote: -Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO. - -Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione, -trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e -quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo -settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da -questo in quell’altro emisperio. - - -XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE. - -Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le -meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande -strepito e tremore o furore. - - -XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE. - -Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si -faran tutti di nera qualità. - - -XXV. — DEL FOCO. - -Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo -non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto -avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro. - - -XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO, -CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO. - -I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò -ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in -basso. - - -XXVII. — TRACCIA. - -Restaci il moto, che separa il motore dal mobile. - - -XXVIII. — DEI PIANETI. - -E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè -pianeti. - - -XXIX. — DEL CONSIGLIO. - -E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà -sconosciuto, cioè più sprezzato. - - -XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ. - -La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a -detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce -moto alle sue smisurate forze. - - -XXXI. — DELLA BUGIA. - -Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno -scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare -occulta. - - - - -LE FACEZIE. - - -I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE. - -Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle -quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè -essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto -loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi -frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale, -essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà -dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, -vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: -— se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri -conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono -costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò -essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si -mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono. - -Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre -di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona -larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per -povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della -compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua -omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si -caricò di tale omo. - -Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora -si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, -alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, -hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete -voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse -il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari -addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal -mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con -piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta -sopportò. - - -II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE. - -Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è -usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un -pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso -pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse -tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere -così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi -fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che -d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un -cento. - -Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra -alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, -dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu -dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa, -colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. — - - -III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE. - -Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro -proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse -da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo -disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea; -perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i -popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa -di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere. - - -IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO. - -Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui -era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento; -allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre -volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora -costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, -che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato -l’asino, che gli portava la farina. - - -V. — RISPOSTA DI UN PITTORE. - -Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che -eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti. -Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di -notte. - - -VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE. - -Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva -male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi -collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale -fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al -quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti -voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo -amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te, -dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più -insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di -me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi -usassimo insieme. — - - -VII. — DETTO DI UN INFERMO. - -Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e -domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo -rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo -alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che -lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna -bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide -nessuna. - - -VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE. - -Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole, -e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto -lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, -ancora non mi voglio levare. — - - -IX. — ARGUZIA. - -Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il -tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo -picciol lavorante a sì gran bottega! — - - -X. — RISPOSTA AD UN MOTTO. - -Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello! -ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non -ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale -costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi, -sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in -questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per -nova. — - - -XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE. - -Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi, -un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà -trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi -sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane -un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito, -improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel -volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno. - - -XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO. - -Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in -istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non -ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: — -ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza -ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano -colore. — - - -XIII. — LA STESSA. - -Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran -colore. — - -Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso -strano. — - - -XIV. — MOTTO. - -Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. -L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la -stranezza della tua brutta presenza. — - - -XV. — FACEZIA DI UN PRETE. - -Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole -appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza -derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto -accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano -a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella -accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia -li dovessi un poco accendere quella candela. - - -XVI. — FACEZIA. - -Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella -della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e -ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde -veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io -maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi -di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare -10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì -piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! — - - -XVII. — MOTTO ARGUTO. - -Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande -strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son -da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la -coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. — - - -XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO. - -Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente -non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li -faceva migliore scudo che la lingua o la forza. - - -XIX. — FACEZIA. - -Perchè li Ungheri tengon la croce doppia. - - - - -NOTE. - - -[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27. - -[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. -222. - -[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22. - -[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61. - -[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396. - -[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v. - -[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887. - -[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v. - -[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49. - -[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. -XVI, pag. 226. - -[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21. - -[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi, -Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17. - -[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894 -pag. 520. - -[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51. - -[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46. - -[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena, -Vincenzi, 1898, pag. 57. - -[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a -dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la -moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.» - -[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed -andò in Francia.» - -[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226. - -[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag. -459. - -[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II, -vol. III, pag. 13. - -[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810, -pag. 19-22. - -[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222. - -[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40. - -[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si -ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria -delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II, -pag. 155. - -[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29. - -[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651. - -[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE. - -[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di -Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_. -Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. -202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola. - -[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento -storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le -piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del -mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal -strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano, -1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota -del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda -PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda -di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. -Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238. - -[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come -si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro -ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la -fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo -si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_, -in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu -Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB -und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag. -240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da -Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino, -di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del -Neckam. - -[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio -dell’invidia appropriato al nibbio_. - -[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_. - -[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al -corbo_. - -[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al -castoro_. - -[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato -all’orso_. - -[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è -appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_. - -[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato -alla botta_. - -[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato -di determinare. - -[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà -appropriato al basilisco_. - -[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata -all’aquila_. - -[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al -lupo_. - -[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_. - -[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla -formica_. - -[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue -salvatico_. - -[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re -delle api_. - -[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla -pernice_. - -[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_. - -[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_. - -[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla -topinara_. - -[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_. - -[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al -girifalco_. - -[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo -pavone_. - -[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata -alla fenice_. - -[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata -alla rondine_. - -[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al -cammello_. - -[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al -liocorno_. - -[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo -agnello_. - -[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al -falcone_. - -[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata -all’asino salvatico_. - -[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata -all’avvoltoio_. - -[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla -tortora_. - -[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al -pipistrello_. - -[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata -all’ermellino_. - -[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap. -III, folio 32 rº e vº: _Aquila_. - -[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_. - -[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_. - -[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che -vivono de quattro elementi et primo de salamandra_. - -[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_. - -[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_. - -[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_. - -[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_. - -[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la -cicogna_. - -[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la -cichada_. - -[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del -basalisco_. - -[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. — -_Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_. - -[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_. - -[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_. - -[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_. - -[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_. - -[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo. - -[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo. - -[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta -di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia, -1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la -parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice -Trivulziano_: folio 3 rº. - -[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen), -vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a -proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda -GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag. -245-247. - -[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo. - -[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. -48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53. - -[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54. - -[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37). - -[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38). - -[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40). - -[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41). - -[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo -simbolo. - -[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1. - -[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42). - -[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55. - -[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53). - -[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59. - -[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69). - -[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano -di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_. - -[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78). - -[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79). - -[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80). - -[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86). - -[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86). - -[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86). - -[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88). - -[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63. - -[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64. - -[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64. - -[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65. - -[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65. - -[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98). - -[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99). - -[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100). - -[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101). - -[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66. - -[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102). - -[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata -suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era -avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non -essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli -investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi -gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica -coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra -l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. -Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice -della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica -investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si -veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING, -_Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; -176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen -Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg. - -[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, -e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum -Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag. -12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, -con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione -le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary -works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16. - -[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo -frammento è stato tradotto parola a parola. - -[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo -contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente -la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_) -agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore -matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique -sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_, -Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i -miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena, -1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_. -Venezia, 1509. Pag. LV. - -[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei -gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi -proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo -Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad -una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della -distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi -della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei -gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques -de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del -CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895. -Vol. IV, pag. 69-80. - -[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica -aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol. -XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se -una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la -medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due -volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel -corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto -_F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è -l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e -di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti -irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la -vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi -nello spazio e nel tempo finito. - -[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, -per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si -trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci. -Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_, -folio 72 vº.) - -[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla -_Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti: -_Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis -fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2. - -[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana -di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, -risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col -secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. -Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui -la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono -la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag. -187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano, -la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in -generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis -Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278. - -[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione -intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica -intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più -vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al -centro della Terra. - -[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la -parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna -lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava -questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e -la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da -Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg. - -[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal -Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The -literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande -integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro -a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, -se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in -Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata -non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma -(1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che -Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo. - -[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il -Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed. -Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato -per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe -toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento -fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, -conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa -con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà -la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî -risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia -come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto -_A_, folio 60 vº. - -[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la -visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile -o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_. -Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_, -folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue -ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione -dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè -a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla -quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte -nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_. - -[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno -all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De -Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede -indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la -filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i -corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie -di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità -secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo -i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER, -_Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen -Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399. - -[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478] -e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze, -1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª -alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole: - - Chiaro splendore e fiamma rilucente, - Sopra tutt’altre creatura bella, ec. - -e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate -dal Vinci. - -Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri -hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole: - - _Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_ - _Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec. - -Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di -Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola -volta di seconda mano, dal _El libro de la vita de philosophi e delle -loro elegantissime sententie extracte da_ DIOGENE LAHERTIO _e da altri -antiquissimi auctori_. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. -II, pag. 223). - -[138] Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano -d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si veda G. -UZIELLI, _La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli_. Roma, 1890, -pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più -alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, -che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo -argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque -salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). Secondo -GIOVANNI VILLANI († 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica -terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, -onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr. _Croniche di Giovanni, -Matteo e Filippo Villani_. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera -lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e feconde sono le -conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma -le puerili credenze del tempo (cfr. FRANCESCO PATRIZZI, _De antiquorum -rethorica_. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima -dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, ANTONIO VALLISNIERI -(_Opere fisico-mediche_. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il -padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno -all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle -trasformazioni terrestri. - -[139] Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come -può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma -ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una -volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri -come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze -fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi -lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le -acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il -lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei -secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi -dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. -La prima ipotesi è toccata e combattuta da ARISTOTELE nei _Libri -metheorologici_, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; -entrambe sono espresse qui dal Vinci. - -[140] Secondo ANASSAGORA, ogni cosa nel mondo è composta da una somma -di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso -σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da -per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione -di ogni essere inorganico e organico. Si veda ZELLER, _Gesch. der -Philosophie der Griechen_. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni -del frammento di Leonardo si trovano nel _De umbris idearum_, Berlino, -1868, pag. 28, del BRUNO, e risalgono probabilmente a LUCREZIO, _De -rerum natura_, lib. I, v. 830 e segg. - -[141] Si veda: ROBERTO VALTURIO, _De re militari_. Parigi, 1534. Pag. -4, donde è tratto il frammento. - -[142] Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte -dal MANDAVILLA, _Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili -che si trovano in le parti del mondo_. Milano, 1480, folio _l_ 4 -rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li -fano ingrassare.» L’opera del PLATINA qui citata è il _De la honesta -voluptate et valetudine et de li obsonij_. Venezia, 1487, ricordata nel -_Codice Atlantico_ con le parole: _De onesta voluptà_, folio 207 rº. - -[143] Il _codice_, nel quale si trova questo frammento, contiene, -quasi esclusivamente, note intorno al trattato DI LUCE ED OMBRA. Il -_cavallo_, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre -a Francesco Sforza. _Jacomo Andrea_, nella casa del quale Leonardo -si reca a cena con il discepolo suo _Giacomo_, è Andrea da Ferrara, -profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, -ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G. -UZIELLI, _Ricerche intorno a Leonardo da Vinci_. Torino, 1896. Vol. -I, pag. 377-382). _Marco_ è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del -Vinci. _Galeazzo Sanseverino_, in casa del quale Leonardo dirige quella -giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è -il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel -funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. _Agostino da -Pavia_ è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che -Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di -Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e -d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere -il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre -1490:..... _Augustino et Magistro Leonardo_....., cfr. BELTRAMI, _Il -Castello di Milano_. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente _Gian Antonio_ -è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in -Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il -risarcimento de’ danni e delle spese. - -[144] Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo -e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. _Maestro -Giovanni degli Specchi_ e gli altri, ricordati qui vagamente, sono -lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva -per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il -memorabile tornio ovale (si veda: _Codice Atlantico_, folio 121 rº: _fa -fare il tornio ovale al Tedesco_). - -[145] _Pag. 228._ Non si può negare, come fa incautamente il RICHTER -(_The literary works of Leonardo da Vinci_. Vol. II, pag. 413), la -possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, -data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose -popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. -Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si -riferisca, con le parole: _come ancora in alcuna regione dell’India_; -alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo -XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue -parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del FRAZER, -_The golden bough — a study in comparative religion_. Londra, 1890, -vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’ACOSTA, _Natural and moral -history of the Indies_. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360. - -[146] Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte -Rosa da FLAVIO BIONDO, _Roma ristaurata ed Italia illustrata_, trad. -Venezia, 1542, pag. 165; e da LEANDRO ALBERTI, _Descrittione di tutta -Italia_. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per -quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì -e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a -levante.» (_Mss. di Leicester_, c. 10 rº; RICHTER, _The literary -works_. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della -grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con -le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi -altezze, confermata più di tre secoli dopo dal DE SAUSSURE per le Alpi, -e dall’HUMBOLDT per le Cordigliere (KAEMTZ, _Cours de météorologie_. -Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da -Vinci è salito oltre i 3000 metri. - -[147] Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni -realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, -tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di -schiuma, che si trova nel manoscritto _L_ e la nota che lo accompagna: -«fatta al mare di Piombino» (anno 1502). LEONARDO DA VINCI, _Les -manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut_. Parigi, 1890, -vol. V, folio 6 vº. - -[148] La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal -RICHTER nella _Zeitschrif für bildende Kunst._ Vienna, 1881, vol. XVI, -e esaminata a fondo dal DOUGLAS FRESHFIELD nei _Proceedings of the -Royal Geographical Society_. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; -può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se -da una parte la DIVISIONE DEL LIBRO suggerisce l’idea di una narrazione -fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione -storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il -spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, -grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e -cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e -costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come -rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o -idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può -dirsi, piuttosto che una riproduzione dai _Libri meteorologici_ di -ARISTOTELE, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti -tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi. - -[149] Se si confronta questa specie di abbozzo del _Cenacolo_ con -l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della -prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra -di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta -(Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo -dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza -rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra -del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultime figure a sinistra -(Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla -tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della -pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva -qualche caratteristica delle ultime linee del frammento. - -[150] Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è -stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe -espressioni del _Morgante maggiore di Luigi Pulci_. Venezia 1488. -Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa -narrazione. - - - - -SOMMARII E RIFERIMENTI. - - -LE FAVOLE. - -_Pag. 3._ L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. R. 1322. -— L’acqua. R. 1271. — _4._ La fiamma e la candela. C. A. 67 r. — _5._ -Quelli che s’umiliano, sono esaltati. R. 1314. — _6._ Sul medesimo -soggetto. C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — _7._ Il rasoio. C. -A. 172 v. — _8._ Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. 76 r. — _9._ -Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. C. A. 76 r. — Il cedro -e le altre piante. C. A. 76 r. — La vitalba. C. A. 76 r. — _10._ La -cattiva compagnia trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. — -Sul medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il persico. -C. A. 76 r. — _11._ L’olmo e il fico. C. A. 76 r. — Le piante e il -pero. C. A. 76 r. — _12._ La rete. R. 1314. — Nasce rovina dal seguire -il falso splendore. C. A. 67 r. — _13._ Il castagno e il fico. C. A. -67 r. — _14._ Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — _15._ La noce e -il campanile. C. A. 67 v. — _16._ Il salice e la zucca. C. A. 67 v. -— _19._ L’aquila. C. A. 67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio. -R. 1314. — _20._ L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica e il -chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto e la gatta. H. 51 -v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — _21._ L’ostrica e il granchio. -C. A. 67 v. — I tordi e la civetta. C. A. 67 v. — _22._ La scimmia e -l’uccelletto. C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — _23._ -Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il ragno e il grappolo -d’uva. R. 1314. — _24._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia. -H 44. v. — Il villano e la vite. H. 44 v. — _25._ Leggenda del vino -e di Maometto. C. A. 67 r. — _26._ Traccia. R. 1281. — Le fiamme e la -caldaia. C. A. 116 v. — _27._ Lo specchio e la regina. R. 1324. - - -LE ALLEGORIE. - -_Pag. 31._ Amore di virtù. H. 5 r. — _32._ Invidia. — Allegrezza. — -Tristezza. H. 5 v. — Pace. — _33._ Ira. H. 6 r. — Misericordia over -gratitudine. — Avarizia. — _34._ Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H. -7 r. — Liberalità. — Correzione. H. 7 v. — _35._ Lusinghe over soie. -— Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — _36._ Verità. H. 8 v. — -Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — _37._ Bugia. — Timore over -viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — _38._ Constanza. H. 10 r. -— Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. H. 10 v. — _39._ Umiltà. -— Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — _40._ Castità. H. 11 v. — -Lussuria. — Moderanza. — Aquila. H. 12 r. — _41._ Lumerpa, fama. H. -12 v. — Pellicano. — Salamandra. — _42._ Camaleon. H. 13 r. — Alepo -pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — _43._ Cicala. H. 14 r. -— Basalisco. — L’aspido, sta per la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera. -— _44._ Scorpione. H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r. -— _45._ Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. H. -16 r. — _46._ Taranta. — Duco o civetta H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20 -r. e v. — _48._ Il dragone. H. 20 v. — _49._ Serpente. — Boa. H. 21 r. -— Macli pel sonno è giunta. — _50._ Bonaso noce colla fuga. H. 21 v. -— Palpistrello. — _51._ Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. H. -48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v. -— _52._ Leone. — Pantere in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. — -_53._ Tigre. — Catopleas. H. 24 r. — _54._ Basilisco. — Donnola over -bellola. — _55._ Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido. -H. 25 r. — _56._ Icneumone. — Cocodrillo. H. 25 v. — _57._ Delfino. H. -26 r. — _58._ Hippotamo. — Iris. — Cervi. H. 26 v. — _59._ Luserte. — -Rondine. — Bellola. — Cinghiale. H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — _60._ -Camaleonte. H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. H. -17 v. — _61._ Dell’antivedere. H. 98 r. — Per ben fare. H. 98 v. — Sul -medesimo soggetto. H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — _62._ Frammento. G. -89 r. - - -I PENSIERI. - -PENSIERI SULLA SCIENZA. - -_Pag. 65._ La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error di quelli, -che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone del pratico. -C. A. 76 r. — _66._ Precedenza della teorica alla pratica. I. 130 r. -— Sul medesimo soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750. -— Sul medesimo soggetto. Lu. 54. — _67._ Sul fatto anatomico dello -sviluppo grande del cranio nel fanciullo. Ash. I. 7 r. — Diversità -della teorica dalla pratica. C. A. 93 v. — _68._ Sterilità delle -scienze senza applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto. -R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — _69._ La distribuzione dei -suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco del sapere. C. A. 223 r. -— Naturale istinto dell’uomo al sapere. C. A. 119 r. — _70._ Piacere, -che nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo -contro gli sprezzatori delle sue opere. C. A. 119 r. — _71._ Contro gli -sprezzatori della scienza. T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del -corpo umano. R. 1178. — _72._ Contro gli uomini, che mirano solo alla -vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza. C. A. 365 v. -— Il supremo bene è il sapere. T. 2 r. — _73._ Valore del sapere nella -vita. C. A. 112 r. — Glorificazione della scienza. Lu. 65. — _74._ Come -per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia guasta -la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo studio senza voglia non -dà alcun frutto. R. 1175. — Sul medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. — -_75._ Per giudicare l’opera propria bisogna riguardarla dopo lungo -intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus mundi. M. 58 v. -— Glorificazione della verità. V. U. 12 r. — _76._ Conseguenza delle -opposizioni alla verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza. -Lu. 1. — _78._ Valore delle regole date da Leonardo al pittore. C. -A. 218 v. — _79._ Legge, che governa lo svolgimento storico della -pittura e delle scienze. C. A. 141 r. — _80._ Contro il principio di -autorità nella scienza. C. A. 119 r. — _81._ Il seguace della natura e -il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità -degli scopritori del vero sui commentatori delle opere altrui. C. -A. 117 r. — _82._ Contro gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di -Leonardo per gli antichi inventori. F. 27 v. — _83._ Valore della -autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione artistica e -scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità. C. A. 147 r. — -Necessità della esperienza e della matematica nelle scienze. Lu. 1. — -_84._ La esperienza. R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano -i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che non sono in sua -potestà. C. A. 154 r. — _85._ Necessità della successione dell’effetto -alla causa. C. A. 154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157. -— Generale applicabilità della matematica. K. 49 r. — _86._ Delle -scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della meccanica. E. 8 r. -— La meccanica e la esperienza. R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e -la ragione. C. A. 86 r. — _87._ La deduzione. R. 6. — Bisogna passare -dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di natura domina i fatti. -C. A. 147 v. — L’esperienza è il fondamento della scienza. H. 90 r. -— _88._ Sul medesimo soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli -effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere le esperienze -e variare le circostanze. A. 47 r. — _89._ Esempio della precedente -regola. M. 57 r. — Bisogna limitare la ragione alla esperienza, non -estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102 r. e v. — _90._ -A coloro che affermano l’acqua trovarsi alla sommità dei monti, perchè -il mare è più alto, che la terra. F. 72 v. — _91._ La prospettiva -e la matematica. C. A. 200 r. — _92._ La cognizione ha origine dal -senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto principio. R. 838. — _93._ -La testimonianza del senso è il criterio del vero. Lu. 16. — _94._ Le -vere scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza dei sensi. -Lu. 33. — _96._ Inganno della mente abbandonata a sè stessa. Lu. 65. -— Sul medesimo soggetto. C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v. -— _97._ Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal dizionario -di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità della scienza della pittura sulla -filosofia. Lu. 10. — Non si conosce l’essenza delle cose, ma i loro -effetti. C. A. 79 r. — _98._ Come la massa dell’acqua, che circonda la -terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La divisibilità all’infinito -è un’astrazione mentale. C. A. 119 r. — _99._ L’infinito non si può -abbracciare colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo soggetto. H. 67 -v. — La finalità delle cose trascende la mente umana. G. 47 r. — _100._ -Gli antichi si sono proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. — -Limiti alla definizione dell’anima. R. 837. — _101._ Contro gli ingegni -impazienti. R. 1210. — _103._ Della vita del pittore nel suo studio. -Ash. I. 27 v. — _104._ Consigli al pittore. Ash. II. 1 r. — _105._ -Altro consiglio. Lu. 58. — _106._ Consiglio. L. 53. — Vita del pittore -filosofo ne’ paesi. C. A. 181 v. — _107._ Necessità della analisi. Ash. -I. 28 r. — _108._ Carattere delle opere di Leonardo. R. 4. — _109._ Suo -desiderio insaziabile di conoscere. R. 1339. - -PENSIERI SULLA NATURA. - -_Pag. 111._ Proemio. C. A. 119 r. — _112._ Natura e scienza. I. 18 -r. — Leggi necessarie dominano i fatti della natura. R. 1135. — La -rispondenza degli effetti alla potenza della loro cagione è necessaria. -A. 24 r. — _113._ Le leggi della natura sono imprescindibili. E. 43 -v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto succede alla causa -necessariamente. C. A. 169 v. — Il miracolo sta nella rispondenza -dell’effetto alla sua causa. C. A. 337 v. — _114._ Ogni cosa obbedisce -alla propria legge. R. 156 r. — _115._ Passività e attività. T. 39 r. -— Provvidenza della natura nella conformazione del corpo umano. C. A. -116 r. — _116._ Provvidenzialità della dilatazione e restringimento -della pupilla. D. 5 r. — _117._ Contro coloro che si arrogano di -correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul fenomeno della spinta delle -radici. C. A. 76 r. — _118._ Sulla struttura delle ali. E. 52 v. — -Sulla disposizione delle foglie nelle piante. Lu. 398. — _119._ Legge -universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul medesimo soggetto. A. 60 r. -— _120._ Le cose fuori del loro stato naturale tendono a ritornarvi. -C. 26 v. — Legge del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera -essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto colla forma. T. 6 r. — -_121._ Legge del minimo sforzo. G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora -la stessa. — La natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — _122._ -Contro gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà della natura. -C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A. 1119 r. — _123._ Precetto. -Lu. 270. — Vi è una omogeneità di struttura negli esseri animati. -Lu. 107. — _124._ Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale. -G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — _125._ Definizione della forza. T. -36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia è inerte. A. 34 r. — Legge -della trasmissione del moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — _126._ -Principio d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — _127._ -Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del principio d’inerzia. -R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — _128._ Sulla pitagorica armonia delle -sfere celesti. C. A. 122 v. — _129._ Sulla legge di gravità. F. 56 v. -— La stessa. F. 69 v. — _130._ La stessa. C. A. 153 v. — Laude del -sole. R. 860. — _131._ Segue la laude. F. 5 r. — _132._ Segue. F. 4 -v. — _133._ Segue. F. 6 r. — Segue. F. 8 r. — _134._ Della prova che -’l sole è caldo per natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo -soggetto. G. 34 r.; F. 34 v. — _135._ Propagazione dei raggi nello -spazio. F. 85 v. — _136._ Se le stelle han lume dal sole o da sè. -F. 86 r. — _137._ La terra è una stella. F. 57 r. — Essa risplende -nell’universo. R. 886. — _138._ Ordine del provare la terra essere una -stella. F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A. 112 v. — -_139._ La terra non è centro dell’universo. F. 25 v. — Come in un’età -lontana la terra aveva un più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni -sulla natura della luna. F. 41 v. — _140._ Sulla gravità della luna. -F. 69 v. — _141._ Sul medesimo soggetto. R. 892. — I mondi gravitano -in seno ai proprî elementi. R. 902. — _142._ Il calore come principio -della vita. K. 1 r. — La terra è un grande vivente. R. 896. — _143._ -Paragone dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento del -trattato de l’acqua. R. 1000. — _144._ L’acqua. A. 55 v. — L’acqua -è il sangue e la linfa del mondo. R. 970. — _145._ Sul medesimo -soggetto. H. 77 r. — L’acqua sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute -all’acqua. H. 95 r. — _146._ Della vibrazion della terra. K. 2 r. — -Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire. G. 49 v. — _147._ -L’acqua nei fiumi. R. 953. — _148._ Su una conchiglia fossile. R. 954. -— Basta un piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. — -_149._ Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — _151._ Di quelli che -dicono, che i nicchi sono per molto spazio e nati remoti dalli mari, -per la natura del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco a -simile creazione d’animali. R. 987. — _155._ Confutazione ch’è contro -coloro, che dicono i nicchi esser portati per molte giornate distanti -dalli mari per causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza. -R. 988. — _158._ I fossili rispecchiano nel passato una vita analoga -a quella del presente. R. 989. — _161._ De’ nicchi ne’ monti. F. 80 -r. — _162._ Sulla stratificazione geologica e contro il diluvio. R. -994. — Dubitazione. C. A. 155 r. — _163._ Quale sarà il termine della -vita nel mondo. R. 995. — _165._ La terra immersa nell’acqua per la -lenta consumazione de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano -i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità che ha -l’uomo d’imitare strumentalmente l’uccello volante. F. 52 r. — _166._ -Ricordo, che ritorna all’anima del Vinci mentre scrive sul volo del -nibbio. C. A. 161 r. — _167._ Perchè li piccoli uccelli non volano in -grande altezza, nè li grandi uccelli si dilettano volare in basso. C. -A. 66 v. — Facciamo nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come -il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. H. 89 v. — _168._ -Circolazione della materia. R. 483. — _169._ Sullo stesso soggetto. F. -49 v. — Ancora sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza -della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul medesimo soggetto. -R. 1219. — _170._ Desiderio di disfarsi nelle cose e negli esseri. -R. 1187. — _171._ Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. — -_173._ Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — _175._ Sui movimenti -automatici. C. A. 119 r. — _176._ Come i nervi operano qualche volta -per loro, sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima. R. -839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso nelle proprie opere. -Lu. 108. — _178._ Un istinto naturale dell’uomo lo guida a cercare -sè stesso nelle cose e negli esseri. Lu. 109. — _179._ Consiglio al -pittore. A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — _180._ Sulla -natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei sogni. R. 1114. — Giudizi -inconscienti. I. 20 r. — _181._ Inganno dei sensi. Lu. 2. — _182._ Sul -tempo. R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — _183._ Sul concetto -del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918. - -PENSIERI SULLA MORALE. - -_Pag. 185._ Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio della sua -anatomia. R. 796. — _187._ Passaggio dalla anatomia all’etica. R. -798. — Conseguenze etiche che discendono dagli studi anatomici. An. -A. 2 r. — _188._ Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire -umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo alla scienza. R. 1. -— _189._ Contro la necromanzia. R. 1213. — _192._ Degli spiriti. — -_193._ Se lo spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — _194._ -Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si può per sè muovere o -no. R. 1215. — _195._ Se lo spirito può parlare o no. C. A. 187 v. — -_196._ Sul medesimo soggetto. — _197._ Sul medesimo soggetto. B. 4 v. — -Studi sulla fisonomia. Lu. 292. — _198._ Contro i ricercatori del moto -perpetuo. K. 101 v. — _199._ Segue. F. 30 v. — Sul medesimo soggetto. -R. 1206. — Avvertimento. E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R. -796. — _200._ Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora. F. 96 v. -— _201._ Funzione del dolore nella vita animale. R. 100 — Perchè le -piante non hanno il dolore. H. 60 r. — _202._ Funzione delle passioni -a conservazion della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A. 76 r. — -Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza dell’anima -dalla materia corporea. T. 32 r. — _203._ La memoria. H. 33 v. — Lo -spirito è dominatore. T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento -e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene dell’uomo. Ash. I. 34 -v. — _204._ La brevità del tempo è una illusione della mente. C. A. -76 r. — Illusioni della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un -orologio a piombo. C. A. 12 r. — _205._ La vita virtuosa. C. A. 71 v. -— Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà -del lavoro. T. 34 r. — _206._ La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo -distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano chi disegna alle -feste e chi ’nvestiga l’opere di Dio. Lu. 77. — _207._ Preghiera. R. -1132. — Orazione. R. 1133. — _208._ Contro i cattivi religiosi. E. -5 v. — Ancora. T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione -della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al parlatore. G. 49 r. — _209._ -Consiglio, miseria e giudizio. C. A. 80 v. — _210._ Sentenze, proverbi -e simboli. H. passim. — _214._ La verità. T. 38 r. — _215._ Il ben -fare. H. 48 v. — _216._ La ingratitudine. — La invidia. — _217._ La -fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e dolore. R. 1196. — _218._ Inferiorità -fisiologica dell’uomo. R. 827. — _219._ Sua inferiorità etica. R. 844. -— _221._ Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo come animale. -C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo vi è un lento trapasso. E. 16 r. -— L’evoluzione della moda. Lu. 541. — _223._ Un discepolo di Leonardo: -Giacomo. C. 15 r. — _225._ Leonardo analizzatore dell’uomo. H. 137 v. -— Frammento di lettera a Giuliano de’ Medici. C. A. 243 v. — _227._ -I miseri studiosi con che speranza e’ possono aspettare premio di lor -virtù? R. 1358. — _229._ Dialogo fra il cervello e lo spirito, che in -esso abitava. R. 1355. — Frammento di lettera. C. A. 360 r. - -PENSIERI SULL’ARTE. - -_Pag. 231._ Difesa della pittura contro le arti liberali. — Proemio. -Lu. 27. — Perchè la pittura non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. — -_232._ La pittura è scienza universale. Lu. 7. — _233._ La pittura non -si può divulgare. Lu. 8. — _235._ Come la pittura avanza tutte l’opere -umane per sottile speculazione appartenente a quella. Ash. I. 19 v. -— _237._ La pittura crea la realtà. Lu 2. — _238._ Rappresentazione -e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio. Lu. 24. — _239._ -Il pittore va direttamente alla natura. Lu. 14. — _241._ Potenza -espressiva della pittura. Lu. 15; 25. — _245._ Importanza dell’occhio -nella vita animale. Lu. 16. — _246._ La pittura è una poesia muta. Lu. -18. — _247._ Segue della pittura e poesia. Lu. 20. — _248._ Segue. -Lu. 21. — _250._ La pittura si presenta all’occhio nel suo tutto in -istante. Lu. 22. — _251._ Segue. R. 658. — _257._ Come la scienza -dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante quello è generata. -Lu. 17. — Parla il poeta col pittore. Ash. I. 13 r. — _260._ Risposta -del re Mattia ad un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. — -_262._ Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — _263._ Arguizione del -poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — _264._ Conclusione infra ’l poeta -e il pittore. Lu. 28. — _266._ Come la musica si dee chiamare sorella -e minore della pittura. Lu. 29. — _267._ Pittura e musica. Lu. 30; 31. -— _269._ Parla il musico col pittore. Lu. 30. — _270._ Conclusione del -poeta, pittore e musico. Lu. 32. — _273._ Causa della inferiorità in -cui è tenuta la pittura. Lu. 46. - -_Pag. 274._ Il pittore e la pittura. — Vastità del campo della pittura. -Lu. 438. — Origine della pittura. Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è -signore d’ogni sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — _275._ -La pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il pittore non è -laudabile se quello non è universale. Ash. I. 25 v. — _276._ Il pittore -e la natura. R. 520. — Come chi sprezza la pittura non ama la filosofia -della natura. Ash. I. 20 r. — _277._ Come nell’opere d’importanza l’omo -non si de’ fidare tanto della sua memoria, che non degni ritrarre di -naturale. Ash. I. 26 r. — _278._ Del giudicare la tua pittura. Ash. -I. 28 r. — _279._ Come ’l pittore debb’esser vago d’audire, nel fare -dell’opera sua, il giudizio d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — _280._ Della -trista scusazione fatta da quelli che falsa — e indegnamente si fanno -chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio è ’l maestro de’ -pittori. Ash. I. 24 v. — _282._ Precetto al pittore. G. 33 r. e v. — -La pittura è un discorso figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio. -Ash. I. 17 v. — _283._ Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — _284._ -Del modo dello imparare bene a comporre insieme le figure nelle storie. -C. A. 27 v. — _285._ Dello studiare in sino quando ti desti o innanzi -t’addormenti nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare -e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni. Ash. I. 22 v. — _286._ La -stanza del pittore. Ash. I. 16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu. -57. — _287._ Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel pittore, -che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti sulla pittura. Lu. -404. - -_Pag. 289._ PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I. Ash. I. 25 r. e -24 v. — _292._ II. Lu. 35. — III. Lu. 36. — _293._ IV. Lu. 33. — _295._ -V. Lu. 40. — _296._ VI. Conclusione. Lu. 41. - - -I PAESI E LE FIGURE. - -I PAESI. - -_Pag. 301._ Un effetto di nubi sul lago Maggiore. R. 1021. — _302._ -Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — _303._ Traccia. R. 471. — Altra -traccia. R. 605. — Varie colorazioni del mare. Lu. 237. — _304._ La -vegetazione di un colle. Lu. 606. — _306._ Del modo del figurare una -notte. Ash. I. 18 v. — _307._ Come si dee figurar una fortuna. Ash. I. -21 r. — _308._ Modo di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — _313._ -Figurazione del diluvio. G. 6 v. — _314._ Segue. R. 327. — _323._ -L’isola di Cipro. R. 1104. - -_Pag. 324._ Il viaggio in Oriente.-Divisione del libro. — _325. Lettera -I._-Descrizione del monte Tauro e del fiume Eufrates. — _327. Lettera -II._-Figura del monte Tauro. — _329._ Qualità e quantità del monte -Tauro. C. A. 145 r. e v. — _331. Lettera III._ C. A. 211 v. — _333._ -Frammento. C. A. 189 v. - - -LE FIGURE. - -_Pag. 335._ La pittura espressiva. C. A. 139 r. — _336._ Avvertimento -al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura deve mostrare la passione della -figura dipinta. Lu. 180. — _337._ Come il muto è maestro del pittore. -Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza del segno -al significato. Ash. I. 20 r. — _338._ Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà -infinita nell’espressione dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo. -Ash. I. 17 v. — _339._ Del figurare uno che parli infra più persone. -Ash. I. 21 r. — _340._ Appunti sulla composizione del Cenacolo. R. 666. -— _341._ Come si deve fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — _342._ -Come si figura uno disperato. Ash. I. 29 r. - -_Pag. 342._ UN GIGANTE FANTASTICO. — _Lettera I._ C. A. 96 v. — _344. -Lettera II._ C. A. 304 r. — _346._ Frammento. - - -LE PROFEZIE E LE FACEZIE. - -LE PROFEZIE. - -_Pag. 349._ Le profezie degli animali razionali. — Profezia. I. 63 -r. e v. — _350._ De’ fanciulli che stanno legati nelle fascie. C. A. -143 r. — _351._ De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra le -piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver lettere da un paese a un -altro. C. A. 362 r. — Delle putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle -fanciulle. C. A. 362 v. — _352._ Dello spegnere il lume a chi va a -letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora del sognare. -C. A. 145 r. — _353._ Dell’ombra che si move coll’uomo. C. A. 362 r. — -Dell’ombra che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra del -sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo tempo. C. A. 362 -r. — _354._ Delle lingue de’ diversi popoli. I. 64 v. — De’ soldati a -cavallo. C. A. 362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori. -I. 64 r. — _355._ Del seminare. — Le terre lavorate. C. A. 362 r. — -I calzolari. R. 1312. — Del segare delle erbe. R. 1311. — Del grano e -altre semenze. R. 1310. — _356._ Del battere il grano. I. 65 r. — De’ -giocatori. I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi. I. 65. -r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — _357._ Le lingue de’ -porci e vitelli nelle budelle. C. A. 362 r. — De’ villani in camicia -che lavorano. — De’ barbieri. R. 1290. - -_Pag. 357._ Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran le bombarde. -R. 1297. — De’ buoi che si mangiano. C. A. 362 r. — _358._ Delli asini -bastonati. C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle campanelle -de’ muli che stanno presso ai loro orecchi. C. A. 362 r. — De’ muli -che portano le ricche some dell’argento e oro. L. 91 r. — _359._ De’ -capretti. R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A. 143 -r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le api che fanno -la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api. C. A. 143 r. — _360._ Delle -formiche. C. A. 143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle -civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A. 162 r. — Delle -biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — _361._ I pesci lessi. -C. A. 362 r. — De’ pesci che si mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’ -nicchi e chiocciole che sono ributtate dal mare, che marciscono dentro -ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo mangiate non possono fare -i pulcini. C. A. 362 v. — Delle taccole e stornelli. G. 76 r. — _362._ -Delle api. R. 1329. - -_Pag. 362._ LE PROFEZIE DELLE PIANTE. — Delle noci e ulive e ghiande e -castagne e simili. C. A. 143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — _363._ -L’ulive che cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A. 362 r. — -De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli alberi che nutriscono i -nesti. R. 1310. - -_Pag. 363._ LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. — I. Della sola delle -scarpe che son di bue. C. A. 362 r. — _364._ De’ crivelli fatti di -pelle d’animali. C. A. 362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle -medesime. C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna di -castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni de’ buoi. C. -A. 362 v. — _365._ Delle piume ne’ letti. C. A. 362 r. — Del pettine -nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio da seta. C. A. 362 r. — Del lino -che fa la cura delle genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F. -64 v. — _366._ Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli e -trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque che portano i legnami che -son morti. C. A. 362 r. — Dei carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che -riserrano molti tesori. C. A. 362 r. — _367._ Del navigare. C. A. 362 -v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che annegano. C. A. 362 r. -— Li animali che van sopra le terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. — -_368._ Delle baghe. R. 1317. — Del parasole. - -_Pag. 368._ II. De’ sassi convertiti in calcina de’ quali si murano le -prigioni. I. 66 v. — Dello specchiare le mura delle città nell’acqua -de’ lor fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — _369._ Ancora dei -forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane dalla bocca del forno. -C. A. 362 r. — Delle fornaci di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle -armi da offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è morto, -e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini. R. 1297. — _370._ Delle -spade e lance che per sè mai nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle -stelle degli sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde. R. 1297. -— Delle bombarde ch’escan della fossa e della forma. C. A. 197 v. — -_371._ La pietra del fucile, che fa foco che consuma tutte le some -delle legne, con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse la carne -delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’ metalli. C. A. -362 r. — _372._ De’ danari e oro. C. A. 36 r. - -_Pag. 372._ LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. — De’ morti che si vanno -a sotterrare. C. A. 362 v. — De li uffizi funerali e processioni e -lumi e campane e compagnia. C. A. 143 v. — _373._ Del dì de’ morti. -C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo. C. A. 362 r. — De’ -cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo dell’incenso. R. 1310. — De’ -preti che dicono messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia -in corpo. I. 65 v. — _374._ De’ frati confessori. C. A. 362 v. — Delle -pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle scolture. I. 65 v. — -De’ crocefissi venduti. I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono -per li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — _375._ Del vendere -il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati che spendendo parole ricevono -di gran ricchezze, e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e -abitazion de’ frati. - -_Pag. 376._ LE PROFEZIE DEI COSTUMI. — Dello sgomberare l’Ognissanti. -C. A. 362 v. — Delli omini che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r. -— Del battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici che vivono -de’ malati. I. 66. v. — _377._ Del comune. C. A. 36 r. — Profezia. G. -14 v. - -_Pag. 377._ LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. — -Della fossa. C. A. 362 r. — Del peso posto sul piumaccio. C. A. 362 -r. — _378._ Del pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere -l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r. - -_Pag. 378._ LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. — Dell’avaro. C. A. 362 -r. — _379._ Delli uomini che quanto più invecchiano più si fanno avari, -chè avendosi a star poco dovrebbero farsi liberali. C. A. 362 r. — -Del desiderio di ricchezza. I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che -prima s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è sepoltura. -I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A. 145 r. — _380._ Della vita -delli omini che ogni anno si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà -dell’omo. C. A. 362 v. — _381._ Della lettura de’ buoni libri. I. 64 -r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della fuma. I. 64 -v. — Delle pelli delli animali che tengono il senso del tatto, che v’è -sulle scritture. I. 64 v. — _382._ Della storia. I. 65 v. — In ogni -punto della terra si può fare divisione de’ due emisperi. C. A. 362 -r. — In ogni punto è divisione da oriente a occidente. C. A. 362 r. — -Degli emisperi, che sono infiniti e da infinite linee son divisi, in -modo che sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra l’un de’ piedi -e l’altro. C. A. 362 v. — _383._ Delle nuvole. R. 1297. — La neve che -fiocca, che è acqua. R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra -la neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi intorbidati -portan via le terre. C. A. 362 r. — _384._ Questo sono li fiumi, -che portano la terre da loro levate dalle montagne, e le scaricano -ai marini liti; e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. — -Dell’acqua, che corre torbida e mista con terra, e della polvere e -nebbia mista coll’aria, e del foco misto col suo e altri con ciascuno. -C. A. 362 r. — Il vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297. -— _385._ Della notte che non si conosce alcun colore. C. A. 362 r. — -Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio cavo accende il foco col quale si -scalda il forno, che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297. -— Traccia. R. 1297. — _386._ Dei pianeti. I. 66 r. — Del consiglio. C. -A. 36 r. — Della paura della povertà. C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39 -v. - -LE FACEZIE. - -_Pag. 387._ Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — _389._ Di -un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto di un artigiano ad un -signore. R. 1283. — _390._ Bella risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. — -Risposta di un pittore. M. 58 v. — _391._ Un amico ad un maldicente. -C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — _392._ Detto di un -dormiglione. R. 1292. — Arguzia. F. cop. v. — Risposta ad un motto. C. -A. 12 r. — _393._ Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta ad un -motto. C. A. 75 v. — _394._ La stessa. C. A. 75 v. — Motto. C. A. 75 v. -— Facezia di un prete. C. A. 75 v. — _395._ Facezia. C. 19 v. — Motto -arguto. — _396._ Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. — -Facezia. H. 37 r. - - - - -INDICE - - - Prefazione Pag. V - Tavola delle sigle LXIII - Le favole 1 - Le allegorie 29 - I pensieri 63 - Pensieri sulla scienza 65 - Pensieri sulla natura 111 - Pensieri sulla morale 185 - Pensieri sull’arte 231 - Difesa della pittura contro le arti liberali 231 - Il pittore e la pittura 274 - Paragone della pittura colla scultura 289 - I paesi e le figure 299 - I paesi 301 - Il viaggio in Oriente 324 - Le figure 335 - Un gigante fantastico 342 - Le profezie e le facezie 347 - Le profezie degli animali razionali 349 - Le profezie degli animali irrazionali 357 - Le profezie delle piante 362 - Le profezie delle cose materiali 363 - Le profezie delle cerimonie 372 - Le profezie dei costumi 376 - Le profezie de’ casi che non possono - stare in natura 377 - Le profezie delle cose filosofiche 378 - Le facezie 387 - Note 397 - Sommarii e riferimenti 419 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è -stato aggiunto un indice generale a fine volume. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E -FILOSOFICI *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for -copies of this eBook, complying with the trademark license is very -easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation -of derivative works, reports, performances and research. Project -Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may -do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected -by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you will have to check the laws of the country where - you are located before using this eBook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that: - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of -the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set -forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation's website -and official page at www.gutenberg.org/contact - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without -widespread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our website which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This website includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/old/67931-0.zip b/old/67931-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index a538a22..0000000 --- a/old/67931-0.zip +++ /dev/null diff --git a/old/67931-h.zip b/old/67931-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 587d04c..0000000 --- a/old/67931-h.zip +++ /dev/null diff --git a/old/67931-h/67931-h.htm b/old/67931-h/67931-h.htm deleted file mode 100644 index 2b9b5df..0000000 --- a/old/67931-h/67931-h.htm +++ /dev/null @@ -1,18458 +0,0 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" -"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> - -<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> -<head> - <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" /> - <title> - Frammenti letterari e filosofici, di Leonardo da Vinci - </title> -<link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 1.5em 5%; font-size: 95%;} -.break-before {page-break-before: always;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} -div.verso p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} -h3 {font-size: 115%; margin: 1.5em 10% 1em 10%;} - -span.smaller {display: block; font-size: 85%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -.x-ebookmaker hr.silver {display: none;} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -a.tagtitle {vertical-align: .3em; font-size: small; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.inl-note {font-size: 90%; font-style: italic;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} -.pad1 {margin-top: 1em;} - -.x-small {font-size: 70%;} -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.g {letter-spacing: .2em;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} -.upright {font-style: normal;} - -ul {list-style-type: none; line-height: 1.2em;} -li {margin-left: 1em; text-indent: -1em;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} -.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1em; text-indent: -0.5em;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -img {max-width: 100%; height:auto;} -.caption {text-align: center; font-size: 85%; text-indent: 0; margin: 0.25em 0;} - -.figcenter {text-align: center; margin: 1em auto; clear: both; max-width: 100%; page-break-before: always;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -.x-ebookmaker .covernote {visibility: visible; display: block;} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.inl {display: inline-block;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i05 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 1em;} -.poem p.i12 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 8em;} -.poem-container {text-align: right;} - - </style> - </head> -<body> -<div lang='en' xml:lang='en'> -<p style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of <span lang='it' xml:lang='it'>Frammenti letterari e filosofici</span>, by Leonardo da Vinci</p> -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you -are not located in the United States, you will have to check the laws of the -country where you are located before using this eBook. -</div> -</div> - -<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: <span lang='it' xml:lang='it'>Frammenti letterari e filosofici</span></p> -<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Leonardo da Vinci</p> -<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Compiler: Edmondo Solmi</p> -<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931]</p> -<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Language: Italian</p> - <p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em; text-align:left'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</p> -<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>FRAMMENTI LETTERARI E FILOSOFICI</span> ***</div> - -<div class="booktitle"> -<h1> -FRAMMENTI<br /> -LETTERARI E FILOSOFICI -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="figcenter"><a id="fill-0-001"></a> - <img src="images/ill-0-001.jpg" alt="" /> -<p class="caption">LEONARDO DA VINCI</p> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="x-large"> -LEONARDO DA VINCI. -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -FRAMMENTI<br /> -<span class="small">LETTERARI E FILOSOFICI</span> -</p> - -<p class="pad2"> -TRASCELTI<br /> -<span class="x-small">DAL</span><br /> -<span class="large">Dr. EDMONDO SOLMI.</span> -</p> - -<p class="pad2"> -FAVOLE — ALLEGORIE<br /> -PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE<br /> -FACEZIE. -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large g">FIRENZE,</span><br /> -<span class="small">G. BARBÈRA, EDITORE.</span><br /> -—<br /> -1908. -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<p> -FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra -<span class="smcap">Alfani e Venturi</span> proprietari. -</p> - -<p> -Proprietà letteraria. -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> -</p> - -<h2 id="prefazione">PREFAZIONE.</h2> - -<h3>I.</h3> -</div> - -<div class="poem-container"> -<div class="poem inl"><div class="stanza"> -<p class="i01">O Lionardo, perchè tanto penate?</p> -<p class="i05"> <i>Codice Atlantico</i>, f. 71 r.</p> -</div></div> -</div> - -<p> -La biografia di Leonardo, nelle sue -linee essenziali, è la storia del nascere, -dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi -di un amore intellettuale -verso la natura, intento a riprodurne le -forme e a conoscerne le leggi. Questo -amore, nato in un’umile casa di Anchiano -poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo -svolgersi ad abbracciare la natura -nell’infinità dello spazio, del tempo -e delle forme. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> -</p> - -<p> -Il primo ricordo, che il Vinci ci serba -nei manoscritti, tra i frammenti che risguardano -la sua fanciullezza, sembra quasi -una profezia: <i>Nella prima ricordazione -della mia infanzia</i>, scrive egli rievocando -una giovanile visione, <i>e’ mi parea che, essendo -io in culla, che un nibbio venisse a -me, e mi aprisse la bocca colla sua coda, e -molte volte mi percotesse con tal coda dentro -alle labbra.</i> (<i>C. A.</i>, 161 r.) Una tradizione -ellenica narra, che le api annunziarono -al mondo in Demostene il più dolce -e squisito oratore politico; il nibbio non -sembra qui preannunziare il più alto e -limpido descrittore della natura? Leonardo -stesso è compreso da questo superstizioso -dubbio: la vita sua deve essere -l’adempimento dell’arduo compito di palesare -agli uomini i segreti naturali. Egli -segna, accanto alle linee precedenti, questa -espressione rivelatrice: <i>par che sia -mio destino.</i> -</p> - -<p> -All’aprirsi della sua vita d’artista, -attorno al 1472, lo studio del Vinci è di -risuscitare nella propria fantasia la figura -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -delle cose esterne, «andare co’ la imaginativa -ripetendo li lineamenti superfiziali -delle forme» (<i>Ash. I</i>, 26 r.); e, come -la sua mente, il piccolo libro di note, che -porta sempre seco, è pieno di profili di -visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali -e di piante, di roccie e di monti. -(<i>C. A.</i>, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato -alla pratica, si cambia a poco -a poco in un desiderio, indipendente da -ogni applicazione concreta, di comprendere -il meccanismo dei fenomeni naturali, -nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte -della pittura diventa «una sottile invenzione, -la quale con filosofica e sottile speculazione -considera tutte le qualità delle -forme» (<i>Ash. I</i>, 20 r.); e il piccolo libro -di note, che porta sempre seco, si riempie -di considerazioni e di principî prospettici -e anatomici, zoologici e botanici, -meccanici e idraulici. (<i>R.</i>, § 4.) -</p> - -<p> -Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare -la natura nelle sue fibre più riposte -diventa la passione dominante in -Leonardo: «E tirato dalla mia bramosa -<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> -voglia, vago di vedere la gran commistione -delle varie e strane forme fatte -dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto -infra gli ombrosi scogli, pervenni -all’entrata d’una gran caverna; dinanzi -alla quale — restando alquanto stupefatto -e ignorante di tal cosa — piegato le mie -rene in arco, e ferma la stanca mano sopra -il ginocchio, colla destra mi feci tenebra -alle abbassate e chiuse ciglia. E -spesso piegandomi in qua e in là per vedere -dentro vi discernessi alcuna cosa, -questo vietatomi per la grande oscurità, -che là entro era, e stato alquanto, subito -si destarono in me due cose: paura e desiderio; -paura per la minacciosa oscura -spelonca, desiderio per vedere se là entro -fusse alcuna miracolosa cosa.» (<i>R.</i>, § 1339.) -La natura è il grande mistero che Leonardo -cerca d’investigare. -</p> - -<p> -Ma quanto la sua mente penetra più -nella conoscenza delle cose, tanto la coscienza -superstiziosa e il pregiudizio dei -suoi tempi si sollevano contro di lui. Da -prima sono i timidi amici di Dio, che lo -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -rimproverano di trascurare le pratiche -esterne e la preghiera, per l’amore entusiastico -della natura. «Ma tacciano tali -riprensori, risponde Leonardo, chè questo -è il modo di conoscere l’Operatore di tante -mirabili cose, e questo è ’l vero modo -d’amare un tanto inventore.» (<i>Lu.</i>, § 77.) -Poscia sono i suoi amici medesimi, che -rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione -dall’arte, che portava inesorabilmente -Leonardo a smarrirsi nel laberinto -senza fine della scienza. Il Verini -lo celebrava allora massimo tra i migliori; -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">et forsan superat Leonardus Vincius omnes.</p> -</div></div> - -<p> -Ma subito aggiungeva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">tollere de tabula dextra sed nescit;</p> -</div></div> - -<p> -e cercava la causa di questa lentezza nella -sua incontentabilità: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> et instar</p> -<p class="i01">Protogenis multis unam perficit annis.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a></p> -</div></div> - -<p> -«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi -l’Anonimo, ma non colorì molte cose, perchè -<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> -si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>» -E il Vasari, come un’eco di -questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e -la tramanderà ai posteri — giustificandola, -come il Verini e l’Anonimo, con il concetto -di un’eccessiva incontentabilità di -Leonardo.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> -</p> - -<p> -Intanto il cartone di <i>Adamo ed Eva -nel paradiso terrestre</i>, la <i>Testa della Medusa</i>, -l’<i>Adorazione de’ Magi</i> rimangono imperfetti -«come quasi intervenne in tutte -le cose sue.» -</p> - -<p> -Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. -Il concorso aperto dal duca di Milano per -una statua equestre a Francesco Sforza -non era stato che la causa occasionale di -questa partenza, frutto in realtà della -propria miseria e del disgusto suscitato -negli altri per lavori assunti e non condotti -a termine.<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> Il calore col quale il -<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> -Vinci palesò un’idea grandiosa; il buon -nome che godeva già in Lombardia per -qualche sua opera, forse non ignota; l’essere -scolaro del Verrocchio, che la statua -al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero -prescegliere in questa fortunata occasione -ad altri artisti. Si presentò dunque -in Milano; donò al duca una bellissima -lira in forma di teschio di cavallo, forse -anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e -scrisse quella lettera famosa, nella quale, -manifestando le proprie molteplici attitudini -pratiche, veniva già, in modo celato, a -rivelare i grandiosi progressi teorici della -sua mente.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> -</p> - -<p> -Ma anche in Milano la sua vita è una -lenta ribellione ai suoi tempi. Da prima -egli dipinge con attività, compone e scompone -modelli per la statua equestre, fabbrica -disegni di cupole per il duomo, si dà -alla costruzione di edifizî pubblici e privati, -immagina strumenti guerreschi e opere -idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto -<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span> -lo porta alla investigazione scientifica. -Per un lento progresso Leonardo -dal <i>Cenacolo</i> è ricondotto a quel <i>Trattato -di luce ed ombra</i>, a cui aveva già dedicato -le prime cure in Firenze; dal Monumento -allo Sforza al <i>Trattato sulla anatomia del -cavallo e sui metodi della fusione in bronzo</i>; -dalle varie opere di architettura militare -e civile al <i>Trattato sui pesi e sui moti</i> e -a quello di <i>Idraulica</i>.<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> L’aneddoto stesso, -narrato dal Vasari a proposito del <i>Cenacolo</i>, -è un’eco dei contrasti che suscitava -in questo tempo il suo modo di vivere essenzialmente -speculativo. Prima del 1499 -nel Vinci è ormai scomparso il pratico; -egli deposita il pennello nelle mani dei -suoi discepoli; abbandonando la cerchia -degli artisti, si pone nel bel mezzo degli -scienziati milanesi, ormai spinto da un solo -scopo: risolvere gli infiniti problemi che -la natura gli presentava incessantemente. -«La natura è piena di infinite ragioni, -che non furono mai in esperienza.» (<i>I</i>, 18 r.) -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span> -</p> - -<p> -Il secolo XV era ostile a questo passaggio: -spinto dalla sete di un rinnovamento -domandava non di pensare, ma di -fare. Leonardo era invece nato per il travaglio -del pensiero. La poesia, la pittura -la scultura, l’architettura, la musica, le -invenzioni della stampa, della polvere e di -strumenti meccanici, le scoperte geografiche, -nel loro più meraviglioso fiore, era -ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava: -la legge astratta non veniva apprezzata -nel suo giusto valore, quasi non -si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo -invece passa, per un prepotente bisogno, -dal concreto all’astratto, dalla pratica -alla teorica, dall’arte alla scienza, -portando a sviluppo quella stessa tendenza -degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva -pienamente manifestarsi solo due -secoli dopo. -</p> - -<p> -Nel 1500 il carattere della vita del -Vinci è ben definito: l’idea dominante è -svolgere e condurre a compimento le sue -ricerche naturali; il proposito fermo è fare -al secolo le minori concessioni possibili. -<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> -Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, -sente che le angustie della pratica gli -tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae -allora in Firenze. Nel 1501 aveva -avuto sollecitazioni da Isabella d’Este, per -mezzo del generale dei carmelitani Pietro -da Nuvolaria «perchè facesse uno quadretto -de la Madonna devoto e dolce, -come è il suo naturale.» Il Vinci aveva -promesso caldamente, e poi, smarrito nelle -indagini scientifiche, non ne aveva fatto -nulla. «Per quanto me occorre, aveva risposto -il frate alla gentile marchesana di -Mantova, la vita di Leonardo è varia et -indeterminata forte, sì che pare vivere a -giornata. Ha facto solo dopoi che è ad -Firencie uno schizo d’uno cartone, (dove) -finge uno Christo bambino de età circa -uno anno. Altro non ha facto se non che -dui suoi garzoni fano ritracti, et lui alle -volte in alcuno mette mano. <span class="smcap">Dà opra -forte alla geometria, impacientissimo -al pennello.</span>» Ora il 13 maggio 1504, -dopo una vana attesa, Isabella ritorna -alla carica domandandogli per lettera -<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> -«uno Christo giovinetto, di età di anni -circa duodici, che seria di quella età che -l’havea quando disputò nel tempio; et -facto cum quella dolcezza et suavità de -aiere, che havete per arte peculiare in -excellentia.» Il 27 maggio, quattordici -giorni dopo, un incaricato, Angelo del -Tovaglia, le risponde: «Lui troppo me -ha promesso di farlo ad certe hore -et tempi, che li sopravanzeranno ad una -opera tolta a fare qui da questa Signoria. -Io non mancherò di solicitare et -esso Leonardo et etiam lo Perugino de -quella altra; l’uno et l’altro mi promette -bene, et pare habbino desiderio grande -di servire la S. V. Tamen me dubito forte -non habbino a fare insieme ad gara de -tarditate: non so chi in questo supererà -l’altro: <span class="smcap">tengho per certo Leonardo -habbi a essere vincitore</span>.» Pietro Perugino -adempiva sollecitamente al suo -impegno; Leonardo intraprendeva allora -il dipinto della <i>Battaglia d’Anghiari</i>, -spinto dal bisogno e dalle preghiere dei -Fiorentini. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span> -</p> - -<p> -Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del -Vinci, prende a cuore il desiderio della -marchesa d’Este, e si fa promettere dal -nipote il compimento di un quadretto -soave e dolce: «Et lui al tutto me ha -promesso comincerà in breve l’opera per -satisfare al desiderio di V. S., alla cui -gratia assai si raccomanda.» Isabella risponde -poche righe sfiduciate; poi tacque -per sempre. Passò il tempo, e Leonardo -nulla fece, dimentico della promessa e del -pennello. Quasi a compenso delle durezze -del Vinci, il suo discepolo Salai, in questi -giorni appunto, mostrava «gran desiderio -di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» -La sua profferta non fu accettata.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> -</p> - -<p> -Intanto la <i>Battaglia di Anghiari</i>, cominciata -a disegnare con ogni cura e entusiasmo, -fu abbandonata alle prime mosse, -allo stesso modo del cartone d’<i>Adamo ed -Eva</i>, della <i>Testa della Medusa</i>, dell’<i>Adorazione -dei Magi</i>, «come quasi intervenne -in tutte le cose sue.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span> -</p> - -<p> -Quale era la causa di questa insofferenza -al dipingere? come mai Leonardo -non soddisfece alle istanze di una gentile -principessa, nè a quelle universali della -sua città natale? Poche date risponderanno -luminosamente. Al 1504 risale il -<i>Codice sul volo degli uccelli</i> (<i>V. U.</i>, 5 r.); -al 1505 l’opera matematica intorno alle -<i>sezioni sferiche</i>. (<i>R.</i>, § 1374.) Le ricerche -di prospettiva, iniziate già prima del 1482; -quelle di anatomia, condotte sistematicamente -fino dal 1489; quelle di meccanica, -che lo tenevano intento prima del 1497, -sono continuate in Firenze dopo il 1500, -insieme agli studi sulla canalizzazione dell’Arno, -che diedero germe e vita ai moderni -principî dell’idraulica e della dinamica -terrestre. Il 22 maggio 1508, come -a coronamento di un lungo periodo di indefessa -attività scientifica, spunta nella -mente di Leonardo l’idea di un provvisorio -generale riordinamento delle sue -note manoscritte: «E questo fia un raccolto -sanza ordine, scrive egli iniziando -il Codice del Museo Britannico, tratto di -<span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span> -molte carte, le quali io ho qui copiate, -sperando poi metterle per ordine alli lochi -loro, secondo le materie di che esse tratteranno.» -(<i>R.</i>, 4.) -</p> - -<p> -Questa insofferenza all’arte produttrice, -cominciata appena che alla pratica -empirica della pittura si sovrappose il -concetto che per creare bisogna conoscere -le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta -nefasta in Firenze dopo il 1472; dimenticata -per un momento in Milano dopo -il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza -dopo il 1494; divenuta un bisogno -all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata -in mezzo a contrasti ormai più deboli -fino alla morte, sembrò un delitto ai -contemporanei. Essi non conoscevano altra -forma d’attività che quella pratica e -artistica: la scienza s’era rifugiata nei -chiostri, e si chiamava <i>teologia</i>; s’era -smarrita nei penetrali della cabala, e si -chiamava <i>magia</i>. -</p> - -<p> -Leonardo da Vinci era trascinato dai -tempi all’arte, e il suo genio lo portava -alla scienza; era spinto dai tempi alla -<span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span> -costruzione meccanica, e il suo genio lo -portava alla costruzione matematica. Tutto -ciò che egli ha compiuto in pittura e in -architettura, per quanto grandioso, fu -una concessione fatta al suo tempo, ma -una violenza fatta al suo carattere. -</p> - -<p> -Egli si avvia col Perugino e col Credi, -col Bramante e col Sangallo sul fecondo -cammino della pratica, e solitario si smarrisce -nella scienza; le necessità della vita -e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare -per un istante l’arte, ma l’intimo -della sua mente lo trascina di nuovo alla -investigazione teorica e astratta; la storia -della sua vita è il ripetersi di questa -perpetua vicenda, che infrange e rovina -l’opera e la potenza sua: non è la serena -vita della tradizione, ma il naufragio di -tutto un essere, che anela a ciò che il suo -secolo gli vieta, che vuole ciò che il suo -secolo gli toglie. -</p> - -<p> -Veduto sotto questo aspetto Leonardo -da Vinci compare nella sua luce storica: -il carattere «vario et indeterminato forte» -della sua esistenza si comprende nelle sue -<span class="pagenum" id="Page_xx">[xx]</span> -intime ragioni; l’incompiutezza della sua -opera artistica è rivelata nelle sue vere -cause e cessa d’esser l’opera del capriccio -individuale; l’ignoranza dei contemporanei -in riguardo al Vinci scienziato -è giustificata nel suo carattere. -</p> - -<p> -Il giudizio del secolo XVI e dei successivi -cade necessariamente. -</p> - -<p> -«Condusse a termine pochissime opere, -aveva detto Sabba da Castiglione, spinto -da naturale leggerezza e volubilità di talento;» -perchè «quando doveva attendere -alla pittura, nella quale senza dubbio -un nuovo Apelle riuscito sarebbe, tutto -si diede alla Geometria, alla Architettura -e Notomia.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>» E il Vasari, raccogliendo poi -dalle bocche dei pittori del tempo suo il -fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si -mise a imparare molte cose, e cominciate -poi l’abbandonava.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>» -</p> - -<p> -Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio -dei contemporanei. Essi misurarono -l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni -<span class="pagenum" id="Page_xxi">[xxi]</span> -pratiche, e lo definirono vario, instabile, -mutabile; noi, contemplando la sua vasta -teoria, alla quale dedicò le forze di tutta -la vita, dobbiamo definirlo intento ad un -solo proposito e fermo di fronte ad ogni -contrasto. Dagli anni primi della giovinezza -fino alla morte egli infatti drizzò -le sue forze ad un unico intento: la conoscenza -delle leggi dei fenomeni, la descrizione -delle forme naturali. -</p> - -<p> -Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo -con un pungente motto, sedendogli -accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> -le opere lasciate a mezzo; egli, come tutti -i suoi contemporanei, non considera che -l’opera esterna, visibile, non l’interno, -grandioso lavoro affidato ai manoscritti, -che doveva naufragare per quattro secoli -per approdare nel nostro. Quando il Vasari -dice che il Vinci molto più operò con -le parole che co’ fatti; egli non sa che la -scienza è altrettanto importante dell’arte, -e che il viso pieno di dolcezza e di soavità -<span class="pagenum" id="Page_xxii">[xxii]</span> -della Gioconda non è un’opera meno potente -della scoperta di quelle leggi prospettiche -e ottiche, che ci servono a vederlo. -Quando Leonardo, «a molti cittadini -ingegnosi, che allora governavano -Firenze,» mostrava voler alzare il battistero -di San Giovanni o rizzare il corso -dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, -che pareva possibile, quantunque -ciascuno, poi che e’ si era partito, -conoscesse per sè medesimo l’impossibilità -di cotanta impresa.<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>» Ma quale mai -di questi «ingegnosi cittadini», condannando -il proposito pratico, si sarà -fatto a domandare al Vinci quali fossero -i principî meccanici o idraulici che lo -inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli -non ha sollevato il San Giovanni, nè incanalato -l’Arno, questo non monta: la -sua opera vera sta nel <i>Trattato del moto -locale e delle percussioni e pesi e delle forze -tutte</i>, dove precorre, e in qualche punto -avanza, i <i>Dialoghi delle nuove scienze</i> del -<span class="pagenum" id="Page_xxiii">[xxiii]</span> -Galilei; in quello <i>Del moto e misura delle -acque</i>, dove è contenuto il meglio che poi -diedero il Castelli e il Guglielmini. Aristotile -Fioravanti, qualche tempo prima -di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, -e la trasportava da un luogo ad -un altro;<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> Luca Fancelli, poco tempo prima -di Leonardo, dava i disegni per la canalizzazione -dell’Arno, onde bonificare la -pianura d’Empoli e i dintorni;<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> ma nè -l’uno nè l’altro precorrono il Vinci nella -teoria, nella quale egli resta gigante e -insuperato nel tempo suo e per un secolo -ancora. -</p> - -<p> -Noi dobbiamo giudicare Leonardo non -dalla frammentarietà della sua pratica, -ma dalla pienezza della sua teorica. La -<i>Battaglia di Anghiari</i> non doveva essere altro, -se non l’applicazione di quei principî, -che Leonardo aveva meditati e svolti nel -<i>Trattato della pittura</i>; allo stesso modo che -la macchina per volare, la quale, dall’alto -<span class="pagenum" id="Page_xxiv">[xxiv]</span> -di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera -del 1505, doveva librarsi su Firenze, -non sarebbe stata se non un’effettuazione -materiale e caduca delle grandiose -leggi scoperte sulla elasticità dell’aria, -sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. -L’opera teorica fu compiuta, l’applicazione -pratica rimase imperfetta; ma lo -scopo della vita del Vinci furono le leggi -prospettiche e antropologiche, le leggi -meccaniche e matematiche, fondandosi -sulle quali egli e i secoli venturi avrebbero -colti i frutti più maturi dell’arte e -della scienza. -</p> - -<p> -Vi è una espressione del Vasari che -ci rivela la falsità del giudizio comune -diffuso su Leonardo: «<i>Ancora che il Vinci -molto più operasse con le parole che co’ fatti, -per tante parti sue sì divine, il nome e la -fama sua non si spegneranno giammai.</i><a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>» -No, rispondiamo noi, è appunto perchè egli -ha operato più con le parole che co’ fatti, -che il nome e la fama sua non si spegneranno -<span class="pagenum" id="Page_xxv">[xxv]</span> -giammai. I soldati guasconi -hanno distrutto con l’archibugio il modello -della statua a Francesco Sforza; il -tempo col suo incessante trasformare ha -scolorito il <i>Cenacolo</i>; la critica artistica -annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica -del Vinci. Ciò che non l’archibugio -dei soldati guasconi, nè il tempo, nè la -critica artistica potranno distruggere, è la -gigantesca costruzione della natura, che -sorta nella mente di Leonardo sugli albori -della vita moderna, si compì in lui -con quelle medesime forme, con le quali -doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono -il nostro e nel nostro medesimo. -</p> - -<p> -Nel 1513, quando Leonardo va a Roma -con Giuliano de’ Medici, «<i>che attendeva -molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia</i>,<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>» -l’artista era pressochè morto, -e lo scienziato giganteggiava nella piena -coscienza del proprio valore. Prima di -agire bisogna conoscere e pensare. La fecondità -della teoria è fondata sulla condizione -<span class="pagenum" id="Page_xxvi">[xxvi]</span> -che la legge abbia a proprio fondamento -il senso e l’esperienza, e a propria -espressione la matematica. Tutto ciò che -eccede il senso e l’esperienza, tutto ciò che -non si può dimostrare «per nessuno esemplo -naturale,» siede nel regno della fantasia, -e fluttua nel sogno. I problemi sulla -essenza delle cose, sul fine, sulla natura -dell’anima e di Dio, restano quindi nel -campo delle infeconde discussioni.<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> -</p> - -<p> -Questo momento dovette essere solenne -nella vita del Vinci; infermo per -la intensità del travaglio, la gran somma -dei suoi manoscritti, messa insieme con -un lavoro costante di ogni giorno, dovette -apparirgli l’opera più alta e solenne -della sua vita. Una nota del <i>Codice -Atlantico</i> ce lo mostra in Belvedere nello -studio fattogli dal Magnifico, assorto in notturne -esercitazioni di matematica. Un’altra -nota ce lo presenta a Monte Mario -tutto intento a ricercarvi i segni di un passato -antichissimo, quando il mare copriva -<span class="pagenum" id="Page_xxvii">[xxvii]</span> -ancora il terreno, sul quale poi doveva sorgere -Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo -gli dà campo ad alcune osservazioni -di acustica. I giardini del Vaticano gli -offrono materia d’investigazioni zoologiche -e botaniche, di esperimenti sul volo degli -uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi -battenti a Leonardo, onde le note anatomiche -dei manoscritti diventino più -piene e numerose. -</p> - -<p> -La passione per lo studio, il fare misterioso -di Leonardo, che gli avevano già -attirato in Firenze il rimprovero di qualche -timorato di Dio, ora, verso il chiudersi -della sua vita, destano nella società -romana, assorta negli splendori del rinascimento -pagano, un certo terrore misto -a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso -delle simpatie che Giuliano de’ Medici -prodigava al Vinci, trova terreno favorevole -a seminare la maldicenza, tantochè -uno screzio personale finisce in una vera -e propria persecuzione allo scienziato. Un -giorno, recandosi all’Ospedale per continuarvi -quelle ricerche, che sembravano -<span class="pagenum" id="Page_xxviii">[xxviii]</span> -profanazione alle menti ancora avvolte -nelle nebbie medievali, Leonardo trovò il -divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore. -</p> - -<p> -Fu un momento straordinariamente -triste, e il malanimo si diffuse e divenne -più cupo: «<i>Quest’altro</i>, dice Leonardo in -uno di quei frammenti pieni di sconforto -che risalgono a questo tempo, <i>m’ha impedito -la Notomia, col Papa biasimandola -e così all’Ospedale</i>.» (<i>C. A.</i>, 179 r.) In un’altra -lettera, che sembra quasi un’autodifesa, -egli contrappone ai sospetti contro -la sua persona, la propria vita tutta intenta -alla conoscenza del vero.(<i>R.</i>, § 1358.) -Giuliano de’ Medici lo liberò dal peggio; -ma quando il 9 di gennaio 1515 questi -partì verso la Savoia, tratto da amore di -donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare -Roma, dove il suo spirito nuovo trovava -qualche contrasto.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Tale è il motivo -della partenza del Vinci da Roma, -<span class="pagenum" id="Page_xxix">[xxix]</span> -svisato da tutti i biografi: il Vasari lo -cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> -l’Anonimo in un disaccordo con -Leone X per una pittura.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> -</p> - -<p> -Con la tristezza nell’animo Leonardo, -poco tempo dopo, nel 1516, abbandonava -l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, -colpito ben presto da paralisi nella mano -destra, egli rivolge la lucida mente alla -canalizzazione della Francia e alla costruzione -di un castello per Francesco I. Il -cardinale d’Aragona, come racconta il -giornale di Antonio de Beatis, recatosi -nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò, -inabile del tutto alla pittura, in mezzo -alle sue note anatomiche, prospettiche, -idrauliche, ancora sconosciute al mondo: -«Infinità di volumi et tutti in lingua -vulgare, quali se vengono in luce saranno -profiqui et molto delectevoli.»<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> Uno sconforto -<span class="pagenum" id="Page_xxx">[xxx]</span> -profondo offusca l’anima di Leonardo -in questi ultimi giorni; la vita sua era -stata l’affannosa ricerca delle leggi naturali, -ma il contrasto col tempo ne aveva -infranta la fibra, e condannata l’opera a -rimanere incompiuta. Circondato dai suoi -discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci -cerca di rinnovare nel proprio animo la -fede ingenua della sua fanciullezza, ma la -morte lo coglie il 2 maggio 1519. -</p> - -<p> -La prima cura del suo testamento era -stata quella di lasciare a messer Francesco -Melzi, gentiluomo di Milano, «per -remuneratione de’ servitii, ad epso grati, -a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno -li libri, che il dicto testatore ha de -presente.» (<i>R.</i>, § 1566.) -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare -la Corte milanese all’altezza delle -altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi -di artisti e di uomini di scienza, -onde adornare la propria persona dello -<span class="pagenum" id="Page_xxxi">[xxxi]</span> -splendore delle arti e degli studi. Leonardo -non fu solo un pittore, uno scultore, -un architetto, un musico, nella società -milanese del secolo XV, ma fu uno -squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese -dipinctore», nelle sue <i>Antiquarie -prospetiche Romane</i>, assomiglia Leonardo -nel parlare all’antico Catone;<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> il Giovio lo -celebra come il più squisito dicitore del -tempo;<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> l’Anonimo afferma che «fu nel -parlare eloquentissimo;<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>» e il Vasari -raccogliendo la tradizione giunta fino a -lui dice, nella prima edizione delle sue -<i>Vite</i>: «Con ragioni naturali faceva tacere -i dotti;» e nella seconda: «Ed era -in quell’ingegno infuso tanta grazia da -Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata -con l’intelletto e memoria che -lo serviva; e col disegno delle mani sapeva -sì bene esprimere il suo concetto, -<span class="pagenum" id="Page_xxxii">[xxxii]</span> -che con i ragionamenti vinceva, e con le -ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno.» — «Era -tanto piacevole nella conversazione, -che tirava a sè gli animi delle -genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, -chè bellissimo era, rasserenava ogni animo -mesto, e con le parole volgeva al sì e al no -ogni indurata intenzione.<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>» -</p> - -<p> -Di questa potenza di ragionamento -ci resta anche diretto ricordo nell’opere -dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce -che — quando il cardinale Gurcense -il Vecchio, scendendo una mattina d’estate -ad ammirare il <i>Cenacolo</i>, ancora incompiuto, -in Santa Maria delle Grazie, ebbe -ad esprimere il suo stupore per le onoranze, -che Lodovico il Moro prodigava agli -artisti — il Vinci gli rispose con elevate -parole. Poi, partito il cardinale, rivolto -ai suoi discepoli e ai gentiluomini, che lo -circondavano, «narrò una bella historietta» -di Lippo Lippi fra i Turchi, per -mostrare come in tutti i tempi siano -<span class="pagenum" id="Page_xxxiii">[xxxiii]</span> -stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto -che il Bandello raccolse dalle -labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva -in sè un po’ della freschezza primitiva -e della potenza immaginosa propria -di Leonardo.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> -</p> - -<p> -Quando il Vasari vuol cercare la causa -del favore, che il Vinci godette alla corte -dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: -«Sentendo il Duca i ragionamenti -tanto mirabili di Leonardo, talmente s’innamorò -delle sue virtù, che era cosa incredibile.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>» -Il memorabile passo dei Manoscritti, -che insegna il modo di entrare -nelle grazie altrui con l’accorto discorrere, -mostra che il puerile racconto ha nel suo -fondo qualche cosa di vero. (<i>G</i>, 49 r.) Che -che ne sia, è certo che quella parte dei -codici leonardiani che conserva qualche -sentenza arguta e gentile, che le novelle -<span class="pagenum" id="Page_xxxiv">[xxxiv]</span> -e le allegorie, le profezie e le facezie, -prima di assumere quella veste mirabilmente -letteraria, con la quale ci sono conservate, -dilettarono le conversazioni piene -di cortesia della Corte milanese del secolo -XV. -</p> - -<p> -Leonardo fu elegante parlatore perchè -sul labbro suo suonava il dolce idioma -toscano, lo fu anche per la natura dell’anima -sua delicata e ingenua, piena a -volte di vivacità, di vaghezza, di grazia. -</p> - -<p> -Il Vinci parlatore si rispecchia nel -Vinci scrittore, con l’aggiunta di quella -potente riflessione, che, penetrando nel -cuore dell’uomo e nei segreti della natura -esterna, coglieva le più profonde -ragioni del buono, del vero e del bello. -L’idea che Leonardo sia uno scrittore trasandato, -nella spontaneità e rudezza del -suo discorso, deve oggimai cadere. -</p> - -<p> -Lo scopo supremo di Leonardo è la -massima chiarezza nella massima concisione; -quel modo di scrivere ridondante -e numeroso, primo nemico della purezza -del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, -<span class="pagenum" id="Page_xxxv">[xxxv]</span> -e perpetuato nella prosa accademica -fino ai nostri giorni, sembra sia -stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità -di mezzi, con la maggiore intensità -di espressione, non è soltanto la legge -della pittura e della scoltura del Vinci, -ma è anche quella delle sue dimostrazioni -scientifiche, delle sue descrizioni e -narrazioni. I manoscritti sono pieni di -cancellature, ed ogni cancellatura deterge -una lieve oscurità, che vela l’apprendimento -del concetto: la lingua, atteggiata -nello stile, è il terso vetro al di là del -quale si distende limpido il pensiero. La -definizione della Prospettiva è ripetuta da -Leonardo più di dieci volte con un incessante -mutar di spoglie, onde rivestirla -della forma più evidente e più semplice -(<i>A</i>, f. 3 r. 10 v.); una lettera a Giuliano -de’ Medici è scritta e riscritta con continui -pentimenti, perchè il pensiero si -adegui alla sua forma con la maggiore -identità di segno e di significato. (<i>C. A.</i>, -278 r.) Allo stesso modo che il Vinci cercava -nelle figure esterne della natura la -<span class="pagenum" id="Page_xxxvi">[xxxvi]</span> -più mirabile figura, onde esprimere in un -quadro la propria eccelsa immagine, così -nel dolce idioma toscano, che possedeva -tutto nella sua varietà e nella sua vivezza, -rintracciava le parole adatte all’alto senso, -che il suo spirito, interprete della natura, -gli suggeriva. Leonardo da Vinci è -anche un artista del linguaggio: l’opera -sua letteraria paragonata alla prosa ridondante -degli oziosi imitatori dell’antico, -fa lo stesso effetto di un raggio di sole -sulla campagna oppressa da un oscuro -nembo, raggio preannunziatore di un novello -risveglio della vita. -</p> - -<p> -La chiarezza si ottiene solo con la -precisione dei termini, come la concisione -non è possibile se non con la precisione -del pensiero. La precisione del linguaggio -è ricercata da Leonardo in una serie di -studi che i manoscritti ci conservano; -la precisione del pensiero è un effetto -della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato. -</p> - -<p> -Nel <i>Codice Trivulziano</i> vi sono lunghe -enumerazioni di parole talora raggruppate -<span class="pagenum" id="Page_xxxvii">[xxxvii]</span> -secondo l’affinità del loro senso, talora -accompagnate da una breve definizione. -Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite -le più strane ipotesi agli studiosi -del Vinci, fino a quella di ritenerlo pedagogo -del giovinetto principe Massimiliano, -non è che lo sforzo del fondatore della -prosa scientifica italiana di precisare -l’esatta significazione dei termini. Leonardo -aveva compreso che la scienza, a -differenza della poesia, esigeva d’essere -poggiata sull’uso costante e ben definito -delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, -iniziati per il latino nel manoscritto -<i>H</i>, continuati per il volgare nel -<i>Codice Trivulziano</i>, tolgono di mezzo quella -leggenda che solo all’ingenua spontaneità -della propria lingua nativa, e non alla -riflessione, affidasse Leonardo l’espressione -del proprio pensiero. Quando nel <i>Codice -Atlantico</i> si trova questa nota, «Donato,» -noi dobbiamo pensare al <span class="smcap">Donatus</span>, <i>De octo -partibus orationis latine et italice</i>, Venezia, -1499 (<i>C. A.</i>, 207 r.); quando troviamo -la frase «Retorica nova,» siamo portati -<span class="pagenum" id="Page_xxxviii">[xxxviii]</span> -al <span class="smcap">Laurentius Guilelmus de Saona</span>, <i>Rethorica -Nova</i>, Sant’Albano, 1480 (<i>C. A.</i>, -207 v.); allo stesso modo che «Nonio -Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» -ci suggeriscono la raccolta <span class="smcap">Nonij -Marcelli</span>, <i>De proprietate sermonum</i>; <span class="smcap">Festi -Pompeij</span>, <i>De verborum significatione</i>; -<span class="smcap">M. T. Varronis</span>, <i>De lingua latina</i>, Milano, -1500. (<i>R.</i>, § 1470). Nel manoscritto <i>F</i> è -ricordato finalmente un «Vocabulista volgare -e latino,» cioè, senza dubbio, il <i>Vocabulista -ecclesiastico latino e vulgare utile et -necessario a molti</i>, di fra <span class="smcap">Gio. Bernardo</span>, -Milano, 1489. (<i>F</i>, cop. r.) -</p> - -<p> -I codici vinciani per la varietà e l’altezza -del loro contenuto, per esser vergati -al rovescio dell’uso comune, lasciati come -dono prezioso a Francesco Melzi, dispersi -da prima nell’Italia, poi nell’Europa intera, -furono e sono ancora, per una gran -parte, sconosciuti. La inesatta trascrizione -che un pittore milanese presentava al Vasari, -poco dopo il 1550, della parte di -questi codici, che riguarda strettamente -la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, -<span class="pagenum" id="Page_xxxix">[xxxix]</span> -e diffusa in modo tronco dall’intransigenza -religiosa, è tutt’altro che adatta a -dare un’adeguata idea di Leonardo da -Vinci come scrittore.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> Il <i>Trattato del moto -e misura dell’acque</i>, che riproduce, con -poca fedeltà, una parte dei frammenti di -Leonardo riguardanti l’idraulica, è scarsamente -diffuso, e per il carattere severamente -scientifico dell’opera, quasi impossibile -a divulgarsi. La raccolta del -Richter, nitida nella forma, ma confusa e -inesatta nel contenuto; le pubblicazioni -integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, -dal Piumati, con successo e perfezione -crescenti, sono pressochè inaccessibili -alla maggioranza dei lettori.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Leonardo -da Vinci è ancora sconosciuto ai -più come scrittore, e sembrava ormai -giunto il momento perchè una modesta -raccolta di frammenti ne divulgasse in -qualche modo la conoscenza. -</p> - -<p> -Difficoltà molteplici si opponevano al -<span class="pagenum" id="Page_xl">[xl]</span> -compimento di un simile lavoro. La inesatta -trascrizione dei manoscritti esigeva -un confronto continuo con la riproduzione -eliotipica dei codici o con gli originali medesimi. -L’assenza della naturale divisione -delle parole e di ogni segno ortografico -rendeva necessaria una faticosa interpretazione -preliminare. -</p> - -<p> -Non minori difficoltà presentava la -scelta: il proposito d’eliminare ogni frammento -di indole schiettamente scientifica, -per lasciar solo il posto alle espressioni -di idee larghe e facilmente intelligibili, -imponeva un continuo discernimento. -</p> - -<p> -Nel disordine originario dei manoscritti, -che rende necessario alla mente -del lettore il passaggio alle idee più disparate, -era poi impossibile trovare un -filo conduttore, che desse una norma per -l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario -indagare nel contenuto stesso -dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, -in modo che ogni concetto si legasse -all’altro con una specie di progressione -logica, onde ne derivasse un senso -<span class="pagenum" id="Page_xli">[xli]</span> -compiuto. Questo sopratutto per le parti -che riguardano i pensieri di Leonardo sulla -<i>Conoscenza</i>, sulla <i>Natura</i>, sulla <i>Morale</i> e -sull’<i>Arte</i>. -</p> - -<p> -Le opere schiettamente letterarie, raccolte -dalla loro originaria dispersione, già -per il loro carattere stesso distinguibili -in alcuni gruppi ben determinati, furono -da me ordinate secondo quello che presumibilmente -sarebbe stato il concetto -del Vinci. Le <i>Favole</i> di Leonardo, preparate -dalla secolare elaborazione del Medio -Evo, allargano la loro scena dal mondo -animale a quello vegetale e inorganico. -Le <i>Allegorie</i>, che nel loro complesso formano -un vero e proprio <i>Bestiario</i>, sebbene -per la maggior parte non originali, conservano -le traccie di un’elaborazione nuova e -degna di essere apprezzata. Le <i>Descrizioni -e i Ritratti</i>, dove si manifesta lo scopo letterario -combinato a quello pittorico; le <i>Profezie -e le Facezie</i>, dove si palesa lo spirito -arguto di un ricercatore combinato con -quello di un uomo di mondo, compiono il -ciclo delle opere schiettamente artistiche. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xlii">[xlii]</span> -</p> - -<p> -Un’ardua questione doveva essere trattata -collateralmente allo svolgersi della -raccolta dei frammenti, ed è quella della -loro originalità. Le <i>Note</i>, che seguono -passo per passo la scelta, e sono da ritrovarsi -alla fine del volume, indicano la -fonte alla quale ha attinto Leonardo questo -o quello dei suoi frammenti; ma la -questione più generale della originalità -della sua opera in ogni sua parte è trattata -da me in una monografia <i>Intorno alle -fonti dell’opera letteraria e scientifica di -Leonardo da Vinci</i>, che verrà quanto prima -pubblicata. -</p> - -<p> -Debbo avvertire da ultimo, che le noticine -a piè di pagina non hanno altro -scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza -del testo leonardiano, e di togliere -quei dubbî, che potessero offuscare il senso -delle espressioni. -</p> - -<p> -I richiami alle opere, che hanno servito -di base a questa raccolta, sono stati -fatti per ogni frammento nei <span class="smcap">Sommarii e -Riferimenti</span>, con opportune sigle. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xliii">[xliii]</span> -</p> - -<h2 id="sigle">TAVOLA DELLE SIGLE.</h2> -</div> - -<p> -<i>A.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit -A de la Bibliothèque de l’Institut (ed. -Ravaisson. I). Parigi, 1880. -</p> - -<p> -<i>Ash. I.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les -manuscrits H de la Bibliothèque de l’Institut; -2038 (<i>Ash. I</i>) et 2037 (<i>Ash. II</i>) de la Bibliothèque -Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, -1891. -</p> - -<p> -<i>Ash. II.</i> — Idem; ibi. -</p> - -<p> -<i>Ash. III.</i> — Trattato di architettura civile e militare, -con note di Leonardo da Vinci. — Biblioteca -Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 (<i>inedito</i>). -</p> - -<p> -<i>B.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les -manuscrits <i>B</i> et <i>D</i> de la Bibliothèque de l’Institut -(ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883. -</p> - -<p> -<i>C.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les -manuscrits <i>C, E</i> et <i>K</i> de la Bibliothèque de -l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, 1888. -</p> - -<p> -<i>C. A.</i> — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci -nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, -1891-1899 (<i>in corso di stampa</i>). -</p> - -<p> -<i>D.</i> — Si veda <i>B</i>. -</p> - -<p> -<i>E.</i> — Si veda <i>C</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xliv">[xliv]</span> -</p> - -<p> -<i>F.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les -manuscrits <i>F</i> et <i>I</i> de la Bibliothèque de l’Institut -(ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893. -</p> - -<p> -<i>G.</i> — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les -manuscrits G, L et M de la Bibliothèque de -l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890. -</p> - -<p> -<i>H.</i> — Si veda <i>Ash. I.</i> -</p> - -<p> -<i>I.</i> — Si veda <i>F</i>. -</p> - -<p> -<i>L.</i> — Si veda <i>G</i>. -</p> - -<p> -<i>Lu.</i> — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei -herausgegeben v. II. Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol. -</p> - -<p> -<i>M.</i> — Si veda <i>G</i>. -</p> - -<p> -<i>R.</i> — The literary works of Leonardo da Vinci, -compiled and edited from the original manuscripts -by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol. -</p> - -<p> -<i>T.</i> — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca -del principe Trivulzio (ed. L. Beltrami). -Milano, 1892. -</p> - -<p> -<i>T. M. A.</i> — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo -da Vinci. Bologna, 1828. -</p> - -<p> -<i>V. U.</i> — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli -uccelli ed altre materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, -1893. -</p> - -<p> -<i>W. An. A.</i> — I manoscritti di Leonardo da Vinci -della reale Biblioteca di Windsor. — Dell’Anatomia, -fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, -1898. -</p> - -<p> -Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; -per gli altri il <i>recto</i> o il <i>verso</i> dei fogli. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="favole">LE FAVOLE.</h2> -</div> - -<div class="break-before"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<h3>I. — L’IRREQUIETEZZA.</h3> -</div> - -<p> -Il torrente portò tanto di terra e pietre -nel suo letto, che fu costretto a mutar sito. -</p> - -<h3>II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.</h3> - -<p> -Vedendosi la carta tutta macchiata dalla -oscura negrezza dell’inchiostro, di quello si -duole; il quale mostra a essa, che per le -parole, che sono sopra lei composte, essere -cagione della conservazione di quella. -</p> - -<h3>III. — L’ACQUA.</h3> - -<p> -Trovandosi l’acqua nel superbo mare, -suo elemento, le venne voglia di montare -sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, -elevatasi in sottile vapore, quasi parea della -sottigliezza dell’aria. Montata in alto, giunse -infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -dal foco; e i piccoli granicoli, -sendo restretti, già s’uniscono e fannosi pesanti, -ove, cadendo, la superbia si converte -in fuga. E cade dal cielo; onde poi fu bevuta -dalla secca terra, dove, lungo tempo -incarcerata, fece penitenza del suo peccato. -</p> - -<h3>IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.</h3> - -<p> -Le fiamme, già uno mese durato nella -fornace de’ bicchieri, e veduto a sè avvicinarsi -una candela, ’n un bello e lustrante -candeliere, con gran desiderio si forzavano -accostarsi a quella. Infra le quali una, lasciato -il suo naturale corso, e tiratasi d’entro <span class="inl-note">[da entro]</span> -a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e -uscita da l’opposito fori d’una piccola fessura, -alla candela, che vicina l’era, si gittò, -e con somma golosità e ingordigia quella -divorando, quasi al fine condusse; e volendo -riparare al prolungamento della sua vita, -indarno tentò tornare alla fornace, donde -partita s’era, perchè fu costretta morire e -mancare, insieme colla candela; onde al -fine, con pianti e pentimenti, in fastidioso -fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle -in isplendevole e lunga vita e bellezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h3>V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, -SONO ESALTATI.</h3> - -<p> -Trovandosi alquanta poca neve appiccata -alla sommità d’un sasso, il quale era -collocato sopra la strema altezza d’una altissima -montagna, e raccolto in sè l’imaginazione, -cominciò con quella a considerare, -e in fra sè dire: -</p> - -<p> -— Or non son io da essere giudicata altera -e superba, avere me, picciola dramma -di neve, posto in sì alto loco, e sopportare -che tanta quantità di neve, quanto di qui -per me essere veduta po’, stia più bassa di -me? Certo la mia poca quantità non merta -quest’altezza, chè bene posso, per testimonianza -della mia piccola figura, conoscere -quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, -le quali in poche ore dal sole furono -disfatte; e questo intervenne per essersi -poste più alto, che a loro non si richiedea. -Io voglio fuggire l’ira del sole, e abbassarmi, -e trovare loco conveniente alla mia -parva quantità. — E gittatasi in basso, e -cominciata a discendere, rotando dall’alte -spiagge su per l’altra neve, quanto più -cercò loco basso, più crebbe sua quantità, -in modo che, terminato il suo corso, sopra -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -uno colle si trovò di non quasi minor grandezza, -che ’l colle che essa sostenea; e fu -l’ultima che in quella state dal sole disfatta -fusse. Detta per quelli, che s’aumiliano son -esaltati. -</p> - -<h3>VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -La palla della neve, quanto più rotolando -discese dalle montagne della neve, tanto -più multiplicò la sua magnitudine. -</p> - -<h3>VII. — LA PIETRA.</h3> - -<p> -Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, -di bella grandezza, si stava sopra un -certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole -boschetto, sopra una sassosa strada, -in compagnia d’erbe, di vari fiori di diversi -colori ornati; e vedea la gran somma -delle pietre, che, nella a sè sottoposta strada, -collocate erano. Le venne desiderio di -là giù lasciarsi cadere, dicendo con seco: -</p> - -<p> -— Che fo io qui con queste erbe? io voglio -con queste mie sorelle in compagnia -abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le -desiderate compagne finì suo volubile corso. -E stata alquanto, cominciò a essere dalle rote -de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti -a essere in continuo travaglio; chi -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -la volta, quale la pestava, alcuna volta si -levava alcuno pezzo, quando stava coperta -da fango o sterco di qualche animale, e invano -riguardava il loco donde partita s’era, -in nel loco della soletaria e tranquilla paco. -Così accade a quelli, che dalla vita soletaria -contemplativa vogliono venir abitare nella -città, infra i popoli pieni d’infiniti mali. -</p> - -<h3>VIII. — IL RASOIO.</h3> - -<p> -Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, -col quale si fa guaina a sè medesimo, -e postosi al sole, vide il sole specchiarsi -nel suo corpo; della qual cosa prese somma -gloria, e rivolto col pensiero indirieto, -cominciò con seco medesimo a dire: -</p> - -<p> -— Or tornerò io più a quella bottega, -della quale novamente uscito sono? certo -no; non piaccia alli Dei, che sì splendida -bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che -pazzia sarebbe quella, la qual mi conducesse -a radere le insaponate barbe de rustici -villani e fare meccaniche operazioni! -È questo corpo da simili esercizi? Certo no. -Io mi voglio nascondere in qualche occulto -loco, e lì con tranquillo riposo passare mia -vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, -un giorno ritornato all’aria, e uscito fori -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -della sua guaina, vide sè essere fatto a similitudine -d’una rugginente sega, e la sua -superficie non rispecchiare più lo splendente -sole. Con vano pentimento indarno pianse -lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! -quanto meglio era esercitare col barbiere -il mio perduto taglio di tanta sottilità! -Dov’è la lustrante superficie? certo -la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata! — Questo -medesimo accade nelli ingegni, -che in scambio dello esercizio si danno -all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto -rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, -e la ruggine dell’ignoranza guasta la -sua forma. -</p> - -<h3>IX. — IL GIGLIO.</h3> - -<p> -Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino <span class="inl-note">[Ticino]</span>, -e la corrente tirò la ripa insieme col giglio. -</p> - -<h3>X. — IL NOCE.</h3> - -<p> -Il noce, mostrando sopra una strada ai -viandanti la ricchezza de’ sua frutti, ogni -omo lo lapidava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<h3>XI. — IL FICO.</h3> - -<p> -Il fico stando sanza frutti, nessuno lo -riguardava; volendo, col fare essi frutti, -essere laudato da li omini, fu da quelli piegato -e rotto. -</p> - -<h3>XII. — LA PIANTA E IL PALO.</h3> - -<p> -La pianta si dole del palo secco e vecchio, -che se l’era posto a lato, e de’ pali -secchi che la circondano: l’un lo mantiene -diritto, l’altro lo guarda dalla triste compagnia. -</p> - -<h3>XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.</h3> - -<p> -Il cedro, insuperbito della sua bellezza, -dubita delle piante, che li son d’intorno, e -fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo -interrotto, lo gittò per terra diradicato. -</p> - -<h3>XIV. — LA VITALBA.</h3> - -<p> -La vitalba, non istando contenta nella -sua siepe, cominciò a passare co’ sua rami -la comune strada, e appiccarsi all’opposita -siepe; onde da’ viandanti poi fu rotta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<h3>XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA -TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.</h3> - -<p> -La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, -cade insieme colla ruina d’esso albero; -e fu, per la trista compagnia, a mancare -insieme con quella. -</p> - -<h3>XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, -vol crescere da superare ciascuna altra -pianta, per avere fatto compagnia colla -vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui -sempre storpiato. -</p> - -<h3>XVII. — IL CEDRO.</h3> - -<p> -Avendo il cedro desiderio di fare uno -bello e grande frutto in nella sommità di -se, lo mise a seguizione <span class="inl-note">[compimento]</span> con tutte le forze -del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu -cagione di fare declinare la elevata e diritta -cima. -</p> - -<h3>XVIII. — IL PERSICO.</h3> - -<p> -Il persico, avendo invidia alla gran quantità -de’ frutti visti fare al noce suo vicino, -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in -modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò -diradicato e rotto alla piana terra. -</p> - -<h3>XIX. — L’OLMO E IL FICO.</h3> - -<p> -Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando -i sua rami essere sanza frutti, e avere -ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi -fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non -hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta -che i mia figlioli sieno in matura età, e -vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi -maturati, capitandovi una squadra di soldati, -fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto -lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando -poi così storpiato delle sue membra, l’olmo -lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il -meglio a stare sanza figlioli, che per quelli -venire in sì miserabile stato! — -</p> - -<h3>XX. — LE PIANTE E IL PERO.</h3> - -<p> -Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, -con alta voce gridarono: — O pero! ove vai -tu? ov’è la superbia, che avevi, quando -avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai -tu ombra colle tue folte chiome! — Allora -il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, -che mi taglia, e mi porterà alla bottega -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ -arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò -dedicato nel tempio, e dagli omini adorato -invece di Giove; e tu ti metti in punto a -rimanere ispesso storpiata e pelata de’ tua -rami, i quali mi fieno da li omini, per onorarmi, -posti d’intorno. -</p> - -<h3>XXI. — LA RETE.</h3> - -<p> -La rete, che soleva pigliare li pesci, fu -presa e portata via dal furor de’ pesci. -</p> - -<h3>XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE -IL FALSO SPLENDORE.</h3> - -<p> -Non si contentando il vano e vagabondo -parpaglione di potere comodamente volare -per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma -della candela, diliberò volare in quella, e ’l -suo giocondo movimento, fu cagione di subita -tristizia. Imperocchè ’n detto lume si -consumarono le sottili ali, e ’l parpaglione -misero, caduto tutto bruciato a’ piè del candeliere, -dopo molto pianto e pentimento, -si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e -levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! -quanti, come me, debbi tu avere ne’ passati -tempi miserabilmente ingannati! Oh! s’i -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -pure volevo vedere la luce, non dovev’io -conoscere il sole dal falso lume dello sporco -sevo? — -</p> - -<h3>XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.</h3> - -<p> -Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, -il quale piegava in verso sè i sua rami, e -di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali -metteva nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli <span class="inl-note">[dilacerandoli]</span> -coi duri denti — crollando i lunghi -rami, e con tumultuevole mormorio -disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me -obbligato alla natura! Vedi, come in me ordinò -serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti -di sottile camicia, sopra la quale è posta la -dura e foderata pelle; e, non contentandosi -di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la -forte abitazione, e sopra quella fondò acute -e folte spine, a ciò che le mani dell’omo -non mi possino nuocere? — Allora il fico -cominciò insieme co’ sua figlioli a ridere, e, -ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere -di tale ingegno, che lui ti sappi colle -pertiche e pietre e sterpi, trarti infra i tua -rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, -pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -frutti tua escino, stracciati e storpiati, fora -dell’armata casa; e io sono con diligenza -tocco dalle mani, e non, come te, da bastoni -e da sassi. — -</p> - -<h3>XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.</h3> - -<p> -Il rovistrice <span class="inl-note">[rovistico: pianta, <span class="upright">ligustrum vulgare</span>]</span>, sendo stimolato nelli sua -sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai -pungenti artigli e becco delle importune -merle, si doleva con pietoso rammarico inverso -essa merla, pregando quella, che, poichè -lei li toglieva i sua diletti frutti, il meno -non lo privassi de le foglie, le quali lo difendevano -dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute -unghie non iscorticasse e disvestisse -della sua tenera pelle. A la quale la merla, -con villane rampogne, rispose: — Oh! taci -salvatico sterpo! Non sai, che la natura -t’ha fatti produrre questi frutti per mio -notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per -servirmi di tale cibo? Non sai, villano, che -tu sarai, nella prossima invernata notrimento -e cibo del foco? — Le quali parole -ascoltate dall’albero pazientemente, non -sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -preso dalla ragna <span class="inl-note">[rete]</span> e còlti de’ rami per fare -gabbia, per incarcerare esso merlo, — toccò, -infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare -le vimini de la gabbia; le quali vedendo -essere causa della persa libertà del merlo, -rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, -i’ son qui non ancora consumato, come dicevi, -dal foco; prima vederò te prigione, -che tu me bruciato! — -</p> - -<h3>XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.</h3> - -<p> -Trovandosi la noce essere dalla cornacchia -portata sopra un alto campanile, e per -una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale -suo becco; pregò esso muro, per quella -grazia, che Dio li aveva dato dell’essere -tanto eminente e magno e ricco di sì belle -campane e di tanto onorevole suono, che la -dovessi soccorrere; perchè, poichè la non -era potuta cadere sotto i verdi rami del suo -vecchio padre, e essere nella grassa terra -ricoperta delle sue cadenti foglie, che non -la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella -trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia, -ch’ella si votò, che, scampando da -essa, voleva finire la vita sua ’n un picciolo -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -buco. — Alle quali parole, il muro, mosso a -compassione, fu costretto ricettarla nel loco, -ov’era caduta. E in fra poco tempo, la -noce cominciò aprirsi, e mettere le radici -infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, -e gittare i rami fori della sua caverna; -e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, -e ingrossate le ritorte radici, cominciò -aprire i muri, e cacciare le antiche pietre -de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e -indarno pianse la cagione del suo danno, e, -in brieve aperto, rovinò gran parte delle -sue membra. -</p> - -<h3>XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.</h3> - -<p> -Il misero salice, trovandosi non potere -fruire il piacere di vedere i sua sottili rami -fare over condurre alla desiderata grandezza, -e drizzarsi al cielo, per cagione della -vite e di qualunque pianta li era vicina, -sempre egli era storpiato e diramato e guasto; -e raccolti in sè tutti li spiriti, e con -quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione; -e stando in continua cogitazione, -e ricercando con quella l’universo delle -piante, con quale di quelle esso collegare -si potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto -de’ sua legami; e stando alquanto in questa -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -notritiva imaginazione, con subito assalimento -li corse nel pensiero la zucca; e crollato -tutti i rami per grande allegrezza, parendoli -avere trovato compagnia al suo -disiato proposito — imperò che quella è più -atta a legare altri, che essere legata. — E -fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso -il cielo, attendea aspettare qualche -amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio -mezzano. In fra’ quali, veduta a sè -vicina la gazza, disse inver di quella: — O -gentile uccello, io ti priego, per quello -soccorso, che a questi giorni, da mattina, -ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato falcone, -crudele e rapace, te voleva divorare; -e per quelli riposi, che sopra me ispesso -hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano; -e per quelli piaceri, che, infra detti -mia rami, scherzando colle tue compagne -ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, -che tu truovi la zucca e impetri da quella -alquante delle sue semenze, e di’ a quelle -che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non -altrementi, che se del mio corpo generate -l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole, -che di simile intenzione persuasive -sieno, benchè a te, maestra de’ linguaggi, insegnare -non bisogna. E se questo farai, io -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -sono contenta di ricevere il tuo nido sopra -il nascimento de’ mia rami, insieme colla tua -famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora -la gazza, fatti e fermi alquanti capitoli <span class="inl-note">[patti]</span> -di novo col salice, e massime che -biscie o faine sopra sè mai non accettassi; -alzata la coda e bassato la testa, e gittatasi -dal ramo, rendè il suo peso all’ali. E -quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora -qua, ora in là curiosamente col timon della -coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e -con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò -le dimandate semenze. E condottele -al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato -alquanto co’ piè il terreno vicino al -salice, col becco, in cerchio a esso, essi -grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, -cominciò, collo accrescimento e aprimento -de’ sua rami, a occupare tutti i rami -del salice, e colle sue gran foglie a torle la -bellezza del sole e del cielo. E, non bastando -tanto male — seguendo <span class="inl-note">[venute in seguito, nate e cresciute]</span> le zucche — cominciò, -per disconcio peso, a tirare le cime -de’ teneri rami inver la terra, con istrane -torture e disagio di quelli. Allora scotendosi -e indarno crollandosi, per fare da sè -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -esse zucche cadere, e indarno vaneggiando -alquanti giorni in simile inganno, perchè la -bona e forte collegazione <span class="inl-note">[l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice]</span> tal pensieri negava, -vedendo passare il vento, a quello -raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora -s’aperse il vecchio e vòto gambo del -salice in due parti, insino alle sue radici, e, -caduto in due parti, indarno pianse sè medesimo, -e conobbe, che era nato per non -aver mai bene. -</p> - -<h3>XXVII. — L’AQUILA.</h3> - -<p> -Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase -coll’ali impaniate, e fu dall’omo presa -e morta. -</p> - -<h3>XXVIII. — IL RAGNO.</h3> - -<p> -Il ragno, volendo pigliare la mosca con -sue false reti, fu sopra quelle dal calabrone -crudelmente morto. -</p> - -<h3>XXIX. — IL GRANCHIO.</h3> - -<p> -Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar -i pesci, che sotto a quello entravano, venne la -piena con rovinoso precipitamento di sassi, -e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -</p> - -<h3>XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.</h3> - -<p> -Addormentatosi l’asino sopra il diaccio -d’un profondo lago, il suo calore dissolvè -esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo -danno, si destò, e subito annegò. -</p> - -<h3>XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.</h3> - -<p> -La formica, trovato un grano di miglio, -il grano, sentendosi preso da quella, gridò: — Se -mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire -il mio desiderio del nascere, io ti renderò -cento me medesimi. — E così fu fatto. -</p> - -<h3>XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.</h3> - -<p> -Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci -in casa del pescatore scaricata vicino al -mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; -e ’l ratto, fatto disegno di mangiarla, la -fa aprire; e mordendola, questa li serra -la testa e sì lo ferma: viene la gatta e -l’uccide. -</p> - -<h3>XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.</h3> - -<p> -Il falcone, non potendo sopportare con -pazienzia il nascondere che fa l’anitra, fuggendosele -dinanzi e entrando sotto acqua: -volle, come quella, sott’acqua seguitare, e, -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -bagnatosi le ponne, rimase in essa acqua: -o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, -che annegava. -</p> - -<h3>XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.<a class="tagtitle" id="tag29" href="#note29">[29]</a></h3> - -<p> -Ostrica. Questa, quando la luna è piena, -s’apre tutta, e, quando il granchio la vede, -dentro le getta qualche sasso o festuca: e -questa non si può risserrare, ond’è cibo -d’esso granchio. Così fa chi apre la bocca -a dire il suo segreto, che si fa preda dello -indiscreto auditore. -</p> - -<h3>XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.</h3> - -<p> -I tordi si rallegrarono forte, vedendo che -l’omo prese la civetta e le tolse la libertà, -quella legando con forti legami ai sua piedi. -La qual civetta fu poi, mediante il vischio, -causa non di far perdere la libertà ai tordi, -ma la loro propria vita. -</p> - -<p> -Detta per quelle terre, che si rallegran -di vedere perdere la libertà ai loro maggiori, -mediante i quali poi perdano il soccorso -e rimangono legati in potenza del -loro nemico, lasciando la libertà e spesse -volte la vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<h3>XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.</h3> - -<p> -Trovando la scimmia uno nido di piccioli -uccelli, tutta allegra appressatasi a quelli, -i quali essendo già da volare, ne potè solo -pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, -con esso in mano se n’andò al suo -ricetto; e, cominciato a considerare questo -uccelletto, lo cominciò a baciare; e, per lo -isviscerato amore, tanto lo baciò e rivolse -o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta -per quelli, che, per non gastigare i figlioli, -capitano male. -</p> - -<h3>XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.</h3> - -<p> -Dormendo il cane sopra la pelle d’un -castrone, una delle sue pulci, sentendo l’odore -della unta lana, giudicò quello dovessi -essere loco di miglior vita e più sicura -da’ denti e unghia del cane, che pascersi del -cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il -cane. E, entrata infra la folta lana, cominciò -con somma fatica a volere trapassare -alle radici de’ peli: la quale impresa, dopo -molto sudore, trovò esser vana, perchè tali -peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, -e non v’era spazio, dove la pulce potesse -saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare -al suo cane; il quale essendo già partito, -fu costretta, dopo lungo pentimento, -amari pianti, a morirsi di fame. -</p> - -<h3>XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA -E IL GATTO.</h3> - -<p> -Stando il topo assediato in una piccola -sua abitazione dalla donnola, la quale con -continua vigilanzia attendea alla sua disfazione <span class="inl-note">[distruzione, morte]</span>, -e, per uno piccolo spiraculo, riguardava -il suo gran periculo. — Infrattanto -venne la gatta, e subito prese essa donnola, -e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, -fatto sagrificio a Giove d’alquante sue nocciole, -ringraziò sommamente la sua deità; -e uscito fori della sua buca a possedere la -già persa libertà, de la quale subito, insieme -colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti -della gatta, privato. -</p> - -<h3>XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.</h3> - -<p> -Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le -mosche, che in su tali uve si pascevano: -venne la vendemmia e fu pestato, il ragno -insieme coll’uve. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -</p> - -<h3>XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il -quale per la sua dolcezza era molto visitato -da ape e diverse qualità di mosche, li parve -avere trovato loco molto comodo al suo -inganno. E calatosi giù per lo suo sottile -filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni -giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli -intervalli de’ grani dell’uva, assaltava, come -ladrone, i miseri animali, che da lui non -si guardavano. E passati alquanti giorni, il -vendemmiatore, còlta essa uva e messa con -l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così -l’uva fu laccio e inganno dello ingannatore -ragno, come delle ingannate mosche. -</p> - -<h3>XLI. — TRACCIA.</h3> - -<p> -Favola della lingua morsa dai denti. -</p> - -<h3>XLII. — IL VILLANO E LA VITE.</h3> - -<p> -Vedendo il villano la utilità, che resultava -dalla vite, le dette molti sostentaculi -da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò -le pertiche, e quella lasciò cadere, facendo -foco de’ sua sostentaculi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -</p> - -<h3>XLIII. — LEGGENDA DEL VINO -E DI MAOMETTO.<a class="tagtitle" id="tag30" href="#note30">[30]</a></h3> - -<p> -Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, -in una aurea e ricca tazza, sopra la -tavola di Maumetto, e montato in gloria di -tanto onore, subito fu assaltato da una contraria -cogitazione, dicendo a sè medesimo: — Che -fo io? di che mi rallegro io? Non -m’avvedo essere vicino alla mia morte e -lasciare l’aurea abitazione della tazza, e entrare -nelle brutte e fetide caverne del corpo -umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave -licore in brutta e trista orina? E non bastando -tanto male, ch’io ancora debba sì -lungamente giacere ne’ brutti ricettacoli -coll’altra fetida e corrotta materia uscita -dalle umane interiora? — Gridò inverso il -cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, e -che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; -che, poichè quello paese producea le più -belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, -che il meno elle non fussino in vino -condotte. Allora Giove fece che il vino beuto -da Maumetto elevò l’anima sua inverso il -celebro <span class="inl-note">[cerebro, cervello]</span>, che lo fece matto, e partorì tanti -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -errori, che, tornato in sè, fece legge che -nessuno asiatico besse vino. E fu lasciato -poi libere le viti co’ sua frutti. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -(<i>in margine</i>) -</p> - -<p> -<i>Già il vino, entrato nello stomaco, comincia -a bollire e sgonfiare; già l’anima di -quello comincia abbandonare il corpo; già si -volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione -della divisione dal suo corpo; già lo comincia -a contaminare e farlo furiare a modo -di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando -i sua amici.</i> -</p> -</div> - -<h3>XLIV. — TRACCIA.</h3> - -<p> -Il vino, consumato da esso ubriaco, esso -vino col bevitore si vendica. -</p> - -<h3>XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA. -<span class="smaller">(Frammento.)</span></h3> - -<p> -Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, -in fra la tiepida cenere rimaso era, -del poco omore, che in esso restava, carestiosamente -e poveramente sè medesimo -notría. Quando, la ministra della cucina, per -usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, -quivi apparve, e, poste le legne nel -focolare — e, col solfanello già resuscitato -d’esso, già quasi per morto, una piccola -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -fiammella e, infra le ordinate legne quella -appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro -sospetto, di lì sicuramente si parte. -</p> - -<p> -Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè -poste secche legne, comincia a elevarsi: -cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, -in fra quelli con ischerzevole e giocoso -transito, sè stesso tesseva. -</p> - -<p> -Cominciato a spirare fori dell’intervalli -delle legne, di quelli a sè stesso dilettevoli -finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti -e rutilanti fiammelle, subito discaccia -le oscure tenebre della serrata cucina; e -con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano -coll’aria d’esse circundatrice e con -dolce mormorio cantando, creava soave sonito.... -</p> - -<p> -Rallegrandosi il foco delle secche legne, -che nel focolare trovato avea, e in quelle appresosi, -con quelle comincia a scherzare tessendole -in sue piccole fiammelle, e ora qua -ora là, per li intervalli, che in fra le legne -si trova, traeva. -</p> - -<p> -E, scorrendo in fra quelle con festevole, -giocoso transito, cominciò a spirare, e fra -li intervalli delle superiori legne apparía, -facendo di quelli a sè dilettevoli finestre -ora qua, ora là. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Vedutosi già fortemente essere sopra -delle legne cresciuto e fatto assai grande, -cominciò a levare il mansueto e tranquillo -animo in gonfiata e insopportabile superbia, -facendo quasi a sè credere tirare tutto -il superiore elemento <span class="inl-note">[l’elemento del foco]</span> sopra le poche legne. -</p> - -<p> -E cominciato a sbuffare, e, empiendo di -scoppi e di scintillanti sfavillamenti tutto -il circostante focolare, già le fiamme, fatte -grosse, unitamente si drizzavano inverso -l’aria.... quando le fiamme più altere, percosser -nel fondo della superiore caldara. -</p> - -<h3>XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA. -<span class="smaller">(Frammento.)</span></h3> - -<p> -Lo specchio si gloria forte tenendo dentro -a sè specchiata la regina, e partita -quella lo specchio rimase in le.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<h2 id="allegorie">LE ALLEGORIE.</h2> -</div> - -<div class="break-before"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<h3>I. — AMORE DI VIRTÙ.<a class="tagtitle" id="tag31" href="#note31">[31]</a></h3> -</div> - -<p> -Calendrino <span class="inl-note">[La calandra]</span> è uno uccello, il quale si dice, -che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, -che se ’l detto infermo deve morire, -questo uccello li volta lato, sta per lo contrario -e mai lo riguarda; e, se esso infermo -deve iscampare, questo uccello mai l’abbandona -di vista, anzi è causa di levarli ogni -malattia. -</p> - -<p> -Similmente, l’amore di virtù non guarda -mai cosa vile, nè trista, anzi dimora sempre -in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre -in cor gentile, a similitudine degli uccelli -nelle verdi selve sopra i fioriti rami; esso -dimostra più esso amore nelle avversità che -nelle prosperità, facendo come lume, che più -risplende, dove trova più tenebroso sito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<h3>II. — INVIDIA.<a class="tagtitle" id="tag32" href="#note32">[32]</a></h3> - -<p> -Del nibbio si legge che, quando esso vede -i suoi figlioli nel nido esser di troppa grassezza, -che egli gli becca loro le coste, e tiengli -sanza mangiare. -</p> - -<h3>III. — ALLEGREZZA.<a class="tagtitle" id="tag33" href="#note33">[33]</a></h3> - -<p> -L’allegrezza è appropriata al gallo, che -d’ogni piccola cosa si rallegra, e canta, con -vari e scherzanti movimenti. -</p> - -<h3>IV. — TRISTEZZA.<a class="tagtitle" id="tag34" href="#note34">[34]</a></h3> - -<p> -La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, -quando vede i sua nati figlioli essere bianchi, -per lo grande dolore si parte, con tristo -rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, -insino che non gli vede alquante poche -penne nere. -</p> - -<h3>V. — PACE.<a class="tagtitle" id="tag35" href="#note35">[35]</a></h3> - -<p> -Del castoro si legge che, quando è perseguitato, -conoscendo essere per la virtù -de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo -più fuggire, si ferma, e, per avere -pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti -si spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<h3>VI. — IRA.<a class="tagtitle" id="tag36" href="#note36">[36]</a></h3> - -<p> -Dell’orso si dice che, quando va alle case -delle ave <span class="inl-note">[api, come al n. XVI]</span> per tôrre loro il mele, esse ave -lo cominciano a pungere, onde lui lascia il -mele e corre alla vendetta; e, volendosi con -tutte quelle che lo mordano vendicare, con -nessuna si vendica, in modo che la sua vita -si converte in rabbia, e gittatosi in terra, -con le mani e co’ piedi innaspando, indarno -da quelle si difende. -</p> - -<h3>VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.<a class="tagtitle" id="tag37" href="#note37">[37]</a></h3> - -<p> -La virtù della gratitudine si dice essere più -nelli uccelli detti upica <span class="inl-note">[úpupa]</span>, i quali, conoscendo -il benefizio della ricevuta vita e nutrimento -dal padre e dalla lor madre, quando li vedano -vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li -nutriscano, e cavan loro col becco le vecchie -e triste penne, e con certe erbe li rendano -la vista, in modo che ritornano in prospertà. -</p> - -<h3>VIII. — AVARIZIA.<a class="tagtitle" id="tag38" href="#note38">[38]</a></h3> - -<p> -Il rospo si pasce di terra, e sempre sta -macro, perchè non si sazia: tanto è ’l timore, -che essa terra non li manchi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -</p> - -<h3>IX. — INGRATITUDINE.<a class="tagtitle" id="tag39" href="#note39">[39]</a></h3> - -<p> -I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; -imperocchè, quando sono in età che -non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano -a combattere col padre, e non finisce -essa pugna, infino a tanto che caccia il -padre, e tolli la mogliera <span class="inl-note">[e gli toglie la moglie]</span>, facendosela sua. -</p> - -<h3>X. — CRUDELTÀ.<a class="tagtitle" id="tag40" href="#note40">[40]</a></h3> - -<p> -Il basalisco <span class="inl-note">[basilisco]</span> è di tanta crudeltà che, quando -con la sua venenosa vista non po’ occidere -li animali, si volta all’erbe e le piante, -e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare. -</p> - -<h3>XI. — LIBERALITÀ.<a class="tagtitle" id="tag41" href="#note41">[41]</a></h3> - -<p> -Dell’aquila si dice che non ha mai sì -gran fame, che non lasci parte della sua -preda a quelli uccelli, che le son dintorno; -i quali, non potendosi per sè pascere, è necessario -che sieno corteggiatori d’essa aquila, -perchè in tal modo si cibano. -</p> - -<h3>XII. — CORREZIONE.<a class="tagtitle" id="tag42" href="#note42">[42]</a></h3> - -<p> -Quando il lupo va assentito <span class="inl-note">[va cautamente]</span> a qualche -stallo di bestiame, e che, per caso, esso ponga -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -il piede in fallo, in modo facci strepito, egli -si morde il piè, por correggere tale errore. -</p> - -<h3>XIII. — LUSINGHE OVER SOIE <span class="inl-note">[adulazioni].<a class="tagtitle" id="tag43" href="#note43">[43]</a></span></h3> - -<p> -La serena sì dolcemente canta, che addormenta -i marinari, e essa monta sopra i -navili, e occide li addormentati marinari. -</p> - -<h3>XIV. — PRUDENZA.<a class="tagtitle" id="tag44" href="#note44">[44]</a></h3> - -<p> -La formica, per naturale consiglio, provvede -la state per lo verno, uccidendo le raccolte -semenza, perchè non rinascino; e di -quelle al tempo si pascono. -</p> - -<h3>XV. — PAZZIA.<a class="tagtitle" id="tag45" href="#note45">[45]</a></h3> - -<p> -Il bo’ <span class="inl-note">[bove, toro]</span> salvatico, avendo in odio il colore -rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal -d’una pianta, e esso bo’ corre a quella, e con -gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori -l’occidano. -</p> - -<h3>XVI. — GIUSTIZIA.<a class="tagtitle" id="tag46" href="#note46">[46]</a></h3> - -<p> -E’ si può assimigliare la virtù de la justizia -allo re delle ave; il quale ordina e dispone -ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave -sono ordinate andare per fiori, altre ordinate -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -a lavorare, altre a combattere colle vespe, altre -a levare le sporcizie, altre a compagnare -e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza -ali, esse lo portano, e, se ivi una manca di -suo offizio, sanza alcuna remissione è punita, -</p> - -<h3>XVII. — VERITÀ.<a class="tagtitle" id="tag47" href="#note47">[47]</a></h3> - -<p> -Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, -non di meno i figlioli, nati d’esse ova, -sempre ritornano alla lor vera madre. -</p> - -<h3>XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.<a class="tagtitle" id="tag48" href="#note48">[48]</a></h3> - -<p> -Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, -che la notte, quando lui dorme, alcune vanno -dintorno al prato per guardare da lunga, -altre ne stanno da presso; e tengano uno -sasso ciascuna in piè, acciò che, se ’l sonno -le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe -tal romore, che si ridesterebbono; e altre -vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano, -e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò -che ’l loro re non venga ’mancare. -</p> - -<h3>XIX. — FALSITÀ.<a class="tagtitle" id="tag49" href="#note49">[49]</a></h3> - -<p> -La volpe, quando vede alcuna torma di -gazze o taccole <span class="inl-note">[specie di cornacchia]</span> o simili uccelli, subito si -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -gitta in terra in modo, con la bocca aperta, -che par morta, e essi uccelli le voglian beccare -la lingua, e essa gli piglia la testa. -</p> - -<h3>XX. — BUGIA.<a class="tagtitle" id="tag50" href="#note50">[50]</a></h3> - -<p> -La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre -sta sotto terra, e tanto vive, quanto essa -sta occulta, e, come viene alla luce, subito -more, perchè si fa nota così la bugía. -</p> - -<h3>XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.<a class="tagtitle" id="tag51" href="#note51">[51]</a></h3> - -<p> -La lepre sempre teme, e le foglie, che -caggiano dalle piante per autunno, sempre -la tengano in timore e, ’l più delle volte, -in fuga. -</p> - -<h3>XXII. — MAGNANIMITÀ.<a class="tagtitle" id="tag52" href="#note52">[52]</a></h3> - -<p> -Il falcone non preda mai, se non l’uccelli -grossi, e prima si lascierebbe morire, che si -cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne -fetida. -</p> - -<h3>XXIII. — VANAGLORIA.<a class="tagtitle" id="tag53" href="#note53">[53]</a></h3> - -<p> -In questo vizio, si legge del pagone esserli -più che altro animale sottoposto, perchè -sempre contempla in nella bellezza della -sua coda, quella allargando in forma di rota, -e col suo grido trae a sè la vista de’ circustanti -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -animali. E questo è l’ultimo vizio, che -si possa vincere. -</p> - -<h3>XXIV. — CONSTANZA.<a class="tagtitle" id="tag54" href="#note54">[54]</a></h3> - -<p> -Alla constanza s’assimiglia la fenice; la -quale, intendendo per natura la sua rennovazione, -è costante a sostener le cocenti fiamme, -le quali la consumano, e poi di novo rinasce. -</p> - -<h3>XXV. — INCONSTANZA.<a class="tagtitle" id="tag55" href="#note55">[55]</a></h3> - -<p> -Il rondone si mette per la inconstanza; -il quale sempre sta in moto, per non sopportare -alcuno minimo disagio. -</p> - -<h3>XXVI. — TEMPERANZA.<a class="tagtitle" id="tag56" href="#note56">[56]</a></h3> - -<p> -Il cammello è il più lussurioso animale che -sia, e andrebbe mille miglia dirieto a una cammella, -e, se usassi continuo con la madre o sorelle, -mai le tocca, tanto si sa ben temperare. -</p> - -<h3>XXVII. — INTEMPERANZA.<a class="tagtitle" id="tag57" href="#note57">[57]</a></h3> - -<p> -L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza -a non sapersi vincere, per lo diletto -che ha delle donzelle, dimentica la sua -ferocità e salvatichezza; ponendo da canto -ogni sospetto va alla sedente donzella, e se -le addormenta in grembo; e i cacciatori in -tal modo lo pigliano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<h3>XXVIII. — UMILTÀ.<a class="tagtitle" id="tag58" href="#note58">[58]</a></h3> - -<p> -Dell’umiltà si vede somma sperienza nello -agnello; il quale si sottomette a ogni animale, -e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati -leoni, a quelli si sottomettono, come -alla propria madre, in modo che, spesse volte, -s’è visto i leoni non li volere occidere. -</p> - -<h3>XXIX. — SUPERBIA.<a class="tagtitle" id="tag59" href="#note59">[59]</a></h3> - -<p> -Il falcone, per la sua alterigia e superbia, -vole signoreggiare e sopraffare tutti li altri -uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera -essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone -assaltare l’aquila, regina delli uccelli. -</p> - -<h3>XXX. — ASTINENZA.<a class="tagtitle" id="tag60" href="#note60">[60]</a></h3> - -<p> -Il salvatico asino, quando va alla fonte -per bere e truova l’acqua intorbidata, non -arà mai sì gran sete, che non s’astenga di -bere, e aspetti ch’essa acqua si rischiari. -</p> - -<h3>XXXI. — GOLA.<a class="tagtitle" id="tag61" href="#note61">[61]</a></h3> - -<p> -Il voltore <span class="inl-note">[l’avoltoio]</span> è tanto sottoposto alla gola, -che andrebbe mille miglia per mangiare d’una -carogna; e per questo seguita (li eserciti). -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -</p> - -<h3>XXXII. — CASTITÀ.<a class="tagtitle" id="tag62" href="#note62">[62]</a></h3> - -<p> -La tortora non fa mai fallo al suo compagno, -e, se l’uno more, l’altro osserva perpetua -castità, e non si posa mai su ramo -verde, e non bee mai acqua chiara. -</p> - -<h3>XXXIII. — LUSSURIA.<a class="tagtitle" id="tag63" href="#note63">[63]</a></h3> - -<p> -Il palpistrello <span class="inl-note">[pipistrello, come al n. LXIII]</span>, per la sua isfrenata lussuria, -non osserva alcuno universale modo <span class="inl-note">[regolare modo, costante]</span> -di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina -con femmina, sì come a caso si trovano, -insieme usano il lor coito. -</p> - -<h3>XXXIV. — MODERANZA.<a class="tagtitle" id="tag64" href="#note64">[64]</a></h3> - -<p> -L’ermellino, per la sua moderanza, non -mangia se non una sola volta il dì, e prima -si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire -nella infangata tana — per non maculare -la sua gentilezza. -</p> - -<h3>XXXV. — AQUILA.<a class="tagtitle" id="tag65" href="#note65">[65]</a></h3> - -<p> -L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in -alto che abbrucia le sue penne, e natura consente -che si rinnovi in gioventù, cadendo -nella poca acqua. E, se i sua nati non po’ <span class="inl-note">[possono]</span> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -sostener la vista del sole, non li pasce. Nessuno -uccel, che non vole morire, non s’accosti -al suo nido! Gli animali che forte la -temano! Ma essa a lor non noce <span class="inl-note">[Sott.: senza che sia provocata]</span>: sempre -lascia rimanente della sua preda. -</p> - -<h3>XXXVI. — LUMERPA <span class="inl-note">[uccello favoloso]</span>. FAMA.<a class="tagtitle" id="tag66" href="#note66">[66]</a></h3> - -<p> -Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende -sì forte che toglie le sue ombre, e morendo -non perde esso lume, e mai li cade più le -penne, e la penna, che si spicca, più non luce. -</p> - -<h3>XXXVII. — PELLICANO.<a class="tagtitle" id="tag67" href="#note67">[67]</a></h3> - -<p> -Questo porta grande amore a’ sua nati, e, -trovando quelli nel nido morti dal serpente, -si punge a riscontro al core, e, col suo piovente -sangue bagnandoli, li torna in vita. -</p> - -<h3>XXXVIII. — SALAMANDRA.<a class="tagtitle" id="tag68" href="#note68">[68]</a></h3> - -<p> -La salamandra nel foco raffina la sua scorza. -Per la virtù <span class="inl-note">[detto per la virtù, simbolo della virtù]</span>: questa non ha membra -passive <span class="inl-note">[non patisce, non soffre]</span>, e non si prende la cura d’altro -cibo che di foco, e spesso in quello rinnova -la sua scorza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -</p> - -<h3>XXXIX. — CAMALEON <span class="inl-note">[camaleonte]</span>. <a class="tagtitle" id="tag69" href="#note69">[69]</a></h3> - -<p> -Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta -tutti li uccelli; e, per istare più salvo, -vola sopra le nube, e trova aria tanto -sottile, che non po’ sostenere uccello, che lo -seguiti. -</p> - -<p> -A questa altezza non va se non a chi -da’ cieli è dato, cioè dove vola il camaleone. -</p> - -<h3>XL. — ALEPO PESCE.<a class="tagtitle" id="tag70" href="#note70">[70]</a></h3> - -<p> -Alepo non vive fori dell’acqua. -</p> - -<h3>XLI. — STRUZZO.<a class="tagtitle" id="tag71" href="#note71">[71]</a></h3> - -<p> -Questo converte il ferro in suo nutrimento; -cova l’ova colla vista. Per l’arme <span class="inl-note">[detto per l’armi, simbolo delle armi]</span>, -nutrimento de’ capitani. -</p> - -<h3>XLII. — CIGNO.<a class="tagtitle" id="tag72" href="#note72">[72]</a></h3> - -<p> -Cigno è candido, sanza alcuna macchia -e dolcemente canta nel morire; il qual canto -termina la vita. -</p> - -<h3>XLIII. — CICOGNA.<a class="tagtitle" id="tag73" href="#note73">[73]</a></h3> - -<p> -Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da -sè il male; se truova la compagna in fallo, -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli -la covano e pascano, in fin che more. -</p> - -<h3>XLIV. — CICALA.<a class="tagtitle" id="tag74" href="#note74">[74]</a></h3> - -<p> -Questa col suo canto fa tacere il cucco <span class="inl-note">[cuculo]</span>; -more nell’olio e rinasce nell’aceto; canta -per li ardenti caldi. -</p> - -<h3>XLV. — BASALISCO.<a class="tagtitle" id="tag75" href="#note75">[75]</a></h3> - -<p> -Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, -la donnola, per lo mezzo della ruta, -combatte con esso, e sì l’uccide. -</p> - -<h3>XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.</h3> - -<p> -Questo porta ne’ denti la subita morte, e, -per non sentire l’incanti, colla coda si stóppa -li orecchi. -</p> - -<h3>XLVII. — DRAGO.<a class="tagtitle" id="tag76" href="#note76">[76]</a></h3> - -<p> -Questo lega le gambe al liofante, e quel -li cade adosso, e l’uno e l’altro more. E, morendo, -fa sua vendetta. -</p> - -<h3>XLVIII. — VIPERA.<a class="tagtitle" id="tag77" href="#note77">[77]</a></h3> - -<p> -Quest’ha nel suo <span class="inl-note">[ha di proprio, di particolare]</span>, ch’apre bocca, e nel fine -strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -figlioli, in corpo cresciuti, straccian il ventre, -e occidano la madre. -</p> - -<h3>XLIX. — SCORPIONE.<a class="tagtitle" id="tag78" href="#note78">[78]</a></h3> - -<p> -La sciliva sputa a digiuno sopra dello -scorpione, l’occide; a similitudine dell’astinenza -della gola, che tolle via e occide le -malattie, che da essa gola dipendano, e apre -la strada alle virtù. -</p> - -<h3>L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.<a class="tagtitle" id="tag79" href="#note79">[79]</a></h3> - -<p> -Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. -Poi che l’ha morto, con lamentevole voce -e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento, -crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, -per ogni più lieve cosa, s’empie il viso di lagrime, -mostrando un cor di tigre, e rallegrasi -in cor dell’altrui male, con pietoso volto. -</p> - -<h3>LI. — BOTTA <span class="inl-note">[rospo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag80" href="#note80">[80]</a></h3> - -<p> -La botta fugge la luce del sole, e, se pure -per forza è tenuta, sgonfia tanto che s’asconde -la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così -fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, -che non po’, se non con insgonfiato animo, -forzatamente starle davanti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<h3>LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.<a class="tagtitle" id="tag81" href="#note81">[81]</a></h3> - -<p> -Il bruco <span class="inl-note">[Sott.: simboleggia la virtù]</span>, che, mediante l’esercitato studio -di tessere con mirabile artifizio e sottile -lavoro intorno a sè la nova abitazione, esce -poi fori di quella colle dipinte e belle ali, -con quelle lanciandosi in verso il cielo. -</p> - -<h3>LIII. — RAGNO.<a class="tagtitle" id="tag82" href="#note82">[82]</a></h3> - -<p> -Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa -e maestrevole tela, la quale gli rende, per -benefizio, la presa preda. -</p> - -<h3>LIV. — LEONE.<a class="tagtitle" id="tag83" href="#note83">[83]</a></h3> - -<p> -Questo animale col suo tonante grido desta -i sua figlioli, dopo il terzo giorno nati, -aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: -e tutte le fiere, che nella selva sono, fuggano. -</p> - -<p> -Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, -che, mediante il grido delle laude, si svegliano, -e crescano li studi onorevoli, che sempre -più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido -fuggano, cessandosi <span class="inl-note">[allontanandosi]</span> dai virtuosi. -</p> - -<p> -Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè -non s’intenda il suo viaggio per i nimici. -Questo sta bene ai capitani a celare -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -i segreti del suo animo, acciò che’ nimici non -cognoscano i sua tratti <span class="inl-note">[le sue astuzie; i suoi disegni]</span>. -</p> - -<h3>LV. — TARANTA <span class="inl-note">[tarantola]</span>.<a class="tagtitle" id="tag84" href="#note84">[84]</a></h3> - -<p> -Il morso della taranta mantiene l’omo -nel suo proponimento, cioè in quello che -pensava, quando fu morso. -</p> - -<h3>LVI. — DUCO O CIVETTA.<a class="tagtitle" id="tag85" href="#note85">[85]</a></h3> - -<p> -Queste castigano i loro schermidori, privandoli -di vita, che così ha ordinato natura, -perchè si cibino. -</p> - -<h3>LVII. — LEOFANTE.<a class="tagtitle" id="tag86" href="#note86">[86]</a></h3> - -<p> -Il grande elefante ha, per natura, quel -che raro negli omini si truova, cioè probità, -prudenza, equità e osservanza in religione. -Imperocchè, quando la luna si rinnova, questi -vanno ai fiumi e, quivi purgandosi, solennemente -si lavano, e così, salutato il pianeta, -si ritornano alle selve. E, quando sono ammalati, -stando supini, gittano l’erbe verso -il cielo, quasi come se sacrificare volessino. -</p> - -<p> -Sotterra li denti, quando per vecchiezza -gli caggiano; de’ sua denti, l’uno adopra a -cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -la punta per combattere. Quando sono -superati da’ cacciatori e che la stanchezza -gli vince, percotesi li denti l’elefante e, -quelli trattosi, con essi si ricomprano. -</p> - -<p> -Sono clementi e conoscano i pericoli: e, -se esso trova l’omo solo e smarrito, piacevolmente -lo rimette sulla perduta strada; -se truova le pedate dell’omo, prima che veda -l’omo, esso teme tradimento, onde si ferma -e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno -schiera, e vanno assentitamente <span class="inl-note">[cautamente]</span>. -</p> - -<p> -Questi vanno sempre a schiere, e ’l più -vecchio va innanzi, e ’l secondo d’età resta -l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano -vergogna: non usano il loro coito, se non -di notte di nascosto, e non tornano, dopo il -coito, alli armenti, se prima non si lavano -nel fiume; non combattono ma’ femmine, come -gli altri animali. È di tanto clemente, che -mal volentieri, per natura, non noce ai men -possenti di sè, e, scontrandosi nella mandria -e greggi delle pecore, colla sua mano le pone -da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai -noce, se non sono provocati. Quando son caduti -nella fossa, gli altri con rami, terra e -sassi riempiano la fossa, in modo alzano il -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -fondo, ch’esso facilmente riman libero. Temano -forte lo stridere de’ porci, e fuggan -indirieto, e non fa manco danno poi co’ piedi -a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ fiumi, e -sempre vanno vagabondi intorno a quegli, -e per lo gran peso non possan notare; divorano -le pietre, i tronchi degli alberi son loro -gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le -mosche si dilettano del suo odore e, posandosele -adosso, quello arrappa <span class="inl-note">[Qui: aggrinza, increspa]</span> la pelle e, fra -le pieghe strette, l’uccide. -</p> - -<p> -Quando passano i fiumi, mandano i figlioli -diverso il calar dell’acqua, e, stando loro inverso -l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, -a ciò che ’l corso non li menasse via. -</p> - -<p> -Il drago se li getta sotto il corpo, colla -coda l’annoda le gambe, e coll’ali e colle -branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, -e ’l liofante li cade adosso, e il drago -schioppa e così, colla sua morte, del nemico -si vendica. -</p> - -<h3>LVIII. — IL DRAGONE.<a class="tagtitle" id="tag87" href="#note87">[87]</a></h3> - -<p> -Questi s’accompagnan insieme, e si tessano -a uso di ratiti <span class="inl-note">[Plinio: <span class="upright">cratium modo</span>, a uso di graticci]</span>, e, colla testa levata, -passano i paduli, e notano, dove trovan migliore -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -pastura, e, se così non si unissin, annegherebbono. -Così fa unione. -</p> - -<h3>LIX. — SERPENTE.<a class="tagtitle" id="tag88" href="#note88">[88]</a></h3> - -<p> -Il serpente, grandissimo animale, quando -vede alcuno uccello per l’aria, tira a sè sì -forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca. -Marco Regulo, consulo dello esercito romano, -fu col suo esercito da un simile animale assalito -e quasi rotto. Il quale animale, essendo -morto per una macchina murale, fu misurato -125 piedi, cioè 64 braccia e ½: avanzava -colla testa tutte le piante d’una selva. -</p> - -<h3>LX. — BOA.<a class="tagtitle" id="tag89" href="#note89">[89]</a></h3> - -<p> -Questa è gran biscia, la quale con sè medesima -s’aggrappa alle gambe della vacca, -in modo non si mova, poi la tetta, in modo -che quasi la dissecca. Di questa spezie, a -tempo di Claudio imperadore, sul monte Vaticano -ne fu morta una, che aveva un putto -intero in corpo, il quale avea tranghiottito. -</p> - -<h3>LXI. — MACLI <span class="inl-note">[Plinio: sorta di gran cervo (<span class="upright">cervus alces</span>)]</span> PEL SONNO È GIUNTA.<a class="tagtitle" id="tag90" href="#note90">[90]</a></h3> - -<p> -Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, -ha forma di gran cavallo, se non che la gran -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano; -pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè -ha sì lungo il labbro di sopra che, pascendo -innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un -pezzo, per questo, quando vol dormire, s’appoggia -a uno albero, e i cacciatori, intendendo -il loco usato a dormire, segan quasi -tutta la pianta, e, quando questo poi vi s’appoggia -nel dormire, per lo sonno cade; i cacciatori -così lo pigliano, e ogni altro modo -di pigliarlo è vano, perchè è d’incredibile -velocità nel correre. -</p> - -<h3>LXII. — BONASO <span class="inl-note">[bisonte]</span> NOCE COLLA FUGA.<a class="tagtitle" id="tag91" href="#note91">[91]</a></h3> - -<p> -Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini -simile al cavallo, in tutte l’altre parte è simile -al toro, salvo che le sue corna sono in -modo piegate indentro che non po’ cozzare, -e per questo non ha altro scampo che la -fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di -400 braccia del suo corso — il quale, dove -tocca, abbrucia come foco. -</p> - -<h3>LXIII. — PALPISTRELLO.<a class="tagtitle" id="tag92" href="#note92">[92]</a></h3> - -<p> -Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, -come più guarda il sole, più s’accieca. Pel -vizio, che non po’ stare dov’è la virtù. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<h3>LXIV. — PERNICE.<a class="tagtitle" id="tag93" href="#note93">[93]</a></h3> - -<p> -Questa si trasmuta di femmina in maschio, -e dimentica il primo sesso, e fura <span class="inl-note">[ruba, rapisce]</span> per -invidia l’ova all’altre, ma i nati seguitano -la vera madre. -</p> - -<h3>LXV. — RONDINE.<a class="tagtitle" id="tag94" href="#note94">[94]</a></h3> - -<p> -Questa co’ la celidonia <span class="inl-note">[Sorta di pietra favolosa, che si dice trovarsi -in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII]</span> ’lumina i sua ciechi -nati. -</p> - -<h3>LXVI. — ERMELLINO.<a class="tagtitle" id="tag95" href="#note95">[95]</a></h3> - -<p> -Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino -prima vol morire che ’mbrattarsi. -</p> - -<h3>LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI.</h3> - -<p> -Queste tengano l’unghie nella guaina, e -mai le sfoderano, se non è adosso alla preda -o nemico. -</p> - -<h3>LXVIII. — LEONESSA.<a class="tagtitle" id="tag96" href="#note96">[96]</a></h3> - -<p> -Quando la leonessa difende i figlioli dalle -man de’ cacciatori, per non si spaventare -dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò -che là, per sua fuga, i figli non sieno prigioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<h3>LXIX. — LEONE.<a class="tagtitle" id="tag97" href="#note97">[97]</a></h3> - -<p> -Questo sì terribile animale niente teme -più che lo strepito delle vòte carrette e simile -il canto de’ galli; teme assai nel vederli -e con pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e -forte invilisce quando ha coperto il -volto. -</p> - -<h3>LXX. — PANTERE IN AFRICA.<a class="tagtitle" id="tag98" href="#note98">[98]</a></h3> - -<p> -Questa ha forma di leonessa, ma è più -alta di gambe e più sottile e lunga e tutta -bianca e punteggiata di macchie nere, a modo -di rosette; di questa si dilectano tutti li animali -di vedere, e sempre le starebbon dintorno -se non fussi la terribilità del suo viso: -onde essa, questo conoscendo, asconde il viso, -e li animali circustanti s’assicurano e fannosi -vicini per meglio potere fruire <span class="inl-note">[godere]</span> tanta -bellezza, onde questa subito piglia il più -vicino e subito lo divora. -</p> - -<h3>LXXI. — CAMMELLI.<a class="tagtitle" id="tag99" href="#note99">[99]</a></h3> - -<p> -Quegli Battriani hanno due gobbi, gli -Arabi uno; sono veloci in battaglia e utilissimi -a portare le some. Questo animale -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -ha regola e misura osservantissima, perchè -non si move, se ha più carico che l’usato, e, se -fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, -onde lì bisogna a’ mercatanti alloggiare. -</p> - -<h3>LXXII. — TIGRE.<a class="tagtitle" id="tag100" href="#note100">[100]</a></h3> - -<p> -Questa nasce in Ircania, la quale è simile -alquanto alla pantera per le diverse macchie -della sua pelle, ed è animale di spaventevole -velocità. Il cacciatore, quando truova -i sua figli, li rapisce, subito ponendo specchi -nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce -cavallo, si fugge. La pantera, tornando, trova -li specchi fermi in terra, ne’ quali, vedendo -sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando -colle zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante -l’odore de’ figli, seguita il cacciatore, -e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia -uno de’ figlioli, e questa lo piglia e portalo -al nido, e subito rigiugne sul cacciatore, e -fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in -barca. -</p> - -<h3>LXXIII. — CATOPLEAS <span class="inl-note">[Plinio: <span class="upright">catoblepas</span>, sorta di serpente]</span>.<a class="tagtitle" id="tag101" href="#note101">[101]</a></h3> - -<p> -Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto -Nigricapo, è animale non troppo grande e -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta -grandezza che malagevolmente lo porta, in -modo che sempre sta chinato inverso la terra, -altremente sarebbe di somma peste alli -omini, perchè qualunque è veduto da’ sua -occhi subito more. -</p> - -<h3>LXXIV. — BASILISCO.<a class="tagtitle" id="tag102" href="#note102">[102]</a></h3> - -<p> -Questo nasce nella provincia Arenaica, -e non è maggiore che 12 dita, e ha in capo -una macchia bianca a similitudine di diadema; -col fischio caccia ogni serpente, a similitudine -di serpe, ma non si move con torture, -anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi -che uno di questi, essendo morto con un aste -da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno -discorrendo su per l’aste, non che l’omo, -ma il cavallo morì. Guasta le biade, e, non -solamente quelle che tocca, ma quelle dove -soffia; secca l’erbe, spezza i sassi. -</p> - -<h3>LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.<a class="tagtitle" id="tag103" href="#note103">[103]</a></h3> - -<p> -Questa, trovando la tana del basilisco, -coll’odore della sua sparsa orina, l’occide: -l’odore della quale orina ancora, spesse volte, -essa donnola occide. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<h3>LXXVI. — CERASTE <span class="inl-note">[Plinio: Altra sorta di serpente]</span>.<a class="tagtitle" id="tag104" href="#note104">[104]</a></h3> - -<p> -Queste hanno quattro piccioli corni mobili, -onde, quando si vogliano cibare, nascondano -sotto le foglie tutta la persona, salvo -esse cornicina; le quali movendo, pare agli -uccelli quelli essere piccioli vermini, che -scherzino, onde subito si calano per beccarli, -e questa subito s’avviluppa loro in cerchio, -e sì li divora. -</p> - -<h3>LXXVII. — AMFESIBENE.<a class="tagtitle" id="tag105" href="#note105">[105]</a></h3> - -<p> -Questa ha due teste, l’una nel suo loco, -l’altra nella coda, come se non bastassi, che -da un solo loco gittassi il veneno. -</p> - -<h3>LXXVIII. — IACULO <span class="inl-note">[Plinio: serpe velenoso]</span>.<a class="tagtitle" id="tag106" href="#note106">[106]</a></h3> - -<p> -Questa sta sopra le piante, e si lancia come -dardo, e passa attraverso le fiere, e l’uccide. -</p> - -<h3>LXXIX. — ASPIDO.<a class="tagtitle" id="tag107" href="#note107">[107]</a></h3> - -<p> -Il morso di questo animale non ha rimedio, -se non di subito tagliare le parti -morse. Questo sì pestifero animale ha tale -affezione nella sua compagna, che sempre -vanno accompagnati; che, se per disgrazia -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -l’uno di loro è morto, l’altro, con incredibile -velocità, seguita l’ucciditore; ed è tanto attento -e sollecito alla vendetta, che vince -ogni difficultà, passando ogni esercito. Solo -il suo nemico cerca offendere, e passa ogni -spazio, e non si può schifarlo, se non col passare -l’acque o con velocissima fuga. Ha li -occhi in dentro e grandi orecchi, e più lo -move l’audito che ’l vedere. -</p> - -<h3>LXXX. — ICNEUMONE <span class="inl-note">[Volg.: topo di Faraone]</span>.<a class="tagtitle" id="tag108" href="#note108">[108]</a></h3> - -<p> -Questo animale è mortale nemico all’aspido -nasce in Egitto, e, quando vede presso -al suo sito alcuno aspido, subito corre alla -litta <span class="inl-note">[Minutissima arena, che si suol trovare vicino -a’ fiumi o torrenti; come al n. LXXXIII]</span> over fango del Nilo, e con quello tutto -s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di -fango s’imbratta, e, così seccando l’un dopo -l’altro, si fa tre o quattro veste, a similitudine -di corazza; e di poi assalta l’aspido, -e ben contrasta con quello, in modo che, tolto -il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza. -</p> - -<h3>LXXXI. — COCODRILLO.<a class="tagtitle" id="tag109" href="#note109">[109]</a></h3> - -<p> -Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, -nuoce in terra e in acqua, nè altro terrestre -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -animale ai truova sanza lingua, che questo, -e solo morde movendo la mascella di sopra; -cresce insino in 40 piedi, è unghiato, armato -d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in -terra, e la notte in acqua. Questo, cibato di -pesci, s’addormenta sulla riva del Nilo colla -bocca aperta, e l’uccello detto trochilo <span class="inl-note">[<span class="upright">troglodites</span> o reatino]</span>, piccolissimo -uccello, subito li corre alla bocca e, -saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando -il rimaso cibo, e, così stuzzicandolo -con dilettevole voluttà, lo ’nvita aprire tutta -la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto -dal eumone <span class="inl-note">[icneumone, vedi n. LXXX]</span>, subito si li lancia in bocca e, -foratoli lo stomaco e le budella, finalmente -l’uccide. -</p> - -<h3>LXXXII. — DELFINO.<a class="tagtitle" id="tag110" href="#note110">[110]</a></h3> - -<p> -La natura ha dato tal cognizione alli animali -che, oltre al conoscere la loro comodità, -e’ conoscono la incomodità del nimico, onde -intende il delfino quanto vaglia il taglio dello -sue pinne, posteli sulla schiena, e quanto sia -tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor -combattere si li caccia sotto, e tagliali la -pancia, e così l’uccide. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo -a chi lo caccia. -</p> - -<h3>LXXXIII. — HIPPOTAMO <span class="inl-note">[ippopotamo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag111" href="#note111">[111]</a></h3> - -<p> -Questo, quando si sente aggravatola cercando -le spine o, dove sia, i rimanenti de’ tagliati -canneti, e lì tanto frega una vena, che -la taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, -colla litta s’infanga e risalda la piaga. Ha -forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, -coda torta e denti di cinghiale, còllo con -crini, la pelle non si po’ passare se non si -bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi -allo ’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito. -</p> - -<h3>LXXXIV. — IBIS.<a class="tagtitle" id="tag112" href="#note112">[112]</a></h3> - -<p> -Questo ha similitudine colla cicogna, e, -quando si sente ammalato, empie il gozzo -d’acqua, e col becco si fa un cristero <span class="inl-note">[clistere]</span>. -</p> - -<h3>LXXXV. — CERVI.<a class="tagtitle" id="tag113" href="#note113">[113]</a></h3> - -<p> -Questo, quando si sente morso dal ragno -detto falange, mangia de’ granchi, e si libera -di tal veneno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -</p> - -<h3>LXXXVI. — LUSERTE <span class="inl-note">[lucertola]</span>.<a class="tagtitle" id="tag114" href="#note114">[114]</a></h3> - -<p> -Questa, quando combatte colle serpe, -mangia la cicerbita <span class="inl-note">[Linneo: <span class="upright">sonchus oleraceus</span> (pianta)]</span>, e son libere. -</p> - -<h3>LXXXVII. — RONDINE.<a class="tagtitle" id="tag115" href="#note115">[115]</a></h3> - -<p> -Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli -col sugo della celidonia. -</p> - -<h3>LXXXVIII. — BELLOLA.<a class="tagtitle" id="tag116" href="#note116">[116]</a></h3> - -<p> -Questa, quando caccia ai ratti, mangia -prima della ruta. -</p> - -<h3>LXXXIX. — CINGHIALE.<a class="tagtitle" id="tag117" href="#note117">[117]</a></h3> - -<p> -Questo medica i sua mali mangiando della -edera. -</p> - -<h3>XC. — SERPE.<a class="tagtitle" id="tag118" href="#note118">[118]</a></h3> - -<p> -Questa, quando si vol rennovare, gitta il -vecchio scoglio <span class="inl-note">[scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe]</span>, comenciandosi dalla testa; -mutasi ’n un dì e una nocte. -</p> - -<h3>XCI. — PANTERA.<a class="tagtitle" id="tag119" href="#note119">[119]</a></h3> - -<p> -Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, -ancora combatte coi cani e cacciatori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -</p> - -<h3>XCII. — CAMALEONE.<a class="tagtitle" id="tag120" href="#note120">[120]</a></h3> - -<p> -Questo piglia sempre il colore della cosa, -dove si posa, onde, insieme colle frondi dove -si posano, spesso dalli elefanti son divorati. -</p> - -<h3>XCIII. — CORBO <span class="inl-note">[corvo]</span>.<a class="tagtitle" id="tag121" href="#note121">[121]</a></h3> - -<p> -Questo, quando ha ucciso il camaleone, -si purga coll’alloro. -</p> - -<h3>XCIV. — MAGNANIMITÀ.</h3> - -<p> -Il falcone non piglia se non uccelli grossi, -e prima more che mangiare carne di non -bono odore. -</p> - -<h3>XCV. — GRU.</h3> - -<p> -Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per -cattiva guardia, la notte li stanno dintorno -con pietre in piè. -</p> - -<p> -Amor, timor e reverenza: questo scrivi -in tre sassi di gru. -</p> - -<h3>XCVI. — CARDELLINO.</h3> - -<p> -Il calderugio <span class="inl-note">[cardellino]</span> dà il tortomalio <span class="inl-note">[titimalo, titimaglio, pianta del genere <span class="upright">euforbia</span>]</span> a’ figlioli -ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -</p> - -<h3>XCVII. — DELL’ANTIVEDERE.</h3> - -<p> -Il gallo non canta, se prima tre volte -non batte l’ali; il papagallo, nel mutarsi -pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima -messo il becco. -</p> - -<h3>XCVIII. — PER BEN FARE.</h3> - -<p> -Per il ramo della noce, — che solo è percosso -e battuto, quand’e’ ha condotto a perfezione -li sua frutti, — si dinota quelli, che, -mediante il fine delle loro famose opere, son -percossi dalla invidia per diversi modi. -</p> - -<h3>XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Per lo spino, insiditoli <span class="inl-note">[innestatogli]</span> sopra boni frutti, -significa quello, che per se non era disposto -a virtù, ma mediante l’aiuto del precettore -dà di sè utilissime virtù. -</p> - -<h3>C. — DEL LINO.</h3> - -<p> -Il lino è dedicato a morte e corruzione -de’ mortali: a morte pe’ lacciuoli delli uccelli, -animali e pesci; a corruzione per le -tele line dove s’involgano i morti, che si -sotterrano, i quali si corrompono in tali tele. -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, -se esso non comincia a macerarsi o -corrompersi, e questo è quello col quale si -deve incoronare e ornare li uffizî funerali. -</p> - -<h3>CI. — FRAMMENTO.</h3> - -<p> -Per il pannolino, che si tien colla mano -nel corso dell’acqua corrente, nella quale -acqua il panno lascia tutte le sue brutture, -significa questo ec. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -</p> - -<h2 id="pensieri">I PENSIERI.</h2> -</div> - -<div class="break-before"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -</p> - -<h2 id="pscienza">PENSIERI SULLA SCIENZA.</h2> - -<h3>I. — LA TEORIA E LA PRATICA.</h3> -</div> - -<p> -Bisognati descrivere la teorica e poi la -pratica. -</p> - -<h3>II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO -LA PRATICA SANZA SCIENZA.</h3> - -<p> -Quelli, che s’innamoran di pratica sanza -scienza, son come ’l nocchiere, ch’entra in -navilio sanza timone o bussola, che mai ha -certezza dove si vada. -</p> - -<p> -Sempre la pratica dev’esser edificata sopra -la bona teorica; della quale la <i>Prospettiva</i> -è guida e porta, e, sanza questa, nulla -si fa bene ne’ casi di pittura. -</p> - -<h3>III. — PARAGONE DEL PRATICO.</h3> - -<p> -Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio -d’occhio, sanza ragione, è come lo specchio, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -che in sè imita tutte le a sè contrapposte -cose, sanza cognizione d’esse. -</p> - -<h3>IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA -ALLA PRATICA.</h3> - -<p> -La scienza è il capitano, e la pratica sono -i soldati. -</p> - -<h3>V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Studia prima la scienza, e poi seguita la -pratica, nata da essa scienza. -</p> - -<h3>VI. — CONSIGLIO AL PITTORE.</h3> - -<p> -E tu, pittore, che desideri la grandissima -pratica, hai da intendere, che, se tu non la -fai sopra bon fondamento delle cose naturali, -tu farai opere assai con poco onore e -men guadagno; e se la farai buona, l’opere -tue saranno molte e bone, con grand’onor -tuo e molta utilità. -</p> - -<h3>VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Dice qui l’avversario, che non vuole tanta -scienza, che gli basta la pratica del ritrarre -le cose naturali. Al quale si risponde, che -di nessuna cosa è, che più c’inganni, che -fidarsi del nostro giudicio, sanz’altra ragione, -come prova sempre la sperienza, nemica -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -degli Alchimisti, Negromanti e altri -semplici ingegni. -</p> - -<h3>VIII. — SUL FATTO ANATOMICO -DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO -NEL FANCIULLO.</h3> - -<p> -La natura ci compone prima la grandezza -della casa dello intelletto <span class="inl-note">[il cranio, la testa]</span>, che quella delli -spiriti vitali <span class="inl-note">[il petto]</span>. -</p> - -<h3>IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA -DALLA PRATICA.</h3> - -<p> -Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla -pratica. -</p> - -<p> -La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua -pratica, e, in molte parte, essa <span class="inl-note">[Sott.: pratica]</span> non s’accorda -con essa scienza, nè è possibile accordarla; -e questo nasce dalli poli delle bilancie, -mediante li quali di tali pesi si fa scienza, -li quali poli, appresso li antichi filosofi, furo -li poli posti di natura di linia matematica, -e in alcun loco in punti matematici, li quali -punti e linie sono incorporei: e la pratica -li pone corporei, perchè così comanda necessità, -volendo sostenere il peso d’esse bilancie, -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -insieme colli pesi <span class="inl-note">[Sott.: che]</span> sopra di lor si -giudicano. -</p> - -<p> -Ho trovato essi antichi essersi ingannati -in esso giudizio de’ pesi, e questo inganno -è nato perchè in gran parte della loro scienza -hanno usati poli corporei, e in gran parte -poli matematici, cioè mentali, overo incorporei.<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> -</p> - -<h3>X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE -SENZA APPLICAZIONE PRATICA.</h3> - -<p> -Tutte le scienze, che finiscono in parole, -hanno sì presto morte, come vita, eccetto -la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è -parte meccanica. -</p> - -<h3>XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Fuggi quello studio, del quale la resultante -opera muore insieme coll’operante -d’essa. -</p> - -<h3>XII. — RICORDI DI LEONARDO.</h3> - -<p> -Quando tu metti insieme la <i>Scienza de’ moti -dell’acqua</i>, ricordati di mettere, di sotto a -ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a -ciò che tale scienza non sia inutile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<h3>XIII. — LA DISTRIBUZIONE -DEI SUOI TRATTATI.</h3> - -<p> -Da profondare un canale: fa questo nel -libro <i>De’ giovamenti</i>, e, nel provarli, allega -le proposizioni provate; e questo è il vero -ordine, perchè, se tu volessi mostrare il -giovamento a ogni proposizione, ti bisognerebbe -ancora fare novi strumenti per -provar tale utilità, e così confonderesti l’ordine -de’ quaranta libri, e così l’ordine delle -figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica -con teorica, che sarebbe cosa confusa e interrotta. -</p> - -<h3>XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE.</h3> - -<p> -L’acquisto di qualunque cognizione è -sempre utile allo intelletto, perchè potrà -scacciare da sè le cose inutili, e riservare -le buone. Perchè nessuna cosa si può amare -nè odiare, se prima non si ha cognizion di -quella. -</p> - -<h3>XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO -AL SAPERE.</h3> - -<p> -Naturalmente li omini boni desiderano -sapere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<h3>XVI. — PIACERE, CHE NASCE -DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA.</h3> - -<p> -Alli ambiziosi, che non si contentano del -benefizio della vita, nè della bellezza del -mondo, è dato per penitenza che lor medesimi -strazino essa vita, e che non posseggano -la utilità e bellezza del mondo. -</p> - -<h3>XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI -DELLE SUE OPERE.<a class="tagtitle" id="tag123" href="#note123">[123]</a></h3> - -<p> -So che molti diranno questa essere opra -inutile, e questi fieno quelli, de’ quali Deometro <span class="inl-note">[Demetrio]</span> -disse, non faceva conto più del vento, -il quale nella lor bocca causava le parole, -che del vento, ch’usciva dalla parte di sotto; -uomini quali hanno solamente desiderio di -corporal ricchezze, diletto, e interamente -privati di quello della sapienza, cibo e veramente -sicura ricchezza dell’anima: perchè -quant’è più degna l’anima che ’l corpo, tanto -più degne fien le ricchezze dell’anima, che -del corpo. -</p> - -<p> -E spesso, quando vedo alcun di questi -pigliare essa opera in mano, dubito non sì, -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che -mi domandi s’è cosa mangiativa. -</p> - -<h3>XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI -DELLA SCIENZA.</h3> - -<p> -Demetrio solea dire, non essere differenza -dalle parole e voce dell’imperiti ignoranti, -che sia da soni o strepiti causati dal ventre, -ripieno di superfluo vento. E questo non -sanza ragion dicea, imperocchè lui non reputava -esser differenza da qual parte costoro -mandassino fuora la voce, o da la parte inferiore -o da la bocca, che l’una e l’altra eran -di pari valimento e sustanzia. -</p> - -<h3>XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA -DEL CORPO UMANO.</h3> - -<p> -Non mi pare, che li omini grossi e di -tristi costumi e di poco discorso meritino -sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, -quanto li omini speculativi e di -gran discorsi, ma solo un sacco dove si riceva -il cibo e donde esso esca; che, invero, -altro che un transito di cibo non son da essere -giudicati, perchè niente mi pare che essi -partecipino di spece umana, altro che la voce -e la figura; e tutto il resto è assai manco -che bestia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -</p> - -<h3>XX. — CONTRO GLI UOMINI, -CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE.</h3> - -<p> -Ecci alcuni, che non altramenti che transito -di cibo e aumentatori di sterco e riempitori -di destri <span class="inl-note">[latrine]</span> chiamarsi debbono; perchè -per loro non altro nel mondo, o pure alcuna -virtù in opera si mette, perchè di loro altro -che pieni destri non resta. -</p> - -<h3>XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA.</h3> - -<p> -La cognizion del tempo preterito e del -sito della terra è ornamento e cibo delle -menti umane. -</p> - -<h3>XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.<a class="tagtitle" id="tag124" href="#note124">[124]</a></h3> - -<p> -Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, -il sommo male è ’l dolore del corpo: -imperò che, essendo noi composti di due cose, -cioè d’anima e di corpo, delle quali la prima -è migliore, la peggiore è il corpo. La sapienza -è della miglior parte, il sommo male -è della peggior parte e pessima. Ottima cosa -è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa -nel corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo -male è ’l corporal doloro, così la sapienza -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom -saggio, e niuna altra cosa è da a questa comparare.» -</p> - -<h3>XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA.</h3> - -<p> -Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori -il danno della tua vecchiezza. E se tu -intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, -adoprati in tal modo in gioventù, che -a tal vecchiezza non manchi il nutrimento. -</p> - -<h3>XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA.</h3> - -<p> -.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la -sua vita, resta la fama del tesoro e non del -tesaurizzante: e molto maggior gloria è -quella della virtù de’ mortali, che quella -delli loro tesori. -</p> - -<p> -Quanti imperatori e quanti principi sono -passati, che non ne resta alcuna memoria! -e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare -fama di loro. -</p> - -<p> -Quanti furon quelli, che vissono in povertà -di denari, per arricchire di virtù! e -tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, -ch’al ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza. -</p> - -<p> -Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda -il suo cumulatore, dopo la sua vita, come fa -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -la scienza? la quale sempre è testimonia e -tromba del suo creatore, perchè ella è figliola -di chi la genera, e non figliastra, come la -pecunia. -</p> - -<h3>XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI -SI PO’ IMPARARE.</h3> - -<p> -Questa benigna natura ne provvede in -modo, che per tutto il mondo tu trovi dove -imitare. -</p> - -<h3>XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ -DELL’INGEGNO.</h3> - -<p> -Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, -e l’acqua si putrefà, e nel freddo s’agghiaccia; -così l’ingegno, sanza esercizio, si -guasta. -</p> - -<h3>XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA -NON DÀ ALCUN FRUTTO.</h3> - -<p> -Siccome mangiare sanza voglia si converte -in fastidioso notrimento, così lo studio -sanza desiderio guasta la memoria, col non -ritenere cosa, ch’ella pigli. -</p> - -<h3>XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso -alla salute, così lo studio sanza desiderio -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -guasta la memoria, e non ritien cosa, -ch’ella pigli. -</p> - -<h3>XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA -BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO INTERVALLO.</h3> - -<p> -Sì come il corpo, con gran tardità fatta -nella lunghezza del suo moto contrario, torna -con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, -che è di continui e brievi moti, son di piccola -valetudine; così lo studio su una medesima -materia, fatto con lunghi intervalli -di tempo, il giudizio s’è fatto più perfetto, -e meglio giudica il suo errore. E ’l simile -fa l’occhio del pittore col discostarsi dalla -sua pittura. -</p> - -<h3>XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS -MUNDI.</h3> - -<p> -La verità sola fu figliola del tempo. -</p> - -<h3>XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ.</h3> - -<p> -Ed è di tanto vilipendio la bugia, che -s’ella dicessi ben gran cose di Dio, ella to’ <span class="inl-note">[toglie]</span> di -grazia a sua deità; ed è di tanta eccellenza -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -la verità, che s’ella laudassi cose minime, -elle si fanno nobili. -</p> - -<p> -Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità -alla bugia, qual’è da la luce alle tenebre; -ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia, -che ancora ch’ella s’astenda sopra -umili e basse materie, sanza comparazione -ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra -li magni e altissimi discorsi; perchè la mente -nostra, ancora ch’ell’abbia la bugia pe ’l -quinto elemento, non resta però che la verità -delle cose non sia di sommo notrimento -delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi -ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace -più le ragion sofistiche e barerie de’ palari <span class="inl-note">[frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]</span> -nelle cose grandi e incerte, che delle certe -naturali e non di tanta altura! -</p> - -<h3>XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI -ALLA VERITÀ.</h3> - -<p> -L’impedimenti della verità si convertono -in penitenza. -</p> - -<h3>XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA.</h3> - -<p> -Scienza è detto quel discorso mentale, -il quale ha origine da’ suoi ultimi principii, -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -(oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si -può trovare, che sia parte d’essa scienza: -come nella quantità continua, cioè la scienza -di <i>Geometria</i>, la quale, cominciando dalla -superfizie de’ corpi, si trova avere origine -nella linea, termine di essa superfizie; e -in questo non restiamo soddisfatti, perchè -noi conosciamo la linea aver termine nel -punto, e il punto esser quello, del quale -null’altra cosa può essere minore. -</p> - -<p> -Dunque il punto è il primo principio di -<i>Geometria</i>, e niuna altra cosa può essere nè -in natura, nè in mente umana, che possa -dar principio al punto. Perchè se tu dirai, -nel contatto fatto sopra una superfizie da -un’ultima acuità della punta de lo stile, -quello essere creazione del punto; questo -non è vero, ma diremo, questo tale contatto -essere una superfizie, che circonda il suo -mezzo, e in esso mezzo è la residenza del -punto. E tal punto non è della muteria di -essa superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, <span class="inl-note">[Sott.: che]</span> -sono in potenza, ancorchè sieno -uniti — dato che si potessero unire — comporrebbono -parte alcuna d’una superfizie. E -dato, che tu ti immaginassi, un tutto essere -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -composto da mille punti, qui dividendo alcuna -parte da essa quantità de’ mille, si può -dire molto bene, che tal parte sia equale al -suo tutto; e questo si prova col zero, ovver -nulla, cioè la decima figura de la <i>Aritmetica</i>, -per la quale si figura un 0 per esso nullo, -il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci, -e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, -e così infinitamente crescerà sempre dieci -volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui -in sè non vale altro, che nulla, e tutti li -nulli dell’universo sono eguali a un sol nulla, -in quanto alla loro sustanzia e valetudine. -</p> - -<h3>XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE -DATE DA LEONARDO AL PITTORE.</h3> - -<p> -Queste regole sono da usare solamente -per ripruova delle figure: imperocchè ogni -omo, nella prima composizione, fa qualche -errore, e chi non li conosce non li racconcia; -onde tu, per conoscere li errori, riproverai -l’opera tua, e, dove trovi detti errori, -racconciali, e tieni a mente di mai più ricaderci. -Ma, se tu volessi adoperare le regole -nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti -confusione nelle tue opere. -</p> - -<p> -Queste regole fanno, che tu possiedi uno -libero e bono giudizio; imperochè ’l bono -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -giudizio nasce dal bene intendere, e il bene -intendere diriva da ragione tratta da bone -regole, e le bone regole sono figliole della -bona sperienza, comune madre di tutte le -scienze e arti. -</p> - -<p> -Onde, avendo tu bene a monte i precetti -delle mie regole, potrai, solamente col racconcio -giudizio, giudicare e conoscere ogni -sproporzionata opera, così in prospettiva, -come in figure o altre cose. -</p> - -<h3>XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO -STORICO DELLA PITTURA E DELLE -SCIENZE.</h3> - -<p> -Come la pittura va d’età in età declinando -e perdendosi, quando i pittori non -hanno per autore, che la fatta pittura. -</p> - -<p> -Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, -se quello piglia per autore l’altrui -pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, -farà bono frutto: come vedemo in -ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre -imitarono l’uno dall’altro, e di età in età -sempre mandaro detta arte in declinazione. -Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, -nato in monti soletari, abitati solo da capre -e simil bestie, questo, sendo volto dalla natura -a simile arte, cominciò a disegnare su -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -per li sassi li atti delle capre, de le quali -lui era guardatore; e così cominciò a fare -tutti li animali, che nel paese trovava: in -tal modo, che questo, dopo molto studio, -avanzò non che i maestri della sua età, ma -tutti quelli di molti secoli passati. Dopo questo -l’arte ricade, perchè tutti imitavano le -fatte pitture, e così di secolo in secolo andò -declinando, insino a tanto che Tomaso fiorentino, -scognominato Masaccio, mostrò con -opra perfetta, come quegli, che pigliavano -per autore altro che la natura, maestra -de’ maestri, s’affaticavano invano. -</p> - -<p> -Così voglio dire di queste cose matematiche, -che quegli, che solamente studiano li -autori e non l’opre di natura, son per arte -nipoti, non figlioli d’essa natura, maestra -de’ boni autori. — Odi somma stoltizia di -quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano -da la natura, lasciando stare li autori, -discepoli d’essa natura! -</p> - -<h3>XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ -NELLA SCIENZA.</h3> - -<p> -Molti mi crederanno ragionevolmente potere -riprendere, allegando le mie prove esser -contro all’autorità d’alquanti omini di gran -reverenza, presso de’ loro inesperti judizî: -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -non considerando le mie cose essere nate -sotto la semplice e mera sperienza, la quale -è maestra vera. -</p> - -<h3>XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL -SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI SCRITTORI.</h3> - -<p> -Se bene, come loro, non sapessi allegaro -gli autori, molto maggiore e più degna cosa -a legger è, allegando la sperienza, maestra -ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e -pomposi, vestiti e ornati, non delle loro, ma -delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo -non concedono; e se me inventore disprezzeranno, -quanto maggiormente loro, non inventori, -ma trombetti e recitatori delle altrui -opere, potranno essere biasimati. -</p> - -<h3>XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI -DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE OPERE -ALTRUI.</h3> - -<p> -È da essere giudicati, e non altrimenti -stimati li omini inventori e ’nterpreti tra la -natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori -e trombetti delle altrui opere, quant’è -dall’obbietto fori dello specchio alla similitudine -d’esso obbietto apparente nello -specchio, che l’uno per sè è qualche cosa, -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla -natura, perchè sono sol d’accidental <span class="inl-note">[della parte caduca dell’uomo, la figura esteriore]</span> vestiti, -e sanza il quale potrei accompagnarli in fra -li armenti delle bestie! -</p> - -<h3>XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI.</h3> - -<p> -So bene che per non essere io letterato, -che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente -potermi biasimare, coll’allegare -io essere omo sanza lettere. Gente stolta! -Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come -Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì -rispondere, dicendo: — quelli che dall’altrui -fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a -me medesimo non vogliano concedere? -</p> - -<p> -Diranno, che per non avere io lettere, -non potere ben dire quello, di che voglio -trattare. Or non sanno questi che le mie -cose son più da esser tratte dalla sperienzia, -che d’altrui parole, la quale fu maestra -di chi ben scrisse, e così per maestra -la piglio, e quella in tutti i casi allegherò. -</p> - -<h3>XL. — REVERENZA DI LEONARDO -PER GLI ANTICHI INVENTORI.</h3> - -<p> -<i>De’ cinque corpi regolari</i>.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> Contro alcuni -commentatori, che biasimano li antichi inventori, -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -donde nasceron le grammatiche e -le scienze, e fansi cavalieri contro alli morti -inventori, e, perchè essi non han trovato -da farsi inventori, per la pigrizia e comodità -de’ libri, attendono al continuo, con -falsi argumenti, a riprendere li lor maestri. -</p> - -<h3>XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ.</h3> - -<p> -Chi disputa allegando l’autorità, non adopra -lo ’ngegno, ma più tosto la memoria. -</p> - -<h3>XLII. — SPONTANEITÀ -DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA.</h3> - -<p> -Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; -e perchè si de’ più laudare la cagion -che l’effetto, più lauderai un bon naturale -sanza lettere, che un bon litterato sanza -naturale. -</p> - -<h3>XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ.</h3> - -<p> -L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, -che le moderne. -</p> - -<h3>XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA -E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE.</h3> - -<p> -Nessuna umana investigazione si po’ dimandare -vera scienza, s’essa non passa per -le matematiche dimostrazioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -E se tu dirai, che le scienze, che principiano -e finiscono nella mente abbino verità, -questo non si concede, ma si nega, per -molte ragioni, e prima, che in tali discorsi -mentali non accade esperienza, sanza la -quale nulla dà di sè certezza. -</p> - -<h3>XLV. — LA ESPERIENZA.</h3> - -<p> -La sapienza è figliola della sperienza. -</p> - -<h3>XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL -FALLANO I NOSTRI GIUDIZI, PROMETTENDOSI -DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA -POTESTÀ.</h3> - -<p> -A torto si lamentan li omini della isperienza, -la quale, con somme rampogne, quella -accusano esser fallace. Ma lascino stare essa -esperienza, e voltate tale lamentazione contro -alla vostra ignoranza, la quale vi fa -transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, -a impromettervi di quella cose, che -non sono in sua potenza, dicendo quella -esser fallace. A torto si lamentano li omini -della innocente esperienza, quella spesso -accusando di fallacie e di bugiarde dimostrazioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<h3>XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE -DELL’EFFETTO ALLA CAUSA.</h3> - -<p> -La sperienza non falla mai, ma sol fallano -i vostri giudizi, promettendosi di quella -effetto tale, che ne’ nostri esperimenti causati -non sono. Perchè, dato un principio, è -necessario che ciò, che seguita di quello, è -vera conseguenza di tal principio, se già non -fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, -l’effetto, che doveva seguire del -predetto principio, partecipa tanto più o -meno del detto impedimento, quanto esso -impedimento è più o meno potente del già -detto principio. -</p> - -<h3>XLVIII. — LA CERTEZZA -DELLE MATEMATICHE.</h3> - -<p> -Chi biasima la somma certezza della matematica -si pasce di confusione, e mai porrà -silenzio alle contraddizioni delle sofistiche -scienze, colle quali s’impara uno eterno -gridore. -</p> - -<h3>XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ -DELLA MATEMATICA.</h3> - -<p> -La proporzione non solamente nelli numeri -e misure fia ritrovata, ma etiam nelli -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza -si sia. -</p> - -<h3>L. — DELLE SCIENZE.</h3> - -<p> -Nessuna certezza è dove non si può applicare -una delle scienze matematiche, over -che non sono unite con esse matematiche. -</p> - -<h3>LI. — LEONARDO AL LETTORE.</h3> - -<p> -Non mi legga chi non è matematico, nelli -mia principî. -</p> - -<h3>LII. — DELLA MECCANICA.</h3> - -<p> -La <i>Meccanica</i> è il paradiso delle scienze -matematiche, perchè con quella si viene al -frutto matematico. -</p> - -<h3>LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA.</h3> - -<p> -A ciascuno strumento si richiede esser -fatto colla sperienza. -</p> - -<h3>LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA -E LA RAGIONE.</h3> - -<p> -La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa -natura e la umana spezie, ne ’nsegna, ciò che -essa natura in fra mortali adopra, da necessità -constretta, non altrimenti oprar si possa, -che la ragione, suo timone, oprare le ’nsegni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<h3>LV. — LA DEDUZIONE.</h3> - -<p> -Non è da biasimare lo mostrare, in fra -l’ordine del processo della scienza, alcuna -regola generale, nata dall’antidetta conclusione. -</p> - -<h3>LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO -ALL’IGNOTO.</h3> - -<p> -Per dare vera scienza del moto delli uccelli -in fra l’aria, è necessario dare prima -la scienza de’ venti, la qual proverem mediante -li moti dell’acqua in sè medesima, -e questa tale scienza sensibile farà di sè -scala per venire alla cognizione de’ volatili -in fra l’aria e ’l vento. -</p> - -<h3>LVII. — LA LEGGE DI NATURA -DOMINA I FATTI.</h3> - -<p> -Nessuno effetto è in natura sanza ragione; -intendi la ragione, e non ti bisogna -sperienza. -</p> - -<h3>LVIII. — L’ESPERIENZA -È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA.</h3> - -<p> -Ricordati, quando commenti l’acque, -d’allegar prima la sperienza e poi la ragione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -</p> - -<h3>LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, -e che tu alleghi le soprascritte cose per -esempli e non per proposizioni, chè sarebbe -troppo semplice; e dirai così: sperienza. -</p> - -<h3>LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI -SI SCOPRONO LE CAUSE.</h3> - -<p> -Ma prima farò alcuna esperienza avanti, -ch’io più oltre proceda, perchè mia intenzione -è allegare prima l’esperienza, e poi -colla ragione dimostrare, perchè tale esperienza -è costretta in tal modo ad operare. -</p> - -<p> -E questa è la vera regola, come li speculatori -delli effetti naturali hanno a procedere, -e ancora che la natura cominci dalla -ragione e termini nella sperienza, a noi bisogna -seguitare in contrario, cioè cominciando — come -di sopra dissi — dalla sperienza, -e con quella investigare la ragione. -</p> - -<h3>LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE -E VARIARE LE CIRCOSTANZE.</h3> - -<p> -Innanzi di fare di questo caso una regola -generale, sperimentalo due o tre volte, -guardando se le sperienze producono gli -stessi effetti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -</p> - -<h3>LXII. — ESEMPIO -DELLA PRECEDENTE REGOLA.</h3> - -<p> -<i>Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno -l’un dopo l’altro, con egual tempo, lasciati -cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno -infra loro eguali</i>.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> -</p> - -<p> -La sperienza della predetta conclusione -di moto si debbe fare in questa forma, cioè: -tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, -e si faccino lasciare cadere di grande altezza -in modo che, nel lor principio di moto, -si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore -stia a terra a vedere se ’l loro cadere -l’ha ancora mantenute in contatto o no. E -questa esperienza si faccia più volte, acciò -che qualche accidente non impedissi o falsassi -tale prova, che la sperienza fussi falsa, -e ch’ella ingannassi o no il suo speculatore. -</p> - -<h3>LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA -ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA RAGIONE -AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA.</h3> - -<p> -<i>Quanto più si diminuisce il mobile, il suo -motore lo caccia più, proporzionevolmente secondo -la sua diminuzione in infinito, sempre -acquistando velocità di moto</i>.<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> -</p> - -<p> -E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -quasi veloce come la immaginazione o l’occhio, -che subito discorre alla altezza delle -stelle, per conseguente il suo viaggio sarebbe -infinito, perchè la cosa, che infinitamente -si può diminuire, infinitamente si farebbe -veloce, e infinito cammin si moverebbe -(perchè <i>ogni quantità continua è divisibile in -infinito</i>). La qual opinione è dannata dalla -ragione e per conseguente dalla sperienza. -</p> - -<p> -Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli -autori, che hanno sol co’ l’immaginazione -voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, -ma sol di quelli, che non coi cenni della natura, -ma co’ gli effetti delle sue esperienze -hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere -come l’esperienze ingannano chi non -conosce loro natura; perchè quelle, che -spesse volte paiono una medesima, spesse -volte son di grande varietà, come qui si -dimostra. -</p> - -<h3>LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA -TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI, PERCHÈ -IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA.</h3> - -<p> -Se l’acqua, che surge per l’alte cime -de’ monti, viene dal mare, del quale il suo -peso la sospignie, per essere più alto d’essi -monti; perchè ha così licenza tal particula -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -d’acqua a levarsi in tanta altezza, e penetrare -la terra con tanta difficultà e tempo; -e non è stato conceduto al resto dell’elemento -dell’acqua fare il simile, il quale confina -coll’aria, la qual non è per resisterli, -che ’l tutto non si elevassi alla medesima -altezza della predetta parte? E tu che tale -invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, -che tu mancherai di tali simili opinioni, -del quale tu ha’ fatto grande ammunizione <span class="inl-note">[raccolta, somma]</span> -insieme col capitale del frutto, che -tu possiedi.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> -</p> - -<h3>LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.<a class="tagtitle" id="tag129" href="#note129">[129]</a></h3> - -<p> -Intra li studî delle naturali cause e ragioni, -la luce diletta più i contemplanti; intra -le cose grandi delle matematiche, la certezza -della dimostrazione innalza più preclaramente -l’ingegno dell’investiganti. -</p> - -<p> -La <i>Prospettiva</i> adunque è da essere preposta -a tutte le trattazioni e discipline umane, -nel campo della quale la linia radiosa è complicata -dai modi delle dimostrazioni, nella -quale si truova la gloria non tanto della <i>Matematica</i>, -quanto della <i>Fisica</i>, ornata co’ fiori -dell’una e dell’altra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -</p> - -<p> -Le sentenze delle quali, distese con gran -circuizione <span class="inl-note">[analiticamente]</span>, io le ristrignierò in conclusiva -brevità, intessendo, secondo il modo della -materia, naturali e matematiche dimostrazioni, -alcuna volta concludendo gli effetti -per le cagioni e alcuna volta le cagioni per -li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni -alcuna, che non sono in quelle, non -di meno di quelle si traggono, come si degnerà -il Signore, luce di ogni cosa, illustrare -me per trattare della luce. -</p> - -<h3>LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE -DAL SENSO.</h3> - -<p> -Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti. -</p> - -<h3>LXVII. — CONSEGUENZA -DEL PREDETTO PRINCIPIO.</h3> - -<p> -Come il senso serve all’anima e non -l’anima al senso; e, dove manca il senso offiziale -dell’anima, all’anima manca in questa -vita la totalità dell’uffizio d’esso senso, -come appare nel muto e nell’orbo nato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h3>LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO -È IL CRITERIO DEL VERO.</h3> - -<p> -E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la -fissa e sottile cogitazione mentale, co’ la -quale si penetra nelle divine scienze, e tale -impedimento condusse un filosofo a privarsi -del vedere; a questo rispondo, che tal occhio, -come signore de’ sensi, fa suo debito -a dare impedimento alli confusi e bugiardi, -non scienze, ma discorsi, per li quali sempre, -con gran gridare e menare le mani, si -disputa; e il medesimo dovrebbe faro l’audito, -il quale ne rimane più offeso, perchè egli -vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano <span class="inl-note">[s’incaricano, s’imbarazzano]</span>. -E se tal filosofo si trasse gli occhi -per levare l’impedimento alli suoi discorsi, -or pensa, che tal atto fu compagno del cervello -e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. -Or non potea egli serrarsi gli occhi, quando -esso entrava in tale frenesia, e tanto tenerli -serrati, che tal furore si consumasse? Ma -pazzo fu l’omo, e pazzo il discorso, e stoltissimo -il trarsi gli occhi! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<h3>LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE -SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA DEI -SENSI.</h3> - -<p> -Dicono quella cognizione esser <i>meccanica</i>, -la quale è partorita dall’esperienza, e quella -esser <i>scientifica</i>, che nasce e finisce nella -mente, e quella esser <i>semimeccanica</i>, che nasce -dalla scienza e finisce nella operazione -manuale. -</p> - -<p> -Ma a me pare che quelle scienze sieno -vane e piene di errori, le quali non sono -nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, -e che non terminano in nota esperienza, cioè -che la loro origine o mezzo o fine non passa -per nessuno de’ cinque sensi. -</p> - -<p> -E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che -passa per li sensi, quanto maggiormente -dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a -essi sensi, come dell’essenza di Dio e dell’anima -e simili, per le quali sempre si disputa -e contende? E veramente accade, che -sempre, dove manca la ragione, supplisce -le grida, la qual cosa non accade nelle cose -certe. Per questo diremo, che dove si grida -non è vera scienza, perchè la verità ha un -sol termine, il quale, essendo pubblicato, il -litigio resta in eterno distrutto, e s’esso litigio -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -risurge, è bugiarda e confusa scienza -e non certezza rinata. -</p> - -<p> -Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza -ha fatto penetrare per li sensi e posto -silenzio alla lingua de’ litiganti, e che -non pasce di sogno li suoi investigatori, ma -sempre sopra li primi veri e noti principî -procede successivamente e con vere seguenze -insino al fine; come si dinota nelle -prime matematiche, cioè numero e misura, -dette <i>Aritmetica</i> e <i>Geometria</i>, che trattano -con somma verità della quantità discontinua -e continua. -</p> - -<p> -Qui non si arguirà, che due tre facciano -più o men che sei, nè che un triangolo abbia -li suoi angoli minori di due angoli retti, -ma con eterno silenzio resta distrutta ogni -arguizione, e con pace sono finite dalli loro -devoti, il che far non possono le bugiarde -scienze mentali. -</p> - -<p> -E se tu dirai tali scienze vere e note essere -di spezie di meccaniche, imperocchè -non si possono finire se non manualmente, -io dirò il medesimo di tutte le arti, che passano -per le mani degli scultori, le quali sono -di spezie di disegno, membro della pittura; e -l’<i>Astrologia</i> e le altre passano per le manuali -operazioni, ma prima sono mentali, com’è -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -la <i>Pittura</i>, la quale è prima nella mente del -suo speculatore, e non può pervenire alla -sua perfezione sanza la manuale operazione. -</p> - -<p> -Della qual <i>Pittura</i>, li sua scientifici e veri -principî prima ponendo, che cosa è corpo ombroso, -e che cosa è ombra primitiva e ombra -derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, -luce, colore, corpo, figura, sito, remozione, -propinquità, moto e quiete, le quali solo colla -mente si comprendono sanza opere manuali. -E questa fia la <i>Scienza della Pittura</i>, che resta -nella mente de’ suoi contemplanti, della -quale nasce poi l’operazione, assai più degna -della predetta contemplazione o scienza. -</p> - -<h3>LXX. — INGANNO DELLA MENTE -ABBANDONATA A SÈ STESSA.</h3> - -<p> -Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l -nostro judizio. -</p> - -<h3>LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Il massimo inganno delli omini è nelle -loro opinioni. -</p> - -<h3>LXXII. — CONTRO LA METAFISICA.</h3> - -<p> -Fuggi i precetti di quelli speculatori, che -le loro ragioni non son confermate dalla -isperienza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<h3>LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI -SULL’UOMO.</h3> - -<p> -L’uomo ha grande discorso, del quale la -più parte è vano e falso; li animali l’hanno -piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola -certezza, che la gran bugia. -</p> - -<h3>LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO.</h3> - -<p> -<i>Sillogismo:</i> parlar dubbioso. <i>Sofismo:</i> parlare -confuso, il falso per lo vero. <i>Teorica:</i> -scienza sanza pratica. -</p> - -<h3>LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA -DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA.</h3> - -<p> -La <i>Pittura</i> s’estende nelle superfizie, colori -e figure di qualunque cosa creata dalla -natura, e la <i>Filosofia</i> penetra dentro alli medesimi -corpi, considerando in quelli le lor -proprie virtù, ma non rimane satisfatta con -quella verità, che fa il pittore, che abbraccia -in sè la prima verità di tali corpi, perchè -l’occhio meno s’inganna. -</p> - -<h3>LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA -DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI.</h3> - -<p> -Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione -di nessuna quiddità delli elementi non è in -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro -effetti son noti.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> -</p> - -<h3>LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, -CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA SFERICA.</h3> - -<p> -Questa è difficile risposta; ma per questo -non resterei di dirne il mio parere. L’acqua, -vestita dell’aria, naturalmente desidera -stare unita nella sua spera, perchè in tal -sito essa si priva di gravità. La qual gravità -è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità -attesa al centro delli elementi, la seconda -gravità attende al centro d’essa spericità -d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe -di sè solamente una mezza spera, la -qual è quella che sta dal centro in su.<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> -Ma di questo non veggo nello umano ingegno -modo di darne scienza, ch’a dire, come -si dice della calamita che tira il ferro, cioè, -che tal virtù è occulta proprietà, delle quali -n’è infinite in natura. -</p> - -<h3>LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO -È UN’ASTRAZIONE MENTALE.</h3> - -<p> -Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile -in potenzia, ma non tutte le quantità, -che son divisibili in potenzia fieno divisibili -in atto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<h3>LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ -ABBRACCIARE COLLA RAGIONE.</h3> - -<p> -Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella -si dessi non sarebbe? Egli è lo infinito, il -quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e -finito, perchè ciò, che si po’ dare ha termine -colla cosa, che la circuisce ne’ sua stremi, e -ciò che non si po’ dare è quella cosa, che -non ha termini. -</p> - -<h3>LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -<i>De anima.</i> Il moto della terra contro alla -terra, ricalcando quella, poco si move la -parte percossa. -</p> - -<p> -L’acqua percossa dall’acqua fa circuli -dintorno al loco percosso; -</p> - -<p> -Per lunga distanza la voce in fra l’aria; -</p> - -<p> -Più lunga in fra ’l foco; -</p> - -<p> -Più la mente in fra l’universo, ma perchè -l’è finita non s’astende in fra lo ’nfinito. -</p> - -<h3>LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE -TRASCENDE LA MENTE UMANA.</h3> - -<p> -O speculatore delle cose, non ti laudare -di conoscere le cose, che ordinariamente, -per sè medesima la natura, per sua ordini, -naturalmente conduce; ma rallegrati di conoscere -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -il fine di quelle cose, che son disegnate -dalla mente tua! -</p> - -<h3>LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI -DEI PROBLEMI INSOLUBILI.</h3> - -<p> -Or guarda, o lettore, quello che noi potremo -credere ai nostri antichi, i quali hanno -voluto definire che cosa sia anima e vita, -cose improvabili, quando quelle, che con -isperienzia ognora si possono chiaramente -conoscere e provare, sono per tanti secoli -ignorate e falsamente credute! L’occhio, che -così chiaramente fa sperienzia del suo offizio, -è insino ai mia tempi, per infiniti autori, -stato difinito in un modo; trovo per isperienzia -essere ’n un altro. -</p> - -<h3>LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE -DELL’ANIMA.</h3> - -<p> -Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni -varie, rispondendo con vari strumenti -a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione -più bella, nè più facile, nè più breve -della natura, perchè nelle sue invenzioni -nulla manca e nulla è superfluo; e non va con -contrappesi, quando essa fa le membra atte -al moto nelli corpi delli animali, ma vi mette -dentro l’anima d’esso corpo componitore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<p> -Questo discorso non va qui, ma si richiede -nella composizion delli corpi animati. E il -resto della definizione dell’anima lascio nelle -menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per -inspirazione sanno tutti li segreti. -</p> - -<p> -Lascio star le lettere incoronate <span class="inl-note">[i libri ecclesiastici e i dogmi]</span>, perchè -son somma verità. -</p> - -<h3>LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI -IMPAZIENTI.<a class="tagtitle" id="tag132" href="#note132">[132]</a></h3> - -<p> -Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria -alla cognizione e allo amore, conciò sia -che l’amore di qualunque cosa è figliolo -d’essa cognizione. -</p> - -<p> -L’amore è tanto più fervente, quanto la -cognizione è più certa, la qual certezza nasce -dalla cognizione integrale di tutte quelle -parti, le quali, essendo insieme unite, compongono -il tutto di quelle cose, che debbono -essere amate. -</p> - -<p> -Che vale a quel che per abbreviare le -parti di quelle cose, che lui fa professione -di darne integral notizia, che lui lascia indietro -la maggior parte delle cose, di che -il tutto è composto? -</p> - -<p> -Gli è vero che la impazienza, madre della -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -stoltizia, è quella che lauda la brevità, come -se questi tali non avessino tanto di vita, che -li servisse a potere avere una intera notizia -d’un sol particolare, come è un corpo umano! -e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, -nella quale s’include l’universo, caratando <span class="inl-note">[pesandola a carati]</span> -e minuzzando quella in infinite parti, come -l’avessino a notomizzare. -</p> - -<p> -O stoltizia umana! non t’avvedi tu che -tu sei stato con teco tutta la tua età, e non -hai ancora notizia di quella cosa, che tu più -possiedi, cioè della tua pazzia? e vuoi poi, -colla moltitudine dei sofistichi, ingannare -te e altri, sprezzando le matematiche scienze, -nelle qual si contiene la verità, notizia delle -cose che in lor si contengono; e vuoi poi -scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia -di quelle cose, di che la mente umana non -è capace, e non si possono dimostrare per -nessuno esemplo naturale; e ti pare avere -fatto miraculi, quando tu hai guastato una -opera d’alcuno ingegno speculativo; e non -t’avvedi, che tu cadi nel medesimo errore -che fa quello, che denuda la pianta dell’ornamento -de’ sua rami, pieni di fronde, miste -con li odoriferi fiori e frutti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -Come fece Giustino, abbreviatore delle -<i>Storie</i> scritto da Trogo Pompeo, — il quale -scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti -delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi -ornamenti; — e’ compose una cosa -ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, -li quali pare lor perder tanto di tempo, quanto -quello è, che è adoperato utilmente, cioè nelli -studi delle <i>opere di natura</i> e delle <i>cose umane</i>. -</p> - -<p> -Ma stieno questi tali in compagnia delle -bestie; nelli lor cortigiani, sieno cani e altri -animali pien di rapina e accompagnansi con -loro correndo sempre dietro! e seguitino -l’innocenti animali, che, con la fame, alli -tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, -dimandandoti limosina, come a lor tutore! -</p> - -<h3>LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE -NEL SUO STUDIO.</h3> - -<p> -Acciò che la prosperità del corpo non -guasti quella dello ingegno, il pittore overo -disegnatore debbe essere solitario, e massime -quando è intento alle ispeculazioni e -considerazioni, che, continuamente apparendo -dinanzi agli occhi, dànno materia alla -memoria, d’esser bene riservate. -</p> - -<p> -E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se -sarai accompagnato da un solo compagno -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà -maggiore la indescrizione della tua pratica; -e se sarai con più caderai in più simile inconveniente. -E se tu volessi dire: — io farò -a mio modo, io mi tirerò in parte, per potere -meglio speculare le forme delle cose naturali —; -dico questo potersi mal fare, perchè -non potresti fare, ch’assa’ <span class="inl-note">[assai]</span> spesso non prestassi -orecchi alle loro ciancie, e, non si potendo -servire a due signori, tu faresti male -l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto -della speculazione dell’arte; e se tu dirai: — io -mi tirerò tanto in parte, che le loro parole -non perveniranno e non mi daranno impaccio —; -io in questa parte ti dico, che tu -sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, -tu saresti pur solo? -</p> - -<h3>LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE.</h3> - -<p> -Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine -dello specchio, il quale sempre si -trasmuta nel colore di quella cosa, che ha -per obbietto, e di tante similitudini s’empie -quante sono le cose, che li sono contrapposte. -</p> - -<p> -Adunque conoscendo tu, pittore, non poter -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -essere bono se non se’ universale maestro -di contraffare, colla tua arte, tutte le -qualità delle forme, che produce la natura, -le quali non saprai fare se non le vedi, e -ritenerle nella mente; onde, andando tu per -campagne, fa che ’l tuo giudizio si volti a -varî obbietti, e di mano in mano riguardare -or questa cosa ora quell’altra, facendo un -fascio di varie cose elette e scelte in fra le -men bone. -</p> - -<p> -E non fare come alcun pittore; i quali, -stanchi con la lor fantasia, dismettono l’opera -e fanno esercizio coll’andare a solazzo, riserbandosi -una stanchezza nella mente, la -quale non che vegghino o ponghin mente -varie cose, ma spesse volte, scontrando li -amici o parenti, essendo da quelli salutati, -non che li vedino o sentino, non altrementi -sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria. -</p> - -<h3>LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO.</h3> - -<p> -Il pittore deve essere solitario e considerare -ciò ch’esso vede, e parlare con seco, -eleggendo le parti più eccellenti delle spezie -di qualunque cosa lui vede, facendo a -similitudine dello specchio, il quale si trasmuta -in tanti colori, quanti sono quelli -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -delle cose, che se li pongono dinanzi. E facendo -così, lui parrà essere seconda Natura. -</p> - -<h3>LXXXVIII. — CONSIGLIO.</h3> - -<p> -La mente del pittore si deve al continuo -trasmutare in tanti discorsi, quante sono le -figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli -appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, -e fare sopra esse regole, considerando -il loco e le circostanze, e lumi e ombre. -</p> - -<h3>LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO -NE’ PAESI.</h3> - -<p> -Al pittore è necessario la matematica -appartenente a essa pittura e la privazione -de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, -e cervello mutabile secondo la varietà delli -obbietti, che dinanzi se li oppongono, e remoto -da altre cure. -</p> - -<p> -E s’è nella contemplazione e definizione -d’un caso, come accade quando l’obbietto -muove il senso, allora di tali casi si deve -giudicare quale è di più faticosa definizione, -e quello seguitare insino alla sua ultima -chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro. -</p> - -<p> -E sopra tutto essere di mente eguale a -la superfizie dello specchio, la quale si trasmuta -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -in tanti varî colori, quanti sono li -colori delli sua obbietti; e le sue compagnìe -abbino similitudine con lui in tali studî, e, -non le trovando, usi con sè medesimo nelle -sue contemplazioni, che infine non troverà -più utile compagnia. -</p> - -<h3>XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI.</h3> - -<p> -Noi conosciamo chiaramente, che la vista -è delle veloci operazioni che sia, e in un -punto vede infinite forme, nientedimeno non -comprende se non è una cosa per volta. Poniamo -caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata -tutta questa carta scritta, e subito -giudicherai, questa essere piena di varie lettere, -ma non cognoscerai in questo tempo, -che lettere sieno, nè che voglian dire; onde -ti bisogna fare a parola a parola, verso per -verso, a voler avere notizia d’esse lettere; -ancora, se vorrai montare a l’altezza d’un -edifizio ti converrà salire a grado a grado, -altrementi fia impossibile pervenire alla sua -altezza. -</p> - -<p> -E così dico a te, il quale la Natura volge -a quest’arte, se vogli avere vera notizia -delle forme delle cose, comincierai alle particule -di quelle, e non andare alla seconda, -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -se prima non hai bene nella memoria e nella -pratica la prima; e se altro farai, getterai -via il tempo e veramente allungherai assai -lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza, -che la prestezza. -</p> - -<h3>XCI. — CARATTERE DELLE OPERE -DI LEONARDO.</h3> - -<p> -Cominciato in Firenze in casa Piero di -Braccio Martelli<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> addì 22 di marzo 1508; e -questo fia un raccolto sanza ordine, tratto -di molte carte, le quali io ho qui copiato, -sperando poi metterle per ordine alli lochi -loro, secondo le materie di che esse tratteranno; -e credo che, avanti ch’io sia al fine -di questo, io ci avrò a riplicare una medesima -cosa più volte; sì che, lettore, non mi -biasimare, perchè le cose son molte e la -memoria non le può riservare e dire: — questa -non voglio scrivere, perchè dinanzi la -scrissi —; e se io non volessi cadere in tale -errore, sarebbe necessario che, per ogni caso -ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, -io avessi sempre a rileggere tutto il -passato, e massime stando co’ lunghi intervalli -di tempo allo scrivere da una volta -all’altra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<h3>XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE -DI CONOSCERE.</h3> - -<p> -Non fa sì gran mugghio il tempestoso -mare, quando il settentrionale aquilone lo -ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e -Cariddi; nè Stromboli o Mongibello, quando -le sulfuree fiamme, per forza rompendo e -aprende il gran monte, fulminano per l’aria -pietre, terra, insieme coll’uscita e vomitata -fiamma; nè quando le infocate caverne di -Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento <span class="inl-note">[il foco]</span>, -spigniendolo alla sua regione, con -furia cacciano innanzi qualunque ostacolo -s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato -dalla mia bramosa voglia, vago di vedere -la gran commistione delle varie e strane -forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi -alquanto in fra gli ombrosi scogli, -pervenni all’entrata d’una gran caverna, -dinanzi alla quale, — restando alquanto stupefatto -e ignorante di tal cosa, — piegato -le mie rene in arco, e ferma la stanca mano -sopra il ginocchio, colla destra mi feci tenebra -alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -piegandomi in qua e in là per vedere dentro -vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi -per la grande oscurità, che là entro era, — e -stato alquanto, — subito si destarono -in me due cose: paura e desiderio; paura -per la minacciosa oscura spelonca, desiderio -per vedere se là entro fussi alcuna miracolosa -cosa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -</p> - -<h2 id="pnatura">PENSIERI SULLA NATURA.</h2> - -<h3>I. — PROEMIO.</h3> -</div> - -<p> -Vedendo io non potere pigliare materia -di grande utilità o diletto, perchè li omini, -innanti a me nati, hanno preso per loro tutti -l’utili e necessari temi, farò come colui, il -quale, per povertà, giugne l’ultimo alla fiera, -e, non potendo d’altro fornirsi, piglia -tutte cose già da altri viste, e non accettate, -ma rifiutate per la loro poca valetudine <span class="inl-note">[valore, pregio]</span>. -</p> - -<p> -Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, -rimanente de’ molti compratori, metterò -sopra la mia debole soma, e con quella, -non per le grosse città, ma povere ville andrò -distribuendo, e pigliando tal premio, -qual merita la cosa da me data. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -</p> - -<h3>II. — NATURA E SCIENZA.</h3> - -<p> -La natura è piena d’infinite ragioni, che -non furono mai in isperienza. -</p> - -<h3>III. — LEGGI NECESSARIE -DOMINANO I FATTI DELLA NATURA.</h3> - -<p> -La necessità è maestra e tutrice della -natura. -</p> - -<p> -La necessità è tema e inventrice della -natura, è freno e regola eterna. -</p> - -<h3>IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA -POTENZA DELLA LORO CAGIONE È NECESSARIA.<a class="tagtitle" id="tag134" href="#note134">[134]</a></h3> - -<p> -<i>Ogni corpo sperico di densa e resistente -superfice, mosso da pari potenza, farà tanto -movimento con sua balzi, causati da duro e -solido smalto,</i> <span class="inl-note">[dal percuotere su un piano liscio e sodo]</span> <i>quanto a gettarlo libero per -l’aria.</i> -</p> - -<p> -O mirabile giustizia di te, Primo motore, -tu non hai voluto mancare a nessuna potenza -l’ordine e qualità de’ sua necessari -effetti! Conciò sia che una potenza deve -cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei, -e quella nel suo obbedire trova intoppo: -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -hai ordinato, che la potenza del colpo ricausi -novo movimento, il quale, per diversi -balzi, recuperi la intera somma del suo debito -viaggio. E se tu misurerai la via fatta -da detti balzi, tu troverai essere di tale -lunghezza, qual sarebbe a trarre, con la medesima -forza, una simil cosa libera per l’aria. -</p> - -<h3>V. — LE LEGGI DELLA NATURA -SONO IMPRESCINDIBILI.</h3> - -<p> -Natura non rompe sua legge. -</p> - -<h3>VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -La natura è costretta dalla ragione della -sua legge, che in lei infusamente vive. -</p> - -<h3>VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA -NECESSARIAMENTE.</h3> - -<p> -Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, -induce per suo movimento alcuno effetto, -e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti -il movimento della cagione. -</p> - -<h3>VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA -DELL’EFFETTO ALLA SUA CAUSA.<a class="tagtitle" id="tag135" href="#note135">[135]</a> -<span class="smaller">(<i>Studiando la natura dell’occhio.</i>)</span></h3> - -<p> -Qui le figure, qui li colori, qui tutte le -spezie delle parti dell’universo son ridotte -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -in un punto, e quel punto è di tanta maraviglia! -</p> - -<p> -O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, -colla tua legge, tutti li effetti, per -brevissima via, a partecipare delle lor cause! -</p> - -<p> -Questi sono li miracoli! -</p> - -<p> -Scrivi nella tua <i>Notomia</i>, come, in tanto -minimo spazio, l’immagine <span class="inl-note">[visiva, che si forma nell’occhio]</span> possa rinascere -e ricomporsi nella sua dilatazione. -</p> - -<h3>IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA -LEGGE.</h3> - -<p> -Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente -e già animato strumento dell’artifiziosa -natura, a te non valendo le tue gran -forze, ti conviene abbandonare la tranquilla -vita, e obbedire alla legge, che Iddio e ’l -Tempo diede alla genitrice natura! -</p> - -<p> -Oh! quante volte furono vedute le impaurite -schiere de’ delfini e de’ gran tonni fuggire -dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce -tremor dell’ali e colla forcelluta coda, -fulminando, generavi nel mare subita tempesta, -con gran busse <span class="inl-note">[urti]</span> e sommersione di -navili, con grande ondamento, empiendo gli -scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<h3>X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ.</h3> - -<p> -Molte volte una medesima cosa è tirata -da due violenze: necessità e potenza. L’acqua -piove, e la terra l’assorbisce per necessità -d’omore; il sole la svelle <span class="inl-note">[fa evaporare]</span> non per -necessità, ma per potenza. -</p> - -<h3>XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA -NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO.</h3> - -<p> -Perche l’occhio è finestra dell’anima, -ella è sempre con timore di perderlo, in -modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, -che dia subito spavento all’omo, -quello colle mani non soccorre il core, fonte -della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore -de’ sensi, nè audito, nè odorato o gusto, anzi -subito lo spaventato senso: non bastando -chiudere li occhi con sua coperchi <span class="inl-note">[le palpebre]</span> serrati -con somma forza, che subito lo rivolge in -contraria parte; non sicurando ancora, vi -pone la mano, e l’altra distende, facendo -antiguardia contro al sospetto suo. -</p> - -<p> -Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio -de l’omo per sè medesimo col coperchio -(si chiuda), acciò che, non sendo da -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -esso dormiente guardato, d’alcuna cosa non -sia offeso. -</p> - -<h3>XII. — PROVVIDENZIALITÀ -DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO -DELLA PUPILLA.</h3> - -<p> -<i>La pupilla dell’occhio si muta in tante -varie grandezze, quante son le varietà delle -chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi -se le rappresentano.</i> -</p> - -<p> -In questo caso la natura ha riparato alla -virtù visiva, quando ella è offesa dalla superchia -luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio, -e, quando è offesa dalle diverse -oscurità, d’allargare essa luce, a similitudine -della bocca della borsa. E fa qui la natura, -come quel che ha troppo lume alla -sua abitazione, che serra una mezza finestra, -e più o men, secondo la necessità; e -quando viene la notte, esso apre tutta essa -finestra, per vedere meglio dentro a detta -abitazione. E usa qui la natura una continua -equazione, col continuo temperare e -ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, -a proporzione delle predette oscurità -o chiarezze, che dinanzi al continuo se -le rappresentano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -</p> - -<h3>XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO -DI CORREGGERE LA NATURA.</h3> - -<p> -L’atto del tagliare la narice ai cavalli è -cosa meritevole di riso. E questi stolti osservan -questa usanza, quasi come se credessino -la natura avere mancato ne’ necessarie -cose, per le quali li omini abbiano a -essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi -del naso, i quali, ciascuno per sè, è per la -metà della larghezza della canna de’ polmoni, -donde esala l’anelito, e, quando essi -busi non fussino, la bocca sarebbe abbastanza -a esso abbondevole anelito. E se tu -mi dicessi: — perchè ha fatto questa natura -le narici alli animali, se l’alitare per la -bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che -le narici sono fatte per essere usate, quando -la bocca è in esercizio di masticare il suo cibo. -</p> - -<h3>XIV. — SUL FENOMENO -DELLA SPINTA DELLE RADICI.</h3> - -<p> -L’albero in qualche parte scorticato, la -natura, che a esso provvede, vòlta a essa -iscorticazione molto maggior somma di notritivo -omore la linfa, che in alcuno altro loco; in -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -modo che, per lo primo detto mancamento, -li cresce molto più grossa la scorza, che in -alcun altro loco. Ed è tanto movente <span class="inl-note">[impetuoso nel muoversi]</span> ess’omore, -che, giunto al soccorso loco, si -leva parte in alto, a uso di balzo di palla, -con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti <span class="inl-note">[gorgoglio]</span>, -non altrementi ch’una bollente -acqua. -</p> - -<h3>XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.</h3> - -<p> -Li timoni, creati nelli omeri <span class="inl-note">[formati dall’omero dell’ala]</span> che han -l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa -natura per un comodo piegamento del retto -impeto, che spesso accade nel furioso volare -delli uccelli; perchè trovò esser molto -più comodo, nel retto furore, a piegare una -minima parte dell’ala, che il loro tutto. -</p> - -<h3>XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE -NELLE PIANTE.</h3> - -<p> -Ha messo la natura la foglia degli ultimi -rami di molte piante, che sempre la -sesta foglia è sopra la prima, e così segue -successivamente, se la regola non è impedita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<p> -E questo ha fatto per due utilità d’esse -piante: la prima è perchè nascendo il ramo -e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella -dell’occhio <span class="inl-note">[gemma o gemmula vegetale]</span>, ch’è sopra in contatto dell’appiccatura -della foglia; l’acqua, che bagna -tal ramo, possa discendere a nutrire tal gemella, -col fermarsi la goccia nella concavità -del nascimento di essa foglia. -</p> - -<p> -Ed il secondo giovamento è, che nascendo -tali rami, l’anno seguente, l’uno non cuopre -l’altro, perchè nascono vòlti a cinque -aspetti, li cinque rami. -</p> - -<h3>XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE.</h3> - -<p> -Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi -in suo essere. -</p> - -<h3>XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Universalmente tutte le cose desiderano -mantenersi in sua natura, onde il corso de -l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo -corso, secondo la potenza della sua cagione, -e, se trova contrastante opposizione, finisce -la lunghezza del cominciato corso per movimento -circulare e retorto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -</p> - -<h3>XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO -NATURALE TENDONO A RITORNARVI.</h3> - -<p> -Tutti li elementi, fori del loro naturale -sito, desiderano a esso sito ritornare, e massime -foco, acqua e terra. -</p> - -<h3>XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.</h3> - -<p> -Ogni peso desidera cadere al centro per -la via più breve. -</p> - -<h3>XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE -NEL SUO TUTTO.</h3> - -<p> -Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi -al suo tutto, per fuggire dalla sua -imperfezione: l’anima desidera stare col suo -corpo, perchè, sanza li strumenti organici -di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire. -</p> - -<h3>XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA.</h3> - -<p> -Muovesi l’amato per la cos’amata, come -il senso colla sensibile, e con seco s’unisce, -e fassi una cosa medesima. -</p> - -<p> -L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. -Se la cosa amata è vile, l’amante -si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente -al suo unitore, lì séguita dilettazione -e piacere e saddisfazione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -</p> - -<p> -Quando l’amante è giunto all’amato, lì si -riposa; quando il peso è posato, lì si riposa. -</p> - -<p> -La cosa conosciuta col nostro intelletto.... -</p> - -<h3>XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.</h3> - -<p> -Ogni azione naturale è fatta per la via -brevissima. -</p> - -<h3>XXIV. — LA STESSA.</h3> - -<p> -Ogni azione naturale è fatta da essa natura, -nel più breve modo e tempo che sia -possibile. -</p> - -<h3>XXV. — ANCORA LA STESSA.</h3> - -<p> -Nessuna azion naturale si può abbreviare. -</p> - -<p> -Ogni azion naturale è generata dalla natura -nel più brieve modo, che trovar si possa. -</p> - -<h3>XXVI. — LA NATURA È VARIABILE -IN INFINITO.</h3> - -<p> -Ed è tanto dilettevole natura e copiosa -nel variare, che infra li alberi della medesima -natura non si troverebbe una pianta, -ch’appresso somigliassi all’altra, e non che -le piante, ma li rami o foglie, o frutti di -quelle, non si troverà uno, che precisamente -somigli a un altro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -</p> - -<h3>XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI.</h3> - -<p> -I bugiardi interpreti di natura affermano -lo <i>argento vivo</i> essere comune semenza a -tutti i metalli, non si ricordando che la natura -varia le semenze, secondo la diversità -delle cose, che essa vuole produrre al mondo. -</p> - -<h3>XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ -DELLA NATURA.</h3> - -<p> -Se la natura avesse ferma <span class="inl-note">[fatta, fissata]</span> una sola regola -nella <i>qualità</i> delle membra, tutti i visi -delli omini sarebbono somiglianti in tal modo, -che l’uno dall’altro non si potrebbe conoscere; -ma ell’ha ’n tal modo variato i -cinque membri del volto, che, ben ch’ell’abbi -fatto regola quasi universale alla loro <i>grandezza</i>, -lei non l’ha osservata nella <i>qualità</i>, -in modo tale che l’un dall’altro chiaramente -conoscere si può. -</p> - -<h3>XXIX. — PRECETTO AL PITTORE.</h3> - -<p> -Dico: le misure universali si debbono -osservare nelle lunghezze delle figure, e non -nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose -cose, ch’appariscono nelle opere -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -della natura, è che nissuna opera, in qualunque -spezie per sè, l’un particulare con -precisione si somiglia l’un a l’altro: adunque, -tu, imitatore di tal natura, guarda e -attendi alla varietà de’ lineamenti. -</p> - -<h3>XXX. — PRECETTO.</h3> - -<p> -Sommo difetto è ne’ maestri, li quali -usano replicare li medesimi moti nelle medesime -storie <span class="inl-note">[nel medesimo insieme di figure, episodio]</span>, vicini l’uno all’altro, e similmente -le bellezze de’ visi essere sempre -una medesima; le quali in natura mai si -trova essere replicate, in modo che, se tutte -le bellezze d’eguale eccellenza ritornassin -vive, esse sarebbon maggior numero di -popolo, che quello, ch’al nostro secolo si -trova; e, siccome in esso secolo nessuno -precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe -nelle dette bellezze. -</p> - -<h3>XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ -DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI.</h3> - -<p> -Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi -universale; imperocchè tutti li animali terrestri -han similitudine di membra, cioè muscoli -e ossa, e nulla si variano, se non in -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -lunghezza o in grossezza, come sarà dimostro -nella <i>Notomia</i>; ecci poi li animali d’acqua, -che son di molte varietà, de li quali -non persuaderò il pictore che vi faccia regola, -perchè son quasi d’infinite varietà, e -così li animali insetti. -</p> - -<h3>XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA.</h3> - -<p> -Impeto è impressione di moto trasmutato -dal motore nel mobile. -</p> - -<p> -Ogni impressione attende alla permanenza -over desidera permanenza. -</p> - -<p> -Che ogni impressione desidera permanenza -provasi nella impressione fatta dal -sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella -impression del sôno, fatto dal martello di -tal campana percussore. -</p> - -<p> -Ogni impressione desidera permanenza, -come ci mostra il simulacro del moto <span class="inl-note">[l’impeto]</span> impresso -nel mobile. -</p> - -<h3>XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE.</h3> - -<p> -Ogni azione bisogna che s’eserciti per -moto. -</p> - -<h3>XXXIV. — LA STESSA.</h3> - -<p> -Il moto è causa d’ogni vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<h3>XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA.</h3> - -<p> -Che cosa è la forza? -</p> - -<p> -Forza dico essere una virtù spirituale, -una potenza invisibile, la quale, per accidentale -esterna violenza, è causata dal moto -e collocata e infusa ne’ corpi, i quali sono -dal loro naturale uso <span class="inl-note">[la quiete]</span> ritratti, dando a quelli -vita attiva di maravigliosa potenza. -</p> - -<h3>XXXVI. — LA STESSA.</h3> - -<p> -Che cosa è forza? -</p> - -<p> -Forza dico essere una potenza spirituale, -incorporea, invisibile, la quale, con breve -vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale -violenza si trovano fuori del loro -essere e riposo naturale. -</p> - -<h3>XXXVII. — LA MATERIA È INERTE.</h3> - -<p> -Nessuna cosa insensata <span class="inl-note">[materiale, senza vita e senza sensitività]</span> per sè si move, -ma il suo moto è fatto da altri. -</p> - -<h3>XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE -DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA.</h3> - -<p> -L’impeto è una virtù creata dal moto e -trasmutata dal motore al suo mobile, il -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto -ha di vita. -</p> - -<h3>XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA.</h3> - -<p> -Ogni moto naturale e continuo desidera -conservare suo corso per la linia del suo -principio, cioè, in qualunque loco esso si -varia, domando <span class="inl-note">[chiamo, denomino]</span> principio. -</p> - -<h3>XL. — ORIGINE DELLA FORZA.</h3> - -<p> -La forza da carestia o dovizia <span class="inl-note">[cioè: disequilibrio di potenze]</span> è generata, -questa è figliola del moto materiale e -nepote del moto spirituale, e madre e origine -del peso. E esso peso è finito nell’elemento -dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, -perchè con essa infiniti mondi si -moverebbero, se strumenti far si potessero, -dove essa forza generare si potesse. -</p> - -<p> -La forza col moto materiale e ’l peso -colla percussione son le quattro accidentali -potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali -hanno loro essere e lor morte. -</p> - -<p> -La forza dal moto spirituale ha origine, -il quale moto, scorrendo per le membra degli -animali sensibili, ingrossa i muscoli di -quelli, onde, ingrossati, essi muscoli si vengono -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -a raccortare o trarsi dirieto i nervi <span class="inl-note">[nervi = tendini]</span>, -che con essi son congiunti; e di qui si causa -la forza per le membra umane. -</p> - -<p> -La qualità e quantità delle forze d’uno -uomo potrà partorire altra forza, la quale -sarà proporzionevolmente tanto maggiore, -quanto essa sarà di più lungo moto l’una -che l’altra. -</p> - -<h3>XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA.</h3> - -<p> -La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, -insieme colla percussione, son le quattro -accidentali potenze colle quali tutte -l’evidenti opere de’ mortali hanno loro essere -e loro morte. -</p> - -<h3>XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA.</h3> - -<p> -Ogni moto attende al suo mantenimento, -overo: ogni corpo mosso sempre si move, -in mentre che la impressione de la potenzia -del suo motore in lui si riserva. -</p> - -<h3>XLIII. — ANCORA.</h3> - -<p> -Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E -se possibile fussi dare un diametro -d’aria a questa spera della terra, a similitudine -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -d’un pozzo, che dall’una all’altra -superfizie si mostrassi, e per esso pozzo si -lasciassi cadere un corpo grave; ancora che -esso corpo si volessi al centro fermare, l’impeto -sarebbe quello, che per molti anni -glielo vieterebbe. -</p> - -<h3>XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA -DELLE SFERE CELESTI.<a class="tagtitle" id="tag136" href="#note136">[136]</a></h3> - -<p> -<i>Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno -o no.</i> -</p> - -<p> -Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa -in corpo denso e, s’ella sarà fatta da due -corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, -che li circonda, e questa tal confregazione -consuma li corpi confregati: adunque seguiterebbe, -che li cieli, nella lor confregazione, -per non avere aria infra loro, non generassino -sôno. E se tale confregazione pure -avesse verità, essi, in tanti seculi che tali -cieli son rivoltati, si sarebbon consumati da -tanta immensa velocità fatta in ogni giornata; -e se pur facessin sôno esso non si -può spandere, perchè il sôno della percussione -fatta sotto l’acqua poco si sente, e -meno o niente si sentirebbe ne’ corpi densi; -ancora: ne’ corpi politi la lor confregazione -fa non sôno, il che similmente accadrebbe -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -non farsi sôno nel contatto over -confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non -sono politi nel contatto delle lor confregazioni, -sèguita essere globulosi e ruvidi, -adunque il lor contatto non è continuo, essendo -così e’ si genera il vacuo; il quale è -concluso non darsi in natura. -</p> - -<p> -Adunque è concluso che confregazione -avrebbe consumati li termini di ciascun cielo, -e tanto quanto più esso è più veloce in -mezzo che inverso i poli, più si consumerebbe -in mezzo che da’ poli; e poi più non -si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i -ballerini si fermerebbono, salvo se i cieli l’un -girassi a oriente e l’altro a settentrione. -</p> - -<h3>XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ.</h3> - -<p> -La terra è grave nella sua spera, ma -tanto più, quanto essa sarà in elemento più -lieve. -</p> - -<p> -Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto -più, quanto esso sarà in elemento più grave. -</p> - -<p> -Nessuno elemento semplice ha gravità -o levità nella sua propria spera. -</p> - -<h3>XLVI. — LA STESSA.</h3> - -<p> -Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun -centro, non è per desiderio che esso -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè -non è per attrazione, ch’esso centro faccia, -come calamita, del tirare a sè tal peso. -</p> - -<h3>XLVII. — LA STESSA.</h3> - -<p> -— Il peso perchè non resta nel suo sito? -</p> - -<p> -— Non resta perchè non ha resistenza. -</p> - -<p> -— E donde si moverà? -</p> - -<p> -— Moverassi inverso il centro. -</p> - -<p> -— E perchè non per altre linee? -</p> - -<p> -— Perchè il peso, che non ha resistenzia, -discenderà in basso per la via più breve, -e ’l più basso sito è il centro del mondo. -</p> - -<p> -— E perchè lo sa così tal peso trovarlo -con tanta brevità? -</p> - -<p> -— Perchè non va — come insensibile <span class="inl-note">[come cosa, che non ha vita, nè moto proprio]</span> — prima -vagando per diverse linee. -</p> - -<h3>XLVIII. — LAUDE DEL SOLE.</h3> - -<p> -Se guarderai le stelle, sanza razzi <span class="inl-note">[senza quelle false irradiazioni, che provengon dall’occhio]</span> (come -si fa a vederle per un piccolo foro fatto -colla strema punta da la sottile agucchia, -e quel posto quasi a toccare l’occhio), tu -vedrai esse stelle essere tanto minime, che -nulla cosa pare essere minore: e veramente -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -la lunga distanza dà loro ragionevole diminuzione, -ancora che molte vi sono, che son -moltissime volte maggiori che la stella, ciò -è la terra coll’acqua. -</p> - -<p> -Ora pensa quel che parrebbe essa nostra -stella in tanta distanza, e considera poi -quante stelle si metterebbe e per longitudine -e latitudine infra esse stelle, le quali -sono seminate per esso spazio tenebroso. -</p> - -<p> -Mai non posso fare ch’io non biasimi -molti di quelli antichi, li quali dissono, che -il sole non avea altra grandezza che quella, -che mostra; fra’ quali fu Epicuro, e credo -che cavasse tale ragione da un lume posto -in questa nostra aria, equidistante al centro: -chi lo vede, no ’l vede mai diminuito -di grandezza in nessuna distanza. -</p> - -<h3>XLIX. — SEGUE LA LAUDE.</h3> - -<p> -E le ragioni della sua grandezza e virtù -le riservo nel quarto libro. Ma ben mi meraviglio, -che Socrate biasimassi questo tal -corpo, e che dicessi quello essere a similitudine -di pietra infocata; e certo chi lo punì -di tal errore poco peccò. -</p> - -<p> -Ma io vorrei avere vocaboli, che mi -servissino a biasimare quelli, che voglion -laudare più lo adorare gli omini, che tal -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -sole, non vedendo nell’universo corpo di -maggiore magnitudine e virtù di quello. -E ’l suo lume allumina tutti li corpi celesti, -che per l’universo si compartono. Tutte -l’anime discendan da lui, perchè il caldo, -ch’è nelli animali vivi, vien dall’anime, e -nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo, -come mostrerò nel quarto libro. — E -certo costoro, che han voluto adorare li -omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte -e simili han fatto grandissimo errore, vedendo, -che, ancora che l’omo fossi grande -quanto il nostro mondo, che parrebbe simile -a una minima stella, la qual pare un punto -nell’universo; e ancora vedendo essi omini -mortali e putridi e corruttibili nelle loro -sepolture. -</p> - -<p> -La <i>Spera</i> e Marullo laudan con molti altri -esso sole.<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> -</p> - -<h3>L. — SEGUE.</h3> - -<p> -Forse Epicuro vide le ombre delle colonne -ripercosse nelli antiposti muri essere -eguali al diametro della colonna, donde si -partìa tale ombra; essendo adunque il concorso -dell’ombre parallelo dal suo nascimento -al suo fine, li parve da giudicare che -il sole ancora lui fosse fronte di tal parallelo, -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -e per conseguenza non essere più grosso -il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione -d’ombra era insensibile per la -lunga distanza del sole. -</p> - -<p> -Se ’l sole fussi minore della terra le stelle -di gran parte del nostro emisperio sarebbon -sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: -tanto è grande il sole quanto e’ pare.) -</p> - -<h3>LI. — SEGUE.</h3> - -<p> -Dice Epicuro il sole essere tanto quanto -esso si dimostra: adunque e’ pare essere un -piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe -che la luna, quand’ella fa oscurare il sole, -il sole non l’avanzerebbe di grandezza come -e’ fa; onde, sendo la luna minor del -sole, essa luna sarebbe men d’un piede, e -per conseguenza, quando il nostro mondo -fa oscurare la luna, sarebbe minore d’un -dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è un -piede e la nostra terra fa ombra piramidale -inverso la luna, egli è necessario che sia -maggiore il luminoso causa della piramide -ombrosa, che l’opaco causa d’essa piramide. -</p> - -<h3>LII. — SEGUE.</h3> - -<p> -Misura quanti soli si metterebbe nel -corso suo di ventiquattro ore!... E qui si -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole -era tanto grande quanto esso parea, che, — parendo -il diametro del sole una misura -pedale, e che esso sole entrassi mille volte -nel suo corso di ventiquattro ore, — egli -avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento -braccia, che è un sesto di miglio. -</p> - -<p> -Ora è che ’l corso del sole, infra dì e -notte, sarebbe camminato la sesta parte -d’un miglio, e questa venerabile lumaca del -sole avrebbe camminato venticinque braccia -per ora! -</p> - -<h3>LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO -PER NATURA E NON PER VIRTÙ.</h3> - -<p> -Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, -perchè non è di colore di foco, ma è molto più -bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere, -che, quando il bronzo liquefatto è -più caldo, elli e più simile al color del sole, -e, quand’è men caldo, ha più color di foco. -</p> - -<h3>LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Provasi il sole, in sua natura, essere -caldo — e non freddo, come già s’è detto. — -</p> - -<p> -Lo specchio concavo, essendo freddo, nel -ricevere li razzi del foco, li rifrette più caldi, -che esso foco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p> -La palla di vetro, piena d’acqua fredda, -manda fori di sè li razzi, presi dal foco, ancora -più caldi d’esso foco. -</p> - -<p> -Di queste due dette esperienze sèguita, -che tal calore delli razzi, avuti dello specchio -o della palla d’acqua fredda, sien caldi -per virtù, e non perchè tale specchio o palla -sia calda; e ’l simile in questo caso accade -del sole passato per essi corpi, che scalda -per virtù. E per questo hanno concluso il -solo non esser caldo. — Il che per le medesime -allegate isperienze si prova esso -sole essere caldissimo, per la sperienza detta -dello specchio e palla, che, essendo freddi, -pigliando i razzi della caldezza del foco, li -rendan razzi caldi, perchè la prima causa -è calda: e il simile accade del sole, che essendo -lui caldo, passando per tali specchi -freddi, refrette gran calore. -</p> - -<p> -Non lo splendore del sole scalda, ma il -suo natural calore. -</p> - -<h3>LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI -NELLO SPAZIO.</h3> - -<p> -Passano li razzi solari per la fredda regione -dell’aria e non mutan natura, passan -per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano -di lor natura, e, per qualunque loco -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -transparente essi passassino, è come s’elli -penetrassino altrettanta aria. -</p> - -<h3>LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE -O DA SÈ.</h3> - -<p> -Dicano <span class="inl-note">[Sott.: gli scrittori, gli autori]</span> di avere il lume da sè, allegando, -che se Venere e Mercurio non n’avessi -il lume da sè, quando esso s’interpone infra -l’occhio nostro e ’l sole, esse oscurerebbon -tanto d’esso sole, quanto esse ne -coprano all’occhio nostro. — E quest’è falso, -perch’è provato come l’ombroso, posto -nel luminoso, è cinto e coperto tutto da’ -razzi laterali del rimanente di tal luminoso -e così resta invisibile. Come si dimostra, -quando il sole è veduto per la ramificazione -delle piante sanza foglie in lunga distanzia, -essi rami non occupano parte alcuna d’esso -sole alli occhi nostri. -</p> - -<p> -Il simile accade a’ predetti pianeti, li -quali, ancora che da sè e’ sieno sanza luce, -eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna -del sole all’occhio nostro. -</p> - -<p> -Seconda pruova. Dicano le stelle nella -notte parere lucidissime quanto più ci son -superiori; e che s’elle non avessin lume da -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -sè che l’ombra, che fa la terra, che s’interpone -infra loro e ’l sole, le verrebbe a scurare, -non vedendo esse, nè sendo vedute dal -corpo solare. — Ma questi non n’han considerato, -che l’ombra piramidale della luna -non n’aggiugne <span class="inl-note">[raggiunge, arriva]</span> infra troppe stelle, quello -ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita -che poco occupa del corpo della stella, -e ’l rimanente è alluminato dal sole. -</p> - -<h3>LVII. — LA TERRA È UNA STELLA.</h3> - -<p> -Tu nel tuo discorso hai a concludere la -terra essere una stella quasi simile alla luna, -e così proverai la nobiltà del nostro -mondo! -</p> - -<p> -E così farai un discorso delle grandezze -di molte stelle, secondo li autori. -</p> - -<h3>LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO.</h3> - -<p> -Come la terra è una stella. La terra mediante -la spera dell’acqua, che in gran -parte la veste, — la qual piglia il simulacro -del sole e risplende all’universo, sì come -fan tutte l’altre stelle, — si dimostra ancora -lei essere stella. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -</p> - -<h3>LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA -ESSERE UNA STELLA.</h3> - -<p> -In prima diffinisci l’occhio. -</p> - -<p> -Poi mostra come il battere <span class="inl-note">[il tremolio della luce, del fulgore escitizio -delle stelle]</span> d’alcuna -stella viene dall’occhio; e perchè il batter -d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; -e come li razzi delle stelle nascan dall’occhio. -E di’ che, se ’l battere delle stelle -fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento -mostra d’essere di tanta dilatazione, -quant’è il corpo di tale stella; essendo -adunque maggior della terra, che tal moto -fatto in istante sare’ trovo veloce a raddoppiare -la grandezza di tale stella; di poi -prova come la superfizie dell’aria, ne’ confini -del foco, e la superfizie del foco, nel suo -termine, è quella, nella qual penetrando, li -razzi solari portan tal similitudine di corpi -celesti grandi nel lor levare e porre <span class="inl-note">[tramontare]</span>, e piccole -essendo essi nel mezzo del cielo. -</p> - -<h3>LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI.</h3> - -<p> -Il libro mio s’astende a mostrare come -l’Ocean, colli altri mari, fa, mediante il -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -sole, splendere il nostro mondo a modo di -luna, e a’ più remoti pare stella; e quest’è -provo. -</p> - -<h3>LXI. — LA TERRA NON È CENTRO -DELL’UNIVERSO.</h3> - -<p> -Come la terra non è nel mezzo del cerchio -del sole, nè nel mezzo del mondo, ma -è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni -e uniti con lei; e chi stesse nella luna, quand’ella -insieme col sole è sotto a noi, questa -nostra terra, coll’elemento dell’acqua, -parrebbe e farebbe offizio, tal qual fa la luna -a noi. -</p> - -<h3>LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA -AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE.</h3> - -<p> -Come la terra, facendo offizio di luna, ha -perduto assai del lume antico nel nostro -emisperio pel calare delle acque, com’è -provato in libro quarto: <i>De mundo e acque</i>. -</p> - -<h3>LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA -DELLA LUNA.</h3> - -<p> -1. Nessun lievissimo è opaco. -</p> - -<p> -2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve. -</p> - -<p> -3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi -o no. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -E s’ella non ha sito particulare, come -la terra, nelli sua elementi, perchè non cade -al centro de’ nostri elementi? -</p> - -<p> -E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, -e non discende, adunque ella è più -lieve che altro elemento. -</p> - -<p> -E se la luna è più lieve che altro elemento, -perchè è solida e non traspare? -</p> - -<h3>LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA.</h3> - -<p> -Nessun denso è più lieve che l’aria. -</p> - -<p> -Avendo noi provato come la parte della -luna, che risplende è acqua, che specchia il -corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore -da lui ricevuto, e come, se tale acqua -fusse sanza onde, ch’ella picciola si dimostrerebbe, -ma di splendore quasi simile al -sole; al presente bisogna provare, se essa -luna è corpo grave o lieve; imperocchè se -fusse grave, confessando che dalla terra in -su in ogni grado d’altezza s’acquista gradi -di levità, — conciò sia che l’acqua è più -lieve che la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l -foco che l’aria e così seguitando successivamente, — e’ -parrebbe che, se la luna avesse -densità, com’ella ha, ch’ella avesse gravità -e, avendo gravità, che lo spazio, ove essa si -trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -avesse <i>a discendere inverso il centro -dell’universo e congiugnersi colla terra</i>, -e se non lei almanco le sue acque avessino -a cadere, e spogliarla di sè, e cadere inverso -il centro, e lasciar di sè la luna spogliata -e sanza lustro; onde, non seguitando quel -che di lei la ragione ci promette, egli è manifesto -segno, che tal luna è vestita de’ sua -elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in -sè per sè si sostenga in quello spazio, come -fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro -spazio, e che tale offizio facciano le -cose gravi ne’ sua elementi, qual fanno l’altre -cose gravi nelli elementi nostri. -</p> - -<h3>LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -La luna densa e grave come sta, la -luna? -</p> - -<h3>LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO -AI PROPRI ELEMENTI.</h3> - -<p> -Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in -mezzo al suo albume sanza discendere d’alcuna -parte, ed è più lieve o più grave o -eguale d’esso albume; e, s’egli è più lieve, -egli dovrebbe sorgere sopra tutto l’albume -e fermarsi in contatto della scorza d’esso -uovo e, s’elli è più grave dovrebbe discender, -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -e, s’elli è eguale, così potrebbe stare nell’un -delli stremi come in mezzo o di sotto. -</p> - -<h3>LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO -DELLA VITA.</h3> - -<p> -Il caldo è cagione del movimento dell’umido, -e ’l freddo lo ferma, come si vede la -region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria. -</p> - -<p> -Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale -è movimento d’omore. -</p> - -<h3>LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE -VIVENTE.</h3> - -<p> -Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia -vita sensitiva, vegetativa o razionale: nascono -le penne sopra li uccelli, e si mutano -ogni anno; nascono li peli sopra li animali -e ogni anno si mutano, salvo alcuna parte, -come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e -simili; nascono l’erbe sopra li prati e le -foglie sopra li alberi, e ogni anno in gran -parte si rinnovano; adunque potremo dire, -la terra avere anima vegetativa, e che la -sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li -ordini delle collegazioni <span class="inl-note">[aggregazioni]</span> de’ sassi, di che si -compongono le montagne, il suo tenerume -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -sono li tufi, il suo sangue sono le vene delle -acque, il lago del sangue, che sta dintorno -al core, è il mare oceano, il suo alitare e ’l -crescere e discrescere del sangue per li polsi, -e così nella terra è il flusso e riflusso -del mare, e ’l caldo dell’anima del mondo -è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la residenza -dell’anima vegetativa sono li fochi, -che per diversi lochi della terra spirano in -bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a -Mon Gibello di Sicilia e altri lochi assai. -</p> - -<h3>LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO -E DEL MONDO. -COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE L’ACQUA.</h3> - -<p> -L’omo è detto da li antiqui mondo minore, -e certo la dizione d’esso nome è bene -collocata imperò che, sì come l’omo è composto -di terra, acqua, aria e foco, questo -corpo della terra è il simigliante. Se l’omo -ha in sè ossa, sostenitori e armadura della -carne, il mondo ha i sassi sostenitori della -terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, -dove cresce e discresce il polmone, nello -alitare, il corpo della terra ha il suo oceano -mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce -ogni sei ore per lo alitare del mondo; se -dal detto lago di sangue dirivan vene, che -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -si vanno ramificando per lo corpo umano, -similmente il mare oceano empie il corpo -de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca -al corpo della terra i nervi, i quali non vi -sono, perchè i nervi sono fatti al proposito -del movimento, e, il mondo sondo di perpetua -stabilità, non v’accade movimento, e, -non v’accadendo movimento, i nervi non -vi sono necessari. Ma in tutte l’altre cose -sono molto simili. -</p> - -<h3>LXX. — L’ACQUA.</h3> - -<p> -Il corpo della terra, a similitudine dei -corpi delli animali, è tessuto di ramificazione -di vene, le quali son tutte insieme -congiunte, e son costituite a nutrimento e -vivificazione d’essa terra e de’ sua creati. -</p> - -<h3>LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA -DEL MONDO.</h3> - -<p> -L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, -che tien viva essa montagna, o, forata -in essa o per traverso essa vena, la natura, -aiutatrice de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento -di volere riparare il mancamento -del versato umore, quivi con curioso <span class="inl-note">[sollecito]</span> soccorso -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -abbonda; a similitudine del loco percosso -nell’omo, e’ si vede, per lo soccorso -fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle, -in modo di sgonfiamento, per sopperire al -loco infecto <span class="inl-note">[contuso, per la percussione]</span>; similmente la vite, sendo tagliata -nell’alta stremità, manda la natura -dall’infime radice all’altezza somma del loco -tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, -essa non l’abbandona di vitale umore, -insino al fine della sua vita. -</p> - -<h3>LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -L’acqua è proprio quella, che per vitale -umore di questa arida terra è dedicata: e -quella causa, che la move per le sue ramificate -vene, contro al natural corso delle cose -gravi, è proprio quella, che move li umori -in tutte le spezie de’ corpi animali. -</p> - -<h3>LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI.</h3> - -<p> -L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, -mediante il suo natural calore si move. -</p> - -<h3>LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE -ALL’ACQUA.</h3> - -<p> -L’acqua è ’l vetturale della natura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -</p> - -<h3>LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA.</h3> - -<p> -Li corsi subterranei delle acque, sì come -quelli, che son fatti in fra l’aria e la terra, -son quelli, che al continuo consumano e profondano -li letti delli lor corsi. -</p> - -<p> -La terra, levata dalli fiumi, si scarica -nelle ultime parti delli lor corsi, ovvero la -terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica -nell’ultime bassezze delli lor moti. -</p> - -<p> -Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice -del mare, è manifesto prodigio della -creazione d’una isola, la qual si scoprirà -tanto più tardi o più presto, quanto la quantità -dell’acqua, che surge, sarà di minore o -maggior quantità. -</p> - -<p> -E questa tale isola si genera dalla quantità -della terra o consumazion de’ sassi, che -fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi, -dond’ella discorre. -</p> - -<h3>LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI -NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE.</h3> - -<p> -Come le rive del mare al continuo acquistano -terreno inverso il mezzo del mare. -</p> - -<p> -Come li scogli o promontori de’ mari al -continuo ruinano, e si consumano. -</p> - -<p> -Come i mediterranei scopriranno i lor -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -fondi all’aria, e sol riserberanno il canale -al maggior fiume, che dentro vi metta, il -quale correrà all’Oceano, e ivi verserà le -sue acque, insieme con quelle di tutti i fiumi, -che con esso s’accompagnano. -</p> - -<h3>LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI.</h3> - -<p> -In fra le potenti cagioni de’ terrestri -danni a me pare, che i fiumi, colle ruinose -innondazioni, tengano il principato; e non -è il foco, come alcuni han voluto, imperocchè -il foco termina sua voragine, dove manca il -nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è -mantenuto dalle inclinate valli, ancora lui -termina e more insieme coll’ultima bassezza -della valle; ma il foco è causato dal nutrimento -e ’l moto dell’acqua dalla bassezza. -Il nutrimento del foco è disunito, e disunito -e separato fia il danno, e il foco more, dove -manca il nutrimento. La declinazione delle -valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso -corso del fiume, finchè, in compagnia delle -sue valli, finirà nel mare, universale bassezza -e unico riposo delle peregrinanti acque dei -fiumi. -</p> - -<p> -Ma con quale lingua o con quale vocaboli -potrò io esprimere e dire le nefande -ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -rapacità, fatte da’ diluvî de’ superbi -fiumi? Come potrò io dire? — Certo io non -mi sento bastevole a tanta dimostrazione; -ma pure con quell’aiuto, che mi dà la sperienza, -m’ingegnerò riferire il modo del -dannificare, contro ai quali diripanti fiumi -non vale alcuno umano riparo. -</p> - -<h3>LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.</h3> - -<p> -O tempo, veloce predatore delle create -cose, quanti re, quanti popoli hai tu disfatti, -e quante mutazioni di stati e varî casi sono -seguìti, dopochè la maravigliosa forma di -questo pesce qui morì per le cavernose o -ritorte interiora <span class="inl-note">[Sott.: del monte]</span> .... Ora, disfatto dal tempo, -paziente giaci in questo chiuso loco; colle -spolpate e ignude ossa hai fatto armadura -e sostegno al soprapposto monte! -</p> - -<h3>LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO -PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.</h3> - -<p> -Perchè molto son più antiche le cose che -le lettere, non è maraviglia se alli nostri -giorni non apparisce scrittura delli predetti -mari essere occupatori di tanti paesi; e se -pure alcuna scrittura apparìa le guerre, l’incendi, -li diluvi dell’acque, le mutazioni delle -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -lingue e delle leggi hanno consumato ogni -antichità: ma a noi bastano le testimonianze -delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi -nelli alti monti, lontani dalli mari d’allora. -</p> - -<h3>LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI <span class="inl-note">[le conchiglie fossili]</span> -MARINI.<a class="tagtitle" id="tag138" href="#note138">[138]</a></h3> - -<p> -Se tu dirai che li nicchi, che per li confini -d’Italia lontano dalli mari, in tanta altezza -si veggono alli nostri tempi, siano -stati per causa del Diluvio, che lì li lasciò; -io ti rispondo che, credendo tu che tal Diluvio -superasse il più alto monte 7 cubiti, — come -scrisse chi li misurò, — tali nicchi, -che sempre stanno vicini ai liti del mare, -e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non -sì poco sopra le radici de’ monti, per tutto -a una medesima altezza, a suoli a suoli <span class="inl-note">[a strati, a strati]</span>. -</p> - -<p> -E se tu dirai, che, essendo tali nicchi -vaghi di stare vicini alli liti marini, e che, -crescendo in tanta altezza, che li nicchi si -partirono da esso lor primo sito, e seguitarono -l’accrescimento delle acque insino alla -lor somma altezza; qui si risponde che, sendo -il nicchio animale di non più veloce moto che -si sia la lumaca, fori dell’acqua, — e qualche -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un -solco ove s’appoggia, — camminerà il dì -dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, con -tale moto, non sarà camminato dal mare -Adriano insino in Monferrato di Lombardia, -chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come -disse chi tenne conto d’esso tempo. -</p> - -<p> -E se tu dici che l’onde ve li portarono, -essi per la lor grossezza, non si reggono, se -non sopra il suo fondo; e se questo non mi -concedi, confessami almeno ch’elli aveano -a rimanere nelle cime de’ più alti monti e -ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come -lago di Lario o di Como e ’l Maggiore e di -Fiesole e di Perugia e simili. -</p> - -<p> -E se tu dirai che li nicchi son portati -dall’onde, essendo voti e morti, io dico che, -dove andavano li morti, poco si rimovevano -da’ vivi, e in queste montagne sono trovati -tutti i vivi, che si cognoscono, che sono -colli gusci appaiati, e sono in un filo dove -non è nessun de’ morti, e poco più alto è -trovato, dove eran gettati dall’onde tutti li -morti colle loro scorze separate, appresso a -dove li fiumi cascavano in mare in gran -profondità. E se li nicchi fussero stati portati -dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti -separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -e non con ordinati gradi a suoli, come alli -nostri tempi si vede. -</p> - -<h3>LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI -SONO PER MOLTO SPAZIO E NATI REMOTI -DALLI MARI, PER LA NATURA DEL -SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE E INFLUISCE -TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI.</h3> - -<p> -A costor si risponderà che s’è tale influenza <span class="inl-note">[influsso degli astri, atto a crear animali fossili]</span> -d’animali, non potrebbero accadere -in una sola linea se non animali di medesima -sorte e età, e non il vecchio col giovane, -e non alcun col coperchio e l’altro -essere sanza sua copritura, e non l’uno esser -rotto e l’altro intero, e non l’uno ripieno -di rena marina, e rottame minuto e -grosso d’altri nicchi dentro alli nicchi interi, -che lì son rimasti aperti, e non le bocche -de’ granchi sanza il rimanente del suo -tutto, e non li nicchi d’altre specie appiccati -con loro in forma d’animale, che sopra -di quelli si movesse, perchè ancora resta -il vestigio del suo andamento sopra la -scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il -legname andò consumando; non si troverebbero -infra loro ossa e denti di pesce, li -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -quali alcuni dimandano saette e altri lingue -di serpenti, e non si troverebbero tanti -membri di diversi animali insieme uniti, se -lì da’ liti marini gittati non fussino. -</p> - -<p> -E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè -le cose gravi più dell’acqua, non stanno -a galla sopra l’acqua, e le cose predette -non sarìano in tanta altezza, se già a nuoto -ivi sopra dell’acque portate non furono, la -qual cosa è impossibile per la lor gravezza. -</p> - -<p> -Dove le vallate non ricevono le acque -salse del mare, quivi i nicchi mai non si -vedono, come manifesto si vede nella gran -valle d’Arno di sopra alla Gonfolina, sasso -per antico unito con Monte Albano in forma -d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato -tal fiume in modo che, prima che versasse -nel mare, il quale era dopo ai piedi -di tal sasso, componea due grandi laghi, -de’ quali il primo è, dove oggi si vede fiorire -la città di Fiorenze insieme con Prato -e Pistoia, e Monte Albano seguiva il resto -dell’argine insin dove oggi è posto Serravalle. -Dal Val d’Arno di sopra insino -Arezzo si creava un secondo lago, il quale -nell’antidetto lago versava le sue acque, -chiuso circa dove oggi si vede Girone, e -occupava tutta la detta valle di sopra per -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -ispazio di quaranta miglia di lunghezza. -Questa valle riceve sopra il suo fondo tutta -la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, -la quale ancora si vede a’ piedi di -Prato Magno restare altissima, dove li fiumi -non l’hanno consumata, e infra essa terra -si vedono le profonde segature de’ fiumi, che -quivi son passati, li quali discendono dal -gran monte di Prato Magno, nelle quali segature -non si vede vestigio alcuno di nicchi -o di terra marina. Questo lago si congiugnea -col lago di Perugia. -</p> - -<p> -Gran somma di nicchi si vede, dove li -fiumi versano in mare, benchè in tali siti -l’acque non sono tanto salse per la mistion -dell’acque dolci, che con quelle s’uniscono. -E ’l segno di ciò si vede dove per antico -li Monti Appennini versavano li lor fiumi -nel mare Adriano, li quali in gran parte -mostrano infra li monti gran somma di nicchi, -insieme coll’azzurrigno terreno di mare, -e tutti li sassi, che di tal loco si cavano, -son pieni di nicchi. -</p> - -<p> -Il medesimo si conosce avere fatto Arno, -quando cadea dal sasso della Gonfolina nel -mare, che dopo quella non troppo basso si -trovava, perchè a quelli tempi superava -l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -nelle somme altezze di quello si vedono le -ripe piene di nicchi e ostriche dentro alle -sue mura; non si distesero li nicchi inverso -Val di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno -in là non si astendeano. -</p> - -<p> -Come li nicchi non si partirono dal mare -per Diluvio, perchè l’acque, che diverso la -terra venivano, ancora che essi tirassino il -mare inverso la terra, esse eran quelle, che -percuoteano il suo fondo, perchè l’acqua, -che viene di verso la terra, ha più corso -che quella del mare, e per conseguenza è -più potente, entra sotto l’altra acqua del -mare, e rimove il fondo, e accompagna con -seco tutte le cose mobili, che in quella trova, -come son i predetti nicchi e altre simili -cose, e quanto l’acqua, che vien di -terra, è più torbida che quella del mare, -tanto più si fa potente e grave che quella. -</p> - -<p> -Adunque io non ci vedo modo di tirare -i predetti nicchi tanto infra terra, se quivi -nati non fussino! -</p> - -<p> -Se tu mi dicessi il fiume Era <span class="inl-note">[Loira]</span>, che passa -per la Francia, nell’accrescimento del mare <span class="inl-note">[nel flusso o alta marea]</span>, -si copre più di ottanta miglia di paese, -perchè è loco di gran pianura, e ’l mare -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono -a trovare in tal pianura, discosta dal -mare esse ottanta miglia; qui si risponde -che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei -mari non fanno tanta varietà, perchè -in Genovese non varia nulla, a Venezia poco, -in Africa poco, e dove poco varia poco -occupa di paese. -</p> - -<h3>LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, -CHE DICONO I NICCHI ESSER PORTATI -PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI -MARI PER CAUSA DEL DILUVIO, TANT’ALTO -CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA.</h3> - -<p> -Dico, che il Diluvio non potè portare le -cose nate dal mare alli monti, se già il mare -gonfiando non creasse innondazione insino -alli lochi sopradetti, la qual gonfiazione accadere -non può, perchè si darebbe vacuo. -</p> - -<p> -E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi -abbiamo concluso il grave non si -sostenere sopra il lieve, onde per necessità -si conclude, esso diluvio essere causato dall’acque -piovane; e, se così è, tutte esse acque -corrono al mare, e non corre il mare alle -montagne; e se elle corrono al mare esse -spingono li nicchi dal lito del mare, e non -li tirano a sè. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -</p> - -<p> -E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per -l’acque piovane, portò essi nicchi a tale altezza; — già -abbiamo detto, che le cose più -gravi dell’acqua non notan sopra di lei, ma -stanno ne’ fondi, dalli quali non si rimovono, -se non per causa di percussion d’onda. -</p> - -<p> -E se tu dirai, che l’onde le portassino -in tali lochi alti, noi abbiamo provato, che -l’onde nella gran profondità tornano in contrario, -nel fondo, al moto di sopra, la qual -cosa si manifesta per lo intorbidare del -mare dal terreno tolto vicino alli liti. -</p> - -<p> -Muovesi la cosa più lieve che l’acqua -insieme colla sua onda, ed è lasciata nel più -alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi -la cosa più grave che l’acqua sospinta -dalla sua onda nella superfizie ed al fondo -suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi -sua saran provati a pieno, noi concludiamo, -che l’onda superfiziale non può portare -nicchi, per essere più grevi che l’acqua. -</p> - -<p> -Quando il diluvio avesse avuto a portare -li nicchi trecento e quattrocento miglia -distanti dalli mari, esso li avrebbe portati -misti con diverse nature, insieme ammontati: -e noi vediamo in tal distanza -l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e -li pesci calamai, e tutti li altri nicchi, che -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -stanno insieme a congregazione, essere trovati -tutti insieme morti; e li nicchi solitari -trovarsi distanti l’uno dall’altro, come nei -liti marittimi tutto il giorno vediamo! -</p> - -<p> -E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate -grandissime, infra le quali assai -vedi quelle, che hanno ancora il coperchio -congiunto, a significare che qui furono lasciate -dal mare che ancor viveano, quando -fu tagliato lo stretto di Gibilterra. -</p> - -<p> -Vedesi in nelle montagne di Parma e -Piacenza le moltitudini di nicchi e coralli -intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei -quali, quand’io facevo il gran cavallo di -Milano <span class="inl-note">[la statua equestre a Francesco Sforza]</span>, me ne fu portato un gran sacco -nella mia fabbrica da certi villani, che in -tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era -assai delli conservati nella prima bontà.... -</p> - -<p> -Trovansi sotto terra e sotto li profondi -cavamenti de’ lastroni <span class="inl-note">[le profonde cave di macigno]</span>, li legnami delle -travi lavorati, fatti già neri, li quali furon -trovati a mio tempo in quel di Castel Fiorentino, -e questi, in tal loco profondo, v’erano -prima che la litta <span class="inl-note">[fango di fiume]</span>, gittata dall’Arno nel -mare, che quivi copriva, fusse abbandonata -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -in tant’altezza, e che le pianure del Casentino -fussin tanto abbassate dal terren, che -hanno al continuo di lì sgomberato. -</p> - -<p> -E se tu dicessi tali nicchi essere creati -e creano a continuo in simili lochi per la -natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; -questa tale opinione non sta in cervelli -di troppo discorso, perchè quivi s’enumeran -li anni del loro accrescimento sulla loro -scorza, e se ne vedono piccoli e grandi, i -quali sanza cibo non crescerebbero, e non -si cibarebbero sanza moto, e quivi movere -non si poteano. -</p> - -<h3>LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL -PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA -DEL PRESENTE.</h3> - -<p> -Come nelle falde, infra l’una e l’altra, -si trovano ancora li andamenti delli lombrichi, -che camminavano infra esse, quando -non erano ancora asciutte. -</p> - -<p> -Come tutti li fanghi marini ritengono -ancora de’ nicchi, ed è petrificato il nicchio -insieme col fango. -</p> - -<p> -Della stoltizia e semplicità di quelli, che -vogliono che tali animali fussino, alli lochi -distanti dai mari, portati dal Diluvio. -</p> - -<p> -Come altra setta d’ignoranti affermano -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -la natura o i cieli averli in tali lochi creati -per influssi celesti, come in quelli non si -trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza -di tempo, come nelle scorze de’ nicchi -e lumache non si potesse annumerare -li anni o i mesi della lor vita, come <span class="inl-note">[allo stesso modo che]</span> nelle -corna de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione -delle piante, che non furono mai -tagliate in alcuna parte! -</p> - -<p> -E avendo con tali segni dimostrato la -lunghezza della lor vita essere manifesta, -ecco bisogna confessare, che tali animali -non vivino sanza moto, per cercare il loro -cibo, e in loro non si vede strumenti da penetrare -la terra e ’l sasso, ove si trovano -rinchiusi. -</p> - -<p> -Ma in che modo si potrebbe trovare in -una gran lumaca i rottami e parte di molt’altre -sorte di nicchi di varia natura, se -ad essa, sopra de’ liti marini già morta, non -li fussino state gettate dalle onde del mare, -come dell’altre cose lievi, che esso getta -a terra? -</p> - -<p> -Perchè si trova tanti rottami e nicchi -interi fra falda e falda di pietra, se già -quella sopra del lido non fusse stata ricoperta -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -da una terra rigettata dal mare, la -qual poi si venne petrificando? -</p> - -<p> -E se ’l diluvio predetto li avesse in tali -siti dal mare portato, tu troveresti essi nicchi -in sul termine d’una sola falda e non -al termine di molte. -</p> - -<p> -Devonsi poi annumerare le annate delli -anni, che ’l mare multiplicava le falde dell’arena -e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e -ch’elli scaricava in sui liti sua; e se tu volessi -dire, che più diluvi fussino stati a produrre -tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, -che ancora tu affermassi ogni anno -essere un tal diluvio accaduto. -</p> - -<p> -E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu -quello, che portò tali nicchi fuor de’ mari -centinaia di miglia, questo non può accadere, -essendo stato esso diluvio per causa -di pioggie: — perchè naturalmente le pioggie -spingono i fiumi, insieme colle cose da -loro portate, inverso il mare, e non tirano -inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti marittimi. -</p> - -<p> -E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò -colle sue acque sopra de’ monti, il moto del -mare fu sì tardo, col cammino suo contro -al corso de’ fiumi, che non avrebbe sopra di -sè tenute a noto le cose più gravi di lui, e, -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -se pur l’avesse sostenute, esso nel calare -l’avrebbe lasciate in diversi lochi seminate. -</p> - -<p> -Ma come accomoderemo noi li coralli, li -quali inverso Monteferrato in Lombardia -essersi tutto dì trovati intarlati <span class="inl-note">[corrosi dal tempo e dalle varie vicende]</span>, appiccati -alli scogli, scoperti dalla corrente de’ fiumi? -</p> - -<p> -E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi -e famiglie d’ostriche, le quali noi -sappiamo che non si movono, ma stan sempre -appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro -aprono per cibarsi d’animaluzzi, che notan -per l’acque, li quali, credendo trovar bona -pastura, diventano cibo del predetto nicchio. -</p> - -<p> -Non si trova l’arena mista coll’aliga -marina <span class="inl-note">[l’alga marina]</span> essersi petrificata, poichè l’aliga, -che la tramezzava, venne meno. E di questa -scopre tutto il giorno il Po nelle mine -delle sue ripe. -</p> - -<h3>LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI.</h3> - -<p> -E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti -dalla natura in essi monti mediante -le costellazioni, per qual via mostrerai tal -costellazione fare li nicchi di varie grandezze -e di diverse età e di varie spezie ’n -un medesimo sito? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -E come mi mostrerai la ghiara congelata -a gradi <span class="inl-note">[stratificata e cementata in roccie]</span> in diverse altezze delli monti, perchè -quivi è di diverse ragioni, ghiare portate -di diversi paesi dal corso de’ fiumi in tal -sito; e la ghiara non è altro che pezzi di -pietra, che han persi li angoli per la lunga -rivoluzione e le diverse percussioni e cadute, -ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, -che in tal loco le condusse? -</p> - -<p> -Come proverai il grandissimo numero di -varie spezie di foglie congelate <span class="inl-note">[fossilizzate e improntate]</span> nelli alti -sassi di tal monte, e l’aliga, erba di mare, -stante a diacere mista con nicchi e rena? E -così vedrai ogni cosa petrificata insieme -con granchi marini, rotti in pezzi, separati -e tramezzati da essi nicchi. -</p> - -<h3>LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE -GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO.</h3> - -<p> -Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che -la terra per sdegno s’attuffasse sotto il mare -a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece il -secondo! -</p> - -<p> -LXXXVI. — DUBITAZIONE. -</p> - -<p> -Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l -diluvio venuto al tempo di Noè fu universale -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -o no, e qui parrà di no per le ragioni, -che si assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam -che il predetto diluvio fu composto -di 40 dì e 40 nocte di continua e universa -pioggia, e che tal pioggia alzò di sei gomiti -sopra al più alto monte dell’universo; e se -così fu, che la pioggia fussi universale, ella -vestì di sè la nostra terra di figura sperica, -e la superfizie sperica ha ogni sua parte -egualmente distante al centro della sua spera; -onde la spera dell’acqua trovandosi nel -modo della detta condizione, elli è impossivile -che l’acqua sopra di lei si mova, perche -l’acqua in sè non si move, s’ella non -discende; adunque l’acqua di tanto diluvio -come si partì, se qui è provato non aver -moto? E s’ella si partì, come si mosse, se -ella non andava allo in su? E qui mancano -le ragioni naturali, onde bisogna per soccorso -di tal dubitazione, chiamare il miracolo -per aiuto, o dire che tale acqua fu vaporata -dal calor del sole. -</p> - -<p> -LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE -DELLA VITA NEL MONDO.<a class="tagtitle" id="tag139" href="#note139">[139]</a> -</p> - -<p> -Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso -infra li cresciuti argini de’ fiumi, e si vede -il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -aria, avendo a fasciare e circonscrivere -la mollificata macchina della terra <span class="inl-note">[il corpo sferico della Terra, rammollito per le assorbite acque]</span>, -la sua grossezza, che stava fra l’acqua e -lo elemento del foco, rimarrà molto ristretta -e privata della bisognosa acqua. I -fiumi rimarranno senza le loro acque, la -fertile terra non manderà più leggere fronde, -non fieno più i campi adornati dalle -ricascanti piante; tutti li animali non trovando -da pascere le fresche erbe, morranno; -e mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e -altri animali, che vivono di ratto; e agli -omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare -la loro vita, e mancherà la generazione -umana. -</p> - -<p> -A questo modo la fertile e fruttuosa -terra, abbandonata, rimarrà arida e sterile; -e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa -nel suo ventre) e per la vivace natura, osserverà -alquanto dello suo accrescimento <span class="inl-note">[continuerà a produrre vita e forme]</span>, -tanto che, passata la fredda e sottile aria, -sia costretta a terminare collo elemento del -foco: allora la sua superfice rimarrà in -riarsa cenere, e questo fia il termine della -terrestre natura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<h3>LXXXVIII. — LA TERRA -IMMERSA NELL’ACQUA -PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’ MONTI.</h3> - -<p> -Perpetui son li bassi lochi del fondo del -mare, e il contrario son le cime de’ monti, -sèguita che la terra si farà sperica e tutta -coperta dall’acque, e sarà inabitabile. -</p> - -<h3>LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO -I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.</h3> - -<p> -La scienza strumentale, over macchinale, -è nobilissima e sopra tutte l’altre utilissima, -conciò sia che mediante quella tutti -li corpi animati, che hanno moto fanno tutte -loro operazioni; i quali moti nascono dal -centro della lor gravità, che è posto in -mezzo a parti di pesi diseguali, e ha questo -carestia e dovizia di muscoli <span class="inl-note">[disequilibrio di forza nervosa]</span> ed etiam -lieva e contra lieva. -</p> - -<h3>XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE -STRUMENTALMENTE L’UCCELLO VOLANTE.</h3> - -<p> -L’uccello è strumento oprante per legge -matematica, il quale strumento è in potestà -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -dell’omo poterlo fare con tutti li sua -moti, ma non con tanta potenza; ma solo -s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque -direm che tale strumento, composto per -l’omo, non li manca se non l’anima dello -uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta -dall’anima dell’omo. -</p> - -<p> -L’anima alle membra delli uccelli, sanza -dubbio, obbidirà meglio a’ bisogni di quelle, -che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, -da esse separato, e massimamente ne’ moti -di quasi insensibili bilicazioni; ma poi che -alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo -l’uccello provvedere, noi possiamo, per -tale esperienza, giudicare, che le forte sensibili -potranno essere note alla cognizione -dell’omo, e che esso largamente potrà provvedere -alla ruina di quello strumento, del -quale lui s’è fatto anima e guida. -</p> - -<h3>XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA -DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO DEL -NIBBIO.</h3> - -<p> -Questo scriver sì distintamente del nibbio -par che sia mio destino, perchè ne la -prima ricordazione della mia infanzia e’ mi -parea che, essendo io in culla, che un nibbio -venissi a me, e mi aprissi la bocca colla -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -sua coda, e molte volte mi percotessi con -tal coda dentro alle labbra. -</p> - -<h3>XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO -IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI GRANDI -UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.</h3> - -<p> -Nasce per causa che li piccoli uccelli, -essendo sanza piume, non reggano alla immensa -freddezza della grande altura dell’aria, -nella quale <span class="inl-note">[Sott.: vivono]</span> li avvoltoi e le aquile e -altri grossi uccelli, ben piumosi e vestiti di -molti gradi di penne. -</p> - -<p> -Ancora li uccelli piccoli, con deboli e -scempie <span class="inl-note">[sottili]</span> ali, si sostengano in questa aria -bassa, che è grossa, e non si sosterrebbono -nell’aria sottile, che poco resista. -</p> - -<h3>XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA -COLL’ALTRUI MORTE.</h3> - -<p> -In nella cosa morta riman vita dissensata, -la quale, ricongiunta alli stomachi dei -vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva. -</p> - -<h3>XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE -AL CONTINUO MORE E RINASCE.</h3> - -<p> -Il corpo di qualunque cosa, la qual si -nutrica, al continuo more e al continuo rinasce, -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -perchè entrare non po’ nutrimento, -se non in quelli lochi, dove il passato nutrimento -è spirato; e s’elli è spirato, elli -più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento -eguale al nutrimento partito, allora -la vita manca di sua valetudine; e se tu li -levi esso nutrimento, la vita in tutto resta -distrutta. Ma se tu ne rendi tanto quanto -se ne distrugge alla giornata, allora tanto -rinasce di vita, quanto se ne consuma, a similitudine -del lume della candela col nutrimento -datoli dall’omore d’essa candela: il -quale lume ancora lui al continuo con velocissimo -soccorso restaura di sotto, quanto -di sopra se ne consuma morendo; e di splendida -luce si converte, morendo, in tenebroso -fumo, la qual morte è continua, siccome -è continuo esso fumo, e la continuità -di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; -e in istante tutto il lume è morto -e tutto rigenerato, insieme col moto del -nutrimento suo. -</p> - -<h3>XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.</h3> - -<p> -L’omo e li animali sono proprio transito -e condotto di cibo, sepoltura di animali, -albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo -a sè vita dell’altrui morte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -</p> - -<h3>XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Guarda il lume e considera la sua bellezza. -Batti l’occhio e riguardalo: ciò che -di lui tu redi, prima non era e, ciò che di -lui era, più non è. -</p> - -<p> -Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo -muore? -</p> - -<h3>XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.<a class="tagtitle" id="tag140" href="#note140">[140]</a></h3> - -<p> -Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, -ed ogni cosa si fa ogni cosa, e ogni cosa -torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli -elementi è fatto da essi elementi. -</p> - -<h3>XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE -E DEL DOLORE NEL MONDO.</h3> - -<p> -La natura pare qui in molti o di molti -animali stata più presto crudele matrigna -che madre, o d’alcuni non matrigna, ma -pietosa madre. -</p> - -<h3>XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Perchè la natura non ordinò, che l’uno -animale non vivesse della morte dell’altro? -</p> - -<p> -La natura, essendo vaga e pigliando piacere -del creare e fare continue vite e forme, -perchè conosce, che sono accrescimento -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -della sua terrestre materia, è volonterosa -e più presta nel suo creare, che ’l tempo col -consumare, e però ha ordinato, che molti -animali siano cibo l’uno dell’altro: e, non -soddisfacendo questo a simile desiderio, -spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti -vapori, sopra le gran moltiplicazioni -e congregazioni d’animali e massime sopra -gli omini, che fanno grande accrescimento, -perchè altri animali non si cibano di loro; -e tolte via le cagioni mancheranno li effetti. -</p> - -<p> -Adunque, questa terra cerca di mancare -di sua vita, desiderando la continua moltiplicazione. -</p> - -<p> -Per la tua assegnata e demonstrata ragione -spesso li effetti somigliano le loro -cagioni: gli animali sono esemplo della vita -mondiale. -</p> - -<h3>C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE -E NEGLI ESSERI.</h3> - -<p> -Or vedi, la speranza e ’l desiderio del -ripatriarsi e ritornare nel primo caso <span class="inl-note">[nello stato primitivo, anteriore alla nascita]</span>, fa a -similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, -che con continui desideri sempre con -festa aspetta la nuova primavera e sempre -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -la nuova state, sempre e nuovi mesi e nuovi -anni, parendogli che le desiderate cose, venendo, -sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, -che desidera la sua disfazione!... -</p> - -<p> -Ma questo desiderio è la quintessenza, -spirito degli elementi, che, trovandosi rinchiusa -per l’anima dello umano corpo, desidera -sempre ritornare al suo mandatario. -E vo’ che sappi, che questo medesimo desiderio -è quella quintessenza, compagnia della -natura, e l’uomo è modello dello mondo. -</p> - -<p> -E questo uomo ha una somma pazzia che -sempre stenta per non stentare, e la vita -a lui fugge sotto speranza di godere i beni -con somma fatica acquistati. -</p> - -<h3>CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI -DELL’ANIMA.</h3> - -<p> -L’anima pare risiedere nella parte judiziale <span class="inl-note">[parte judiziale = intelletto (qui e altrove)]</span>; -e la parte judiziale pare essere nel -loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale -è detto senso comune <span class="inl-note">[senso comune = cervello]</span>, e non è tutta per -tutto il corpo, come molti hanno creduto; -anzi tutta in nella parte, imperocchè, se ella -fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, -non era necessario li strumenti de’ sensi -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -fare in fra loro uno medesimo concorso a -uno solo loco, anzi bastava che l’occhio -operasse l’uffizio del sentimento sulla sua -superfizie e non mandare, per la via delli -nervi ottici, la similitudine delle cose vedute -al senso, chè l’anima, alla sopra detta -ragione, le poteva comprendere in essa superfizie -dell’occhio. E similmente al senso -dell’udito bastava solamente la voce risonasse -nelle concave porosità dell’osso petroso, -che sta dentro all’orecchio, e non fare -da esso osso al senso comune altro transito, -dove essa s’abbocca, e abbia a discorrere -al comune giudizio. -</p> - -<p> -Il senso dell’odorato ancora lui si vede -essere dalla necessità costretto a concorrere -a detto judizio; il tatto passa per le corde -forate <span class="inl-note">[corde = nervi]</span>, ed è portato a esso senso, le quali -corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, -in nella pelle, che circonda le -corporee membra e visceri. -</p> - -<p> -Le corde perforate portano il comandamento -e sentimento delli membri offiziali <span class="inl-note">[membri offiziali = muscoli]</span>, -le quali corde e nervi, infra i muscoli e le -coste, comandano a quelli il movimento; -quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -in atto collo sgonfiare, imperocchè ’l sgonfiare -raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto -i nervi <span class="inl-note">[nervi = tendini]</span>, i quali si tessono per le particule -de’ membri, essendo infusi nelli stremi -de’ diti, portano al senso la cagione del -loro contatto. -</p> - -<p> -I nervi coi loro muscoli servono alle -corde, come i soldati a’ condottieri, e le corde -servono al senso comune come i condottieri -al capitano; adunque la giuntura delli -ossi obbedisce al nervo, e ’l nervo al muscolo -e ’l muscolo alla corda e la corda al -senso comune, e ’l senso comune è sedia -dell’anima, e la memoria è sua munizione -e la imprensiva è sua referendaria. -</p> - -<h3>CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.</h3> - -<p> -Il senso comune è quello, che giudica le -cose a lui date da li altri sensi. -</p> - -<p> -Il senso comune è mosso mediante le -cose a lui date da li cinque sensi. -</p> - -<p> -E essi sensi si movono mediante li obbietti, -e questi obbietti, mandando le lor -similitudini a’ cinque sensi, da quelli son -transferiti alla imprensiva <span class="inl-note">[imprensiva = sensitività e percezione]</span> e da quella al -comune senso; e lì, sendo judicate, sono -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -mandate alla memoria, nella quale sono, -mediante la loro potenza, più o meno riservate. -</p> - -<p> -I cinque sensi sono questi: vedere, udire, -toccare, gustare, odorare. -</p> - -<p> -Li antichi speculatori hanno concluso, -che quella parte del giudizio, che è data -all’omo, sia causata da uno strumento, al -quale riferiscano li altri cinque, mediante -la imprensiva, e a detto strumento hanno -posto nome senso comune, e dicano questo -senso essere situato in mezzo il capo. E -questo nome di <i>senso comune</i> dicano, solamente, -perchè è comune judice de li altri -cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare, gustare -e odorare. Il senso comune si move -mediante la imprensiva, ch’è posta in mezzo -in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove -mediante la similitudine delle cose a lei -date da li strumenti superfiziali, cioè i sensi, -i quali sono posti in mezzo, infra le cose -esteriori e la imprensiva, e similmente i -sensi si movano mediante li obbietti. La similitudine -delle circustanti cose mandano, -le loro similitudine a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono -alla imprensiva, la imprensiva la -manda al senso comune, e da quello sono -stabilite nella memoria, e lì sono più o meno -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -ritenute, secondo la importanza o potenza -della cosa data. -</p> - -<p> -Quello senso è più veloce nel suo offizio, -il quale è più vicino alla imprensiva; il qual -è l’occhio, superiore e principe de li altri, -del quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, -per non ci allungare dalla nostra materia. -</p> - -<h3>CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.</h3> - -<p> -La natura ha ordinati nell’omo i muscoli -uffiziali, tiratori de’ nervi, i quali possino -movere le membra, secondo la volontà e desiderio -del comun senso, a similitudine delli -uffiziali stribuiti da uno signore per varie -province e città, i quali in essi lochi rappresentano -e obbediscano alla volontà d’esso -signore. E quello ufiziale, che più in un solo -caso abbi obbedito alle concessione fattoli -di bocca dal suo signore, farà poi per sè, -nel medesimo caso, cosa, che non si partirà -dalla volontà d’esso signore. -</p> - -<p> -Così si vede spesse volte fare alle dita, -che imparando, con somma obbedienza, la -cosa sopra uno strumento, le quali li sieno -comandate dal giudizio, dopo esso imparare, -le sonerà sanza ch’esso giudizio v’attenda. -</p> - -<p> -I muscoli, che movano le gambe, non fanno -ancora l’offizio loro, sanza che l’omo lo sappi? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<h3>CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA -PER LORO, SANZA COMANDAMENTO DELLI -ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.</h3> - -<p> -Questo chiaramente apparisce, imperocchè -tu vedrai movere ai paralitici e a’ freddolosi -e assiderati le loro tremanti membra, -come testa e mani, sanza licenza dell’anima, -la quale anima, con tutte sue forze, non -potrà vietare a essi membri che non tremino. -Questo medesimo accade nel malcaduco -e ne’ membra tagliati, come code di -lucierte. -</p> - -<h3>CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE -SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.</h3> - -<p> -Sommo difetto è de’ pittori replicare li -medesimi moti, i medesimi volti e maniere -di panni in una medesima istoria, e fare la -maggiore parte de’ volti, che somigliano al -loro maestro. La qual cosa m’ha molte volte -dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto -alcuno, che in tutte le sue figure parea -avervisi ritratto al naturale. E in quelle si -vede li atti e li modi del loro fattore. -</p> - -<p> -E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, -le sue figure sono il simile in prontitudine, -e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -figure con lor colli torti, e, se ’l maestro è -dappoco, le sue figure paiono la pigrizia ritratta -al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato, -le figure sue son simili, e, s’egli -è pazzo, nelle sue istorie si dimostra largamente, -le quali sono nemiche di conclusione -e non stanno attente alla loro operazione, -anzi chi guarda in qua e chi in là, come -se sognassino; e così segue ciascun accidente -in pittura il proprio accidente del -pittore. -</p> - -<p> -E avendo io più volte considerato la -causa di tal difetto, mi pare, che sia da giudicare, -che quella anima, che regge e governa -ciascun corpo, si è quella che fa il -nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio -nostro. Adunque ella ha condotto tutta -la figura dell’omo, com’ella ha giudicato -quello stare bene, o col naso lungo o corto -o camuso, e così li ha fermo la sua altezza -e figura, ed è di tanta potenza questo tal -giudizio ch’egli move le braccia al pittore, -e fagli replicare se medesimo, parendo a -essa anima, che quello sia il vero modo di -figurare l’omo, e, chi non fa come lui, faccia -errore. E, s’ella trova alcuno, che simigli -al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella -l’ama o s’innamora di quello, e per questo -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -molti s’innamorano e toglian moglie, -che simiglia a lui, e spesso li figlioli, che -nascano di tali, simigliano ai loro genitori. -</p> - -<h3>CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO -GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE COSE -E NEGLI ESSERI.</h3> - -<p> -Deve il pittore fare la sua figura sopra -la regola d’un corpo naturale, il quale comunemente -sia di proporzione laudabile; -oltre di questo far misurare sè medesimo e -vedere, in che parte la sua persona varia -assai o poco da quella antidetta laudabile, -e, fatta questa notizia, deve riparare con -tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi -mancamenti, nelle figure da lui operate, -che nella persona sua si trova. -</p> - -<p> -E sappi, che con questo vizio ti bisogna -sommamente pugnare, conciò sia ch’egli è -mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: -perchè l’anima maestra del tuo corpo -è quella, ch’è il tuo proprio giudizio, e volentieri -si diletta nelle opere simili a quella, -ch’ella operò nel comporre del suo corpo. -E di qui nasce, che non è si brutta figura -di femmina, che non trovi qualche amante — se -già non fussi mostruosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<p> -Sì che ricordati intendere i mancamenti, -che sono nella tua persona, e da quelli ti -guarda nelle figure, che da te si compongono. -</p> - -<h3>CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.</h3> - -<p> -Quel pittore, che arà goffe mani, le farà -simili nelle sua opere, e quel medesimo -li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l -lungo studio non glielo vieta. Adunque tu, -pittore, guarda bene quella parte, che hai -più brutta nella tua persona, e ’n quella col -tuo studio fa bono riparo, imperò che, se -sarai bestiale, le tue figure saranno il simile -e sanza ingegnio, e similmente ogni -parte di bono e di tristo, che hai in te, si -dimostrerà in parte nelle tue figure. -</p> - -<h3>CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.</h3> - -<p> -Questo accade, chè il giudicio nostro è -quello, che move la mano alla creazione -de’ lineamenti d’esse figure, per diversi -aspetti, insino a tanto ch’esso si satisfaccia; -e perchè esso giudicio è una delle potenze -dell’anima nostra, con quella essa compose -la forma del corpo, dov’essa abita, -secondo il suo volere. Onde avendo co’ le -inani a rifare un corpo umano volontieri -rifà quel corpo, di ch’essa fu prima inventrice, -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri -s’innamorano di cose a loro simiglianti. -</p> - -<h3>CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.</h3> - -<p> -Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, -lascibili e concupiscibili <span class="inl-note">[senso e desiderio]</span>. -</p> - -<p> -Le due prime son ragionevoli e l’altre -sensuali. -</p> - -<p> -De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato -sono di poca proibizione, tatto e gusto no. -</p> - -<p> -L’odorato mena con seco il gusto nel -cane e altri golosi animali. -</p> - -<h3>CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.</h3> - -<p> -Perchè vede più certa la cosa l’occhio -ne’ sogni, che colla imaginazione stando -desto? -</p> - -<h3>CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.</h3> - -<p> -La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in -ogni grado di moti fatti dal sole, muta gradi -di magnitudine <span class="inl-note">[si dilata o si restringe]</span>. -</p> - -<p> -E, in ogni grado di magnitudine, una medesima -cosa veduta si dimostrerà di diverse -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -grandezze, benchè spesse volte il paragone -delle cose circostanti non lascino discernere -tale mutazione d’una sola cosa, che si -risguardi. -</p> - -<h3>CXII. — INGANNO DEI SENSI.</h3> - -<p> -L’occhio, nelle debite distanze e debiti -mezzi, meno s’inganna nel suo uffizio, che -nissun altro senso, perchè (non) vede se non -per linee rette, che compongono la piramide <span class="inl-note">[formata dal raggi luminosi]</span>, -che si fa base dell’obbietto, e la conduce -a esso occhio, come intendo provare. -</p> - -<p> -Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti -e distanze delli suoi obbietti, perchè non -vengono le spezie <span class="inl-note">[le onde sonore]</span> a lui per rette linee, come -quelle dell’occhio, ma per linee tortuose -e riflesse, e molte sono le volte che le remote -paiano più vicine, che le propinque, -mediante li transiti di tali spezie; benchè -la voce di eco sol per linee rette si riferisce -a esso senso. -</p> - -<p> -L’odorato meno si certifica del sito, donde -si causa un’odore; ma il gusto e il -tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia -di esso tatto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -</p> - -<h3>CXIII. — SUL TEMPO.</h3> - -<p> -Benchè il tempo sia annumerato in fra -le continue quantità, esso, per essere invisibile -e sanza corpo, non cade integralmente -sotto la geometrica potenza, la quale -lo divide per figure e corpi d’infinita varietà, -come continuo nelle cose visibili e -corporee far si vede; ma sol co’ sua primi -principî si conviene, cioè col punto e colla -linia: il punto nel tempo è da essere equiparato -al suo istante, e la linea, ha similitudine -colla lunghezza d’una quantità d’un -tempo, e, siccome i punti son principio o -fine della predetta linea, così li instanti son -termine e principio di qualunque dato spazio -di tempo, e se la linea è divisibile in -infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione -non è alieno, e se le parti divise della -linea sono proporzionabili infra sè, ancora -le parti del tempo saranno proporzionabili -infra loro. -</p> - -<h3>CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.</h3> - -<p> -Scrivi la qualità del tempo separata dalla -geometrica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<h3>CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.</h3> - -<p> -Il minore punto naturale è maggiore di -tutti i punti matematici, e questo si pruova -perchè il punto naturale è quantità continua, -e ogni continuo è divisibile in infinito, -e il punto matematico è indivisibile, perchè -non è quantità. -</p> - -<p> -Ogni quantità continua intellettualmente -è divisibile in infinito. -</p> - -<p> -Infra le grandezze delle cose, che sono -infra noi, l’essere del Nulla tiene il principato, -e ’l suo offizio s’estende infra le cose, -che non hanno l’essere, e la sua essenza -risiede appresso del tempo, infra ’l preterito -e ’l futuro — e nulla possiede del presente. -</p> - -<p> -Questo Nulla ha la sua parte eguale al -tutto e ’l tutto alla parte e ’l divisibile allo -indivisibile, e tal somma produce nella sua -partizione come nella multiplicazione e nel -suo sommare quanto nel sottrarre, come si -dimostra appresso delli aritmetici dello suo -decimo carattere, che rappresenta esso Nulla <span class="inl-note">[lo zero]</span>. -E la podestà sua non si estende infra le -cose di natura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -</p> - -<p> -[Quello che è detto Niente si ritrova solo -nel tempo e nelle parole: nel tempo si trova -infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene -del presente, e così, infra le parole, delle -cose che si dicono, che non sono o che sono -impossibili.] -</p> - -<p> -Appresso del tempo il Nulla risiede infra -’l preterito e ’l futuro, e niente possiede -del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna -infra le cose impossibili. Onde -per quel ch’è detto e’ non ha l’essere, imperò -che, dove fusse il nulla, sarebbe dato -il vacuo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<h2 id="pmorale">PENSIERI SULLA MORALE.</h2> - -<h3>I. — GLI STUDI DI LEONARDO.</h3> -</div> - -<p> -Io scopro alli omini l’origine della prima -o forse seconda cagione del loro essere. -</p> - -<h3>II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA.</h3> - -<p> -E tu, che dici esser meglio il vedere fare -l’anatomia, che vedere tali disegni, diresti -bene, se fusse possibile vedere tutte queste -cose, che in tali disegni si dimostrano, in -una sola figura; nella quale, con tutto il tuo -ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, -se non d’alquante poche vene; delle quali -io, per averne vera e piena notizia, ho disfatti -più di dieci corpi umani, distruggendo -ogni altri membri, consumando con -minutissime particule tutta la carne, che -d’intorno a esse vene si trovava, sanza -insanguinarle, se non d’insensibile insanguinamento -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -delle vene capillari. E un sol -corpo non bastava a tanto tempo, che bisognava -procedere di mano in mano in tanti -corpi, che si finisca la intera cognizione; -la qual replicai due volte per vedere le -differenze. -</p> - -<p> -E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai -forse impedito dallo stomaco; e se questo -non ti impedisce, tu sarai forse impedito -dalla paura coll’abitare nelli tempi notturni -in compagnia di tali morti squadrati e scorticati, -e spaventevoli a vederli; e se questo -non t’impedisce, forse ti mancherà il disegno -bono, il quale s’appartiene a tal figurazione. -</p> - -<p> -E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato -dalla prospettiva; e se sarà accompagnato, -e’ ti mancherà l’ordine delle -dimostrazion geometriche e l’ordine delle -calculazion delle forze e valimento de’ muscoli; -e forse ti mancherà la pazienza, chè -tu non sarai diligente. -</p> - -<p> -Delle quali, se in me tutte queste cose -sono stato o no, i centoventi libri da me -composti ne daran sentenza del sì o del -no, nelli quali non sono stato impedito nè -d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. -Vale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<h3>III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA -ALL’ETICA.</h3> - -<p> -Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà -mostro la Cosmografia del minor mondo la struttura dell’uomo col -medesimo ordine, che innanzi a me fu fatto -da Tolomeo nella sua <i>Cosmografia</i>. E così -dividerò poi quello in membra, come lui divise -il tutto in provincie; e poi dirò l’uffizio -delle parti per ciascun verso, mettendoti -dinanzi alli occhi la notizia di tutta la figura -e valitudine dell’omo, in quanto a moto locale, -mediante lo sue parti. -</p> - -<p> -E così piacesse al Nostro Autore, che io -potessi dimostrare la natura delli omini e -loro costumi, nel modo che io descrivo la -sua figura. -</p> - -<h3>IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO -DAGLI STUDI ANATOMICI.</h3> - -<p> -E tu, o omo, che consideri in questa mia -fatica l’opere mirabili della natura, se giudicherai -essere cosa nefanda il distruggerla, -or pensa essere cosa nefandissima il tôrre -la vita all’omo; del quale, se questa sua -composizione ti pare di maraviglioso artifizio, -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -pensa questa essere nulla rispetto all’anima, -che in tale architettura abita, e -veramente, quale essa si sia, ella è cosa divina: -sicchè lasciala abitare nella sua opera -a suo beneplacito, o non volere che la tua -ira o malignità distrugga una tanta vita, -chè veramente, chi non la stima, non la -merita. -</p> - -<p> -Poichè così mal volentieri si parte dal -corpo, e ben credo, che ’l suo pianto e dolore -non sia sanza cagione. -</p> - -<h3>V. — IL METODO SPERIMENTALE -E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.</h3> - -<p> -Queste regole son cagione di farti conoscere -il vero dal falso, la qual cosa fa che -li omini si promettano le cose possibili e -con più moderanza, e che tu non ti veli -d’ignoranza, che farebbe, che, non avendo -effetto, tu t’abbi con disperazione a darti -malinconia. -</p> - -<h3>VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO -ALLA SCIENZA.</h3> - -<p> -Come molti stiano con istrumento alquanto -sotto l’acqua; come e perchè io non -scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, -quanto io posso star sanza mangiare; e questo -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -non pubblico o divolgo per le male nature -delli omini, li quali userebbono li assassinamenti -ne’ fondi de’ mari, col rompere -i navili in fondo, e sommergerli, insieme -colli omini, che vi son dentro, e benchè io -insegni delli altri, quelli non son di pericolo, -perchè di sopra all’acqua apparisce la -bocca della canna, onde alitano, posta sopra -otri o sughero. -</p> - -<h3>VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.</h3> - -<p> -Delli discorsi umani stoltissimo è da essere -riputato quello, il qual s’astende alla -credulità della Negromanzia, sorella della -Alchimia, partoritrice delle cose semplici e -naturali; ma è tanto più degna di riprensione -che l’Alchimia, quanto ella non partorisce -alcuna cosa se non simile a sè, cioè -bugia. -</p> - -<p> -Il che non interviene nella Alchimia, la -quale è ministratrice de’ semplici prodotti -della natura; il quale uffizio fatto esser non -può da essa natura, perchè in lei non sono -strumenti organici, colli quali essa possa -operare quel che adopera l’uomo mediante le -mani, che in tale uffizio ha fatti i vetri ecc. -</p> - -<p> -Ma essa Negromanzia, stendardo e vero -bandiera volante mossa dal vento, è guidatrice -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -della stolta moltitudine, la quale al -continuo testimonia, collo abbaiamento, l’infiniti -effetti di tale arte; e vanno empiuti i -libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, -e sanza lingua parlino, e sanza strumenti -organici, sanza i quali parlar non si -può, parlino, e portino gravissimi pesi, faccino -tempestare e piovere, e che li omini -si convertino in gatti, lupi e altre bestie, -benchè in bestia prima entran quelli, che tal -cosa affermano. -</p> - -<p> -E certo se tale Negromanzia fusse in essere, -come dalli bassi ingegni è creduto, -nessuna cosa è sopra la terra, che al danno -e servizio dell’omo fusse di tanta valetudine: -perchè, se fusse vero che in tale arte -si avesse potenza di far turbare la tranquilla -serenità dell’aria, convertendo quella -in notturno aspetto, e far le corruscazioni -o venti, con spaventevoli toni e folgori scorrenti -infra le tenebre, e con impetuosi venti -ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, -e con quelle percuotere li eserciti, e quelli -rompendo e atterrando, e oltr’a questo le -dannose tempeste privando li cultori del -premio delle lor fatiche: — o qual modo di -guerra può essere, che con tanto danno -possa offendere il suo nemico di aver podestà -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -di privarlo delle sue raccolte? qual -battaglia marittima può essere, che si assomigli -a quella di colui, che comanda alli -venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici -di qualunque armata? Certo quel che -comanda a tali impetuose potenze sarà signore -delli popoli, e nessuno umano ingegno -potrà resistere alle sue dannose forze. -Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo -della terra fieno a costui tutti manifesti. -Questo si farà portare per l’aria dall’oriente -all’occidente e per tutti li oppositi aspetti -dell’universo.... -</p> - -<p> -Ma perchè mi voglio più oltre estendere? -qual è quella cosa, che per tale artifizio far -non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi -la morte. — E s’ell’è vera, perchè non -è restata infra li omini, che tanto la desiderano, -non avendo riguardo a nessuna -deità? -</p> - -<p> -E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare -a un suo appetito, ruinerebbero Iddio -con tutto l’universo. -</p> - -<p> -E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo -a lui tanto necessaria, essa non fu -mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion -dello spirito, il quale è invisibile in -corpo; e dentro alli elementi non sono cose -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, -e ’l vacuo non si dà dentro alli elementi, -perchè subito sarebbe dall’elemento -riempiuto. -</p> - -<h3>VIII. — DELLI SPIRITI.</h3> - -<p> -Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia -detto, come la diffinizion dello spirito è: — una -potenza congiunta al corpo, perchè per -sè medesimo reggere non si può, nè pigliare -alcuna sorte di moto locale. — E se tu dirai -che per sè si regga; questo essere non può, -dentro alli elementi, perchè, se lo spirito è -quantità incorporea, questa tal quantità è -detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, -e, dato che si desse, sùbito sarebbe riempiuto -dalla ruina di quell’elemento, nel qual -il vacuo si generasse. -</p> - -<p> -Adunque, per la deffinizione del peso, che -dice: — la gravità è una potenza accidentale, -creata d’alcuno elemento tirato o sospinto -nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento -non pesando nel medesimo elemento, e’ pesa -nell’elemento superiore, ch’è più lieve di -lui, come si vede: la parte dell’acqua non -ha gravità o levità più che l’altra acqua, -ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella -acquisterà gravezza, la qual gravezza per -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -sè sostener non si può; onde li è necessario -la ruina, e così cade infra l’acqua in -quel loco, ch’è vacuo d’essa acqua. Tale accaderebbe -nello spirito, stando infra li elementi, -che al continuo genererebbe vacuo -in quel tale elemento, dove lui si trovasse, -per la qual cosa li sarebbe necessario la -continua fuga inverso il celo, insinchè uscito -fusse di tali elementi. -</p> - -<h3>IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO -INFRA LI ELEMENTI.</h3> - -<p> -Abbiam provato, come lo spirito non può -per sè stare infra li elementi, sanza corpo, -nè per sè si può movere, per moto volontario, -se non è allo in su. Ma al presente -diremo, come, pigliando corpo d’aria tale -spirito, è necessario che s’infonda infra essa -aria, perchè s’elli stesse unito, e’ sarebbe -separato, e caderebbe alla generazion del -vacuo, come di sopra è detto. Adunque è -necessario che, a volere restare infra l’aria, -che esso s’infonda in una quantità d’aria, -e, se si mista <span class="inl-note">[si mescola, si unisce]</span> coll’aria, elli seguita due inconvenienti, -cioè, che elli levifica <span class="inl-note">[rende leggera]</span> quella -quantità dell’aria, dove esso si mista, per -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -la qual cosa l’aria levificata per sè vola in -alto, e non resta infra l’aria più grossa di -lei; e oltre a questo tal virtù spirituale -sparsa si disunisce, e altera sua natura, -per la qual cosa esso manca della prima -virtù. -</p> - -<p> -Aggiugnesi un terzo inconveniente, e -questo è, che tal corpo d’aria, preso dallo -spirito, è sottoposto alla penetrazion dei -venti, li quali al continuo disuniscono e -stracciano le parti unite dell’aria, quelle -rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. -Adunque lo spirito in tale aria infuso, sarebbe -smembrato, o vero sbranato e rotto, -insieme collo sbranamento dell’aria, nella -qual s’infuse. -</p> - -<h3>X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO -D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O NO.</h3> - -<p> -Impossibile è che lo spirito, infuso a una -quantità d’aria, possa movere essa aria; e -questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo -spirito levifica quella quantità dell’aria, -nella quale esso s’infonde. — Adunque -tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, -e sarà moto fatto dell’aria per la sua levità -e non per moto volontario dello spirito -e, se tale aria si scontra nel vento, per -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -la 3ª di questo, essa aria sarà mossa dal -vento e non dallo spirito, in lei infuso. -</p> - -<h3>XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.</h3> - -<p> -Volendo mostrare, se lo spirito può parlare -o no, è necessario in prima definire che -cosa è voce, e come si genera: e diremo in -questo modo: — <i>la voce è movimento d’aria -confricata in corpo denso o ’l corpo denso -confricato nell’aria (che è il medesimo), la -qual confricazione di denso con raro condensa -il raro, e fassi resistenza; e ancora il -veloce raro nel tardo raro si condensano l’uno -e l’altro ne’ contatti, e fanno suono e grandissimo -strepito.</i> — È il suono, overo mormorio, -fatto dal raro che si muove nel raro, -con mediocre movimento, come la gran -fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è -il grandissimo strepito fatto di raro con -raro, quando il veloce raro penetra in mobile -raro, come la fiamma del foco uscita -dalla bombarda e percossa infra l’aria, e -ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) -percuote l’aria nella generazion delle saette. -</p> - -<p> -Adunque diremo, che lo spirito non possa -generar voce sanza movimento d’aria, e aria -in lui non è, nè la può cacciare da sè, se -egli non l’ha; e se vol movere quella, nella -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -quale lui è infuso, egli è necessario che lo -spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se -lui non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno -raro si move, se non ha loco stabile, -donde lui pigli movimento, e massimamente -avendosi a movere lo elemento nello elemento, -il quale non si move da sè, se non -per vaporazione <span class="inl-note">[effusione]</span> uniforme al centro della -cosa vaporata, come accade nella spugna -ristretta nella mano, che sta sotto l’acqua, -dalla qual l’acqua fugge, per qualunque -verso, con egual movimento per le fessure -interposte infra le dita della man, che dentro -a sè la strignie. — -</p> - -<p> -Se lo spirito ha voce articulata, e se lo -spirito può essere audito. -</p> - -<p> -E che cosa è audire e vedere: l’onda -della voce va per l’aria, come le spezie delli -obbietti vanno all’occhio. -</p> - -<h3>XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -O matematici fate lume a tale errore! -</p> - -<p> -Lo spirito non ha voce, perchè dov’è -voce è corpo, e dove è corpo è occupazion -di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -delle cose poste dopo tale loco: adunque -tal corpo empie di sè tutta la circostante -aria, cioè con le sua spezie <span class="inl-note">[colle sue immagini]</span>. -</p> - -<h3>XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Non po’ essere voce, dove non è movimento -o percussione d’aria, non po’ essere -percussione d’essa aria, dove non è strumento, -non po’ essere strumento incorporeo. -Essendo così, uno spirito non po’ avere nè -voce, nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, -non potrà penetrare, nè entrare, dove li usci -sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria -congregata e ristretta insieme lo spirito piglia -i corpi di varie forme, e per quello strumento -parla e move con forza; — a questa -parte dico, che, dove non è nervi e ossa, non -po’ essere forza operata, in nessuno movimento, -fatto da gl’imaginati spiriti. -</p> - -<h3>XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.</h3> - -<p> -Della fallace Fisonomia e Chiromanzia -non mi astenderò, perchè in loro non è verità, -e questo si manifesta, perchè tali chimere -non hanno fondamenti scientifici. -</p> - -<p> -Ver è che li segni de’ volti mostrano in -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -parte la natura degli uomini, li lor vizi e -complessioni <span class="inl-note">[temperamenti]</span>, ma nel volto: -</p> - -<p> -<i>a</i>) Li segni, che separano le guance -da’ labbri della bocca, e le nari del naso, e -casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini -allegri e spesso ridenti; e quelli, che -poco li segnano, sono uomini operatori della -cogitazione. -</p> - -<p> -<i>b</i>) E quelli, ch’hanno le parti del viso -di gran rilievo e profondità, sono uomini -bestiali e iracondi, con poca ragione. -</p> - -<p> -<i>c</i>) E quelli, ch’hanno le linee interposte -infra le ciglia forte evidenti, sono iracondi. -</p> - -<p> -<i>d</i>) E quelli, che hanno le linee trasversali -della fronte forte lineate, sono uomini -copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E -così si po’ dire di molte parti. — -</p> - -<p> -Ma della mano? Tu troverai grandissimi -eserciti essere morti ’n una medesima ora -di coltello, che nessun segno della mano è -simile l’uno all’altro; e così in un naufragio. -</p> - -<h3>XV. — CONTRO I RICERCATORI -DEL MOTO PERPETUO.</h3> - -<p> -L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è -chiamata, o ell’è cacciata, o ella si move da -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, -quale è esso addimandatore? s’ella è -cacciata, chi è quel che la caccia? s’ella si -move da sè, ella mostra d’avere discorso: il -che nelli corpi di continua mutazione di -forma è impossibile avere discorso, perchè -in tali corpi non è giudizio <span class="inl-note">[coscienza]</span>. -</p> - -<h3>XVI. — SEGUE.</h3> - -<p> -L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè -non si move, s’ella non discende. -</p> - -<p> -L’acqua per sè non si ferma, s’ella non -è contenuta. -</p> - -<h3>XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.</h3> - -<p> -O speculatori dello continuo moto quanti -vani disegni, in simile cerca, avete creato! -accompagnatevi colli cercatori dell’oro. -</p> - -<h3>XVIII. — AVVERTIMENTO.</h3> - -<p> -Non si debbe desiderare lo impossibile. -</p> - -<h3>XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.</h3> - -<p> -Voglio far miracoli! Abbi men che li altri -omini più quieti: e quelli, che vogliono -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo -in gran povertà, come interviene e interverrà -in eterno alli alchimisti, cercatori di -creare oro e argento, e all’ingegnieri, che -vogliono che l’acqua morta dia vita motiva -a sè medesima con continuo moto, e al -sommo stolto negromante e incantatore. -</p> - -<h3>XX. — CONTRO I MEDICI.</h3> - -<p> -Omini son eletti per medici di malattie -da loro non conosciute. -</p> - -<h3>XXI. — ANCORA.</h3> - -<p> -Ogni omo desidera far capitale per dare -a’ medici, destruttori di vite. -</p> - -<p> -Adunque devono esser ricchi. -</p> - -<h3>XXII. — ANCORA.</h3> - -<p> -E ingegnati di conservare la sanità, la -qual cosa tanto più ti riuscirà, quanto più -da’ fisici <span class="inl-note">[medici]</span> ti guarderai, perchè le sue composizioni -son di specie d’Alchimia, della quale -non è men numero di libri, ch’esista di Medicina. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -</p> - -<h3>XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE -NELLA VITA ANIMALE.</h3> - -<p> -La natura ha posto, nel moto dell’omo, -tutte quelle parti dinanzi, le quali percotendo, -l’orno abbia a sentire doglia; e questo -si sente ne’ fusi delle gambe e nella -fronte e naso: ed è fatto a conservazione -dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi -preparato in essi membri, certo le molte -percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero -causa della lor destruzione. -</p> - -<h3>XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO -IL DOLORE.</h3> - -<p> -Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime -vegetative col moto <span class="inl-note">[gli animali]</span>, per conservazione -delli strumenti, i quali pel moto si -potrebbono diminuire e guastare; l’anime -vegetative sanza moto <span class="inl-note">[le piante]</span> non hanno a percotere -ne’ contra sè posti obietti, onde la doglia -non è necessaria nelle piante, onde -rompendole non sentono dolore, come quelle -delli animali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -</p> - -<h3>XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI -A CONSERVAZION DELLA VITA.</h3> - -<p> -Lussuria è causa della generazione. -</p> - -<p> -Gola è mantenimento della vita. -</p> - -<p> -Paura over timore è prolungamento di -vita. -</p> - -<p> -Dolore è salvamento dello strumento. -</p> - -<h3>XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.</h3> - -<p> -Sì come l’animosità è pericolo di vita, -così la paura è sicurtà di quella. -</p> - -<h3>XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO -DELL’ANIMA.</h3> - -<p> -Chi vole vedere come l’anima abita nel -suo corpo, guardi come esso corpo usa la -sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è -sanza ordine e confusa, disordinato e confuso -fia il corpo tenuto dalla su’ anima. -</p> - -<h3>XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA -DALLA MATERIA CORPOREA.</h3> - -<p> -L’anima mai si può corrompere nella -corruzione del corpo, ma fa a similitudine -del vento, ch’è causa del sono dell’organo, -che, guastandosi una canna, non resultava -per quella del vôto buono effetto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -</p> - -<h3>XXIX. — LA MEMORIA.</h3> - -<p> -Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, -salvo che ’l sommo danno, cioè la -morte, che uccide essa ricordazione insieme -colla vita. -</p> - -<h3>XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.</h3> - -<p> -Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo -cielo è sottoposto allo spirito. -</p> - -<h3>XXXI. — RAGIONE E SENSO.</h3> - -<p> -I sensi sono terrestri, e la ragione sta -fuori di quelli, quando contempla. -</p> - -<h3>XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.</h3> - -<p> -Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, -gran martire. -</p> - -<h3>XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE -DELL’UOMO.</h3> - -<p> -Non si dimanda ricchezza quella che si -può perdere, la virtù è vero nostro bene, ed -è vero premio del suo possessore: lei non -si può perdere, lei non ci abbandona, se -prima la vita non ci lascia; le robe e le -esterne dovizie sempre le tieni con timore, -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -e ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il -loro possessore, perdendo la possessione. -</p> - -<h3>XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO -È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.</h3> - -<p> -A torto si lamentan li omini della fuga -del tempo, incolpando quello di troppa velocità, -non s’accorgendo quello esser di bastevole -transito; ma bona memoria, di che -la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa -lungamente passata ci pare esser presente. -</p> - -<h3>XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE -E DEL SENSO.</h3> - -<p> -Il giudizio nostro non giudica le cose, -fatte in varie distanzie di tempo, nelle debite -e proprie lor distanzie, perchè molte -cose passate di molti anni parranno propinque -e vicine al presente, e molte cose -vicine parranno antiche, insieme coll’antichità -della nostra gioventù; e così fa l’occhio -infra le cose distanti, che, per essere -alluminate dal sole, paiano vicine all’occhio, -e molte cose vicine paiano distanti. -</p> - -<h3>XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.</h3> - -<p> -Non ci manca modi, nè vie di compartire -e misurare questi nostri miseri giorni, -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli -e trapassargli indarno e sanza alcuna -loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria -nelle menti de’ mortali. Acciò che questo -nostro misero corso non trapassi indarno. -</p> - -<h3>XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.</h3> - -<p> -L’età, che vola, discorre <span class="inl-note">[scorre]</span> nascostamente, -e inganna altrui; e niuna cosa è più veloce -che gli anni, e chi semina virtù fama raccoglie. -</p> - -<h3>XXXVIII. — EPIGRAMMA.</h3> - -<p> -O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno -ha similitudine colla morte; o perchè non -fai adunque tale opra, che, dopo la morte, -tu abbi similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, -farti, col sonno, simile ai tristi morti? -</p> - -<h3>XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.</h3> - -<p> -L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima -di quella che andò e la prima di quella che -viene: così il tempo presente. -</p> - -<h3>XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.</h3> - -<p> -La vita bene spesa lunga è. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -</p> - -<h3>XLI. — LA VITA LABORIOSA.</h3> - -<p> -Sì come una giornata bene spesa dà -lieto dormire, così una vita bene usata dà -lieto morire. -</p> - -<h3>XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.</h3> - -<p> -O tempo, consumatore delle cose, e o -invidiosa antichità, tu distruggi tutte le -cose! e consumate tutte le cose dai duri -denti della vecchiezza, a poco a poco, con -lenta morte! Elena, quando si specchiava, -vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte -per la vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè -fu rapita due volte. -</p> - -<p> -O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa -antichità, per la quale tutte le (cose) -sono consumate! -</p> - -<h3>XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA -ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA L’OPERE -DI DIO.</h3> - -<p> -Sono infra ’l numero delli stolti una certa -setta detti ipocriti, ch’al continuo studiano -d’ingannare sè e altri, ma più altri, che sè: -ma invero ingannano più loro stessi, che gli -altri. E questi son quelli, che riprendono li -pittori, li quali studiano li giorni delle feste, -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -nelle cose appartenenti alla vera cognizione -di tutte le figure, ch’hanno le opere -di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano -d’acquistare la cognizione di quelle, quanto -a loro sia possibile. -</p> - -<p> -Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l -modo di conoscere l’Operatore di tante mirabili -cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto -Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce -dalla gran cognizione della cosa, che si ama: -e se tu non la conoscerai, poco o nulla la -potrai amare; e se tu l’ami per il bene, che -t’aspetti da lei, e non per la somma sua virtù, -tu fai come ’l cane, che mena la coda, e -fa festa, alzandosi verso colui, che li po’ dare -un osso. Ma se conoscesse la virtù di tale -omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù -fussi al suo proposito. -</p> - -<h3>XLIV. — PREGHIERA.</h3> - -<p> -Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, -che ragionevolmente portare ti debbo, -secondariamente, chè tu sai abbreviare o -prolungare la vita alli omini. -</p> - -<h3>XLV. — ORAZIONE.</h3> - -<p> -Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per -prezzo di fatica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -</p> - -<h3>XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.</h3> - -<p> -E molti fecen bottega, ingannando la -stolta moltitudine, e, se nessun si scoprìa -conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano. -</p> - -<h3>XLVII. — ANCORA.</h3> - -<p> -Farisei frati santi vol dire. -</p> - -<h3>XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.<a class="tagtitle" id="tag141" href="#note141">[141]</a></h3> - -<p> -Nulla può essere scritto per nuovo ricercare. -</p> - -<h3>XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.</h3> - -<p> -La pazienza fa contra alle ingiurie non -altrimenti che si faccino i panni contra del -freddo; imperò che, se ti multiplicherai di -panni secondo la multiplicazione del freddo, -esso freddo nocere non ti potrà; similmente -alle grandi ingiurie cresci la pazienza, -esse ingiurie offendere non ti potranno -la tua mente. -</p> - -<h3>L. — CONSIGLI AL PARLATORE.</h3> - -<p> -Sempre le parole, che non soddisfano -all’orecchio dello auditore, li danno tedio -over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, -spesse volte tali auditori essere copiosi -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi -a omini, di chi tu cerchi benivolenza, -quando tu vedi tali prodigi di rincrescimento, -abbrevia il tuo parlare o tu muta -ragionamento; e se altramente farai, allora, -in loco della desiderata grazia, tu acquisterai -odio e inimicizia. -</p> - -<p> -E se vuoi vedere di quel che un si diletta, -sanza udirlo parlare, parla a lui mutando -diversi ragionamenti, e quel dove tu -lo vedi stare intento, sanza sbadigliamenti -o storcimenti di ciglia o altre varie azioni, -sta certo che quella cosa, di che si parla, è -quella, di che lui si diletta. -</p> - -<h3>LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.</h3> - -<p> -Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha -bisogno, più si rifiuta; e questo è il consiglio, -mal volontieri ascoltato, da chi ha -più bisogno, cioè dagl’ignoranti. -</p> - -<p> -Ecci una cosa, che, quanto più n’hai -paura e più la fuggi, più te l’avvicini; e -questo è la miseria, che quanto più la fuggi, -più ti farai misero e sanza riposo. -</p> - -<p> -Quando l’opera sia pari col giudizio, -quello è tristo segno, in quel giudizio; e -quando l’opera supera il giudizio, questo è -pessimo, com’accade a chi si maraviglia -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -d’avere sì ben operato; e quando il giudizio -supera l’opera, questo è perfetto segno; -e se gli è giovane, in tal disposizione, sanza -dubbio questo fia eccellente operatore, ma -fia componitore di poche opere. Ma fieno di -qualità, che fermeranno gli uomini con -admirazione, a contemplar le sue perfezioni. -</p> - -<h3>LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.</h3> - -<p> -Nessuna cosa è da temere più che la -sozza fama. -</p> - -<p> -Questa sozza fama è nata da’ vizi. -</p> - -<p> -Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, -si può riformare, ma il cotto no. -</p> - -<p> -Il vôto nasce, quando la speranza more. -</p> - -<p> -Non è sempre bono quel ch’è bello.... E -in questo errore sono i belli parlatori, sanza -alcuna sentenza. -</p> - -<p> -Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato -in un anno. -</p> - -<p> -La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, -è fragile. -</p> - -<p> -Reprendi l’amico in segreto, e laudalo -in palese. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<p> -Chi teme i pericoli, non perisce per -quegli. -</p> - -<p> -Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l -ben, che non mi giova. -</p> - -<p> -Chi altri offende, sé non sicura. -</p> - -<p> -Non essere bugiardo del preterito. -</p> - -<p> -La stoltizia è scudo della menzogna, come -la improntitudine della povertà. -</p> - -<p> -Dov’è libertà, non è regola. -</p> - -<p> -Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno -manco si stima, è il consiglio. -</p> - -<p> -Mal fai se laudi e peggio se riprendi la -cosa, quando ben tu non la intendi. -</p> - -<p> -Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti -gelatina in Mongibello. -</p> - -<p> -Le minaccie solo sono arme dello imminacciato. -</p> - -<p> -Dimanda consiglio a chi ben si corregge. -</p> - -<p> -Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, -e si assomiglia al re delle ave. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -</p> - -<p> -Chi non punisce il male, comanda che si -facci. -</p> - -<p> -Chi piglia la biscia per la coda, quella -poi lo morde. -</p> - -<p> -Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso. -</p> - -<p> -Chi non raffrena la voluttà, con le bestie -s’accompagni. -</p> - -<p> -Non si po’ avere maggior nè minore signoria, -che quella di sè medesimo. -</p> - -<p> -Chi poco pensa, molto erra. -</p> - -<p> -Più facilmente si contesta al principio, -che al fine. -</p> - -<p> -Nessuno consiglio è più leale, che quello -che si dà dalle navi, che sono in pericolo. -</p> - -<p> -Aspetti danno quel, che si regge per giovane -in consiglio. -</p> - -<p> -Tu cresci in reputazione, come il pane in -mano a’ putti. -</p> - -<p> -Non po’ essere bellezza e utilità? come -appare nelle fortezze e nelli omini. -</p> - -<p> -Chi non teme, spesso è pien di danni -spesso si pente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<p> -Se tu avessi il corpo secondo la virtù, -tu non caperesti <span class="inl-note">[non saresti contenuto, non vivresti]</span> in questo mondo. -</p> - -<p> -Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone -lo assedio, e la combatte; e dond’ella si -parte, vi lascia il dolore e pentimento. -</p> - -<p> -Le bellezze con le bruttezze paiono più -potenti l’una per l’altra. -</p> - -<p> -Raro cade chi ben cammina. -</p> - -<p> -Oh miseria umana, di quante cose per -danari ti fai servo! -</p> - -<p> -Sommo danno è, quando l’opinione avanza -l’opera. -</p> - -<p> -Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto -a dire male d’un bono. -</p> - -<p> -La verità fa qui, che la bugia affligga le -lingue bugiarde. -</p> - -<p> -Chi non stima la vita, non la merita. -</p> - -<p> -Cosa bella mortal passa e non dura. -</p> - -<p> -Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi -occultata. -</p> - -<p> -L’oro in verghe, s’affinisce nel foco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -</p> - -<p> -Spola: tanto mi moverò che la tela fia -finita. -</p> - -<p> -Ogni torto si dirizza. -</p> - -<p> -Di lieve cosa nasciesi gran ruina. -</p> - -<p> -Al cimento si conosce il fine oro. -</p> - -<p> -Tal fia il getto, qual fia la stampa. -</p> - -<p> -Chi scalza il muro, quello gli cade addosso. -</p> - -<p> -Chi taglia la pianta, quella si vendica colla -sua ruina. -</p> - -<p> -L’edera è di lunga vita. -</p> - -<p> -Al traditore la morte è vita, perchè, se -usa gli altri, non gli è creduto. -</p> - -<p> -Quando fortuna viene, prendil’a man salva, -dinanzi dico, perchè dirieto è calva. -</p> - -<p> -Constanzia: non chi comincia, ma quel -che persevera. -</p> - -<p> -Impedimento non mi piega. -</p> - -<p> -Ogni impedimento è distrutto dal rigore. -</p> - -<p> -Non si volta chi a stella è fisso. -</p> - -<h3>LIII. — LA VERITÀ.</h3> - -<p> -Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, -e rendo la verità, scacciando le tenebre. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -</p> - -<p> -Il foco è da essere messo per consumatore -d’ogni sofistico e scopritore e dimostratore -di verità, perchè lui è luce, scacciatore -delle tenebre, occultatrici d’ogni essenzia. -</p> - -<p> -Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, -e sol mantiene la verità, cioè l’oro. -</p> - -<p> -La verità al fine non si cela: non val -simulazione. -</p> - -<p> -Simulazione è frustrata, avanti a tanto -giudice. -</p> - -<p> -La bugìa mette maschera. -</p> - -<p> -Nulla occulta sotto il sole. -</p> - -<p> -Il foco è messo per la verità, perchè -distrugge ogni sofistico e bugìa, e la maschera -per la falsità e bugìa, occultatrici -del vero. -</p> - -<h3>LIV. — IL BEN FARE.</h3> - -<p> -Prima privato di moto che stanco di giovare, -mancherà prima il moto che ’l giovamento. -</p> - -<p> -Prima morte che stanchezza. Non mi sazio -di servire. Non mi stanco nel giovare. -</p> - -<p> -Tutte le opere non son per istancarmi. -</p> - -<p> -È motto da carnovale. <i>Sine lassitudine</i>. -</p> - -<p> -Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre -preziose, queste mai si stancano di servire, -ma tal servizio è sol per sua utilità e non è -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -al nostro proposito. Natura così mi dispone, -naturalmente. -</p> - -<h3>LV. — LA INGRATITUDINE.</h3> - -<p> -Sia fatto in mano alla ingratitudine. -</p> - -<p> -Il legno notrica il foco che lo consuma. -</p> - -<p> -Quando apparisce il sole che scaccia le -tenebre in comune, tu spegni il lume, che -te le scacciava in particolare, a tua necessità -e commodità. -</p> - -<h3>LVI. — LA INVIDIA.</h3> - -<p> -La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè -col detrarre, la qual cosa spaventa la virtù. -</p> - -<p> -Questa Invidia si figura colle fiche verso -il cielo, perchè, se potesse, userebbe le sue -forze contro a Dio. Fassi colla maschera in -volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella -è ferita nella vista da palma e olivo, fassi -ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare -che vittoria e verità l’offendono. Fassile -uscire molte folgori a significare il suo -mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre -in continuo struggimento, fassile il core -roso da un serpente enfiante. Fassile un turcasso, -e le freccie lingue, perchè spesso con -quella offende. Fassile una pelle di liopardo, -perchè quello per invidia ammazza -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -il leone, con inganno. Fassile un vaso in -mano pien di fiori, e sia quello pien di -scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile -cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non -morendo, mai languisce: a signoreggiare; -fassile la briglia carica di diverse armi, -perchè tutti strumenti della morte. -</p> - -<p> -Subito che nasce la virtù quella partorisce -contra sè la Invidia, e prima fia il -corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la -Invidia. -</p> - -<h3>LVII. — LA FAMA.</h3> - -<p> -La Fama sola si leva al cielo, perchè le -cose virtudiose sono amiche a Dio; la Infamia -sotto sopra figurare si debbe, perchè -tutte sue operazioni son contrarie a Dio, e -inverso l’inferi si dirizzano. -</p> - -<p> -Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona -piena di lingue, in iscambio di penne, -e ’n forma d’uccello. -</p> - -<h3>LVIII. — PIACERE E DOLORE.</h3> - -<p> -Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere -e figuransi binati <span class="inl-note">[nati sul medesimo tronco]</span>, perchè mai l’uno -è spiccato dall’altro; fannosi colle schiene -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -voltate, perchè son contrarî l’uno all’altro; -fannosi fondati sopra un medesimo corpo, -perchè hanno un medesimo fondamento: imperocchè -il fondamento del Piacere si è la -fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere -si sono i varî e lascivi piaceri. E -però qui si figura colla canna nella man -destra, ch’è vana e sanza forza, e le punture -fatte con quella son venenose. Mettonsi -(le canne) in Toscana al sostegno -de’ letti, a significare che quivi si fanno i -vani sogni, e quivi si consuma gran parte -della vita, quivi si gitta di molto utile tempo, -cioè quel della mattina, chè la mente è sobria -e riposata, e così il corpo atto a ripigliare -nove fatiche; ancora lì si pigliano -molti vani piaceri e colla mente, imaginando -cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando -que’ piaceri, che spesso son cagione di mancamento -di vita; sicchè per questo si tiene -la canna per tali fondamenti. -</p> - -<h3>LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA -DELL’UOMO.</h3> - -<p> -Ho trovato nella composizione del corpo -umano, che, come in tutte le composizioni -delli animali, esso è di più ottusi e grossi -sentimenti: così è composto di strumento -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -manco ingegnoso e di lochi manco capaci a -ricevere la virtù de’ sensi. -</p> - -<p> -Ho veduto nella spezie leonina il senso -dell’odorato avere parte della sustanzia del -celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo -contro al senso dello odorato, il -quale entra infra gran numero di saccoli -cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento -del predetto celabro. Li occhi della -spezie leonina hanno gran parte della lor -testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici -immediate congiugnersi col celabro; il che -alli omini si vede in contrario, perchè le -casse delli occhi sono una piccola parte del -capo, e li nervi ottici sono sottili e lunghi -e deboli, e, per debole operazione, si vede -poco il dì e peggio la notte, e li predetti -animali vedono (più) in nella notte che ’l -giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano -di notte e dormono il giorno, come -fanno ancora li uccelli notturni. -</p> - -<h3>LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.<a class="tagtitle" id="tag142" href="#note142">[142]</a></h3> - -<p> -Come tu hai descritto il Re delli animali — ma -io meglio direi dicendo Re delle -bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non -li hai uccisi, acciò che possino poi darti li -lor figlioli in benefizio della tua gola, colla -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti -li animali? -</p> - -<p> -E più oltre direi se ’l dire il vero mi -fusse integramente lecito. Ma non usciamo -delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, -la qual non accade nelli animali -terrestri: imperocchè in quelli non si -trovano animali, che mangino della loro -specie, se non per mancamento di celabro <span class="inl-note">[di cervello, di senno]</span>, -(in poche infra loro e de’ madri, come infra -li omini, benchè non sieno in tanto numero), -e questo non accade se non nelli animali -rapaci, come nella spezie leonina, e -pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li -quali alcuna volta si mangiano i figlioli.... -</p> - -<p> -Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, -madre, fratello e amici e non ti basta -questi, che tu vai a caccia per le altrui isole, -pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi -li testiculi, fai ingrassare e te li cacci giù -per la gola. Or non produce la natura tanti -semplici <span class="inl-note">[vegetali]</span>, che tu ti possa saziare? e, se -non ti contenti de’ semplici, non puoi tu -con le mistion di quelli fare infiniti composti, -come scrisse il Platina e li altri autori -di gola? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -</p> - -<h3>LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.</h3> - -<p> -UOMO — la descrizione dell’omo, nella -qual si contengono quelli, che son quasi di -simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, -che son molti. -</p> - -<h3>LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.</h3> - -<p> -Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo -è sempre a uso dell’universale andare delli -animali di quattro piedi, imperocchè siccome -essi movono i loro piedi in croce a uso -del trotto del cavallo, così l’omo in croce -si move le sue quattro membra, cioè se caccia -innanzi il piè destro, per camminare, egli -caccia innanzi con quello il braccio sinistro, -e sempre così sèguita. -</p> - -<h3>LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO -VI È UN LENTO TRAPASSO.</h3> - -<p> -Fa uno particulare trattato nella descrizione -de’ movimenti delli animali di quattro -piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui -nella infanzia va con quattro piedi. -</p> - -<h3>LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.</h3> - -<p> -Alli miei giorni mi ricordo aver visto, -nella mia puerizia, li omini e piccoli e grandi -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati -in tutte le parti sì da capo, come da piè e -da lato; e ancora parve tanto bella invenzione, -a quell’età, che frappavano ancora le -dette frappe, e portavano li cappucci in simile -modo e le scarpe e le creste frappate, -che uscivano dalle principali cuciture delli -vestimenti, di varî colori. -</p> - -<p> -Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, -armi, — che si portano per offendere, — i -collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni -da piedi, le code de’ vestimenti, e in effetto -infino alle bocche, di chi volean parer belli, -erano appuntate di lunghe e acute punte. -</p> - -<p> -Nell’altra età cominciorno a crescere le -maniche e eran talmente grandi, che ciascuna -per se era maggiore della veste; poi -cominciorno a alzare li vestimenti intorno -al collo tanto, ch’alla fine copersono tutto -il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, -che i panni non potevano essere sostenuti -dalle spalle, perchè non vi si posavan -sopra. -</p> - -<p> -Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, -che al continuo gli uomini avevano -le braccia cariche di panni, per non li pestare -co’ piedi; poi vennero in tanta stremità, -che vestivano solamente fino a’ fianchi -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -e alle gomita, e erano sì stretti, che da -quelli pativano gran supplicio e molti ne -crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che -le dita d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, -e caricavansi di calli. -</p> - -<h3>LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: -GIACOMO.<a class="tagtitle" id="tag143" href="#note143">[143]</a></h3> - -<p> -A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo -libro, e ricominciai il cavallo. -</p> - -<p> -Jacomo venne a stare con meco il dì -della Maddalena nel 1490, d’età d’anni 10. -</p> - -<ul> -<li>ladro,</li> -<li>bugiardo,</li> -<li>ostinato,</li> -<li>ghiotto.</li> -</ul> - -<p> -Il secondo dì li feci tagliare -due camice, uno paro di calze e -un giubbone, e, quando mi posi i -dinari a lato per pagare dette -cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, -e mai fu possibile farlielo confessare, ben -ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4. -</p> - -<p> -Il dì seguente andai a cena con Jacomo -Andrea, e detto Jacomo cenò per due e fece -male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, -versò il vino e, dopo questo, venne a -cena dove me. -</p> - -<p> -Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio -di valuta di 12 soldi a Marco, che stava -co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo -dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -assai cerco, lo trovò nascosto in nella cassa -di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. <span class="inl-note">[soldi di Lira]</span> 2. -</p> - -<p> -Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo -io in casa di Messer Galeazzo da Sanseverino -a ’rdinare la festa della sua giostra, -e spogliandosi certi staffieri, per provarsi -alcune veste d’omini salvatichi <span class="inl-note">[rustici, del contado]</span>, ch’a detta -festa accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella -d’uno di loro, la qual era in sul letto -con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro -vi trovò. — Lire 2 s. di L. 4. -</p> - -<p> -Item, essendomi da maestro Agostino da -Pavia, donato in detta casa una pelle turchesca -da fare uno paro di stivaletti, esso -Jacomo, infra uno mese, me la rubò e vendella -a un acconciatore di scarpe per 20 soldi -de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi -confessò, ne comprò anici, confetti. Lire 2. -</p> - -<p> -Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando -Gian Antonio uno graffio d’argento sopra -uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, -il quale era di valuta di soldi 24. Lire 1 s. -di L. 4. -</p> - -<p> -Il primo anno un mantello: Lire 2; camice -6: Lire 4; 3 giubboni: Lire 6; 4 para di -calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -L. 5; 24 para di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una -berretta L. 1; in cinti, stringhe.... L. 1. -</p> - -<h3>LXVI. — LEONARDO -ANALIZZATORE DELL’UOMO.</h3> - -<p> -Tutti i mali, che sono e che furono, essendo -messi in opera da costui, non saddisfarebbono -al desiderio del suo iniquo animo. -I’ non potrei, con lunghezza di tempo, descrivervi -la natura di costui. -</p> - -<h3>LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA -A GIULIANO DE’ MEDICI.<a class="tagtitle" id="tag144" href="#note144">[144]</a></h3> - -<p> -Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo -mio Signore, del desiderato acquisto di vostra -sanità, che quasi il male mio da me -s’è fuggito. Ma assai mi rincresce il non -avere io potuto satisfare alli desidèri di Vostra -Eccellenza, mediante la malignità di -cotesto ingannatore tedesco; per il quale -non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla -quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente -invitarlo ad abitare e vivere -con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo -l’opera, che lui facesse e con facilità -ricorreggerei li errori, e oltre di questo imparerebbe -la lingua italiana, mediante la -quale lui con facilità potrebbe parlare sanza -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -interprete; e li sua dinari li furon sempre -dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta -di costui fu di avere li modelli finiti di legname, -com’ellino aveano a essere di ferro, -e’ quali volea portare nel suo paese. La qual -cosa io li negai dicendoli, ch’io li darei in -disegno la larghezza, lunghezza e grossezza -e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così -restammo mal volontieri. -</p> - -<p> -La seconda cosa fu, che si fece un’altra -bottega, e morse e strumenti, dove dormiva -e quivi lavorava per altri; dipoi andava a -desinare co’ Svizzeri della guardia, dove sta -gente sfaccendata, della qual cosa lui tutti -li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano -due o tre di loro, colli scoppietti, ammazzavano -uccelli per le anticaglie, e questo -durava insino a sera. -</p> - -<p> -E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli -lavoro, lui si crucciava e diceva, che non -volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar -suo era per la guardaroba di Vostra -Eccellenza. E passò due mesi, e così seguitava, -e indi trovando Gian Niccolò della -guardaroba, domandailo se ’l Tedesco avea -finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse -non esser vero, ma che solamente li avea -dato a nettar dua scoppietti. Di poi, facendolo -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -io sollecitare, lui lasciò la bottega, e -perdè assai tempo nel fare un’altra morsa -e lime e altri strumenti a vite, e quivi lavorava -mulinelli da torcere seta, li quali -nascondeva, quando un de’ mia v’entrava, -e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo -che nessun de’ mia voleva più entrare. -</p> - -<p> -Al fine ho trovato, come questo maestro -Giovanni delli Specchi è quello, che ha fatto -il tutto per due cagioni: e la prima, perchè -lui ha avuto a dire, che la venuta mia qui -li ha tolto la conversazione di Vostra Signoria.... -L’altra è che la stanza di quest’omini.... -disse convenirsi a lui per lavorare -li specchi, e di questo n’ha fatto dimostrazione, -chè, oltre al farmi costui nimico, -li ha fatto vendere ogni suo e lasciare a -lui la sua bottega, nella quale lavora con -molti lavoranti assai specchi per mandare -alle fiere. -</p> - -<h3>LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA -E’ POSSONO ASPETTARE PREMIO DI -LOR VIRTÙ?</h3> - -<p> -E in questo caso io so, che io ne acquisterò -non pochi nemici, conciò sia che nessun -crederà, ch’io possa dire di lui; perchè -pochi son quelli a chi i sua vizi dispiacciano, -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -anzi solamente a quegli uomini li -dispiacciono, che son di natura contrarî a -tali vizi; e molti odiano li padri, e guastan -le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non -vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno -uman consiglio. -</p> - -<p> -E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, -non lo scacciate da voi, fategli onore, acciò -che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi -nelli eremi o spelonche o altri lochi -soletari, per fuggirsi dalle vostre insidie; e, -se alcun di questi tali si trova, fateli onore, -perchè questi sono li vostri Iddii terrestri, -questi meritan da voi le statue e li simulacri.... -</p> - -<p> -Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri -non sien da voi mangiati, come ancora in -alcuna regione dell’India<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>, chè quando li simulacri -operano alcuno miraculo, secondo -loro, li sacerdoti li tagliano in pezzi (essendo -di legno) e ne danno a tutti quelli -del paese — non sanza premio. — E ciascun -raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra -la prima vivanda che mangiano, e così -tengono per fede aversi mangiato il suo -Santo, e credono che lui li guardi poi da -tutti li pericoli. -</p> - -<p> -Che ti pare omo qui della tua specie? -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -sei tu così savio come tu ti tieni? son queste -cose da esser fatte da omini? -</p> - -<h3>LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO -E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.</h3> - -<p> -Il quale spirito ritrova il cerebro, donde -partito s’era; con alta voce, con tali parole -mosse: -</p> - -<p> -— O felice, o avventurato spirito, donde -partisti! io ho questo uomo, a male mio -grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di -villania, questo è proprio ammunizione <span class="inl-note">[cumulo, somma]</span> di -somma ingratitudine, in compagnia di tutti -i vizi. -</p> - -<p> -Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? -La somma de’ peccati solo in lui -trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, -che alcuna bontà possegga, non altrimenti, -come che me, dalli altri uomini trattati -sono; e in effetto io ho questa conclusione, -ch’è male s’elli sono nimici, e peggio -s’elli son amici. -</p> - -<h3>LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.</h3> - -<p> -Io ho uno, che, per aversi di me promesso -cose assai men che debite, essendo -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, -ha tentato di tormi tutti li amici; -e perchè li ha trovati savi e non leggeri -al suo volere, mi ha minacciato, che trovate -le annunziazioni <span class="inl-note">[accuse]</span>, che mi torrà i benefattori; -onde io ho di questo informato Vostra -Signoria, acciò che, volendo questi seminare -li usati scandali, non trovi terreno atto -a seminare i pensieri e li atti della sua -mala natura. — Che, tentando lui fare di -Vostra Signoria strumento della sua iniqua -e malvagia natura, rimanga ingannato di -suo desiderio. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<h2 id="parte">PENSIERI SULL’ARTE.</h2> - -<h2 id="difesa">DIFESA DELLA PITTURA -CONTRO LE ARTI LIBERALI.</h2> - -<h3>I. — PROEMIO.</h3> -</div> - -<p> -Con debita lamentazione si dole la Pittura -per essere lei scacciata dal numero delle arti -liberali, conciossiachè essa sia vera figliola -della natura e operata da più degno senso <span class="inl-note">[l’occhio]</span>. -</p> - -<p> -Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata -fuori del numero di dette arti liberali, conciossiachè -questa, non che alle opere di natura, -ma ad infinite attende, che la natura -mai le creò. -</p> - -<h3>II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA -NELLE SCIENZE?</h3> - -<p> -Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia -della scienza della Pittura, non hanno -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -possuto descriverne i gradi e parti di quella, -e lei medesima non si dimostra col suo -fine <span class="inl-note">[l’opera artistica]</span> nelle parole, essa è restata, mediante -l’ignoranza, indietro alle predette scienze -non mancando per questo di sua divinità. -</p> - -<p> -E veramente non sanza cagione non l’hanno -nobilitata, perchè per sè medesima si -nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, -non altrementi che si facciano l’eccellenti -opere di natura. E se i pittori non hanno -di lei descritto e ridottala in scienza, non -è colpa della Pittura, e ella non è per questo -meno nobile, poscia che pochi pittori -fanno professione di lettere, perchè la lor -vita non basta a intendere quella. -</p> - -<p> -Per questo, avremo noi a dire, che le virtù -dell’erbe, pietre, piante non sieno in essere, -perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo -no; ma diremo esse erbe restarsi -in sè nobili, sanza lo aiuto delle lingue -o lettere umane. -</p> - -<h3>III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.</h3> - -<p> -Quella scienza è più utile, della quale il -suo frutto è più comunicabile <span class="inl-note">[universalmente inteso]</span>, e così, per contrario, -è meno utile ch’è meno comunicabile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -</p> - -<p> -La Pittura ha il suo fine comunicabile -a tutte le generazioni dell’universo, perchè -il suo fine è subbietto della virtù visiva, e -non passa per l’orecchio al senso comune, -col medesimo modo che vi passa per il -vedere. -</p> - -<p> -Dunque questa non ha bisogno d’interpreti -di diverse lingue, come hanno le lettere, -e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, -non altrementi che si facciano le cose -prodotte dalla natura. E non che alla spezie -umana, ma agli altri animali: come si è -manifestato in una pittura, imitata da uno -padre di famiglia, alla quale facean carezze -li piccioli figliuoli, che ancora erano nelle -fasce, e similmente il cane e gatta della -medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a -considerare tale spettacolo. -</p> - -<h3>IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.</h3> - -<p> -Le scienze, che sono imitabili, sono in tal -modo, che con quelle il discepolo si fa -eguale all’autore, e similmente fa il suo -frutto. Queste sono utili allo imitatore, ma -non sono di tanta eccellenza, quanto sono -quelle, che non si possono lasciare per eredità, -come l’altre sustanze. -</p> - -<p> -Infra le quali la Pittura è la prima. Questa -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -non s’insegna a chi natura no ’l concede, -come fan le Matematiche, delle quali -tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro -gli ne legge; questa non si copia, come -si fa le lettere, che tanto vale la copia, -quanto l’origine; questa non s’impronta, -come si fa la Scultura, della quale tal è -l’impressa, qual è l’origine, in quanto alla -virtù dell’opera; questa non fa infiniti figliuoli, -come fa li libri stampati. Questa -sola si resta nobile, questa sola onora il -suo autore, o resta preziosa ed unica, e non -partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità -la fa più eccellente che quelle, che -per tutto sono pubblicate. -</p> - -<p> -Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente -andare velati e coperti, credendo -diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare -le loro presenze? or non si vede le -pitture, rappresentatrici delle divine Deità, -esser al continuo tenute coperte con copriture -di grandissimi prezzi? e quando si scoprano, -prima si fa grandi solennità ecclesiastiche -di varî canti con diversi suoni; e, -nello scoprire, la gran moltitudine de’ popoli, -che quivi concorrono, immediate si -gettano a terra, quelle adorando e pregando, -per cui tale pittura è figurata, dell’acquisto -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -della perduta sanità e della eterna salute, -non altrementi, che se tale Idea fusse -lì presente in vita? -</p> - -<p> -Questo non accade in nessun’altra scienza -od altra umana opera. E se tu dirai, questa -non esser virtù del pittore, ma propria -virtù della cosa imitata; si risponderà, che -in questo caso la mente de li omini po’ saddisfare, -standosi nel letto, e non andare ne’ -lochi faticosi e pericolosi, ne’ pellegrinaggi, -come al continuo far si vede. -</p> - -<p> -Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo -sono in essere, chi li move, sanza necessità? -Certo tu confesserai essere tale simulacro, -il quale far non po’ tutte le scritture, -che figurar potessino in effigie ed in virtù -tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami -tal pittura, ed ami chi l’ama e riverisce, -e si diletti d’essere adorata più in quella, -che in altra figura di lei imitata, e per quella -faccia grazia e doni di salute, — secondo il -credere di quelli, che in tal loco concorrono. -</p> - -<h3>V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE -UMANE PER SOTTILE SPECULAZIONE APPARTENENTE -A QUELLA.</h3> - -<p> -L’occhio, che si dice finestra dell’anima, -è la principale via, donde il comune senso -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -può più copiosamente e magnificamente considerare -le infinite opere di natura; e l’orecchio -è il secondo, il quale si fa nobile per le -cose racconte, le quali ha veduto l’occhio. -</p> - -<p> -Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, -non avessi coll’occhio viste le cose, -male le potreste riferire per le scritture; -e se tu, poeta, figurerai una storia colla pittura -della penna, e ’l pittore col pennello -la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa -a essere compresa. Se tu dimanderai -la pittura muta poesia, ancora il pittore potrà -dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale -è più dannoso morso <span class="inl-note">[danno]</span> o cieco o muto? — Se -’l poeta è libero, come ’l pittore, nelle invenzioni, -le sue finzioni non sono di tanta -saddisfazione a li omini, quanto le pitture, -perchè, se la Poesia s’astende con le parole -a figurare forme, atti e siti, il pittore si -move, colle proprie similitudine de le forme, -a contraffare esse forme. Or guarda: — qual’è -più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o -la similitudine <span class="inl-note">[la figura]</span> d’esso omo? — Il nome dell’omo -si varia in varî paesi, e la forma non -è mutata se non da morte. -</p> - -<p> -Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -per questo io dirò essere più eterne -l’opere d’un calderaio, che il tempo più le -conserva che le vostre o nostre opere, nientedimeno -è di poca fantasia, e la Pittura si -po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, -fare molto più eterna. -</p> - -<p> -Noi per arte possiamo essore detti nipoti -a Dio. Se la Poesia s’astende in filosofia morale -e questa in filosofia naturale; se quella -descrive l’operazione della mente, che considera, -questa colla mente opera ne’ movimenti; -se quella spaventa i popoli con le infernali -finzioni, questa colle medesime cose -in atto fa il simile. Pongasi il poeta a figurare -una bellezza, una fierezza, una cosa -nefanda e brutta, una mostruosa, col pittore; -faccia a suo modo, come vuole, tramutazione -di forme, che il pittore non saddisfassi -più <span class="inl-note">[in modo da superare il pittore]</span>. Non s’è egli viste pitture avere -tanta conformità colla cosa vera, ch’ell’ha -ingannato omini e animali? -</p> - -<h3>VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ.</h3> - -<p> -Tal proporzione è dall’immaginazione a -l’effetto, qual’è dall’ombra al corpo ombroso, -e la medesima proporzione è dalla -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -Poesia alla Pittura. Perchè la Poesia pon le -sue cose nell’imaginazione di lettere, e la -Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal -quale occhio riceve le similitudini non altrementi, -che s’elle fussino naturali; e la -Poesia le dà sanza essa similitudine, e non -passano all’imprensiva per la via della virtù -visiva, come la Pittura. -</p> - -<h3>VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE.</h3> - -<p> -La Pittura rappresenta al senso, con più -verità e certezza, le opere di natura, che -non fanno le parole o le lettere, ma le lettere -rappresentano con più verità le parole, -che non fa la Pittura. Ma diremo essere più -mirabile quella scienza, che rappresenta -l’opere di natura, che quella, che rappresenta -l’opere dell’operature, cioè l’opere degli -uomini, che sono le parole, com’è la Poesia -o simili, che passano per la umana lingua. -</p> - -<h3>VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO.</h3> - -<p> -L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo -è specchiata dalli contemplanti, è di -tanta eccellenza, che chi consente alla sua -perdita, si priva della rappresentazione di -tutte l’opere della natura, per la veduta -delle quali l’anima sta contenta nelle umane -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -carceri <span class="inl-note">[il corpo]</span>, mediante gli occhi, per li quali essa -anima si rappresenta tutte le varie cose di -natura; ma chi li perde, lascia essa anima -in una oscura prigione, dove si perde ogni -speranza di riveder il sole, luce di tutt’il -mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre -notturne sono in somm’odio, ma ancora -ch’elle sieno di breve vita! Oh! che farebbono -questi, quando tali tenebre fussino -compagne della vita loro? -</p> - -<p> -Certo, non è nissuno, che non volesse -più tosto perdere l’audito o l’odorato, che -l’occhio, la perdita del quale audire consente -la perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine -nelle parole; e sol fa questo per non -perdere la bellezza del mondo, la quale consiste -nella superfizie de’ corpi, sì accidentali <span class="inl-note">[prodotti dall’arte]</span> -come naturali, li quali si riflettono -nell’occhio umano. -</p> - -<h3>IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE -ALLA NATURA.</h3> - -<p> -La Pittura serve a più degno senso, che -la Poesia, e fa con più verità le figure delle -opere di natura, che il poeta; e sono molto -più degne l’opere di natura che le parole, -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -che sono l’opere dell’omo, perchè tal proporzione -è dalle opere de li uomini a quello -della natura, qual è quella, ch’è da l’omo -a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar -le cose di natura, che sono le vere similitudini -in fatto, che con parole imitare li -fatti e parole de li omini. -</p> - -<p> -E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere -di natura co’ la tua semplice professione, -fingendo diversi siti e forme di varie cose, -tu sei superato dal pittore con infinita proporzione -di potenza; ma se vuoi vestirti -de l’altrui scienze, separate da essa poesia, -elle non sono tue, come Astrologia, Rettorica, -Teologia, Filosofia, Geometria, Aritmetica -e simili. Tu non sei allora più poeta, -tu ti trasmuti, e non sei più quello, di che -qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi -andare alla natura, che tu vi vai con mezzi -di scienze, fatte d’altrui sopra li effetti di -natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di -scienziali <span class="inl-note">[di cose pertinenti alle varie scienze]</span> o d’altrui mezzi, va immediate -all’imitazione d’esse opere di natura. -</p> - -<p> -Con questa si muovono li amanti verso -li simulacri della cosa amata, a parlare coll’imitate -pitture; con questa si muovono -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -popoli, con infervorati voti, a ricercare li simulacri -delli Iddii, e non a vedere le opere -de’ poeti, che con parole figurino li medesimi -Iddii; con questa si ingannano li animali. -Già vid’io una pittura, che ingannava -il cane, mediante la similitudine del suo padrone, -alla quale esso cane faceva grandissima -festa; e similmente ho visto i cani -baiare e voler mordere i cani dipinti; e una -scimmia fare infinite pazzie contro ad un’altra -scimmia dipinta; ho veduto le rondini -volare e posarsi sopra li ferri dipinti, che -sportano fuori delle finestre de li edifizi. -</p> - -<h3>X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.</h3> - -<p> -Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, -qual vede l’occhio, perchè l’occhio riceve -le spezie overo similitudini delli obbietti, -e dàlli alla imprensiva, e da essa -imprensiva al senso comune, e lì è giudicata. -Ma la imaginazione non esce fuori -da esso senso comune, se non in quanto -essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, -se la cosa imaginata, non è di molta -eccellenza. E in questo caso si ritrova la -Poesia nella mente overo imaginativa del -poeta, il quale finge le medesime cose del -pittore, per le quali finzioni egli vuole equipararsi -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -a esso pittore, ma invero ei n’è -molto rimoto, come di sopra è dimostrato. -Adunque in tal caso di finzione, diremo con -verità esser tal proporzione dalla scienza -della Pittura alla Poesia, qual è dal corpo -alla sua ombra derivativa, e ancora maggior -proporzione, conciossiachè l’ombra di -tal corpo almeno entra per l’occhio al senso -comune, ma la imaginazione di tal corpo -non entra in esso senso, ma lì nasce, nell’occhio -tenebroso <span class="inl-note">[il cervello o senso comune]</span>. Oh! che differenza è a -imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, -al vederla in atto fuori delle tenebre! -</p> - -<p> -Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, -mista con la oscura e tenebrosa aria, -mediante il fumo delle spaventevoli e mortali -macchine, mista con la spessa polvere, -intorbidatrice de l’aria, e la paurosa fuga -de li miseri spaventati dalla orribile morte; -in questo caso il pittore ti supera, perchè -la tua penna fia consumata, innanzi che tu -descriva appieno quel, che immediate il -pittore ti rappresenta co’ la sua scienza. E -la tua lingua sarà impedita dalla sete e il -corpo dal sonno e fame, prima che tu con -parole dimostri quello, che in un istante il -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -pittore ti dimostra. Nella qual pittura non -manca altro, che l’anima delle cose finte, -e in ciascun corpo è l’integrità di quella -parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, -il che lunga e tediosissima cosa sarebbe -alla poesia a ridire tutti li movimenti -de li operatori di tal guerra, e le parti -delle membra e lor ornamenti, delle quali -cose la pittura finita, con gran brevità e -verità, ti pone innanzi; e a questa tal dimostrazione -non manca, se non il romore delle -macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, -e le grida e pianti de li spaventati, -le quali cose ancora il poeta non può rappresentare -al senso dell’audito. Diremo adunque -la Poesia essere scienza, che sommamente -opera nelli orbi, e la Pittura fare il -medesimo nelli sordi. Essa tanto resta più -degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior -senso. -</p> - -<p> -Solo il vero uffizio del poeta è fingere -parole di gente, che insieme parlino, e -sol queste rappresenta al senso dell’audito -tanto come naturali, perchè in sè sono -naturali create dall’umana voce, e, in tutte -l’altre consequenzie, è superato dal pittore. -Ma molto più sanza comparazione son le -varietà, in che s’astende la Pittura, che -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -quelle, in che s’astendono le parole, perchè -infinite cose farà il pittore, che le parole -non le potrà nominare, per non aver -vocaboli appropriati a quelle. Or non vedi -tu, che, se ’l pittore vol fingere animali o -diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia -d’invenzione egli trascorre? -</p> - -<p> -E già intervenne a me fare una pittura, -che rappresentava una cosa divina, la quale -comperata dall’amante di quella, volle levarne -la rappresentazione di tal deità, per -poterla baciare sanza sospetto. Ma infine la -coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu -forza, ch’ei se la levasse di casa. Or va tu, -poeta, descrivi una bellezza sanza rappresentazioni -di cosa viva, e desta li uomini -con quella a tali desiderî! Se tu dirai: — io -ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e altre -delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè -ti metterà innanzi cose, che, tacendo, -diranno tali delizie, o ti spaventeranno, e ti -movono l’animo a fuggire. Move più presto -li sensi la pittura, che la poesia. E se -tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo -in pianto o in riso; io ti dirò, che non -sei tu che muove, egli è l’oratore, e è ’l -riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi -la vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -tale accidente, quanto si teneva l’occhi -alla pittura, la quale ancora lei era -finta a sbadigliare. -</p> - -<p> -Altri hanno dipinto atti libidinosi e -tanto lussuriosi, ch’hanno incitati li risguardatori -di quella alla medesima festa, il che -non farà la Poesia. E se tu scriverai la figura -d’alcuni Dei, non sarà tale scrittura -nella medesima venerazione che la Idea dipinta, -perchè a tale pittura sarà fatto di -continuo voti e diverse orazioni, e a quella -concorreranno varie generazioni di diverse -provincie e per li mari orientali. E da tali -si dimanderà soccorso a tal pittura e non -alla scrittura. -</p> - -<p> -Qual è colui, che non voglia prima perdere -l’audito, l’odorato e ’l tatto, che ’l vedere? -Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, -ch’è cacciato dal mondo, perchè egli più -no ’l vede, nè nessuna cosa. E questa vita -è sorella della morte. -</p> - -<h3>XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO -NELLA VITA ANIMALE.</h3> - -<p> -Maggior danno ricevono li animali per -la perdita del vedere, che dell’audire, per -più cagioni; e prima, che mediante il vedere -il cibo è ritrovato, donde si debbe -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -nutrire, il quale è necessario a tutti gli animali; -e ’l secondo, che per il vedere si comprende -il bello delle cose create, massime -delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale -il cieco nato non può pigliare per lo audito, -perchè mai non ebbe notizia, che cosa fusse -bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per -il quale solo intende le voci e parlare umano, -nel quale è i nomi di tutte le cose, a -chi è dato il suo nome. Sanza la saputa -d’essi nomi ben si può vivere lieto, come si -vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante -il disegno, il quale è più de’ muti, -si dilettano. -</p> - -<h3>XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA.</h3> - -<p> -Qual poeta con parole ti metterà innanzi, -o amante, la vera effigie della tua -idea con tanta verità, qual farà il pittore? -Qual fia quello, che ti dimostrerà siti de’ -fiumi, boschi, valli e campagne, dove si rappresenti -li tuoi passati piaceri, con più verità -del pittore? -</p> - -<p> -E se tu dici: — la Pittura è una Poesia -muta per sè, se non v’è chi dica o parli -per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non -vedi tu, che ’l tuo libro si trova in peggior -grado? Perchè ancora ch’egli abbia un uomo, -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -che parli per lui, non si vede niente -della cosa, di che si parla, come si vederà -di quello, che parla per le pitture; le quali -pitture, se saranno ben proporzionati li atti -co’ li loro accidenti mentali, saranno intese, -come se parlassino. -</p> - -<h3>XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA.</h3> - -<p> -La Pittura è una Poesia, che si vede e -non si sente, e la Poesia è una Pittura, che -si sente e non si vede. Adunque queste due -Poesie, o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati -li sensi, per li quali esse dovrebbono -penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e -l’altra è Pittura, de’ passare al senso comune -per il senso più nobile, cioè l’occhio; -e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno -a passare per il senso meno nobile, cioè -l’audito. -</p> - -<p> -Adunque daremo la Pittura al giudizio -del sordo nato, e la Poesia sarà giudicata -dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata -con li movimenti appropriati alli accidenti -mentali delle figure, che operano in -qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato -intenderà le operazioni e l’intenzioni degli -operatori, ma il cieco nato non intenderà -mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -onore a essa Poesia; conciossiachè delle -nobili sue parti è il figurare li gesti e li -componimenti delle istorie e li siti ornati -e dilettevoli, con le trasparenti acque, per -le quali si vede li verdeggianti fondi delli -suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e -minute ghiare, coll’erbe, che con lor si mischiano, -insieme con li sguizzanti pesci, e -simili descrizioni, le quali si potrebbono -così dire ad un sasso, corno ad un cieco -nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che -si compone la bellezza del mondo, cioè luce, -tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione, -propinquità, moto e quiete, le quali -son dieci ornamenti della natura. -</p> - -<p> -Ma il sordo, avendo perso il senso meno -nobile, ancora ch’egli abbia insieme persa -la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè -imparare alcun linguaggio, ma questo intenderà -bene ogni accidente, che sia nelli -corpi umani, meglio che un che parli e che -abbia audito, e similmente conoscerà le opere -de’ pittori e quello, che in esse si rappresenti, -e a che tali figure siano appropriate. -</p> - -<h3>XIV. — SEGUE.</h3> - -<p> -La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia -è una Pittura cieca, e l’una e l’altra va -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -imitando la natura, quanto è possibile alle -lor potenze, e per l’una o per l’altra si -può dimostrare molti morali costumi, come -fece Apelle colla sua <i>Calunnia</i>. -</p> - -<p> -Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, -senso più nobile, ne risulta una proporzione -armonica; cioè che, siccome molte -varie voci, insieme aggiunte ad un medesimo -tempo, ne risulta una proporzione armonica, -la quale contenta tanto il senso -dell’udito, che li auditori restano, con stupente -ammirazione, quasi semivivi; ma molto -più farà le proporzionali bellezze d’un angelico -viso, posto in pittura, dalla quale -proporzionalità ne risulta un’armonico concento, -il quale serve all’occhio in uno medesimo -tempo, che si faccia dalla musica -all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze -sarà mostrato all’amante di quella, di -che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio -esso resterà con istupenda ammirazione e -gaudio incomparabile e superiore a tutti -l’altri sensi. -</p> - -<p> -Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere -alla figurazione d’una perfetta bellezza, -con la figurazione particulare di ciascuna -parte, della quale si compone in pittura la -predetta armonia, — non ne risulta altra grazia, -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -che si facessi a far sentir nella musica -ciascuna voce per sè sola in vari tempi, -dello quali non si comporrebbe alcun concento, -come se volessimo mostrare un volto -a parte a parte, sempre ricoprendo quelle, -che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni -l’oblivione <span class="inl-note">[dimenticare]</span> non lascia comporre -alcuna proporzionalità d’armonia, perchè -l’occhio non le abbraccia co’ la sua virtù -visiva a un medesimo tempo. -</p> - -<p> -Il simile accade nelle bellezze di qualunque -cosa finta dal poeta, de le quali, per -essere le sue parti dette separatamente in -separati tempi, la memoria non riceve alcuna -armonia. -</p> - -<h3>XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO -NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.</h3> - -<p> -La Pittura immediate ti si rappresenta -con quella dimostrazione, per la quale il -suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere -al senso massimo, qual dare possa alcuna -cosa creata dalla natura. E in questo caso, -il poeta, che manda le medesime cose al comun -senso per la via dell’audito, minor senso, -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -non dà all’occhio altro piacere, che se un -sentissi raccontar una cosa. -</p> - -<p> -Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare -una cosa, che dà piacere all’occhio -con lunghezza di tempo, o vederla con quella -prestezza che si vedono le cose naturali. -E ancorchè le cose de’ poeti sieno con -lungo intervallo di tempo lette, spesse sono -le volte, ch’elle non sono intese, e bisogna -farli sopra diversi comenti, de’ quali rarissime -volte tali comentatori intendono qual -fusse la mente del poeta; e molte volte i -lettori non leggono, se non piccola parte -delle loro opere, per disagio di tempo. Ma -l’opera del pittore immediate è compresa -dalli suoi riguardatori. -</p> - -<h3>XVI. — SEGUE.</h3> - -<p> -La Pittura ti rappresenta in un sùbito -la sua essenza nella virtù visiva e per il -proprio mezzo, donde la imprensiva riceve -li obbietti naturali, e ancora nel medesimo -tempo, nel quale si compone l’armonica -proporzionalità delle parti, che compongono -il tutto, che contenta il senso; e la Poesia -riferisce il medesimo, ma con mezzo meno -degno de l’occhio, il quale porta nell’imprensiva -più confusamente e con più tardità -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -le figurazioni delle cose nominate, che -non fa l’occhio, vero mezzo intra l’obbietto -e l’imprensiva, il quale immediate conferisce -con somma verità le vere superfizie e -figure di quel, che dinanzi se gli appresenta; -delle quali ne nasce la proporzionalità -detta armonia, che con dolce concento -contenta il senso, non altrementi, che si -facciano le proporzionalità di diverse voci -al senso dello udito, il quale ancora è men -degno, che quello dell’occhio, perchè tanto, -quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce -nel morire, come nel nascere. Il che -intervenire non può nel senso del vedere; -perchè, se tu rappresenterai all’occhio una -bellezza umana, composta di proporzionalità -di belle membra, esse bellezze non sono -sì mortali, nè sì presto si struggono, come -fa la musica, anzi, ha lunga permanenza, e -ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, -come fa la musica nel molto sonare, -nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è -causa, che tutti li sensi insieme con l’occhio, -la vorrebbero possedere, e pare, che a -gara voglian combattere con l’occhio. Pare, -che la bocca, s’è la bocca, se la vorrebbe per -sè in corpo; l’orecchio piglia piacere d’audire -le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -penetrare per tutti i suoi meati; il -naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al -continuo di lei spira. -</p> - -<p> -Ma la bellezza di tale armonia il tempo -in pochi anni la distrugge, il che non accade -in tal bellezza imitata dal pittore, perchè -il tempo lungamente la conserva; e -l’occhio, inquanto al suo uffizio, piglia il -vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si -facessi della bellezza viva; mancagli il tatto, -il quale si fa maggior fratello nel medesimo -tempo, il quale, poichè avrà avuto -il suo intento, non impedisce la ragione del -considerare la divina bellezza. E in questo -caso la pittura, imitata da quella, in gran -parte supplisce: il che supplire non potrà -la descrizione del poeta, il quale in questo -caso si vole equiparare al pittore, ma non -s’avvede, che le sue parole, nel far menzione -delle membra di tal bellezza, il tempo -le divide l’una dall’altra, v’inframmette -l’oblivione, e divide le proporzioni, le quali -lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e -non potendole nominare, esso non può comporne -l’armonica proporzionalità, la quale -è composta di divine proporzioni. E per questo -un medesimo tempo, nel quale s’inchiude -la speculazione d’una bellezza dipinta, -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -non può dare una bellezza descritta, -e fa peccato contro natura quel, che si de’ -mettere per l’occhio, a volerlo mettere per -l’orecchio. Lasciavi entrare l’uffizio della -Musica, e non vi mettere la scienza della -Pittura, vera imitatrice delle naturali figure -di tutte le cose. -</p> - -<p> -Chi ti move, o omo, ad abbandonare le -proprie tue abitazioni della città, e lasciare -li parenti e amici, e andare in lochi campestri -per monti e valli, se non la naturale -bellezza del mondo, la quale, se ben consideri, -sol col senso del vedere fruisci? e se -il poeta vole in tal caso chiamarsi anco lui -pittore, perchè non pigliavi tali siti descritti -dal poeta, e startene in casa sanza sentire -il superchio calore del sole? oh! non t’era -questo più utile e men fatica, perchè si fa -al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? -Ma l’anima non potea fruire il benefizio -de li occhi, finestre delle sue abitazioni, -e non potea ricevere le spezie de li -allegri siti, non potea vedere l’ombrose -valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti -fiumi, non potea vedere li varî fiori, -che con loro colori fanno armonia all’occhio, -e così tutte le altre cose, che ad esso -occhio rappresentare si possono. Ma se il -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, -ti pone innanzi li medesimi paesi dipinti -ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li -tuoi piaceri; se appresso a qualche fonte, tu -possi rivedere te, amante con la tua amata, -nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle -verdeggianti piante, non riceverai tu altro -piacere, che a udire tale effetto descritto -dal poeta? -</p> - -<p> -Qui risponde il poeta, e cede alle sopra -dette ragioni, ma dice, che supera il pittore, -perchè lui fa parlare e ragionare li -omini con diverse finzioni, nelle quali ei -finge cose, che non sono; e che commuoverà -li omini a pigliare le armi; e che descriverà -il cielo, le stelle e la natura e le -arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che -nessuna di queste cose, di che egli parla, è -sua professione propria, ma che, s’ei vuol -parlare e orare, è da persuadere che in -questo egli è vinto dall’oratore; e se parla -di Astrologia, che lo ha rubato all’astrologo; -e di Filosofia al filosofo, e che in effetto -la Poesia non ha propria sedia, nè la -merita altramente che di un merciaio ragunatore -di mercanzie, fatte da diversi artigiani. -</p> - -<p> -Quando il poeta cessa del figurare colle -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -parole quel che in natura è un fatto, allora -il poeta non si fa equale al pittore, perchè -se il poeta, lasciando tal figurazione, e’ descrive -le parole ornate e persuasive di colui -a chi esso vole far parlare, allora egli -si fa oratore, e non è più poeta, nè è pittore; -e se lui parla de’ cieli, egli si fa astrologo; -e filosofo e teologo parlando delle -cose di natura e di Dio; ma, se esso ritorna -alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe -emulo al pittore, se potesse saddisfare -all’occhio in parole come fa il pittore. -</p> - -<p> -Ma la deità della scienza della Pittura -considera le opere, così umane, come divine, -le quali sono terminate dalle loro superfizie, -cioè linee de’ termini de’ corpi, con -le quali ella comanda allo scultore la perfezione -delle sue statue. Questa col suo principio, -cioè il disegno, insegna all’architettore -a fare, che il suo edifizio si renda grato -all’occhio; questa alli componitori di diversi -vasi; questa alli orefici, tessitori, recamatori; -questa ha trovato li caratteri, con li -quali si esprimono li diversi linguaggi; questa -ha dato li caratteri alli aritmetici; questa -ha insegnata la figurazione alla Geometria; -questa insegna alli prospettivi e -astrolaghi e alli macchinatori e ingegneri. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -</p> - -<h3>XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA -NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ MEDIANTE -QUELLO È GENERATA.</h3> - -<p> -Nessuna parte è nell’Astrologia, che non -sia ufficio delle linee visuali e della Prospettiva, -figliuola della Pittura — perchè il -pittore è quello, che, per necessità della sua -arte, ha partorite essa Prospettiva, e non -si può fare sanza linee, dentro alle quali -linee s’inchiudono tutte le varie figure de’ -corpi, generate dalla natura, sanza le quali -l’arte del geometra è orba. -</p> - -<p> -E se ’l geometra riduce ogni superfice, -circondata da linee, alla figura del quadrato -e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica -fa il simile con le sue radici cube e -quadrate; queste due scienze non s’astendono, -se non alla notizia della quantità continua -e discontinua, ma della qualità non -si travagliano, la quale è bellezza delle opere -di natura e ornamento del mondo. -</p> - -<h3>XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.</h3> - -<p> -Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione -e misura, e questo è il semplice -corpo di poesia, invenzione di materia e -misura nei versi, che si riveste poi di tutte -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -le scienze. Al quale risponde il pittore, -l’avere li medesimi obblighi nella scienza -della Pittura, cioè invenzione e misura; invenzione -nella materia, che lui debbe fingere, -e misura nelle cose dipinte, acciocchè -non sieno sproporzionate; ma che ei non si -veste di tali tre scienze, anzi che l’altre -in gran parte si vestono della Pittura, come -l’Astrologia, che nulla fa sanza la Prospettiva, -la quale è principal membro d’essa -Pittura, — cioè l’Astrologia matematica, non -dico della fallace giudiciale (perdonami, chi, -per mezzo delli sciocchi, no vive!) -</p> - -<p> -Dice il poeta, che descrive una cosa, che -ne rappresenta un’altra piena di belle sentenze <span class="inl-note">[l’allegoria]</span>. -Il pittore dice aver in arbitrio di far -il medesimo, e in questa parte anco egli è -poeta. E se ’l poeta dice di far accendere -li omini ad amaro, ch’è cosa principale -della spezie di tutti l’animali, il pittore ha -potenza di fare il medesimo, tanto più, che -lui mette innanzi all’amante la propria effigie -della cosa amata, il quale spesso fa -con quella, baciandola e parlandole, quello, -che non farebbe colle medesime bellezze, -portate innanzi dallo scrittore; e tanto più -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -supera gl’ingegni de li omini, che l’induce -ad amare e innamorarsi di pittura, -che non rappresenta alcuna donna viva. -</p> - -<p> -E se il poeta serve al senso per la via -dell’orecchio, il pittore per l’occhio più degno -senso. Ma io non voglio da questi tali -altro, se non che uno bono pittore figuri il -furore d’una battaglia, e che ’l poeta ne -scriva un altro, e che sieno messi in pubblico -da compagnia <span class="inl-note">[daccanto]</span>; vedrai i veditori dove -più si fermeranno, dove più considereranno, -dove si darà più laude, e quale saddisferà -meglio. Certo la pittura, di gran lunga più -utile e bella, più piacerà. Poni iscritto il -nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua -figura a riscontro, vedrai quale fia più reverita. -Se la Pittura abbraccia in sè tutte le -forme della natura, voi non avete se non è -i nomi, i quali non sono universali come le -forme. Se voi avete li effetti delle dimostrazioni, -noi abbiamo le dimostrazioni delli -effetti. -</p> - -<p> -Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze -d’una donna al suo innamorato, togli -uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura -volterà più il giudicatore innamorato. -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -Certo il cimento delle cose dovrebbe lasciare -dare la sentenza alla sperienza. Voi avete -messa la pittura infra l’arti meccaniche; -certo, se i pittori fussino atti a laudare collo -scrivere l’opere loro, come voi, io dubito -non diacerebbe in sì vile cognome. Se voi -la chiamate meccanica, perchè è per manuale <span class="inl-note">[per opera delle mani]</span> -che le mani figurano quel che trovano -nella fantasia, voi pittori disegnate con la -penna manualmente quello che nello ingegno -vostro si trova. E se voi dicessi essere -meccanica, perchè si fa a prezzo; chi cade -in questo errore, se errore si po’ chiamare, -più di voi? Se voi leggete per li Studî, non -andate voi a chi più vi premia? Fate voi -alcuna opera, sanza qualche premio? benchè -questo non dico per biasimare simili opinioni, -perchè ogni fatica aspetta premio, o potrà -dire uno poeta: — io farò una finzione, che -significa cosa grande. — Questo medesimo -farà il pittore, come fece Apello la <i>Calunnia</i>. -</p> - -<h3>XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA -CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.</h3> - -<p> -Portando, il dì del natale del re Mattìa, -un poeta un’opera fattagli in laude del -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del -mondo, e un pittore gli presentò un ritratto -della sua innamorata; sùbito il Re rinchiuse -il libro del poeta, e voltossi alla pittura, -e a quella fermò la vista con grande -ammirazione. -</p> - -<p> -Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o -re, leggi, leggi, e sentirai cosa di maggior -sustanzia, che una muta pittura! — -</p> - -<p> -Allora il re, sentendosi riprendere del -risguardar cose mute, disse: «o poeta, taci, -chè non sai ciò che ti dica; questa pittura -serve a miglior senso che la tua, la qual è -da orbi. Dammi cosa che io la possa vedere -e toccare, e non che solamente la possa -udire, e non biasimare la mia elezione dell’avermi -io messo la tua opera sotto il gomito, -e questa del pittore tengo con le due -mani, dandola alli miei occhi, perchè le -mani da lor medesime hanno tolto a servire -a più degno senso, che non è l’audire. -E io per me giudico, che tale proporzione -sia della scienza del pittore a quella del -poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ quali questi -si fanno obbietti. -</p> - -<p> -»Non sai tu che la nostra anima è composta -d’armonia, e armonia non s’ingenera -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -se non in istanti <span class="inl-note">[armonia esige contemporaneità di parti]</span>, nei quali le proporzionalità -delli obbietti si fan vedere o udire? -Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità -creata in istante, anzi l’una -parte nasce dall’altra successivamente, e -non nasce la succedente, se l’antecedente -non muore? -</p> - -<p> -»Per questo giudico la tua invenzione essere -assai inferiore a quella del pittore, -solo perchè da quella non componesi proporzionalità -armonica. Essa non contenta la -mente dell’auditore o veditore, come fa la -proporzionalità delle bellissime membra, -componitrici delle divine bellezze di questo -viso, che m’è dinanzi, le quali in un -medesimo tempo tutte ’nsieme giunte, mi -dànno tanto piacere colla divina loro proporzione, -che null’altra cosa giudico esser -sopra la terra fatta dall’uomo, che dar lo -possa maggiore.» -</p> - -<h3>XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.</h3> - -<p> -Non è sì insensato giudizio che, se gli è -proposto qual è più da eleggere o stare in -perpetue tenebre o voler perder l’audito, che -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -sùbito non dica voler più tosto perdere -l’audito insieme con l’odorato, prima che -restar cieco. -</p> - -<p> -Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza -del mondo con tutte le forme delle -cose create, e il sordo sol perde il suono -fatto dal moto dell’aria percossa, ch’è minima -cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza -essere tanto più nobile, quant’essa s’astende -in più degno subbietto, e per questo più vale -una falsa immaginazione dell’essenza di -Dio, che una immaginazione d’una cosa men -degna; e per questo diremo, la Pittura, la -quale solo s’astende nell’opere d’Iddio -essere più degna della Poesia, che solo -si astende in bugiarde finzioni de l’opere -umane. -</p> - -<h3>XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA -CONTRO ’L PITTORE.</h3> - -<p> -— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, -ma non imputare a te tal virtù, ma alla -cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. — -</p> - -<p> -Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che -ti fai ancora tu imitatore, perchè non rappresenti -con le tue parole cose, che le lettere -tue, contenitrici d’esse parole, ancora -loro sieno adorate? — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -</p> - -<p> -Ma la natura ha più favorito il pittore -che ’l poeta, e meritamente l’opere del favorito -debbono essere più onorate, che di -quello che non è in favore. -</p> - -<p> -Adunque, laudiamo quello che con le parole -saddisfa all’audito, e quel che con la -pittura saddisfa al contento del vedere; ma -tanto meno quel delle parole, quanto elle -sono accidentali e create da minor autore, -che l’opere di natura, di che ’l pittore è -imitatore. -</p> - -<p> -La qual natura è terminante dentro alle -figure della lor superfizie. -</p> - -<h3>XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA -E IL PITTORE.</h3> - -<p> -Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia -esser in sommo grado di comprensione alli -ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli -sordi, noi diremo, tanto più valere la Pittura -che la Poesia, quanto la Pittura serve -a miglior senso e più nobile, che la Poesia; -la qual nobiltà è provata esser tripla -alla nobiltà di tre altri sensi, perchè è stato -eletto di volere piuttosto perdere l’audito -e odorato e tatto, che ’l senso del vedere. -</p> - -<p> -Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta -e bellezza dell’universo, e resta a similitudine -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -di un che sia chiuso in vita in -una sepoltura, nella quale abbia moto e vita. -</p> - -<p> -Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia -la bellezza di tutto il mondo? Egli è capo -dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso -tutte le umane arti consiglia e corregge; -move l’omo a diverse parti del mondo; questo -è principe delle Matematiche; le sue -scienze sono certissime; questo ha misurato -l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha -trovato gli elementi e loro siti; questo ha -fatto predire le cose future, mediante il -corso delle stelle; questo l’Architettura e -Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. -O eccellentissimo sopra tutte l’altre -cose create da Dio! quali laudi fien -quelle, ch’esprimere possino la tua nobiltà? -quali popoli, quali lingue saranno quelle, -che appieno possino descrivere la tua vera -operazione? -</p> - -<p> -Questa è finestra dell’umano corpo, per -la quale l’anima specula e fruisce la bellezza -del mondo; per questo l’anima si contenta -della umana carcere, e, sanza questo, -esso umano carcere è suo tormento; e per -questo l’industria umana ha trovato il fuoco, -mediante il quale l’occhio riacquista -quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -ha ornato la natura coll’agricoltura e -dilettevoli giardini. -</p> - -<p> -Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì -alto e lungo discorso? qual è quella cosa, -che per lui non si faccia? Ei move li omini -dall’Oriente all’Occidente; questo ha trovato -la navigazione; e in questo supera la natura, -che li semplici naturali <span class="inl-note">[le varietà minerali, vegetali e animali]</span> sono finiti, e -l’opere, che l’occhio comanda alle mani, -sono infinite, come dimostra il pittore nelle -finzioni d’infinite forme d’animali e erbe, -piante e siti. -</p> - -<h3>XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE -SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.</h3> - -<p> -La Musica non è da essere chiamata altro, -che sorella della Pittura, conciossiachè -essa è subbietto dell’audito, secondo senso -all’occhio, e compone armonia con la congiunzione -delle sue parti proporzionali, operate -nel medesimo tempo, costrette a nascere -e morire in uno o più tempi armonici; -li quali tempi circondano la proporzionalità -de’ membri, di che tale armonia si compone, -non altrementi, che si faccia la linea -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -circonferenziale <span class="inl-note">[il contorno]</span> le membra, di che si genera -la bellezza umana. -</p> - -<p> -Ma la Pittura eccelle e signoreggia la -Musica, perchè essa non more immediate -dopo la sua creazione, come fa la sventurata -Musica, anzi resta in essere, e ti si dimostra -in vita, quel che in fatto è, una sola -superfizie. -</p> - -<p> -O maravigliosa scienza, tu riservi in vita -le caduche bellezze de’ mortali, le quali -hanno più permanenza, che le opere di natura, -le quali al continuo sono variate dal -tempo, che le conduce alla debita vecchiezza! -e tale scienza ha tale proporzione con -la divina natura, quale hanno le sue opere -con le opere di essa natura, e per questo è -adorata. -</p> - -<h3>XXIV. — PITTURA E MUSICA.</h3> - -<p> -Quella cosa è più degna, che saddisfa a -miglior senso: adunque la Pittura saddisfattrice -al senso del vedere, è più nobile della -Musica, che solo saddisfa all’audito. -</p> - -<p> -Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; -adunque la Musica, che si va consumando, -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -mentre ch’ella nasce, è men degna -della Pittura, che con vetri <span class="inl-note">[Vedi sopra al n. V]</span> si fa eterna. -</p> - -<p> -Quella cosa, che contiene in se più universalità -e varietà di cose, quella fia detta -di più eccellenza: adunque la Pittura è da -essere preposta a tutte le operazioni; perchè -è contenitrice di tutte le forme, che -sono, e di quelle, che non sono in natura, -è più da essere magnificata e esaltata, che -la musica, che solo attende alla voce. -</p> - -<p> -Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno -a questa si fa il culto divino, il quale -è ornato con la Musica, a questa servente; -con questa si dà copia alli amanti della -causa de’ loro amori; con questa si riserva -le bellezze, le quali il tempo e la genitrice -natura fa fuggitive; con questa noi riserviamo -le similitudini degli omini famosi. E -se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo -scriverla —; il medesimo facciamo noi qui -colle lettere. -</p> - -<p> -Adunque, poichè tu hai messa la Musica -infra le arti liberali, o tu vi metti questa, -o tu ne levi quella. -</p> - -<p> -E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -e così è guasta la Musica da chi non -la sa. -</p> - -<p> -Se tu dirai: — le scienze non meccaniche -sono le mentali —; io dirò che la pittura è -mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e -Geometria consideran le proporzioni delle -quantità continue, e l’Aritmetica delle discontinue, — questa -considera tutte le quantità -continue e le qualità delle proporzioni -d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva. -</p> - -<h3>XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.</h3> - -<p> -Dice il mimico, che la sua scienza è da -essere equiparata a quella del pittore, perchè -essa compone un corpo di molte membra, -del quale lo speculatore contempla -tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici, -quanti sono li tempi nelli quali essa nasce -e more; e con quelli tempi trastulla con -grazia l’anima, che risiede nel corpo del -suo contemplante. -</p> - -<p> -Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, -composto delle umane membra, non dà -di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali -essa bellezza abbia a nascere e morire, ma -lo fa permanente per moltissimi anni, e è -di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -quella armonia delle proporzionate membra, -le quali natura con tutte sue forze conservar -non potrebbe. -</p> - -<p> -Quante pitture hanno conservato il simulacro -di una divina bellezza, che il tempo -o morte in breve ha distrutto il suo naturale -esempio; e è restata più degna l’opera -del pittore, che della natura sua maestra! -</p> - -<p> -Se tu, o musico, dirai che la Pittura è -meccanica per essere operata coll’esercizio -delle mani; e la Musica è operata con la -bocca, ma non pel conto del senso del gusto, -come la mano (non pel) senso del -tatto. -</p> - -<p> -Meno degne sono ancora le parole che’ -fatti. Ma tu scrittore delle scienze, non -copi tu con mano, scrivendo ciò che sta -nella mente, come fa il pittore? -</p> - -<p> -E se tu dicessi, la Musica essere composta -di proporzione; ho io, con questa medesima, -sèguito la Pittura, come mi vedrai. -</p> - -<h3>XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, -PITTORE E MUSICO.</h3> - -<p> -Tal differenza è in quanto alla figurazione -delle cose corporee dal pittore al -poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli -uniti: perchè il poeta, nel descrivere la bellezza -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -o bruttezza di qualunque corpo, te lo -dimostra a membro a membro e in diversi -tempi, e il pittore tel fa vedere tutto in un -tempo. -</p> - -<p> -Il poeta non può porre colle parole la -vera figura delle membra, di che si compone -un tutto, come il pittore, il quale tel pone -innanzi con quella verità, ch’è possibile in -natura. E al poeta accade il medesimo, come -al musico, che canta solo un canto composto -di quattro cantori; e canta prima il -canto <span class="inl-note">[Oggi: soprano]</span>, poi il tenore, e così sèguita il contralto -e poi il basso: e di costui non risulta -la grazia della proporzionalità armonica, la -quale si rinchiude in tempi armonici. E fa -esso poeta a similitudine di un bel volto, -il quale ti si mostra a membro a membro, -che, così facendo, non rimarresti mai saddisfatto -della sua bellezza, la quale solo consiste -nella divina proporzionalità delle predette -membra insieme composte, le quali -solo in un tempo compongono essa divina -armonia, di esso congiunto <span class="inl-note">[insieme accordo]</span> di membra, che -spesso tolgono la libertà posseduta a chi -le vede. -</p> - -<p> -E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -le soavi melodie, composte delle sue -varie voci, dalle quali il poeta è privato -della loro discrezione <span class="inl-note">[spartizione o divisione]</span> armonica; e, benchè la -Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia -del giudizio, siccome la Musica, esso poeta -non può descrivere l’armonia della Musica, -perchè non ha podestà in un medesimo -tempo di dire diverse cose, come la proporzionalità -armonica della Pittura, composta -di diverse membra in un medesimo -tempo, la dolcezza delle quali sono giudicate -in un medesimo tempo, così in comune, -come in particolare. In comune in quanto -allo intento del composto, in particolare, in -quanto allo intento de’ componenti, di che -si compone esso tutto; e per questo il poeta -resta, in quanto alla figurazione delle cose -corporee, molto indietro al pittore, e delle -cose invisibili rimane indietro al musico. -</p> - -<p> -Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto -delle altre scienze, potrà comparire alle -fiere come gli altri mercanti, portatori di -diverse cose, fatte da più inventori: e fa -questo il poeta, quando si impresta l’altrui -scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, -cosmografo e simili, le quali scienze -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -sono in tutto separate dal poeta. Adunque -questo è un sensale, che giunge insieme diverse -persone a fare una conclusione di un -mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio -ufficio del poeta, tu troverai non essere -altro, che un ragunatore di cose rubate -a diverse scienze, colle quali egli fa un -composto bugiardo, o vuoi, con più onesto -dire, un composto finto. — E in questa tal -finzione libera esso poeta s’è equiparato -al pittore, ch’è la più debole parte della -pittura. -</p> - -<h3>XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ -IN CUI È TENUTA LA PITTURA.</h3> - -<p> -Per fingere le parole la Poesia supera -la Pittura, e per fingere fatti la Pittura supera -la Poesia, e quella proporzione ch’è -da’ fatti alle parole, tal è dalla Pittura ad -essa Poesia, perchè i fatti sono subbietto -dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; -e così li sensi hanno la medesima -proporzione in fra loro, quali hanno li loro -obbietti infra sè medesimi, e per questo -giudico la Pittura essere superiore alla -Poesia. -</p> - -<p> -Ma per non sapere li suoi operatori dire -la sua ragione è restata lungo tempo sanza -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -avvocati; perchè lei non parla, ma per sè -si dimostra e termina ne’ fatti, e la Poesia -finisce in parole, con le quali, come boriosa, -sè stessa lauda. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="pittore">IL PITTORE E LA PITTURA.</h2> - -<h3>I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.</h3> -</div> - -<p> -Ciò ch’è visibile è connumerato nella -scienza della pittura. -</p> - -<h3>II. — ORIGINE DELLA PITTURA.</h3> - -<p> -Come la prima pittura fu sol d’una linia, -la quale circondava l’ombra dell’omo, -fatta dal sole ne’ muri. -</p> - -<h3>III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE -D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE COSE.</h3> - -<p> -Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo -innamorino, egli n’è Signore di generarle; -e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, -o che sieno buffonesche e risibili, -o veramente compassionevoli, ei n’è Signore -e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi -ombrosi o foschi, ne’ tempi caldi, esso li -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -figura, e così lochi caldi, ne’ tempi freddi. Se -vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti -scoprire gran campagna, e se vuole, dopo -quelle, vedere l’orizzonte del mare, egli n’è -Signore, e se delle basse valli vuol vedere -gli alti monti o de li alti monti le basse -valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è nell’universo -per essenza, frequenza o immaginazione, -esso lo ha prima nella mente e -poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, -che in pari tempi generano una -proporzionata armonia in un solo sguardo, -qual fanno le cose. -</p> - -<h3>IV. — LA PITTURA -È UNA SECONDA CREAZIONE.</h3> - -<p> -Chi biasima la Pittura, biasima la natura, -perchè l’opere del pittore rappresentano -l’opere d’essa natura, e per questo il -detto biasimatore ha carestia di sentimento. -</p> - -<h3>V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE -SE QUELLO NON È UNIVERSALE.</h3> - -<p> -Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, -i quali chiamano bono maestro -quello pittore, il quale sol fa bene una testa -o una figura. Certo e’ non è gran fatto -che studiando una sola cosa tutt’il tempo -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -della sua vita, che non ne venga a qualche -perfezione. -</p> - -<p> -Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia -e contiene in sè tutte le cose, che -produce la natura, e che conduce l’accidentale -operazione degli omini, e in ultimo -ciò che si po’ comprendere con gli occhi, -mi paro uno tristo maestro quello, che solo -una figura fa bene. -</p> - -<p> -Or non vedi tu quanti e quali atti sieno -fatti dalli omini? non vedi quanti diversi -animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di -siti montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî -pubblici e privati, strumenti opportuni -a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e -arti? -</p> - -<p> -Tutte queste cose appartengano d’essere -di pari operazione e bontà usate da quello, -che tu vogli chiamare bon pittore. -</p> - -<h3>VI. — IL PITTORE E LA NATURA.</h3> - -<p> -Il dipintore disputa e gareggia con la -natura. -</p> - -<h3>VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA -NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.</h3> - -<p> -Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è -sola imitatrice di tutte l’opere evidenti di -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -natura, per certo tu sprezzerai una sottile -invenzione, la quale con filosofica e sottile -speculazione considera tutte le qualità delle -forme, arie <span class="inl-note">[i fondi o campi delle figure]</span> e siti, piante, animali, erbe e -fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. -E veramente questa è scienza e legittima -figlia di natura, perchè la Pittura è partorita -da essa natura. Ma, per dire più corretto, -diremo nipote di natura, perchè tutte le cose -evidenti sono state partorite dalla natura, -delle quali cose partorite è nata la Pittura. -Adunque rettamente la dimanderemo nipote -di natura e parente di Dio. -</p> - -<h3>VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA -L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO DELLA -SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE -DI NATURALE.</h3> - -<p> -Quel maestro, il quale si desse d’intendere -di potere riservare in sè tutte le -forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe -questo essere ornato di molta ignoranza, -con ciò sia cosa che detti effetti son -infiniti, e la memoria nostra non è di tanta -capacità, che basti. -</p> - -<p> -Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -del guadagno, non superi in te l’onore -dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto -maggiore, che l’onore delle ricchezze. Sì che -per queste e altre ragioni, che si potrebbon -dire, attenderai prima col disegno a dare -con dimostrativa forma all’occhio la intenzione -e la invenzione fatta in prima nella -tua imaginativa; di poi va levando o ponendo -tanto che tu ti saddisfaccia; di poi -fa acconciare omini vestiti o nudi, nel -modo ch’in sull’opera hai ordinato, e fa -che per misura e grandezza, sottoposta alla -Prospettiva, che non passi niente de l’opera, -che bene non sia consigliata dalla ragione -e dalli effetti naturali: e questa fia la via a -farti onorare della tua arte. -</p> - -<h3>IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.</h3> - -<p> -Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono -più in altrui opere, che nelle sue, -e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, -ignorerai i tua grandi. E per fuggire -simile ignoranza, fa che prima sia bono prospettivo, -di poi abbi intera notizia delle -misure dell’omo e d’altri animali, e ancora -bono architetto, cioè in quanto s’appartiene -alla forma delli edifizî e dell’altre cose, che -sono sopra la terra, che sono infinite forme. -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -Di quante più avrai notizia, più fia laudabile -la tua operazione, e in quelle che tu -non hai pratica non recusare il ritrarle di -naturale. -</p> - -<h3>X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO -D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA, IL -GIUDIZIO D’OGN’OMO.</h3> - -<p> -Certamente non è da recusare, in mentre -che l’omo dipigne, il giudizio di ciascuno; -imperocchè noi conosciamo chiaro, -che l’omo, benchè non sia pittore, avrà -notizia della forma dell’altro omo, e ben -giudicherà s’egli è gobbo, o ha una spalla -alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o naso -od altri mancamenti. — E se noi conosciamo -alti omini potere con verità giudicare -l’opera della natura, quanto maggiormente -ci converrà confessare questi potere giudicare -i nostri errori, chè sappiamo quanto -l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non -lo conosci in te, consideralo in altrui, e farai -profitto degli altrui errori. -</p> - -<p> -Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui -opinioni; e considera bene e pensa bene, -se ’l biasimatore ha cagione o no di -biasimarti: e se trovi di sì, racconcia; e se -trovi di no, fagli vista non l’aver inteso o -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che -tu stimi, la ragione come lui s’inganna. -</p> - -<h3>XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA -QUELLI CHE FALSA — E INDEGNAMENTE SI -FANNO CHIAMARE PITTORI.</h3> - -<p> -Ecci una certa generazione di pittori, i -quali, per loro poco studio, bisogna che vivano -sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i -quali, con somma stoltizia, allegano non -mettere in opera le bone cose per li tristi -pagamenti, che saprebbono ancora ben loro -fare come un altro, quando fussino bene pagati. -Or vedi gente istolte! non sanno questi -tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa -è da bon premio; e questa è da mezzano; -e questa è di sorte <span class="inl-note">[di basso prezzo]</span> —; e mostrare -d’avere opera da ogni premio. -</p> - -<h3>XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO -DE’ PITTORI.</h3> - -<p> -Quando vuoi vedere, se la tua pittura -tutta insieme ha conformità con la cosa ritratta -di naturale, abbi uno specchio, e favvi -dentro specchiare la cosa viva, e paragona -la cosa specchiata con la tua pittura, e considera -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra -similitudine ha conformità insieme. -</p> - -<p> -E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare -per suo maestro, cioè lo specchio piano, -imperocchè su la sua superfizie le cose -hanno similitudine con la pittura in molte -parti. -</p> - -<p> -Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un -piano dimostrare cose, che paiono rilevate, -e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; -la pittura è una sola superfizie, e -lo specchio quel medesimo; la pittura è impalpabile, -in quanto che quello, che pare -tondo e spiccato, non si po’ circondare co’ le -mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio -e la pittura mostra la similitudine -dello cose circondate da ombra e lume; -l’una e l’altra pare assai di là dalla sua -superfizie. -</p> - -<p> -E se tu conosci, che lo specchio, per -mezzo de’ lineamenti e ombre e lumi, ti fa -parere le cose dispiccate, e avendo tu fra -il tuoi colori l’ombre e lumi più potenti -che quelli dello specchio, certo, se tu li saprai -ben comporre insieme, la tua pittura -parrà ancora lei una cosa naturale, vista in -uno grande specchio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -</p> - -<h3>XIII. — PRECETTO AL PITTORE.</h3> - -<p> -Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il -nascimento della sua foglia, la quale li scusa <span class="inl-note">[gli fa le veci di madre]</span> -madre col porgergli l’acqua delle pioggie e -l’umidità della rugiada, che li cade la notte -di sopra, e molte volte li toglie li superchi -calori delli raggi del sole. -</p> - -<p> -Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, -per fuggire il biasimo delli intendenti, -sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, -e non disprezzare lo studio, come -fanno i guadagnatori. -</p> - -<h3>XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.</h3> - -<p> -Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, -non sapendo operare le tue figure, tu -se’ come l’oratore, che non sa adoperare le -parole sue. -</p> - -<h3>XV. — ORDINE DELLO STUDIO.</h3> - -<p> -Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; -poi le misure d’ogni cosa; poi di mano -di bon maestro, per suefarsi a bone membra; -poi di naturale, per confermarsi le ragioni -delle cose imparate; poi vedere a uno -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -tempo di mano di diversi maestri; poi fare -abito al mettere in pratica e operare l’arte. -</p> - -<h3>XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.</h3> - -<p> -Dico, che prima si debbe imparare le -membra e sua travagliamenti, e finita tal -notizia si debbe seguitare li atti secondo li -accidenti, che accadano all’omo, e terzo comporre -le storie, lo studio delle quali sarà -fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante -li loro accidenti; e porli mente per -le strade, piazze e campagne, e notarli con -brieve descrizione di liniamenti: cioè che -per una testa si faccia uno O e per uno -braccio una linia retta e piegata, e ’l simile -si faccia delle gambe e busto; e poi tornando -alla casa fare tali ricordi in perfetta -forma. -</p> - -<p> -Dice l’avversario, che per farsi pratico e -fare opere assai, ch’elli è meglio che ’l tempo -primo dello studio sia messo in ritrarre -vari componimenti, fatti per carte o muri -per diversi maestri, e in quelli si fa pratica -veloce e bono abito. Al quale si risponde, -che questo abito sarebbe bono, essendo -fatto sopra opere di boni componimenti e -di studiosi maestri; e perchè questi tali -maestri son sì rari, che pochi se ne trova, -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -è più sicuro andare alle cose naturali, che -a quelle d’esso naturale con gran peggioramento -imitate, e fare triste abito, perchè -chi può andare alla fonte non vada -al vaso. -</p> - -<h3>XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE -A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE -STORIE.</h3> - -<p> -Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, -e avrai a mente tutte le membra -e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, -nel tuo andarti a sollazzo, vedere e considerare -i siti e li atti delli omini in nel parlare, -in nel contendere o ridere o zuffare -insieme, che atti fieno in loro, e che atti -facciano i circostanti, i spartitori o veditori -d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, -in questa forma, su un tuo picciolo libretto. -Il quale tu debbi sempre portar con -teco, e sia di carte tinte, acciò non l’abbi a -scancellare, ma mutare di vecchio in un -novo, chè queste non sono cose da essere -scancellate, anzi con grande diligenza riserbate, -perchè gli è tante le infinite forme -e atti delle cose, che la memoria non è -capace a ritenerle, onde queste ti serberai -come tuoi autori e maestri. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -</p> - -<h3>XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO -TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI NEL -LETTO, ALLO SCURO.</h3> - -<p> -Ho in me provato essere di non poca -utilità, quando ti trovi allo scuro nel letto, -andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti -superfiziali delle forme per l’addietro -studiate o altre cose notabili, da sottile -speculazione comprese; ed è questo -proprio un atto laudabile e utile a confermarsi -le cose nella memoria. -</p> - -<h3>XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE -LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.</h3> - -<p> -Non resterò però di mettere infra questi -precetti una nova invenzione di speculazione, -la quale, benchè paia piccola e quasi -degna di riso, non di meno è di grande utilità -a destare lo ’ngegnio a varie invenzioni: -e questo è, se tu riguarderai in alcuni -muri imbrattati di varie macchie o pietre di -varî misti <span class="inl-note">[composte di diverse sostanze]</span>, se avrai a invencionare <span class="inl-note">[inventare, ideare]</span> qualche -sito, potrai lì vedere similitudine di diversi -paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -alberi, pianure, grandi valli e colli in diversi -modi; ancora vi potrai vedere diverse -battaglie e atti pronti di figure, strane arie -di volti <span class="inl-note">[fisonomie]</span> e abiti e infinite cose, le quali tu -potrai ridurre integra e bona forma. E interviene -in simili muri e misti come del sôn -di campane, che ne’ loro tocchi vi troverai -ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai. -</p> - -<p> -Io ho già veduto nelli nuvoli e muri -macchie, che mi hanno desto a belle invenzioni -di varie cose, le quali macchie, ancora -che integralmente fussino in sè private di -perfezione di qualunque membro, non mancavano -di perfezione nelli loro movimenti -o altre azioni. -</p> - -<h3>XX. — LA STANZA DEL PITTORE.</h3> - -<p> -Le stanze overo abitazioni piccole ravvian -lo ’ngegno, e le grandi lo sviano. -</p> - -<h3>XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.</h3> - -<p> -Tristo è quel maestro, del quale l’opera -avanza il giudizio suo, e quello si dirizza -alla perfezione dell’arte, del quale l’opera -è superata dal giudizio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -</p> - -<h3>XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.</h3> - -<p> -Tristo è quel discepolo, che non avanza -il suo maestro. -</p> - -<h3>XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, -POCO ACQUISTA.</h3> - -<p> -Quando l’opera supera il giudizio de -l’operatore, esso operante poco acquista; e -quando il giudizio supera l’opera, essa opera -mai finisce di migliorare, se l’avarizia non -l’impedisce. -</p> - -<h3>XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.</h3> - -<p> -E tu, pittore, studia di fare le tue opere -ch’abbino a tirare a sè li sua veditori, e -quelli fermare con grande ammirazione e -dilettazione; e non tirarli e poi scacciarli, -come fa l’aria a quel, che, nelli tempi notturni, -salta ignudo dal letto a contemplare -la qualità d’essa aria nubilosa o serena, -che immediate, scacciato dal freddo di quella, -ritorna nel letto, donde prima si tolse. -Ma fa le opere tue simili a quell’aria, che, -ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, -e gli ritiene con dilettazione a prendere lo -estivo fresco; e non voler essere prima pratico -che dotto, e che l’avarizia vinca la -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -gloria, che di tal arte meritamente s’acquista. -</p> - -<p> -Non vedi tu che, infra le umane bellezze, -il viso bellissimo ferma li viandanti e -non i loro ricchi ornamenti? E questo dico -a te, che con oro o altri ricchi fregi adorni -le tue figure. Non vedi tu isplendenti bellezze -della gioventù diminuire di loro eccellenza -per li eccessivi e troppo culti ornamenti? -Non hai tu visto le montanare, -involte ne gl’inculti e poveri panni, acquistare -maggior bellezza, che quelle, che sono -ornate? -</p> - -<p> -Non usare le affettate conciature o capellature -di teste, dove, appresso delli goffi -cervelli, un sol capello posto più d’un lato -che dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette -grand’infamia, credendo che li circostanti -abbandonino ogni lor primo pensiero, -e solo di quel parlino, e solo quello -riprendano. E questi tali han sempre per -lor consigliero lo specchio e il pettine, e il -vento è loro capital nemico, sconciatore -delli azzimati capegli. -</p> - -<p> -Fa tu dunque alle tue teste li capegli -scherzare insieme col finto vento, intorno -alli giovanili volti e, con diverso revoltare, -graziosamente ornarli; e non far come quelli -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -che gl’impiastrano con colla, e fanno parere -i visi, come se fussino invetriati.... Umane -pazzie in aumentazione, delle quali non bastano -li naviganti a condurre dalle orientali -parti le gomme arabiche, per riparare -che ’l vento non varî l’equalità delle sue -chiome, chè di più vanno ancora investigando!... -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="paragone">PARAGONE DELLA PITTURA -COLLA SCULTURA.</h2> - -<h3>I.</h3> -</div> - -<p> -Adoperandomi io non meno in Scoltura, -che in Pittura, e facendo l’una e l’altra ’n -un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, -potere dare sentenza quale sia -di maggiore ingegno e difficultà e perfezione -l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è -sottoposta a certi lumi, cioè di sopra, e la -pittura porta per tutto con seco lume e -ombra; e ’l lume e l’ombra è la importanza -adunque della Scoltura. Lo scultore in questo -caso è aiutato dalla natura del rilievo, -che lo genera per sè, e ’l pittore per accidentale -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente -lo farebbe la natura. Lo scultore -non si può diversificare nelle varie nature -de’ colori delle cose; la Pittura non manca -in parte alcuna. Le prospettive delli scultori -non paiono niente vere; quelle del pittore -paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. -La Prospettiva aerea è lontana -dalla loro opera, non possono figurare i corpi -trasparenti, non possano figurare i luminosi, -non linee riflesse, non corpi lucidi -come specchi e simili cose lustranti, non -nebbie, non tempi oscuri e infinite cose, che -non si dicono per non tediare. -</p> - -<p> -Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente -al tempo, benchè ha simile resistenza la -pittura fatta sopra rame grosso coperto di -smalto bianco, e sopra quello dipinto con -colori di smalto, e rimesso in fuoco, e fatto -cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. -Potran dire che dove fanno un errore -non esserli facile il racconciare. Questo -è tristo argomento a voler provare, che -una ismemorataggine irremediabile faccia -l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo -ingegno del maestro sia più difficile a racconciare, -che fa simili errori, che non è racconciare -l’opera da quello guasta. Noi sappiamo -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -bene, che quello, che sarà pratico e -bono, non farà simili errori, anzi con buone -regole andrà levando tanto poco per volta, -che ben conducerà sua opera. Ancora, lo -scultore, se fa di terra o cera, può levare e -porre, e quand’è terminata, con facilità si -getta di bronzo, e questa è l’ultima operazione -e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, -imperocchè quella, ch’è sola di marmo, -è sottoposta, alla rovina, che non la ’n bronzo. -</p> - -<p> -Adunque quella pittura fatta in rame -che si può, con i metodi della Pittura, levare -e porre, è pari al bronzo, che quando -facevi prima l’opera di cera, ancor si poteva -lei levare e porre. — Se questa scoltura -di bronzo è eterna, questa di rame o -di vetro è eternissima; se il bronzo rimane -nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi -colori e d’infinite varietà, delle quale -come di sopra è, se tu volessi dire solamente -della pittura fatta in tavola, di questa -son io contento dare la sentenza con la -Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è -più bella e di più fantasia e più copiosa, e -la Scoltura più durabile, e altro non ha. — -</p> - -<p> -La Scoltura con poca fatica mostri quel -che ’n la pittura pare cosa miracolosa a far -parere palpabili le cose impalpabili, rilevate -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -le cose piane, lontane le cose vicine! -In effetto la Pittura è ornata d’infinite speculazioni, -che la Scoltura non l’adopera. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, -perchè genera sudore e fatica -corporale al suo operatore, e solo bastano, -a tale artista, le semplici misure de’ membri -e la natura delli movimenti e posate, e -così in sè finisce, dimostrando all’occhio -quel, che quello è, e non dà di sè alcuna -ammirazione al suo contemplante, come fa -la Pittura, che in una piana superfizie, per -forza di scienza, dimostra le grandissime -campagne co’ lontani orizzonti. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Tra la Pittura e la Scoltura non trovo -altra differenza, se non che lo scultore conduce -le sue opere con maggior fatica di corpo, -che il pittore, e il pittore conduce le -opere sue con maggior fatica di mente. -</p> - -<p> -Provasi così esser vero, conciossiachè lo -scultore, nel fare la sua opera, fa per forza -di braccia e di percussione a consumare il -marmo o altra pietra soverchia, ch’eccede -la figura, che dentro a quella si rinchiude -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -con esercizio meccanicissimo, accompagnato -spesse volte da gran sudore, composto di -polvere e convertito in fango, con la faccia -impastata e tutto infarinato di polvere di -marmo, che pare un fornaio, e coperto di -minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, -e l’abitazione imbrattata e piena di -scaglie e di polvere di pietre. -</p> - -<p> -Il che tutto al contrario avviene al pittore, -parlando di pittori e scultori eccellenti. -Imperocchè il pittore con grande agio -siede dinanzi alla sua opera, ben vestito, e -muove il lievissimo pennello con li vaghi -colori. È ornato di vestimenti come a lui -piace, e è l’abitazione sua piena di vaghe -pitture e pulita; e accompagnata spesse -volte di musiche o lettori di varie e belle -opere, le quali — sanza strepito di martelli -o altro rumore misto — sono con gran piacere -udite. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Nessuna comparazione è dallo ingegno e -artificio e discorso della Pittura a quello -della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva, -causata dalla virtù della materia -e non dall’artefice. -</p> - -<p> -E se lo scultore dice non poter racconciare -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -la materia levata di soperchio alla sua -opera, come può il pittore; qui si risponde -che quel che troppo leva, poco intende, e -non è maestro. — Perchè se lui ha in potestà -le misure, egli non leverà quello che -non deve; adunque diremo tal difetto essere -dell’operatore e non della materia. -</p> - -<p> -Ma di questi non parlo, perchè non sono -maestri, ma guastatori di marmi. -</p> - -<p> -Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, -perchè sempre inganna, come prova, -chi vol dividere una linea in due parti -eguali, a giudizio di occhio, che spesso la -sperienza lo inganna; onde per tale sospetto -li buoni giudici sempre temono, il che non -fanno l’ignoranti, e per questo, colla notizia -della misura di ciascuna lunghezza, grossezza -e larghezza de’ membri sempre si vanno al -continuo governando, e così facendo, non levano -più del dovere. -</p> - -<p> -Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, -tutta di sottilissime speculazioni, delle -quali in tutto la Scoltura n’è privata, per -essere di brevissimo discorso. -</p> - -<p> -Rispondesi allo scultore, che dice, che la -sua scienza è più permanente che la Pittura, -che tal permanenza è virtù della materia -sculta e non dello scultore, e in questa -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -parte lo scultore non se lo debbe attribuire -a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice -di tale materia. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -La Pittura è di maggior discorso mentale -e di maggiore artificio e meraviglia -che la Scoltura, perciocchè necessità costringe -la mente del pittore a trasmutarsi -nella propria mente di natura, e che sia interprete -infra essa natura e l’arte, cementando -con quella le cause delle sue dimostrazioni, -costrette dalla sua legge; e in che -modo le similitudini delli obbietti circostanti -all’occhio concorrino colli veri simulacri -alla popilla dell’occhio; e infra li -obbietti eguali in grandezza quale si dimostrerà -maggiore a esso occhio; e infra li -colori eguali qual si dimostrerà più o meno -oscuro o più o meno chiaro; e infra le cose -di eguale bassezza quale si dimostrerà più -o men bassa: o di quelle, che sono poste in -altezza eguale, quale si dimostrerà più o -meno alta; e delli obbietti eguali posti in -varie distanze, perchè si dimostreranno men -noti l’un che l’altro. -</p> - -<p> -E tale arte abbraccia e restringe in sè -tutte le cose visibili, il che far non può la -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -povertà della Scoltura, cioè: li colori di -tutte le cose e loro diminuzioni; questa -figura le cose trasparenti, e lo scultore ti -mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il -pittore ti mostrerà varie distanze con variamenti -del colore, dall’aria interposta fra -li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le -quali con difficoltade penetrano le spezie -dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano -dopo sè li nuvoli con monti e valli; egli la -polvere, che mostrano in sè e dopo sè li -combattenti di essa motori; egli li fumi più -o meno densi; questo ti mostrerà li pesci -scherzanti infra la superfizie delle acque e -il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî -colori posarsi sopra le lavate arene del fondo -de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti -erbe, dentro alla superfizie dell’acqua; egli -le stelle in diverse altezze sopra di noi e -così altri innumerabili effetti, alli quali la -Scoltura non aggiunge. -</p> - -<h3>VI. — CONCLUSIONE.</h3> - -<p> -Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, -manca della prospettiva de’ colori, manca -della prospettiva e confusione de’ termini -delle cose remote all’occhio, imperocchè -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -così farà cognito li termini delle cose propinque, -come delle remote; non farà l’aria, -interposta, infra l’obbietto remoto e l’occhio, -occupare più esso obbietto, come le -figure velate, che mostrano la nuda carne -sott’i veli, a quella anteposti; non farà la -minuta ghiara di varî colori, sotto la superfizie -delle trasparenti acque. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -</p> - -<h2 id="paesifig">I PAESI E LE FIGURE.</h2> -</div> - -<div class="break-before"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -</p> - -<h2 id="paesi">I PAESI.</h2> - -<h3>I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.</h3> -</div> - -<p> -Io sono già stato a vedere tal multiplicazione -di arie <span class="inl-note">[condensazione di nubi nell’atmosfera]</span>, e già sopra a Milano, inverso -lago Maggiore, vidi una nuvola in -forma di grandissima montagna, piena di -scogli infocati, perchè li raggi del sole, che -già era all’orizzonte, che rosseggiava, la -tigneano del suo colore. E questa tal nuvola -attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno -le stavano; e la nuvola grande non -si movea di suo loco, anzi riservò nella sua -sommità il lume del sole insino a una ora -e mezzo di notte, tant’era la sua immensa -grandezza; e infra due ore di notte generò sì -gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -</p> - -<h3>II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.<a class="tagtitle" id="tag146" href="#note146">[146]</a></h3> - -<p> -Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, -non essere suo proprio colore, ma è causato -da umidità calda, vaporata in minutissimi -e insensibili atomi, la quale piglia dopo -se la percussion de’ raggi solari, e fassi luminosa -sotto la oscurità delle immense tenebre -della regione del fuoco, che di sopra -le fa coperchio. -</p> - -<p> -E questo vedrà, come vid’io, chi andrà -sopra Momboso <span class="inl-note">[il monte Rosa]</span>, giogo dell’Alpi che dividono -la Francia dalla Italia, la qual montagna -ha la sua base che partorisce li quattro -fiumi, che rigan per quattro aspetti -contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna -ha la sua base in simile altezza. -</p> - -<p> -Questa si leva in tanta altura, che quasi -passa tutti li nuvoli, e raro volte vi cade -neve, ma sol grandine di stato, quando li -nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa -grandine vi si conserva in modo, che, -se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi -nuvoli, che non accade due volte in una -età, egli vi sarebbe altissima quantità di -diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -Il quale di mezzo Luglio vi trovai grossissimo; -e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; -e ’l sole, che percotea la montagna, essere -più luminoso quivi assai, che nelle basse -pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea -in fra la cima d’esso monte e ’l sole. -</p> - -<h3>III. — TRACCIA.</h3> - -<p> -Descrivi i paesi con vento e con acqua, -o con tramontare e levare del sole. -</p> - -<h3>IV. — ALTRA TRACCIA.</h3> - -<p> -Descrivi uno vento terrestre e marittimo, -descrivi una pioggia. -</p> - -<h3>V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.</h3> - -<p> -Il mare ondeggiante non ha colore universale, -ma chi lo vede di terra ferma, è di -colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli -è più vicino all’orizzonte, e vedevi alcuni -chiarori over lustri, che si movono con tardità -a uso di pecore bianche nelli armenti; -e chi vede il mare stando in alto mare lo -vede azzurro. E questo nasce, che da terra -il mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui -l’onde, che specchiano la oscurità della terra; -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi -nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata. -</p> - -<h3>VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.</h3> - -<p> -Quell’erbe e piante saranno di color tanto -più pallido, quanto il terreno che le nutrisce -è più magro e carestioso <span class="inl-note">[scarso, povero]</span> d’umore: -il terreno è più carestioso e magro sopra li -sassi, di che si compongono li monti. E li -alberi saranno tanto minori e più sottili, -quanto essi si fanno più vicini alla sommità -de’ monti: e il terreno è tanto più magro, -quanto s’avvicina più alle predette sommità -de’ monti; e tanto più abbondante il -terreno è di grassezza, quanto esso è più -propinquo alle concavità delle valli. -</p> - -<p> -Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità -de’ monti li sassi, di che esso si compone, -in gran parte scoperti di terreno, e -l’erbe, che vi nascono, minute e magre e in -gran parte impallidite e secche, per carestia -d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda -transparire infra le pallide erbe; e le minute -piante, stentate e invecchiate in minima -grandezza, con corte e spesse ramificazioni -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -e con poche foglie, scoprendo in gran parte -le rugginenti e aride radici, tessute con le -falde <span class="inl-note">[gli strati delle roccie]</span> e rotture <span class="inl-note">[i crepacci]</span> delli rugginosi scogli, nate -dalli ceppi, storpiati dalli uomini e da’ venti; -e in molte parti si vegga li scogli superare -li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e -pallida ruggine; e in alcuna parte dimostrare -li lor veri colori scoperti, mediante la percussione -delle folgori del cielo, il corso delle -quali, non sanza vendetta di tali scogli, -spesso son impedite. -</p> - -<p> -E quanto più discendi alle radici de’ monti, -le piante saranno più vigorose e spesse di -rami e di foglie; e le lor verdure di tante -varietà, quanto sono le specie delle piante, -di che tal selve si compongono, delle quali -la ramificazione è con diversi ordini e diverse -spessitudini <span class="inl-note">[abbondanza di rami frondosi]</span> di rami e di foglie e diverse -figure e altezze: e alcuni con istrette -ramificazioni, come il cipresso; e similmente -degli altri con ramificazioni sparse e dilatabili, -com’è la quercia e il castagno e simili; -alcuni con minutissime foglie; altri -con rare, com’è il ginepro e ’l platano e -simili; alcune quantità di piante, insieme -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -nate, divise da diverse grandezze di spazi -e altre unite, sanza divisioni di parti o -altri spazi. -</p> - -<h3>VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE.</h3> - -<p> -Quella cosa ch’è privata interamente di -luce è tutta tenebre. Essendo la notte in simile -condizione, e tu vi vogli figurare una -storia, farai che, sendovi ’l grande foco, che -quella cosa ch’è più propinqua di detto foco -più si tinga nel suo colore, perchè quella -cosa ch’è più vicina all’obbietto, più partecipa -della sua natura. E facendo il foco -pendere in colore rosso, farai tutte le cose -alluminate da quello ancora loro rosseggiare -e quelle che sono più lontane a detto foco -più sien tinte del colore nero della notte. -Le figure, che sono fra te e ’l foco, appariscano -scure nella oscurità della notte e -non della chiarezza del foco, e quelle che si -trovano dai lati sieno mezze oscure e mezze -rosseggianti, e quelle che si possono vedere -dopo i termini delle fiamme saranno tutte alluminate -di rosseggiante lume in campo nero. -</p> - -<p> -In quanto alli atti, farai quelli che li sono -presso, farsi scudo colle mani e con mantegli, -a riparo del superchio calore, e, torto -col volto in contraria parte, mostrare fuggire -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -da quelli più lontani; farai gran parte -di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi -da superchio splendore. -</p> - -<h3>VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA <span class="inl-note">[burrasca]</span>.</h3> - -<p> -Se vuoi figurare bene una fortuna, considera -e poni bene i sua effetti, quando il -vento, soffiando sopra la superfizie del mare -e della terra, rimove e porta con seco quelle -cose, che non sono ferme, colla universal -marea. -</p> - -<p> -E per ben figurare questa fortuna, farai -in prima i nuvoli spezzati e rotti dirizzarsi -per lo corso del vento, accompagnati -dall’arenosa polvere, levata da’ liti -marini, e rami e foglie levati per la potenza -del furore del vento, isparsi per l’aria, -e in compagnia di quelle molte altre leggere -cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra -quasi mostrarsi volere seguire il corso dei -venti, coi rami storti fuor del naturale corso -e le scompigliate e racconciate foglie. Gli -omini, che lì si trovano, parte caduti e rivolti -per li panni e per la polvere, quasi -sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, -sieno dopo qualche albero abbracciati a -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -quelli, perchè il vento non li strascini; altri -con le mani a li occhi per la polvere, -chinati a terra, e i panni e capegli diretti al -corso del vento. Il mare turbato e tempestoso -sia pieno di retrosi <span class="inl-note">[aggiramenti vorticosi dell’acqua]</span>, e schiuma in fra le -elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta -aria della schiuma più sottile a uso -di spessa e avviluppata nebbia. I navilî, che -dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela -rotta, e i brani d’essa ventilando infra l’aria -in compagnia d’alcuna corda rotta; alcuni -alberi rotti, caduti, col navilio intraversato -e rotto infra le tempestose onde; certi omini -gridanti abbracciare il rimanente del navilio; -farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi -venti, battuti nell’alte cime delle montagne, -fare a quegli avviluppati retrosi, a similitudine -dell’onde percosse nelli scogli. -L’aria spaventosa per le oscure tenebre fatte -nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti. -</p> - -<h3>IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA.</h3> - -<p> -Farai in prima il fumo dell’artiglieria, -mischiato in fra l’aria, insieme con la polvere, -mossa dal movimento de’ cavalli e -de’ combattitori. La quale mistione userai -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -così: la polvere, perchè è cosa terrestre e -ponderosa, e ben che per la sua sottilità -facilmente si levi e mischi infra l’aria, niente -di meno volentieri ritorna in basso, e il suo -sommo montare è fatto dalla parte più sottile, -adunque il meno fia veduta, e parrà -quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia -in fra l’aria impolverata, quanto più -s’alza a certa altezza, parrà oscura nuvola, -e vederassi ne le sommità più espeditamente -il fumo, che la polvere. -</p> - -<p> -Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, -e la polvere terrà il suo colore: dalla -parte che viene il lume, parrà questa mistione -d’aria, fumo e polvere molto più lucida, -che dalla opposita parte; i combattitori -quanto più fieno infra detta turbolenza, -meno si vedranno e meno differenza fia dai -loro lumi alle loro ombre. -</p> - -<p> -Farai rosseggiare i volti e le persone e -l’aria e li scoppettieri insieme co’ vicini, e -detto rossore quanto più si parte dalla sua -cagione, più si perda; e le figure, che sono -in fra te e ’l lume, essendo lontane, parranno -scure in campo chiaro, e le loro gambe, -quanto più s’apresseran alla terra, men -fieno vedute, perchè la polvere è lì più -grossa e più spessa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -</p> - -<p> -E se farai cavalli correnti fuori della turba, -falli nuvoletti di polvere distanti l’uno -dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo -de’ salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è -più lontano da detto cavallo, men si vegga, -anzi sia alto, sparso e raro, e più presso -sia più evidente e minore e più denso. -</p> - -<p> -L’aria sia piena di saettume di diverse -ragioni: chi monti, chi discenda, qual sia -per linea piana; e le ballotte delli scoppietti -sieno accompagnate d’alquanto fumo -dirieto al lor corso. -</p> - -<p> -E le prime figure farai polverose, i capegli -e ciglia e altri lochi piani, atti a sostenere -la polvere. Farai i vincitori correnti -co’ capegli, e altre cose leggiere, sparse -al vento: con le ciglia basse e’ caccia i contrarî -membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi -il piè destro che ’l braccio stanco ancor -lui venga innanzi. E se farai alcuno -caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare -su per la polvere, condotto <span class="inl-note">[ridotto, trasmutato]</span> in sanguinoso -fango, e dintorno alla mediocre liquidezza -della terra farai vedere istampite <span class="inl-note">[impresse]</span> le pedate -degli omini e cavalli di lì passati. -</p> - -<p> -Farai alcuno cavallo strascinare morto -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -il suo signore, e dirieto a quello lasciare per -la polvere e fango il segno dello strascinato -corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle -ciglia alte nella lor congiunzione, e la carne, -che resta sopra loro, sia abbondante di dolenti -crespe. Le fauci del naso sieno con -alquante grinze partite in arco dalle narici -e terminate nel principio dell’occhio; le narici -alte, cagion di dette pieghe; le labbra -arcate scoprano i denti di sopra. I denti -spartiti in modo di gridare con lamento. -L’una delle mani faccia scudo ai paurosi occhi, -voltando il dirieto inverso il nimico, -l’altra stia a terra a sostenere il levato -busto. Altri farai gridanti colla bocca isbarrata -e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in -fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, -lancie, spade rotte, altre simili cose; farai -omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla polvere, -altri tutta la polvere, che si mischia -coll’uscito sangue, convertirsi in rosso fango, -e vedere il sangue del su’ colore correre -con torto corso dal corpo alla polvere; altri -morendo strignere i denti o travolgere gli -occhi, strignere le pugna alla persona e le -gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato -e abbattuto dal nemico volgersi al -nemico, con morsi e graffi fare crudele e -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -aspra vendetta; potresti vedere alcuno cavallo -leggero correre coi crini sparsi al vento, -correre in fra i nemici, e co’ piedi fare -molto danno; vedresti alcuno storpiato, caduto -in terra farsi copritura col suo scudo, -e ’l nemico, chinato in basso, fare forza di -dare morte a quello. -</p> - -<p> -Potrebbesi vedere molti omini caduti in -un gruppo sopra uno caval morto. Vederai -alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire -dalla moltitudine nettandosi co le due mani -li occhi e le guancia ricoperte di fango, fatte -da lagrimare degli occhi per l’amor della -polvere. Vederesti le squadre del soccorso -stare pien di speranza e sospetto, co’ le ciglia -aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, -e riguardare infra la folta e confusa caligine -dell’essere attenti al comandamento -del capitano; e simile, il capitano col bastone -levato e corrente inverso il soccorso, mostrare -a quelli la parte dove di loro è carestìa; -e alcun fiume dentro cavalli correnti -riempiendo la circustante acqua di turbolenza -di onde di schiuma e d’acqua confusa, -saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi -de’ cavalli. E non fare nessun loco piano, se -non le pedate ripiene di sangue. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -</p> - -<h3>X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO.</h3> - -<p> -L’aria era oscura per la spessa pioggia, -la qual, con obbliqua discesa, piegata dal -trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè -per l’aria, non altrementi che far si vegga -alla polvere, ma sol si variava perchè tale -innondazione era traversata dalli liniamenti, -che fanno le gocciole dell’acqua, che discende. -Ma il colore suo era dato dal fuoco, generato -dalle saette fenditrici e squarciatrici -delli nuvoli, i vampi delle quali percoteano -e aprivano li gran pelaghi delle riempiute -valli, li quali aprimenti mostravano nelli -lor vertici le piegate cime delle piante. E -Nettuno si vedea in mezzo alle acque col -tridente, e vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare -notanti piante diradicate, miste -colle immense onde. -</p> - -<p> -L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era -turbo e focoso, per le ricevute vampe delle -continue saette. Vedevansi li omini e li -uccelli, che riempivan di sè li grandi alberi, -scoperti dalle dilatate onde, componitrici -delli colli, circondatori delli gran -baratri. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -</p> - -<h3>XI. — SEGUE.</h3> - -<p> -Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere -combattuta dal corso di diversi venti, e avviluppati -dalla continua pioggia e misti -colla gragnuola, li quali or qua ora là portavano -infinita ramificazione delle stracciate -piante, miste con infinite foglie. Dintorno -vedeasi le antiche piante diradicate e stracciate -dal furor de’ venti. Vedevasi le ruine -de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, -ruinare sopra i medesimi fiumi e chiudere -le loro valli; li quali fiumi ringorgati -allagavano, e sommergevano le moltissime -terre, colli lor popoli. -</p> - -<p> -Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità -di molti monti, essere insieme ridotte -molte varie spezie d’animali, spaventati e -ridotti al fin dimesticamente, in compagnia -de’ fuggiti omini e donne colli lor figlioli. -E le campagne coperte d’acqua mostravan -le sue onde in gran parte coperte di tavole, -lettiere, barche, altri vari strumenti, fatti -dalla necessità e paura della morte, sopra li -quali eran donne, omini colli lor figlioli misti, -con diverse lamentazioni e pianti, spaventati -dal furor de’ venti, li quali con grandissima -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -fortuna rivolgevan l’acque sotto -sopra insieme colli morti, da quella annegati. -E nessuna cosa più lieve che l’acqua -era che non fussi coperta di diversi animali, -i quali, fatti tregua, stavano insieme con -paurosa collegazione <span class="inl-note">[aggruppamento]</span>, infra’ quali eran lupi, -volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla -morte. E tutte l’onde percuotitrici de’ lor -lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni -di diversi corpi annegati, le percussioni -de’ quali uccidevano quelli, alli quali -era restato vita. -</p> - -<p> -Alcune congregazioni d’omini avresti -potuti vedere, le quali con armata mano -difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti, -da lioni, lupi e animali rapaci, che -quivi cercavan lor salute. Oh! quanti romori -spaventevoli si sentivan per l’aria scura, -percossa dal furore de’ tuoni e delle folgori, -da quelli scacciate, — che per quella ruinosamente -scorrevano, percotendo ciò che s’opponea -al suo corso! Oh! quanti avresti veduti -colle proprie mani chiudersi li orecchi -per schifare l’immensi romori, fatti per la -tenebrosa aria dal furore de’ venti misti -con pioggia, tuoni celesti e furore di saette! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -</p> - -<p> -Altri, non bastando loro il chiudere delli -occhi, ma colle proprie mani ponendo quelle -l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, -per non vedere il crudele strazio fatto della -umana spezie dall’ira di Dio. — Oh! quanti -lamenti e quanti spaventati si gettavano -dalli scogli! Vedeasi le grandi ramificazioni -delle gran quercie, cariche d’omini, esser -portate per l’aria dal furore delli impetuosi -venti. -</p> - -<p> -Quante eran le barche volte sotto sopra, -e quelle intere e quelle in pezzi esservi -sopra gente, travagliandosi per loro scampo, -con atti e movimenti dolorosi, pronosticanti -di spaventevole morte. Altri con movimenti -disperati si toglievano la vita, disperandosi -di non potere sopportare tal dolore: de’ quali -alcuni si gittavano dalli alti scogli, altri si -stringevano la gola colle proprie mani, alcuni -pigliavan li propri figlioli, e con grande -rapidità li sbattevan interi, alcuni colle proprie -sue armi si ferivano e uccidean sè -medesimi, altri gittandosi ginocchioni si raccomandavan -a Dio. Oh! quante madri piangevano -i sua annegati figlioli, quelli tenendo -sopra le ginocchia, alzando le braccia aperte -in verso il cielo, e con voci, composte di diversi -urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -altri, colle man giunte e le dita insieme tessute, -mordevano, e con sanguinosi morsi quel -divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia -per lo immenso e insopportabile dolore. -</p> - -<p> -Vedeansi li armenti delli animali, come -cavalli, buoi, capre, pecore, esser già attorniati -dalle acque e essere restati in isola -nell’alte cime de’ monti, già restrigniersi -insieme, e quelli del mezzo elevarsi in alto, -e camminare sopra delli altri, e fare infra -loro gran zuffe, de’ quali assai ne morivan -per carestia di cibo. -</p> - -<p> -E già li uccelli si posavan sopra li omini -e altri animali, non trovando più terra scoperta -che non fusse occupata da’ viventi; già -la fame, ministra della morte, avea tolto la -vita a gran parte delli animali; quando li -corpi morti già levificati si levavano dal -fondo delle profonde acque e surgevano in -alto. E infra le combattenti onde, sovra le -quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come -balle piene di vento, risaltavan indirieto dal -sito della lor percussione, questi si facevan -base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni -si vedea l’aria coperta di oscuri -nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello -infuriate saette del cielo, alluminanti or qua -or là infra la oscurità delle tenebre. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -</p> - -<p> -Vedesi il moto dell’aria mediante il moto -della polvere, mossa dal corso del cavallo, -il moto della quale è tanto veloce a riempiere -il vacuo, che di sè lascia nell’aria, -che di sè lo vestiva, quanto è la velocità -di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria. -</p> - -<p> -E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere -io figurato le vie fatte per l’aria -dal moto del vento, conciò sia che ’l vento -per sè non si vede infra l’aria. A questa -parte si risponde, che non il moto del vento, -ma il moto delle cose da lui portate è sol -quel che per l’aria si vede. -</p> - -<p> -Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio -d’acqua, selve infocate, pioggia, saette del -cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti -di città. -</p> - -<p> -Venti revertiginosi <span class="inl-note">[raggirantisi turbinosamente]</span>, che portano acqua, -rami di piante e omini infra l’aria. -</p> - -<p> -Rami stracciati da’ venti, misti col corso -de’ venti, con gente di sopra. -</p> - -<p> -Piante rotte, cariche di gente. -</p> - -<p> -Navi rotte in pezzi, battute in iscogli. -</p> - -<p> -Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi. -</p> - -<p> -Gente che sien sopra piante, che non si -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -posson sostenere, alberi e scogli, torri, còlli -pien di gente, barche, tavole, madie e altri -strumenti da natare, còlli coperti d’uomini -e donne e animali, e saette da’ nuvoli, che -alluminino le cose. -</p> - -<p> -Sia imprima figurata la cima d’un aspro -monte con alquanta valle circustante alla -sua base, e ne’ lati di questo si veda la -scorza del terreno levarsi insieme colle minute -radici di piccoli sterpi, e spogliar di -sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa -discenda di tal dirupamento; con -turbolenza del corso vada percuotendo e -scalzando le ritorte e globulenti <span class="inl-note">[piene di prominenze, di bulbi]</span> radici delle -gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. -E le montagne, denudandosi, scoprano le -profonde fessure, fatte in quelle dalli antichi -terremoti; e li piedi delle montagne -siano in gran parte rincalzati e vestiti delle -ruine delli arbusti precipitati da’ lati dell’alte -cime de’ predetti monti, i quali sien -misti con fango, radici, rami d’alberi, con -diverse foglie, infuse infra esso fango e terra -e sassi. -</p> - -<p> -E le ruine d’alcuni monti sien discese -nella profondità d’alcuna valle, e facciansi -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -argine della ringorgata acqua del suo fiume, -la quale argine, già rotta, scorra con grandissime -onde, delle quali le massime percuotino, -e ruinino le mura delle città e ville -di tal valle. E le ruine degli alti edifizî -delle predette città levino gran polvere, -l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed -in ravviluppati, nuvoli si movano contro -alla discendente pioggia. -</p> - -<p> -Ma la ringorgata acqua si vada raggirando -pel pelago, che dentro a sè la rinchiude, -e con ritrosi revertiginosi in diversi -obbietti, percuotendo e risaltando in aria -colla fangosa schiuma, poi ricadendo e facendo -riflettere in aria l’acqua percossa. E -le onde circolari, che si fuggono dal loco -della percussione, camminando col suo impeto -in traverso, sopra del moto dell’altre -onde circolari, che contra di loro si muovono, -e, dopo la fatta percussione, risalgano -in aria, sanza spiccarsi dalle lor basi. -</p> - -<p> -E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, -si vede le disfatte onde distendersi -inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo -over discendendo infra l’aria, acquista -peso e moto impetuoso, dopo il quale, -penetrando la percossa acqua, quella apre, -e penetra con furore alla percussione del -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso -la superfizie del pelago, accompagnata -dall’aria, che con lei si sommerse, e -questa resta nella uscita colla schiuma, mista -con legnami e altre cose più lievi che -l’acqua, intorno alle quali si dà principio -all’onde, che tanto più crescono in circuito, -quanto più acquistano di moto: il qual moto -le fa tanto più basse quanto ell’acquistano -più larga base, e per questo sono poco evidenti -nel lor consumamento. Ma, se l’onde -ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano -indirieto sopra l’avvenimento dell’altre -onde, osservando l’accrescimento -della medesima curvità, ch’ell’avrebbero -acquistato nell’osservazione del già principiato -moto. -</p> - -<p> -Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli -è del medesimo color d’essi nuvoli, -cioè della sua parte ombrosa, se già li -razzi solari non li penetrassino: il che se -così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di -minore oscurità che esso nuvolo. E se li -gran pesi delle massime ruine delli gran -monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, -percuoteranno li gran pelaghi dell’acque, -allora risalterà gran quantità d’acqua infra -l’aria, il moto della quale sarà fatto per -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -contrario aspetto a quello che fece il moto -del percussore dell’acque, cioè l’angolo -della riflession, e fia simile all’angolo della -incidenza. -</p> - -<p> -Delle cose portate dal corso delle acque, -quella si discosterà più dalle opposite rive, -che fia più grave over di maggior quantità. -Li ritrosi delle acque nelle sue parti -sono tanto più veloci, quanto elle son più -vicine al suo centro. La cima delle onde del -mare discende dinanzi alle lor basi, battendosi -e confregandosi sopra le globulenze -della sua faccia: e tal confregazione, trita -in minute particule della discendente acqua, -la qual, convertendosi in grossa nebbia, si -mischia nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato -fumo e revoluzion di nuvoli, e la -leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. -Ma la pioggia, che discende infra l’aria, -nell’essere combattuta e percossa dal corso -de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità -o densità d’essi venti, e per questo si -genera infra l’aria una innondazione di trasparenti, -fatti dalla discesa della pioggia -che è vicina all’occhio, che la vede. L’onde -del mare, che percuotono l’obliquità de’ -monti, che con lui combinano, saranno schiumose, -con velocità contro al dosso de’ detti -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -colli, e nel tornare indirieto si scontrano -nell’avvenimento della seconda onda, e dopo -il gran loro strepito tornan, con grande -innondazione, al mare, donde si partirono. -Gran quantità di popoli, d’uomini e d’animali -diversi si vedean scacciati dell’accrescimento -del diluvio inverso le cime de’ monti, -vicini alle predette acque. -</p> - -<p> -Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua -schiumosa. -</p> - -<p> -Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; -a Piombino ritrosi di venti e di pioggia -con rami e alberi misti coll’aria; votamenti -dell’acqua, che piove nelle barche.<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a> -</p> - -<h3>XII. — L’ISOLA DI CIPRO.</h3> - -<p> -Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede -per australe la bell’isola di Cipro, la qual -fu regno della dea Venere, e molti, incitati -dalla sua bellezza, hanno rotte le loro navi -e sartie infra li scogli, circondati dalle vertiginose -onde. Quivi la bellezza del dolce -colle invita i vagabondi naviganti a recrearsi -infra le sue fiorite verdure, fra le -quali i venti raggirandosi empiono l’isola -e ’l circostante mare di soavi odori.... Oh! -quante navi quivi già son sommerse! oh! -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -quanti navili rotti negli scogli! Quivi si -potrebbero vedere innumerabili navili, chi -è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si -mostra da poppa e chi da prua, chi da carena -e chi da costa, — e parrà a similitudine -d’un Giudizio, che voglia risuscitare -navili morti, tant’è la somma di quelli, -che copre tutto il lito settentrionale. Quivi -i venti d’aquilone, resonando, fan varî e -paurosi soniti. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="oriente">IL VIAGGIO IN ORIENTE.</h2> - -<h3>DIVISIONE DEL LIBRO.<a class="tagtitle" id="tag148" href="#note148">[148]</a></h3> -</div> - -<ul> -<li><i>La predica e persuasione di fede.</i></li> -<li><i>La súbita innondazione insino al fine suo.</i></li> -<li><i>La ruina della città.</i></li> -<li><i>La morte del popolo e disperazione.</i></li> -<li><i>La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza.</i></li> -<li><i>Il danno ch’ella fece.</i></li> -<li><i>Ruine di neve.</i></li> -<li><i>Trovata del profeta.</i></li> -<li><i>La profezia sua.</i></li> -<li><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></li> -<li><i>Allagamento delle parti basse di Erminia <span class="inl-note">[Armenia]</span> occidentale, li scolamenti delle quali erano per la tagliata di monte Tauro.</i></li> -<li><i>Come il novo profeta (mostra) questa ruina è fatta al suo proposito.</i></li> -</ul> - -<h3>LETTERA I. -<span class="smaller">DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME -EUFRATES.</span></h3> - -<p> -<i>Al Diodario <span class="inl-note">[Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di Prefetto di palazzo]</span> di Soria <span class="inl-note">[Siria]</span>, locotenente del -sacro Soltano di Babilonia.</i> -</p> - -<p> -Il nuovo accidente, accaduto in queste -nostre parti settentrionali, il quale son certo, -che non solamente a te, ma a tutto l’universo -darà terrore, (il quale) successivamente -ti sarà detto per ordine, mostrando -prima l’effetto e poi la causa. -</p> - -<p> -Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, -a dare con amore e sollecitudine -opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, -e nel dare principio in quelle parti, -che a me pareano essere più al proposito -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -nostro, entrai nella città di Calindra <span class="inl-note">[È la medievale Kelindreh]</span>, vicina -ai nostri confini. -</p> - -<p> -Questa città è posta nelle ispiagge di -quella parte del monte Tauro, che è divisa -dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran -monte Tauro per ponente. -</p> - -<p> -Questi corni son di tanta altura, che par -che tocchino il cielo, chè nell’universo non -è parte terrestre più alta della sua cima, e -sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi -del sole in oriente; e per l’essere lei di -pietra bianchissima, essa forte risplende e -fa l’uffizio a questi Ermini, come farebbe -un bel lume di luna nel mezzo delle tenebre; -e per la sua grande altura, essa passa -le somme altezze de’ nugoli per ispazio di -4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta -di gran parte dell’occidente alluminata -dal sole dopo il suo tramontare insino alla -terza parte della notte, ed è quella che appresso -di voi ne’ tempi sereni abbiam già -giudicato essere una cometa, e pare a noi -nelle tenebre della notte mutarsi in varie -figure, e quando dividersi in due o in tre -parti, e quando lunga, e quando corta; o -questo nasce per li nuvoli, che ne l’orizzonte -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -del cielo s’interpongono in fra parte -d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro -essi razzi solari, il lume del monte è interrotto -con varî spazi di nugoli, e però è di -figura variabile nel suo splendore. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Perchè il monte risplende nella sua cima -la metà o ’l terzo della notte, e pare -una cometa a quelli di ponente, dopo la -sera, e innanzi dì a quelli di levante. -</p> - -<p> -Perchè essa cometa par di variabile figura -in modo, che ora è tonda, or lunga, e -or divisa in due o in tre parti, e ora unita, -e quando si perde, e quando si rivede. -</p> - -<h3>LETTERA II. -<span class="smaller">FIGURA DEL MONTE TAURO.</span></h3> - -<p> -Non sono, o Diodario, da essere da te -imputato di pigrizia, come le tue rampogne -par che accennino, ma lo isfrenato amore, -il quale ha creato il benefizio, ch’io posseggo -da te, è quello che m’ha costretto -con somma sollecitudine a cercare e con diligenza -a ’nvestigare la causa di sì grande -e stupendo effetto; la qual cosa non sanza -tempo ha potuto avere effetto. Ora, per farti -ben soddisfatto della causa di sì grande effetto, -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -è necessario ch’io ti mostri la forma -del sito, e poi verrò allo effetto, col quale, -credo, rimarrai soddisfatto. -</p> - -<p> -Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare -a dar risposta alla tua desiderosa richiesta, -perchè queste cose, di che tu mi -richiedesti, son di natura, che non sanza -processo di tempo si possono bene esprimere, -e massime perchè a voler mostrare -la causa di sì grande effetto, bisogna discrivere -con bona forma la natura del sito, e -mediante quella tu potrai poi con facilità -soddisfarti della predetta richiesta. -</p> - -<p> -Io lascierò indirieto la descrizione della -forma dell’Asia Minore, e che mare o terre -sien quelle, che terminino la figura della -sua quantità, perchè so che la diligenza e -sollecitudine de’ tua studi non t’hanno di -tal notizia privato, e verrò a denotare la -vera figura di Taurus monte, il quale è -quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa -maraviglia, il quale serve alla espedizione -del nostro proposito. -</p> - -<p> -Questo monte Tauro è quello che appresso -di molti è detto essere il giogo del -monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, -ho voluto parlare con alquanti di -quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -quali mostrano che, benchè i monti loro abbino -il medesimo nome, questi son di maggiore -altura, e però confermano quello sia -il vero monte Caucaso, perchè Caucaso in -lingua scitica vol dire somma altezza. E -invero non ci è notizia che l’Oriente nè -l’Occidente, abbia monte di sì grande altura, -e la pruova che così sia è che li abitatori -de’ paesi, che li stanno per ponente, -veggono i razzi del sole, che allumina insino -alla quarta parte della maggior notte parte -della sua cima, e ’l simile fa a quelli paesi, -che li stanno per oriente. -</p> - -<h3>QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.</h3> - -<p> -L’ombra di questo giogo del Tauro è di -tanta altura, che quando di mezzo Giugno -il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende -insino al principio della Sarmazia <span class="inl-note">[La regione che si estende all’E., dal Tanai sino al mar Caspio]</span>, che -son giornate 12, e a mezzo Dicembre s’astende -insino ai monti Iperborei, che è viaggio -d’un mese inverso tramontana; e sempre -la sua parte opposita al vento che soffia -è piena di nuvoli e nebbie, perchè il -vento, che s’apre nella percussione del sasso, -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -dopo esso sasso si viene a richiudere, e -in tal modo porta con seco i nuvoli da ogni -parte e lasciali nella lor percussione, e sempre -è priva di percussione di saette per la -gran moltitudine di nugoli, che lì son ricettati, -onde il sasso è tutto fracassato e pien -di gran ruine. -</p> - -<p> -Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi -popoli, ed è piena di bellissime -fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni -bene, e massime nelle parti che riguardano -a mezzogiorno; ma quando se n’è montata -circa a 3 miglia, si comincia a trovare -le selve de’ grandi abeti, pini, faggi e -altri simili alberi; dopo questi per ispazio -di altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime -pasture; e tutto il resto, insino al -nascimento del monte Tauro, sono nevi -eterne, che mai per alcun tempo si partono, -che s’astendono all’altezza di circa 14 -miglia in tutto. Da questo nascimento del -Tauro, insino all’altezza d’un miglio non -passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 -miglia, che sono circa a 5 miglia d’altezza -per linia retta, e altrettanto o circa, troviamo -essere la cima delli corni del Tauro, -ne’ quali, dal mezzo in su, si comincia a trovare -aria, che riscalda, e non vi si sente -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può -troppo vivere; quivi non nasce cosa alcuna, -salvo alcuni uccelli rapaci, che covano -nell’alte fessure del Tauro, e discendono -poi sotto i nuvoli a fare le lor prede sopra -i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, -cioè da’ nuvoli in su, ed è sasso candidissimo, -e in sulla alta cima non si po’ andare -per l’aspra e pericolosa sua salita. -</p> - -<h3>LETTERA III.</h3> - -<p> -Essendomi io più volte con lettere rallegrato -teco della tua prospera fortuna, al -presente so che, come amico, ti contristerai -con meco del misero stato, nel quale mi trovo, -e questo è che ne’ giorni passati sono -stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, -insieme con questi miseri paesani, che -avevamo d’avere invidia ai morti: e certo -io non credo, che, poichè gli elementi con -lor separazione disfeciono il gran Caos, che -essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare -tanto nocimento alli omini, quanto al presente -da noi s’è veduto e provato; in modo -ch’io non posso imaginare che cosa si possa -più accrescere a tanto male, il quale noi -provammo in spazio di dieci ore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -</p> - -<p> -In prima fummo assaliti e combattuti -dall’impeto e furore de’ venti, e a questo -s’aggiunsero le ruine delli gran monti di -neve, i quali hanno ripieno tutte queste -valli e conquassato gran parte della nostra -città. E, non si contentando di questo, la fortuna, -con sùbiti diluvi d’acque, ebbe a sommergere -tutta la parte bassa di questa città; -oltre di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, -anzi ruinosa tempesta piena d’acqua, -sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate -con radici, sterpi e ciocchi di varie piante, -e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea -sopra di noi; e in ultimo uno incendio di -fuoco parea condotto non che da’ venti, ma -da diecimila diavoli, che ’l portassino, il -quale ha abbruciato e disfatto tutto questo -paese, e ancora non vi è cessato. -</p> - -<p> -E que’ pochi, che siamo restati, siamo -rimasti con tanto sbigottimento e tanta -paura che appena, come balordi, abbiamo -ardire di parlare l’uno coll’altro. Avendo -abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo insieme -uniti in certe ruine di chiese, insieme -misti maschi e femmine, piccoli e grandi, -a modo di torme di capre. I vicini per pietà -ci hanno soccorso di vettovaglie, i quali -eran prima nostri nimici, e se non fusse -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti -di fame. -</p> - -<p> -Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi -mali son niente a comparazione di quelli, -che in breve tempo ne son promessi. -</p> - -<p> -So che, come amico, ti contristerai del -mio male, come già, con lettere, ti mostrai -con effetto rallegrarmi del tuo bene. -</p> - -<h3>FRAMMENTO.</h3> - -<p> -Vedevasi gente, che con gran sollecitudine -apparecchiavan vettovaglia sopra diverse -sorta di navili, fatti brevissimi per la -necessità. -</p> - -<p> -Li lustri dell’onde non si dimostravano -in que’ luoghi, dove le tenebrose pioggia -colli lor nuvoli refrettevano. -</p> - -<p> -Ma dove le vampe generate dalle celesti -saette refrettevano, si vedeva tanti lustri -fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran -l’onde che a li occhi de’ circustanti potean -refrettere. -</p> - -<p> -Tanto crescevano il numero de’ simulacri -fatti da vampi delle saette sopra l’onde dell’acqua, -quanto cresceva la distanzia delli -occhi lor risguardatori, — com’è provato -nella descrizione dello splendore della luna. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -</p> - -<p> -E così diminuiva tal numero di simulacri, -quanto più si avvicinavano agli occhi che li -vedeano, — com’è provato nella definizione -dello splendore della luna, e del nostro orizzonte -marittimo, quando il sole vi refrette -co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal -refressione sia lontano dal predetto mare. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -</p> - -<h2 id="figure">LE FIGURE.</h2> - -<h3>I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.</h3> -</div> - -<p> -La pittura, over le figure dipinte, debbono -essere fatte in modo tale, che i riguardatori -d’esse possano con facilità conoscere, -mediante le loro attitudini, il concetto -dell’animo loro. E se tu hai a fare parlare -un omo dabbene, fare che li atti sua sieno -compagni delle bone parole; e similmente -se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo -co’ movimenti fieri, gittando le braccia contro -all’auditore, e la testa col petto, sportato -fori de’ piedi, accompagnino le mani -del parlatore: a similitudine del muto che, -vedendo due parlatori, benchè esso sia privato -dell’audito, niente di meno, mediante -li effetti e li atti d’essi parlatori, lui comprende -il tema della loro disputa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -</p> - -<p> -Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, -il quale se tu li parlavi forte, lui -non ti intendea, e parlando piano, sanza -suono di voce, lui t’intendea solo per lo -menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non -mena le labbra uno, che parla forte, -come piano? e menandole l’uno come l’altro, -non sarà inteso l’altro come l’uno? — A -questa parte io lascio dare la sentenza -alla sperienza: fa parlare uno piano e poi -forte, e pon mente le labbra. -</p> - -<h3>II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.</h3> - -<p> -Poni mente per le strade, sul fare della -sera, i volti d’omini e donne, quando è cattivo -tempo, quanta grazia e dolcezza si vede -in loro! -</p> - -<h3>III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE -LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.</h3> - -<p> -Il bono pittore ha da dipingere due cose -principali, cioè l’omo e il concetto della -mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, -perchè s’ha a figurare con gesti e -movimenti delle membra, e questo è da essere -imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, -che alcun’altra sorte di omini. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -</p> - -<h3>IV. — COME IL MUTO -È MAESTRO DEL PITTORE.</h3> - -<p> -Le figure delli omini abbiano atti proprî -alla loro operazione in modo che, vedendoli, -tu intendi quello che per loro si pensa o -dice; li quali saranno bene imparati da -ch’imiterà li moti delli muti, li quali parlano -con movimenti delle mani e degli occhi -e ciglia e di tutta la persona, nel voler -esprimere il concetto dell’animo loro. -</p> - -<p> -E non ti ridere di me, perchè io ti propongo -un precettore sanza lingua, il quale -t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non -sa fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, -che tutti li altri con le parole. E non sprezzare -tal consiglio, perchè loro sono li maestri -de’ movimenti, e intendono da lontano -di quel che uno parla, quando egli accomoda -li moti delle mani con le parole. -</p> - -<h3>V. — IL PREGIO DELLA PITTURA -STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO -AL SIGNIFICATO.</h3> - -<p> -Farai le figure in tale atto, il quale sia -soffiziente a dimostrare quel che la figura -ha nell’animo, altrimenti la tua arte non -fia laudabile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -</p> - -<h3>VI. — SEGUE.</h3> - -<p> -Come la figura non fia laudabile se in -quella non apparisce atto, ch’esprima la -passione dell’anima. -</p> - -<p> -Quella figura è più laudabile, che con -l’atto meglio esprime la passione del suo -animo. -</p> - -<h3>VII. — VARIETÀ INFINITA -NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.</h3> - -<p> -Tanti son varî li movimenti delli omini, -quanto sono le varietà delli accidenti, che -discorrono per le loro menti; e ciascuno -accidente in sè move più o meno essi uomini, -secondo che saranno di maggiore o di -minore potenza e secondo l’età, perch’altro -moto farà, sopra un medesimo caso, un giovane -ch’un vecchio. -</p> - -<h3>VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.</h3> - -<p> -Come si deono figurare l’età dell’omo, -cioè: infanzia, puerizia, adolescenza, gioventù, -vecchiezza, decrepitudine. -</p> - -<p> -Come i vecchi devono essere fatti con -pigri e lenti movimenti, e gambe piegate -ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ -e pari, distanti l’uno dall’altro, schiene declinanti -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -in basso, la testa innanzi inclinata, -e le braccia non troppo distese. -</p> - -<p> -Come le donne si deono figurare con atti -vergognosi, gambe insieme strette, braccia -raccolte insieme, teste basse e piegate in -traverso. -</p> - -<p> -Come le vecchie si debbon figurare ardite -e pronte a rabbiosi movimenti, a uso di furie -infernali, e i movimenti deono apparire più -pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe. -</p> - -<p> -I putti piccioli con atti pronti e storti, -quando seggano, e, nello stare ritti, atti timidi -e paurosi. -</p> - -<h3>IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI -INFRA PIÙ PERSONE.</h3> - -<p> -Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra -molte persone parli, di considerare la materia -di che lui ha a trattare, e d’accomodare -ivi li atti appartenenti a essa materia: cioè -se l’è materia persuasiva, che li atti siano -al proposito, se l’è materia dichiarativa per -diverse ragioni, che quello che dice pigli -colle sue due dita della mano destra uno dito -de la mano sinistra, avendone serrate le -due minori, e col viso rivolto verso il popolo, -con la bocca alquanto aperta, che paia -che parli; e, so lui sedeva, che paia che si -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -sollevi alquanto ritto e innanzi con la testa; -e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi -col petto e la testa inverso il popolo. -</p> - -<p> -Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti -riguardare l’oratore in volto con atti ammirativi, -e fare le bocche d’alcuno vecchio, -per maraviglia delle audite sentenze, tenere -la bocca con le sua streme basi, tirarsi dirieto -molte pieghe de le guancie, e con le -ciglia alte ne le giunture, le quali creino -molte pieghe per la fronte; alcuni sedenti -colle dita della mano insieme tessute tenervi -dentro lo stanco ginocchio; altri con l’uno -ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga la -man, che dentro a sè riceva il gomito, del -quale la sua mano vada a sostenere il mento -barbuto d’alcuno chinato vecchio. -</p> - -<h3>X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE -DEL CENACOLO.<a class="tagtitle" id="tag149" href="#note149">[149]</a></h3> - -<p> -Uno, che beveva, lascia la zaina <span class="inl-note">[la tazza]</span> nel -suo sito, e volge la testa inverso il proponitore. -</p> - -<p> -Un altro tesse le dita delle sue mani -insieme, e con rigide ciglia si volta al compagno; -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -l’altro, colle mani aperte, mostra le -palme di quelle, e alza la spalla inverso li -orecchi, e fa la bocca della maraviglia. -</p> - -<p> -Un altro parla nell’orecchio all’altro, e -quello che l’ascolta si torce inverso lui, e -gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una -mano e nell’altra il pane, mezzo diviso -da tal coltello. L’altro, nel voltarsi, -tenendo un coltello in mano, versa con tal -mano una zaina sopra della tavola. -</p> - -<p> -L’altro posa le mani sopra della tavola -e guarda, l’altro soffia nel boccone, l’altro -si china per vedere il proponitore, e fassi -ombra colla mano alli occhi, l’altro si tira -indirieto a quel che si china, e vede il proponitore -infra ’l muro e ’l chinato. -</p> - -<h3>XI. — COME SI DEVE FARE -UNA FIGURA IRATA.</h3> - -<p> -Alla figura irata farai tenere uno per li -capegli, e ’l capo storto a terra, e con uno -de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro -levare il pugno in alto: questo abbia li capegli -elevati, le ciglie basse e strette, i -denti stretti, e i due stremi d’accanto della -bocca arcati; il collo grosso e dinanzi, per -lo chinarsi al nimico, sia pieno di grinze. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -</p> - -<h3>XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.</h3> - -<p> -Al disperato farai darsi d’un coltello, -e colle mani aversi stracciato i vestimenti, -e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi -la ferita; e farailo co’ piè distanti e le gambe -alquanto piegate e la persona similmente -inverso terra, con capegli stracciati e sparsi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="gigante">UN GIGANTE FANTASTICO.<a class="tagtitle" id="tag150" href="#note150">[150]</a></h2> - -<h3>LETTERA I.</h3> -</div> - -<p> -La nera faccia, sul primo oggetto <span class="inl-note">[incontro]</span> è -molto orribile e spaventosa a riguardare, -e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti -sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare -il tempo e tremare la terra. -</p> - -<p> -E, credimi, che non è sì fiero omo che, -dove voltava li infocati occhi, che volontieri -non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero -infernale paría volto angelico a comparazione -di quello. Il naso arricciato, con -l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -setole, sotto le quali era l’arricciata bocca, -colle grosse labbra, da le stremità de’ quali -era pelo a uso delle gatte e denti gialli. -Avanza sopra i corpi de li omini a cavallo -dal dosso de’ piedi in sù. -</p> - -<p> -E rincrescendole il molto (pazientare), -volta l’ira in furore, cominciò co’ piè, dimenati -da la furia delle possenti gambe, a -entrare fra la turba, e con calci gettava li -omini per l’aria, i quali cadeano non altramente -sopra gli altri omini, come se stata -fussino una spessa grandine. E molti furon -quelli, che, morendo, dettò morte; e questa -crudeltà durò, finchè la polvere mossa -da’ gran piedi, levata nell’aria, costrinse -questa furia infernale a ritirarsi indirieto. -E noi seguitammo la fuga. -</p> - -<p> -Oh! quanti varî assalimenti furono usati -contro a questa indiavolata, a la quale ogni -offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non -vale le inespugnabili fortezze, a voi non -l’alte mura de la città, a voi non l’essere -in moltitudine, non le case o palazzi, non -v’è restato se non le piccole buche e cave -sotterranee, a modo di granchi o grilli o -simili animali: trovate salute e vostro -scampo! -</p> - -<p> -Oh quante infelici madri e padri furono -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -private de’ lor figlioli! Oh quante misere -femmine private de la lor compagnia! Certo -certo, caro mio Benedetto, io non credo -che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai -visto un lamento, un pianto pubblico esser -fatto con tanto terrore. -</p> - -<p> -Certo, in questo caso la spezie umana -ha da invidiare ogni altra generazione d’animali: -imperocchè se l’aquila vince per potenza -li altri uccelli, il meno non sono -vinti per velocità di volo, onde le rondini, -colla lor prestezza, scampano dalla rapina -del merlo; i delfini con lor veloce fuga -scampano da la rapina de le balene e de’ gran -capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna -fuga, imperocchè questa, con lento passo, -vince di gran lunga il corso d’ogni veloce -corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, -e’ mi pare tuttavia a notare a capo chino -per la gran gola, e rimanere con confusa -morte sepolto nel gran ventre. -</p> - -<h3>LETTERA II. -<span class="smaller"><i>Caro Benedetto de’ Pertarti.</i></span></h3> - -<p> -Caduto il fiero gigante, per la cagione -della insanguinata e fangosa terra, parve -che cadesse una montagna, onde la campagna, -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -squassata di terremoto, è spavento a -Plutone infernale. E, per la gran percossa, -ristette sulla piana terra alquanto stordito, -e sùbito il popolo, credendo fusse morto di -qualche saetta — tornata la gran turba — a -guisa di formiche, che scorrono a furia, -correndo per il corpo del caduto robore — così -questi scorrendo per l’ampie membra, -laceravanle con spesse ferite. -</p> - -<p> -Onde risentito il gigante e sentendosi -quasi coperto dalla moltitudine, sùbito sentesi -cuocere per le punture — mise un mugghio, -che parve fusse uno spaventoso tuono, -e posto le sue mani in terra e levato il -pauroso volto, e postosi una delle mani in -capo trovosselo pieno d’uomini appiccati a’ -capegli a similitudine de’ minuti animali, -che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo -il capo, gli omini lancia non altramente -per l’aria, che si faccia la grandine, -quando va con furor di venti, e trovossi -molti di questi uomini esser morti, da quegli, -che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E -tenendosi a’ capegli e ingegnandosi -nascondere fra quegli, facevano a -similitudine de’ marinai, quando è fortuna, -che corrono su per le corde, per abbassarle -a poco vento. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -</p> - -<h3>FRAMMENTO.</h3> - -<p> -Nuove delle cose di Levante? Sappi come -nel mese di Giugno è apparuto un gigante -che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine -delle formiche furiando.... su per l’arbore -abbattuto dalla scure del rigido villano. -</p> - -<p> -Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, -ed era un eroe, e ebbe a contrastare -cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva -in mare delle balene, de’ gran capidogli e -de’ navilî. -</p> - -<p> -Marte temendo della vita, s’era fuggito -sotto la (sedia) di Giove.... -</p> - -<p> -E per la gran caduta parve la provincia -tutta tremasse. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -</p> - -<h2 id="proffac">LE PROFEZIE -E LE FACEZIE.</h2> -</div> - -<div class="break-before"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -</p> - -<h2 id="profezie">LE PROFEZIE -DEGLI ANIMALI RAZIONALI.</h2> - -<h3>I. — PROFEZIA.</h3> -</div> - -<p> -Vedrassi la specie leonina colle unghiate -branche aprire la terra, e nelle fatte spelonche -seppellire sè insieme colli altri animali -a sè sottoposti. -</p> - -<p> -Usciranno dalla terra animali vestiti di -tenebre, i quali, con maravigliosi assalti, -assaliranno l’umana generazione, e quella -da feroci morsi fia, con confusione di sangue, -da essi divorata. -</p> - -<p> -Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda -specie volatile, la quale assalirà li omini e -li animali, e di quelli si ciberanno con gran -gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio -sangue. -</p> - -<p> -Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate -carni, rigare le superfiziali parti delli omini. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -</p> - -<p> -Verrà alli omini tal crudele malattia, che -colle proprie unghie si stracceranno le loro -carni — sarà la rogna. -</p> - -<p> -Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, -e i fiumi fermare i loro corsi. -</p> - -<p> -L’acqua del mare si leverà sopra l’alte -cime de’ monti, verso il cielo, e ricaderà -sopra alle abitazioni delli omini — cioè per -nuvoli. -</p> - -<p> -Vederà i maggiori alberi delle selve essere -portati dal furor de’ venti dall’Oriente -all’Occidente — cioè per mare. -</p> - -<p> -Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè -seminando. -</p> - -<h3>II. — DE’ FANCIULLI -CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.</h3> - -<p> -O città marine! io veggo in voi i vostri -cittadini, così femmine come maschi, essere -istrettamente da forti legami, colle braccia -e gambe, esser legati da gente, che non intenderanno -i nostri linguaggi; e sol vi potrete -isfogare li vostri dolori e perduta -libertà mediante i lagrimosi pianti e li sospiri -e lamentazione in fra voi medesimi, -chè chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro -intenderete. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -</p> - -<h3>III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.</h3> - -<p> -Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti -fingeranno quel che da altri altre volte -vicinamente è stato mangiato, che staranno -molti mesi avanti che possano parlare. -</p> - -<h3>IV. — IL DORMIRE -SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.</h3> - -<p> -Molta turba fia quella che, dimenticato -loro essere e nome, staran come morto sopra -lo spoglie delli altri morti. -</p> - -<h3>V. — DELLO SCRIVER LETTERE -DA UN PAESE A UN ALTRO.</h3> - -<p> -Parleransi li omini di remotissimi paesi -l’uno all’altro, e risponderansi. -</p> - -<h3>VI. — DELLE PUTTE MARITATE.</h3> - -<p> -Vedrassi ai padri donare le lor figliole -alla lussuria delli omini, e premiare, e abbandonare -ogni passata guardia — quando si -maritano le putte. -</p> - -<h3>VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.</h3> - -<p> -E dove prima la gioventù femminina non -si potea difendere dalla lussuria e rapina -da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -di mura; verrà tempo che bisognerà, -che padre e parenti d’esse fanciulle le paghino -di gran prezzo chi voglia dormire -con loro, ancorachè esse sien ricche, nobili -e bellissime. -</p> - -<p> -Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere -la umana specie, come cosa inutile al -mondo e guastatrice di tutte le cose create. -</p> - -<h3>VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME -A CHI VA AL LETTO.</h3> - -<p> -Molti, per mandare fòri il fiato con troppa -prestezza, perderanno il vedere e in breve -tutti i sentimenti. -</p> - -<h3>IX. — DEL SOGNARE.</h3> - -<p> -Andranno li omini, e non si moveranno; -parleranno con chi non si trova; sentiranno -chi non parla. -</p> - -<h3>X. — ANCORA DEL SOGNARE.</h3> - -<p> -Alli omini parrà vedere nel cielo nove -ruine; parrà in quello levarsi a volo, e da -quello fuggire con paura le fiamme, che di -lui discendano; sentiran parlare li animali, -di qualunque sorta, il linguaggio umano; -scorreranno immediate colla lor persona in -diverse parti del mondo, sanza moto; vedranno -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh! -maraviglia della umana spezie! Qual -frenesia t’ha sì condotto? Parlerai cogli animali -di qualunque spezie, e quelli con teco -in linguaggio umano. Vedratti cadere di -grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti -t’accompagneranno. -</p> - -<h3>XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.</h3> - -<p> -Vedrannosi forme e figure d’uomini e -d’animali, che seguiranno essi animali o -omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto -di lui qual è dell’altro, ma parrà cosa mirabile -delle varie grandezze in che essi si -trasmutano. -</p> - -<h3>XII. — DELL’OMBRA -CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME.</h3> - -<p> -Appariranno grandissime figure in forma -umana, le quali quanto più le ti farai vicino, -più diminuiranno la loro immensa magnitudine. -</p> - -<h3>XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE -E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA -IN UN MEDESIMO TEMPO.</h3> - -<p> -Vedrassi molte volte l’uno omo diventare -tre, e tutti lo seguono: e spesso l’uno, -il più certo, l’abbandona. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<h3>XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI.</h3> - -<p> -Verrà a tale la generazione umana, che -non si intenderà il parlare l’uno dell’altro — cioè -un tedesco con un turco. -</p> - -<h3>XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO.</h3> - -<p> -Molti saran veduti portati da grandi animali, -con veloce corso, alla ruina della sua -vita e prestissima morte. Per l’aria e per -la terra saranno veduti animali di diversi -colori portarne con furore li omini alla distruzione -di lor vita. -</p> - -<h3>XVI. — DE’ SEGATORI.</h3> - -<p> -Saranno molti, che si moveran l’uno -contra dell’altro, tenendo in mano il tagliente -ferro; questi non si faranno intra -loro altro nocimento, che di stanchezza, perchè -quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto -l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi -si inframmetterà in mezzo, perchè al fine -rimarrà tagliato in pezzi. -</p> - -<h3>XVII. — DE’ ZAPPATORI.</h3> - -<p> -Molti fien quegli, che scorticando la madre, -le arrovescieranno la sua pelle addosso — i -laboratori della terra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -</p> - -<h3>XVIII. — DEL SEMINARE.</h3> - -<p> -Allora la gran parte delli omini, che resteran -vivi, gitteran fuori delle lor case le -serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli -e animali terrestri, sanza curarsi d’esse -in parte alcuna. -</p> - -<h3>XIX. — LE TERRE LAVORATE.</h3> - -<p> -Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e -risguardare l’oppositi emisferi, e scoprire -le spelonche a ferocissimi animali. -</p> - -<h3>XX. — I CALZOLARI.</h3> - -<p> -Li omini vederanno con piacere disfare, -e rompere l’opere loro. -</p> - -<h3>XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE.</h3> - -<p> -Spegneransi innumerabili vite, e farassi -sopra la terra innumerabili buche. -</p> - -<h3>XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE.</h3> - -<p> -Getteranno li omini fori delle lor proprie -case quelle vettovaglie, le quali eran -dedicate a sostentar la lor vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -</p> - -<h3>XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO.</h3> - -<p> -Li omini batteranno aspramente chi fia -causa di lor vita — batteranno il grano. -</p> - -<h3>XXIV. — DE’ GIOCATORI.</h3> - -<p> -Le pelli delli animali removeranno li -omini, con gran gridori e bestemmie, dal lor -silenzio — le balle da giuocare. -</p> - -<h3>XXV. — DEL SUONO DELLA VITA.</h3> - -<p> -Il vento, passato per le pelli delli animali, -farà saltare li omini — cioè la piva, -che fa lo saltare. -</p> - -<h3>XXVI. — DE’ DADI.</h3> - -<p> -Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce -moto, trattare la fortuna del suo motore — i -dadi. -</p> - -<h3>XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI.</h3> - -<p> -Li omini si nasconderanno sotto le scorze -delle scorticate erbe, e, quivi gridando, si -daran martiri, con battimenti di membra, a -sè medesimi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -</p> - -<h3>XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI -NELLE BUDELLE.</h3> - -<p> -Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale -aver la lingua in culo all’altro. -</p> - -<h3>XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA -CHE LAVORANO.</h3> - -<p> -Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le -quali con tanta oscurità tigneranno il cielo, -che copre l’Italia. -</p> - -<h3>XXX. — DE’ BARBIERI.</h3> - -<p> -Tutti li omini si fuggiranno in Africa. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="irraz">LE PROFEZIE -DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI.</h2> - -<h3>I. — TIRAN LE BOMBARDE.</h3> -</div> - -<p> -I buoi fieno in gran parte causa delle ruine -delle città, e similemente cavalli e bufoli. -</p> - -<h3>II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO.</h3> - -<p> -Mangeranno i padron delle possessioni -i lor propri lavoratori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -</p> - -<h3>III. — DELLI ASINI BASTONATI.</h3> - -<p> -O natura trascurata, perchè ti se’ fatta -parziale, facendoti ai tua figli d’alcuni pietosa -e benigna madre, ad altri crudelissima -e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli -esser dati in altrui servitù, sanza mai -benefizio alcuno; e in loco di remunerazione -de’ fatti benefizi, esser pagati di grandissimi -martirî; e spender sempre la lor vita -in benefizio del suo malefattore. -</p> - -<h3>IV. — DELLI ASINI.</h3> - -<p> -Le molte fatiche saran remunerate di -fame, di sete, di disagio e di mazzate e -di punture e bestemmie e gran villanie. -</p> - -<h3>V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI -CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI.</h3> - -<p> -Sentirassi in molte parte dell’Europa -strumenti di varie magnitudini far diverse -armonie, con grandissime fatiche di chi più -presso l’ode. -</p> - -<h3>VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME -DELL’ARGENTO E ORO.</h3> - -<p> -Molti tesori e gran ricchezze saranno -appresso alli animali di quattro piedi, i -quali le porteranno in diversi lochi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -</p> - -<h3>VII. — DE’ CAPRETTI.</h3> - -<p> -Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti -figliuoli saranno tolti alle loro balie, -e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno. -</p> - -<h3>VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, -CAPRE E SIMILI.</h3> - -<p> -A innumerabili saran tolti i loro piccoli -figlioli, e quelli scannati, e crudelissimamente -squartati. -</p> - -<h3>IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI.</h3> - -<p> -A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri -nati essere squarciati nelle proprie case da -crudelissimi e rapaci animali del paese -vostro. -</p> - -<h3>X. — LE API CHE FANNO LA CERA -DELLE CANDELE.</h3> - -<p> -Sarà annegato chi fa il lume al culto -divino. -</p> - -<p> -E quelli, che pascono l’erbe, faran della -notte giorno — sevo. -</p> - -<h3>XI. — DELL’API.</h3> - -<p> -E a molti altri saran tolte le munizioni -e lor cibi, e crudelmente, da gente sanza -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -ragione, saranno sommersi e annegati. O -giustizia di Dio, perchè non ti desti a vedere -così malmenare i tua creati! -</p> - -<h3>XII. — DELLE FORMICHE.</h3> - -<p> -Molti popoli fien quelli, che nasconderan -sè e sua figlioli e vettovaglie dentro alle -oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi, -ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, -sanza altro lume accidentale o naturale. -</p> - -<h3>XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI.</h3> - -<p> -Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti -in uccelli, e assaliranno li altri omini -togliendo loro il cibo dalle proprie mani e -mense — le mosche. -</p> - -<h3>XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI -CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA.</h3> - -<p> -Molti periranno di fracassamento di testa, -e salteranno loro li occhi in gran parte -della testa, per causa d’animali paurosi -usciti dalle tenebre. -</p> - -<h3>XV. — DELLE BISCIE -PORTATE DALLE CICOGNE.</h3> - -<p> -Vedrassi in grandissima altezza dell’aria -lunghissimi serpi combattere colli uccelli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -</p> - -<h3>XVI. — I PESCI LESSI.</h3> - -<p> -Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti -acque. -</p> - -<h3>XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO -NON NATI.</h3> - -<p> -Infinita generazione si perderà per la -morte delle grandi. -</p> - -<h3>XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO -RIBUTTATE DAL MARE, CHE MARCISCONO -DENTRO AI LOR GUSCI.</h3> - -<p> -Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien -morti, marciranno nelle lor proprie case, -empiendo le circostanti parti piene di fetulente <span class="inl-note">[fetido]</span> -puzzo! -</p> - -<h3>XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE -NON POSSONO FARE I PULCINI.</h3> - -<p> -Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito -il nascere. -</p> - -<h3>XX. — DELLE TACCOLE <span class="inl-note">[specie di cornacchie]</span> E STORNELLI.</h3> - -<p> -Quelli che si fideranno abitare appresso -di lui, che saranno gran turbe, questi tutti -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -moriranno di crudele morte, e si vedran -i padri e le madri, d’insieme colle sue famiglie, -esser da crudeli animali divorati e -morti. -</p> - -<h3>XXI. — DELLE API.</h3> - -<p> -Vivono a popoli insieme, sono annegate -per torle il miele; molti e grandissimi popoli -saranno annegati nelle lor proprie case. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="piante">LE PROFEZIE DELLE PIANTE.</h2> - -<h3>I. — DELLE NOCI E ULIVE -E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI.</h3> -</div> - -<p> -Molti figlioli da dispietate bastonate fien -tolti delle proprie braccia delle lor madri, -e gittati in terra, e poi lacerati. -</p> - -<h3>II. — DE’ NOCI BATTUTI.</h3> - -<p> -Quelli che avranno fatto meglio saranno -più battuti, e i sua figliuoli tolti e scorticati, -overo spogliati, e rotte e fracassate le -sue ossa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -</p> - -<h3>III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI -DANDOCI OLIO CHE FA LUME.</h3> - -<p> -Discenderà con furia diverso la terra -chi ci darà nutrimento e luce. -</p> - -<h3>IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO.</h3> - -<p> -Li alberi e arbusti delle gran selve si -convertiranno in cenere. -</p> - -<h3>V. — DELLI ALBERI -CHE NUTRISCONO I NESTI <span class="inl-note">[i ramoscelli innestati sulla pianta]</span>.</h3> - -<p> -Vedrannosi i padri e le madri fare molto -più giovamento ai figliastri, che ai lor veri -figlioli. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="materiali">LE PROFEZIE -DELLE COSE MATERIALI.</h2> - -<h3>I.</h3> -</div> - -<h3>I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE -CHE SON DI BUE.</h3> - -<p> -E si vedrà in gran parte del paese camminare -sopra le pelli delli grandi animali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -</p> - -<h3>II. — DE’ CRIVELLI -FATTI DI PELLE D’ANIMALI.</h3> - -<p> -Vedrassi il cibo degli animali passar -dentro alle lor pelli per ogni parte, salvo -che per la bocca, e penetrare dall’opposta -parte insino alla piana terra. -</p> - -<h3>III. — DELLE LANTERNE.</h3> - -<p> -Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno -la luce notturna dall’impetuoso -furor de’ venti. -</p> - -<h3>IV. — DELLE MEDESIME.</h3> - -<p> -I buoi, colle lor corna, difenderanno il -foco dalla sua morte — la lanterna. -</p> - -<h3>V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI -FATTE DI CORNA DI CASTRONE.</h3> - -<p> -Nelle corna delli animali si vedranno -taglienti ferri, colli quali si toglie la vita a -molti della loro specie. -</p> - -<h3>VI. — DELLI ARCHI FATTI -COLLI CORNI DE’ BUOI.</h3> - -<p> -Molti fien quelli che, per causa delle bovine -corna, moriranno di dolente morte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -</p> - -<h3>VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI.</h3> - -<p> -Li animali volatili sosterran l’omini colle -lor proprie penne. -</p> - -<h3>VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO.</h3> - -<p> -Molte volte la cosa disunita fia causa -di grande unizione — cioè il pettine, fatto -dalla disunita canna, unisce le fila nella seta. -</p> - -<h3>IX. — IL FILATOIO DA SETA.</h3> - -<p> -Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, -le rauche e infocate voci di quei che fieno -con tormento spogliati, e al fine lasciati -ignudi e sanza moto: e questo fia per causa -del motore, che tutto volge. -</p> - -<h3>X. — DEL LINO -CHE FA LA CURA DELLE GENTI.</h3> - -<p> -Saran reveriti e onorati, e con reverenzia -e amore ascoltati li sua precetti, di chi -prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato -da molte e diverse battiture. -</p> - -<h3>XI. — DEL MANICO DELLA SCURE.</h3> - -<p> -Le selve partoriranno figlioli, che fiano -causa della lor morte — il manico della -scure. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -</p> - -<h3>XII. — IL BASTONE CH’È MORTO.</h3> - -<p> -Il movimento de’ morti farà fuggire, con -dolore e pianto e con grida, molti vivi. -</p> - -<h3>XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE.</h3> - -<p> -Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, -e legheranno i vivi, e servirannogli -a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione. -</p> - -<h3>XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE -CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI.</h3> - -<p> -Corpi sanz’anima per sè medesimi si -moveranno, e porteran con seco innumerabile -generazione di morti, togliendo le ricchezze -a’ circustanti viventi. -</p> - -<h3>XV. — DEI CARRI E NAVI.</h3> - -<p> -Vedrassi i morti portare i vivi — i carri -e navi in diverse parti. -</p> - -<h3>XVI. — DELLE CASSE -CHE RISERBANO MOLTI TESORI.</h3> - -<p> -Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi -e altre piante tesori grandissimi, i -quali lì stanno occulti, e ben guardati. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -</p> - -<h3>XVII. — DEL NAVIGARE.</h3> - -<p> -Vedrassi li alberi delle gran selve di -Taurus e di Sinai, Apennino e Atlante scorrere -per l’aria da oriente a occidente, da -aquilone a meridie; e porteranno per l’aria -gran moltitudine d’omini. -</p> - -<p> -Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! -quanta separazion d’amici! di parenti! e -quanti fien quelli, che non rivedranno più -le lor provincie, nè le lor patrie, e che moriranno -sanza sepoltura, colle lor ossa sparse -in diversi siti del mondo! -</p> - -<h3>XVIII. — DEL NAVIGARE.</h3> - -<p> -Saranno gran venti, per li quali le cose -orientali si faranno occidentali; e quelle di -mezzodì, in gran parte miste col corso -de’ venti, seguirannolo per lunghi paesi. -</p> - -<h3>XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO.</h3> - -<p> -Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, -portare con furia moltitudine d’omini alla -distruzione di lor vita. -</p> - -<h3>XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE -ANDANDO IN ZOCCOLO.</h3> - -<p> -Saran sì grandi i fanghi, che li omini -andranno sopra l’alberi de’ loro paesi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -</p> - -<h3>XXI. — DELLE BAGHE <span class="inl-note">[sacchi, otri di pelle]</span>.</h3> - -<p> -Le capre condurranno il vino alle città. -</p> - -<h3>XXII. — DEL PARASOLE.</h3> - -<p> -La percussione della spera del sole apparirà -cosa che, chi la crederà coprire, sarà -coperto da lei. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<h3>I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA -DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI.</h3> - -<p> -Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi -a questo tempo, torranno la libertà a molti -uomini. -</p> - -<h3>II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ -NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI.</h3> - -<p> -Vedrannosi l’alte mura delle gran città -sotto sopra ne’ loro fossi. -</p> - -<h3>III. — DEI FORNI.</h3> - -<p> -A molti fia tolto il cibo di bocca — ai -forni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -</p> - -<h3>IV. — ANCORA DEI FORNI.</h3> - -<p> -A quelli, che si imboccheranno per l’altrui -mani, fia loro tolto il cibo di bocca — il forno. -</p> - -<h3>V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE -DALLA BOCCA DEL FORNO.</h3> - -<p> -Per tutte le città e terre e castelli e case -si vedrà, per desiderio di mangiare, trarre -il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza -poter fare difesa alcuna. -</p> - -<h3>VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI -E CALCINA.</h3> - -<p> -Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento -di molti giorni, e le pietre si -convertiranno in cenere. -</p> - -<h3>VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE.</h3> - -<p> -L’umane opere fien cagione di lor morte — le -spade e lance. -</p> - -<h3>VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È -MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE HA MORTI -TANTI UOMINI.</h3> - -<p> -I morti usciranno di sotto terra, e coi -loro fieri movimenti cacceranno dal mondo -innumerabili creature umane. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -</p> - -<h3>IX. — DELLE SPADE E LANCE -CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO.</h3> - -<p> -Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna -offensione, si farà spaventevole e feroce mediante -la trista compagnia, e torrà la vita -crudelissimamente a molte genti; e più -n’ucciderebbe, se corpi sanz’anima, e usciti -dalle spelonche, non li difendessino — cioè -le corazze di ferro. -</p> - -<h3>X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI.</h3> - -<p> -Per causa delle stelle si vedranno li -omini esser velocissimi, al pari di qualunque -animale veloce. -</p> - -<h3>XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE.</h3> - -<p> -Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per -causa del fuoco! -</p> - -<h3>XII. — DELLE BOMBARDE -CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA.</h3> - -<p> -Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli -grida, stordirà i circostanti vicini, e col -suo fiato farà morire li omini, e ruinare le -città e castella. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -</p> - -<h3>XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO -CHE CONSUMA TUTTE LE SOME DELLE LEGNE, -CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E -CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE DELLE -BESTIE.</h3> - -<p> -I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale -che bruceranno il legname di molte e grandissime -selve, e molte fiere selvatiche e domestiche. -</p> - -<h3>XIV. — DELL’ESCA.</h3> - -<p> -Con pietra e con ferro si renderanno -visibili le cose, che prima non si vedeano. -</p> - -<h3>XV. — DE’ METALLI.</h3> - -<p> -Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche -chi metterà tutta l’umana specie in -grandi affanni, pericoli e morte. -</p> - -<p> -A molti seguaci lor, dopo molti affanni, -darà diletto; ma chi non fia suo partigiano, -morrà con stento e calamità. -</p> - -<p> -Questo commetterà infiniti tradimenti; -questo aumenterà e persuaderà li omini tutti -alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; -questo darà sospetto ai sua partigiani; questo -torrà lo stato alle città libere; questo -torrà la vita a molti; questo travaglierà li -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -omini infra loro con molte arti, inganni e -tradimenti. -</p> - -<p> -O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio -agli omini che tu ti tornassi nell’inferno: -per costui rimarran diserte le gran -selve delle lor piante; per costui infiniti -animali perderanno la vita. -</p> - -<h3>XVI. — DE’ DANARI E ORO.</h3> - -<p> -Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, -con sudore, affaticare tutti i popoli del mondo, -con grandi affanni, ansietà, sudori, per -essere aiutato da lui. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cerimonie">LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE.</h2> - -<h3>I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE.</h3> -</div> - -<p> -I semplici popoli porteran gran quantità di -lumi per far lume ne’ viaggi a tutti quelli, che -integralmente hanno perso la virtù visiva. -</p> - -<h3>II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI -E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA.</h3> - -<p> -Agli omini saran fatti grandissimi onori -e pompe, sanza lor saputa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -</p> - -<h3>III. — DEL DÌ DE’ MORTI.</h3> - -<p> -E quanti fien quelli che piangeranno i -lor antenati morti, portando lumi a quelli. -</p> - -<h3>IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO.</h3> - -<p> -In tutte le parti d’Europa sarà pianto -di gran popoli per la morte d’un solo omo, -morto in Oriente. -</p> - -<h3>V. — DE’ CRISTIANI.</h3> - -<p> -Molti, che tengon la fede del figliolo, sol -fan templi nel nome della madre. -</p> - -<h3>VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO.</h3> - -<p> -Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno -con arroganti movimenti minacciando -con metallo e fuoco, chi non faceva -lor detrimento alcuno. -</p> - -<h3>VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA.</h3> - -<p> -Molti fien quelli che, per esercitare la lor -arte, si vestiran ricchissimamente: e questo -parrà esser fatto secondo l’uso de’ grembiali. -</p> - -<h3>VIII. — DE’ PRETI -CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO.</h3> - -<p> -Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta -il corpus domini, si vedranno manifestamente -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -per sè stessi andare per diverse -strade del mondo. -</p> - -<h3>IX. — DE’ FRATI CONFESSORI.</h3> - -<p> -Le sventurate donne, di propria volontà, -andranno a palesare agli uomini tutte le loro -lussurie e opere vergognose e segretissime. -</p> - -<h3>X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE.</h3> - -<p> -Parleranno li omini alli omini, che non -sentiranno; avran gli occhi aperti, e non -vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro -risposta; chiederan grazia a chi avrà orecchi, -e non ode; faran lume a chi è orbo. -</p> - -<h3>XI. — DELLE SCOLTURE.</h3> - -<p> -Ohimè! che vedo il Salvatore di novo -crocifisso. -</p> - -<h3>XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI.</h3> - -<p> -Io vedo di nuovo venduto e crocifisso -Cristo, e martirizzare i sua santi. -</p> - -<h3>XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO -PER LI LORO SANTI, MORTI PER ASSAI -TEMPO!</h3> - -<p> -Quelli che saranno morti, dopo mille anni, -fien quelli che daranno le spese a molti vivi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -</p> - -<h3>XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO.</h3> - -<p> -Infinita moltitudine venderanno pubblicamente -e pacificamente cose di grandissimo -prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, -e che mai non furon loro, nè in lor potestà, -e a questo non provvederà la giustizia -umana. -</p> - -<h3>XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE -RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E DANNO -IL PARADISO.</h3> - -<p> -Le invisibili monete faran trionfare molti -spenditori di quelle. -</p> - -<h3>XVI. — DELLE CHIESE -E ABITAZION DE’ FRATI.</h3> - -<p> -Assai saranno, che lascieranno li esercizî -e le fatiche e povertà di vita e di roba, -e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti -edifizî, mostrando questo esser il mezzo -di farsi amico a Dio. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -</p> - -<h2 id="costumi">LE PROFEZIE DEI COSTUMI.</h2> - -<h3>I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI.</h3> -</div> - -<p> -Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, -e porteran seco i sua valsenti <span class="inl-note">[le loro ricchezze]</span>, e andranno -abitare in altri paesi. -</p> - -<h3>II. — DELLI OMINI CHE DORMAN -NELL’ASSE D’ALBERO.</h3> - -<p> -Li omini dormiranno, e mangeranno, e -abiteranno infra li alberi, nati nelle selve -e campagne. -</p> - -<h3>III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO.</h3> - -<p> -Verranno li omini a tanta ingratitudine -che, chi darà loro albergo, sanza alcun prezzo, -sarà carico di bastonate, in modo che gran -parte delle interiora si spigneranno dal loco -loro, e s’andranno rivoltanto pel suo corpo. -</p> - -<h3>IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI.</h3> - -<p> -Verranno li omini in tanta viltà, che -avran di grazia che altri trionfino sopra i -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza — cioè -la sanità. -</p> - -<h3>V. — DEL COMUNE.</h3> - -<p> -Un meschino sarà soiato <span class="inl-note">[adulato beffardamente]</span> e essi soiatori <span class="inl-note">[adulatori]</span> -sempre fien sua ingannatori e rubatori, e -assassini d’esso meschino. -</p> - -<h3>VI. — PROFEZIA.</h3> - -<p> -Porterassi neve distante no’ lochi caldi, -tolta dall’alte cime de’ monti, e si lascierà -cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo -dell’estate. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="casi">LE PROFEZIE DE’ CASI -CHE NON POSSONO STARE IN NATURA.</h2> - -<h3>I. — DELLA FOSSA.</h3> -</div> - -<p> -Staran molti occupati in esercizio a levare -di quella cosa, che tanto crescerà, -quanto se ne levò. -</p> - -<h3>II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO.</h3> - -<p> -E a molti corpi nel vedere da lor levar -la testa, si vedrà manifestamente crescere, -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -e, rendendo loro la levata testa, immediatamente -diminuiscono la grandezza. -</p> - -<h3>III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI.</h3> - -<p> -E’ saran molti cacciatori d’animali che, -quanto più ne piglieranno, manco n’avranno, -e così, di converso, più n’avrà quanto men -ne piglieranno. -</p> - -<h3>IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA -CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA.</h3> - -<p> -E rimarranno occupati molti che, quanto -più tireranno in giù la cosa, essa più se ne -fuggirà in contrario moto. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="filosof">LE PROFEZIE -DELLE COSE FILOSOFICHE.</h2> - -<h3>I. — DELL’AVARO.</h3> -</div> - -<p> -Molti fieno quelli che, con ogni studio e -sollecitudine, seguiranno con furia quella -cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo -la sua malignità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -</p> - -<h3>II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO -PIÙ SI FANNO AVARI, CHE AVENDOSI -A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI.</h3> - -<p> -Vedransi quelli, che son giudicati di più -sperienza e giudizio, quanto egli hanno men -bisogno delle cose, con più avidità cercarle -e ricercarle. -</p> - -<h3>III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA.</h3> - -<p> -Li omini perseguiranno quella cosa, della -qual più temono, cioè saran miseri, per non -venire in miseria. -</p> - -<h3>IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, -CHE PRIMA S’UCCIDONO.</h3> - -<p> -Sarà morto da loro il loro nutritore, e -flagellato con spietata morte. -</p> - -<h3>V. — DELLA BOCCA DELL’OMO -CH’È SEPOLTURA.</h3> - -<p> -Usciranno gran romori dalle sepolture -di quelli, che son finiti da cattiva e violenta -morte. -</p> - -<h3>VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO.</h3> - -<p> -Gran parte de’ corpi animati passerà -pe’ corpi de gli altri animali, cioè le case disabitate -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -passeran in pezzi per le case abitate, -dando a quelle un utile, e portando con seco -i sua danni: quest’è, cioè, la vita dell’omo -si fa delle cose mangiate, le quali portan -con se la parte dell’omo, ch’è morta. -</p> - -<h3>VII. — DELLA VITA DELLI OMINI -CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE.</h3> - -<p> -Li omini passeran morti per le sue proprie -budelle. -</p> - -<h3>VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO.</h3> - -<p> -Vedrannosi animali sopra della terra, i -quali sempre combatteranno infra loro e -con danni grandissimi e, spesso, morte di -ciascuna delle parti. -</p> - -<p> -Questi non avran termine nelle lor malignità: -per le fiere membra di questi verranno -a terra gran parte delli alberi delle -gran selve dell’universo; e poi ch’essi avranno -pasciuto, il nutrimento de’ loro desideri -sarà di dar morte e affanno e fatiche e -guerre e furie a qualunque cosa animata. -E per la loro smisurata superbia questi si -vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia -gravezza delle lor membra gli porrà -in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, -o sotto la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -remossa o guasta; e quella dell’un -paese remossa nell’altro; e ’l corpo di -questi si farà sepoltura e transito di tutti -i già da lor morti corpi animati. -</p> - -<p> -O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo -nell’alte fessure de’ tua gran baratri -e spelonche, e non mostrare più al -cielo sì crudele e spietato mostro? -</p> - -<h3>IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI.</h3> - -<p> -Felici fien quelli che presteranno orecchi -alle parole de’ morti: — leggere le bone -opere, e osservarle. -</p> - -<h3>X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI.</h3> - -<p> -I corpi sanz’anima ci daranno, con lor -sentenzie, precetti utili al ben morire. -</p> - -<h3>XI. — DELLA FAMA.</h3> - -<p> -Le penne leveranno li omini, siccome gli -uccelli, inverso il cielo: — cioè per le lettere, -fatte da esse penne. -</p> - -<h3>XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE -TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE V’È -SU LE SCRITTURE.</h3> - -<p> -Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del -sentimento, tanto più s’acquisterà sapienza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -</p> - -<h3>XIII. — DELLA STORIA.</h3> - -<p> -Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno -in sè tal virtù, che renderanno la -persa memoria alli omini: — cioè i papiri -che son fatti di peli disuniti, e tengono memoria -delle cose e fatti delli omini. -</p> - -<h3>XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA -SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI.</h3> - -<p> -Li omini tutti scambieranno emisperio -immediate. -</p> - -<h3>XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE -DA ORIENTE A OCCIDENTE.</h3> - -<p> -Moverannosi tutti li animali da oriente -a occidente, e così da aquilone a meriggio -scambievolmente, e così di converso. -</p> - -<h3>XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI -E DA INFINITE LINEE SON DIVISI, IN MODO -CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA -D’ESSE LINEE INFRA L’UN DE’ PIEDI E -L’ALTRO.</h3> - -<p> -Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi -li omini, stanti dall’uno all’altro emisperio, -intenderansi i loro linguaggi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -</p> - -<h3>XVII. — DELLE NUVOLE.</h3> - -<p> -Gran parte del mare si fuggirà inverso il -cielo e per molto tempo non farà ritorno: — cioè -pe’ nuvoli. -</p> - -<h3>XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, -CHE È ACQUA.</h3> - -<p> -L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in -moto sopra le spiagge de’ monti, si fermerà -per lungo spazio di tempo sanza fare alcun -moto, e questo accaderà in molte e diverse -provincie. -</p> - -<h3>XIX. — LA PALLA DELLA NEVE -ROTOLANDO SOPRA LA NEVE.</h3> - -<p> -Molti fien quelli, che cresceran nelle lor -ruine. -</p> - -<h3>XX. — DELLE PIOGGIE, -CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI -PORTAN VIA LE TERRE.</h3> - -<p> -Verrà diverso il cielo chi trasmuterà -gran parte dell’Africa, che si mostra a esso -cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa -inverso l’Africa; e quelle delle provincie -Scitiche si mescoleranno insieme con gran -rivoluzione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -</p> - -<h3>XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO -LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE MONTAGNE, -E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E -DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE IL MARE.</h3> - -<p> -Le grandissime montagne, ancorachè sieno -remote da’ marini liti, scacceranno il mare -dal suo sito. -</p> - -<h3>XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E -MISTA CON TERRA, E DELLA POLVERE E -NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO -MISTO COL SUO <span class="inl-note">[Sott.: elemento]</span> E ALTRI CON CIASCUNO.</h3> - -<p> -Vedrassi tutti li elementi insieme misti -con gran rivoluzione, trascorrere ora inverso -il centro del mondo, ora inverso il -cielo, e quando dalle parti meridionali scorrere -con furia inverso il freddo settentrione, -qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, -e così da questo in quell’altro emisperio. -</p> - -<h3>XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE -CHE SCORRERÀ IN PONENTE.</h3> - -<p> -Vedrannosi le parti orientali discorrere -nell’occidentali, e le meridionali in settentrione, -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -avviluppandosi per l’universo con -grande strepito e tremore o furore. -</p> - -<h3>XXIV. — DELLA NOTTE -CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.</h3> - -<p> -Verrà a tanto che non si conoscerà differenza -in fra’ colori, anzi si faran tutti di -nera qualità. -</p> - -<h3>XXV. — DEL FOCO.</h3> - -<p> -Nascerà di piccolo principio chi si farà -con prestezza grande; questo non stimerà -alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza -quasi il tutto avrà in potenza di trasformare -il suo essere in un altro. -</p> - -<h3>XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL -FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO, -CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO -CIELO.</h3> - -<p> -I raggi solari accenderanno il foco in -terra, col quale s’infocherà ciò ch’è sotto -il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, -ritorneranno in basso. -</p> - -<h3>XXVII. — TRACCIA.</h3> - -<p> -Restaci il moto, che separa il motore -dal mobile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -</p> - -<h3>XXVIII. — DEI PIANETI.</h3> - -<p> -E molti terrestri e acquatici animali -monteranno fra le stelle: — cioè pianeti. -</p> - -<h3>XXIX. — DEL CONSIGLIO.</h3> - -<p> -E colui che sarà più necessario a chi -avrà bisogno di lui, sarà sconosciuto, cioè -più sprezzato. -</p> - -<h3>XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.</h3> - -<p> -La cosa malvagia e spaventevole darà -di sè tanto timore appresso a detti omini -che come matti, credendo fuggirla, concorreranno -con veloce moto alle sue smisurate -forze. -</p> - -<h3>XXXI. — DELLA BUGIA.</h3> - -<p> -Tutte le cose, che nel verno fien nascoste -sotto la neve, rimarranno scoperte e palesi -nell’estate: — detta per la bugìa, che -non può stare occulta. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -</p> - -<h2 id="facez">LE FACEZIE.</h2> - -<h3>I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.</h3> -</div> - -<p> -Usano i frati minori, a certi tempi, alcune -loro quaresime, nelle quali essi non mangiano -carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, -perchè essi vivono di limosine, hanno licenzia -di mangiare ciò che è posto loro -innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, -una coppia d’essi frati a un’osteria, in compagnia -d’un certo mercantuolo, il quale, -essendo a una medesima mensa, alla quale -non fu portato, per la povertà dell’osteria, -altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, -vedendo questo essere poco per -lui, si volse a essi frati, e disse: — se io ho -ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì -ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle -quali parole i frati furono costretti, -per la lor regola, sanza altre cavillazioni, -a dire ciò essere la verità: onde il mercantuolo -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -ebbe il suo desiderio; e così, si mangiò -essa pollastra; e i frati feciono il meglio -poterono. -</p> - -<p> -Ora, dopo tale desinare, questi commensali -si partirono tutti e tre di compagnia; -e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume -di bona larghezza e profondità, essendo tutti -e tre a piedi, — i frati per povertà e l’altro -per avarizia, — fu necessario, per l’uso della -compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, -passasse sopra i sua omeri esso mercantuolo: -onde datoli il frate a serbo i -zoccoli, si caricò di tale omo. -</p> - -<p> -Onde accadde che, trovandosi esso frate -in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò -de la sua regola; e fermatosi, a uso di San -Cristofano, alzò la testa inverso quello che -l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, hai -tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose -questo, come credete voi che mia pari mercatante -andasse altrementi attorno? — Ohimè! -disse il frate, la nostra regola vieta, -che noi non possiamo portare danari addosso; — e -sùbito lo gettò nell’acqua. La -qual cosa conosciuta dal mercatante, facetamente -la già fatta ingiuria essere vendicata, -con piacente riso, pacificamente, mezzo -arrossito por vergogna, la vendetta sopportò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -</p> - -<h3>II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.</h3> - -<p> -Andando un prete per la sua parrocchia -il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua -benedetta per le case, capitò nella stanza -d’un pittore, dove spargendo essa acqua -sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi -indirieto, alquanto scrucciato, disse, -perchè facesse tale spargimento sopra le -sue pitture. Allora il prete disse essere così -usanza, e ch’era suo debito il fare così, e -che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare -bene e meglio, che così promettea Dio, -e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se -n’avrebbe di sopra per ogni un cento. -</p> - -<p> -Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse -fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò -un gran secchione d’acqua addosso a esso -prete, dicendo: — ecco che di sopra ti viene -per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe -del bene, che mi facevi colla tua -acqua santa, colla quale m’hai guasto mezzo -le mie pitture. — -</p> - -<h3>III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO -AD UN SIGNORE.</h3> - -<p> -Uno artigiano, andando spesso a visitare -uno signore, sanza altro proposito dimandare -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -al quale <span class="inl-note">[senza che nulla gli occorresse da chiedergli]</span>, il signore domandò quello, -che andava facendo. Questo disse, che veniva -lì per avere de’ piaceri, che lui aver -non potea; perocchè volentieri vedova omini -più potenti di lui, come fanno i popolani, -ma che ’l signore non potea vedere, se non -omini di men possa di lui: per questo i -signori mancano d’esso piacere. -</p> - -<h3>IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.</h3> - -<p> -Uno, volendo provare colla autorità di -Pitagora, come altre volte lui era stato al -mondo, e uno non li lasciava finire il suo -ragionamento; allor costui disse a questo -tale: — e per tale segnale, che io altre volte -ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora -costui, sentendosi mordere -colle parole, gli confermò essere vero, che -per questo contrassegno lui si ricordava che -questo tale era stato l’asino, che gli portava -la farina. -</p> - -<h3>V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.</h3> - -<p> -Fu dimandato un pittore perchè, facendo -lui di figure sì belle che eran cose morte, -per che causa esso avesse fatti i figlioli sì -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -brutti. Allora il pittore rispose, che le pitture -le fece di dì e i figlioli di notte. -</p> - -<h3>VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.</h3> - -<p> -Uno lasciò lo usare con uno suo amico, -perchè quello spesso li diceva male delli -amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, -dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, -lo pregò che li dicesse quale fusse la -cagione, che lo avesse fatto dimenticare -tanta amicizia. Al quale esso rispose: — io -non voglio più usare con teco per ch’io ti -voglio bene, e non voglio che, dicendo tu -male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano -come me a fare trista impressione -di te, dicendo tu a quelli male di me tuo -amico; onde non usando noi più insieme -parrà che noi siamo fatti nimici, e per il -dire tu male di me, com’è tua usanza, non -sarai tanto da essere biasimato, come se noi -usassimo insieme. — -</p> - -<h3>VII. — DETTO DI UN INFERMO.</h3> - -<p> -Sendo uno infermo in articulo di morte, -esso sentì battere la porta, e domandato uno -de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -esso servo rispose esser una, che si chiamava -madonna Bona. Allora l’infermo alzate -le braccia ringraziò Dio con alta voce; -poi disse ai servi che lasciassero venire -presto questa, acciocchè potesse vedere una -donna bona innanzi che esso morisse, imperocchè -in sua vita mai ne vide nessuna. -</p> - -<h3>VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.</h3> - -<p> -Fu detto a uno che si levasse dal letto, -perchè già era levato il sole, e lui rispose: — se -io avessi a fare tanto viaggio e faccende -quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, -avendo a fare sì poco cammino, ancora non -mi voglio levare. — -</p> - -<h3>IX. — ARGUZIA.</h3> - -<p> -Uno vedendo una femmina parata a tener -tavola in giostra, guardò il tavolaccio, e gridò -vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è -troppo picciol lavorante a sì gran bottega! — -</p> - -<h3>X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.</h3> - -<p> -Uno vede una grande spada allato a un -altro, e dice: — o poverello! ell’è gran -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -tempo ch’io t’ho veduto legato a questa -arme: perchè non ti disleghi, avendo le mani -disciolte e possiedi libertà? — Al quale costui -rispose: — questa è cosa non tua, anzi -è vecchia. — Questi, sentendosi mordere, rispose: — io -ti conosco sapere sì poche cose -in questo mondo, ch’io credevo che ogni -divulgata cosa a te fussi per nova. — -</p> - -<h3>XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.</h3> - -<p> -Uno disputando, e vantandosi di saper -fare molti varî e belli giochi, un altro de’ circostanti -disse: — io so fare uno gioco, il -quale farà trarre le brache a chi a me parrà. — Il -primo vantatore, trovandosi sanza brache: — che -no, disse, che a me non le farai -trarre! E vadane un paro di calze. — Il proponitore -d’esso gioco, accettato lo ’nvito, -improntò <span class="inl-note">[si procacciò]</span> più para di brache, e trassele -nel volto al mettitore delle calze, e vinse -il pegno. -</p> - -<h3>XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.</h3> - -<p> -Uno disse a un suo conoscente: — tu hai -tutti li occhi trasmutati in istrano colore. — Quello -li rispose intervenirli spesso: — ma -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -tu non ci hai posto cura. — E quando t’addivien -questo? — Rispose l’altro: — ogni -volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso -strano, per la violenza ricevuta da sì gran -dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in -istrano colore. — -</p> - -<h3>XIII. — LA STESSA.</h3> - -<p> -Uno disse a un altro: — tu hai tutti li -occhi mutati in istran colore. — -</p> - -<p> -Quello li rispose: — egli è perchè i mia -occhi veggono il tuo viso strano. — -</p> - -<h3>XIV. — MOTTO.</h3> - -<p> -Uno disse, che in suo paese nasceva le -più strane cose del mondo. L’altro rispose: — tu -che vi se’ nato, confermi ciò esser -vero, per la stranezza della tua brutta presenza. — -</p> - -<h3>XV. — FACEZIA DI UN PRETE.</h3> - -<p> -Una lavava i panni, e pel freddo avea -i piedi molto rossi; e passandole appresso -uno prete, domandò, con ammirazione, donde -tale rossezza derivassi; al quale la femmina -subito rispose che tale effetto accadeva, perchè -ella avea sotto il foco. Allora il prete -mise mano a quello membro, che lo fece -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -essere più prete che monaca, e, a quella accostandosi, -con dolce e sommessiva voce, -pregò quella che ’n cortesia li dovessi un -poco accendere quella candela. -</p> - -<h3>XVI. — FACEZIA.</h3> - -<p> -Uno, andando a Modana, ebbe a pagare -5 soldi di Lira di gabella della sua persona. -Alla qual cosa cominciato a fare gran romore -e ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; -i quali domandando donde veniva -tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! -non mi debbo io maravigliare? conciossia -che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi -di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro -il c..., ebbi a pagare 10 ducati d’oro, e qui -metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì -piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, -e chi la governa! — -</p> - -<h3>XVII. — MOTTO ARGUTO.</h3> - -<p> -Due camminando di notte per dubbiosa -via, quello dinanzi fece grande strepito col -culo; e disse l’altro compagno: — or veggo -io ch’i’ son da te amato. — Come? disse -l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la -coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda -da te. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -</p> - -<h3>XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE -A UN VECCHIO.</h3> - -<p> -Dispregiando un vecchio pubblicamente -un giovane, mostrando audacemente non temer -quello, onde il giovane li rispose che -la sua lunga età li faceva migliore scudo -che la lingua o la forza. -</p> - -<h3>XIX. — FACEZIA.</h3> - -<p> -Perchè li Ungheri tengon la croce doppia. -</p> - -<div class="footnotes"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -</p> - -<h2 id="note">NOTE.</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span><i>De illustratione urbis Florentiæ</i>, Parigi, 1583, -pag. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span><i>Arch. Storico Italiano.</i> Firenze, 1672, serie III, -vol. XVI, pag. 222.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span><i>Le Vite</i> (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, -vol. IV, pag. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Ric. int. a L. d. V.</i> Torino, Loescher, -1896, pag. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><span class="smcap">L. d. V.</span>, <i>The literary works</i> (ed. Richter). Vol. II, -pag. 395-396.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span><span class="smcap">Pacioli</span>, <i>Divine proportione</i>. Venezia, 1509, -c. I v.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span><span class="smcap">Luzio</span>, <i>I precettori d’Isabella d’Este</i>, Ancona, -Morelli, 1887.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span><i>Ricordi.</i> Venezia, 1555, c. 51 v.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 18, 49.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span><span class="smcap">Anonimo</span>, <i>Breve vita. Arch. Storico Italiano</i>, serie -III, vol. XVI, pag. 226.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 50-51, 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span><span class="smcap">Libri</span>, <i>Histoire des sciences mathém. en Italie</i>. -Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Paolo dal Pozzo Toscanelli</i>, Roma, Rac. -Colomb., 1894 pag. 520.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 50-51.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span><span class="smcap">Vasari</span>, <i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span><span class="smcap">Solmi</span>, <i>Studî sulla filosofia naturale di L. d. V.</i> -Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Cfr. <i>G</i>, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano -de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora -da Roma, per andare a sposare la moglie in -Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo -ciò, partì ed andò in Francia.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span><i>Arch. Storico Italiano</i>, serie III, vol. XVI, -pag. 226.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span><span class="smcap">Uzielli</span>, <i>Ricerche intorno a L. d. V.</i> Roma, Salviucci, -1884, pag. 459.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Cfr. <i>Atti della R. Accademia dei Lincei</i>. Roma, 1876, -serie II, vol. III, pag. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span><span class="smcap">Bossi</span>, <i>Del Cenacolo di L. d. V.</i> Milano, Stamperia -Reale, 1810, pag. 19-22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span><i>Arch. Storico Italiano</i>, serie III, vol. XVI, -pag. 222.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 21, 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span><span class="smcap">Bandello</span>, <i>Novelle</i>. Londra, Harding, 1740, -vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello -fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie. -Cfr. <span class="smcap">Quetif</span> et <span class="smcap">Echard</span>, <i>Script. Ord. Prædicat.</i>, -vol. II, pag. 155.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><i>Le Vite</i>, vol. IV, pag. 28-29.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span><span class="smcap">Du Fresne</span>, <i>Il trattato detta pittura di L. d. V.</i> -Parigi, 1651.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Si riscontri la <span class="smcap">Tavola delle sigle</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Si veda: <i>Qui incomincia el Tesoro di</i> -<span class="smcap">Brunetto Latino</span> <i>di Firense, e parla del -nascimento e della natura di tutte le cose</i>. Treviso, -1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. -Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo -attinge la materia di questa favola.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>La leggenda qui narrata da Leonardo -non ha nessun fondamento storico, e si deve -far risalire probabilmente al <i>Tractato de le -piu maravigliose cosse e piu notabile che si -trovano in le parte del mondo, redute e collecte -sotto brevità in el presente compendio dal -strenuissimo cavalieri speron doro Johanne -de</i> <span class="smcap">Mandavilla</span>. Milano, 1480. Folio <i>g.</i> 3 vº, -opera che il Vinci stesso ricorda in una nota -del <i>Codice Atlantico</i>: folio 207 rº. Per analoghe -leggende si veda <span class="smcap">Prideaux</span>, <i>Life of -Mahomet</i>. Pag. 82 e seg.; <span class="smcap">A. D’Ancona</span>, <i>La -leggenda di Maometto in Occidente</i>. Giorn. -Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. -Vol. XIII, pag. 238.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Si veda: <i>Fiore di virtù che tratta tutti -i vitti humani, et come si deve acquistare la -virtù</i>. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -ricordato da Leonardo nel <i>Codice Atlantico</i>: -folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto -il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo -si veda: <span class="smcap">A. Springer</span>, <i>Ueber den Physiologus -des Leonardo da Vinci</i>, in <i>Berichte -über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. -d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe</i>. -Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e <span class="smcap">Goldstaub</span> und -<span class="smcap">Wendriner</span>, <i>Ein tosco-venezianischer Bestiarius</i>. -Halle, 1892. Pag. 240-254; <i>Anhang -zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des -Leonardo da Vinci</i>, che riavvicina al testo -del manoscritto <i>H</i> passi di Solino, di Alberto -Magno, di Ugo da San Vittore, di -Vincenzo di Beauvais, del Neckam.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span><i>Fior di virtù</i>, Roma, 1740. Cap. III, -pag. 22-23: <i>Del vizio dell’invidia appropriato -al nibbio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. IV, pag. 26: <i>Dell’allegrezza -appropriata al gallo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. V, pag. 29: <i>Del vizio della tristizia -appropriato al corbo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. VII, pag. 34: <i>Della virtù della -pace appropriata al castoro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. VIII, pag. 37-38: <i>Del vizio dell’ira -appropriato all’orso</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. IX, pag. 43: <i>Della virtù della -misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli -dell’uccello ipega</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XII, pag. 58: <i>Del vizio dell’avarizia -appropriato alla botta</i>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Donde Leonardo abbia tratta questa -allegoria non mi è stato dato di determinare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span><i>Fior di virtù</i>, cap. X, pag. 47: <i>Del vizio -della crudeltà appropriato al basilisco</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XI, pag. 50: <i>Della virtù della -liberalità appropriata all’aquila</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XIII, pag. 62-63: <i>Della correzione -appropriata al lupo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XIV, pag. 66: <i>Della lusinga -appropriata alla sirena</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XV, pag. 69-70: <i>Della prudenza -appropriata alla formica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XVI, pag. 76-77: <i>Della pazzia -appropriata al bue salvatico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XVII, pag. 79-80: <i>Della giustizia -appropriata al re delle api</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXI, pag. 98-99: <i>Della verità -appropriata alla pernice</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XIX, pag. 91: <i>Della lialtà appropriata -alla grua</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XX, pag. 95: <i>Della falsità appropriata -alla volpe</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXII, pag. 102: <i>Della bugia -appropriata alla topinara</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXIV, pag. 109: <i>Del timore -appropriato alla lepre</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXV, pag. 111: <i>Della magnanimità -appropriata al girifalco</i>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXVI, pag. 112-113: <i>Della -vanagloria appropriata allo pavone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXVII, pag. 115-116: <i>Della -constanzia appropriata alla fenice</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXVIII, pag. 117-118: <i>Della -incostanzia appropriata alla rondine</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXIX, pag. 120-121: <i>Della -temperanza appropriata al cammello</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXX, pag. 125: <i>Della intemperanza -appropriata al liocorno</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXI, pag. 128: <i>Della umiltà -appropriata allo agnello</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXII, pag. 133: <i>Della superbia -appropriata al falcone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXIII, pag. 137: <i>Dell’astinenza -appropriata all’asino salvatico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXIV, pag. 139: <i>Della gola -appropriata all’avvoltoio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXV, pag. 141: <i>Della castità -appropriata alla tortora</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXVI, pag. 146: <i>Della lussuria -appropriata al pipistrello</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span><i>Ivi</i>, cap. XXXVII, pag. 152-153: <i>Della -moderanza appropriata all’ermellino</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Si veda: <span class="smcap">Cecco Asculano</span>, <i>Lacerba</i>. -Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº -e vº: <i>Aquila</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: <i>De -la natura de lumerpa</i>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. V, folio 33 rº: <i>De la -natura de plicano</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: <i>De -quatro animali che vivono de quattro elementi -et primo de salamandra</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: <i>De -cameleone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VII: <i>Alepo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. VIII: <i>De la natura -del struzo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. X, folio 34 vº: <i>De la -natura del cygno</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: <i>De -la natura de la cicogna</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: -<i>De la natura de la cichada</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: <i>De -la natura del basalisco</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e -41 rº: <i>Del aspido</i>. — <i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXII, -folio 41 rº: <i>Del dracone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: -<i>De la vipera</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº -e 42 rº: <i>Del scorpione</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: -<i>Del crocodilo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: -<i>Del botto</i>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Questa allegoria sembra originale di -Leonardo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Questa allegoria sembra originale di -Leonardo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Si veda la <i>Historia naturale di</i> <span class="smcap">Caio -Plinio Secondo</span> <i>tradocta di lingua latina in -florentina per Cristoforo Landino</i>. Venezia, -1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera -che Leonardo ricorda, con la parola <i>Plinio</i>, -nel <i>Codice Atlantico</i>: folio 207 rº; e nel <i>Codice -Trivulziano</i>: folio 3 rº.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Si veda <span class="smcap">C. Plinii Secundi</span> <i>Naturalis -Historia</i> (ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866; -e per le discussioni, che si sono levate a -proposito della diretta derivazione di questi -passi da Plinio, si veda <span class="smcap">Goldstaub</span> und <span class="smcap">Wendriner</span>, -<i>Ein tosco-venezianischer Bestiarius</i>, -pag. 245-247.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>In Plinio non mi fu dato di riscontrare -il testo di questo simbolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span><span class="smcap">C. Plinii</span> <i>Nat. hist.</i>, lib. VIII, cap. I, -pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49; -cap. XII, pag. 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Non mi è stato dato di precisare con -esattezza la fonte di questo simbolo.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Cfr. <span class="smcap">C. Plinii</span> <i>Nat. hist.</i>, lib. X, -cap. LXXIII, pag. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 -(67-69).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). -Si noti nel brano di Leonardo la confusione -fra le parole <i>tigre</i> e <i>pantera</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 -(86-88).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 -(97-98).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 -(98-99).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 -(99-100).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 -(100-101).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span><i>Ivi</i>, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 -(101-102).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>La profonda osservazione, contenuta -in questo passo, è stata suggerita a Leonardo -dalle contraddizioni e incertezze, in -cui s’era avvolta la meccanica presso gli -antichi. La leva archimedea non essendo -una verga solida, ma una linea geometrica, -poteva fornire agli investigatori soltanto -dei risultati matematici e astratti; più tardi -gli antichi, incautamente, fusero e confusero -i dati della aritmetica coi dati della esperienza, -rendendo così più acuto quel contrasto -fra l’ideale e il reale, che la scienza -greco-romana non riuscì a comporre. Il -Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete -e legislatrice della natura, attenua -qui il proposito di voler correggere, con -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -critica investigazione, le cifre discordanti, -offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche -dell’antica e della nuova scienza: -<span class="smcap">Höffding</span>, <i>Geschichte der neueren Philosophie</i>. -Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E -su Leonardo: <span class="smcap">Dühring</span>, <i>Kritische Geschichte -der allgemeinen Prinzipien der Mechanik</i>. -Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>Questo passo, o più esattamente il -seguente, che vi è contenuto, e attinto al -<span class="smcap">Valturio</span>, <i>De re militari libri XII ad Sigismundum -Pandulfum Malatestam ........ -edente Paulo Ramusio</i>. Verona, 1483. Pag. 12; -opera da Leonardo ricordata nel <i>Codice -Atlantico</i>: folio 207 rº, con la indicazione: -<i>De re militari</i>. Non hanno quindi nessuna -ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing -in <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary works of Leonardo -da Vinci</i>. London, 1883. Vol. I, pag. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Si veda ancora: <span class="smcap">Valturio</span>, <i>De re militari</i>. -Pag. 12, donde questo frammento è -stato tradotto parola a parola.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span>Il passo qui riferito precede le splendide -pagine di Leonardo contro l’ipotesi -filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente -la figura di ciascuno dei cinque -poliedri regolari (<i>figuræ mundanæ</i>) agli elementi -della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul -valore matematico di questo -concetto, si veda lo <span class="smcap">Chasles</span>, <i>Aperçu historique -sur l’origine et sur le développement -des méthodes en géométrie</i>, Paris, 1875, -pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -relativi, i miei <i>Studî sulla filosofia naturale di -Leonardo da Vinci</i>. Modena, 1898, pag. 88-89. -Per le fonti cfr. <span class="smcap">Luca Pacioli</span>, <i>Divina proporzione</i>. -Venezia, 1509. Pag. <span class="smcap lowercase">LV</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Leonardo, nelle sue ricerche lente e -faticose sulla caduta dei gravi, non giunse -alla determinazione di quella legge degli -spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, -che rese immortale Galileo Galilei. Il principio -qui espresso è che il peso cadente è -soggetto ad una forza di accelerazione costante, -la quale fa sì che l’aumento della -distanza fra i gravi discendenti è eguale e -proporzionale ai tempi della caduta. Intorno -alle investigazioni di Leonardo sulla discesa -dei gravi si veda il <span class="smcap">Venturi</span>, <i>Essai sur les -ouvrages phisico-mathématiques de Léonard -de Vinci</i>. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine -del <span class="smcap">Caverni</span>, <i>Storia del metodo sperimentale -in Italia</i>. Firenze, 1895. Vol. IV, -pag. 69-80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Tale concetto intorno ai moti equabili, -tratto dalla meccanica aristotelica -(<i>Quæstiones mechanicæ</i>. Opera. Venezia, 1560. -Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci -nei limiti naturali: «Se una potenza moverà -un corpo in alquanto tempo un alquanto -spazio, la medesima potenza moverà -la metà di quel corpo nel medesimo tempo -due volte quello spazio, ovvero la medesima -virtù moverà la metà di quel corpo per tutto -quello spazio nella metà di quel tempo.» -Manoscritto <i>F</i>, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -combatte nel frammento LXII è l’arbitraria -estensione della legge al di là di -ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, -è la tendenza ingenita in certe menti -irrequiete di dar forma metafisica alle leggi -fisiche, di applicare la vuota astrattezza del -termine <i>in infinito</i> alla natura manifestantesi -nello spazio e nel tempo finito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Il frammento è stato compiutamente -frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione -della parola <i>frate</i> alla parola <i>fructo</i>, che si -trova realmente nel manoscritto. (<i>Les manuscrits -de Léonard de Vinci. Manuscrits -F et I de la bibliothèque de l’Institut.</i> Paris, -1889. <i>F</i>, folio 72 vº.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Leonardo ha tradotto questo passo -parola a parola dalla <i>Prospettiva</i> di <span class="smcap">Giovanni -Pecckham</span> († 1292). Si veda in fatti: -<i>Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi -Cantuariensis fratris ordinum minorum</i>. -Milano, s. d., folio a, 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Secondo le dottrine aristoteliche, era -concesso alla mente umana di conoscere la -natura dei quattro elementi terra, acqua, -aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza -del grave col leggero, dell’umido col -secco, principî ultimi componenti la molteplice -varietà delle cose. Si veda <span class="smcap">Aristotile</span>, -<i>De cœlo</i>. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega -qui la possibilità di conoscere la natura degli -elementi, che compongono la realtà esterna; -come altrove (<i>Codice Atlantico</i>, folio 79 rº, -pag. 187) aveva negato, a somiglianza del -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -suo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità -di giungere alla conoscenza di elementi -primitivi in generale. Cfr. <span class="smcap">Lasswitz</span>, -<i>Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis -Newton</i>. Hamburg und Leipzig, 1890. I, -pag. 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>Son qui profondamente intravveduti -gli effetti di quella coesione intermolecolare, -che fa che la gocciola d’acqua assume forma -sferica intorno al centro della propria figura; -e gli effetti di quella più vasta attrazione, -che tiene raccolto l’elemento liquido intorno -al centro della Terra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Leonardo ricorda nel <i>Codice Atlantico</i>, -folio 207 rº, con la parola <i>Justino: Il -libro di</i> <span class="smcap">Justino</span>, <i>posto diligentemente in materna -lingua da Girolamo Squarzafico</i>. Venezia, -1477; libro che gli ispirava questo -memorabile frammento. Si veda <span class="smcap">G. d’Adda</span>, -<i>Leonardo da Vinci e la sua libreria</i>. Milano, -1872; e <i>The literary works of Leonardo -da Vinci</i>. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span><i>Pag. 108.</i> Piero di Braccio Martelli, ricordato -altrove dal Vinci (codice del <i>British -Museum</i>: folio 202 vº. Cfr. <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary -works</i>, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino -di grande integrità, ma matematico -insigne, singolare ragione perchè fosse caro -a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, -benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere -al Poccianti, egli compose: <i>Libri quattuor -in Mathematicas disciplinas, Epistolæ -plures et elegantes, Epigrammata non pauca -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -et acutissima</i>; opere, che, smarrite durante -il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto -un nuovo esempio di quella efficacia, che -Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici -del tempo suo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>La legge affermata qui da Leonardo -è quella stessa che il Galilei dichiarava nei -<i>Dialoghi delle scienze nuove</i> (<i>Opere</i>, ed. Albèri. -Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo -in varî modi, deviato per obbliquità di -rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli -avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza -altro impedimento: «Ogni movimento fatto -dalla forza, scrive col suo stile limpido e -conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, -quanto è la proporzione della cosa mossa -con quella che muove; e, se ella troverà -resistente opposizione, finirà la lunghezza -del suo debito viaggio per circolar moto -o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, -computato il tempo e il viaggio, fia come -se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» -Manoscritto <i>A</i>, folio 60 vº.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Leonardo accetta in questo frammento -il principio che la visione si compia -nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile -o matematico. (Cfr. <span class="smcap">Vitellone</span>, <i>Optica -edente Fred. Rixnero</i>. Norimberga, 1535, -libro ricordato da Leonardo nel <i>Codice Atlantico</i>, -folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, -nel progresso delle sue ottiche investigazioni, -che egli giunse alla razionale convinzione -dell’esistenza di una superficie sensibile -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -alla luce e ai colori, cioè a quella che -oggi si chiama <i>la retina</i>. Grandiosa conclusione, -alla quale è portato da una serie di -scoperte non meno grandiose, raccolte nel -manoscritto <i>D</i>, e disperse nei manoscritti -<i>F, K, E</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span>La fonte per le notizie sulle idee di -Pitagora intorno all’armonia delle sfere si -deve ritenere, in ultima analisi, il <i>De Cœlo</i> -d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il -Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni -peripatetiche. Secondo la filosofia -pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, -genera un suono; i corpi celesti, nel -loro eterno movimento, producono anch’essi -una serie di suoni, la di cui altezza varia -secondo la velocità e la velocità secondo la -distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, -secondo i pitagorei, agli intervalli dei -suoni nell’ottava. — Si veda <span class="smcap">Zeller</span>, <i>Geschichte -der Philosophie der Griechen in ihrer -geschichtlichen Entwicklung</i>. Tubinga, 1869. -Vol. I, pag. 398 e 399.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span>Leonardo si riferisce alla <i>Spera</i> di -<span class="smcap">Goro Dati</span> [Firenze, 1478] e agli <i>Hymni et -epigrammata</i> di <span class="smcap">Michele Tarcaniota (Marullo)</span> -[Firenze, 1497]. Nella prima di queste -due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla -22ª, sono dedicate alle lodi del sole: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Chiaro splendore e fiamma rilucente,</p> -<p class="i01">Sopra tutt’altre creatura bella, ec.</p> -</div></div> - -<p> -e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni -simili a quelle usate dal Vinci. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -</p> - -<p> -Negli <i>Hymni et epigrammata</i> del Marullo, -il secondo dei <i>Libri hymnorum naturalium</i> -si apre coll’inno al sole: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Quis novus hic animis furor incidit, unde repente</i></p> -<p class="i01"><i>Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?</i> ec.</p> -</div></div> - -<p> -Le notizie, che seguono nei frammenti L, -LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono -tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo -nomina una sola volta di seconda mano, dal -<i>El libro de la vita de philosophi e delle loro -elegantissime sententie extracte da</i> <span class="smcap">Diogene -Lahertio</span> <i>e da altri antiquissimi auctori</i>. Venezia, -1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II, -pag. 223).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span>Il tentativo d’incanalare l’Arno per -bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni, -già suggerito da Luca Fancelli (si veda -<span class="smcap">G. Uzielli</span>, <i>La vita e i tempi di Paolo dal -Pozzo Toscanelli</i>. Roma, 1890, pag. 520), conduce -il Vinci, dal campo strettamente pratico, -ai più alti problemi di idraulica e di geologia. -Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa -e Montelupo, formava in antico un altissimo -argine, separatore di due vasti laghi, -l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle -acque dolci (si veda il frammento LXXXI). -Secondo <span class="smcap">Giovanni Villani</span> († 1348), lontano -ancora da ogni idea di dinamica terrestre, -la mano provvida dell’uomo avrebbe -spezzata questa diga, onde lasciare libero -il transito al fiume (Cfr. <i>Croniche di Giovanni, -Matteo e Filippo Villani</i>. Trieste, 1861); Leonardo -vede nell’opera lenta dell’acqua la -causa del benefico effetto. Alte e feconde -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -sono le conclusioni che il Vinci seppe trarre -da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze -del tempo (cfr. <span class="smcap">Francesco Patrizzi</span>, -<i>De antiquorum rethorica</i>. Venezia, 1562) -erano radicate così profondamente nell’anima -dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, -<span class="smcap">Antonio Vallisnieri</span> (<i>Opere fisico-mediche</i>. -Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il -padre della moderna scienza geologica, ne sa -assai meno di lui intorno all’esistenza delle -conchiglie fossili e intorno alla meccanica -delle trasformazioni terrestri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>Il problema della fine della vita nel -mondo preoccupa, come può scorgersi dai -frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo -da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione -è che egli, senza ricorrere ad una -volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento -degli esseri come una naturale -conseguenza del successivo operare delle -forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano -trarre dal trasformarsi lento e continuo -della superficie terrestre: nel corso dei -secoli le acque si troveranno rinserrate nel -fondo di voragini senza fine, per il lavorío -dei fiumi che approfondiscono il proprio -letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà -in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi -dei monti, in causa del dispogliamento del -terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi -è toccata e combattuta da <span class="smcap">Aristotele</span> nei -<i>Libri metheorologici</i>, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. -lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse -qui dal Vinci.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -</p> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>Secondo <span class="smcap">Anassagora</span>, ogni cosa nel -mondo è composta da una somma di componenti -della stessa natura dell’intero, chiamati -da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): -questi principî ultimi si trovano sparsi da -per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano -nella composizione di ogni essere inorganico -e organico. Si veda <span class="smcap">Zeller</span>, <i>Gesch. -der Philosophie der Griechen</i>. I, pag. 875-885. -Le medesime espressioni del frammento di -Leonardo si trovano nel <i>De umbris idearum</i>, -Berlino, 1868, pag. 28, del <span class="smcap">Bruno</span>, e risalgono -probabilmente a <span class="smcap">Lucrezio</span>, <i>De rerum -natura</i>, lib. I, v. 830 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>Si veda: <span class="smcap">Roberto Valturio</span>, <i>De re -militari</i>. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto -il frammento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>Le notizie su queste costumanze dei -selvaggi sono state tratte dal <span class="smcap">Mandavilla</span>, -<i>Tractato de le più maravigliose cosse e più -notabili che si trovano in le parti del mondo</i>. -Milano, 1480, folio <i>l</i> 4 rº: «e se sono grassi -di subito li mangiano, e se sono magri li -fano ingrassare.» L’opera del <span class="smcap">Platina</span> qui -citata è il <i>De la honesta voluptate et valetudine -et de li obsonij</i>. Venezia, 1487, ricordata -nel <i>Codice Atlantico</i> con le parole: -<i>De onesta voluptà</i>, folio 207 rº.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>Il <i>codice</i>, nel quale si trova questo -frammento, contiene, quasi esclusivamente, -note intorno al trattato <span class="smcap">Di luce ed ombra</span>. -Il <i>cavallo</i>, di cui qui si parla, è il modello -per la statua equestre a Francesco Sforza. -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -<i>Jacomo Andrea</i>, nella casa del quale Leonardo -si reca a cena con il discepolo suo -<i>Giacomo</i>, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore -di Vitruvio e architetto di alto -grido, che morì, ucciso per ordine del generale -Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. -<span class="smcap">G. Uzielli</span>, <i>Ricerche intorno a Leonardo da -Vinci</i>. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382). -<i>Marco</i> è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo -del Vinci. <i>Galeazzo Sanseverino</i>, in -casa del quale Leonardo dirige quella giostra, -che rimase poi sempre famosa in Milano -(26 gennaio 1491), è il capitano al quale -Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito -nel funesto 1499, e profondo conoscitore -dell’arte militare. <i>Agostino da Pavia</i> è ricordato, -insieme con Leonardo da Vinci, nella -lettera che Bartolomeo Calco, segretario -dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, -in occasione del matrimonio di Lodovico con -Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca -Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere -il ritorno degli artisti che si trovavano in -quella città (8 dicembre 1490:..... <i>Augustino -et Magistro Leonardo</i>....., cfr. <span class="smcap">Beltrami</span>, <i>Il -Castello di Milano</i>. Milano, 1895. Pag. 188). -Finalmente <i>Gian Antonio</i> è l’artista Gian -Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di -Leonardo in Milano. L’intero frammento è, -quasi senza dubbio, un memoriale per il -risarcimento de’ danni e delle spese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Il frammento è di grande importanza -per la biografia di Leonardo e particolarmente -per gli anni, che vanno dal 1513 -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -al 1515. <i>Maestro Giovanni degli Specchi</i> e gli -altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti -o meccanici tedeschi, della cui opera -il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici -disegni di strumenti, come per esempio -il memorabile tornio ovale (si veda: -<i>Codice Atlantico</i>, folio 121 rº: <i>fa fare il -tornio ovale al Tedesco</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span><i>Pag. 228.</i> Non si può negare, come fa incautamente -il <span class="smcap">Richter</span> (<i>The literary works -of Leonardo da Vinci</i>. Vol. II, pag. 413), la -possibilità di una simile costumanza presso -gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza -che possediamo delle pratiche superstiziose -popolari, soggiacenti ai principî -più alti delle religioni asiatiche. Ma è più -probabile, e nello stesso tempo più naturale, -che il Vinci si riferisca, con le parole: <i>come -ancora in alcuna regione dell’India</i>; alle notizie -che cominciavano a diffondersi sul principio -del secolo XVI in Europa intorno agli -usi dei popoli americani: e allora le sue parole -trovano più di una luminosa conferma -nelle pagine del <span class="smcap">Frazer</span>, <i>The golden bough — a -study in comparative religion</i>. Londra, 1890, -vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’<span class="smcap">Acosta</span>, -<i>Natural and moral history of the Indies</i>. -Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Il nome di Momboso è adoperato -per indicare il gruppo del Monte Rosa da -<span class="smcap">Flavio Biondo</span>, <i>Roma ristaurata ed Italia -illustrata</i>, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e -da <span class="smcap">Leandro Alberti</span>, <i>Descrittione di tutta -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -Italia</i>. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro -fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî -tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì -e ’l Reno a tramontana, il Danubio over -Danoja a greco e ’l Po a levante.» (<i>Mss. di -Leicester</i>, c. 10 rº; <span class="smcap">Richter</span>, <i>The literary -works</i>. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno -alla caduta della grandine o «grésil,» -quella, ancor più importante ed in contrasto -con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità -del cielo sereno a grandi altezze, -confermata più di tre secoli dopo dal -<span class="smcap">De Saussure</span> per le Alpi, e dall’<span class="smcap">Humboldt</span> -per le Cordigliere (<span class="smcap">Kaemtz</span>, <i>Cours de météorologie</i>. -Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano -a ritenere che Leonardo da Vinci è -salito oltre i 3000 metri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>Le descrizioni di Leonardo ritraggono -per lo più fenomeni realmente osservati. A -proposito del passo: «onde del mare di -Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi -il disegno di un’onda coperta di -schiuma, che si trova nel manoscritto <i>L</i> e -la nota che lo accompagna: «fatta al mare -di Piombino» (anno 1502). <span class="smcap">Leonardo da -Vinci</span>, <i>Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque -de l’Institut</i>. Parigi, 1890, vol. V, folio -6 vº.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span>La questione del viaggio di Leonardo -in Oriente, aperta dal <span class="smcap">Richter</span> nella <i>Zeitschrif -für bildende Kunst.</i> Vienna, 1881, -vol. XVI, e esaminata a fondo dal <span class="smcap">Douglas -Freshfield</span> nei <i>Proceedings of the Royal -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -Geographical Society</i>. Londra, 1884. Vol. VI, -pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, -neppure proposta nei suoi veri termini. -Se da una parte la <span class="smcap">Divisione del -Libro</span> suggerisce l’idea di una narrazione -fantastica, sia pure condotta con tutta la -maggiore precisione storica e geografica -propria del genio di Leonardo; resta sempre -il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione -di certi schizzi, grossolani e accurati -nello stesso tempo, che riproducono uomini -e cose asiatiche; il senso di certe espressioni -più vaghe su personaggi e costumi -orientali, che spuntano inaspettatamente -nei manoscritti, come rimembranze di cose -vedute, poste ad esempio di principî prospettici -o idraulici. La stessa notizia dello -splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto -che una riproduzione dai <i>Libri meteorologici</i> -di <span class="smcap">Aristotele</span>, una rettifica del testo -Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla -diretta conoscenza dei luoghi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span>Se si confronta questa specie di abbozzo -del <i>Cenacolo</i> con l’opera finita, si ritroveranno -facilmente alcuni degli elementi -della prima, seconda e terza figura descritte -nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni); -nella prima (Giacomo maggiore) e -nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio -del coltello; il gruppo dell’uomo che -parla e di quello che ascolta; l’episodio della -tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento -della terza figura a destra del Salvatore -(Pietro), in quello delle due ultime -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -figure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello -di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla -tavola e guarda è colla maggiore evidenza -l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima -figura a sinistra (Giacomo minore) -conserva qualche caratteristica delle ultime -linee del frammento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span>Quale sia la fonte di questa e della -seguente lettera mi è stato impossibile determinare, -sebbene qualche punto richiami -certe espressioni del <i>Morgante maggiore di -Luigi Pulci</i>. Venezia 1488. Ancora più difficile -sarebbe precisare lo scopo del contenuto -di questa narrazione.</p> -</div> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -</p> - -<h2 id="sommari">SOMMARII E RIFERIMENTI.</h2> -</div> - -<h3>LE FAVOLE.</h3> - -<p> -<a href="#Page_3"><i>Pag. 3.</i></a> L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. -R. 1322. — L’acqua. R. 1271. — <a href="#Page_4"><i>4.</i></a> La fiamma -e la candela. C. A. 67 r. — <a href="#Page_5"><i>5.</i></a> Quelli che s’umiliano, -sono esaltati. R. 1314. — <a href="#Page_6"><i>6.</i></a> Sul medesimo soggetto. -C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — <a href="#Page_7"><i>7.</i></a> Il rasoio. -C. A. 172 v. — <a href="#Page_8"><i>8.</i></a> Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. -76 r. — <a href="#Page_9"><i>9.</i></a> Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. -C. A. 76 r. — Il cedro e le altre piante. C. A. 76 r. — La -vitalba. C. A. 76 r. — <a href="#Page_10"><i>10.</i></a> La cattiva compagnia -trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. — Sul -medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il -persico. C. A. 76 r. — <a href="#Page_11"><i>11.</i></a> L’olmo e il fico. C. A. -76 r. — Le piante e il pero. C. A. 76 r. — <a href="#Page_12"><i>12.</i></a> La rete. -R. 1314. — Nasce rovina dal seguire il falso splendore. -C. A. 67 r. — <a href="#Page_13"><i>13.</i></a> Il castagno e il fico. C. A. -67 r. — <a href="#Page_14"><i>14.</i></a> Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — <a href="#Page_15"><i>15.</i></a> -La noce e il campanile. C. A. 67 v. — <a href="#Page_16"><i>16.</i></a> Il salice -e la zucca. C. A. 67 v. — <a href="#Page_19"><i>19.</i></a> L’aquila. C. A. -67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio. R. 1314. — <a href="#Page_20"><i>20.</i></a> -L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica -e il chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto -e la gatta. H. 51 v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — <a href="#Page_21"><i>21.</i></a> -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -L’ostrica e il granchio. C. A. 67 v. — I tordi -e la civetta. C. A. 67 v. — <a href="#Page_22"><i>22.</i></a> La scimmia e l’uccelletto. -C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — <a href="#Page_23"><i>23.</i></a> -Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il -ragno e il grappolo d’uva. R. 1314. — <a href="#Page_24"><i>24.</i></a> Sul -medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia. H 44. v. — Il -villano e la vite. H. 44 v. — <a href="#Page_25"><i>25.</i></a> Leggenda del -vino e di Maometto. C. A. 67 r. — <a href="#Page_26"><i>26.</i></a> Traccia. R. 1281. — Le -fiamme e la caldaia. C. A. 116 v. — <a href="#Page_27"><i>27.</i></a> Lo specchio -e la regina. R. 1324. -</p> - -<h3>LE ALLEGORIE.</h3> - -<p> -<a href="#Page_31"><i>Pag. 31.</i></a> Amore di virtù. H. 5 r. — <a href="#Page_32"><i>32.</i></a> Invidia. — Allegrezza. — Tristezza. -H. 5 v. — Pace. — <a href="#Page_33"><i>33.</i></a> Ira. -H. 6 r. — Misericordia over gratitudine. — Avarizia. — <a href="#Page_34"><i>34.</i></a> -Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H. 7 r. — Liberalità. — Correzione. -H. 7 v. — <a href="#Page_35"><i>35.</i></a> Lusinghe over -soie. — Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — <a href="#Page_36"><i>36.</i></a> Verità. -H. 8 v. — Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — <a href="#Page_37"><i>37.</i></a> -Bugia. — Timore over viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — <a href="#Page_38"><i>38.</i></a> -Constanza. H. 10 r. — Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. -H. 10 v. — <a href="#Page_39"><i>39.</i></a> -Umiltà. — Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — <a href="#Page_40"><i>40.</i></a> -Castità. H. 11 v. — Lussuria. — Moderanza. — Aquila. -H. 12 r. — <a href="#Page_41"><i>41.</i></a> Lumerpa, fama. H. 12 v. — Pellicano. — Salamandra. — <a href="#Page_42"><i>42.</i></a> -Camaleon. H. 13 r. — Alepo -pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — <a href="#Page_43"><i>43.</i></a> -Cicala. H. 14 r. — Basalisco. — L’aspido, sta per -la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera. — <a href="#Page_44"><i>44.</i></a> Scorpione. -H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r. — <a href="#Page_45"><i>45.</i></a> -Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. -H. 16 r. — <a href="#Page_46"><i>46.</i></a> Taranta. — Duco o civetta -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20 r. e v. — <a href="#Page_48"><i>48.</i></a> Il dragone. -H. 20 v. — <a href="#Page_49"><i>49.</i></a> Serpente. — Boa. H. 21 r. — Macli pel -sonno è giunta. — <a href="#Page_50"><i>50.</i></a> Bonaso noce colla fuga. H. 21 v. — Palpistrello. — <a href="#Page_51"><i>51.</i></a> -Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. -H. 48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. -H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v. — <a href="#Page_52"><i>52.</i></a> Leone. — Pantere -in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. — <a href="#Page_53"><i>53.</i></a> Tigre. — Catopleas. -H. 24 r. — <a href="#Page_54"><i>54.</i></a> Basilisco. — Donnola over -bellola. — <a href="#Page_55"><i>55.</i></a> Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido. -H. 25 r. — <a href="#Page_56"><i>56.</i></a> Icneumone. — Cocodrillo. -H. 25 v. — <a href="#Page_57"><i>57.</i></a> Delfino. H. 26 r. — <a href="#Page_58"><i>58.</i></a> Hippotamo. — Iris. — Cervi. -H. 26 v. — <a href="#Page_59"><i>59.</i></a> Luserte. — Rondine. — Bellola. — Cinghiale. -H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — <a href="#Page_60"><i>60.</i></a> Camaleonte. -H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. -H. 17 v. — <a href="#Page_61"><i>61.</i></a> Dell’antivedere. H. 98 r. — Per -ben fare. H. 98 v. — Sul medesimo soggetto. -H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — <a href="#Page_62"><i>62.</i></a> Frammento. G. 89 r. -</p> - -<h3>I PENSIERI.</h3> - -<p class="center"> -PENSIERI SULLA SCIENZA. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_65"><i>Pag. 65.</i></a> La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error -di quelli, che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone -del pratico. C. A. 76 r. — <a href="#Page_66"><i>66.</i></a> Precedenza -della teorica alla pratica. I. 130 r. — Sul medesimo -soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750. — Sul -medesimo soggetto. Lu. 54. — <a href="#Page_67"><i>67.</i></a> Sul fatto anatomico -dello sviluppo grande del cranio nel fanciullo. -Ash. I. 7 r. — Diversità della teorica dalla -pratica. C. A. 93 v. — <a href="#Page_68"><i>68.</i></a> Sterilità delle scienze senza -applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto. -R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — <a href="#Page_69"><i>69.</i></a> La distribuzione -<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span> -dei suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco -del sapere. C. A. 223 r. — Naturale istinto dell’uomo -al sapere. C. A. 119 r. — <a href="#Page_70"><i>70.</i></a> Piacere, che -nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo -contro gli sprezzatori delle sue opere. -C. A. 119 r. — <a href="#Page_71"><i>71.</i></a> Contro gli sprezzatori della scienza. -T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del corpo umano. -R. 1178. — <a href="#Page_72"><i>72.</i></a> Contro gli uomini, che mirano solo -alla vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza. -C. A. 365 v. — Il supremo bene è il sapere. -T. 2 r. — <a href="#Page_73"><i>73.</i></a> Valore del sapere nella vita. C. A. 112 r. — Glorificazione -della scienza. Lu. 65. — <a href="#Page_74"><i>74.</i></a> Come -per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia -guasta la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo -studio senza voglia non dà alcun frutto. R. 1175. — Sul -medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. — <a href="#Page_75"><i>75.</i></a> Per giudicare -l’opera propria bisogna riguardarla dopo -lungo intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus -mundi. M. 58 v. — Glorificazione della verità. -V. U. 12 r. — <a href="#Page_76"><i>76.</i></a> Conseguenza delle opposizioni alla -verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza. Lu. 1. — <a href="#Page_78"><i>78.</i></a> -Valore delle regole date da Leonardo al pittore. -C. A. 218 v. — <a href="#Page_79"><i>79.</i></a> Legge, che governa lo svolgimento -storico della pittura e delle scienze. C. A. -141 r. — <a href="#Page_80"><i>80.</i></a> Contro il principio di autorità nella -scienza. C. A. 119 r. — <a href="#Page_81"><i>81.</i></a> Il seguace della natura -e il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità -degli scopritori del vero sui commentatori -delle opere altrui. C. A. 117 r. — <a href="#Page_82"><i>82.</i></a> Contro -gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di Leonardo -per gli antichi inventori. F. 27 v. — <a href="#Page_83"><i>83.</i></a> Valore della -autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione -artistica e scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità. -C. A. 147 r. — Necessità della esperienza e -della matematica nelle scienze. Lu. 1. — <a href="#Page_84"><i>84.</i></a> La esperienza. -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano -i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che -non sono in sua potestà. C. A. 154 r. — <a href="#Page_85"><i>85.</i></a> Necessità -della successione dell’effetto alla causa. C. A. -154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157. — Generale -applicabilità della matematica. K. 49 r. — <a href="#Page_86"><i>86.</i></a> -Delle scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della -meccanica. E. 8 r. — La meccanica e la esperienza. -R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e la ragione. -C. A. 86 r. — <a href="#Page_87"><i>87.</i></a> La deduzione. R. 6. — Bisogna -passare dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di -natura domina i fatti. C. A. 147 v. — L’esperienza è -il fondamento della scienza. H. 90 r. — <a href="#Page_88"><i>88.</i></a> Sul medesimo -soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli -effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere -le esperienze e variare le circostanze. A. 47 r. — <a href="#Page_89"><i>89.</i></a> -Esempio della precedente regola. M. 57 r. — Bisogna -limitare la ragione alla esperienza, non -estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102 -r. e v. — <a href="#Page_90"><i>90.</i></a> A coloro che affermano l’acqua trovarsi -alla sommità dei monti, perchè il mare è più -alto, che la terra. F. 72 v. — <a href="#Page_91"><i>91.</i></a> La prospettiva e -la matematica. C. A. 200 r. — <a href="#Page_92"><i>92.</i></a> La cognizione ha -origine dal senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto -principio. R. 838. — <a href="#Page_93"><i>93.</i></a> La testimonianza del -senso è il criterio del vero. Lu. 16. — <a href="#Page_94"><i>94.</i></a> Le vere -scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza -dei sensi. Lu. 33. — <a href="#Page_96"><i>96.</i></a> Inganno della mente -abbandonata a sè stessa. Lu. 65. — Sul medesimo soggetto. -C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v. — <a href="#Page_97"><i>97.</i></a> -Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal -dizionario di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità -della scienza della pittura sulla filosofia. Lu. 10. — Non -si conosce l’essenza delle cose, ma i loro -effetti. C. A. 79 r. — <a href="#Page_98"><i>98.</i></a> Come la massa dell’acqua, -<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span> -che circonda la terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La -divisibilità all’infinito è un’astrazione mentale. -C. A. 119 r. — <a href="#Page_99"><i>99.</i></a> L’infinito non si può abbracciare -colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo -soggetto. H. 67 v. — La finalità delle cose trascende -la mente umana. G. 47 r. — <a href="#Page_100"><i>100.</i></a> Gli antichi si sono -proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. — Limiti -alla definizione dell’anima. R. 837. — <a href="#Page_101"><i>101.</i></a> Contro gli -ingegni impazienti. R. 1210. — <a href="#Page_103"><i>103.</i></a> Della vita del -pittore nel suo studio. Ash. I. 27 v. — <a href="#Page_104"><i>104.</i></a> Consigli -al pittore. Ash. II. 1 r. — <a href="#Page_105"><i>105.</i></a> Altro consiglio. Lu. 58. — <a href="#Page_106"><i>106.</i></a> -Consiglio. L. 53. — Vita del pittore filosofo -ne’ paesi. C. A. 181 v. — <a href="#Page_107"><i>107.</i></a> Necessità della analisi. -Ash. I. 28 r. — <a href="#Page_108"><i>108.</i></a> Carattere delle opere di Leonardo. -R. 4. — <a href="#Page_109"><i>109.</i></a> Suo desiderio insaziabile di conoscere. -R. 1339. -</p> - -<p class="pad1 center"> -PENSIERI SULLA NATURA. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_111"><i>Pag. 111.</i></a> Proemio. C. A. 119 r. — <a href="#Page_112"><i>112.</i></a> Natura e -scienza. I. 18 r. — Leggi necessarie dominano i fatti -della natura. R. 1135. — La rispondenza degli effetti -alla potenza della loro cagione è necessaria. A. 24 r. — <a href="#Page_113"><i>113.</i></a> -Le leggi della natura sono imprescindibili. -E. 43 v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto -succede alla causa necessariamente. C. A. 169 v. — Il -miracolo sta nella rispondenza dell’effetto alla -sua causa. C. A. 337 v. — <a href="#Page_114"><i>114.</i></a> Ogni cosa obbedisce -alla propria legge. R. 156 r. — <a href="#Page_115"><i>115.</i></a> Passività e attività. -T. 39 r. — Provvidenza della natura nella -conformazione del corpo umano. C. A. 116 r. — <a href="#Page_116"><i>116.</i></a> -Provvidenzialità della dilatazione e restringimento -della pupilla. D. 5 r. — <a href="#Page_117"><i>117.</i></a> Contro coloro -che si arrogano di correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul -fenomeno della spinta delle radici. C. A. 76 r. — <a href="#Page_118"><i>118.</i></a> -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -Sulla struttura delle ali. E. 52 v. — Sulla disposizione -delle foglie nelle piante. Lu. 398. — <a href="#Page_119"><i>119.</i></a> -Legge universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul -medesimo soggetto. A. 60 r. — <a href="#Page_120"><i>120.</i></a> Le cose fuori -del loro stato naturale tendono a ritornarvi. C. 26 v. — Legge -del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera -essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto -colla forma. T. 6 r. — <a href="#Page_121"><i>121.</i></a> Legge del minimo sforzo. -G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora la stessa. — La -natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — <a href="#Page_122"><i>122.</i></a> Contro -gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà -della natura. C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A. -1119 r. — <a href="#Page_123"><i>123.</i></a> Precetto. Lu. 270. — Vi è una omogeneità -di struttura negli esseri animati. Lu. 107. — <a href="#Page_124"><i>124.</i></a> -Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale. -G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — <a href="#Page_125"><i>125.</i></a> Definizione -della forza. T. 36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia -è inerte. A. 34 r. — Legge della trasmissione del -moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — <a href="#Page_126"><i>126.</i></a> Principio -d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — <a href="#Page_127"><i>127.</i></a> -Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del -principio d’inerzia. R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — <a href="#Page_128"><i>128.</i></a> -Sulla pitagorica armonia delle sfere celesti. -C. A. 122 v. — <a href="#Page_129"><i>129.</i></a> Sulla legge di gravità. F. 56 v. — La -stessa. F. 69 v. — <a href="#Page_130"><i>130.</i></a> La stessa. C. A. 153 v. — Laude -del sole. R. 860. — <a href="#Page_131"><i>131.</i></a> Segue la laude. F. 5 r. — <a href="#Page_132"><i>132.</i></a> -Segue. F. 4 v. — <a href="#Page_133"><i>133.</i></a> Segue. F. 6 r. — Segue. -F. 8 r. — <a href="#Page_134"><i>134.</i></a> Della prova che ’l sole è caldo per -natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo soggetto. -G. 34 r.; F. 34 v. — <a href="#Page_135"><i>135.</i></a> Propagazione dei -raggi nello spazio. F. 85 v. — <a href="#Page_136"><i>136.</i></a> Se le stelle han -lume dal sole o da sè. F. 86 r. — <a href="#Page_137"><i>137.</i></a> La terra è una -stella. F. 57 r. — Essa risplende nell’universo. R. 886. — <a href="#Page_138"><i>138.</i></a> -Ordine del provare la terra essere una stella. -F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A. -<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span> -112 v. — <a href="#Page_139"><i>139.</i></a> La terra non è centro dell’universo. -F. 25 v. — Come in un’età lontana la terra aveva un -più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni sulla natura -della luna. F. 41 v. — <a href="#Page_140"><i>140.</i></a> Sulla gravità della luna. -F. 69 v. — <a href="#Page_141"><i>141.</i></a> Sul medesimo soggetto. R. 892. — I -mondi gravitano in seno ai proprî elementi. R. 902. — <a href="#Page_142"><i>142.</i></a> -Il calore come principio della vita. K. 1 r. — La -terra è un grande vivente. R. 896. — <a href="#Page_143"><i>143.</i></a> Paragone -dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento -del trattato de l’acqua. R. 1000. — <a href="#Page_144"><i>144.</i></a> L’acqua. -A. 55 v. — L’acqua è il sangue e la linfa del -mondo. R. 970. — <a href="#Page_145"><i>145.</i></a> Sul medesimo soggetto. H. 77 r. — L’acqua -sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute -all’acqua. H. 95 r. — <a href="#Page_146"><i>146.</i></a> Della vibrazion della terra. -K. 2 r. — Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire. -G. 49 v. — <a href="#Page_147"><i>147.</i></a> L’acqua nei fiumi. R. 953. — <a href="#Page_148"><i>148.</i></a> -Su una conchiglia fossile. R. 954. — Basta un -piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. — <a href="#Page_149"><i>149.</i></a> -Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — <a href="#Page_151"><i>151.</i></a> -Di quelli che dicono, che i nicchi sono per -molto spazio e nati remoti dalli mari, per la natura -del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco -a simile creazione d’animali. R. 987. — <a href="#Page_155"><i>155.</i></a> Confutazione -ch’è contro coloro, che dicono i nicchi esser -portati per molte giornate distanti dalli mari per -causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza. -R. 988. — <a href="#Page_158"><i>158.</i></a> I fossili rispecchiano nel passato -una vita analoga a quella del presente. R. 989. — <a href="#Page_161"><i>161.</i></a> -De’ nicchi ne’ monti. F. 80 r. — <a href="#Page_162"><i>162.</i></a> Sulla -stratificazione geologica e contro il diluvio. R. 994. — Dubitazione. -C. A. 155 r. — <a href="#Page_163"><i>163.</i></a> Quale sarà il termine -della vita nel mondo. R. 995. — <a href="#Page_165"><i>165.</i></a> La terra -immersa nell’acqua per la lenta consumazione -de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano -i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -che ha l’uomo d’imitare strumentalmente -l’uccello volante. F. 52 r. — <a href="#Page_166"><i>166.</i></a> Ricordo, che ritorna -all’anima del Vinci mentre scrive sul volo -del nibbio. C. A. 161 r. — <a href="#Page_167"><i>167.</i></a> Perchè li piccoli uccelli -non volano in grande altezza, nè li grandi -uccelli si dilettano volare in basso. C. A. 66 v. — Facciamo -nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come -il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. -H. 89 v. — <a href="#Page_168"><i>168.</i></a> Circolazione della materia. -R. 483. — <a href="#Page_169"><i>169.</i></a> Sullo stesso soggetto. F. 49 v. — Ancora -sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza -della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul -medesimo soggetto. R. 1219. — <a href="#Page_170"><i>170.</i></a> Desiderio -di disfarsi nelle cose e negli esseri. R. 1187. — <a href="#Page_171"><i>171.</i></a> -Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. — <a href="#Page_173"><i>173.</i></a> -Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — <a href="#Page_175"><i>175.</i></a> -Sui movimenti automatici. C. A. 119 r. — <a href="#Page_176"><i>176.</i></a> -Come i nervi operano qualche volta per loro, -sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima. -R. 839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso -nelle proprie opere. Lu. 108. — <a href="#Page_178"><i>178.</i></a> Un istinto naturale -dell’uomo lo guida a cercare sè stesso nelle -cose e negli esseri. Lu. 109. — <a href="#Page_179"><i>179.</i></a> Consiglio al pittore. -A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — <a href="#Page_180"><i>180.</i></a> -Sulla natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei -sogni. R. 1114. — Giudizi inconscienti. I. 20 r. — <a href="#Page_181"><i>181.</i></a> -Inganno dei sensi. Lu. 2. — <a href="#Page_182"><i>182.</i></a> Sul tempo. -R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — <a href="#Page_183"><i>183.</i></a> Sul -concetto del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918. -</p> - -<p class="pad1 center"> -PENSIERI SULLA MORALE. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_185"><i>Pag. 185.</i></a> Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio -della sua anatomia. R. 796. — <a href="#Page_187"><i>187.</i></a> Passaggio dalla -anatomia all’etica. R. 798. — Conseguenze etiche che -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -discendono dagli studi anatomici. An. A. 2 r. — <a href="#Page_188"><i>188.</i></a> -Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire -umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo -alla scienza. R. 1. — <a href="#Page_189"><i>189.</i></a> Contro la necromanzia. -R. 1213. — <a href="#Page_192"><i>192.</i></a> Degli spiriti. — <a href="#Page_193"><i>193.</i></a> Se lo -spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — <a href="#Page_194"><i>194.</i></a> -Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si -può per sè muovere o no. R. 1215. — <a href="#Page_195"><i>195.</i></a> Se lo spirito -può parlare o no. C. A. 187 v. — <a href="#Page_196"><i>196.</i></a> Sul medesimo -soggetto. — <a href="#Page_197"><i>197.</i></a> Sul medesimo soggetto. B. 4 v. — Studi -sulla fisonomia. Lu. 292. — <a href="#Page_198"><i>198.</i></a> Contro i ricercatori -del moto perpetuo. K. 101 v. — <a href="#Page_199"><i>199.</i></a> Segue. -F. 30 v. — Sul medesimo soggetto. R. 1206. — Avvertimento. -E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R. 796. — <a href="#Page_200"><i>200.</i></a> -Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora. -F. 96 v. — <a href="#Page_201"><i>201.</i></a> Funzione del dolore nella vita animale. -R. 100 — Perchè le piante non hanno il dolore. -H. 60 r. — <a href="#Page_202"><i>202.</i></a> Funzione delle passioni a conservazion -della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A. -76 r. — Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza -dell’anima dalla materia corporea. -T. 32 r. — <a href="#Page_203"><i>203.</i></a> La memoria. H. 33 v. — Lo spirito è dominatore. -T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento -e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene -dell’uomo. Ash. I. 34 v. — <a href="#Page_204"><i>204.</i></a> La brevità del tempo -è una illusione della mente. C. A. 76 r. — Illusioni -della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un -orologio a piombo. C. A. 12 r. — <a href="#Page_205"><i>205.</i></a> La vita virtuosa. -C. A. 71 v. — Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo -è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà del lavoro. -T. 34 r. — <a href="#Page_206"><i>206.</i></a> La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo -distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano -chi disegna alle feste e chi ’nvestiga l’opere di -Dio. Lu. 77. — <a href="#Page_207"><i>207.</i></a> Preghiera. R. 1132. — Orazione. -R. 1133. — <a href="#Page_208"><i>208.</i></a> Contro i cattivi religiosi. E. 5 v. — Ancora. -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione -della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al -parlatore. G. 49 r. — <a href="#Page_209"><i>209.</i></a> Consiglio, miseria e giudizio. -C. A. 80 v. — <a href="#Page_210"><i>210.</i></a> Sentenze, proverbi e simboli. -H. passim. — <a href="#Page_214"><i>214.</i></a> La verità. T. 38 r. — <a href="#Page_215"><i>215.</i></a> Il -ben fare. H. 48 v. — <a href="#Page_216"><i>216.</i></a> La ingratitudine. — La invidia. — <a href="#Page_217"><i>217.</i></a> -La fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e -dolore. R. 1196. — <a href="#Page_218"><i>218.</i></a> Inferiorità fisiologica dell’uomo. -R. 827. — <a href="#Page_219"><i>219.</i></a> Sua inferiorità etica. R. 844. — <a href="#Page_221"><i>221.</i></a> -Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo -come animale. C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo -vi è un lento trapasso. E. 16 r. — L’evoluzione della -moda. Lu. 541. — <a href="#Page_223"><i>223.</i></a> Un discepolo di Leonardo: -Giacomo. C. 15 r. — <a href="#Page_225"><i>225.</i></a> Leonardo analizzatore dell’uomo. -H. 137 v. — Frammento di lettera a Giuliano -de’ Medici. C. A. 243 v. — <a href="#Page_227"><i>227.</i></a> I miseri studiosi -con che speranza e’ possono aspettare premio di -lor virtù? R. 1358. — <a href="#Page_229"><i>229.</i></a> Dialogo fra il cervello e -lo spirito, che in esso abitava. R. 1355. — Frammento -di lettera. C. A. 360 r. -</p> - -<p class="pad1 center"> -PENSIERI SULL’ARTE. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_231"><i>Pag. 231.</i></a> Difesa della pittura contro le -arti liberali. — Proemio. Lu. 27. — Perchè la pittura -non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. — <a href="#Page_232"><i>232.</i></a> -La pittura è scienza universale. Lu. 7. — <a href="#Page_233"><i>233.</i></a> La -pittura non si può divulgare. Lu. 8. — <a href="#Page_235"><i>235.</i></a> Come la -pittura avanza tutte l’opere umane per sottile speculazione -appartenente a quella. Ash. I. 19 v. — <a href="#Page_237"><i>237.</i></a> -La pittura crea la realtà. Lu 2. — <a href="#Page_238"><i>238.</i></a> Rappresentazione -e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio. -Lu. 24. — <a href="#Page_239"><i>239.</i></a> Il pittore va direttamente -alla natura. Lu. 14. — <a href="#Page_241"><i>241.</i></a> Potenza espressiva della -pittura. Lu. 15; 25. — <a href="#Page_245"><i>245.</i></a> Importanza dell’occhio -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -nella vita animale. Lu. 16. — <a href="#Page_246"><i>246.</i></a> La pittura è una -poesia muta. Lu. 18. — <a href="#Page_247"><i>247.</i></a> Segue della pittura e -poesia. Lu. 20. — <a href="#Page_248"><i>248.</i></a> Segue. Lu. 21. — <a href="#Page_250"><i>250.</i></a> La pittura -si presenta all’occhio nel suo tutto in istante. -Lu. 22. — <a href="#Page_251"><i>251.</i></a> Segue. R. 658. — <a href="#Page_257"><i>257.</i></a> Come la scienza -dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante -quello è generata. Lu. 17. — Parla il poeta col pittore. -Ash. I. 13 r. — <a href="#Page_260"><i>260.</i></a> Risposta del re Mattia ad -un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. — <a href="#Page_262"><i>262.</i></a> -Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — <a href="#Page_263"><i>263.</i></a> Arguizione -del poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — <a href="#Page_264"><i>264.</i></a> -Conclusione infra ’l poeta e il pittore. Lu. 28. — <a href="#Page_266"><i>266.</i></a> -Come la musica si dee chiamare sorella e -minore della pittura. Lu. 29. — <a href="#Page_267"><i>267.</i></a> Pittura e musica. -Lu. 30; 31. — <a href="#Page_269"><i>269.</i></a> Parla il musico col pittore. -Lu. 30. — <a href="#Page_270"><i>270.</i></a> Conclusione del poeta, pittore e musico. -Lu. 32. — <a href="#Page_273"><i>273.</i></a> Causa della inferiorità in cui -è tenuta la pittura. Lu. 46. -</p> - -<p> -<a href="#Page_274"><i>Pag. 274.</i></a> Il pittore e la pittura. — Vastità -del campo della pittura. Lu. 438. — Origine della pittura. -Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è signore d’ogni -sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — <a href="#Page_275"><i>275.</i></a> La -pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il -pittore non è laudabile se quello non è universale. -Ash. I. 25 v. — <a href="#Page_276"><i>276.</i></a> Il pittore e la natura. R. 520. — Come -chi sprezza la pittura non ama la filosofia -della natura. Ash. I. 20 r. — <a href="#Page_277"><i>277.</i></a> Come nell’opere -d’importanza l’omo non si de’ fidare tanto della -sua memoria, che non degni ritrarre di naturale. -Ash. I. 26 r. — <a href="#Page_278"><i>278.</i></a> Del giudicare la tua pittura. -Ash. I. 28 r. — <a href="#Page_279"><i>279.</i></a> Come ’l pittore debb’esser -vago d’audire, nel fare dell’opera sua, il giudizio -d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — <a href="#Page_280"><i>280.</i></a> Della trista scusazione -fatta da quelli che falsa — e indegnamente si -fanno chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -è ’l maestro de’ pittori. Ash. I. 24 v. — <a href="#Page_282"><i>282.</i></a> Precetto -al pittore. G. 33 r. e v. — La pittura è un discorso -figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio. Ash. I. -17 v. — <a href="#Page_283"><i>283.</i></a> Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — <a href="#Page_284"><i>284.</i></a> -Del modo dello imparare bene a comporre -insieme le figure nelle storie. C. A. 27 v. — <a href="#Page_285"><i>285.</i></a> Dello -studiare in sino quando ti desti o innanzi t’addormenti -nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare -e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni. -Ash. I. 22 v. — <a href="#Page_286"><i>286.</i></a> La stanza del pittore. Ash. I. -16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu. 57. — <a href="#Page_287"><i>287.</i></a> -Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel -pittore, che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti -sulla pittura. Lu. 404. -</p> - -<p> -<a href="#Page_289"><i>Pag. 289.</i></a> PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I. -Ash. I. 25 r. e 24 v. — <a href="#Page_292"><i>292.</i></a> II. Lu. 35. — III. -Lu. 36. — <a href="#Page_293"><i>293.</i></a> IV. Lu. 33. — <a href="#Page_295"><i>295.</i></a> V. Lu. 40. — <a href="#Page_296"><i>296.</i></a> -VI. Conclusione. Lu. 41. -</p> - -<h3>I PAESI E LE FIGURE.</h3> - -<p class="center"> -I PAESI. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_301"><i>Pag. 301.</i></a> Un effetto di nubi sul lago Maggiore. -R. 1021. — <a href="#Page_302"><i>302.</i></a> Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — <a href="#Page_303"><i>303.</i></a> -Traccia. R. 471. — Altra traccia. R. 605. — Varie -colorazioni del mare. Lu. 237. — <a href="#Page_304"><i>304.</i></a> La vegetazione -di un colle. Lu. 606. — <a href="#Page_306"><i>306.</i></a> Del modo del -figurare una notte. Ash. I. 18 v. — <a href="#Page_307"><i>307.</i></a> Come si -dee figurar una fortuna. Ash. I. 21 r. — <a href="#Page_308"><i>308.</i></a> Modo -di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — <a href="#Page_313"><i>313.</i></a> Figurazione -del diluvio. G. 6 v. — <a href="#Page_314"><i>314.</i></a> Segue. R. 327. — <a href="#Page_323"><i>323.</i></a> -L’isola di Cipro. R. 1104. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -</p> - -<p> -<a href="#Page_324"><i>Pag. 324.</i></a> Il viaggio in Oriente.-Divisione del -libro. — <i>325. Lettera I.</i>-Descrizione del monte Tauro -e del fiume Eufrates. — <i>327. Lettera II.</i>-Figura del -monte Tauro. — <a href="#Page_329"><i>329.</i></a> Qualità e quantità del monte -Tauro. C. A. 145 r. e v. — <i>331. Lettera III.</i> C. A. 211 v. — <a href="#Page_333"><i>333.</i></a> -Frammento. C. A. 189 v. -</p> - -<p class="pad1 center"> -LE FIGURE. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_335"><i>Pag. 335.</i></a> La pittura espressiva. C. A. 139 r. — <a href="#Page_336"><i>336.</i></a> -Avvertimento al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura -deve mostrare la passione della figura dipinta. -Lu. 180. — <a href="#Page_337"><i>337.</i></a> Come il muto è maestro del pittore. -Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza -del segno al significato. Ash. I. 20 r. — <a href="#Page_338"><i>338.</i></a> -Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà infinita nell’espressione -dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo. -Ash. I. 17 v. — <a href="#Page_339"><i>339.</i></a> Del figurare uno che parli infra -più persone. Ash. I. 21 r. — <a href="#Page_340"><i>340.</i></a> Appunti sulla composizione -del Cenacolo. R. 666. — <a href="#Page_341"><i>341.</i></a> Come si deve -fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — <a href="#Page_342"><i>342.</i></a> Come si -figura uno disperato. Ash. I. 29 r. -</p> - -<p> -<a href="#Page_342"><i>Pag. 342.</i></a> <span class="smcap">Un gigante fantastico</span>. — <i>Lettera I.</i> -C. A. 96 v. — <i>344. Lettera II.</i> C. A. 304 r. — <a href="#Page_346"><i>346.</i></a> Frammento. -</p> - -<h3>LE PROFEZIE E LE FACEZIE.</h3> - -<p class="center"> -LE PROFEZIE. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_349"><i>Pag. 349.</i></a> Le profezie degli animali razionali. — Profezia. -I. 63 r. e v. — <a href="#Page_350"><i>350.</i></a> De’ fanciulli -che stanno legati nelle fascie. C. A. 143 r. — <a href="#Page_351"><i>351.</i></a> -De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -le piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver -lettere da un paese a un altro. C. A. 362 r. — Delle -putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle fanciulle. -C. A. 362 v. — <a href="#Page_352"><i>352.</i></a> Dello spegnere il lume a chi va -a letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora -del sognare. C. A. 145 r. — <a href="#Page_353"><i>353.</i></a> Dell’ombra -che si move coll’uomo. C. A. 362 r. — Dell’ombra -che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra -del sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo -tempo. C. A. 362 r. — <a href="#Page_354"><i>354.</i></a> Delle lingue de’ diversi -popoli. I. 64 v. — De’ soldati a cavallo. C. A. -362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori. -I. 64 r. — <a href="#Page_355"><i>355.</i></a> Del seminare. — Le terre lavorate. -C. A. 362 r. — I calzolari. R. 1312. — Del segare delle -erbe. R. 1311. — Del grano e altre semenze. R. 1310. — <a href="#Page_356"><i>356.</i></a> -Del battere il grano. I. 65 r. — De’ giocatori. -I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi. -I. 65. r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — <a href="#Page_357"><i>357.</i></a> Le -lingue de’ porci e vitelli nelle budelle. C. A. -362 r. — De’ villani in camicia che lavorano. — De’ barbieri. -R. 1290. -</p> - -<p> -<a href="#Page_357"><i>Pag. 357.</i></a> Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran -le bombarde. R. 1297. — De’ buoi -che si mangiano. C. A. 362 r. — <a href="#Page_358"><i>358.</i></a> Delli asini bastonati. -C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle -campanelle de’ muli che stanno presso ai loro orecchi. -C. A. 362 r. — De’ muli che portano le ricche -some dell’argento e oro. L. 91 r. — <a href="#Page_359"><i>359.</i></a> De’ capretti. -R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A. -143 r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le -api che fanno la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api. -C. A. 143 r. — <a href="#Page_360"><i>360.</i></a> Delle formiche. C. A. -143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle -civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A. -162 r. — Delle biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — <a href="#Page_361"><i>361.</i></a> -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -I pesci lessi. C. A. 362 r. — De’ pesci che si -mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’ nicchi e chiocciole -che sono ributtate dal mare, che marciscono -dentro ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo -mangiate non possono fare i pulcini. C. A. 362 v. — Delle -taccole e stornelli. G. 76 r. — <a href="#Page_362"><i>362.</i></a> Delle -api. R. 1329. -</p> - -<p> -<a href="#Page_362"><i>Pag. 362.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle piante</span>. — Delle -noci e ulive e ghiande e castagne e simili. C. A. -143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — <a href="#Page_363"><i>363.</i></a> L’ulive che -cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A. -362 r. — De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli -alberi che nutriscono i nesti. R. 1310. -</p> - -<p> -<a href="#Page_363"><i>Pag. 363.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cose materiali</span>. — I. -Della sola delle scarpe che son di bue. C. A. -362 r. — <a href="#Page_364"><i>364.</i></a> De’ crivelli fatti di pelle d’animali. C. A. -362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle medesime. -C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna -di castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni -de’ buoi. C. A. 362 v. — <a href="#Page_365"><i>365.</i></a> Delle piume ne’ letti. -C. A. 362 r. — Del pettine nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio -da seta. C. A. 362 r. — Del lino che fa la cura delle -genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F. 64 v. — <a href="#Page_366"><i>366.</i></a> -Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli -e trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque -che portano i legnami che son morti. C. A. 362 r. — Dei -carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che riserrano -molti tesori. C. A. 362 r. — <a href="#Page_367"><i>367.</i></a> Del navigare. C. A. -362 v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che -annegano. C. A. 362 r. — Li animali che van sopra le -terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. — <a href="#Page_368"><i>368.</i></a> Delle -baghe. R. 1317. — Del parasole. -</p> - -<p> -<a href="#Page_368"><i>Pag. 368.</i></a> II. De’ sassi convertiti in calcina -de’ quali si murano le prigioni. I. 66 v. — Dello -specchiare le mura delle città nell’acqua de’ lor -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — <a href="#Page_369"><i>369.</i></a> Ancora -dei forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane -dalla bocca del forno. C. A. 362 r. — Delle fornaci -di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle armi da -offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è -morto, e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini. -R. 1297. — <a href="#Page_370"><i>370.</i></a> Delle spade e lance che per sè mai -nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle stelle degli -sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde. -R. 1297. — Delle bombarde ch’escan della fossa e -della forma. C. A. 197 v. — <a href="#Page_371"><i>371.</i></a> La pietra del fucile, -che fa foco che consuma tutte le some delle legne, -con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse -la carne delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’ -metalli. C. A. 362 r. — <a href="#Page_372"><i>372.</i></a> De’ danari e oro. -C. A. 36 r. -</p> - -<p> -<a href="#Page_372"><i>Pag. 372.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cerimonie</span>. — De’ -morti che si vanno a sotterrare. C. A. 362 v. — De -li uffizi funerali e processioni e lumi e campane -e compagnia. C. A. 143 v. — <a href="#Page_373"><i>373.</i></a> Del dì de’ morti. -C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo. -C. A. 362 r. — De’ cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo -dell’incenso. R. 1310. — De’ preti che dicono -messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia -in corpo. I. 65 v. — <a href="#Page_374"><i>374.</i></a> De’ frati confessori. C. A. -362 v. — Delle pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle -scolture. I. 65 v. — De’ crocefissi venduti. -I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono per -li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — <a href="#Page_375"><i>375.</i></a> -Del vendere il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati -che spendendo parole ricevono di gran ricchezze, -e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e -abitazion de’ frati. -</p> - -<p> -<a href="#Page_376"><i>Pag. 376.</i></a> <span class="smcap">Le profezie dei costumi</span>. — Dello -sgomberare l’Ognissanti. C. A. 362 v. — Delli omini -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r. — Del -battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici -che vivono de’ malati. I. 66. v. — <a href="#Page_377"><i>377.</i></a> Del comune. -C. A. 36 r. — Profezia. G. 14 v. -</p> - -<p> -<a href="#Page_377"><i>Pag. 377.</i></a> <span class="smcap">Le profezie de’ casi che non possono -stare in natura.</span> — Della fossa. C. A. 362 r. — Del -peso posto sul piumaccio. C. A. 362 r. — <a href="#Page_378"><i>378.</i></a> Del -pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere -l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r. -</p> - -<p> -<a href="#Page_378"><i>Pag. 378.</i></a> <span class="smcap">Le profezie delle cose filosofiche.</span> — Dell’avaro. -C. A. 362 r. — <a href="#Page_379"><i>379.</i></a> Delli uomini -che quanto più invecchiano più si fanno -avari, chè avendosi a star poco dovrebbero farsi -liberali. C. A. 362 r. — Del desiderio di ricchezza. -I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che prima -s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è -sepoltura. I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A. -145 r. — <a href="#Page_380"><i>380.</i></a> Della vita delli omini che ogni anno -si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà dell’omo. -C. A. 362 v. — <a href="#Page_381"><i>381.</i></a> Della lettura de’ buoni libri. -I. 64 r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della -fuma. I. 64 v. — Delle pelli delli animali che -tengono il senso del tatto, che v’è sulle scritture. -I. 64 v. — <a href="#Page_382"><i>382.</i></a> Della storia. I. 65 v. — In ogni punto -della terra si può fare divisione de’ due emisperi. -C. A. 362 r. — In ogni punto è divisione da oriente -a occidente. C. A. 362 r. — Degli emisperi, che sono -infiniti e da infinite linee son divisi, in modo che -sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra -l’un de’ piedi e l’altro. C. A. 362 v. — <a href="#Page_383"><i>383.</i></a> Delle -nuvole. R. 1297. — La neve che fiocca, che è acqua. -R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra la -neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi -intorbidati portan via le terre. C. A. 362 r. — <a href="#Page_384"><i>384.</i></a> Questo -sono li fiumi, che portano la terre da loro levate -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -dalle montagne, e le scaricano ai marini liti; -e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. — Dell’acqua, -che corre torbida e mista con terra, e -della polvere e nebbia mista coll’aria, e del foco -misto col suo e altri con ciascuno. C. A. 362 r. — Il -vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297. — <a href="#Page_385"><i>385.</i></a> -Della notte che non si conosce alcun colore. -C. A. 362 r. — Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio -cavo accende il foco col quale si scalda il forno, -che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297. — Traccia. - R. 1297. — <a href="#Page_386"><i>386.</i></a> Dei pianeti. I. 66 r. — Del -consiglio. C. A. 36 r. — Della paura della povertà. -C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39 v. -</p> - -<p class="pad1 center"> -LE FACEZIE. -</p> - -<p class="pad1"> -<a href="#Page_387"><i>Pag. 387.</i></a> Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — <a href="#Page_389"><i>389.</i></a> -Di un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto -di un artigiano ad un signore. R. 1283. — <a href="#Page_390"><i>390.</i></a> Bella -risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. — Risposta di un -pittore. M. 58 v. — <a href="#Page_391"><i>391.</i></a> Un amico ad un maldicente. -C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — <a href="#Page_392"><i>392.</i></a> -Detto di un dormiglione. R. 1292. — Arguzia. -F. cop. v. — Risposta ad un motto. C. A. 12 r. — <a href="#Page_393"><i>393.</i></a> -Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta -ad un motto. C. A. 75 v. — <a href="#Page_394"><i>394.</i></a> La stessa. C. A. -75 v. — Motto. C. A. 75 v. — Facezia di un prete. C. A. -75 v. — <a href="#Page_395"><i>395.</i></a> Facezia. C. 19 v. — Motto arguto. — <a href="#Page_396"><i>396.</i></a> -Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. — Facezia. -H. 37 r. -</p> - -<div class="somm"> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="3">Prefazione</td> <td class="pag"><a href="#prefazione">Pag. <span class="smcap lowercase">V</span></a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Tavola delle sigle</td> <td class="pag"><a href="#sigle"><span class="smcap lowercase">LXIII</span></a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Le favole</td> <td class="pag"><a href="#favole">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Le allegorie</td> <td class="pag"><a href="#allegorie">29</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">I pensieri</td> <td class="pag"><a href="#pensieri">63</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Pensieri sulla scienza</td> <td class="pag"><a href="#pscienza">65</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Pensieri sulla natura</td> <td class="pag"><a href="#pnatura">111</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Pensieri sulla morale</td> <td class="pag"><a href="#pmorale">185</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Pensieri sull’arte</td> <td class="pag"><a href="#parte">231</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td>Difesa della pittura contro le arti liberali</td> <td class="pag"><a href="#difesa">231</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td>Il pittore e la pittura</td> <td class="pag"><a href="#pittore">274</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td>Paragone della pittura colla scultura</td> <td class="pag"><a href="#paragone">289</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">I paesi e le figure</td> <td class="pag"><a href="#paesifig">299</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">I paesi</td> <td class="pag"><a href="#paesi">301</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Il viaggio in Oriente</td> <td class="pag"><a href="#oriente">324</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le figure</td> <td class="pag"><a href="#figure">335</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td>Un gigante fantastico</td> <td class="pag"><a href="#gigante">342</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Le profezie e le facezie</td> <td class="pag"><a href="#proffac">347</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie degli animali razionali</td> <td class="pag"><a href="#profezie">349</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie degli animali irrazionali</td> <td class="pag"><a href="#irraz">357</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie delle piante</td> <td class="pag"><a href="#piante">362</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie delle cose materiali</td> <td class="pag"><a href="#materiali">363</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie delle cerimonie</td> <td class="pag"><a href="#cerimonie">372</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie dei costumi</td> <td class="pag"><a href="#costumi">376</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie de’ casi che non possono stare in natura</td> <td class="pag"><a href="#casi">377</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le profezie delle cose filosofiche</td> <td class="pag"><a href="#filosof">378</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td colspan="2">Le facezie</td> <td class="pag"><a href="#facez">387</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Note</td> <td class="pag"><a href="#note">397</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Sommarii e riferimenti</td> <td class="pag"><a href="#sommari">419</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice generale a fine volume. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div lang='en' xml:lang='en'> -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>FRAMMENTI LETTERARI E FILOSOFICI</span> ***</div> -<div style='text-align:left'> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for -copies of this eBook, complying with the trademark license is very -easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation -of derivative works, reports, performances and research. Project -Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away—you may -do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected -by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. -</div> - -<div style='margin-top:1em; font-size:1.1em; text-align:center'>START: FULL LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase “Project -Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg™ License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™ electronic works -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™ -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person -or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg™ -electronic works. See paragraph 1.E below. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the -Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg™ name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg™ License when -you share it without charge with others. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg™ work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work -on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the -phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: -</div> - -<blockquote> - <div style='display:block; margin:1em 0'> - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most - other parts of the world at no cost and with almost no restrictions - whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms - of the Project Gutenberg License included with this eBook or online - at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you - are not located in the United States, you will have to check the laws - of the country where you are located before using this eBook. - </div> -</blockquote> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.2. If an individual Project Gutenberg™ electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase “Project -Gutenberg” associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg™ -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.3. If an individual Project Gutenberg™ electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg™ -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg™. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg™ License. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format -other than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg™ website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original “Plain -Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg™ License as specified in paragraph 1.E.1. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg™ works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg™ electronic works -provided that: -</div> - -<div style='margin-left:0.7em;'> - <div style='text-indent:-0.7em'> - • You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, “Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation.” - </div> - - <div style='text-indent:-0.7em'> - • You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™ - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™ - works. - </div> - - <div style='text-indent:-0.7em'> - • You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - </div> - - <div style='text-indent:-0.7em'> - • You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg™ works. - </div> -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of -the Project Gutenberg™ trademark. Contact the Foundation as set -forth in Section 3 below. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg™ collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain “Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the “Right -of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg™ -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any -Defect you cause. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s website -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg™ concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg™ eBooks with only a loose network of -volunteer support. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our website which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This website includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</div> -</div> -</body> -</html> diff --git a/old/67931-h/images/cover.jpg b/old/67931-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index f5ebafc..0000000 --- a/old/67931-h/images/cover.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/67931-h/images/ill-0-001.jpg b/old/67931-h/images/ill-0-001.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 35f0bae..0000000 --- a/old/67931-h/images/ill-0-001.jpg +++ /dev/null |
